Marco Vitale – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 21 Sep 2015 14:44:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Marco Vitale – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Il paradigma olivettiano, l’impresa nel terzo millennio https://www.datamanager.it/2015/09/il-paradigma-olivettiano-limpresa-nel-terzo-millennio/ Mon, 21 Sep 2015 14:44:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=83041 “Olivetti Adriano di Camillo: Sovversivo”. Così scriveva un oscuro funzionario sulla copertina del dossier che la questura di Aosta aprì su Adriano Olivetti nel giugno 1931. Forse, perché in ogni società che rifiuta il cambiamento per paura di essere cancellata, anche le idee “buone” possono spaventare. Quella di Adriano Olivetti fu un’esperienza unica nel capitalismo […]

L'articolo Il paradigma olivettiano, l’impresa nel terzo millennio proviene da Data Manager Online.

]]>
“Olivetti Adriano di Camillo: Sovversivo”. Così scriveva un oscuro funzionario sulla copertina del dossier che la questura di Aosta aprì su Adriano Olivetti nel giugno 1931.

Forse, perché in ogni società che rifiuta il cambiamento per paura di essere cancellata, anche le idee “buone” possono spaventare. Quella di Adriano Olivetti fu un’esperienza unica nel capitalismo italiano e internazionale perché si basò su una concezione del lavoro che metteva al centro gli aspetti sociali in luogo del profitto. Il paradigma olivettiano è anche il fulcro della riflessione di due volumi della collana Piccola Biblioteca d’Impresa di Inaz e rappresenta un punto di partenza obbligato per tutti coloro che concepiscono l’imprenditorialità come un fattore essenziale per il progresso di una società aperta e giusta. Ma che cos’è il “bene dell’azienda”? Per Vittorio Coda, professore emerito dell’Univeristà Bocconi, esperto di strategia e politica aziendale, si identifica con il suo sviluppo duraturo. «Ma si badi bene, non crescita quantitativa».


#impresa Il paradigma olivettiano nel terzo millennio @Inaz_SRL
Click To Tweet


Per l’economista d’impresa, Marco Vitale, che punta il dito contro «la peste della finanziarizzazione del mondo», l’impresa non deve essere autoreferenziale. «La legittimazione dell’impresa è nell’essere utile alla collettività e al suo sviluppo». Ali Reza Arabnia, presidente e AD del Gruppo Geico (geicotaikisha.com), è convinto assertore dell’innovazione e della responsabilità sociale di chi fa impresa. Persiano d’origine vive e lavora in Italia dal 1980. «Nel periodo più brutto della nostra vita aziendale nel 2009, abbiamo investito senza paura. Mentre tutti i nostri concorrenti tagliavano il personale e bloccavano gli investimenti, noi puntavamo sull’innovazione e i giovani talenti».

E del resto, come ricorda Carlo G. Lacaita, ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, la prima fabbrica di Camillo Olivetti a Ivrea aveva il suo cuore proprio nel laboratorio. (nella foto da sinistra, Ali Reza Arabnia, Marco Vitale, Linda Gilli, AD di Inaz, Carlo G. Lacaita e Vittorio Coda)

L'articolo Il paradigma olivettiano, l’impresa nel terzo millennio proviene da Data Manager Online.

]]>
Inaz delinea l’impresa del terzo millennio https://www.datamanager.it/2014/09/inaz-delinea-limpresa-millennio/ Mon, 22 Sep 2014 09:28:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=61320 Dal convegno Inaz a Milano il punto sui valori che consentiranno all’industria di vincere le sfide del futuro. Sono intervenuti Vittorio Coda, Bruno Lamborghini, Marco Vitale. Presentati i casi di successo di Geico SpA e Gruppo Loccioni Com’è possibile parlare dell’impresa che verrà e che vogliamo costruire, quando l’Italia ha grosse difficoltà a preservare le […]

L'articolo Inaz delinea l’impresa del terzo millennio proviene da Data Manager Online.

]]>
Dal convegno Inaz a Milano il punto sui valori che consentiranno all’industria di vincere le sfide del futuro. Sono intervenuti Vittorio Coda, Bruno Lamborghini, Marco Vitale. Presentati i casi di successo di Geico SpA e Gruppo Loccioni

Com’è possibile parlare dell’impresa che verrà e che vogliamo costruire, quando l’Italia ha grosse difficoltà a preservare le imprese che ci sono? È questo l’interrogativo che ha caratterizzato il convegno “L’impresa del terzo millennio”, organizzato da Inaz il 15 settembre a Milano e parte del ciclo di convegni “Piccola Biblioteca d’Impresa”.

Secondo Linda Gilli, Cavaliere del Lavoro e A.D. e presidente di Inaz, una risposta viene da un modello tutto italiano, quello della Olivetti, azienda con cui Inaz iniziò a collaborare dagli anni ’70: «Un mondo ricco di valori, di stimoli, di idee, dove la componente umana era all’origine, ma anche la destinataria finale di una mirabile capacità di innovazione tecnico-scientifica ed organizzativa. Olivetti capì che il software sarebbe stato il motore del mondo moderno, motore che porta in sé un incredibile patrimonio di energia umana. Di qui un’attenzione, che Inaz condivideva allora e porta avanti ancora oggi, per la cultura del personale, che dalla ricerca e selezione passa per la crescita delle competenze, fino alla coltivazione di nuovi talenti».

«Crediamo che l’impresa correttamente intesa sia un fattore di sviluppo e incivilimento –ha commentato l’economista Marco Vitale, moderatore del convegno–. Ma non deve essere autoreferenziale: occorrono alleanze, occorre fare rete, per costruire un sistema valoriale e una visione culturale». Uno sguardo sull’economia civile è uno sguardo su tutta l’economia, non solo quella no profit , «economia civile, sociale e di comunione». E ancora, Vittorio Coda, professore di economia alla Bocconi e membro del comitato scientifico dell’ISVI, ha sottolineato che «Il fine dell’impresa non è la crescita quantitativa, ma lo sviluppo, che è un obiettivo qualitativo e sostenibile nel tempo». Bruno Lamborghini, già vicepresidente di Olivetti SpA e docente all’Università Cattolica di Milano, ha puntato il dito contro la finanziarizzazione «che ha rovinato i valori d’impresa, con il suo pensiero a brevissimo termine. Il tratto distintivo di Adriano Olivetti e degli imprenditori che hanno fatto la storia dell’industrializzazione italiana era la capacità di guardare avanti».

Infine,le storie di due imprese che hanno fatto del lavorare bene e in modo etico una chiave del proprio successo e un fattore di sviluppo, per l’azienda e per la comunità.

Enrico Loccioni ha presentato il progetto “2KM di futuro”, con cui il Gruppo Loccioni ha “adottato” due chilometri del fiume Esino nelle Marche, mettendo in sicurezza l’area e creando un laboratorio di progettazione pubblico-privato.

Reza Arabnia, CEO e presidente di Geico SpA, ha raccontato la storia di un successo imprenditoriale fondato sulla comunione di interessi tra l’azienda, le persone che ne fanno parte, il suo leader e gli stakeholder. Geico,che a Cinisello Balsamo produce impianti di verniciatura per il settore automotive, è diventata un’eccellenza risanandosi e coltivando le risorse interne. «La ricchezza è una conseguenza del lavoro fatto bene» ha dichiarato Arabnia, concludendo con un attestato di stima verso il nostro Paese: «Scelgo di investire in Italia perché le persone e il know-how che si trovano qui non hanno eguali nel mondo».

Al convegno, patrocinato dalla Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro Gruppo Lombardo e realizzato in collaborazione con AIdAF (Associazione Italiana delle Aziende Familiari) e  ISVI Istituto per i Valori d’Impresa, è stata presentata la nuova pubblicazione della collana “Piccola Biblioteca d’Impresa Inaz” dedicata proprio al mondo olivettiano. Intitolato La prima impresa industriale di Camillo Olivetti e il paradigma olivettiano, il volume, curato dallo storico Carlo G. Lacaita, presenta per la prima volta una relazione del 1912 con cui la C.G.S., la prima società fondata da Camillo Olivetti, partecipò a un “Concorso d’industria” del tempo.

L'articolo Inaz delinea l’impresa del terzo millennio proviene da Data Manager Online.

]]>
Marco Vitale, sherpa d’idee e costruttore di ponti https://www.datamanager.it/rivista/marco-vitale-sherpa-didee-e-costruttore-di-ponti-57093.html Thu, 12 Jun 2014 10:16:42 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/marco-vitale-sherpa-didee-e-costruttore-di-ponti/ Gli incontri di Inaz si caratterizzano per la qualità delle riflessioni sulla cultura d’impresa. Questa volta, al centro dell’attenzione in un eccezionale video-ritratto d’autore (curato da Marco Manzoni, fondatore di Oikos Studio) c’è l’ideatore degli incontri della Piccola Biblioteca d’impresa: Marco Vitale. Economista, docente, consulente, Marco Vitale è tra le voci più indipendenti dell’economia d’impresa […]

L'articolo Marco Vitale, sherpa d’idee e costruttore di ponti proviene da Data Manager Online.

]]>
Marco Vitale, sherpa d'idee e costruttore di pontiGli incontri di Inaz si caratterizzano per la qualità delle riflessioni sulla cultura d’impresa. Questa volta, al centro dell’attenzione in un eccezionale video-ritratto d’autore (curato da Marco Manzoni, fondatore di Oikos Studio) c’è l’ideatore degli incontri della Piccola Biblioteca d’impresa: Marco Vitale.

Economista, docente, consulente, Marco Vitale è tra le voci più indipendenti dell’economia d’impresa e tra i pochi ad aver previsto i pericoli di un capitalismo orientato solo al profitto alla vigilia della crisi del 2008. Non è possibile racchiudere l’esperienza umana e professionale (profondamente intrecciate tra loro) di Marco Vitale e che – per altro – continua a essere attivissima su tutti i fronti. Il videoreportage si intitola “Marco Vitale: Sherpa d’idee e costruttore di ponti” e ricorda una frase attribuita a Vitale da Fosco Maraini durante una lezione universitaria. Nel documentario, la figura del protagonista – rigorosa e impregnata di umanità – giganteggia sul suo interlocutore ed è fatale che anche la più brillante delle conversazioni diventi un monologo. Accade sempre, quando ci si trova a contatto con grandi personalità, che sono soprattutto grandi persone. Il racconto – però – non cede il passo all’autocelebrazione o al compiacimento agiografico, ma rappresenta una vivace occasione di ragionamento per fare e farsi domande scomode.

Sebbene Marco Vitale abbia sempre dimostrato una certa resistenza a parlare di se stesso, in questo video-racconto scopriamo le radici della sua formazione culturale, le sue letture preferite, le persone che hanno lasciato un’impronta profonda nel suo pensiero, influenzandolo e indirizzandolo. Non solo. Scopriamo anche una versione inedita del professore (dall’aspetto un po’ severo, ma dai modi gentili) più intima e familiare, come la sua passione per lo sport che lo ha educato al rispetto delle regole e a certe altezze anche di pensiero. Aspirante cristiano, seguace della cultura sociale di mercato, critico duro e feroce del mercatismo di matrice americana, di un’economia senza volto e di una finanza fuori controllo.

Con le testimonianze di Annalori Ambrosoli, il patron di Smeg, Roberto Bertazzoni, l’economista Vittorio Coda e il regista Ermanno Olmi, quello che emerge è un ritratto neorealista di un uomo che continua a dedicare ogni sforzo del suo pensiero alla ricerca di una verità che unifica e che non divide.

Cambiamento e trasformazione

Chi ha affrontato le cime del Karakorum e delle Ande Argentine e ha percorso gran parte dell’Italia in bicicletta non ha paura di mostrare la schiena dritta anche davanti alle scelte dell’amministrazione americana, ostaggio delle grandi concentrazioni di potere o davanti alle involuzioni della politica italiana, prigioniera dell’immobilismo e degli interessi personali. A tutto questo, Marco Vitale dice basta, perché la crisi è cambiamento e porta con sé anche un messaggio: «Non si può andare avanti così, ma bisogna recuperare la dimensione dei valori, del lavoro, del rispetto. Il problema delle banche “too big to fail” è ancora irrisolto. Il volume dei derivati è superiore a quello del 2007. Alan Greenspan ha fatto un po’ di autocritica. Larry Summers invece no, eppure, fino a pochi giorni prima della nomina di Janet Yellen, era il candidato più accreditato alla presidenza della Federal Reserve, come dimostravano le pressioni forti della Casa Bianca che valsero al presidente Obama le critiche durissime del New York Times».

Non lasciare nessuno indietro

Chi non ce la fa è destinato a soccombere. La filosofia economica di tipo darwiniano non può essere la base della contemporaneità. I timidi segnali di ripresa continuamente rivisti al ribasso non possono essere considerati segnali positivi, perché secondo Marco Vitale l’Italia non ha fatto ancora niente di serio sui temi che ci hanno portato a vivere la crisi in modo più grave di altri paesi. «Dobbiamo ricreare un rapporto di fiducia e ritrovare una sintonia con il mondo che lavora, che produce e che innova. Dobbiamo imparare dagli errori e correggere la rotta» – avverte Marco Vitale. «L’Europa ha radici profonde nella cultura sociale di mercato e subisce meno il condizionamento delle lobby di potere. Forse, i processi di integrazione politica e monetaria sono lenti, ma rappresentano l’unico tentativo possibile di mettere insieme le tante anime dell’Europa. La rigidità del patto di stabilità è inaudita. Dobbiamo tornare a pensare alla crescita. Il semestre europeo a guida italiana – che inizierà il primo luglio – è il banco di prova per il nostro futuro».

L'articolo Marco Vitale, sherpa d’idee e costruttore di ponti proviene da Data Manager Online.

]]>
Ricominciare da Marco Biagi https://www.datamanager.it/rivista/ricominciare-da-marco-biagi-54606.html Wed, 19 Mar 2014 15:14:18 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/ricominciare-da-marco-biagi/ La sera del 19 marzo di dodici anni fa, l’Italia ebbe un sussulto. Il giuslavorista Marco Biagi, mentre percorreva in bici dalla stazione di Bologna la strada verso casa, veniva freddato con sei proiettili davanti al portone. La rivendicazione dell’omicidio portava la firma delle Nuove Brigate Rosse. Ancora – oggi – non è chiaro se […]

L'articolo Ricominciare da Marco Biagi proviene da Data Manager Online.

]]>
La sera del 19 marzo di dodici anni fa, l’Italia ebbe un sussulto. Il giuslavorista Marco Biagi, mentre percorreva in bici dalla stazione di Bologna la strada verso casa, veniva freddato con sei proiettili davanti al portone. La rivendicazione dell’omicidio portava la firma delle Nuove Brigate Rosse. Ancora – oggi – non è chiaro se il vero scopo fosse bloccare il Paese nel cuneo della contrapposizione tra capitale e lavoro oppure impedire il processo di svalutazione del lavoro. Quello che possiamo dire è che nonostante la morte di Marco Biagi, il mercato del lavoro in Italia resta bloccato ed è fonte di profonda divisione nel Paese. Le idee di Marco Biagi sono ancora attuali, soprattutto alla luce della situazione economica e occupazionale con la quale dobbiamo confrontarci. I dati Istat 2013 mettono nero su bianco le cifre della crisi del lavoro. Il problema non è solo il costo del lavoro, il gap più grave è quello delle competenze e della competitività. Certo, occorre ridurre le tasse sul lavoro e sull’impresa – però – la verità è che il nostro sistema industriale e dei servizi non è più competitivo, nonostante il costo del lavoro sia minore di quasi tutti i nostri competitor europei. L’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. «A partire dagli anni 70 – ricorda l’economista d’impresa, Marco Vitale – i leader dei sindacati italiani gridavano allo scandalo di fronte alle politiche di concertazione e dichiaravano che l’Italia non sarebbe mai diventata come la Germania».

Ma in Italia, la lotta di classe – con la messa in scena dei cortei nelle piazze e le intese differite nelle stanze del potere – quali vantaggi reali ha portato ai lavoratori?

«Oggi, in Germania – fa notare Vitale – i lavoratori dei land più produttivi sono più tutelati, guadagnano di più e contano nella conduzione delle imprese, mentre i nostri per far sentire la loro voce devono arrampicarsi in cima alle gru. Biagi ha cercato di affrontare questa realtà e di farci fare un passo avanti nella cultura del lavoro in una direzione più moderna e responsabile. L’Italia – però – è l’unico paese in cui i giuslavoristi si uccidono se dicono qualcosa di sensato. Per far ripartire il lavoro in Italia, ci vogliono regole nuove, ma prima di tutto, ci vuole una politica economica degna di questo nome. Dobbiamo pensare a creare posti di lavoro attraverso la negoziazione di secondo e terzo livello per dare quella flessibilità necessaria a rispondere alla pressione competitiva. Ci vogliono azioni di sistema, strutturali e legislative insieme. Non è la regola singola che può risolvere un problema così complesso».

Il lavoro agile e mobile è già una realtà. L’innovazione tecnologica sta rimodellando i settori economici e i confini di azione, innescando quel cambiamento strutturale che la politica non è stata capace di guidare.

E questa trasfrormazione non sarà indolore e neppure facile. Avrà un impatto non solo sul modo di produrre, ma anche sul modo di organizzare il lavoro all’interno delle aziende e sui livelli di occupazione. Ridistribuire la ricchezza, il lavoro, il sapere, il potere, le opportunità e le tutele è il compito difficile che la politica ha davanti.

Il lavoro è un tema che ci coinvolge tutti. Quello che facciamo definisce chi siamo. E in questi anni, ci siamo abituati a fare molte più cose insieme. In qualche modo, siamo destinati a diventare soci dell’impresa dove lavoriamo, non solo dipendenti. E forse, diventeremo tutti free lance, abituati alla precarietà dei ruoli, delle situazioni, degli affetti, viaggiatori dello spaesamento geografico ed emotivo, in un mondo che non conosce più confini, ma dove gli uomini continuano a costruire barriere per limitare il proprio orticello nel grande villaggio globale. E la sfida più grande è proprio questa: riuscire a vivere insieme senza cadere nella trappola dell’egoismo. E oggi, l’Italia non è un paese coeso. Se non affrontiamo il problema della produttività e della domanda, coniugando politiche per l’occupazione e sistema di welfare, nessuna normativa del lavoro potrà funzionare. Il vero obiettivo è il bene dell’azienda, cui sono legati a filo doppio sia il destino dei dipendenti sia quello degli imprenditori.

Forse, Marco Biagi è stato incompreso e tradito. Ricominciare da Marco Biagi significa sanare la frattura tra capitale e lavoro, per costruire una società nuova, più flessibile, ma non precaria.

Marco Biagi e il suo pensiero restano un punto di riferimento importante per quel salto di civiltà che l’Italia non riesce ancora a compiere.

L'articolo Ricominciare da Marco Biagi proviene da Data Manager Online.

]]>
Marco Vitale, un salto di civiltà https://www.datamanager.it/rivista/marco-vitale-un-salto-di-civilt-53709.html Mon, 17 Feb 2014 11:35:32 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/marco-vitale-un-salto-di-civilta/ «Il tema del lavoro non può essere lasciato al fronte degli esperti o sedicenti tali». Parola di Marco Vitale, economista, docente e consulente, tra le voci più indipendenti dell’economia sociale d’impresa e tra i pochi ad aver previsto i pericoli di un capitalismo orientato solo al profitto alla vigilia della crisi del 2008. «Il lavoro […]

L'articolo Marco Vitale, un salto di civiltà proviene da Data Manager Online.

]]>
«Il tema del lavoro non può essere lasciato al fronte degli esperti o sedicenti tali». Parola di Marco Vitale, economista, docente e consulente, tra le voci più indipendenti dell’economia sociale d’impresa e tra i pochi ad aver previsto i pericoli di un capitalismo orientato solo al profitto alla vigilia della crisi del 2008. «Il lavoro è un tema che ci deve coinvolgere tutti. Dobbiamo fare un salto di civiltà in questa materia come in altre. E il salto di civiltà lo fanno le persone, non lo fanno gli esperti. Abbiamo bisogno di uscire allo scoperto, di dire che ci troviamo in un Paese in cui molte componenti del sindacato sono preistoriche nel modo di pensare, ma anche molti imprenditori sono arcaici, basta vedere come si sono comportati nella vicenda Ilva per vedere la pochezza della nostra classe dirigente, cioè di noi stessi. Dobbiamo uscire da questo retrobottega e guardare oltre per costruire un sistema che favorisca e non ostacoli la creazione del lavoro, che aiuti il Paese a recupere competitività, che aiuti a trasformare i luoghi di lavoro in luoghi di convivenza civile, e solidarietà sociale». 

L'articolo Marco Vitale, un salto di civiltà proviene da Data Manager Online.

]]>
Marco Vitale: Europa e cultura sociale d’impresa https://www.datamanager.it/news/marco-vitale-europa-e-cultura-sociale-d-impresa-49795.html Wed, 18 Sep 2013 13:40:50 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/09/marco-vitale-europa-e-cultura-sociale-dimpresa/ «Il vero capitalismo distribuisce la ricchezza attraverso l’innovazione, la tecnologia, la conoscenza, i salari equi»

L'articolo Marco Vitale: Europa e cultura sociale d’impresa proviene da Data Manager Online.

]]>
«Il vero capitalismo distribuisce la ricchezza attraverso l’innovazione, la tecnologia, la conoscenza, i salari equi»

La Piccola biblioteca di Inaz si arricchisce di nuove voci e riflessioni sui temi caldi che guidano l’evoluzione dell’impresa nel contesto economico attuale. Questa volta, al centro del dibattito non c’è un libro, ma un video-dialogo (curato da Marco Manzoni, fondatore di Oikos Studio). A fare da protagonista è proprio l’ideatore degli incontri della Piccola biblioteca: Marco Vitale, economista, docente, consulente tra le voci più indipendenti dell’economia sociale d’impresa e tra i pochi ad aver previsto i pericoli di un capitalismo orientato solo al profitto alla vigilia della crisi del 2008.

Non è possibile racchiudere l’esperienza umana e professionale (profondamente intrecciate tra loro) di Marco Vitale, che – per altro – continua a essere attivissima su tutti i fronti. La videoconversazione si intitola “Marco Vitale: Sherpa d’idee e costruttore di ponti”, e ricorda una frase attribuita durante una lezione universitaria a Vitale da Fosco Maraini. Nel documentario la figura del protagonista – rigorosa e impregnata di umanità – giganteggia sul suo interlocutore ed è fatale che anche la più brillante delle conversazioni diventi un monologo. Accade sempre, quando ci si trova a contatto con grandi personalità, che sono soprattutto grandi persone. Il video – però – non cede all’autocelebrazione o al compiacimento agiografico, ma rappresenta una vivace occasione di riflessione per fare e farsi domande scomode.

IL RISPETTO DELLE REGOLE

Sebbene Marco Vitale abbia sempre dimostrato una certa resistenza a parlare di sé stesso, in questo video-racconto scopriamo le radici della sua formazione culturale, le sue letture, le persone che hanno lasciato una impronta profonda nel suo pensiero, influenzandolo e indirizzandolo. Non solo. Scopriamo anche una versione inedita del professore (dall’aspetto burbero, ma dai modi gentili) più intima e familiare, come la sua passione per lo sport che lo ha educato al rispetto delle regole e anche a certe altezze anche di pensiero. Quello che emerge dal filmato è un ritratto neorealista di un uomo che continua a dedicare ogni sforzo del suo pensiero alla ricerca di una verità che unifica e che non divide, anche controcorrente.

BISOGNA DIRE BASTA

Aspirante cristiano, seguace della cultura sociale d’impresa, critico duro e feroce del mercatismo di matrice americana, di un’economia senza volto e di una finanza fuori controllo. Chi ha affrontato le cime del Karakorum e delle Ande Argentine e ha percorso gran parte dell’Italia in bicicletta, non ha paura di mostrare la schiena dritta anche davanti a certe scelte dell’amministrazione americana ostaggio delle grandi concentrazioni di potere o davanti a certe scelte della politica italiana, ostaggio dell’immobilismo e degli interessi personali.

A tutto questo, Marco Vitale dice basta. Per Marco Vitale la crisi è cambiamento e trasformazione e porta con se un messaggio: «Non si può andare avanti così, ma bisogna recuperare la dimensione dei valori, del lavoro, del rispetto».

«Il problema delle banche “to o big to fail” e che fanno tutto e di più è ancora irrisolto. Il volume dei derivati è superiore a quello del 2007. Alan Greenspan ha fatto un po’ di autocritica. Larry Summers invece no, eppure, fino a pochi giorni fa era il candidato più accreditato alla presidenza della Federal Reserve».

CAPITALISMO VERO

«Dobbiamo imparare dagli errori e correggere la rotta. Non inseguiamo il modello americano: l’Europa ha radici profonde nella cultura sociale d’impresa, ma è meno influenzata dalle lobby. Forse, i processi di integrazione politica e monetaria sono lenti, ma rappresentano l’unico tentativo possibile di mettere insieme le tante anime dell’Europa. La rigidità del patto di stabilità è inaudita, ma dobbiamo tornare a pensare anche alla crescita e le elezioni tedesche saranno un banco di prova anche per il nostro futuro».

«Capitalismo non significa arraffare tutta la ricchezza possibile e concentrarla nelle mani di pochi. Il vero capitalismo distribuisce la ricchezza attraverso l’innovazione, la tecnologia, la conoscenza, i salari equi».

TESTIMONIANZE

Nel corso della presentazione del filmato, a testimoniare un lungo rapporto di collaborazione e amicizia hanno dato la loro testimonianza Annalori Ambrosoli (vedova di Giorgio, al quale Vitale dedicò un articolo sul Giornale di Montanelli, pochi giorni dopo l’assassinio), il patron di Smeg Roberto Bertazzoni, l’economista Vittorio Coda, e il regista Ermanno Olmi, che con Vitale ha condiviso impegni e passioni.

L'articolo Marco Vitale: Europa e cultura sociale d’impresa proviene da Data Manager Online.

]]>
Inaz, guardare oltre la crisi https://www.datamanager.it/rivista/alberto-quadrio-curzio/inaz-guardare-oltre-la-crisi Wed, 17 Oct 2012 08:23:30 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2012/10/inaz-guardare-oltre-la-crisi/ Economia sociale di mercato e umanesimo d’impresa: per uscire dalla crisi bisogna abbandonare idee vecchie e pericolose Economisti senza appello? L’interrogativo è rimbalzato sul tavolo dell’incontro organizzato da Inaz (www.inaz.it), dal titolo “Economia sociale di mercato e umanesimo d’impresa” che ha visto protagonisti Marco Vitale, economista d’impresa, Vera Negri Zamagni, che insegna storia economica e […]

L'articolo Inaz, guardare oltre la crisi proviene da Data Manager Online.

]]>

Economia sociale di mercato e umanesimo d’impresa: per uscire dalla crisi bisogna abbandonare idee vecchie e pericolose

Economisti senza appello? L’interrogativo è rimbalzato sul tavolo dell’incontro organizzato da Inaz (www.inaz.it), dal titolo “Economia sociale di mercato e umanesimo d’impresa” che ha visto protagonisti Marco Vitale, economista d’impresa, Vera Negri Zamagni, che insegna storia economica e integrazione economica europea all’Università di Bologna e Alberto Quadrio Curzio, accademico dei Lincei e professore emerito di Economia politica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La sentenza della crisi che non passa, lascia alla sbarra la maggioranza degli economisti, non solo responsabili di non aver previsto la crisi, ma – cosa ancora più grave – di continuare a negarla, dimostrando di non avere imparato la lezione.

L’incontro promosso da Inaz ha segnato l’inizio di una nuova riflessione sul mondo imprenditoriale, non più rivolta solo all’interno dell’universo aziendale, ma proiettata verso l’esterno, dove l’azione degli imprenditori diventa azione “politica” e “sociale”, nel senso di una visione multifattoriale della società e della storia. «Da sempre Inaz crede in un’azienda responsabile e fatta da persone responsabili nei loro diversi ruoli: un’azienda che ha obiettivi di business, senza dimenticare il suo impegno verso la società» ha spiegato Linda Gilli, Cavaliere del Lavoro e presidente e amministratore delegato di Inaz.

NUOVE IDEE E NUOVE PRATICHE?

Per Marco Vitale «il 90% degli economisti sono colpevoli di non aver compreso con sufficiente rapidità le conseguenze del tracollo del credito sull’economia reale». La lezione che dobbiamo affrontare è di natura culturale. Per Vera Negri Zamagni, la giustizia sociale, la legalità e la responsabilità esercitata dai cittadini sono la chiave di volta di un sistema economico di tipo sociale. «La cittadinanza sociale deve precedere quella economica. Bisogna uscire dalla contrapposizione tra Stato e Mercato, per recuperare il ruolo attivo della società nel processo democratico di decisione. Bisogna uscire dalla visione risarcitoria di un “welfare state” in grado di intervenire solo dopo e anche male, per porre rimedi a situazioni che si sarebbero potute evitare, con un maggior controllo sul rispetto delle regole». Forse, per questo in Italia non esiste una parola per tradurre in modo efficace “accountability”?

Per Marco Vitale, uscire dalla crisi significa abbandonare idee vecchie e pericolose come l’ossessione per il valore dei dividenti degli azionisti. «È caduta l’economia di carta, che non era frutto del lavoro, della produttività, della creatività e dell’impegno dell’uomo. L’economia di carta ha avuto molti sacerdoti e ha avuto anche i suoi premi Nobel. Ci hanno detto che il darwinismo sociale era il motore dello sviluppo e che la solidarietà sociale era un freno. Ci hanno raccontato che la divaricazione tra ricchi, sempre più ricchi, e poveri, sempre più poveri, sarebbe stato uno stimolo all’economia (trickle-down economics). Ci hanno fatto credere che la privatizzazione di tutti i beni e servizi, anche quelli essenziali, era l’unico modo per difenderci dall’inefficienza dello Stato sprecone». Dopo la nazionalizzazione di gruppi bancari privatissimi, possiamo ancora credere che sia così?  Per Alberto Quadrio Curzio «i valori della sussidiarietà e la solidarietà per lo sviluppo devono essere al centro dell’agenda italiana ed europea. I capitani di industria e i manager devono essere consapevoli di essere attori del cambiamento, perché l’umanesimo imprenditoriale non sia un ossimoro, ma un modo di concepire l’attività di impresa nella storia».

L'articolo Inaz, guardare oltre la crisi proviene da Data Manager Online.

]]>
Inaz oltre lo “sguardo corto” https://www.datamanager.it/news/inaz/inaz-oltre-lo-sguardo-corto Tue, 25 Sep 2012 13:24:46 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2012/09/inaz-oltre-lo-sguardo-corto/ Quella di ieri è stata una lunga giornata per Alberto Quadrio Curzio. L’Università Cattolica di Milano gli ha dedicato un intero ciclo di studi culminato con il convegno di presentazione del volume “Economia come scienza sociale

L'articolo Inaz oltre lo “sguardo corto” proviene da Data Manager Online.

]]>

Quella di ieri è stata una lunga giornata per Alberto Quadrio Curzio. L’Università Cattolica di Milano gli ha dedicato un intero ciclo di studi culminato con il convegno di presentazione del volume “Economia come scienza sociale. Teoria, istituzioni, storia”, che raccoglie saggi in onore dell’accademico dei Lincei e professore emerito di Economia politica.

 

 

Alberto Quadrio Curzio non ha voluto – però – far mancare il suo contributo anche all’incontro organizzato da Inaz, dal titolo “Economia sociale di mercato e umanesimo d’impresa”, che ha segnato l’inizio di una nuova riflessione di Inaz sul mondo imprenditoriale, «non più rivolta solo all’interno dell’universo aziendale», ma proiettata verso l’esterno, dove l’azione degli imprenditori – in termini di scelte di business, ma anche di lavoro e di organizzazione – diventa un agire in qualche modo “politico”, nel senso di una visione multifattoriale della società e della storia.

«Da sempre Inaz crede in un’azienda responsabile e fatta da persone responsabili nei loro diversi ruoli: un’azienda che ha obiettivi di business senza dimenticare il suo impegno verso la società» ha dichiarato Linda Gilli, Cavaliere del Lavoro e presidente e amministratore delegato di Inaz.

ECONOMISTI SENZA APPELLO?

La sentenza della crisi che non passa, lascia alla sbarra la maggioranza degli economisti, non solo responsabili di non aver previsto la crisi, ma – cosa ancora più grave – di continuare a negarla, dimostrando di non avere imparato la lezione. Per l’economista d’impresa Marco Vitale, «il 90% degli economisti sono colpevoli per non aver compreso con sufficiente rapidità le conseguenze del tracollo del credito sull’economia reale». Con la lettura della sentenza non è arrivata però alcuna condanna esemplare. «La crisi non è capita, né superata». C’è poco da fare: «Quando la realtà non è conforme a quanto gli economisti avevano previsto, la colpa non è loro. È sempre e solo della realtà che si è sbagliata». La lezione che dobbiamo affrontare è di natura culturale. «Dobbiamo cercare le ragioni della crisi nella irresponsabilità dei comportamenti, se non vogliamo fare come Don Ferrante, che di fronte alle peste dichiarava, che trattandosi del risultato della fatale congiunzione di Saturno e Giove, non c’erano cautele da prendere e non restava che aspettare». Per Vera Negri Zamagni, che insegna storia economica e integrazione economica europea presso l’Università di Bologna «la giustizia sociale, la legalità e la responsabilità esercitata dai cittadini sono la chiave di volta di un sistema economico di tipo sociale. La cittadinanza sociale deve precedere quella economica. Bisogna uscire dalla contrapposizione tra Stato e Mercato, per recuperare il ruolo attivo della società nel processo democratico di decisione. Bisogna uscire dalla visione risarcitoria di un “welfare state” in grado di intervenire solo dopo e anche male, per porre rimedi a situazioni che si sarebbero potute evitare, con un maggior controllo sul rispetto delle regole. La questione dell’Ilva di Taranto è un esempio di de-responsabilizzazione del welfare dei cittadini, stratificato in decine di anni di politiche del territorio, praticamente assenti».

Forse, per questo in Italia non esiste una parola per tradurre in modo efficace “accountability”?

NUOVE IDEE E NUOVE PRATICHE?

Per Marco Vitale per uscire dalla crisi bisogna abbandonare idee vecchie e pericolose come l’ossessione per il valore dei dividenti degli azionisti. «Questo tipo di prospettiva ha rappresentato una visione di successo troppo ristretta e in molti casi miope». Cita Goethe – Marco Vitale – per ricordare che «non c’è conflitto tra teoria e pratica, ma esiste conflitto tra cattiva teoria e buona pratica e tra buona teoria e cattiva pratica».

Molte idee nuove, sono idee antiche da rimettere al centro. «È caduta l’economia di carta, che non era frutto del lavoro, della produttività, della creatività e dell’impegno dell’uomo. L’economia di carta ha avuto molti sacerdoti e ha avuto anche i suoi premi Nobel. Ci hanno detto che il darwinismo sociale era il motore dello sviluppo e che la solidarietà sociale era un freno. Ci hanno raccontato che la divaricazione tra ricchi, sempre più ricchi, e poveri, sempre più poveri, sarebbe stato uno stimolo all’economia (trickle-down economics). Ci hanno fatto credere che la privatizzazione di tutti i beni e servizi, anche quelli essenziali, era l’unico modo per difenderci dall’inefficienza dello Stato sprecone». Dopo la nazionalizzazione di gruppi bancari privatissimi, possiamo ancora credere che sia così? «Bisogna ricucire molte ferite, tra cui l’abolizione della separazione, tra attività bancaria tradizionale e investment banking». Il Glass-Steagall Act del 1933 voluto da Roosevelt per rispondere alla crisi del ’29, fu votato in tre mesi e fu abrogato dall’amministrazione Clinton, altrettanto velocemente, nel silenzio generale. Oggi, perché non si riesce a varare un provvedimento altrettanto incisivo in tempi rapidi?

OLTRE IL BUSINESS

“Economia oltre la crisi. Riflessioni sul liberalismo sociale” è il titolo del saggio-intervista, di Alberto Quadrio Curzio e Stefano Natoli. La prefazione del libro curata dall’amico e compagno di università, Romano Prodi, è un contributo a recuperare i valori della dottrina sociale della Chiesa alla luce della contemporaneità, «i valori e gli ideali giudaico-cristiani, della civiltà greco-romana, dell’umanesimo, del rinascimento, dell’illuminismo, dell’eurodemocrazia, come visioni di popoli e di stati». Nella prima parte del volume sono approfonditi i temi del rapporto tra economia e istituzioni come caratterizzante l’economia politica, della costruzione di un’economia europea e della sua attuale crisi, della dinamica e competitività dell’economia italiana. La seconda parte sviluppa i temi di teoria economica e storia del pensiero economico, di economia delle risorse naturali e ambientali, di economia dell’innovazione tecnologica che mettono in evidenza la validità e la vitalità di specifiche idee sul ruolo dell’economia come scienza sociale orientata al progresso civile e al bene comune. Per Alberto Quadrio Curzio occorre riflettere su come «la sussidiarietà e la solidarietà per lo sviluppo dovrebbero essere al centro dell’agenda italiana ed europea. I capitani di industria e i manager devono essere consapevoli di essere attori del cambiamento, perché l’umanesimo imprenditoriale non sia un ossimoro, ma un modo di concepire l’attività di impresa nella storia».

L'articolo Inaz oltre lo “sguardo corto” proviene da Data Manager Online.

]]>