Gea Scancarello: «Mi fido di te»

Sharing economy, la rivoluzione possibile che parte da ciascuno di noi

Tra le dieci idee che cambieranno il mondo secondo il Time, la sharing economy rappresenta il terreno di sperimentazione di nuovi modelli che caratterizzeranno nel futuro il modo in cui scambieremo prodotti, servizi e conoscenza. Entro il 2050, per Jeremy Rifkin, la sharing economy diventerà il principale arbitro della vita economica. E lavorare insieme sarà anche l’unica via per raggiungere quei risultati che business e politica non sono più in grado di raggiungere separatamente, con tutto quello che significa. La strategia della condivisione attraversa tutti i settori industriali, scompagina i paradigmi sociali e ridisegna le organizzazioni. Ci sono piattaforme per il riuso, per viaggiare, alloggiare, mangiare e dormire gratis o a costi dimezzati. Bike sharing, car sharing, co-working, co-housing sono espressioni ormai entrate nell’uso comune. Ma la sharing economy è qualcosa di più dell’economia del noleggio. Crowdsourcing e crowdfunding capovolgono i rapporti di forza alla base della piramide. La collaboration è un modo per ottimizzare risorse aziendali, moltiplicare tempo e spazio, e affrontare sfide che sembravano impossibili. Di recente, il regista Peter Bogdanovich ha lanciato l’appello per portare a termine l’incompiuto “The Other Side of the Wind”, del maestro Orson Welles. E il CERN di Ginevra e la Stazione Spaziale Internazionale rappresentano già adesso un modello virtuoso di cooperazione al quale anche la Comunità europea dovrebbe ispirarsi per definire le nuove politiche della crescita e dell’immigrazione. Perfino la smart city si nutre di collaborazione e Milano è stata tra le prime amministrazioni locali ad approvare una delibera specifica sulla sharing economy. Le sfide globali, se ben gestite, possono determinare lo sviluppo di importanti processi di innovazione in grado di portare benessere e crescita economica diffusa.

Se il co-working rende i lavoratori più felici, meno soli e più fiduciosi, l’economia della collaborazione – forse – può trasformare un esercito di consumatori sempre più agguerriti, in una comunità globale più consapevole, libera di scegliere e meno schiava della competizione sui beni esclusivi. Sotto l’ombrello della sharing economy ci sono fenomeni diversi, ma non si tratta di un’idea per fricchettoni, geek e loser. Da New York a San Francisco, da Milano a Berlino, la forma del baratto 2.0. è un modello che funziona e permette di risparmiare risorse che possono essere investite in modo diverso, liberando energie nuove e creatività. Se ne sono accorti anche i big del settore finanziario, i gruppi immobiliari, le catene commerciali e gli operatori del trasporto. Non a caso, l’agenzia internazionale di certificazione e consulenza Price Waterhouse Cooper ha stimato che l’economia collaborativa e della condivisione ha prodotto fino al 2013 un giro d’affari di 15 miliardi di dollari ed è in crescita continua a doppia cifra. Si può iniziare dal pane per capire che il miracolo della condivisione nasce dalle piccole cose e comprendere che si può rinunciare a qualcosa per avere molto in cambio. In fondo, è questa l’idea che anima il blog Pane e sharing e che ha ispirato il libro Mi fido di Te (Chiarelettere, aprile 2015) di Gea Scancarello, giornalista e cacciatrice di storie fuori e dentro la Rete. Secondo l’autrice, siamo al tramonto di un’era. Finito il mito del “self love” o del “self-interest” come driver del comportamento economico, ci troviamo all’inizio di una nuova epoca, forse un po’ corsara, in cui la visione supera il capitale, la reputazione è la chiave di accesso, la conoscenza è la moneta di scambio e la community è qualcosa di più della somma delle singole parti. «Una rivoluzione possibile, per vivere meglio e che parte da noi stessi» – spiega Gea Scancarello. Si può viaggiare in giro per il mondo, svegliarsi in casa di sconosciuti, organizzare un trasloco e trasformarlo in un happening sotto casa e avere amici in tutto il mondo. L’esperienza quotidiana della vita di ciascuno si può spalancare a un universo di opportunità. C’è un mondo bloccato dalla crisi e un mondo nuovo che avanza. Basta guardare altrove e fidarsi. E questo libro lo racconta.

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Data Manager: Economia della condivisione, strumenti nuovi per un’idea antica. Così salveremo il mondo?

Gea Scancarello: Sarebbe bello se fosse davvero così. La sharing economy nasce da un insieme di fattori: la cultura dello scambio, che può essere rintracciata anche in un passato remoto, la Rete, la pervasività degli strumenti di comunicazione e non da ultimo una sensibilità nuova, complice anche gli anni della crisi, rispetto agli oggetti di consumo e il loro impatto sull’ambiente nel quale viviamo. L’intreccio di questi fattori ha abilitato una serie di nuovi modelli, anche molto diversi tra loro, che creano una serie di relazioni tra le persone che non sono solo di natura economica ma sostanzialmente umane.

Vuoi dire che se da un lato la tecnologia ci rende isole, la possibilità di infiniti collegamenti ci rende parte di un solo arcipelago?

È questo il significato del nuovo sistema della condivisione. Le piattaforme tecnologiche che ci hanno dato una seconda vita virtuale, riportano al reale sia per scambiarci libri, consumare pasti, condividere case e pezzi di viaggio. E questo crea un tessuto sociale nuovo fondato non su vincoli tradizionali, ma su relazioni anche a distanza, tra persone che non si conoscono, alimentando una fiducia generalizzata basata sui comportamenti positivi. La condivisione abbassa la competizione sui beni esclusivi e permette di moltiplicare occasioni di relazione con le persone.

Di chi o cosa possiamo fidarci?

Non esiste un algoritmo in grado di metterci al riparo completamente. Io mi fido della capacità e del bisogno, che ciascuno di noi ha, di aprirsi, affidarsi agli altri e costruire rapporti. Se alcune teorie economiche hanno messo alla base l’interesse egoistico, allora io credo che puntare sull’interesse diffuso possa essere una strada nuova da seguire.

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La fiducia è la chiave di volta?

Esatto, ma non è una scommessa. Fidarsi è più un atto di “fede” che richiede coraggio. Lo stesso coraggio che ci vuole per credere che un’idea funzionerà. La fiducia è circolare e a sua volta genera fiducia, trasforma la paura in una scoperta, cambia il limite in possibilità. E la tecnologia e il sistema di social rating ci aiutano a non fidarci delle persone sbagliate.

Tu di chi o cosa ti fidi?

Io sono aperta alle nuove scoperte. Mi fido del cambiamento. E della capacità che ciascuno di noi ha di adattarsi alle situazioni nuove. Ci vuole un po’ di esercizio e bisogna fare lo sforzo di uscire dalla personale comfort zone.

Le donne sono più attente alla condivisione e si fidano di più?

Forse, le donne sono meno pigre e si adattano più facilmente ai cambiamenti. E in fondo, nella definizione stessa di “condivisione” è insita una “cura” che appartiene di più all’universo femminile. Ma all’interno di una gamma vasta di fenomeni che vanno dal recupero del cibo a Uber, il fattore della condivisione diventa un asset per immettere nel sistema energie nuove. Queste energie si traducono in un vantaggio condiviso per una platea sempre più ampia di persone, e alla fine diventano rete sociale di salvaguardia.

La sharing economy è abilitata dall’ICT. Senza, sarebbe solo una forma di baratto. Che cosa cambia?

La tecnologia permette di avvicinare le persone e lo scambio di dati permette di scoprire nuove forme di relazione pervasive, globali e in tempo reale. I dati ci pongono il problema di come si proteggono queste informazioni che parlano di noi e tracciano il profilo delle nostre abitudini.

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Si può condividere tutto?

Esperienze, oggetti, luoghi. Forse anche le persone. Si può condividere tutto o quasi tutto. La difficoltà è rendere le cose facili. La differenza tra l’Italia e altri paesi è che queste forme alternative restano a livello di sperimentazione. Manca un sistema di capitali di investimento in grado di sostenere adeguatamente le startup fino all’exit di successo. Ci sono piattaforme social che consentono la condivisione del cibo come Food Share e in Italia, S-Cambia Cibo. Si tratta di esperienze che permettono non solo di avvicinare le persone ma di far crescere la cultura della lotta agli sprechi alimentari.

Qual è la lezione più importate che hai imparato?

Da giornalista, ho imparato che là fuori c’è un mondo nuovo che aspetta di essere raccontato. La sharing economy è un modello di business concreto che nei prossimi anni potrà valere da uno a nove punti di PIL. La circolazione dei beni materiali, delle idee e dell’intelligenza delle persone crea risultati migliori. Per vincere insieme – però – non dobbiamo lasciarci condizionare dalla paura.

La condivisione si fonda sulla reciprocità, sulla fiducia, sulla relazione. Lo scambio di mercato si basa sull’interesse egoistico. Si tratta di due mondi che possono dialogare?

Nessuna divisione dogmatica. La sharing economy non è collettivismo. Anche se i vantaggi sono distribuiti a tutti in modo diverso. Basta pensare a Uber. Non c’è Karl Marx da una parte e Adam Smith dall’altra. Non ci sono formule magiche. I soldi fanno girare il mondo. Ma si può decidere di fare soldi in modo migliore, per sé e per gli altri. La sharing economy è una grande opportunità di crescita per le persone e le aziende, ma ha bisogno di impegno e di regole.

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