fashion – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 30 Oct 2023 14:20:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png fashion – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 WeChangeIT Forum 2023, Fashion: l’IT come driver del cambiamento – VIDEO https://www.datamanager.it/2023/10/wechangeit-forum-2023-fashion-lit-come-driver-del-cambiamento-video/ Tue, 24 Oct 2023 13:59:54 +0000 https://www.datamanager.it/?p=231591 “Fashion forward, l’IT come driver del cambiamento. Processi, sicurezza e personalizzazione dell’experience”, la tavola rotonda organizzata durante l’evento annuale di Data Manager che ha visto protagonisti: Deris Gil Martinez, Group CIO di Oberalp Group; Giovanni Gugliotta, ICT Architecture & Security Manager di CONSITEX – Ermenegildo Zegna e Ivan Piergallini, Sales Manager Italia e Iberia di […]

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“Fashion forward, l’IT come driver del cambiamento. Processi, sicurezza e personalizzazione dell’experience”, la tavola rotonda organizzata durante l’evento annuale di Data Manager che ha visto protagonisti: Deris Gil Martinez, Group CIO di Oberalp Group; Giovanni Gugliotta, ICT Architecture & Security Manager di CONSITEX – Ermenegildo Zegna e Ivan Piergallini, Sales Manager Italia e Iberia di Milestone Systems.

Il resoconto completo dell’evento a questo link https://www.datamanager.it/category/wechangeit-forum/
Gli aggiornamenti sulle prossime edizioni qui https://www.wechangeit.it/

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Moda: addio B2C, i consumatori chiedono ai brand un approccio H2H, Human to Human https://www.datamanager.it/2021/05/moda-addio-b2c-i-consumatori-chiedono-ai-brand-un-approccio-h2h-human-to-human/ Wed, 19 May 2021 09:50:37 +0000 https://www.datamanager.it/?p=209940 La sostenibilità deve essere innanzitutto sociale e orientata al benessere dei lavoratori. Nel nuovo mondo phygital il fattore umano riprende il sopravvento e i commessi diventano i nuovi influencer dei brand sia online che offline Priorità alle persone, omnicanalità in chiave locale e maggiore attenzione alla sicurezza. Sono questi i fattori chiave che permetteranno ai […]

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La sostenibilità deve essere innanzitutto sociale e orientata al benessere dei lavoratori. Nel nuovo mondo phygital il fattore umano riprende il sopravvento e i commessi diventano i nuovi influencer dei brand sia online che offline

Priorità alle persone, omnicanalità in chiave locale e maggiore attenzione alla sicurezza. Sono questi i fattori chiave che permetteranno ai brand di moda di coinvolgere i consumatori nel post-pandemia. È quanto emerge dalla ricerca “The Future of Retail Store and Customer Engagement in the New Normal”, condotta dagli studenti del MAFED, il Master in Fashion, Experience & Design Management di SDA Bocconi, e promossa da Salesforce, azienda leader globale nel CRM.

Gli studenti hanno sottoposto un questionario a centinaia di consumatori in tutta Europa e in parallelo hanno intervistato una quindicina di manager di aziende per comprendere a fondo azioni e strategie per il futuro. L’indagine porta alla luce alcune importanti nuove tendenze:

  1. People First, la sostenibilità passa innanzitutto dal benessere delle persone

La sostenibilità non solo continua a giocare un ruolo prioritario per le scelte di acquisto, ma diventa anche un elemento che giustifica il premium price. Lo conferma il fatto che oltre la metà dei consumatori si dice disposto a spendere dal 5 al 20% in più per capi di abbigliamento con un impatto ambientale e sociale significativo. Allo stesso tempo, la sostenibilità in termini di impegno per la salvaguardia del pianeta viene sempre più considerata una condizione necessaria, ma di per sé non sufficiente.

Ma  i consumatori di oggi chiedono di più: il benessere dei dipendenti (66%), la trasparenza della filiera (35%) e una riduzione del consumo di energia e acqua nella produzione (33%). Seppure importanti, le azioni volte alla tutela dell’ambiente, quali la riduzione di CO2 (29%) e l’adozione di materiali riciclati (26%), non sono più ritenute parametri sufficienti. Otto consumatori su dieci (82%) si aspettano infatti che i brand di moda mettano innanzitutto al primo posto la salute, la sicurezza e il benessere dei dipendenti. Per questo, rimane alta l’attenzione per la parità di genere (45%) e l’impegno da parte dei brand a mantenere relazioni di fiducia con i fornitori (50%).

  1. Il local ha valore solo con l’omnicanalità

Sebbene i consumatori si sentano responsabili nel sostenere l’economia locale, la disponibilità a comprare nei piccoli negozi e nelle botteghe del territorio è frenata spesso dal fattore convenienza. In buona sostanza, i consumatori si orientano ai piccoli rivenditori locali solo se il prezzo dei prodotti è contenuto e la modalità di acquisto risulta semplice, grazie ad esempio a un sito web.

“Se un’azienda non ha una strategia digitale, di fatto non ha una strategia”, commenta Alessandro Paglioli, Regional Vice President di Salesforce per il mercato Retail. “Il settore moda nel suo complesso, dalla piccola bottega di quartiere al grande multimarca, deve saper ingaggiare attraverso il digitale anche in termini di prossimità. Non solo perché i negozi sono stati colpiti dalle chiusure, ma anche perché i consumatori hanno imparato a non fare più a meno della multicanalità e dell’online per i loro acquisti”.

Non solo: anche il sentiment nei confronti del “Made in” sta cambiando. Il paese di origine di un prodotto resta un fattore di scelta significativo per chi ha più di 55 anni (53%). Tra i consumatori al di sotto dei quarant’anni il fattore “Made in” fine a se stesso conta poco (appena del 30% per i Millennial) mentre a contare realmente sono la trasparenza e la tracciabilità della filiera. In sostanza,  per i più giovani, un prodotto “Made in China” può essere ritenuto di maggior valore se dotato di infomazioni sulla sua tracciabilità rispetto a un prodotto “Made in Italy” di cui non si sa nulla.

  1. Comprare meno, ma meglio: il boom del pre-owned

Nel 2020 la spesa per i capi di abbigliamento è diminuita del 68% rispetto al 2019. Ciò si traduce nella grande importanza attribuita oggi aI value for money, una priorità nelle scelte di acquisto per il 73% del campione intervistato. I consumatori preferiscono investire in capi con una maggiore qualità (54%) e destinati a durare nel tempo (45%). Per questo si sta affermando la tendenza ad acquistare prodotti pre-owned, ovvero di seconda mano. E sebbene il fenomeno interessi soprattutto le nuove generazioni più sensibili al ciclo di vita dei prodotti in termini di sostenibilità e spesa, non sarà una moda passeggera, ma una tendenza destinata a restare.

I dati dell’indagine evidenziano infatti che il 69% dei consumatori è disposto a pagare un premium price per comprare vestiti di seconda mano verificati dai brand, contribuendo così all’economia circolare. Da qui la scelta di alcuni brand di fascia alta o del lusso di sviluppare piattaforme proprietarie interamente dedicate al second hand.

“I brand della moda sono davanti ad un’importante riflessione: il fenomeno del pre-owned, che potrebbe essere percepito come una minaccia, permette in realtà di avere svariati benefici: allunga il ciclo di vita dei prodotti, contribuisce all’economia circolare e rende determinati prodotti più accessibili anche a nuove categorie di consumatori”, commenta Erica Corbellini, Professoressa in Fashion & Luxury Management presso SDA Bocconi School of Management. “La recente decisione di  Kering di acquistare una quota di Vestiaire Collective ne è un ottimo esempio e ci conferma che il futuro della moda passerà anche per il second-hand che diventerà un tassello essenziale per ridisegnare il modello di business pensando al futuro”.

  1. La sicurezza è il nuovo standard

L’attenzione alle misure di sicurezza e igiene è cresciuta costantemente dall’inizio della pandemia e si è trasformata in un nuovo standard necessario. I consumatori sono rassicurati dalla presenza di dispenser di igienizzante e dagli accessi limitati negli ambienti ambienti piccoli. Per i negozi di abbigliamento resta però un nodo cruciale: il camerino per provare i vestiti.

“Una tecnologia nella quale investire è sicuramente il  virtual try on, riconosciuto dal 48% dei consumatori intervistati come una soluzione tecnologica capace di incrociare tutte le loro richieste in termini di sicurezza: facilita l’acquisto da casa e in negozio fornendo un’esperienza digitale più sicura e con meno resi che sono sempre un costo”, prosegue Alessandro Paglioli, Regional Vice President di Salesforce per il mercato Retail.

  1. Dal B2C all’H2H: i sales assistant diventano i nuovi influencer

Il vero cambio di paradigma arriva con il nuovo ruolo dei sales assistant, che con la pandemia sono diventati dei veri e propri virtual personal shoppers capaci di guidare il cliente nel processo di acquisto online e permettendo così di generare una connessione e un legame molto più forte con il brand. Tramite le sessioni online dedicate, i consumatori hanno avuto modo di ricevere un’attenzione particolare. La figura del sales assistant è diventata una figura di relazione a 360 gradi, una persona che ha conoscenza del brand e del cliente stesso.

I marchi della moda hanno oggi bisogno di personale qualificato che capisca le metriche. Le modalità di ingaggio stanno evolvendo e con esse anche l’esperienza di acquisto stessa si orienterà verso una relazione legata a meccanismi di connessione e influenza tra persone. Si sta vivendo un passaggio culturale dal B2C (business to consumer) all’H2H (human to human): nel momento in cui la tecnologia gestisce le interazioni, è importante che la relazione avvenga tra persone.

“Trasformatisi in virtual personal shoppers durante la pandemia, oggi i venditori dei marchi di abbigliamento non sono più semplicemente dei commessi, ma sono diventati degli stylist, persone che ci conoscono profondamente perché durante il lockdown sono entrati nelle nostre case, fornendoci suggerimenti mirati in base a quello che era il nostro guardaroba e il nostro arredamento”, sottolinea la professoressa Corbellini. “In Cina impazza ad esempio il live streaming commerce con influencer che, in cambio di virtual gift per i propri fan, vendono prodotti in diretta, interagiscono direttamente con gli spettatori e acquisiscono nuovi clienti. Possiamo immaginare che sempre più la vendita si trasformerà in ‘edutainment’, una commistione tra education, rispetto alla qualità del prodotto e ai codici del brand, e intrattenimento”.

  1. Back to basics: più servizi, meno intrattenimento

I meccanismi di gamification quando si acquista online in realtà attraggono poco il consumatore, che ricerca innanzitutto un’esperienza d’acquisto semplice e veloce. La tecnologia deve essere a beneficio del servizio, tutto il resto, dagli strumenti di gamification alla realtà aumentata, è secondario. Per il consumatore prima di tutto viene il servizio, come la possibilità di fare un reso in modo semplice (29%), consegna in tempi brevi (25%) o la possibilità di provare a casa il capo prima di effettuare il pagamento (14%). Servizi più raffinato come l’assistenza virtuale (7%) o la selezione personalizzata del prodotto (5%) sono ancora ritenuti accessori e non indispensabili in prima istanza.

“Vale la pena chiedersi se le app di gioco siano uno strumento efficiente per aumentare la conversione o restino semplicemente un modo divertente per coinvolgere i clienti e aumentare la notorietà del brand”, commenta la professoressa Corbellini. “Dall’indagine emerge in modo chiaro che le aziende debbano evitare il più possibile cosiddetto ‘tech washing’, ovvero di usare la tecnologia solo come strumento di marketing. Nonostante le generazioni più giovani siano le più interessate a questo tipo di servizi, la percentuale di interesse resta comunque ancora bassa rispetto all’interesse per l’efficienza del servizio e-commerce di per sé”.

La ricerca integrale di SDA Bocconi è liberamente scaricabile compilando il form che segue. 

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Green, fast e smart. L’IT per il nuovo fashion https://www.datamanager.it/2021/04/green-fast-e-smart-lit-per-il-nuovo-fashion/ Tue, 13 Apr 2021 13:53:30 +0000 https://www.datamanager.it/?p=208557 Potenziamento dei canali digitali di vendita, vista unica del cliente, omnicanalità, ottimizzazione della supply chain, digitalizzazione della filiera di produzione. L’industria del fashion riparte dal connubio tra innovazione e sostenibilità, sperimentando nuovi modi di raccontarsi Nonostante il rallentamento delle vendite al dettaglio e l’incertezza economica causata dalla pandemia, non sono pochi i marchi che hanno […]

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Potenziamento dei canali digitali di vendita, vista unica del cliente, omnicanalità, ottimizzazione della supply chain, digitalizzazione della filiera di produzione. L’industria del fashion riparte dal connubio tra innovazione e sostenibilità, sperimentando nuovi modi di raccontarsi

Nonostante il rallentamento delle vendite al dettaglio e l’incertezza economica causata dalla pandemia, non sono pochi i marchi che hanno registrato numeri insperati qualche mese fa. Inditex, uno dei più grandi fashion retailer al mondo, con otto brand proprietari a portafoglio tra cui Zara, a fine gennaio 2021 ha ottenuto ricavi pari a 20,4 miliardi di euro: numeri che fanno ben sperare rispetto alla chiusura di 2020 con un utile netto di 1,1 miliardi di euro, un calo vistoso rispetto all’anno precedente (-70%), ma comunque in grado di compensare le perdite del primo lockdown generalizzato. Nel primo trimestre del 2021, dal primo dicembre 2020 al 28 febbraio 2021, le vendite nette del gruppo H&M sono diminuite del 21% rispetto all’anno precedente, solo in parte compensate dagli ordini online. Dati in aumento del 10% a marzo, rispetto a dodici mesi prima, quando la pandemia aveva iniziato a imporre restrizioni alle aperture dei negozi in molti paesi. Non è un caso se aziende come Zara e H&M abbiano fondato gran parte delle loro attività di vendita su velocità e agilità. Individuato un nuovo trend, magari incentivato dalla stessa pandemia scoppiata oltre dodici mesi fa, si implementano i sistemi di progettazione e catena di fornitura, per portare la tendenza sul mercato il più rapidamente possibile. Ciò consente un consolidamento del cosiddetto “fast fashion” che, di fatto, supera per vendite le etichette tradizionali. Capi e accessori sfilati sulle passerelle, prive di pubblico, possono essere individuati e replicati prima ancora che gli originali arrivino nei negozi, grazie a una capacità quasi in tempo reale di adattare la collezione, per soddisfare le preferenze di segmenti di clienti più piccoli e mirati. I social media stanno accelerando questo ciclo. L’influencer marketing e altre strategie 2.0 aiutano le novità a viaggiare velocemente, creando una rapida domanda di mode iper-economiche. Gli acquirenti agiscono istantaneamente su tale richiesta, anche tramite strumenti su piattaforme come Instagram e Pinterest, idealmente nate per altri scopi. Uno scenario che prevede, oggi più che mai, una dotazione tecnologica e strategica dedicata.

Lo scenario odierno dell’Information Technology disegna un panorama molto interessante nel settore del fashion, con robot che cuciono e tagliano i tessuti, algoritmi di intelligenza artificiale che ottimizzano la produzione, app che raccolgono i dati e arricchiscono le informazioni sui consumatori. Tra intelligenza artificiale e machine learning, la crisi ha accelerato lo sviluppo e l’adozione dei chatbot, per colmare l’assenza del personale dedicato. Ciò crea dei problemi evidenti legati all’occupazione futura di certi ruoli ma è indubbio che la mossa abbia contribuito a tenere in piedi dipartimenti messi in difficoltà dalla situazione sanitaria. Altro argomento scottante è quello ambientale. Secondo gli analisti dell’Environmental Protection Agency, il “nuovo” fashion, quello scelto e acquistato da casa o in mobilità, contribuisce in maniera sostanziale all’inquinamento. Le ricerche dicono che ogni anno vengono inviati in discarica circa 12,8 milioni di tonnellate di indumenti. La produzione tessile globale emette ogni anno 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra, più dei voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme. L’industria della moda è responsabile fino al 10% delle emissioni globali di CO2, per il 20% delle acque reflue industriali mondiali, per il 24% degli insetticidi e per l’11% dei pesticidi utilizzati. Anche la tecnologia, sotto questo punto di vista, può dare una mano.


#Fashion Accelerano gli investimenti in piattaforme di Connected Store Edge
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I TREND DI IDC

«La vendita al dettaglio online è stata una chiara vincitrice del 2020. Le restrizioni attuate durante la pandemia hanno forzato la chiusura dei negozi e incoraggiato le persone a passare più tempo a casa. I nuovi acquirenti, dopo l’allentamento delle restrizioni, hanno continuato a effettuare acquisti online» – spiega Ornella Urso, senior research analyst di IDC Retail Insights. «I retailer di tutta Europa hanno visto le vendite salire alle stelle. Il prossimo decennio sarà quello in cui gli spazi fisici di vendita si trasformeranno in hub esperienziali, connessi, dove ogni azione fisica – di persone, trasporto o merci – lascerà una firma digitale che potrà essere raccolta, per guidare un servizio clienti migliore e ottimizzare le risorse: negozi, magazzini, camion, inventario, dipendenti». IDC prevede che entro il 2025, concetti come Digital Shelves, Inventory Visibility, Robotic Fulfillment e Automated Checkout accelereranno gli investimenti in piattaforme di Connected Store Edge, fino a dieci volte di più rispetto agli attuali livelli di previsione.

Monoprix ha lanciato, nell’ottobre del 2020, BlackBox, un concetto di negozio automatizzato senza personale, 24/7. Gestito dall’intelligenza artificiale, a differenza di altri negozi non presidiati, non ha telecamere e non è necessaria alcuna app per fare acquisti. «La tecnologia permette l’identificazione dei prodotti senza bisogno di telecamere» – continua Ornella Urso. «Gli acquirenti possono accedere scansionando la loro carta di credito, prendere gli articoli dagli scaffali e pagare attraverso un touchscreen. L’esperienza del cliente e i servizi di evasione degli ordini rimangono critici per la maggior parte dei sottosegmenti di vendita al dettaglio. I rivenditori di moda e abbigliamento stanno affrontando la complessa sfida di rivedere i loro approcci di pianificazione. Tra le prime cinque tecnologie sulle quali i retailer pianificano di investire, il settore della moda punterà soprattutto su 5G ed esperienza mobile».


#Fashion Come semplificare la collaborazione in tutta la catena di approvvigionamento
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LA SPINTA DEL 5G

Comprendendo differenti segmenti, il retail deve far fronte a sfide spesso diverse tra di loro. Pensiamo al grocery, che deve ripensare completamente l’esperienza di acquisto, all’elettronica, che vede quasi del tutto venir meno la prova tangibile dei prodotti in fase di pre-acquisto. Il fashion ha sicuramente delle peculiarità, tra cui il bisogno di accelerare sul fronte dell’integrazione della catena di produzione e distribuzione, per la presenza di tanti piccoli artigiani, che contribuiscono all’economia del settore. Il marchio spagnolo Original Arts, con il progetto Soruka, ha deciso di mettere in comunicazione la filiera del fast fashion con gli artigiani indiani, per la produzione di borse nate dai ritagli dell’industria del pellame, scarti che altrimenti andrebbero buttati. Galeries Lafayette, insegna storica francese, ha invece aperto canali di vendita che sono un mix di marchi conosciuti ed emergenti, divenuti popolari su Instagram. Un concetto che lega i casi descritti è quello della personalizzazione, che può beneficiare di un boost ulteriore grazie al 5G. Lo standard di nuova generazione può sicuramente ottimizzare la produttività e migliorare la customer experience dei clienti.

Un esempio è dato dal flusso di informazioni live, utili a gestire l’esaurimento scorte sugli scaffali. In questo caso, la tecnologia genera notifiche automatiche di rifornimento per gli addetti del negozio e avvisa i centri di distribuzione di inviare ulteriori pezzi. Il fatto che 5G e mobile edge computing consentano di eliminare eventuali problemi connessi con l’esperienza di vendita e di migliorare la produttività delle risorse avrà un impatto significativo sul settore. Vale la pena considerare i risultati del recente “5G Business Report di Verizon” (febbraio 2021), condotto in collaborazione con Morning Consult, e che ha coinvolto 700 decision-maker IT aziendali, per valutare l’interesse nell’implementazione del 5G e le applicazioni concrete in ambiti quali sport, intrattenimento e media, settore pubblico, sanità, manifatturiero e retail. Stando ai numeri, il 77% degli intervistati del settore retail sostiene che le aziende che non adottano la tecnologia 5G rimarranno indietro rispetto ai loro competitor. L’80% ritiene che offrire ai clienti la possibilità di acquistare da qualsiasi luogo, sfruttando le potenzialità di AR e VR abilitate dal 5G, sarà un aspetto critico nel futuro.


#Fashion Ottimizzazione della supply chain e più trasparenza della catena di approvvigionamento
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INNOVAZIONI PER IL FASHION

Le nuove possibilità offerte da blockchain, IoT e AI hanno oramai superato la prova sul campo, essendo maturate prima nell’industria alimentare e poi consolidate anche nella produzione fashion. L’obiettivo è di consentire a clienti, produttori, fornitori e partner di rintracciare l’origine e la lavorazione di un capo in ogni fase della produzione e della distribuzione. Ciò garantisce la completa trasparenza e la tracciabilità, dalla materia prima al prodotto finito. Il produttore italiano di tessuti di lusso Fratelli Piacenza utilizza la blockchain per tracciare l’intero processo di produzione del tessuto dal ricevimento della materia grezza alla vendita. La capacità di tenere traccia di ogni parte del processo consente a tutte le parti coinvolte di documentare le diverse fasi di progettazione e produzione e previene gli sprechi nella produzione.

Una delle tecnologie maggiormente in risalto, quando si parla di moda, è la stampa 3D. A marzo 2021, Voxel8 ha annunciato un accordo esclusivo con il produttore italiano Eddy Ricami, per l’utilizzo di ActiveLab, ecosistema di 3D printing, per la produzione di accessori di fascia alta. L’installazione presso lo stabilimento di Montecosaro (in provincia di Macerata) consentirà a Eddy Ricami di lavorare in maniera esclusiva sul singolo capo, funzionale a specifici clienti per le loro calzature e prodotti di abbigliamento, offrendo al contempo tempi di progettazione e di consegna più brevi e costi di inventario ridotti.

Dalla progettazione alla produzione, dal marketing al customer care, la capacità di elaborazione dei dati, che è stata notevolmente accelerata dall’adozione di algoritmi di apprendimento (machine e deep learning), sta diventando essenziale e ha portato ad alcuni notevoli investimenti per l’industria della moda. In questo settore, la necessità di svoltare verso strumenti come l’intelligenza artificiale è in gran parte legata alla volontà di rendere efficiente il flusso produttivo, riducendolo in molte delle sue attività più ripetitive, per dare ai clienti un’esperienza personalizzata a un costo accessibile.

I chatbot rappresentano una delle applicazioni più comuni di AI nei processi comunicativi tra azienda e cliente. Il loro utilizzo sta aumentando in modo esponenziale, anche per la vendita al dettaglio visto che, oltre alla loro “convenienza” (non riposano, non scioperano, non vanno in malattia o in ferie) sono in grado di fornire informazioni e assistenza istantanea. Di fatto, i chatbot sono pronti a dare consigli giusti al momento giusto, per esempio per trovare il punto vendita più vicino, scegliere il capo migliore da una selezione più ampia, o l’accessorio per completare un look. Le aziende del fashion devono avviare un processo di trasformazione in grado di combinare modalità offline e online. In un mondo che va sempre più verso forme ibride di acquisto, è evidente che bisogna intercettare il consumatore lì dove si trova. L’idea sarebbe quella di rimanere al suo fianco durante tutto il processo (sia online che offline), raccogliendo dati e fornendo esperienze “cucite su misura”.

La sfida non è tanto tecnologica, vista la pletora degli strumenti già a disposizione e rodati, quanto individuare quelle strategie vincenti che consentano di prendere il meglio dai due mondi. La rivoluzione tecnologica in atto richiederà una notevole flessibilità ma, se ben progettata, cambierà abitudini e stili di consumo, facendo emergere nuove opportunità. Del resto, se un punto critico dello shopping online resta quello di provare i prodotti, ci sarà bisogno sempre più di sperimentare modalità nuove di scelta, seppur con la difficoltà del dover rimpiazzare qualcosa che ha ben poco di fisico. Tanti marchi si sono attivati per minimizzare il timore dei consumatori nel comprare qualcosa su internet la cui taglia non va bene, non corrisponde a quanto si era immaginato, non soddisfa la promessa della vetrina online. Si ovvia a questi problemi, spesso offrendo spedizioni veloci e resi gratuiti. I più innovativi vanno oltre, puntando sulla realtà virtuale per far visualizzare all’utente l’immagine del prodotto come se lo stesse provando in negozio. Specificando le misure si può oramai ottenere una risposta realistica di come un capo vestirà sulla propria figura. Ma c’è una forte barriera che è quella del dispositivo da usare per il VR: un investimento a cui i consumatori non daranno di certo seguito solo per qualche acquisto sul web. La via di mezzo che meglio potrebbe rispondere alle nuove esigenze di prossimità liquida è la realtà aumentata che, con gli aggiornamenti hardware e software sugli smartphone, può aprirsi una breccia certamente idonea a un pubblico più ampio, seppur non ancora di massa.


#Fashion 5G e mobile edge per migliorare esperienza di vendita e produttività
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L’APPROCCIO OMNICANALE

Resilienza è il termine che ha accompagnato buona parte dei discorsi nel 2020, in riferimento alla qualità che le imprese hanno dovuto mettere in campo per adattarsi al cambiamento. Nel segmento della vendita, ci si imbatte da anni nel mantra dell’omnicanalità. A che punto siamo e come questa sorta di contenitore di strategie si sta evolvendo insieme alle tecniche che disegnano un IT per il fashion davvero resiliente? Secondo una ricerca di Invespcro dello scorso aprile, le aziende che hanno migliori strategie di coinvolgimento omnicanale mantengono in media l’89% dei loro clienti, che si attesta solo al 33% per quelle che hanno una vendita al dettaglio omnicanale debole o assente. In effetti, circa il 68% dei Millennials è oramai a suo agio con un approccio omnicanale durante il proprio percorso di acquisto, a fronte dell’84% dei baby boomer che preferisce acquistare prodotti nei negozi.

Da uno studio condotto su 46mila acquirenti dalla Harvard Business Review, emerge che solo il 7% delle persone preferisce fare acquisti esclusivamente online. Per lo shopping solo in negozio, la percentuale si attesta a 23%, mentre è pari al 73% la fetta di chi preferisce vari canali. Tutto questo, prima che la pandemia cambiasse le carte in tavola. Eppure, non tutti i giganti del fashion retail hanno colto l’occasione per acquisire nuovi modus operandi. Basti pensare che un brand come Primark si rifiuta ancora di vendere online, limitandosi a proporre sul proprio sito i prezzi dei capi di abbigliamento e degli accessori, invitando poi a “recarsi al negozio più vicino”. Questo vuol dire che le sue finanze sono rimaste completamente stagnanti durante i vari periodi di lockdown forzato. Per quale motivo, in oltre un anno, Primark, che è leader della moda accessibile, non ha attivato nemmeno una modalità di acquisto online? La sua mancanza di programmazione ha reso le cose difficili, soprattutto nei mesi più duri della pandemia, e non è chiaro quanta della sua forza vendita resterà tale anche al ritorno alla normalità. Il fatto è che molte aziende hanno parlato del Covid-19 descrivendolo come un inconveniente temporaneo o una sfida solo per la catena di approvvigionamento. L’amministratore delegato di Best Buy, Corie Barry, aveva detto agli investitori in una videoconferenza alla fine di febbraio 2020, che la società considerava la pandemia come un’interruzione relativamente a breve termine, tale da non influire su strategia e iniziative a lungo termine. Circa un mese dopo, la diffusione del contagio ha fermato le principali economie al mondo. Centri commerciali e negozi di abbigliamento sono rimasti chiusi e i rivenditori hanno visto uno spostamento verso l’e-commerce, un’opzione più sicura e, in alcuni casi, l’unica.


#Fashion Supply chain integrata e produzione più sostenibile
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DATI E SOSTENIBILITÀ

I consumatori badano sempre più all’eticità nella lavorazione di un prodotto. Il marchio britannico Burberry ha sviluppato un’app mobile che segue la strada che compie, periodicamente, un materiale dal suo luogo di raccolta a quello di lavorazione e, infine, di stoccaggio e vendita. Si è arrivati allo sviluppo di Voyage, applicazione per tenere d’occhio il percorso del ciclo di vita di un capo di abbigliamento, tramite la scansione di un’etichetta o l’inserimento di un codice univoco. La sostenibilità è certamente uno dei perni centrali del nuovo modo di consumare la moda. Il cambiamento degli stili di consumo vede due direzioni che spesso vengono considerate parallele ma che, in realtà, possono incrociarsi in qualche punto. Fast fashion e sostenibilità rappresentano un binomio già attuato in certi ambiti, soprattutto quelli che interessano le nuove generazioni. Queste sono infatti il pubblico che vuole raggiungere Fashion Values, ​​piattaforma sviluppata dal Centre for Sustainable Fashion del London College of Fashion, parte dell’Università delle Arti di Londra. Con Kering, IBM e Vogue Business, mira a collegare tecnologia e sviluppo sostenibile, stimolando l’innovazione verso nuovi prodotti e servizi di moda.

Secondo l’indagine di IDC “2020 Global Retail Innovation”, il 54% dei rivenditori di moda e abbigliamento presterà attenzione al consolidamento dei dati dei clienti, nei prossimi tre anni, investendo nella valorizzazione del proprio patrimonio informativo (56%). Allo stesso tempo, il 51% si concentrerà sull’ottimizzazione della supply chain. In relazione a questo, per IDC entro il 2024, il 40% dei rivenditori rafforzerà le partnership con i fornitori per la trasparenza della catena di approvvigionamento, riducendo l’impronta di carbonio del ciclo di vita del prodotto del 30% e aumentando la fiducia dei clienti del 50%.

Il software di gestione dei processi, l’intelligenza artificiale, l’automazione robotica, la blockchain e la tecnologia IoT – tra cui sensori, RFID, cloud e reti – semplificheranno la collaborazione in tutta la catena di approvvigionamento. Circa il 44% dei retailer, in Europa, sta attualmente implementando l’IoT per la visibilità e il controllo della supply chain, mentre un altro 36% sta progettando di implementare la tecnologia nei prossimi uno o tre anni. Ci sono già esempi di rivenditori come H&M, Net-a-Porter e Adidas, che hanno usato la tecnologia come abilitatore di crescita sostenibile, tale da diventare un punto chiave della strategia delle organizzazioni resilienti. Inditex, tramite il presidente esecutivo Pablo Isla, ha annunciato che entro il 2025, il 100% del cotone, lino e poliestere utilizzato da tutti e otto i suoi marchi (tra cui Zara, Zara Home e Massimo Dutti) sarà sostenibile o riciclato: «La nostra trasformazione digitale e il deciso progresso verso gli standard di sostenibilità più esigenti sono complementari e sostenuti dall’efficienza del nostro modello di business, che si basa sull’offrire ai clienti il meglio della moda di qualità». Tra le iniziative chiave lanciate negli ultimi anni, ci sono l’uso di materie prime “verdi”, come il cotone biologico, il poliestere riciclato e il lyocell, assieme all’implementazione di processi più rispettosi di consumo d’acqua e di energia, una maggiore attenzione all’economia circolare (raccogliendo gli abiti usati per il successivo riutilizzo o riciclo a scopo benefico), e il lancio di una piattaforma di negozi eco-efficiente. «In Italia – conclude Ornella Urso di IDC – «l’innovazione del modello di business, la consapevolezza del marchio, la crescita del mercato e la conformità normativa, sono i principali driver della strategia di sostenibilità dei retailer».


#Fashion La sfida di mettere in comunicazione la filiera del fast fashion con i piccoli artigiani
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SOLUZIONI IT A SUPPORTO DEL FASHION

I nuovi percorsi della trasformazione digitale

In media, in Europa, un capo d’abbigliamento viene indossato tre volte. Decine di milioni di tonnellate di vestiti vengono buttati ogni anno in discarica, persino nuovi. Enormi risorse ed energie buttate nel tentativo affannoso di soddisfare un bisogno del consumatore finale che, nei fatti, non è noto. Modelli, taglie, colori, quantità, distribuzione geografica, tempistiche, materiali, caratteristiche tecniche, sono variabili di cui i produttori di abbigliamento non conoscono a fondo i dettagli. Producono sulla scommessa di quello che sarà il mercato, con mesi di anticipo. Per ridurre significativamente lo spreco, cioè mirare meglio e velocemente le esigenze dei consumatori, è utile creare un cortocircuito informativo rapido ed efficace che porti i produttori a essere consapevoli di cosa interessa al consumatore finale oggi. Come? «Conoscendo il cliente, osservandolo e coinvolgendolo. I trend della moda, oggi, viaggiano alla velocità dei social media e si esplicitano attraverso di essi» – spiega Dena Arabsolgar, project manager di Holonix.


#Fashion #sostenibilità L’IoT per far evolvere il modello di business @HolonixSRL
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«È necessario saper lavorare in modo intelligente sulle informazioni che si possono raccogliere dai social: riconoscere le immagini, individuare pattern ripetuti, forme, colori, idee, riferimenti e testi. Fondamentale è la creazione di una collaborazione stretta tra aziende, abilitata dalle tecnologie informative, che possono lavorare in sinergia condividendo e ottimizzando il tempo dei fermo-produzione, o in complementarietà scambiandosi, per esempio, materiali e sottoprodotti che risultano troppo spesso rifiuto per un settore ma risorsa preziosa per un altro. Ottenuto questo, bisogna agire rapidamente. Con una produzione efficiente e agile in cui non è più un problema o un costo realizzare solo i pochi capi che servono per ciascun modello, dove il digitale entra in fabbrica con prepotenza facilitando la creazione di nuovi modelli o varianti usando macchinari connessi e software semplici e completi». Holonix si propone come partner tecnologico e metodologico sul tema, mettendo a disposizione know-how ed esperienze maturati in 10 anni di storia in ambito Industria 4.0. Tutto ciò trova in “IoT Experience” la propria concretizzazione: giornate che vanno oltre alla consulenza e alla formazione, dove Holonix fa “experience” insieme alle aziende utenti, rendendo tangibili e finalmente concreti i concetti di innovazione, e calandoli nella specifica realtà industriale.

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“Fashion Goes Digital”, l’evento dedicato alle tecnologie del fashion https://www.datamanager.it/2018/05/fashion-goes-digital-levento-dedicato-alle-tecnologie-del-fashion/ Tue, 15 May 2018 13:12:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147563 I clienti in processo di conversione all’Industria 4.0 hanno scoperto gli ultimi prodotti Lectra e le novità del settore in un esclusivo evento annuale consacrato al fashion Lectra, partner tecnologico delle aziende che utilizzano pelli e tessuti, ha svelato a oltre 100 fortunati professionisti accorsi al suo recente evento la nuova sala taglio 4.0, esempio […]

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I clienti in processo di conversione all’Industria 4.0 hanno scoperto gli ultimi prodotti Lectra e le novità del settore in un esclusivo evento annuale consacrato al fashion

Lectra, partner tecnologico delle aziende che utilizzano pelli e tessuti, ha svelato a oltre 100 fortunati professionisti accorsi al suo recente evento la nuova sala taglio 4.0, esempio pratico per eccellenza di tecnologia applicata al fashion. In occasione del “Fashion Goes Digital”, operatori ed esperti del settore di 20 paesi si sono dati appuntamento all’International Advanced Technology Center (IATC) di Bordeaux-Cestas, in Francia, per studiare gli effetti pratici della digitalizzazione nel fashion.

Quest’ultima si è contesa il ruolo di protagonista con un altro grande leitmotiv dell’evento. Si è infatti molto discusso di come, per rispondere efficacemente alle esigenze in evoluzione dei clienti più esperti nel digitale, le aziende del fashion debbano necessariamente avvalersi delle tecnologie e dei servizi dell’Industria 4.0. Tra i relatori Nick Chiarelli, client partner presso Foresight Factory, che ha passato in rassegna le nuove opportunità commerciali per il settore fashion. Nora Kühner, fondatrice di Nora Kühner Fashion Design Consulting, ha invece delineato il futuro dello sviluppo prodotto nell’era digitale. Fabrizio Fantini, fondatore di Evo Pricing, ha mostrato ai presenti il potenziale contributo del machine learning per le aziende del fashion, in particolare nel prevedere le richieste dei clienti ed evitare gli sprechi. “Guardando alle sfide e ai trend futuri nel settore fashion e lusso, vediamo già una tendenza a basare l’intero processo produttivo sull’analisi dei dati”, osserva Stephen Taylor, direttore di Kurt Salmon.

Dal canto loro, Waruna Tennakoon, General Manager of Group Cutting presso Brandix, e Ajith Perera, direttore dello stabilimento di Mathliya presso MAS Kreeda, hanno tenuto a raccontare la propria esperienza come clienti Lectra. Entrambe le aziende basate in Sri Lanka si sono affermate come principali esportatrici di abbigliamento del Paese, Brandix nel settore della biancheria intima e dell’activewear, e MAS Kreeda in quello dello sportswear. “Con la rivoluzione digitale, le richieste manifestate dai clienti sono diventate più specifiche e determineranno una rivoluzione della produzione di massa, con ordinativi più ridotti ma più frequenti. Di conseguenza i modelli di produzione del futuro dovranno diventare più agili”, spiega Ajith Perera. E continua: “Noto con piacere che Lectra sta già guidando questo cambiamento, offrendoci la tecnologia necessaria per rispondere alle attese del mercato.”

“Fashion Goes Digital” ha offerto la cornice ideale per illustrare le implicazioni concrete della digitalizzazione. Gli ospiti hanno potuto scoprire in anteprima la nuova soluzione interamente automatizzata per sala taglio dedicata al settore fashion e abbigliamento. La sala taglio 4.0 Lectra è frutto dell’impegno dell’azienda nel dotare i clienti delle migliori soluzioni, affinché possano prosperare nell’era digitale. Questa innovativa tecnologia sfrutta i principi dell’Industria 4.0 per offrire più agilità, capacità di produzione, redditività e soprattutto scalabilità, per far fronte efficacemente agli ordinativi di piccole quantità e ai brevi tempi di consegna.

Treize Roches Couture, casa produttrice francese di moda femminile di fascia alta, è stata una delle prime aziende ad adottare la nuova soluzione. Il CEO della società, Jean-Yves Collet, si dice convinto che la tecnologia Lectra aiuterà Treize Roches ad accelerare il processo di produzione artigianale e a mettere in commercio i prodotti in tempi più brevi. “Quando abbiamo valutato la possibilità di un progetto di produzione su ordinazione, ne abbiamo immediatamente colto i vantaggi, sia in termini di qualità che di produttività. Le soluzioni Industry 4.0 non sono ancora all’ordine del giorno nel settore dell’abbigliamento. È la ragione che ci ha spinti a sviluppare una sala taglio Industry 4.0, che ci permetterà di automatizzare quanto più possibile le fasi preparatorie, migliorando qualità e produttività, e accorciando i tempi di formazione.”

“I due grandi principi che guidano la nostra strategia, come rivelato un anno fa, sono l’Industria 4.0 e la digitalizzazione. L’obiettivo di questo evento era mostrare fino a che punto l’Industria 4.0 è presente nella nostra quotidianità e quanto ci sforziamo di sfruttarne tutte le possibilità a vantaggio dei nostri clienti. Il futuro del settore fashion non è più un lontano miraggio: è qui tra noi, nelle vesti della nostra nuova sala taglio 4.0”, conclude Céline Choussy Bedouet, Chief Marketing and Communications Officer, Lectra.

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Reinventare il teamwork: Lectra Connected Design e Lectra Connected Development https://www.datamanager.it/2018/04/reinventare-il-teamwork-lectra-connected-design-e-lectra-connected-development/ Wed, 04 Apr 2018 17:00:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145010 Facilitando la connessione tra persone, dati e processi, le nuove soluzioni Lectra potenziano i team di design e sviluppo prodotto Lectra presenta le nuove soluzioni collaborative rivolte ai team di design e sviluppo prodotto, che consentiranno alle aziende del fashion di sostenere ritmi sempre più pressanti e gestire in modo rapido ed efficace delle collezioni […]

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Facilitando la connessione tra persone, dati e processi, le nuove soluzioni Lectra potenziano i team di design e sviluppo prodotto

Lectra presenta le nuove soluzioni collaborative rivolte ai team di design e sviluppo prodotto, che consentiranno alle aziende del fashion di sostenere ritmi sempre più pressanti e gestire in modo rapido ed efficace delle collezioni sempre più articolate.

Nell’economia attuale sempre più incentrata sul digitale e sull’e-commerce, l’acquisto in pochi clic di una moda sempre nuova e personalizzata, consegnata sulla porta di casa, è qualcosa di scontato.
Per tenere il passo con le crescenti esigenze dei consumatori, le aziende fashion puntano ad accelerare l’ideazione e lo sviluppo dei prodotti senza però intaccarne la qualità. I designer lavorano a ritmi mai visti prima, rinnovando costantemente le collezioni con prodotti sorprendenti e accattivanti. Al loro fianco, i team di sviluppo prodotto si affrettano a trasformare i progetti in capi pronti. A una tale velocità, è chiaro come il lavoro di questi team dipenda da una buona condivisione di informazioni.

Per rispondere alle specifiche esigenze di queste figure professionali, Lectra lancia due novità: Lectra Connected Design e Lectra Connected Development. Queste soluzioni offrono un ambiente collaborativo con applicazioni integrate che consente di riunire, standardizzare e archiviare le informazioni generate nelle diverse fasi di progettazione e sviluppo prodotto. Grazie alla ricerca multicriterio, ai migliori collegamenti tra i dati, agli strumenti e ai servizi innovativi al servizio degli utenti, il lavoro quotidiano guadagna in velocità e agilità.

Lectra Connected Design facilita la collaborazione tra stilisti, designer di tessuti, grafici, progettisti tecnici e rispettivi manager, mettendo a loro disposizione un ambiente collaborativo. Una volta connessi alla piattaforma con il software Lectra di design Kaledo o Adobe Creative Cloud, gli utenti possono esaminare insieme le collezioni, scambiandosi idee e suggerimenti tramite le apposite app. Si tratta in definitiva della soluzione ideale per razionalizzare, automatizzare e monitorare l’intero processo di design, concedendo un ampio margine alla creatività senza però incidere sul rispetto delle scadenze.
In modo analogo, Lectra Connected Development sfrutta i dati per migliorare la collaborazione tra i modellisti, i responsabili sviluppo taglie, i designer tecnici, i manager, gli specialisti di costi e margini, i responsabili piazzamento e i team di sviluppo prototipi. La piattaforma permette la connessione tramite Lectra Modaris, la soluzione di sviluppo 2D e 3D, e il software di piazzamento Diamino Fashion. Le numerose librerie standard e applicazioni per dispositivi mobili garantiscono una creazione efficace delle specifiche tecniche. L’automatizzazione dei processi e la comunicazione in tempo reale permettono invece di evitare errori e garantiscono la massima qualità e vestibilità dei capi.

“Siamo ben consci di quanto sia importante, per i professionisti del fashion di oggi, poter contare su strumenti validi e condizioni ottimali per lavorare con efficacia entro i tempi previsti”, spiega Céline Choussy Bedouet, Chief Marketing & Communications Officer, Lectra. “Le nostre ultime soluzioni segnano l’inizio di una collaborazione nuova e intuitiva, basata su una gestione affidabile dei dati. Siamo convinti che renderanno più semplice e agevole il lavoro dei team di design e sviluppo prodotto, a vantaggio della qualità dei prodotti finali. L’obiettivo è sostenerli nella realizzazione di tutto il loro potenziale, così che possano essere attori chiave per il successo delle proprie aziende.”

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L’IT per il Fashion, la trasformazione digitale è di moda https://www.datamanager.it/2018/03/lit-fashion-la-trasformazione-digitale-moda/ Thu, 15 Mar 2018 13:58:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143727 Nel mondo del Fashion, creatività, buon gusto e senso degli affari sono condizioni necessarie. Ma non più sufficienti per avere successo in un settore che è industria a tutti gli effetti. E, come accade oggi in tutti gli ambiti, anche qui serve una robusta dose di digital transformation Tra camerini prova virtuali in piena era […]

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Nel mondo del Fashion, creatività, buon gusto e senso degli affari sono condizioni necessarie. Ma non più sufficienti per avere successo in un settore che è industria a tutti gli effetti. E, come accade oggi in tutti gli ambiti, anche qui serve una robusta dose di digital transformation

Tra camerini prova virtuali in piena era “Fitting room 2.0”, piattaforme omni-channel e supply chain sempre più sofisticate, la trasformazione digitale ha fatto il suo prepotente ingresso anche nel mondo del Fashion. E non potrebbe essere altrimenti, perché quello che è forse il simbolo del Made in Italy più ammirato in tutto il mondo, oltre che uno dei più importanti, ne ha bisogno per mantenere il primato in un contesto sempre più competitivo. Dove creatività, buon gusto e senso degli affari non sono più sufficienti da soli. Anche perché, sotto la superficie “glamour”, il settore della Moda è un comparto dove l’aspetto industriale è più concreto che mai, nel quale l’apporto dell’IT è pervasivo, e si estrinseca in soluzioni che coprono tutti gli ambiti. Gli esempi non mancano: si parte dal PLM per gestire il processo di sviluppo delle collezioni, che va dalla pianificazione alla creazione fino alla pre-produzione, per poi passare ai sistemi per il controllo della produzione, sempre più sofisticati, per arrivare alle nuove supply chain, nelle quali il livello di ottimizzazione è in grado di fare la vera differenza tra successo e insuccesso, e infine, alle nuove frontiere dell’omnicanalità, e dell’Internet of Things applicato concretamente con soluzioni di notevole grado di innovatività.

PLM DEDICATI E SISTEMI ERP SPECIFICI

Nell’iniziare questa indagine, che si propone di analizzare lo stato della digital transformation nel mondo del Fashion, va innanzitutto rilevato che l’utilizzo dei sistemi PLM in questo ambito è ormai un fatto acquisito da anni, e vede protagonisti praticamente tutti i principali vendor, sia generalisti sia specializzati, che presidiano il mercato con soluzioni sempre più sofisticate, che sono tranquillamente in grado di affrontare e gestire tutti i cambiamenti tecnologici che si stanno verificando anche nell’ambito Moda, oppure che stanno arrivando ora a maturazione, dando forma a nuove modalità di produzione e di consumo. Anche perché, pur essendo per molti versi un settore speciale e unico, quello del Fashion rimane un comparto industriale a tutti gli effetti, con tutte le esigenze classiche: sincronizzare e mettere in comunicazione i team di sviluppo, rendere le informazioni disponibili in modo tempestivo, integrare progettazione e sviluppo del prodotto con il resto della supply chain, soprattutto quella estesa. Si tratta di funzioni che i PLM sviluppati per la Moda si trovano a dover assolvere, soddisfacendo le peculiarità del settore. Un compito che è svolto anche dagli ERP sviluppati specificamente per il Fashion, che propongono piattaforme estese di gestione di tutti i processi che si compiono nel comparto Moda: dalla produzione alla supply chain, dalla distribuzione wholesale al retail, passando per il data management, gli analytics e gli ordini online, il tutto orchestrato da un ERP in grado di governare tutta la catena del valore.


#Fashion #retail L’industria della Moda cambia modello di business ed è alla ricerca di nuove fonti di ricavi. Quali sono le tecnologie che stanno innovando il settore?
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PUNTARE SULL’INNOVAZIONE

Ma, al di là delle soluzioni in uso da tempo, come i PLM e gli ERP, anche per il Fashion è suonata la campana della digital transformation, che come accade per tutti i settori non riguarda solo la tecnologia, in quanto comporta un cambiamento molto più ampio all’interno delle aziende, e che implica un cambiamento culturale, di organizzazione, di processi e oltre. Però, per quanto riguarda in particolare il settore del Fashion, uno degli ambiti nei quali la digital transformation sta determinando maggiori cambiamenti è quello del retail: «Da una indagine che abbiamo condotto lo scorso anno su oltre 400 fashion retailer in tutto il mondo, è emerso che più del 40 per cento, per l’esattezza il 42 per cento, ha adottato, oppure intende adottare entro i prossimi dodici mesi, una Omni-Channel Commerce Platform, che rappresenta oggi uno degli abilitatori fondamentali della trasformazione per il Fashion» – spiega a Data Manager Giulio Raffaele, senior research analyst Retail Insight Europe di IDC. Non solo: da una survey svolta l’anno scorso da IDC sui mercati verticali europei, emerge che «il 47 per cento del budget dei fashion retailer verrà assegnato all’innovazione o all’upgrade incrementale, per cambiare il business model oppure per individuare nuove fonti di ricavi» – spiega Raffaele, che giudica «altrettanto interessante osservare che le priorità di business indicate dai retailer dell’ambito fashion sono al 59 per cento nell’innovazione e per il 47 per cento nella crescita dei ricavi».

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L’IMPATTO DEL DIGITALE

Anche i dati snocciolati a metà novembre scorso durante il Fashion & Luxury Summit organizzato a Milano da Pambianco, specializzata come noto nel settore Fashion, hanno fotografato una situazione dove la digital transformation è ormai una realtà acquisita. Anche perché, come ha detto David Pambianco, CEO di Pambianco Strategie di Impresa, ormai ogni azienda, in qualsiasi settore operi, è oggi un’azienda in cui la tecnologia ha un impatto talmente importante da renderla “digitale”, e questo comporta profondi cambiamenti in quattro ambiti principali: la gestione del brand e la comunicazione, l’offerta di prodotto, i canali di vendita e infine l’organizzazione. Per quanto riguarda il primo aspetto, quello della gestione del brand, lo scenario mondiale di oggi vede «3,4 miliardi di smartphone connessi e il 90 per cento dei brand del fashion con una propria presenza sui principali social network» – ha ricordato Pambianco, sottolineando come questo scenario stia cambiando profondamente le modalità e gli strumenti per comunicare. Non a caso, le analisi della società sull’impatto del digitale hanno mostrato che l’investimento in comunicazione delle aziende della moda e del lusso ha visto, dal 2012 al 2016, un aumento delle campagne social, passate dallo 0 a 12 per cento del totale, e del display advertising, cresciuto dall’uno all’undici per cento.


#Fashion #retail Fast Fashion e Luxury mettono al centro i comportamenti dei consumatori, passando da un approccio product-centric a uno più customer e profit centric
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IMPLEMENTARE NUOVE STRATEGIE

Riguardo agli effetti del digitale sull’offerta di prodotto, Pambianco ha fatto notare come le collezioni siano sempre più frammentate per stimolare il consumatore: dal 2012 al 2017 sono aumentate in media da tre a cinque le uscite per singola collezione. L’influenza del digitale sui canali di vendita ha determinato invece la crescita della percentuale del fatturato retail, con la conseguente apertura di più negozi diretti. Oggi, secondo le analisi di Pambianco, le grandi aziende sviluppano oltre l’80 per cento del fatturato attraverso il canale retail, mentre le medio-piccole solo il 32 per cento. Tuttavia, la crescita passa attraverso il canale dell’e-commerce: la ricerca Pambianco evidenzia come il fatturato online del campione analizzato sia di 250 milioni di euro, pari a 2-6 per cento del totale. Inoltre, il 52 per cento delle aziende gestisce direttamente le proprie vendite online, mentre il restante 48 per cento le gestisce in partnership con operatori specializzati. Questo nuovo scenario spinge all’implementazione di strategie omni-channel, con la rete dei negozi direttamente collegata alla piattaforma online delle aziende. Infine, per quanto riguarda l’organizzazione, la trasformazione digitale sta avendo impatti non di poco conto: per esempio, per la gestione del contatto diretto con il consumatore, ha assunto una crescente importanza il customer relationship management, con il 79 per cento delle aziende intervistate da Pambianco che ha adottato sistemi di CRM.

UNA PIATTAFORMA OMNI-CHANNEL ABILITANTE

La trasformazione comporta quindi numerose implicazioni organizzative e di processo, che spingono per l’adozione di nuove piattaforme, come la Omni-Channel Commerce Platform, costituita da quattro “core capabilities”, secondo la definizione di IDC, e che consistono nel Customer Experience Management, nel Commerce Engine, nell’Order Fulfillment e nella Content Optimization: tutte queste attività «vengono orchestrate in tempo reale dalla Omni-Channel Platform per il retail attraverso un modulo centrale di artificial intelligence» – spiega Giulio Raffaele di IDC, sottolineando che «questa piattaforma è ancora in corso di costruzione, ma rappresenta il modello ideale al quale poi si ricollega l’intero ecosistema di servizi di front-end, di back office e altro, tramite opportune API». Di certo, questo è il modello al quale si va a tendere, e le piattaforme o le soluzioni proposte dai vendor e adottate nell’ambito Fashion contengono questi elementi, «anche se non necessariamente il singolo vendor è in grado di fornire tutte insieme le quattro capacità viste poco sopra» – fa notare l’analista di IDC, spiegando che tutti i principali vendor per così dire “generalisti” come per esempio IBM, SAP e Oracle hanno soluzioni per questi ambiti, così come le hanno anche vendor più specifici come per esempio Salesforce o Aptos, mentre vi sono anche casi di grandi player del retail che persistono nella loro tendenza di sviluppare tutte le soluzioni in casa.


#Fashion #retail La digital transformation impatta 4 ambiti principali: gestione del brand e comunicazione, offerta di prodotto, canali di vendita e organizzazione @IDCItaly
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I DUE MONDI DEL FASHION

Entrando più nel dettaglio, la netta priorità assegnata all’innovazione non deve stupire, anche in ragione della composizione del settore Fashion, che «è diviso in due grandi mondi: da una parte quello del cosiddetto Fast Fashion, costituito dai vari H&M, Mango o Zara, giusto per citare i primi che vengono in mente, e dall’altra parte dal mondo del Luxury» – spiega Giulio Raffaele di IDC. Come evocato dallo stesso nome, gli operatori dell’ambito Fast Fashion «hanno cicli di produzione sempre più rapidi, e hanno dovuto spingere per primi sulla digital transformation, mentre chi opera nel Luxury è arrivato dopo a considerare questa opzione». Le ragioni che hanno portato il mondo del Fast Fashion ad accelerare sulla trasformazione sono molteplici, a cominciare dal fatto che i cicli sempre più rapidi, l’onnipresenza del digitale e una clientela ancora più smaliziata sia nelle esigenze sia nei comportamenti, richiedono un supporto sempre maggiore da parte della rete dei punti vendita e dell’intero ecosistema del retail, e rendono la pianificazione dell’assortimento per i punti vendita fisici e digitali una sfida di non poco conto. In questo scenario – ragiona IDC – il mondo del Fast Fashion «ha capito che non poteva più basare le proprie attività sulle pure considerazioni finanziarie o partendo da presupposti di prodotto, ma doveva iniziare a ragionare mettendo al centro di tutto i comportamenti dei consumatori, fino ad arrivare a una sorta di micro-merchandising nel quale si decide il tipo di assortimento per ogni singolo negozio». Va però detto che adesso anche il mondo del Luxury si sta avvicinando alla trasformazione digitale, pur se «non è ancora molto chiaro il modello di utilizzo» – avverte Raffaele, sottolineando però che «è interessante notare che anche il Lusso si è accorto della necessità di cambiare marcia per non perdere opportunità di revenue in un contesto in continua evoluzione».

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RIVOLUZIONARE L’ASSORTMENT PLANNING

Proseguendo nell’analisi delle nuove frontiere della trasformazione digitale calata nel contesto Moda, uno degli aspetti più critici è oggi quello della pianificazione dell’assortimento, l’assortment planning, che «deve passare da un approccio di tipo product-centric, cioè centrato sul prodotto, a uno più customer e profit centric, ovvero ritagliato più sulle richieste dei consumatori e sui prodotti in grado di portare maggiori profitti» – sottolinea Giulio Raffaele di IDC, spiegando che questo «comporta l’adozione di modelli di pianificazione connessi di nuova generazione e di soluzioni che siano in grado di abilitare decisioni più rapide e granulari in merito agli assortimenti e agli acquisti». Non è quindi un caso se i dati della “Retail Innovation Survey” di IDC, condotta nello scorso giugno su oltre 400 aziende tra Europa e Stati Uniti, hanno rilevato che un terzo dei retailer, per l’esattezza il 34 per cento, ritengono il micro-merchandising e l’assortment planning l’elemento di fondamentale importanza nell’ambito dei loro programmi di innovazione. Le piattaforme di pianificazione dell’assortimento di nuova generazione devono essere in grado di supportare i merchandiser nell’affrontare le nuove esigenze espresse dai consumatori, oltre che i requisiti posti oggi dal retail, e possono farlo con piattaforme unificate e guidate dagli analytics.


#Fashion #retail Più del 40% delle imprese ha adottato una piattaforma Omni-Channel – Cresce la percentuale del fatturato retail e aumenta l’apertura di negozi diretti @IDCItaly
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INVESTIMENTI E PRIORITÀ

Tra le priorità di investimento nell’ambito Fashion rilevate dalla ricerca di IDC, le piattaforme di e-commerce sono al primo posto con il 52 per cento: «Si tratta di un ambito nel quale le aziende del comparto Moda proseguono gli investimenti senza sosta» – sottolinea Giulio Raffaele di IDC, precisando che al secondo posto, a pari merito con il 36 per cento, si collocano le soluzioni relative alla Customer Loyalty e le piattaforme di data management. In questi due ambiti, «si tratta di aspetti vitali anche per il settore Fashion, in quanto l’area della customer experience personalization assume sempre maggiore importanza alla luce del contesto competitivo, e oggi vede la presenza di soluzioni in grado di raccogliere i dati in maniera contestuale da più fonti, per poi elaborarli utilizzando anche sistemi di intelligenza artificiale, mentre l’area del data management trova molte applicazioni utili con le piattaforme che gestiscono i dati sia strutturati sia non strutturati».

NELL’ERA DELLA FITTING ROOM 2.0

Ma non di solo e-commerce o analytics vive la trasformazione digitale in atto nell’ambito Fashion, perché molte altre sono le vie che l’innovazione sta intraprendendo. Tra le iniziative più recenti, è per esempio da segnalare quella adottata da Mango per dotare i principali negozi dell’azienda, sparsi in tutto il mondo, di camerini digitali, in pieno spirito “Fitting room 2.0”. La tecnologia alla base del camerino digitale è uno specchio digitale Internet of Things progettato da Mango e sviluppato da Vodafone in collaborazione con Jogotech, che permetterà al cliente di scansionare le etichette dei capi all’interno del camerino, e di contattare lo staff del negozio direttamente dallo specchio, per richiedere altre taglie o colori. Lo specchio suggerirà anche altri articoli da abbinare al capo scelto dal cliente. L’obiettivo di Mango è di estendere il camerino digitale a tutti i suoi principali negozi, da Barcellona a New York, con l’obiettivo di far beneficiare i clienti di un’esperienza d’acquisto integrata, che combina in modo efficace e armonico la componente digitale e fisica. L’iniziativa rappresenta per Mango la prima fase di un progetto di trasformazione digitale che mira a creare nuove forme di coinvolgimento e rapporto tra i clienti e il marchio.

QUANDO LA DIFFERENZA È SMART

La tendenza che porta all’era della “Fitting room 2.0” era già stata inaugurata lo scorso anno a Milano, nel concept realizzato nel punto vendita Diesel di Piazza San Babila con le tecnologie Samsung (www.samsung.com/it) e l’apporto di H-Farm per la parte di system integration. Il progetto pilota, partito a metà marzo dello scorso anno nel Diesel Planet, come viene definito il negozio milanese, si era posto come primo passo per la trasformazione degli store dell’azienda vicentina, presenti in tutto il mondo, con un rinnovamento che non riguarda solo l’ambiente dedicato allo shopping ma il modo stesso in cui il cliente interagisce sia con i prodotti sia con le persone che si occupano delle vendite. In particolare, le tecnologie Samsung in campo vedono impiegati gli smartphone e le soluzioni SMART Signage: oltre ai classici totem presenti all’ingresso, gli elementi su cui si basa il nuovo concept sono due tavoli touch digitali sui quali i capi possono essere contestualizzati in dettaglio, due display interattivi, chiamati “denim temple” e comandati dagli smartphone, e i camerini di prova smart, due dei quali sono dotati di display a 95 pollici per una visione davvero coinvolgente di come il capo può adattarsi alla persona. Vera chiave del sistema sono anche le etichettature RFID che avvengono in fabbrica, e che sono lette dai vari dispositivi Samsung per proporre le informazioni relative a ciascun capo.


#Fashion #retail Esperienza d’acquisto integrata e implementazione di strategie omni-channel per combinare in modo efficace la componente digitale e quella fisica @IDCItaly
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AL SERVIZIO DEL FASHION

Infine, c’è un altro esempio che testimonia la continua necessità del mondo Fashion di trovare sistemi che innovino sia il prodotto sia il processo. Le nuove modalità concrete di collaborazione a distanza, abilitate dalle tecnologie più recenti, sono infatti al centro del progetto realizzato da VEM Sistemi su piattaforma Cisco Spark per Del Brenta, azienda con sede alle porte di Padova che si occupa della creazione, progettazione e produzione di tacchi, zeppe e plateau per i più grandi marchi di calzature al mondo. Si tratta di una piattaforma cloud di comunicazione e collaborazione, utilizzata dapprima all’interno dell’azienda ed estesa successivamente anche a clienti e fornitori. Come ha spiegato Stefano Bezzon, head of innovation di Del Brenta, «in un mondo come quello della moda, che opera su velocità pazzesche, con tempi nell’ordine delle ore, con Cisco Spark si possono condividere con i clienti i modelli senza essere fisicamente presenti. Lo stilista e tutti quelli che collaborano possono collegarsi con qualunque device e vedere contemporaneamente tutti la stessa cosa, comprese le modifiche ai modelli effettuate in tempo reale». La piattaforma sta consentendo a Del Brenta di ridurre in maniera drastica i tempi di sviluppo e di realizzazione dei prodotti, oltre che il tasso di errore nella realizzazione degli stampi, che è passato dal dieci per cento a circa l’uno per cento. Come dire che anche nella Moda, la trasformazione digitale permette ritorni sostanziosi. Ma soprattutto rapidi e tangibili.

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Milano Fashion Week 2018, il fascino della moda e il potere dei simboli https://www.datamanager.it/2018/03/milano-fashion-week-2018-fascino-della-moda-potere-dei-simboli/ Thu, 15 Mar 2018 13:22:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143707 Il calendario della Milano Fashion Week ha registrato il boom di eventi e presenze. Con un totale di 156 collezioni presentate in passerella, il sistema italiano della Moda si conferma come un’industria solida e dinamica, che però deve scontare una certa «frammentazione» nella catena di trasmissione delle competenze tecniche e della formazione del talento – […]

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Il calendario della Milano Fashion Week ha registrato il boom di eventi e presenze. Con un totale di 156 collezioni presentate in passerella, il sistema italiano della Moda si conferma come un’industria solida e dinamica, che però deve scontare una certa «frammentazione» nella catena di trasmissione delle competenze tecniche e della formazione del talento – come ha chiarito il sottosegretario al MiSE, Ivan Scalfarotto, in occasione della presentazione del suo libro “White Book. Imparare la moda in Italia” (ed. Marsilio). Il Sistema Moda Italia vale oltre 5 punti di PIL, con un giro d’affari passato dagli 80 miliardi del 2014 agli 87 del 2017 (dati Camera della Moda).

 

Tra le 146 aziende principali del settore, il 40% delle quali è in mano straniera. La crescita del settore si è registrata anche nell’export, con un +5,8% registrato tra gennaio e novembre del 2017 e un balzo in avanti nei mercati di Cina (+16%) e Russia (+14%). Ma torniamo al glamour delle passerelle, lasciando da parte i numeri che però ci dimostrano quanto il fashion sia un sistema commerciale e finanziario molto complesso, in cui l’innovazione di prodotto e di processo gioca un ruolo centrale alla pari di altre industry. Se gli abiti stanno all’identità come le parole al linguaggio, occorre stare molto attenti a quello che indossiamo e soprattutto al messaggio che lanciamo. Così dopo le teste clonate di Gucci, abbiamo visto sfilare i droni di Dolce & Gabbana. Due modi diversi di interpretare l’impatto della tecnologia. Due modi di leggere la realtà: riduzionismo e antiriduzionismo.


#MFW2018 Dalla passerella alla supply chain, quando la tecnologia è di #moda
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Da una parte la paura della perdita del controllo, che si traduce in un monito “tête-à-porter”, dall’altro il gioco dell’equilibrio e la celebrazione della “devozione” assoluta nelle “sorti magnifiche e progressive”. Per la prima volta in passerella i droni hanno rubato la scena alle modelle in carne e ossa. Il primato però spetta a Fendi che aveva utilizzato una flotta di aeromobili a pilotaggio remoto (APR) per la ripresa dal vivo della sfilata Donna Autunno/Inverno 2014-15. Se l’intelligenza artificiale è la tendenza del 2018, il mondo della robotica umanoide è pronto a invadere le passerelle. Poche settimane fa, alla New York Fashion Week, la supermodel Irina Shayk aveva sfilato in compagnia di un robot alto più di due metri. Forse, alle sfilate di Pitti Bimbo a Firenze (dal 21 al 23 giugno) assisteremo al debutto in passerella anche di iCub, il robot bambino (ormai adolescente) nato dal lavoro di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova.

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Al paradiso (web) delle signore, l’e-commerce strategico per il fashion https://www.datamanager.it/2018/03/al-paradiso-web-delle-signore-le-commerce-strategico-fashion/ Wed, 14 Mar 2018 16:18:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143632 Le idee di una giovane imprenditrice della moda, formatasi con i corsi di economia aziendale della Bocconi, incontrano la volontà di trasformazione digitale del brand Miroglio. Nasce così Tailoritaly, una sartoria virtuale che sforna abiti personalizzabili. Nell’alveo della tradizione Sovente, l’effetto trasformatore del digitale non nasce dall’uso di tecnologie avanzatissime o, come si dice, “cutting […]

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Le idee di una giovane imprenditrice della moda, formatasi con i corsi di economia aziendale della Bocconi, incontrano la volontà di trasformazione digitale del brand Miroglio. Nasce così Tailoritaly, una sartoria virtuale che sforna abiti personalizzabili. Nell’alveo della tradizione

Sovente, l’effetto trasformatore del digitale non nasce dall’uso di tecnologie avanzatissime o, come si dice, “cutting edge”. L’innovazione vera è anzi quella che alimenta il cambiamento all’interno di realtà consolidate, addirittura tradizionaliste. E il paradosso è che proprio dal connubio tra innovazione tecnologica e tradizione, quest’ultima ne esce ancor più valorizzata. È il caso dell’effetto che il team di innovatori guidato da Monica Calicchio ha avuto sul Gruppo tessile Miroglio, un’azienda che certo non ha mai smesso di coniugare eccellenza e innovazione – dopotutto è uno dei leader dell’abbigliamento made in Italy – ma che era finora rimasta fedele a modelli commerciali più sperimentati, costruendo un network che oggi vanta oltre 1.200 negozi di proprietà (suo per esempio il brand Elena Mirò). È qui che i destini del gruppo si intrecciano con quelli di Monica Calicchio, founder e CEO di ‎Tailoritaly. La giovane imprenditrice ha iniziato a fare business a meno di trent’anni, spesso trovandosi ad affrontare lo scetticismo di una classe imprenditoriale poco incline a dare il giusto credito alle business women. Grazie soprattutto a una notevole esperienza internazionale, maturata su mercati per niente banali come l’Australia e la Germania (dove si è fatta le ossa con la dura scuola rappresentata da Rocket Internet, la dotcom creata dai mitici fratelli Samwer, Marc, Oliver e Alexander), al suo ritorno in Italia, Monica Calicchio è riuscita a lanciare la startup che oggi si chiama Tailoritaly. Il cammino, iniziato nell’incubatore di TIM Telecom Italia, ha visto la formazione di una squadra di lavoro insieme a Giuseppe Giammetta, Francesco Leone e Marco Minutoli. In seguito, l’arrivo dei primi business angels; la selezione – nel 2015, insieme ad altre startup di tutto il mondo – nel contest internazionale “The Fashion Pitch” promosso da Decoded Fashion; e infine la decisione di Miroglio di investire in maniera importante in una piattaforma Web che consente alle acquirenti dei capi di personalizzare il proprio look, intervenendo su stoffe, colori, decorazioni, i bottoni, l’accessoristica, in qualche caso, il taglio del loro abito “autofirmato”.

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L’IDEA DI TAILORITALY

Fedele alla classicità che distingue il brand Miroglio, la galleria di Tailoritaly è quanto mai sobria dal punto di vista della grafica Web. Il motore di personalizzazione è fluido e intuitivo, progettato per venire incontro ad acquirenti che non devono per forza avere familiarità con le interfacce ricche di effetti speciali. Vengono privilegiate invece la semplicità e la velocità dell’esperienza visiva dell’utente, in cui si traduce la scelta delle varie opzioni: taglia, colore, maniche, lunghezza, collo, bottoni, ricami. A dimostrazione di un ruolo quasi secondario, o almeno “accessorio” della tecnologia, c’è il curriculum di studi dell’ideatrice di Tailoritaly. «La mia è una classica formazione business. Da Matera, mi sono trasferita a Milano per frequentare la Bocconi. Ho studiato un anno in America, perché volevo un bagaglio di competenze ed esperienze realmente globale». Dopo la laurea, Monica Calicchio parte per Sydney, ma torna in Europa per lavorare in Rocket Internet. «Sono rientrata in Italia perché nessun altro luogo può superare Milano nel valorizzare la manualità del saper fare italiano. E perché questa città può davvero diventare la capitale mondiale della moda e dell’innovazione». L’idea di Tailoritaly nasce proprio da questa convinzione. E così, Monica Calicchio intuisce presto che nel mondo del fashion il suo modello di personalizzazione via Web dell’abbigliamento femminile ancora non esisteva. Da questa constatazione deriverà – alma mater Bocconi docet – un’accurata analisi. «Da un lato le mie ricerche mi avevano portato ad anticipare il trend della personalizzazione, dall’altro era evidente che la supply chain in Italia ha tanta store capacity». Unendo le ultime tendenze tecnologiche e digitali alla capacità manifatturiera dell’industria italiana, la formula di Tailoritaly era quasi pronta. Uno dei fattori premianti risiede – infatti – nell’esplicito riferimento al Made in Italy. «La sartoria vera e propria – racconta Monica Calicchio – si trova in Lazio. La maggior parte dei tessuti sono italiani. Ci sono eccezioni come il denim, importato dal Portogallo perché la qualità è superiore». Ma a fare la differenza è soprattutto l’innesto di modalità di e-commerce in un contesto manifatturiero. Pensiamo solo all’impatto sui costi e le marginalità. «I prezzi finali – osserva Monica Calicchio – sono abbastanza accessibili. Un cappotto per esempio costa circa 150 euro e considerando che il cliente ha la possibilità di personalizzarlo come desidera, è davvero una cifra ragionevole. Tutto questo è possibile perché oltre alla stoffa tagliamo la catena del valore, passando dal produttore al cliente finale».


#Fashion #retail Monica Calicchio founder e CEO di ‎@tailoritaly_com – Dal pronto moda alla moda pronta personalizzata. La democratizzazione del Made in Italy su misura a portata di click – @MiroglioGroup
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UN MARCHIO SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE

Ovviamente, non è tutto rosa, fiori e falpalà. Tra i tanti vantaggi dovuti alla creatività, il mercato italiano deve scontare un modo di fare business e una struttura demografica tutti suoi. «All’estero, due terzi del patrimonio mondiale è detenuto dai Millennials. In Italia questo rapporto è impensabile ed è questo l’aspetto difficile da sopportare» – avverte Monica Calicchio – riconoscendo di aver avuto fortuna nel trovare finanziatori culturalmente molto aperti. Il successo di Tailoritaly, il cui debutto ufficiale risale al 2016, nel negozio Miroglio adiacente a Piazza della Scala, è però intimamente legato a un motore informatico di tutto rispetto. «Nel progetto del nostro portale, l’IT rappresenta un elemento “core”, fondamentale per il buon funzionamento del configuratore con i suoi menu di personalizzazione e anche per l’importanza della rete, dell’online come canale di vendita nativo». Alla fine, il merito principale degli inventori di Tailoritaly sta tutto nella capacità di dosare l’ingrediente informatico di una tecnologia altamente performante, che aiuta a posizionare il cliente al centro del processo di acquisto, senza prevaricare l’elemento analogico dello stile, della qualità dei tessuti e della confezione dei capi. E adesso? Tailoritaly vuole continuare a crescere sia sul piano delle caratteristiche prettamente tecniche, adottando – per esempio – un motore di configurazione potenziato con nuove possibilità di virtualizzazione tridimensionale, sia su quello dello sviluppo internazionale. «Attualmente – conclude Monica Calicchio – la clientela del sito si trova in Italia, Francia e Germania. L’obiettivo è rendere Tailoritaly un marchio sempre più internazionale». Lo stesso traguardo di quella ragazza partita qualche anno prima da Matera e che voleva conquistare il mondo.

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Le innovazioni tecnologiche favorite dall’Industria 4.0 creano nuove opportunità per il settore fashion https://www.datamanager.it/2018/03/le-innovazioni-tecnologiche-favorite-dallindustria-4-0-creano-nuove-opportunita-settore-fashion/ Fri, 09 Mar 2018 15:04:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143203 In occasione della tavola rotonda organizzata dalla Cattedra “Moda e Tecnologia” di Lectra ed ESCP Europe, i partecipanti hanno sottolineato la necessità per le aziende fashion di entrare nell’era dell’Industria 4.0 Nel corso dell’interessante tavola rotonda tenutasi di recente presso il campus di Londra di ESCP Europe, Lectra, partner tecnologico delle aziende che utilizzano pelli […]

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In occasione della tavola rotonda organizzata dalla Cattedra “Moda e Tecnologia” di Lectra ed ESCP Europe, i partecipanti hanno sottolineato la necessità per le aziende fashion di entrare nell’era dell’Industria 4.0

Nel corso dell’interessante tavola rotonda tenutasi di recente presso il campus di Londra di ESCP Europe, Lectra, partner tecnologico delle aziende che utilizzano pelli e tessuti, la business school francese ESCP Europe e la loro Cattedra congiunta “Moda e Tecnologia” hanno analizzato l’influenza dell’Industria 4.0 sulla catena del valore nel settore fashion.

I partecipanti Robert Diamond, Fondatore e CEO di Fernbrook Partners, Dan Hartley, Responsabile Globale Commercio Digitale di AllSaints, Laëtitia Hugé, Vicepresidente Marketing del Prodotto di Lectra, Pierre Mercier, Senior Partner e Direttore Generale di Boston Consulting Group e Evelthon Vassilou, CEO di Alison Hayes, si sono trovati sostanzialmente d’accordo nel sostenere che l’Industria 4.0 rappresenta straordinarie opportunità di sviluppo per il settore fashion.

I partecipanti dell’intera catena del valore, dai brand ai produttori, hanno posto l’accento sulla necessità del settore di mettere a frutto l’alleanza tra uomo e macchina per trarne il massimo dei benefici, ad esempio, processi decisionali più rapidi e riduzione dei costi.

A proposito dei vantaggi rappresentati dalle tecnologie dell’Industria 4.0, Evelthon Vassilou ha affermato: “L’interpretazione dei dati relativi al successo dei prodotti sul mercato aiuterà ad accelerare le decisioni. I dati permettono di agire molto rapidamente lungo l’intera supply chain e di interrompere la produzione di articoli che non riscuotono successo o incrementarla quando le vendite sono positive. Tuttavia, i dati e l’analisi dei dati non sono sufficienti, per raggiungere l’obiettivo è necessario anche un elevato livello di fiducia e integrazione tra retailer e fornitori”.

Robert Diamond ha dichiarato: “Dobbiamo ricorrere alla tecnologia per apportare continui miglioramenti all’attività quotidiana. Non è facile prendere numerose decisioni reiterabili con molteplici e diversi input di dati”. Per il passaggio all’Industria 4.0, è essenziale capire dove il valore è creato dalle macchine e dove, invece, sono le persone a crearlo. “Se in futuro le decisioni commerciali e i risultati che ne conseguono non varieranno rispetto al passato, allora è possibile che il machine learning possa migliorare la situazione”.

Secondo Pierre Mercier, le tecnologie favorite dall’Industria 4.0 stanno ostacolando le precedenti fonti di vantaggio competitivo, “costringendo le imprese a ripensare il modo in cui vogliono competere nei rispettivi settori e come utilizzare i dati per competere in maniera diversa. Il comune denominatore nell’ecosistema fashion è che a tutti si presenta l’opportunità di un cambiamento radicale e, di conseguenza, tutti devono capire come raddoppiare e accelerare le trasformazioni”.

“L’agilità e la flessibilità sono fattori sempre più determinanti per gli attori del settore fashion. Nella fase di passaggio all’Industria 4.0, le tecnologie all’avanguardia sono al servizio del fashion e garantiscono alle imprese soluzioni adattate ai propri ecosistemi che permettono di sfruttare in maniera efficace i dati e prendere le decisioni appropriate”, ha aggiunto Laëtitia Hugé.

Per il fashion brand britannico AllSaints, i preziosi dati raccolti per mezzo del Net Promoter Score sono fondamentali per l’attività. Dan Hartley ha infatti affermato: “Attribuiamo estrema importanza ai feedback dei nostri clienti. Li utilizziamo come base del nostro piano d’azione interno. Dal punto di vista tecnologico, dello sviluppo, del design e della vestibilità, il cliente è sempre in primo piano in tutto quello che facciamo”.

Ha sottolineato inoltre che l’utilizzo della tecnologia per le strategie comunicative “avrà un impatto enorme sul futuro di AllSaints. In diversi ambiti, dalla supply chain allo staff dei negozi, ci prefiggiamo l’uso di un sistema basato sul cloud, che funzioni nel nostro ecosistema completando il nostro modello agile”.

Il dibattito è stato moderato da Valérie Moatti, co-direttrice della Cattedra Lectra-ESCPEurope “Moda e Tecnologia”.

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TAAC 2018: dalla produzione alla vendita, la filiera nell’era della digital transformation https://www.datamanager.it/2018/03/taac-2018-dalla-produzione-alla-vendita-la-filiera-nellera-della-digital-transformation/ Mon, 05 Mar 2018 09:23:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=142740 L’evento organizzato dal Gruppo Sintesi fa il punto sui paradigmi che hanno cambiato le modalità di produzione, distribuzione e vendita, con un’attenzione particolare all’interazione con il cliente Per fare il punto della situazione sull’attuale panorama della digital transformation in Italia, il Gruppo Sintesi ha organizzato TAAC 2018, un momento di riflessione per discutere del cambiamento, […]

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L’evento organizzato dal Gruppo Sintesi fa il punto sui paradigmi che hanno cambiato le modalità di produzione, distribuzione e vendita, con un’attenzione particolare all’interazione con il cliente

Per fare il punto della situazione sull’attuale panorama della digital transformation in Italia, il Gruppo Sintesi ha organizzato TAAC 2018, un momento di riflessione per discutere del cambiamento, anche culturale, che alcune imprese operanti nel nostro Paese hanno accolto. A introdurre la giornata è Marc Sondermann, editor in chief di Fashion Magazine. “Nell’ultimo quinquennio, c’è stato un cambio di paradigma importante, che ha permesso soprattutto ai soggetti operanti nel luxury e nel food di seguire modalità di vendita dirompenti e fino a qualche tempo fa impossibili. Gran parte del merito va a internet, ma anche a chi ha inteso la rete come canale per raggiungere le persone in maniera più completa”.

Il concetto chiave è integrazione, che vuol dire saper sfruttare, in maniera interoperabile, piattaforme online e onsite, tirando fuori il meglio da entrambi. Questo è il percorso intrapreso, ad esempio, da Giorgio Motta, direttore di The Mall. “Servire milioni di persone – spiega – vuol dire adattarsi a trend in linea con la modernità. Parlare di innovazione vuol dire anche capire cosa serve davvero per migliorare il business usando la tecnologia. Questo si può tradurre in progetti paradossalmente basilari, come l’installazione di panchine e isole di ricarica di dispositivi elettronici, che danno alle persone l’opportunità di fermarsi più a lungo nel Mall, magari con una volontà di spesa maggiore”.

Per confermare quanto la trasformazione digitale sia trasversale, basta ascoltare la testimonianza di Roberto Boselli, CIO di Poltrona Frau: “Noi siamo partiti da una necessità, quella dei clienti di connettersi a internet durante le lunghe visite nei locali. Dotando i negozi di Wi-Fi, abbiamo fornito un servizio di valore, spingendo al contempo la navigazione sul nostro sito e relative offerte”. Per Paolo Ciceri, CIO Rinascente, il digitale può benissimo convivere con l’esperienza organica, senza sostituirla: “Il nostro negozio in Duomo ha 10 milioni di ingressi all’anno che vivono, quasi esclusivamente, di un’attività reale. Questo non vuol dire rinunciare alla digitalizzazione. Seguiamo una forma di interazione complementare, che si traduce in applicazioni che vivono solo per un certo periodo, come quando, a Natale, un’app ricreava in AR tante decorazioni interne, per invogliare la visita”.

Realtà aumentata, app, AI sono piattaforme che possono rinvigorire il retail, inserendosi in logiche tradizionali. Lo sa bene Fabrizio Valente, CEO Kiki Lab: “Abbiamo realizzato una ricerca, Horizontal Retail, per analizzare quanto proposta e vendita siano oggi fluide e interscambiabili. Il risultato è che chi ha introdotto modalità esperenziali duplici riesce a ottenere quel grado di attenzione che l’individuo cerca nelle sue procedure di acquisto”.

Si tratta dell’obiettivo che si pone Marco Zanardi, VP Retail Institute: “Il cittadino digitale odierno, iper-connesso, non ha perso il senso della realtà. Compra online ma ha voglia di andare in negozio, di toccare un oggetto, di vivere una customer experience personalizzata. Se vogliamo vendere bisogna andare incontro al cliente, parlare la stessa sua lingua, non tentare di portarlo lontano dal proprio habitat”.

La sensazione è che se le aziende non si rinnovano nel dna, difficilmente si arriverà a un livello di interazione successivo. Come conclude Patrizia Gaverzi, VP di The Ruling Companies: “Il prerequisito necessario per accogliere l’innovazione è la cultura, anche tecnica e specialistica. Scuole e università devono avvicinare il mondo del lavoro che, a sua volta, ha bisogno di aprirsi alle opportunità della tecnologia. Questo doppio canale è il futuro dell’industria italiana”.

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