Lombardia Informatica – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 10 Jul 2019 12:53:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Lombardia Informatica – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 In Lombardia c’è una nuova ARIA https://www.datamanager.it/2019/07/in-lombardia-ce-una-nuova-aria/ Wed, 10 Jul 2019 12:52:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=188907 Operativa dal primo luglio, la nuova Azienda Regionale è il primo passo verso un modello di governance data driven nella PA in grado di migliorare la comprensione dei fabbisogni e la qualità dei servizi erogati Si chiama ARIA ma è una delle innovazioni più concrete che Regione Lombardia poteva mettere in campo per razionalizzare la […]

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Operativa dal primo luglio, la nuova Azienda Regionale è il primo passo verso un modello di governance data driven nella PA in grado di migliorare la comprensione dei fabbisogni e la qualità dei servizi erogati

Si chiama ARIA ma è una delle innovazioni più concrete che Regione Lombardia poteva mettere in campo per razionalizzare la spesa e ottimizzare le risorse a disposizione per l’attuazione delle politiche regionali. La nuova Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti nasce dalla fusione di ARCA, la Centrale acquisti regionale, e di Lombardia Informatica, la digital company della Regione. A queste si aggiungerà, a partire dal prossimo anno, anche ILSPA (Infrastrutture Lombarde), andando così a configurare una centrale di committenza unica in Italia per volumi e perimetro delle competenze che, a pieno regime, integrerà l’intero ciclo degli acquisti: dalla programmazione all’esecuzione di tutti i contratti di appalto pubblici di beni, servizi e lavori, anche infrastrutturali.

L’operazione – presentata in Giunta dall’assessore al Bilancio Davide Caparini e approvata ad ampia maggioranza dal Consiglio regionale lo scorso 3 aprile con la Legge n. 6 – porterà economie di costi immediate grazie a una riduzione dei costi operativi e di gestione pari a circa 3,7 milioni di euro all’anno dovuta all’unificazione delle strutture, delle sedi, dei contratti e delle spese legali. Il nuovo soggetto aggiudicherà oltre 100 gare ogni anno per un valore di più di 9 miliardi di euro e grazie alla programmazione della domanda e alla centralizzazione degli acquisti consentirà di ottenere benefici a livello di sistema regionale pari a un risparmio del 13% sul valore totale delle procedure di gara attivate su Sintel, la piattaforma telematica per le gare d’appalto. Ma la fusione non è solo una soluzione efficace per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, ma anche e soprattutto l’occasione per costruire un nuovo soggetto capace di operare con un’autentica visione di sistema, semplificando i processi nel rapporto con i committenti e aumentando i livelli di trasparenza di spesa e di processo.


#ARIA Nasce l’Azienda Regionale Innovazione e Acquisti per il governo della spesa @Lispalombardia
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Con questa operazione di fusione, Regione Lombardia ha inteso mettere a fattore comune i punti di forza delle singole agenzie, conservandone le competenze in tema di project management e progettazione di servizi (pensiamo all’expertise specifico di Lombardia Informatica in tema sanità) e valorizzandone le possibili sinergie. Il risultato è un centro di competenza unificato a supporto degli enti locali dell’intera regione. La società sarà centrale di acquisti non solo per la Regione Lombardia, ma anche degli enti locali e, come avviene già oggi attraverso specifiche convenzioni, anche per altre Regioni: la qualità delle procedure e i metodi adottati da Regione Lombardia sono apprezzati anche fuori dei confini regionali e quindi saranno di supporto a tutti, indistintamente. Un ruolo pivotale nel nuovo modello organizzativo e operativo di ARIA lo svolgeranno i big data, l’immenso patrimonio informativo in possesso di Lombardia Informatica e non solo che, opportunamente valorizzato e analizzato, consentirà di realizzare finalmente il raccordo tra rilevazione dei consumi, programmazione dei fabbisogni e contenimento della spesa. L’attivazione sinergica di due leve – la centralizzazione dei fabbisogni da una parte e l’analisi dei dati dall’altra – consentiranno di migliorare la comprensione dei fabbisogni della PA lombarda e di offrire un supporto alle politiche regionali anche in relazione alla spesa secondo un approccio data driven: potremo insomma prendere decisioni efficienti fornendo informazioni credibili e sicure. Siamo orgogliosi di essere la prima regione italiana a sperimentare un modello di questo tipo e siamo convinti che presto altre Regioni seguiranno il nostro esempio perché la trasformazione digitale della PA passa anche dalla capacità di innovare il governo della spesa regionale.


Francesco Ferri presidente di ARIA – Azienda Regionale Innovazione e Acquisti

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Open innovation, strumento collaborativo d’avanguardia https://www.datamanager.it/2018/12/open-innovation-strumento-collaborativo-davanguardia/ Tue, 18 Dec 2018 10:16:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=181294 La piattaforma digitale di Regione Lombardia, sviluppata da Lombardia Informatica e premiata a novembre 2018 a Dubai con il Triple Helix International Medal Award come migliore iniziativa a supporto della collaborazione attiva fra accademia, industria e PA L’innovazione aperta costituisce un paradigma fondamentale dello sviluppo contemporaneo. Dalle grandi imprese, che ne hanno fatto il loro […]

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La piattaforma digitale di Regione Lombardia, sviluppata da Lombardia Informatica e premiata a novembre 2018 a Dubai con il Triple Helix International Medal Award come migliore iniziativa a supporto della collaborazione attiva fra accademia, industria e PA

L’innovazione aperta costituisce un paradigma fondamentale dello sviluppo contemporaneo. Dalle grandi imprese, che ne hanno fatto il loro nuovo punto di forza – la contaminazione tra competenze diverse e la ricerca di soluzioni innovative all’esterno della propria organizzazione – in sintesi appunto l’open innovation – sono diventate la parola d’ordine anche per istituzioni e accademie. La digital transformation ha offerto poi a questo nuovo approccio gli strumenti per implementare in modo inedito le opportunità di collaborazione. In questo scenario, la Lombardia può dire di avere guardato avanti con Open Innovation, piattaforma digitale collaborativa, lanciata più di tre anni fa da Regione Lombardia e sviluppata da Lombardia Informatica. Tra le prime esperienze di innovazione aperta avviate all’interno della pubblica amministrazione in Italia, Open Innovation è cresciuta fino a guadagnare attenzione anche a livello internazionale. Come dimostra il Triple Helix International Medal Award, attribuitole l’undici novembre a Dubai, nel corso del secondo International Triple Helix Summit, come migliore iniziativa a supporto della collaborazione attiva fra accademia, industria e pubblica amministrazione.

Tale collaborazione è stata fin dal primo momento l’obiettivo della piattaforma regionale, pensata come supporto all’attivazione di processi di innovazione nelle imprese, negli enti pubblici e nelle istituzioni accademiche e universitarie. Nell’ottica di una politica di sussidiarietà, che Regione Lombardia ha fatto da tempo sua, Open Innovation ha puntato a sostenere gli attori dell’innovazione nelle loro esigenze e nei loro obiettivi, per poi coinvolgerli nella definizione delle politiche dell’ente su innovazione e ricerca. È questa l’impostazione da cui Lombardia Informatica ha preso le mosse per lo sviluppo dell’architettura della piattaforma, dopo uno studio delle diverse “vie all’innovazione aperta” sperimentate all’estero.


#RegioneLombardia Il valore aggiunto dell’innovazione aperta – @Lispalombardia
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Se Paesi Bassi e Scandinavia si sono concentrati, per esempio, sul valore aggiunto che l’innovazione aperta può portare ai processi innovativi grazie al mix tra competenze diverse, Open Innovation punta anzitutto sull’attivazione di percorsi di confronto e collaborazione. La piattaforma regionale offre alle sue migliaia di iscritti – oltre 400 communities che permettono discussioni e lo scambio di informazioni, di documenti e di proposte di collaborazione tra cui quelle di EEN, Enterprise Europe Network – la più grande rete di servizi europea per le PMI. A tutti gli utenti, Open Innovation propone inoltre – anche attraverso i suoi canali social – informazioni sui bandi pubblici dedicati a innovazione e ricerca e news che coprono tutti i temi collegati: industria 4.0 e manifattura digitale, smart city, digitalizzazione delle PMI, robotica e intelligenza artificiale, blockchain, biotech.

Non solo. La piattaforma è alla base dello sviluppo e della diffusione di Open 2.0, l’applicativo open source per la creazione di strumenti collaborativi messo a disposizione gratuitamente da Regione Lombardia a istituzioni, imprese e associazioni. Presentato da SMAU alla Conferenza delle Regioni – come modello e stimolo per un mercato nazionale dell’innovazione – è già stato adottato da molte realtà, tra cui Regione Campania per la piattaforma Open Campania, ANCI Lombardia e ManagerItalia, la federazione nazionale che raccoglie 35mila manager e professionisti. E ancora, Open Innovation ha gestito diverse “challenge” di innovazione e promosso eventi pubblici di rilievo, come la Giornata della Ricerca di Regione Lombardia al Teatro alla Scala. Infine, oltre a coinvolgere gli stakeholders, Open Innovation ha contribuito all’innovazione del rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, favorendo la partecipazione attiva dei suoi utenti ai processi decisionali della Regione, attraverso il lancio di sondaggi e di consultazioni online.

Francesco Ferri presidente di Lombardia Informatica

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Come affrontare la complessità in un mondo sempre più multicloud https://www.datamanager.it/2018/06/come-affrontare-la-complessita-in-un-mondo-sempre-piu-multicloud/ Fri, 15 Jun 2018 08:07:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149644 Il cloud come motore di innovazione e accelerazione del sistema impresa. Più sicurezza per le PMI, per i grandi meno vincoli nel passaggio da Capex a Opex. Per quanto complessa, l’iperconvergenza ha qualcosa da dire a tutti. E se certi modelli sono troppo avanzati è perché la rivoluzione non ha ancora toccato il modo di […]

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Il cloud come motore di innovazione e accelerazione del sistema impresa. Più sicurezza per le PMI, per i grandi meno vincoli nel passaggio da Capex a Opex. Per quanto complessa, l’iperconvergenza ha qualcosa da dire a tutti. E se certi modelli sono troppo avanzati è perché la rivoluzione non ha ancora toccato il modo di concepire e sviluppare le applicazioni

A ciascuno il suo cloud. Data Manager torna a riflettere sul cloud computing e le sue evoluzioni più recenti, sul loro impatto a livello di virtualizzazione e automazione del data center aziendale, sui livelli di adozione del modello “ibrido” di una infrastruttura che in misura crescente deve saper orchestrare, in modo sempre più fluido e automatico elementi proprietari e servizi pubblicamente accessibili, per capire come le organizzazioni stanno facendo leva sul cloud per aumentare la loro flessibilità decisionale e potenziare le strategie di go to market.  Non si ferma l’onda di rinnovamento che la virtualizzazione delle risorse di calcolo, la continua spinta di separazione degli aspetti funzionali di una applicazione dal suo substrato computazionale fisico, induce nei tradizionali modelli di digitalizzazione del business. Modelli un tempo legati a una diversa relazione con le infrastrutture e i device sia nel data center sia sul desktop.
Il cloud implica una nuova mentalità in tutti i risvolti dell’informatizzazione dei processi aziendali: dagli ambienti di sviluppo applicativo alla gestione delle risorse; dai ruoli preposti al governo dell’organizzazione fino a un team working che implica sempre maggiori dosi di condivisione, anche a livello decisionale; da una sicurezza che deve erigere barriere sempre più mobili e adattative, alla diversa relazione con i partner e con i clienti, anch’essi investiti, nella loro quotidianità, nei consumi, da una tecnologia pervasiva. Per non parlare dei modelli economici e commerciali nati sull’onda della informatica, con l’avvento di nuovi operatori, il riposizionamento dei grandi e piccoli provider di consulenza e servizi, la crescente importanza dello sviluppo open source di ambienti applicativi e componenti infrastrutturali, o dell’impatto che il cloud ha avuto e continuerà ad avere sulla standardizzazione e la regolamentazione.

 

TATTICO O STRATEGICO?

Ancora una volta Data Manager ha cercato di costruire intorno a queste tematiche una conversazione interattiva e spontanea, facendo leva su un modello ormai collaudato del dialogo tra pari, in cui faccia premio il proficuo scambio di esperienze, la “serendipity” della scoperta di spunti e percorsi inediti, spesso laterali rispetto a un modo tradizionale di vivere l’innovazione. I partecipanti hanno dialogato tra loro sulla base di una serie di spunti articolati sulle singole esperienze con il cloud. Quali sono i livelli di maturità dei vari modelli? In che misura si può parlare di progettazione “tattica”, sviluppata ad hoc su determinati progetti, o “strategica”, autenticamente trasformativa? Come avviene il governo delle varie iniziative, anche dal punto di vista organizzativo, quali sono le principali difficoltà? Come sta cambiando il mercato delle soluzioni e dei servizi di integrazione? Come si trasforma il comparto della sicurezza?

A IDC Italia spetta come sempre il compito di definire ulteriormente il perimetro della conversazione. Sergio Patano, senior consulting & research director, ricorda che pur essendo un argomento dibattuto da molto tempo, è ancora complicato individuare gli specifici vantaggi del cloud computing e calare il fenomeno nelle diverse realtà aziendali. Come noto, IDC riconosce nel cloud computing (insieme a big data, mobilità e social) uno dei quattro pilastri della cosiddetta Terza Piattaforma informatica. Circondata dal suo arsenale di innovazioni – dalla stampa 3D, capace di accelerare i tempi della prototipizzazione, fino all’intelligenza artificiale, la realtà aumentata l’Internet delle cose – essa viene considerata il punto di partenza di un business condotto in modo molto più dinamico e coerente con le aspettative di mercato, un business digitale. «Da anni – dice Patano – IDC postula l’esistenza di questo particolare contesto come base per la trasformazione della vecchia informatica aziendale e dei processi che vi insistono, una trasformazione che dà crescita, competitività e soprattutto capacità di inventare mercati completamente nuovi, come dimostrano in positivo i casi di aziende come Amazon, Google o Netflix e in negativo fallimenti di leader storici come Postal Market, Blockbuster o la stessa Kodak».


#dmcloud Continua la sfida tra cloud pubblico e cloud privato, con il public che guadagna terreno
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SETTORE IN CRESCITA

La storia del cloud computing si articola in tre grandi capitoli – prosegue Patano. La prima fase di sperimentazione è ormai conclusa anche in Italia ed è seguita da quella della cosiddetta “innovazione multipla”, in cui le aziende sono già in grado di far leva sulle proprie infrastrutture informatiche per supportare l’aumento del volume d’affari e il rapido sviluppo di prodotti e mercati innovativi. «Il terzo capitolo della nostra storia, la fase della autonomia, non arriverà prima di 5 anni e vedrà un grado di innovazione dell’IT che porterà a una maggiore automazione dei cicli di sviluppo anche in forza dell’intelligenza artificiale che ci aiuterà a prendere decisioni più informate, basate su dati certi». Se questo può sembrare un orizzonte molto lontano, l’analisi dei comparti in maggior crescita del mercato italiano dell’IT, ci dice che le aree critiche per la terza piattaforma mostrano indici di sviluppo che non si vedevano da 30 anni. Ci sono comparti come la realtà aumentata, la sensoristica, che pur generando fatturati modesti sono in crescita esponenziale. Grande è l’interesse nei confronti di fenomeni come il cognitive computing applicato, la valorizzazione dei dati attraverso l’analisi, le conseguenti strategie in ambito storage e dell’iperconvergenza verso un data center in cui il piano computazionale, quello della connettività di rete e quello appunto dello storage raggiungono livelli di automazione completamente software defined.

 

Interrogare le aziende italiane sul loro modo di interpretare il cloud garantisce molteplici risposte, osserva Patano. «Uno zoccolo duro di imprese afferma di non avere ancora piani specifici, forse aziende padronali che esitano a portare in cloud i propri dati, che ancora “coccolano” il loro ambiente ERP». Significativa è però anche la percentuale di chi usa o sta prendendo in considerazione uno o più aspetti del cloud computing. «Circa il 25% – per esempio – lo usa per un sottoinsieme di applicazioni, almeno le più semplici. Il 45% sta già accedendo a servizi IaaS e oltre il 60% a servizi PaaS come Microsoft Azure o SaaS come Salesforce. Lo stato di relativa immaturità di questi approcci si evince dai fattori che servono per misurarne l’efficacia. In più del 10% dei casi, non vengono addirittura applicati specifici KPI su progetti che vengono lanciati più sulla base di specifiche esigenze di business che per strategie pianificate sulla distanza. La convenienza dei costi del cloud è ancora un indice preso in seria considerazione, ma non è più così esclusivo. Diverse aziende misurano il ruolo del cloud in termini di efficacia in un processo di trasformazione, considerandolo una materia prima fondamentale, tre aziende su 10 mettono per esempio il cloud al primo posto come misuratore di performance di una implementazione».


#dmcloud Focus su sicurezza, protezione dei dati, big data integration, resilienza
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PRIVACY GIUNTA A SCADENZA

Un riferimento di Patano al cloud – visto nella particolare ottica della compliance con la nuova direttiva europea sulla privacy (l’analista IDC sottolinea giustamente che si deve evitare di guardare al GDPR come mero problema di infrastruttura IT, bensì come questione relativa ai comportamenti delle persone coinvolte nel trattamento dei dati) – accende subito un primo scambio interessante. A Giovanni Gugliotta, ICT architecture & security manager di Consitex – Gruppo Ermenegildo Zegna, che chiede quale leva la sua azienda può avere in mano nel far valere una propria policy nei confronti di un servizio erogato da un cloud provider, arriva per esempio il parere scettico di Carlo Romagnoli, IT director di CRIF – secondo il quale – lo spazio di manovra per l’azienda cliente è limitato – e quello più possibilista di Luigi Altavilla, head of IT security & cyber threats di Assicurazioni Generali, che ritiene piuttosto che i livelli di personalizzazione e adattamento ci sono, ma spesso comportano dei costi aggiuntivi. Cauto, sulla questione, appare anche Mauro Cicognini, membro del direttivo e del comitato tecnico scientifico di CLUSIT, il quale – pur riconoscendo che in una normativa che interessa imprese proprietarie dei dati e il loro fornitori di servizi, questi ultimi sono tenuti a dare risposte puntuali e precise – invita a non fidarsi troppo delle proprie sensazioni. «Spesso chi si affida a servizi in outsourcing può avere la percezione di essere “compliant”, ma non è necessariamente così». Riprendendo il suo discorso introduttivo, Patano cita ancora i rilevamenti effettuati da IDC per osservare che se un terzo delle imprese sostiene di far affidamento sul service provider, altre preferiscono “far da sole” appoggiandosi per esempio sulle certificazioni ISO per definire i limiti della propria esposizione al rischio e misurare le contromisure da implementare. «Non dimentichiamo che per il GDPR l’aspetto fondamentale è l’adozione di misure appropriate e la trasparenza e la tempestività nel denunciare le violazioni subite.

In conclusione, Patano mostra come, a fronte di una spesa in informatica infrastrutturale ormai stabile intorno ai 900 milioni di euro negli ultimi sette anni, la componente di IT più tradizionale, ha perso venti punti percentuali nel periodo, a favore di uno spostamento verso la spesa in infrastrutture “software defined” che nei prossimi tre o quattro anni riceverà un forte impulso anche grazie ai servizi che le aziende sperimentano o adottano già oggi. Si va verso quella che l’esperto di IDC definisce l’era del multicloud, contrassegnata da una modalità di accesso alle risorse virtualizzate molto composita, con l’alternanza tra modelli privato/pubblico che si arricchisce di nuance come “privato on premises”, “gestito privatamente ma in colocation presso un provider”, “private hosted off premises” e così via. Certo, il livello di maturità dei tre grandi assi dell’iperconvergenza non è uniforme e siamo molto lontani dalla soglia del 100 di automazione, ma il data center è sempre più software defined.

LA FIDUCIA È TUTTO

L’intervento di esordio di Luigi Altavilla, head of IT security & cyber threats di Assicurazioni Generali, affronta fin da subito la problematica che è anche uno dei messaggi forti lanciati da questa discussione. «In generale, la spinta verso il cloud computing è molto forte» – specifica Altavilla. «Una spinta giunta dopo una prima fase di esitazione motivata da perplessità in ordine alla sicurezza e alla maturità delle soluzioni. In questa nuova fase, prevalgono anche le spinte più innovative, che non guardano solo al cost saving, ma a nuove modalità di lavoro e di business, con un occhio agli sviluppi dell’AI». L’interesse di tutto il comparto nei confronti del cloud, che non a caso posiziona il finance, secondo le valutazioni di IDC, tra i settori più avanzati della trasformazione digitale. «Oggi, il principale vincolo percepito non riguarda la sicurezza, perché in molti casi il cloud è molto più sicuro» – dichiara Altavilla. C’è per le grosse realtà un tema di trust, ma tutto può essere gestito. Il tema vero è che molti hanno approcciato il cloud in ottica di risparmio e razionalizzazione, ma questo risparmio si raggiunge solo ripensando per il cloud il patrimonio applicativo. E questo ha un costo». Un conto, prosegue quindi Altavilla, è sfruttare la virtualizzazione per entrare in mondi completamente diversi, per testare nuove soluzioni. Un altro è migrare in un diverso contesto infrastrutturale applicazioni come l’identity management: non per questioni di sicurezza, ma perché è molto complesso. Sull’aspetto decisionale e organizzativo, Altavilla riconosce che il successo di una iniziativa dipende molto dalla forza e dalla motivazione del management che deve fare da collante a cambiamenti caratterizzati dalla “multilateralità” delle strategie, da decisioni che sono frutto di continue mediazioni. «La security, infine – dice Altavilla – si trova troppo spesso a rincorrere i vari progetti, scompigliando i piani e facendo lievitare costi che sarebbero sicuramente più contenuti se la sicurezza stessa fosse una base di partenza».

MARGINI DI MANOVRA

Le perplessità di Giovanni Gugliotta, responsabile dell’IT e della sicurezza del Gruppo Zegna riguardano proprio questo punto. Uno scetticismo che arriva a includere uno dei fondamenti della direttiva europea: la privacy by default. «Uno degli aspetti più utopistici dell’intero impianto GDPR» – sottolinea Gugliotta. Il celebre gruppo del tessile e della moda si concentra sull’informatica necessaria al supporto di una filiera produttiva integrata che va “from sheep to shop”, dalle pecore da tosare ai negozi, dove gli abiti Zegna vengono venduti attraverso un’esperienza ancora molto legata alla relazione umana. Tutte applicazioni customizzate ancora appoggiate su un nucleo AS/400, che Gugliotta definisce «non facile da portare sulle nuvole». Nel corso del tempo, il Gruppo non si è tirato indietro, arrivando a pianificare l’implementazione di un piano di disaster recovery centrato su un operatore cloud, ma nelle fasi successive il piano è stato accantonato per relativa scarsità di opzioni e valutazioni di costo non incoraggianti. In seguito, per la produttività in ufficio è stata scelta la suite Microsoft. «È questa la mia perplessità» – ribadisce Gugliotta. «A parte il mondo applicativo della produttività individuale, della posta e le soluzioni per la vendita, il mondo applicativo a mio parere è ancora sottorappresentato sul cloud». E sulla scia di queste parole, anche Giuliano Franceschi, direttore data center & cloud dell’Internet provider regionale emiliano Lepida, conferma di vedere nel modello SaaS un’evoluzione moderna del vecchio concetto di full outsourcing. La richiesta di soluzione IaaS – invece – sta diventando uno standard nelle imprese.


#dmcloud Il cloud è legato a doppio filo allo sviluppo delle reti. In Italia, pubblic cloud in crescita
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APPLICAZIONI DA SMONTARE E RIMETTERE INSIEME

Che le aziende siano caute nell’approcciarsi ai nuovi trend tecnologici con grande prudenza è normale, osserva però Sergio Patano di IDC Italia. Il primo approccio puntava soprattutto alla trasformazione della spesa Capex in costi operativi Opex. «Così, mentre in altre nazioni SAP, le soluzioni CRM venivano implementate in cloud, qui eravamo impegnati a conquistare il primato, sancito addirittura da Istat, del numero di app individuali su terminali mobili» – osserva l’analista. Oggi, sul costo fanno premio fattori come velocità, scalabilità, affidabilità. Il lavoro più grosso, ancora da venire, «consisterà nel ridisegnare le applicazioni business smontandole e rimettendole insieme per mezzo di microservizi ed esponendole sotto forma di API, come vediamo sta già succedendo sul mercato globale». Lepida, racconta Gugliotta, ha sempre rivestito un ruolo più infrastrutturale nei confronti di una clientela, le amministrazioni locali, che costituisce anche l’azionista di riferimento del provider. «Dopo aver costruito la rete che ha permesso ai comuni emiliani di andare su Internet, ci siamo accorti che disporre semplicemente di 2.600 chilometri di cavidotti ha un po’ meno senso» – aggiunge. «Così ci siamo focalizzati sul dare fibra per superare la scarsità di banda e contribuire a superare l’ostacolo primario di adozione del cloud». Lepida ha realizzato tre data center federati che oggi sono l’host di riferimento del “private cloud” utilizzato da pubblici uffici, scuole, sanità e ospedali, per la crescita delle città, dei territori e delle comunità in Emilia-Romagna, in particolare per la attuazione dell’Agenda Digitale.

«Il primo criterio è il costo – sottolinea Gugliotta del Gruppo Zegna – perché così dice la normativa sugli appalti». Il prezzo di un server su Lepida deve restare inferiore a quello di analoghe soluzioni erogate da Amazon o altri cloud pubblici. «Allo stesso tempo, ci sarebbero molti problemi ad affidare a infrastrutture pubbliche che risiedono in Michigan dati che riguardano le analisi radiografiche dei nostri ospedali. Per almeno altri dieci anni – conclude Gugliotta, precisando di nutrire, come programmatore, un vivo interesse nei confronti dell’evoluzione applicativa sul cloud – avremo applicazioni che prospereranno nel perimetro che abbiamo definito. La latenza conta ancora quando il sistema ERP deve dialogare con il suo database relazionale». La visione di uno scenario ancora dominato da un certo tatticismo è condivisa da Camillo Moratti, key account manager di Talend una società che sviluppa una piattaforma di integrazione dati completamente open source. «Sul mercato italiano – afferma Moratti – assistiamo al moltiplicarsi di progetti di business analytics che poggiano sulla piattaforma Talend per assicurare la piena disponibilità e qualità dei dati». Per questo tipo di applicazioni, le risorse flessibili del cloud sono particolarmente indicate, ma al tempo stesso diventa necessario un ambiente in cui le diverse sorgenti informative possano essere “distillate” e rese più omogenee. «Una trasformazione digitale intesa in chiave più strategica – fatichiamo ancora a vederla – e chi è partito in molti casi deve affrontare anche problematiche di sicurezza tutt’altro che scontate».


#dmcloud Il dato sta esplodendo e deve essere gestito in volume, valore e sicurezza
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IL FUTURO È NELLE NUVOLE

Problemi che Carlo Romagnoli di CRIF conosce molto bene e ai quali pone grande attenzione. Il percorso di virtualizzazione di CRIF è interessante ed esemplificativo del pragmatismo con cui devono procedere certe organizzazioni. Fino a una quindicina di anni fa, la società specializzata in informazioni sul credito era ancora basata su ambienti mainframe, affidati in outsourcing. Alla fine del primo decennio del secolo, la migrazione verso un sistema informativo in parte open, con Java e Microsoft e l’adozione di un database relazionale mainstream. «A un certo punto, ci siamo interrogati su quale debba essere il nostro primo obiettivo nei confronti del cliente» – osserva Romagnoli. «Per affiancarci in modo propositivo al business, abbiamo preso decisioni abilitanti in direzione di un approccio Agile, della continuous delivery». Gradualmente, CRIF si è mossa verso un modello di cloud privato partendo – sottolinea Romagnoli – dalle prime forme di automazione delle infrastrutture e un primo livello di iperconvergenza. «Da cui – precisa il direttore IT – è rimasto in parte escluso il database. Oggi, eroghiamo i nostri servizi in base a questa logica, con il cloud pubblico utilizzato per servizi tipicamente corporate come Office 365». Le applicazioni core di CRIF resistono ancora all’adozione di modelli completamente ibridi, anche per i vincoli di ownership imposti dai clienti. «Un pensiero su come fare servizi sul credito e il rischio in modo completamente innovativo c’è – conclude Romagnoli – e la spinta principale è la necessità di individuare oggi i meccanismi che potranno generare valore in futuro».

Ci sono geografie come l’Asia e la Cina che stanno ripensando radicalmente il concetto di reputation, basata anche sui comportamenti e non solo sulla solvibilità. L’attenzione ai nuovi modelli di revenue generation, a oggi uno dei migliori alleati della trasformazione digitale, è propria anche di una società di servizi ingegneristici come Italdesign Giugiaro, rappresentata dal suo responsabile dell’IT, Luca Jozzo. «La nostra è una informatica molto legata al business. E nel distinguere tra tradizionale e innovativo, devo sempre pensare ai sistemi che richiedono soluzioni più comprovate». D’altro canto però, i fenomeni della consumerizzazione, della personalizzazione e, oggi, della connected car, investono con forza l’industria dell’automotive. «Qui in realtà, il tema più forte è la competenza. All’ultima edizione del Salone di Ginevra, Giugiaro ha presentato un concept di mobilità nella smar city per il quale ci siamo cimentati con la nuova realtà dei microservizi» – racconta Jozzo. Per questa sperimentazione, è stato messo a punto un sistema di riconoscimento facciale in grado di dare accesso a una serie di specifiche funzionalità. Ma l’ingrediente segreto è stata la collaborazione con un giovane universitario che ha seguito la scelta e l’implementazione di servizi di tipo cognitive. «Oggi, l’IT manager fa molta fatica nel gestire il vecchio e il nuovo» – spiega Jozzo. «Il nostro settore va incontro a una ulteriore compressione dei costi e spesso un server con una applicazione stabile ha un TCO più sostenibile».

IT(A) MISSA EST

Forse, a livelli di maturazione diversi, la pervasività delle nuove metafore dell’IT traspare anche nelle situazioni apparentemente più “conservatrici”. Il caso di IDS & Unitelm, insourcer informatico per conto della Conferenza Episcopale (CEI), viene analizzato dal COO della società, Carmelo Battaglia. La scelta di sostituire un patrimonio di informatica “parrocchiale” frammentato e obsoleto con una logica di cloud privato ha imposto – spiega Battaglia – di applicare un modello il più possibile “trusted”, isolando fisicamente nel data center, le risorse destinate alle varie sedi vescovili. Su tutti i servizi che si possono basare su cloud pubblico – aggiunge il COO di Unitelm – prevalgono invece considerazioni di costo in funzione però di livelli qualitativi elevati. «Le applicazioni riguardano l’area amministrativa, la gestione delle anagrafi, la rendicontazione dei compensi destinati agli insegnanti di religione, che il MIUR affida alla CEI che a sua volta le instrada verso il diretto percettore. Accanto al day by day, c’è tuttavia spazio per una progettualità più avanzata. «Alla Conferenza, fanno capo quattro milioni di beni censiti e oggi un importante gruppo italiano è pronto a destinare fondi che serviranno ad alimentare una banca dati artistica, primo passo verso un museo virtuale aperto non solo ai visitatori, ma ad aziende e organizzazioni – pensiamo solo al turismo religioso – che potrebbero convertirlo in servizi» – conclude Battaglia.

Proprio il riferimento ai dati anagrafici, fa da gancio all’intervento di Luca Nilo Livrieri, manager sales engineering di Forcepoint Italy & Iberia. Le statistiche elaborate dagli analisti, osserva Livrieri, non tengono conto del fenomeno della Shadow IT, l’insieme di applicazioni e dati di natura personale ma anche professionale, che oggi sono direttamente presenti nel cloud. «Tutto del resto è in questa nuvola: anagrafiche, CRM, la guida satellitare, i sistemi di prenotazione dei treni. Non tutto è italiano, ma spesso siamo chiamati a mettere un livello di sicurezza e personalizzazione in più» – avverte l’esperto. Esiste un framework trasversale che può dare questo tipo di sicurezza? «Il primo strato attraverso cui accedere alle varie applicazioni si chiama Forcepoint CASB, Cloud and Security Broker» – afferma ancora Livrieri. La sicurezza come servizio è una tematica sempre più sentita da parte di aziende che, secondo Livrieri, mettono meno contenuti meramente tecnologici nei loro progetti di sicurezza di nuova generazione (una spesa che nelle stime di IDC raggiungerà un picco nel 2019), affidandosi a terze parti indipendenti anche quando si tratta di assicurare la compliance normativa.


#dmcloud Il modello pubblico abbatte i costi. Vantaggio competitivo contro agilità?
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MOTIVI DI OTTIMISMO

«Specie pensando al caso della PMI – osserva Mario Cicognini di CLUSIT – migrare sul cloud comporta un aumento dei livelli di sicurezza. Acquistare infrastrutture IaaS spesso equivale a installare un firewall che prima non c’era, aggiungendo strutturalmente nuove barriere che è sufficiente attivare». Dal suo osservatorio, il consulente CLUSIT è arrivato alla conclusione che per queste e altre ragioni il quadro generale in Italia non è così negativo per quanto concerne l’esposizione al rischio. «Spesso siamo abituati a confrontarci con chi riesce sì a essere più bravo di noi, ma in condizioni di minore complessità. Il ritardo su determinate scelte è anche dovuto al nostro grande individualismo» – conclude Cicognini. «Ossia alla incapacità di costruire il sistema, verso cui la cultura di condivisione delle infrastrutture, tipica del cloud, ci sta portando». La conversazione al tavolo è ancora molto accesa quando prende la parola Giuseppe Ceglie, responsabile dipartimento infrastrutture tecnologiche di Lombardia Informatica, azienda regionale omologa di Lepida ma con una vocazione più applicativa. «Il cloud è al centro delle politiche di questo service provider fin dal piano strategico del 2015» – sottolinea Ceglie. «Abbiamo analizzato le quattrocento applicazioni e servizi business, l’80% dei quali non trattano dati sensibili, catalogandoli proprio in base alla criticità dell’informazione» – spiega il responsabile dipartimentale. «Questo ci ha permesso di adottare un approccio differenziato al cloud ibrido».

Una difficoltà in più, per un’azienda pubblica soggetta al codice degli appalti, è data dalla metodologia di procurement e da tempi burocratici che si scontrano con la velocità di obsolescenza della tecnologia. Come sono stati reinterpretati certi vincoli? «Abbiamo gettato le basi per acquisire, oltre che in modalità tradizionale, anche attraverso la metodologia IaaS, che ci aiuta ad affrontare temi come la lentezza nella decisione, e a passare da investimenti in capitale a formule Opex» – risponde Ceglie, osservando tra l’altro come questo passaggio ha un impatto positivo su risorse economiche che non risultano bloccate in piani di investimento di lunga durata. Ceglie conclude il suo intervento con una interessante riflessione sulle persone e le loro competenze, che oggi devono essere schierate non tanto sugli aspetti della gestione, quanto della governance complessiva e sul controllo di qualità di un servizio erogato in modalità diverse rispetto al passato. «Crescono l’attenzione e la formazione al controllo, ai KPI, ai rischi come un eccessivo lock-in rispetto alle tecnologie. È una fase di grande transizione, molto stimolante dal punto di vista professionale» – dice Ceglie. Un cambiamento che riecheggia nei commenti del suo collega di Lepida, Franceschi, che ricorda come la trasformazione digitale non è una questione solo tecnologica. «Certi passaggi sono obbligati. La virtualizzazione è partita in massa proprio negli anni della crisi». Non tutto deve essere cloudizzato, evidentemente. «Ci sono cose che possiamo portare in cloud, altre che necessitano piuttosto di un re-platforming, altre ancora la cui migrazione risulterebbe troppo cara. Deve però cambiare il mio approccio come IT director: devo diventare un broker, implementare in senso esteso la governance». E se ci chiediamo che fine faranno i venditori di hardware – conclude Franceschi – non esisteranno come li conosciamo oggi. Ma tutti svilupperanno servizi cloud.


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Modello lombardo 4.0: il miglioramento della sanità passa per l’innovazione tecnologica https://www.datamanager.it/2018/05/modello-lombardo-4-0-il-miglioramento-della-sanita-passa-per-linnovazione-tecnologica/ Fri, 11 May 2018 08:43:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147343 Motore Sanità e Lombardia Informatica delineano le strategie che guidano la riforma sanitaria, con l’obiettivo di seguire meglio il paziente cronico La riforma della sanità, non solo in Lombardia passa per l’innovazione. Soprattutto nel merito del paziente cronico, mettere in campo una rete di qualità è quanto mai necessario e determinante per migliorare i percorsi […]

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Motore Sanità e Lombardia Informatica delineano le strategie che guidano la riforma sanitaria, con l’obiettivo di seguire meglio il paziente cronico

La riforma della sanità, non solo in Lombardia passa per l’innovazione. Soprattutto nel merito del paziente cronico, mettere in campo una rete di qualità è quanto mai necessario e determinante per migliorare i percorsi di cura e assistenza. Il convegno Modello lombardo 4.0, ospitato presso la sede di Lombardia Informatica, si è posto proprio l’obiettivo di tracciare le linee guida di un’integrazione territoriale funzionale. Del resto se tutti i principali ambiti della vita quotidiana sono oramai in un certo senso connessi non si capisce perché non debbano esserlo alcune pratiche che riguardano prettamente il flusso di informazioni e servizi sanitari.

Non vogliamo dire che oggi non vi siano centri e strutture che forniscono soluzioni che vanno incontro all’utente digitale ma si sente sicuramente la mancanza di uno standard condiviso, che miri a realizzare un contesto di riferimento più in linea con le attuali esigenze. Ed è questo il mantra che da sempre guida l’operato di Lombardia Informatica, non solo nel settore della salute. Lo ha spiegato bene Giorgio Caielli, presidente dell’azienda: “Oggi chiunque ha uno smartphone. Da una porta di accesso del genere passano centinaia di informazioni che impattano sul modo di accedere ai contenuti, di fruire di certi servizi e, in generale, di lavorare. La mobilità e lo smart working appartengono a tutti, operatori e utenti, che hanno necessità diverse, in grado di essere soddisfatte con pochi click”.

Prosegue Caielli: “Per tale motivo Lombardia Informatica lavora con partner d’eccezione per avvicinare le piattaforme digitali alle persone. In particolare con la Regione Lombardia abbiamo creato quei fascicoli informatizzati (circa 6 milioni) che attualmente coprono una storicità di 20 anni per un totale di 10 milioni di cittadini interessati. Non si tratta solo di creare modelli in bit più semplici da controllare e trasparenti ma consentire a tutto ciò che gravita intorno al sistema sanità di compiere un passo importante verso il futuro. Ad esempio, grazie alla digitalizzazione si possono creare modelli di analisi più avanzati, che aumentano il valore della ricerca e dunque della cura”.

Il tema dell’incontro Modello lombardo 4.0 è il paziente cronico. “Affrontiamo i loro bisogni secondo due strategie, una centrale e una territoriale – afferma Giorgio Caielli – partendo da un connettore che fa da hub semplifichiamo l’accesso dei soggetti preposti alle informazioni di cui hanno più urgenza, così da ottimizzare e mettere a sistema le risorse a disposizione; ovviamente tutto nel rispetto delle normative europee sulla protezione dei dati, la cui adozione è dietro l’angolo. Ciò che preme sottolineare è che le scelte strategiche che promuoviamo vanno oltre il contesto sanitario. Perseguiamo best practices che migliorino tanti aspetti della quotidianità. Per giungere tale scopo serve però un’infrastruttura di base che spesso oggi è assente. Vada dunque per le applicazioni e le piattaforme innovative ma bisogna investire nello sviluppo delle reti, senza le quali il contorno rischia di essere inutile”.

Al di là degli interventi focalizzati sugli aspetti burocratici della riforma sanitaria, da Dario Beretta, presidente di AIOP Lombardia a Davide Lauri, presidente della Cooperativa Medici Milano Centro, Stefano Carugo dell’Unità coronarica ASST Santi Paolo e Carlo e Luigi Zocchi, presidente di Federfarma Varese, risulta chiaro il ruolo assunto dalla tecnologia nella cura del paziente. “L’età media avanza e grazie all’innovazione tecnologica le malattie si cronicizzano – ammette Giulio Gallera, assessore al Welfare di Regione Lombardia – aumentano i bisogni sanitari e le richiese. Queste potrebbero essere affrontate e gestite in maniera diversa, con costi notevolmente inferiori. Purtroppo in Italia da alcuni anni si è deciso di contenere la spesa pubblica sulla sanità, investendo di meno. Non si può sempre dire che c’è il problema delle liste d’attesa se non arrivano i fondi necessari per ampliare strutture e specialisti. La sola legge 23 non può risolvere i problemi ma mira a creare collaborazione tra territorio e ospedali grazie alla tecnologia e al fascicolo sanitario elettronico, creando, al contempo, un network assistenziale che va oltre la logica del servizio offerto solo dentro le mura ospedaliere”.

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IoT e smart city, il posto dell’intelligenza https://www.datamanager.it/2018/04/iot-e-smart-city-il-posto-dellintelligenza/ Thu, 19 Apr 2018 14:00:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146214 L’ultima tavola rotonda dedicata all’IoT si interroga su come sia possibile trasformare le città grandi e piccole in luoghi di produzione e riuso delle informazioni digitali. Vere e proprie fabbriche sostenibili di nuovi servizi, sicurezza e benessere Affrontati gli aspetti dell’automazione intelligente degli edifici e dei luoghi della produzione industriale, la serie di conversazioni dedicata […]

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L’ultima tavola rotonda dedicata all’IoT si interroga su come sia possibile trasformare le città grandi e piccole in luoghi di produzione e riuso delle informazioni digitali. Vere e proprie fabbriche sostenibili di nuovi servizi, sicurezza e benessere

Affrontati gli aspetti dell’automazione intelligente degli edifici e dei luoghi della produzione industriale, la serie di conversazioni dedicata all’Internet of Things torna a occuparsi di spazi abitati, ampliando il discorso al complesso sistema costituito dalle nostre città. In un’epoca che attribuisce una crescente importanza ai grandi agglomerati metropolitani, la sfida della smart city sta coinvolgendo amministratori, organizzazioni aziendali, operatori, utilities, provider tecnologici e singoli individui, tutti chiamati a costruire, anche grazie all’intelligenza dei sensori e degli strumenti analitici e predittivi, un ambiente abitativo, ricreativo e lavorativo complementare all’azione della trasformazione digitale e dello smart working nelle imprese. Un ambiente capace in definitiva di ridurre i consumi energetici; facilitare gli spostamenti nello spazio fisico; razionalizzare la produzione e ridistribuzione delle risorse: agevolare l’erogazione e l’accessibilità a nuovi servizi; rendere più sicure le sue aree periferiche e i suoi infiniti angoli ciechi. L’IoT insomma come fattore abilitante dei futuri modelli di urbanizzazione e piattaforma di servizio finalizzata alla crescita economica e alla qualità di vita di abitanti stanziali, fruitori e visitatori.

L’incontro dedicato alla smart city avviene come sempre in un contesto “diverso” dalle tradizionali sale anonime che in genere ospitano convegni ed eventi, con il preciso intento di associare al tema trattato uno spazio simbolico in grado di sintetizzarne l’idea e lo spirito di innovazione. Uno spazio, quello del centro Oxy.gen, che merita la speciale introduzione da parte di Riccardo Gini, direttore di Parco Nord Milano, grande spazio verde di 600 ettari allestito a partire dagli anni 70. Il padiglione che ospita i relatori di questo evento rappresenta – aggiunge Gini – un’ulteriore evoluzione della storia del Parco, che abbraccia ben sei territori comunali della Città metropolitana, costituendo un felice esempio di collaborazione tra pubblico e privato, resa ancora più efficace dagli strumenti della tecnologia. «Il luogo dove ci troviamo – spiega il direttore – è stato ideato dal Gruppo farmaceutico Zambon, che insieme al Parco ha dato vita ai Giardini della scienza inaugurati in occasione di Expo 2015». Le origini di Oxy.gen, dell’area umida circostante e di tutto il bosco di circa quattro ettari che costituiscono i Giardini, risalgono al 2000 quando il Comune di Bresso assegnava una porzione del suo territorio per consentire al Parco Nord di entrare nei confini comunali. «Una decina di anni dopo – racconta Gini – un bando regionale invitava alla presentazione di progetti per incrementare la funzione delle aree protette e aprire ai privati la partecipazione al Parco Nord. Il Comune e Zambon raccolgono la sfida con il progetto dei Giardini della scienza». Fedele al mandato – sottolinea Gini – Zambon punta alla creazione di un’area “viva”, con un laghetto che circonda la struttura di Oxy.gen, a sua volta progettata dall’architetto De Lucchi.

UN LABORATORIO NEL PARCO

Parco Nord si è occupato dell’intera area verde di quattro ettari e mezzo, donata dal Rotary Club: un boschetto di circa 150 alberi, tutti georeferenziati, con una trentina di querce, alcuni esemplari di gelsi a integrazione di un paio di piante storiche sopravvissute e tutta la vegetazione idrofila a bordo lago. «Oxy.gen è diventato un laboratorio di cultura scientifica dove portare le nuove generazioni a riflettere sull’aria che respiriamo. A ogni circonferenza concentrica di vegetazione – conclude Gini – corrispondono diverse specie per fioritura e stagionalità. Il nostro miglior risultato è poter vivere occasioni come queste, riunendo le persone che possono aiutarci a progettare il futuro». Come di consueto, in rappresentanza di IDC Italia, Daniela Rao, senior consulting & research director offre ai convenuti una serie di considerazioni e cifre introduttive, partendo da una serie di previsioni a livello globale. «A proposito di importanza delle infrastrutture, la nostra prima previsione riguarda il ruolo che i provider di servizi di comunicazione avranno nel 2018 come “digital hero” delle smart city». Questi operatori, continua Daniela Rao, porteranno avanti progetti in collaborazione con le istituzioni locali, assicurando alle città intelligenti la materia prima fondamentale: la banda trasmissiva. «Tra gli esempi più recenti c’è l’operatore vietnamita che sta trasformando le vecchie cabine telefoniche in hot spot per il Wi-Fi cittadino». Un’altra previsione riguarda lo sviluppo di piattaforme condivise sulle quali costruire progetti più mirati. «In una grande città su tre su scala mondiale, vediamo operatori impegnati a realizzare reti di sensori destinati alla raccolta di dati, fondamentali per lo sviluppo di servizi. In Europa questi progetti si muovono in direzione della sicurezza, in Asia invece vanno verso la mobilità di merci e persone». Sulla base di queste informazioni altri provider, in “coopetion” con altri, potranno dare vita a nuove attività, costruendo man mano una visione unificata della smart city. E infine, sul piano dei modelli di finanziamento, IDC ritiene che nel biennio che abbiamo davanti, la metà dei grandi progetti sarà finanziato in partnership pubblico/privato (il modello PPP), da organismi non profit o da opportuni protocolli di intesa tra municipalità e fornitori di tecnologie come alternativa al tradizionale approccio della pubblica committenza.

SMART CITY IN ITALIA: A METÀ DELL’OPERA

Nel confronto con le altre nazioni europee, Italia e Spagna si trovano abbastanza allineate, con analoghi livelli di soluzioni adottate e progetti in corso. «Siamo in un certo senso a metà dell’opera – spiega Daniela Rao. «Nel Regno Unito, vantano un maggior numero di progetti consolidati o avviati e anche un maggior numero di progetti in fase di valutazione». Ma in quali direzioni stanno investendo le nostre smart city? «Tra le applicazioni più diffuse la condivisione di auto e altri veicoli, le carte di identità digitali, i lampioni intelligenti e gli smart building. In prospettiva, aumenteranno i progetti relativi alla sicurezza, alla raccolta smart di rifiuti e alla gestione di asset e infrastrutture. Ambiti come i parcheggi smart appaiono già consolidati». Lo stesso concetto di smart city, interviene ancora Riccardo Gini di Parco Nord Milano, può avere declinazioni inaspettate. Anche un’area verde può essere gestita in modo più intelligente grazie alle tecnologie. Gli alberi del Parco, per esempio, sono taggati in RFID, una tecnologia che ha consentito lo sviluppo interno di un vero e proprio gestionale arboreo. «Successive sperimentazioni con li Wi-Fi hanno consentito di installare un sistema di video sorveglianza con 35 telecamere e 150 guardie ecologiche che aggiungono valore ai dati trasportati dalla rete. Il software viene utilizzato anche nel nostro centro visitatori, per animare i tavoli espositivi e visto che nel nostro territorio esiste anche uno dei più grossi centri di accoglienza dei migranti di Lampedusa, gestito dalla Croce Rossa, lo smartphone è diventato il principale dispositivo di aggregazione, e ci permette di offrire a queste persone corsi di giardinaggio e altre attività».


La sfida della smart city: come costruire grazie all’intelligenza dei sensori e degli strumenti analitici e predittivi, un nuovo ambiente abitativo, ricreativo e lavorativo – #dmSmartThings
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CULTURA DELLA COLLABORAZIONE

Con Sara Belli interviene a questo punto il primo degli esponenti della PA seduti al nostro tavolo. La direttrice dei progetti di interoperabilità del Comune di Milano spiega che la progettualità finalizzata alla città intelligente e ai suoi sistemi è in effetti “cross” tra diverse direzioni di riferimento. Le politiche del lavoro, per esempio, si occupano anche di aspetti come il coworking o i progetti Horizon 2020 che hanno come obiettivo il miglioramento della mobilità attraverso servizi che possano ottimizzare, anche grazie alla sensoristica IoT, gli spostamenti nell’area urbana. La direzione sistemi per la smart city lavora con quella preposta all’urbanistica in progetti come Sharing City, che investe la zona sud di Milano, finora esclusa da servizi di successo come il bike sharing, ma che negli ultimi anni – afferma la Belli – «ha visto molti interventi anche in collaborazione con privati come la Fondazione Prada. Lo scopo è creare un ambito territoriale «dove poter misurare parametri come l’inquinamento, o la facilità di spostamento, anche come base per la successiva riqualificazione di aree ed edifici». Un altro progetto è Synchronicity, inserito in un contesto di collaborazione europea e finalizzato, anche qui attraverso l’IoT, a rilevare i comportamenti dei cittadini-utenti in modo da premiare i più virtuosi, promuovere la partecipazione delle piccole imprese attraverso bandi in “open call” (per esempio per la realizzazione di un navigatore multimodale), lo sviluppo di sistemi di supporto decisionale alla definizione dei tragitti più indicati per le piste ciclabili. Come funziona, organizzativamente, l’intervento di una pluralità di direzioni? «Non sempre è facile dialogare, perché in passato ogni direzione era abituata a operare in modo più verticale e modificare i propri obiettivi in senso orizzontale è complesso» – riconosce Sara Belli. «L’obbligo del raggiungimento di obiettivi su scala europea aiuta, ma deve anche avvenire un cambiamento culturale che porti al rispetto della collaborazione».

Alessandro La Rocca interviene sul tema della mobilità prendendo spunto dalle informazioni rivelate da Daniela Rao di IDC Italia, che osservava un basso livello di investimenti nel comparto del trasporto pubblico locale (TPL). Alessandro La Rocca, che è stato più volte ospite degli incontri di Data Manager, partecipa in questa occasione come direttore generale di Nugo, startup di Gruppo Ferrovie dello Stato. «Il TPL è l’esempio principe di trasporto condiviso e credo debba avere un ruolo fondamentale nella shared mobility» – afferma La Rocca. «Se non è smart – aggiunge il neoresponsabile di Nugo – la mobilità condivisa è difficile. Eppure, è anche una soluzione che consentirebbe di aggredire tematiche come l’inquinamento o l’affollamento delle strade. La nuova società del Gruppo FS punta a risolvere il problema con una piattaforma che consente di spostarsi da una città all’altra e all’interno delle città con unico sistema integrato di bigliettistica. Nata da poco, Nugo punta a integrare un migliaio di operatori TPL diversi, ciascuno con un proprio sistema di tariffazione, per dar vita a un unico brand riconoscibile a livello nazionale. Non è un’impresa agevole, sottolinea La Rocca. «Solo in Emilia Romagna per il TPL su scala regionale abbiamo contato 700 sistemi di tariffazione. Il nostro strumento deve dare parità a tutti i vettori». A dominare – spiega ancora La Rocca – non è il singolo operatore, ma il mezzo pubblico. E il cliente non è il cliente di un operatore, ma una persona che ora è cliente della rete del Comune di Milano, subito dopo di FS, più tardi della rete del Comune di Roma. «Se non diamo a questa persona visibilità su tutto il TPL nell’arco dei suoi spostamenti, molto probabilmente eviterà di utilizzare mezzi condivisi e inquinerà di più».

REINTERMEDIAZIONE SOTTO CONTROLLO

Piattaforme di questo tipo cominciano a partire in Europa e si deve puntare su questo se non si vuole cedere il passo a operatori esterni, come Uber o la stessa Google, che offrono questi ruoli di reintermediatore, ma non sono facilmente controllabili. «La difficoltà non è tecnica, ma risiede nella mancanza di standard» – avverte La Rocca, invitando tutto il settore del TPL a prendere esempio dal trasporto aereo, che ha standardizzato da anni il sistema di scambio dei flussi economici legati alla emissione di biglietti. «L’approccio adottato da Nugo prevede l’espansione e il potenziamento di sistemi come il GTFS (General Transit Feed Specification), oggi limitato alla messa a fattor comune delle informazioni sugli orari delle linee TPL. Prima o poi – conclude La Rocca – sarà necessario far sedere tutti gli operatori intorno a un tavolo per standardizzare tutte le informazioni che servono a gestire un unico cliente». Torniamo però al modo in cui le grandi pubbliche amministrazioni locali affrontano il tema della città intelligente. Genova, come Milano, ha una lunga familiarità con i progetti coordinati e finanziati a livello Europeo, ma come racconta Paolo Castiglieri della direzione pianficazione strategica, smart city, innovazione d’impresa e statistica del Comune di Genova, è stata costituita una associazione che riunisce il Comune e un centinaio di stake holders di imprese private. «La finalità è discutere e affrontare le problematiche legate alla “smartitudine” della città e del territorio» – sottolinea Castiglieri, che al tavolo presenta un caso particolare già affrontato nei nostri incontri: il complesso progetto di un acceleratore di impresa per startup innovative che ha percorso un lungo iter interno, dovuto alla necessità di coordinare figure e competenze diverse, dall’energy manager del Comune di Genova alla direzione patrimonio urbano che ha curato gli aspetti della riqualificazione delle strutture che ospiteranno l’iniziativa, sostenuta da un partner tecnologico esterno. «Un’attenzione fondamentale per quanto concerne le municipalità è cercare di mettere a fattor comune interessi prioritari su cui coinvolgere i partner, interrogarsi sulle criticità, i modelli di business e soprattutto la sostenibilità dei progetti nel tempo» – spiega Castiglieri, che prosegue osservando come i casi di studio segnalati in Europa non sempre bastano a replicare a livello locale le storie di successo. «Il nostro scopo deve essere quello di sviluppare progetti con alto contenuto innovativo, sfruttando questi “dimostratori” per fare da stimolo al tessuto imprenditoriale locale». Uno stimolo anche a livello normativo, conclude il dirigente genovese, sottolineando il ruolo sempre più critico delle aree urbane: «Per la prima volta, la Commissione europea ha cominciato a stornare fondi un tempo concessi solo su scala regionale per assegnarli direttamente alle municipalità. Il dovere della PA è evidenziare ed eventualmente rimuovere i colli di bottiglia regolamentari che portano a situazioni di inadeguatezza, ma anche imporre uno svecchiamento interno, attraverso una formazione che stimoli i dipendenti pubblici a prendere coscienza delle tecnologie dell’innovazione».


L’IoT come fattore abilitante dei futuri modelli di urbanizzazione e piattaforma di servizio diretta alla crescita economica e alla qualità di vita di cittadini e visitatori – #dmSmartThings
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SICUREZZA, BENE PUBBLICO E TRASVERSALE

Sara Belli del Comune di Milano interviene a questo punto a proposito della questione normativa, osservando come uno dei temi più caldi e fondamentali della smart city, la possibilità di incrociare dati di diversa natura, anche in ordine al comportamento delle persone, diventa più complicato da affrontare alla luce di normative come il GDPR. Una prima risposta arriva da Sirio Magliocca, amministratore delegato di Motorola Solutions Italia, specializzata in sistemi di telecomunicazione mission critical. «Il successo dell’IoT, della interconnettività tra enti e sistemi tecnologici dipenderà da come saremo in grado di eliminare ogni tipo di barriera. Il problema non sta nei dati che posso raccogliere, ma nella necessità di gestirli correttamente e proteggerli». Per questo il concetto di public safety è così importante e trasversale, sottolinea Magliocca, precisando che Motorola Solutions investe sulla sicurezza e sull’integrazione, sul dialogo tra sistemi, edifici, forze di pronto intervento, con un occhio particolare alle capacità offerte dalla quinta generazione di comunicazioni mobili. «Stiamo parlano di una città che fa scattare il semaforo sul verde al passaggio dell’ambulanza, dove ospedali e forze dell’ordine possono scambiarsi informazioni in modo seamless. Per passare dalla teoria al pratica dobbiamo affrontare e risolvere i problemi di natura organizzativa, in modo da rendere tutto interconnesso e interoperabile sulla base di standard condivisi».

Sul fondamentale aspetto della protezione dei dati e della privacy interviene anche Enzo Maria Tieghi, membro del comitato tecnico scientifico di CLUSIT e navigato esperto della sicurezza delle infrastrutture degli impianti industriali. «La riservatezza che il GDPR ci chiama a rispettare non deve farci dimenticare che per i servizi della smart city la disponibilità e l’integrità dei dati sono altrettanto importanti e forse vengono prima, perché senza elettricità la città non può funzionare, senza elettricità non funzionano i computer che d’altra parte mi servono per garantire energia e sistemi di comunicazione in un rapporto di totale interdipendenza». Tieghi si sofferma anche sul tema dell’integrità, avvertendo come ogni punto reso smart, un semaforo, un lampione intelligente trasformato in hot-spot Wi-Fi, può diventare fonte di attacchi e perdita di controllo. Purtroppo, è questa – conclude l’esperto di CLUSIT – la pesante eredità dell’interconnessione, dove la presenza di più operatori può determinare conflitti regolamentari. «Il primo punto è far capire alle persone che esistono questi problemi di sicurezza, fare molto training ed evitare approcci a macchia di leopardo: no, alla sicurezza fatta di arcipelaghi».

NON SOLO METROPOLI

Uno degli operatori coinvolti nel complicato mosaico delle smart city è Engie, che al tavolo viene rappresentato da Hubert Dusausoy, sales development & innovation manager. Engie, brand nato in Francia dalla fusione di Gaz de France e Suez, offre servizi di trasformazione delle reti di distribuzione di gas ed energia e secondo Dusausoy in Italia si sta concentrando soprattutto sulle aree urbane di medie dimensioni, dove ci sono carenze di natura tecnica e procedurale. «In centri di 10mila abitanti, esistono fondi europei che potrebbero coprire a fondo perduto l’80% degli investimenti smart fino a 5 milioni, ma lo sanno pochi» – afferma il manager di Engie. «Fare in Italia quello che abbiamo realizzato a Nizza, trasformando la rete di illuminazione in un sistema decisionale per la mobilità e la sicurezza, implicherebbe uno sforzo di educazione sia sulle procedure sia sull’integrazione». In Italia – conclude Dusausoy – «spesso mancano i dati che alimentano le applicazioni rendendole più efficaci». Nella definizione di Engie, le navi di Grandi Navi Veloci si possono considerare città di media grandezza e Paolo Beatini, CIO della società di trasporti marittimi ragiona in modo molto simile ai suoi colleghi dei comuni di Genova e Milano. Da questo punto di vista, i sistemi di controllo e automazione a bordo delle navi, affidati a società come ABB e Rolls-Royce e ai data center di bordo, sono relativamente facili da affrontare («a parte i costi elevati della comunicazione satellitare» – riconosce Beatini). Il punto di discussione riguarda il momento in cui le navi GNV attraccano nei porti di riferimento delle rotte passeggeri e merci. «Per una serie di tematiche come l’ottimizzazione e il risparmio energetico, o la gestione delle merci, sono in atto progetti europei come Marebonus» – spiega Beatini. «Ma il vero problema è migliorare l’accessibilità alle aree portuali, specialmente nelle città storiche. Aree in cui si mescolano vacanzieri e mezzi di trasporto in una complessa promiscuità, che avrebbe molto bisogno di servizi avanzati. Per questo però dobbiamo migliorare l’integrazione tra strumenti che esistono già e le interfacce tra le varie autorità che insistono su un porto».


La smart city al centro della Data Economy e della Passenger Economy. La città non è un contenitore, ma diventa una piattaforma di servizi. IoT e 5G, legati a doppio filo – #dmSmartThings
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RETI PROTETTE PER LA SANITÀ

Un analogo livello di integrazione e dialogo è l’obiettivo di Lombardia Informatica. «Con 1.500 servizi e 700 applicazioni erogate, i 470 dipendenti di Lombardia Informatica contribuiscono tra l’altro a generare, attraverso le gare, un mercato di 170 milioni di euro all’anno, di ulteriori servizi IT» – afferma Giorgio Caielli, presidente della digital company di Regione Lombardia, che sottolinea l’ambizione dell’azienda di trasformarsi in un polo strategico per l’Agenzia per l’Italia Digitale, «aggregando tutte le iniziative afferenti alla Lombardia per conto delle amministrazioni che non hanno capacità gestionale, per imporre standard di riferimento e poter colloquiare, o anche per offrire, i servizi per conto di comuni molto piccoli». Caielli non dimentica però il ruolo di Lombardia Informatica nei confronti delle grandi città e dei servizi ospedalieri: tante attività che pongono l’azienda in una posizione unica anche come data repository. «Custodiamo dati su 10 milioni di abitanti che ricevono assistenza sanitaria da vent’anni. Si tratta di informazioni alle quali si aggiungono quelle riguardanti l’agricoltura, la protezione civile, le emergenze sanitarie». Su questi dati Lombardia Informatica sviluppa app per la prenotazione dei servizi. «Tra le aree di investimento identificate da IDC, mancano i servizi innovativi per la salute. Ricordiamoci che investire in innovazione rende più sostenibile anche la gestione delle persone che invecchiano». Caielli auspica lo sviluppo di una cultura della sicurezza by design «che ancora non c’è». E in controtendenza sostiene la necessità di «creare intranet chiuse e gestite per assicurare i servizi in comparti critici come gli ospedali». Anche utilizzando servizi in cloud, domanda Enzo Tieghi di CLUSIT? «Conta soprattutto come vengono definiti i confini del servizio» – risponde il presidente di Lombardia Informatica. «E contano gli aspetti della fisicità del dato, della connettività col data center, per evitare troppi passaggi e assicurare le condizioni di cifratura e sicurezza. Anzi, con la capacità computazionale e Big Data, le nostre competenza guadagnano valore nei mercati».

Il luogo che Fabio Degli Esposti, CIO di SEA – Aeroporti di Milano, è chiamato a immaginare si chiama già “aerotropoli”, una vera e propria smart city inserita in una smart city dai confini più estesi. «I miei obiettivi iniziali in SEA – esordisce il responsabile IT degli aeroporti milanesi – consisteva nel garantire ai passeggeri un percorso ottimale dal gate di accesso al gate di uscita. Oggi, parliamo di un sistema integrato che segue lo stesso passeggero nel percorso home-to-home». Due sono le aree di intervento per Degli Esposti. Una riguarda ancora il passenger engagement nella sua navigazione interna alla aerostazione, un tracciato supportato da applicazioni che in passato erano inconcepibili, ma che oggi riescono a essere anche una fonte di paradossi. «Sul telefonino posso disporre persino del mio titolo di viaggio, ma il personale al gate è ancora costretto a verificare la mia carta di identità» – osserva perplesso Degli Esposti. «L’altra area di intervento attinge all’enorme patrimonio di dati che riguardano una infrastruttura complessa e possono essere trasformati in efficientamento, automazione e risparmio».

E GLI SMART CITIZEN?

Come affrontare tutto questo, rispettando in ambito aeroportuale un vincolo di sicurezza che innovazioni come l’IoT rendono semmai più complessa da garantire? «Il paradigma da applicare – risponde Degli Esposti – riguarda il concetto degli ecosistemi: gestire l’interscambio tra ecosistemi con metodologie EDI. In questo senso, l’esperienza maturata con Expo Milano 2015 è stata fondamentale. Le modalità che ci consentono di interscambiare i dati tra passeggeri e stakeholder nelle varie realtà industriali sono il presupposto di processi come quelli messi in atto dalla nuova piattaforma NewGo del Gruppo FS. «In pratica – sintetizza alla fine Degli Esposti – se vuoi essere digitale fuori devi esserlo soprattutto dentro. Noi parliamo di smart city, ma dovremmo piuttosto parlare di smart citizen, e in questo senso la parola d’ordine è awareness. E l’intelligenza artificiale sta “invecchiando” con noi, siamo tutti più svegli ma non è detto che tutti siamo finalizzati all’uso delle tecnologie. Il mio problema è fare in modo che anche il passeggero a mobilità ridotta a causa dell’artrite possa interagire con lo smartphone e l’ambiente smart».


Parole chiave: sostenibilità e resilienza. Energia, Trasporti, Sanità sono i gangli vitali della trasformazione della città dove si registrano gli investimenti maggiori – #dmSmartThings
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La discussione ha fatto emergere – insieme all’esigenza dell’integrazione, della collaborazione e di una maggiore consapevolezza delle opportunità createsi con l’avvento di tecnologie come l’IoT e il 5G – la centralità del dato da aggregare e trasformare in informazioni, ottimizzazione e servizi come ha spiegato Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply. «In Data Reply siamo innovatori per DNA e a volte guardiamo avanti troppo velocemente e fatichiamo a vedere certi ostacoli» – riconosce Ardossi. «Ma al netto delle problematiche emerse, la smart city resta un generatore di dati e la mia natura è cercare di capire come utilizzarli». Ardossi afferma di essere rimasto affascinato da esempi come quello fornito da Riccardo Gini a proposito di alberi e tag RFID, ma come trovare le risorse finanziarie per sfruttare questi patrimoni informativi? «Mi vengono in mente applicazioni come i Pokemon Go, piattaforme ludiche attraverso cui scoprire luoghi poco conosciuti della città, o un tamagotchi che ti permette di far crescere il tuo albero». Ardossi conclude con un rimando alla forza dell’immaginazione e al presupposto fondamentale dei protocolli condivisi necessari per incentivare la creazione e il riuso dei dati. «Dobbiamo fare in modo che la città diventi un fattore abilitante di una miriade di azioni».


Le videointerviste ai protagonisti

IoT e Smart City: videointervista a Fabio Ardossi, Associate Partner di Data Reply


Videointervista a Fabio Ardossi, Data Reply
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IoT e Smart City: videointervista a Sirio Magliocca, AD di Motorola Solutions


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SALUTILE Referti, l’app di Lombardia Informatica per una sanità a portata di click https://www.datamanager.it/2016/05/salutile-referti-lapp-lombardia-informatica-sanita-portata-click/ Tue, 17 May 2016 15:00:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101591 Da oggi in Regione Lombardia consultare i propri documenti sanitari, quali referti, verbali di Pronto soccorso, lettere di dimissione e molto altro ancora, sarà più semplice ed immediato grazie all’APP SALUTILE Referti già disponibile su App Store per dispositivi ios dalla versione 8 in poi  e Google Play, per dispositivi android dalla versione 4.4 in […]

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Da oggi in Regione Lombardia consultare i propri documenti sanitari, quali referti, verbali di Pronto soccorso, lettere di dimissione e molto altro ancora, sarà più semplice ed immediato grazie all’APP SALUTILE Referti già disponibile su App Store per dispositivi ios dalla versione 8 in poi  e Google Play, per dispositivi android dalla versione 4.4 in poi.

Dopo il contributo fornito ai cittadini della Regione dall’APP SALUTILE Prenotazioni ecco che Regione Lombardia, grazie all’operato di Lombardia Informatica, presenta una nuova soluzione tecnologica pensata per poter consultare i propri referti e la propria storia clinica degli ultimi sei mesi, resa disponibile dalle strutture sanitarie lombarde che aderiscono al Sistema Informativo Socio Sanitario, comodamente sui propri dispositivi mobili, smartphone e tablet, senza doversi recare presso la Struttura Sanitaria per il ritiro del cartaceo.

Accedere al servizio è semplice ed intuitivo. Dopo una prima fase di iscrizione volta a garantire la protezione dei propri dati e la propria privacy attraverso il processo di autenticazione dei Servizi Sanitari online di Regione Lombardia e l’impostazione di un Codice di Sicurezza, si potrà accedere all’app ogni volta in modo veloce e sicuro.

Per poter visualizzare i propri documenti è necessario aver prestato il consenso al trattamento dei dati personali effettuato tramite il Fascicolo Sanitario Elettronico e disporre delle credenziali per accedere ai servizi sanitari online di Regione Lombardia. Se non si è ancora in possesso delle credenziali, è possibile richiederle presso tutte le Strutture Sanitarie pubbliche, presso le Strutture Sanitarie private accreditate che forniscono il servizio, presso gli  STER Spazi Regione.

L’accesso al Servizio è subordinato all’installazione della relativa applicazione. L’APP SALUTILE Referti viene concessa in uso a titolo completamente gratuito. L’accesso al servizio è subordinato alla disponibilità, da parte dell’utente, delle credenziali di autenticazione (user id che è il numero di identificazione della Tessera Sanitaria Carta Nazionale dei Servizi – password e One Time Password) rilasciate presso tutte le Strutture Sanitarie e presso gli Enti Erogatori Privati Accreditati, e di una connessione dati attiva sul proprio dispositivo mobile.

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Le nuove frontiere tecnologiche della cloud security, il progetto europeo PRISMACLOUD https://www.datamanager.it/2016/05/le-nuove-frontiere-tecnologiche-della-cloud-security-progetto-europeo-prismacloud/ Fri, 06 May 2016 13:16:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=100789 Lombardia Informatica, braccio informatico della Regione Lombardia, ricopre un ruolo sempre più di primo piano nell’ambito dell’innovazione e della ricerca internazionale sulle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Ne è un esempio PRISMACLOUD, ambizioso progetto che affronta le problematiche legate al cloud computing. Quest’ultimo rappresenta ormai l’area più in espansione per quanto riguarda le ICT. […]

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Lombardia Informatica, braccio informatico della Regione Lombardia, ricopre un ruolo sempre più di primo piano nell’ambito dell’innovazione e della ricerca internazionale sulle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione).

Ne è un esempio PRISMACLOUD, ambizioso progetto che affronta le problematiche legate al cloud computing. Quest’ultimo rappresenta ormai l’area più in espansione per quanto riguarda le ICT. Tuttavia, a causa dello scarso livello di sicurezza nella protezione dei dati, sono ancora molte le riserve nei suoi riguardi.

PRISMACLOUD è un progetto di ricerca finanziato dall’unione europea volto ad innovare i metodi di crittografia e implementare la sicurezza e la privacy dei servizi cloud rendendoli facilmente utilizzabili dagli utenti.  PRISMACLOUD garantirà finalmente un’adeguata protezione dei dati e la sicurezza richiesta per i dati sensibili presenti in rete. Un’architettura di archivazione multicloud dei dati permette suddivisione degli stessi su più  piattaforme cloud diversificate, implementandone contemporaneamente la sicurezza e la fruibilità. Queste tecniche innovative permettono di eliminare il vendor lock-in preservando l’indipendenza dell’utente e l’autenticità dei dati, rafforzano la privacy e contribuiscono a rendere il mercato dei cloud provider più dinamico.

Le prime prove del funzionamento di PRISMACLOUD saranno effettuate negli ambiti delle smartcity, dell’e-Government e dell’e-Health. PRISMACLOUD è partner del progetto Credential che garantirà standard elevati di sicurezza, privacy e protezione per la tutela dei dati personali degli utenti. PRISMACLOUD è stato  presentato all’ICT2015 che si è tenuto a Lisbona in ottobre insieme agli altri due progetti facenti parte di Horizon 2020: WITDOM e TREDISEC. ICT2015 è stato uno dei più importante eventi sostenuti dall’unione europea per promuovere i principali studi sulle tecnologie informatiche.

Il consorzio di PRISMACLOUD è composto da un team di 6 partner industriali, 4 centri di ricerca e 6 università. Tra questi sono presenti due realtà italiane di eccellenza: la Fondazione “Centro San Raffaele” e LISPA, Lombardia Informatica S.p.a., che vanta una ormai comprovata esperienza – riconosciuta a livello internazionale – nell’ambito della fornitura di servizi digitali per Regione Lombardia grazie alla quale può garantire un apporto significativo all’interno di PRISMACLOUD.

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Lombardia Informatica tra i partner del Progetto europeo “Credential” https://www.datamanager.it/2016/05/lombardia-informatica-partner-del-progetto-europeo-credential/ Mon, 02 May 2016 14:55:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=100127 Lombardia Informatica, braccio informatico della Regione Lombardia, partecipa come partner al progetto europeo di ricerca e innovazione Credential (Secure Cloud Identity Wallet), volto ad implementare la sicurezza della privacy e dei dati d’identità in cloud.  Quello della tutela della privacy è infatti uno dei principali obiettivi nell’ambito della ricerca ICT e che si fa sempre […]

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Lombardia Informatica, braccio informatico della Regione Lombardia, partecipa come partner al progetto europeo di ricerca e innovazione Credential (Secure Cloud Identity Wallet), volto ad implementare la sicurezza della privacy e dei dati d’identità in cloud. 

Quello della tutela della privacy è infatti uno dei principali obiettivi nell’ambito della ricerca ICT e che si fa sempre più impellente quanto più cresce la richiesta da parte degli utenti di servizi digitali quali quelli dell’e-Government, dell’e-Health e dell’e-Business.

Credential rientra nell’ambito del programma europeo di ricerca Horizon 2020 che, in un arco di tempo di 36 mesi (Ottobre 2015 – Settembre 2018), si pone l’obiettivo di sviluppare, testare e mettere a disposizione nuovi servizi innovativi cloud-based per la conservazione, la gestione e la condivisione di informazioni relative alla identità digitale ed altri dati personali sensibili, garantendo un elevato e dimostrabile grado di sicurezza rispetto alle soluzioni attuali.

La sicurezza di questi dispositivi risiede nella combinazione di sistemi di autenticazione multi-fattore basati su dispositivi hardware con sistemi di cifratura end-to-end, che rappresenta un vantaggio significativo rispetto agli odierni schemi di autenticazione basati su password. L’utilizzo di schemi di crittografia denominati “proxy based” consentirà la creazione di un network sicuro e che veicola informazioni nel rispetto della privacy, in cui anche l’Identity Provider non potrà accedere ai dati in chiaro, e quindi proteggerà l’accesso ai dati di identità. Relativamente ai servizi di e-Health, e-Government e e-Busines, Credential garantirà standard elevati di sicurezza, privacy e protezione per la tutela dei dati personali degli utenti.

Il consorzio di Credential è composto da sette partner industriali internazionali, due organizzazioni di ricerca e tre istituzioni universitarie. All’interno del progetto il ruolo principale di Lombardia Informatica è quello di fornire il sito pilota per il caso d’uso dell’e-Government, grazie alla già comprovata esperienza dell’azienda nella fornitura di servizi digitali per Regione Lombardia.

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La Lombardia è pronta: nel 2015 emesse 23 milioni di Ricette Elettroniche Farmaceutiche Dematerializzate https://www.datamanager.it/2016/03/la-lombardia-pronta-nel-2015-emesse-23-milioni-ricette-elettroniche-farmaceutiche-dematerializzate/ Fri, 04 Mar 2016 17:00:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96067 Il primo marzo è partita ufficialmente la ricetta nazionale elettronica. Valida in tutte le farmacie italiane, non più solo nelle regionali di appartenenza. Se un medico di famiglia della Lombardia prescrive dunque un farmaco rimborsabile, lo farà elettronicamente sul computer o Tablet e darà al paziente un pro-memoria. Consegnandolo in una qualsiasi farmacia italiana, dunque […]

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Il primo marzo è partita ufficialmente la ricetta nazionale elettronica. Valida in tutte le farmacie italiane, non più solo nelle regionali di appartenenza.

Se un medico di famiglia della Lombardia prescrive dunque un farmaco rimborsabile, lo farà elettronicamente sul computer o Tablet e darà al paziente un pro-memoria. Consegnandolo in una qualsiasi farmacia italiana, dunque non solo in Lombardia, il paziente riceverà la medicina di cui ha bisogno pagando il ticket che pagherebbe nella sua regione di provenienza.

Molteplici i vantaggi, la ricetta elettronica dematerializzata offre maggiori garanzie di sicurezza per l’utente perché i dati digitali evitano le doppie prescrizioni e gli errori, operando su dati già verificati e validati.

Regione Lombardia, ha iniziato la sperimentazione già nell’ottobre 2014 tramite Lombardia Informatica, partner tecnologico di Regione Lombardia, in ottemperanza ad un decreto ministeriale. A fine 2014 ha avviato la diffusione del Progetto “Ricetta Dematerializzata”, uno dei temi previsti nelle linee di azione per la sanità digitale con lo scopo di superare la ricetta medica cartacea (ricetta rossa RUR), sostituendola con la ricetta digitale con il coinvolgimento progressivo di tutti i Medici e Pediatri lombardi.

Un progetto in grado di garantire che sia la prescrizione, sia l’erogazione dei farmaci avvengano in tempo reale con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e basata sul dato elettronico. Il Progetto in Regione Lombardia dopo alcuni mesi di sperimentazione, è oggi attivo in tutta Regione Lombardia e tutti i software utilizzati dai MMG/PDF (medici di medicina generale, pediatri di famiglia) risultano qualificati per consentire agli operatori sanitari di prescrivere in modalità dematerializzata.

In questa attuale fase di applicazione, il farmacista appone sul promemoria le fustelle dei farmaci consegnati.

La ricetta dematerializzata segue le stesse regole prescrittive e di erogazione della ricetta rossa per l’assistenza farmaceutica, come in particolare la validità di 30 giorni dalla data di emissione. Ogni ricetta dematerializzata viene anche resa disponibile sul Sito dei Servizi Sociosanitari al quale si può accedere sia mediante credenziali (userid, password e One Time Password, che il cittadino riceve via sms su proprio cellulare), o mediante Carta Nazionale dei Servizi, questi  può visionare le proprie prescrizioni  ed eventualmente stamparne il promemoria per utilizzarlo in farmacia.

Il lavoro prosegue alacremente anche sul fronte prescrizione digitale di visite ed esami in merito alle quali si punta ad arrivare a regime entro l’anno corrente. La prescrizione intraospedaliera è stata avviata nel 2014, a fine 2015 i dati parlano di oltre 687.000 ricette prescritte.

La prescrizione territoriale di esami di Laboratorio, effettuata da MMG/PDF è stata avviata nel mese di settembre 2015 sui territori di Brescia e Cremona coinvolgendo anche tutti gli Enti Erogatori Pubblici e Privati Accreditati dei medesimi territori: prescritte 130.000 ricette. Nel mese di febbraio 2016 si è estesa ai territori di Lodi e Sondrio e saranno successivamente coinvolti tutti gli altri territori.

A fine 2015 sono stati coinvolti complessivamente 746 MMG/PDF e 1.434  medici specialisti e tutti gli Erogatori Pubblici e Privati Accreditati lombardi sono stati messi nelle condizioni di erogare prescrizioni elettroniche.

Attualmente è in fase di completamento la diffusione della ricetta DEM specialistica per le prestazioni di laboratorio su tutte le strutture e per tutti i medici di famiglia (MMG/PDF) su tutti i territori della regione. Entro luglio di quest’anno vi sarà, poi, l’ampliamento della ricetta DEM a tutte le altre prestazioni specialistiche.

Entro fine anno è prevista la prescrizione di rilevanti volumi di ricette DEM per arrivare a regime in tutti gli ambiti nel 2017.

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Fascicolo Sanitario Elettronico, in Regione Lombardia una realtà da 6 milioni https://www.datamanager.it/2015/12/fascicolo-sanitario-elettronico-in-regione-lombardia-una-realta-da-6-milioni/ Wed, 16 Dec 2015 17:00:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=91125 Mentre di recente (Settembre 2015) il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin firma l’atteso Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che contiene il regolamento sul fascicolo sanitario elettronico che dovrà essere adottato in tutto il Paese, per Regione Lombardia è già tempo di risultati. Il documento definisce il Fascicolo Sanitario Elettronico come “l’insieme di dati […]

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Mentre di recente (Settembre 2015) il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin firma l’atteso Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che contiene il regolamento sul fascicolo sanitario elettronico che dovrà essere adottato in tutto il Paese, per Regione Lombardia è già tempo di risultati.

Il documento definisce il Fascicolo Sanitario Elettronico come “l’insieme di dati e documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito, che ha come scopo principale quello di agevolare l’assistenza al paziente, offrire un servizio che può facilitare l’integrazione delle diverse competenze professionali, fornire una base informativa consistente, contribuendo al miglioramento di tutte le attività assistenziali e di cura”.  Come noto il Fascicolo Sanitario Elettronico permette a qualsiasi cittadino di disporre dei propri dati e documenti clinici in versione digitale, garantendo allo stesso tempo ai medici e ai clinici di accedere a tali dati, favorendo tempestività e appropriatezza delle cure.

Regione Lombardia grazie al supporto di Lombardia Informatica, società di servizi a capitale interamente regionale che svolge un ruolo di “cerniera” tra la domanda della Pubblica Amministrazione e l’offerta del mercato dell’Information & Communication Technology, ha già raggiunto risultati importanti. Basti pensare che in Lombardia sono oltre 6 milioni i Fascicoli già attivi su una popolazione totale di 9 milioni e mezzo di cittadini.

A fine 2015 si contano oltre 28 milioni di referti pubblicati sui fascicoli, quasi 4 milioni di prenotazioni e 3,5 milioni di certificati di malattia avvenuti online, nonché 100 milioni di ricette gestite tramite il Sistema Informativo Socio-Sanitario (SISS), di cui circa 20 milioni già completamente dematerializzate (eliminando la ricetta rossa cartacea).

Il sistema, oltre a presentare dei numeri imponenti, viene massicciamente utilizzato e ad oggi si registrano ben 10 milioni di consultazioni di referti, di cui oltre 3.5 milioni sono effettuati da singoli cittadini.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico, ricordiamo, si presenta come una cartella virtuale che raccoglie tutte le informazioni e i documenti clinici del paziente prodotti sul territorio regionale, anche da operatori e medici di strutture diverse. L’obiettivo principale è quello di innovare i processi sanitari, spostandoli verso un’ottica Patient Centric che permetta al cittadino di accedere in qualunque momento e ove necessario a tutte le proprie informazioni cliniche rilevanti, nell’assoluto rispetto della privacy e previo Consenso al Trattamento dei Dati. Il Fascicolo si propone come il fondamento informatico per la creazione della “salute in rete”, facilitando le attività degli operatori sanitari, che possono avere un accesso più rapido ai dati, e fornendo una visione integrata della storia clinica del paziente.

L’accesso, per prenotare visite ed esami o consultare i propri referti direttamente da pc o tablet, avviene per i cittadini grazie ad una password (da richiedere agli sportelli delle strutture sanitarie) e una ulteriore passaword trasmessa via cellulare per ogni accesso ai servizi oppure tramite Carta Regionale dei Servizi/Tessera Sanitaria-Carta Nazionale dei Servizi e lettore smart card.

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