CTO – Chief Technology Officer – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:52:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png CTO – Chief Technology Officer – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Andrew Timm nominato Chief Technology Officer di PTC https://www.datamanager.it/2016/10/andrew-timm-nominato-chief-technology-officer-ptc/ Fri, 07 Oct 2016 12:58:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=110790 La sua principale responsabilità sarà l’adeguamento della vision tecnologica e della strategia, con particolare attenzione alla convergenza tra il mondo fisico e quello digitale PTC ha nominato Andrew Timm Chief Technology Officer (CTO) dell’azienda. In questo ruolo, Timm sarà alla guida dei processi di governance, adeguamento e innovazione tecnologica aziendale e collaborerà con Jim Heppelmann, President […]

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La sua principale responsabilità sarà l’adeguamento della vision tecnologica e della strategia, con particolare attenzione alla convergenza tra il mondo fisico e quello digitale

PTC ha nominato Andrew Timm Chief Technology Officer (CTO) dell’azienda. In questo ruolo, Timm sarà alla guida dei processi di governance, adeguamento e innovazione tecnologica aziendale e collaborerà con Jim Heppelmann, President e CEO di PTC, e altri leader del settore tecnologico per raggiungere l’obiettivo di PTC: mettere a disposizione una delle principali piattaforme tecnologiche utilizzate dagli innovatori al fine di colmare il divario tra mondo fisico e digitale, modificando sostanzialmente il modo in cui vediamo e interagiamo con gli oggetti che ci circondano.

“Non riesco a immaginare nessun altro, oltre ad Andy, che abbia competenze in materia di tecnologia applicata al mondo reale tanto profonde e solide”, ha dichiarato Jim Heppelmann, President e CEO di PTC. “La grande esperienza di Andy, maturata con i nostri prodotti di base, unita alle sue conoscenze e alla sua passione per l’Internet of Things, lo rende particolarmente qualificato a guidare la trasformazione tecnologica di PTC e a potenziare ulteriormente la nostra capacità di aiutare i clienti a raggiungere il successo in un mondo intelligente e connesso”.

Timm ha iniziato la sua carriera in PTC, per poi seguire il suo spirito imprenditoriale fondando una società di consulenza che supportava i propri clienti a trarre valore commerciale dai software PTC. Successivamente, ha portato il proprio team in Kalypso, partner integratore di sistemi di PTC, dove ha avviato le attività IoT dell’azienda e lavorato con la tecnologia ThingWorx. In tutto l’arco della sua carriera, la capacità di Timm di creare e motivare team di talento lo ha portato a ottenere grandi risultati con clienti e colleghi. Nell’ultimo periodo Timm ha ricoperto la carica di Vice President Technology Platform Group di PTC, dove ha portato nuova linfa vitale alla dimensione tecnica del programma partner IoT.

“Avendo lavorato per quasi tutta la mia carriera con la tecnologia PTC, sono davvero onorato di assumere una carica così strategica come quella di Chief Technology Officer”, ha dichiarato Andrew Timm. “È davvero esaltante avere la possibilità di guidare e accelerare la trasformazione tecnologica in PTC in un periodo tanto stimolante e ricco di opportunità”.

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Jürgen Peschel è il nuovo CTO di Retarus Group https://www.datamanager.it/2015/03/jurgen-peschel-e-il-nuovo-cto-di-retarus-group/ Sat, 14 Mar 2015 10:00:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=71333 Lo specialista dei servizi di messaggistica conferma il rafforzamento del suo senior management Jürgen Peschel ha assunto la carica di Chief Technology Officer (CTO) di Retarus Group, acquisendo così la responsabilità strategica a livello globale dell’ufficio Service e IT Operations. Con questa nomina, l’azienda arricchisce il proprio management team con competenze strategiche nell’ambito dei servizi […]

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Lo specialista dei servizi di messaggistica conferma il rafforzamento del suo senior management

Jürgen Peschel ha assunto la carica di Chief Technology Officer (CTO) di Retarus Group, acquisendo così la responsabilità strategica a livello globale dell’ufficio Service e IT Operations. Con questa nomina, l’azienda arricchisce il proprio management team con competenze strategiche nell’ambito dei servizi di telecomunicazione. In qualità di CTO, Jürgen Peschel risponderà direttamente a Martin Hager, CEO di Retarus Group.

La nomina di Jürgen Peschel (44 anni) rafforza ultriormente il top management di Retarus Group – fornitore mondiale di servizi cloud per messaggistica via email, fax, SMS, EDI e servizi vocali – che potrà avvalersi della competenza e della consolidata esperienza di un grande esperto di tecnologia e comunicazione con alle spalle molti anni di esperienza manageriale in ambito IT.

Prima di arrivare in Retarus Group, Jürgen Peschel ha lavorato per 13 anni in Vodafone rivestendo diversi ruoli manageriali. Le sue posizioni di leadership comprendevano la direzione dello sviluppo tecnologico dei sistemi informatici e la gestione della strategia di riposizionamento della tecnologia di rete di Vodafone a livello globale. In precedenza, Jürgen Peschel aveva ricoperto per molti anni cariche di primo piano sia in T-Systems sia in Deutsche Telekom.

Nel corso dell’ultimo anno, Retarus ha rafforzato il suo team di management con le nomine di Sascha Wellershoff a Chief Financial Officer (CFO), di Thomas Tellert a Director Sales Europe, di Steve MacDiarmid a Director Sales Germany e di David Cole a Director Development. Si tratta di quattro manager dalla vasta esperienza internazionale provenienti dal settore della telecomunicazione. Insieme a Jürgen Peschel, questo team promuoverà l’internazionalizzazione di Retarus e i suoi investimenti nel mercato statunitense e asiatico.

“Un crescente numero di aziende si sta rivolgendo ai fornitori di servizi esterni dotati di tecnologie per la comunicazione. L’ampliamento strategico del top management garantisce il nostro perfetto posizionamento per poterci concentrare con intensità ancora maggiore sulla fornitura di servizi a valore aggiunto per aziende di grandi dimensioni e sull’ingresso in nuovi mercati”, afferma Martin Hager, CEO di Retarus Group. “I numerosi anni di esperienza lavorativa con player di livello mondiale del settore della telecomunicazione rendono Jürgen Peschel una figura perfetta per il nostro team.”

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Sophos nomina Joe Levy Chief Technology Officer https://www.datamanager.it/2015/03/sophos-nomina-joe-levy-chief-technology-officer/ Mon, 02 Mar 2015 11:18:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=70473 Con questo nuovo ingresso nel Senior Leadership Team, l’azienda conferma l’impegno a favore dell’innovazione applicata alla sicurezza Sophos annuncia la nomina di Joe Levy a Chief Technology Officer (CTO).Levy, considerato un vero opinion leader nell’ambito della sicurezza IT, guiderà la strategia tecnologica dell’azienda a livello globale indirizzando la visione dei prodotti e l’innovazione con lo […]

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Con questo nuovo ingresso nel Senior Leadership Team, l’azienda conferma l’impegno a favore dell’innovazione applicata alla sicurezza

Sophos annuncia la nomina di Joe Levy a Chief Technology Officer (CTO).Levy, considerato un vero opinion leader nell’ambito della sicurezza IT, guiderà la strategia tecnologica dell’azienda a livello globale indirizzando la visione dei prodotti e l’innovazione con lo scopo di incrementare e al tempo stesso semplificare la sicurezza IT.

Levy porta in Sophos più di 20 anni di leadership e di esperienza nel settore dello sviluppo della sicurezza informatica. Prima di arrivare in Sophos, è stato CTO in Blue Coat Systems, dove, nel Maggio del 2013, ha seguito l’acquisizione di Solera Networks, società pioniera nel campo dell’analisi di sicurezza, presso la quale Levy aveva ricoperto il ruolo di CTO a partire dal 2008.
Prima dell’esperienza in Solera, Levy è stato CTO in SonicWALL (azienda poi acquisita da Dell), dove ha guidato le divisioni di ricerca e sviluppo specializzate nelle aree relative ai next generation firewall, al deep packet inspection, alla crittografia e alla sicurezza dell’accesso remoto.

“Sophos mira a semplificare la sicurezza globale a livello enterprise”, dichiara Kris Hagerman, Chief Executive Officer di Sophos. “Joe condivide l’idea secondo cui la prossima generazione di soluzioni di sicurezza richiederà un elevato grado di innovazione in termini di funzionalità e usabilità. In tutto l’arco della sua carriera, Joe ha dimostrato la capacità di pensare in maniera alternativa e di guidare al successo le aziende presso le quali ha lavorato, e siamo lieti di dargli il benvenuto nel nostro Senior Management Team. Le sue competenze tecniche e la sua visione strategica saranno fondamentali per la creazione di nuove soluzioni che assecondino le crescenti esigenze dei nostri clienti”.

All’inizio della carriera, Levy ha lavorato sei anni per OneNet, rivenditore a valore aggiunto specializzato nel campo della sicurezza, gestendo l’area di progettazione e sviluppo di prodotti e servizi, tra cui i servizi gestiti. Levy ha fatto parte di diversi consorzi di certificazione dell’industria e del design, e detiene numerosi brevetti in ambiti quali la sicurezza informatica, il networking, i database e la virtualizzazione. È anche il co-autore di un libro dedicato alla sicurezza della reti wireless, che illustra molte delle innovazioni nel campo della sicurezza wireless messe a punto da Levy e dai suoi team di progettazione.

“Sono molto felice di entrare a far parte di un team di valore come quello di Sophos. Leader globale in settori come l’endpoint, la rete e la protezione dei dati, e dotata di una potente piattaforma di sicurezza per il cloud, Sophos dispone di tutta la tecnologia necessaria per fornire le soluzioni di protezione completa che i clienti richiedono”, afferma Joe Levy, Chief Technology Officer di Sophos. “E’ un momento davvero entusiasmante per entrare a far parte del team di Sophos!”.

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Dedagroup ICT Network nomina Roberto Loro Chief Technology Officer https://www.datamanager.it/2015/01/dedagroup-ict-network-nomina-roberto-chief-technology-officer/ Thu, 29 Jan 2015 10:53:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=68581 Roberto Loro nominato Chief Technology Officer: la strategia IT e digitale del Gruppo fa leva sull’innovazione tecnologica Dedagroup ICT Network annuncia la nomina di Roberto Loro a Chief Technology Officer del Gruppo, dando un nuovo impulso al Digital Business del Network. Già Direttore Cloud & IT Services di Dedagroup ICT Network, Roberto Loro ha maturato significative […]

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Roberto Loro nominato Chief Technology Officer: la strategia IT e digitale del Gruppo fa leva sull’innovazione tecnologica

Dedagroup ICT Network annuncia la nomina di Roberto Loro a Chief Technology Officer del Gruppo, dando un nuovo impulso al Digital Business del Network. Già Direttore Cloud & IT Services di Dedagroup ICT Network, Roberto Loro ha maturato significative esperienze in ambito cloud e IT as a service, contribuendo nel suo attuale incarico a costruire l’offering del Gruppo e posizionandolo come cloud provider pioniere in Italia.

In un momento in cui l’economia digitalizzata rivoluziona i modelli di business consolidati, con questa nuova nomina – in linea con i progetti di crescita del gruppo – Dedagroup ICT Network rafforza la propria capacità di accompagnare i clienti nella trasformazione e innovazione digitale, partendo dalle proprie esperienze consolidate nei mondi applicativi e tecnologici tradizionali ed ampliandole con nuove offerte integrate di Digital Business e IT Ibrida.

La nuova funzione di Chief Technology Officer risponde così a questa esigenza, alla realizzazione della strategia “innogrativa” del Gruppo ed alla volontà di aggregare le competenze delle diverse aziende del Network per fornire risposte complete e integrate, che comprendano rete, infrastrutture, middleware, applicativi, data intelligence, esperienza multicanale.

“Dedagroup ICT Network – dichiara l’Amministratore Delegato Gianni Camisa – è una realtà articolata e ricca di competenze, soluzioni e servizi. Vogliamo perseguire con grande determinazione il percorso di Innogration, l’innovazione tramite integrazione di competenze, metodologie, modelli di business. La nomina di un CTO di gruppo ha l’obiettivo di accelerare questo percorso, aumentando il valore che possiamo esprimere nel mercato e nella nostra capacità di affiancare i clienti nella trasformazione digitale”.

Il Chief Technology Officer e il suo team avranno come principale obiettivo il presidio e lo sviluppo della strategia tecnologica e di innovazione del Network: una funzione condivisa a livello di Gruppo, dunque, per promuovere la convergenza e la condivisione degli strumenti e delle metodologie di sviluppo software, favorendo la trasversalità e l’interscambio di risorse tra i diversi laboratori e rappresentando al contempo la visione tecnologica del Network verso l’esterno. Il CTO, inoltre, svilupperà relazioni con Enti di Ricerca, Università, Incubatori, Partner, Vendor, Clienti e creando un ecosistema di scambio della conoscenza a supporto dell’innovazione dell’offering del Gruppo.

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CIO, broker di servizi per il business https://www.datamanager.it/2014/09/cio-broker-servizi-per-business/ Thu, 04 Sep 2014 11:38:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60143 Sette tendenze che spiegano come cambia il ruolo dell’IT, secondo lo studio di CA Technologies, non sempre a vantaggio dei responsabili e delle funzioni operative CA Technologies fornisce soluzioni per la gestione dell’IT in grado di aiutare i clienti a gestire e proteggere i loro complessi ambienti IT a supporto di servizi informatici più flessibili per […]

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Sette tendenze che spiegano come cambia il ruolo dell’IT, secondo lo studio di CA Technologies, non sempre a vantaggio dei responsabili e delle funzioni operative

CA Technologies fornisce soluzioni per la gestione dell’IT in grado di aiutare i clienti a gestire e proteggere i loro complessi ambienti IT a supporto di servizi informatici più flessibili per il business. Le imprese si avvalgono del software e delle soluzioni SaaS di CA Technologies per accelerare l’innovazione, trasformare l’infrastruttura e proteggere dati e identità in tutti gli ambienti, dal data center al cloud. La ricerca “TechInsights Report: The changing role of IT and what to do about it”, commissionata da CA Technologies e condotta da Vanson Bourne, descrive alcune trasformazioni radicali intervenute nel ruolo dell’IT aziendale in Italia, cambiamenti che non sempre vanno a favore dei responsabili e delle funzioni dell’IT.

L’indagine è stata condotta su un campione di mille e 300 responsabili IT in organizzazioni attive nei settori di servizi finanziari, sanità, industria manifatturiera, PA e telecomunicazioni in dieci paesi europei (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Paesi Bassi, Portogallo, Scandinavia, Spagna e Israele) e altre dodici aree geografiche nel mondo e in aziende dal fatturato pari o superiore a 100 milioni di dollari.

Secondo i risultati dell’indagine, in Italia il ruolo principale dell’IT aziendale si spoglierà di competenze prettamente tecniche per assumere un profilo più strategico. Lo studio rivela per esempio che il ruolo di addetto alla sicurezza dei dati nevralgici si ridurrà dal 56% al 40% nel giro di tre anni. Durante il medesimo periodo, il bisogno di promuovere nuove iniziative aziendali salirà invece dall’attuale 3% al 12%. Sempre in Italia, il ruolo tecnico di supporto tecnologico ai dipendenti passerà dall’attuale 48% al 44% fra tre anni, mentre il ruolo di partner strategico e consulente del business si amplierà dall’attuale 15% al 29% nel giro di tre anni. Lo studio mette in evidenza sette tendenze che potrebbero decidere il futuro dell’IT nelle organizzazioni italiane.

MISURARE IL VALORE DELL’IT-Questa prima tendenza è anche la più preoccupante: se l’IT non riesce a dimostrare concretamente il valore apportato dal proprio contributo, rischia di non avere la credibilità necessaria per proporsi come consulente o come intermediario nei confronti del business. Lo studio ha rivelato che solamente il 34% delle aziende italiane misura effettivamente i vantaggi derivanti dagli investimenti informatici (dato mondiale: 39%), circa il 27% rende il business partecipe delle principali metriche prestazionali (dato mondiale: 31%), mentre il 35% elabora dei modelli atti a mostrare in che modo eventuali variazioni negli investimenti IT si ripercuoterebbero sul business (dato mondiale: 27%).

IL BUSINESS È L’IT, L’IT È IL BUSINESS -I manager italiani hanno sempre più dimestichezza con la tecnologia, tanto che il 29% della spesa IT è ormai registrata al di fuori dei reparti IT. Si stima che questa percentuale possa raggiungere il 39% nel giro di tre anni, rimanendo lievemente al di sotto della media mondiale del 44%.

IL CIO TENDE A RIPORTARE DIRETTAMENTE AL CEO – A testimonianza della valenza strategica acquisita dalla tecnologia per il business, ora sono più numerosi i CIO italiani che riportano direttamente al CEO. In Italia, il 55% dei CIO è ai riporti diretti del CEO (dato EMEA: 65%; dato mondiale: 71%) rispetto al 36% nel 2011 (dato mondiale: 36%).

AUMENTA LA SPESA PER I NUOVI SERVIZI DI BUSINESS – La spesa IT delle imprese italiane interessa sempre di meno il semplice mantenimento dell’operatività ordinaria per concentrarsi invece su nuove iniziative di business. In Italia, la spesa per nuovi prodotti e servizi dovrebbe passare dal 43% (dato EMEA: 47%; dato mondiale: 49%) al 53% del budget IT totale nei prossimi tre anni, rispetto a un dato EMEA e un dato mondiale del 59%.

L’IT COME CONSULENTE/BROKER – Il 51% circa delle organizzazioni italiane vede ora il reparto IT come broker di servizi o consulente per le linee funzionali, anziché come fornitore esclusivo di servizi IT. Il dato italiano è il più alto in Europa (dato EMEA: 43%), contrapponendosi a una media mondiale del 39%.

MANCANZA DI UNA VISIONE UNICA – Fra le organizzazioni italiane è diffusa la consapevolezza che sono in atto un certo numero di cambiamenti, ma pochi hanno idea della direzione che prenderanno. Ad esempio, il 41% dei soggetti italiani intervistati è convinto che alcune funzioni passeranno sotto altri reparti, ma che la funzione IT rimarrà un reparto specializzato a sé stante (dato EMEA: 34%; dato mondiale: 34%), mentre il 35% ritiene che le funzioni IT rimarranno immutate rispetto a oggi (dato EMEA: 27%; dato mondiale: 28%). Contemporaneamente, il 13% delle organizzazioni italiane ritiene che la maggior parte delle funzioni IT diventerà di competenza di altri reparti, ma che l’IT rimarrà un dipartimento a sé stante.

MENO TECNICI PIÙ STRATEGHI? – Si riducono i ruoli prettamente tecnici, mentre crescono quelli legati alla strategia IT a supporto del business. L’ultima tendenza registrata nella ricerca commissionata da CA, riguarda ancora il ruolo delle figure IT. Secondo la maggior parte degli intervistati italiani, l’IT sarà sempre meno impegnato a sviluppare competenze prettamente tecniche per assumere un profilo più strategico.

Sulla fotografia scattata dall’indagine, abbiamo sentito Fabrizio Tittarelli, CTO di CA Technologies Italia,al quale abbiamo girato alcune domande.

Data Manager: Qual è lo scenario IT che emerge dal Rapporto?

Fabrizio Tittarelli: I responsabili IT hanno un’opportunità unica per diventare i partner di fiducia dei loro colleghi del business. Si parla da molto tempo di chief innovation officer e di digital officer, bene, ora tutto ciò si sta realizzando nella pratica grazie allo sviluppo del cloud, della mobilty, dei big data e dell’economia delle apps, che stanno rivoluzionando l’IT. È uno scenario dinamico in cui cambia il modo di fruire e accedere ai servizi, già un paio di anni fa un utente aveva sul suo smartphone circa 44 apps, oggi siamo a livelli ben superiori e ciò è un’opportunità incredibile perché si possono fruire servizi in mobilità. Nell’odierna Application Economy, il software e la tecnologia stanno scardinando i modelli d’impresa, creando realtà ex novo e trasformando interi settori. I clienti italiani esigono applicazioni nuove e una diversa user experience, mentre i dipendenti hanno bisogno di nuovi strumenti per svolgere il loro lavoro in modo produttivo. Il frutto di queste dinamiche è un cambiamento epocale che sta investendo il modo in cui siamo abituati a vedere, acquistare, utilizzare e gestire la tecnologia. I reparti IT delle realtà italiane devono evolversi, cessando di essere semplici fornitori per proporsi come veri e propri consulenti, broker e intermediari per il business, in modo da evitare di rimanere tagliati fuori dall’attuale economia fondata sul software e sulla tecnologia.

Si parla da molto tempo di allineamento dell’IT con il business. Siamo davvero alla svolta?

Assolutamente sì, il rapporto evidenzia però che il budget IT si sta spostando sempre di più dalla manutenzione di servizi esistenti verso la creazione di nuovi servizi, siamo quasi al 50%. I CIO devono necessariamente operare questo cambio mentale perché la spesa IT sta uscendo dalla loro sfera di controllo diretto a vantaggio delle linee di business (in Italia conta circa il 25%, a livello mondo circa il 30%), ciò significa che la consumerizzazione ormai è una realtà da cui non si può più prescindere. Se l’IT non diventa un consulente riguardo la spesa al di fuori del suo controllo, se non diventa un broker di servizi, automaticamente l’IT perde rilevanza in azienda. Il CIO deve utilizzare la sua competenza per acquisire sul mercato i servizi necessari allo sviluppo del business.

Qual è la situazione in Italia?

Per alcune cose siamo avanti e per altre un po’ più indietro, ma il trend è buono e stiamo recuperando posizioni. Per esempio, siamo primi in Europa nella concezione di un IT come broker di servizi, quindi direi che l’acume dei nostri CIO è buono perché ha capito che deve attivarsi per diventare un vero consulente del business aziendale e non più solo un service provider.

Questo approccio deve essere seguito anche dalle PMI?

Certo, in quanto spesso non hanno la capacità finanziaria per creare nuovi servizi da zero e ampliare la loro offerta commerciale, mentre con il modello cloud si può contare sulla disponibilità di servizi già pronti che possono essere customizzati sulle necessità della singola azienda. Ciò non richiede grandi investimenti iniziali, ma solo il pagamento di fee mensili. Ciò offre una grande dinamicità.

Quali sono i costi connessi a questo cambiamento?

Tutto ha un costo. Ma un CIO capace di agire come broker e consulente aiuta tutte le aziende a orientarsi nella scelta dei servizi.

 

FABRIZIO TITTARELLI STORY

Laureato in Ingegneria Elettronica con indirizzo informatico all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, attualmente è CTO per CA Technologies Italia. Tittarelli ha ricoperto posizioni dirigenziali presso CA fin dal 1999. Ha operato come sales manager and technical director, potendo contare su un’esperienza quasi ventennale nel campo dello sviluppo strategico del business, sales, pre-sales e servizi professionali. Ha gestito con successo molti progetti IT e molteplici iniziative nel settore IT.

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Ryanair lancia “Ryanair Labs” e assume una serie di figure digitali https://www.datamanager.it/2014/07/ryanair-lancia-ryanair-labs-assume-serie-figure-digitali/ Mon, 07 Jul 2014 15:05:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57707 Ryanair ha lanciato oggi un centro d’innovazione digitale e IT all’avanguardia con sede presso i suoi uffici di Swords, Dublino, e per il quale sta conducendo la selezione di 200 nuove figure di staff per sviluppare una piattaforma di viaggio online di prim’ordine Ryanair è alla ricerca di personale che ricopra una serie di ruoli, […]

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Ryanair ha lanciato oggi un centro d’innovazione digitale e IT all’avanguardia con sede presso i suoi uffici di Swords, Dublino, e per il quale sta conducendo la selezione di 200 nuove figure di staff per sviluppare una piattaforma di viaggio online di prim’ordine

Ryanair è alla ricerca di personale che ricopra una serie di ruoli, tra cui posizioni executive, nelle aree dello sviluppo software, dati, Controllo Qualità, media, design e User Experience, come:

• Chief Technology Officer
• Head of Digital Marketing
• Mobile Developer: Android o iOS
• Head of Mobile
• Innovation Hacker – Laureato
• Market Intelligence Analysts
• Site Analytics Manager
• CRM/Data Science Executive
• QA and Software Test Manager
• Software Test Engineer
• UX Specialist
• UX Lead
• UI Designer
• Social Media Manager
• Online Advertising Manager
• Lead Content Executive

I dettagli completi delle posizioni e ulteriori informazioni circa Ryanair Labs sono disponibili sul nostro nuovo sito dedicato, Labs.Ryanair.com, sviluppato da Zartis e online da oggi. Ryanair mira ad avere tutte le posizioni ricoperte entro dicembre.

John Alborante di Ryanair ha dichiarato: “Ryanair ha cambiato per sempre il trasporto aereo in Europa, ora vogliamo cambiare il mondo dei viaggi online e lo faremo attraverso Ryanair Labs, un centro di innovazione digitale d’avanguardia con sede presso i nostri nuovi uffici di Dublino. Stiamo cercando di assumere il meglio del meglio per reinventare il settore dei viaggi online. Sia che scriviate o che copiate codici, vogliamo liberi pensatori, creativi e persone che non sappiamo solo immaginare, ma costruire esperienze sorprendenti. Strategia, architettura, design e contenuto saranno tutti realizzati qui a Dublino, e il lavoro svolto sarà utilizzato da milioni di persone. Siamo orgogliosi di pagare bene per essere sicuri di avere e di tenere con noi le persone migliori, e Ryanair Labs offrirà le gratifiche e la cultura tipiche di una start-up ma senza i relativi svantaggi. Stiamo assumendo una serie di figure digitali per cui gli interessati ad iniziare una rivoluzione dei viaggi online possono fare domanda attraverso Labs.Ryanair.com.”

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Red Hat. Il leader Open https://www.datamanager.it/rivista/red-hat-il-leader-open-57102.html Fri, 13 Jun 2014 09:57:18 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/red-hat-il-leader-open/ Anche in Italia, il fornitore di software infrastrutturale opensource è al centro di importanti esempi di business transformation. Al punto di confluenza di tutti i trend tecnologici più innovativi, il modello open permette a imprese e PA di liberar erisorse e accelerare lo sviluppo di soluzioni   L’open source secondo RedHat (it.redhat.com) è uno strumento […]

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Anche in Italia, il fornitore di software infrastrutturale opensource è al centro di importanti esempi di business transformation. Al punto di confluenza di tutti i trend tecnologici più innovativi, il modello open permette a imprese e PA di liberar erisorse e accelerare lo sviluppo di soluzioni

 

Gianni Anguilletti country manager di Red Hat ItaliaL’open source secondo RedHat (it.redhat.com) è uno strumento tremendamente serio, orientato alle applicazioni mission critical in settori chiave per l’economia non solo digitale: banche, telecomunicazioni, media, pubblica amministrazione, industria, grande distribuzione. In Italia, tanto per fare un esempio, l’operatore satellitare Sky ha adottato Red Hat per la sua infrastruttura IT. L’ultimo progetto di migrazione riguarda la piattaforma CRM, una trasformazione che a fronte di un incremento del 30% delle prestazioni dei servizi business è convertita in un risparmio del 70% sul total cost of ownership.

A leggere gli ultimi risultati finanziari del 2014 (che Red Hat ha chiuso fiscalmente a febbraio di quest’anno), il software aperto ha generato per Red Hat poco più di un miliardo e mezzo di dollari di fatturato, con una crescita di quindici punti percentuali.

 

Un ponte per l’innovazione

Un risvolto significativo è che la quasi totalità di questo fatturato (1,34 miliardi in crescita, ma del 16%) deriva da sottoscrizioni. Il modello open source di classe enterprise funziona, genera profitti. Commentando le scelte strategiche di Sky Italia, il countrymanagerdiRedHat, GianniAnguilletti osserva giustamente che se Sky insiste in questo modo sulle tecnologie open è perché queste «sono in grado di rispondere anche ai più stringenti requisiti di business, in particolare quando vengono abbinate a servizi di livello enterprise, come nella nostra offerta». Al responsabile di Red Hat in Italia preme sottolineare come «l’open source in generale e il software Red Hat in particolare, grazie ai suoi avanzati servizi di supporto ingegneristico orientati in modo specifico alle applicazioni critiche, rappresenta l’anello di congiunzione ideale tra i desiderata delle grandi organizzazioni – private o pubbliche – e i promettenti trend tecnologici che si stanno affacciando sul mercato».

Per Anguilletti, le aziende sono tenute a essere sempre più smart, pronte a cogliere – dalle enormi quantità di dati generati dalla relazione con il mercato – le opportunità di crescita e innovazione più interessanti. «Se a queste opportunità non si risponde in modo innovativo,

è inutile andare a cercarsele» – osserva Anguilletti. «Inoltre, in un contesto dove diventa imperativo fare di più investendo meno, la risposta più efficace può essere proprio l’open source». Secondo Anguilletti, i responsabili tecnologici delle imprese assistono alla convergenza di almeno tre diverse spinte. Da un lato c’è l’affermarsi dei big data e delle applicazioni analitiche, due eccezionali motori di crescita per le organizzazioni intelligenti che possono sfruttare le informazioni per rafforzare linee di business esistenti e aprire nuovi fronti. Poi c’è la grande maturazione raggiunta all’interno dei data center, nella specifica area delle architetture orientate ai servizi e all’integrazione applicativa, unita alla disponibilità di strumenti “agili” di sviluppo e prototipizzazione del software. «Su tutto questo dominano il cloud e la mobilità, due fenomeni che permettono ai sistemi informativi di essere particolarmente versatili anche nell’erogazione». Un collante efficace per riuscire a tradurre questi ingredienti in successo di impresa è il software open source. Specialmente quando, come nel caso di Red Hat, la tecnologia viene supportata in modo adeguato. Il messaggio che un fornitore infrastrutturale a tutto tondo come Red Hat vuole lanciare è che le risorse che l’azienda può liberare, spezzando i legami con i modelli tradizionali del software commerciale, unite al maggior controllo che le organizzazioni possono esercitare su tutti gli aspetti tecnici di una piattaforma o di un applicativo, possono tradursi in una maggiore efficacia e velocità sul mercato.

Antonio Leo e Edoardo Schepis, Red Hat

L’offerta a 360 gradi

«Red Hat all’inizio degli anni Novanta – racconta Anguilletti – era una realtà relativamente piccola dedicata, con il Fedora Project, all’ingegnerizzazione di un sistema operativo nel neonato comparto Unix per processori x86. Da allora, ha subito un’evoluzione profonda, trasformandosi – anche attraverso la lungimirante politica di acquisizioni – nell’azienda di riferimento sul mercato di soluzioni infrastrutturali legate a Enterprise Linux. Nel 2006, Red Hat completa l’acquisizione di JBoss. «Fu il seme da cui germogliò un’intera famiglia di tecnologie middleware e SOA, la prima tappa di un cammino che ha portato Red Hat a organizzarsi in cinque aree diverse, un’offerta che in ambito open – oggi – non ha praticamente rivali per completezza, qualità e livello di supporto. Con seimila e 300 dipendenti in settanta uffici del mondo (in Italia sono una sessantina, la metà dei quali con incarichi tecnici) e mille e 500 addetti allo sviluppo, Red Hat può assicurare, anche grazie a un esteso ecosistema di partner, un elevato grado di prossimità al cliente e ai suoi progetti. È anche un’azienda finanziariamente solida, capace di sostenere le sue strategie di crescita.

Alle due business unit centrate su Enterprise Linux e sul middleware, seguono – dopo l’acquisizione di Qumranet nel 2008 – la copertura degli aspetti della virtualizzazione che ora fanno riferimento a Openstack, un progetto open source per servizi IaaS pubblici e privati che vede la partecipazione di circa 200 aziende di software, ma di cui Red Hat è il “contributor” numero uno al mondo. Dopo aver rilevato Gluster nel 2011, Red Hat entra anche nel settore emergente del software defined storage, dove la campagna acquisti è in pieno svolgimento. Proprio mentre questa cover story è in chiusura, l’azienda di Raleigh, North Carolina, ha annunciato un investimento di 175 milioni di dollari in Inktank, pioniere californiano dei sistemi di storage virtuali basati su hardware commodity. Grazie a queste soluzioni, secondo Anguilletti, il mercato dello storage sarà attraversato da una rivoluzione analoga a quella che Linux aveva reso possibile tanti anni fa, trasformando in sistemi server ad alta affidabilità le economiche architetture x86. «Lo scenario è molto simile a quello che abbiamo oggi per lo storage, dove dominano sistemi estremamente efficienti ma costosi e refrattari ai contesti eterogenei dei data center. Tutto questo è destinato a cambiare con l’archiviazione softwaredefined». Infine, c’è il promettente ambito della “orchestrazione” del cloud, con soluzioni in ambito Open Hybrid Cloud e PaaS – anche in questo caso sia pubblico sia privato – abilitato da Openshift.

Danilo Maggi, Red Hat

Prove di affidabilità

I primi interlocutori del notevole successo di Red Hat sono i grandi protagonisti del finance, delle telecomunicazioni, della PA, dell’energia, del retail, del manifatturiero, ovunque ci siano da implementare soluzioni di frontiera, che coinvolgano competenze interne molto avanzate e «quasi sempre integrate» – come ci spiega EdoardoSchepis, che nella sede italiana indossa il cappello (rosso ovviamente) di responsabilerisorsetecnicheeimplementazionedellesoluzioni. Tuttavia, non mancano l’interesse e il coinvolgimento delle imprese di dimensioni medio-piccole, per le quali è stata costituita – precisa ilresponsabileitalianodellealleanze, AntonioLeo – una «task force» che agisce soprattutto attraverso la leva delle partnership. «A chi ancora chiede quali garanzie possono offrire le soluzioni open source, possiamo rispondere con un mare di referenze» – risponde Anguilletti. Non solo. «Proprio quando c’è un’opportunità da cogliere e l’IT è particolarmente funzionale al business, l’open source offre qualità e tempi di risposta molto più elevati».

Anche in Italia, il momento sembra essere molto propizio. Da sette anni, il volume d’affari di Red Hat a livello nazionale cresce al tasso annuo aggregato del 24%. Aree come il middleware di JBoss crescono a ritmi ancora più elevati (+35% nell’anno appena concluso), il parco clienti, oltre a Sky, vanta referenze di rilievo assoluto. Come la piattaforma mission critical messa recentemente a punto da Borsa Italiana con Mts e Sia. Un progetto che ha fatto dichiarare a FabrizioCazzulini, chieftechnologyofficerdiMTS, l’azienda privata nata dal Mercato Generale di Titoli di Stato, la prima borsa elettronica italiana: «Il ruolo dell’infrastruttura di messaggistica è estremamente critico per noi, perché per i nostri sistemi passano in media ordini e contratti per oltre cento miliardi di euro al giorno». Il successo dell’azienda è anche testimoniato dall’Open Source Day, un importante evento organizzato da Red Hat (mille e 300 i partecipanti all’ultima edizione nel novembre scorso). Nell’occasione, era stata presentata la ricerca commissionata da Red Hat a SDA Bocconi, secondo cui l’83% delle aziende italiane ha già adottato soluzioni open source (percentuale che sale all’89% considerando anche le intenzioni future). A livello globale, una conferma arriva dalla ricerca sulla business transformation svolta da HarvardBusinessReview AnalyticServices su un campione di 420 CTO, nel 23% dei casi di aziende europee. L’indagine identifica un terzo delle aziende tra gli “Innovation accelerator”. Si tratta di società trainate dalla tecnologia e che investono molto più di altre (più o meno il doppio) nella creazione di nuove applicazioni grazie anche a responsabili IT che sanno anticipare e influenzare le decisioni del management. Le tipologie più gettonate di questi nuovi servizi sono la business intelligence e le tecnologie mobili e app, non a caso le due aree di maggiore focalizzazione per Red Hat. «Anche l’Internet delle cose è un trend che seguiamo con attenzione con le nostre soluzioni di integrazione Fuse e A-MQ, che consentono di far dialogare tra loro oggetti e protocolli più disparati» – precisa Anguilletti.

La forza della competenza

Come evidenzia anche lo studio SDA Bocconi, tra i fattori critici che definiscono il successo di un progetto open source, la disponibilità di competenze tecniche di alto profilo gioca un ruolo importante, siano esse interne all’azienda cliente o disponibili sul mercato. In Red Hat, EdoardoSchepis presidia questa area nella sua duplice funzione di coordinatore delle risorse tecniche e responsabile dell’implementazione delle soluzioni basate sulle tecnologie infrastrutturali fornite. «Alla mia funzione fanno riferimento tutte le figure tecniche che Red Hat schiera in affiancamento al cliente sia nella fase di studio della fattibilità delle soluzioni sia nella fase post-vendita, quando il mio team interviene a livello di personalizzazione e implementazione». Si tratta di circa venti risorse equamente ripartite tra attività di pre e postvendita, oltre naturalmente al servizio di supporto remoto che segue gli interventi di primo e secondo livello nell’arco delle ventiquattro ore e in tutto il mondo.

Schepis individua almeno due motivi alla base della scelta di molte aziende, specie nel comparto finanziario, dove la familiarità con Linux è tradizionalmente più forte, della migrazione verso l’open source. «Certamente, anche per svincolarsi dai costi elevati delle tecnologie proprietarie, ma soprattutto per i grandi progressi che nel settore ICT sono stati fatti con il middleware e il cloud». In queste aree, i clienti vogliono avere più visibilità sugli aspetti evolutivi dei prodotti e dei loro “internals”: a volte il software proprietario è carente da questo punto di vista. «Un altro aspetto fondamentale è la customizzazione. I nostri clienti possono chiedere modifiche anche importanti e partecipare direttamente alla loro implementazione». Nel caso dell’italiana SIA, per esempio, un’evoluzione di JBoss in direzione della nuova architettura di “Data Grid” implementata per la nuova piattaforma di trading dell’operatore interbancario è stata proposta e sviluppata dal cliente con l’assistenza dei tecnici di Schepis ed è entrata ufficialmente a far parte dell’ambiente middleware di Red Hat proposto su scala mondiale. «Chi entra nel mondo dell’open source può lavorare come semplice utente, ma può anche collaborare al testing e all’implementazione delle soluzioni in uno specifico ambito e contribuire allo sviluppo complessivo di un progetto».

Mai più sola

Nel settore delle telecomunicazioni, gli operatori manifestano un crescente interesse nei confronti dei prodotti di virtualizzazione e cloud. «Il vantaggio dell’offerta Red Hat con Openstack – spiega Edoardo Schepis – consiste nella possibilità di coprire ogni aspetto tecnologico in ambito cloud, che oggi caratterizza le strategie di molte telco nei confronti dei loro clienti, con il supporto che possiamo garantire, anche appoggiandoci alla solida rete dei nostri partner». Dal punto di vista commerciale, il modello open source comporta la trasformazione del costo capex rappresentato dalla licenza, in un costo operativo sotto forma di canone che comprende aggiornamenti, supporto, accesso alle basi di conoscenza, certificazione e la responsabilità legale sul codice sviluppato. Gli utenti di soluzioni open source sono in genere motivati e coinvolti, e possono trovare in Red Hat un interlocutore solido, preparato e affidabile.

«Un interlocutore che – come ricorda AntonioLeo, che riveste il duplice ruolo di Alliancemanagere territory leader, ha saputo costruire un ecosistema di alleanze che rappresenta un ingrediente fondamentale nella ricetta del successo di Red Hat. «Per noi è stato un grande cambiamento di pelle. In passato, Red Hat lavorava con un modello diretto di “go to market”. Oggi, i partner si identificano in tutto e per tutto con noi. In Italia, almeno il 75% del business viene generato indirettamente. Ogni volta che individuiamo una possibile nuova collaborazione, fin dalle prime discussioni deve essere chiaro che la relazione con Red Hat è di tipo win-win. Nel caso dei global system integrator, il ruolo di Red Hat consiste nel fornire una tecnologia robusta, innovativa e ben supportata dal partner che diventa il fornitore della “soluzione integrata” presso il cliente. Ma questa sinergia si ripete in ogni altra situazione, anche con partner di dimensioni più piccole e locali». A Red Hat spetta il compito di sviluppare soluzioni infrastrutturali, cloud (PaaS, IaaS) e middleware di grande valore – ai partner, system integrator, solution provider, OEM, ISV compete il task di integrare la tecnologia Red Hat con le proprie soluzioni e implementarle presso i clienti.

Vincere con i partner

«Il compito più importante per il partner Red Hat è saper intercettare le opportunità congiunte» – sottolinea ancora Leo. «Da parte nostra, c’è un forte impegno sul piano della evangelizzazione, una grande componente “educational” e comunicativa nel fare in modo che il partner conosca a fondo il valore delle soluzioni Red Hat e possa trasmetterlo al cliente, che proprio grazie al modello open source può disporre di risorse aggiuntive, che premiano anche i partner». Il canale diventa in questo modo un’interfaccia strategica verso il mercato, che consente a Red Hat di focalizzarsi meglio sulle tecnologie e raggiungere una tipologia di clientela più vasta, anche per dimensioni. Una scalabilità su cui Red Hat non potrebbe contare così facilmente agendo da sola. Secondo Leo, in Italia i partner più produttivi e coinvolti sono circa cinquanta, numero che cresce notevolmente se si includono anche i partner meno attivi. Oltre a system integrator globali – come Accenture o HP Enterprise Services, le cui relazioni vengono regolate anche a livello centrale, con i partner locali – la squadra coordinata da Leo si occupa anche dei grandi integrator e degli ISV verticali insieme ai partner manager e ai due distributori nazionali, Itway e Avnet.

«L’interesse nei confronti di nuovi partner è sempre elevatissimo» – conferma Leo. «Anche per questo collaboriamo con le università e cerchiamo di dare opportunità ai giovani sviluppatori. Il primo requisito è la qualità del software e delle soluzioni. Grazie alle nostre tecnologie possiamo rispondere a tutte le esigenze sul fronte del cloud, della trasformazione infrastrutturale e applicativa con le soluzioni Jboss, e sono convinto che nel nostro mercato – per noi e i nostri partner – si aprano intere praterie da esplorare. Pensiamo solo alla pubblica amministrazione: il software Red Hat può realmente fare la differenza rispetto al mondo proprietario portando innovazione, riduzione dei costi, nuovi servizi».

Un nuovo modello

Nella sua mansione di marketingmanager, DaniloMaggi interviene a proposito del grande potenziale di crescita di Red Hat in Italia, ponendo l’accento sullo sforzo di riposizionamento dell’azienda come leader di riferimento nelle aree più innovative. «La notorietà acquisita con Enterprise Linux non deve farci dimenticare lo spazio che Red Hat può acquisire nell’ambito del cloud computing, della virtualizzazione o in direzioni molto innovative come il software defined storage o il DevOps. Tutto questo implica una varietà di attività comunicative tradizionali verso la stampa specializzata, ma anche iniziative più direttamente rivolte al mercato, inclusi i seminari, la partecipazione alle grandi conferenze e gli eventi organizzati da noi in collaborazione con i partner». E infatti, il circuito europeo del Red Hat Forum prevede una tappa milanese per il prossimo 24 giugno, con la partecipazione, tra gli altri, di clienti come Sky e Trenitalia in qualità di testimonial e partner come Zimbra e Alfresco, con le loro proposte applicative nel campo della messaggistica e del content management. A Roma, nuovamente in calendario per novembre ritorna l’Open Source Day, che sotto la regia di Red Hat raccoglie una rappresentanza ancora più folta di partner e clienti italiani.

«Una componente essenziale della nostra strategia – aggiunge Maggi – è anche la collaborazione con il settore accademico, che oltre a rappresentare un mercato interessante, ci offre la possibilità di sviluppare nuova tecnologia e promuovere la conoscenza delle nostre soluzioni nei corsi universitari». Non solo. «Il messaggio che vogliamo portare va oltre l’aspetto dello sviluppo del software» – dice il responsabile del marketing di Red Hat. «La nostra esperienza può insegnare moltissimo su concetti come la community leadership e sul legame profondo che si deve instaurare tra tecnologia e il business».

I progetti open source stanno cambiando il volto dell’informatica aziendale, basti pensare che senza open source non esisterebbero fenomeni come il cloud pubblico di Amazon.

E il coinvolgimento di molti big dell’informatica “convenzionale” in progetti open source confermano questa tendenza, basta citare nuovamente il progetto OpenStack che vede Red Hat in prima linea.

Dopo vent’anni di crescita, consolidamenti e successi, la carica innovativa di Red Hat e l’affidabilità del suo software promettono di essere ancora un formidabile motore di trasformazione.

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Ben Fathi nuovo Chief Technology Officer di VMware https://www.datamanager.it/news/ben-fathi-nuovo-chief-technology-officer-di-vmware-52661.html Fri, 10 Jan 2014 10:42:07 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/01/ben-fathi-nuovo-chief-technology-officer-di-vmware/ Fathi porterà in VMware i suoi oltre 30 anni di esperienza nell’innovazione

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Fathi porterà in VMware i suoi oltre 30 anni di esperienza nell’innovazione

VMware annuncia la nomina di Ben Fathi a nuovo Chief Technology Officer. Fathi è in VMware dal 2012 e, prima del nuovo incarico, è stato Senior Vice President della divisione R&D. Fathi riporterà direttamente a Pat Gelsinger, CEO di VMware.

“Poiché continuiamo a semplificare la complessità IT in tutto il data center dei nostri clienti, è fondamentale per noi poter contare su persone come Ben Fathi per mantenere un focus sull’innovazione combinato con prodotti di alta qualità,” ha commentato Pat Gelsinger. “Sono molto contento della nomina di Ben a nuovo CTO e sono sicuro che guiderà lo sviluppo di soluzioni e programmi innovativi e che collaborerà con la comunità accademica, apportando un contributo fondamentale alla nostra comunità di ricerca e sviluppo nei prossimi anni.”

Fathi vanta più di 30 anni di esperienza nell’industria IT, in particolare nello sviluppo di sistemi operativi. Nel precedente ruolo di Senior Vice President R&D di VMware, Fathi ha guidato i team responsabili dei prodotti core di VMware e dell’innovazione delle soluzioni verso nuovi livelli di scalabilità, performance e affidabilità.

Prima di entrare in VMware, Fathi è stato Senior Vice President di Cisco e si è occupato di sistemi operativi e protocollo networking. Precedentemente, ha ricoperto diversi ruoli in Microsoft per 12 anni, fra cui, più recentemente, quello di Corporate Vice President of Developement per la Divisione Windows.

Fathi ha conseguito una laurea in discipline scientifiche e un master in informatica, oltre a una laurea in psicologia all’Università del Massachusetts.

Prima di Fathi, la carica di CTO di VMware è stata ricoperta da Steve Herrod dal 2008 al 2013.

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Prepararsi al futuro digitale. Processi più efficienti https://www.datamanager.it/rivista/prepararsi-al-futuro-digitale-processi-pi-efficienti-52253.html Thu, 12 Dec 2013 11:20:42 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/12/prepararsi-al-futuro-digitale-processi-piu-efficienti/ Alcune ricerche indipendenti, svolte per conto di Ricoh Europe interpellando numerose aziende grandi, piccole e medie a livello europeo, fotografano le tendenze in atto nella gestione dei processi documentali   Da tempo è in atto una progressiva trasformazione digitale delle aziende. Non è certo una novità. Ma chi prefigurava uno scenario completamente digitale in tempi […]

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Alcune ricerche indipendenti, svolte per conto di Ricoh Europe interpellando numerose aziende grandi, piccole e medie a livello europeo, fotografano le tendenze in atto nella gestione dei processi documentali

 

Davide Oriani, CEO di Ricoh Italia.

Da tempo è in atto una progressiva trasformazione digitale delle aziende. Non è certo una novità. Ma chi prefigurava uno scenario completamente digitale in tempi brevi deve forse ricredersi, visto che le informazioni conservate sotto forma cartacea hanno ancora adesso un ruolo ben definito accanto alle informazioni digitali. Le ragioni sono molteplici, ma è interessante notare come non siano pochi i responsabili delle aziende europee che ammettono di non essere ancora pronti per entrare nell’era digitale, come è emerso da una ricerca condotta tra maggio e giugno 2013 da Coleman Parkes Research e commissionata da Ricoh (www.ricoh.it), il colosso della gestione documentale, con oltre 75 anni di storia e presenza a livello globale. In Italia, la società fattura circa 330 milioni di euro e gestisce 155mila dispositivi, con oltre 33mila clienti, dalle piccole e medie imprese fino ai grossi gruppi.

Digital transformation

Più in dettaglio, la ricerca ha rivelato che il 63% dei manager ritiene che la propria azienda sia ben lontana dall’essere pronta per la trasformazione digitale. Ma non solo: l’83% dei responsabili aziendali sono convinti che i CIO siano pronti per guidare questa trasformazione, ma non godono della piena legittimazione per farlo e per cambiare le attività da cui dipende la crescita del business. E, certamente non a caso, solo il 9% dei CIO interpellati ritiene di avere influenza ai fini del cambiamento in questa area. La ricerca ha anche messo in evidenza che i CIO possono avere l’opportunità di assumere un ruolo importante delineando la strategia digitale da seguire e favorendo la crescita dell’azienda, ma solo a patto che abbiano a disposizione gli strumenti necessari e siano coinvolti nei processi decisionali. I manager interpellati non hanno mancato di enucleare: in primo luogo, una significativa esperienza di marketing, poi conoscenze tecnologiche adeguate e infine competenze in merito ai processi di business. Però, solo una minoranza degli intervistati ha dichiarato che attualmente il CIO dispone di tutti gli strumenti necessari per implementare una strategia digitale di successo, che punti per esempio a un maggiore coinvolgimento dei clienti (13%) oppure a una gestione più efficace della supply chain (14%).

Superare le resistenze al cambiamento

Probabilmente, è anche per questo che i progetti di “digital transformation” vengono in prevalenza gestiti dal CTO e dal CIO (43%) e solo in seconda battuta dal CEO, cosa che avviene nel 30% dei casi. Tuttavia, se si considerano solo i responsabili dei sistemi informativi, questi hanno la leadership solo nel 21% dei casi. Tra l’altro, il CIO fa parte del consiglio di amministrazione in meno della metà delle aziende del campione (46%).

«I risultati della ricerca mettono in risalto che la maggior parte delle aziende sta attraversando un “periodo buio” nella trasformazione verso il digitale e non sempre è pronta per questo passaggio» – commenta Davide Oriani, CEO di Ricoh Italia. «In un periodo come questo, in cui ci si aspettano molti cambiamenti guidati dalla tecnologia, per le organizzazioni è importante essere flessibili allo scopo di adattarsi con rapidità alle nuove esigenze dei clienti e al contesto di mercato, in modo da mantenere o guadagnare vantaggi competitivi. Vincere le sfide connesse a questo cambiamento impone che il reparto IT non venga visto come una funzione di staff e di supporto. Invece, ai responsabili dei sistemi informativi andrebbe data la possibilità di innovare i modelli di business e le modalità di interazione con i clienti, introducendo cambiamenti nei workflow che incrementino la produttività. Grazie alle loro competenze tecnologiche e di business, i CIO hanno la possibilità di analizzare le modalità di lavoro tradizionali per innovarle, ottimizzando così i processi. I possibili benefici vanno oltre la riduzione dei costi, perché le aziende possono trarre vantaggio da modelli di business più produttivi e flessibili che facilitano la condivisione della conoscenza tra i dipendenti e aumentano la reattività di fronte alle esigenze espresse dai clienti. Partendo da questo approccio, il CIO sarà in grado di focalizzare l’attenzione sulla crescita del core business per guidare con successo l’organizzazione verso un futuro digitale».

L’ora degli iWorker

Ma il percorso verso la trasformazione digitale presuppone anche la presenza di risorse che abbiano accesso su base continuativa a tutte le informazioni utili a soddisfare le necessità dell’azienda e dei suoi clienti, configurandosi così in quelli che da più parti si chiamano “intelligent workers”, spesso abbreviati in iWorker. Continua Davide Oriani: «Per le organizzazioni di tutta Europa, è arrivato il momento di prepararsi al futuro, ottimizzando i processi documentali. In un contesto in cui aumentano le innovazioni e i cambiamenti guidati dalla tecnologia, gli iWorker sono fondamentali per la crescita aziendale e per aumentare l’efficienza, la produttività e la capacità di rispondere alle esigenze dei clienti». La fotografia di questa ulteriore tendenza in atto è stata effettuata in un’altra ricerca commissionata da Ricoh Europe e sempre condotta tra maggio e giugno 2013 da Coleman Parkes Research. Il dato principale emerso è che nei prossimi cinque anni il numero di iWorker delle aziende europee aumenterà in maniera esponenziale. Attualmente, solo il 4% dei manager europei definisce la maggioranza dei dipendenti della propria azienda con il termine iWorker, vale a dire knowledge worker che hanno accesso di tipo 24/7 a tutte le informazioni necessarie per gestire al meglio le esigenze dell’azienda e dei suoi clienti. Ma gli stessi interpellati prevedono comunque un cambiamento significativo entro i prossimi cinque anni: il 37% del campione è infatti convinto che entro il 2018, cioè di qui a cinque anni, la maggior parte della popolazione aziendale sarà costituita da iWorker. La crescita degli iWorker, rivela l’indagine, può essere vista come una risposta delle aziende alle conseguenze negative derivanti dall’inefficace condivisione delle informazioni. Dovendo stilare una graduatoria degli impatti più rilevanti causati da queste inefficienze, i manager interpellati hanno citato al primo posto la perdita dei ricavi (49%), seguita al secondo posto dalla perdita dei clienti (43%), mentre in terza posizione è stata indicata la conoscenza superficiale della realtà dei clienti (27%).

Investire in nuove tecnologie

Lo studio commissionato da Ricoh ha posto l’accento anche sul fatto che, prima di incrementare la presenza degli iWorker nelle aziende europee, si rivela necessario risolvere alcune importanti questioni. Infatti, se circa tre quarti delle imprese sta investendo in nuove tecnologie con l’obiettivo di migliorare la produttività dei dipendenti, sia quando sono in ufficio sia quando sono in mobilità, un numero altrettanto significativo mette in luce l’esigenza di rivedere i processi per consentire ai dipendenti di accedere con più facilità alle informazioni. Oltre il 70% dei manager è infatti persuaso che l’impossibilità di accedere ai documenti tramite dispositivi mobili costituisca un limite alla piena operatività dell’azienda, mentre due terzi evidenzia come le funzioni di ricerca inadatte impediscano di trovare le informazioni necessarie per contribuire alla crescita dell’azienda. Inoltre, il 62% dichiara che i tanto vituperati (a ragione) silos informativi non interconnessi stanno ostacolando la condivisione dei dati.

«Le conclusioni della ricerca sono piuttosto nette nell’indicare che il numero degli iWorker è destinato a crescere in modo significativo, ma la vera domanda che ci si deve porre è se le aziende sono pronte» – afferma Davide Oriani. «I top manager sono consapevoli più che mai della necessità di un’ulteriore ottimizzazione delle modalità con cui nelle aziende si utilizza la tecnologia e si gestiscono i silos informativi. Proprio per questo, diventa ancora più d’attualità l’esigenza di riesaminare e modificare le modalità di lavoro tradizionali, soprattutto per tenere il passo con i cambiamenti guidati dalla tecnologia, che inevitabilmente porteranno ancora nuove sfide».

I passi necessari

Ma quali sono le misure da intraprendere per consentire la crescita degli iWorker in azienda? La ricerca ha evidenziato alcune attività irrinunciabili. In prima posizione, per arricchire le competenze dei dipendenti è necessario mettere a disposizione strumenti per la collaborazione che favoriscono la condivisione della conoscenza e l’interscambio di informazioni tra persone che lavorano in differenti luoghi. Al secondo posto sono invece state menzionate l’ottimizzazione dei processi aziendali, per esempio tramite l’analisi delle modalità di lavoro dei dipendenti e l’utilizzo corretto delle tecnologie, e il passaggio al cloud. In quarta posizione, gli intervistati hanno citato la digitalizzazione dei documenti cartacei, con l’obiettivo di migliorare l’accesso alle informazioni, sia quelle attuali sia quelle presenti in azienda da tempo, che sono importanti e che agevolano i processi decisionali.

Meno carta più risparmi

Dalle ricerche citate fin qui emerge il peso che in azienda hanno tuttora le informazioni conservate sotto forma cartacea. È proprio a questo che ci si riferisce quando si parla di bigger data, che includono non solo le informazioni digitali ma anche i documenti cartacei alla base dei processi decisionali. A fotografare i contorni del fenomeno, ci ha pensato un’altra ricerca condotta a livello europeo nella primavera 2013 per conto di Ricoh. «Il crescente problema nella trattazione dei dati aziendali è dato anche dallo storico, che è in gran parte sotto forma cartacea, una modalità che è tuttora utilizzata in molte imprese» – mette in evidenza il CEO di Ricoh. Non a caso, una stima attendibile rivela che più del 50% delle aziende ha ancora dai cinque ai dieci anni di storico sotto forma cartacea: una mole di dati tuttora importanti per il business, che però talvolta non si rivela di agevole reperimento e consultazione. «La nostra ricerca ha – però – evidenziato che vi è molta consapevolezza sull’importanza dei documenti cartacei per le strategie di business e l’87% delle aziende intervistate concorda sul fatto che la digitalizzazione migliorerebbe i processi aziendali» – prosegue Davide Oriani. Inoltre, il 56% delle aziende italiane è convinta che digitalizzando le informazioni si otterrebbe una percentuale di risparmio quantificabile tra il 5 e il 20% del fatturato. Più in dettaglio, il 35% stima un risparmio tra il 5 e il 10%, mentre per il 21% la percentuale si colloca tra l’11 e il 20 per cento».

Capire i bigger data

Lo scenario attuale vede ancora un buon terzo delle aziende intervistate disporre di informazioni esclusivamente su carta. Segno che c’è ancora un lungo cammino da fare. La soluzione è a portata di mano: «La digitalizzazione delle informazioni può davvero rendere i processi decisionali più efficaci, perché solo la capacità di accedere facilmente alle informazioni, digitali o fisiche, può essere davvero utile per le organizzazioni che intendano effettuare il passaggio al digitale e favorire la crescita aziendale» – avverte Oriani. E infatti, la dematerializzazione sta diventando sempre più una priorità per molte organizzazioni: quattro intervistati su dieci (per l’esattezza il 39% del totale) sono convinti che i loro dati verranno completamente digitalizzati entro i prossimi tre anni. Dopotutto, conclude Davide Oriani, «le informazioni aziendali importanti esistevano già molto prima che si parlasse di big data: per questo è importante guardare al di là delle informazioni digitali: informazioni rilevanti, oltre ai dati storici, contenuti in documenti stampati, possono aiutare ad avere un quadro più completo e saranno sempre di fondamentale importanza nel futuro».

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Così evolverà il Dark Web https://www.datamanager.it/news/cos-evolver-il-dark-web-50463.html Mon, 14 Oct 2013 07:50:59 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/10/cosi-evolvera-il-dark-web/ Andy Archibald, capo della National Cyber Crime Unit del Regno Unito spiega gli sviluppi dei sobborghi della rete

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Andy Archibald, capo della National Cyber Crime Unit del Regno Unito spiega gli sviluppi dei sobborghi della rete

Il lato oscuro della Luna. Questa volta non ci sono fluidi rosa di mezzo, ma “solo” il grande paese internet. Si perché così come lo conosciamo, il web è diviso, grossolanamente, in due parti di cui una visibile è una nascosta, o resa tale. Quello che preoccupa le agenzie di sicurezza è proprio il web oscuro, ovvero quella zona dove chi ci sa fare può muoversi (quasi) liberamente, senza paura di finire, ad esempio, tra le maglie dei risultati del Google di turno.

Prova a prendermi

I servizi e le piattaforma basate sul “Dark Web” continueranno ad evolversi nel tentativo di eludere le autorità. Ne è certo Andy Archibald, capo della National Cyber Crime Unit britannica che, in un discorso circa la chiusura del sito Silk Road, vero centro commerciale di droghe e sostanze illegali, ha messo in guardia circa la scaltrezza del cybercrime. Proprio riguardo a Silk Road, Archibald ha detto come i criminali abbiano utilizzato nuovi metodi per tenere il passo con gli sviluppi della tecnologia, riuscendo ad eludere la maggiorparte dei controlli della polizia. “Il fatto che questa volta abbiamo scovato i criminali su Tor vuol dire che potremmo riuscirci ancora di seguito. Il dubbio è se saranno ancora li o su un’altra piattaforma”.

God save the Queen

La Gran Bretagna lavora per mettere al tappeto tutti i crimini perpetrati su internet. Non a caso è la prima nazione europea, tra i paesi che hanno una cyber unit, ad aver effettuato i primi arresti connessi al reato di violazione del copyright. Un mese fa la Police Intellectual Property Crime Unit aveva recuperato in poco meno una settimana dalla partenza, circa 40 mila euro che sarebbe stati “bruciati” dalla vendita di materiale protetto su supporti fisici. 

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