evoluzione – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 16:49:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png evoluzione – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Evoluzione shock, i primi inglesi avevano la pelle scura e gli occhi azzurri https://www.datamanager.it/2018/02/evoluzione-shock-primi-inglesi-la-pelle-scura-gli-occhi-azzurri/ Thu, 08 Feb 2018 09:55:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140721 Possibile rivoluzione del concetto di razza dall’analisi sul Dna di un esemplare di homo sapiens Fino ad oggi gli evoluzionisti avevano abbracciato l’ipotesi che i nostri antenati avessero perso la colorazione scura dopo successivi adattamenti circa 45 mila anni fa. Tuttavia, quanto emerge dalle analisi sul Dna di alcuni fossili di quello che dovrebbe essere un esemplare […]

L'articolo Evoluzione shock, i primi inglesi avevano la pelle scura e gli occhi azzurri proviene da Data Manager Online.

]]>
Possibile rivoluzione del concetto di razza dall’analisi sul Dna di un esemplare di homo sapiens

Fino ad oggi gli evoluzionisti avevano abbracciato l’ipotesi che i nostri antenati avessero perso la colorazione scura dopo successivi adattamenti circa 45 mila anni fa. Tuttavia, quanto emerge dalle analisi sul Dna di alcuni fossili di quello che dovrebbe essere un esemplare di Homo Sapiensrisalente a circa 9 mila anni fa, potrebbe portare a rivoluzionare conclusioni sul concetto di razza.

L’uomo di Cheddar e lo sviluppo della carnagione chiara

I fossili analizzati provengono dalla grotta di Gough, nella Gola di Cheddar, nella Contea di Somerset, e sono quelli del nostro antenato noto come Uomo di Cheddar, portati alla luce nel 1903.

Gli scienziati evoluzionisti hanno riformulato l’ipotesi in base alla quale la carnagione chiara si sia sviluppata solo successivamente con l’adozione da parte dei nostri antenati di un economia stanziale prevalentemente di tipo agricolo. Il Dottor Tom Booth, ricercatore presso il Museo di Storia Naturale di Londra, spiega come questo scoperta ci fa capire che la popolazione vissuta alle nostre latitudini non aveva probabilmente le stesse caratteristiche fisiche di quella attuale. L’ipotesi è che al momento della morte l’Uomo di Cheddar avesse circa 20 anni e fosse alto circa 166 centimetri. Inoltre il nostro antenato viveva soprattuto di caccia e dei frutti che crescevano spontaneamente dalla terra.

Solo il 10% di Dna condiviso

Si stima che gli anglosassoni abbiano ereditato solo il 10% circa del patrimonio genetico dell’Uomo di Cheddar, in quanto poi sarebbero stati soppiantati da altre popolazioni provenienti dal Continente europeo, che ai tempi doveva esser collegato alla Gran Bretagna da un’area denominata Doggerland. Questa popolazione dedita all’agricoltura avrebbe assorbito al loro interno gli autoctoni. Al momento però si tratta solo di ipotesi, ancora da confermare.

L'articolo Evoluzione shock, i primi inglesi avevano la pelle scura e gli occhi azzurri proviene da Data Manager Online.

]]>
Cervello, il segreto per ripararlo arriva dai delfini https://www.datamanager.it/2017/04/cervello-segreto-riparalo-arriva-dai-delfini/ Tue, 11 Apr 2017 09:38:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122937 Uno studio sul cervello dei delfini dimostra come la neurogenesi di quello umano sia legata alla funzione olfattiva E’ possibile riparare il cervello umano da eventuali danni subiti? Un passo avanti in questa direzione arriva da una ricerca del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi- Università di Torino, che ha analizzato per 4 anni 12 mila fettine […]

L'articolo Cervello, il segreto per ripararlo arriva dai delfini proviene da Data Manager Online.

]]>
Uno studio sul cervello dei delfini dimostra come la neurogenesi di quello umano sia legata alla funzione olfattiva

E’ possibile riparare il cervello umano da eventuali danni subiti? Un passo avanti in questa direzione arriva da una ricerca del Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi- Università di Torino, che ha analizzato per 4 anni 12 mila fettine di cervello di 10 delfini, neonati e adulti.

Uomo e delfino, le analogie

Lo studio dimostra come la neurogenesi, ossia la capacità di produrre neuroni, sia legata alla funzione olfattiva. Nel delfino questa capacità in età adulta è assente così come l’olfatto, perduto 40 milioni d’anni fa. Una ricerca sui delfini ha inoltre rivelato che questi mammiferi sono in grado di chiamarsi per nome, usando suoni diversi per identificare i singoli individui.

Grazie al fatto che l’olfatto fosse presente nel suo antenato terrestre, nel cervello dei delfini è possibile individuare un residuo ‘vestigiale’. Gli scienziati hanno trovato analogie nell’uomo, in cui l’olfatto è diventato meno importante per la sopravvivenza e che quindi presenta regione meno attiva. 

La plasticità cerebrale

«Questi risultati – afferma il ricercatore Luca Bonfanti – non escludono che la ricerca possa riuscire, un giorno, a modulare a scopo terapeutico i residui di attività neurogenica rimanenti nell’uomo».

Nell’arco degli ultimi anni diversi studi hanno cercato di sfruttare la «neurogenesi adulta» per riparare i danni cerebrali, ma i processi riparativi e rigenerativi sembrano scomparsi dal nostro cervello con l’evoluzione, come anche nei delfini. La ricerca conferma l’importanza degli studi sulla plasticità cerebrale, una strada che potrebbe portare allo sviluppo di nuovi metodi per mantenere il cervello giovane, in concomitanza con un aumento generale della longevità.

L'articolo Cervello, il segreto per ripararlo arriva dai delfini proviene da Data Manager Online.

]]>
Clima, ecco come cambia la forma del naso https://www.datamanager.it/2017/03/clima-cambia-la-forma-del-naso/ Fri, 31 Mar 2017 09:04:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122262 La forma del naso è influenzata dagli adattamenti dell’uomo al clima nel corso dei millenni Quante sono le forme che il naso umano può avere? Che sia grande, piccolo, lungo, corto, schiacciato o adunco, è sempre il risultato sai della genetica che del processo di adattamento dell’uomo al clima dell’habitat in cui è vissuto. Ecco […]

L'articolo Clima, ecco come cambia la forma del naso proviene da Data Manager Online.

]]>
La forma del naso è influenzata dagli adattamenti dell’uomo al clima nel corso dei millenni

Quante sono le forme che il naso umano può avere? Che sia grande, piccolo, lungo, corto, schiacciato o adunco, è sempre il risultato sai della genetica che del processo di adattamento dell’uomo al clima dell’habitat in cui è vissuto. Ecco perché la forma non è solo questione di Dna ma dà un’indicazione precisa del luogo di origine dei nostri antenati.

A ogni clima il suo naso

Un’ipotesi che conferma la teoria dell’antropologo Arthur Thomson (1858-1935) secondo il quale le persone provenienti da climi freddi e secchi tendono ad avere nasi più lunghi e più sottili rispetto alle persone che provengono da climi caldi e umidi.

“I nasi più larghi sono più comuni nei climi caldo-umidi, mentre quelli più stretti nei climi freddi e secchi”, spiega Shriver. A quanto pare la caratteristica che fa la differenza è la larghezza delle narici, che si è rivelata diversa al di là delle variazioni casuali del Dna: per tutte le altre caratteristiche invece sono state riscontrate differenze anche all’interno degli stessi gruppi di persone.

L’adattamento alle condizioni climatiche

Lo studio è opera di un team di ricerca interdisciplinare della Pennsylvania University, che ha dimostrato come la forma del naso umano dipenda soprattutto dall’ambiente in cui si vive. I geni legati al colore della pelle, ai capelli e alla forma delle narici rappresentano un’eccezione: la maggioranza dei geni non ha alcun legame con l’etnia di provenienza. La ricerca rivela che le differenze, sia nella forma del naso sia in altre caratteristiche somatiche tra diverse popolazioni umane, si vanno a determinare nell’arco di millenni a causa di processi di selezione genetica correllati soprattutto alle condizioni climatiche: ecco perché quindi le narici più ampie si sono sviluppate in antenati vissuti in ambienti con temperatura e umidità più elevate; “il risultato – dichiara Mark D. Shriver, uno degli autori dello studio – non è poi così stupefacente, se si considera che una delle funzioni più importanti della cavità nasale è il condizionamento dell’aria inspirata prima di raggiungere il tratto respiratorio inferiore”.

L'articolo Clima, ecco come cambia la forma del naso proviene da Data Manager Online.

]]>
Stefano Mancuso, anche le piante hanno un cervello https://www.datamanager.it/2017/03/201703stefano-mancuso-anche-le-piante-un-cervello/ Mon, 13 Mar 2017 09:21:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120971 Furbo come una volpe? Oppure forte come un leone? Hai mai pensato di essere intelligente come una pianta di fagiolo?  «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori» Le piante pensano, reagiscono, ricordano, risolvono problemi complessi e hanno elaborato strategie sorprendenti di adattamento. «Le piante hanno molto […]

L'articolo Stefano Mancuso, anche le piante hanno un cervello proviene da Data Manager Online.

]]>
Furbo come una volpe? Oppure forte come un leone? Hai mai pensato di essere intelligente come una pianta di fagiolo?  «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori»

Le piante pensano, reagiscono, ricordano, risolvono problemi complessi e hanno elaborato strategie sorprendenti di adattamento. «Le piante hanno molto da insegnarci, sono simbolo della modernità» – spiega Stefano Mancuso, direttore del LINV, il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze. «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori». Mentre il genere umano muove ancora i primi passi in un mondo dove ogni cosa è connessa, le piante hanno sviluppato un’intelligenza di rete, distribuita e senza un centro di comando per interagire con l’ambiente che le circonda. E lo fanno da qualche miliardo di anni, da quando cioè i primi organismi unicellulari cominciarono attraverso la fotosintesi a trasformare la luce del Sole in energia chimica. L’idea che le piante siano esseri passivi, completamente privi di capacità di comunicazione, calcolo e comportamento, è un pregiudizio ancora molto radicato anche all’interno della comunità scientifica. Tuttavia, lo stesso Charles Darwin dimostrò che le piante erano all’apice della loro catena evolutiva. Le piante possiedono migliaia di apici radicali, ciascuno dei quali è dotato di un proprio centro di calcolo autonomo, se così lo possiamo chiamare. La natura invisibile, silenziosa e apparentemente immobile delle piante se osservata al microscopio elettronico ci svela un universo di fantastica perfezione.

[amazon_link asins=’8809831365,1501187856,8893190443,8809790693,8809815467,8898881452,B00G2DBUYO,1610916034,8817097055′ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’33b1423a-18a7-11e8-ae43-1dff79d0328d’]

«Le piante hanno capacità sensoriali molto più complesse di quanto si possa immaginare» – racconta Stefano Mancuso. Le piante ascoltano, si muovono, sentono odori, memorizzano, e anche se non sono dotate di un sistema nervoso centrale sono in grado di lanciare segnali di pericolo e comunicare tra di loro. Stefano Mancuso è un pioniere della ricerca sulla neurobiologia vegetale e i suoi primi esperimenti hanno visto come protagonista una pianta di fagiolo. L’obiettivo era quello di capire come, variando le condizioni ambientali, la piantina riuscisse sempre a intercettare nell’ambiente circostante il supporto più adatto per la sua crescita. L’esperimento è stato condotto in centinaia di modi diversi, ma la pianta è sempre riuscita a trovare un sostegno. La logica conseguenza era l’ipotesi che le piante percepissero il loro habitat in un modo completamente sconosciuto agli esseri umani. Per i più scettici si trattava solo di riflessi meccanici frutto del caso, ma Stefano Mancuso ha dimostrato che le piante sono dotate di un’intelligenza molto sofisticata.

Si può parlare di cervello delle piante?

Per Mancuso, la scienza è fatta dagli animali per gli animali. E anche le definizioni di intelligenza tradiscono quindi questo punto di partenza. «Le piante sono a tutti gli effetti organismi intelligenti e sensibili. L’intelligenza e la sensibilità non sono direttamente collegate con il cervello. Il cervello è un insieme di cellule particolari chiamate neuroni. Ma il compito di trasmettere un segnale e di portare un’informazione da una parte all’altra può essere svolto anche da altri tipi di cellule». Infatti, il complicato apparato radicale di una pianta può far pensare all’intreccio di circuiti del cervello umano. Le radici sono in grado di analizzare il terreno con straordinaria precisione, e sanno regolare tutto il ciclo di vita della pianta. Il primo ad accorgersi di questa somiglianza fu proprio Darwin. Oggi, la ricerca sugli apici radicali ha spiegato che l’attività di crescita delle piante è governata da un sistema simile a quello di uno stormo di uccelli. «Ancora però non sappiamo come questo tipo di comunicazione funzioni veramente» – avverte Mancuso.

World wide roots

Le piante non hanno un sistema nervoso centrale e non hanno un centro unico di comando. In questo modo, riescono a sopravvivere anche in situazioni critiche di adattamento, regolandosi in modo automatico. La rete di informazioni è simile a quella di Internet, una specie di “grande rete delle radici” dove ogni parte funziona in modo autonomo ma coordinandosi con tutte le altre per cercare nutrienti nel terreno e scambiarsi informazioni utili. Ci sono piante che sono in grado di assorbire più acqua dal terreno, di crescere più velocemente, o di produrre sostanze tossiche se nelle immediate vicinanze ci sono piante che non sono della loro stessa famiglia. Le piante “sentono” quello che accade intorno a loro e collaborano attivamente per vincere la competizione con le altre piante. Ma il contatto attraverso le radici non è la sola forma di comunicazione. Isolando tre piante di mais, Stefano Mancuso ha svelato che la pianta privata di ossigeno trasmetteva un segnale biochimico di pericolo alle altre due piante vicine.


Stefano Mancuso @LinvFlorence Costruire un futuro nuovo imparando dalle #piante
Click To Tweet


Come comunicano le piante?

Le piante parlano veramente tra di loro, anche se non si tratta di un linguaggio fatto di parole. La chimica è l’alfabeto e l’interazione tra le molecole è la grammatica. Ogni molecola ha un significato. E possono svolgere anche una funzione di difesa. L’ortica rilascia un cocktail tossico. Il pomodoro una resina repulsiva che segnala l’attacco da parte degli insetti. Ma la cosa più straordinaria, è che le piante sono capaci di lanciare segnali che attirano i predatori dei loro nemici, come nel caso del mais quando viene attaccato dai bruchi che si nutrono delle sue foglie. Il mais può inviare un segnale olfattivo specifico per la vespa parassita, che in pratica funziona come un sistema di posizionamento globale. Questo dimostra che le piante comunicano non solo tra di loro ma anche con specie diverse. E lo fanno per ottenere un risultato. La lezione sta nello sviluppo delle capacità di recepire non tutte le informazioni dell’ambiente, ma solo quelle che servono per avere un beneficio. Un po’ quello che le imprese dopo aver costruito un data lake, sperano di potere fare con i loro sistemi avanzati di business intelligence.

L’intelligenza nelle radici

Non possiamo sapere se nel futuro le piante metteranno in atto meccanismi di difesa anche nei confronti dell’uomo. Quello che sappiamo è che le piante sono in grado di sentirci e hanno gusti raffinati in fatto di musica. Nel cuore della campagna toscana, dal qualche anno, Stefano Mancuso alleva le viti di Brunello, diffondendo la musica di Mozart tra i filari. In questo modo, ha potuto osservare una crescita più veloce delle piante, un aumento della resistenza agli attacchi fitopatogeni e anche una maturazione più precoce dell’uva. «Le piante non hanno orecchie – spiega Mancuso – ma sono dotate di sensori che sono attivati dalle vibrazioni, e che permettono alle piante di mappare con precisione l’ambiente. Le piante hanno sviluppato tra i quindici e i venti sensi diversi, compresi i cinque simili ai nostri. «L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi» – afferma Mancuso. «E forse, diamo troppa importanza ai neuroni». Così gli algoritmi di machine learning alla base delle future applicazioni robotiche e di intelligenza artificiale, invece di ispirarsi alle reti neurali, dovranno andare alla ricerca del segreto dell’intelligenza che si nasconde nelle radici delle piante.

[amazon_link asins=’8809831365,1501187856,8893190443,8809790693,8809815467,8898881452,B00G2DBUYO,1610916034,8817097055′ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’33b1423a-18a7-11e8-ae43-1dff79d0328d’]

L'articolo Stefano Mancuso, anche le piante hanno un cervello proviene da Data Manager Online.

]]>
Charles Darwin, evoluzione o trasformazione? https://www.datamanager.it/2017/02/charles-darwin-evoluzione-trasformazione/ Tue, 14 Feb 2017 13:08:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119043  In un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere A quasi 160 anni dal suo lavoro più noto, L’origine delle specie (1859), Charles Darwin continua ad animare il dibattito sui temi dell’evoluzione e dell’intelligenza (artificiale), come empowerment delle capacità cognitive di rispondere al cambiamento e alla […]

L'articolo Charles Darwin, evoluzione o trasformazione? proviene da Data Manager Online.

]]>
 In un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere

A quasi 160 anni dal suo lavoro più noto, L’origine delle specie (1859), Charles Darwin continua ad animare il dibattito sui temi dell’evoluzione e dell’intelligenza (artificiale), come empowerment delle capacità cognitive di rispondere al cambiamento e alla velocità del cambiamento stesso. Il primo contributo arriva dai laboratori universitari e dai tanti eventi, che si ispirano al celebre naturalista che ha cambiato il modo di vedere noi stessi e di guardare il mondo. Tra questi ci piace ricordare, il Darwin Project del MIT, che studia lo scambio di informazioni a tutti i livelli di organizzazione, mettendo insieme modelli biologici fisici e chimici, e il ciclo di conferenze organizzato dal Museo di Storia Naturale di Milano per il Darwin Day, che quest’anno ha sviluppato il concetto di «simbiosi» o come dice la parola stessa di “vita assieme”, perché – in un mondo che affronta le sfide globali della crescita e dello sviluppo, collaborare è meglio che competere. Il secondo spunto arriva invece dal libro di Henry Gee, paleontologo, biologo evoluzionista di formazione e senior editor della rivista scientifica Nature, che nel suo saggio “La specie imprevista, Fraintendimenti sull’evoluzione umana”, edito nell’edizione italiana da Il Mulino, ci invita a riflettere sul concetto di «evoluzione e di trasformazione».


La lezione di #Darwin #Evoluzione o #trasformazione ?
Click To Tweet


Il cervello, come hardware

L’uomo si considera il centro della storia o il culmine di essa. Per Henry Gee, ospite di BergamoScienza, invece, siamo solo parte di essa. Un impasto imprevisto e imprevedibile, di natura, cultura e tecnologia. Darwin nell’Origine delle specie non usò la parola “evoluzione” fino all’edizione del 1872. Oggi, i due processi hanno finito per confondersi e in qualche modo confonderci. Dovremmo smettere di sentirci più “speciali” di un insetto che vola o di un lombrico che vive sottoterra. Vale la pena riflettere sull’uso e l’abuso che facciamo del termine “evoluzione”. E forse, inizieremo a considerare l’intelligenza artificiale come una tappa della nostra stessa trasformazione. Uno degli aspetti più interessanti, ma anche più difficili da comprendere – come ci spiega il genetista italiano Edoardo Boncinelli – è la triplicazione del nostro cervello negli ultimi tre milioni di anni. Il cervello non lascia fossili: «Quello che noi possiamo dire è che la capacità cranica è aumentata di tre volte, quindi siamo passati dai 400 grammi di cervello (più o meno quello di uno scimpanzé) ai 1300-1400 grammi dell’uomo moderno. E poi a un certo momento è accaduto qualcosa di inatteso e straordinario: sono comparsi gli strumenti. Accanto ai resti fossili, abbiamo trovato pietre prima solo scheggiate poi sempre più perfezionate, che testimoniano come i nostri lontani progenitori preistorici abbiano utilizzato oggetti e strumenti per una finalità specifica, per risolvere un problema o rispondere al cambiamento delle condizioni ambientali». Una storia che, su una scala temporale differente e a una velocità inversamente proporzionale alla dimensione, assomiglia a quella di un’altra scheggia di silicio “levigata e cesellata”: quella dei duemila transistor Intel 4004 apparsi nel 1971, o del milione di transistor Intel 486 del 1990, o dei cinque milioni di Pentium Pro del 1996. A questo punto, è cominciato un altro tipo di trasformazione, che ci ha permesso di fare un altro salto evolutivo, portandoci nell’era delle connessioni e dell’intelligenza artificiale.

Arsenali tecnologici

L’evoluzione culturale è velocissima rispetto a quella biologica – infatti – perché succeda qualcosa di importante dal punto di vista biologico occorrono centinaia di migliaia di anni, se non milioni di anni, mentre noi possiamo testimoniare – oggi – che dieci anni o vent’anni fa il nostro modo di vivere, lavorare e scambiare informazioni era completamente diverso. Non va – però – dimenticato che l’evoluzione culturale è direttamente collegata a un certo tipo di cervello, un certo tipo di sistema nervoso, un certo tipo di “attrezzatura” biologica e tecnologica. Del resto, non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. Nessun organismo naturale è pronto all’evoluzione, ma l’adattamento è quella forza imprevista che permette a taluni di andare avanti e ad altri di scomparire. Solo l’uomo, con l’uso della tecnica è riuscito a creare un arsenale di strumenti con cui vincere la lotta della selezione. Almeno fino a questo momento.


La lezione di #Darwin collaborare è meglio che competere
Click To Tweet


Anelli mancanti

Chissà come sarebbe la storia raccontata dal punto di vista di una specie che si è estinta milioni di anni fa. Chissà che cosa racconterebbe la storia dell’evoluzione umana se al numero di fatti esigui o anelli mancanti, si potessero sostituire tutti i dati finora raccolti e dispersi nei singoli data base delle singole discipline che se ne occupano. Forse, i potenti motori analitici potrebbero fare emergere correlazioni finora nascoste e nuove teorie sull’evoluzione. Siamo abituati a pensare all’evoluzione come a un processo continuo, lineare che non fa salti. Eppure, dai primati che imparano a usare utensili elementari per procacciarsi il cibo siamo arrivati ai Millennials che usano lo smartphone per comunicare anche da una stanza all’altra.
Gli utensili degli uomini primitivi come i device tecnologici sono parte della stessa storia, pur se discontinua. Anche la scrittura, da destra verso sinistra, ha prodotto una particolare visione del mondo occidentale. La lettura obbliga a una conoscenza concettuale, diversa dall’apprendimento per icone. Ma se si considerano le tecnologie come “corpi estranei” alla “natura umana”, si finisce per perdere di vista l’articolata relazione tra soggetto e strumento che – appunto, se riletta in chiave evolutiva, oltre che neurofisiologica – mostra che in realtà noi agiamo e pensiamo anche in funzione degli strumenti e delle macchine che usiamo per interfacciarci con il mondo e i nostri simili. Questo fatto non significa trascurare eventuali rischi, ma valutarli con maggior consapevolezza e coscienza critica. Probabilmente, le tecnologie già disponibili hanno già modificato lo stesso concetto di memoria e dunque anche quello di apprendimento. Da un modello concettuale e relazionale stiamo passando sempre di più verso un modello funzionale e operativo. Ma si tratta di processi in corso d’opera, i cui effetti sono difficili da valutare e prevedere.

Energia e informazione

Il concetto di computabilità trascende il formalismo in cui si esprime. L’intelligenza artificiale è ormai dappertutto, grazie allo scambio di informazioni in tempo reale delle macchine che sfruttano le capacità di deep learning. Secondo i dati della Accenture Technology Vision 2017, il report annuale di Accenture che analizza l’evoluzione della tecnologia dei prossimi tre anni, l’intelligenza artificiale potrebbe raddoppiare il tasso di crescita delle economie sviluppate (tra cui l’Italia) entro il 2035 e aumentare la produttività del lavoro con incrementi fino al 40 per cento, a patto che si intervenga radicalmente sul modo di produrre e si rafforzino i ruoli e le competenze delle persone nel guidare la crescita.

Possiamo considerare l’uomo come una macchina biologica intelligente, capace di eseguire un lavoro in costante equilibrio energetico. Materia, energie e informazione. Ma l’intelligenza umana non è l’unica intelligenza possibile. Alla Stanford University si studia la trasmissione delle informazioni su base chimica. In natura sono presenti molti esempi di intelligenza distribuita privi di un sistema nervoso centrale. Quindi, l’intelligenza artificiale delle macchine nel futuro potrebbe percorrere modelli di validazione diversi da quelli umanoidi.


#AI #Darwin L’intelligenza artificiale, la prossima tappa dell’ #evoluzione
Click To Tweet


Umano e artificiale

Evoluzione indica un cambiamento che segue un piano prestabilito di sviluppo, di progresso di miglioramento. Ma è la capacità di adattarsi al cambiamento di un organismo vivente, come di un’azienda, a essere la pietra angolare di tutto l’edifico della selezione naturale, secondo variazioni e trasformazioni che sono inevitabili, casuali e capaci di produrre dei salti evolutivi. Quindi meglio non dare giudizi affrettati, moralistici, o peggio di disprezzo e di rifiuto nei confronti di qualsiasi innovazione. La verità è che non esistono caratteristiche migliori di altre, ma esistono soltanto caratteristiche più adatte a vincere la competizione in un certo ambiente. Se cambia l’ambiente, il valore delle caratteristiche cambia. Per noi umani, che al concetto di evoluzione naturale abbiamo sostituito quello di evoluzione culturale, le cose si complicano quando esercitiamo la volontà di mantenere il controllo, di governare il cambiamento, di essere “resilienti” all’obsolescenza. Alla fine, ci stiamo trasformando, più o meno, da 60 milioni di anni, se partiamo dalla comparsa dei primati. La tecnologia ci renderà più umani. E l’intelligenza artificiale è solo la prossima tappa.

 

L'articolo Charles Darwin, evoluzione o trasformazione? proviene da Data Manager Online.

]]>
Alimentazione, ecco perché preferiamo i cibi rossi a quelli verdi https://www.datamanager.it/2016/11/alimentazione-perche-preferiamo-cibi-rossi-verdi/ Tue, 15 Nov 2016 13:05:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=113593 Il cervello sceglie i cibi in base al colore e diffida di quelli verdi E’ quanto emerso da uno studio condotto della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Secondo i ricercatori alla base delle nostre scelte alimentari ci sarebbe un meccanismo ancestrale, determinatosi ancora prima della […]

L'articolo Alimentazione, ecco perché preferiamo i cibi rossi a quelli verdi proviene da Data Manager Online.

]]>
Il cervello sceglie i cibi in base al colore e diffida di quelli verdi

E’ quanto emerso da uno studio condotto della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Secondo i ricercatori alla base delle nostre scelte alimentari ci sarebbe un meccanismo ancestrale, determinatosi ancora prima della scoperta del fuoco, che ci spinge a selezionare i cibi considerati più calorici. Una scoperta importante, che potrebbe aprire la strada anche a nuove strategie per la lotta contro i disturbi dell’alimentazione e l’obesità. Un’altra recente ricerca ha determinato che la predilezione per i cibi grassi invece sarebbe scritta nel nostro Dna e dipenderebbe da un gene “difettoso” responsabile di questa preferenza. Un altro studio aveva dimostrato come certi cibi come la pizza e le patatine siano come una droga per il cervello, creando una vera e propria dipendenza. 

Il rosso suggerisce cibi calorici

“Nei cibi naturali il colore è un buon indicatore dell’apporto calorico”, ha spiegato Francesco Foroni, autore principale. “Più un cibo tende al rosso e più è probabile che sia nutriente, mentre quelli verdi tendono a essere poco calorici”, ha aggiunto.

L’ipotesi dei ricercatori è che nel corso dell’evoluzione la vista dell’uomo abbia interiorizzato questa correlazione riscontrata nella quotidianità.

“I partecipanti ai nostri esperimenti valutano come più stimolanti e calorici i cibi il cui colore tende al rosso, mentre accade il contrario per quelli verdi”, ha osservato Giulio Pergola, ricercatore all’Università di Bari e coautore dello studio. “Questo risulta vero anche per gli alimenti processati, cioè quelli cotti, dove il colore perde la sua efficacia come indicatore delle calorie”.

Meccanismi evolutivi molto antichi

“I cibi cotti sono sempre preferiti, perché rispetto a quelli naturali, a parità di quantità, offrono maggiore nutrimento”, spiega la neuroscienziata Raffaella Rumiati, coordinatrice della ricerca. “Nel caso del cibo cotto, però, la dominanza rosso-verde non offre più un’informazione affidabile, quindi si potrebbe pensare che il cervello non applichi questa regola ai cibi processati – ha proseguito -. Non si tratta però di un’informazione veritiera e dunque ci suggerisce la presenza di meccanismi evolutivi molto antichi, precedenti all’introduzione della cottura”.

Per concludere Ruminati osserva che “la preferenza del rosso sul verde non si osserva con oggetti non commestibili, ma si attiva solo con stimoli alimentari”.

L'articolo Alimentazione, ecco perché preferiamo i cibi rossi a quelli verdi proviene da Data Manager Online.

]]>
Evoluzione, scoperto un nuovo antenato dell’uomo https://www.datamanager.it/2015/05/evoluzione-scoperto-un-nuovo-antenato-delluomo/ Fri, 29 May 2015 10:23:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=75679 Yohannes Haile-Selassie, del Museo di Storia naturale di Cleveland,  ha scoperto un altro progenitore dell’uomo contemporaneo di Lucy, la più celebre antenata della specie umana Nuovo importante tassello che ci aiuta a completare il quadro dell’evoluzione dell’uomo. Dopo la recente scoperta dell’australopiteco chiamato Little foot, la famiglia dei progenitori dell’uomo si arricchisce di un membro, […]

L'articolo Evoluzione, scoperto un nuovo antenato dell’uomo proviene da Data Manager Online.

]]>
Yohannes Haile-Selassie, del Museo di Storia naturale di Cleveland,  ha scoperto un altro progenitore dell’uomo contemporaneo di Lucy, la più celebre antenata della specie umana

Nuovo importante tassello che ci aiuta a completare il quadro dell’evoluzione dell’uomo. Dopo la recente scoperta dell’australopiteco chiamato Little foot, la famiglia dei progenitori dell’uomo si arricchisce di un membro, appartenente a una nuova specie chiamata Australopithecus deyiremeda. Si tratta di un ominide che probabilmente viveva nell’attuale regione degli Afar, in Etiopia, all’incirca 3,5 milioni di anni fa, nello stesso periodo in cui è vissuta Lucy. Il nuovo ominide sembra abitasse infatti a soli 35 chilometri dal sito in cui viveva la celebre antenata dell’uomo.

Lucy non è l’unica

“E’ una nuova conferma che la specie di Lucy, Australopithecus afarensis, non è l’unica potenziale antenata dell’uomo, tra le molte che popolavano la regione di Afar nel Pliocene”, ha spiegato Haile-Selassie. “Prove fossili dal sito di Woranso-Mille mostrano chiaramente – ha aggiunto – che ci sono stati almeno due, se non tre, possibili progenitori umani che vivevano nello stesso momento e tutti vicini tra loro”.

Finora era Lucy, scoperta nel 1974, ad essere considerata l’ominide da cui poi si sarebbe evoluta la specie Homo. Questa teoria è ora stata messa in discussione dai recenti ritrovamenti di altre specie di Austrolopiteci, che allargano quindi la famiglia dei possibili progenitori.
Di questa nuova specie sono stati rinvenuti fossili di denti e mandibola ed è stata chiamata Australopithecus deyiremeda, che nella lingua di questa regione significa “il parente più prossimo”.

L'articolo Evoluzione, scoperto un nuovo antenato dell’uomo proviene da Data Manager Online.

]]>
La nostra faccia è infestata dagli acari https://www.datamanager.it/2015/05/la-nostra-faccia-e-infestata-dagli-acari/ Wed, 13 May 2015 13:14:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=74761 Sono invisibili ma pullulano sul nostro viso: gli acari, secondo uno studio americano, vivono e si nutrono sul volto umano Dopo la scoperta raccapricciante che gli smartphone sono un ricettacolo impressionante di germi, una ricerca della North Carolina State University di Raleigh  ha rilevato che il Demodex follicolorum e il Demodex brevis sono ufficialmente ospiti […]

L'articolo La nostra faccia è infestata dagli acari proviene da Data Manager Online.

]]>
Sono invisibili ma pullulano sul nostro viso: gli acari, secondo uno studio americano, vivono e si nutrono sul volto umano

Dopo la scoperta raccapricciante che gli smartphone sono un ricettacolo impressionante di germi, una ricerca della North Carolina State University di Raleigh  ha rilevato che il Demodex follicolorum e il Demodex brevis sono ufficialmente ospiti (anche se indesiderati) delle nostre facce. I primi si trovano all’interno dei pori e dei follicoli piliferi, i secondi invece abitano più in profondità, all’interno delle ghiandole sebacee.

Minuscoli vermi

Si tratta di animaletti simili a minuscoli vermi, che probabilmente hanno trovato sul volto umano l’habitat ideale dove procacciarsi nutrimento. E’ ipotizzato infatti che si nutrano dei batteri collegati alla pelle o che mangino le cellule epiteliali morte o i grassi contenuti nel sebo prodotto dalle ghiandole. Gli studiosi pensano che gli acari vivano sull’uomo da quando si evoluto dagli ominidi: una presenza millenaria, che potrebbe aiutare a comprendere meglio anche la natura della nostra evoluzione e la nostra risposta alle malattie.

Muoiono di colpo, esplodendo

La coordinatrice della ricerca Megan Thoemmes spiega: “abbiamo filmato una femmina di Demodex che deponeva un uovo sul bordo del poro nel quale viveva. Le loro uova sono molto grandi, da un terzo a metà delle dimensioni del loro corpo e per questa ragione è presumibile che ne depongano una alla volta”.
Una caratteristica apparentemente positiva di questi acari è che sono privi di ano, cosa che indurrebbe a credere che almeno non lascino “scorie” sparse sulle nostre guance.
In realtà il loro ciclo vitale prevede che esplodano, rilasciando di colpo tutto ciò che hanno assorbito durante la loro vita. Al di là del disgusto che il pensiero di avere in faccia questi minuscoli vermi potrebbe suscitare, pare che gli acari non causino problemi alla salute. Tuttavia c’è almeno una patologia dermatologica dovuta agli acari, l’acne rosacea: una forma di dermatite che si manifesta con eritemi, teleangectasie e lesioni infiammatorie.
Sul volto di chi ne è affetto la concentrazione di Demodex passa da 1 o 2 per centimetro quadrato di pelle a 10 o 20. Proprio il rilascio di tossine e batteri associato alla loro morte potrebbe costituire un fattore infiammatorio.

L'articolo La nostra faccia è infestata dagli acari proviene da Data Manager Online.

]]>
Mal di schiena, questione di evoluzione https://www.datamanager.it/2015/04/mal-di-schiena-questione-di-evoluzione/ Tue, 28 Apr 2015 08:44:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73970 Perché alcune persone sono più soggette a soffrire di mal di schiena rispetto ad altre? Secondo uno studio, per una questione evolutiva le vertebre di alcuni sono meno adatte alla camminata eretta L’evoluzione ha portato l’uomo dalla quadrupedi alla stazione eretta e sarebbe proprio colpa di questo processo il fatto che alcuni sono più predisposti […]

L'articolo Mal di schiena, questione di evoluzione proviene da Data Manager Online.

]]>
Perché alcune persone sono più soggette a soffrire di mal di schiena rispetto ad altre? Secondo uno studio, per una questione evolutiva le vertebre di alcuni sono meno adatte alla camminata eretta

L’evoluzione ha portato l’uomo dalla quadrupedi alla stazione eretta e sarebbe proprio colpa di questo processo il fatto che alcuni sono più predisposti al mal di schiena: le colonne vertebrali sarebbero meno adatte a camminare su due piedi e in particolare quelle di coloro che soffrono di specifiche patologie come l’ernia del disco presentano una forma più simile a quelle degli scimpanzé, i più simili ai nostri antenati.
A sostenere questa tesi è una ricerca scozzese, canadese e islandese pubblicata su BMC Evolutionary Biology.

Alcune vertebre simili agli scimpanzé

Per dare un’idea numerica della composizione delle vertebre nelle varie specie, sono 141 le vertebre umane, 56 quelle degli scimpanzé e 27 quelle degli orangotanghi, con differenze rilevanti anche nella forma. Lo studio ha osservato che tra le vertebre umane ve ne erano 54 con protuberanze chiamati nodi di Schmorl – che sono indice di ernia del disco – più simili morfologicamente a quelle degli scimpanzé, invece che a quelle umane senza protuberanze.
Ad aumentare il rischio di soffrire di mal di schiena sono poi anche alcune cattive abitudini, come fumare, che danneggia il DNA dei dischi intervertebrali. Anche  un uso assiduo dello smartphone danneggia la postura ed è stato dimostrato che è come avere 27 Kg sulla schiena.

“Le nostre vertebre sono cambiate mano a mano che ci siamo evoluti, utilizzando per muoverci due gambe piuttosto che quattro – spiega Mark Collard, della Aberdeen University – tuttavia, l’evoluzione non è perfetta e alcune caratteristiche vertebrali, come quelle che abbiamo identificato simili agli scimpanzé, potrebbero essere rimaste: il risultato e’ che alcune persone hanno vertebre che sono meno in grado di sopportare la pressione di camminare su due piedi”.

L'articolo Mal di schiena, questione di evoluzione proviene da Data Manager Online.

]]>
Come diventare più intelligenti? Mangiare insetti aguzza l’ingegno https://www.datamanager.it/2014/07/come-diventare-intelligenti-mangiare-insetti-aguzza-lingegno/ Wed, 02 Jul 2014 09:12:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57230 Sembra che il segreto per avere una mente sveglia e allenata al problem solving sia quello di inserire nella propria dieta gli insetti Forse non è il suggerimento che speravamo, ma sembra che il metodo sia davvero efficace. Lo dimostra uno studio quinquennale sulle scimmie cappuccine in Costa Rica, svolto presso la Washington University di […]

L'articolo Come diventare più intelligenti? Mangiare insetti aguzza l’ingegno proviene da Data Manager Online.

]]>
Sembra che il segreto per avere una mente sveglia e allenata al problem solving sia quello di inserire nella propria dieta gli insetti

Forse non è il suggerimento che speravamo, ma sembra che il metodo sia davvero efficace. Lo dimostra uno studio quinquennale sulle scimmie cappuccine in Costa Rica, svolto presso la Washington University di Saint Louis. Questa ricerca ha confermato la tesi già sostenuta dalla teoria evolutiva legata allo sviluppo di competenze senso-motorie quali l’aumento della destrezza manuale, l’uso di utensili e il problem solving. Sembrerebbe che il merito dello sviluppo di queste abilità vada tutto agli insetti.

Cervelli più grandi e più complessi

La ricerca, pubblicata a giugno 2014 sul Journal of Human Evolution, è stata condotta da guidata da Amanda D. Melin, Hilary C. Young, Krisztina N. Mosdossy e Linda M. Fedigan. Questi ricercatori hanno fornito per la prima volta prove dettagliate dal campo su come i cambiamenti stagionali nelle forniture alimentari influenzino i modelli di foraggiamento delle scimmie cappuccine selvatiche.

Sembra che lo sforzo di alimentarsi con insetti difficili da raggiungere come formiche, lumache e altri insetti potrebbe aver stimolato lo sviluppo di cervelli con dimensioni superiori e funzioni cognitive più complesse negli antenati degli esseri umani e negli altri primati.

La difficoltà aguzza l’ingegno

La ricerca suggerisce che alcuni tipi di alimenti possono essere determinanti nel plasmare l’evoluzione del cervello tra i primati con diete a base di insetti; inoltre questa influenza è maggiore quanto più gli animali abitano zone con variazioni stagionali ampie, come quelle presenti nelle foreste del Sud America.

[blockquote style=”4″]“Le scimmie cappuccine sono ottimi modelli per l’esame dell’evoluzione della dimensione del cervello e l’intelligenza per via delle piccole dimensioni del corpo e dei grandi e potenti cervelli “ ha detto Melin. “L’accesso agli insetti nascosti e ben protetti che vivono in rami degli alberi e sotto la corteccia è un compito cognitivamente impegnativo, ma offre una ricompensa di alta qualità:. grassi e proteine, necessari per alimentare grandi cervelli”.[/blockquote]

Il significato di questa ricerca per l’uomo è evidente: l’ingegno necessario per alimentarsi con una dieta a base di insetti difficili da reperire è stato alla base dello sviluppo delle capacità intellettive tipiche dell’uomo moderno.
Le prime diete umane sembra infatti che includessero termiti, radici delle piante e tuberi e gli esseri umani moderni consumano attualmente insetti quando altri alimenti di origine animale sono scarsamente disponibili.

 

L'articolo Come diventare più intelligenti? Mangiare insetti aguzza l’ingegno proviene da Data Manager Online.

]]>