Smart working e fiducia. Virtuali ma stressati come prima

Smart working e fiducia. Virtuali ma stressati come prima

C’era una volta la scrivania. Simbolo di potere o di subalternità, a seconda del materiale, della grandezza e della forma. Piccola, fredda e metallica se eri l’ultimo arrivato. Grande, di design e con i bordi arrotondati se avevi fatto carriera. Gettando un’occhiata alla scrivania, potevi capire subito qualcosa del manager che avevi davanti. Passando in rassegna l’ordine degli oggetti, le pile delle pratiche, le foto di famiglia, il boccale portapenne con lo stemma universitario, il tagliacarte di corno, il sottomano di pelle, quanti indizi si potevano raccogliere.

Del resto le cose di cui ci circondiamo parlano di noi, qualche volta dicendo anche troppo. I luoghi di lavoro però grazie allo smart working sono cambiati radicalmente. Il fax, la stampante, l’agenda, il blocco degli appunti sono stati sostituiti da icone colorate sul nostro desktop virtuale. Gli uffici, piccoli o grandi, non sono più una zona franca, un regno esclusivo. La collaboration ha abbattuto i muri. Le scrivanie sono diventate solo piani di appoggio e i cassetti svuotati. Grazie alle tecnologie di UC&C, siamo diventati mobili e ubiqui, ma anche un po’ spaesati. La delega per obiettivi e le gerarchie informali permettono alle imprese di cedere il controllo senza perdere il comando. E questo consente di sviluppare legami più forti che si basano sulla fiducia che è il vero collante delle società complesse e intermediate.

Nella società delle informazioni, il lavoro del manager si basa sulla capacità di prendere delle scelte. Ma il peso delle responsabilità in alcuni casi può diventare così pesante che si corre il rischio di restare schiacciati. «E non serve giustificare se stessi, puntando il dito sull’incapacità di altri» – ci racconta Walter Comello, psicologo, psicoterapeuta, esperto di decision analysis. «Il senso di responsabilità ci spinge a essere migliori. La colpa invece ci àncora al passato ed è origine sempre di dolore e infelicità. Abbiamo bisogno di fiducia in noi stessi e negli altri». La sua professione che lo porta a confrontarsi anche con il mondo delle imprese è diversa da tutte le altre. Prendersi cura delle persone e guidarle in un cammino è più di un mestiere. «In ogni ambito della vita, ma anche nel rapporto che abbiamo con le istituzioni, l’economia, le imprese, le organizzazioni e gli uomini che le rappresentano – spiega Comello – abbiamo bisogno di qualcuno che sappia farci recuperare ciò che in ogni angolo di strada abbiamo perduto. Non c’è leadership senza autorevolezza, non c’è team che operi in modo vincente, non c’è ambiente di lavoro gratificante là dove non regni fiducia. La fiducia è la leva che solleva il mondo».

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