Alzheimer, studio shock: forse si può trasmettere con il sangue

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Uno studio solleva il dubbio che l’Alzheimer si possa trasmettere attraverso il sangue di una persona malata

Condotta dalla University of British Columbia di Vancouver, una ricerca pubblicata sulla rivista Molecular Psychiatry (Nature) si interroga su un dubbio che potrebbe aprire nuovi scenari sull’Alzheimer, una patologia considerata la piaga dell’epoca moderna e di cui è stata recentemente individuata l’origine nel cervello.

La proteina che altera il cervello

Lo studio dimostra che la beta-amiloide, proteina cardine nella patogenesi dell’Alzheimer, può trasmettersi attraverso il sangue da un animale all’altro, causando in breve tempo delle alterazioni patologiche nel cervello degli animali sani. Analizzando questa proteina, che viene prodotta direttamente nel cervello e in tessuti periferici da dove poi passa nella circolazione generale, ha portato i ricercatori a sospettare che una trasfusione di sangue possa trasmettere la malattia.

“È la prima volta – annuncia Weihong Song, alla guida dell’esperimento – che si dimostra che la proteina beta-amiloide penetra nel sangue e nel cervello da un altro topo e causa segni di Alzheimer”. Fra l’altro questa conclusione va a rafforzare l’idea di sviluppare cure per l’Alzheimer che abbiano come target il metabolismo della proteina beta-amiloide.

Un’ipotesi già esplorata

In precedenza era stato dimostrato come su un campione di oltre due milioni di riceventi trasfusioni in Svezia e Danimarca non fosse stato evidenziato un aumentato rischio di Alzheimer nelle persone che avevano ricevuto sangue da donatori malati. Questo però non esclude che possa accadere in futuro.

Secondo lo stesso Gustaf Edgren del Karolinska Institutet di Stoccolma, nonostante il suo studio sia stato di grandi dimensioni, è possibile che l’arco di tempo preso in considerazione sia troppo breve per evidenziare una correlazione tra trasfusione e demenza. “Abbiamo eseguito un follow-up di 25 anni – dice – forse potrebbe volerci un tempo più lungo perché la malattia si sviluppi. Molti ricercatori temono che si tratti di una proteina davvero infettiva”. Gli autori dell’ultimo studio tuttavia sottolineano che al momento è prematuro trarre conclusioni certe, in quanto il collegamento del sistema circolatorio nei topi è una situazione che non si applica alla persone.


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