Valentina Lavore – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 13 Apr 2017 09:37:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Valentina Lavore – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Biologia e tecnologia VS mine anti-uomo https://www.datamanager.it/2017/04/biologia-tecnologia-vs-mine-anti-uomo/ Thu, 13 Apr 2017 09:37:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=123152 Circa mezzo milione di persone in tutto il mondo e 15-20mila individui ogni anno viene ferito o ucciso da mine terrestri. Più di 100 milioni di tali dispositivi sono ancora nascosti nel sottosuolo di oltre 70 Paesi. Un problema. Qualcuno – più o meno elegantemente – avrà esclamato “siamo nella cacca!” senza immaginare di essere […]

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Circa mezzo milione di persone in tutto il mondo e 15-20mila individui ogni anno viene ferito o ucciso da mine terrestri. Più di 100 milioni di tali dispositivi sono ancora nascosti nel sottosuolo di oltre 70 Paesi.

Un problema.

Qualcuno – più o meno elegantemente – avrà esclamato “siamo nella cacca!” senza immaginare di essere a un passo dalla soluzione.

E’ questa l’idea di alcuni studiosi dell’Università Ebraica di Gerusalemme e in particolare di una squadra di ricercatori dell’Istituto di Scienze Umane Alexander Silberman di Givat-Ram che hanno saputo ben incrociare tecnologie, biologia e chimica prendendo spunto dai sofisticati dispositivi sempre più spesso utilizzati per il rilevamento “automatizzato” di esplosivi nell’area merci e bagagli degli aeroporti o in altri contesti in cui una deflagrazione potrebbe rivelarsi fatale oltre le normali condizioni di pericolo che la contraddistinguono.

Gli scienziati israeliani sono arrivati all’incredibile scoperta che ha portato a riconoscere una sorta di utilità in batteri come l’Escherichia Coli (temutissimi da chi avverte malesseri in area intestinale e vescicale), che possono aiutare le attività di individuazione degli ordigni interrati a profondità variabili nei terreni teatro di conflitto.

L’attenzione si è concentrata proprio sul temuto e infido microrganismo unicellulare, responsabile di svariate infezioni dell’apparato urinario e non solo. La chiave di volta dell’esperimento risiede nelle piccole quantità di vapore rilasciate dal trinitrotoluene (più comunemente tritolo), l’elemento chimico principalmente usato negli ordigni esplosivi.

Precedenti studi avevano rilevato che il batterio (presente abbondantemente sia nell’ambiente circostante sia all’interno dell’intestino dei mammiferi), se messo a contatto con il DNT (Dinitrotoluene, il precursore del tritolo) assumeva una particolare colorazione verde fluorescente.

Tale peculiarità ha permesso agli scienziati di arrivare alla soluzione di quella che nei paesi dilaniati dalle guerre è vista come la maggior causa di morte.

Interrate quindi in una piccola fetta di suolo diverse bombe disinnescate, hanno incapsulato circa 100.000 cellule batteriche in perle composte da polimeri derivanti da alghe e letteralmente spruzzate sul terreno durante la notte.

Nelle successive 24 ore, il ricorso ad un laser ha consentito di riconoscere da una distanza di 20 metri la fluorescenza dei batteri a contatto con il vapore emanato dalla sostanza esplosiva. La dinamica appena descritta ha permesso di “mappare” la disposizione delle mine e ha consentito di individuare le migliorie ritenute necessarie da apportare.

L’aumento della sensibilità e della stabilità dei sensori batterici, l’ampliamento della velocità di scansione del laser per coprire grandi aree e la riduzione delle dimensioni dell’apparecchiatura (così da poter esser utilizzata all’interno di veicoli senza pilota o droni) sono alcune delle modifiche prese in considerazione per perfezionare il risultato del progetto.

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Il robot cercalavoro e il lavoro che arriva nonostante lui https://www.datamanager.it/2017/04/robot-cercalavoro-lavoro-arriva-nonostante/ Tue, 04 Apr 2017 14:48:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122513 Se cercate “Robert Coombs” con qualunque motore di ricerca inciampate nella torbida vicenda di un ferocissimo tredicenne che nel 1895 ha assassinato la madre trafiggendola ripetutamente con un coltello. La storia somiglia a quelle che quotidianamente affollano la cronaca, ma il Coombs di cui stiamo per occuparci ha soltanto deciso di adoperare le più taglienti […]

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Se cercate “Robert Coombs” con qualunque motore di ricerca inciampate nella torbida vicenda di un ferocissimo tredicenne che nel 1895 ha assassinato la madre trafiggendola ripetutamente con un coltello. La storia somiglia a quelle che quotidianamente affollano la cronaca, ma il Coombs di cui stiamo per occuparci ha soltanto deciso di adoperare le più taglienti soluzioni informatiche per trovare lavoro.

E’ risaputo che uno dei punti di forza nella ricerca di una occupazione è il contatto diretto con le aziende delle quali si riesce ad intravedere qualche prospettiva allineata ai nostri interessi professionali. In poche parole si tratta di sbaragliare la concorrenza. Lo si deve fare anzitutto in termini di competenze che si è in grado di offrire, ma è fondamentale anche non farsi superare in fatto di tempestività. Un ritardo può letteralmente fare la differenza e rivelarsi addirittura letale.

La consapevolezza del doversi sbrigare è stata una delle molle che ha animato Robert Coombs, ideatore del velocissimo “robot” in grado di inviare migliaia di curricula e relative lettere di presentazione.

Nessun androide, state tranquilli, ma un abile incrocio di hardware e software: Coombs non ha un passato da ingegnere o informatico, ma la sua passione per l’automazione gli è bastata per assemblare una “macchina di Rube Goldberg” corredata da alcuni fogli di calcolo e da una manciata di script.

La sua fantasiosa invenzione è la materializzazione della sua voglia di rimettersi in gioco nel campo lavorativo. Il suo obiettivo era battere gli algoritmi di selezione dei nostri CV che leggono tutte le candidature e poi provvedono ad effettuare le dovute scremature.

Il software dei cacciatori di teste e delle società di selezione del personale filtra automaticamente i candidati in base a parole chiave, competenze, precedenti datori di lavoro, anni di esperienza, scuole frequentate e così via.

Il “robot” del giovane Robert ha ribaltato la tendenza, aggregando le informazioni di contatto dei vari responsabili HR e personalizzando il messaggio di invio alle varie aziende.

In termini pratici la soluzione automatizzata ha modificato di volta in volta l’oggetto dell’email e le versioni del curriculum, avendo cura di ottimizzare e regolare la maggior parte delle variabili, proprio come farebbe un individuo alle prese con una più tradizionale ricerca del lavoro.

Nel tempo necessario a gustare un caffè lo strumento è stato capace di inoltrare circa 1300 domande, ma non tutte le ciambelle escono con il buco.

Purtroppo il primo tentativo non è andato a segno. Il robot ha inconsapevolmente impostato come destinazione della massiccia spedizione elettronica il Midwest, anziché New York City che era la città in cui Coombs viveva e voleva rimanere.

Nonostante l’approssimazione geografica – comunque rettificabile – il giovane Robert non si è perso d’animo e si è dedicato ad una serie di progressivi miglioramenti. La sua versione 5.0, ad esempio, ha ridotto l’invio delle domande di lavoro mantenendosi sotto il tetto massimo di 538 in un arco temporale di tre mesi.

Chi si aspetta una versione 6.0 non perda tempo in una inutile attesa. Robert nel frattempo ha trovato lavoro e per di più in maniera convenzionale. Se non lo licenzieranno (e noi gli auguriamo ogni successo) il suo robot resterà lì a testimoniare la determinazione a non arrendersi mai.

Non sarà stata efficace per il suo collocamento, ma tutto sommato la sua “creatura” è la testimonianza che un “bot” può anche essere utilizzato “contromano”. Di solito si pensa al ricorso a simili tecniche per far convergere più risorse su un’unica destinazione (magari per dar fastidio ad uno specifico bersaglio) e invece, in questo caso, si è vista una sola base di “lancio” e una infinità di destinazioni (e soprattutto per una finalità …ammissibile)!

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Altro che forconi…Un trattore ara il Digital Millennium Copyright Act https://www.datamanager.it/2017/03/altro-forconiun-trattore-ara-digital-millennium-copyright-act/ Fri, 31 Mar 2017 14:09:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122340 William Rinold Deere e Sarah Yates il 7 febbraio 1804 non sapevano nulla di Carlo Verdone e di pirati informatici. Chiariamo subito il primo amletico dubbio. I due non potevano immaginare che il loro terzogenito John, appena venuto alla luce, si sarebbe imbarcato su un cargo (non battente bandiera liberiana….) con la famiglia e questa […]

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William Rinold Deere e Sarah Yates il 7 febbraio 1804 non sapevano nulla di Carlo Verdone e di pirati informatici.

Chiariamo subito il primo amletico dubbio. I due non potevano immaginare che il loro terzogenito John, appena venuto alla luce, si sarebbe imbarcato su un cargo (non battente bandiera liberiana….) con la famiglia e questa sarebbe stata la prima tappa di una lunga imprevedibile carriera.

E gli hacker cosa c’entrano?

L’intraprendente John Deere, prima fabbro e poi imprenditore, è l’icona dell’automazione delle colture e delle produzioni nei campi e adesso la sua eredità industriale è costretta fare i conti con un mondo agricolo che ha deciso di sbirciare dal buco della serratura della tecnologia.

A distanza di 180 anni dalla sua nascita, la John Deere & Company (una delle maggiori aziende al mondo nel settore) e gli immancabili concorrenti devono fare i conti con una nuova inattesa sfida e si vedono costretti a duellare con una bizzarra pirateria informatica mandata a segno su aratri, trebbiatrici e cose simili.

Il problema del contadino americano non è quello legato ai fertilizzanti o alla mutevolezza del clima, ma i vincoli giuridico-tecnici della componente informatica dei loro trattori hi-tech.

Schiacciati dalle draconiane restrizioni sul copyright gli operatori del settore agricolo sono stati costretti ad installare sui propri mezzi software provenienti dai lontani paesi dell’Europa dell’Est (in particolare Polonia e Ucraina) che permettono di diagnosticare e risolvere i problemi senza l’intervento dei loro produttori.

Il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) vieta a proprietari di dispositivi e apparecchiature hardware di modificare i programmi in essi installati; rende dunque illegali la produzione e la diffusione di tecnologie, strumenti o servizi che possano essere usati per eludere le misure di accesso ai prodotti salvaguardati dalle norme vigenti a tutela della proprietà intellettuale e delle opere dell’ingegno.

I produttori, finora blindati dal DMCA e sereni per gli accordi di licenza firmati dall’utente finale (nei quali si sottolinea nero su bianco la non responsabilità per le perdite derivanti da errori del software), ora si vedono abbandonati.

Il fiorente commercio delle attrezzature agricole “jailbreakate”, quasi fossero cellulari di ultima generazione, sta decretando la fine dei controlli sui diritti d’autore.

In verità, tutto ciò dovrebbe essere illegale perché palesemente in contrasto con le disposizioni del DMCA.

Nel 2015, il capo del Library of Congress ha approvato una deroga per i veicoli terrestri, compresi i trattori. Tale eccezione permette la modifica “dei programmi informatici in essi contenuti, consentendone la valutazione di un guasto, la riparazione e la modifica legale di un veicolo motorizzato.”

Le menti più intraprendenti si staranno chiedendo se sia consentito a questo punto anche il download di software crackato. Questa domanda rimarrà per il momento senza una vera risposta.

Vale la regola del formaggio e delle pere che impedisce ai contadini di sapere qualcosa?

A cura di Valentina Lavore, Analista di Organizzazione HKAO Human Knowledge As Opportunity

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