investimenti IT – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 20 Jul 2021 12:37:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png investimenti IT – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 AI e robotica, più governance e visione per comprendere il cambiamento https://www.datamanager.it/2018/07/ai-e-robotica-piu-governance-e-visione-per-comprendere-il-cambiamento/ Thu, 12 Jul 2018 15:07:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151299 AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano […]

L'articolo AI e robotica, più governance e visione per comprendere il cambiamento proviene da Data Manager Online.

]]>
AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema

Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano trenta, quaranta minuti e il bambino cammina. No. Non è un miracolo. È un robot. Questi robot “bambini” guidati da intelligenza artificiale, in questo caso, chiamata Swarm Intelligence, sono decisamente più efficienti rispetto ai bambini “umani”. Quanto ci mette un fanciullo a imparare a camminare? Sei mesi. Un anno. Ecco. Non possiamo più parlare di futuro a prescindere dalla robotica e dall’intelligenza artificiale. Quasi due miliardi di dollari (1,95), il 50% di più dell’anno precedente. Ebbene si. I venture capital lo hanno capito. Perché questi sono i numeri di investimenti sul settore della robotica lo scorso anno. Solo pochi mesi fa Toyota ha annunciato il lancio di Toyota AI Ventures, un venture capital che ha come obiettivo il finanziamento di startup tecnologiche che lavorano sull’intelligenza artificiale. Appena partito, il fondo ha ricevuto 100 milioni di dollari da parte del Toyota Research Institute (TRI), un’iniziativa orientata al mondo delle automobili e robotica in senso lato.

AI Ventures dirige i suoi investimenti verso il mondo dell’intelligenza artificiale, la robotica e delle automobili in grado di guidarsi da sole. Non solo investimenti ma supporto alle startup attraverso una rete di mentoring presso la sede in Silicon Valley. «Una delle maggiori sfide che devono affrontare gli startupper è sapere se stanno costruendo il prodotto giusto per il mercato giusto. Possiamo aiutarli a superare questa incertezza, e ci impegniamo a farlo in maniera eccellente perché il loro successo è il nostro successo» – ha detto il vicepresidente del TRI Jim Adler in una recente dichiarazione. AI Ventures si dice proattiva nella ricerca di nuove startup sulle quali investire a livello globale. Attualmente, il fondo ha investito in tre startup. Nauto, con sede nella sempre presente Silicon Valley, che realizza sistemi di monitoraggio dei conducenti e degli ambienti stradali al fine di prevenire incidenti e limitare la cattiva guida. SLAMcore, startup inglese, che sviluppa algoritmi per la tecnologia “intelligente” di droni e veicoli a guida autonoma. Intuition Robotics, startup israeliana che studia l’uso dell’intelligenza artificiale su vari settori.


#VentureCapital #AI Italia a rischio marginalità in termini di sistema – @simeoneantonio1
Click To Tweet


LEGGERE, SCRIVERE E PROGRAMMARE

Negli ultimi anni, infatti, le vendite di robot programmabili dai bambini è in forte ascesa, basti ricordare anche dell’ingresso della Lego nel mercato. In alcune confezioni della Lego si trova un software con delle istruzioni per imparare a programmare dei piccoli robot. Costruirli e poi farli vivere. Un gioco educativo insomma. Si sostituisce letteralmente a un professore invece Nao, il robot umanoide di 58 centimetri prodotto da Aldebaran Robotics, una delle più note aziende di robotica al mondo. Nao al posto degli organi di senso è dotato di videocamere e sensori che gli consentono di interagire con l’ambiente circostante. È considerato il social robot più evoluto mai prodotto. Da diversi anni, tra l’altro, viene utilizzato nelle scuole di oltre settanta paesi per l’insegnamento delle materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), ma si sta rivelando efficace anche in ambito medico come robot per bambini autistici. In Italia, è parte integrante delle attività didattiche della Scuola di Robotica di Genova (www.scuoladirobotica.it). Aldebaran conta di trasformarlo anche in un “robot da compagnia” per le famiglie. Per programmarlo è sufficiente imparare a utilizzare Choregraphe, un ambiente intuitivo, adatto anche ai principianti e ai ragazzi, perché non è necessario scrivere una sola riga di codice.

ROBOTICA NELLA SANITÀ

Un altro campo che è stato in poco tempo invaso dall’AI è quello medico. Gli interventi in sala operatoria realizzati con l’ausilio di un robot erano poco più che una curiosità circa 17 anni fa. Nel 1999, infatti, Intuitive Surgical ha messo a punto quello che nel giro di qualche anno è diventato il più noto partner dei chirurghi in sala operatoria, Da Vinci, chiamato così per omaggiare il genio di Leonardo. Con 17mila interventi di chirurgia robotica nel 2017 e l’installazione del centesimo robot Da Vinci al policlinico di Catania, l’Italia raggiunge la Francia al primo posto in Europa. Nel mondo, dopo la ginecologia, è la chirurgia urologica a essere la principale area di intervento con i robot. Anche in Italia, è l’urologia a farla da padrona, con il 67% di interventi, seguita da chirurgia generale (16%) e ginecologia (10%). L’incremento registrato è dell’83% a partire dal 2006.

Come confermato da Andrea Dupplicato, CIO del Centro Cardiologico Monzino e dell’Istituto Europeo di Oncologia, in urologia i motivi del successo sono molti e semplici. La precisione del robot consente maggiore facilità di accesso alle anatomie più delicate, una precisione demolitiva e ricostruttiva, una minore perdita di sangue, una riduzione della degenza post-operatoria e una diminuzione degli effetti collaterali (disfunzione erettile e incontinenza). A questo si aggiungono caratteristiche come la visione tridimensionale immersiva in grado di moltiplicare fino a dieci volte la normale visione dell’occhio umano. «La chirurgia robotica da Vinci – spiega Walter Artibani, direttore dell’UO di Urologia dell’AOU Integrata di Verona e segretario generale della Società italiana di urologia – è emblema della chirurgia mininvasiva. Il robot consente una precisione non confrontabile con altre tecniche e permette di superare i limiti legati alla difficoltà di trattare, con la laparoscopia, patologie in sedi anatomiche difficili da raggiungere. L’urologia italiana è un’eccellenza nel campo della robotica».

Dopo questi dati positivi sull’utilizzo della robotica in Italia, ci chiediamo: quanto sono presenti oggi nel nostro Paese soluzioni avanzate di AI in tutti gli altri ambiti? A rispondere a questa domanda è Fabio Rizzotto, associate vice president and head of local research and consulting di IDC Italia: «Stiamo osservando una certa accelerazione dell’adozione di tecnologie emergenti che comportano anche un’accelerazione delle capacità infrastrutturali. In Italia è del 7% la spesa IT nella più ampia fetta dell’Europa Occidentale, con un aumento sostanziale degli investimenti, anche grazie ai programmi nazionali di digitalizzazione. Cosa manca allora? «Sicuramente, una più solida governance, necessaria per creare strategie complete di amministrazione generale e gestione operativa. Abbiamo un grande potenziale – spiega Rizzotto – che arriva anche dal poter imparare dagli errori del passato per costruire un futuro che non sia solo intelligente ma anche funzionale e al servizio di cittadini e consumatori».


#AI Dal #WeChangeIT Forum parte la sfida del cambiamento – @simeoneantonio1
Click To Tweet


IN ITALIA, LA SITUAZIONE STA CAMBIANDO?

Si. Perché si sta osservando una progressiva adozione di tecnologie emergenti, con un aumento sostanziale degli investimenti dedicati all’IT. Di intelligenza artificiale e delle sue possibili applicazioni si è parlato all’edizione 2018 del WeChangeIT Forum, svoltasi a Milano, insieme ad aziende ed esperti del settore. Dal dibattito è emerso che molte tra le maggiori aziende italiane stanno già utilizzando applicazioni di intelligenza artificiale nei loro processi. Prima tra tutte Assicurazioni Generali, che utilizza l’AI per costruire soluzioni assicurative cucite su misura per ogni cliente, e BNL Gruppo BNP Paribas che invece l’ha integrata nel suo servizio clienti grazie a un chatbot che è in grado di rispondere in qualsiasi momento alle esigenze dei navigatori. A seguire questo trend è anche il colosso del settore farmaceutico Bayer, che ha pensato di sfruttare l’intelligenza artificiale per fornire informazioni corrette agli utenti. Un’altra azienda che su questo tema è in prima linea in Italia è Enel, che utilizza sempre più machine learning e algoritmi predittivi per prevenire incidenti e ottimizzare gli interventi di riparazione. Una testimonianza molto interessante arriva da La Marzocco, una realtà più di “nicchia” per quanto il consumo di caffè in Italia sia un affare nazionale con un consumo di una tazzina e mezza (dati Nielsen) a testa. Leader nel settore delle macchine da caffè, famosa per aver progettato e brevettato nel 1939 la prima macchina da caffè a caldaia orizzontale, oggi uno standard nel settore – La Marzocco ha integrato degli speciali sensori all’interno dei suoi prodotti per garantire assistenza efficace e immediata in qualsiasi parte del mondo. Ha investito molto anche nello sviluppo di algoritmi predittivi per migliorare l’efficienza dell’assistenza ai propri clienti. Biotech e robotica saranno il prossimo trend dei VC? In America e in Asia già lo sono. Ma in Italia? Forse se tutti i dati delle cartelle sanitarie dei pazienti negli ultimi trent’anni fossero disponibili per fini di ricerca (e non resi inaccessibili dal GDPR). E forse se i robot potessero imparare dai migliori medici italiani. Allora, i venture capital potrebbero finanziare nuove startup.

L'articolo AI e robotica, più governance e visione per comprendere il cambiamento proviene da Data Manager Online.

]]>
Inventare il futuro, le PMI sono pronte? https://www.datamanager.it/2018/05/inventare-il-futuro-le-pmi-sono-pronte/ Fri, 18 May 2018 09:19:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147926 La quarta rivoluzione industriale è una sfida darwiniana per qualsiasi impresa. I rischi e i pericoli di una trasformazione tanto radicale quanto imprevedibile richiedono la capacità di affrontare le incognite del presente con un rinnovato slancio verso il futuro Quando parlano delle tecnologie più rilevanti per il futuro delle proprie attività, molti imprenditori e manager […]

L'articolo Inventare il futuro, le PMI sono pronte? proviene da Data Manager Online.

]]>
La quarta rivoluzione industriale è una sfida darwiniana per qualsiasi impresa. I rischi e i pericoli di una trasformazione tanto radicale quanto imprevedibile richiedono la capacità di affrontare le incognite del presente con un rinnovato slancio verso il futuro

Quando parlano delle tecnologie più rilevanti per il futuro delle proprie attività, molti imprenditori e manager italiani esprimono precise indicazioni in merito, come se fossero portatori di una chiara visione del futuro della propria azienda e avessero già tracciato, almeno mentalmente, una traiettoria evolutiva orientata in una direzione determinata: molto spesso evidenziano l’importanza delle piattaforme per la mobility, la rilevanza del cloud oppure dei big data, altre volte si soffermano su paradigmi ancora più complessi e caliginosi come l’Internet of Things.

TECNOLOGIA E DECISIONI

In realtà, quando si va ad approfondire il modo in cui la visione tecnologica influenza le decisioni più immediate che si affrontano nel presente, si osserva molto spesso una totale neutralità ed equidistanza di posizioni: per esempio, se si guarda a temi come gli investimenti nella sicurezza IT oppure agli adempimenti previsti dal GDPR, credere che il futuro della propria azienda dipenda dal cloud oppure dai big data oppure da qualsiasi altra visione del futuro, in generale influenza in misura piuttosto irrilevante le scelte di investire in nuova tecnologia oppure di mettere a posto i processi, ovvero il comportamento concreto delle imprese con una “forte visione tecnologica” non si discosta in misura significativa da quelle imprese che non hanno, in realtà, nessuna opinione precisa. Quindi viene naturale chiedersi se gli imprenditori, quando raccontano la propria visione del futuro, diano voce a una qualche forma di pianificazione strategica, ancorché primitivamente abbozzata, oppure esprimano soltanto un generico “wishful thinking”, non dissimile dall’uomo della strada.

VISIONE FRAGILE?

Ad alcuni questo potrebbe sembrare un tema del tutto lunare, se non fosse che si sta attraversando un periodo storico molto tormentato, che vede l’Europa combattere per mantenere la propria posizione nell’economia mondiale di fronte a complessi industriali e militari come la Cina, la Russia e gli USA (senza dimenticare ovviamente le cosiddette “economie emergenti” di India e Brasile, che sono già emerse da vent’anni almeno); che vede l’Europa arrancare a grandissima distanza dagli USA sul terreno dell’economia digitale (basti osservare la presenza del tutto trascurabile delle imprese digitali europee nella capitalizzazione delle borse internazionali); e infine che vede l’Europa lanciarsi in una rincorsa disperata attraverso i programmi nazionali per l’Industria 4.0 promossi da Governi di qualsiasi colore e posizione politica. Se si calano le considerazioni di imprenditori e manager italiani in un contesto più generale, diventa più chiaro che una visione tecnologica talvolta un po’ fragile potrebbe di fatto rappresentare un problema, ritardando in larga misura il progresso della competitività europea rispetto ai concorrenti internazionali.

INVESTIMENTI E TRASFORMAZIONE

Sempre più spesso si sente parlare della necessità di riposizionare il sistema produttivo italiano indirizzando gli investimenti in innovazione tecnologica con una politica industriale che si rivolga verso obiettivi come la Trasformazione Digitale e l’Industria 4.0. Tuttavia, considerando la struttura industriale dell’Italia, quando il policy maker si incammina verso traguardi così ambiziosi, diventa piuttosto difficile procrastinare alcuni interrogativi in merito al destino delle PMI, soprattutto quando sono chiamate ad affrontare sfide tecnologiche senza precedenti. Il dubbio che si insinua è che molte imprese, impegnate lecitamente come sono nel raggiungimento dei propri obiettivi più immediati sul mercato, trascurino in qualche modo la necessità di mettere lo stesso impegno nella definizione di obiettivi che si possono esprimere al meglio soltanto nel medio e lungo termine, come gli obiettivi di innovazione tecnologica.


#whatsUp Inventare il futuro. Ma le PMI sono pronte? – Giancarlo Vercellino @IDCItaly
Click To Tweet


LA PROGETTUALITÀ DELLE PMI

Osservando più da vicino la progettualità che esprimono le PMI, è confortante osservare un certo grado di correlazione e coerenza tra priorità IT e priorità aziendali, quindi esiste forse concretamente la possibilità di allineare obiettivi più immediati e traguardi più lontani, trovando effettivamente un terreno fertile per recepire gli stimoli di politica industriale di questi ultimi anni. È senza dubbio possibile immaginare una sinergia virtuosa tra IT e LOB purché qualunque investimento legato all’Industria 4.0 continui a battere sui temi quali la produttività del lavoro, la marginalità dei prodotti e la gestione dei rischi. Se è impensabile giocare un ruolo nella quarta rivoluzione industriale senza coinvolgere profondamente le PMI che rappresentano la quasi totalità del tessuto industriale italiano, allora diventa indispensabile chiedersi come aiutare le imprese meno strutturate ad affrontare alcune sfide inevitabili che incroceranno lungo il cammino della trasformazione digitale, come per esempio la sicurezza delle infrastrutture.

INFRASTRUTTURE E SICUREZZA

Un qualsiasi brevissimo excursus sulle ultime vicende della cybersecurity non può non lasciare attoniti di fronte alla fragilità delle infrastrutture tecnologiche delle imprese, vulnerabilità che lasciano spazio a una crescente sofisticazione degli attacchi, che attraversano livelli sempre più profondi dello stack ISO/OSI, come il firmware degli hard-disk (come nel caso di GrayFish/ EquationDrug), oppure alcuni meccanismi di esecuzione dei processori (come nel caso dei recentissimi MeltDown e Spectre). Sebbene siano piuttosto familiari i nomi dei primi strumenti di cyberwarfare (come Stuxnet, Duqu, Flame, ormai passati alla storia), non è altrettanto noto che tali strumenti sono sempre più prossimi nell’essere disponibili a chiunque dopo che alcuni insiders hanno trafugato l’intero arsenale di cyberweapon sviluppato da alcune agenzie americane: in seguito ai casi Vault7 e Shadow Broker, lo scenario è diventato assai più pericoloso, con una vera e propria pandemia di ransomware che ha flagellato i sistemi di organizzazioni in mezzo mondo, molto spesso basato su tecnologie trafugate da CIA e NSA.

IL RUOLO STRATEGICO DELLA SICUREZZA

Nonostante il rischio IT si sia così radicalmente amplificato negli ultimi anni, prefigurando situazioni in cui uno zero-day potrebbe davvero avere sostanziali ripercussioni sul PIL di una nazione nel prossimo futuro, gli imprenditori e i manager europei più lungimiranti mostrano comunque il coraggio e la forza di muovere i primi passi su paradigmi come l’Industry 4.0, seppure in un contesto generale, come quello italiano, dove forse prevale ancora una sensibilità limitata rispetto ai rischi che si corrono e agli investimenti che sono indispensabili per affrontarli in modo sostenibile. Infatti, circa il 47% delle PMI spende in modo del tutto saltuario rispetto alla sicurezza IT, mentre circa il 49% spende esclusivamente nell’ambito delle spese generali per l’IT. Il fattore davvero preoccupante è che soltanto il 4% delle PMI considera la sicurezza IT una spesa strategica a cui riservare un budget specifico e dedicato quest’anno. Il ruolo strategico della sicurezza cresce fino a circa il 30% solo quando le imprese stanno concretamente affrontando qualche specifico progetto in ambito Industry 4.0. Questo è un indizio interessante che consente di osservare che in alcuni casi, seppure limitati, le PMI possono esprimere una coerente visione tecnologica per il proprio futuro mettendosi allo stesso piano, almeno in termini di principio e credibilità, con le grandi imprese.

Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia

L'articolo Inventare il futuro, le PMI sono pronte? proviene da Data Manager Online.

]]>
Il modello cinese alla conquista del mondo https://www.datamanager.it/2018/05/il-modello-cinese-alla-conquista-del-mondo/ Thu, 17 May 2018 15:34:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147909 Come cambia la geografia delle startup e dell’innovazione? Modello americano e modello cinese a confronto. Il focus dei venture capital cinesi si concentra su intelligenza artificiale e semiconduttori Il 2017 è stato un anno da record per i venture capital, e il trend è ancora di crescita per il primo trimestre del 2018. Come riportato […]

L'articolo Il modello cinese alla conquista del mondo proviene da Data Manager Online.

]]>
Come cambia la geografia delle startup e dell’innovazione? Modello americano e modello cinese a confronto. Il focus dei venture capital cinesi si concentra su intelligenza artificiale e semiconduttori

Il 2017 è stato un anno da record per i venture capital, e il trend è ancora di crescita per il primo trimestre del 2018. Come riportato nel Venture Pulse Report di KPMG, questo è il quarto trimestre consecutivo in cui si sono registrati oltre 45 miliardi di dollari di investimento a trimestre, dato abbastanza raro fino a non molto tempo fa. Lo scorso anno, sono stati investiti 157 miliardi di dollari a livello globale, numeri molto più alti di quelli raggiunti durante la bolla dotcom. Venticinque anni fa, oltre il 95% dei fondi venture capital erano statunitensi. Oggi, godono ancora del primato. Ma ancora per quanto?

LA GEOGRAFIA DEI VC

Mentre gli USA vantano il 44% del capitale investito dai VC, l’Asia si trova oggi al 40%, una crescita esponenziale rispetto a dieci anni fa, quando la percentuale era inferiore al 5%. La più grande novità degli ultimi anni è stata l’enorme crescita dell’influenza cinese nel settore del venture capital. Se un tempo la Silicon Valley era considerata la Mecca per gli imprenditori hi-tech sia per l’abbondanza degli investimenti sia per l’abbondanza di risorse umane con skill adeguate, oggi non c’è più un monopolio. Della Top Ten degli investimenti VC più importanti del primo trimestre di quest’anno – la cui quasi totalità appartiene al settore dei trasporti – la metà sono avvenuti in Asia. Come viene notato da Kai-Fu Lee di Sinovation Ventures, in Cina molti dei deal sono fatti su startup che importano idee americane. Tuttavia, esiste molta liquidità che viene investita anche in nuove tecnologie d’avanguardia, tra cui l’intelligenza artificiale e IoT. Questo dato non è assolutamente da sottovalutare, soprattutto in ottica geo-politica, viste le implicazioni che possono avere queste nuove tecnologie in ambiti militari e di cybersecurity. La Cina non è l’unico paese con particolare importanza nel territorio Asiatico. Il più grande player mondiale di oggi è Softbank, dal Giappone. Lo scorso anno, Masayoshi Son è riuscito a convincere investitori dal medio-oriente ad aiutarlo ad aprire il suo Vision Fund, il più grande fondo d’investimento al mondo dedicato alle tecnologie sulle quali poggeranno le basi del nostro futuro.


#VentureCapital Come cambia la geografia delle startup – @simeoneantonio1
Click To Tweet


CINA SOLO PER LA CINA?

Tuttavia, l’attenzione maggiore viene attualmente rivolta agli investimenti cinesi. Con la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, il mondo startup è tra i settori considerati a minor rischio, in quanto le tariffe sono attese soprattutto per industrie più tradizionali come per esempio quella manifatturiera o agricola. Le aspettative sono molto positive per i cinesi, in quanto gli investimenti sono cresciuti di ben 15 volte rispetto al 2013. Questo è stato possibile grazie alla crescita di colossi come Alibaba e Tencent, che a loro volta investono nell’ecosistema startup locale, così come anche la nascita di numerosissimi fondi che hanno raccolto decine di miliardi di dollari. Questi investimenti sono stati principalmente focalizzati su startup cinesi e il mercato sta rallentando poiché molte delle startup in questione hanno facilità a raccogliere milioni di utenti nel proprio paese – o in Asia – ma rimanendo quasi del tutto sconosciute all’estero. Da queste difficoltà, la Cina sta cercando di difendersi aumentando gli investimenti all’estero. Infatti, nell’ultimo anno questi sono più che raddoppiati. Il proliferare di investimenti in startup di altri paesi asiatici da parte dei venture capital cinesi, come per esempio l’India, si rivela davvero efficace perché le tecnologie sviluppate dai cinesi appaiono più adatte al mercato indiano rispetto a quelle americane. Basti pensare a Madhur Deora di Paytm, società di pagamenti online cinese-indiana che ha raccolto prima 800 milioni di dollari da Ant e Alibaba e ulteriori 1.4 miliardi di dollari da Softbank, poco dopo.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SEMICONDUTTORI

L’aspetto interessante è che a differenza dell’attività di VC occidentale, i fondi cinesi investono con logiche collegate a un aspetto politico e non solo prettamente finanziario. Molti fondi di venture capital cinesi, infatti, sono finanziati anche dal governo di Pechino. Il focus è ad oggi l’intelligenza artificiale e il potenziale controllo del settore dei semiconduttori, che usiamo nella quasi totalità dei prodotti tecnologici di tutti i giorni. In virtù dell’approccio geopolitico al mondo dei venture capital, alcuni investitori cinesi sono convinti che USA e Cina si spartiranno i mercati tecnologici di tutto il mondo. La principale differenza sta meramente nell’approccio per ottenere questo controllo. Gli americani cercheranno di creare il prodotto migliore per convincere il mondo a usarlo, i cinesi tenteranno di acquisire un partner locale di ogni paese per poter competere con gli americani. Una dimostrazione di come si sviluppa tale battaglia di approcci è la situazione che si è sviluppata tra Uber contro Grab nel sud-est asiatico o contro Ola in India. Un altro esempio è l’investimento di 5 miliardi di dollari da parte di Amazon per poter dominare il mercato indiano, contrastato da investimenti miliardari da parte dei cinesi nell’e-commerce indiano Flipkart. La differenza nell’approccio di investimento si riflette anche in dettagli dei deal che sono molto diversi tra gli investitori americani e quelli cinesi, come descrivono Garry Bruton e David Ahlstrom. Gli investitori cinesi sono abituati ad avere scarsa disponibilità di documenti per due diligence, e si concentrano di più nel valutare le persone del team e il loro background. Inoltre, come si potrebbe intuire, dopo un deal gli investitori cinesi sono molto meno invasivi nei processi delle startup nelle quali hanno investito rispetto agli americani, proprio per mantenere l’identità della società finanziata all’estero.


#VentureCapital Il modello cinese alla conquista del mondo – @simeoneantonio1
Click To Tweet


QUALE SCENARIO?

Un editoriale dell’agenzia di stampa Xinhua suggerisce agli USA di “superare l’allergia agli investimenti cinesi”. Ma sembra che anche in questo settore le misure di controllo potrebbero intensificarsi. Lo scorso anno, gli investimenti dei Cinesi negli Stati Uniti sono scesi del 35% rispetto al 2016, secondo un’analisi del Rhodium Group. Il giro d’affari tra i due paesi è di 29 miliardi di dollari, che resta il secondo miglior risultato di sempre per la Repubblica Popolare in America. Sulla tendenza, hanno influito in primo luogo i controlli accurati sugli investimenti cinesi all’estero, per impedire operazioni economiche “irrazionali”. A fare il resto è stato il rigido monitoraggio del Comitato sugli investimenti stranieri negli Stati Uniti (CFIUS), che ha impedito diverse acquisizioni cinesi per ragioni di sicurezza nazionale. «Il modello americano, soprattutto quello degli ultimi 20-30 anni, è fondamentalmente militare. Quello propugnato dalla Cina è invece un modello economico e politico, con minori investimenti, minori rischi e maggiori guadagni». In altre parole: «Gli USA bombardano e si fanno molti nemici. I cinesi non bombardano, comprano e spendono di meno». È il pensiero di Alberto Forchielli, managing partner del Fondo Mandarin, primo fondo di private equity ad aver ottenuto capitale in gestione dal governo cinese. Sono più di dieci anni che sentiamo parlare del prossimo dominio cinese. L’America vince ancora grazie alla tecnologia e investendo attraverso i venture capital sulle startup ad alto impatto innovativo. Questo mancava alla Cina. Ma adesso forse non più.

L'articolo Il modello cinese alla conquista del mondo proviene da Data Manager Online.

]]>
Intel cancella i suoi occhiali smart https://www.datamanager.it/2018/04/intel-cancella-i-suoi-occhiali-smart/ Fri, 20 Apr 2018 13:07:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146276 A causa della mancanza di investimenti, il gigante americano avrebbe deciso di terminare il progetto degli smart glass Quando un progetto innovativo viene terminato prima della sua realizzazione è sempre un peccato. Certo è che se una compagnia come Intel, leader hi-tech mondiale, decide di fermare lo sviluppo di un paio di occhiali connessi le […]

L'articolo Intel cancella i suoi occhiali smart proviene da Data Manager Online.

]]>
A causa della mancanza di investimenti, il gigante americano avrebbe deciso di terminare il progetto degli smart glass

Quando un progetto innovativo viene terminato prima della sua realizzazione è sempre un peccato. Certo è che se una compagnia come Intel, leader hi-tech mondiale, decide di fermare lo sviluppo di un paio di occhiali connessi le cose vanno oltre le semplici cause economiche. Eppure su queste si concentrano le dichiarazioni del gruppo che, tramite un comunicato stampa globale, ha confermato la decisione di chiudere l’iniziativa per “mancanza di investitori”. Non a caso qualche giorno fa Bloomberg aveva anticipato la possibilità che Intel volesse vendere la divisione dedita ai Vaunt, gli smart glass in questione, ricavandoci almeno 350 milioni di dollari ma con la conseguenza di un futuro incerto per gli oltre 200 impiegati interessati.

Cosa succede

Come detto, c’è sicuramente una motivazione economica dietro il passo indietro ma non solo. Forse la paura era quella di ritrovarsi tra le mani un altro paio di Google Glass, ovvero occhiali futuristici che sembrano aver solcato troppo presto il mercato. Del resto, il funzionamento di Vault sarebbe stato molto simile a quello dei dispositivi di Big G: due classiche lenti con una videocamera al fianco, capace di proiettare un’immagine pari a 400 x 150 pixel nell’angolo superiore destro. Il sito The Verge ha aggiunto che il proiettore è stato progettato per essere non invaso così da essere visibile solo mentre si guardava in una certa direzione. Ciò limita la quantità di dettagli mostrati ma resta il beneficio di ottenere notifiche sulle attività principali dello smartphone connesso.

Non è chiaro in che modo il ritiro di Intel dal mercato degli smart glass inciderà sull’industria nel suo complesso ma è evidente che di grosse novità non ce ne saranno a breve, probabilmente perché a nessuno è chiaro se e quanto utili siano aggeggi del genere per un pubblico diverso da quello enterprise. Nel frattempo, altri giganti della tecnologia come Amazon e Apple stanno lavorando su linee di prodotto comparabili, dunque non è detta l’ultima parola.

L'articolo Intel cancella i suoi occhiali smart proviene da Data Manager Online.

]]>
Il Piccolo Principe e l’intelligenza artificiale https://www.datamanager.it/2018/04/il-piccolo-principe-e-lintelligenza-artificiale/ Wed, 18 Apr 2018 15:11:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146110 Lo sapevate che ci sono startup guidate da intelligenza artificiale che migliorano l’umore? Psicologi e psichiatri virtuali studiano i comportamenti umani. Immaginate la meraviglia (e anche la sorpresa) di mettere insieme computer science, biologia e psicologia Ebbene sì. Le startup che si occupano di salute mentale sono il nuovo trend che cavalcheranno i venture capital […]

L'articolo Il Piccolo Principe e l’intelligenza artificiale proviene da Data Manager Online.

]]>
Lo sapevate che ci sono startup guidate da intelligenza artificiale che migliorano l’umore? Psicologi e psichiatri virtuali studiano i comportamenti umani. Immaginate la meraviglia (e anche la sorpresa) di mettere insieme computer science, biologia e psicologia

Ebbene sì. Le startup che si occupano di salute mentale sono il nuovo trend che cavalcheranno i venture capital di tutto il mondo. Pochi conoscono Bo Shao – o meglio – non ancora. Nato e cresciuto a Shangai da una famiglia molto povera, ha vinto decine di concorsi di matematica alle superiori in Cina prima di vincere una borsa di studio completa alla prestigiosa università americana Harvard. Dopo essersi laureato in America e aver lavorato in Boston Consulting Group, è tornato in Cina e si è gettato a capofitto nel fantastico mondo delle startup. Inizialmente, la sua startup andava male (EachNet), ma Bo Shao continuava a rifiutare le continue e redditizie offerte provenienti dagli USA. Passarono quattro anni. E mentre i genitori lo avevano dato definitivamente per matto, EachNet diventava il più grande sito di e-commerce per consumatori cinesi. Ebay acquistò la società per 225 milioni di euro e Bo divenne l’imprenditore cinese dell’anno 2003.

L’AI CHE AIUTA A VIVERE MEGLIO

“Parent Lab” è un progetto di Bo Shao che ha lo scopo di fornire una combinazione di scienza, spiritualità e coaching pratico ai genitori di tutto il mondo. E consiste anche in un’app (Hello Joey) lanciata con l’obiettivo di «aiutare i genitori a diventare genitori migliori e a costruire una famiglia felice e connessa». Ma Shao non si ferma qui. “Conscious Accelerator”, fondo di investimenti filantropico, con 100 milioni di dollari donati da lui, investirà in startup dedicate a ridurre la sofferenza di questo mondo, utilizzando la tecnologia per sviluppare ulteriormente la coscienza dell’umanità. «La sofferenza causata da circostanze esterne come la fame o la malattia è più facile da capire, ma, nonostante il crescente benessere materiale – ha spiegato Shao – molte persone si sentono ancora sole, senza scopo, timorose o arrabbiate. Le statistiche sulla salute mentale sono allarmanti». Il fondo di Shao ha come obiettivo quello di “fare del bene” aiutando gli imprenditori a «costruire aziende che si occupino di disordini mentali e che siano autosufficienti e scalabili». Stanno nascendo in tutto il mondo centinaia di startup di questo tipo. Chatbot guidati da intelligenza artificiale che ci fanno compagnia e ci aiutano a meditare, siti web che ci mettono in comunicazione, in forma anonima, con psicologi e psichiatri robot. Ma il futuro è quello di un’app composta da centinaia di algoritmi guidati da sistemi di intelligenza artificiale in grado di farci da mentor, psicologo e medico. Ho pensato di approfondire questa visione con Arnaldo Giaccio, medico bioenergeta, che vive e lavora a Roma. «Gli attacchi di panico, i mal di testa, le depressioni e altri sintomi psicosomatici sono dei segnali. Come la spia dell’olio di una macchina». L’app dovrebbe così interagire con le parti più profonde di noi stessi. «A cosa ti serve stare male? Questa è la prima domanda che dovrebbe fare lo psicologo virtuale».

[spacer color=”8BC234″ icon=”fa-star-o” style=”1″]

Intelligenza Artificiale al #WeChangeIT Forum di Data Manager

L’intelligenza artificiale sarà anche tema centrale dell’evento annuale di Data Manager che riunirà la comunità IT italiana il 21 Giugno all’ UniCredit Pavilion. L’agenda completa e l’opportunità di registrarsi a questo link

[spacer color=”8BC234″ icon=”fa-star-o” style=”1″]

CHATBOT PER LA CURA

Più che una chatbot, insomma, l’app dovrebbe riuscire a integrare i dati relativi al movimento e al comportamento senza tralasciare dati quantitativi, come per esempio le analisi del sangue o molecolari. «Non è così complesso dal punto di vista psicologico – spiega Arnaldo Giaccio –. Si tratta di creare uno schema. Per esempio, è facile trovare una tipologia bioenergetica attraverso l’uso delle immagini studiate da un algoritmo. Così come si può partire da quelle immagini e dal movimento per fare ulteriori domande al paziente. Inizialmente, si tratterebbe di tradurre in algoritmi il linguaggio del corpo dell’opera di Lowen».  Queste sono le opportunità, ma i rischi? «Sono sicuro che l’intelligenza artificiale farà delle diagnosi quasi perfette ma il rischio è che potrebbe mettere il paziente in condizioni di dipendenza. In pratica, gli algoritmi decideranno per il paziente. L’intelligenza artificiale dovrà accompagnare il paziente. Questo è davvero importante. Non deve dare indicazioni ma continuare a fare delle domande. Come per esempio: Vuoi uscire? E tu sei libero di rispondere sì oppure no» – conclude Arnaldo Giaccio.


#VentureCapital #AI Accompagnare le persone nel percorso di cura. Può farlo oggi un essere umano e potrebbe farlo in futuro un’app senza essere intrusiva @simeoneantonio1
Click To Tweet


DIAGNOSTICA E BLOCKCHAIN

Accompagnare le persone sapendo quello di cui hanno bisogno. Può farlo – oggi – un essere umano e potrebbe farlo – in futuro – un’app senza essere intrusiva. Ma dal punto di vista meramente scientifico? Sappiamo che i grandi gruppi farmaceutici stanno investendo centinaia di milioni di dollari su soluzioni legate alla blockchain e all’intelligenza artificiale. L’idea è di creare un sistema sostanzialmente impossibile da modificare e sul quale far passare tutti i dati da studiare. Comportamenti, incidenza, malattie, e così via. Attraverso Google Trends possiamo già prevedere l’andamento di una epidemia, ma cosa significherebbe andare nel molto piccolo? Come diceva Arnaldo Giaccio, le diagnosi attraverso l’AI potrebbero essere più accurate ma quello che mancherebbe sarebbe l’aspetto empatico. Scientificamente, bisognerebbe andare nel mondo del molto piccolo, studiando il comportamento delle molecole consolatorie (se ci riferiamo alla depressione) e far analizzare dall’AI il circuito della dopamina, che si attiva quando vogliamo qualcosa. Edoardo Boncinelli, il famoso genetista italiano, spiega che la corteccia anteriore del cervello «ha bisogno di dopamina, ma non la produce». La dopamina viene prodotta nella parte posteriore del cervello e, attraverso una strada, arriva alla corteccia frontale. «Questo è il circuito principale del desiderio. Una grossa delusione produce endorfine, non dormire per un certo tempo produce endorfine. Sono tutti tranquillanti naturali, che in alcuni individui vengono prodotti in modo efficace, in altri in modo lento. È ragionevole pensare che chi si accontenta facilmente, e quindi è più sereno, abbia una struttura psicofisica che contempla un immediato appagamento o una brama non eccessiva. Chi non si accontenta mai ha una struttura psicofisica diversa. Ma, detto questo, che cosa ho ottenuto? Per ora, dobbiamo limitarci a osservare e descrivere, senza capire».

INVESTIMENTI

Si passa dunque a un sistema sempre più olistico. Basti pensare all’industria dei venture capital. Negli USA, l’ecosistema riflette una varietà e versatilità di elementi. Gli attori dell’ecosistema sono assai diversi ma legati in maniera orizzontale. In Italia, vige la frammentazione. Gli investimenti sul fintech stanno cominciando a scendere e si sta puntando sulla salute. Quella immateriale. E solo l’intelligenza artificiale nel mondo del non visibile a mio parare può dare una mano importante. E riguardo il ritorno degli investimenti? Ovviamente, è sempre questo l’obiettivo, ma per una volta lasciatemi sognare. Ripenso al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry e al suo incontro con l’uomo di affari che possedeva tutte le stelle. Cosa gli avrebbe domandato la nostra app guidata dall’intelligenza artificiale? «A cosa ti servono? Che te ne fai? Tutto qui»? Sì, proprio come il Piccolo Principe.

L'articolo Il Piccolo Principe e l’intelligenza artificiale proviene da Data Manager Online.

]]>
Cyberwar, c’è chi si prepara https://www.datamanager.it/2018/04/cyberwar-ce-chi-si-prepara/ Wed, 18 Apr 2018 10:54:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146046 Mentre a casa nostra l’emergenza cyber si risolve rimediando all’imprevedibile carenza di tramezzini tonno e pomodoro nel coffee break in uno dei tanti convegni in materia di sicurezza hi-tech, in altri angoli del mondo – non necessariamente oltreoceano – c’è chi il problema lo ha preso sul serio A differenza di quel che accade da […]

L'articolo Cyberwar, c’è chi si prepara proviene da Data Manager Online.

]]>
Mentre a casa nostra l’emergenza cyber si risolve rimediando all’imprevedibile carenza di tramezzini tonno e pomodoro nel coffee break in uno dei tanti convegni in materia di sicurezza hi-tech, in altri angoli del mondo – non necessariamente oltreoceano – c’è chi il problema lo ha preso sul serio

A differenza di quel che accade da noi, dove si è maturata l’erronea convinzione che il tema sia di competenza dell’intelligence (non che non se ne debba occupare…), al di là della Manica ci sono segnali che l’argomento riguardi la Difesa. Proprio il Ministro preposto allo specifico dicastero in questi giorni ha ammesso di aver speso più per servizi e prodotti informatici che per armi e munizioni per le Forze Armate. La dichiarazione – contrastante il bilancio nostrano in cui spese per F35 e dintorni hanno una incidenza inequivocabile – è saltata fuori con la pubblicazione di un rapporto statistico in cui sono state riportate informazioni inerenti i costi sostenuti dal comparto militare britannico nell’ambito dei 35 miliardi di sterline che costituiscono il budget a disposizione.

A provare a far di conto, ci si accorge che nell’anno fiscale 2016/2017 le Forze Armate hanno speso solo 1 miliardo e 150 milioni di “pound” per le dotazioni “tradizionali” e hanno invece totalizzato 1,45 miliardi nel segmento ICT. Un esame attento delle cifre a disposizione evidenzia che la spesa hi-tech, con i suoi +300 milioni rispetto la voce “armi”, ha fatto un significativo balzo in avanti perché nel 2015/16 era invece inferiore di 500 milioni nei confronti delle dotazioni “classiche”. Soltanto le spese per la costruzione e la manutenzione di navi e aerei hanno scavalcato quelle per computer e reti e gli specifici costi non hanno bisogno di dissertazioni a giustificazione della relativa entità.

Senza dubbio l’investimento in tecnologie nel segmento “information and communications” non è sufficiente a regalare serenità a proposito di cybersecurity, ma costituisce un primo segnale importante. I sistemi informativi sono il tessuto connettivo di un paese, le Forze Armate il presidio a salvaguardia, i Servizi Segreti il dispositivo di tempestiva (preventiva) acquisizione di ogni dato o notizia utile a predisporre la difesa o la reazione o a suggerire una eventuale inevitabile prima mossa. Se si hanno chiari questi principi e se non si commette l’errore di mescolare i ruoli degli attori che devono salire sul palcoscenico, ci si può incamminare sul lungo e impegnativo percorso che porta alla capacità di gestire una ipotetica minaccia cibernetica.


#security Emergenza cyber. Siamo messi peggio di Achille. Le nostre “ciabattine infradito” non garantiscono protezione ai troppo vistosi talloni @Umberto_Rapetto
Click To Tweet


Il primo passo – e dovremmo averlo compiuto da tempo – è e rimane quello culturale. È imprescindibile la sensibilizzazione della classe politica, che deve comprendere la fragilità della situazione e le possibili catastrofiche conseguenze di un conflitto non poi così virtuale. È fondamentale la consapevolezza dell’apparato statale, dei gestori delle infrastrutture critiche, dell’impresa privata e dei cittadini che la condizione di belligeranza è inevitabilmente radicata e che occorre una partecipazione proattiva già nei momenti di apparente quiete.

In altri ambiti geografici, la militarizzazione della macchina a tutela del ciclo tecno-biologico nazionale è già avvenuta. La coscienza che la guerra è cominciata non è appannaggio di pochi e magari maldestri addetti ai lavori. Il management pubblico e privato di paesi come Stati Uniti, Russia e Cina ha ben chiari gli obiettivi di convergenza di risorse e idee, ben sapendo che l’ora X è già scoccata. Da noi, si dovrà superare la condizione narcolettica che non ci fa percepire l’effettiva caratura del problema. Non sono farsesche esercitazioni (analoghe alle altrettanto inutili simulazioni di evacuazione antincendio utili solo a far rincontrare in cortile qualche vecchio collega ormai trasferito ad altro piano dello stabile) o patetici “penetration test” concordati per non far danni a dare la patente di “invulnerabilità”. A voler guardare le calzature ai piedi, siamo messi peggio di Achille. Le nostre “ciabattine infradito” non garantiscono protezione ai troppo vistosi talloni.

L'articolo Cyberwar, c’è chi si prepara proviene da Data Manager Online.

]]>
La diversity rivoluzionerà l’industria dei venture capital https://www.datamanager.it/2018/03/la-diversity-rivoluzionera-lindustria-dei-venture-capital/ Thu, 15 Mar 2018 14:45:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143733 I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il […]

L'articolo La diversity rivoluzionerà l’industria dei venture capital proviene da Data Manager Online.

]]>
I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni

Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il mondo, mentre altrettanti numerosi investitori sono alla ricerca di grandi opportunità di investimento. Eppure, i trend di investimento sono in discesa dal 2015 dopo un lungo trend positivo durato dal 2009. Dove sta il problema? Dal 2009 in poi, i dati sugli investimenti dei fondi venture capital in USA sono cresciuti in modo stabile sotto qualsiasi punto di vista. Da un lato i finanziamenti dei VC sono saliti dai 26,7 miliardi di dollari del 2009 ai 79,2 miliardi nel 2015. Questo è stato possibile grazie a un aumento nella dimensione degli investimenti, un trend riassunto nell’espressione simbolo del settore in quell’anno, “Series A is the new Series B”. Inoltre, hanno contribuito a questa crescita le ingenti somme investite nei round d’investimento delle società unicorno, cioè valutate con un valore di oltre un miliardo di dollari, come per esempio Airbnb o WeWork. Dall’altro lato anche il numero di deal conclusi è più che duplicato. Dai 4.458 deal del 2009 si è arrivati a 10.432 nel 2015. Eppure dal 2015 al 2017, c’è stata una grande inversione di tendenza. Sebbene il calo non sia ingente in termini percentuali quanto quello portato dalla crisi del 2008, in termini assoluti è stato ben più pesante, con un calo degli investimenti dai 79,2 miliardi di dollari del 2015 ai 71,8 miliardi nel 2016, e il numero di deal sceso dai 10.432 del 2015 agli 8.637 del 2016. La parte più colpita pare essere quella dei deal provenienti da Angel investors e dai seed. In tutti i casi, ci ritroviamo – per la prima volta dal 2012 – in una situazione in cui i deal seed rappresentano meno della metà del totale dei deal di venture capital.

VENTURE CAPITAL ALLA PROVA DELLE MINORANZE

Questo trend negativo è di particolare rilevanza per gli imprenditori di colore poiché, avendo meno capitale a disposizione per le fasi early-stage, sta diventando uno standard raccogliere finanziamenti da amici e famiglia. Statisticamente, questo rende la vita più difficile alle minoranze. Le statistiche sottolineano queste difficoltà per le minoranze. Di tutti i fondatori di startup che hanno ricevuto finanziamenti negli USA, meno dell’uno per cento sono di colore. Di questa già minuscola porzione, la maggioranza sono uomini, ben l’80 per cento. Vuol dire che le donne di colore rappresentano solo lo 0,2 per cento delle persone che raccolgono capitale per la propria startup in America. Certamente, il fatto che solo il tre per cento dei fondi d’investimento hanno persone di colore a coprire ruoli manageriali non aiuta a migliorare la situazione. Per fortuna, il numero di aziende aperte da persone considerate parte di una minoranza sta crescendo. Tuttavia, secondo un report del Center for Global Policy Solutions, il trend di discriminazione nei confronti delle minoranze risulta in una mancanza di oltre un milione di aziende che potrebbero creare oltre nove milioni di posti di lavoro e 300 miliardi di dollari in stipendi. Nel mondo delle startup, l’aspettativa che i primi finanziamenti arrivino da amici e famiglia sta creando un’inclinazione a una maggiore disparità. Il patrimonio netto medio di un afro-americano è di soli 11.000 dollari, molto inferiori ai 144.000 dei corrispettivi americani bianchi. Di conseguenza, le risorse direttamente accessibili per i primi passi di un imprenditore sono molto diverse in base al colore della pelle già in partenza.


Le cifre dicono che il capitale di rischio rende la vita più difficile alle minoranze. Ma la #diversity rivoluzionerà l’industria dei #VentureCapital – Ecco perché @simeoneantonio1
Click To Tweet


QUANTO LA DIVERSITY CONTA

Il basso numero di afro-americani in posizioni di rilievo presso i fondi venture capital sottolinea la mancanza di diversità nelle aziende del settore. Eppure, la popolazione delle minoranze sta aumentando a dismisura, tanto che ci si aspetta che nel 2044 quelle che oggi sono comunità di minoranza rappresenteranno di fatto la maggioranza della popolazione del paese. La differenza tra le proporzioni nella popolazione e le proporzioni nei team decisionali dei fondi VC, crea una discrepanza che si traduce in pregiudizi basati su percezioni irrilevanti. A peggiorare la situazione è arrivata la nomina di Mark Farrell a sindaco di San Francisco, che viene per l’appunto dal settore dei VC ed è – non a caso – bianco. La sua nomina è arrivata in un periodo tumultuoso. Infatti, è il terzo sindaco ad interim nell’arco di sei settimane. Le polemiche sono nate dal fatto che è stato nominato a discapito di London Breed, che invece è una donna di colore. La situazione è stata ripresa da numerosi quotidiani per l’emblematicità della vicenda proprio al centro della Bay Area, il centro mondiale di startup e VC. Come riporta la ricerca Diversity Matters di McKinsey, i team multi-etnici nei fondi di VC devono essere una priorità assoluta, in quanto producono un aumento dei ritorni economici del 35 per cento. Infatti, alcuni fondi stanno cercando metodi alternativi per valutare le startup. Per esempio, Village Capital ha deciso di raccogliere le opinioni anche di altri imprenditori, e non solo di investitori tradizionali, per quanto concerne le decisini di investimento. Altri, come Chike Ukaegbu, il fondatore dell’acceleratore Startup52, credono che la diversità rivoluzionerà l’industria dei venture capital, e questa rivoluzione metterà al centro le minoranze etniche dando loro le risorse necessarie a crescere.

LA DIVERSITÀ COME PUNTO DI FORZA

Anche Meena Maddali di Connetic Ventures ha tenuto a sottolineare l’importanza della diversity nella composizione dei team. «Le persone investono solo nelle aree che conoscono e nelle persone di cui pensano di potersi fidare. Creare un network solido – e vario – di persone intelligenti è fondamentale per il nostro potenziale successo». Certamente, i numeri parlano chiaramente a favore di fondi VC in grado di fare della diversità un punto di forza. Tuttavia, come riporta Marlon Nichols di Cross Culture Ventures, molti partner dei fondi non capiscono del tutto le potenzialità e decidono di prendersi del tempo per ragionarci su. Questo problema è stato notato anche da Monique Woodard, nonostante sia partner di 500 Startups, una delle società venture capital con la migliore reputazione. Eppure, «l’investimento sulla diversità – ha dichiarato la stessa Woodard – è visto dai partner come una mossa puramente etica, ignorandone però tutti i benefici economici verificati». È forse il caso di prendere ispirazione da uno dei più grandi imprenditori della storia degli Stati Uniti, Henry Ford. La sua definizione di successo era: «Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo». Il mio auspicio è che investitori e imprenditori sappiano trasformare la diversità di ciascuno in energia positiva per lavorare insieme.

L'articolo La diversity rivoluzionerà l’industria dei venture capital proviene da Data Manager Online.

]]>
L’Italia delle Imprese: le cinque aree di intervento per liberare la potenzialità economica del Sistema Italia https://www.datamanager.it/2018/03/litalia-delle-imprese-le-cinque-aree-intervento-liberare-la-potenzialita-economica-del-sistema-italia/ Fri, 09 Mar 2018 13:19:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143158 Dopo il voto del 4 Marzo, il Sistema Italia si appresta a ripartire dai fondamentali solidi sui quali l’economia nazionale ha ripreso a marciare negli ultimi due anni. Euler Hermes, società del gruppo Allianz e leader mondiale dell’assicurazione crediti, attraverso il suo ultimo Report “L’Italia delle Imprese – Outlook 2018” presenta le principali leve macroeconomiche […]

L'articolo L’Italia delle Imprese: le cinque aree di intervento per liberare la potenzialità economica del Sistema Italia proviene da Data Manager Online.

]]>
Dopo il voto del 4 Marzo, il Sistema Italia si appresta a ripartire dai fondamentali solidi sui quali l’economia nazionale ha ripreso a marciare negli ultimi due anni.

Euler Hermes, società del gruppo Allianz e leader mondiale dell’assicurazione crediti, attraverso il suo ultimo Report “L’Italia delle Imprese – Outlook 2018” presenta le principali leve macroeconomiche che potranno consentire al Paese di liberare tutto il potenziale economico per proseguire sul sentiero virtuoso della crescita a un ritmo più elevato.

“In un contesto congiunturale europeo positivo, grazie alla ripresa degli scambi e alle condizioni monetarie e finanziarie accomodanti, possiamo prevedere per l’Italia altri due anni di ciclo positivo con una crescita del PIL del +1,4% nel 2018 e +1,2% nel 2019. L’economia sarà sostenuta dai consumi privati che ritorneranno in terreno positivo (+1,0%), dagli investimenti (+4,4%) e dalle esportazioni (+4,4% in termini reali)” – dichiara Ludovic Subran, Chief Economist di Euler Hermes. Nello studio Euler Hermes presenta cinque macro-aree di intervento per accrescere il potenziale del sistema economico nazionale.

#1 Aumentare il potere d’acquisto.

Sebbene i consumi privati siano stati il principale motore della crescita, negli ultimi anni il potere d’acquisto delle famiglie si è rivelato inferiore rispetto a quello delle controparti europee. Si potrebbe
procedere con l’adozione di un regime per le imposte sul reddito più graduale rispetto a quello attuale (dal 23% al 43%) per liberare ulteriore potere d’acquisto. Inoltre, il livello dei prezzi dell’energia al consumo, per esempio, rimane ancora superiore a quello della Francia e della Spagna. Lo stesso vale per il settore dei servizi di pubblica utilità, in cui i prezzi non si sono adeguati rispetto ad altri paesi dell’area euro. Riformare ulteriormente entrambi i settori con una maggior liberalizzazione contribuirebbe a diminuire la rigidità dei prezzi e a garantire un maggiore potere d’acquisto alle famiglie.

#2 Sbloccare finanziamenti e investimenti.

Le banche italiane si trovano in una posizione decisamente migliore rispetto a un anno fa. Lo stock totale delle sofferenze (NPL) è diminuito notevolmente (di 104 miliardi di euro, attestandosi a 274 miliardi di euro). Nonostante ciò, la maggioranza delle sofferenze continua a essere di natura aziendale (70%): una soluzione potrebbe essere migliorare le regole sul collaterale per i prestiti alle imprese, intervento che faciliterebbe la valutazione e la vendita degli NPL consentendo agli Istituti di credito di migliorare l’erogazione del credito alle imprese. Sempre sul tema degli investimenti e sulla scia del successo dei PIR nel 2017 (Piani Individuali di Risparmio) sarebbe possibile creare nuovi prodotti di investimento.

#3 “Crescita per tutti”: puntare sulle PMI.

Le PMI potrebbero giocare un ruolo ancora più decisivo per il rilancio del Paese a patto che si adottino provvedimenti concreti di sostegno e misure per rendere la loro vita più semplice. Si potrebbe immaginare di ritoccare ancora verso il basso l’aliquota delle imposte da reddito, rendendola ancora più graduale, così come si potrebbero mitigare maggiormente gli oneri sociali a carico del datore di lavoro, migliorando così la competitività delle PMI sui mercati internazionali. Un tema cruciale sono i tempi di pagamento tra imprese: il tempo medio di incasso (DSO) è di 85 giorni rispetto ad una soglia nazionale di 30 giorni. Si potrebbe ipotizzare un incentivo fiscale o addirittura uno sgravio fiscale per le aziende che riescono a ridurre i ritardi di pagamento a un livello accettabile. Al tempo stesso, anticipare la fatturazione elettronica obbligatoria al gennaio 2019 rappresenterebbe un importante passo in avanti.

“Grazie al miglioramento del clima economico le imprese italiane sono più affidabili nei pagamenti commerciali, nonostante alcune problematiche non siano ancora state risolte come, ad esempio, il rientro dei debiti della Pubblica Amministrazione. Il trend delle abitudini di pagamento a livello nazionale è in miglioramento da cinque anni a questa parte e il numero delle insolvenze è calato di conseguenza (-12% nel 2017, -10% nel 2018). A livello territoriale risultano più penalizzate le regioni meridionali, mentre le aziende più vocate all’export si avvantaggiano del miglioramento degli scambi internazionali. La riduzione dei crediti in sofferenza e la conseguente riforma delle procedure fallimentari dovrebbero dare nuova linfa alle banche e al sistema produttivo nei prossimi mesi, contribuendo a una gestione più efficiente del capitale circolante delle imprese. Il fermento che si riscontra nelle start-up è un altro elemento virtuoso della nostra economia, in particolare per quanto riguarda l’innovazione tecnologica (ICT) e negli investimenti esteri. I maggiori rischi all’orizzonte sono al momento ravvisabili nella fine dei programmi di allentamento monetario europei, in particolare per i settori più indebitati e interest sensitive quali le utilities e le costruzioni” – commenta Massimo Reale, Direttore Commerciale Euler  Hermes Italia.

#4 Valorizzare il Brand Italia.

Il coraggio delle riforme e le iniziative mirate a rendere il “Sistema Italia” più attraente stanno portando alcuni frutti, ma il Paese necessita di una strategia e di un piano per migliorare la propria immagine per quanto riguarda burocrazia, procedimenti giudiziari e settori protetti. Il tutto con l’obiettivo di migliorare l’attrattività del “Sistema Italia”. Inoltre, sul fronte Export c’è la necessità di trasformare l’attuale piattaforma in una vera e propria priorità nazionale. I risultati anche nel 2018 saranno ancora una volta da traino per l’intera economia del Paese, con le esportazioni del settore macchinari e attrezzature che aumenteranno di altri 6,9 miliardi di euro rispetto al 2017, seguite da quelle del settore chimico (+4,6 miliardi di euro) e tessile (+3,4 miliardi di euro).

#5 Costruire l’#ItalianTech.

L’Italia si classifica al ventinovesimo posto (tra 115 paesi) nell’Indice di Digitalizzazione Euler Hermes (EDI). Le performance della logistica e il contesto economico stanno migliorando, ma la qualità della connettività lascia ancora a desiderare. Tuttavia, innovazione (inclusa ricerca e sviluppo, qualità della ricerca scientifica) e competenze dei lavoratori (inclusa educazione secondaria e terziaria e formazione) sono asset importanti. “Il Piano Industria 4.0 ha fornito lo stimolo necessario anche sul fronte degli investimenti tecnologici ma “l’innovazione all’italiana” è un marchio che deve essere rafforzato, grazie a maggiori crediti d’imposta per Ricerca e Sviluppo, incentivi fiscali per le start- up e le PMI innovative, i poli di innovazione digitale e di competitività, insieme a una robusta infrastruttura digitale a livello nazionale” – conclude Subran.

L'articolo L’Italia delle Imprese: le cinque aree di intervento per liberare la potenzialità economica del Sistema Italia proviene da Data Manager Online.

]]>
5 domande per 10 CIO https://www.datamanager.it/2018/02/5-domande-10-cio/ Tue, 13 Feb 2018 15:25:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=141013 I CIO italiani giocano in attacco o difesa? Dieci domande per affrontare le sfide del 2018. Dieci CIO raccontano la loro experience sul campo. Schemi di gioco, investimenti e scelte strategiche che caratterizzano l’azione dell’IT al fianco del business come funzione non solo abilitante ma propulsiva della trasformazione digitale. Obiettivo? Diminuzione dei costi operativi, prodotti […]

L'articolo 5 domande per 10 CIO proviene da Data Manager Online.

]]>
I CIO italiani giocano in attacco o difesa? Dieci domande per affrontare le sfide del 2018. Dieci CIO raccontano la loro experience sul campo. Schemi di gioco, investimenti e scelte strategiche che caratterizzano l’azione dell’IT al fianco del business come funzione non solo abilitante ma propulsiva della trasformazione digitale. Obiettivo? Diminuzione dei costi operativi, prodotti più dinamici, servizi più personalizzati, clienti più fedeli

La tecnologia è embedded in ogni aspetto del digital business del futuro. E il business è alla ricerca di un nuovo equilibrio fra mondo fisico e digitale. La combinazione di persone, device, contenuti e servizi viene da più parti definita come la “maglia digitale intelligente” dalla quale scaturiranno le soluzioni più innovative. Dai CIO italiani arriva una lezione importante. Nella corsa al cambiamento e alla trasformazione dei modelli di organizzazione e di delivery dell’IT, bisogna avere chiara l’idea di futuro. Davanti alle sfide della sicurezza, della protezione dei dati, della servitization e dell’intelligenza artificiale, i CIO devono svolgere il ruolo di service provider, business partner e digital leader per far evolvere l’intera organizzazione. Grazie al contributo di Fabio Rizzotto, head of local research and consulting di IDC Italia, abbiamo letto le risposte dei CIO, confrontando i loro feedback con le tendenze attuali dei mercati tecnologici e i dati che emergono dagli Insights sui settori verticali. «Siamo al “secondo capitolo” della Digital Transformation» – ci spiega Fabio Rizzotto. «Le imprese stanno imparando a ragionare con logiche “digital native enterprise” su fronti di innovazione multipli. Nuove sfide e opportunità si aprono per i CIO e i manager impegnati nel complesso cammino dell’innovazione». Il tema dell’economia data-driven si ripresenta in toni ancora più vivaci con il paradigma “new data-centric”, introducendo nuove logiche competitive in tutti i settori e processi. «Le aziende italiane non stanno a guardare e si stanno muovendo con una certa determinazione» – afferma Rizzotto. E soprattutto, da questo dossier, emerge un’indicazione utile per i vendor, che suona come un consiglio o un avvertimento. I CIO sono consapevoli della riconquistata centralità dell’IT e del loro ruolo di “decisori attivi” e quindi non vogliono decidere sotto il pressing delle tendenze della tecnologia, ma vogliono assicurarsi che gli investimenti nel 2018 guidino il valore del business e conducano a una vera innovazione di business. E ogni azienda ha la propria ricetta segreta per discutere e individuare i migliori investimenti.

#1  CHI DECIDE GLI INVESTIMENTI?

Ai CIO è richiesto di migliorare il modo di allineare gli investimenti IT alla business strategy. Ma è difficile farlo, quando in molte aziende italiane la funzione IT dipende dal CFO e il CIO resta fuori dal board. Fabio Rizzotto di IDC Italia sottolinea su questo tema che, in un quadro incerto, le aziende leader nei processi di Digital Transformation a livello globale e nazionale sapranno agire su tre dimensioni che consentiranno di cogliere nuove opportunità e crescere nell’economia digitale. La prima è il concetto di “scale” che si misura con la capacità di lanciare prodotti e servizi digitali, a costi marginali contenuti, che possono espandersi rapidamente (o contrarsi al tempo stesso) grazie anche all’amplificazione che clienti e partner sono in grado di attivare. Il tema dello “speed” è anch’esso noto e si concretizza in processi digitali automatizzati che garantiscono continuità e meccanismi fluidi lungo le varie fasi, dal design alla creazione al lancio sul mercato di nuove offerte. Non ultimo, il tema dello “scope”, che inizia a caratterizzare la reale convergenza tra mondo fisico, asset e principi digitali, dove le risorse tecnologiche, aziendali, umane sono combinate per attivare e crescere sul mercato attraverso nuove forme di business.

L’IMPERATIVO CATEGORICO: COST SAVING

Piergiuseppe Delfino CIO di Aubay Italia – www.aubay.it

«Da sempre, Aubay è particolarmente attenta alle tematiche dell’innovazione. Quest’anno, con l’acquisizione del ramo di azienda di ADS Assembly, affronteremo anche le tematiche legate al 5G e l’imminente assoggettamento al GDPR. Ai CIO è richiesto di migliorare il loro contributo al business, anche se in molti casi questo contributo si traduce in una domanda di riduzione dei costi. Tenere il CIO “fuori” dal board è un gravissimo errore che molte aziende fanno, soprattutto in Italia. Non è il caso di Aubay. Nel 2017, abbiamo fatto un grande investimento, che ci è servito a consolidare l’IT in un data center primo per livello e struttura in Italia. Questo ci farà risparmiare fatica e costi».

L’ALLINEAMENTO CON IL BOARD È FONDAMENTALE

Giovanni Tedesco CIO di Editoriale Domus – www.edidomus.it

«Nel nostro caso specifico, l’IT dipende direttamente dall’AD e gli investimenti aziendali vengono concordati direttamente nel board aziendale e con l’AD. L’allineamento con il board è fondamentale per instaurare un processo virtuoso tra IT e le altre funzioni aziendali. L’IT si configura alla pari delle altre funzioni come un’unità di business e non più solo come servizio».

DECIDERE INSIEME PER INVESTIRE

Aurelio Mora CIO di DHL – www.dhl.it

«Nel caso di Deutsche Post – DHL, il CIO è parte del board di direzione (o CdA). Gli investimenti possono essere decisi sia localmente che centralmente, sulla base della presentazione di business case, che vengono analizzati mensilmente. Per gli investimenti locali, c’è un apposito board chiamato “Business Development” dove si segue un processo simile».

CONDIVIDERE STRATEGIE E INVESTIMENTI

Massimo Fedeli CIO direzione centrale per le tecnologie informatiche e della comunicazione di ISTAT –  www.istat.it

«In Istat, la pianificazione IT viene fatta dal CIO. In Istituto, c’è un approccio inclusive. Tutti i direttori fanno parte del board, potendo condividere strategie e investimenti. Questo consente un costante allineamento tra obiettivi di business e investimenti IT».

FAR SENTIRE LA PROPRIA VOCE

Claudio Paganelli head of ICT & information security manager di Metaenergia – www.metaenergia.it

«Anche io, nella mia realtà, non riporto direttamente al board, ma non per questo non posso far sentire la mia voce. Forse, non avrò “accesso” a tutte le strategie aziendali, ma per evitare di rimanere estromesso anche da quelle importanti, ho sviluppato un approccio di tipo “push”. Conoscendo il nostro modello di business e il nostro mercato, sono io che propongo cambiamenti e innovazioni per migliorare il servizio verso i clienti e ottimizzare i processi interni».

L’ELEMENTO CHIAVE È LA FIDUCIA

Lorenzo Cibrario CIO, Università Vita-Salute San Raffaele – www.unisr.it

«I problemi dei rapporti tra CIO e board stanno riducendosi, pur avendo le stesse radici da anni. Le difficoltà, che i CIO incontrano, sono dovute a problemi di gap culturale tra chi conosce le tecnologie e chi difficilmente le vede come un investimento. Le decisioni sugli investimenti vengono prese con metodologie sia bottom-up, dando seguito ad analisi condotte di concerto tra le unità operative e l’IT per trovare vie di efficienza su processi esistenti o per creare nuovi metodi, sia top-down, dando corso alle decisioni del board su nuove attività. L’elemento chiave di entrambe le metodologie è la fiducia che deve crearsi tra IT e il resto dell’azienda, con l’IT che deve essere consulente interno, capace di immaginarsi criteri per agevolare il business. Fiducia è la parola su cui le aziende costruiscono la collaborazione e da questa, le nuove tecniche di gestione».

ESSERE PROTAGONISTI DEL CAMBIAMENTO

Paolo Beatini CIO di Grandi Navi Veloci – www.gnv.it

«Credo che questo aspetto complichi notevolmente le attività di un CIO: diventa difficile allineare la business strategy agli investimenti IT. Ritengo che l’approccio più corretto sarebbe di avere anche una business IT strategy studiata e condivisa con il board. Nella nostra azienda, diverse persone dell’area IT partecipano agli incontri strategici. Nei casi migliori, contribuiscono alla definizione della strategia, in quelli peggiori, quanto meno riescono a coordinare le attività IT con le direttive aziendali e non a subirle».

L’IT COME ELEMENTO PROPULSIVO

Pietro Amorusi CIO D’Amico Shipping Group – www.damicoship.com

«La relativa difficoltà del CIO a trovare una fasatura perfetta e pianificata tra il suo lavoro e le esigenze del business è un fatto reale, molto spesso figlio delle ridotte dimensioni delle aziende ma ancora di più di visioni strategiche che fanno fatica a considerare l’IT come elemento propulsivo, anziché solo abilitante. A mio avviso, la maggiore sfida consiste nel riuscire efficacemente a pensare insieme: il confortevole ruolo di “problem solver” è allo stesso tempo scontato e insufficiente, le possibilità che siamo in grado di mettere a disposizione dell’azienda sono troppe, troppo vaste e troppo complesse (spesso anche per noi) perché uno qualsiasi degli attori in campo, da solo, possa vederne in autonomia le opportunità. Dal lato opposto, una eccessiva invadenza di persone che non sono “del mestiere” genera il rischio di una sorta di rigetto da parte degli uomini del business, che possono facilmente sentirsi infastiditi da una proposizione al di fuori della propria sensibilità quando non, in caso di successo, sminuiti nel proprio ruolo. È fondamentale che le competenze di ognuno siano maggiormente ibridizzate. L’IT e il business devono assolutamente trovare una piattaforma semantica comune. I rischi sono elevatissimi e costosi, come l’arroccamento dell’IT sulle proprie specificità e la tendenza dei reparti di business al “fai da te”. In epoca di consumerizzazione spinta, e servizi cloud chiavi in mano, la babele è sempre dietro l’angolo. Nella mia azienda, che è molto piccola in termini di struttura a terra, la problematica è percepita in modo consapevole. I progetti degli ultimi anni hanno visto una sempre maggiore interazione. E gli sforzi per costruire un percorso comune stanno pagando».

PIÙ AUTONOMIA SUGLI INVESTIMENTI

Mirco Destro group CIO di Beltrame Group – www.gruppobeltrame.com/it

«Se la direzione IT è vista come centro di costo è più complesso incidere sulla business strategy. Ma non è impossibile! La mia attuale azienda rimane sicuramente lungimirante e il dipartimento IT mantiene la totale autonomia nella decisione sugli investimenti IT».

ALLINEARE IT E STRATEGIA DI BUSINESS

Gian Luigi Sangermani CIO di Silvano Chiapparoli Logistica – chiapparoli.it

«La nostra azienda ha da anni istituito un Comitato Direzionale Strategico (CDS) che si incontra periodicamente per definire obiettivi e strategie. A questo tavolo, il CIO è presente. Uno degli obiettivi del CDS è proprio quello di allineare gli investimenti IT alle strategie di business».

#2   L’IT TORNA A GIOCARE UN RUOLO DI REGIA?

I CIO coinvolti nel dossier ritengono centrale migliorare la pianificazione strategica, la gestione dei prodotti, la gestione dei servizi e la governance. L’IT deve essere percepito come partner della strategia aziendale, e non come il “solito” centro di costo. Nel loro complesso, i CIO chiedono che l’IT, alla luce della sfida della complessità, torni a svolgere un ruolo di regia, in grado di trainare le decisioni di business. Fabio Rizzotto di IDC Italia spiega che la richiesta di “assumere il ruolo di regista” dovrà necessariamente intrecciarsi con altre sfide tecnologiche, di business, di sicurezza, di rischio, di competenze e di approccio. In questo senso, cambiano le logiche di project management ed evolvono in chiave “design thinking” e “design approach”. «La flessibilità in tutte le sue sfaccettature dovrà essere denominatore comune per attivare un mindset culturale e di processo improntato al dinamismo, in cui nuove attitudini e capability tecnologiche troveranno massima espressione».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Siamo al “secondo capitolo” della Digital Transformation. Le imprese stanno imparando a ragionare con logiche “digital native enterprise – Fabio Rizzotto @IDCItaly
Click To Tweet


GESTIRE IL CAMBIAMENTO CONTINUO

Piergiuseppe Delfino CIO di Aubay Italia

«L’IT deve giocare un ruolo di regia. La visione di un CIO non può che portare beneficio all’azienda. In un processo di cambiamento continuo, l’IT ha un ruolo primario nel tenere sempre “online” l’azienda con innovazione e tutela delle informazioni».

APPROCCIO AGILE AL PROGETTO

Giovanni Tedesco CIO di Editoriale Domus

«La governance è uno dei temi “core” nella gestione aziendale e di progetti. È necessario che tutte le componenti del progetto siano “committed” e siano attive figure di “key user” nelle varie aree con una forte motivazione, competenze adeguate e un approccio agile al progetto. L’IT in quanto parte di tutti i processi aziendali bottom-up, è parte fondamentale di questa regia».

PARTECIPARE ALLE DECISIONI

Aurelio Mora CIO di DHL

«L’IT è sempre di più inserito nei processi aziendali in ottica strategica e quindi deve partecipare alle decisioni importanti di tutta l’azienda».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Mobility, CRM e building automation. Decidere insieme per investire – Aurelio Mora @DHLExpressItaly
Click To Tweet


DIGITAL FIRST

Massimo Fedeli CIO direzione centrale per le tecnologie informatiche e della comunicazione di ISTAT

«Nel nostro contesto, l’IT funge da indirizzo e guida con un approccio digital first. Il nostro è un contesto di ricerca, e quindi anche nel campo IT le nuove soluzioni tecnologiche sono costantemente provate per verificare nuovi approcci/soluzioni nel campo della statistica».

L’IT È UN ECOSISTEMA COMPLESSO

Claudio Paganelli head of ICT & information security manager di Metaenergia

«L’IT oggi è un ecosistema complesso che non comprende “solo” tecnici ma anche gestionali. Sempre di più le divisioni IT comprendono “senior project manager” che si occupano di seguire sia i progetti interni tecnologici, di sicurezza e soprattutto di sinergia e coinvolgimento con le altre business unit».

I CIO SONO I DRIVER DEL CAMBIAMENTO

Lorenzo Cibrario CIO, Università Vita-Salute San Raffaele

«L’IT e in particolare i CIO sono i driver del cambiamento che oggi passa obbligatoriamente per la trasformazione digitale. A tal fine servono capacità di analisi, conoscenza del business, fiducia e capacità di agevolare il cambiamento. La regia dei progetti deve essere condotta da manager che conoscano le tecnologie in modo da trarne il massimo vantaggio».

EQUILIBRIO TRA CONSERVAZIONE ED EVOLUZIONE

Paolo Beatini CIO di Grandi Navi Veloci

«Le divisioni IT si muovono in un ambiente complesso che da un lato richiede il mantenimento delle performance raggiunte, mentre dall’altro spinge per inserire nuovi processi potenzialmente dirompenti per i sistemi. In questo panorama, i CIO e gli IT manager dovrebbero cercare di utilizzare il pragmatismo per aiutare le aziende a innovare stabilmente processi e proposte commerciali spingendosi a utilizzare maggiormente le proprie competenze di business».


#CIO #PRIORITÀ #2018 IOT, cybersecurity e risk management. Essere protagonisti del cambiamento – Paolo Beatini @GNVtraghetti
Click To Tweet


UNA REGIA CORALE

Pietro Amorusi CIO D’Amico Shipping Group

«Se i progetti sono veramente complessi, probabilmente anche la loro regia dovrà essere un lavoro corale. Al di là del crudo project management, il ruolo chiave è più che mai in capo ai comitati direttivi, che si trovano pertanto a estendere ancora di più il loro ruolo e spesso a dover inglobare anche competenze specifiche».

UNA VISONE A 360 GRADI

Mirco Destro group CIO di Beltrame Group

«Da anni la tecnologia è pregnante in ogni area e risulta essere un fattore abilitante. Il CIO ha una visione a 360 gradi su tutte le direzioni aziendali ed è sempre più uno dei candidati alla regia in molti progetti di business, soprattutto in quelli dove la natura tecnologica, organizzativa e/o di processo risultano predominanti».

IL CIO COME ORCHESTRATORE

Gian Luigi Sangermani CIO di Silvano Chiapparoli Logistica

«Sono fortemente convinto che il CIO può e deve avere un ruolo di regia proprio perché il dipartimento IT è l’unico ad avere una visione globale dei processi aziendali. Processi complessi richiedono una corretta “armonizzazione” tra le varie linee di business che l’IT è in grado di garantire».


#CIO #PRIORITÀ #2018 ottimizzazione e qualità dei processi. Allineare IT e strategia di business – Gian Luigi Sangermani #ChiapparoliLogistica
Click To Tweet


#3   I CIO ADOTTERANO LA “MAGLIA DIGITALE INTELLIGENTE”?

Per “maglia” intendiamo quel reticolo di connessioni tra un gruppo in espansione di persone, aziende, dispositivi, contenuti e servizi per fornire risultati al business. Per “digitale”, facciamo riferimento a quel mix di infrastrutture, canali ed esperienze virtuali e reali, online e offline, che contribuiscono a creare un ecosistema unico di relazioni e conoscenza. E quando usiamo l’aggettivo “intelligente” vogliamo rapportarci a tutto quell’universo di applicazioni e sistemi potenzialmente autonomi che una volta andavano sotto la definizione di “sistemi esperti” e che oggi nella vulgata giornalistica “tech-pop” chiamiamo indistintamente “intelligenza artificiale”, e il cui livello di adozione – soprattutto tra i CIO italiani – sembra essere ancora basso.

L’Internet of Things (IoT), l’apprendimento automatico, l’analisi dei dati avanzata e altre tecnologie all’avanguardia entrano nel mainstream aziendale. Questo permette di automatizzare il lavoro, non solo in un’ottica di sostituzione, ma soprattutto di valorizzazione delle risorse. In molti, ci hanno segnalato che nel 2018 punteranno sulle relazioni da ottimizzare con i mondi marketing e finanza. I CIO devono sforzarsi di trasformare la loro rete di relazioni in un moltiplicatore di forze per se stessi, i loro colleghi e la loro organizzazione. Oltre a questo, i CIO devono costruire le loro reti personali e professionali, sviluppando network con altri CIO all’interno e all’esterno del proprio settore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per far emergere idee nuove e spunti di riflessione rilevanti da riportare in azienda. Anche in Italia, stiamo assistendo all’imprevedibilità delle regole del business digitale che viene continuamente disegnato, con percorsi non più lineari ma esponenziali. «Le pressioni su architetture e sistemi IT esistenti sono note» – commenta Fabio Rizzotto di IDC Italia. «Ma ancora più evidente è il bisogno di guardare all’insieme di paradigmi tecnologici, acceleratori dell’innovazione, machine learning, multicloud, competenze “aumentate”, e un insieme di attori e influencer a corollario del proprio business che trasforma il proprio ecosistema in una potenziale galassia di relazioni».

L’INTELLIGENZA DEL TEAM

Piergiuseppe Delfino CIO di Aubay Italia

«Credo che l’intelligenza stia nel team IT e nel suo responsabile. Tutti a parlare di automi, AI, bot. Ma stiamo con i piedi per terra. In azienda, ci sono cose più pratiche da fare».

LA MAGLIA “COSTRITTIVA”

Giovanni Tedesco CIO di Editoriale Domus

«Sicuramente, sarà un modello interessante. Vedremo. Al momento, per esperienza diretta e indiretta, l’IT viene percepita come una maglia “costrittiva”. In questi contesti aziendali, spesso le business unit lavorano “a silos”, senza uno scambio di informazioni completo e in assenza di una vera governance. Per raggiungere l’obiettivo della “maglia digitale intelligente”, occorre concludere un processo di cambiamento, che deve portare le aziende a lavorare come un tutt’uno, senza più silos, aprendo alla condivisione delle informazioni, degli obiettivi e delle strategie. Il processo di cambiamento deve portare a rivedere i processi esistenti, sia per leggere nel digitale un’opportunità, e non una minaccia, e sia per trovare nelle risorse e nelle informazioni presenti in azienda nuove idee che, supportate da sistemi dinamici e innovativi, potranno dare linfa al business».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Continuous improvement. L’allineamento con il board è fondamentale – Giovanni Tedesco #edidomus
Click To Tweet


INNOVARE PER COMPETERE

Aurelio Mora CIO di DHL

«Anche da noi la digitalizzazione è ormai una strategia che tocca tutte le attività innovative».

ARMONIZZARE I DATI

Massimo Fedeli CIO direzione centrale per le tecnologie informatiche e della comunicazione di ISTAT

«L’Istat è per sua natura al centro di un “reticolo”, visto che funziona da raccordo tra i vari uffici statistici della pubblica amministrazione centrale e locale, nell’ambito del sistema nazionale di statistica. Inoltre, fa parte del network Eurostat, e quindi ha contatti continui e collaborazioni con gli altri sistemi di statistica. Per noi è quindi fondamentale alimentare e contribuire allo sviluppo del network».

INTEGRAZIONE E INNOVAZIONE

Claudio Paganelli head of ICT & information security manager di Metaenergia

«Sicuramente l’IT giocherà, anche nel 2018, un ruolo fondamentale di integrazione e innovazione. Se guardiamo per esempio gli aspetti di sicurezza, ci rendiamo conto che la “maglia” che lega persone, cose e informazioni è sempre più stretta e richiede investimenti sia tecnologici che di soft skill. Le aziende dovrebbero vedere il processo di digitalizzazione non solo come un’opportunità, ma soprattutto come una necessità per rimanere competitive».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Virtualizzazione e cloud. Far sentire la propria voce ne board – Claudio Paganelli #Metaenergia
Click To Tweet


EQUILIBRIO TRA PERSONE E TECNOLOGIA

Lorenzo Cibrario CIO, Università Vita-Salute San Raffaele

«Le metodologie di gestione dipendono da più fattori e vanno adeguate alle dimensioni aziendali, alla cultura aziendale e al business in cui si opera. Le strutture a matrice falliscono in contesti fortemente regolamentati. Le strutture gerarchiche funzionano meglio, laddove il mercato richiede tempi rapidi. La società dovrà trovare un equilibrio tra persone e tecnologia, oggi ancora lontano dall’essere individuato. Manager illuminati possono condurre le aziende per le vie giuste, facendo crescere il patrimonio umano e utilizzando al meglio le tecnologie che il mercato offre».

PIÙ FLESSIBILITÀ E INTEGRAZIONE

Paolo Beatini CIO di Grandi Navi Veloci

«Per essere realista, penso che nel 2018 questo nuovo modello possa essere una tendenza. Non credo che sarà possibile, nel corso dell’anno, avere un’accelerazione così importante nelle aziende italiane. Certamente, andiamo verso una sempre più evoluta integrazione di strumenti e persone con aumentate richieste di flessibilità, disponibilità e facilità d’uso».

L’IT DIVENTA LIQUIDO

Pietro Amorusi CIO D’Amico Shipping Group

«Concordo pienamente, dobbiamo accettare l’idea di IT “liquido”, che in quanto tale abbia facilità di penetrazione nei metodi e nelle strategie dei reparti di business e che da questi si faccia più facilmente permeare proprio allo scopo di costituire quell’unicum complesso in grado di dare realmente all’azienda armi decisive nel confronto con il mercato».


#CIO #PRIORITÀ #2018 IOT, Big data e intelligenza artificiale. L’it come elemento propulsivo non solo abilitante – Pietro Amorusi #damicoship
Click To Tweet


IL SISTEMA NERVOSO AZIENDALE

Mirco Destro group CIO di Beltrame Group

«Il mondo e le aziende evolvono. Tutto è sempre più connesso e più alla “portata di mano”. L’IT, a mio avviso, rimane il sistema nervoso aziendale ma sempre più senziente e dotato di intelligenza: saperne sfruttare le potenzialità, porterà un vantaggio competitivo insormontabile».

WORK IN PROGRESS

Gian Luigi Sangermani CIO di Silvano Chiapparoli Logistica

«Personalmente, considero questo modello ancora una tendenza, quindi non sufficientemente maturo per avere realmente un’interconnessione che riesca a dare risultati oggettivi nell’arco del 2018. È senz’altro un modello che si svilupperà negli anni successivi e che la nostra azienda sta osservando attentamente».

#4   COME E DOVE I CIO ITALIANI INVESTIRANNO DI PIÙ?

Adozione di nuove soluzioni, soprattutto in ambito analytics, modernizzazione delle applicazioni legacy, istituzionalizzazione dell’approccio DevOps, miglioramento della data strategy, integrazione e armonizzazione dei sistemi, dopo operazioni di fusione o di acquisizione. Sono queste alcune delle priorità ricorrenti sull’agenda dei CIO per il 2018. Denominatori più frequenti sono l’aspirazione a un’automazione crescente e il nuovo impulso alla migrazione o al consolidamento di applicazioni sul cloud. Ma il “mantra” pressoché universale è quello di migliorare la sicurezza.

Fabio Rizzotto di IDC Italia fa notare che a livello mondiale il 75 per cento dei CIO metterà in cima alla lista delle cose da fare, nuove iniziative di “data monetization”, sperimentazione di nuove logiche di “experiential engagement” e approcci di “digital business at scale” per fare un salto di qualità nella competizione digitale. Il ripensamento degli equilibri sarà una costante. Non solo. Secondo IDC, entro il 2019, il 60 per cento dei CIO avrà messo in atto il “re-platforming”, una revisione completa delle architetture che regolano il funzionamento di infrastrutture e applicazioni, facendo leva su cloud, mobile, DevOps.

GDPR, SICUREZZA E COLLABORATION

Piergiuseppe Delfino CIO di Aubay Italia

«GDPR anzitutto, poi Wi-Fi, videoconferenza, telepresence ed e-learning, con attenzione al tema formativo dei dipendenti su temi specifici della sicurezza. Focus continuo sulla diminuzione dei costi delle sedi aziendali – oggi “dannazione” – di tutti i CIO. E poi le infrastrutture, i cablaggi e tutte quelle cose che hanno una necessità ovvia di gestione e manutenzione, ma ti obbligano a una rigidità che va superata. Il BYOD è stato un tentativo, ma non un vero successo».


#CIO #PRIORITÀ #2018 GDPR, sicurezza e collaboration. L’imperativo categorico: cost saving – Piergiuseppe Delfino #AubayItalia
Click To Tweet


CONTINUOUS IMPROVEMENT

Giovanni Tedesco CIO di Editoriale Domus

«GDPR, sicurezza e processi sono tra i temi principali. Congiuntamente ad azioni di valorizzazione e monetizzazioni dell’enorme patrimonio dati presenti in azienda e “continuous improvement” dei processi già in essere.

MOBILITY, CRM E BUILDING AUTOMATION

Aurelio Mora CIO di DHL

«Gli investimenti saranno rivolti alla rete operativa con nuove sedi presso gli aeroporti (Malpensa e Venezia per primi, HQ e altri seguiranno dopo) per un totale di 300 milioni di euro. In queste nuove sedi, avremo soluzioni innovative per videoconferenze, rilevazione presenze, automazione building etc. Come IT, parteciperemo a queste iniziative, e ci concentreremo sulla installazione di nuove soluzioni globali quali il nuovo sistema finanziario, soluzioni Oracle per HR, email management, chat, soluzione su smartphone per i dipendenti. In aggiunta, avremo una nuova soluzione chiamata MYDHL+ che è un portale digitale che servirà più di 70mila clienti da marzo 2018».

BIG DATA E ANALYTICS

Massimo Fedeli CIO direzione centrale per le tecnologie informatiche e della comunicazione di ISTAT

«Nel 2018 abbiamo messo in cantiere un grosso investimento su Big data e analytics».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Big data e analytics. Condividere strategie e investimenti – Massimo Fedeli @istat_it
Click To Tweet


VIRTUALIZZAZIONE E CLOUD

Claudio Paganelli head of ICT & information security manager di Metaenergia

«Per il 2018 continuerà il processo di digitalizzazione (virtualizzazione e cloud) con una forte spinta sulla parte industriale e IoT».

ANALYTICS, AI E ASSET MANAGEMENT

Lorenzo Cibrario CIO, Università Vita-Salute San Raffaele

«Gli investimenti del 2018 si svilupperanno su diverse linee: strumenti di behaviour analytics per contrastare l’evoluzione dei malware e degli attacchi sempre più evoluti; strumenti di supporto al business come chatbot e sistemi che utilizzino algoritmi di intelligenza artificiale per sollevare le risorse umane dai compiti a minor valore aggiunto; strumenti di monitoraggio degli asset, analisi dei trattamenti, gestione dei consensi, in ottica di GDPR, tema portante del 2018».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Analytics, AI e asset management. L’elemento chiave è la fiducia – Lorenzo Cibrario @MyUniSR
Click To Tweet


 

IOT, CYBERSECURITY E RISK MANAGEMENT

Paolo Beatini CIO di Grandi Navi Veloci

«Per il 2018, un argomento di prioritaria importanza sarà la cybersecurity, l’entrata in vigore del GDPR e la sempre più importante apertura verso l’esterno delle aziende avrà come nodo centrale la fiducia digitale. Gli altri temi da affrontare, se si vuole garantire alla propria azienda un percorso di crescita, saranno legati all’IoT e allo sviluppo di API rivolte agli interlocutori esterni, per consentire una più rapida e completa attivazione della digital transformation».

IOT, BIG DATA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Pietro Amorusi CIO D’Amico Shipping Group

«Il nostro è un settore molto particolare. L’attenzione nel 2018 e, credo, anche negli anni a venire sarà particolarmente focalizzata sulla transizione delle flotte da una sostanziale arretratezza digitale alle tecnologie di ultima generazione, all’IOT, ai Big Data e all’utilizzo di tecniche di Intelligenza Artificiale per l’analisi.

SICUREZZA IN PRIMO PIANO

Mirco Destro group CIO di Beltrame Group

«I progetti e i temi che affronteremo sono tanti e spaziano da quelli meramente tecnologici a quelli “business oriented”. Una tra le tematiche più importanti sarà per noi la sicurezza a cui daremo un focus importante».


#CIO #PRIORITÀ #2018 Sicurezza in primo piano. Più Autonomia sugli investimenti – Mirco Destro #AcciaierieBeltrame
Click To Tweet


OTTIMIZZAZIONE E QUALITÀ DEI PROCESSI

Gian Luigi Sangermani CIO di Silvano Chiapparoli Logistica

«Per quanto riguarda la nostra azienda, il continuous improvement dei processi, anche attraverso la digital transformation, sarà la linea guida del 2018. Questo ci permetterà di incrementare e migliorare il rapporto di partnership con i nostri clienti».

#5  QUALE SARÀ LA “PAROLA CHIAVE” CHE ISPIRERÀ I CIO NEL 2018?

I CIO coinvolti in questo dossier sono già alle prese con l’implementazione di nuovi progetti. Quindi, non si tratta più di formulare buoni propositi per l’anno nuovo, ma di realizzarli concretamente. Secondo Fabio Rizzotto di IDC Italia le priorità evidenziate dai CIO italiani rispecchiano un orientamento generale a livello internazionale per la definizione dell’agenda strategica a breve e medio periodo. Tra queste priorità, dovranno necessariamente trovare collocazione alcuni principi guida, come la definizione di una futura “digital platform” nel senso di un insieme di architetture e modelli adeguati alle sfide del digital business. «Per realizzare questi obiettivi – conclude Rizzotto – dovranno essere valorizzati principi abilitanti quali software-defined, tecnologie hardware, software e servizi cloud-enabled, in grado di disegnare e gestire ambienti diversificati, che opereranno in logica onpremise, multicloud, edge».

PAROLA CHIAVE: PROCEDURE OPERATIVE

Piergiuseppe Delfino CIO di Aubay Italia

«Procedure operative. Non è solo un bisogno, è la chiave per ridurre i costi e migliorare i processi. Non deve essere solo una buona intenzione, ma deve tradursi in un vero approccio di metodo e sistema: ci vuole tempo per impiantarlo, ma permettere di dare risposte a molti problemi»

PAROLA CHIAVE: CAMBIAMENTO

Giovanni Tedesco CIO di Editoriale Domus

«CHANGE! Il cambiamento è la condizione necessaria per essere competitivi».

PAROLA CHIAVE: ZERO DEFECT

Aurelio Mora CIO di DHL

«Digitalizzazione, ma anche stabilità dei sistemi e della rete, che da noi chiamiamo un po’ presuntuosamente “Zero defect”. Se si preferisce: sicurezza o cybersecurity».

PAROLA CHIAVE: INNOVARE E CONSOLIDARE

Massimo Fedeli CIO direzione centrale per le tecnologie informatiche e della comunicazione di ISTAT

«Per noi, sarà fondamentale “innovare e consolidare”: due facce della stessa medaglia».

PAROLA CHIAVE: ALLINEAMENTO

Claudio Paganelli head of ICT & information security manager di Metaenergia

«Potrei sintetizzare il nostro 2018 con una parola: allineamento tra IT e business, tra business e mercato».

PAROLA CHIAVE: RIDUZIONE DEL RISCHIO

Lorenzo Cibrario CIO, Università Vita-Salute San Raffaele

«Riduzione del rischio, inteso come incremento delle procedure e sistemi che garantiscano il business dell’azienda».

PAROLA CHIAVE: EQUILIBRIO

Paolo Beatini CIO di Grandi Navi Veloci

«Equilibrio: nel 2018 sarà necessario mantenere il giusto equilibrio tra le pressioni innovative, i rischi di sicurezza, le richieste di analisi stabili e flessibili, e le aspettative di stabilità e performance dei sistemi».

PAROLA CHIAVE: CYBERSECURITY

Pietro Amorusi CIO D’Amico Shipping Group

«Nel 2018, gli attacchi cyber sfrutteranno sempre di più le vulnerabilità delle imprese. La parola chiave non può che essere una sola: cybersecurity».

PAROLA CHIAVE: SECURITY

Mirco Destro group CIO di Beltrame Group

«Personalmente, mi ispiro a un modello molto semplice che ho coniato nei miei anni di lavoro. ll modello delle tre esse: Simple, Smart, Standard. Nel 2018, la quarta esse che aggiungerò a questo modello e che guiderà il mio lavoro futuro sarà: Security.

PAROLA CHIAVE: GUARDARE LONTANO

Gian Luigi Sangermani CIO di Silvano Chiapparoli Logistica

«Visto il core business della nostra azienda, quest’anno ci focalizzeremo sul miglioramento dei processi effettuando analisi predittive e machine learning. Utilizzo di device di nuova generazione (visori smart, ring scanner, etc..), a supporto dei processi operativi».

[amazon_link asins=’0393254291,B01FIXMQ00,0307887898,0061766089,0393634639,B06XC81DKV,B010CLU1LY,B009NOYTIS,1521134367,B00M0ILXD8′ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’df4ce70d-16e9-11e8-91e1-59efbf0953c0′]

L'articolo 5 domande per 10 CIO proviene da Data Manager Online.

]]>
Venture capital da record. Crescita a rischio bolla? https://www.datamanager.it/2018/02/venture-capital-record-crescita-rischio-bolla/ Tue, 06 Feb 2018 13:26:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140515 Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli […]

L'articolo Venture capital da record. Crescita a rischio bolla? proviene da Data Manager Online.

]]>
Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori

Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli che da diversi anni parlano di rischio bolla. E hanno ragione se riflettiamo sulle politiche monetarie delle banche centrali che hanno inondato di liquidità i mercati. Dal 2008 a oggi, gli indici di Borsa americani hanno macinato record su record. Se poi la stessa crescita non si riflette sul mercato reale, questo è un altro discorso. Ma è anche vero che i venture capital fanno spesso da ponte tra il mercato puramente speculativo di breve termine – trading – e quello più a lunga gettata. Ovviamente, parliamo sempre di speculazione, ma riguardo i VC si spende meglio la parola investimento strutturale. E no. Non parliamo di politica. O meglio non ora. Insomma, i mercati sono rimasti euforici e i venture capital? Come si è chiuso il 2017? Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Oltre 84 miliardi di dollari sono stati distribuiti in più di ottomila compagnie.

L’ultima volta che la Silicon Valley ha sguazzato in tutto questo denaro, molte società di VC hanno perso tutti i loro investimenti nel fallimento delle dot-com. Ecco perché ho cominciato l’articolo parlando di rischio bolla. Ma razionalmente parlavamo di rischio bolla anche lo scorso anno. E così, l’anno precedente e l’anno prima ancora. Ma il mercato non è razionale. Riflette la psicologia umana che non è razionale.

QUANTO È PROBABILE LO SCOPPIO DI UNA NUOVA BOLLA?

L’anno record di raccolta degli Unicorni – le startup valutate oltre 1 miliardo di dollari – è stato proprio il 2017. Non era mai successo prima. Neanche durante l’era della new economy. Ma anche se molti elementi sono comparabili all’era delle dot-com, «oggi, l’ecosistema dei VC appare molto più sano e guidato da dinamiche differenti» – ha detto John Gabbert, CEO e fondatore di PitchBook Data. «Compagnie più mature e con una solida base di clienti stanno attirando una larga fetta di finanziamenti. Nel frattempo, emergono anche società che puntano su VR e AR, loT, AI e Fintech che stanno generando ingenti investimenti. Ci saranno vincitori e vinti tra queste compagnie, ma le nuove tecnologie cambieranno davvero le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori». Insomma il solito ottimismo. Se non ci fosse ottimismo non ci sarebbero investimenti quindi è meglio per tutti. No? Invece, no. Perché se si riversa una grande fetta del risparmio in società già mature, è

più improbabile che si riescano a far crescere nuove startup. Paradossalmente, sembra quasi che i VC stiano diventando più prudenti. Anche perché, secondo l’autorevole Cambridge Associates, i fondi di venture capital rianimeranno la loro tradizionale passione per gli investimenti iniziali. Ovvero, per le startup meno conosciute e acerbe. Questo di solito paga di più perché gli investitori ricevono una quota di proprietà più grande e sono parte integrante del team di avvio. Secondo gli analisti, la maggior parte dei guadagni del settore dei venture capital dal 1994 è proprio riconducibile a scelte di investimento di questo tipo.

Il 30 dicembre del 2016, i venture capital americani cercavano di rassicurare i media – dalle pagine di TechCrunch –  proprio su questo punto. Secondo gli esperti, non ci sarebbero stati maggiori investimenti verso gli Unicorni rispetto a quelli su startup molto più giovani e meno conosciute. E invece, l’anno dei record di raccolta degli Unicorni è stato proprio quello successivo all’annuncio. Il mio pensiero è che dalla seconda metà del 2017 abbiamo vissuto una vera e propria euforia tradotta poi in mania su ICO e criptomonete. Basti pensare che nella metropolitana di Londra continuano a scorrere ininterrottamente pubblicità che invogliano all’investimento su Bitcoin, Ethereum, etc. E i soldi non sono infiniti. I VC dovranno competere con una tipologia di strumento sempre più aggressiva, veloce, poco costosa e sicuramente meno regolamentata. E quando le banche centrali smetteranno di stampare denaro o meglio ne ridurranno l’entità, l’esaltazione potrebbe poi precipitare in depressione. Se si evita l’esaltazione, la depressione non affiora. Quindi l’industria dei venture capital è in “bolla” (ma non nel senso di equilibrio). E lo è da anni. Ma tutto è in bolla…


L’industria dei #VentureCapital è in #bolla ma non in Italia dove il mercato non è mai cresciuto. Politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione @simeoneantonio1
Click To Tweet


QUAL È LA SITUZIONE IN ITALIA?

Mi piace osservare le reazioni dei venture capital italiani quando si parla di bolla. Il 2017 sembra sia stato uno degli anni peggiori per l’industria dei VC. Le startup hanno disatteso di tanto le aspettative. Per i VC italiani semplicemente il mercato non è in “bolla” proprio per questo motivo. Perché non è mai cresciuto. Ultimamente, i VC italiani sembra si siano lamentati di un appoggio politico assente e hanno cercato l’aiuto soprattutto da parte delle istituzioni finanziarie tradizionali. A mio parere, non è così che si cambiano le cose. Perché un processo di questo tipo è poco snello e rallenta il cambiamento. Cambiamento che è necessario alle startup. Sembra quasi che in Italia si preferisca ancora sostenere la situazione attuale. E politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione. I numeri parlano chiaro. Sono la sintesi delle politiche di un Paese e lo specchio della situazione economica. Non sento neanche il bisogno di citarli i numeri tanto sono marginali.

COSA FARE?

Quello che mi piace di Londra e quello che mi fa restare in Level39 è la capacità di fare sistema. Si è trovato un connubio tra la finanza tradizionale e quella innovativa. Dove startup, venture capital, istituzioni finanziarie tradizionali e regolatori collaborano tutti insieme verso l’innovazione. E non è vero che all’estero si trovano più soldi. Invece è vero che sono più bravi a selezionare le startup e il team. Ho visto venture capital farsi aiutare da modelli quantitativi guidati dall’Intelligenza Artificiale, così come ho visto VC stare fino a notte fonda a parlare con membri di startup appena nate. Perché il VC – almeno per quello che ho sempre pensato – è una missione. Sia politica che finanziaria. Non mera speculazione. Lo stesso governo inglese appoggia le startup, evitando investimenti a pioggia, ma dando supporto logistico e diplomatico.

LA PROSSIMA ONDATA?

Secondo quanto riportato dal Financial Times “una grossa ondata di finanziamenti di VC è stata diretta verso il settore automobilistico con circa 220 milioni di dollari di investimenti annunciati per la prima settimana di gennaio da due gruppi distinti: Toyota Research Institute e AutoTech Venture. Mentre sta costantemente crescendo il numero di fondi che si sta specializzando nel settore automobilistico, è possibile delineare due approcci molto differenti. Una parte di questi investitori infatti si sta focalizzando sui servizi di trasporto a breve/medio termine, mentre un’altra parte sta scommettendo su visioni futuristiche di veicoli completamente automatici”.

Oggi, il mercato delle criptomonete è crollato. Dai massimi, in meno di un mese, il bitcoin ha perso quasi il 60 per cento. È la natura umana. Almeno così dicono. Esaltazione e depressione. La bolla dei tulipani? Non lo so. Per ora no. Ah. Dimenticavo. Il Financial Times con le automobili guidate dall’AI a bordo. Sì. Penso anche io che saranno il futuro. Lo pensano tutti. Ma ancora lontano. Troppo lontano per i VC nostrani.

L'articolo Venture capital da record. Crescita a rischio bolla? proviene da Data Manager Online.

]]>