Davide Mancini – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 09 Oct 2018 09:05:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Davide Mancini – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Libri Bitcoin, guida all’uso https://www.datamanager.it/2014/10/libri-bitcoin-guida-alluso/ Tue, 07 Oct 2014 13:32:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=62397 Bitcoin, crypto-currencies, mining , blockchain. Se ne sente sempre più parlare, perfino ai livelli più alti delle istituzioni. Eppure non tutti sanno ancora di cosa si tratta. Una guida perfetta, tra i migliori libri Bitcoin “Bitcoin: guida all’uso”, e-book recentemente pubblicato dalla Exeo edizioni, a cura di Antonio Simeone, Davide Mancini e Annalaura Ianiro si propone […]

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Bitcoin, crypto-currencies, mining , blockchain. Se ne sente sempre più parlare, perfino ai livelli più alti delle istituzioni. Eppure non tutti sanno ancora di cosa si tratta. Una guida perfetta, tra i migliori libri Bitcoin

“Bitcoin: guida all’uso”, e-book recentemente pubblicato dalla Exeo edizioni, a cura di Antonio Simeone, Davide Mancini e Annalaura Ianiro si propone come un manuale delle istruzioni sull’argomento.

Libri: Bitcoin, guida all’uso

Gli autori, laureati presso la Luiss Guido Carli, con un’ottima conoscenza del mondo dell’economia e della finanza, nonché una forte esperienza nel mondo delle cripto monete hanno redatto un’opera che colloca a metà strada tra un manuale didattico e un saggio scientifico.
I testo è adatto per chiunque voglia scoprire i Bitcoin e le cripto monete e approfondire le dinamiche di questo universo. Non si vuole imporre nessuna verità dall’alto. Al contrario l’obiettivo degli autori è di guidare il lettore, con passi graduali, alla comprensione del mondo delle crypto-currencies.

Il lettore si ritrova a fare un salto nel passato per ripercorrere le origini e la storia della moneta, un excursus storico imprescindibile per costruire un’idea completa sulla natura dei Bitcoin e delle altre crypto-currencies. L’opera mette in luce l’inadeguatezza delle valute tradizionali e la loro incapacità di stare al passo con l’innovazione, e il loro progressivo indebolimento nel panorama dello sviluppo economico. E’ indispensabile pertanto prendere atto della possibilità di ideare un sistema monetario alternativo a quello delle valute a corso legale. “Bitcoin: guida all’uso” cerca proprio di far maturare tale consapevolezza. Si entra così gradualmente nel vivo dell’ecosistema delle crypto-currencies. Sono ripercorse le origini della Bitcoin per passare poi ad aspetti più concreti quali la descrizione delle reali dinamiche del funzionamento della nuova valuta. L’analisi prosegue con una descrizione dettagliata del Bitcoin nei suoi aspetti qualitativi: l’intento è di evidenziare le caratteristiche e le peculiarità che la distinguono dalle valute tradizionali. In particolare, l’opera si sofferma sulla denazionalizzazione, sulla capacità di rappresentare una nuova moneta universale più adatta quindi alle esigenze della globalizzazione, sull’assenza di un organo centrale e sulla sua liquidità disponibile in quantità limitata, con conseguente assenza di rischi d’inflazione e sull’anonimato che consente agli operatori una maggiore tutela della privacy.

L’obiettivo degli autori non è una celebrazione acritica delle crypto-currencies, bensì vogliono offrire un’analisi empirica, anche sulla base degli avvenimenti degli ultimi anni, volta ad illustrare luci e ombre dei Bitcoin. Il lettore è pertanto messo in guardia su quelle che sono le principali cause d’instabilità dei Bitcoin grazie all’individuazione dei principali fattori che incidono sulla volatilità della moneta, all’analisi del mood del mercato, del  volume di transazioni e della liquidità disponibile. In particolare, è possibile seguire graficamente le fluttuazioni riscontrate nel valore del Bitcoin dalla sua creazione. L’opera termina con un ultimo capitolo volto a illustrare i possibili sviluppi sull’ordinamento giuridico della crypto-currency. È offerto un confronto tra le soluzioni adottate da alcuni tra i principali ordinamenti giuridici.

Un libro, volto ad alzare quanti più veli possibili sul mondo delle crypto-currency, illustrando i vantaggi e i rischi connessi al loro utilizzo. Per chiunque ancora non sappia cosa siano i Bitcoin o semplicemente sia interessato ad approfondire. “Bitcoin: guida all’uso” offre la possibilità di scoprire qualcosa in più su di una realtà che non può più essere ignorata.

Qui un abstract di alcune pagine del libro

Per acquistare online “Bitcoin, guida all’uso” clicca qui

Risorse utili Bitcoin

Osservatorio Bitcoin

Discover Bitcoin, a cura dell’Università LUISS Guido Carli

 

 

 

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Discover Bitcoin https://www.datamanager.it/news/discover-bitcoin-54501.html Wed, 12 Mar 2014 09:14:38 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/discover-bitcoin/ Luiss in avanscoperta

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Luiss in avanscoperta

Intervista a cura di Lucia Fioravanti

Davide Mancini, Antonio Simeone e Annalaura Ianiro siete tre giovani ragazzi dalla formazione simile e al tempo stesso diversa, ognuno dei quali ha fornito le proprie competenze per la realizzazione del progetto Discover Bitcoin. Partendo dall’inizio, com’è nato il vostro interesse per le crypto-monete?

Annalaura: Per me è nato all’improvviso, dall’esigenza pratica di scegliere un argomento per la mia tesi magistrale. Quest’autunno sono stata in ERASMUS a Londra, alla Cass Business School. In una città da un’impronta finanziaria così marcata ho riscoperto la mia passione per la materia; passione che forse avevo un po’ messo da parte per concentrarmi su studi strettamente economici (macroeconomia e microeconomia).

Ho capito, quindi, di voler scrivere una tesi su un argomento che potesse combinare i miei due interessi, l’economia e la finanza. Per caso, ho letto un articolo sui bitcoin e mi si è accesa la lampadina. Da allora è stato amore folle per le crypto-monete e le valute virtuali in generale. Parlando con un mio amico e con il mio relatore alla Luiss, ho saputo del progetto di un osservatorio sulle crypto-monete e ho colto la palla al balzo.

Davide e Antonio sono stati davvero disponibili e mi hanno adottata subito

Antonio: Il mio interesse per i Bitcoin è nato da una semplice curiosità destinata poi a tramutarsi in uno studio analitico e appassionato. Come giornalista di formazione economica, sono da sempre stato attirato da tutto ciò che si presenti nel mondo della finanza e nel sistema economico come innovazione. Tutto per me è iniziato come un gioco. Ho iniziato a fare trading con i Dogecoin, altra moneta digitale di rilevante influenza, e mi sono reso conto del grande potenziale delle crypto-monete, soprattutto, in una situazione di crisi quale quella attuale.

Ciò che era una semplice curiosità si è rivelata poi un impegno professionale vero e proprio. Ho iniziato ad approfondire il tema delle valuta digitali, a lavorare ad analisi più dettagliate sul tema in questione. Vedendo inoltre anche il grande interesse in questo settore di un mio caro Professore della Luiss Guido Carli, insieme con Davide Mancini e ad Annalaura Ianiro, abbiamo deciso di rendere anche la nostra università aggiornata su questo nuovo fenomeno.

Davide: Durante il mio percorso da studente di Economia e Finanza ho coltivato l’importanza dell’informazione a tuttotondo e come studente della LUISS ho imparato la capacità di cogliere ogni palla al balzo.

La mia curiosità sul mondo dei Bitcoin è nata tra un articolo e l’altro. Un po’ per gioco, un po’ per una passione verso il forex ho cercato di farmi strada nell’oceano di informazioni sull’argomento. Devo ammettere che non è stato semplice farsi un’idea chiara, il contatto e le discussioni con persone preparate e smart come Annalaura e Antonio mi ha aiutato a mettere molti tasselli al loro posto.

Com’è nata l’idea di dar vita ad un osservatorio sulle crypto-monete? Qual è lo scopo dell’osservatorio Discover Bitcoin?

Il progetto “Discover Bitcoin” è nato da una passione comune. Tutti e tre abbiamo creduto nelle potenzialità delle crypto-monete, a tal punto da ritenere che questa nuova realtà non dovesse più essere un fenomeno di nicchia.

Abbiamo deciso di realizzare un Osservatorio dedito allo studio delle monete digitali che potesse cumulare in sé la funzione accademica e quella speculativo-finanziaria. Un fenomeno rivoluzionario e dalle enormi potenzialità non può non ammaliare, soprattutto a chi si occupa di queste cose per motivi di studio, lavoro o interesse personale.

L’osservatorio è un modo per poterne seguire l’evoluzione in maniera consapevole e completa, una zattera in quel mare d’informazioni.

Lo scopo di Discover Bitcoin è quello di diventare una fonte autorevole di informazioni sull’universo delle valute virtuali, in particolare le crypto. Essendo all’interno della LUISS, l’osservatorio mira a fornire a tutti gli studenti interessati, la possibilità di avvicinarsi a questo mondo e al mondo della ricerca. Vogliamo dare agli studenti una nuova chance per capire, prima della fine del percorso accademico, se si vuole proseguire nel mondo della ricerca o entrare direttamente nel mondo del lavoro. In ogni caso, lavorare, interloquire e ricercare, fianco fiano a professori preparati e disponibili, forniscono skills che, indubbiamente, potranno essere spese in ogni futura carriera.

Quali potenziali sviluppi intravedete per l’Osservatorio? Come è destinato ad evolversi?

Questo non vuole essere un progetto destinato a finire con noi. Anche se due di noi, Annalaura e Davide, si laureeranno entro l’anno ciò non implica che finirà il nostro coinvolgimento. L’interesse prescinde dal nostro essere studenti universitari. D’altronde Antonio non lo è più, eppure è in questo progetto dalla testa ai piedi.

Vogliamo che l’Osservatorio diventi parte integrante della realtà accademica della LUISS, e che sia un polo di attrazione, sia per il mondo accademico, che per quello finanziario.

Ad esempio, uno degli obiettivi è di acquisire specifiche competenze riguardo le crypto-monete, in modo da poter offrire consulenza di qualità a qualsiasi impresa o individuo interessato sia ad espandere il proprio business intraprendendo investimenti nel settore sia per incorporare il nuovo sistema di pagamento.

Quali sono le caratteristiche delle monete digitali che vi hanno portato a credere in questo progetto?

Si potrebbe scrivere un libro per rispondere a questa domanda. Quali i vantaggi delle crypto-monete?

Innumerevoli. Sia chiaro, non è tutto oro quel che luccica. Bisogna sempre essere molto attenti alle generalizzazioni, rischiano di non essere idonee a comprendere a pieno il fenomeno.

Tuttavia, non si può negare che l’utilizzo delle crypto-monete abbia indubbie potenzialità, soprattutto vista la sentita esigenza di rinnovare l’attuale ecosistema economico e monetario stimolando una spinta verso l’efficienza.

Dobbiamo quindi prendere atto dei cambiamenti che questo fenomeno sta realizzando. In primis la libertà di pagamento in l’assenza di tassazione su tali valute (fatta eccezione per delle minime fees), la sicurezza delle transazioni garantita attraverso sistemi di backup e di crittografia, il superamento della necessità di rivelare dati sensibili per poter effettuare transazioni, l’impossibilità di generare inflazione tramite l’emissione di nuova moneta e l’assenza di un’autorità centrale. Si tratta di un potenziale che sebbene possa presentare luci e ombre non può in ogni caso essere ignorato e deve essere demistificato da quell’alone di incertezza e scetticismo con cui lo circondano i classici investitori affezionati ai tradizionali titoli di Stato, ma soprattutto gli ignoranti che ne parlano solo per sentito dire o per luoghi comuni.

Ciò che ci affascina maggiormente delle valute virtuali è l’essere un’alternativa. In questi anni, stiamo vivendo l’evoluzione di una crisi finanziaria ed economica, con tutte le sue implicazioni politiche e sociali. In mezzo a tanta confusione una cosa appare chiara: bisogna cambiare. Cosa? La classe politica? Il sistema economico-finanziario? La nostra mentalità? Ognuno ha una sua idea, più o meno chiara, ma penso siamo tutti d’accordo sul fatto che qualcosa deve cambiare.

Ecco, per noi le valute virtuali, e le crypto-valute in particolare, sono un’espressione, una manifestazione di questa esigenza.

Che cosa pensate della chiusura della piattaforma nipponica MtGox avvenuta di recente? Le crypto-monete sono una valuta eccessivamente instabile per un investimento a lungo termine?

Forse saremo un po’ cinici in questa risposta. Anche se può dispiacere per i depositanti presso MtGox ma se si osserva la storia dei Bitcoin e soprattutto la loro volatilità negli ultimi tempi, ci si può aspettare di tutto. Non solo, MtGox ha chiuso, ma altre piattaforme simili sono rimaste aperte e presentano un livello di tasso di cambio Bitcoin/dollaro decisamente più stabile (sempre riferendoci ai canoni del Bitcoin). Che il prezzo sia sceso tantissimo rispetto a quello di dicembre e gennaio non deve sorprendere nemmeno. Essendo una moneta ancora nella sua fase d’infanzia (è nata nel 2009), che quindi deve trovare ancora una sua precisa identità, ed essendo diventata oggetto di numerose notizie e quindi interesse, credo si possa parlare di una “moda del Bitcoin”. Molti vi si sono avvicinati per questo motivo, vi vedevano guadagni facili ed immediati. Tanti, tuttavia, dimenticano però che, specialmente in finanza, tanto guadagno prospettico corrisponde a tanto rischio. Per cui, non appena si sono viste nubi all’orizzonte, in tanti hanno abbandonato la nave e a conseguenza di ciò il prezzo è sceso bruscamente.

Va posto l’accento sul fatto che MtGox ha chiuso per degli errori presenti all’interno del suo client software, che impedivano a MtGox di vedere quali transazioni ci fossero state a causa di un problema marginale nel protocollo Bitcoin, noto come “transaction malleability”. Tale problema, è noto dal 2011 e i siti più all’avanguardia ne tengono conto e aggiustano facilmente i loro software per ovviare al problema. Il software implementato da MtGox, non è stato in grado di farlo, e questo ha esposto i portafogli dell’exchange a essere facili vittime di furti.

A ciò bisogna aggiungere l’approccio superficiale del management di MtGox verso i propri conti: pare che l’exchange non abbia mai eseguito procedure di audit sui depositi dei loro clienti (!!!). Detto ciò, bisogna ricordare che quello dei possibili “glitch” e furti nelle borse di Bitcoin è un problema che non ha radici finanziarie. Tale problema influisce sul prezzo della moneta ed è, a nostro parere e non solo, un limite non trascurabile che tuttavia viene prezzato dal mercato e da chi investe consapevolmente in Bitcoin e nelle altre crypto-valute.

Quanto alla stabilità delle crypto-monete e al loro essere valide o meno per un investimento di lungo periodo, ci sono diverse considerazioni in gioco. Innanzitutto, il loro profilo di rischio è notevole, soprattutto nel breve termine. Nel lungo periodo… ci vorrebbe una sfera di cristallo. Credo chi investa a lungo, dove per lungo termine si intende almeno un orizzonte di oltre cinque anni, non lo faccia nelle crypto-valute. Il fascino che adesso queste esercitano sugli investitori è essenzialmente di breve termine, prettamente dovuto a possibilità di arbitraggio, che nel lungo periodo si esauriscono.

Un altro discorso va fatto per chi crede in una determinata crypto-valuta, e, di là dalle possibilità di guadagno, la trova comoda e sicura per effettuare pagamenti online, o magari per la sua attività di e-business. Un tale individuo, interessato all’aspetto reale della valuta e non semplicemente a quello finanziario, potrebbe investirci a lungo termine.

Il tutto dipende quindi dal profilo di rischio dell’investitore e dai suoi obiettivi. In finanza è controproducente parlare per grandi categorie.

L’assenza di un organo regolatore centrale che è uno dei vantaggi delle monete virtuali si è rivelata ultimamente anche il loro tallone di Achille. Si potrebbe trasformare in una grave carenza nel medio e lungo periodo destinata a mettere in crisi tutto il sistema economico fondato sulle crypto-monete. Pensate che sia necessaria un’autorità centrale volta a regolamentare il sistema delle crypto-monete? Quali sviluppi intravedete per le relazioni tra le valute virtuali e quelle reali? Sono due ecosistemi destinati a poter interagire pacificamente?

Molti vedono la decentralizzazione delle crypto-valute come un punto debole, in realtà è uno dei dei suoi punti di forza. L’assenza di un’autorità centrale e il fatto che tale moneta sia presente in quantità limitata consentono di evitare fenomeni d’inflazione. Altrimenti dove sarebbe la differenza con le valute reali?

Non inganniamoci, i soldi che noi usiamo, sono carta e metallo senza un sostanziale valore intrinseco!

Valgono, perché lo Stato e la relativa Banca Centrale garantiscono il loro valore. Una dei pilastri ideologici dei Bitcoin è proprio la capacità di fornire un’alternativa al tradizionale sistema monetario. Saranno gli eventi a decidere se è un’alternativa valida o meno. Nelle intenzioni del loro creatore, i bitcoin non mirano a sostituirsi alle monete reali, presentano parecchi limiti per poter ambire a ciò. Tuttavia, l’idea è stata lanciata e chissà, può darsi che qualcuno riesca a trovare proposte ancora più efficienti.

La storia della moneta è un’evoluzione continua. Ora è l’era delle valute fiat, ma chi ci dice che fra un secolo, ad esempio, non si passi a qualcos’altro? Le crypto? “Ai posteri l’ardua sentenza.”

I due ecosistemi, valute virtuali e valute reali, già coesistono. Lo stesso Bill Gates ha sostenuto che le monete digitali possano essere una grande risorsa soprattutto per l’emancipazione finanziaria dei paesi del terzo mondo che necessitano di effettuare transazioni con piccole somme di denaro a basso costo. In Kenya ad esempio le crypto-monete sono utilizzate per oltre la metà delle transazioni.

Le crypto non sono il primo esempio di valute virtuali, né saranno l’ultimo data la progressiva digitalizzazione delle nostre vite. Bisogna mantenere una mente aperta, i problemi e le perplessità sull’argomento ci sono, dobbiamo cercando nuove soluzioni per la coesistenza di questi ambienti, una coesistenza che vuole andare a vantaggio dell’intera società.

Come ha contribuito la LUISS Guido Carli a sostenere il progetto Discover Bitcoin?

La LUISS Guido Carli si è sempre rivelata pronta ad accogliere nuove idee, ad aumentare le sue aree d’interesse per poter concedere agli studenti un’offerta didattica sempre più articolata e variegata.

I direttori dei dipartimenti di Economia e Finanza, Giorgio Di Giorgio, e di Impresa e Management, Gennaro Olivieri, assieme al direttore generale, il Dottor Lo Storto, hanno dimostrato sin dall’inizio interesse ed entusiasmo verso il nostro progetto.

Il supporto maggiore che ci hanno dato è stato quello di lasciarci appoggiare al CASMEF, il centro di ricerca economica della LUISS. Con lo stesso CASMES stiamo pensando proprio in questi giorni di svolgere gestione di portafoglio sulle crypto-valute.

Inoltre vorremmo ringraziare anche il Dottor Sordi per averci dato la possibilità di costruire il nostro sito http://bitcoin.luiss.it

Un grande interesse per l’osservatorio “Discover Bitcoin” è stato manifestato anche da Google Developer, diretto da Antonella Blasetti per le regioni Lazio e Abruzzo. Come si svolgerà l’interazione tra il Discover Bitcoin e il Google Developer Group?

I membri del Google Developer Group daranno il loro sostegno per ciò che concerne l’aspetto informatico e crittografico delle valute virtuali. Aspetto essenziale e di estrema complessità. Noi ci occupiamo di economia e finanza, non di crittografia. Siamo veramente entusiasti di questo loro coinvolgimento e supporto.

Abbiamo pensato di coinvolgerli nell’intervista per inserire un loro commento. Antonella Blasetti scrive:

La nostra community è composta da tecnici informatici appassionati e di ottimo livello. Di tutte le età e con esperienze ed interessi diversi. Ma tutti siamo interessati ai nuovi campi di applicazione del software, e soprattutto a come sia possibile salvaguardare e migliorare la vita delle persone. A questo punto è ovvio il nostro interesse verso le cryptovalute: siamo stimolati dalle tematiche di sicurezza/crittogafia e curiosi sulle possibilità pratiche di queste nuove monete. Quello che possiamo e vogliamo fare è mettere a disposizione dell’osservatorio le nostre competenze e la nostra passione.

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Intervista ad uno scammer https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/intervista-ad-uno-scammer Mon, 26 Jul 2010 14:53:07 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/07/intervista-ad-uno-scammer/ Sono i primi di Gennaio quando un ragazzo di 23 anni originario della Nigeria decide di raccontare la sua storia che gli è costata due anni di reclusione.

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Sono i primi di Gennaio quando un ragazzo di 23 anni originario della Nigeria decide di raccontare la sua storia che gli è costata due anni di reclusione.

Non si ha certezza della veridicità dei fatti narrati, ma la dovizia con cui sono esposti i particolari fa sfumare l’ombra di dubbio anche nella più scettica delle persone.

John, così viene ribattezzato per mantenere l’anonimato, esordisce descrivendo la sua attuale situazione: si trova nel Regno Unito per seguire un corso presso un college mentre in Nigeria, come pena accessoria al carcere, mette a disposizione della EFCC – la Commissione Crimini Economici e Finanziari – il suo know-how nel mondo delle “419 scams”.

Le sue umili origini, forse quasi a voler giustificare la sua condotta, riportano ad una povera famiglia residente a Lagos alle prese con le quotidiane difficoltà per sbarcare il lunario.

In quell’ambiente non è stato difficile per un operatore scolastico vendere per pochi spiccioli la notizia di un giovane dagli ottimi profitti in lingua Inglese che, insieme ad una adeguata abilità nell’uso del computer, hanno destato l’interesse di una gang: all’età di 15 anni John veniva assoldato con la promessa di facili e sostanziosi guadagni.

Era entrato a far parte della grande industria delle cosiddette frodi nigeriane.

Pur essendo appena un adolescente le sue competenze gli permettevano ben presto di far carriera ed andare ad occupare un ruolo apicale all’interno dell’organizzazione: convincere le vittime ad inviare il denaro.

Inizialmente gli era stato dato l’incarico – come a molti altri giovani della sua età – di bassa manovalanza ovvero trascorrere l’intera giornata navigando in Rete tra siti di social-network, annunci pubblicitari, chat e forum e fare incetta di indirizzi di posta elettronica validi, cui seguiva l’invio di una preliminare mail d’adescamento.

L’oggetto del messaggio poteva variare, ma in genere veniva rivolta una richiesta di collaborazione – attraverso qualche forma di sovvenzione o la messa a disposizione di conti correnti – per smobilizzare inimmaginabili ricchezze di sedicenti vedove di capi di Stato con la promessa di laute ricompense.

La prima “promozione” toccata a John, lo ha visto balzare al secondo gradino della filiera truffaldina.

Il compito assegnato a questo livello era quello di subentrare ai ragazzi – che avevano inviato le prime mail esca – nei rapporti con quell’uno percento dei destinatari che avevano abboccato all’amo e quindi replicato al messaggio manifestando interesse per la proposta.

A questo punto iniziava una vera e propria opera di convincimento attraverso lo scambio di numerosa corrispondenza elettronica finalizzata a guadagnarsi la fiducia incondizionata della potenziale vittima, alla quale veniva richiesto l’invio di copia di documenti di identità col pretesto dell’avvio della procedura di trasferimento.

Durante i primi giorni nella nuova carica a John il capobanda affiancava un tutor che suggeriva le risposte più appropriate da inviare alle persone che manifestavano qualche perplessità in più.

Coloro che sembravano essere caduti ormai in trappola venivano passati all’anello superiore della catena criminale, cui veniva richiesto uno skill davvero elevato, visto che gli era affidata l’incombenza di trovare credibili scuse per chiedere determinate somme per portare a termine l’operazione.

John non aveva perso tempo e, grazie alle sue capacità, era riuscito a rivestire questo più “prestigioso” incarico.

Purtroppo per lui però proprio mentre si trovava in un Internet cafè di Lagos a scambiarsi mail con un soggetto americano al quale aveva richiesto l’invio di 10.000 dollari, veniva tratto in arresto dalla polizia.

Durante il processo John, per ottenere una riduzione della pena – inizialmente pari a 5 anni di reclusione – ha fatto i nomi dei vertici del clan.

Ora anche la sua famiglia è dovuta sparire dalla circolazione per paura di ritorsioni.

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Funzionari di banca diplomati in investigazione https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/funzionari-di-banca-diplomati-investigazione Thu, 15 Jul 2010 08:34:27 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/07/funzionari-di-banca-diplomati-in-investigazione/ Curioso - e a quanto pare efficace - stratagemma è stato escogitato da un istituto bancario del Sud Dakota per arginare le frodi online di ogni genere che minacciano giornalmente i propri clienti.

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Curioso – e a quanto pare efficace – stratagemma è stato escogitato da un istituto bancario del Sud Dakota per arginare le frodi online di ogni genere che minacciano giornalmente i propri clienti.

La constatazione che il costante affinamento delle tecniche e delle metodologie truffaldine ideate da personaggi senza scrupoli può essere contenuto solamente con un attento monitoraggio di coloro che quotidianamente si trovano sul fronte ha stimolato l’ingegno dei responsabili della West Bank.

Il programma “Information Security Employee Rewards”, avviato nel Giugno 2008 e che prevede la frequenza di corsi, seminari e forum per un periodo di due anni – è stato sollecitato anche dalla considerazione di come le diverse trappole presenti in Rete possano riverberarsi negativamente sulle istituzioni finanziarie in termini di immagine, anche quando non vi sia alcuna loro responsabilità.

A star seduti dietro ai banchi ci sono gli addetti della West Bank che più direttamente hanno rapporti con la propria clientela e le materie riguardano il social-engineering “applicato” ed altre tipologie di frodi – non solo telematiche -; non mancano le esercitazioni pratiche su come riconoscere una mail di phishing piuttosto che un tentativo di vishing, una sorta di evoluzione di phishing attraverso servizi telefonici.

Al termine del percorso di addestramento i partecipanti dovrebbero aver acquisito una certa capacità nel fiutare nuovi meccanismi fraudolenti che, associata al costante scambio di informazioni con i propri correntisti, potrebbe prevederne ed anticiparne gli effetti.

E’ stata prevista anche la frequenza di corsi di aggiornamento online per condividere tra tutti i dipendenti i nuovi trend che si dovessero presentare sullo scenario bancario.

La particolarità di tutto il progetto starebbe nel riconoscimento di un premio a tutti quegli impiegati che dovessero scovare un tentativo di imbroglio.

Oltre alla corresponsione di un piccolo incentivo ed alla segnalazione al direttore di agenzia con l’invito di valutare l’assegnazione di un’ulteriore ricompensa, quello che sembra stia riscuotendo maggior successo tra i lavoratori è il rilascio di un attestato.

Secondo i portavoce dell’ente creditizio i funzionari premiati farebbero sfoggio del diploma nelle filiali con l’innegabile risvolto positivo di far scattare una sana competizione tra i colleghi e, indirettamente, trasmettere maggiore fiducia al cliente che avrebbe la percezione di interfacciarsi con una realtà decisamente attenta.

L’iniziativa sembrerebbe andare a gonfie vele sia per i raggiri già individuati sia per l’entusiasmo con cui è stata accolta dagli impiegati.

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Sexy-estorsione https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/sexy-estorsione Mon, 05 Jul 2010 09:10:56 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/07/sexy-estorsione/ Ogni volta che si sente parlare delle tendenze e delle evoluzioni del crimine tecnologico il concetto di fondo è sempre lo stesso: strategie sempre più raffinate finalizzate al conseguimento di maggiori guadagni in danno dei soliti malcapitati di turno.

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Ogni volta che si sente parlare delle tendenze e delle evoluzioni del crimine tecnologico il concetto di fondo è sempre lo stesso: strategie sempre più raffinate finalizzate al conseguimento di maggiori guadagni in danno dei soliti malcapitati di turno.

In questi giorni una ricerca condotta da Trend Micro ha sottolineato come ciascun furfante digitale – singolo o in gruppo – abbia maturato una specifica abilità in un determinato settore piuttosto che in un altro: dai veri smanettoni che si occupano di creare malware per poi rivenderli anche per 10.000 dollari a copia fino ad arrivare a chi si cimenta nel trafugare identità virtuali, credenziali di accesso, numeri di carte di credito degli utenti per poi offrirli nei forum dell’underground della Rete per pochi spiccioli.

L’elemento che li accomuna, secondo gli esperti, però è il sofisticato modello di business su cui si basano gli specialisti della truffa.

E’ sempre e comunque lo scopo di lucro il fine ultimo di tutti i malandrini digitali.

Quello che ha fatto un trentunenne californiano, come buona norma vuole, è l’eccezione che conferma la regola generale.

A Luis Mijangos non interessano i soldi, o, forse, non tanto quanto si potrebbe immaginare.

Atteggiamenti sexy e filmati piccanti sono ciò che vuole questo consulente informatico.

I fatti contestati dagli investigatori riguarderebbero l’accesso abusivo a postazioni informatiche, l’utilizzo delle informazioni riservate e personali rinvenute nelle memorie per estorcere alle vittime – tutte donne e di cui molte giovanissime – video ed immagini di sesso esplicito.

Le indagini avrebbero permesso di accertare l’impiego di un trojan dato in pasto ai canali P2P in un file eseguibile camuffato da noto brano musicale.

Una volta acquisito il controllo di alcuni PC, attraverso servizi di messaggeria istantanea il sig. Mijangos propagava l’infezione anche ai contatti presenti nel profilo dell’utilizzatore, che, ingannati dall’affidabilità del mittente, non avevano alcuna esitazione a fruire dei contenuti ricevuti.

In una circostanza emersa dagli atti avrebbe richiesto ad una donna, che aveva avuto la sola sventura di conservare alcune immagini compromettenti, un filmato pornografico appositamente realizzato per lui concedendole – in un atto di contorta gentilezza – la possibilità di offuscare il viso; in caso contrario avrebbe pubblicato quanto sottratto dal PC.

Anche per coloro che nulla avevano da nascondere, però, c’era comunque qualcosa da temere; dall’analisi del elaboratore sequestrato all’uomo, infatti, sono venuti alla luce numerosi file di riprese effettuate attraverso la webcam dei computer infetti di ragazze, che ignare di tutto, ad esempio, venivano immortalate mentre si accingevano a rivestirsi dopo una doccia.

Anche a queste toccava la sorte di essere contattate e dietro la minaccia della divulgazione di quanto registrato illecitamente veniva proposto il medesimo “patto”.

A sua discolpa il sig. Luis Mijangos durante la perquisizione dichiarava agli agenti di aver tenuto tale condotta sotto la supervisione di mariti e fidanzati dubbiosi della condotta morale della propria compagna.

Ammetteva pure di aver fatto parte di una gang di hacker coinvolta in frodi con carte di credito.

Ma le prove in mano dei detective hanno portato a contestare al voyeur digitale esclusivamente il reato di estorsione e non episodi relativi ad altri raggiri il cui profitto fosse il denaro.

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Pizzo elettronico https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/pizzo-elettronico Tue, 29 Jun 2010 09:32:03 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/06/pizzo-elettronico/ L’unità Hi-Tech della Guardia Civil ha messo a segno un bel colpo. Una sorta di pizzo elettronico veniva richiesto ai propri clienti da parte di un’azienda spagnola di informatica e programmazione.

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L’unità Hi-Tech della Guardia Civil ha messo a segno un bel colpo. Una sorta di pizzo elettronico veniva richiesto ai propri clienti da parte di un’azienda spagnola di informatica e programmazione.

Non c’era però alcun velato riferimento a possibili ritorsioni né tantomeno esplicite minacce a chi non intendeva aderire alla “proposta”.

Di gorilla pronti a menar le mani neanche l’ombra, di coltelli a serramanico nemmeno a parlarne… soltanto un tecnico – o forse qualcuno in più – con una borsa a tracolla e con dentro tutto l’occorrente: un notebook, una pen-drive e qualche DVD.

Gli stessi consumatori contattavano il rivenditore, saldavano quanto dovuto e – quasi doverosamente – ringraziavano anche per il celere intervento del tecnico.

In realtà il ricatto era ben celato dietro una vera e propria “bomba logica” abilmente occultata all’interno di un software.

La CIPSA, questo è il nome della società implicata nella vicenda comunicato dagli inquirenti, vende programmi gestione a piccole e medie imprese.

Fin qui nulla di male se non fosse per il fatto che l’applicativo sembrerebbe essere stato istruito per entrare in stallo ad una determinata data, paralizzando conseguentemente l’attività dell’utilizzatore, cui non rimaneva far altro che contattare il servizio clienti della CIPSA per richiedere un tempestivo intervento.

L’operatore che interveniva a risolvere il guasto, durante la riparazione, si preoccupava anche di spostare in avanti le lancette del timer della bomba in modo tale da innescarla nuovamente e prepararla perciò ad una futura esplosione.

In molti casi, comunque, già al primo intervento il tecnico – dopo aver propinato il conto – riusciva anche a strappare al preoccupato ed inconsapevole cliente un contratto di manutenzione.

La vicenda, che sembrerebbe andare avanti dal lontano 1998, vedrebbe coinvolte almeno 1.000 persone, ree – per così dire – soltanto di aver acquistato il prodotto ma che ancora ignorano essere state truffate.

Una soffiata anonima inviata attraverso il web agli specialisti della “Benemerita” iberica ha portato alla luce questo semplice ma proficuo meccanismo truffaldino che assicurava ingenti introiti per i manager della società.

A quanto pare a seguito delle perquisizioni effettuate sarebbe stato sequestrato moltissimo materiale informatico e per tre dirigenti sarebbero scattate le manette.

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Australia: bollino blu per i PC https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/australia-bollino-blu-i-pc Thu, 24 Jun 2010 10:53:17 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/06/australia-bollino-blu-per-i-pc/ Come ricorderanno i patentati ultradecennali residenti in molte metropoli nazionali, per tutelare l’ambiente circostante e tenere sotto controllo le emissioni dei gas di scarico, da alcuni anni è stato introdotto l’obbligo di sottoporre la propria automobile all’esame del “bollino blu”.

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Come ricorderanno i patentati ultradecennali residenti in molte metropoli nazionali, per tutelare l’ambiente circostante e tenere sotto controllo le emissioni dei gas di scarico, da alcuni anni è stato introdotto l’obbligo di sottoporre la propria automobile all’esame del “bollino blu”.

Stessa sorte sembra toccare agli internauti australiani.

La spinta propulsiva però non è quella di contenere l’inquinamento e le strade percorribili non sono sterminate distese di asfalto ma un’intricata struttura di cavi di rame e fibra ottica.

La possibilità di circolare nelle sconfinate autostrade di Internet potrebbe essere preclusa agli utenti che non diano dimostrazione di aver adottato adeguate misure di protezione sulla loro postazione informatica.

È questa una delle trentaquattro raccomandazioni suggerite dalla Commissione Permanente Comunicazioni e IT australiana per contrastare il dilagante fenomeno del cyber- crime che sta investendo il Paese con particolare e crescente interesse.

Dopo un anno di indagini nel mondo della criminalità informatica, la Commissione ha prodotto una corposa relazione di quasi trecento pagine dal titolo “hackers, fraudsters and botnets: tackling the problem of cyber-crime“ nella quale il problema viene osservato da diversi punti di vista.

Alcune incombenze verrebbero assegnate agli Internet Service Provider che, prima di fornire connettività, dovrebbero conoscere lo stato di salute del computer dei propri clienti, ovvero sapere se sulle macchine vi siano installati anti-virus e firewall.

Ma il controllo non finirebbe qui: qualora il fornitore di connettività accertasse la presenza di un qualsivoglia malware sull’elaboratore dell’utente, dovrebbe apportare graduali restrizioni fino al blocco totale della navigazione se non si provvede tempestivamente alla sua bonifica.

Tra le altre raccomandazioni vale la pena sottolineare l’ipotesi della previsione di una responsabilità in capo alle aziende che immettono sul mercato software “difettato”, che si potrebbero vedere chiamate a risarcire i consumatori che a causa delle specifiche vulnerabilità sono cadute nella rete dei pirati cibernetici.

Tutti questi accorgimenti, secondo la Commissione, riuscirebbero a diffondere una maggiore sensibilità ad ogni livello tale da rendere più arduo l’operato dei criminali informatici.

Per quanto riguarda l’intervento delle istituzioni è stata evidenziata la necessità di valutare l’eventuale sottoscrizione della Convenzione sulla criminalità informatica del Consiglio d’Europa tenutasi a Budapest il 23 Novembre 2001 – ratificata anche da noi con la Legge 48/2008 –, in quanto – si legge nel rapporto – il celere scambio di informazioni tra i vari Stati aderenti e la costante cooperazione sono stati visti come efficaci strumenti per osteggiare e reprimere questa tipologia di crimini, connotati dalla tipica transnazionalità della manifestazione degli eventi.

 

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Sorgenti aperti o chiusi: solito dilemma https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/sorgenti-aperti-o-chiusi-solito-dilemma Wed, 09 Jun 2010 07:11:30 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/06/sorgenti-aperti-o-chiusi-solito-dilemma/ Uno studio che è stato presentato in questi giorni presso il celebre Ateneo di Harvard in occasione del nono Workshop “Economics of Information Security” non ha mancato di riaprire le accese discussioni sul mai sopito confronto tra i software “open” e “closed” source.

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Uno studio che è stato presentato in questi giorni presso il celebre Ateneo di Harvard in occasione del nono Workshop “Economics of Information Security” non ha mancato di riaprire le accese discussioni sul mai sopito confronto tra i software “open” e “closed” source.

Spesso si è avuto modo di assistere a diatribe sui pregi ed i difetti dell’uno o dell’altro genere.

C’è chi discute dell’aspetto economico e pratico: qualcuno crede che anche avvalendosi di programmi gratuiti, senza dover necessariamente interessarsi alla programmazione ed all’implementazione delle applicazioni, si possa comunque ottenere uno strumento efficiente ed user-friendly; sull’altro versante, invece, si schierano coloro che, certi dell’esatto opposto, sostengono i software proprietari come unici strumenti veramente validi e semplici da utilizzare.

Ancora c’è chi guarda all’aspetto della sicurezza e qui sembrerebbe essere piuttosto radicata la convinzione che i sistemi open-source offrano maggiore garanzia.

Ma a supportare i pareri contrari stavolta c’è colui che ha condotto la ricerca, Sam Ransbotham, assistente universitario alla “Carroll School of Management” di Boston.

Secondo le sue affermazioni, le falle presenti nei programmi aperti sarebbero prese di mira dagli hacker più velocemente dei diretti antagonisti “protetti”.

Attraverso complessi modelli matematici, lo studioso avrebbe calcolato che gli attacchi agli applicativi open-source sarebbero portati a segno tre giorni prima e con una frequenza maggiore del 50 percento rispetto ai diretti concorrenti.

Non sono, quindi, mancate le secche repliche di alcuni professionisti del settore, i quali hanno raccomandato di adottare le dovute cautele nel prendere atto dei contenuti del dossier.

L’analisi sarebbe stata, infatti, condizionata da molteplici fattori che ne hanno inevitabilmente influenzato i risultati ottenuti.

Primo tra tutti c’è stato David Aitel, fondatore di una nota società americana che si occupa di effettuare test sulla sicurezza del network di molteplici realtà aziendali, che ha ribattuto a Ransbotham dichiarando che in un ottica generale non sarebbe del tutto corretto affermare che i software open-source sono più agevolmente attaccabili e la riprova la si avrebbe dalla valutazione degli exploit presenti nel web.

Ancora una volta non ci sono stati – ma forse mai ci saranno – vincitori nè vinti.

 

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Per fortuna non era protetto https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/fortuna-non-era-protetto Mon, 31 May 2010 13:18:59 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/05/per-fortuna-non-era-protetto/ Per una volta l'incauta non protezione di un telefono cellulare ha avuto un risvolto positivo, una banda di pedofili è stata sgominata...

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Per una volta l’incauta non protezione di un telefono cellulare ha avuto un risvolto positivo, una banda di pedofili è stata sgominata…

Tutela della privacy, come riuscire a proteggere i propri dati, sistemi di sicurezza ad ogni costo: sono questi gli avvertimenti che regolarmente si incontrano navigando nella Rete.

Da ogni angolo balzano fuori proposte e consigli su metodologie ed accorgimenti che possono mettere al riparo da occhi indiscreti i nostri segreti o quanto meno ciò che vogliamo rimanga riservato.

La preoccupazione di vedersi violata la propria sfera privata è quasi diventata un incubo per qualcuno.

Per fortuna, però, – e questa volta è proprio il caso di dirlo – non tutti ancora hanno a cuore questa problematica.

Il fatto risale al Febbraio del 2009, una vicenda come un’altra: lo smarrimento del telefono cellulare.

Una storia che a molti sarà accaduta: in quei momenti il primo pensiero va alle centinaia di contatti accumulati in anni e sfumati in un battibaleno.

La prima cosa da fare si sa: contattare il proprio apparecchio mobile con la speranza che qualcuno non ne sia già diventato il proprietario, ma che, invece, sia in attesa di ricevere quella chiamata che gli consentirà di individuare il legittimo possessore per riconsegnarglielo prontamente.

Ad essere protagonista dell’increscioso episodio – almeno per lui e non per la perdita dell’apparato – è Michael Fraser, un cinquantenne inglese della contea di Durham.

Poco più di un anno fa, per l’appunto, mentre si trovava su un autobus, forse a causa di alcune difficoltà nei movimenti dovute alla sua sedia a rotelle, lasciava sul mezzo pubblico il suo telefono.

Il conducente, una volta giunto al capolinea, rinveniva il gadget elettronico e, correttamente, visto che non era impostata alcuna protezione o blocco che potesse impedire l’accesso ai contenuti, iniziava a consultarli per capire chi potesse averlo dimenticato.

Ma, dopo aver rovistato in tutte le cartelle, lo consegnava ad un agente del primo posto di Polizia.

La solerzia e l’onestà dell’autista lo avevano indotto a recarsi presso gli uffici della Pubblica Sicurezza per fare in modo che si riuscisse a rintracciare il titolare, ma non certo perché gli venisse riconsegnato: la memoria era piena zeppa di immagini pedopornografiche.

Subito sono scattate le indagini che – con l’operazione denominata “Cammell” – ha portato alla scoperta di una rete distribuita in tutto il Regno Unito che era dedita scambiarsi questo genere di materiale sia attraverso i ricevitori mobili sia con i computer.

Le attività investigative avviate su scala nazionale hanno portato ad inchiodare altri 70 pervertiti, di cui diversi già incriminati dalle Forze dell’Ordine per fatti analoghi.

In questi giorni si stanno celebrando i processi nei confronti di questi orchi e Fraser ha già ammesso le proprie colpe.

 

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“Tabnabbing” o “Tabgrabbing”? https://www.datamanager.it/news/davide-mancini/tabnabbing-o-tabgrabbing Thu, 27 May 2010 14:14:19 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/05/tabnabbing-o-tabgrabbing/ Nuove tecniche di phishing crescono...

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Nuove tecniche di phishing crescono…

La generosa fiducia che gli utenti del web ripongono nelle barriere innalzate a protezione dei loro elaboratori ed ancor più la consapevole disattenzione che contraddistingue il girovagare nella Rete sono gli elementi che in questi ultimi periodi sono sempre più al centro delle attenzioni dei pirati informatici.

E’ un dato di fatto che le attività di phishing portate a segno, seppure efficaci in quantità ancora apprezzabili, stiano subendo giorno dopo giorno una sensibile riduzione.

Il veicolare attraverso la posta elettronica un messaggio dai contenuti allarmanti con l’invito ad effettuare la procedura di autenticazione sul sito web – apparentemente riconducibile al proprio istituto di credito piuttosto che ad altre realtà cui si è registrati – per verificare quanto debitamente segnalato è ormai conosciuto ai più.

La maggioranza ha ormai acquisito un fiuto tale che – senza batter ciglio – non fa esitare nel cestinare immediatamente la falsa mail.

Prima o poi questo sistema truffaldino dovrà quindi inevitabilmente piegarsi al progresso tecnologico ed ad una più profonda cultura che si sta diffondendo tra gli utenti della Rete.

Di ciò che presto, però, potrebbe rimpiazzare le mail-esca ce ne viene dato un assaggio dal team di Mozilla Firefox.

Aka Raskin ha dimostrato come sia possibile sfruttare alcuni speciali comandi javascript per indurre in inganno un soggetto senza particolari artifizi.

Lo scenario ipotizzato prevede una situazione piuttosto comune: una persona alle prese con più sessioni avviate nel browser Internet.

Basti pensare a quanti solitamente per l’intero periodo di permanenza davanti al PC tengono aperte costantemente almeno due schede, quella relativa al provider di posta elettronica e quella del proprio profilo su uno dei network sociali, poi magari ci si va ad aggiungere un sito web di notizie in tempo reale e via dicendo.

Il dimenarsi tra una scheda ed un’altra è reso agevole dalla particolare struttura grafica dei software di navigazione che identificano ciascuna scheda con una etichetta riportante i riferimenti del sito web cui si è collegati.

Il test ha evidenziato come in un simile contesto, l’evenienza di imbattersi in un sito web in cui è stato preventivamente inserito il codice dannoso possa far scattare la trappola.

Nella prova, lo script incriminato, dopo esser trascorso qualche istante e mentre Raskin si spostava da una scheda all’altra, ha sostituito l’etichetta di una di queste ed anche il suo il contenuto con la pagina di accesso alla posta elettronica di Google.

Un utilizzatore di Gmail, ha aggiunto Raskin, trovandosi davanti a questa pagina non ha alcun dubbio: l’etichetta è quella solita, la pagina anche, quindi attribuisce la colpa ad un problema tecnico che ha ingenerato un log-off automatico ed altrettanto meccanicamente reinserisce le proprie credenziali ed ecco che immediatamente viene reindirizzato sulla pagina corretta (perché in realtà la sessione è ancora in essere in un’altra scheda), ma, nel frattempo, nome utente e password sono nelle mani del pirata.

Raskin ha concluso affermando come in luogo di Gmail possa essere ripresa a piacimento qualsiasi altra risorsa web.

L’unico dilemma che ha è sul nome da dare a questa tecnica di phishing: “Tabnabbing” o “Tabgrabbing”?

E’, in ogni caso, pronto a raccogliere qualsiasi suggerimento.

 

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