attacco DDoS – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 21 Jan 2021 14:56:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png attacco DDoS – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dieci suggerimenti per proteggersi dagli attacchi DDoS https://www.datamanager.it/2021/01/dieci-suggerimenti-per-proteggersi-dagli-attacchi-ddos/ Thu, 21 Jan 2021 14:56:42 +0000 https://www.datamanager.it/?p=206116 Sempre più complessi e sempre più pericolosi, ma con alcune attenzioni è possibile proteggersi. Parola chiave: proattività Gli attacchi DDoS (Distributed Denial-of-Service) continuano a crescere in termini di dimensioni, frequenza e complessità, minacciando le aziende e i service provider di tutto il mondo. Ad esempio, di recente è stato emesso un alert su un forte […]

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Sempre più complessi e sempre più pericolosi, ma con alcune attenzioni è possibile proteggersi. Parola chiave: proattività

Gli attacchi DDoS (Distributed Denial-of-Service) continuano a crescere in termini di dimensioni, frequenza e complessità, minacciando le aziende e i service provider di tutto il mondo. Ad esempio, di recente è stato emesso un alert su un forte aumento delle minacce di attacchi DDoS che richiedono il riscatto di bitcoin a migliaia di organizzazioni appartenenti a tutti i settori industriali e in tutto il mondo. A giugno, AWS (Amazon Web Services) ha rivelato un attacco DDoS di 2,3 Tbps stabilendo un nuovo record, superando il precedente attacco di 1,3 Tbps mitigato da Akamai nel 2018.

Gli attacchi Denial-of-Service (DoS) non sono una novità: sono in circolazione fin dai primi anni della creazione del web. Nel 1996 un Internet Service Provider (ISP) di New York ha subito il primo attacco DoS che ha messo fuori uso i suoi server per una settimana. Il primo attacco DDoS mai documentato è avvenuto invece 3 anni dopo, nel 1999, quando un hacker ha messo fuori uso i sistemi dell’Università del Minnesota per più di due giorni con uno strumento chiamato Trin00. Seppur arcaico per gli standard odierni, Trin00 ha dirottato 114 diversi computer per sopraffare un bersaglio con traffico User Datagram Protocol (UDP).

Nel corso degli anni, gli attori malevoli sono diventati sempre più esperti, lanciando attacchi DDoS sempre più sofisticati per danneggiare le aziende, offuscare altri tipi di attacchi o estorcere pagamenti ransom. Akamai raccomanda sempre di non pagare i riscatti in quanto non vi è alcuna certezza che ciò cambierà il risultato finale. Non sorprende che i criminali informatici puntino più spesso gli attacchi DDoS contro le imprese più profittevoli. Il rapporto SOTI Security report 2020- Hostile Takeover Attempts, dedicato ai servizi finanziari, ha rivelato che oltre il 40% di tutti gli attacchi DDoS sventati da Akamai erano diretti contro aziende del settore finanziario, il che fa di questo settore il primo bersaglio se si considera il numero di vittime colpite.

Difendersi dagli attacchi DDoS

Nel contesto attuale, identificare e mitigare gli attacchi DDoS può essere una vera sfida. I criminali informatici perfezionano continuamente le loro skill e migliorano le loro tecniche. Molti usano una combinazione di attacchi diversi per disorientare i team di sicurezza, eludere il rilevamento di attività illecite e massimizzare i risultati. In effetti, circa un terzo degli attacchi DDoS mitigati da Akamai quest’anno ha coinvolto tre o più vettori di attacco, tra cui un impressionante attacco a 1,44 Tbps che ha impiegato nove diversi vettori di attacco.

Gli attacchi DDoS possono sconvolgere interi business online e mettere a repentaglio la reputazione di un’azienda. Per questo motivo Akamai suggerisce 10 azioni concrete che le aziende possono applicare per rafforzare la sicurezza e proteggere la propria attività dagli attacchi DDoS:

1. Conoscere il proprio traffico: utilizzare strumenti di monitoraggio della rete e delle applicazioni per identificare le tendenze di traffico.

2. Costruire una difesa durante i periodi inattivi.

3. Avere un piano B: essere in grado di ripristinare rapidamente le aree principali e i servizi business-critical a fronte di un attacco DDoS.

4. Eliminare burocrazia e barriere organizzative che potrebbero compromettere la reattività dei SecOps: il tempo è fondamentale quando si risponde a un attacco DDoS. Consentite al team di sicurezza di mettere in atto rapidamente le difese senza lunghe catene di approvazione.

5. Includere la sicurezza informatica nelle business continuity, ma anche nei piani di disaster recovery e di emergenza: gli attacchi DDoS possono essere devastanti per il business così come lo sarebbe un disastro naturale e, in ogni azienda, dovrebbero essere parte integrante dei piani preparati in caso di incidenti. È necessario essere proattivi, creare manuali ed eseguire dei test.

6. Praticare una buona “igiene informatica”: favorire una cultura aziendale orientata alla sicurezza e assicurarsi che gli sviluppatori e gli amministratori di sistema seguano le migliori pratiche del settore.

7. Utilizzare una combinazione di passaggi automatizzati e di interazioni umane: gli attaccanti evolvono continuamente le loro tattiche per evitare di essere scoperti e per aggirare le soluzioni di sicurezza. Per stare un passo davanti a loro è necessario avere la giusta combinazione di persone, automazione e processi.

8. Considerare la possibilità di implementare un modello di sicurezza Zero Trust: un framework Zero Trust può aiutare a proteggersi da attacchi DDoS basando gli accessi sul principio del privilegio minimo e garantendo l’accesso alle applicazioni e ai servizi critici solo agli utenti autorizzati.

9. Coinvolgere i fornitori: sia nella fase di preparazione che nel momento in cui si devono affrontare i rischi.

10. Testare, ri-testare, documentare e misurare: incorporare gli attacchi DDoS nei penetration test per simulare attacchi complessi, identificare le vulnerabilità e arginare le difese.

“Anche se gli attacchi DDoS possono assumere molte forme, la premessa di base dietro la maggior parte di essi è la stessa: bombardare un target con traffico generato da più dispositivi compromessi,” sottolinea Alessandro Livrea, Site Leader and Country Manager Akamai Italy and Eastern Europe: “Un famigerato attacco del 2016 contro il provider di servizi DNS Dyn ha utilizzato oltre 50.000 endpoint IoT compromessi per distruggere siti importanti come Amazon, Netflix, Twitter e Visa. Si dice che gli attaccanti siano stati frigoriferi intelligenti, televisori, webcam e altri dispositivi IoT spesso poco sicuri. Oggigiorno i criminali possono persino noleggiare servizi di botnet sul dark web per effettuare attacchi massicci. Gli attacchi DDoS possono disturbare la presenza online di un’azienda, compromettere la produttività e incidere sui profitti. Adottando un approccio proattivo – ovvero allineando le persone, i processi e l’automazione – è possibile difendersi dagli attacchi DDoS e ridurre al minimo le interruzioni del servizio.”

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Stampanti, eSport e criptovalute nel nuovo report trimestrale sugli attacchi DDoS https://www.datamanager.it/2018/07/stampanti-esport-e-criptovalute-nel-nuovo-report-trimestrale-sugli-attacchi-ddos/ Wed, 25 Jul 2018 08:23:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152005 Kaspersky Lab ha pubblicato il nuovo report sugli attacchi DDoS basati su botnet relativo al secondo trimestre del 2018 Nel secondo trimestre del 2018 si sono verificati attacchi DDoS da botnet verso risorse online in 74 paesi. Per la prima volta nella storia dei report di DDoS Intelligence, la regione di Hong Kong si è […]

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Kaspersky Lab ha pubblicato il nuovo report sugli attacchi DDoS basati su botnet relativo al secondo trimestre del 2018

Nel secondo trimestre del 2018 si sono verificati attacchi DDoS da botnet verso risorse online in 74 paesi. Per la prima volta nella storia dei report di DDoS Intelligence, la regione di Hong Kong si è trovata nella Top 3 delle zone più attaccate, posizionandosi al secondo posto: la percentuale relativa agli attacchi in questa zona è cresciuta di cinque volte e rappresenta il 17% di tutti gli attacchi DDoS botnet-assisted. La Cina e gli Stati Uniti sono rimasti rispettivamente al primo e al terzo posto, mentre la Corea del Sud è scesa al quarto. Le risorse più attaccate a Hong Kong sono state quelle ospitanti servizi e piattaforme di cloud computing. È interessante notare anche che, sempre nel secondo trimestre, Hong Kong è stata sostituita dal Vietnam nella Top 10 dei paesi che ospitano i server C&C più attivi. Gli Stati Uniti, nel frattempo, sono diventati i capifila di questa classifica, con quasi la metà (il 45%) di tutti i server C&C attivi per la gestione di botnet durante il periodo in analisi.

L’attività delle botnet per attacchi DDoS basate su Windows è diminuita di quasi sette volte, mentre quella delle reti con base Linux è cresciuta del 25%. Questo ha comportato che il 95% di tutti gli attacchi DDoS del trimestre fossero basati su Linux via bot, una situazione che ha determinato anche un forte aumento della quota di attacchi DDoS di tipo SYN flood, dal 57% all’80%.

Nel corso del periodo preso in esame, i cybercriminali hanno scavato a fondo nel passato e hanno cominciato ad utilizzare per i loro attacchi alcune vulnerabilità davvero molto datate. Ad esempio, gli esperti hanno segnalato la presenza di attacchi DDoS che impiegano una vulnerabilità nel protocollo di rete Universal Plug and Play (UPnP), nota sin dal 2001, mentre i ricercatori del DDoS Protection Team di Kaspersky Lab hanno avuto modo di osservare un attacco organizzato utilizzando una vulnerabilità nel protocollo CHARGEN, che era stata descritta già nel lontano 1983. Nonostante la considerevole durata di servizio e la portata limitata del protocollo, sono tanti i server CHARGEN aperti che possono essere trovati su Internet. Sono per lo più relativi a stampanti e fotocopiatrici.

Tuttavia, la capacità di utilizzare delle vecchie tecniche non ha impedito ai criminali informatici di dare vita a nuove botnet. Ad esempio, in Giappone sono state utilizzate 50.000 telecamere di videosorveglianza per sferrare attacchi DDoS.

Uno dei metodi più diffusi per trarre profitto dagli attacchi resta quello di puntare alle criptovalute e allo scambio di valute. Un caso esemplare è quello della criptovaluta Verge, che ha visto i cybercriminali attaccare le mining pool e rubare circa 35 milioni di XVG approfittando della confusione che ne è conseguita.

Anche le piattaforme di gioco continuano ad essere prese di mira, in particolar modo durante i tornei di eSport. Secondo Kaspersky Lab, gli attacchi DDoS riguardano non soltanto i server di gioco (che spesso divengono bersagli per la richiesta di riscatto in cambio della non interruzione della gara), ma anche i giocatori stessi che si connettono dalle proprie piattaforme. Un attacco DDoS organizzato ai danni dei giocatori chiave di un team può facilmente portare alla perdita da parte della squadra o all’eliminazione da un torneo. I cybercriminali utilizzano tecniche simili per trarre guadagno da attacchi al mondo dello streaming, come, ad esempio, quello dei canali di videogiochi in streaming. La competizione in questo settore è intensa e, utilizzando gli attacchi DDoS, i criminali informatici possono interferire con le trasmissioni online e, di conseguenza, con i guadagni di certe aziende del settore.

“Dietro un attacco DDoS possono esserci svariate motivazioni: si va dalla protesta politica o sociale alla vendetta personale, fino alla semplice competizione. Tuttavia, nella maggior parte dei casi questo tipo di attacco viene portato avanti per scopi economici: per questo motivo i cybercriminali, di solito, prendono di mira aziende e servizi che producono molti guadagni. Gli attacchi DDoS possono fungere da cortina di fumo per nascondere un furto di denaro o per mascherare la richiesta di un riscatto per l’annullamento di un attacco. Le somme di denaro guadagnate grazie ad un’estorsione o ad un furto possono ammontare a decine o centinaia di migliaia di dollari, in qualche caso anche a milioni. In questo contesto, la protezione da attacchi DDoS pare essere davvero un ottimo investimento”, ha commentato Alexey Kiselev, Project Manager del Kaspersky DDoS Protection team.

Una soluzione come Kaspersky DDoS Protection è in grado di unire la grande esperienza di Kaspersky Lab nella lotta contro le minacce informatiche e gli esclusivi sviluppi in-house dell’azienda. La soluzione protegge da tutti i tipi di attacchi DDoS, indipendentemente dalla loro complessità, forza o durata.

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Attacchi DDoS e aziende: confusione e strategie poco efficaci possono renderle più vulnerabili https://www.datamanager.it/2018/06/attacchi-ddos-e-aziende-confusione-e-strategie-poco-efficaci-possono-renderle-piu-vulnerabili/ Mon, 18 Jun 2018 15:08:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149788 Una ricerca di Kaspersky Lab rivela che le aziende sono rimaste indietro nella corsa alla protezione dagli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), a causa della fiducia che spesso ripongono in altri partner, ai quali si affidano per questo tipo di attività, e di una generale mancanza di conoscenza su come proteggersi e non diventare […]

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Una ricerca di Kaspersky Lab rivela che le aziende sono rimaste indietro nella corsa alla protezione dagli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), a causa della fiducia che spesso ripongono in altri partner, ai quali si affidano per questo tipo di attività, e di una generale mancanza di conoscenza su come proteggersi e non diventare vittime di attacco

Gli attacchi DDoS sono una delle più grandi minacce informatiche che le aziende possono trovarsi a dover fronteggiare oggi; possono condurre all’arresto rapido delle operazioni aziendali e portare a danni economici e di reputazione significativi. Tuttavia, nonostante il 43% delle aziende si senta vulnerabile a questo tipo di attacco, molti (41%) ammettono che, sebbene vorrebbero saperne di più, ad oggi hanno ancora poca conoscenza della minaccia e decidono di affidarsi per la loro protezione a partner tecnologici, incluso il loro ISP (34 %) e il loro data center provider (26%).

Come abbiamo visto con l’attacco DDoS di alto profilo che ha distrutto i server di Dyn nel 2016 – e che ha influenzato gran parte dell’accesso a Internet in America – questo approccio potrebbe mettere le aziende a rischio. Un attacco a un data center provider o a un ISP potrebbe portare a danni simili per partner e clienti nel caso in cui la situazione non venga gestita in modo corretto; è quindi importante per le aziende comprendere quali possano essere i rischi di un attacco DDoS e prendere le dovute precauzioni.

Le imprese che non hanno una strategia chiara su come reagire agli attacchi DDoS potrebbero non essere dotate di contromisure di base, come server di riserva o backup dei dati. Potrebbero quindi trovarsi impreparate e ostacolare la capacità di risposta ad un attacco inevitabile quando si verificherà. Quelle che, invece, si proteggono in modo attivo dagli attacchi DDoS, hanno scelto di farlo o perché ne sono state vittima in passato (30%) o perché hanno dovuto, a fini di regolamentazione (35%).

Le aziende che desiderano essere più preparate sugli attacchi DDoS dovrebbero cercare di comprendere al meglio la loro possibile gravità e assumersi la responsabilità di proteggere i perimetri aziendali da questo rischio in crescita. Questo include il miglioramento dei piani di prevenzione e di risposta alle minacce, in modo da salvaguardare i dati aziendali ed essere certi del fatto che le operazioni non siano state compromesse.

“Gli attacchi DDoS non accennano a diminuire e ogni azienda – indipendentemente dalle sue dimensioni o dal livello di competenza IT – può esserne vittima. Le imprese devono essere pronte a difendersi da attacchi potenti e sofisticati, utilizzando informazioni approfondite fornite da personale esperto insieme a tecnologie di ultima generazione, così da assicurarsi che le operazioni restino in piedi e in attivo e che i dati aziendali critici restino protetti”, ha commentato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab.

Una soluzione come Kaspersky DDoS Protection può aiutare le aziende a difendersi da eventuali attacchi DDoS. La soluzione pienamente integrata offre un’intelligence avanzata e un software speciale per i sensori, in grado di proteggere le organizzazioni anche dagli attacchi più complessi e di grande impatto.

Nota: La ricerca “IT Security Risks” è un’indagine annuale realizzata da Kaspersky Lab in collaborazione con B2B International. Nel 2017 sono stati coinvolti 5.274 rappresentanti di piccole, medie (da 50 a 999) e grandi (più di 1000) imprese di 29 paesi del mondo, con lo scopo di conoscere la loro opinione in merito alla sicurezza IT e la loro esperienza a proposito di incidenti reali che si sono trovati a dover fronteggiare.

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Report di Kaspersky Lab sulla DDoS intelligence: “amplification attack” e “vecchie” botnet che tornano in auge https://www.datamanager.it/2018/05/report-di-kaspersky-lab-sulla-ddos-intelligence-amplification-attack-e-vecchie-botnet-che-tornano-in-auge/ Thu, 03 May 2018 10:42:30 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146809 Kaspersky Lab ha pubblicato il suo report sugli attacchi DDoS tramite botnet per il primo trimestre del 2018. Gli esperti dell’azienda di sicurezza informatica evidenziano un aumento delle attività mediante botnet già utilizzate e nuove, la crescita della popolarità degli “amplification attack” e il ritorno di attacchi DDoS di lunga durata (multi-day). Nel primo trimestre […]

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Kaspersky Lab ha pubblicato il suo report sugli attacchi DDoS tramite botnet per il primo trimestre del 2018. Gli esperti dell’azienda di sicurezza informatica evidenziano un aumento delle attività mediante botnet già utilizzate e nuove, la crescita della popolarità degli “amplification attack” e il ritorno di attacchi DDoS di lunga durata (multi-day).

Nel primo trimestre del 2018, gli attacchi DDoS tramite botnet hanno colpito le risorse online di 79 paesi. Di questi, quelli che hanno registrato il maggior numero di attacchi sono stati, ancora una volta, Cina, Stati Uniti e Corea del Sud, che continuano a guidare la classifica per numero di server a disposizione degli aggressori e, di conseguenza, per numero di siti e servizi ospitati su di essi. Hong Kong e il Giappone, nel frattempo, hanno sostituito Paesi Bassi e Vietnam nell’elenco dei primi 10 paesi più colpiti.

I cambiamenti alla lista dei 10 paesi con il maggior numero di server Command-and-Control sono ancora più significativi e vedono Italia, Hong Kong, Germania e Regno Unito fare il loro ingresso al posto di Canada, Turchia, Lituania e Danimarca. Queste modifiche sono probabilmente dovute al drammatico aumento di attività di server C&C di Darkai, un clone di Mirai, e del numero di bot AESDDoS; inoltre anche le vecchie botnet Xor e YoYo hanno ripreso la loro attività. Anche se la maggior parte di queste botnet utilizza Linux, la percentuale di quelle effettivamente basate su Linux ha subito un lieve calo nel primo trimestre, se messa a confronto con quella dello scorso anno, registrando un 66% contro il 71% del 2017.

Inoltre, dopo un breve periodo di tregua, sembra che siano ritornati gli attacchi di lunga durata: il più lungo attacco DDoS registrato nel trimestre è durato 297 ore (più di 12 giorni). Un attacco più lungo di questo è stato segnalato l’ultima volta a fine 2015.

L’ultima parte del periodo analizzato è stata contraddistinta da Memcached flood senza precedenti in termini di portata, in alcuni casi superiori a 1 TB. Tuttavia, gli esperti di Kaspersky Lab credono che la loro popolarità avrà vita breve, perché gli attacchi Memcached flood non colpiscono solo i loro obiettivi, ma anche le società involontariamente coinvolte nella realizzazione degli attacchi stessi.

Per esempio, nel mese di febbraio il supporto tecnico di Kaspersky DDoS Protection è stato contattato da una società che lamentava il sovraccarico dei suoi canali di comunicazione, portandoli così a sospettare di aver subito un attacco DDoS. Si è scoperto che uno dei server dell’azienda con il vulnerabile servizio Memcached era stato utilizzato dai cybercriminali per attaccare un altro servizio e generare così un volume di traffico in uscita tanto grande da mandare in crash le risorse web dell’azienda. Ecco perché questi attacchi sono destinati ad avere vita breve. I complici inconsapevoli degli attacchi Memcached si accorgono presto del carico maggiore e correggono rapidamente le vulnerabilità per evitare perdite, riducendo così il numero di server a disposizione degli aggressori.

In generale la popolarità degli “amplification attack”, in precedenza in fase di diminuzione, ha guadagnato nuovo slancio nel primo trimestre del 2018. Ad esempio, è stato registrato un tipo di attacco, raro nonostante la sua efficacia, nel quale il servizio LDAP era stato usato come amplificatore. Insieme a Memcached, NTP e DNS, questo servizio è uno di quelli con il maggiore fattore di amplificazione. Tuttavia, a differenza di Memcached, il traffico-spazzatura da LDAP è a malapena in grado di ostruire il canale in uscita, rendendo più difficile l’identificazione e la risoluzione del problema da parte del proprietario del server vulnerabile. Nonostante il numero relativamente basso di server LDAP disponibili, è possibile che questo tipo di attacco diventerà una hit su Darknet nei prossimi mesi.

“Sfruttare le vulnerabilità è il mezzo preferito dei criminali informatici la cui attività è la creazione di botnet per attacchi DDoS. Tuttavia, come hanno dimostrato i risultati relativi ai primi mesi dell’anno, non sono solo le vittime degli attacchi DDoS ad essere colpite, ma anche quelle aziende con un’infrastruttura che include canali vulnerabili. Gli eventi del primo trimestre riaffermano una semplice verità: le piattaforme utilizzate da qualsiasi azienda per implementare la sicurezza online multilivello devono includere regolari patch per le vulnerabilità e protezione permanente contro gli attacchi DDoS”, ha commentato Alexey Kiselev, Project Manager del Kaspersky DDoS Protection team.

Kaspersky DDoS Protection combina la vasta esperienza di Kaspersky Lab nella lotta contro le minacce informatiche e gli esclusivi sviluppi in-house dell’azienda. La soluzione è in grado di garantire protezione da tutti i tipi di attacchi DDoS, indipendentemente dalla loro complessità, forza o durata. Per ridurre il rischio che le vulnerabilità vengano utilizzate dai criminali informatici per attacchi DDoS, Kaspersky Endpoint Security for Business fornisce un componente per la gestione di vulnerabilità e patch. Permette alle aziende di eliminare automaticamente le vulnerabilità nel software dell’infrastruttura, di correggerle in modo proattivo e di scaricare aggiornamenti.

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La condivisione delle informazioni è fondamentale nella lotta contro le minacce informatiche https://www.datamanager.it/2018/04/la-condivisione-delle-informazioni-e-fondamentale-nella-lotta-contro-le-minacce-informatiche/ Tue, 24 Apr 2018 13:05:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146511 Rapporto sullo stato di Internet di Akamai: un’analisi approfondita dei cyber data, incluse le query DNS, porta ad una protezione più solida contro gli attacchi da malware, botnet e DDoS Akamai Technologies, la piattaforma di cloud delivery più estesa e affidabile al mondo, ha pubblicato il Rapporto sullo stato di Internet/Security Carrier Insights (primavera 2018), in […]

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Rapporto sullo stato di Internet di Akamai: un’analisi approfondita dei cyber data, incluse le query DNS, porta ad una protezione più solida contro gli attacchi da malware, botnet e DDoS

Akamai Technologies, la piattaforma di cloud delivery più estesa e affidabile al mondo, ha pubblicato il Rapporto sullo stato di Internet/Security Carrier Insights (primavera 2018), in cui si evidenzia come la condivisione delle informazioni rappresenti un fattore importante nella difesa contro le minacce informatiche. Il rapporto analizza i dati provenienti da 14 mila miliardi di query DNS raccolte da Akamai tra settembre 2017 e febbraio 2018 dalle reti dei provider dei servizi di comunicazione (CSP) in tutto il mondo.

Per oltre 19 anni, Nominum, acquisita da Akamai nel 2017, ha sfruttato i dati dettagliati delle query DNS per migliorare la protezione complessiva contro sofisticati attacchi informatici, come gli attacchi ransomware, trojan, botnet e DDoS (Distributed Denial of Service). Il rapporto di Akamai, stilato in base alle informazioni degli operatori, si fonda sull’esperienza di Nominum e sottolinea l’efficacia della sicurezza basata sul DNS, che viene potenziata dai dati provenienti da altri livelli di sicurezza. Questo approccio stratificato alla sicurezza consiste nell’utilizzo congiunto di varie soluzioni per la sicurezza al fine di proteggere in modo completo i dati di un’organizzazione.

“La comprensione da parte degli esperti di sicurezza dei singoli attacchi sferrati contro i diversi sistemi non è sufficiente nel complicato scenario delle minacce dei giorni nostri”, ha affermato Yuriy Yuzifovich, Director of Data Science, Threat Intelligence, Akamai. “La comunicazione tra le varie piattaforme risulta di importanza critica per l’acquisizione delle conoscenze tra team, sistemi e set di dati. Riteniamo che le query DNS fornite dal nostro servizio siano componenti strategiche che ci consentono di offrire ai team addetti alla sicurezza i dati necessari per avere una visione complessiva del panorama delle minacce.”

Come contrastare la botnet Mirai: la collaborazione in azione

La collaborazione tra i team all’interno di Akamai ha svolto un ruolo di cruciale importanza nell’individuazione dei domini C&C (Command and Control) di Mirai nell’intento di rendere più completo il rilevamento della botnet Mirai per il futuro. L’Akamai Security Intelligence and Response Team (SIRT) ha seguito la botnet Mirai fin dai suoi esordi, utilizzando vari sistemi per attirarla in modo da poter rilevare le comunicazioni Mirai e identificare i relativi server C&C.

A fine gennaio 2018, i team SIRT e Nominum di Akamai hanno condiviso un elenco di oltre 500 domini C&C di Mirai sospetti. L’obiettivo di questa operazione era comprendere se, utilizzando i dati DNS e l’intelligenza artificiale, fosse possibile ampliare questo elenco di domini C&C per rendere più completo il rilevamento della botnet Mirai in futuro. Tramite vari livelli di analisi, i due team di Akamai sono riusciti ad ampliare il dataset C&C di Mirai rilevando una connessione tra le botnet Mirai e i distributori del ransomware Petya.

Questa analisi congiunta ha suggerito un’evoluzione delle botnet IoT, passate da un utilizzo quasi esclusivo per sferrare attacchi DDoS ad attività più sofisticate, come la distribuzione di ransomware e il crypto-mining. Le botnet IoT sono difficili da rilevare perché per molti utenti generano solo minimi indicatori di compromissione, nonostante questo la ricerca congiunta effettuata da parte di questi team ha permesso di individuare e bloccare dozzine di nuovi domini C&C in modo da controllare l’attività della botnet.

Criptominer Javascript: un modello di business nascosto

L’aumento esponenziale dell’adozione da parte dei consumatori di criptovalute ha portato ad un incremento evidente e netto nel numero di malware di crypto-mining e nel numero di dispositivi infetti.

Akamai ha osservato due distinti modelli di business per il crypto-mining su larga scala. Il primo modello usa la potenza di elaborazione dei computer infetti per generare token di criptovalute. Il secondo modello usa il codice integrato in siti di contenuti per far lavorare i dispositivi che visitano il sito per il cryptominer. Akamai ha condotto una dettagliata analisi su questo secondo modello di business poiché pone una nuova sfida in termini di sicurezza agli utenti e ai proprietari di siti web. Dopo aver analizzato i domini di cryptominer, Akamai è riuscita a stimare i costi relativi alla potenza di elaborazione e ai guadagni economici derivanti da questa attività. Un’interessante implicazione di questa ricerca dimostra come il crypto-mining potrebbe diventare una valida alternativa ai ricavi pubblicitari per sponsorizzare i siti web.

Minacce in continua evoluzione: i nuovi obiettivi di exploit e malware

La sicurezza informatica non è un settore statico: i ricercatori hanno osservato che gli hacker sfruttano tecniche già usate in passato per riutilizzarle nell’attuale panorama digitale. Akamai ha raccolto questi dati per più di sei mesi, rilevando alcuni noti exploit e campagne di malware che mostrano significativi cambiamenti nelle loro procedure operative e in particolare:

  • È emerso che il protocollo WPAD (Web Proxy Auto-Discovery) è stato utilizzato per rendere vulnerabili i sistemi Windows agli attacchi Man-in-the-Middle effettuati tra il 24 novembre e il 14 dicembre 2017. Il protocollo WPAD è progettato per essere utilizzato su reti protette (ad es., le LAN) e lascia i computer vulnerabili ad attacchi significativi una volta esposti a Internet.
  • Gli autori di malware stanno attaccando le credenziali di accesso dei social media, oltre ai dati finanziari. Terdot, una branca della botnet Zeus, crea un proxy locale e consente agli autori degli attacchi di eseguire attività di cyberspionaggio e di divulgare “fake news” sul browser della vittima.
  • La botnet Lopai è un esempio di come gli autori di botnet stiano creando strumenti più flessibili. Questo malware per dispositivi mobili si rivolge principalmente ai dispositivi Android e usa un approccio modulare che consente ai proprietari di creare aggiornamenti con nuove funzionalità.

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I sistemi a rischio attacco negli ospedali di tutto il mondo sono 80.000 https://www.datamanager.it/2018/04/i-sistemi-a-rischio-attacco-negli-ospedali-di-tutto-il-mondo-sono-80-000/ Wed, 18 Apr 2018 11:03:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145963 La nuova ricerca Trend Micro approfondisce il tema delle vulnerabilità delle strutture sanitarie La tecnologia è il cuore pulsante di ogni struttura medica moderna. I progressi in campo cloud, IoT e digitale hanno aiutato le organizzazioni sanitarie a migliorare enormemente la qualità dei servizi offerti ai propri pazienti e i dati sanitari sono, oggi, la […]

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La nuova ricerca Trend Micro approfondisce il tema delle vulnerabilità delle strutture sanitarie

La tecnologia è il cuore pulsante di ogni struttura medica moderna. I progressi in campo cloud, IoT e digitale hanno aiutato le organizzazioni sanitarie a migliorare enormemente la qualità dei servizi offerti ai propri pazienti e i dati sanitari sono, oggi, la spina dorsale di protocolli di cura sempre più complessi e in evoluzione. Le nuove tecnologie espongono però i pazienti a nuovi tipi di minacce, come la violazione, il furto dei dati e le interruzioni operative.

Trend Micro, insieme a HITRUST, ha esaminato il settore delle strutture sanitarie nel suo ultimo report “Securing Connected Hospitals”. Il dato più allarmante è che sono almeno 80.000 i sistemi a rischio violazione, negli ospedali di tutto il mondo. Inoltre, all’interno delle organizzazioni è stato riscontrato un preoccupante divario tra la percezione dei rischi e la realtà. I responsabili IT delle strutture mediche devono infatti comprendere meglio e mitigare le nuove minacce cyber. Il settore sanitario ha le stesse percentuali di rischio di ogni settore, ma è quello che deve badare maggiormente alla sicurezza dei propri utenti/pazienti.

La ricerca svela anche che i sistemi a rischio violazione espongono gli ospedali ad attacchi DDoS, malware e violazioni di dati. Gli attacchi DDoS sono la minaccia più seria, seguita dai ransomware. L’attacco WannaCry a maggio 2017 aveva paralizzato molte strutture in tutto il mondo, ad esempio. Gli attaccanti che vanno tenuti in maggior considerazione sono i Cyber Criminali organizzati, poiché i dati medici hanno un grande valore all’interno dei mercati underground e per la loro natura privata e sensibile possono essere utilizzati anche per ricatti e frodi, oltre che per la compilazione e vendita di database.

Un’area importante che le organizzazioni sanitarie devono proteggere è quella della supply chain, la maggior parte delle violazioni sono infatti associate a fornitori e partner. Basti pensare a tutti i fornitori di servizi cloud o IT, ma anche a quelli di apparati medicali e dispositivi mobili. Molto spesso infatti, sono i dispositivi elettromedicali, quelli meno protetti, a essere sfruttati per infiltrarsi nella rete.

Nonostante le minacce e i rischi è pero possibile proteggersi, seguendo alcune regole:

  • Identificare e rispondere velocemente alle violazioni di dati
  • Contenere le violazioni alla sicurezza e fermare la perdita di dati sensibili
  • Prevenire gli attacchi, mettendo al sicuro tutti i dispositivi che possono essere sfruttati come punti di ingresso
  • Fare tesoro delle lezioni imparate, per rafforzare le difese e impedire il ripetersi degli incidenti

Da un punto di vista tecnologico, bisogna applicare tecnologie di crittografia per proteggere i dati sensibili, vulnerability scanning, segmentazione delle reti, patch management, IPS/IDS, rilevamento delle violazioni e soluzioni anti-malware.

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Ransomware, +100% rispetto al 2017 https://www.datamanager.it/2018/04/ransomware-100-rispetto-al-2017/ Wed, 11 Apr 2018 10:03:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145409 I ransomware ancora la minaccia informatica più terribile, tuona il Data Breach Investigations Report 2018 di Verizon Gli attacchi ransomware rimangono tra le più temibili minacce informatiche per le organizzazioni a livello mondiale, avverte il Data Breach Investigations Report 2018 (DBIR) di Verizon. Sono di gran lunga il tipo di malware più diffuso, responsabili del […]

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I ransomware ancora la minaccia informatica più terribile, tuona il Data Breach Investigations Report 2018 di Verizon

Gli attacchi ransomware rimangono tra le più temibili minacce informatiche per le organizzazioni a livello mondiale, avverte il Data Breach Investigations Report 2018 (DBIR) di Verizon. Sono di gran lunga il tipo di malware più diffuso, responsabili del 39% delle violazioni dovute ai malware – il doppio rispetto a quanto segnalato dal DBIR lo scorso anno, protagonisti di più di 700 attacchi. E come se non bastasse, l’analisi di Verizon dimostra che adesso questi attacchi vengono sferrati anche contro gli asset più critici delle aziende, crittografando server o database, causando quindi danni maggiori, e, di conseguenza, condannando le vittime a riscatti più elevati.

I dati del DBIR mettono in guardia anche riguardo il cambiamento nelle dinamiche di utilizzo degli attacchi di phishing e pretexting a scopo pecuniario. Infatti, questo tipo di attacchi, che, attraverso i dipendenti, continuano ad insidiare le organizzazioni, stanno coinvolgendo ora interi reparti. Dal report emerge che le risorse umane (HR), tra i diversi settori analizzati, sono nell’occhio del ciclone, perché i criminali possono così ottenere informazioni come lo stipendio dei dipendenti oppure informazioni relative alle tasse, ed escogitare quindi frodi, cercando di dirottare le somme dei rimborsi.

“Le aziende faticano a tenere il passo delle minacce, e, dato che non adottano strategie di sicurezza informatica dinamiche e proattive, sono perennemente a rischio,” afferma George Fischer, Presidente di Verizon Enterprise Solutions. “Verizon fornisce un quadro realistico e basato sui dati del panorama delle minacce informatiche, e questo non solo grazie al DBIR, ma anche attraverso una linea di soluzioni e servizi di sicurezza intelligente estremamente completa. L’undicesima edizione del DBIR fornisce informazioni dettagliate e un’analisi puntuale sulla reale situazione riguardo i crimini informatici, supportando le organizzazioni nel prendere decisioni efficaci e nel difendersi al meglio.”

Un riassunto dei dati più scottanti

L’undicesima edizione del DBIR offre un’analisi esaustiva e basata sui dati del panorama delle minacce informatiche. Tra i dati più scottanti del report 2018:

·         I ransomware sono il software malevolo più diffuso: responsabili del 39 per cento dei casi legati ad attacchi malware analizzati quest’anno, e sono cresciuti molto rispetto alla quarta posizione, che detenevano nel DBIR 2017 (erano alla ventiduesima nel 2014). E, soprattutto, secondo i dati elaborati da Verizon, iniziano a insidiare gli asset più critici delle aziende, non più soltanto i pc. Per questo, le cifre richieste per i riscatti sono in aumento, e i cybercriminali, di fatto, traggono profitti ancora maggiori, con meno fatica.

·         Il fattore umano è ancora tra le debolezze principali: gli attacchi di social engineering mietono ancora vittime tra i dipendenti. Il pretexting ed il phishing per l’estorsione di denaro rappresentano il 98 per cento di questi attacchi, e il 93 per cento di tutte le violazioni su cui il report ha indagato – e l’anello debole continuano ad essere le email (nel 96 per cento dei casi). Le aziende corrono un rischio tre volte più elevato di essere colpite da un attacco di social engineering che da una vera e propria vulnerabilità, rendendo inequivocabile la necessità di programmi di formazione continua in ambito cybersecurity, per tutti i dipendenti.

·         Il pretexting a scopo pecuniario mira alle HR: il pretexting è quintuplicato rispetto a quanto rilevato dal DBIR 2017, quest’anno sono stati infatti analizzati 170 attacchi (rispetto ai 61 dell’edizione 2017). Di questi, 88 hanno mirato specificamente a dipendenti del settore HR al fine di sottrarre dati personali con i quali completare moduli per false richieste di rimborso tasse.

·         Anche gli attacchi phishing non passano inosservati: se, in media, il 78 per cento degli utenti l’anno scorso non è caduto nella rete del phishing, per ogni singola campagna di questo tipo il 4 per cento degli utenti cade invece nel tranello. E ad un cybercriminale serve una sola vittima per riuscire ad avere accesso ad un’intera organizzazione.

·         Gli attacchi DDoS prosperano: gli attacchi di tipo DDoS possono colpire chiunque, e spesso sono un trucco messo in atto, sospeso e poi rimesso in funzione per mascherare altre violazioni che agiscono sullo sfondo. Sono attacchi molto potenti, ma possono essere affrontati e gestiti con la tecnica di difesa giusta.

·         La maggior parte degli hacker sono esterni alle organizzazioni: una singola violazione può essere opera di molti hacker, e abbiamo scoperto che – il 72 per cento degli attacchi vengono perpetrati ad opera di criminali esterni, il 27 per cento è stato causato invece da soggetti interni, mentre il 2 per cento ha visto il coinvolgimento di un partner, e un ulteriore 2 per cento coinvolgeva invece diversi partner. La criminalità organizzata è ancora responsabile del 50 per cento degli attacchi analizzati.

“I ransomware sono ancora la minaccia più concreta per le aziende di qualsiasi dimensione,” ha dichiarato Bryan Sartin, executive director security professional services di Verizon. “Ad oggi sono infatti la forma di malware più frequente, e quella largamente più utilizzata negli ultimi anni. Ciò che è particolare rilevare, è che le aziende ancora non investano in strategie di sicurezza appropriate per combattere queste minacce, e questo significa che si ritroveranno costrette a pagare un riscatto – in una situazione come questa, l’unico che ci guadagna è il criminale! Il nostro settore ha l’obbligo di spingere i propri clienti ad adottare una strategia più proattiva in termini di sicurezza. Il primo passo per applicare soluzioni che li difendano, infatti, è proprio aiutarli a capire la natura dei pericoli a cui devono far fronte.”

Sartin aggiunge: “Le aziende, tra l’altro, devono continuare ad investire nella formazione dei dipendenti, che devono conoscere le minacce informatiche e l’effetto negativo che hanno sul brand, la reputazione e il fatturato. I dipendenti, infatti, dovrebbero costituire la prima linea difensiva di un’azienda, non l’anello debole della catena della sicurezza. Formazione e training continui sono essenziali, perché per esporre a questi pericoli un’intera organizzazione, è sufficiente che una sola persona apra una mail di phishing.”

I rischi più temibili, analizzati settore per settore

Il report di quest’anno rivela le più temibili minacce che le aziende, settore per settore, si ritrovano a dover affrontare, e propone alcune linee guida per arginare questi rischi. I dati principali, relativi ai diversi settori, includono:

·         Istruzione – Gli attacchi basati sul social engineering che mirano all’estorsione di dati personali sono molto frequenti, e questo bottino viene poi utilizzato per furti d’identità. Anche le ricerche più delicate sono a rischio, e lo spionaggio è alla base del 20 per cento di questi attacchi. L’11 per cento, invece, viene sferrato a scopo ludico, non finanziario.

·         Finanza e assicurazioni – I sistemi per la clonazione di carte di credito installati presso gli sportelli bancomat sono ancora un ottimo affare. Tuttavia, è in crescita anche la tecnica del “bancomat jackpotting”, secondo la quale un software o un hardware installato in modo illecito dà comandi al bancomat, perché emetta grandi quantitativi di denaro contante. Un’altra minaccia da non sottovalutare sono gli attacchi DDoS.

·         Sanità – Si tratta dell’unico settore in cui le minacce interne sono maggiori di quelle provenienti dall’esterno. E l’errore umano è tra i fattori di rischio più comuni.

·         Informazione – Gli attacchi DDoS sono responsabili di più della metà (56 per cento) di quelli che colpiscono l’intero settore.

·         Settore pubblico – Il cyberspionaggio è decisamente tra le preoccupazioni più gravi, dato che il 43 per cento delle violazioni hanno questo scopo. Nonostante questo, non sono unicamente i segreti di stato ad essere nel mirino, ma anche i dati personali.

Tra gli altri settori presi in esame dal report figurano: il settore alberghiero e della ristorazione, quello dei professionisti, della scienza e della tecnica, del settore manifatturiero e del retail.

E’ necessario agire ADESSO

Nel sessantotto per cento dei casi, per scoprire una violazione sono serviti mesi di tempo o anche più, nonostante l’87 per cento di quelle analizzate abbiano di fatto compromesso i dati nel giro di pochi minuti, o ancora più velocemente. Anche se la certezza matematica di essere al sicuro è impossibile, esistono alcuni suggerimenti proattivi che possono impedire alle organizzazioni di diventare vittime di questi criminali, come ad esempio:

1.    Siate sempre vigili – I registri dello storico dei dati, così come i cambiamenti dei sistemi gestionali possono essere sentinelle in caso di violazioni in corso.

2.    I dipendenti devono diventare la vostra prima linea difensiva – formate il vostro staff perché sia in grado di intercettare eventuali segnali d’allarme.

3.    Gestite i dati secondo la logica “need to know” – I dipendenti devono avere accesso unicamente ai sistemi necessari per svolgere le proprie mansioni.

4.    Applicate immediatamente le patch – questa abitudine vi terrà alla larga da molti attacchi.

5.    Crittografate i dati sensibili – in caso subiate un furto di dati, fate in modo che siano pressoché inutili.

6.    Utilizzate l’autenticazione a due fattori – in questo modo, limiterete i danni che possono essere causati attraverso credenziali smarrite o rubate.

7.    Non tralasciate la sicurezza fisica – non tutti i furti di dati si svolgono online.

 

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Aziende e attacchi DDoS: un quarto crede di essere stato colpito “per caso” https://www.datamanager.it/2018/03/aziende-e-attacchi-ddos-un-quarto-crede-di-essere-stato-colpito-per-caso/ Thu, 29 Mar 2018 14:08:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144702 Oltre un quarto delle aziende che hanno subito un attacco DDoS (Distributed Denial of Services) crede di essere stato colpito involontariamente. Questo fatto sottolinea che le imprese non possono permettersi di sottovalutare l’attuale panorama delle cyberminacce. Secondo la ricerca condotta da Kaspersky Lab, il 27% del campione intervistato ritiene di non essere stato un obiettivo […]

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Oltre un quarto delle aziende che hanno subito un attacco DDoS (Distributed Denial of Services) crede di essere stato colpito involontariamente.

Questo fatto sottolinea che le imprese non possono permettersi di sottovalutare l’attuale panorama delle cyberminacce. Secondo la ricerca condotta da Kaspersky Lab, il 27% del campione intervistato ritiene di non essere stato un obiettivo intenzionale dell’attacco DDoS subito. Questo fatto mostra come tutte le realtà aziendali possano essere nel mirino dei criminali informatici, anche quando non sembrino essere tra le organizzazioni a rischio.

La minaccia continua rappresentata dagli attacchi DDoS e l’impatto che possono avere su un’azienda – dal brusco arresto delle operazioni, fino alla violazione delle informazioni interne o alle richieste di riscatto – mostra come tutti i tipi di business possano essere target a rischio. Nonostante questo, molte aziende sono ancora poco attente al tema della sicurezza IT. Il 28% dichiara di non utilizzare sistemi di protezione specializzati nel fronteggiare gli attacchi DDoS perché crede di non essere un obiettivo sensibile.

In ogni caso questa mancanza di attenzione è pericolosa. Tra le aziende che hanno subito un incidente informatico nell’ultimo anno, il 44% considera un attacco DDoS il fattore determinante per quell’incidente – una percentuale maggiore rispetto a quella registrata nel 2016, pari al 25%. Il dato mostra l’impatto di questo tipo di attacchi sui luoghi di lavoro e il bisogno delle aziende di difendersi in modo proattivo.

Non sono solo gli attacchi DDoS inaspettati che le aziende devono essere pronte a fronteggiare. Quasi un quarto (23%) delle imprese interpellate ritiene che dietro un attacco DDoS subito dalla propria organizzazione ci fosse un competitor, intenzionato a mettere in atto mosse di spionaggio o a disturbare le loro attività; il 24% pensa che un’azione di questo tipo possa essere stata utilizzata come tattica per distrarre il team IT dalla presenza di altre minacce e sempre il 24% crede che l’attacco DDoS sia stato progettato per interrompere in modo specifico le operazioni.

“Un numero preoccupante di realtà aziendali pensa di essere al sicuro da possibili attacchi DDoS, credendo che questo tipo di minacce non possano riguardare il loro business. Un atteggiamento che non possono permettersi di continuare ad avere, considerando l’attuale panorama delle minacce informatiche” ha commentato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab.

“Il numero degli attacchi registrato negli ultimi 12 mesi, insieme all’ampiezza del range dei possibili obiettivi, ha mostrato che nessun tipo di azienda è al sicuro dall’azione dei cybercriminali. Per questo motivo le imprese devono essere pronte a prendersi delle responsabilità quando si tratta di sicurezza in ambito informatico. Non è più tempo di essere indifferenti quando si tratta di proteggere dati sensibili o di mantenere attive e funzionanti le proprie attività.”

Considerando il possibile impatto economico degli attacchi DDoS – che può riguardare la lotta contro l’attacco stesso, la perdita di entrate o di opportunità commerciali – è certamente meglio muoversi in anticipo che correre ai ripari a danno avvenuto. È qui che entra in gioco Kaspersky DDoS Protection, una soluzione completamente integrata con funzionalità di intelligence avanzate in grado di proteggere aziende di qualsiasi dimensione anche da attacchi DDoS complessi e di grande impatto.

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Passepartout umani: perché l’ingegneria sociale è un fattore di rischio da non sottovalutare https://www.datamanager.it/2018/03/passepartout-umani-perche-lingegneria-sociale-un-fattore-rischio-non-sottovalutare/ Mon, 05 Mar 2018 15:02:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=142796 Oltre al crescente numero di minacce informatiche generalizzate i cybercriminali si avvalgono di tecniche mirate per manipolare gli impiegati e carpire i dati di accesso alla rete aziendale Nel 2017 gli analisti G DATA hanno rilevato 16 nuovi campioni di malware al minuto. Se da un lato bisogna premunirsi contro i rischi legati alle infezioni […]

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Oltre al crescente numero di minacce informatiche generalizzate i cybercriminali si avvalgono di tecniche mirate per manipolare gli impiegati e carpire i dati di accesso alla rete aziendale

Nel 2017 gli analisti G DATA hanno rilevato 16 nuovi campioni di malware al minuto. Se da un lato bisogna premunirsi contro i rischi legati alle infezioni da malware, è anche oltremodo necessario prestare attenzione alla componente umana. I criminali su internet utilizzano perfidi trucchi per accedere in modo mirato a informazioni confidenziali manipolando i membri dello staff dell’azienda – un’attività definita in gergo “ingegneria sociale”. Ecco i fattori principali a cui G DATA individua i fattori che gli IT manager non dovrebbero sottovalutare.

Le organizzazioni tendono a circoscrivere le misure di sicurezza IT alla protezione contro i vettori di attacco più comuni, che spaziano dai malware quali ransomware, trojan e virus, fino alla manipolazione delle configurazioni di sistema o attacchi DDoS. Tuttavia esiste una vulnerabilità spesso sottovalutata dagli IT manager: l’ingegneria sociale.

Impiegati trasformati in marionette

Ormai sono passati i tempi in cui il dipartimento delle risorse umane riceveva curriculum incomprensibili da parte di finti candidati. Errori di grammatica grossolani e refusi erano sufficienti per distinguere comunicazioni fasulle/pericolose da quelle legittime. Superata la curva di apprendimento, oggi i cybercriminali si preparano molto più dettagliatamente. Secondo i rilevamenti contenuti nel rapporto Social Engineering Attack Framework un attacco mirato di questo tipo è composto da addirittura sei fasi:

  • Fase 1: pianificazione dell’attacco
  • Fase 2: raccolta delle informazioni utili
  • Fase 3: preparazione
  • Fase 4: instaurazione di un rapporto con un impiegato dell’azienda
  • Fase 5: manipolazione del contatto
  • Fase 6: resoconto

Ne è un esempio il responsabile della ricerca del personale, che spesso si avvale delle piattaforme social per identificare i candidati ideali. In questo caso si parla di “scouting” (reclutamento). Una volta individuato un candidato in linea con il profilo richiesto, si prende contatto con la persona. I criminali sono a conoscenza di questa procedura di ricerca e creano falsi profili attraverso cui si propongono al manager delle risorse umane al momento opportuno. Il perpetratore mira a carpire informazioni sull’addetto HR, creando un rapporto di fiducia con la controparte, per poi inviargli una lettera motivazionale facendo riferimento allo scambio avvenuto sui social. Questo metodo risulta molto più efficace rispetto all’invio di una candidatura “spontanea” standardizzata. La comunicazione a posteriori della presa di contatto tramite i social consta di norma di un testo conciso, e di un allegato PDF con fotografia personale. Una volta aperto l’allegato, il malware viene installato sul computer. Il malvivente è riuscito a manipolare il membro dello staff e a fargli aprire il file infetto. Si potrebbe trattare di un ransomware che cifra file sensibili e che richiede un riscatto per decriptarli come di un trojan che registra la sequenza di tasti premuti dall’impiegato in fase di accesso alla rete aziendale (login e password) per poi inviarli al criminale.

L’ingegneria sociale causa ingenti danni finanziari

L’ingegneria sociale è utilizzata in tutti i casi in cui le persone possono essere manipolate e una buona metodologia può essere molto remunerativa per i cybercriminali, che guadagnano così accesso a informazioni di valore sullo staff, dati di accesso alle risorse di rete o a file confidenziali che svelerebbero segreti industriali. A tal proposito il Clusit annovera nel suo recente rapporto che nel 2017 il Cyber Espionage, cui vanno ricondotti anche i furti di proprietà intellettuale, è cresciuto su scala globale del 46. Dal momento che questi metodi di attacco stanno diventando sempre più popolari, ci si aspetta un ulteriore incremento dei danni subiti dalle aziende. “Oltre a dotarsi di soluzioni di sicurezza in grado di riconoscere proattivamente attività di sistema illegittime come quelle annoverate, condurre campagne di sensibilizzazione e corsi di formazione dello staff risulta essere un’arma vincente contro questo tipo di attacchi” conferma Giulio Vada, Country Manager di G DATA Italia.

IT manager all’erta

Innanzitutto, gli IT manager dovrebbero accertarsi del fatto che i membri del proprio staff siano a conoscenza delle tecniche di ingegneria sociale. Il team di G DATA Italia offre corsi di formazione che aiutano gli impiegati ad individuare ed evitare questa tipologia di minacce. Lo staff apprende che le email vanno lette in modo critico, che dati sensibili non devono assolutamente essere archiviati o divulgati tramite telefono e che non vanno aperti link che puntao a pagine in cui si richiede un login. Un altro strumento altrettanto importante è la protezione anti-phishing fornita dai più moderni software di sicurezza e in grado di sventare molti attacchi sul nascere. Queste suite aiutano significativamente lo staff consentendo un’elaborazione più rapida di email realmente importanti per il lavoro quotidiano. In altri termini il connubio tra formazione e soluzioni di sicurezza minimizza il rischio che un qualsiasi impiegato diventi vittima di un attacco dovuto all’ingegneria sociale provocando eventuali danni finanziari.

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Cresce l’utilizzo delle botnet per l’abuso di credenziali https://www.datamanager.it/2018/02/cresce-lutilizzo-delle-botnet-labuso-credenziali/ Thu, 22 Feb 2018 15:50:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=141868 Rapporto sulla Sicurezza per il Q4 di Akamai: gli attacchi DDoS restano stabili ma l’aumento delle attività di scansione della botnet Mirai lascia presagire una crescita esplosiva I dati recentemente pubblicati nello State of the Internet/Security Report per il Q4 2017 di Akamai Technologies, che ha preso in esame oltre 7,3 trilioni di richieste bot […]

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Rapporto sulla Sicurezza per il Q4 di Akamai: gli attacchi DDoS restano stabili ma l’aumento delle attività di scansione della botnet Mirai lascia presagire una crescita esplosiva

I dati recentemente pubblicati nello State of the Internet/Security Report per il Q4 2017 di Akamai Technologies, che ha preso in esame oltre 7,3 trilioni di richieste bot al mese, hanno rilevato una netta crescita della minaccia rappresentata dallo sfruttamento di credenziali rubate: oltre il 40% dei tentativi di accesso si è infatti rivelato di natura dannosa. Secondo il Ponemon Institute, gli attacchi di credential stuffing possono costare alle aziende fino a 2,7 milioni di dollari all’anno. Sempre secondo i dati Akamai, inoltre, gli attacchi DDoS restano una minaccia consistente e la botnet Mirai è ancora capace di notevoli picchi di attività.

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I ricercatori di Akamai hanno recentemente riscontrato attività criminali volte a sfruttare le vulnerabilità di esecuzione del codice da remoto presenti nei software aziendali e finalizzate a rendere i sistemi aziendali complici della minaccia botnet. Ad esempio, gli hacker hanno sfruttato le vulnerabilità del server HTTP integrato di GoAhead — che ha un potenziale di 700.000 obiettivi — e di Oracle WebLogic Server. Le vulnerabilità Spectre e Meltdown scoperte all’inizio dell’anno rappresentano una porta di accesso per una nuova ondata di attacchi, inclusa l’installazione furtiva di programmi per il mining di cryptovalute capaci di bloccare le risorse di calcolo.

“Dietro gli attacchi c’è da sempre la ricerca di un profitto finanziario. Negli ultimi anni, abbiamo notato uno spostamento verso metodi più diretti per raggiungere tale obiettivo, come l’uso di ransomware”, ha dichiarato Martin McKeay, Senior Security Advocate e Senior Editor, State of the Internet/Security Report. “Il mining di cryptovalute offre ai cyber criminali uno strumento privilegiato per monetizzare i propri sforzi e accumulare subito denaro nei wallet”.

I risultati dell’indagine di Akamai hanno inoltre confermato che il numero totale di attacchi DDoS nell’ultimo trimestre (Q4 2017) è aumentato del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (Q4 2016). Se i rapporti precedenti hanno mostrato un calo dell’intensità della botnet Mirai, Akamai ha notato un picco di quasi 1 milione di indirizzi IP univoci nelle attività di analisi di Internet della botnet risalenti allo scorso novembre, aspetto che mostra come questa rete sia ancora capace di una crescita esplosiva.

Alcune cifre:

Altri dati salienti dello State of the Internet/Security Report di Akamai per il Q4 2017 includono:

  • Il settore hospitality è la principale vittima degli attacchi alle credenziali, con l’82% dei tentativi di accesso provenienti da botnet dannose.
  • Il settore finanziario ha registrato un’impennata nel numero di attacchi DDoS, con 298 attacchi sferrati contro 37 organizzazioni diverse nell’ultimo trimestre.
  • Rispetto al Q3, gli attacchi DDoS a livello applicativo, come i flussi GET, PUSH e POST, sono aumentati in volume del 115%.
  • È stata registrata una crescita del 31% negli attacchi DDoS provenienti dagli Stati Uniti nell’ultimo trimestre (Q4 2017), rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (Q4 2016).
  • Akamai ha riscontrato 146 petabyte di solo traffico bot a novembre e 145 petabyte a dicembre, ossia circa 550 Mbps.
  • Nel quarto trimestre del 2017, Akamai ha mitigato 4.364 attacchi sulla propria completa piattaforma. In totale, Akamai ha registrato nel 2017 ben 15.965 attacchi.

L’attività dei bot determina la crescente minaccia del credential stuffing

In una giornata tipo, Akamai monitora più di 2.750 richieste bot al secondo, che rappresentano oltre il 30% di tutto il traffico Web (escluso lo streaming video) che avviene sulla sua piattaforma. Se buona parte dell’attività bot è legittima, è anche vero che i cyber criminali piegano sempre più tale attività ai loro fini illegali. Ad esempio, molte botnet tradizionalmente responsabili degli attacchi DDoS vengono usate per sfruttare credenziali di accesso impropriamente sottratte. Dei 17 miliardi di richieste di accesso registrate tramite la piattaforma Akamai a novembre e dicembre, quasi la metà (43%) è stata usata per l’abuso di credenziali.

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“La crescita dell’automazione e del data mining hanno generato enormi flussi di traffico bot, con un forte impatto su siti web e servizi Internet. Sebbene buona parte del traffico sia utile alle aziende che operano su Internet, i criminali cercano di manipolare l’imponente volume di bot per fini illeciti”, ha dichiarato McKeay. “Le aziende devono controllare chi accede ai loro siti per distinguere il traffico umano reale dai bot, siano essi legittimi o meno. Il traffico web non è tutto uguale e non lo sono nemmeno i bot”.

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