Christmas as usual

Invece di spingere il carrozzone dei riti natalizi e di salutarsi come se venisse la fine del mondo, forse dovremmo guardarci negli occhi e dire la verità. Nel mondo, merci e capitali possono circolare alla velocità di un click, a differenza delle persone. Continuiamo a parlare di apertura, conoscenza, talento. E di come l’innovazione tecnologica sia il motore per realizzare tutto questo. Eppure, costruiamo muri, distruggiamo la scuola, scardiniamo il lavoro e non aiutiamo i giovani a raggiungere gli obiettivi.

Il 2016 è stato l’anno degli attentati terroristici, della scoperta delle onde gravitazionali e di Fabiola Gianotti alla guida del CERN. Della Brexit e del referendum per la riforma costituzionale. Del terremoto e di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Del Giubileo e del colpo di stato in Turchia. Dei 70 anni della Repubblica italiana e del 64esimo governo alla guida del Paese.

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La parola più usata del 2016 è «disruption». Ma in Italia, dove ogni cosa è “innovativa” e ogni cosa è “disrupting”, il cambiamento vero finisce per essere solo una grande “rottura”. Così la trasformazione lascia il posto al trasformismo. Mentre la Banca centrale americana decide l’aumento del tasso di interesse come segno di fiducia nella crescita USA, noi siamo alle prese con le complicate vicissitudini della politica, che non riesce a essere né rappresentanza né problem solving. Siamo un paese sospeso, ripiegato su se stesso, dove ogni riforma è da riformare, e i figli sono più poveri dei loro genitori. Quello che si preannunciava come l’anno del “rinascimento” si sta per chiudere come l’anno del “rincrescimento”. La spending review rimane una staffetta continua che non arriva mai al traguardo. E forse, pure Diego Piacentini, commissario straordinario all’Agenda digitale, ha meditato di passare il testimone, sebbene al team digitale si aggiungano altri nomi. Ancora una volta, si tratta di riavviare il «sistema operativo» del Paese, partendo dalle fondamenta. Per Piacentini il bicchiere è mezzo pieno, ma «nessuno – come ammette realisticamente lo stesso commissario – può pensare che due anni siano un tempo sufficiente a digitalizzare la Pubblica Amministrazione italiana».

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Siamo seduti su una montagna di debito pubblico, che cresce sotto il tappeto, e di risparmio (114 miliardi, secondo l’ultimo Rapporto Censis) che non spendiamo per paura del futuro. Perché c’è differenza tra incertezza e rischio. Al rischio possiamo assegnare una probabilità. L’incertezza invece non è misurabile.

Quante volte abbiamo scritto che bisogna investire in innovazione? Sappiamo benissimo però che l’automazione brucia posti di lavoro. Gli strumenti della rivoluzione digitale cambiano il nostro modo di vivere, ma non ci stiamo occupando dei valori che dovranno orientare le scelte future. Forse, dobbiamo trovare il modo di essere noi stessi il cambiamento. Di insegnare agli altri. Di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Di dare aiuto a chi è in difficoltà. Di chiedere per favore. Di anticipare le mosse. Di fare le scelte giuste. Di non rimandare sempre a domani. La trasformazione digitale richiede istinto, pretende tecnica, reclama coraggio, ma soprattutto esige cultura. La grande fatica della trasformazione si basa sulla capacità di distinguere, di non confondere le cose e di non credere che tutto sia semplice, facile, veloce e prevedibile. L’Industry 4.0 potrebbe essere l’ultimo treno che salva le sorti della manifattura italiana. Grazie all’IoT, alla robotica, alla stampa 3D, agli analytics, al cloud, al cognitive computing.

Quest’anno, una startup di Cosenza è diventata il terzo centro di ricerca del gigante NTT Data, al pari di Tokyo e Palo Alto. Emilio, Giorgio e Roberto volevano fare qualcosa per la loro terra e ce l’hanno fatta, rinunciando agli scambi politici e alla finanza agevolata, puntando sull’università e sulla voglia di riscatto dei giovani calabresi. Ma c’è anche una storia triste, non la sola purtroppo. Matteo, 23 anni operaio stagionale, che faceva il turno di notte ai forni in una fabbrica di panettoni a Torino. Per la sua famiglia non ci sarà il Natale. Credere nella dignità del profitto non è un ossimoro. Si può crescere rispettando le persone e dando dignità al lavoro. Il giusto profitto, la giusta crescita. Si può lavorare per portare fuori competenze e sapere e si può investire per restare. Certo la competitività è come l’acqua che segue la pendenza. È questione di fisica più che di economia. Ma se il prezzo è l’unica misura non ci può essere salvezza.