backdoor – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 10 Oct 2018 08:48:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png backdoor – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Add-on piratato di WordPress trasforma siti in dispenser di malware https://www.datamanager.it/2018/02/add-piratato-wordpress-trasforma-siti-dispenser-malware/ Wed, 28 Feb 2018 12:04:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=142460 Gli analisti G DATA analizzano una backdoor che viene diffusa con moderne tecniche SEO Tra gli strumenti utilizzati nella creazione di siti web, WordPress è sicuramente uno dei CMS (content management system) più noti e impiegati. Le numerose estensioni disponibili permettono di creare pagine web facilmente pur non disponendo di buone capacità di programmazione. È […]

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Gli analisti G DATA analizzano una backdoor che viene diffusa con moderne tecniche SEO

Tra gli strumenti utilizzati nella creazione di siti web, WordPress è sicuramente uno dei CMS (content management system) più noti e impiegati. Le numerose estensioni disponibili permettono di creare pagine web facilmente pur non disponendo di buone capacità di programmazione. È comunque importante prestare attenzione nello scegliere i plugin.

L’idea di creare il proprio sito internet è associata ad un’ingente quantità di lavoro manuale. La strumentazione moderna lo rende invece un gioco da ragazzi –innumerevoli i layout già “pronti all’uso” nei quali bisogna solo aggiungere testo e immagini. Molte estensioni per WordPress sono gratuite, mentre altre sono a pagamento. Un webmaster attento ai costi cerca di evitare al massimo questo genere di spese. Nel caso evidenziato in questo report, i criminali mirano a colpire i numerosi utenti WordPress che desiderano avvalersi di template gratuiti, ecco come.

Trappola gratuita?

Alcune tipologie di temi a pagamento sono molto più utilizzate di altre e non stupisce che sul web se ne possano trovare anche di piratate. Parte di queste copie contraffatte vengono fornite con “add-on” nascosti che possono creare non pochi problemi al webmaster poiché in grado di trasformare le pagine web in distributori di malware, ovviamente del tutto all’oscuro dell’amministratore del sito.

Ottimizzazione dei motori di ricerca aka SEO

Chiunque sia in possesso di un sito web desidera essere il primo sui motori di ricerca. I risultati presentati su Google si basano su diversi criteri, uno dei quali, oltre all’impiego delle giuste keyword, è la frequenza con cui la pagina valutata viene menzionata da altre pagine. Alcune società assumono uno o più dipendenti con il compito di applicare la miglior strategia per far apparire il sito il più in alto possibile nei risultati delle ricerche. Questa attività è chiamata ottimizzazione dei motori di ricerca (Search Engine Optimization – SEO). Strategie adottate anche dai cybercriminali, esistono infatti alcuni template WordPress contraffatti che integrano tecniche SEO per incrementare la distribuzione di codice malevolo, come l’ultima evoluzione della backdoor Wp-Vcd, che una volta installata su WordPress crea automaticamente un account amministratore nascosto che consente all’hacker di accedere alla piattaforma quando più gli aggrada e, per esempio, postare malware sul sito compromesso a propria discrezione.

In primo acchito la backdoor è stata riscontrata scaricando il tema ExProduct v1.0.7 dal sito “hxxp://downloadfreethemes.download” che ospita numerosissimi template WordPress (al momento dell’analisi 32.200) piratati. Ulteriori analisi hanno rivelato quanto l’autore fosse proattivo nel posizionare al meglio il template sui motori di ricerca e quanto l’algoritmo di Google sia passibile di raggiro.

Uomo avvisato mezzo salvato

Fino a quando le persone riporranno cieca fiducia in qualunque sito web venga loro proposto, saranno potenziali vittime e ciò non cambierà in tempi brevi. Agli occhi di moltissime persone i servizi di ricerca e di posta elettronica che Google eroga da anni sono estremamente affidabili. I criminali lo sanno bene e sfruttano la situazione, riuscendo a posizionare ottimamente persino applicazioni quali “paypal generator v1.0” o “Facebook hacker v2.3 updated” nei risultati dei motori di ricerca. Il team GDATA raccomanda di prestare attenzione ai contenuti per evitare di cadere nel mirino dei criminali online.

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F-Secure segnala una problematica di sicurezza che riguarda la maggior parte dei notebook aziendali https://www.datamanager.it/2018/01/f-secure-segnala-problematica-sicurezza-riguarda-la-maggior-parte-dei-notebook-aziendali/ Fri, 12 Jan 2018 15:09:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138889 Impostazioni predefinite insicure in Intel AMT consentono a un malintenzionato di bypassare completamente le password dell’utente e del BIOS, e i PIN di TPM di Bitlocker per creare backdoor su quasi ogni notebook aziendale in pochi secondi F-Secure segnala una problematica di sicurezza che riguarda la maggior parte dei notebook aziendali, e che permette a […]

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Impostazioni predefinite insicure in Intel AMT consentono a un malintenzionato di bypassare completamente le password dell’utente e del BIOS, e i PIN di TPM di Bitlocker per creare backdoor su quasi ogni notebook aziendale in pochi secondi

F-Secure segnala una problematica di sicurezza che riguarda la maggior parte dei notebook aziendali, e che permette a un attaccante che abbia accesso fisico al dispositivo di creare una backdoor in meno di 30 secondi. Questo problema consente all’attaccante di poter fare a meno delle credenziali, incluse le password del BIOS e di Bitlocker e il PIN del TPM (Trusted Platform Module), e di ottenere accesso remoto per sfruttare quel dispositivo in un secondo momento. Questa problematica è presente nell’Active Management Technology (AMT) di Intel e colpisce potenzialmente milioni di notebook nel mondo.

La problematica di sicurezza “è piuttosto semplice da sfruttare, ma ha un potenziale distruttivo incredibile”, ha dichiarato Harry Sintonen, che in qualità di Senior Security Consultant in F-Secure ha condotto indagini in merito. “In pratica, può fornire all’attaccante un controllo completo sul notebook aziendale di un utente, nonostante le più costose misure di sicurezza poste in essere.”

Intel AMT è una tecnologia per la manutenzione e il monitoraggio di personal computer aziendali tramite accesso remoto, creata per permettere ai dipartimenti IT o ai fornitori di servizi gestiti (MSP) di controllare meglio le flotte di dispositivi. Questa tecnologia, che si trova comunemente nei notebook aziendali, è stata chiamata in causa in passato per alcuni punti deboli che presenta a livello di sicurezza, ma la semplicità con cui è possibile sfruttare questa nuova particolare problematica la distingue dai casi emersi in precedenza. Si tratta infatti di un punto debole che può essere sfruttato in pochi secondi senza dover scrivere una singola linea di codice.

L’essenza di questo problema di sicurezza sta nel fatto che impostare una password del BIOS – che solitamente evita che un utente non autorizzato possa avviare il dispositivo o apportarvi modifiche a basso livello – non previene accessi non autorizzati all’estensione BIOS per la configurazione dell’AMT. Questo permette a un attaccante di riconfigurare l’AMT e rendere il dispositivo vulnerabile da remoto.

Tutto ciò che un malintenzionato deve fare è riavviare o accendere il computer preso di mira e premere CTRL-P durante il riavvio. L’attaccante poi può loggarsi in Intel Management Engine BIOS Extension (MEBx) usando la password di default “admin”, poiché questa password non viene quasi mai cambiata sulla maggior parte dei notebook aziendali. Può poi cambiare la password, abilitare l’accesso remoto e impostare l’opt-in dell’utente di AMT su “Nessuno”. L’attaccante può quindi ottenere accesso remoto al sistema sia da reti wireless che cablate, finché è capace di inserirsi sullo stesso segmento di rete della vittima. Un accesso al dispositivo è anche possibile dall’esterno rispetto alla rete locale attraverso un server CIRA (Client Initiated Remote Access) comandato dall’attaccante.

Sebbene l’attacco iniziale richieda un accesso fisico al dispositivo, Sintonen ha spiegato che la velocità con cui può essere compiuto lo rende facilmente eseguibile in uno scenario che in inglese viene definito ‘evil maid’. “Immagina di lasciare il tuo notebook nella camera di un albergo mentre esci per un drink. Un malintenzionato può entrare nella tua stanza e configurare il tuo notebook in meno di un minuto: ora, quando usi il tuo notebook sulla rete wireless dell’hotel, l’attaccante ha accesso al tuo dispositivo. E dal momento che il tuo computer si connette alla VPN aziendale, l’attaccante può ottenere accesso alle risorse dell’azienda.” Sintonen sottolinea che basta un minuto di distrazione da parte dell’utente in un aeroporto o in un bar per permettere a un attaccante di colpire il notebook incustodito.

Sintonen si è accorto di questa problematica già a luglio 2017 e precisa che anche un altro ricercatore* ne aveva già parlato in un talk. Per questo motivo è particolarmente importante che le organizzazioni siano a conoscenza di questi default insicuri, così che li possano risolvere prima che vengano sfruttati dai criminali. Sintonen ha anche spiegato che una simile vulnerabilità era stata scoperta in precedenza dal CERT-Bund ma riguardava l’USB provisioning.

La problematica riguarda la maggior parte, se non tutti, i notebook che supportano Intel Management Engine/Intel AMT. Non è correlata alle vulnerabilità Spectre e Meltdown recentemente scoperte.

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Nintendo Switch: nuovo potere grazie agli hacker https://www.datamanager.it/2018/01/nintendo-switch-potere-grazie-agli-hacker/ Thu, 04 Jan 2018 19:30:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138322 Tramite una backdoor che sfrutta una vulnerabilità del chip Nvidia, gli hacker sono riusciti a sbloccare il bootloader della console ibrida Sappiamo quanto Nintendo ci tenga a tenere il suo ecosistema il più chiuso possibile. Questioni di marketing certo, ma anche legate alla sicurezza del software che gira a bordo dei prodotti. Si tratta della […]

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Tramite una backdoor che sfrutta una vulnerabilità del chip Nvidia, gli hacker sono riusciti a sbloccare il bootloader della console ibrida

Sappiamo quanto Nintendo ci tenga a tenere il suo ecosistema il più chiuso possibile. Questioni di marketing certo, ma anche legate alla sicurezza del software che gira a bordo dei prodotti. Si tratta della stessa linea seguita da Apple fin da quando ha lanciato il primo iPhone: nessuno può pubblicare app e giochi che non siano passati sotto la supervisione dei team interni. E come per iPhone (anche se meno che in passato), anche i fan di Nintendo spesso utilizzano metodi poco ortodossi per spingere le potenzialità dei dispositivi oltre i limiti imposti dalla casa. Ed è quello che gli hacker Derrek, Naehrwert e Plutoo hanno mostrato alla conferenza tedesca per smanettoni 34C3, in merito allo sblocco del bootloader della Switch.

Cosa è successo

Utilizzando una backdoor del chip Nvidia Tegra X1, che potenzia motore e grafica della console, i ragazzi hanno sbloccato il kernel della Swtich, valicando le misure di protezione della System Memory Management Unit (SMMU) di bordo, per ottenere privilegi di amministrazione e permettere al device di far girare anche programmi non certificati da Nintendo, e dunque potenzialmente dannosi. Lo scopo non è certo questo, infatti gli hacker non hanno diffuso il processo di hacking, ma pubblicheranno comunque un tool automatico che possa sbloccare la Switch così da aprirla a utilizzi alternativi.

Ricordiamo che è in questo modo che strumenti come Cydia sono divenuti famosi su iPhone. Si trattava di uno store parallelo dal quale scaricare e installare app che abilitavano funzionalità aggiuntive su un telefono estremamente chiuso, come widget e menu veloci. Probabilmente l’unico motivo per liberare la console dalle maglie della casa madre sarà quello di giocare a titoli ottenuti tramite piattaforme di p2p e non comprati legalmente anche se la creatività degli sviluppatori indie potrebbe andare anche oltre, magari adattando distro specifiche per il terminale giapponese, così da farlo diventare quasi un mini PC.

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Cosa c’è dietro la backdoor degli smartphone OnePlus https://www.datamanager.it/2017/11/cosa-ce-dietro-la-backdoor-degli-smartphone-oneplus/ Mon, 20 Nov 2017 10:18:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=135453 Uno sviluppatore ha scoperto un’app che può fungere da ponte tra un semplice comando e lo sblocco del bootloader così da ottenere i permessi di root. Una falla riconosciuta dalla compagnia Molti utenti smanettoni, e probabilmente chi ha un OnePlus lo è, non vede l’ora di ottenere i permessi di root sul proprio terminale. Ciò […]

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Uno sviluppatore ha scoperto un’app che può fungere da ponte tra un semplice comando e lo sblocco del bootloader così da ottenere i permessi di root. Una falla riconosciuta dalla compagnia

Molti utenti smanettoni, e probabilmente chi ha un OnePlus lo è, non vede l’ora di ottenere i permessi di root sul proprio terminale. Ciò permette di installare sistemi operativi non ufficiali, personalizzazioni maggiori ma anche incorrere in problemi di sicurezza non di poco conto, nel caso di virus e malware beccati con una certa noncuranza. C’è però una certa percentuale di clienti OnePlus che non sa nemmeno cosa sia il root e non si immagina nemmeno quello che potrebbe succedere se un hacker potesse entrare in un dispositivo con bootloader sbloccato e aperto a modifiche profonde del sistema. Il fatto è che la compagnia cinese avrebbe inserito, volutamente, nei suoi recenti smartphone una backdoor, un’app chiamata EngineerMode, di norma presente sui terminali diagnostici non destinati alla vendita, in grado di rootare con pochi passi il device.

Cosa succede

Ma invece di essere limitata ai modelli di test, anche gli OnePlus 3, 3T e 5 venduti online ospitano la simpatica applicazione, capace di sbloccare facilmente il cellulare. Con un semplice comando via adb, da effettuare con lo smartphone fisicamente connesso a un computer, il sistema operativo Oxygen, basato su Android, concede in automatico i permessi di root, un’apparente beneficio ma anche un rischio per la privacy. Dopo una serie di indagini, è stato scoperto che il codice di EngineerMode deriva da un software omonimo sviluppato da Qualcomm e destinato a ottenere informazioni veloci sul telefonino. Qualche sviluppatore indipendente però ha modificato l’app per concederle i super-poteri e consentire un root istantaneo.

La domanda è: come c’è finito questo programmino dentro milioni di OnePlus spediti in tutto il mondo? Per ora la ex-startup non ha risposto alla domanda, affermando solo di aver riconosciuto la falla e di essere pronta a rimuoverla con un prossimo aggiornamento di Oxygen. Inoltre, ha contribuito a lanciare un pesante sasso nel settore mobile, affermando come la stessa EngineerMode sia presente negli smartphone di tanti concorrenti, senza però dire quali.

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WhatsApp nega una backdoor al governo britannico https://www.datamanager.it/2017/09/whatsapp-nega-backdoor-al-governo-britannico/ Fri, 22 Sep 2017 16:59:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131420 WhatsApp ha rimandato al mittente la richiesta del governo britannico di realizzare una backdoor per favorire le indagini sul terrorismo Lo scontro tra WhatsApp e il governo britannico è un nuovo esempio di come l’esigenza di proteggere la privacy dei cittadini spesso si scontri con la necessità di garantire la sicurezza in un periodo storico […]

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WhatsApp ha rimandato al mittente la richiesta del governo britannico di realizzare una backdoor per favorire le indagini sul terrorismo

Lo scontro tra WhatsApp e il governo britannico è un nuovo esempio di come l’esigenza di proteggere la privacy dei cittadini spesso si scontri con la necessità di garantire la sicurezza in un periodo storico in cui è il terrorismo a farla da padrone. L’esecutivo guidato da Theresa May ha chiesto quest’estate all’app di messaggistica di realizzare una backdoor che consenta di accedere alle conversazioni e ai contenuti scambiati tra gli utenti. Numerose indagini hanno infatti dimostrato che i terroristi hanno utilizzato WhatsApp per coordinare gli attacchi nei pressi di Westminster, al concerto di Ariana Grande a Manchester e sul London Bridge a giugno. Stando a quanto riporta Sky News, la chat di proprietà di Facebook ha rifiutato la richiesta del governo.

A seguito della battaglia legale tra Apple e l’Fbi per lo sblocco dell’iPhone di uno degli attentatori della strage di San Bernardino molte aziende, tra cui WhatsApp, hanno introdotto la crittografia end-to-end per proteggere la privacy degli utenti. Con questo sistema solo l’utente può accedere alle conversazioni e solo i cosiddetti metadati possono essere quindi concessi alle forze dell’ordine per eventuali indagini. La creazione di una backdoor, come ha sottolineato tempo fa il CEO di Apple Tim Cook, permetterebbe sì alla polizia di trovare con maggiore facilità i terroristi ma allo stesso tempo potrebbe essere sfruttata per violare i sistemi di WhatsApp. La stessa richiesta fatta a WhatsApp è arrivata anche a Telegram ma da parte dell’intelligence russa e dal governo indonesiano guidato da Rodrigo Duterte. L’app di Pavel Durov rischia il bando se non si assoggetterà alle richieste di Mosca.

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Scoperta Gazer, la backdoor russa che spia ambasciate e consolati in Europa https://www.datamanager.it/2017/09/scoperta-gazer-la-backdoor-russa-spia-ambasciate-consolati-europa/ Fri, 08 Sep 2017 12:30:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130294 I ricercatori di ESET, il più il più grande produttore di software per la sicurezza digitale dell’Unione europea, hanno pubblicato i risultati di una ricerca condotta sulla backdoor Gazer – collegata al noto gruppo di cyber spionaggio russo Turla – che è stata utilizzata nell’ultimo anno in attacchi a consolati, ambasciate, ministeri e altre istituzioni […]

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I ricercatori di ESET, il più il più grande produttore di software per la sicurezza digitale dell’Unione europea, hanno pubblicato i risultati di una ricerca condotta sulla backdoor Gazer – collegata al noto gruppo di cyber spionaggio russo Turla – che è stata utilizzata nell’ultimo anno in attacchi a consolati, ambasciate, ministeri e altre istituzioni pubbliche in varie parti del mondo, prevalentemente localizzate nell’Europa dell’Est e nei paesi dell’ex Unione Sovietica.

Il successo di Gazer può essere spiegato dai metodi avanzati che utilizza per spiare i propri obiettivi e dalla sua capacità di rimanere attivo sui dispositivi infetti, lavorando nell’ombra per spiare il più a lungo possibile un computer.Per evitare di essere scoperto, Gazer agisce esattamente come le altre backdoor create da Turla ovvero modifica di continuo le stringhe all’interno del proprio codice, randomizza i marcatori e cancella i file in modo sicuro. Gli attacchi alle ambasciate e ai ministeri effettuati finora tramite Gazer mostrano tutte le caratteristiche principali delle campagne di cyber spionaggio attribuite a Turla, che utilizzano tecniche di spear-phishing per distribuire una backdoor di primo stadio, cui si affianca una backdoor di secondo stadio che cattura le informazioni dal computer infetto e le invia al gruppo di cyber criminali tramite connessione ai server C&C.

Tutte le organizzazioni, da quelle istituzionali, diplomatiche, di vigilanza, alle aziende private, dovrebbero prendere coscienza sulla pericolosità di queste nuove minacce sofisticate come Gazer e adottare una difesa stratificata per ridurre le possibilità di una violazione dei loro sistemi di sicurezza.

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Una backdoor di WhatsApp mette a rischio la privacy delle chat https://www.datamanager.it/2017/01/backdoor-whatsapp-mette-rischio-la-privacy-delle-chat/ Fri, 13 Jan 2017 14:41:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=117176 WhatsApp presenta una backdoor che permette di accedere alle chat. Facebook sarebbe a conoscenza del problema ma non sembra particolarmente preoccupato WhatsApp ha introdotto la crittografia end-to-end per proteggere la privacy dei suoi utenti dagli hacker e dallo spionaggio governativo. L’app di messaggistica ha anche promesso che almeno per ora non condividerà alcun dato personale […]

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WhatsApp presenta una backdoor che permette di accedere alle chat. Facebook sarebbe a conoscenza del problema ma non sembra particolarmente preoccupato

WhatsApp ha introdotto la crittografia end-to-end per proteggere la privacy dei suoi utenti dagli hacker e dallo spionaggio governativo. L’app di messaggistica ha anche promesso che almeno per ora non condividerà alcun dato personale con la casa madre Facebook. La stessa azienda in teoria non può avere accesso a questi dati. In realtà secondo una ricerca pubblicata oggi dal The Guardian ha messo in luce che il sistema di sicurezza utilizzato da WhatsApp non è così sicuro come possa sembrare.

Tobias Boelter, ricercatore dell’Università di Berkeley in California, afferma di aver scoperto all’interno dell’app una backdoor che permetterebbe a Facebook e a terzi di accedere alle chat e ai contenuti scambiati dagli utenti. La vulnerabilità sarebbe inoltre connaturata al protocollo di crittografia scelto da WhatsApp. In sostanza la backdoor sarebbe uno strumento creato volontariamente dall’app, che dovrà sottostare a regole più stringenti sulla privacy da parte dell’Unione Europea. Bolter ha afferma di aver segnalato il problema a Facebook lo scorso aprile e il social network ha confermato di esserne già a conoscenza in quanto si tratta di “un comportamento atteso”. Chiudere la backdoor, che ancora funzionante tutt’oggi, non è quindi una priorità.

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Low cost to cost https://www.datamanager.it/2016/12/low-cost-to-cost/ Tue, 20 Dec 2016 10:11:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116148 Il titolo potrebbe sembrare un’erronea citazione della traversata in auto o in moto del continente americano, invece è corretto e ci porta a ricordare che un prezzo basso potrebbe costare più del previsto Quando ero “piccolo” e ancora vestivo non alla marinara come a Casa Agnelli, ma come un soldatino ricoperto di stellette e stemmini, […]

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Il titolo potrebbe sembrare un’erronea citazione della traversata in auto o in moto del continente americano, invece è corretto e ci porta a ricordare che un prezzo basso potrebbe costare più del previsto

Quando ero “piccolo” e ancora vestivo non alla marinara come a Casa Agnelli, ma come un soldatino ricoperto di stellette e stemmini, anticipavo gli odierni scenari di criticità tecnologica e facevo sorridere chi, incredulo, riteneva spassose le mie “facete digressioni”.

In due libri (uno del 1996, “Cyberwar” edito da Buffetti, e l’altro del 2001, “Le nuove guerre”, pubblicato da Rizzoli) mi è capitato di parlare di “chipping”. Questo termine, tanto inusuale nei discorsi quanto frequentissimo nella sua applicazione pratica, si riferisce alla alterazione fraudolenta delle funzionalità di un microprocessore destinato a essere collocato all’interno di un qualunque dispositivo elettronico di uso comune. Raccontavo – probabilmente suscitando ilarità e mietendo sgradevoli opinioni sul mio conto e soprattutto sulla mia presunta professionalità – che un “chip” poteva essere programmato per fare anche cose diverse da quelle per le quali era stato progettato. Per esempio, poteva “suicidarsi” al verificarsi di una scadenza temporale calcolata, in un numero di giorni dalla prima accensione, oppure sincronizzata, facendo perno su un’unica data per tutti gli apparati che avevano “a bordo” lo specifico componente. Un simile evento fatale era destinato a pregiudicare la normalità della vita quotidiana di chi – semplice cittadino, azienda privata o ente pubblico – faceva affidamento sul regolare funzionamento del computer o, oggi, del tablet o dello smartphone. Il “chipping” rientrava nella categoria del “tampering”, ovvero quell’insieme di attività di sabotaggio o avvelenamento, con la micidiale caratteristica di essere realizzabile su scala industriale.


#security @Umberto_Rapetto : Un prezzo basso potrebbe costare più del previsto
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Nel mio scrivere non ponevo alcun limite agli “scherzi” che potesse giocare una strategia offensiva di questo genere. Era una “nuova guerra”, cui ci si doveva preparare. Poteva essere una fertile opportunità per chi sapeva di poter controllare l’esistenza e la sorte dell’ignaro singolo acquirente o del grande committente destinatario di forniture su larga scala. Le prospettive spaziavano dal bloccare tutto al poter intercettare o rubare qualunque tipo di informazione. L’indifferenza assoluta ha delicatamente avvolto quelle riflessioni così da classificarle tra le chiacchiere divertenti ma inutili. Anche dalle nostre parti si è così smesso di inventare e produrre, prediligendo il risparmio in ossequio al preponderante (e preoccupante) ruolo che l’economia finanziaria stava assumendo nei confronti di quella “reale”.

Nel nostro Paese, i modelli alla Adriano Olivetti si sono repentinamente dissolti (una delle poche eccezioni resta la pertinace e lodevole ode alla creatività di Mino Zucchetti) e un po’ tutto l’Occidente ha preferito “rifornirsi” oltre la Grande Muraglia o nel sud est asiatico. Proprio in questi giorni si è scoperto che il firmware installato su economici smartphone Android in vendita su Amazon e Best Buy contiene una pericolosa “backdoor”, una via illecita di accesso che permette la sottrazione di tutti i dati personali memorizzati o in transito sui telefonini in questione. Questa porta invisibile consente l’acquisizione di numeri telefonici, dati di geolocalizzazione, messaggistica, traffico telefonico in entrata e uscita, informazioni generate con le applicazioni installate e utilizzate.

Gli “artisti” di questo bel capolavoro sono i tecnici della Shanghai ADUPS Technology che subito hanno spiegato di aver realizzato questa operazione per aiutare i produttori di smartphone cinesi e gli operatori telefonici a tracciare i comportamenti della propria clientela e approfittarne a scopo pubblicitario, e non per dare supporto spionistico al Governo di Pechino. Le istruzioni maligne – per stessa ammissione dell’azienda – sono “residenti” in oltre 700 milioni di dispositivi in cui spiccano tablet, smartphone e sistemi di intrattenimento a bordo di autoveicoli. La società in argomento ha inoltre reso noto che la backdoor è installata sui cellulari Huawei e ZTE venduti in Cina e sarebbe finita accidentalmente anche in quelli marchiati BLU. I dettagli costituiscono solo cronaca. La vicenda nel suo insieme, invece, è destinata a costituire un tassello della storia. Passata, presente e futura.

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Number of the Year 2016: un miliardo di malware registrati sul database cloud di Kaspersky Lab https://www.datamanager.it/2016/12/number-of-the-year-2016-un-miliardo-malware-registrati-sul-database-cloud-kaspersky-lab/ Mon, 12 Dec 2016 14:42:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115439 Il database cloud di malware di Kaspersky Lab è arrivato a contare un miliardo di elementi nocivi, tra virus, trojan, backdoor, ransomware, applicazioni adv e loro componenti. Un quinto è stato scoperto e identificato come dannoso da Astraea, un sistema di analisi di malware basato sul machine-learning che opera all’interno dell’infrastruttura di Kaspersky Lab. Il […]

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Il database cloud di malware di Kaspersky Lab è arrivato a contare un miliardo di elementi nocivi, tra virus, trojan, backdoor, ransomware, applicazioni adv e loro componenti.

Un quinto è stato scoperto e identificato come dannoso da Astraea, un sistema di analisi di malware basato sul machine-learning che opera all’interno dell’infrastruttura di Kaspersky Lab.

Il numero di cyber minacce che colpiscono quotidianamente è così alto che è impossibile esaminarle una ad una manualmente. Per questo motivo, rendere automatico il processo di individuazione e analisi dei malware, combinandolo con l’esperienza umana, è l’approccio migliore quando si tratta di combattere le cyber minacce moderne.

La percentuale di malware scoperti e aggiunti automaticamente al database cloud di Kaspersky Lab da Astraea è aumentato costantemente negli ultimi cinque anni: dal 7,53% nel 2012, al 40,5% a dicembre 2016. La percentuale sta crescendo in linea con il numero di file nocivi scoperti giornalmente dagli esperti di Kaspersky Lab e dai sistemi di rivelazioni, aumentando da 70.000 file al giorno nel 2011 a 323.000 al giorno nel 2016.

“Un miliardo di singoli file nocivi è un traguardo notevole. Evidenzia la portata dell’underground cyber criminale, che si è sviluppato a partire da piccoli forum che offrono tool dannosi personalizzati, fino alla produzione di massa di malware e servizi cyber criminali su misura. Inoltre, sottolinea la qualità e l’evoluzione delle nostre tecnologie automatiche di analisi dei malware. Tra questo miliardo di file, più di 200 milioni sono stati aggiunti dal sistema machine-learning Astraea. I nostri sistemi avanzati ora non solo individuano la grande maggioranza di malware conosciuti che troviamo quotidianamente, ma scopre anche minacce non ancora note. Nonostante i restanti 800 milioni di file siano stati aggiunti da altri sistemi di individuazione interni o da esperti, il contributo dei sistemi machine-learning al database cloud di Kaspersky Lab è fondamentale e continuerà ad aumentare”, ha affermato Vyacheslav Zakorzhevsky, Head of Anti-Malware Team di Kaspersky Lab.

Astraea è uno dei sistemi machine-learning di analisi di malware che fa parte dell’infrastruttura di protezione di Kaspersky Lab. Astrae analizza automaticamente le notifiche provenienti dai computer protetti e aiuta a scoprire minacce prima sconosciute. Utilizzando i metadati delle minacce (quali l’età, l’origine, il nome del file, il percorso del file e altro ancora), il sistema è in grado di individuare totalmente le minacce senza informazioni relative ai contenuti del file.

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La Cina spia milioni di utenti Android con una backdoor https://www.datamanager.it/2016/11/la-cina-spia-milioni-utenti-android-backdoor/ Wed, 16 Nov 2016 15:53:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=113755 Circa 700 milioni di dispositivi Android presentano una backdoor da cui vengono trasmessi in Cina dati personali degli utenti La Cina si sa non è particolarmente attenta alla privacy dei suoi cittadini ma pare che anche altri utenti di altri Paesi siano finiti inconsapevolmente preda di spionaggio da parte di Pechino. I ricercatori di Kryptowire […]

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Circa 700 milioni di dispositivi Android presentano una backdoor da cui vengono trasmessi in Cina dati personali degli utenti

La Cina si sa non è particolarmente attenta alla privacy dei suoi cittadini ma pare che anche altri utenti di altri Paesi siano finiti inconsapevolmente preda di spionaggio da parte di Pechino. I ricercatori di Kryptowire hanno scoperto una backdoor all’interno di alcuni smartphone Android di fascia bassa che trasferiva ogni 24/72 ore numerosi dati privati dei possessori del dispositivo ad alcuni server posti a Shangai. Tra le informazioni rubate figurano messaggi, contatti, registri delle chiamate e dati sulla posizione.

Il New York Times ha scoperto che la backdoor è stata realizzata dall’azienda cinese Shanghai AdUps Technologies per tracciare gli utenti a scopo pubblicitario ed è stata installata non solo sugli smartphone ma anche su altri dispositivi elettronici per un totale di 700 milioni di terminali. Il software era stato inizialmente pensato solo per il mercato cinese ma per errore è stato integrato anche in alcuni terminali di Huawei, ZTE e del produttore statunitense BLU. Le autorità USA stanno ora indagando sulla questione per scoprire se la funzione è stata utilizzata per scopo commerciale o per violare deliberatamente la privacy di milioni di utenti Android. Google dal canto suo ha chiesto all’azienda creatrice della backdoor di eliminarla da tutti gli smartphone che utilizzano servizi come Google Play. In Cina il problema non si pone nemmeno in quanto il negozio di app di Big G non è accessibile.

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