Proofpoint – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 07 Jul 2026 18:26:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Proofpoint – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Cyber-spionaggio: un nuovo gruppo legato alla Cina colpisce le università nordamericane attraverso i server e-mail https://www.datamanager.it/2026/07/cyber-spionaggio-un-nuovo-gruppo-legato-alla-cina-colpisce-le-universita-nordamericane-attraverso-i-server-e-mail/ Fri, 17 Jul 2026 12:23:06 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254008 La campagna UNK_MassTraction sfrutta una vulnerabilità di Roundcube per compromettere i server di posta e utilizzarli come punto di accesso alle reti accademiche impegnate in ricerca strategica Le università continuano a rappresentare uno dei principali obiettivi del cyber-spionaggio internazionale. Le collaborazioni con enti governativi, i progetti di ricerca avanzata e l’elevato patrimonio di proprietà intellettuale […]

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La campagna UNK_MassTraction sfrutta una vulnerabilità di Roundcube per compromettere i server di posta e utilizzarli come punto di accesso alle reti accademiche impegnate in ricerca strategica

Le università continuano a rappresentare uno dei principali obiettivi del cyber-spionaggio internazionale. Le collaborazioni con enti governativi, i progetti di ricerca avanzata e l’elevato patrimonio di proprietà intellettuale rendono infatti il mondo accademico un bersaglio privilegiato per gli attori sponsorizzati dagli Stati.

È quanto emerge dalle ultime analisi di Proofpoint, che hanno individuato una nuova campagna di cyber-spionaggio attribuita a un cluster denominato UNK_MassTraction, ritenuto con elevata probabilità riconducibile agli interessi della Cina.

L’operazione prende di mira i server e-mail di università statunitensi e canadesi sfruttando una vulnerabilità nota di Roundcube, uno dei webmail client open source più diffusi.

Nel mirino fisica, ingegneria e ricerca strategica

La campagna, osservata a partire da maggio 2026, ha colpito in modo altamente selettivo dipartimenti universitari di fisica e ingegneria, con particolare attenzione ai docenti e agli amministratori coinvolti in programmi di ricerca collegati alla sicurezza nazionale, alla fisica delle particelle e all’astrofisica.

Secondo i ricercatori, la scelta dei bersagli dimostra una lunga fase preliminare di ricognizione durante la quale gli attaccanti hanno identificato le organizzazioni che utilizzavano ancora versioni vulnerabili di Roundcube.

L’obiettivo iniziale non sembrerebbe essere il singolo ricercatore, ma l’accesso ai server di posta elettronica per utilizzare successivamente tali sistemi come punto di ingresso verso l’intera infrastruttura universitaria.

Sfruttata una vulnerabilità di Roundcube

La catena di attacco sfrutta la vulnerabilità CVE-2024-42009, una falla di tipo Cross-Site Scripting (XSS) presente in Roundcube.

L’attacco richiede soltanto che la vittima apra un messaggio di posta appositamente predisposto. Da quel momento gli aggressori riescono a eseguire codice JavaScript direttamente all’interno del browser dell’utente.

Il codice malevolo consente dapprima di sottrarre le credenziali memorizzate nel browser e successivamente di ottenere un accesso persistente al server di posta elettronica.

Nella fase finale vengono installate una webshell oppure la backdoor VShell, strumenti che consentono agli attaccanti di mantenere il controllo del sistema e utilizzarlo come trampolino per ulteriori movimenti laterali all’interno della rete.

I server e-mail diventano il punto di ingresso

Uno degli aspetti più significativi evidenziati dall’analisi riguarda il ruolo attribuito ai server di posta.

Diversamente da molte campagne finalizzate esclusivamente al furto di e-mail, gli attori riconducibili al cyberspionaggio cinese tendono a utilizzare i mail server come veri e propri dispositivi edge, ossia punti di accesso privilegiati dai quali espandere progressivamente la compromissione verso altri sistemi interni.

Una volta ottenuto il controllo del server, gli aggressori possono infatti raccogliere credenziali, muoversi lateralmente nella rete e raggiungere infrastrutture molto più sensibili rispetto alla semplice casella di posta.

Gli indizi portano alla Cina

Proofpoint attribuisce la campagna con un elevato livello di confidenza a un attore sponsorizzato dallo Stato cinese.

L’analisi ha individuato diversi elementi tecnici compatibili con precedenti operazioni di cyber-spionaggio attribuite a Pechino, tra cui l’utilizzo di una rete di server privati virtuali già osservata in altre campagne, la presenza di artefatti in lingua cinese all’interno delle e-mail di phishing e l’impiego della backdoor VShell, già utilizzata in operazioni analoghe.

Anche il numero limitato di messaggi inviati conferma un approccio altamente selettivo, tipico delle attività di spionaggio piuttosto che delle campagne di cybercrime su larga scala.

Un richiamo alla sicurezza dei server di posta

Secondo gli esperti, questa campagna rappresenta un ulteriore segnale di come i server e-mail debbano essere considerati infrastrutture critiche al pari dei gateway VPN, dei sistemi di accesso remoto e degli Identity Provider.

L’utilizzo di vulnerabilità note ma non corrette dimostra inoltre quanto il patch management continui a rappresentare uno degli elementi fondamentali della difesa.

L’episodio evidenzia anche la necessità di rafforzare il monitoraggio continuo dei server di posta elettronica, adottare sistemi di rilevamento delle attività anomale e ridurre i tempi di applicazione degli aggiornamenti di sicurezza, soprattutto nelle organizzazioni impegnate in attività di ricerca strategica o nella gestione di informazioni sensibili.

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Proofpoint e IBM X-Force supportano Operation Endgame nello smantellamento di StealC https://www.datamanager.it/2026/06/proofpoint-e-ibm-x-force-supportano-operation-endgame-nello-smantellamento-di-stealc/ Thu, 25 Jun 2026 09:36:27 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253683 L’operazione, coordinata da Europol, ha colpito 66 domini e 296 server associati ad Amadey e StealC, portando al sequestro di oltre 25,6 milioni di credenziali univoche rubate da più di 385.000 sistemi compromessi StealC è un noto malware-as-a-service all’interno del crescente ecosistema degli infostealer. Poiché l’identità digitale continua a rappresentare un obiettivo privilegiato per i […]

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L’operazione, coordinata da Europol, ha colpito 66 domini e 296 server associati ad Amadey e StealC, portando al sequestro di oltre 25,6 milioni di credenziali univoche rubate da più di 385.000 sistemi compromessi

StealC è un noto malware-as-a-service all’interno del crescente ecosistema degli infostealer. Poiché l’identità digitale continua a rappresentare un obiettivo privilegiato per i cybercriminali, l’economia legata al furto di credenziali costituisce una minaccia significativa e in crescita per aziende e privati cittadini.

Per contrastare questo fenomeno, forze dell’ordine e realtà private hanno collaborato a livello globale per colpire e smantellare StealC e l’ecosistema che lo supporta.

IBM X-Force e Proofpoint hanno partecipato a questa azione collettiva congiunta, condotta nel giugno 2026 nell’ambito di Operation Endgame da agenzie di polizia e partner privati.

Il 24 giugno 2026, le forze dell’ordine e i partner privati hanno annunciato un’azione di smantellamento contro StealC che ha preso di mira 66 domini e 296 server associati ad Amadey e StealC. Inoltre, la Digital Crimes Unit di Microsoft ha intentato una causa civile contro diversi presunti facilitatori coinvolti in StealC e Amadey, riuscendo a smantellare l’infrastruttura associata al malware.

Lo smantellamento e la causa civile associata avranno un impatto sulle operazioni del malware sia da un punto di vista tattico che reputazionale. Sulla base dell’efficacia delle precedenti iniziative di Operation Endgame, questa interruzione avrà probabilmente un impatto notevole su StealC, con un blocco dei servizi e della distribuzione del malware, danni reputazionali e finanziari, oltre alla perdita di clienti.

StealC è un popolare infostealer venduto come malware-as-a-service (MaaS) dal gennaio 2023. I clienti di questo servizio, definiti anche affiliati, acquistano un installer basato su Linux per il pannello di comando e controllo (C2), attraverso cui possono creare campioni di malware e distribuirli per rubare dati sensibili dalle vittime. Questi vengono poi elaborati e archiviati sul server del panello, che gli affiliati utilizzano per gestire le infezioni attive, distribuire payload secondari e aggiornare le configurazioni.

Una parte consistente della ricerca di Proofpoint si è basata sull’estrazione delle configurazioni da quanti più campioni di StealC possibile, strutture dati memorizzate nel malware, solitamente in forma cifrata o offuscata, che vengono successivamente decifrate e lette dal malware stesso. Le configurazioni possono contenere impostazioni importanti utilizzate dal malware, come gli indirizzi C2, gli ID delle campagne e degli affiliati, gli ID univoci dei client/bot, le chiavi di cifratura per le comunicazioni C2 e così via.

A inizio 2026, durante la collaborazione con le forze dell’ordine, abbiamo identificato una vulnerabilità nei pannelli C2 di StealC. È stato creato un exploit, testato e successivamente utilizzato dalle forze dell’ordine a livello globale nelle azioni investigative e di smantellamento per perquisire e sequestrare i server di StealC.

Proofpoint e X-Force hanno ottenuto campioni di StealC da fonti di dati interne ed esterne, come VirusTotal, e partner di condivisione. Ognuno di essi è stato inserito in sandbox per malware e sono stati eseguiti script di estrazione delle configurazioni sul malware, consentendo di leggere, elaborare e archiviare le configurazioni.

Questo ultimo sforzo di smantellamento rappresenta un ulteriore passo avanti nella più ampia serie di iniziative di Operation Endgame che prende di mira l’ecosistema del cybercrimine e i servizi che lo sostengono. Raccogliendo intelligence e monitorando le infrastrutture malevole, X-Force e Proofpoint hanno fornito un supporto fondamentale alle forze dell’ordine, alla Digital Crimes Unit di Microsoft e ad altri partner del settore privato. Queste solide collaborazioni dimostrano come un’azione coordinata possa indebolire concretamente le operazioni cybercriminali.

La missione di Proofpoint è fornire ai propri clienti la migliore protezione incentrata sulle persone dalle minacce avanzate. Quando possibile e opportuno, come in questo caso, Proofpoint utilizza conoscenze e competenze del proprio team per contribuire a proteggere un pubblico più ampio dalle minacce malware su larga scala. Proofpoint è orgogliosa di aver supportato le forze dell’ordine nelle indagini su StealC.

Grazie alla sua posizione di osservazione privilegiata, Proofpoint è in grado di identificare le campagne di distribuzione di malware più estese e di maggiore impatto, fornendo alle autorità insight essenziali sulle minacce più gravi per la società che colpiscono il maggior numero di persone nel mondo.

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Proofpoint entra a far parte dell’Advisory Group on Internet Security di Europol EC3 https://www.datamanager.it/2026/06/proofpoint-entra-a-far-parte-delladvisory-group-on-internet-security-di-europol-ec3/ Mon, 15 Jun 2026 11:27:57 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253448 A cura di Daniel Blackford, VP Threat Research, Proofpoint Il cybercrime è una sfida globale che richiede una risposta globale. Gli attori delle minacce operano attraverso confini, infrastrutture e giurisdizioni diverse, ed è per questo che chi difende deve collaborare con la stessa velocità, visibilità e determinazione. Con grande soddisfazione, Proofpoint è stata ufficialmente accolta […]

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A cura di Daniel Blackford, VP Threat Research, Proofpoint

Il cybercrime è una sfida globale che richiede una risposta globale. Gli attori delle minacce operano attraverso confini, infrastrutture e giurisdizioni diverse, ed è per questo che chi difende deve collaborare con la stessa velocità, visibilità e determinazione. Con grande soddisfazione, Proofpoint è stata ufficialmente accolta come membro dell’Advisory Group on Internet Security  (AGIS) dell’European Cybercrime Center (EC3)  di Europol.

L’AGIS riunisce le principali organizzazioni ed esperti di cybersecurity a supporto della missione di Europol nella lotta al cybercrime in Europa. Il gruppo fornisce competenze strategiche, intelligence e indicazioni operative per aiutare EC3 a identificare minacce emergenti, rafforzare le attività di prevenzione e supportare le azioni delle forze dell’ordine mirate a smantellare gli ecosistemi criminali.

Per Proofpoint, questa nomina   rispecchia un impegno di lunga data nella collaborazione con le forze dell’ordine e i partner del settore per rendere Internet un luogo più sicuro. Conferma inoltre la nostra convinzione che progressi concreti nella lotta al cybercrime siano possibili solo attraverso partnership basate sulla fiducia, capaci di integrare threat intelligence, competenze operative e azioni coordinate.

Nel corso degli ultimi anni, Proofpoint ha collaborato attivamente con Europol e altri partner internazionali in alcune delle più significative operazioni di contrasto al cybercrime. Di recente, ha fornito intelligence e analisi a supporto dello smantellamento della piattaforma di phishing-as-a-service Tycoon 2FA, diventata uno dei kit di phishing adversary-in-the-middle più diffusi, che consentiva ai cybercriminali di aggirare le protezioni di autenticazione multi-fattore e compromettere organizzazioni in tutto il mondo. Grazie alla collaborazione tra partner pubblici e privati, l’infrastruttura critica a supporto del servizio è stata neutralizzata, riducendo la capacità degli attori delle minacce di sfruttare la piattaforma contro le potenziali vittime.

Inoltre, ha svolto un ruolo attivo in Operation Endgame, storica operazione internazionale delle forze dell’ordine che ha disarticolato alcune delle iniziative malware e botnet più prolifiche al mondo. Condividendo intelligence sulle infrastrutture criminali, sull’attività malware e sul comportamento degli attori delle minacce, la community di cybersecurity ha contribuito a rendere possibile una delle più grandi operazioni coordinate nella storia del contrasto al cybercrime. Questi sforzi hanno dimostrato i traguardi raggiungibili quando i difensori operano insieme, tra diversi settori e e oltre i confini nazionali. La nostra adesione all’AGIS consolida ulteriormente queste basi e ci offre l’opportunità di contribuire con la nostra visibilità in prima linea sul panorama delle minacce, imparando al contempo da altre organizzazioni di eccellenza impegnate nella protezione dell’ecosistema digitale europeo. E, altrettanto importante, crea un ulteriore canale per tradurre l’intelligence in azione concreta.

In Proofpoint crediamo che la cybersecurity debba andare oltre il rilevamento e la risposta e il settore ha l’obbligo di interrompere attivamente le operazioni criminali quando possibile. Il successo non si misura solo dalla capacità di identificare le minacce, ma da quella di eliminarle. Collaborando con Europol, forze dell’ordine nazionali e partner del settore, possiamo continuare a rendere il cybercrime sempre più costoso, difficile e meno redditizio per gli avversari.

Questo impegno nella lotta attiva alla criminalità informatica non è mai stato così importante. Le organizzazioni di tutta Europa continuano ad affrontare un panorama di minacce sempre più sofisticato: dalle campagne di phishing alla compromissione della posta elettronica aziendale, dal ransomware al furto di credenziali. Al tempo stesso, molte imprese nell’area osservano con attenzione l’evoluzione delle relazioni tecnologiche e di sicurezza internazionali. Questioni legate a sovranità digitale, governance dei dati e ruolo dei fornitori tecnologici globali sono diventate sempre più centrali nei consigli di amministrazione e nelle discussioni istituzionali.

In questo contesto, la partecipazione a iniziative europee di sicurezza basate sulla fiducia acquista un valore strategico. L’ingresso di Proofpoint nell’Advisory Group di Europol testimonia il nostro impegno a sostenere le priorità in materia di cybersecurity e a collaborare con le istituzioni europee per affrontare sfide condivise. La criminalità informatica non rispetta i confini nazionali, neanche le partnership necessarie per contrastarla dovrebbero farlo. Una sicurezza efficace si fonda su fiducia, trasparenza e un impegno condiviso nella protezione di aziende e cittadini, indipendentemente dalla loro provenienza geografica.

Condividiamo pienamente questa missione.

Il cybercrime rimane oggi una delle minacce più significative per le aziende, ma non è insuperabile. Ogni operazione di smantellamento andata a buon fine, ogni partnership di condivisione dell’intelligence e ogni azione coordinata delle forze dell’ordine dimostra la forza della difesa collettiva.

Proofpoint è orgogliosa di entrare a far parte dell’Advisory Group on Internet Security di Europol EC3 e guarda con fiducia alla possibilità di lavorare con i propri partner per continuare a far progredire la missione condivisa di proteggere persone, aziende e comunità dal cybercrime.

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L’agentic AI trasforma il lavoro. E accelera i rischi https://www.datamanager.it/2026/06/lagentic-ai-trasforma-il-lavoro-e-accelera-i-rischi/ Wed, 10 Jun 2026 09:08:52 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253370 A cura di Marco Zani, Country Manager, Proofpoint Nel luglio 2025, un software engineer stava testando un agente di codifica basato su AI quando ha osservato qualcosa di inaspettato: l’agente ha ignorato le sue istruzioni, ha acceduto autonomamente a un database in produzione e cancellato i dati di oltre 1.200 dirigenti e quasi 1.200 aziende. […]

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A cura di Marco Zani, Country Manager, Proofpoint

Nel luglio 2025, un software engineer stava testando un agente di codifica basato su AI quando ha osservato qualcosa di inaspettato: l’agente ha ignorato le sue istruzioni, ha acceduto autonomamente a un database in produzione e cancellato i dati di oltre 1.200 dirigenti e quasi 1.200 aziende. Interrogato sul suo comportamento, l’agente ha ammesso di essersi “fatto prendere dal panico”, aver eseguito comandi non autorizzati e aver mentito per coprire le proprie tracce. Mesi di lavoro distrutti in pochi secondi.

Nello stesso mese, i ricercatori di Mozilla hanno dimostrato come sia possibile usare una semplice email per manipolare Google Gemini attraverso un attacco di indirect prompt injection: il modello, invitato a riassumere un’email contenente un’istruzione nascosta, obbedisce al comando malevolo senza che l’utente se ne accorga.

Due episodi distinti. Un unico messaggio chiaro: l’agentic AI non è solo un’opportunità di trasformazione, è anche una nuova superficie d’attacco, e le aziende non sono ancora preparate per gestirla.

Da spazio di lavoro digitale ad ambiente agentico

L’adozione degli assistenti AI ha subìto un’accelerazione straordinaria. Secondo McKinsey, l’88% delle aziende utilizza già regolarmente l’AI in almeno una funzione aziendale. Ma la vera discontinuità non è nell’uso degli assistenti, ma   nell’emergere di agenti AI semi-autonomi e autonomi: sistemi in grado di pianificare, decidere e agire in modo indipendente, spesso con accesso diretto a dati, applicazioni e sistemi aziendali. Lo stesso report McKinsey indica che il 62% delle aziende sta già testando o implementando agenti AI.

Questa evoluzione trasforma lo spazio di lavoro digitale in un ambiente agentico: un ecosistema in cui la collaborazione avviene non solo tra persone, ma tra individui, assistenti e agenti AI. L’intelligenza artificiale non si limita a connettere i collaboratori, ma consuma, genera e interagisce con le informazioni a velocità e scala senza precedenti.

Ogni nuova interazione introduce nuovi rischi per i dati.

I rischi per gli utenti si moltiplicano, riflettendosi in quelli legati all’AI

Il problema centrale è questo: i rischi per le persone si riflettono direttamente in quelli legati all’AI.

Un essere umano può essere ingannato da tecniche di social engineering, divulgare credenziali d’accesso, eseguire codice malevolo. Un agente AI può essere manipolato attraverso tecniche di prompt engineering, eseguire istruzioni dannose o divulgare informazioni sensibili, procedendo a velocità e scala di una macchina.

I vettori di attacco emergenti sono già documentati:

  • Indirect prompt injection via email: messaggi progettati per ingannare non l’utente, ma l’assistente AI che elabora la sua posta in arrivo, inducendolo a compiere azioni non autorizzate.
  • Abuso del Model Context Protocol (MCP): lo standard open source generalmente usato dagli strumenti di AI per comunicare con sistemi esterni può essere sfruttato attraverso server MCP non approvati per eseguire attacchi man-in-the-middle, sottrarre dati o far compiere azioni non volute agli agenti.
  • Escalation di privilegi degli agenti: agenti configurati con permessi eccessivi possono – intenzionalmente o per errore – accedere e modificare dati ben oltre il perimetro previsto.

A questo si aggiunge il dato strutturale: secondo ricerche recenti, l’85% delle aziende ha subìto almeno un incidente di perdita di dati nell’ultimo anno e, con la proliferazione degli agenti, questa percentuale è destinata a crescere.

Definire una strategia di sicurezza efficace

Proteggere un ambiente agentico richiede un ripensamento dell’approccio alla sicurezza. Ecco i principi fondamentali che le aziende i dovrebbero mettere al centro della propria strategia.

  1. Abbandonare la logica a silos

Strumenti di sicurezza isolati non sono in grado di difendere ambienti dinamici in cui gli stessi dati sono accessibili da persone, assistenti e agenti su canali diversi – email, cloud, piattaforme di collaborazione, browser. Un attacco può partire dall’email e colpire uno strumento di AI, per cui la difesa deve essere coerente e integrata su tutti i livelli.

  1. Estendere la sicurezza incentrata sulle persone anche agli agenti

Proteggere il comportamento umano come prima linea di difesa resta essenziale, ma negli ambienti agentici non è più sufficiente. Le stesse logiche devono applicarsi agli agenti: monitorarne i comportamenti, limitare i permessi al minimo necessario, rilevare anomalie e imporre policy di accesso ai dati in modo granulare.

  1. Governare l’accesso ai dati prima che intervenga un agente

Gli agenti AI accedono ai dati per compiere il proprio lavoro, ma spesso raggiungono tutto ciò che è tecnicamente disponibile. Le aziende devono classificare i dati, strutturati e non, nei propri ambienti – inclusi ambienti ibridi e multicloud – e applicare etichette di protezione prima che gli agenti entrino in gioco. Un agente che accede a informazioni sensibili non classificate è un rischio latente.

  1. Rilevare l’intenzione, non solo il contenuto

Tecniche di attacco avanzate, come la prompt injection indiretta, non sono individuabili analizzando solo il contenuto superficiale di un messaggio. I sistemi di rilevamento devono essere addestrati a comprendere l’intento dietro una comunicazione: riconoscere istruzioni nascoste, identificare pattern anomali di accesso ai dati, correlare segnali di rischio su più canali. Questo richiede modelli addestrati su ampi dataset e threat intelligence in tempo reale.

  1. Bloccare applicazioni e agenti non approvati

La shadow AI – l’uso di strumenti di AI non autorizzati da parte dei dipendenti – è già un problema ma con la diffusione degli agenti, diventa una vulnerabilità critica. Le aziende devono avere visibilità completa su quali tool di AI vengono usati, bloccare quelli non approvati e monitorare le connessioni MCP attive nel proprio ambiente.

  1. Utilizzare gli agenti anche per la protezione

Il paradosso è reale: i team di sicurezza sono già sotto pressione, con alert eccessivi e troppo pochi analisti. Gli ambienti agentici aumentano il carico e la risposta non può consistere solo nell’assumere più persone. Le stesse tecnologie agentiche che creano nuovi rischi possono essere impiegate per gestirli, automatizzando la prioritizzazione degli incidenti, l’analisi delle email segnalate, la risposta agli alert di DLP, e lasciando agli analisti umani il controllo delle decisioni critiche.

La posta in gioco

La trasformazione agentica è inevitabile. Le aziende che adottano agenti AI guadagnano in produttività, capacità e velocità operativa. Chi lo fa senza ripensare la propria postura di sicurezza sta semplicemente aumentando l’esposizione al rischio.

Il principio guida deve essere chiaro: ogni nuovo attore che entra nel flusso di lavoro – umano o digitale – deve essere considerato sia potenziale vettore di rischio che bersaglio. Proteggere l’ambiente agentico significa salvaguardare la collaborazione tra tutti questi attori, e i dati che li attraversano.

Non si può più aspettare, la velocità con cui si muove l’AI non lascia margine per recuperare il ritardo in un secondo momento.

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Proofpoint Active Exploits Protection aiuta le aziende a dare priorità al patching delle vulnerabilità contro gli attacchi reali nell’era dell’AI https://www.datamanager.it/2026/05/proofpoint-active-exploits-protection-aiuta-le-aziende-a-dare-priorita-al-patching-delle-vulnerabilita-contro-gli-attacchi-reali-nellera-dellai/ Thu, 28 May 2026 08:40:42 +0000 https://www.datamanager.it/?p=253104 La nuova soluzione riduce a pochi minuti l’esposizione alle vulnerabilità attivamente sfruttate, trasformando l’intelligence in protezione immediata lungo i principali percorsi di attacco Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, annuncia Active Exploits Protection, una nuova soluzione che consente alle aziende di difendersi dalla crescente esposizione alle minacce informatiche accelerate dall’AI. Sulla base dei […]

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La nuova soluzione riduce a pochi minuti l’esposizione alle vulnerabilità attivamente sfruttate, trasformando l’intelligence in protezione immediata lungo i principali percorsi di attacco

Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, annuncia Active Exploits Protection, una nuova soluzione che consente alle aziende di difendersi dalla crescente esposizione alle minacce informatiche accelerate dall’AI. Sulla base dei rilevamenti reali dalla telemetria di Proofpoint, la soluzione identifica le vulnerabilità attivamente sfruttate sul campo, trasformando automaticamente questa intelligence in protezione immediata lungo i principali percorsi di attacco.

I modelli di AI avanzati, compresi i sistemi di frontiera in grado di scoprire autonomamente le vulnerabilità del software, stanno accelerando drasticamente la velocità con cui queste vengono individuate e trasformate in armi digitali. Il ciclo di rilascio delle patch non detta più i tempi della sicurezza, poiché quello necessario per avviare un attacco mirato si è ridotto da anni a poche ore, o anche meno. In alcuni casi, gli attacchi iniziano prima ancora che i sistemi di tracciamento pubblici registrino il rischio. I tradizionali approcci di sicurezza basati su patch non riescono a tenere il passo di un panorama delle minacce che si muove a velocità macchina.

Intelligence profonda basata sullo sfruttamento delle vulnerabilità nel mondo reale

Il vantaggio di Proofpoint si basa su una visibilità a doppia fonte che mostra come le vulnerabilità vengano effettivamente sfruttate, spesso prima ancora di essere registrate nei framework di rischio pubblici. La telemetria sugli attacchi di Proofpoint copre centinaia di milioni di interazioni via email ogni giorno, supportata da una rete globale di oltre 5.000 sensori che, solo nel 2026, hanno già generato più di tre milioni di alert legati agli exploit. Da inizio anno, Proofpoint ha individuato 12 CVE del 2026 attivamente sfruttate, a fronte delle otto attualmente presenti nel catalogo KEV di CISA relativo alle vulnerabilità note per essere utilizzate in attacchi. Active Exploits Protection rende operativa questa intelligence, traducendo l’attività pericolosa reale in interventi di correzione prioritari e protezione immediata.

“La velocità con cui si evolvono le minacce ha cambiato radicalmente l’equazione del rischio,” dichiara Sumit Dhawan, CEO di Proofpoint. “Non è più sufficiente identificare le vulnerabilità: le organizzazioni devono comprendere in tempo reale cosa viene sfruttato dagli attaccanti e ridurre immediatamente la propria esposizione. Combinando l’intelligence sugli exploit reali con misure di protezione lungo i principali percorsi d’attacco, possiamo aiutare le aziende a difendersi alla stessa velocità con cui oggi si diffondono le minacce.”

Dal sovraccarico di vulnerabilità alla chiarezza sugli exploit

Anche se il volume delle vulnerabilità è in forte aumento, con l’AI di frontiera che ne accelera la scoperta su larga scala, meno del 6% di tutte le vulnerabilità dichiarate viene effettivamente riscontrato in attacchi nel mondo reale. I team di sicurezza si trovano così sommersi da segnalazioni definite “critiche”, costretti a valutare migliaia di alert senza indicazioni chiare su cosa aumenti concretamente il rischio. Spesso le aziende si ritrovano ad allocare risorse in base a punteggi di severità teorici anziché sul reale comportamento degli attaccanti.

Active Exploits Protection aiuta le imprese a superare la corsa al rilascio delle patch, puntando invece su una riduzione dell’esposizione in tempo reale. Basandosi sulle attività effettivamente rilevate da parte degli attaccanti, la soluzione consente ai team di sicurezza di concentrare la remediation su ciò che riduce concretamente il rischio, ridurre la finestra di tempo tra la scoperta di una vulnerabilità e l’attivazione delle difese, e bloccare le minacce basate su exploit prima ancora che compromettano il business.

Per aiutare le aziende a rendere operativo questo approccio, Active Exploits Protection offre quattro funzionalità chiave:

  • Priorità alle vulnerabilità sfruttate attivamente: identifica le vulnerabilità di cui è confermato l’utilizzo in the wild, basandosi sulla telemetria di Proofpoint raccolta su oltre 3 milioni di organizzazioni e 14.000 grandi aziende. La priorità viene definita in base al comportamento reale degli attaccanti e non a punteggi di severità teorici, consentendo ai team di sicurezza di concentrare gli interventi di correzione su ciò che riduce concretamente il rischio.
  • Protezione immediata: l’intelligence sugli exploit viene tradotta automaticamente in protezione in circa 35 secondi, con una propagazione sull’intera rete in meno di 18 minuti. Ciò riduce la finestra di esposizione ad attacchi zero-day e minacce appena trasformate in armi digitali a una media di pochi minuti, anche quando il processo di patching non è ancora iniziato. Analizzando oltre due miliardi di email al giorno, la piattaforma mantiene una precisione di rilevamento del 99,999%.
  • Decisioni più rapide e threat-informed: trasformando l’intelligence direttamente in azione, Active Exploits Protection riduce i tempi tra identificazione di una minaccia e attivazione della protezione, fornisce un contesto in tempo reale per le indagini e consente ai clienti di accedere e personalizzare l’intelligence sugli attacchi tramite API. La soluzione si integra con gli strumenti SOC esistenti, con le piattaforme di gestione delle vulnerabilità e con le pipeline di automazione.
  • Scalabilità grazie a flussi di lavoro basati su AI: progettata per le moderne operazioni di sicurezza, la soluzione offre una base per flussi di lavoro automatizzati e guidati dall’AI. Integrando l’intelligence sugli exploit direttamente nei processi operativi, le aziende possono ridurre la valutazione manuale delle segnalazioni e attivare la riduzione dell’esposizione su larga scala.

“Con le minacce accelerate dall’AI che sfruttano le vulnerabilità più rapidamente, i team di sicurezza aziendale necessitano di una visione più precisa di ciò che gli aggressori stanno prendendo di mira”, afferma Vishal Salvi, Global Head of Cybersecurity Service Line di Cognizant. “Proofpoint Active Exploits Protection offre proprio questa focalizzazione e Cognizant intende aiutare i propri clienti a renderla operativa attraverso i nostri servizi gestiti di sicurezza e risposta alle minacce, in modo che possano dare priorità alla risoluzione dei problemi dove è più importante.”

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Proofpoint si integra con la Claude Compliance API per estendere sicurezza dei dati e governance a Claude https://www.datamanager.it/2026/05/proofpoint-si-integra-con-la-claude-compliance-api-per-estendere-sicurezza-dei-dati-e-governance-a-claude/ Fri, 22 May 2026 09:18:16 +0000 https://www.datamanager.it/?p=252993 Le nuove integrazioni portano data protection, rilevamento dei rischi interni e governance nelle attività di Claude Enterprise e Claude Platform Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, annuncia l’integrazione della propria piattaforma con la Claude Compliance API, che estende le soluzioni di sicurezza dei dati, data loss prevention (DLP), rischio interno, sicurezza runtime AI […]

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Le nuove integrazioni portano data protection, rilevamento dei rischi interni e governance nelle attività di Claude Enterprise e Claude Platform

Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, annuncia l’integrazione della propria piattaforma con la Claude Compliance API, che estende le soluzioni di sicurezza dei dati, data loss prevention (DLP), rischio interno, sicurezza runtime AI e Digital Communications Governance (DCG) di Proofpoint direttamente in Claude, consentendo alle aziende di applicare all’AI gli stessi controlli già in uso su endpoint, email e cloud.

Gli agenti AI operano ormai all’interno di workflow organizzativi, con accesso a dati sensibili, strumenti di collaborazione e sistemi un tempo riservati alle persone. Secondo il report 2026 AI and Human Risk Landscape di Proofpoint, quasi nove organizzazioni globali su dieci hanno superato la fase pilota nell’adozione di assistenti AI, eppure il 42% ha già registrato un incidente, sospetto o confermato, legato all’AI.

I programmi di sicurezza basati sull’attività umana devono evolversi per includere anche quella dell’AI, al fine di ottenere una visione completa del rischio. Con le aziende che distribuiscono Claude su larga scala, gli agenti AI leggono file, redigono comunicazioni, influenzano decisioni e attivano workflow. Queste attività devono essere visibili, governate e difendibili all’interno dei framework di sicurezza e compliance già esistenti, anziché essere gestite attraverso stack dedicati esclusivamente all’AI.

“Le aziende non possono permettersi di adottare due modelli di governance differenti, per le persone e per l’AI,” spiega Mayank Choudhary, EVP e GM, Information Protection, Cloud Security, and Compliance Products Group di Proofpoint. “Esseri umani e agenti AI operano negli stessi workflow, accedono ai medesimi dati sensibili e influenzano le stesse decisioni aziendali e per questo richiedono un unico livello di controllo. Estendendo le nostre soluzioni di sicurezza dei dati, rischio interno e governance delle comunicazioni a Claude, permettiamo ai clienti di gestire l’attività AI attraverso la stessa piattaforma di cui si fidano per proteggere il resto dell’azienda. Siamo entusiasti di integrarci con la Claude Compliance API, che rende l’unione di questi controlli sicura e scalabile.”

Estensione di sicurezza dei dati e rischio interno all’AI

La prima integrazione porta i contenuti delle conversazioni di Claude Enterprise e i log di attività di Claude Platform nelle soluzioni di data security e insider risk di Proofpoint.

Le aziende possono applicare classifier esistenti, modelli di rischio comportamentale e policy di data loss prevention a prompt, risposte, file, progetti e attività amministrative di Claude Enterprise, monitorandone al contempo i log di attività. Le interazioni con l’AI vengono valutate con la stessa logica di rilevamento che protegge gli ambienti endpoint, cloud ed email.

Questo consente alle organizzazioni di applicare controlli coerenti sui dati, rilevare comportamenti anomali nelle attività umane e AI, e analizzare i workflow assistiti dall’AI all’interno dello stesso framework di rischio già distribuito in azienda, senza introdurre uno stack separato di sicurezza AI.

Governance delle comunicazioni digitali nel workflow AI

La seconda integrazione estende la Digital Communications Governance (DCG) di Proofpoint a Claude Enterprise.

La sola acquisizione delle trascrizioni non è sufficiente per la supervisione regolamentare o le indagini. Le aziende devono comprendere contesto, intento e sequenza delle attività che stanno alla base delle decisioni. Integrando le conversazioni di Claude nella soluzione Proofpoint, possono applicare workflow di supervisione, retention, eDiscovery e investigazione alle comunicazioni assistite dall’AI. La soluzione integrata analizza i pattern comunicativi per estrarne il significato al di là del contenuto grezzo, consentendo una revisione difendibile e la ricostruzione delle decisioni su interazioni generate sia da esseri umani sia dall’AI.

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Perché solide policy DMARC sono fondamentali nell’era dell’impersonificazione guidata dall’AI https://www.datamanager.it/2026/05/perche-solide-policy-dmarc-sono-fondamentali-nellera-dellimpersonificazione-guidata-dallai/ Wed, 20 May 2026 08:27:03 +0000 https://www.datamanager.it/?p=252932 La GenAI consente di realizzare email di phishing e Business Email Compromise (BEC) altamente convincenti, ricche di contesto, a volumi senza precedenti. I domini typosquatted generati dall’AI aggirano l’autenticazione, rendendo necessari monitoraggio proattivo e takedown. Una solida applicazione del DMARC blocca lo spoofing di dominio e protegge la fiducia nel brand alla base. Il punto […]

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La GenAI consente di realizzare email di phishing e Business Email Compromise (BEC) altamente convincenti, ricche di contesto, a volumi senza precedenti. I domini typosquatted generati dall’AI aggirano l’autenticazione, rendendo necessari monitoraggio proattivo e takedown. Una solida applicazione del DMARC blocca lo spoofing di dominio e protegge la fiducia nel brand alla base. Il punto di vista di Marco Zani, Country Manager Italia di Proofpoint

L’intelligenza artificiale ha cambiato radicalmente l’economia del cybercrime. Quello che in passato richiedeva tempo, ricerca e sforzo umano può oggi essere automatizzato, scalato e ottimizzato dalla GenAI. Nessun ambito rende questo cambiamento più evidente, e più pericoloso, degli attacchi di impersonificazione via email. Con strumenti basati su AI, gli attaccanti sono in grado di generare email molto convincenti in pochi secondi, replicando tono, stile di scrittura e consapevolezza contestuale con un’accuratezza preoccupante.

Nel frattempo, i nuovi strumenti di “vibe coding” abbassano ulteriormente la soglia per la creazione di infrastrutture pericolose, con gli attaccanti in grado di creare rapidamente siti di phishing realistici progettati per raccogliere credenziali o distribuire malware, senza alcuna competenza di sviluppo tradizionale.

Il risultato è un’impennata di campagne di phishing che appaiono legittime, pertinenti e urgenti, tanto via email quanto via web, e in questo contesto, i controlli tradizionali di sicurezza della posta elettronica non sono più sufficienti.

Per ridurre il rischio in modo significativo, serve una strategia di protezione che parta dalla prevenzione dell’impersonificazione accelerata dall’AI alla fonte e questo comincia con una robusta applicazione del protocollo DMARC (Domain-based Message Authentication, Reporting & Conformance), affiancata da monitoraggio e takedown dei domini lookalike.

Impersonificazione aziendale su larga scala accelerata dall’AI

La GenAI ha abbassato le barriere d’ingresso per gli attaccanti, che oggi sono in grado di impersonificare dirigenti, dipendenti, partner e brand con uno sforzo minimo e di:

  • Generare email accurate e professionali che replicano la voce di responsabili e brand
  • Personalizzare automaticamente i messaggi, sfruttando informazioni pubblicamente disponibili da siti aziendali, profili LinkedIn e comunicati stampa
  • Creare siti web contraffatti che rispecchiano l’identità visiva delle aziende, abilitando campagne di phishing end-to-end su scala industriale
  • Scalare rapidamente campagne di phishing e BEC su migliaia di target

Questi messaggi generati dall’AI, spesso contestualmente accurati, allineati all’attualità e pertinenti al business, riescono spesso a superare l’iniziale scetticismo umano. Anche i dipendenti più attenti alla sicurezza possono essere ingannati quando un’email sembra provenire da un dominio affidabile ed è in linea con le attività in corso.

Il risultato è un’escalation degli attacchi basati sull’impersonificazione, che puntano meno allo sfruttamento tecnico e più all’abuso della fiducia nei brand, nei domini e nelle identità di mittenti familiari.

L’ascesa dei domini lookalike

Sebbene il DMARC sia particolarmente efficace nel bloccare lo spoofing del dominio esatto, gli attaccanti si affidano anche ai cosiddetti domini lookalike – visivamente o semanticamente simili ai brand legittimi, ma senza una corrispondenza esatta.

Per creare domini convincenti che eludano un’ispezione superficiale, gli attaccanti combinano tecniche come trasposizione o sostituzione di caratteri, omoglifi di altri alfabeti, varianti del brand con trattini e domini di primo livello alternativi.

I moderni strumenti di AI sono in grado di:

  • Generare in pochi secondi lunghe liste di varianti di dominio plausibili e vicine al brand
  • Selezionare quelle con maggiore potenziale ingannevole
  • Creare contenuti di phishing che corrispondono con precisione al tema del dominio contraffatto
  • Automatizzare i test per identificare le varianti con il tasso di coinvolgimento delle vittime più elevato

Questa combinazione di algoritmi di generazione dei domini e creazione di contenuti di GenAI consente ai malintenzionati di costruire attacchi di phishing senza mai sfiorare il dominio reale.

Poiché i domini lookalike sono di proprietà dei cybercriminali, aggirano completamente i controlli di autenticazione come SPF, DKIM e DMARC, rendendo rilevamento e takedown molto più difficili in assenza di visibilità dedicata sui trend di registrazione dei domini, sull’intelligence delle minacce e sul monitoraggio attivo.

Il ruolo di DMARC nella sicurezza email moderna

Il DMARC è un protocollo di autenticazione delle email che si basa su SPF (Sender Policy Framework) e DKIM (DomainKeys Identified Mail). Insieme, questi controlli consentono ai proprietari di dominio di:

  • Verificare che un messaggio che dichiara di provenire dal proprio dominio sia autorizzato e crittograficamente integro
  • Specificare come i mail server riceventi devono gestire i messaggi che non superano i controlli di autenticazione
  • Acquisire visibilità su tutte le fonti che inviano email a loro nome
  • Raccogliere campioni di messaggi che non superano l’autenticazione, per distinguere le fonti legittime dal traffico contraffatto

Quando applicato con una policy robusta (come “quarantine” o “reject”), DMARC impedisce ai mittenti non autorizzati di falsificare con successo un dominio. Questo elimina uno strumento critico dall’arsenale dei cybercriminali e interrompe direttamente gli attacchi basati sull’impersonificazione prima ancora che raggiungano una casella di posta.

Perché DMARC è più importante che mai nell’era dell’AI

L’AI potenzia gli attacchi di spoofing, ma gli attori di minacce hanno comunque bisogno di domini affidabili per rendere credibili i loro messaggi. Ed è esattamente questa dipendenza che il DMARC colpisce.

Diversi fattori rendono la sua applicazione particolarmente critica oggi:

  • Scala guidata dall’AI. Gli attaccanti possono generare e inviare email contraffatte più velocemente che mai.
  • Erosione della fiducia nel brand. Una singola impersonificazione riuscita può danneggiare la fiducia di clienti e partner.
  • Aspettative crescenti. Regolatori, partner e fornitori si aspettano sempre più spesso l’applicazione del DMARC come controllo di base.

Senza una policy DMARC robusta, le organizzazioni lasciano i propri domini esposti agli abusi, permettendo agli attaccanti di utilizzare l’identità del brand come arma su larga scala.

Il DMARC non è una soluzione autonoma a tutte le minacce email, ma blocca l’impersonificazione del dominio esatto prima ancora che entrino in gioco il filtraggio dei contenuti, la formazione degli utenti o il rilevamento basato sull’AI.

Ecco perché le aziende devono considerarlo come una base di partenza, non una soluzione completa.

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Device Code Phishing: la nuova frontiera nel furto di identità https://www.datamanager.it/2026/05/device-code-phishing-la-nuova-frontiera-nel-furto-di-identita/ Fri, 15 May 2026 11:08:32 +0000 https://www.datamanager.it/?p=252875 I ricercatori Proofpoint mettono in luce un’esplosione del phishing tramite device code nel panorama delle minacce informatiche. Ogni settimana emergono nuovi strumenti dedicati a questa tecnica, alimentati dalla disponibilità pubblica di toolkit criminali e dalla proliferazione di offerte phishing-as-a-service (PhaaS) Il credential phishing rimane una tecnica efficace, capace di abilitare tutto, dall’account takeover alle frodi, […]

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I ricercatori Proofpoint mettono in luce un’esplosione del phishing tramite device code nel panorama delle minacce informatiche. Ogni settimana emergono nuovi strumenti dedicati a questa tecnica, alimentati dalla disponibilità pubblica di toolkit criminali e dalla proliferazione di offerte phishing-as-a-service (PhaaS)

Il credential phishing rimane una tecnica efficace, capace di abilitare tutto, dall’account takeover alle frodi, fino a ransomware e spionaggio. Tuttavia, man mano che le organizzazioni migliorano le proprie difese dalle tecniche più comuni, come il phishing che aggira l’autenticazione multi-fattore (MFA), i cyber criminali ampliano il loro arsenale, includendo device code phishing e OAuth. Combinando queste tecniche con strumenti generati da modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e tattiche di social engineering, riescono oggi a colpire un numero sempre maggiore di vittime su larga scala, con dinamiche di attacco difficili da prevedere.

Dal 2020 fino a circa il 2022, la tecnica del device code phishing era appannaggio quasi esclusivo dei red team e, occasionalmente, di attori criminali o spionaggio e veniva utilizzata per indurre un utente ad autorizzare un’applicazione malevola sui propri account email aziendali. Negli ultimi anni, però, la sua popolarità è cresciuta sensibilmente e la pubblicazione di toolkit pericolosi dedicati nell’autunno del 2025, unita a nuove innovazioni nelle catene di attacco, amplificate dall’uso del cosiddetto “vibe coding”, ha trasformato una tecnica fino ad allora di nicchia in un terreno fertile per campagne di phishing su scala industriale.

I ricercatori Proofpoint hanno rilevato come gli attori malevoli sfruttano il flusso OAuth 2.0 di autorizzazione dispositivo per compromettere account aziendali, Microsoft 365 o altri, inducendo gli utenti ad approvare l’accesso ad applicazioni controllate dall’attaccante. Sebbene la maggior parte delle campagne si concentri su account Microsoft, Proofpoint ne ha rilevate anche a tema Google, seppur in volumi significativamente più ridotti.

Queste campagne ricorrono spesso all’ “account takeover jumping”, con l’attaccante che compromette un account email iniziale e lo utilizza per inviare link di phishing a un’ampia rete di contatti.

Generalmente, la catena di attacco inizia con un messaggio che recapita un URL in vari formati: incorporato in un pulsante, come testo con hyperlink, in un documento o tramite QR code. Quando l’utente visita l’URL, viene avviata una sequenza che sfrutta il legittimo processo di autorizzazione del dispositivo di Microsoft.

L’evoluzione che ha cambiato tutto: la generazione di codici on-demand

Rispetto alle implementazioni originali, il panorama attuale del device code phishing presenta una differenza sostanziale che ne ha accelerato la diffusione: la generazione dinamica dei codici.

In passato, gli attori malevoli generavano un codice e lo inviavano direttamente alla vittima, sollecitandola a inserirlo entro 15 minuti prima della scadenza. Se il destinatario non vedeva l’email in tempo, l’attacco falliva. Le implementazioni attuali superano questo limite: il codice viene generato dinamicamente nel momento in cui l’utente clicca sul link di phishing – un cambiamento apparentemente marginale, ma che consente alla vittima di interagire con l’email in qualsiasi momento, avviando la catena di attacco anche a distanza di ore o giorni. Queste nuove implementazioni sono disponibili tramite offerte PhaaS, come EvilTokens o Tycoon, oppure sviluppate direttamente dagli attori che conducono le campagne.

Un attacco di device code phishing andato a buon fine può portare a compromissione totale dell’account, furto di informazioni sensibili, frodi e compromissioni della posta aziendale (BEC), movimento laterale nell’ambiente compromesso, e persino ad attacchi distruttivi come il ransomware.

Per avere maggiori informazioni sul tema, inclusi esempi delle campagne rilevate dai ricercatori Proofpoint, è possibile visitare: https://www.proofpoint.com/us/blog/threat-insight/device-code-phishing-evolution-identity-takeover

 

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Proofpoint inaugura il suo Centro di Innovazione Europeo a Parigi, aumentando gli investimenti regionali nella cybersicurezza guidata dall’AI https://www.datamanager.it/2026/05/proofpoint-inaugura-il-suo-centro-di-innovazione-europeo-a-parigi-aumentando-gli-investimenti-regionali-nella-cybersicurezza-guidata-dallai/ Thu, 07 May 2026 09:13:58 +0000 https://www.datamanager.it/?p=252682 Il nuovo polo europeo rafforza R&S regionale, promuove l’innovazione nella sicurezza basata su AI e consolida l’impegno verso clienti e partner nell’area Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, annuncia l’apertura del proprio Centro di Innovazione a Parigi, che segna un passo significativo nel continuo investimento dell’azienda in innovazione e ricerca e sviluppo in Europa. […]

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Il nuovo polo europeo rafforza R&S regionale, promuove l’innovazione nella sicurezza basata su AI e consolida l’impegno verso clienti e partner nell’area

Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, annuncia l’apertura del proprio Centro di Innovazione a Parigi, che segna un passo significativo nel continuo investimento dell’azienda in innovazione e ricerca e sviluppo in Europa. Il centro è stato inaugurato con una cerimonia di apertura a cui hanno partecipato Sumit Dhawan, CEO, Rémi Thomas CFO e Joyce Kim CMO di Proofpoint.

Il Centro di Innovazione di Parigi fungerà da polo strategico di Proofpoint per l’innovazione della cybersecurity in Europa, riunendo tecnologie basate su AI, competenze regionali e partnership con aziende, realtà governative e mondo accademico. In questo spazio immersivo, clienti e partner potranno sperimentare in prima persona come le soluzioni di Proofpoint proteggano le persone, difendano i dati e gestiscano l’intelligenza artificiale, affinché le imprese possano adottare l’AI con fiducia e crescere nell’era agentica.

“Oltre un terzo (38%) delle aziende europee ha subìto incidenti di sicurezza legati all’AI nell’ultimo anno, nonostante i controlli implementati, e questo rischio non farà che aumentare con il progredire dei modelli di AI più avanzati,” dichiara Kent Breaux, SVP, EMEA di Proofpoint. “Con l’accelerazione dell’adozione dell’AI, le aziende hanno bisogno di un nuovo approccio alla gestione del rischio. Con il nostro Centro di Innovazione di Parigi, stiamo incrementando gli investimenti nell’innovazione europea per aiutare i clienti a restare all’avanguardia. Il nostro obiettivo è consentire a persone e agenti AI di collaborare con fiducia, senza compromettere la sicurezza dei dati.”

La struttura fungerà da executive briefing center (EBC), presentando le più recenti innovazioni di Proofpoint attraverso la sua piattaforma, punto di riferimento del mercato, a cui si affidano oltre 14.000 grandi aziende in tutto il mondo. Ciò include la protezione dalle minacce basata su AI, le soluzioni di sicurezza AI basate su intento e l’Agent Integrity Framework, nonché la sicurezza unificata dei dati, per supportare un utilizzo protetto e responsabile dell’AI. Le dimostrazioni metteranno in luce anche le funzionalità di data security e insider risk management di Proofpoint, oltre alla protezione di e-mail, cloud e collaborazione, sottolineando come le aziende possano salvaguardare le informazioni sensibili, ridurre il rischio umano e mantenere il controllo in ambienti sempre più abilitati dall’AI.

L’investimento di Proofpoint a Parigi conferma la sua più ampia strategia di espansione europea, che include il lancio dell’hub internazionale e centro di innovazione AI a Cork, in Irlanda, la continua crescita regionale e il completamento dell’acquisizione di Hornetsecurity, con l’ingresso in azienda di oltre 700 dipendenti.

“La Francia è un mercato chiave per Proofpoint ed è centrale nella nostra strategia di crescita europea,” sottolinea Rémi Thomas, CFO di Proofpoint. “Questo investimento rafforza la nostra presenza e ci consente di supportare meglio clienti e partner con soluzioni su misura per le loro esigenze normative e di sicurezza. Siamo impegnati anche in tema di sovranità dei dati e fiducia dei clienti, proteggendo le informazioni oltre i confini, mantenendo rigorosi standard di privacy.”

Proofpoint in Europa in numeri:

  • Oltre 1.500 dipendenti nella regione.
  • Crescita a doppia cifra nella base clienti europea dal 2024.
  • Incremento delle entrate annuali del 25% in Europa negli ultimi due anni.
  • Il 35% delle aziende europee presenti nella Forbes Global 2000 è protetto da Proofpoint.
  • Protegge oltre 21 milioni di caselle di posta in tutta Europa.

Parigi rappresenta il secondo Centro di Innovazione di Proofpoint a livello globale, dopo il lancio del primo presso la sede centrale a Sunnyvale, California, nel 2025. Il centro occupa uno spazio di 200 metri quadrati negli uffici aziendali nella capitale francese.

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Il 31% delle aziende italiane ha subìto incidenti legati all’AI, nonostante l’implementazione di controlli di sicurezza specifici https://www.datamanager.it/2026/04/il-31-delle-aziende-italiane-ha-subito-incidenti-legati-allai-nonostante-limplementazione-di-controlli-di-sicurezza-specifici/ Tue, 28 Apr 2026 12:17:04 +0000 https://www.datamanager.it/?p=252410 Inoltre, il 61% delle imprese italiane non è completamente sicuro che i propri controlli di sicurezza per l’AI riuscirebbero a identificarne una compromessa Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, ha pubblicato il report “AI and Human Risk Landscape 2026”, che esamina il divario crescente tra la velocità con cui le aziende stanno rendendo […]

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Inoltre, il 61% delle imprese italiane non è completamente sicuro che i propri controlli di sicurezza per l’AI riuscirebbero a identificarne una compromessa

Proofpoint, azienda leader nella cybersecurity e nella compliance, ha pubblicato il report “AI and Human Risk Landscape 2026”, che esamina il divario crescente tra la velocità con cui le aziende stanno rendendo operativa l’AI e il loro livello di preparazione per proteggere e analizzare i rischi che ne derivano. Lo studio globale, che ha coinvolto oltre 1.400 professionisti della sicurezza in 12 paesi, tra cui l’Italia, esamina come la rapida adozione dell’AI stia trasformando la collaborazione aziendale e mettendo in luce punti deboli strutturali nei controlli di sicurezza e nella risposta agli incidenti.

L’AI si sta diffondendo sempre più nelle aziende ed è ormai operativa nella maggior parte delle funzioni, con implementazioni che spaziano dall’assistenza clienti alla messaggistica interna, ai flussi di lavoro via email e alla collaborazione con terze parti. L’87% delle imprese a livello globale ha già implementato assistenti AI oltre la fase pilota, e il 76% sta attivamente testando in fase pilota o implementando agenti autonomi. Tuttavia, mentre stanno investendo in strumenti e controlli AI, molte non sono in grado di confermare che siano efficaci: il 52% non è pienamente fiducioso che i propri controlli di sicurezza AI rilevino un’intelligenza artificiale compromessa, e la metà di chi ha controlli in atto ha già subìto un incidente legato all’AI, confermato o sospetto.

Inoltre, la maggior parte delle aziende dichiara di non essere completamente preparata a investigare incidenti legati all’AI che si estendono su più sistemi e canali (solo un terzo afferma di esserlo).

“I risultati di quest’anno evidenziano un crescente divario tra adozione dell’AI e preparazione di sicurezza,” commenta Ryan Kalember, Chief Strategy Officer di Proofpoint. “Le aziende stanno estendendo l’utilizzo di assistenti AI e agenti autonomi nei principali flussi di lavoro, eppure molte non riescono a confermare l’efficacia dei propri controlli o ad analizzare a fondo incidenti che si propagano attraverso canali di collaborazione. Mentre l’AI si integra nel modo di operare, i responsabili della sicurezza devono ripensare come proteggere le interazioni affidabili tra persone, dati e sistemi di AI.”

I principali risultati italiani del report “AI and Human Risk Landscape 2026” di Proofpoint evidenziano che:

  • L’implementazione dell’AI supera la preparazione di sicurezza. L’adozione dell’intelligenza artificiale è passata in produzione più velocemente di quanto siano maturati i framework di governance. Mentre l’82% delle aziende ha implementato assistenti AI oltre la fase pilota e l’83% sta sviluppando agenti autonomi, il 38% descrive ancora la sicurezza come in fase di recupero, incoerente o reattiva. Il 31% riferisce di aver subìto un incidente – sospetto o confermato – legato all’AI, indicando esposizione già presente negli ambienti operativi.
  • I canali di collaborazione sono la principale superficie di attacco dell’AI. L’intelligenza artificiale sta ampliando la superficie di attacco, permettendo alle minacce di diffondersi a velocità macchina e avere impatto sui flussi di lavoro connessi. Sebbene l’email rimanga il vettore di minaccia più comune con il 58%, l’esposizione si estende ora a piattaforme di condivisione file (38%), applicazioni SaaS e cloud di terze parti (35%) e piattaforme social e di messaggistica (30%). Tra le aziende in Italia che hanno subìto un incidente legato all’AI, l’esposizione aumenta su ogni canale, inclusi il 71% nelle email e il 52% nelle piattaforme di condivisione file.
  • La fiducia supera l’efficacia dei controlli. Sebbene molte aziende abbiano implementato controlli di sicurezza, manca loro la certezza della loro efficacia. Il 67% dichiara di avere una copertura di sicurezza AI in atto, eppure il 61% non è pienamente fiducioso che tali controlli ne rilevino una compromessa. Inoltre, il 31% delle aziende dotata di controlli ha comunque segnalato un incidente legato all’AI e persistono lacune nell’allineamento della governance tra i team (48%), nella visibilità delle attività di AI o degli agenti (39%) e nella formazione (31%).
  • La preparazione alle indagini è in ritardo rispetto alla realtà degli incidenti. Quando si verificano incidenti legati all’AI, molte aziende faticano ad analizzarli efficacemente. Solo il 38% dichiara di essere pienamente preparato a indagare un incidente legato all’AI o agli agenti, e il 34% segnala difficoltà nel correlare le minacce tra i vari canali. Poiché l’attività legata all’AI si estende a email, piattaforme di collaborazione e sistemi cloud, la capacità di ricostruire gli eventi dipende dalla visibilità su tutti gli ambienti connessi, componente che molte aziende ancora non possiedono.
  • La proliferazione di strumenti è una barriera strutturale.La frammentazione degli stack di sicurezza sta aggravando la sfida, limitando la visibilità e rallentando la risposta quando gli incidenti si spostano tra i sistemi a velocità macchina. Il 100% delle aziende afferma che gestire molteplici tool di sicurezza è almeno moderatamente impegnativo, e l’86% lo descrive come molto o estremamente difficile. Gli intervistati citano pressioni sui costi operativi (51%), difficoltà a correlare le minacce (34%) e sfide di integrazione (31%).
  • L’architettura di sicurezza diventa una priorità strategica con la crescita dell’AI.Il 52% delle aziende sta attivamente perseguendo il consolidamento di fornitori e strumenti, e il 48% ritiene che una piattaforma unificata sia più efficace di soluzioni puntuali. Nei prossimi 12 mesi, il 60% prevede di ampliare le protezioni AI, il 46% intende estendere la copertura dei canali di collaborazione e il 33% si aspetta di migrare verso un approccio di piattaforma unificata.

“Sebbene l’AI abbia introdotto nuovi rischi, come il prompt engineering, il suo impatto maggiore è stato nell’amplificare rischi affrontati da sempre,” afferma Kalember. “Esecuzione di codice non affidabile, gestione impropria di dati sensibili e perdita di controllo delle credenziali sono le stesse sfide create dalle persone da decenni, l’AI le amplifica, eseguendole con velocità e portata di macchina. Quando le aziende affidano all’AI le chiavi per agire per loro conto – con clienti, partner e sistemi interni – il raggio d’azione dell’impatto di ciascuno di questi errori aumenta drasticamente. La risposta non è trattare l’AI come una nuova categoria di minacce, ma applicare controlli rigorosi e collaudati a ciò che l’AI tocca ed esegue e ai metodi di autenticazione concessi. Le aziende che impostano correttamente queste basi fin dall’inizio scaleranno l’AI con fiducia, chi non lo farà sta solo automatizzando la propria esposizione.”

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