cultura – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 13:57:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png cultura – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Neil Harbisson, ai confini dell’identità https://www.datamanager.it/2017/06/201706neil-harbisson-ai-confini-dellidentita/ Tue, 20 Jun 2017 13:31:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127147 Mente e corpo. La transizione bio-tecnologica del primo artista cyborg della storia Neil Harbisson è un compositore, visual artist e fotografo. Inglese di nascita, spagnolo di adozione. Affetto da una rara patologia, la acromatopsia congenita, che non gli permetteva di vedere i colori, Neil Harbisson ha deciso di superare questa condizione, iniziando una “transizione” bio-tecnologica […]

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Mente e corpo. La transizione bio-tecnologica del primo artista cyborg della storia

Neil Harbisson è un compositore, visual artist e fotografo. Inglese di nascita, spagnolo di adozione. Affetto da una rara patologia, la acromatopsia congenita, che non gli permetteva di vedere i colori, Neil Harbisson ha deciso di superare questa condizione, iniziando una “transizione” bio-tecnologica che lo ha portato alla creazione della Cyborg Foundation. Per lui, il cielo è sempre stato grigio e la televisione in bianco e nero. La Pantera Rosa, Greenpeace e Profondo Rosso non hanno mai avuto molto significato. Ma dal 2004, ha deciso di dare una svolta alla sua condizione, lavorando al progetto Eyeborg, un sensore in grado di trasformare la frequenza della luce in onde sonore che vengono inviate a un chip installato nel cranio. Una specie di impianto cocleare a conduzione ossea, che ha cambiato completamente non solo il suo modo di vedere il mondo, ma ne ha ampliato la percezione oltre i cinque sensi. Quando mi trovo seduto davanti a Neil Harbisson, nella piccola stanzetta grigia e senza finestre del Centro Congressi di Milano, in occasione della dodicesima edizione del SAS Forum, non so bene cosa pensare. Siamo uno di fronte all’altro. Lui vestito di nero. Taglio di capelli da novizio. Io indosso il mio solito gilet arancione e non posso fare a meno di pensare che effetto gli farà. In attesa di iniziare l’intervista, faccio finta di niente, ma non riesco a staccare lo sguardo dalla sua antenna che disegna un arco dalla nuca fino alla fronte. Quella stranezza ha lo stesso effetto dell’uncino del capitano dei pirati, nelle avventure di Peter Pan. Anzi, Neil Harbisson è Capitan Uncino e Peter Pan insieme. L’antenna di Harbisson ha un richiamo potentissimo. È una dichiarazione al mondo intero di autodeterminazione.

Prima di incontrare Neil Harbisson, non sapevo se considerarlo un artista che ha saputo trasformare la sua disabilità in un punto di forza, un genio della body art 3.0, oppure un “fenomeno” e basta. Una cosa è certa. Harbisson non sta solo modificando il suo corpo: sta potenziando i suoi sensi per andare oltre la normale percezione di quella che lui stesso definisce «realtà reale» e che non ha nulla a che fare con la realtà virtuale o realtà aumentata. La sua antenna è un tentativo di agire sulla materia viva del suo corpo. Un’opera d’arte a tutti gli effetti, che fa discutere. Non una protesi per rimediare a una disabilità. Ma un gesto artistico radicale. Per diventare il primo “cyborg project vivente”, Harbisson ha dovuto fare i conti con il pregiudizio delle persone, con la reticenza ufficiale dei medici, la morale della società e anche la legge. Per noi, Neil Harbisson è una delle infinite possibili varianti di quella macchina già perfetta, che è l’essere umano. Del resto, la tecnologia è empowerment. Serve a ridurre le differenze che creano squilibrio. A trovare soluzioni a problemi complessi. A comprendere la realtà che ci circonda. A renderci più umani e meno soli. A scoprire chi siamo veramente, facendo – però – attenzione a non confondere il mezzo con il fine. Chi ancora oggi concettualizza le tecnologie come “corpi estranei” alla “natura umana” dimentica o ignora l’articolata relazione tra soggetto e strumento che – se riletta in chiave evolutiva e neurofisiologica – mostra che in realtà noi agiamo e pensiamo anche in funzione degli strumenti o delle macchine che utilizziamo per interfacciarci con il mondo e le altre persone. Questo fatto non significa trascurare eventuali rischi, ma valutarli con maggior consapevolezza e coscienza critica.

L’ansia di distinguere tra “naturale” e “artificiale” non è quasi mai dovuta a una volontà tassonomica di marcare un confine sulla base di dati di fatto, ma nasconde l’intenzione, più o meno cosciente o subdola, di confondere l’essere e il dover essere. Già Hume, secoli fa, ci metteva in guardia dal non sovrapporre i due piani. Lo aveva ben compreso Kubrick, mostrando all’inizio di 2001: Odissea nello spazio come il primo strumento tecnologico, un semplice osso usato come una clava, avrebbe determinato l’intera evoluzione dell’uomo. E a ribadirlo di recente sono stati anche i giudici della Corte Suprema americana, quando hanno stabilito che gli smartphone costituiscono una sorta di protesi del nostro corpo. Di che cosa ci meravigliamo, allora? La tecnologia in tutte le sue forme e declinazioni, dalla scrittura alla stampa, dalla ruota allo smartphone, passando per le nanotecnologie, internet, la chirurgia dei trapianti e degli impianti, trasforma ogni cosa. E forse – lo dico a me stesso – prima di giudicare quello che ancora non riusciamo a comprendere, dovremmo fare lo sforzo di metterci in ascolto per capire che identità e trasformazione stanno tra loro come materia e forma, essere e divenire.


Il primo artista #cyborg della storia @NeilHarbisson «Design yourself»
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Data Manager: Che rapporto hai con la tecnologia?

Neil Harbisson: Per me la tecnologia non è semplicemente un tool o un wearable. Ma è parte del mio corpo: io stesso sono tecnologia. Studiando musica, ho approfondito il rapporto tra luce e suono. Entrambi hanno una frequenza ed entrambi hanno un colore. I primi tempi, dopo l’impianto, mi sforzavo di memorizzare i nomi dei colori associati alle note. è stato come imparare a parlare una lingua nuova, immerso in una realtà che non conoscevo. Poi il mio cervello si è adattato e tutte queste informazioni sono diventate percezione. Non dovevo più pensare alle note. Come capita di non pensare più alle parole da tradurre in un’altra lingua. Diventa automatico. E anche i sogni sono diventati a colori.

Adesso la tua visione è “normale”?

Normale è una parola che non mi piace. Sono arrivato a percepire tutti i gradi del cerchio cromatico. Ma poi ho pensato che potevo spingermi oltre e ho aggiunto gli infrarossi e gli ultravioletti. Del resto, nella realtà esistono molti più colori di quelli che l’occhio umano riesce a percepire. Pensiamo agli insetti. Io non riesco comunque a vedere i colori come le altre persone, ma riesco a percepirli in un modo completamente diverso, registrando le frequenze di tutto ciò che vedo e così posso realizzare dei ritratti sonori delle persone, che diventano poi anche impronte visive.

Che cosa è cambiato?

Il livello di percezione di tutto ciò che mi circonda. Anche i suoni normali, come il campanello della porta o la suoneria del cellulare stanno diventando colore. La cosa funziona in entrambe le direzioni. Quando entro in una galleria d’arte è come andare a un concerto, perché ogni dipinto ha una sua musicalità. Mi piace Warhol perché le sue opere producono suoni netti e distinti. Quando mi vesto, non abbino i colori, ma armonizzo i suoni. Anche il modo di percepire la bellezza e il rapporto con le persone sono cambiati. La bellezza è una questione di armonia e si può sentire e vedere. E non è una caratteristica che hanno tutti.

Come ti definiresti?

Mi considero un cyborg, una specie differente di essere umano modificato. Non si tratta della somma di due sensi, ma della creazione di un senso completamente nuovo.

Qual è la cosa più difficile?

All’inizio, la cosa più difficile è stata trovare un chirurgo disposto a operarmi. Ho ricevuto molti no ufficiali. Mi dicevano che il dispositivo era pericoloso. Come negli anni Sessanta, la chirurgia per il cambiamento di sesso non era accettata dai comitati di bioetica, oggi, non è accettata la chirurgia per il passaggio da una specie a un’altra.

E poi che cosa è successo?

Un medico si è offerto di operarmi durante il suo giorno di riposo, ma ho dovuto firmare una clausola di riservatezza. Dopo l’operazione, la cosa più difficile è stata spiegare perché lo avevo fatto. Essere me stesso è l’impresa più grande. Perché siamo veramente noi stessi quanto più ci avviciniamo all’idea che abbiamo di noi. Tutti abbiamo un progetto dentro di noi da realizzare. E in ciascuno di noi, c’è un’opera d’arte che aspetta di essere portata alla luce.

Sei religioso?

Non sono religioso. La mia sperimentazione non è contro un dio creatore che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. Anzi, la considero una collaborazione.

Che cosa significa potenziare i sensi?

I sensi sono la nostra unica via di accesso alla conoscenza della realtà. Forse, sono una gabbia. Potenziare i sensi non significa alterare la realtà, ma accedere a un livello di conoscenza più profondo. Sono al quarto upgrade della mia antenna e mi sento pronto per l’innesto di un altro organo di senso. Per la prima volta, possiamo fare un salto evolutivo interspecie.

Quali sono i rischi?

A parte qualche mal di testa, sono già stato hackerato una volta e può essere molto fastidioso. Se gli stimoli diventano troppo forti o fastidiosi, copro la mia antenna con le mani o la spengo se voglio restare in silenzio. Più o meno come fanno tutti, quando si coprono le orecchie o gli occhi per non vedere o sentire.

Perché hai creato la Cyborg Foundation?

Per aiutare le persone che vogliono intraprendere il mio stesso percorso di trasformazione, integrando la tecnologia all’interno del corpo. La mia prima battaglia nella rivendicazione dei diritti dei “cyborg” è stata con il ministero degli Interni inglese che non accettava la mia foto con l’antenna sul passaporto. Ho sostenuto che si trattava di una parte del mio corpo, e alla fine hanno ceduto. Nel database della fondazione, ci sono sperimentazioni per impianti di memoria, sensi per percepire in anticipo i cambiamenti di pressione della crosta terrestre per prevedere i terremoti, occhi bionici dotati di sensori per la visione notturna.

La tecnologia funziona come una leva dell’evoluzione umana?

Io penso che l’evoluzione sarà intraspecie. Quando la tecnologia diventerà organica e gli impianti potranno essere stampati direttamente nel DNA, potremmo scaricare ogni tipo di up-grade e potremo connetterci molto di più con la natura. Credo che la vita sarà molto più emozionante se smettiamo di creare applicazioni per gli smartphone e iniziamo a creare applicazioni per il nostro corpo.

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Guido Tonelli, la cultura ci rende umani https://www.datamanager.it/2017/05/201705guido-tonelli-la-cultura-ci-rende-umani/ Thu, 11 May 2017 10:29:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124667 Intelligenza artificiale, nuove connessioni e paradigmi. Alle radici della conoscenza per una nuova alleanza tra sapere scientifico e cultura umanistica Nel libro “La nascita imperfetta delle cose” (2016, Rizzoli Editore), il fisico Guido Tonelli raccontava l’avventura della ricerca della “particella di Dio”. Nel suo ultimo lavoro, “Cercare mondi” (2017, Rizzoli Editore) è sulle tracce delle […]

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Intelligenza artificiale, nuove connessioni e paradigmi. Alle radici della conoscenza per una nuova alleanza tra sapere scientifico e cultura umanistica

Nel libro “La nascita imperfetta delle cose” (2016, Rizzoli Editore), il fisico Guido Tonelli raccontava l’avventura della ricerca della “particella di Dio”. Nel suo ultimo lavoro, “Cercare mondi” (2017, Rizzoli Editore) è sulle tracce delle particelle più misteriose e delle galassie più remote dell’Universo. Professore di Fisica Generale dell’Università di Pisa, ricercatore del CERN di Ginevra e tra i protagonisti della scoperta del bosone di Higgs, a Tonelli piace immaginare un mondo in cui a tutti siano date le stesse opportunità: «Studiare, inseguire le proprie passioni, fare avanzare la conoscenza». Nato in un piccolo paese di montagna alle pendici delle Apuane («Vengo da una famiglia di artigiani, operai e contadini»), le sue radici sono ancora vive nei ricordi, nelle storie di duro lavoro, e nelle sventure che hanno segnato le esistenze dei suoi genitori e dei suoi nonni. Oggi, si sente un cittadino del mondo e ha la fortuna di godere di molti privilegi, ma non dimentica quanto è importante tenere i piedi ben piantati per terra. Tra gli ospiti più attesi dell’ottava edizione del Festival di antropologia del contemporaneo, Dialoghi sull’uomo, che si terrà a Pistoia, capitale Italiana della Cultura, dal 26 al 28 maggio, per Tonelli la ricerca scientifica più avanzata è un «racconto meraviglioso» che ci porta alla scoperta dell’origine dell’Universo e anche di noi stessi. La storia di una «grande avventura» e dei suoi protagonisti, uomini e donne che esplorano gli angoli più reconditi della materia, per fare un viaggio all’indietro nel tempo verso il «non-luogo da cui è nato il tutto». Ma che cosa ci renderà più umani? La tecnologia o la cultura? Se la tecnologia è soprattutto empowerment, nel modo in cui consente connessioni e interazioni sempre più complesse, e come leva della nostra capacità di evolverci, per il fisico italiano, è senza alcun dubbio la cultura il vero fattore di crescita e sviluppo. «La tecnologia ci può aiutare a risolvere una grande quantità di problemi pratici e può anche consentirci di allargare i nostri orizzonti culturali, ma senza la riflessione su di sé e sul proprio ruolo nel mondo c’è il rischio di perdersi. Di cultura e in modo particolare di cultura umanistica c’è oggi più bisogno che mai» – mette in guardia Tonelli. «Proprio perché viviamo in un mondo in cui scienza e tecnologia progrediscono a grande velocità, dobbiamo tutti sentire l’urgenza di fare in modo che la cultura umanistica tenga il passo». Chi se non i filosofi, gli umanisti, gli artisti, potranno dare senso all’esistenza umana nell’epoca del dominio della scienza e della tecnologia? Chi altri potrà aiutare l’umanità a fare i conti con i cambiamenti di paradigma che incombono, discutendone le implicazioni, valutandone rischi e opportunità?


#Dialoghi2017 Guido Tonelli Cultura o tecnologia, che cosa ci renderà più umani? @DialoghiPistoia
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Data Manager: La dimensione artificiale rappresenta il nostro prossimo step evolutivo?

Guido Tonelli: L’intelligenza artificiale sta facendo enormi progressi. Macchine che imparano velocemente dai loro errori saranno presto capaci di sostituirci in molte delle attività che svolgiamo abitualmente. Basti pensare alla guida dell’automobile. Noi saremo, con molta probabilità, l’ultima generazione di umani che guiderà personalmente una propria autovettura. Fra breve verranno immesse sul mercato le prime auto a guida automatica. Per un po’ il sistema sarà misto, poi, quando si vedrà che gli umani sono molto più pericolosi, e che le loro auto provocano molti più incidenti di quelle a guida automatica, la guida umana verrà bandita. Lo stesso accadrà, prima o poi, per treni, navi e aerei. Questo stesso meccanismo è destinato a travolgere prima o poi, le principali attività manifatturiere e produttive, tutte quelle impiegatizie e burocratiche, ma anche molte, considerate più nobili ed esclusive, come l’insegnamento o la medicina. Tutto questo costituirà una nuova sfida. Liberati dall’incombenza di occupare una grossa frazione del nostro tempo in attività ripetitive, l’umanità avrà la possibilità di sviluppare pienamente quelle attività creative che oggi sono appannaggio di una piccola frazione di privilegiati. La vera questione sarà se l’organizzazione sociale vigente consentirà questa transizione o se il privilegio rimarrà confinato a una parte ristretta della popolazione.

Scienziati sempre meno tecnici in camice bianco e sempre più filosofi?

Quest’idea che lo scienziato sia un essere stravagante, che viva in un mondo tutto suo, circondato da formule e teoremi è uno stereotipo vecchio a morire. Ci sono certamente colleghi così, che vivono in una specie di “torre d’avorio”, ma sono una piccola minoranza. Penso che anche fra gli idraulici, i notai o i pizzaioli sia presente la stessa percentuale di persone “mono-maniacali”, interessate cioè solo al proprio lavoro. Conosco decine di scienziati come me, appassionati d’arte, di letteratura, di politica. Persone che sono così curiose nel capire i segreti della natura, perché non dovrebbero essere altrettanto interessate a quello che succede in altri campi del sapere e dell’agire umano?


#Dialoghi2017 Guido Tonelli Alle radici della conoscenza e di noi stessi @DialoghiPistoia
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Lei si sente più scienziato o più filosofo?

Sono uno scienziato che sente fortissimo il bisogno di confrontarsi con chi spinge in avanti la ricerca in tutti i campi del sapere, non solo la filosofia, ma anche l’arte. Ho forte curiosità per i temi filosofici, anche se non ho le competenze necessarie per padroneggiarli. Cerco quindi il confronto, ascolto gli studiosi che scavano in profondità in questi ambiti e provo a capire. Mi capita spesso di scoprire che ci spinge la stessa curiosità e che ci interroghiamo sulle stesse domande. Gli strumenti che usiamo sono certamente diversi ma, alla fine, la domanda di partenza è sempre la stessa.

Che cosa sappiamo dell’Universo?

Dell’Universo sappiamo molto, sia della sua origine che della sua fine. Sappiamo che è nato da una fluttuazione quantistica del vuoto e che, per certi versi è ancora vuoto. Un vuoto che si è trasformato in una gigantesca struttura spazio-temporale nella quale si distribuiscono materia ed energia, che ha preso cioè una forma meravigliosa. Tuttavia, sono ancora molte le questioni aperte: chi ha scatenato l’inflazione cosmica, di cosa è fatta la materia oscura, da dove nasce l’energia oscura, che fine ha fatto l’antimateria e perché è così difficile unificare la relatività generale e la meccanica quantistica. Non c’è bisogno di ipotizzare alcun intervento divino per spiegare quello che osserviamo o i molti misteri su cui si sta ancora investigando. Questo non toglie valore all’atto di fede che coinvolge molti, scienziati e non. Avere fede vuol dire affidarsi a qualcosa di sovrannaturale, che si colloca appunto al di fuori della natura, al di fuori quindi dell’unico ambito nel quale la scienza può operare.

In Italia, continua la strana contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica. Lei cosa ne pensa?

Questa contrapposizione non mi piace affatto, la considero un retaggio del passato, da superare al più presto. Per millenni, l’interesse scientifico e quello filosofico si sono intrecciati nelle stesse persone, basti pensare ai grandi come Aristotele o Democrito per giungere fino a Galilei, Newton e lo stesso Einstein. Nel Novecento, è cresciuta la separazione e le due discipline si sono radicalmente specializzate. La crescita esponenziale della scienza in generale e della fisica in particolare ha richiesto lo sviluppo di apparati concettuali e tecnici molto sofisticati, basti pensare a relatività o meccanica quantistica, che hanno contribuito a creare ulteriore difficoltà di dialogo. La filosofia sembra quasi avere rinunciato a discutere dei contenuti della scienza concentrando l’attenzione sui problemi del linguaggio e su questioni epistemologiche in generale. Personalmente, ritengo che questa divisione debba essere superata e auspico un dialogo sempre più profondo fra scienziati e umanisti. Bisogna conoscerci a vicenda, fidarsi gli uni degli altri e fare uno sforzo per avvicinare le varie discipline. Entrambi ne abbiamo bisogno. I cambiamenti nella visione del mondo prodotto dall’avanzamento della scienza e della tecnologia produrranno profondi mutamenti nelle relazioni fra individui e nell’organizzazione sociale.


#Dialoghi2017 Guido Tonelli Una nuova alleanza tra tecnologia e cultura @DialoghiPistoia
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I manager delle aziende che cosa possono imparare dal suo lavoro di scienziato?

Non so se possono imparare qualcosa, ma sicuramente ci sono molti aspetti in comune fra le nostre professioni, pur così diverse. Guidiamo grandi ed eterogenee comunità di individui che cercano di raggiungere un obiettivo comune. L’orizzonte in cui ci muoviamo è il mondo intero. L’ambiente in cui si agisce è spesso ostile e pieno di incertezze. I nostri budget, per quanto grandi, sono limitati e dobbiamo rispettare scadenze che ci sono imposte da una feroce competizione. Abbiamo una grande passione per il nostro lavoro e siamo capaci di coltivare per decenni sogni e ambizioni. Non ci spaventa il lavoro duro e neanche il rischio di fallire, abbiamo messo in conto che può capitare. Sappiamo che la differenza fra un successo clamoroso e una catastrofe può essere una questione di dettagli. E per questo, si dorme poco la notte. Mi capita spesso di visitare aziende con le quali collaboriamo per lo sviluppo di tecnologie più avanzate e ho parecchi amici fra manager di compagnie molto importanti. Molti di loro sono appassionati di fisica e passiamo ore a discutere di multiversi o di supersimmetria. Non può essere un caso, una pura coincidenza. C’è sicuramente qualcosa di più profondo che ci accomuna.

L’Italia è un insieme di grandi talenti e contraddizioni. In che cosa sono bravi gli italiani e che cosa dobbiamo imparare?

Io ho la fortuna di lavorare in un campo di ricerca, la fisica delle alte energie, in cui il nostro Paese gioca un ruolo importante e che ci viene riconosciuto a livello internazionale. Questo purtroppo non vale per molti altri settori. Non ci manca il talento individuale e siamo spesso capaci di inventare soluzioni per uscire dalle situazioni più difficili. Una certa dose di creatività e di fantasia ci viene riconosciuta praticamente in tutti i campi. Quello che ci manca è l’umiltà di riconoscere che siamo un disastro sul piano dell’organizzazione. Siamo costituzionalmente incapaci di organizzare le cose in maniera leggera, semplice e pragmatica. Qui dobbiamo rinunciare a fare le cose di testa nostra e accettare di copiare dagli altri, quelli che sono di gran lunga più bravi di noi: gli svizzeri o i tedeschi, per non parlare degli americani e giapponesi. Se imparassimo a mettere insieme l’efficienza organizzativa di questi paesi e l’estro e la creatività di cui siamo capaci, potremmo fare cose incredibili.

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Il Datagate de’ noantri https://www.datamanager.it/2017/02/datagate-de-noantri/ Mon, 13 Feb 2017 15:23:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=117743 La spy story dei fratelli Occhionero e la lista di nomi illustri. Tra spionaggio e carenza di misure di protezione, emerge un quadro di carenza di cultura della sicurezza delle vittime e non di bravura (ce ne vuole davvero poca) degli aggressori Lenticchie, uva passa, prosecco, Moscato d’Asti, informazioni riservate. Il nostro inizio d’anno è […]

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La spy story dei fratelli Occhionero e la lista di nomi illustri. Tra spionaggio e carenza di misure di protezione, emerge un quadro di carenza di cultura della sicurezza delle vittime e non di bravura (ce ne vuole davvero poca) degli aggressori

Lenticchie, uva passa, prosecco, Moscato d’Asti, informazioni riservate. Il nostro inizio d’anno è stato integrato da qualche elemento augurale per quelli che si occupano di sicurezza. È la storia – triste e buffa al contempo – degli “Occhionero Bros.”, protagonisti di un dossieraggio che ha rapidamente appassionato l’opinione pubblica. I mezzi di informazione sono stati catalizzati da una vicenda che stupisce e spaventa la gente comune, mentre commuove chi queste cose le conosce un pochino di più.

Mentre l’attenzione dei quotidiani si è incentrata sui due 006,5 e 008,1 (troppo approssimativi per meritarsi la numerazione di James Bond…), poco si è detto dei personaggi illustri che hanno costituito il bersaglio delle presunte scorribande informatiche. Per evitare che questi VIP e i componenti del loro entourage si sentano trascurati, ho pensato di dedicare a loro lo spazio di questo consueto appuntamento. L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari sembra un estratto del memorabile “almanacco di Gotha”, l’annuario dell’aristocrazia politica, diplomatica e finanziaria pubblicato dal 1763 al 1944. Il provvedimento, infatti, snocciola una sequela di nomi importanti e mette in evidenza che – se non davanti alla legge – dinanzi a un computer siamo tutti uguali. La vulnerabilità dei dispositivi che ci accompagnano quotidianamente si riverbera su chi se ne serve e poco importa se il tizio è soggetto di alto lignaggio. Il malware se ne frega del fatto che il suo bersaglio non risponde mai personalmente al telefono, è filtrato da mille assistenti e segretari, circola protetto da una scorta armata, è sempre e comunque inavvicinabile. Il malware fa liberamente il suo mestiere, rispettando riga dopo riga le istruzioni che è chiamato a impartire all’apparato su cui si è andato ad annidare. Il vero problema è nella condotta di chi si è fatto abbindolare da qualche allegato “birichino” arrivato con la posta elettronica oppure è involontariamente inciampato in qualche altra trappola sul web. La questione, a dispetto delle altrui e mie inutili chiacchiere, è di carenza di cultura della sicurezza delle vittime e non di bravura (ce ne vuole davvero poca) degli aggressori.


.@Umberto_Rapetto La spy story dei fratelli Occhionero. Il datagate de’ noantri
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I veri colpevoli dell’intera spy story sono proprio loro. Possibile? Qualcuno paragonandomi allo sposo di “Alice” di Francesco De Gregori dirà “è impazzito, oppure ha bevuto…”. Pur allattato a Barbera, per fin troppo ovvie ragioni di provenienza geografica, scrivo in stato di assoluta sobrietà. Le responsabilità puntuali cui faccio riferimento sono di carattere culturale, organizzativo e tecnico. La totale insensibilità e indifferenza alla grana della digital security è un nodo giunto al pettine. Aver snobbato una preoccupazione esageratamente naturale mi sembra profondamente imperdonabile. L’essersene fregati si è andato a tradurre nella mancata adozione di cautele comportamentali e di precauzioni software, che se invece fossero state implementate non avrebbero portato al risultato che è dato leggere sulla stampa o ascoltare dalle emittenti radiotelevisive.

A voler esser pignoli, il codice della privacy (il decreto legislativo 196 del 2003) non solo stabilisce l’obbligo di predisporre idonee misure di sicurezza ma “si permette” di punire chi non ottempera a tale specifico adempimento (per il soddisfacimento del quale il legislatore ha persino predisposto un dettagliatissimo “allegato B” al provvedimento normativo). Non è finita. Gli articoli del codice penale inerenti i crimini informatici sono caratterizzati da un inciso non proprio insignificante in cui si legge “protetto da misure di sicurezza” e riferito alla condizione basilare in cui deve trovarsi il sistema informatico perché si realizzi compiutamente la fattispecie di reato. Ne consegue che l’accesso abusivo e il danneggiamento si realizzano sotto il profilo penale solo se il sistema è protetto. E allora come si va a mettere la questione? Il 2017 si profila interessante.

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18app: 500 euro da spendere in cultura su Amazon.it https://www.datamanager.it/2016/11/18app-500-euro-spendere-cultura-amazon-it/ Fri, 04 Nov 2016 14:18:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=112859 Fino al 31 dicembre 2017 su Amazon.it quasi 500.000 diciottenni italiani potranno spendere il bonus cultura stanziato dal Governo Italiano Anche Amazon.it partecipa al progetto 18app, il bonus stanziato dal Governo Italiano che consente a quasi 500.000 diciottenni italiani di spendere 500 euro in prodotti culturali. Libri ed eBook Kindle sono gli strumenti la diffusione […]

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Fino al 31 dicembre 2017 su Amazon.it quasi 500.000 diciottenni italiani potranno spendere il bonus cultura stanziato dal Governo Italiano

Anche Amazon.it partecipa al progetto 18app, il bonus stanziato dal Governo Italiano che consente a quasi 500.000 diciottenni italiani di spendere 500 euro in prodotti culturali.

Libri ed eBook Kindle sono gli strumenti la diffusione della cultura e del sapere che potranno essere acquistati su Amazon.it con il bonus cultura destinato ai nati del 1998.

Come fare per ottenere il bonus? I diciottenni italiani hanno tempo fino al 31 gennaio 2017 per registrarsi su www.18app.it e richiedere la propria identità digitale o SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale). Per farlo dovranno rivolgersi a uno dei quattro Identity Provider abilitati (InfoCert, Poste Italiane, Sielte e TIM), indicando indirizzo email, numero di cellulare, documento di identità valido e tessera sanitaria con il codice fiscale. Potranno completare l’identificazione tramite PC o di persona recandosi negli uffici dell’Identity Provider scelto.

Una volta rilasciato l’ID, i diciottenni potranno accedere a 18app.it per ottenere i buoni del Governo. Per l’utilizzo del buono su Amazon.it, i ragazzi dovranno prima creare buoni del valore di 5, 10, 25 o 50 euro sul sito 18app.it, e poi convertirli in codici Amazon del medesimo valore sul sito bonus18.it. Al momento della conversione, l’intero importo del buono verrà dedotto dal saldo 18app. I codici Amazon potranno essere quindi utilizzati per pagare i prodotti selezionati su Amazon.it in un’unica sola soluzione o in diverse occasioni, fino al 31 dicembre 2017.

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L’alfabeto del leader. AAA classe dirigente cercasi https://www.datamanager.it/2016/09/lalfabeto-del-leader-aaa-classe-dirigente-cercasi/ Fri, 23 Sep 2016 08:08:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=109021 Chi ha detto che ai leader fa difetto l’autoironia? Questo manuale pratico per manager colti (Guerini Next) di Paolo Iacci, professore all’Università Statale di Milano ed esperto di cultura d’impresa, rappresenta non solo un buon esercizio per tenere in forma i muscoli della leadership, ma anche per analizzare vizi e virtù di uomini d’impresa, alla […]

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Chi ha detto che ai leader fa difetto l’autoironia? Questo manuale pratico per manager colti (Guerini Next) di Paolo Iacci, professore all’Università Statale di Milano ed esperto di cultura d’impresa, rappresenta non solo un buon esercizio per tenere in forma i muscoli della leadership, ma anche per analizzare vizi e virtù di uomini d’impresa, alla luce di una molteplicità di rimandi alle fonti più diverse, dalla Bibbia ai grandi maestri del Rinascimento italiano, passando per i grandi imperatori romani, gli assiomi della Legge di Murphy, favole e storielle ebraiche.

Ma se l’intelligenza è quando ti accorgi che il ragionamento del tuo principale non fila e la saggezza, quando eviti di farglielo notare, forse questo manuale non è consigliabile ai teneri d’audacia e poveri d’iniziativa. Del resto, scrive Iacci, «la crisi accorcia e schiaccia l’orizzonte personale delle strategie personali. Oggi, a differenza del passato, si è perduta l’idea di futuro». Tra strade misteriose e cammellieri, in questo percorso alla ricerca del senso perduto nelle scelte che si compiono nelle grandi organizzazioni, Paolo Iacci mette in fila dalla A alla Zeta i temi più attuali della trasformazione dei ruoli aziendali e dei rapporti di potere e lo fa con la lente dotta del professore, ma anche con l’arma dell’ironia e del paradosso.


L’alfabeto del leader AAA classe dirigente cercasi @paoloiacci @_GNext
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Così lungo le strade del ritorno, si possono fare incontri interessanti e scoprire che le ragioni della delocalizzazione sono ormai superate dalla complessità di supply chain difficili da controllare. Alla voce “G come Governance”, troviamo anche una postilla sulla stupidità, che dentro e fuori le aziende, «è la più grande forza distruttiva da cui sia stato mai afflitto il genere umano». Chi si occupa di governare le imprese è da sempre alla ricerca di leggi generali in grado di spiegare come funzionano le organizzazioni. Ma attenzione, avverte Iacci, nell’epoca della comunicazione globale, qualsiasi sciocchezza, se ripetuta abbastanza spesso, diventa all’apparenza «una verità indiscutibile». E quando si parla di mantra, al primo posto troviamo la parola «innovazione», ripetuta in tutti i contesti e svuotata di significato nel tentativo di cercare una soluzione alla crisi che non passa. Forse, come sembra suggerire l’autore, varrebbe la pena di «trovare, smettendo di cercare», affidandosi alla guida di «padri» capaci di tracciare se non un «sogno», almeno un progetto ampio o, se non altro, una via retta fino alla meta.

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HumanDog, perchè il tuo cellulare non si ricarica quando ti vede https://www.datamanager.it/2016/06/humandog-perche-cellulare-non-si-ricarica-ti-vede/ Thu, 23 Jun 2016 08:29:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=103802 Anche se non riesci e a separarti da lui, ci sono almeno cinque differenze sostanziali tra cane e smartphone. Al tuo cane basta vederti per ricaricarsi, allo smartphone no. Lui è il simbolo stesso della fedeltà, il tuo cellulare è il simbolo delle mode che passano. Sulla memoria del telefono hai scaricato 60 applicazioni che […]

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Anche se non riesci e a separarti da lui, ci sono almeno cinque differenze sostanziali tra cane e smartphone. Al tuo cane basta vederti per ricaricarsi, allo smartphone no. Lui è il simbolo stesso della fedeltà, il tuo cellulare è il simbolo delle mode che passano.

Sulla memoria del telefono hai scaricato 60 applicazioni che non usi mai, nella memoria del tuo amico a quattro zampe ci sei solo tu insieme ai suoi croccantini preferiti. Al tuo fido piacciono le carezze, ma ricordati che la sua testa non è touchscreen. Il tuo cane ha la funzione sveglia incorporata, ma non ha un’app per raccogliere i suoi bisogni.

Con il tuo smartphone puoi essere connesso a tutto il mondo, ma il tuo cane non ti abbandonerà mai e con lui non ti sentirai mai veramente solo. Secondo i dati del Rapporto Eurispes 2016, nove italiani su dieci hanno un cellulare, smartphone o no, anche se poi uno su due ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese.


#HumanDog Ci sono almeno 5 differenze tra #cane e #smartphone
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Il 43,3% degli italiani vive con un animale domestico, per la maggior parte cani (60,8%), che sono considerati membri della famiglia a tutti gli effetti. Nonostante la crisi, i proprietari spendono molto per i propri amici a quattro zampe, tanto da rendere il settore del pet food un vero e proprio business.

Le complesse dinamiche che regolano il rapporto tra l’uomo e gli animali sono un fenomeno che merita attenzione, soprattutto nelle grandi città, dove la convivenza tra cittadini e quattro zampe non è sempre facile. La fotografa e giornalista Silvia Amodio ha catturato il significato di questa relazione speciale in un progetto di 140 foto dal titolo HumanDog (in programma al Castello Sforzesco durante il Photofestival di Milano) che rappresenta anche uno spaccato sociologico sulla società contemporanea e sull’idea di famiglia. «Famiglia significa amore e rispetto per l’altro» – ha spiegato l’autrice. E chi meglio di un cane poteva aiutarmi a rappresentarla»? Single, anziani, famiglie tradizionali e famiglie alterative: tutti si sono prestati per questa sorta di “gioco” per raccontare la loro relazione “speciale” con l’amico più fidato.

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Di che cosa parliamo quando parliamo di informatica? https://www.datamanager.it/2016/05/cosa-parliamo-parliamo-informatica/ Wed, 18 May 2016 07:57:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101370 Le tecnologie informatiche accompagnano da ormai oltre mezzo secolo i destini e la crescita di aziende e organizzazioni nel loro naturale percorso evolutivo. Inizialmente, il ruolo della tecnologia era quello dell’acceleratore, spesso di procedure riferite alle pratiche amministrative, la contabilità, l’anagrafica di dipendenti e clienti. Il computer del resto è sempre stato più bravo e […]

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Le tecnologie informatiche accompagnano da ormai oltre mezzo secolo i destini e la crescita di aziende e organizzazioni nel loro naturale percorso evolutivo. Inizialmente, il ruolo della tecnologia era quello dell’acceleratore, spesso di procedure riferite alle pratiche amministrative, la contabilità, l’anagrafica di dipendenti e clienti.

Il computer del resto è sempre stato più bravo e veloce nel mettere in fila i numeri e – a pensarci bene – le tanto decantate capacità analitiche nell’epoca dei Big Data dipendono in buona misura non da progressi di natura teorica o algoritmica, ma dall’estrema potenza di calcolo che i data center di oggi riescono a mettere a disposizione di tutti in una modalità, il cloud, di inaspettata efficacia. Questa crescita, combinata alla potenza e al moltiplicarsi dei dispositivi, alla pervasività dell’intelligenza digitale sta facendo una grande differenza.


#innovazione Di che cosa parliamo quando parliamo di informatica?
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Non a caso, in quella che IDC chiama era della Terza Piattaforma, si parla non tanto di informatica al servizio dell’azienda ma di business digitale tout court. Poco importa se un’impresa si trova sul mercato per vendere servizi bancari o laminati d’acciaio, non contano le sue dimensioni e la sua dislocazione: la tecnologia del bit cambia radicalmente le sue prospettive non solo in termini di efficienza e marginalità, ma anche e soprattutto in termini di modalità di fornitura e erogazione di prodotti e servizi venduti, relazione con i propri clienti e partner, opportunità di adattamento a mercati sempre più frenetici, capacità di imboccare nuove, sorprendenti direzioni. Per una parte significativa di questo arco di tempo, e cioè per 40 anni, Data Manager ha raccontato la strana storia di amore, successi e infiniti mal di testa tra cultura aziendale e manageriale da un lato e informatica dall’altro.


#40anni @datamanager_it La strana storia di amore tra #IT e #CIO
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Una storia doppiamente appassionante perché scritta in entrambi i casi dagli uomini a partire da intuizioni brillanti o meno, invenzioni rivoluzionarie o mancate, strategie vincenti o riviste in base ai propri errori. In futuro, il contributo delle tecnologie sarà ancora marcato: l’effetto dirompente delle reti informatiche sui modelli tradizionali dell’economia costringerà imprenditori, regolatori, clienti finali e consumatori a rivedere le proprie certezze. E Data Manager continuerà a raccontare questi effetti, senza smettere i panni del mediatore tra i due mondi, così spesso conflittuali, della domanda e dell’offerta di tecnologia. Perché se una cosa è rimasta immutata in questi 40 anni, è che a dispetto di tutta la sua potenza e pervasività, l’informatica rimane uno strumento e nelle nostre mani (e dunque nella nostra testa) trova al tempo stesso il catalizzatore della sua efficacia e le cause dei suoi insuccessi. Anche dalla cover story di questo mese, dedicata all’esempio virtuoso di un’azienda-rete che si sta facendo strada nel difficile mercato della system integration, emerge la forte consapevolezza del predominio che il fattore umano assume ogni volta che vogliamo applicare alla realtà del lavoro – in ufficio come in fabbrica, nei punti vendita fisici come sui canali online – una soluzione tecnologica complessa. Capace di modificare, spesso riscrivere da cima a fondo, interi processi.


#innovazione L’informatica rimane uno strumento nelle nostre mani
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Per questo per Data Manager è diventato così importante costruire tutto intorno alla tecnologia, una comunità di persone che non solo la sviluppano, la commercializzano, la implementano, la acquistano e la utilizzano, ma abbiano soprattutto voglia di mettersi intorno a un tavolo e raccontarla, discuterla, se è il caso criticarla, scambiandosi storie ed esperienze legate alle sue infinite possibilità. Buona lettura e buona conversazione.

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Mantova capitale della cultura https://www.datamanager.it/2016/04/mantova-capitale-della-cultura/ Tue, 19 Apr 2016 10:32:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98981 Primo esempio di “Phygital  City” Phygital Experience, in altre parole una città che coniuga l’esperienza fisica all’esperienza digitale. Un passo avanti rispetto al concetto di smart city. Così si presenta Mantova nell’anno che la vede protagonista come Capitale Italiana della Cultura 2016. Innovazione e coinvolgimento di cittadini e turisti, senza dimenticare le proprie origini tra […]

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Primo esempio di “Phygital  City”

Phygital Experience, in altre parole una città che coniuga l’esperienza fisica all’esperienza digitale. Un passo avanti rispetto al concetto di smart city. Così si presenta Mantova nell’anno che la vede protagonista come Capitale Italiana della Cultura 2016. Innovazione e coinvolgimento di cittadini e turisti, senza dimenticare le proprie origini tra storia, arte e letteratura. Una sintesi tra il modello di città efficiente (tecnologica, sostenibile e innovativa) e il modello di città rinascimentale declinato nelle forme del bello, del buono, del sapere e delle relazioni sociali.

Grazie alla piattaforma tecnologica dell’azienda italiana fabbricadigitale, i servizi “phygital” accompagneranno gli utenti alla scoperta della città, offrendo un’esperienza nuova di interazione con il mondo fisico attraverso gli strumenti digitali. L’app per smartphone, totem interattivi, smart TV, device wearable, insieme all’integrazione con il sito web e i social network, permette di vivere l’esperienza “phygital”, fruendo di informazioni contestuali, referenziate nello spazio e nel tempo, nonché di itinerari personalizzati suggeriti dall’intelligenza artificiale tenendo conto della tipologia di utente quali, per esempio, famiglie con bambini, anziani o disabili.


Alla scoperta di #mantova2016 “phygital city” con l’app di @fdigitale
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Non solo. La app accompagnerà gli utenti alla scoperta della città di Mantova, contribuendo allo sviluppo del Museo Urbano Diffuso. I cittadini, le associazioni, i volontari e il servizio civile possono partecipare attivamente alla mappatura della città, censendo luoghi, eventi, arredo urbano o qualsiasi elemento d’interesse in un’ottica di crowdsourcing. La piattaforma tecnologica Mantova, per la nativa predisposizione a forme di sponsorizzazione e di digital advertising, è economicamente sostenibile e potenzialmente a impatto zero per le amministrazioni pubbliche. Tra le diverse collaborazioni illustri spicca quella intrapresa con Google nell’ambito del progetto Google Art Project, un sistema di raccolta online di immagini ad alta risoluzione di opere d’arte esposte in musei in tutto il mondo.

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Roberto Vacca, come fermare il tempo https://www.datamanager.it/2016/04/roberto-vacca-fermare-tempo/ Tue, 19 Apr 2016 10:29:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98977 «Ho troppi interessi, non ho il tempo di invecchiare». Parola di Roberto Vacca, 89 anni, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la […]

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«Ho troppi interessi, non ho il tempo di invecchiare». Parola di Roberto Vacca, 89 anni, ingegnere, ricercatore, divulgatore scientifico, tra i primi in Italia a occuparsi di automazione del calcolo e sistemi esperti. Cultura politecnica, timbro di voce alla Gassman, ironia alla Flaiano, più “fico” di Sean Connery e quel guizzo laterale che fa la differenza. In lui, l’uomo di scienza fa pace con l’umanista. Intellettuale poliedrico, per certi versi rinascimentale, ma con lo sguardo ben attento ai temi della contemporaneità.

Lavoro, digital divide, conoscenza, crescita, innovazione e futuro. Nel suo ultimo libro, Come fermare il tempo (2016, Mondadori), descrive la riscossa dei “vecchi saggi” e ci mette in guardia dai rischi e gli inganni del tempo. Più che un manuale di resistenza umana, il libro è un vero e proprio manifesto. E quella di Roberto Vacca è una mano tesa a tutti, top manager e giovani startupper, nonni pigri e direttori in pensione, CIO e venture capitalist. «Molte decisioni che ci riguardano sono sbagliate» – spiega Roberto Vacca. «Le prende chi ha potere su di noi». Possiamo fare in modo che le cose vadano meglio?


#ComeFermareilTempo Roberto #Vacca «Non ho il tempo di invecchiare» @Librimondadori
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«Alcune fedi o -ismi propongono soluzioni positive, ma astratte. Bisogna diffidare dalle facili speranze e aiutiarsi da soli. Girano miliardi di miliardi di parole, disseminate da giornali, radio, TV, internet, social. Sono improvvisate, talora insensate» – continua Roberto Vacca. «Mirano spesso a farci usare prodotti, a favorire interessi altrui, a sottrarci soldi, ad aggregarci in comunità. Certi giovani corrono rischi di cui non hanno idea. Limitano le loro scelte». Negli anni Sessanta, la controcultura americana ripeteva: «Non fidarti di chi ha più di 30 anni. Oggi, alcuni “rottamatori” contemporanei sono fautori della meritocrazia. Però meriti, intelligenza, conoscenza sono scarsi nei loro progetti». Nello scenario di economie fragili e arsenali nucleari che possono sterminarci tutti, di sistemi tecnologici complessi e gestiti da computer secondo strategie fallibili, serve immaginazione per far evolvere la società e l’economia in modo positivo.

«La Cina – a parte inquinamento, disuguaglianze, finanza criticabile – registra successi enormi. Il merito è in parte dovuto al Nuovo Confucianesimo, che rivaluta doti insospettate, memorie dettagliate e buon senso dei vecchi. Certo alcuni sono pigri. Non hanno fiducia in se stessi. Si offendono se inascoltati. E vanno risvegliati». Roberto Vacca per sua stessa ammissione non ha grande messaggio risolutivo. E dichiara: «Però ci provo».

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Travel Appeal monitora la reputazione online dei musei italiani https://www.datamanager.it/2016/01/travel-appeal-monitora-la-reputazione-online-dei-musei-italiani/ Fri, 22 Jan 2016 14:11:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=92713 Il MIBACT fornisce ai 27 Musei Statali più importanti, che recentemente hanno acquisito autonomia gestionale, lo strumento Index di Travel Appeal Nello scenario turistico attuale il tradizionale passaparola si è trasferito sul web. Sempre più le scelte delle destinazioni e delle attività culturali viene operata online sulla base di recensioni, conversazioni, commenti, dati importanti anche […]

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Il MIBACT fornisce ai 27 Musei Statali più importanti, che recentemente hanno acquisito autonomia gestionale, lo strumento Index di Travel Appeal

Nello scenario turistico attuale il tradizionale passaparola si è trasferito sul web. Sempre più le scelte delle destinazioni e delle attività culturali viene operata online sulla base di recensioni, conversazioni, commenti, dati importanti anche per gli operatori del turismo e della cultura, per comprendere la percezione e intercettare i desideri dei viaggiatori.

I musei italiani ad oggi sono percepiti positivamente da parte dei turisti, e questo indica che chi li visita è molto soddisfatto dall’esperienza. Emerge però una scarsa gestione dei propri canali online, che limita molto l’interazione col proprio pubblico e la possibilità di interpretare preferenze e critiche.

In quest’ottica il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Turismo ha voluto fornire 27 Musei Statali Autonomi di uno strumento che permette di monitorare e gestire la propria immagine digitale per comprendere sia come sono percepiti sia come comunicano attraverso i propri canali web e social.

Si tratta di INDEX, strumento messo a punto da Travel Appeal, società specializzata per l’elaborazione dei Big Data nel turismo divenuta punto di riferimento nel settore che, attraverso una tecnologia proprietaria, raccoglie e analizza i dati delle destinazioni e, attraverso un algoritmo proprietario.

INDEX permette di essere avvisati in tempo reale quando qualcuno parla del Museo in rete o lascia una nuova recensione, inoltre ciascun Museo potrà visualizzare i dati più importanti degli altri 19 e utilizzarli come parametro di riferimento e confronto. Il MIBACT a sua volta potrà monitorate i dati di tutti i Musei.

Il progetto sottende una nuova volontà di dialogo e interazione coi visitatori e un’apertura verso gli strumenti digitali che i viaggiatori contemporanei utilizzano in tutte le fasi dell’esperienza culturale con lo scopo di comprenderne le esigenze e migliorarne l’esperienza di visita generale.

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