Software-addicted?

Software-addicted?

Il software si fa strada nel mondo dei venture capital, distruggendo i metodi tradizionali di selezione e valutazione delle startup

Negli ultimi dieci anni, il numero stimato di startup tecnologiche negli Stati Uniti ha subito annualmente una variazione da 16mila a 20mila, e l’importo totale del finanziamento di rischio diretto a startup di software è aumentato da 5 miliardi a 19 miliardi di dollari. Più recentemente, prendendo in considerazione gli ultimi cinque anni, si deve rilevare come siano iniziate a circolare notevoli quantità di dati strutturati su queste nuove startup: tutte informazioni rese pubbliche attraverso il web. Oltre a riflettere un settore di rischio più attivo, questi numeri sono indicativi di un pubblico in rapida espansione di fondatori e hub innovativi emergenti. Allo stesso tempo, mentre l’attività di avvio di nuove startup continua a espandersi sul piano geografico e su quello demografico, anche il volume di dati online, destinato a tenere la traccia delle startup, è in crescita esponenziale. Certamente molti dati sono ancora frammentati, ma una grande quantità è già facilmente valutabile tramite le API, e può essere utilizzata in tempo reale per rilevare i segnali di nuove attività in avvio dotate del potenziale per una rapida crescita. Tuttavia, questi strumenti non sono ancora utilizzati come soluzioni stabili all’interno dei processi operativi dei venture capital. Sebbene ci sia stato un cambiamento sostanziale sul piano tecnologico negli ultimi dieci anni, non si può dire lo stesso per il mondo dei venture capital. Infatti, le operazioni e i processi di capitale di rischio, almeno per quanto riguarda la fase early stage, sono rimasti per la maggior parte uguali a quelli di venti anni fa.

Nuovi approcci

L’hard core dei VC è ancora fondamentalmente basato sull’antico metodo delle relazioni umane. Sono spesso i rapporti personali che forniscono l’accesso a offerte esclusive e altrimenti irraggiungibili. Il flusso di informazioni rappresentato dalle reti di contatti personali o professionali, i necessari tempi di ponderazione e riflessione, e infine le operazioni di due diligence e l’adozione di giudizi risoluti sono la base primaria delle decisioni di investimento dei migliori investitori. E’ evidente che siamo di fronte a metodi che sono sempre stati impiegati dai migliori VC, criteri sperimentati che continueranno a essere utilizzati anche per gli anni a venire. Ma questi approcci tradizionali si scontrano oggi con i fondatori new age ovvero con tutti quei fondatori di startup che non rientrano nei circuiti tradizionali dei VC e devono fare i conti anche con l’incredibile velocità con cui nascono oggi le startup. Bisogna essere più veloci. Non c’è più il tempo di riflettere davanti a una tazza di caffè. Eppure non tutto è fermo. E l’aria di cambiamento già si percepisce.

Dieci anni fa, un venture capitalist, Ryan Caldbeck, annoiato dalla natura ripetitiva del suo lavoro, iniziò a pensare che quest’ultimo potesse essere svolto anche da un software. Oggi, Ryan Caldbeck è il cofondatore di CircleUp, una piattaforma di crowdfunding online specializzata prevalentemente nel settore delle società dedite alla fornitura di beni di consumo. Questo software è chiamato il classificatore o “the classifier”, un congegno in grado di applicare l’automazione per procedere con la valutazione di una grande mole di dati. Il software ha iniziato a elaborare dati a partire dal 2014 con risultati sorprendenti: infatti CircleUp, grazie alle potenzialità di questo software innovativo, è in grado di procedere con l’elaborazione di circa 500 piani di investimento in un mese. Basti pensare che in confronto, le altre società di venture capital riescono ad analizzare soltanto 500 progetti all’anno. Il processo operativo del classificatore prevede due fasi: una preliminare interamente guidata dall’intelligenza artificiale, una eventuale guidata dall’intervento umano soltanto nel caso in cui la prima fase si sia conclusa con esito positivo. Durante la fase preliminare, CircleUp passa ad analizzare i dati finanziari di una potenziale società candidata: i profitti, la crescita, i margini, il gusto del mercato. Altri dati vengono ottenuti dalle ricerche di mercato di società apposite, tra cui la Nielsen, nonché da parametri quantitativi relativi alle attività sui social in modo tale da raggiungere ben 92mila parametri di dati per ogni società. Dopo questa fase di screening, il classificatore decide se sia necessario passare alla fase della valutazione umana o meno. L’obiettivo prossimo del classificatore sarà quello di automatizzare completamente i processi di investimento nelle società private.

La forza degli algoritmi

I tentativi e gli sforzi di CircleUp non sono altro che l’esempio di una tendenza generale che si sta sviluppando nel mondo finanziario, in cui gli algoritmi acquisiscono un ruolo sempre più influente. E ciò si verifica a un livello globale, nei settori più disparati del mercato, andando dalle startup fino al classico settore del mercato immobiliare. Una delle ragioni per cui il classificatore di CircleUp potrebbe essere un grande successo risiede nel fatto che le società destinatarie degli investimenti presentano tutte business model simili. Al contrario, il software non funzionerebbe allo stesso modo nel settore tecnologico, sostiene Rory Eakin, cofondatore di CircleUp. Il business model delle startup tech, infatti, varia infinitamente e in secondo luogo si tratta di società che possono anche vantare una solida rete di incubatori e venture capital. «Non credo ci sia un problema nel settore tech, ma se tu hai una società che vuole reinventare la categoria dello snack salato, allora ci si troverà di fronte a un deserto, privi di un ecosistema in cui andare a inserirsi». Rientra in questa categoria Rhythm Superfoods. Si tratta di una società che è stata prima valutata dal classificatore, poi accettata all’interno di CircleUp e che ora annovera circa cinquemila negozi. Proseguendo sulla via della crescita, la società è riuscita a riportare un round di tre milioni di dollari. Una volta che la raccolta dati sia implementata e approfondita, molte altre potrebbero essere le implicazioni e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale.

Alexander Mittal, CEO di FundersClub, uno dei primi mercati di investimento online dove gli investitori accreditati possono riversare le loro finanze in progetti di privati, ha dichiarato che il suo team è impegnato da oltre quattro anni nell’analisi di dati per decidere e valutare quali investitori su FundersClub siano i migliori per poter giudicare e selezionare le società. A ogni modo, CircleUp non è un esemplare unico nel mondo dei VC. Basta pensare a Google. I suoi algoritmi, infatti, prendono segnali dai comportamenti umani per ricavare quanti più dati possibili e implementare il processo di automatizzazione. CircleUp è soltanto un esempio di un più ampio trend “disrupting” che si sta diffondendo in questa era digitale. Non solo. CircleUp è stata finanziata da alcuni tra i più tradizionali venture capital quali Union Square Ventures, Canaan Partners e Google Ventures. E questo fatto suona quasi come un contrappasso. Andy Weissman, partner di Union Square Ventures, scherzando ha detto: «La nostra speranza è che CircleUp possa tirarci fuori dal business». Probabilmente, CircleUp arriverà a ritagliarsi anche una fetta dei profitti degli investitori classici. E forse, il nuovo boom economico sarà proprio un software dotato di intelligenza artificiale. Nel frattempo, il classificatore cerca di farsi strada, rendendo più efficiente il lavoro di analisi dei suoi dipendenti. La domanda di fondo è: «I venture capital dipenderanno interamente da un software»? E’ ancora presto per dirlo, ma sicuramente ci sono numerosi segnali che fanno propendere per una progressiva sostituzione dell’intervento umano nei processi di selezione delle startup. Forse, ci saranno più unicorni o forse no. La partita è tutta da giocare.

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Categorie: Mondo Start Up