innovazione tecnologica – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 27 Apr 2021 12:47:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png innovazione tecnologica – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Eni main partner di Zero, l’acceleratore italiano per le start-up Cleantech https://www.datamanager.it/2021/04/eni-main-partner-di-zero-lacceleratore-italiano-per-le-start-up-cleantech/ Tue, 27 Apr 2021 12:47:13 +0000 https://www.datamanager.it/?p=209024 Alla scoperta di Zero, l’acceleratore di start-up innovative lanciato da Cassa Depositi e Prestiti in collaborazione con Joule, la Scuola d’Impresa di Eni. Uno dei punti di maggior impatto per l’economia globale del Next Generation UE, il piano di ripresa europea stilato alla Commissione di Bruxelles, riguarda il sostegno a idee imprenditoriali volte alla transizione […]

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Alla scoperta di Zero, l’acceleratore di start-up innovative lanciato da Cassa Depositi e Prestiti in collaborazione con Joule, la Scuola d’Impresa di Eni.

Uno dei punti di maggior impatto per l’economia globale del Next Generation UE, il piano di ripresa europea stilato alla Commissione di Bruxelles, riguarda il sostegno a idee imprenditoriali volte alla transizione verso un’economia “climaticamente neutra”. Questo vuol dire non solo favorire la nascita di idee “verdi”, che facciano dell’innovazione un motore di crescita sostenibile, ma anche realizzarle concretamente, per promuovere uno switch culturale necessario. Al di là delle iniziative europee, tanti paesi si stanno già muovendo verso la promozione di programmi green e l’Italia è tra i più attivi. Basti pensare che, secondo il Rapporto 2020 Greenitaly di Symbola-Unioncamere, sono oltre 432mila le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito negli ultimi 5 anni in prodotti e tecnologie green. Molte delle imprese italiane, nonostante la crisi prodotta dal Covid-19, non hanno rinunciato a innovare e scommettere sulla sostenibilità ambientale, anzi, alcune hanno deciso di alzare la posta per essere ancora più competitive e resilienti.


Nasce #Zero, l’acceleratore di #startup innovative nel settore cleantech del @GruppoCDP Venture Capital Sgr in collaborazione con #Joule, la scuola gratuita d’Impresa di @EniItalia #ad
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Si inserisce proprio in tale filone la nascita di Zero, il nuovo Acceleratore di start-up in ambito Cleantech. Nato dalla volontà di Cassa Depositi e Prestiti di creare una Rete Nazionale di Acceleratori fisici ad alta specializzazione, Zero si pone l’obiettivo di ampliare le competenze imprenditoriali verso i sentieri della sostenibilità, un tema che ricorre oramai da anni e che sembra aver beneficiato di un boost evidente a seguito degli interrogativi posti dalla pandemia su come coniugare innovazione e rispetto dell’ambiente.

La sede di Zero e l’impegno di Eni

Eni, attraverso la Scuola  d’Impresa Joule, nata per promuovere l’imprenditorialità innovativa e  sostenibile, è main partner di Zero. Acea, Maire Tecnimont e Microsoft Italia sono invece i corporate partner dell’iniziativa. Il programma di accelerazione sarà gestito da LVenture Group e Elis, che investiranno assieme a CDP Venture Capital Sgr nelle startup selezionate. Per cominciare, vi sarà una dotazione iniziale di 4,6 milioni di euro, a cui seguiranno ulteriori 1,8 milioni di euro, sottoscritti per i successivi passaggi.

Idee sostenibili per il business del futuro

Con Zero, i fautori mirano a supportare nascita e crescita, in tre anni, di 30 startup e PMI innovative, sia italiane che internazionali, qualora vogliano sviluppare il proprio business aprendo una sede operativa in Italia. Secondo criteri legati al potenziale di crescita e alla capacità di affrontare le sfide tecnologiche del settore, l’Acceleratore Zero selezionerà le migliori idee per progetti e soluzioni tecnologiche finalizzate a minimizzare l’impatto carbonico, agevolare la riduzione delle emissioni, ottimizzare il ciclo dei rifiuti, velocizzare i processi di transizione energetica e favorire l’economia circolare. Non è un caso se proprio l’Italia sia al primo posto per l’economia circolare in certi scenari, come l’industria del legno arredo, dove il 93% dei pannelli truciolari nel nostro Paese è composto da legno riciclato.

Il percorso di accelerazione

La call per la selezione delle startup e delle PMI innovative si è aperta il 14 aprile 2021 sul sito del programma. Ciascuna startup selezionata  parteciperà a un percorso di accelerazione della durata di cinque mesi, con il supporto di mentor, corporate partner e investitori selezionati. Sede fisica del programma è l’area di coworking di Joule, nel Gazometro di Roma Ostiense. Si tratta di un luogo simbolo, dalla concreta valenza industriale, visto che è stato realizzato agli inizi del Novecento e che Eni ha scelto di trasformare in un grande distretto dell’innovazione italiana, una sorta di luogo di rinascita produttiva dopo la crisi generata dall’emergenza sanitaria.

In collaborazione con Eni

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Grande successo per la seconda edizione di Campus Party https://www.datamanager.it/2018/07/grande-successo-per-la-seconda-edizione-di-campus-party/ Thu, 26 Jul 2018 15:10:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152197 Record di visitatori e di “campeggiatori” al Festival internazionale dell’innovazione, della tecnologia e della creatività, che chiude l’edizione 2018 assegnando oltre 50mila euro di premi per i vincitori dei CPHack Oltre 10.000 presenze, quasi 2.500 tende occupate stabilmente dai campuseros, 350 speaker che si sono alternati su 8 palchi, e ancora oltre 300 partecipanti agli […]

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Record di visitatori e di “campeggiatori” al Festival internazionale dell’innovazione, della tecnologia e della creatività, che chiude l’edizione 2018 assegnando oltre 50mila euro di premi per i vincitori dei CPHack

Oltre 10.000 presenze, quasi 2.500 tende occupate stabilmente dai campuseros, 350 speaker che si sono alternati su 8 palchi, e ancora oltre 300 partecipanti agli hackathon con 50mila euro di premi distribuiti ai vincitori.

Si chiude, con numeri che vanno oltre ogni aspettativa, la seconda edizione di Campus Party Italia, il più grande evento internazionale su ’innovazione, tecnologia e creatività. Realizzato in collaborazione con Regione Lombardia, e con il supporto dei main partner AXA, IGPDecaux e Nexi, l’evento ha visto il coinvolgimento di 145 partner, tra cui anche Randstad, RDS, Eni, Lottomatica, Italiaonline, A2A  Smart City e Accenture.

<<Siamo molto orgogliosi del successo di questa seconda edizione di Campus Party, – spiega Carlo Cozza, Presidente di Campus Party Global – la nostra sfida, sintetizzata dalla nostra mission “riscriviamo insieme il codice sorgente dell’Italia”, è stata raccolta da migliaia di giovani entusiasti e da tutte le aziende, università e istituzioni che hanno creduto in noi>>.

Sul main stage del festival si sono alternati ospiti internazionali quali la rock star della matematica di Berkeley Edward Frenkel, Rob Spence, il primo eyeborg al mondo, George Hotz, hacker che si occupa del futuro della mobilità, Jon “Maddog” Hall, guru dell’open source ed Executive Director di Linux Professional Institute e Atreyam Sharma, imprenditore e motivatore tecnologico di soli 16 anni. Non sono mancate le eccellenze italiane quali Adrian Fartade, uno tra i più famosi divulgatori scientifici italiani in ambito aerospaziale, il fisico Guido Tonelli, lo scopritore del bosone di Higgs e Enrico Mentana, che ha raccontato ai presenti il suo nuovo progetto editoriale.

Il format di Campus Party, evento che si svolge in 13 paesi nel mondo, è assolutamente unico e originale: oltre ai visitatori, l’evento ha accolto migliaia di giovani cha hanno letteralmente campeggiato per cinque giorni all’interno della Fiera partecipando a numerose attività tra cui talk, workshop, Reverse Mentoring (speciale format in cui sono i giovani a dare il loro punto di vista a professionisti e manager esperti) di Regione Lombardia, Nexi, Banca Mediolanum, Eni, Lottomatica, Italiaonline e Kantar, e proposte dell’area lavoro – la “Job Factory”, realizzata in collaborazione con Randstad.

Immancabili le CPHack, speciali maratone (hackathon) che hanno coinvolto sviluppatori, designer, esperti e appassionati di business e marketing che hanno messo in campo competenze e creatività per dare risposte innovative alle sfide lanciate dalle aziende partner.

Team eterogenei e internazionali si sono sfidati proponendo alle giurie composte da esperti d’azienda, prototipi e nuove idee per innovare prodotti e servizi e per vincere i 50mila euro di premi a disposizione, divisi tra i 19 vincitori dei 7 diversi CPHack.

Dal benessere al mondo delle assicurazioni (con AXA), passando per i pagamenti digitali (Nexi), energia (Eni gas e luce), sport infotainment (Lottomatica) e musica (RDS), fino all’utilizzo della blockchain per la pubblica amministrazione (Regione Lombardia).

Ecco i vincitori dei CPHack, realizzati in collaborazione con tree, Open Innovation Partner di Campus Party:

AXA – Health Keeper

1° premio (€ 3.000) – 4Wonder

Un’app che permette di pianificare attività di well being durante il giorno.

AXA – House Inventory

1° premio (€ 3.000) – Expanding AXA Sure

Expanding AXA Sure permette di mappare e catalogare, tramite intelligenza artificiale, i beni nella propria abitazione .

Nexi – SmartPOS Revolution

1° premio (€ 5.000) – CharityUp

CharityUp è una App che, al momento del pagamento, permette ai clienti di effettuare donazioni direttamente dagli SmartPOS di Nexi. Il cliente sceglie la causa, effettua la donazione e condivide sui social la sua buona azione.

Eni – Smart Energy Services

1° premio (viaggio a Las Vegas di sei giorni per partecipare al CES2019) – ENIA

ENIA è un consulente energetico, fruibile tramite assistente vocale, che permette agli utenti di avere una maggiore percezione del loro profilo energetico, fornendogli soluzioni per migliorarlo, attraverso un’interazione con l’ecosistema dei servizi di Eni gas e Luce e dei suoi partner.

Lottomatica – Sport Hack

1° premio (€ 5.000 in buoni Amazon) – Fantasy Stickers

Figurine collezionabili di calcio nel mondo digitale, per creare nuovi concorsi e/o competizioni tra gli utenti, aumentare l’engagement degli stessi e facilitare la transizione da “utente fisico” ad “utente online”. Gli utenti potranno ricevere le Fantasy Stickers grazie a una distribuzione settimanale basata su un algoritmo che fa aumentare le probabilità di vincita dell’utente all’aumentare delle attività svolte durante dalla settimana da quest’ultimo (scommesse, amici invitati, task social). Tutto ciò utilizzando la tecnologia Blockchain, che permette di creare asset digitali univocamente collegati al proprietario e non duplicabili.

RDS – Music Hack

1° premio (€ 5.000) – #RDS6TU

#RDS6TU è un nuovo servizio, da integrare all’app di RDS, che si affianca alla diretta della Social TV RDS per aumentare l’engagement e la partecipazione attiva degli utenti. Nella sezione sarà possibile mostrare video e immagini degli iscritti. Gli utenti potranno interagire esprimendo le proprie reazioni in base al programma in diretta in quel momento, associando a una propria espressione facciale un emoji riferita allo speaker in diretta. Sarà inoltre possibile visualizzare i propri programmi RDS preferiti e pubblicizzazione eventi e articoli RDS sfruttando anche la realtà aumentata, riprendo con la videocamera dello smartphone la pubblicità offline di RDS.

Regione Lombardia – Secure Digital Public Services

1° premio (€750 e percorso di “follow-up innovation” per collaborare con la Regione) – B-sure

B-sure è una piattaforma (portale e app) che permette ai professionisti di richiedere agli enti competenti le certificazioni richieste e ai cittadini di ottenere informazioni sui professionisti, verificate e certificate attraverso la tecnologia Blockchain.

Non solo formazione organizzata, ma tantissime anche le attività speciali avviate da campuseros, università e community, di giorno fino a tarda notte: dalla sfida di design alla competizione di grafica 3d, allo sviluppo di un videogioco in 24 ore in una maratona videoludica che ha coinvolto programmatori, designer e anche curiosi alla prima esperienza; dal risveglio muscolare alle sessioni di yoga, dai workshop di saldatura di parti elettriche.

Molte anche le attività di vero intrattenimento, con le speciali serate musicali organizzate da Campus Party in collaborazione con Red Bull, Italiaonline ed RDS.

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Agricoltura 4.0, coltivare dati per raccogliere valore https://www.datamanager.it/2018/07/agricoltura-4-0-coltivare-dati-per-raccogliere-valore/ Fri, 13 Jul 2018 10:17:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151375 Come piantare il seme dell’innovazione per migliorare la competitività dell’agroalimentare italiano. Dalle applicazioni IoT in campo a quelle sui trattori, dai droni alla supply chain, passando per la robotica, il machine learning e l’agricoltura di precisione. Ecco tutte le soluzioni tecnologiche al servizio dell’innovazione in agricoltura, dei prodotti dell’agroalimentare italiano di qualità, dello sviluppo dei […]

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Come piantare il seme dell’innovazione per migliorare la competitività dell’agroalimentare italiano. Dalle applicazioni IoT in campo a quelle sui trattori, dai droni alla supply chain, passando per la robotica, il machine learning e l’agricoltura di precisione. Ecco tutte le soluzioni tecnologiche al servizio dell’innovazione in agricoltura, dei prodotti dell’agroalimentare italiano di qualità, dello sviluppo dei territori di eccellenza e dello sviluppo sostenibile

Con l’espressione “smart agrifood” si identifica, in estrema sintesi, una visione del futuro della filiera agricola e agroalimentare secondo cui, grazie alle tecnologie digitali, l’intero comparto non solo aumenterà la propria competitività, ma sarà in grado di valorizzare meglio la qualità, di essere più sostenibile e di dare più valore anche alle produzioni di nicchia. Il continuo e rapido tasso di crescita della popolazione mondiale può influire sulla disponibilità delle risorse in futuro. Da studi recenti, è emerso che la produzione del settore dovrà aumentare del 60% entro il 2030 (dati FAO). Il futuro dell’agricoltura – al quale è legato a doppio filo anche il nostro stesso futuro – dipende dalla sua trasformazione digitale. In questo contesto ai CIO interessa sempre di più comprendere in profondità le innovazioni digitali (di processo, infrastrutturali, applicative, hardware e software) che stanno trasformando la filiera agricola e agro-alimentare, unificando le principali competenze necessarie: economico-gestionali, tecnologiche, agronomiche. L’innovazione digitale può contribuire a migliorare in particolare la competitività del settore agroalimentare italiano, garantendo più qualità, trasparenza, tracciabilità e ottimizzazione dei processi di produzione, coltivazione e allevamento. L’automazione permetterà di difendere la qualità delle produzioni, abbattendo i costi di gestione, monitorando l’intero ciclo di produzione, per decidere il momento migliore per intervenire.

Nonostante la forte contrazione di tutte le componenti della produzione agricola, l’agroalimentare Made in Italy rappresenta una voce importante del prodotto interno lordo nazionale, seconda solo al comparto manifatturiero. Nel 2017, il valore del settore primario italiano è stato pari a 28,14 miliardi, in calo rispetto ai 29,12 dell’anno precedente. Se l’Italia non è mai stata competitiva sulle grandi estensioni, lo è invece sulla biodiversità e le produzioni di nicchia. L’Italia investe poco in innovazione in agricoltura, appena lo 0,02% del PIL. Secondo i dati pubblicati dal Centro studi di Confagricoltura, al top dell’innovazione ci sono Israele e Corea del Sud, che investono ogni anno oltre il 4% del PIL in R&D. Al boom dell’export agroalimentare, si è registrata anche una crescita delle importazioni di materie prime. E questo è un campanello di allarme in un momento di contrazione della produzione agricola nazionale. L’Italia sta diventando sempre di più un paese trasformatore. Un dato che deve far riflettere quando parliamo di competitività sbandierando l’orgoglio tricolore del Made in Italy. È necessario premere l’acceleratore dell’innovazione per aumentare la produttività, ma anche la sostenibilità. Dobbiamo pensare a un piano di sviluppo per l’agricoltura analogo a quello per l’Industry 4.0. Agricoltura di precisione, genomica, adattamento dell’agricoltura ai cambiamenti climatici, controllo delle infestanti e delle infezioni, salute, benessere, nutraceutica, tecnologie dell’informazione, big data e digitalizzazione. Sono questi i driver dell’innovazione. Parole che devono acquisire dignità nel vocabolario delle imprese agricole al pari di tradizione, eccellenza e qualità.


#Agricoltura40 L’agricoltura si trasforma ma servono più investimenti
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L’AGRICOLTURA SI TRASFORMA

La trasformazione del settore agricolo sta avvenendo a una velocità superiore alle attese. Una trasformazione che sopravanza non solo le competenze degli addetti ai lavori, ma anche la capacità di assorbire il cambiamento da parte delle imprese. Export agricolo, convergenza di settore alimentare e sanitario, ascesa di proteine alternative, il potenziale dell’indoor farming. Sono solo alcuni dei temi che catalizzano l’attenzione. Dai dati e le proposte presentate in occasione dei più recenti appuntamenti specialistici su scala mondiale – quali i recentissimi Seed&Chips di Milano e l’AgriTech Israel 2018 di Tel Aviv – traspaiono alcuni fabbisogni comuni a tutto il vasto e variegato universo agritech e smart food, accomunato in modo molto evidente da un “rischio/opportunità” disruption appena all’inizio, ma in costante accelerazione.

LA SUPPLY CHAIN HA FAME DI INFORMAZIONE

Dalla field optimization all’automazione e all’intelligenza artificiale fino alla supply chain estesa, le startup e gli altri disruptor lavorano su ogni lato dell’agritech per lo sviluppo di nuove e interessanti applicazioni. Il problema è che molti operatori sono completamente all’oscuro di queste evoluzioni. Questa “disconnessione” deve essere risolta se vogliamo coltivare il seme dell’innovazione e portare a maturazione nuovi progetti. Un commento di Jack Scott, VP Sustainibility di Nestlé, durante un panel sugli hyperlocal data ha messo in evidenza l’importanza di «essere trasparenti» per imparare a condividere dettagli delle proprie scelte operative: «Si tratta forse di una delle sfide più dure che dobbiamo superare. Se avremo il coraggio di immergerci nei dati, solo allora saremo davvero capaci di risalire la supply chain all’indietro per raggiungerne l’origine. Solo i dati possono farci andare così lontano».

C’È BISOGNO DI “COLLABORATION”

Allo stesso tempo, i disruptor devono lavorare più a stretto contatto con i loro clienti finali. L’innovazione non può avvenire nel vuoto. Non possiamo perdere di vista l’agricoltore da una parte e il consumatore dall’altra. «Le startup come noi devono collaborare con le aziende più grandi del settore e con le aziende agricole» – ha dichiarato Allison Kopf, fondatrice e CEO di Agrilyst, una startup con sede a Brooklyn che lavora a strumenti basati sui dati per gli agricoltori locali. «Occorre amplificare la voce del contadino, potenziare ma non condizionare le sue opportunità di crescita attraverso l’uso della tecnologia».

NUOVI MODELLI DI BUSINESS

La dimensione e la concentrazione dei mercati di quelli che nel settore si chiamano “input” – per comprendere: semi, fertilizzanti, prodotti chimici, sistemi di irrigazione migliorati e altro – sono pronti per la disruption. «La maggior parte dell’agricoltura è una commodity: il rendimento si basa sul volume di produzione, non sulla sostenibilità o la qualità» – ha messo in evidenza David Perry, CEO di Indigo Agriculture. Le cose stanno cambiando. E i consumatori sono disposti a pagare un prezzo più alto per avere prodotti migliori. Non solo. «Ridurre l’uso di sostanze chimiche o ridurre l’uso di fertilizzanti è certamente utile, in quanto ha un beneficio immediato anche per l’agricoltore perché riduce i costi di produzione». La tech-industry ha la brutta abitudine di ricorrere a modelli di business già consolidati, di solito ispirata al tipico modello di un Software as a Service (SaaS) della Silicon Valley. Ma l’agricoltura è diversa. Ed è tempo di elaborare modelli di business che aiutino effettivamente l’industria a risolvere alcuni dei problemi che sta affrontando. Negli ultimi dieci anni, l’agricoltura ha visto nascere un numero di società tecnologiche davvero interessanti che però sono state limitate dal proprio ecosistema. Secondo David Perry, è necessario risolvere il problema del modello di business in modo da poter massimizzare il valore della tecnologia adottata. In tutti i casi, questo è un ottimo momento per le startup che devono risolvere questi problemi, grazie al consolidamento delle aziende di input, alla riduzione della domanda sulle tecnologie esistenti, all’emergere di nuove tecnologie come la microbiologia e la data science, oltre al fatto che l’agricoltura non è molto attraente dal punto di vista economico in questo momento. Tutto ciò rende gli agricoltori più disposti a sperimentare. E forse è arrivato il momento giusto per costruire qualcosa di nuovo in grado di rimodellare radicalmente l’agricoltura.


#Agricoltura40 Contrazione della produzione agricola nazionale. Made in Italy a rischio?
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L’AGRICOLTORE DEL FUTURO

Anche il fattore umano in agricoltura sta cambiando, dal lavoratore manuale che lavora nei campi alla generazione successiva che gestirà la fattoria. In che modo la fattoria del futuro affronterà il problema della gestione e dell’impiego delle risorse umane di fronte all’automazione e ai cambiamenti dei mercati? Quali nuove porte si apriranno? Assisteremo sicuramente a un cambiamento di interfacce come sempre è accaduto nella storia. Secondo l’economista agricola Renée Vassilos, fondatrice del Banyan Innovation Group, ogni azienda ha un capitale investito in attrezzature inutilizzate per una gran parte dell’anno. Un surplus di capacity che non si traduce però in vantaggio economico. «Un vero salto di qualità in termini di autonomia ed efficienza si potrà raggiungere davvero soltanto con il “24-hours-a-day farming”. E a questo si dovrà aggiungere anche l’opportunità di un modello più sostenibile di condivisione delle attrezzature per abbracciare la tecnologia come risorsa sostenibile e scalabile.

IOT E SENSORI SUL CAMPO

L’IoT sta realizzando una disruption in senso positivo per l’industria agricola ed esiste un potenziale estremo per l’utilizzo dell’IoT nel settore. L’IoT semplifica e snellisce la raccolta, l’ispezione e la distribuzione complessiva delle risorse agricole utilizzando sensori su apparecchiature e materiali. Sensori posizionati strategicamente attorno ai campi insieme a tecnologie di riconoscimento delle immagini consentono agli agricoltori di visualizzare le loro colture da qualsiasi parte del mondo. Questi sensori inviano agli agricoltori informazioni aggiornate in tempo reale, pertanto è loro possibile apportare modifiche alle colture. Questo si traduce in una maggiore produzione di cibo con meno sprechi, esattamente ciò di cui questo settore ha bisogno.

IOT E SENSORI NELLE APPARECCHIATURE

Proprio come la tecnologia in campo, i sensori vengono collocati su attrezzature agricole per monitorarne ad esempio lo stato operativo. Usando il termine “agricoltura di precisione” vengono fabbricati trattori e altre attrezzature agricole con sistemi di navigazione e una varietà di sensori. Alcuni sensori sono costruiti con la capacità di compensare il terreno irregolare usando il GPS. Altri sono costruiti per la mappatura della resa e la documentazione del raccolto, direttamente dalla cabina dell’attrezzo. Altri ancora segnalano quando i trattori devono essere sottoposti a manutenzione, minimizzandone su base statistica i costi e i tempi di fermo macchina.

DRONI E MONITORAGGIO COLTURE

Possiamo immaginare il ritorno sull’investimento quando gli agricoltori possono visualizzare le loro colture utilizzando una fonte aerea, senza dover noleggiare un aereo. I droni vengono utilizzati per il monitoraggio delle colture come mezzo per combattere la siccità e altri fattori ambientali dannosi. I droni che producono immagini 3D possono essere utilizzati per prevedere la qualità del suolo attraverso l’analisi e la pianificazione dei modelli di semina. I droni vengono anche usati per irrorare prodotti chimici sulle colture selettivamente senza penetrare nelle acque sotterranee e possono aumentare la velocità di irrorazione di cinque volte rispetto ad altri tipi di macchinari.

FARMING E ROBOTICA

La robotica in agricoltura migliorerebbe la produttività e porterebbe a rendimenti sempre più rapidi: i robot di irrorazione e diserbo, recentemente acquisiti dal gigante delle macchine agricole John Deere, possono ridurre l’uso di prodotti agrochimici di un incredibile 90%. Alcune startup di robotica stanno sperimentando la guida laser e l’uso di telecamere per identificare e rimuovere piante infestanti sul campo senza l’intervento umano. Questi robot possono utilizzare la guida autonoma per spostarsi tra le file di colture, riducendo la manodopera. Alcune aziende stanno sperimentando l’utilizzo di robot per il trapianto di piante che aggiungono un nuovo livello di efficienza ai metodi tradizionali. Altre stanno testando i robot anche per la raccolta della frutta e delle noci, attività che in passato erano sembrate troppo delicate da potere essere affidate ad attuatori meccanici.

SENSORI E TRACCIABILITÀ RFID

Dopo le operazioni di raccolto, i sensori RFID possono essere utilizzati per tracciare il cibo dal campo al negozio. Rivenditori e consumatori finali saranno in grado di seguire un percorso dettagliato di tracciabilità del prodotto, risalendo tutta la filiera. Questa tecnologia potrebbe aumentare l’affidabilità dei produttori e la loro responsabilità nel fornire prodotti freschi e sicuri. Questi sistemi di localizzazione potrebbero anche ridurre l’apprensione per quanto riguarda gli allergeni e i requisiti di salute per i consumatori.

MACHINE LEARNING E ANALYTICS

Forse una delle aree più innovative della trasformazione digitale è la capacità di utilizzare l’apprendimento automatico e l’analisi avanzata per estrarre conoscenza dai dati raccolti. Questo può iniziare molto prima della semina. L’apprendimento automatico può predire quali tratti e geni saranno i migliori per la produzione di colture, dando agli agricoltori di tutto il mondo i semi migliori in rapporto alla posizione geografica e alle condizioni di coltivazione. Gli algoritmi di apprendimento automatico possono essere utilizzati per rendere più trasparente il processo produttivo ma anche per fornire in tempo reale KPI con i consumi del mercato.

IL SEME DELL’INNOVAZIONE

Il digitale migliora la competitività dell’agroalimentare italiano. Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Agrifood del Politecnico di Milano condotta insieme al Laboratorio RISE dell’Università degli Studi di Brescia, l’Agricoltura 4.0 ha un mercato in Italia di circa 100 milioni di euro, il 2,5% di quello globale. Nonostante i benefici in termini di riduzione dei costi, di qualità e resa del raccolto, la diffusione di queste soluzioni è ancora limitata e oggi meno dell’1% della superficie coltivata complessiva è gestito con questi sistemi. Molte PMI italiane si stanno attivando nella trasformazione digitale dell’agroalimentare, ma una forte spinta innovativa proviene dalle nuove imprese, con 481 startup internazionali Smart AgriFood nate dal 2011 ad oggi, di cui 60, ben il 12%, italiane. «L’innovazione digitale nell’agroalimentare si manifesta dalla produzione in campo alla distribuzione alimentare, passando per la trasformazione e può garantire competitività a uno dei settori chiave per l’economia italiana, che contribuisce per oltre l’11% del PIL e per il 9% sull’export» – ha spiegato Filippo Renga, condirettore dell’Osservatorio Smart AgriFood. «Lo Smart AgriFood da un lato può ridurre i costi di realizzazione di prodotti di alta qualità, dall’altro far crescere i ricavi grazie a una maggiore riconoscibilità o garanzia, ad esempio con sistemi di anticontraffazione o di riduzione dei prodotti non conformi esportati. Ma l’innovazione digitale consente anche di intervenire a supporto dell’intera filiera, garantendo sostenibilità a tutti gli attori del settore, inclusa la produzione in campo».


#Agricoltura40 Più innovazione al servizio della qualità e della sostenibilità
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SMART AGRICULTURE IN CAMPO

Considerato il ruolo “propulsivo” delle startup italiane che stanno dando un contributo sostanziale nell’innovazione del settore agricolo, Data Manager ha scelto di approfondire lo stato dell’arte proprio con una realtà come Evja, startup con sede a Napoli, attiva nei settori Internet of Things e Smart Agricolture. Quando si parla di agroalimentare, l’Italia è tra gli attori principali sia per quanto riguarda la produzione che l’immagine associata al settore. Ma come è possibile mantenere questa leadership se non si investe in innovazione? Abbiamo girato la domanda a Davide Parisi, CEO di Evja, secondo il quale la parola chiave è “smart agriculture” che comprende un ampio insieme di innovazioni tecnologiche volte a migliorare i processi della filiera agricola e a portare le aziende nell’era dell’Agricoltura 4.0. Le soluzioni smart che si sono sviluppate recentemente spaziano dai sensori ai droni, dalla tecnologia satellitare al machine learning e ai big data. Il tutto, ovviamente, applicato a un settore come quello agricolo che solo a un occhio non attento può sembrare geneticamente refrattario all’innovazione, ma che invece è in grado da sempre di evolversi in una dialettica continua tra conservazione e cambiamento.

In questo contesto, Evja ha progettato OPI, un sistema di supporto decisionale per aziende agricole basato su sensori e algoritmi previsionali. «OPI ha attirato subito l’attenzione – ha dichiarato Paolo Iasevoli, COO di Evja – e siamo stati invitati a presentarlo a eventi importanti come il Mobile World Congress di Barcellona, lo SMAU Berlin, il World Food India di Nuova Delhi e il World Agri-Tech Summit di San Francisco, come unico prodotto non americano sul palco». OPI è un sistema integrato hardware/software. Il nodo-sensore viene installato in campo per il monitoraggio in tempo reale dei fattori critici delle colture, come umidità, temperatura, radiazione solare e bagnatura della foglia. «I dati raccolti vengono inviati al sistema centrale con rete mobile o sfruttando la tecnologia LoRa, un network che finora ha visto ben poche applicazioni in agricoltura. Il successo di questa scelta era tutto da verificare, ed è stato validato direttamente sul campo» – ha spiegato il CTO Antonio Affinito.

Riuscire a capire cosa succede nel campo guardando semplicemente lo smartphone offre vantaggi enormi agli agricoltori, ma OPI va anche oltre. Qui entra in gioco il software, che grazie ad algoritmi previsionali riesce a prevenire l’insorgere di malattie e a rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse idriche per l’irrigazione. Tra i modelli previsionali integrati, Evja ha sviluppato anche il primo modello in Europa per la prevenzione della peronospora nella varietà di “Baby leaves”. «In concreto, questo significa che il raccolto finale avrà un residuo più basso – ha spiegato il CEO di Evja Davide Parisi – e gli imprenditori agricoli ne ricaveranno un doppio vantaggio: risparmio in fitosanitari e prodotto più salubre».

Quando si parla di innovazione, è però fondamentale non fermarsi mai. Per questo la missione di Evja di portare l’agricoltura al livello 4.0 continua con nuove sfide. «Stiamo lavorando intensamente sull’evoluzione continua sia di OPI che dell’azienda» – ha dichiarato Iasevoli. «Dopo l’ingresso nel capitale sociale di due colossi del settore come la tedesca BayWa e l’austriaca RWA, stiamo preparando un percorso di scambio tecnologico con Deutsche Telekom e Microsoft». L’obiettivo è chiaro: mantenere alta la competitività delle aziende agricole, rendendole sempre più smart.

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Uno sguardo Agile per capire il passato e progettare il futuro https://www.datamanager.it/2018/07/uno-sguardo-agile-per-capire-il-passato-e-progettare-il-futuro/ Wed, 11 Jul 2018 14:30:46 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151158 Mentre il cambiamento avanza veloce, l’esigenza di creare valore accelerando i processi coinvolge non solo il reparto IT, ma l’intera organizzazione. L’approccio Agile diventa l’alternativa all’innovazione “sequenziale” per un nuovo stile di project management e leadership “Agile” è sicuramente tra i termini più usati nel 2017. Ed è anche la tipica buzzword che travalica i […]

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Mentre il cambiamento avanza veloce, l’esigenza di creare valore accelerando i processi coinvolge non solo il reparto IT, ma l’intera organizzazione. L’approccio Agile diventa l’alternativa all’innovazione “sequenziale” per un nuovo stile di project management e leadership

“Agile” è sicuramente tra i termini più usati nel 2017. Ed è anche la tipica buzzword che travalica i propri obiettivi con l’uso eccessivo. Ecco perché intraprendere una trasformazione di tipo Agile è più l’eccezione che la regola. È un fatto che l’implementazione di una trasformazione Agile di successo rimane difficile. È vero che cresce il consenso per il cambiamento, oltre che per la necessità di un servizio completo in cui tutte le parti interessate sono ugualmente coinvolte nello stesso processo, allo scopo di creare valore di business più rapidamente. Ma come possono le aziende raggiungere questo obiettivo? E per quali fattori le aziende hanno bisogno di adattare le loro pratiche di tipo Agile?

Cosa è successo nel 2017

Al giorno d’oggi, la necessità di lavorare in modo Agile è molto chiara. C’è una necessità diffusa di co-creazione, e il numero di richieste di aziende che intendono intraprendere una trasformazione Agile aumenta rapidamente. Le nuove tecnologie e le innovazioni si evolvono rapidamente, quindi è importante che le organizzazioni siano in grado di fornire prodotti in tempi rapidi. Se ci si trova in un’azienda incapace di rispondere alle innovazioni ora e in futuro, allora si avrà difficoltà a sopravvivere. La metodologia Agile si sta sviluppando da tempo. La nascita di alternative all’approccio sequenziale tradizionale, quello consecutivo, risale a decenni fa. Nel 1990, alcuni esperti hanno approfondito ulteriormente i diversi metodi di lavoro. Con diciassette esperti abbiamo condiviso tutte le nostre esperienze che, una volta combinate, hanno formulato il Manifesto Agile. Nei Paesi Bassi, la metodologia DSDM è stata ampiamente applicata nella seconda metà degli anni Novanta. Poco dopo aver scritto il Manifesto nel 2001, XP si fece avanti con forza, e successivamente fu la volta di Scrum. Dal 2003, la metodologia Agile sta gradualmente attirando l’attenzione. Da circa cinque anni, il concetto di interazione Agile viene applicato su larga scala al di fuori del circuito IT. Non solo il reparto IT ha iniziato a lavorare in modo diverso, ma l’intera azienda ha dovuto essere rivista per sfruttare tutti i vantaggi del funzionamento di Agile. Nel 2017 si sono fatte avanti molte opportunità per le aziende in questo ambito, e sono state identificate tre tendenze principali.


#Agile Il coraggio di cambiare per uscire dalle vecchie logiche – @arievanbennekum
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Dall’Agile scalato a quello corporate

Alcuni anni fa, i principi Agile venivano applicati principalmente all’interno dei team, mentre oggi l’attenzione si è spostata sull’interazione tra i diversi team. Nei programmi, questo movimento è iniziato con il termine “scalabilità”. Per un numero crescente di team, nasce la necessità di coordinare le attività tra i team Agile: se non vi è alcun coordinamento, potrebbero esservi attriti. La sfida per il 2018 è quella di integrare la cooperazione dell’intera organizzazione. In questo modo, il lavoro Agile può essere implementato sulla base del concetto di erogazione di un servizio completo, che lo rende un modello Agile di tipo corporate. Con questo servizio completo è importante che tutte le parti interessate lavorino insieme sullo stesso progetto dall’inizio del processo in poi. Un esempio frequentemente usato è la produzione di un gioco di Monopoli. Progettisti e uomini del marketing iniziano subito con il gioco da tavolo e non coinvolgono l’ufficio legale fino a quando il gioco da tavolo non è finito. Nel frattempo, gli errori di tipo giuridico non vengono notati, facendo sì che il gioco passi direttamente nella spazzatura: l’intero processo può ricominciare da capo. Ciò avrebbe potuto essere evitato coinvolgendo tutte le parti interessate dall’inizio del processo, realizzando un approccio di tipo completo. Disciplinando i rituali di interazione di tipo Agile, si coglie uno dei driver di questa metodologia: prevenire i ritardi. Chiunque abbia il controllo (anche di un solo aspetto) del prodotto deve rimanere coinvolto: analisti, sviluppatori, utenti, avvocati, operatori di marketing, designer e così via.

Il management risvegliato

Il management e i membri del consiglio di amministrazione sono sempre più consapevoli della necessità di integrare tutti gli stakeholder in un unico processo. Se il management e i membri del consiglio di amministrazione comprendono l’utilità di coinvolgere tutte le parti interessate, ciò si traduce in una consegna più veloce di prodotti o servizi. Finalmente dal 2017 operare Agile non è più visto come un compito dell’IT, ma qualcosa che deve essere fatto insieme. Evviva! Insieme al crescente numero di applicazioni per le trasformazioni Agile, il numero di coach Agile è aumentato. Un problema comune a questi coach, sul quale devono prestare attenzione, è che loro stessi non rientrano nei metodi sequenziali tradizionali. I coach Agile che eseguono trasformazioni Agile, ma non agiscono in questa modalità, sono un esempio pogo gradevole, e questo succede davvero! È compito dell’allievo Agile non solo proteggersi contro i vecchi principi e affrontarli con il classico comportamento di resistenza, ma farlo specialmente per il cliente della trasformazione, interno o esterno. Una dei nostri senior coach ha notato di recente questa necessità: era sorpresa che il management chiedesse a gran voce la trasformazione, ma quando poi è arrivata non volevano trovare il tempo per il cambiamento e ricadevano nei loro vecchi comportamenti. Che spreco! La crescita di coach Agile non deve essere solo nei numeri: la qualità deve essere mantenuta e monitorata. E non solo nei team, ma anche e specialmente a livello di governo delle organizzazioni. La leadership Agile è un fattore essenziale per il successo, nel quale conta il role model.

I vecchi paradigmi di lavoro sono ancora lì

Nonostante la consapevolezza, il modo tradizionale di lavorare nel 2017 sembra essere ancora osservato. A mio parere, ci sono solo poche organizzazioni che sanno come applicare i principi Agile nel modo giusto. La causa sta nel fatto che in tutto il mondo le persone hanno l’abitudine di pensare in modo sequenziale. Ciò significa che sono abituate ad agire passo dopo passo, e questo si traduce in organizzazioni che pianificano ancora determinati passaggi per testare, integrare e accettare un prodotto o una soluzione dopo che sono stati sviluppati. Non c’è spazio nello scenario di mercato di oggi per persone e organizzazioni che continuano a pensare e lavorare in questo modo. Che lo vogliamo o no, il time-to-market sarà il differenziatore nei prossimi anni. I paradigmi scompaiono solo quando i principi Agile vengono applicati correttamente. Le persone dovrebbero avere il coraggio di gettare a mare i loro principi radicati e utilizzare i principi del lavoro Agile nell’attuale ambiente di lavoro. Qui la cultura avanzata, che è determinata dalle persone e dal loro comportamento, è essenziale. Ci sono persone che vogliono vedere opportunità e persone che escogitano argomentazioni contrarie. Ogni “sì, ma…” suggerisce un vecchio paradigma. Non c’è tempo per argomenti contrari, perché ora c’è uno spirito del tempo che richiede reazioni adeguate e rapide. Qui c’è un ruolo importante per i coach: è importante che questi abbiano un background comportamentale e, come tali, partecipino alla competizione Agile, distinguendosi così dai praticanti Agile. Anche i coach hanno davvero bisogno di volere il cambiamento come traguardo, perché fa una grande differenza se qualcuno si allena da solo o fa parte di una trasformazione mirata: il coaching rende qualcuno migliore in quello che fa, e la trasformazione non porta solo cambiamenti all’interno dei team ma all’intera organizzazione.


Come pensare e agire #Agile @arievanbennekum – Roma 29-30 Nov 2018 @techtran
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Arie van Bennekum

Co-autore del Manifesto Agile e ancora molto attivo nell’area dello sviluppo di soluzioni Agile dove opera da circa venti anni. Esperto di Agile Project Management, facilitazione del team e coinvolgimento dell’utente. È un pragmatico che incorpora il suo pragmatismo nella struttura, nella disciplina e nel buon senso. Credere nel team, facilitarlo a ottenere il massimo con il coinvolgimento dell’utente finale è il suo focus quando parla, presenta, dimostra e insegna Agile. È presidente dell’Agile Consortium International.

Arie van Bennekum presenterà a Roma per Technology Transfer il seminario “Agile Project Management con Certificazione” il 29-30 novembre 2018.

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Le aziende si sforzano di eseguire, non di innovare https://www.datamanager.it/2018/07/le-aziende-si-sforzano-di-eseguire-non-di-innovare/ Tue, 03 Jul 2018 17:00:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150593 Il report della Cass Business School commissionato da VMware identifica le nuove sfide che le aziende affrontano nel trasformare grandi idee in realtà L’incapacità di trasformare idee in nuovi prodotti, servizi e strategie, al passo richiesto, sta mettendo le aziende in seria difficoltà. Questo è quanto emerge da un nuovo report realizzato da parte di […]

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Il report della Cass Business School commissionato da VMware identifica le nuove sfide che le aziende affrontano nel trasformare grandi idee in realtà

L’incapacità di trasformare idee in nuovi prodotti, servizi e strategie, al passo richiesto, sta mettendo le aziende in seria difficoltà. Questo è quanto emerge da un nuovo report realizzato da parte di Cass Business School e VMware che esplora il divario tra il punto in cui le idee hanno origine e il modo in cui vengono eseguite all’interno delle aziende in tutta l’area EMEA.

Il rapporto, intitolato “Innovating in the Exponential Economy”, rivela la necessità di una cultura che preveda una maggiore assunzione del rischio e una crescente sperimentazione, piuttosto che di scelte di impulso. Gli attuali incentivi hanno portato a un atteggiamento che premia le iniziative di “quick win” rispetto a quelle più strategiche, nonostante i maggiori potenziali benefici di queste ultime.

Il report evidenzia inoltre che molte decisioni aziendali sono reversibili e aspettare che le idee siano pienamente sviluppate prima di iniziare a eseguirle può essere dannoso. L’imprevedibilità e il ritmo dei cambiamenti impongono che le organizzazioni non aspettino certezze prima di portare avanti nuove idee, che invece devono essere abbastanza flessibili da poter cambiare di fronte a diverse priorità e minacce. Occorre sperimentare piuttosto che sviluppare completamente un’idea per poi implementarla su vasta scala.

Il professor Feng Li, Head of Technology and Innovation Management alla Cass Business School, autore del report, ha dichiarato: “Il passaggio al digitale ha costretto le organizzazioni a pensare in modo diverso a come sono organizzate, a come portano idee al tavolo e a come le sviluppano e le misurano. Il futuro è difficile da prevedere e molte nuove idee rischiano di diventare obsolete prima di essere implementate. La mia ricerca rivela che sarà la combinazione di leadership, cultura e tecnologia a trasformare le grandi idee in realtà al ritmo richiesto “.

Altri aspetti chiave del rapporto includono:

  • L’esecuzione di grandi idee richiede tempismo critico: troppo presto o troppo tardi per perseguire opportunità può essere altrettanto dannoso e occorre mantenere un’attenzione strategica per evitare distrazioni dettate dall’entusiasmo per la novità.
  • Il cambiamento dei comportamenti richiede che le organizzazioni trasformino le loro strategie e i loro obiettivi in modo allineato con i valori dei dipendenti, che esistono in gran parte a livello inconscio
  • Affinché l’innovazione abbia successo, l’assunzione del rischio – e talvolta il fallimento – è inevitabile. Tuttavia, molti sistemi di gestione del rischio tradizionali non sono più adatti allo scopo. Misurare semplicemente ciò che è più tangibile – come quello che si è investito in innovazione, come i soldi e il tempo – o i risultati di questa innovazione – come ad esempio il numero di nuovi prodotti – può essere limitativo. La misurazione dovrebbe essere in grado di cambiare con la strategia, per garantire che le idee non vengano ignorate prima di poter essere sviluppate.

“Un business plan in un mondo digitale deve essere adattabile alle decisioni di mercato e competitivo: attenersi ad esso a tutti i costi generalmente non è una scelta lungimirante”, ha commentato Joe Baguley, Chief Technology Officer, VMware EMEA. “Raggiungere risultati aziendali solidi richiede un pensiero innovativo e la capacità di trasformare queste idee in azioni, spesso in velocità. Questo è possibile solo con una cultura dell’innovazione, in cui le persone sappiano come dare il proprio contributo. Ed è la piattaforma tecnologica, in cui le app possono essere sviluppate, gestite su qualsiasi cloud, su qualsiasi dispositivo, a essere il mezzo per farlo, perché fornisce la flessibilità per la sperimentazione, la velocità e la delivery.”

Il report evidenza inoltre alcuni messaggi chiave fondamentale per colmare il divario fra innovazione ed execution:

  • Innovazione tramite la sperimentazione – Approcci lineari tradizionali all’innovazione e all’esecuzione, radicati in un livello di certezza e risultati predefiniti, non sono più adeguati. L’ambiente aziendale sta cambiando così rapidamente che il futuro è difficile da prevedere e la destinazione è spesso incerta. Servono nuovi approcci iterativi di scoperta e apprendimento, dove la realizzazione e l’esecuzione della strategia sono intrecciate, basati su continuo monitoraggio dell’ambiente, regolare ridefinizione del percorso e della destinazione, e correzioni frequenti.
  • L’innovazione non riguarda sempre la creazione qualcosa di nuovo – Pochi “nuovi” modelli di business sono basati su idee senza precedenti. Piuttosto, le tecnologie digitali consentono alle aziende di implementare una gamma più ampia di modelli di business rispetto a quelli precedentemente disponibili. Permette loro di adattarsi a modelli di business diversi o di adottare diversi modelli di business. L’innovazione non riguarda sempre nuove cose, si tratta di creare un valore nuovo in alcune dimensioni.
  • Il cambiamento strategico non dovrebbe essere considerato come a sé stante – La comprensione dell’intera gamma di potenziali strategie e opportunità, dal prodotto, al servizio, alla soluzione fino all’esperienza può servire come un prisma di trasformazione per aiutare i leader aziendali a identificare sistematicamente nuove opportunità e prendere decisioni informate.
  • Cambiare cultura è più facile a dirsi che a farsi – Gli sforzi per cambiare la cultura possono portare a conseguenze indesiderate. Alcune misure di gestione introdotte per premiare

l’innovazione e l’assunzione del rischio hanno portato a dare priorità a iniziative di “quick win” rispetto a quelle più strategiche che mostrano maggiore potenziale vantaggio e rischio reale. Qualsiasi tentativo di cambiare cultura senza comprensione delle ipotesi associate e sottostanti e delle ripercussioni è destinato a fallire.

  • Perché l’innovazione abbia successo, il rischio, e a volte il fallimento, è inevitabile – L’economia digitale offre un’ampia gamma di nuovi rischi. La gestione del rischio è troppo spesso trattata come un problema di conformità che può essere risolto da regole formali assicurandosi che tutti i dipendenti le seguano. I responsabili aziendali devono sviluppare nuovi sistemi di gestione del rischio e incoraggiare le persone a sperimentare nuove idee.
  • I cambiamenti culturali hanno bisogno del sostegno della giusta infrastruttura tecnologica – Le aziende devono prendere decisioni relative all’architettura IT di cui non pentirsi in futuro.

I responsabili del business, non solo quelli IT, deve assumersi la responsabilità strategica per garantire che la propria l’infrastruttura digitale sia in grado di scalare le risorse alla velocità richiesta attraverso i dispositivi, le applicazioni e i cloud necessari, in sicurezza.

  • Misurare l’impatto è un efficace strumento per i leader aziendali per facilitare l’innovazione continua – L’impostazione degli obiettivi e la misurazione delle prestazioni sono decisioni strategiche. Un’impostazione sbagliata degli obiettivi spesso porta le persone a conseguenze indesiderabili. Misurare solamente ciò che è più tangibile – come i soldi e il tempo investito in innovazioni – può limitare l’innovazione.

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Presentati i risultati del primo Barometro sulla Gestione e il Finanziamento dell’Innovazione all’interno delle imprese https://www.datamanager.it/2018/06/presentati-i-risultati-del-primo-barometro-sulla-gestione-e-il-finanziamento-dellinnovazione-allinterno-delle-imprese/ Fri, 15 Jun 2018 16:30:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149748 Presentati i risultati del primo Barometro sulla Gestione e il Finanziamento dell’Innovazione all’interno delle imprese italiane sviluppato da Ayming, con la partnership di AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale), ANDAF (Associazione Nazionale dei Direttori Amministrativi e Finanziari) e Spring (il Cluster Tecnologico Nazionale della Chimica Verde). Lo studio ha visto la somministrazione da parte […]

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Presentati i risultati del primo Barometro sulla Gestione e il Finanziamento dell’Innovazione all’interno delle imprese italiane sviluppato da Ayming, con la partnership di AIRI (Associazione Italiana per la Ricerca Industriale), ANDAF (Associazione Nazionale dei Direttori Amministrativi e Finanziari) e Spring (il Cluster Tecnologico Nazionale della Chimica Verde).

Lo studio ha visto la somministrazione da parte di Ayming di un questionario on line a cui è stato possibile accedere tra ottobre e dicembre 2017. Il campione di aziende che ha risposto al questionario si concentra maggiormente nel Nord Italia, e nello specifico in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto; mentre le figure aziendali coinvolte appartengono per il 46% all’area finanza e amministrazione, per il 28% alle aree R&D e Innovazione e per il 14% alla direzione generale. I settori industriali sono rappresentati in modo equilibrato, con una leggera predominanza dei settori manifatturiero (16% del totale), chimico/farmaceutico (13%) e agri-food (11%). La dimensione delle aziende, in termini di fatturato e di dipendenti, vede una maggioranza di PMI, il 65% del totale, e il 35% di grandi imprese.

Entrando nel merito dei risultati del Barometro il primo dato rilevato riguarda le aree di innovazione su cui le imprese si concentrano maggiormente: il 79% dei rispondenti si focalizza su innovazione di prodotti/servizi, il 58% su processi/procedure e solo il 29% indica di innovare a livello organizzativo.

Un dato interessante è emerso rispetto alla percezione che i partecipanti al sondaggio hanno del sistema economico del Paese. Nonostante questa sia infatti negativa, i partecipanti ritengono che la competitività delle imprese per le quali lavorano sia complessivamente molto buona. Le risposte raccolte evidenziano un forte status quo bias, i.e. il sistema economico e la sua competitività sono dati dagli attori del sistema stesso (e.g. le aziende) e, se questi sono competitivi, in linea di massima dovrebbe esserlo anche la percezione del sistema generale.

Degno di nota anche il confronto tra il livello di innovazione e l’importanza data all’innovazione all’interno delle aziende. Per il 60% dei partecipanti l’innovazione è una priorità e per il 35% è comunque un elemento molto importante. Tuttavia, l’importanza data all’innovazione si riflette solo parzialmente sul livello percepito e i risultati raggiunti. Infatti, il 79% dei partecipanti all’indagine ritiene che il livello d’innovazione sia compreso tra buono e molto buono. Di questi solo il 12% lo valuta come molto buono. Da dove emerge questo gap tra importanza e livello percepito dell’innovazione? Si possono effettuare diverse ipotesi, come ad esempio le criticità culturali e strutturali del nostro paese. Inoltre, l’innovazione sottende una naturale componente di rischio, che rappresenta il DNA di qualsiasi attività di esplorazione. Non solo. Per fare innovazione di qualità sono necessarie competenze di alto livello, che normalmente sono possedute da soggetti che hanno completato dei percorsi di alta formazione (e.g. PhD). Se però si analizza il contesto italiano, si evince la drammatica “assenza” di questi profili all’interno delle aziende, nonostante il livello di occupazione complessivo sia molto alto, circa il 90% (Istat art. Adapt e AlmaLaurea 2015). Questo dato non deve tuttavia trarre in inganno; se si scava più a fondo, si può notare che circa il 44% è relativo a contratti a termine, principalmente all’interno del mondo accademico. Tale situazione genera un’emorragia di risorse, la c.d. “fuga dei cervelli”, fenomeno che interessa circa il 13% dei nostri PhD (PhD e Lavoro, Bollettino Adapt 2015).

Altro risultato emerso dal Barometro Ayming che merita una particolare valutazione è il motivo che spinge le aziende a innovare. Considerando l’intero campione dei rispondenti all’indagine, gli obiettivi principali delle attività innovative risultano essere “aumentare la competitività” (18%), “migliorare il prodotto” (16%), “acquisire efficienza” (16%) e “aumentare la customer satisfaction” (12%). Se si analizzano le risposte in base alla dimensione aziendale, si evidenzia che il miglioramento del prodotto si posiziona al primo posto per le PMI e al terzo per le grandi imprese, che invece posizionano al primo posto l’aumento della competitività. Da sottolineare il basso score raggiunto dalla “diversificazione del business”. In un contesto in cui la maggioranza delle risposte identifica l’innovazione come una delle priorità principali per lo sviluppo aziendale, un peso maggiore alla diversificazione sarebbe stato più coerente perché strettamente legata al processo di innovazione. Una chiave di lettura potrebbe essere la scarsa propensione al rischio. Lo sviluppo di nuovi prodotti per clienti esistenti è la strategia di diversificazione in teoria meno rischiosa, che consente di sostenere il processo d’innovazione esistente, minimizzando il rischio di navigare verso orizzonti meno noti o sconosciuti.

Sul tema della rilevanza degli attuali trend tecnologici non sorprende che i primi due posti della classifica siano occupati da “digitalizzazione”, considerato importante nell’88% delle risposte, e “Industria 4.0” (81%), mentre all’ultimo posto del podio si colloca “sostenibilità ambientale e sociale” (79%); “automazione” si colloca invece al 4° posto, ma con il 54% dei rispondenti che la considera “molto importante”. Se consideriamo che i primi due e il quarto trend indicati come prioritari rappresentano alcuni degli elementi essenziali della trasformazione “produttiva” in ottica 4.0, emerge l’esigenza di evolvere verso un nuovo paradigma della produzione per garantire nel futuro un mantenimento, se non un’espansione, dei livelli di competitività delle imprese italiane.

Ai partecipanti al Barometro Ayming sulla Gestione e il Finanziamento dell’Innovazione è stato anche chiesto quali siano gli elementi più importanti per innovare efficacemente. Il 65% dei rispondenti ha indicato la “visione del management”, il 45% l’“approccio strutturato all’innovazione” e il 41% le “risorse finanziarie”. Analizzando inoltre i dati relativi alla presenza in azienda di una strategia o di un processo di innovazione definiti, si nota come il 56% dei partecipanti sostiene di avere una strategia ben definita, il 50% ha formulato processi a sostegno di questa strategia e meno del 50% ha implementato un sistema di monitoraggio e valutazione delle performance. Questi dati fanno emergere la necessità per le aziende di affrontare la sfida della strutturazione interna per trasformarla in una leva per migliorare l’efficacia, nonché l’efficienza, dei propri progetti innovativi.

In merito invece al peso degli investimenti in R&D rispetto al fatturato, il 53% dei rispondenti ha investito una percentuale fino al 5% del proprio fatturato, il 6% tra il 5 e il 10%, il 7% tra il 10 e il 20% e solo il 3% ha investito oltre il 20% del proprio fatturato. È inoltre interessante notare che solo il 56% dichiara di avere un budget dedicato all’innovazione e la maggior parte dei partecipanti sostiene che tale budget aumenterà nel futuro.

Nell’ultima parte del Barometro Ayming, si è invece indagato l’utilizzo e l’efficacia degli incentivi fiscali e dei contributi nazionali e internazionali a sostegno dell’innovazione. Dai dati emersi le imprese sembrano molto ben disposte nei confronti delle agevolazioni fiscali, in particolare nei confronti di quelle più recenti come il credito d’imposta R&D per il 74% dei rispondenti, il Piano Industria 4.0 per il 59% e il Patent Box per il 37%. Il Patent Box si posiziona all’ultimo posto probabilmente a causa dei significativi ritardi nella fase di approvazione dovuti alla grande quantità di istanze presentate.

Rispetto ai grant nazionali, che risultano essere poco utilizzati dalla maggior parte dei rispondenti, la situazione sembra leggermente migliorare se si parla di programmi collaborativi internazionali, in particolare Horizon 2020, anche se solo il 26% dei partecipanti alla survey dichiara di avere esperienza in questo ambito, percentuale che scende ulteriormente al 16% se si prendono in considerazione i progetti in fase di svolgimento.

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Riflettori puntati sull’innovazione al Google Cloud Summit https://www.datamanager.it/2018/05/riflettori-puntati-sullinnovazione-al-google-cloud-summit/ Fri, 18 May 2018 08:49:46 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147848 Il 24 maggio il MiCo FieraMilanoCity ospita l’evento annuale italiano di Google dedicato al cloud. Una giornata di aggiornamento e confronto sulle frontiere dell’innovazione e sulle opportunità per le imprese Google Cloud annuncia la seconda edizione del Google Cloud Summit, che si terrà giovedì 24 maggio presso il MiCo di Milano. Dopo il successo ottenuto lo […]

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Il 24 maggio il MiCo FieraMilanoCity ospita l’evento annuale italiano di Google dedicato al cloud. Una giornata di aggiornamento e confronto sulle frontiere dell’innovazione e sulle opportunità per le imprese

Google Cloud annuncia la seconda edizione del Google Cloud Summit, che si terrà giovedì 24 maggio presso il MiCo di Milano. Dopo il successo ottenuto lo scorso anno, che ha visto la partecipazione di 1500 aziende e partner, torna l’appuntamento con l’innovazione dove imprenditori, business leader, partner e developers potranno riflettere sulle frontiere del digitale e costruire il futuro del cloud.

Il keynote d’apertura del mattino vedrà sul palco oltre a Fabio Fregi, Country Manager Google Cloud in Italia, Greg DeMichillie, Director Cloud CTO Office e Alison Wagonfeld, VP Marketing. Sarà un’occasione per approfondire la visione e strategia di Google Cloud per aiutare il mondo enterprise a realizzare il proprio pieno potenziale attraverso la trasformazione digitale. Alla luce dello scenario di business attuale si entrerà nel merito della ricetta di Digital Transformation di Google, ma non solo. Durante la sessione plenaria interverranno due grandi aziende italiane, Enel e Wind Tre, e un ente pubblico come Azienda Zero – Regione del Veneto, che racconteranno i progetti innovativi realizzati insieme a Google, mostrando come le nuove tecnologie possano rappresentare un alleato strategico per il processo di crescita delle realtà italiane e di competitività per l’intero Paese.

Oltre 30 sessioni parallele di vision, strategia e temi tecnici si succederanno nel corso della giornata, per rispondere agli obiettivi di modernizzare la propria infrastruttura, accelerare lo sviluppo di applicazioni, lavorare sulla business intelligence e avviare un processo di trasformazione digitale con Google Cloud. I workshop che si susseguiranno nel pomeriggio saranno organizzati per scenari e mercati verticali: importanti aziende che operano nel mondo del Retail, del Finance, del settore Media e Pubblica Amministrazione condivideranno le loro esperienze di trasformazione digitale supportate da Google Cloud.

I temi della giornata spaziano dal machine learning all’analisi ed elaborazione dati, dallo sviluppo di applicazioni agli strumenti di produttività, dalla sicurezza delle infrastrutture alla gestione dei dispositivi e dei sistemi operativi.

Sarà inoltre un’occasione per approfondire le recenti partnership annunciate con SAP, Salesforce e Cisco, e i progetti attivati con Alleanza Assicurazioni, Alstom, Comune di Torino e Sky Italia. Tra gli altri partecipanti: Bending Spoon, Consorzio Arsenàl.IT, Evolvere, FNM, Fracarro, iGenius, Il Meteo, Infocamere, Instal, JobRapido, MainAd, Viralize, Virgin Active.

“In uno scenario di mercato in continua evoluzione, la trasformazione digitale rappresenta una leva strategica per la crescita delle singole aziende, ma anche un investimento strategico che può contribuire alla competitività del Paese. Per questo è molto importante creare occasioni di formazione confronto come queste, dove condividere soluzioni e best practice che possano ispirare le realtà italiane nel proprio percorso di innovazione” – ha dichiarato  Fabio Fregi, Country Manager Google Cloud in Italia.

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I CIO guardiani del lavoro 4.0 https://www.datamanager.it/2018/05/i-cio-guardiani-del-lavoro-4-0/ Thu, 17 May 2018 09:51:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147801 Il termine trasformazione è molto di moda. Chi ha un po’ di familiarità con la fisica, sa bene che invece il concetto di trasformazione è legato a doppio filo con quello di entropia e ha più di un secolo e mezzo. Anche quando applichiamo lo stesso concetto alla sociologia, possiamo dire che ogni volta che […]

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Il termine trasformazione è molto di moda. Chi ha un po’ di familiarità con la fisica, sa bene che invece il concetto di trasformazione è legato a doppio filo con quello di entropia e ha più di un secolo e mezzo. Anche quando applichiamo lo stesso concetto alla sociologia, possiamo dire che ogni volta che trasformiamo il lavoro grazie all’introduzione dell’energia dell’innovazione, il grado di disordine del sistema aumenta.

All’inizio possiamo fare finta di niente, perché l’entropia è un po’ come la polvere che spostiamo sotto il tappeto. Ma prima o poi, quel mucchietto di polvere diventa una montagna. Anche nelle imprese, nelle fabbriche, nelle organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi, accade la stessa cosa. Ogni volta che introduciamo energia nuova per passare a un livello più avanzato di gestione aumentiamo la complessità.

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica, insieme alle potenzialità delle reti, a una comunicazione digitale globalizzata, ci pongono, con eccezionale rapidità, di fronte a questioni di straordinaria ampiezza che interrogano il mondo della formazione universitaria, della produzione, dell’impresa e della politica. Lo ha detto in modo mai così chiaro il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Lisbona.

Anche noi CIO, CTO, manager dei sistemi informativi e responsabili della sicurezza abbiamo il dovere di essere all’altezza di queste sfida, non solo partecipando al dibattito, ma stimolandolo e svolgendo un ruolo attivo di indirizzo in questa fase di transizione, perché la trasformazione digitale, l’automazione dei processi, l’introduzione di applicazioni di intelligenza artificiale stanno cambiando profondamente non soltanto i modi e tempi del lavoro, ma anche, per qualche aspetto, la sua stessa etica.


#CLEVELS La parola a Giuseppe Faraci CIO di @AffideaItalia «La trasformazione digitale cambia anche l’etica del lavoro. Bisogna creare una cornice nuova di regole e valori condivisi non negoziabili»
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In ogni fase di passaggio epocale, qualcosa si perde e qualcosa si conquista. È successo sempre nella storia umana. Dalla rivoluzione agricola a quella industriale, fino ad arrivare alla società della conoscenza dal secondo dopo guerra a oggi. Ogni innovazione comporta dei rischi. E l’assunzione di responsabilità è fondamentale. L’intelligenza artificiale, nella sua interpretazione più autentica, è una grande opportunità per il business, per la ricerca scientifica, per la salute con nuove forme di terapia, diagnosi e farmaci. In campo sanitario, permette non solo di ridurre i costi, ma anche di sviluppare metodi innovativi di diagnosi, portando la diagnostica avanzata dove non ci sono gli ospedali, nei paesi poveri. Per questo non bisogna arroccarsi in posizioni rigide o ideologiche. Il bilancio finale però deve essere positivo e rispondere all’interesse generale di tutti i portatori di interesse e non deve essere sbilanciato a favore di pochi.

Come professionisti dell’innovazione dobbiamo evitare di alimentare le polarizzazioni tra vecchio e nuovo, naturale e artificiale, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ma abbiamo anche il dovere di mettere in guardia dal rischio di mettere tutte le mele in uno stesso cestino e dalle distorsioni che possano scaturire dalla concentrazione del potere della conoscenza nelle mani di pochi.

Nel passaggio da un framework analogico a uno digitale, occorre inquadrare bene le questioni e creare un framework comune di riflessione a livello di governance tra paesi, società civile, politica, sindacati, imprese utenti e vendor. Bisogna creare una cornice nuova di regole e di valori condivisi non negoziabili, perché il vero rischio insito nell’innovazione non è tanto la forza deflagrante dell’innovazione stessa, ma le conseguenze di lungo periodo sul piano sociale ed economico.

L’innovazione deve essere una priorità per i governi delle nazioni, non uno slogan. La paura legata alla perdita di controllo è una preoccupazione reale fuori e dentro le imprese, di cui dobbiamo farci carico. La gestione della conoscenza e delle sue applicazioni richiede sempre saggezza e responsabilità. Quando c’è un problema non possiamo dare la colpa all’algoritmo o al computer di bordo. Il nuovo spaventa sempre. Nasciamo irrazionali, la risposta emotiva è immediata. Il processo logico è lento e spesso controintuitivo. Quello che possiamo fare è abbracciare l’innovazione come un oceano. Per tracciare la rotta, dobbiamo fissare dei punti di riferimento sull’orizzonte, scrutando la vasta immensità e tenendo sempre gli occhi aperti.

Giuseppe Faraci, CIO Affidea Italia

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Cognex cresce e punta sull’innovazione https://www.datamanager.it/2018/05/cognex-cresce-e-punta-sullinnovazione/ Mon, 14 May 2018 10:36:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147485 L’azienda, che propone sistemi di visione e lettori di codici a barre, nel 2017 si è distinta per ricavi in crescita in Italia e nel mondo. Ricerca e sviluppo oltre ad acquisizioni strategiche contribuiscono all’evoluzione della società Ricavi 2017 da 748 milioni di dollari, uffici in oltre 20 paesi del mondo, più di 500 partner […]

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L’azienda, che propone sistemi di visione e lettori di codici a barre, nel 2017 si è distinta per ricavi in crescita in Italia e nel mondo. Ricerca e sviluppo oltre ad acquisizioni strategiche contribuiscono all’evoluzione della società

Ricavi 2017 da 748 milioni di dollari, uffici in oltre 20 paesi del mondo, più di 500 partner di canale attivi in oltre 30 nazioni. Sono questi i numeri vincenti che caratterizzano Cognex realtà che, nata nel 1981, è stata tra le prime aziende a occuparsi di applicazioni commerciali per la visione artificiale. «Dal 2012, anno in cui il fatturato della società aveva raggiunto i 273,7 milioni di dollari, a oggi, Cognex ha continuato a crescere», spiega Torsten Zoeller, senior marketing manager Europe di Cognex. Il risultato del 2017 è stato molto positivo, considerando che nel 2016 i ricavi avevano toccato i 520,8 milioni di dollari. «Attualmente il 43% del fatturato deriva dall’Europa, il 29% dall’Asia e il 28% dall’America», dichiara Zoeller. «Il 13% dei ricavi è investito in ricerca e sviluppo. Dal 2012 a oggi Cognex ha speso 385 milioni di dollari in questo settore». Gli investimenti 2017 in Research & Development sono stati di 99 milioni di dollari.

«In Italia Cognex è presente da oltre vent’anni», dice Giuliano Collodel, regional sales manager Italy, Iberia e MEA di Cognex. «Abbiamo un centro di ricerca e sviluppo e siamo considerati, in Europa, il secondo Paese per importanza dopo la Germania. In Italia Cognex ha iniziato ad operare con tre persone, oggi siamo in 36 e contiamo di diventare 50 entro il 2020. L’anno scorso, globalmente, siamo cresciuti di oltre il 40% sull’anno precedente e Cognex Italia è salita del 34%; nel 2016 Cognex nel mondo era cresciuta del 20% e la filiale italiana del 24%».

Cognex punta molto sull’R&D, ma anche su acquisizioni strategiche. «Abbiamo acquisito società a noi complementari con tecnologie che consentono di risparmiare oltre a velocizzare la produzione», spiega il regional sales manager. Una di queste aziende è ViDi Systems, start up con sede in Svizzera attiva nell’area dell’intelligenza artificiale (AI) e del deep learning. ViDi è stata un’acquisizione importante dal punto di vista tecnologico; l’approccio algoritmico di “deep learning” sviluppato dal fondatore di ViDi, Reto Wyss e da suoi colleghi, usa tecniche AI per migliorare l’analisi delle immagini in applicazioni in cui è difficile prevedere l’intera gamma di variazioni dell’immagine che potrebbero verificarsi. Utilizzando i loop di feedback, il software “addestra” il sistema a distinguere tra variazioni accettabili tra immagini e difetti reali. Cognex pone molta attenzione, anche alla formazione; sono stati 8.074 quanti, nel mondo, hanno seguito corsi Cognex. Anche a Milano l’azienda ha una training room in cui organizza in genere un corso ogni due settimane con una media di 12 partecipanti per sessione. Cognex tiene anche corsi presso le sedi dei clienti.

Tecnologie sempre più evolute

Sono oltre un milione i sistemi di visione Cognex installati e progettati per garantire che i prodotti controllati soddisfino i requisiti di qualità; consentendo la comunicazione con altri dispositivi, contribuiscono alle esigenze dell’Industry 4.0. L’obiettivo è aiutare le aziende a migliorare la produzione grazie all’eliminazione di difetti, alla verifica dell’assemblaggio, alla capacità di rintracciare informazioni in ogni fase della produzione. Le soluzioni Cognex, tra cui i sistemi di visione 2D e 3D e lettori di codici a barre, rendono possibili ispezioni precise. «Prodotti di diversi settori industriali sono realizzati meglio e a costi più bassi grazie ai sistemi Cognex Vision», commenta Zoeller. «Automotive, food and beverage, consumer electronics, logistica sono solo alcune delle aree in cui le soluzioni Cognex possono essere valorizzate».

Tra le soluzioni più innovative rientra il lettore di codici a barre fisso DataMan 470. Sviluppato per linee manifatturiere e logistiche, DataMan 470 applica una tecnologia di imaging che permette di gestire applicazioni come la tracciabilità di componenti di automobili, l’identificazione di pneumatici o la gestione di bagagli all’aeroporto. La tecnologia High Dynamic Range Plus (HDR+) migliora la qualità delle immagini di codici 1D e 2D, oltre a permettere una più ampia copertura e più velocità rispetto ai lettori tradizionali. Ulteriori innovazioni riguardano i lettori fissi DataMan delle serie 360, 150/260, 70 e 50 e i lettori portatili DataMan serie 8050 HD/HDX, ora dotati di un corpo isolante per proteggere le componenti sensibili dalle scariche elettrostatiche (ESD-safe). Cognex ha introdotto anche il verificatore DataMan 8072V che certifica la qualità e la leggibilità dei codici DPM (Direct Part Mark) testandone la performance confrontandoli con parametri qualitativi prefissati.

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MISE: 320 milioni per le imprese che innovano https://www.datamanager.it/2018/04/mise-320-milioni-per-le-imprese-che-innovano/ Thu, 19 Apr 2018 12:23:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146122 Meneguzzi di SB Italia: “Treni come questi non passano due volte. Innovare significa accrescere business e redditività delle aziende” Non si tratta di pochi spiccioli: sono ancora disponibili per le imprese e le industrie nazionali circa 320 milioni di euro da investire in macchine, attrezzature, impianti e beni strumentali. Lo rende noto il Ministero dello Sviluppo Economico, all’interno del […]

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Meneguzzi di SB Italia: “Treni come questi non passano due volte. Innovare significa accrescere business e redditività delle aziende”

Non si tratta di pochi spiccioli: sono ancora disponibili per le imprese e le industrie nazionali circa 320 milioni di euro da investire in macchine, attrezzature, impianti e beni strumentali. Lo rende noto il Ministero dello Sviluppo Economico, all’interno del consuntivo relativo alla misura chiamata “Nuova Sabatini”, aggiornato al 30 marzo: su uno stanziamento complessivo di 1,27 miliardi di euro, sono state infatti effettuate prenotazioni per 953 milioni di euro circa. C’è ancora a disposizione circa il 25% delle risorse disponibili, che devono essere utilizzate entro il 31/12/2018.

Il MISE, con la misura “Beni strumentali”,  ha l’obiettivo di facilitare l’accesso al credito delle micro, piccole e medie imprese italiane, sostenendo gli investimenti che rispecchino particolari requisiti: possono beneficiare dell’agevolazione le imprese di tutti i settori produttivi, inclusi agricoltura e pesca, ad eccezione delle attività finanziarie e assicurative e di quelle connesse all’esportazione. La misura è rivolta alle imprese che intendono acquistare, anche in leasing, macchinari, attrezzature, impianti, beni strumentali ad uso produttivo e hardware, software e tecnologie digitali. L’agevolazione consiste, nello specifico, in finanziamenti agevolati, per i quali è possibile beneficiare della copertura del Fondo di garanzia per le PMI e in un contributo sugli interessi erogato dal MISE.

Daniele Meneguzzi, Business Unit Manager ERP & Sistemi Informativi di SB Italia, società specializzata in soluzioni IT per la gestione, l’integrazione e l’ottimizzazione dei processi aziendali,  dichiara “Questo incentivo è nato per promuovere lo sviluppo dell’Industry 4.0 nel nostro Paese e ha come scopo principale quello di agevolare le PMI e le microimprese nell’adozione di hardware e software. Accelerare il percorso verso la trasformazione digitale, conciliando le specificità del nostro Made in Italy con le opportunità digitali, è uno dei nostri obiettivi. In che modo? Affiancando le aziende nel proprio personale percorso evolutivo, facendo cogliere tutte le opportunità, ridisegnando e ottimizzando i processi interni e verso il mercato e recuperando produttività e competitività. Gli incentivi del MISE rappresentano un’occasione che le aziende non devono lasciarsi sfuggire: treni come questi non passano due volte. Innovare significa accrescere business e redditività delle aziende”.

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