rivistaaprile2025 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 07 May 2025 08:05:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaaprile2025 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 R1 Group scommette sul futuro e lancia la prima edizione di BET Forum https://www.datamanager.it/2025/05/r1-group-scommette-sul-futuro-e-lancia-la-prima-edizione-di-bet-forum/ Wed, 07 May 2025 08:00:24 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244195 Puntare sulla conoscenza, l’apprendimento continuo e la condivisione delle idee per restare competitivi. BET Forum mette al centro il rapporto tra innovazione e formazione R1 Group dà il via al BET Forum, il primo grande evento dedicato all’innovazione, alla formazione e al networking nel settore IT. L’appuntamento, che si terrà il 30 maggio all’Hotel Melià di […]

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Puntare sulla conoscenza, l’apprendimento continuo e la condivisione delle idee per restare competitivi. BET Forum mette al centro il rapporto tra innovazione e formazione

R1 Group dà il via al BET Forum, il primo grande evento dedicato all’innovazione, alla formazione e al networking nel settore IT. L’appuntamento, che si terrà il 30 maggio all’Hotel Melià di Milano, si preannuncia come un momento da non perdere. Con un’offerta formativa strutturata e spazi di confronto con i principali player dell’industria ICT, BET Forum mette al centro know-how e competenze. “Bet on your expertise” è il payoff dell’evento, un invito a scommettere sulle proprie competenze e investire nella crescita professionale. In un settore in rapido mutamento, restare aggiornati è fondamentale per mantenere la competitività e cogliere le nuove sfide del mercato.

Oltre 30 anni di esperienza nel settore ICT fanno di R1 Group un punto di riferimento tra i system integrator in Italia. Con sei sedi a Roma, Milano, Perugia, Napoli, Genova e Torino, l’azienda garantisce una copertura capillare sul territorio. «Collaboriamo con i principali player tecnologici del mercato, che ci riconoscono come un partner affidabile per progetti di integrazione di sistemi e soluzioni tecnologiche avanzate. Supportiamo le aziende nei loro processi di trasformazione digitale grazie a competenze consolidate in project management, virtualizzazione, networking, gestione documentale, hardware e software, mobile, sicurezza IT e del dato, piattaforme cloud e soluzioni AI» – dichiara Giulio Morandini, CEO di R1 Group.

«La nostra forza risiede nella specializzazione delle risorse, nella condivisione delle esperienze e nella creazione di un solido network, elementi che ci permettono di offrire soluzioni innovative, dinamiche e flessibili» – continua Morandini. «BET Forum nasce con l’obiettivo di offrire un’occasione di incontro per clienti, vendor e professionisti IT, distinta dai tradizionali appuntamenti istituzionali, per ampliare il proprio network, accrescere le competenze e favorire lo scambio di conoscenze. Non ci limitiamo a presentare soluzioni, ma vogliamo promuovere un dialogo costruttivo tra tutti gli attori del settore, creando un ambiente di confronto e crescita condivisa».

FORMAZIONE E NETWORKING

Il BET Forum sarà un vero e proprio hub di esperienze dinamiche dove tecnologia, competenza e visione strategica si incontrano. Attraverso sessioni tecniche mirate e incontri esclusivi con i principali vendor di settore, i partecipanti potranno esplorare le soluzioni più all’avanguardia. Un ambiente stimolante, pensato per favorire l’apprendimento e il confronto, in cui esperti e professionisti condivideranno insights esclusivi sulle ultime innovazioni e sulle strategie per affrontare con successo le sfide del futuro. L’evento proporrà interventi in grado di motivare e ispirare, panel tematici e workshop interattivi, con un focus su tematiche chiave come cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e digital transformation.

Ma il BET Forum non sarà solo formazione, ma anche networking, un contesto ideale per costruire nuove relazioni, stringere partnership e scambiare competenze di alto valore. La presenza di aziende leader garantirà un confronto di alto livello e la possibilità di esplorare le soluzioni più innovative sul mercato.

LA CHIAVE PER RESTARE COMPETITIVI

Con il lancio di questo evento, R1 Group conferma il proprio impegno nell’essere un punto di riferimento per la crescita e l’aggiornamento professionale nel mondo della tecnologia. «L’innovazione tecnologica evolve a ritmi senza precedenti» – afferma Giancarlo Stoppaccioli, president e founder di R1 Group. «Investire nelle proprie competenze è la chiave per restare competitivi. Il networking e lo scambio di idee di valore sono gli strumenti indispensabili per affrontare con successo le sfide di un mondo in continua trasformazione».

Il BET Forum è un’opportunità aperta a tutti i professionisti che vogliono aggiornarsi e fare networking. La partecipazione è completamente gratuita, ma è fondamentale registrarsi sul sito dell’evento. Prenota il tuo accesso qui e non perdere l’opportunità di far parte della community R1 Group.

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Business always-on, il Journey to Cloud di CRIF https://www.datamanager.it/2025/04/business-always-on-il-journey-to-cloud-di-crif/ Fri, 18 Apr 2025 07:31:39 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244279 Innovazione e sicurezza by design per la trasformazione digitale. Con un approccio strategico, il progetto nasce per rispondere all’esigenza di migliorare l’agilità operativa e valorizzare tutti i vantaggi offerti ai clienti dal cloud Oggi, le persone e le imprese vivono e svolgono attività di business in un contesto di mercato sempre meno prevedibile, caratterizzato da […]

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Innovazione e sicurezza by design per la trasformazione digitale. Con un approccio strategico, il progetto nasce per rispondere all’esigenza di migliorare l’agilità operativa e valorizzare tutti i vantaggi offerti ai clienti dal cloud

Oggi, le persone e le imprese vivono e svolgono attività di business in un contesto di mercato sempre meno prevedibile, caratterizzato da rapidi cambiamenti e forti interconnessioni. I player finanziari e le aziende devono sempre più prendere decisioni con velocità, basandosi su strumenti flessibili, configurabili e precisi. Di conseguenza è fondamentale acquisire una visione strategica e una mentalità orientata alla trasformazione del business. In tale scenario il cloud può rivelarsi lo strumento di supporto adeguato.

Per questo CRIF ha elaborato il progetto “Journey to Cloud”, con l’intenzione di garantire ai propri clienti servizi e soluzioni costantemente all’avanguardia, aiutandoli a potenziare il proprio business, ridurre i rischi, ottimizzare l’efficienza. La trasformazione intrapresa da CRIF, dal punto di vista tecnologico e organizzativo, è spinta dalla volontà di garantire ai clienti, in Italia e nel mondo, una più rapida innovazione di prodotto, performance e stabilità accresciute, dati di qualità “best-in-class”, sicurezza in modo nativo, insieme a capacità di governance e gestione dei rischi in modo continuo.

«Vogliamo essere al fianco dei clienti con una partnership di tipo “win-win”, e per questo puntiamo a un modello di business always-on, che renda disponibili piattaforme dati moderne e ottimizzate, per garantire performance di eccellenza, bassa latenza, servizi scalabili, tempi di risposta rapidi» – afferma Davide Raitano, corporate chief information officer di CRIF. «I requisiti di compliance normativa sono sempre più importanti e stringenti nei mercati che serviamo e devono essere soddisfatti puntando sull’automazione dell’applicazione di centinaia di regole. Tutto questo richiede il costante aggiornamento tecnologico alle ultime generazioni dell’hardware e del software e dei servizi di sistema».

Il progetto Journey to Cloud di CRIF, che su scala globale si concretizza su un arco temporale di 6 anni, nasce per rispondere alle esigenze delle organizzazioni di migliorare l’agilità operativa e valorizzare i vantaggi offerti dal cloud computing, in primo luogo la capacità di aumentare il tasso di innovazione e modernizzare le infrastrutture IT. Questo programma affronta le sfide e coglie le opportunità attraverso un approccio basato su due prospettive, la prima riguardante il mercato e la vicinanza ai clienti, la seconda i driver strategici.

«I mercati globali stanno evolvendo: la maggior parte dei clienti di CRIF, che oggi opera in 37 paesi in quattro continenti, sta pianificando investimenti in applicazioni cloud nel medio termine» – spiega Davide Raitano. «La scelta del cloud è spinta da esigenze chiave come l’agilità aziendale e la sicurezza informatica. Le organizzazioni cercano soluzioni scalabili e flessibili per rispondere rapidamente ai cambiamenti del mercato».


#CRIF Il cloud come leva strategica per essere rapidi, agili e data-driven #JourneytoCloud
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IL BUSINESS SEMPRE PIÙ AGILE

La strategia di CRIF verso il cloud è volta a perseguire la Business Agility, che porta con sé vantaggi per i clienti, riassumibili in innovazione, scalabilità, flessibilità e riduzione della complessità del business, stabilità, sicurezza, automazione, minore manutenzione infrastrutturale.

«La modernizzazione tramite il cloud – dichiara Simone Capecchi, executive director di CRIF – favorisce l’innovazione, permettendo alle aziende di sfruttare tecnologie avanzate come AI, Big Data, IoT e Machine Learning per accelerare la produttività. I principali provider cloud rendono disponibili strumenti che facilitano il lancio rapido di nuovi prodotti, riducendo il time-to-market e migliorando l’esperienza e la soddisfazione del cliente. Il cloud supporta modelli di business innovativi come il Composable Business, stimolando sia l’innovazione sostenibile sia quella disruptive. Le aziende con piattaforme cloud-native registrano un aumento significativo dei nuovi prodotti immessi sul mercato rispetto a quelle con infrastrutture tradizionali».

L’agilità offerta dal cloud consente, inoltre, di scalare le risorse su richiesta: il provisioning è immediato, eliminando i lunghi tempi di attesa propri di uno scenario on-prem su data center tradizionale. Il mercato dei servizi digitali ai consumatori è sempre più in crescita e questo impone livelli altissimi di stabilità e disponibilità, per garantire che eventuali disservizi siano ridotti effettivamente al minimo.

«CRIF – spiega Simone Capecchi – ha capito l’importanza che riveste la sicurezza informatica e che i controlli di sicurezza siano incorporati nei nostri sistemi. Puntiamo a ridurre la dimensione della superficie esposta agli attacchi esterni e a un elevato livello di automazione degli aggiornamenti tecnologici e di patching del software. Importante è anche l’automazione dei processi manuali, che accelera la fornitura di risorse su richiesta e riduce gli errori. Infine, la proprietà e la manutenzione dell’infrastruttura cloud sono responsabilità del provider di servizi, consentendo alle aziende di concentrarsi sulle attività principali».

LE PERSONE AL CENTRO

Il Journey to Cloud porta verso nuove sfide tecnologiche e professionali anche in termini di approccio al lavoro. Per questo CRIF investe in formazione sulle tematiche specifiche del cloud già da diversi anni, con la consapevolezza dell’importanza della partecipazione attiva a queste iniziative di training non solo dei propri professionisti IT ma di tutta la popolazione aziendale.

«Le tecnologie cloud – continua Davide Raitano, il corporate CIO di CRIF – permettono di lavorare in modo più agile e scalabile, spingendo ogni struttura della nostra azienda a un lavoro più sinergico tra team cross funzione. CRIF è consapevole che queste opportunità di collaborazione debbano essere sfruttate per evolvere ulteriormente, migliorarsi e creare sempre più valore per i nostri clienti».

Il Journey to Cloud non è solo un percorso tecnologico, ma anche un’esperienza di sviluppo professionale. Opportunità innovative di business e crescita per l’azienda possono portare alla creazione di nuovi ruoli innovativi e responsabilità e per questo CRIF pone costante attenzione al people engagement affinché i propri professionisti adottino un atteggiamento proattivo, orientato a guidare il cambiamento.


#CRIF La sicurezza come priorità, CRIF integra nativamente controlli avanzati nei suoi sistemi #cloud
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UN MIX DISTINTIVO DI ASSET, POTENZIATO DA AI E CLOUD

Da oltre 35 anni, con oggi più di seimila e 600 professionisti nel mondo, CRIF crea valore per le istituzioni finanziarie, le imprese e i consumatori, fornendo informazioni e soluzioni che consentono decisioni più consapevoli, migliorano l’accesso al credito, accelerano l’innovazione digitale e la crescita sostenibile. A utilizzare i suoi servizi sono oltre 10mila e 500 banche e società finanziarie, più di 450 assicurazioni, 90mila imprese e un milione di consumatori.

Fondate sull’integrazione di un ricco ecosistema di dati con intelligenza artificiale, GenAI e moderne piattaforme digitali, le soluzioni CRIF migliorano la capacità di valutazione dei rischi, ottimizzano i processi decisionali e permettono di cogliere nuove opportunità di business, garantendo una gestione più efficace e completa della relazione con famiglie e imprese. Il progetto Journey to Cloud si inserisce in maniera coerente nel piano strategico e di investimenti pluriennale dell’azienda, che si prefigge l’obiettivo di diventare ancora più data-driven e capace di offrire ai propri clienti a livello globale risposte time-to-market e su misura.

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PowerCloud, il cloud nell’era della maturità https://www.datamanager.it/2025/04/powercloud-il-cloud-nellera-della-maturita/ Thu, 10 Apr 2025 15:10:34 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244357 Ormai indiscutibile piattaforma di innovazione, velocità e competitività, la “nuvola” rappresenta una scelta sempre più prioritaria e sicura, ma che necessita di solide motivazioni di business e di una minuziosa governance. Con la partecipazione di Angelini Holding, ARIA Spa, Aruba Cloud, Autostrade per l’Italia, ATV, Banca IFIS, Bitdefender Italia, Gruppo HERA Dalla scalabilità all’espansione, verso […]

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Ormai indiscutibile piattaforma di innovazione, velocità e competitività, la “nuvola” rappresenta una scelta sempre più prioritaria e sicura, ma che necessita di solide motivazioni di business e di una minuziosa governance. Con la partecipazione di Angelini Holding, ARIA Spa, Aruba Cloud, Autostrade per l’Italia, ATV, Banca IFIS, Bitdefender Italia, Gruppo HERA

Dalla scalabilità all’espansione, verso la specializzazione, il cloud agisce come catalizzatore e piattaforma della trasformazione digitale. Ormai giunto a un grado elevato di maturazione, il cloud continua a porre questioni di governance, sicurezza, controllo dei costi, performance, sovranità, interoperabilità, sviluppo software nativo, modernizzazione di applicativi legacy, sostenibilità energetica e ambientale. Tra ambienti ibridi e multicloud, con il crescente interesse per l’AI cloud-native, l’edge e le applicazioni real-time, il cloud continua a evolversi per supportare nuovi scenari di utilizzo in tutti i settori, spesso passando attraverso l’adozione di tecnologie e servizi di nuova generazione messi a disposizione dagli hyperscaler e implementati nei cloud privati che poggiano su data center sempre più automatizzati.

Oggi, il paradigma del cloud ingloba completamente ambiti come la virtualizzazione, il provisioning di risorse e applicazioni, i tool di sviluppo, le piattaforme di database e tutte le grandi famiglie di applicativi – pensiamo solo agli ambienti ERP o CRM – che fin dalle classiche architetture client/server hanno caratterizzato le prime fasi della digitalizzazione del business. Mentre su un orizzonte più immediato si fanno pressanti gli imperativi di ulteriore espansione e potenziamento richieste per workload come il data analytics, il knowledge management e l’intelligenza artificiale generativa.

L’obiettivo della nostra discussione è analizzare le strategie cloud delle aziende con una particolare attenzione alle politiche di implementazione ibride, allo sviluppo nativo, la modernizzazione del legacy e la sicurezza. Oltre alle priorità di ordine più tecnologico e alle scelte fatte nel mix di approccio pubblico e private cloud, vengono prese in primaria considerazione le misure di carattere organizzativo che le aziende adottano in percorsi di modernizzazione che coinvolgono anche i loro dipartimenti IT, attraverso una varietà di ruoli specializzati che oggi finiscono spesso per affiancare e supportare il mestiere del CEO. L’altro aspetto fondamentale è la questione delle competenze necessarie per rispondere alla continua evoluzione delle tecnologie, particolarmente a livello di architetture e sviluppo applicativo. Naturalmente, anche i temi della sicurezza, della compliance normativa e della sostenibilità energetica rientrano nel dibattito. La tavola rotonda di Data Manager Events si articola in due parti: la prima, dedicata al racconto delle strategie cloud aziendali e delle progettualità in corso, ai piani di evoluzione futura (specie in direzione Big Data e Generative AI) e le modalità di esecuzione adottate dai responsabili dei servizi IT e dei loro più stretti collaboratori, sempre in un’ottica di pieno coordinamento con le figure apicali del business.

La seconda parte si concentra sulla questione della governance e delle problematiche che il passaggio a una ormai consolidata e matura fase di trasformazione dalle infrastrutture del passato al cloud può comportare sul piano delle competenze da mettere in campo, dei cambiamenti anche culturali che riguardano il lavoro individuale e collaborativo, della sicurezza, della compliance e, più recentemente, della sostenibilità energetica e ambientale. Su tutto, domina la questione dei costi dell’informatica in cloud, della loro misurazione e della loro gestione. Un controllo che secondo tutti i relatori richiede un approccio anche finanziario ai tradizionali concetti di “operations” e una ridefinizione dell’idea di “centro di costo” e della responsabilità, individuale e di gruppi, degli utenti. La conseguenza di queste priorità è la nascita di una nuova classe di metodologie di FinOps, oggi coadiuvate a loro volta da software e piattaforme informatiche specializzate alle quali dovrà necessariamente dare un contributo l’automazione e l’intelligenza artificiale.

SUPERFICIE DI DIFESA ESTESA

Il format di Data Manager Events si rinnova, facendo precedere l’avvio della discussione vera e propria da una serie di brevi “keynote” delle aziende sponsor, che da sempre partecipano in veste di ambasciatrici del variegato mondo dell’offerta di tecnologie, soluzioni e servizi. Per Stefano Maranzana, sales engineer di Bitdefender Italia, è l’opportunità per presentare un nome ormai iconico nel settore della sicurezza informatica, mettendo in luce il percorso intrapreso per adattarsi alla nuova mentalità del cloud e alle sue specifiche esigenze in ambito cybersecurity. Fondato in Romania quasi un quarto di secolo fa, Bitdefender ha sempre privilegiato una forte specializzazione nella protezione degli endpoint, consolidando la sua reputazione come leader nel settore.

Il problema degli attacchi ai dispositivi utilizzati non è certo diminuito con l’adozione del cloud. Al contrario, la superficie di esposizione al rischio aumenta, per i singoli utenti, considerando la crescente difficoltà nel porre precisi confini alle attività svolte in un ambiente controllato come potrebbe essere l’ufficio e gli spazi “domestici” in cui le persone si trovano a dover svolgere attività di telelavoro e di svago, spesso passando con disinvoltura da una sfera all’altra.

Stefano Maranzana sr. field sales engineer di Bitdefender Italia

Tutto questo – ricorda Maranzana – si traduce in un volume di 30 miliardi di query giornaliere provenienti da centinaia di milioni di sensori in tutto il mondo e destinate ai quattro centri globali in Europa, Asia e Americhe in cui si articola attualmente la capacità di threat intelligence dell’azienda, forte di una squadra diffusa di oltre 300 ricercatori di sicurezza, e dove il 50% dei dipendenti è coinvolto nella ricerca e sviluppo di soluzioni di sicurezza, tecnologie emergenti, ricerca IoT e machine learning. Questo formidabile team e la rete di “sensori” indaga su possibili sintomi di attacco, classificando ogni minuto oltre 400 minacce concrete. È su questa capacità di intelligence che Bitdefender basa le sue soluzioni di protezione, che tra l’altro comprendono oltre 30 “decryptor” forniti gratuitamente per sbloccare i dati congelati dal ransomware.

«Il nostro know-how si deve adattare alla natura del cloud – spiega Maranzana – e l’obiettivo di Bitdefender è interfacciarsi con un mondo che per definizione non si può proteggere in modo altrettanto circoscritto». Nasce da qui la spinta in direzione della cosiddetta Extended Detection & Response (XDR) che si avvale di strumenti sempre più sofisticati per l’individuazione di attacchi e comportamenti che esulano dal perimetro del singolo end-point e a volte dal controllo del singolo utente. «Oggi si parla molto di AI – continua il sales engineer – ma Bitdefender applica gli algoritmi di machine learning almeno dal 2008, quando aveva sviluppato un sistema di reti generative antagoniste per studiare e simulare il malware in chiave preventiva».


#PowerCloud Oltre la scalabilità, governance e sicurezza estesa al centro – Stefano Maranzana #Bitdefender
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Quello di Aruba è il punto di vista di un’azienda tecnologica italiana di lunga tradizione nel mercato dell’hosting e della co-location proiettato in un contesto globale condizionato da due spinte contrastanti: il predominio di hyperscaler che forniscono servizi di public cloud su larghissima scala partendo però da giurisdizioni extra-europee, e un quadro di riferimento dove pesa molto una visione geografica di sovranità italiana ed europea dei dati. «Aruba Cloud è punto di riferimento per le soluzioni cloud, non soltanto nel nostro territorio» – ricorda il field CTO Luca Spagnoli. «Siamo attori importanti anche in Europa, dove anzi siamo molto attivi, come dimostra il recente annuncio su SECA “Sovereign European Cloud API” come nuovo standard di settore best-in-class: una specifica API avanzata per la gestione dell’infrastruttura cloud.

La nostra a tutti gli effetti è una missione: abilitare un cloud flessibile, in cui il cliente può scegliere con molta libertà le varie forme di cloud senza limiti o vincoli a costi certi e trasparenti». La base di partenza di un’offerta che comprende un po’ tutti i “gusti”, dal cloud privato fino al pubblico e all’ibrido, è una rete di data center di proprietà ai massimi livelli di certificazione (Tier 4), integrata da accordi con altri analoghi operatori europei. Aruba Cloud cura anche una articolata offerta di interconnessione che soddisfa la crescente esigenza di applicazioni multicloud. «Ovviamente – prosegue Spagnoli – mettiamo a disposizione team italiani, altamente qualificati, pronti a supportare i clienti nella creazione di soluzioni modulari e personalizzate. In particolare, prestiamo grande attenzione alla protezione dei dati, un aspetto fondamentale che si traduce in soluzioni concrete di disaster recovery, backup e altre misure di sicurezza essenziali».

Luca Spagnoli field CTO di Aruba

LA RIDUZIONE DELLA COMPLESSITÀ

La riduzione della complessità – sottolinea Spagnoli – è forse il vantaggio più importante e ricercato dai clienti di Aruba. L’azienda non si distingue solo per l’offerta di servizi gestiti da tecnici altamente certificati, ma anche per un’ampia competenza trasversale. Questo aspetto viene incontro alle esigenze delle aziende di dimensioni più ridotte, spesso penalizzate da lacune interne in materia ad esempio di compliance. Proprio la complessità normativa, infatti, può rappresentare un ostacolo, costringendo molte realtà a optare per strategie cloud solo parziali. Inoltre «i clienti non cercano solo prezzi competitivi, ma soprattutto trasparenza: costi chiari, senza sorprese o variazioni impreviste». Una questione che emerge quotidianamente nelle conversazioni con la clientela, spesso preoccupata dalle difficoltà nel formulare previsioni di budget affidabili. A questo Aruba Cloud risponde applicando una rigida norma di trasparenza alla contrattualistica, sia che questa riguardi servizi di natura più infrastrutturale, sia per la parte riguardante l’accompagnamento del cliente nelle fasi di adozione e migrazione al cloud.


#PowerCloud Sovranità digitale e trust, le aziende italiane scelgono la prossimità – Luca Spagnoli #Aruba
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Essere un cloud di prossimità significa anche partecipare con il cliente alla definizione delle proprie strategie, venendo incontro alla necessità di ibridazione e fluidità, senza calare dall’alto una tecnologia che deve rappresentare libertà e sovranità, non sudditanza. Fin dall’inizio della tavola rotonda, emerge con chiarezza un elemento costante nel dibattito sui motivi e le modalità di adozione del cloud: il legame stretto tra questa scelta tecnologica e il fattore tempo, o meglio, la sua crescente scarsità. Per Andrea Bonetti, IT enterprise architect della multiutility Gruppo Hera, il tempo è la vera forma di risparmio cui si punta quando si progetta e si adotta una infrastruttura in cloud. «Dinamicità e flessibilità sono le prime motivazioni» – afferma Bonetti. Da molto tempo Gruppo Hera ha pienamente adottato un approccio ad ampio spettro al cloud. Il primo obiettivo perseguito è stato la data platform: «In un momento in cui tutti i grandi applicativi ERP, CRM, ecc… vengono erogati in SaaS, uguali per tutti, il loro utilizzo diventa una semplice commodity, non crea valore distintivo dell’azienda. Il vero valore resta nel dato, che deve fluire su piattaforme diverse da quelle gestionali, con caratteristiche tecniche diverse, e oggi focalizzato soprattutto su due target di riferimento: le forme di AI più tradizionale, il machine learning, e l’altro molto intensivo, sul piano delle risorse consumate, della nuova frontiera dell’AI generativa». In Hera, il passaggio dai tradizionali approcci di analytics alla cloudizzazione dei data lake e alla gestione dei Data Product ha significato la nascita di nuovi modelli di democratizzazione e fruizione del dato.


#PowerCloud Tempo e velocità come fattori di costo – Andrea Bonetti #HERA
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Questo però non esclude un legame, sia culturale che operativo, con un gestionale che nel frattempo è andato anch’esso trasformandosi. Non a caso, tra gli esempi di nuove importanti progettualità di Hera, Bonetti include la reingegnerizzazione del sistema ERP tramite l’offerta in cloud del fornitore SAP, che dispone fra l’altro di una piattaforma specifica per il settore delle utility. Per chi sviluppa queste piattaforme proprietarie – ricorda Bonetti – il SaaS è sicuramente un grande vantaggio per le economie di scala che consente, ma anche lato utente le opportunità sono tante, soprattutto in termini di maggiore facilità nel seguire l’evoluzione tecnologica sempre più veloce, senza preoccuparsi di aggiornamenti e accumulo di debito tecnico. «Allo stesso tempo però stiamo sfruttando le opportunità dello IaaS (Infrastructure as a Service) per potere fare i “nostri” sistemi in cloud, sviluppando in casa in ottica full Open Source. «Lavorando con macchine virtuali e storage dal costo di provisioning estremamente ridotto le opportunità di risparmio sono importanti. È vero che l’accesso ai numerosi (e comodi) servizi accessori dei PaaS (Platform-as-a-Service) può fare lievitare la spesa, e c’è chi agita lo spauracchio del lock-in, ma personalmente non considero il lock-in un ostacolo significativo, nel senso che è una realtà con cui ci confrontiamo da sempre: la chiave sta nel costruire una relazione collaborativa con il fornitore, basata sulla crescita reciproca, e nell’adottare le giuste strategie di negoziazione».

Andrea Bonetti IT enterprise architect di Gruppo HERA

CI VUOLE SELF CONTROL

La vera sfida – conclude Bonetti – anticipando con un rapido flash quella che sarà la seconda parte della discussione, è il cambiamento radicale indotto da tecnologie cloud che trasformano i “vecchi” mestieri del tecnologo “sistemista”, richiedendo invece una pluralità di competenze diverse: solution e security architect, esperti di networking e integrazioni, di metodologia FinOps, di contratti cloud degni dei più smaliziati uffici legali… «perché il modo in cui disegni la tua soluzione cloud influisce moltissimo dal punto di vista delle performance e dei costi, ma anche del controllo e del service management. E il tradizionale monitoraggio “solo” umano non è più sufficiente: il futuro sarà sempre più dominato da “sistemi che controllano altri sistemi”, garantendo automazione, efficienza e sicurezza».

Con una rete stradale di tremila chilometri, Autostrade per l’Italia si affida a un’ampia infrastruttura tecnologica distribuita lungo tutto il territorio nazionale per garantire efficienza tecnologica e controllo operativo, oltreché a un approccio completamente rinnovato – come racconta il CTO Francesco Fiaschi. A partire dal 2020, il gruppo ha intrapreso una svolta decisiva verso una profonda digitalizzazione dei servizi. Questo impegno si è concretizzato nel piano di trasformazione digitale da 120 milioni di euro per il triennio 2021-2023, con l’obiettivo di sviluppare soluzioni IT avanzate a supporto dei nuovi processi digitali. Insieme al piano, troviamo il programma di ammodernamento tecnologico mirato a rinnovare i pilastri dell’architettura infrastrutturale.

«La tecnologia viene utilizzata come leva per la trasformazione di processi e infrastrutture che abbandonano il mainframe, il batch, lo sviluppo del codice tradizionale, e fanno partire lo sviluppo “agile” al posto del cosiddetto “Waterfall”. In questo triennio, abbiamo contato fino a quaranta stanze di sviluppo contemporaneamente attive con la produzione di sessanta nuovi prodotti IT». Il punto che Fiaschi intende sottolineare rappresenta anche un monito per le strategie cloud di tutte le aziende.


#PowerCloud Il ribilanciamento e la trasformazione dei carichi di lavoro – Francesco Fiaschi #AutostradeSpa
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«Adottiamo il cloud, ma prima di tutto identifichiamo perché e come portare avanti la trasformazione. La trasformazione diventa strategica perché il cloud viene visto come abilitatore della velocità di esecuzione di sourcing delle componenti lavorative. E naturalmente, anche come innovatore degli strumenti grazie ai quali siamo stati in grado di costruire un’architettura più moderna, disegnata sulla carta nel 2020 come architettura orientata ai micro-servizi e all’uso di API nella progettazione di soluzioni e interfacce». Il “casello di partenza” cloud in Autostrade, è una partnership con un service provider che diventa un vero e proprio compagno di viaggio. La prima tappa del percorso è la liberazione del dato dai suoi antichi silos dipartimentali, centralizzandoli in un unico cloud data lake su cui l’azienda può costruire i suoi report e prendere le decisioni. «Il mainframe del passato viene fisicamente distrutto, tutto diventa cloud-first» – spiega Fiaschi. «In questo contesto, le piattaforme diventano strumenti di aggregazione e sviluppo. Nel cloud, abbiamo scelto soluzioni per il workforce management, i workflow, la collaborazione, e abbiamo evoluto e migrato il nostro ERP, rendendolo più agile e integrato».

Francesco Fiaschi chief technology officer di Autostrade per l’Italia

FILOSOFIA FINOPS

A quasi tre anni dalla conclusione di quel primo piano di trasformazione, il livello di intensità del gioco – aggiunge Fiaschi – non smette di crescere. Tra i temi affrontati insieme al suo team, c’è la questione della cybersecurity, per la quale abbiamo realizzato il passaggio da ISO 27001 a ISO 27017 e ISO 27018. Occorre inoltre un ripensamento critico della trasformazione e modernizzazione delle architetture periferiche, sempre nella misura del possibile, perché un modello cloud-first rende complicato pensare di far migrare interamente aspetti critici come le funzioni di comando e controllo di un tunnel autostradale.

Poi c’è l’adozione della filosofia FinOps per puntare a rendere davvero concreta l’equivalenza “pago quello che consumo”, o il ribilanciamento dei carichi di lavoro in un approccio multisourcing che impone costantemente scelte e compromessi. «Se devo definire una strategia IaaS, utilizzando solo le forme più standard delle architetture, il mio codice diventa più portabile, ma a scapito di una ridotta velocità e dei servizi innovativi a maggior valore aggiunto. Ci deve essere sempre un compromesso tra innovazione e praticabilità di una exit strategy» – afferma Fiaschi.

Il ribilanciamento e la trasformazione dei carichi di lavoro devono infine scendere a patto con la continuità del business. Il data center visto in ottica di piena ibridizzazione è una struttura molto complessa. Autostrade per l’Italia, per esempio, sceglie di mantenere all’interno funzioni come il controllo dei tunnel e dei flussi di videosorveglianza perché esistono tipi di elaborazione che devono necessariamente restare “at the edge” e attestarsi sul data center fisico. L’obiettivo di questo remix – secondo Fiaschi – vedrà il 40% dei carichi on-prem e il resto in cloud, ma si deve tener presente che anche all’interno del data center la virtualizzazione delle architetture raggiunge livelli molto elevati anche per favorire una più semplice rilocabilità e osservabilità complessiva dei carichi di lavoro ibridi (cloud-onprem).

Di fronte a una strategia cloud-first di portata così ampia, l’esperienza di Luca Caremoli, CIO di ATV, potrebbe sembrare una sorta di “contronarrazione” in difesa dell’informatica tradizionale. Ma a pensarci bene, il messaggio di Caremoli si allinea perfettamente con quello di Fiaschi, quando quest’ultimo sottolinea l’importanza di effettuare un’analisi approfondita delle motivazioni prima di prendere qualsiasi decisione in ambito tecnologico. Se consideriamo il cloud computing come un’inevitabile necessità, allora significa non comprendere che la tecnologia, in realtà, deve sempre rispondere a domande specifiche e ben definite. Queste domande, il CIO di ATV se le è fatte e continua a farsele, insieme ai suoi referenti nel top management dell’azienda, analizzando il proprio business e quello del suo settore superspecializzato: la produzione di valvole ad altissime prestazioni utilizzate per gli impianti di estrazione petrolifera sui fondali marini. E se sul piano informatico la risposta non coincide esattamente con il “cloud-first”, non per questo dev’essere considerata meno efficace e innovativa.

ATV è il classico esempio di azienda manifatturiera nel comparto delle PMI italiane. «Il nostro fatturato annuo è dell’ordine dell’investimento di Autostrade nel cloud» – spiega Caremoli. «Produciamo componenti che rientrano appieno nei perimetri della normativa NIS2 e la scelta di essere molto prudenti in materia di cloud non è dettata dalla sfiducia verso questo mondo, ma dalla preoccupazione verso alcuni punti». Tra questi – prosegue Caremoli – c’è per esempio il fatto che, come del resto traspare dal racconto di Gruppo Hera, i grandi progetti sul cloud riguardano attività nuove o radicalmente trasformate, mentre in aziende come ATV, l’attenzione si concentra su prodotti molto consolidati, che hanno bisogno di grande continuità. «ATV non può permettersi di disporre di tutte le figure necessarie all’interno del proprio team informatico. Oggi, siamo dieci persone ed eravamo cinque solo un anno fa. La voglia e la capacità di investire nelle persone ci sono. Ma il team deve concentrarsi sullo sviluppo interno, che è notevole».

Luca Caremoli CIO di ATV

La produzione ATV utilizza decine di robot industriali che devono essere programmati e monitorati continuamente. I prodotti vengono testati in apposite “buche” sommerse dove si effettua il collaudo di valvole che una volta impiantate a duemila metri di profondità devono funzionare per un quarto di secolo senza la possibilità di effettuare ispezioni. Un investimento in infrastrutture o servizi cloud è un’ipotesi che ATV non smette di valutare. Teniamo presente che il quartier generale di Colico è stato raggiunto solo negli ultimi due anni da connessioni in fibra a larga banda. «Prima, la connessione wireless offriva solo venti o trenta megabit e tempi di latenza molto elevati» – spiega il CIO di ATV.

Escludendo per ora un approccio cloud-first, quali servizi si potrebbero prendere in considerazione per un passaggio alla nuvola? Caremoli cita per esempio le soluzioni di back-up e disaster recovery, che del resto sono già oggetto di valutazione. Il lunghissimo processo produttivo di valvole che nelle parole del CIO vengono «ricamate», aggiungendo strati di materiale in grado di resistere all’azione corrosiva del greggio, genera una enorme quantità di dati che devono essere minuziosamente tracciati per individuare eventuali problemi di fabbricazione.


#PowerCloud L’industria tra cloud-first e business-first – Luca Caremoli #ATV
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BUSINESS-FIRST

Tuttavia, come ribadisce Caremoli, se il volume di informazione è notevole se confrontato con le dimensioni dell’azienda, ATV non è pressata dalle stesse problematiche di accesso e democratizzazione del dato che induce aziende come Hera e Autostrade per l’Italia ad adottare strategie dati su cloud. Ma deve per forza, dare la priorità a com’è fatto il suo business. In questi anni, il conflitto in Ucraina – aggiunge il CIO di ATV – ha provocato cambiamenti significativi nel settore petrolifero, che per ATV si sono tradotti in un’opportunità di crescita, con un aumento della produzione e nuove assunzioni. «Ma non avendo la necessità di gestire milioni di bollette come Hera, verrebbe meno anche l’aspetto della flessibilità delle infrastrutture virtuali. In compenso, abbiamo ragionato sulla possibilità di esternalizzare parte delle nostre attività di supercalcolo, anche se al momento tutto rimane on-prem».

Una cosa accomuna i progetti di cui si è discusso finora: il bisogno di sicurezza. Stefano Maranzana di Bitdefender interviene affermando che se il mercato continua a chiedere soluzioni di protezione di base dell’endpoint, nella tradizionale forma antimalware, i clienti oggi chiedono anche di estendere analoghi livelli di sicurezza ai servizi forniti via cloud. Come faccio però ad assicurarmi che il mio dato sia protetto e che la compliance sia garantita, anche nell’insieme dei servizi ibridi che Hera e Autostrade hanno descritto? «La risposta si chiama risk management, ed entra a far parte di un processo evolutivo della console di gestione degli endpoint» – spiega Maranzana.

«Bitdefender analizza i dispositivi on-prem e quelli implementati sui vari cloud provider, stilando un rapporto di valutazione del rischio che aiuta a individuare i potenziali di rischio, addirittura fornendo precise istruzioni su come coprire le eventuali mancanze e rientrare nei limiti fissati da normative come NIS2 e DORA nel settore finanziario». Per evidenti ragioni che hanno molto a che fare con la sicurezza, la sovranità e il trust, il settore bancario non può essere definito un early adopter delle tecnologie cloud, specie a livello infrastrutturale.

«Al di là di fattori esogeni e improvvisi di cambiamento, come la pandemia – spiega Luca Piezzo, head of Cloud Center of Excellence di Banca Ifis – in passato le banche si sono concentrate sull’ottimizzazione della mobilità dei loro flussi di lavoro e sulla loro standardizzazione, adottando framework di sviluppo più moderni. Oggi, non è tanto una questione di “perché”, ma di “come”: il cloud è ormai dato per scontato nel settore. Può offrire la capacità di mantenere alta la competitività, generare domanda e rispondere alla sfida delle challenger bank e delle fintech, che alzano costantemente l’asticella».


#PowerCloud Capire come bilanciare affidabilità e capacità di innovazione – Luca Piezzo #BancaIfis
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Insieme ai “perché” e ai “come”, osserva Piezzo, c’è anche il “quando”. Intercettare i tempi giusti in funzione dei cicli di vita dell’hardware, è ancora un criterio molto importante per una istituzione finanziaria, e non va assolutamente abbandonato. «Soprattutto – sottolinea Piezzo – abbiamo iniziato a prendere decisioni sul cloud con la piena consapevolezza dei presidi necessari. Siamo partiti dalla governance, istituendo il CCoE (Cloud Center of Excellence) di cui sono responsabile, proprio con l’obiettivo di introdurre le tecnologie in maniera controllata e strategica».

Luca Piezzo head of Cloud Center of Excellence di Banca Ifis

UNA SCELTA DI FUTURO

L’accesso alle tecnologie innovative del cloud, diventa così un fattore determinante nello sviluppo di una banca che vuole andare verso il futuro e su questo – ribadisce Piezzo – Ifis è molto attiva. L’istituto in cui opera Piezzo fa parte del settore della cosiddetta specialty finance, offrendo soluzioni di credito dedicate alle piccole imprese e operando in ambiti specifici, come la gestione dei crediti deteriorati. «Questo ci pone di fronte a sfide importanti in termini di digitalizzazione e awareness da parte della clientela. Tuttavia, operiamo in un settore altamente regolamentato e dobbiamo necessariamente predisporre e comunicare le nostre “exit strategy” agli organi di vigilanza» – spiega Piezzo, riferendosi a temi critici come la migrazione da e verso il cloud, la gestione del cambiamento tra diversi provider in un ambiente multicloud e le soluzioni di disaster recovery, aspetti ricorrenti in tutti gli interventi della tavola rotonda. A questo proposito, Piezzo di Banca Ifis, come Bonetti di Hera, sembra voler ridimensionare l’impatto dell’effetto lock-in, normalmente inserito tra i fattori di rischio di una strategia multi-cloud, specialmente se riferito ai contratti con gli hyperscaler americani. «Non bisogna necessariamente vedere questi operatori come una minaccia» – osserva il responsabile del Cloud Excellence Center.

«In una strategia ben pianificata, il rischio di rimanere vincolati a un provider troppo dominante può essere gestito, bilanciando i vantaggi in termini di affidabilità e capacità di innovazione». Nel settore privato, il cloud è sinonimo di competitività, innovazione e slancio verso il futuro. Nel settore pubblico, e in particolare nella Pubblica Amministrazione, questa tecnologia viene invece considerata da sempre leva essenziale per colmare il divario digitale e rendere la digitalizzazione pervasiva e accessibile. Non si tratta solo di ottimizzare l’uso delle risorse hardware e software o di semplificare i processi interni: il vero protagonista è il cittadino, che si aspetta servizi efficienti, rapidi e interfacce intuitive, all’altezza delle aspettative sia dei nativi digitali sia degli utenti abituati a sistemi più tradizionali.

Giuseppe Ceglie, dirigente della struttura Piattaforme Applicative di ARIA Spa, porta al tavolo un esempio di eccellenza. Grazie all’ambiziosa strategia multicloud, l’insourcer informatico di Regione Lombardia ha realizzato la migrazione e il consolidamento di 20mila server, permettendo alla quasi totalità degli ospedali pubblici lombardi di trasferire la loro infrastruttura IT su un’unica piattaforma, con la conseguente dismissione dei data center locali. Aria nasce nel 2019 dalla convergenza di diverse società dedicate a specifici ambiti operativi, tra cui la storica Lombardia Informatica, dalla quale proviene lo stesso Ceglie.


#PowerCloud Il 95% dei carichi di lavoro su multicloud ibrido – Giuseppe Ceglie #ARIASpa
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«Siamo stati tra i primi utilizzatori delle soluzioni cloud dell’epoca, partendo dall’individuazione delle criticità che avevamo allora e che riguardavano i processi di procurement di infrastruttura» – ricorda il dirigente delle Piattaforme Applicative. L’ovvio riferimento è alla particolare situazione di una azienda pubblica che dovendo rispettare le procedure e soprattutto le tempistiche del Codice degli appalti nelle gare per l’acquisto di infrastrutture, quasi invariabilmente rischiava di trovarsi con prodotti “nuovi” ma già obsoleti. «Avevamo limiti di scalabilità rispetto alla crescente domanda di servizi» – spiega Ceglie. «Gestivamo circa cinquemila istanze, tra macchine virtuali e fisiche, distribuite su quattro data center, con un’infrastruttura estremamente eterogenea. Inoltre, esisteva un vincolo strutturale alla scalabilità dei data center on premises che gestivamo, rendendo necessario un ripensamento del modello IT».

Giuseppe Ceglie dirigente struttura Piattaforme Applicative di ARIA Spa

OLTRE LE ASPETTATIVE

Sulla base di queste esigenze la neonata azienda sviluppa una strategia che poneva obiettivi e vincoli importanti, primo tra tutti chiudere tre data center su quattro contribuendo così in maniera significativa alla missione di consolidamento di 11mila “CED” censiti a livello nazionale dalla Agenzia Digitale, duemila dei quali lombardi. L’altro obiettivo era raggiungere un buon livello di razionalizzazione delle piattaforme applicative per puntare, come terzo traguardo a una maggiore capacità di erogazione e scalabilità dei servizi. «Da questo siamo partiti – continua Ceglie – con un bando che viene ricordato, per quell’anno, come la gara più importante in Europa sia per volume economico che per quantità di dati da consolidare. A sei anni di distanza, possiamo dire di aver completato con successo questo ambizioso processo, superando persino molti degli obiettivi inizialmente prefissati».

Nel 2019, Aria Spa prevedeva di migrare il 70% dei propri workload interni, con l’obiettivo di condividere la piattaforma multicloud ibrida IAAS con altri enti pubblici. L’adesione degli altri Enti era su base volontaria e inizialmente si stimava un numero ridotto di adesioni. Con il successo delle prime adesioni, il modello di consolidamento delle infrastrutture degli altri Enti è diventato pervasivo, consentendo di dismettere diverse centinaia di server obsoleti dei vari Enti. «La realtà attuale – spiega Ceglie – è che il 95% dei nostri carichi di lavoro è stato migrato su un’infrastruttura multicloud ibrida. L’aspetto più significativo riguarda proprio gli enti pubblici: l’esperienza si è rivelata così efficace che il progetto ha assunto una portata pervasiva, consolidando circa cinquanta CED di Enti Sanitari pubblici regionali. Siamo passati da cinquemila a 20mila server, ma con una drastica riduzione dell’infrastruttura fisica locale e la dismissione di migliaia di server periferici».

Ceglie riconosce che in quegli anni il modello cloud si stava diffondendo e inizialmente si è dovuto superare molto scetticismo non solo in ambito interno. La soluzione è stata quella di non partire dalla tecnologia, bensì impostando la strategia sul tema della razionalizzazione dell’infrastruttura e sui vantaggi dell’adozione del “paradigma cloud”, in termini di flessibilità, scalabilità, modello dei costi pay per use. Un ruolo determinante all’interno di questa strategia è stato svolto dall’affidabilità delle infrastrutture che offrivano i principali attori sul mercato cloud, accresciuto successivamente con l’apertura di nuovi data center nella Regione Lombardia determinando la riduzione delle latenze trasmissive e quindi agevolando il piano di adozione dei servizi in cloud.  «L’unico data center on premises inizialmente previsto dal nostro piano, per via di un piano di razionalizzazione dei nostri edifici, è successivamente confluito nelle infrastrutture del Polo Strategico Nazionale, il progetto di cloud sicuro destinato a tutte le pubbliche amministrazioni italiane».

Il testimone della conversazione ritorna al settore industriale privato con un gruppo, Angelini Industries, molto eterogeneo. L’azienda con quartier generale a Roma gestisce attività in campo enologico, cosmetico, persino dell’automazione (nel ramo degli impianti per la produzione di cellulosa). Ma il “cliente” più grande per Danilo Luzi, head of IT Infrastructure & Architecture della holding finanziaria a cui fa capo l’informatica, è il comparto farmaceutico del gruppo. «Parliamo di un contesto estremamente dinamico – spiega Luzi – dove produzione e ricerca sono centrali». Nel portafoglio Pharma, l’IT di Angelini gestisce ogni anno oltre ottanta progetti, coinvolgendo cinquemila utenti distribuiti in oltre 37 sedi di 21 paesi. Uno scenario completamente diverso da quelli analizzati finora. «Già nel 2022 – continua Luzi – questa complessità ci ha spinto a riconoscere che un data center fisico, per quanto replicato per il disaster recovery, non era più sostenibile. Si perdeva troppo tempo nell’acquisto di hardware che, dopo appena due settimane, risultava già obsoleto o superfluo».


#PowerCloud Controllo, conformità e protezione, verso il modello cloud ibrido Danilo Luzi #AngeliniHolding
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EVOLUZIONE CONTINUA

Arriva così il momento in cui l’IT di Angelini muove con decisione verso il modello cloud ibrido, mantenendo un data center che viene però ampiamente rinnovato. «Oggi abbiamo un ambiente stabile che gestisce la produzione di Angelini attraverso macchine che vengono convalidate in base alle direttive GAMP» – spiega Luzi. Le Good Automated Manufacturing Practice (GAMP) sono linee guida di riferimento a livello globale, sviluppate da un sottocomitato dell’ISPE (International Society for Pharmaceutical Engineering), per garantire qualità e conformità nei sistemi automatizzati dell’industria farmaceutica. Un settore tra i più regolamentati al mondo, almeno alla pari – se non più – di quello finanziario, sebbene con differenze sostanziali nella natura e nell’intensità delle normative.

Danilo Luzi head of IT Infrastructure & Architecture di Angelini Holding

«Cambiare la configurazione di un server critico – aggiunge Luzi – in modo non “compliant” può portare a gravi conseguenze, fino alla revoca dell’autorizzazione a produrre. Per cui un data center fisico non può subire mutamenti troppo drastici e frequenti e deve essere progettato in una ottica di grande ridondanza per la continuità del servizio». Insieme alla velocità di setup, il cloud ha portato diversi benefici, tra cui una grande flessibilità della piattaforma dati, soggetta a volumi molto importanti e a loro volta variabili. «Il cloud – prosegue Luzi – è stato un grande abilitatore, è diventato una sorta di nuovo standard che ha reso possibile un’informatica ricca di progetti innovativi, per esempio un avanzato digital twin di quella che è la torre di controllo dell’IT dove è possibile testare e validare processi e modelli. Un livello di innovazione all’altezza delle aspettative di un gruppo in cui, sul piano organizzativo, l’IT dipende dal chief innovation officer, Stefano Brandinali, per una strategia cloud che Luzi vede ancora in forte evoluzione anche se su una base già molto matura.

«I nostri obiettivi sono per definizione un bersaglio mobile: non possiamo fermarci a una vera e propria maturità». Luca Spagnoli di Aruba concorda su questo concetto di maturità continua: «In questa discussione vediamo rappresentate sia realtà che migrano il 95% dei loro progetti in cloud sia aziende altamente specializzate e di dimensioni più contenute che, pertanto, esprimono esigenze e gradi di maturità diversi. Dopo un periodo di corsa generalizzata verso il cloud, è arrivato il momento di riflettere. Si cominciano a intravedere davvero gli aspetti vantaggiosi e quelli più sfidanti. Il cloud è un modello che deve essere posizionato correttamente». Per questo Aruba Cloud cerca di rispettare questa diversità, proponendo anche formule intermedie come il private cloud su una infrastruttura pubblica, «una sorta di “off-prem” – spiega Spagnoli – che delega al CSP alcuni aspetti del governo infrastrutturale, lasciando al cliente una ownership totale dei dati e delle applicazioni». L’esigenza di controllo e sovranità è più sentita nei nuovi progetti basati sulla GenAI. «Con la disponibilità di questi servizi – continua Spagnoli – stiamo assistendo alla nascita di una nuova forma di “informatica-ombra”, una shadow AI, in cui i dipendenti, all’interno del perimetro aziendale, generano report accedendo all’AI tramite utenze completamente libere e senza alcun controllo». Un cloud provider all’altezza dei tempi può rispondere a situazioni come questa offrendo i necessari “guard rail” per creare istanze sicure e governabili di Large Language Models, costruendo così un perimetro di “private AI” che permetta sperimentazioni libere, senza che i requisiti computazionali diventino un ostacolo. L’idea, in pratica, è essere una valida alternativa in una realtà che di alternative ha sempre più bisogno.

Assumendo che il concetto di maturità nel cloud si sposta continuamente in avanti e che anzi – come sottolinea Luca Piezzo di Banca IFIS – tutta la tecnologia alla base del cloud e il modo di metterla al servizio del business o delle organizzazioni pubbliche deve essere studiata e capita, proprio attraverso la creazione di centri di eccellenza interna verso cui trasferire, rinnovando e rendendo ancora più a tutto tondo l’antico mestiere del sistemista – la vera sfida futura rimane la governance di un’informatica abilitante ma difficile da tracciare.

Nemico dei confini, il cloud richiede un approccio diverso da quello che finora abbiamo applicato al data center fisico, a ogni livello: dalla definizione delle architetture, allo sviluppo applicativo, dal calcolo preciso delle voci di costo, alla titolarità di una infrastruttura, di un servizio, di un singolo account, fino al fondamentale tema della sicurezza. Un intreccio di complessità, non più isolate, che – come ricorda Andrea Bonetti di Hera – avrà sempre più bisogno di «sistemi che governano i sistemi». Queste conversazioni servono anche a tracciare del cloud una prima, approssimativa cartografia, da cui si possono forse ricavare, se non delle leggi, almeno delle best practice.

Foto di Gabriele Sandrini


Point of view

Intervista a Luca Spagnoli, field CTO di Aruba: Cloud ad ampio spettro

Intervista a Stefano Maranzana, senior field sales engineer di Bitdefender per l’Italia: Cloud a gravità zero

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Cloud ad ampio spettro https://www.datamanager.it/2025/04/cloud-ad-ampio-spettro/ Thu, 10 Apr 2025 15:10:12 +0000 https://www.datamanager.it/?p=243991 Con un’offerta che spazia dal pubblico al privato e una forza federativa su scala europea, Aruba Cloud accompagna i propri clienti in tutte le fasi della migrazione al cloud dalla consulenza iniziale, con la progettazione dell’intera infrastruttura, alla maintenance lungo tutto il suo ciclo di vita La principale preoccupazione dei responsabili delle infrastrutture IT aziendali, […]

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Con un’offerta che spazia dal pubblico al privato e una forza federativa su scala europea, Aruba Cloud accompagna i propri clienti in tutte le fasi della migrazione al cloud dalla consulenza iniziale, con la progettazione dell’intera infrastruttura, alla maintenance lungo tutto il suo ciclo di vita

La principale preoccupazione dei responsabili delle infrastrutture IT aziendali, particolarmente quelle progettate secondo i paradigmi di un ecosistema multi-cloud e ibrido, è la definizione di un framework di governance efficace per gestire questa complessità. Soprattutto sul piano della trasparenza e prevedibilità dei costi e della flessibilità di gestione dei carichi di lavoro.

La risposta di Aruba Cloud si basa su un’offerta cloud ad ampio spettro, prossimale e a sovranità italiana ed europea. «Il nostro ruolo sul mercato – spiega Luca Spagnoli, field CTO di Aruba – è di un provider sempre più ibrido e flessibile, a cui il cliente può rivolgersi per esigenze public e private, di co-location “off prem” e persino bare metal».

IL CLOUD EUROPEO, INTEROPERABILE E SOVRANO

Dal punto di vista tecnologico, tutto questo è reso possibile da uno stack di piattaforme e sistemi che favoriscono la flessibilità adottando gli standard de facto e una grande apertura alle comunità di sviluppo open source. Anche in un’ottica che, rimanendo in Europa, punta, proprio sul piano della governance, a superare i confini nazionali. «È di pochi giorni fa – sottolinea Spagnoli – l’annuncio del progetto SECA, che Aruba ha voluto insieme a IONOS e Dynamo. Il Sovereign European Cloud API è una nuova interfaccia standard per il cloud management, aperta alla partecipazione attiva di tutti i cloud service provider europei».

L’ambizione – Aruba non lo nasconde – è che l’iniziativa possa diventare un elemento importante di EuroStack, il progetto che punta alla creazione di una infrastruttura digitale europea, interoperabile e sovrana. Poiché ogni percorso verso il cloud è unico, Aruba punta a offrire soluzioni su misura per chi desidera un maggiore controllo sui propri workload senza rinunciare a velocità e flessibilità. Allo stesso tempo, grazie ai servizi di consulenza pre e post-vendita, Aruba risponde anche a una criticità diffusa: la carenza di competenze interne, un ostacolo particolarmente rilevante nel mondo delle PMI.

PROSSIMITÀ, SUPPORTO DIRETTO E COMPLEMENTARIETÀ

La flessibilità a livello IaaS si traduce nell’obiettivo di semplificare al massimo anche lo sviluppo applicativo e la gestione dei futuri workload in cloud. «Fare affidamento su standard aperti come SECA offre numerosi vantaggi per gli sviluppatori, poiché l’utilizzo di API gestionali condivise consente di migrare facilmente le applicazioni tra diversi provider, senza compromettere riconfigurazione, sicurezza o compliance» – spiega Spagnoli.

In un mercato con una forte presenza di provider globali, Aruba gioca la carta di prossimità, supporto diretto e complementarietà. «Con i nostri data center nazionali, dal punto di vista funzionale siamo il cloud in Italia, con costi ben definiti e assistenza puntuale. Ma c’è una differenza in più: quello che ci contraddistingue è l’approccio, più rispettoso dei tempi e delle necessità dei clienti nel loro cloud journey».

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Cloud a gravità zero https://www.datamanager.it/2025/04/cloud-a-gravita-zero/ Thu, 10 Apr 2025 15:09:59 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244082 Come proteggere gli end-point e la superficie di attacco. La specializzazione antimalware Made in Europe di Bitdefender evolve verso l’infrastruttura senza confini La centralità del cloud non deve far dimenticare che attacchi e minacce alla sicurezza dei dati passano inevitabilmente per i server e la grande varietà di dispositivi usati per accedere al cloud e […]

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Come proteggere gli end-point e la superficie di attacco. La specializzazione antimalware Made in Europe di Bitdefender evolve verso l’infrastruttura senza confini

La centralità del cloud non deve far dimenticare che attacchi e minacce alla sicurezza dei dati passano inevitabilmente per i server e la grande varietà di dispositivi usati per accedere al cloud e ai suoi servizi. Dal 2001, l’azienda Bitdefender fondata in Europa è uno dei protagonisti riconosciuti del mercato della Detection and Response di questi “punti di attestazione”, universalmente noti come end-point. «L’end-point è un dispositivo fisico o virtuale. Bitdefender lo protegge, come riconosciuto non solo da Gartner e Forrester, ma anche da organizzazioni indipendenti come AV-Comparatives» – afferma Stefano Maranzana, senior field sales engineer di Bitdefender per l’Italia.

In questi anni, Bitdefender ha impresso una forte spinta evolutiva ai suoi prodotti, basandosi proprio sulle conoscenze acquisite da un team di sviluppo tecnologico e threat intelligence di primo ordine. Oggi, una soluzione EDR non insiste più solo sul malware, ma è in grado di andare a cogliere anche i segnali di comportamenti anomali da parte degli utenti, che possono commettere errori e distrazioni, o essere guidati da intenzioni malevole o da azioni di ingegneria sociale.

CONTROLLO ESTESO

I sensori di Detection & Response forniscono ai responsabili della sicurezza infrastrutturale, informazioni di sicurezza, suggerendo tutta una serie di indagini e reazioni opportune. «Affacciandosi sul cloud, il problema si complica perché usciamo dal tradizionale end-point, per entrare in servizi che non puoi controllare direttamente» – spiega Maranzana. «Da qui, la necessità di sviluppare sensori capaci di interfacciarsi con i provider dei servizi cloud, riportandolo ancora una volta a un supervisore». Si parla così di eXtended Detection & Response, o XDR.

Da questo concetto di controllo del perimetro esterno all’end-point, Bitdefender è partita per mettere a punto una soluzione destinata a chi in azienda deve gestire i diversi privilegi di accesso degli utenti a complessi contesti multi cloud ibridi, pubblici e privati. Possibilmente, usando strumenti automatici, che oltre a prevenire codici e comportamenti sospetti, sappiano agire sulla “posture”, cioè sull’assetto e le configurazioni degli end-point proprio per ridurre l’esposizione al rischio.

LA ZONA SICURA DEL CLOUD

«Nasce così GravityZone CSPM+ un tool gestionale che consente di fornire informazioni essenziali: un inventario accurato delle risorse cloud e una analisi di conformità con le best practice di sicurezza, integrandole con le varie normative che regolano la sicurezza informatica, come NIS 2 o DORA, fornendo alla fine una lista di dettagliate azioni da intraprendere» – spiega Maranzana.

La linea GravityZone sta per essere arricchita di una soluzione ancora più innovativa e prossima al rilascio: si chiama PHASR. Proactive Hardening and Attack Surface Reduction, ed è in grado di correlare dinamicamente i comportamenti dei singoli utenti riducendo la superficie d’attacco grazie all’inibizione dell’utilizzo di applicazioni potenzialmente pericolose. Per esempio, individuando applicazioni e servizi poco utilizzati ma potenzialmente rischiosi e facilitandone la disattivazione. «Subito dopo – conclude Maranzana – verrà reso disponibile EASM, External Attack Surface Management, un tool in grado di rafforzare la gestione della protezione esterna che l’azienda può configurare direttamente ma che rappresenta comunque una potenziale superficie d’attacco, come i domini gestiti da altri provider, gli indirizzi IP pubblici, i sistemi DNS». Il viaggio dell’end-point nel cloud diventerà ancora più sicuro.

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NovaNext, l’innovazione che connette il futuro https://www.datamanager.it/2025/04/novanext-linnovazione-che-connette-il-futuro/ Thu, 10 Apr 2025 14:54:35 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244312 Roadmap per un ecosistema aziendale sicuro, resiliente e sostenibile. Con oltre 35 anni di esperienza nel settore IT, NovaNext si conferma partner strategico per le aziende che affrontano la trasformazione digitale, integrando AI, cybersecurity proattiva e reti intelligenti Nel corso degli ultimi due anni in Italia, un’azienda su tre ha aumentato gli investimenti diretti per […]

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Roadmap per un ecosistema aziendale sicuro, resiliente e sostenibile. Con oltre 35 anni di esperienza nel settore IT, NovaNext si conferma partner strategico per le aziende che affrontano la trasformazione digitale, integrando AI, cybersecurity proattiva e reti intelligenti

Nel corso degli ultimi due anni in Italia, un’azienda su tre ha aumentato gli investimenti diretti per la trasformazione digitale (dati Osservatori PoliMI). Entro il 2027, il 75% delle imprese adotterà modelli di rete autonomi basati su intelligenza artificiale per garantire competitività, resilienza e sicurezza operativa (dati Gartner).

L’AI abilita processi decisionali più rapidi e precisi, ottimizzando infrastrutture IT e modelli predittivi, mentre le soluzioni di cybersecurity evolvono verso approcci Zero Trust e sistemi basati su machine learning per il rilevamento proattivo delle minacce. Questa sinergia tra automazione intelligente e protezione avanzata non solo migliora l’efficienza operativa, ma consente alle imprese di affrontare con agilità le sfide di un mercato sempre più dinamico e interconnesso.

«Le reti aziendali sono il cuore pulsante di questi progetti» – spiega Cosimo Rizzo, system integration director di NovaNext. «Oggi, occorrono infrastrutture capaci di garantire prestazioni elevate e di adattarsi dinamicamente ai cambiamenti del traffico e alle minacce di sicurezza». Grazie all’approccio consulenziale altamente specializzato, NovaNext propone soluzioni su misura che bilanciano innovazione, efficienza e sostenibilità, partendo sempre dall’analisi delle esigenze del cliente.

Dalla progettazione e implementazione di infrastrutture IT all’avanguardia alle soluzioni cloud e IoT, dagli smart building alla cybersecurity di nuova generazione, fino alla formazione certificata per i professionisti dell’IT, NovaNext si posiziona come un partner strategico per la trasformazione digitale.

Con un focus costante sulla scalabilità e sulla sicurezza, l’azienda guida le imprese in un percorso di evoluzione, offrendo strumenti concreti per affrontare le sfide del cambiamento.

Meno errori, più efficienza

La gestione delle reti sta evolvendo rapidamente per rispondere alle nuove sfide imposte dalla crescita esponenziale dei dati e dalle esigenze dell’intelligenza artificiale. «Le reti basate sull’AI non si limitano a prevedere guasti e congestioni, ma agiscono in modo proattivo, intervenendo autonomamente per risolvere le criticità prima che possano compromettere le prestazioni operative» – spiega Rizzo. Inoltre, l’aumento dei progetti AI richiede infrastrutture di rete capaci di gestire carichi di lavoro elevati e garantire massima stabilità e affidabilità. «La capacità di gestire grandi volumi di dati senza perdite è fondamentale per mantenere alte le prestazioni delle applicazioni AI» – continua Rizzo.

La connettività attiva il cloud. La sicurezza passa per la rete. Insieme, connettività, cloud e cybersecurity abilitano le varie piattaforme applicative che sono la base del business. Secondo gli analisti, il mercato delle reti autonome è destinato a crescere del 25% nei prossimi cinque anni, segno che le imprese stanno investendo nell’automazione IT. La capacità di gestire in modo intelligente il traffico di rete riduce significativamente downtime e inefficienze, portando a un risparmio operativo fino al 40%. Molte aziende scelgono di avviare i propri progetti AI in cloud per poi migrare su infrastrutture on-premise o ibride, dove possono ottimizzare risorse e mantenere il controllo sui costi.

«Questa flessibilità consente di testare le soluzioni in modo graduale, adattandole progressivamente all’ambiente operativo definitivo e minimizzando i rischi tecnologici ed economici» – aggiunge Rizzo. Questi progetti sono energy-intensive e richiedono soluzioni mirate. NovaNext integra nei propri sistemi avanzate tecnologie di Energy Saving & Management, che consentono di monitorare in tempo reale i consumi energetici delle infrastrutture IT, identificare inefficienze e implementare strategie di ottimizzazione automatizzata.


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Spazi di lavoro intelligenti

Gli spazi di lavoro stanno evolvendo per rispondere alle nuove esigenze di collaborazione e sostenibilità. NovaNext aiuta le imprese a sviluppare sistemi dotati di sensori IoT capaci di monitorare in tempo reale parametri come temperatura, qualità dell’aria e occupazione degli ambienti. Tra le soluzioni più innovative, ci sono i sistemi avanzati di smart building che regolano illuminazione e climatizzazione in base alla presenza degli utenti, contribuendo così a una significativa riduzione dell’impronta energetica e migliorando il benessere dei dipendenti. Uno studio di McKinsey evidenzia che l’adozione di tecnologie smart negli edifici riduce i costi operativi del 10-30%, aumentando al contempo la produttività aziendale.

Inoltre, il cambiamento dell’organizzazione del lavoro ha reso imprescindibile l’integrazione fluida tra presenza fisica e operatività da remoto. NovaNext risponde a questa esigenza sviluppando soluzioni avanzate che ottimizzano l’esperienza lavorativa ibrida, garantendo connettività sicura, strumenti di collaborazione evoluti e un’infrastruttura IT performante. «L’obiettivo è offrire agli utenti un ambiente digitale omogeneo» – spiega Rizzo. Le soluzioni implementate da NovaNext comprendono piattaforme di collaboration cloud-based, sistemi di gestione dinamica delle risorse aziendali e strumenti di cybersecurity avanzata, capaci di proteggere dati sensibili senza compromettere la user experience.

Adottare il lavoro ibrido in modo strutturato non significa solo dotarsi di strumenti tecnologici avanzati, ma ripensare i processi aziendali in chiave digitale, migliorando sicurezza, produttività e benessere organizzativo. «Ogni progetto deve partire dalle necessità specifiche dell’azienda, valutando dove intervenire e con quali priorità per ottenere il massimo risultato» – spiega Rizzo.

Cybersecurity proattiva

Con la proliferazione dei dispositivi connessi, il rischio cyber registra un’impennata esponenziale: nell’85% degli incidenti di sicurezza in ambienti OT, la causa è un attacco diretto ai sistemi IT (dati CLUSIT 2025). «Molti dispositivi connessi, specie in ambito industriale o sanitario, hanno misure di sicurezza deboli o inesistenti» – avverte Rizzo.  NovaNext adotta un approccio di sicurezza multilivello, offrendo soluzioni che isolano e proteggono i dispositivi connessi per evitare che diventino vulnerabili agli attacchi informatici. Questa strategia si integra con un modello Zero Trust, che verifica in modo continuo identità e autorizzazioni di utenti e dispositivi sulla rete, bloccando in tempo reale intrusioni e accessi non autorizzati prima che possano compromettere l’infrastruttura aziendale.


#NovaNext Reti intelligenti e AI: le basi per un futuro più efficiente e sicuro
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La difesa parte dalle persone

NovaNext affianca le aziende con percorsi di assessment iniziale per individuare vulnerabilità critiche e stabilire le priorità d’intervento. «Conoscere lo stato reale dell’infrastruttura è fondamentale per costruire una strategia di sicurezza efficace» – spiega Rizzo. Tuttavia, la tecnologia da sola non basta: la formazione delle persone è il primo passo per garantire una difesa efficace e una protezione completa. NovaNext pone grande attenzione anche allo sviluppo delle competenze dei professionisti della cybersecurity, investendo in programmi di immersive learning, che simulano scenari reali e permettono di affinare le competenze necessarie per affrontare minacce sempre più sofisticate. «Una rete intelligente e sicura è il risultato di tecnologia all’avanguardia e persone altamente qualificate» – conclude Rizzo.

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CSI Lifecycle Services, l’equilibrio tra innovazione e sostenibilità https://www.datamanager.it/2025/04/csi-lifecycle-services-lequilibrio-tra-innovazione-e-sostenibilita/ Thu, 10 Apr 2025 14:54:01 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244101 Dal noleggio al ricondizionamento, fino allo smaltimento responsabile, CSI Lifecycle Services supporta le imprese nella gestione degli asset IT, riducendo l’impatto ambientale e potenziando la sicurezza per stare al passo con il cambiamento del mercato In un contesto in cui la tecnologia evolve rapidamente e la sostenibilità assume un ruolo imprescindibile, la gestione del ciclo […]

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Dal noleggio al ricondizionamento, fino allo smaltimento responsabile, CSI Lifecycle Services supporta le imprese nella gestione degli asset IT, riducendo l’impatto ambientale e potenziando la sicurezza per stare al passo con il cambiamento del mercato

In un contesto in cui la tecnologia evolve rapidamente e la sostenibilità assume un ruolo imprescindibile, la gestione del ciclo di vita degli asset IT si configura come una leva strategica per le imprese. CSI Lifecycle Services è un player di rilievo nel mercato italiano e internazionale, specializzato nella gestione completa degli asset IT, dalla fase di acquisizione fino alla dismissione controllata. Parte di una multinazionale giapponese operante in oltre 50 paesi, l’azienda vanta una consolidata esperienza nel noleggio di tecnologie informatiche, proponendo soluzioni innovative per affrontare le sfide legate all’obsolescenza delle apparecchiature e alla transizione ecologica.

«Aiutiamo i clienti a gestire l’intero ciclo di vita degli asset IT, dal momento dell’ordine al vendor fino alla dismissione in conformità con le normative ecocompatibili più rigorose» – dichiara Federico Marchese, country manager per l’Italia di CSI Lifecycle Services, sottolineando l’approccio a 360 gradi dell’azienda.

Trend tecnologici

Il settore IT sta vivendo una trasformazione profonda, guidata dall’adozione dell’intelligenza artificiale e dalla crescente focus su sostenibilità ambientale e green IT. «Ciò che acquistiamo oggi può diventare obsoleto in pochi mesi» – spiega Marchese. «Il noleggio rappresenta quindi una soluzione flessibile per le aziende che desiderano rimanere competitive, evitando lunghi ammortamenti che rischiano di bloccare l’aggiornamento tecnologico. Le imprese sono sempre più consapevoli della necessità di adottare modelli sostenibili per l’IT; un approccio circolare, che prolunga la vita utile dei dispositivi attraverso il ricondizionamento, permette di ridurre significativamente il consumo di materie prime e la produzione di rifiuti elettronici.

CSI Lifecycle Services si pone come protagonista in questo ambito. Al termine del periodo di noleggio, gli asset possono essere reimmessi sul mercato come dispositivi ricondizionati oppure smaltiti secondo rigide normative ecologiche. Oggi le aziende hanno accesso a report sempre più dettagliati sull’impatto ambientale delle loro infrastrutture; l’adozione di strumenti in grado di fornire dati precisi sull’impronta di carbonio di ogni asset diventa determinante per il raggiungimento degli obiettivi ESG. In questo scenario, il noleggio IT si afferma non solo come una soluzione finanziaria, ma come un alleato strategico, orientando le organizzazioni verso l’eccellenza, la resilienza e un allineamento sempre più forte con le pratiche sostenibili.


#csilifecycle Gestione completa e responsabile degli asset IT #GreenIT #Sostenibilità
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Smaltimento ecologico

La sostenibilità va oltre il semplice valore offerto ai clienti: rappresenta una filosofia aziendale. CSI Lifecycle Services ha implementato numerose iniziative per ridurre il proprio impatto ambientale, l’eliminazione della plastica negli uffici; l’adozione della firma elettronica per limitare gli spostamenti dei corrieri; la digitalizzazione degli archivi per contenere il consumo di carta oltre ad una flotta aziendale in fase di transizione verso soluzioni elettriche. «La possibilità di dare una seconda vita ai dispositivi attraverso il refurbishing riduce l’impatto ambientale, limitando il consumo di materie prime e promuovendo il riutilizzo» – prosegue Marchese. «Un approccio in linea con l’obiettivo di migliorare la circolarità del parco tecnologico». Un elemento importante è la gestione del fine vita degli asset IT; CSI Lifecycle Services fornisce un processo di smaltimento con report dettagliati, assicurando che le apparecchiature non finiscano in magazzini o discariche, ma vengano trattate in conformità alle normative ambientali, favorendo il riutilizzo quando possibile.

In generale, le aziende scelgono CSI per ottenere una gestione finanziaria più efficiente degli investimenti IT, un approccio che incide positivamente non solo sulla sostenibilità ma anche sulla sicurezza. L’utilizzo di asset certificati con un’impronta di carbonio ridotta e la possibilità di avviare un nuovo ciclo di vita per le apparecchiature permettono infatti alle imprese di ridurre sensibilmente non solo l’impatto ambientale. «Un parco macchine moderno contribuisce a diminuire il rischio di cyber attacchi rispetto a dispositivi obsoleti» – afferma Marchese.

Un aspetto spesso trascurato riguarda proprio la dismissione delle apparecchiature usate: «Senza procedure adeguate per la cancellazione certificata dei dati, tali dispositivi potrebbero costituire una vera minaccia per la sicurezza aziendale». CSI offre un servizio di IT Asset Disposal (ITAD) che include la cancellazione sicura e la distruzione dei dati, con tracciabilità dell’intero processo, elemento particolarmente rilevante in un’epoca in cui la protezione delle informazioni sensibili è prioritaria sia per la conformità normativa che per la tutela del business.

Nuove frontiere e opportunità

Guardando alle prospettive future del mercato italiano dell’IT Lifecycle Management, CSI si distingue per la capacità di gestire non solo il noleggio, ma anche la seconda vita degli asset. «Abbiamo la possibilità di noleggiare apparecchiature usate, offrendo un’alternativa economicamente vantaggiosa per molte aziende» – spiega Marchese. «Questi modelli integrati consentono di contenere i costi operativi e garantiscono una maggiore flessibilità nella pianificazione degli investimenti tecnologici, permettendo alle imprese di adeguarsi rapidamente alle evoluzioni del mercato e alle nuove esigenze in termini di sostenibilità». Una delle principali criticità del settore – continua Marchese – è rappresentata dalla volontà di mantenere la proprietà degli asset IT per periodi più lunghi del necessario, senza una gestione adeguata della dismissione. Tuttavia, l’aumento dell’attenzione alla sostenibilità e dei costi delle materie prime sta spingendo le aziende a valutare soluzioni alternative, più accessibili e affidabili. «Una dinamica che stimola il mercato verso modelli di business che uniscono efficienza economica e responsabilità ambientale, rispondendo in modo efficace anche alle esigenze delle piccole imprese».


#ITassetmanagement Sicurezza e tracciabilità al centro dell’approccio di CSI Lifecycle Service
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Espansione e prospettive

CSI Lifecycle Services sta ampliando il proprio raggio d’azione ben oltre il settore IT. «Stiamo ampliando la nostra presenza per includere, per esempio, materiali industriali, catene di produzione e carrelli elevatori elettrici» – spiega Marchese. Il target di riferimento dell’azienda è estremamente trasversale e abbraccia settori molto diversi tra loro. «Tutti i mercati hanno bisogno di tecnologia, indipendentemente dal settore di appartenenza» – continua – «La flessibilità dell’offerta rappresenta quindi un valore aggiunto fondamentale per le imprese.

La personalizzazione delle soluzioni consente infatti di adattare i costi e le tempistiche di noleggio alle esigenze specifiche di ogni realtà, incluse quelle che operano in settori caratterizzati da una forte stagionalità. È il caso, per esempio, del retail e dell’industria alimentare, che devono affrontare picchi di domanda in determinati periodi dell’anno. Un esempio concreto è quello delle bibite gasate, la cui richiesta cresce sensibilmente nei mesi primaverili ed estivi, imponendo alle aziende una gestione strategica delle proprie risorse tecnologiche per supportare la logistica, il monitoraggio delle vendite e l’ottimizzazione dei processi produttivi». CSI Lifecycle Services sta vivendo una crescita costante e significativa: «Abbiamo registrato un incremento annuale del noleggio a livello globale e siamo determinati a mantenere questo trend, grazie a nuove acquisizioni e all’apertura di ulteriori filiali. Il nostro impegno continuerà nell’espandere le tipologie di asset gestiti, nel rafforzare la spinta verso la sostenibilità e nell’investire in innovazione, per assicurare alle aziende clienti la massima competitività» – conclude Marchese.

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ICT sostenibile, la sfida del ROI https://www.datamanager.it/2025/04/ict-sostenibile-la-sfida-del-roi/ Wed, 09 Apr 2025 12:00:11 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244281 La trasformazione dell’ICT diventa la cassetta degli attrezzi per abbattere le vecchie logiche, creando un legame indissolubile tra crescita economica e sviluppo responsabile. L’urgenza di adottare modelli innovativi e metriche affidabili per monitorare l’impatto dei progetti Il ROI misura il ritorno dell’investimento, ma la sostenibilità è l’investimento per il futuro. Così, mentre il primo chiede […]

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La trasformazione dell’ICT diventa la cassetta degli attrezzi per abbattere le vecchie logiche, creando un legame indissolubile tra crescita economica e sviluppo responsabile. L’urgenza di adottare modelli innovativi e metriche affidabili per monitorare l’impatto dei progetti

Il ROI misura il ritorno dell’investimento, ma la sostenibilità è l’investimento per il futuro. Così, mentre il primo chiede risultati immediati, la seconda richiede visione e responsabilità a lungo termine. La vera domanda: è possibile raggiungere un ROI sostenibile? La sfida tra ROI e sostenibilità diventa il vero campo di battaglia. Mentre le aziende puntano al ritorno economico, la sostenibilità non è più un valore accessorio, ma una leva strategica per garantire il successo a lungo termine. Negli ultimi anni, il rapporto tra ICT e sostenibilità è diventato sempre più centrale nelle strategie aziendali e nelle politiche nazionali e internazionali. L’adozione di soluzioni digitali avanzate consente di ridurre l’impatto ambientale, ottimizzare le risorse e migliorare i processi produttivi, ma comporta anche sfide legate alla gestione dell’energia, alla produzione di rifiuti elettronici e alla sicurezza dei dati.

L’adozione di soluzioni cloud consente alle aziende di eliminare data center on-premises inefficienti, riducendo il consumo energetico attraverso una gestione più ottimizzata delle risorse computazionali. La virtualizzazione dei server, grazie a hypervisor avanzati, permette di consolidare più workload su un numero inferiore di macchine fisiche, minimizzando il consumo di elettricità e il calore generato, riducendo quindi anche i costi di raffreddamento. L’intelligenza artificiale e il machine learning svolgono un ruolo chiave nell’ottimizzazione dei processi aziendali: algoritmi avanzati analizzano in tempo reale i dati operativi, identificando pattern di consumo energetico e suggerendo strategie per ridurre sprechi. Tecnologie come la predictive analytics consentono di anticipare i picchi di utilizzo e modulare le risorse di conseguenza. L’implementazione di smart grid, basate su IoT e blockchain, consente una gestione decentralizzata e trasparente dell’energia, favorendo la distribuzione efficiente delle risorse rinnovabili. I sistemi di monitoraggio energetico avanzati, spesso alimentati da sensori IoT, permettono alle aziende di tracciare in tempo reale i consumi e identificare aree di miglioramento, automatizzando azioni di risparmio energetico come lo spegnimento intelligente di dispositivi e l’ottimizzazione del carico di lavoro IT.

Un’altra sfida fondamentale è la gestione sostenibile dei dispositivi elettronici. Tradizionalmente, la comunità europea ha adottato un approccio incentrato sul riciclo dei materiali per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti elettronici. Tuttavia, la tendenza più recente si sta spostando verso il concetto di riuso e di estensione del ciclo di vita degli asset digitali. L’adozione di queste pratiche non solo riduce la quantità di rifiuti elettronici generati, ma contribuisce anche a una gestione più efficiente delle risorse e alla diminuzione dell’impronta ecologica complessiva del settore.

IL MOTORE DELLA SOSTENIBILITÀ

Le tecnologie digitali possono essere un fattore abilitante per la sostenibilità in diversi modi. L’Internet of Things (IoT) consente di monitorare e ottimizzare il consumo energetico negli edifici, nelle industrie e nelle città, riducendo sprechi e migliorando la gestione delle risorse. L’intelligenza artificiale (AI) e il machine learning permettono di analizzare grandi quantità di dati per ottimizzare i processi produttivi e ridurre l’impatto ambientale. Le reti smart grid, basate su soluzioni digitali, migliorano la distribuzione e il consumo di energia rinnovabile. Le tecnologie digitali facilitano la gestione dei rifiuti elettronici e la transizione verso modelli di economia circolare, attraverso la tracciabilità dei materiali e il loro riuso.

La blockchain consente di creare supply chain trasparenti e sostenibili, garantendo che i prodotti provengano da fonti responsabili. I sistemi di digital twin aiutano a progettare prodotti più durevoli e riparabili, riducendo l’obsolescenza programmata. La digitalizzazione è essenziale per ridurre le disuguaglianze e garantire un accesso equo a servizi essenziali come istruzione, sanità e servizi finanziari. Le piattaforme di e-learning consentono la formazione a distanza, abbattendo le barriere geografiche e sociali. L’uso del digitale nel microcredito e nella finanza inclusiva aiuta le comunità svantaggiate ad accedere a capitali e strumenti per lo sviluppo economico.


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Una connettività diffusa e capillare, unita a sistemi di collaborazione efficienti, favorisce l’adozione dello smart working, riducendo la necessità di spostamenti per raggiungere il luogo di lavoro. Questo non solo contribuisce alla diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, ma favorisce anche il ripopolamento di aree geografiche in progressivo spopolamento, migliorando la qualità della vita personale e professionale.

La digitalizzazione consente di monitorare meglio gli indicatori di sostenibilità, migliorando la rendicontazione ESG delle aziende e la trasparenza nelle politiche pubbliche. L’open data e le tecnologie di analisi avanzata permettono ai governi di prendere decisioni basate su dati per migliorare l’efficienza delle politiche ambientali e sociali.

Per fare un esempio, Marzio Bonelli, CIO di MM Spa spiega che la progressiva sensorizzazione della rete idrica e la disponibilità degli smart-meter, gestiti attraverso le tecnologie SCADA e IoT, permettono la raccolta di enormi moli di dati sull’esercizio delle reti idriche creando i presupposti per effettuare analisi complesse finalizzate all’ottimizzazione della manutenzione delle reti e degli impianti. «L’introduzione delle tecnologie Digital Twin, integrate con i modelli di AI, consentono di modellare digitalmente la rete, di ottimizzare le pressioni in funzione dei fabbisogni idrici, contenere le perdite idriche e salvaguardare le falde, ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2 nell’atmosfera. L’integrazione con i dati meteo e le informazioni sull’uso del suolo permettono di prevedere gli effetti delle inondazioni, di pianificare interventi finalizzati a evitare allagamenti anche attraverso la costruzione di opere idrauliche quali vasche di laminazione o invasi».

Se il digitale è un abilitatore della sostenibilità, è altrettanto vero che lo sviluppo tecnologico deve essere indirizzato dai principi di sostenibilità per evitare effetti collaterali negativi. Alcuni esempi di rischi da gestire includono il consumo energetico e l’impatto ambientale dell’ICT, l’etica dell’intelligenza artificiale e dei bias nei dati, la sicurezza e la privacy nella digitalizzazione. I data center consumano enormi quantità di energia; è necessario sviluppare infrastrutture IT carbon neutral e promuovere l’uso di energia rinnovabile nel settore tecnologico. Il crescente utilizzo di dispositivi elettronici impone un ripensamento delle filiere produttive per ridurre i rifiuti elettronici e aumentare il riciclo. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve essere guidato da principi di equità e trasparenza, evitando discriminazioni algoritmiche e assicurando un uso responsabile dell’AI nei processi decisionali. La regolamentazione dell’AI deve garantire che questa tecnologia non sia utilizzata in modo invasivo o lesivo dei diritti umani. La transizione digitale richiede investimenti in cybersecurity e normative rigorose per garantire la protezione dei dati personali e la sicurezza delle infrastrutture critiche.


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IL PANORAMA EUROPEO E ITALIANO

L’Unione Europea ha introdotto regolamenti rigorosi per promuovere la sostenibilità nel settore ICT. La direttiva CSRD (Corporate sustainability reporting directive), rispetto alla precedente normativa sulla rendicontazione non finanziaria (NFRD), introduce obblighi di reporting più estesi, coinvolgendo un numero maggiore di aziende e imponendo criteri più dettagliati per la divulgazione delle informazioni ESG (ambientali, sociali e di governance). Gli ESRS (European sustainability reporting standards) stabiliscono un quadro strutturato per la misurazione della sostenibilità, richiedendo dati comparabili, verificabili e standardizzati. Uno degli aspetti innovativi della CSRD è l’obbligo di rendicontazione digitale in formato XBRL per migliorare la trasparenza e la fruibilità dei dati da parte degli investitori e delle istituzioni. Inoltre, le aziende devono adottare un approccio basato sul doppio materiality assessment, che tiene conto sia dell’impatto dell’azienda sull’ambiente e la società, sia dell’effetto dei fattori ESG sulla performance finanziaria dell’impresa. Vari sono i KPI chiave per la compliance alla CSRD. I primi sono quelli relativi al consumo energetico e all’impronta di carbonio (Scope 1, 2 e 3). La gestione dell’energia e della carbon footprint rappresenta un aspetto centrale per le aziende che desiderano allinearsi agli standard di sostenibilità e conformità normativa.

Il monitoraggio delle emissioni si suddivide in tre categorie: lo Scope 1 riguarda le emissioni dirette derivanti dalle attività aziendali, lo Scope 2, che include le emissioni indirette legate all’energia acquistata e consumata, e lo Scope 3 comprende tutte le emissioni indirette derivanti dalla catena di fornitura e dall’uso dei prodotti e servizi dell’azienda. L’adozione di strumenti digitali avanzati permette di analizzare in tempo reale i consumi energetici, identificare inefficienze e implementare strategie di ottimizzazione basate sull’intelligenza artificiale e il machine learning. Inoltre, l’integrazione di sistemi di gestione dell’energia (EMS) e piattaforme di carbon accounting consente alle aziende di raccogliere dati accurati e verificabili, facilitando la rendicontazione ESG richiesta dalla direttiva CSRD. L’utilizzo di energie rinnovabili, l’ottimizzazione dell’infrastruttura IT e l’adozione di pratiche di economia circolare sono strategie fondamentali per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sostenibilità operativa.

Altri KPI riguardano l’utilizzo di energie rinnovabili e strategie di efficienza energetica. L’adozione di energie rinnovabili e l’implementazione di strategie di efficienza energetica rappresentano elementi fondamentali per la transizione verso un’ICT sostenibile. Le aziende stanno investendo in soluzioni come pannelli solari, impianti eolici e sistemi di accumulo energetico per ridurre la dipendenza da fonti fossili e minimizzare l’impronta di carbonio. L’integrazione di fonti rinnovabili con infrastrutture ICT richiede l’adozione di tecnologie avanzate di gestione dell’energia, come microgrid intelligenti e algoritmi di ottimizzazione basati sull’intelligenza artificiale, per bilanciare in tempo reale domanda e offerta energetica. Parallelamente, l’efficienza energetica è ottenuta attraverso l’uso di data center green che impiegano sistemi di raffreddamento ad alta efficienza, tecnologie di virtualizzazione e server a basso consumo energetico. L’automazione dei processi e il monitoraggio dei consumi tramite IoT consentono di identificare sprechi e migliorare l’efficienza operativa. Inoltre, il passaggio a modelli di edge computing riduce la necessità di trasmissione dati a lunga distanza, ottimizzando l’uso delle risorse energetiche e abbattendo i costi di infrastruttura.


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IL RAPPORTO TRA ROI E IMPATTO

Ulteriori parametri sono riferiti alla gestione dei rifiuti elettronici e alle iniziative di economia circolare. La gestione sostenibile dei rifiuti elettronici rappresenta una sfida cruciale nell’ambito dell’ICT. La crescente produzione di dispositivi elettronici genera un volume sempre maggiore di scarti, molti dei quali contengono materiali preziosi e sostanze potenzialmente nocive per l’ambiente. La transizione da un modello basato esclusivamente sul riciclo a un approccio orientato al riuso e all’estensione del ciclo di vita dei prodotti è diventata una priorità nelle strategie di sostenibilità.

La valutazione della trasformazione digitale sostenibile è un fattore chiave per le imprese. Secondo Marzio Bonelli, CIO di MM Spa, è essenziale disporre di indicatori capaci di misurare in modo oggettivo non solo il ritorno economico degli investimenti, ma anche il loro impatto sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, in linea con gli SDG dell’Agenda 2030. «Servono metriche affidabili – sottolinea Bonelli – per misurare il livello di sostenibilità dei progetti di trasformazione digitale, integrate automaticamente con gli ESRS della nuova direttiva CSRD, così da contribuire in modo inequivocabile alla definizione del profilo di sostenibilità dell’azienda».

L’Unione Europea, con iniziative come il Piano d’azione per l’economia circolare, sta promuovendo politiche che incentivano la riparazione e il riutilizzo dei dispositivi elettronici prima della loro dismissione. La progettazione modulare dei dispositivi e l’introduzione di standard per facilitare la riparazione stanno semplificando l’accesso a componenti sostituibili e aggiornabili, riducendo la necessità di smaltimento precoce. Parallelamente, si stanno diffondendo nuovi modelli di business come il Product as a Service, che prevede la fornitura di hardware e software in abbonamento anziché in vendita diretta. Questo modello incentiva i produttori a creare dispositivi più durevoli e facilmente aggiornabili, riducendo così la produzione di rifiuti elettronici e migliorando l’efficienza delle risorse. Le tecnologie digitali stanno inoltre rivoluzionando la gestione del fine vita dei dispositivi elettronici. Strumenti basati su blockchain permettono di tracciare il ciclo di vita di un prodotto, garantendo trasparenza e responsabilità nella filiera del riciclo.

Inoltre, l’intelligenza artificiale e il machine learning vengono utilizzati per ottimizzare i processi di separazione e recupero dei materiali, migliorando il tasso di riciclo e riducendo l’impatto ambientale. Infine, il ruolo delle normative è fondamentale per garantire la conformità e promuovere la sostenibilità. In Europa, regolamenti come la Direttiva RAEE (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) impongono obblighi stringenti per il recupero e il riciclo dei dispositivi elettronici.

GOVERNANCE CIRCOLARE

In parallelo, paesi come gli Stati Uniti e la Cina stanno sviluppando strategie per migliorare la gestione dei rifiuti elettronici, con approcci che variano da incentivi governativi a restrizioni sulla produzione di rifiuti. L’integrazione di pratiche di economia circolare nel settore ICT non solo riduce l’impatto ambientale, ma crea anche nuove opportunità economiche e occupazionali, contribuendo a una transizione verso un’economia più sostenibile e resiliente. Ulteriori KPI da tenere in considerazione si riferiscono alle pratiche di approvvigionamento sostenibile e gestione della supply chain. Il concetto si riferisce a tutte le strategie e i processi che un’azienda adotta per garantire che le materie prime, i componenti e i prodotti finali vengano ottenuti e distribuiti in modo da ridurre al minimo l’impatto ambientale, migliorare le condizioni sociali e garantire una governance trasparente ed etica.

In particolare, le pratiche di approvvigionamento sostenibile includono la selezione di fornitori che rispettano standard ambientali e sociali elevati, la riduzione delle emissioni di CO2 nei trasporti, l’adozione di materiali riciclati o a basso impatto ambientale e l’ottimizzazione dei processi logistici per ridurre gli sprechi. Inoltre, la digitalizzazione della supply chain, attraverso tecnologie come blockchain e intelligenza artificiale, permette una maggiore tracciabilità e trasparenza lungo tutta la catena di fornitura, riducendo il rischio di pratiche non etiche e migliorando l’efficienza operativa. Queste strategie non solo aiutano le aziende a conformarsi alle normative ambientali e sociali sempre più stringenti, come quelle previste dalla direttiva CSRD in Europa, ma rappresentano anche un’opportunità per creare un vantaggio competitivo sul mercato, migliorare la reputazione aziendale e soddisfare le aspettative dei consumatori sempre più attenti alla sostenibilità.

Da non dimenticare, i KPI che evidenziano la diversità, l’equità e l’inclusione (DEI) nella forza lavoro che rappresentano aspetti fondamentali per garantire un ambiente lavorativo sostenibile, innovativo e produttivo. Un’organizzazione che promuove attivamente la diversità è in grado di attrarre talenti con prospettive ed esperienze differenti, favorendo così una maggiore creatività e capacità di risoluzione dei problemi.

L’equità, invece, implica la creazione di politiche aziendali che garantiscano pari opportunità per tutti i dipendenti, eliminando barriere sistemiche e garantendo retribuzioni e possibilità di crescita basate esclusivamente sul merito. L’inclusione si riferisce alla capacità di un’azienda di creare un ambiente accogliente, in cui ogni individuo si senta valorizzato e libero di esprimere il proprio potenziale senza timori di discriminazione. Integrare questi principi all’interno della strategia aziendale non solo migliora il benessere dei dipendenti, ma porta anche a un miglioramento della produttività e dell’innovazione, aspetti cruciali per affrontare le sfide della sostenibilità e della trasformazione digitale.

Una governance efficace dei rischi ESG richiede l’integrazione di questi criteri nei processi decisionali aziendali per garantire trasparenza e responsabilità. Le aziende devono implementare sistemi di monitoraggio e rendicontazione che valutino in modo continuo l’impatto delle loro attività. La crescente attenzione degli investitori e dei regolatori rende necessario l’uso di strumenti digitali avanzati per raccogliere e analizzare i dati ESG, verificare la conformità normativa e gestire il rischio reputazionale. Inoltre, il Piano d’azione per l’economia circolare e il Green deal europeo mirano a ridurre le emissioni e incentivare la transizione digitale sostenibile, integrando questi standard nelle strategie industriali europee.


#ICTsostenibile Dati verificabili e più la trasparenza per investitori, consumatori e istituzioni
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ITALIA: SFIDE E OPPORTUNITÀ

L’Italia si trova di fronte a diverse sfide nella transizione verso l’ICT sostenibile. La frammentazione del settore, la mancanza di infrastrutture digitali adeguate e il ritardo nell’adozione di nuove tecnologie rappresentano ostacoli da superare. Tuttavia, il digitale offre opportunità straordinarie come abilitatore della sostenibilità non solo ambientale, ma anche economica e sociale. L’adozione di soluzioni green-ICT può ottimizzare il consumo di risorse, ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza operativa delle aziende, mentre le nuove modalità di lavoro agile e da remoto permettono di abbattere le emissioni legate agli spostamenti. Inoltre, una rete digitale resiliente e intelligente può favorire una maggiore inclusione sociale, garantendo l’accesso equo alle opportunità lavorative e formative su tutto il territorio nazionale, contribuendo così a uno sviluppo più sostenibile e bilanciato.

In Italia, il PNRR prevede investimenti significativi nella digitalizzazione e nella sostenibilità. Il governo ha incentivato l’uso di cloud computing, intelligenza artificiale e blockchain per migliorare la gestione delle risorse e ridurre gli sprechi energetici. Inoltre, una particolare attenzione è stata dedicata alla creazione di un’infrastruttura di rete resiliente e abilitante, capace di supportare l’evoluzione digitale e la sostenibilità attraverso un’ottimizzazione dell’efficienza energetica e una maggiore sicurezza nelle comunicazioni.

«Gli investimenti previsti dal PNRR sono finalizzati a stimolare la crescita economica e creare nuove opportunità di lavoro in diversi settori» – spiega Alessandro Musumeci, capo della Segreteria tecnica del Sottosegretario di Stato con delega alla transizione digitale. «Tra le principali voci di spesa figurano la digitalizzazione, la ricerca e l’innovazione, l’istruzione e la formazione, e il potenziamento delle infrastrutture. In particolar modo il Dipartimento per la Trasformazione Digitale è impegnato in progetti per la mobilità sostenibile, nel pieno rispetto dell’ambiente, al fine di semplificare l’utilizzo di sistemi intermodali di trasporto. A fronte di consistenti investimenti in questo settore sarà importante misurare l’efficacia di tali misure e l’impatto sul territorio, sui cittadini e sulle imprese di tali importanti progetti».

In questo contesto, la Fondazione per la Sostenibilità Digitale svolge un ruolo fondamentale nel promuovere un approccio integrato tra digitale e sostenibilità, con attività di ricerca, sensibilizzazione e supporto alle aziende e alle istituzioni. La fondazione, tramite il proprio osservatorio permanente, ha sviluppato il Digital Sustainability Index (DiSI), uno strumento per misurare la consapevolezza e l’impegno delle aziende e dei cittadini nell’uso del digitale per la sostenibilità e promuove politiche e regolamentazioni per un digitale sostenibile lavorando con istituzioni pubbliche e private per sviluppare policy in grado di guidare la transizione digitale in un’ottica di sostenibilità grazie anche alla definizione di strategie per la sostenibilità digitale a livello nazionale ed europeo.

A livello normativo, la fondazione ha ideato e realizzato la Prassi di Riferimento UNI/PdR 147:2023 che fornisce linee guida per misurare, valutare e migliorare la sostenibilità digitale di progetti e di organizzazioni pubbliche e private. La prassi definisce indicatori e criteri per integrare la sostenibilità nei processi di trasformazione digitale, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030. Il documento aiuta le aziende a sviluppare un digitale etico, inclusivo e a basso impatto ambientale, promuovendo un approccio consapevole all’innovazione tecnologica.


#ICTsostenibile La sostenibilità, pilastro strategico delle imprese europee
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USA E CINA: IL CONFRONTO

Negli Stati Uniti, il rapporto tra tecnologia e sostenibilità è spesso guidato dal settore privato, con grandi aziende tecnologiche che investono massicciamente in energia rinnovabile e strategie di riduzione delle emissioni. Tuttavia, a livello normativo, non esiste un quadro federale unificato paragonabile alle direttive europee, e molte iniziative di sostenibilità sono lasciate alla discrezione dei singoli stati o delle aziende.

La Securities and Exchange Commission (SEC) sta lavorando su regolamenti per la rendicontazione ESG, ma il dibattito sulla loro implementazione è ancora in corso. L’adozione di soluzioni digitali per la gestione energetica e il monitoraggio dei KPI ambientali è in crescita, ma spesso in assenza di obblighi normativi stringenti le aziende si muovono su base volontaria e sulla spinta di vantaggi competitivi. Questo approccio favorisce l’innovazione e la sperimentazione di nuove tecnologie, ma può portare a una diffusione disomogenea delle pratiche di monitoraggio ambientale, con standard variabili tra settori e territori.

In Cina, il governo ha adottato un approccio centralizzato alla sostenibilità, con il piano Made in China 2025 e la strategia Dual Carbon che mirano alla neutralità delle emissioni entro il 2060. La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale giocano un ruolo chiave nella gestione delle risorse e nell’ottimizzazione energetica, con un forte focus sulla smart grid e sulle infrastrutture di rete intelligenti. Le normative cinesi impongono alle aziende un controllo rigoroso sulle emissioni e sulla gestione dei rifiuti elettronici, mentre il governo promuove l’adozione di data center a basse emissioni e tecnologie di economia circolare. Tuttavia, la sostenibilità in Cina è spesso bilanciata con le esigenze di crescita economica, il che porta a compromessi tra sviluppo industriale e riduzione dell’impatto ambientale.

L’EQUILIBRIO NECESSARIO

Il legame tra digitale e sostenibilità è ormai indissolubile: il digitale è un potente strumento per accelerare la transizione ecologica ed economica, ma allo stesso tempo deve essere sviluppato e utilizzato in modo responsabile per non creare nuovi problemi sociali o ambientali. Il ruolo dell’ICT nella sostenibilità è sempre più rilevante a livello globale. Nonostante gli arretramenti su molti fronti, le grandi aziende hanno già integrato i criteri ESG nelle loro strategie, rispondendo alle richieste degli investitori e dei consumatori.

«Le tecnologie digitali rappresentano una leva imprescindibile per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità» – afferma Marzio Bonelli, CIO di MM Spa. «Per esempio, nel servizio idrico integrato, il digitale gioca un ruolo cruciale lungo l’intero ciclo di vita dell’acqua: dalla captazione alla potabilizzazione, dalla distribuzione fino alla depurazione». Bonelli evidenzia come il cambiamento climatico ponga sfide sempre più complesse: «Da un lato, è fondamentale proteggere la risorsa idrica, dall’altro, serve difendere il territorio, sempre più esposto a fenomeni meteorologici estremi. Precipitazioni improvvise e abbondanti provocano inondazioni con gravi conseguenze per popolazione e agricoltura. Il digitale può aiutarci a gestire queste criticità con maggiore efficienza e tempestività».


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L’Europa punta a creare un modello di sviluppo sostenibile basato su responsabilità aziendale e trasparenza, promuovendo normative stringenti e una strategia incentrata sulla misurazione di KPI ambientali, sociali ed economici. Tuttavia, il panorama globale mostra differenze significative: negli Stati Uniti, l’approccio è più orientato al mercato, con le grandi aziende tecnologiche che guidano autonomamente le iniziative di sostenibilità, mentre la Cina adotta una strategia centralizzata con un forte intervento governativo per bilanciare crescita economica e riduzione dell’impatto ambientale.

La sinergia tra governi, imprese e cittadini è la chiave per un futuro in cui digitale e sostenibilità si intreccino efficacemente. Servono strategie mirate, capaci di adattarsi alle specificità economiche e normative, trasformando l’innovazione e il digitale in un motore concreto di sviluppo sostenibile. «L’innovazione e la digitalizzazione non sono solo le chiavi per sbloccare le porte della sostenibilità» – afferma Stefano Brandinali, group chief innovation officer di Angelini Industries. «Sono il grimaldello che rompe le vecchie abitudini e costruisce un futuro dove crescita, sviluppo e responsabilità sociale sono inseparabili».


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AI e Zero Trust, il paradosso della perfezione https://www.datamanager.it/2025/04/ai-e-zero-trust-il-paradosso-della-perfezione/ Wed, 09 Apr 2025 10:30:47 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244339 Tutti i limiti dell’intelligenza artificiale nel modello Zero Trust. E come superarli. Se il nemico è già dentro la tua rete, l’unica difesa è non abbassare mai la guardia. L’AI non è infallibile, se implementata male può diventare un altro punto di vulnerabilità Per anni, ci siamo raccontati una favola rassicurante. Creare un perimetro digitale […]

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Tutti i limiti dell’intelligenza artificiale nel modello Zero Trust. E come superarli. Se il nemico è già dentro la tua rete, l’unica difesa è non abbassare mai la guardia. L’AI non è infallibile, se implementata male può diventare un altro punto di vulnerabilità

Per anni, ci siamo raccontati una favola rassicurante. Creare un perimetro digitale protetto e tenere fuori gli intrusi sarebbe bastato per garantire la sicurezza informatica. Un’illusione crollata sotto i colpi della realtà. Gli attacchi informatici non bussano più alla porta principale: si infiltrano attraverso credenziali rubate, malware invisibili, insider. Il vero problema non è più chi sta fuori, ma chi è già dentro. Il lavoro da remoto ha amplificato questa vulnerabilità. Un dipendente può connettersi da un bar a Tokyo con lo stesso livello di accesso che avrebbe dal suo ufficio di Milano. Ma se quelle credenziali gli fossero state sottratte? Se quel dispositivo fosse compromesso? È qui che entra in scena Zero Trust, un approccio radicalmente diverso alla sicurezza informatica.

Il modello nasce dalla consapevolezza che nessun utente, nessun dispositivo, nessuna connessione possano essere considerati sicuri di default. Il perimetro dei sistemi è definito a partire dall’identità digitale di persone e dispositivi. Zero Trust stabilisce che nessuna credenziale sia automaticamente considerata sicura: ogni accesso viene stabilito in base al rischio associato e continuamente verificato. La sua regola aurea è brutale nella sua semplicità: non fidarti mai, verifica sempre. Ogni accesso deve essere monitorato, ogni dispositivo scrutinato, ogni richiesta analizzata. Ma un modello così rigido, senza il supporto della tecnologia giusta, rischia di trasformarsi in un incubo operativo. Chi può gestire manualmente milioni di autenticazioni al giorno o controllare ogni accesso senza rallentare il lavoro? La risposta è una sola: l’intelligenza artificiale rende possibile questo approccio su larga scala. Ecco perché l’AI diventa l’elemento chiave che trasforma il modello Zero Trust da un ideale teorico a una soluzione concreta.

BIAS E QUALITÀ DEI DATI

L’AI viene spesso presentata come la panacea di tutti i mali della cybersecurity. Veloce, adattiva, capace di individuare minacce invisibili all’occhio umano. La realtà però è più complessa. L’AI non è infallibile e, se mal implementata, può persino diventare un altro punto di vulnerabilità. Anche all’interno di un’architettura Zero Trust. Il primo problema è la dipendenza dai dati. Se il dataset è incompleto, distorto o obsoleto, l’AI prenderà decisioni errate. Segnalerà falsi positivi, ignorerà minacce reali o, peggio ancora, potrà essere ingannata da attacchi mirati. «Per garantire l’integrità dei dati di addestramento esistono diverse tecniche» –ci spiega Matteo Colella, membro del comitato scientifico di CLUSIT. «Un approccio è legato all’utilizzo di blockchain, che per le loro caratteristiche di immutabilità, trasparenza e tracciabilità, possono essere di ausilio nel rilevare con certezza modifiche non autorizzate al set di dati. Tramite smart contracts, per esempio, è anche possibile etichettare le modifiche realizzate come legittime e approvate, rilevando così quelle che non lo sono».

Per salvaguardare la qualità dei dati, essenziale per l’efficacia dell’AI, in Reevo si studiano modelli di AI per ridurre i falsi positivi e negativi, con un focus particolare sull’AI-driven threat intelligence applicata ai flussi SOAR. «L’obiettivo è ottimizzare il filtraggio degli eventi di sicurezza, migliorando la precisione e l’accuratezza delle segnalazioni nel SOC senza introdurre complessità inutili nella gestione ZT» – spiega Emanuele Briganti, head of presales di ReeVo. «Per garantire dataset sempre aggiornati e affidabili, stiamo sperimentando modelli di apprendimento continuo, che consentono all’AI di adattarsi a nuove minacce in tempo reale. Inoltre, i nostri esperti stanno valutando l’integrazione di reti neurali generative per simulare scenari d’attacco e migliorare la capacità predittiva dei sistemi di rilevamento delle minacce».

La cronaca ci ha già mostrato come i set di dati utilizzati per l’addestramento potrebbero innescare i cosiddetti “bias”, pregiudizi che possono influenzare i comportamenti del modello. Un pericolo da non sottovalutare. «Il fenomeno – interviene Colella di CLUSIT – potrebbe verificarsi nel caso di informazioni sbilanciate, provenienti, per esempio, da troppe fonti di una certa ideologia rispetto alla sua opposta. Oppure da stereotipi già presenti nella società e, quindi, anche nei dati di addestramento». La Data Augmentation interviene per prevenire questi effetti, ampliando il set di dati di addestramento attraverso variazioni mirate. Per esempio, utilizzando sinonimi o parafrasi dei testi impiegati nell’addestramento, per bilanciare le diverse tipologie di dati.


#cybersecurity Matteo Colella #CLUSIT Zero Trust significa non fidarsi, nemmeno dell’AI
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LA SFIDA DELLA SCALABILITÀ

Perché l’approccio Zero Trust sia davvero efficace è essenziale che le aziende adottino anche una strategia di protezione dei modelli su cui si basa l’intelligenza artificiale. In risposta a questa esigenza, Cisco propone AI Defense, una piattaforma basata sull’AI creata per sviluppare, distribuire e proteggere le applicazioni AI in tutta sicurezza rilevando anomalie e comportamenti sospetti, prevenendo gli attacchi prima che possano causare danni. Cisco raccomanda alle aziende di adottare l’AI Algorithmic Red Team per rafforzare la sicurezza e testare la resilienza degli algoritmi. «Un nuovo approccio in grado di testare in pochi secondi la capacità e la sicurezza delle applicazioni che utilizzano l’IA» – spiega Fabio Panada, technical solutions architect – Security di Cisco Italia. «In questo modo, AI Defense riconvalida costantemente le applicazioni AI e implementa misure aggiornate per garantire la massima sicurezza».


#cybersecurity Fabio Panada #Cisco L’AI è un’arma a doppio taglio: sicurezza o vulnerabilità?
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Uno dei pericoli più subdoli per i modelli di apprendimento automatizzati è il data poisoning, l’inserimento di dati manipolati allo scopo di influenzare negativamente il processo di addestramento del modello stesso. «Per evitare questo rischio è fondamentale adottare metodi rigorosi di validazione e pulizia dei dati, come il processo di filtraggio che aiuta a rimuovere eventuali inserimenti potenzialmente nocivi prima che possano influenzare il funzionamento del modello» – spiega Giorgio Triolo, chief technology officer di Axitea. Non meno importante è che l’addestramento dei modelli avvenga in un ambiente protetto e controllato, in cui si possano verificare correttezza e qualità dei dati e delle fonti.

Durante questa fase – come spiega Colella di CLUSIT – è possibile adottare diverse strategie di protezione, come l’adversarial training, che prevede l’addestramento del modello con dati manipolati ad hoc per migliorarne la resistenza agli attacchi. Inoltre, si possono impiegare algoritmi per la rilevazione del data poisoning e la data sanitization, con l’obiettivo di individuare e bloccare i tentativi di manipolazione dei dati, che potrebbero alterare il comportamento del modello.

L’altra sfida è la scalabilità dell’AI nelle reti aziendali complesse. Infrastrutture estese generano un’enorme quantità di dati che devono essere continuamente monitorati dall’AI per identificare minacce in tempo reale. Più il sistema cresce, più diventa difficile gestire la mole di dati e affinare la precisione degli algoritmi senza creare colli di bottiglia o sovraccarichi computazionali. Su questo tema, ReeVo sta esplorando soluzioni AI per ottimizzare il monitoraggio. «In questo momento, l’approccio è centrato sull’uso dell’AI per il triage degli allarmi di sicurezza all’interno del SOC, migliorando l’efficienza degli analisti e garantendo un’identificazione più rapida degli incidenti più critici» – spiega Briganti. «Il SOAR rimane il principale strumento di automazione per la gestione dei flussi di dati».

Secondo Colella di CLUSIT, l’utilizzo di architetture distribuite, di tecnologie big data oppure di data lake/data warehouse rappresentano altrettante soluzioni efficaci per gestire la crescente mole di informazioni senza compromettere la reattività del sistema contribuendo a ottimizzare l’elaborazione dei dati e quindi anche del tempo di risposta. Molte delle piattaforme Zero Trust leader nel mercato utilizzano architetture basate sul cloud e si avvalgono di una rete distribuita di data center globalmente posizionati. Questo approccio offre vantaggi in termini di gestione della latenza (minimizzando i tempi di risposta per gli utenti) e di ridondanza (assicurando che il sistema rimanga operativo anche in caso di guasti a uno o più data center). Anche l’edge computing o l’uso di modelli distribuiti di AI possono ridurre il carico computazionale e migliorare l’efficienza operativa di Zero Trust su larga scala. Per migliorare la scalabilità, ReeVo sta testando l’applicazione dell’edge computing per elaborare i dati vicino alla loro origine, riducendo la latenza e migliorando la reattività del sistema. «Parallelamente, l’uso di AI distribuita permette di distribuire il carico computazionale su più nodi, aumentando l’efficienza operativa dell’approccio ZT» – conferma Briganti di ReeVo. Edge computing e sistemi distribuiti di AI possono sicuramente aiutare in termini di performance.

«Il primo spostando l’elaborazione, e quindi le decisioni, verso la periferia della rete, dove i dati hanno origine» – spiega Colella di CLUSIT. «I secondi distribuendo l’elaborazione e le fasi di apprendimento dei modelli su più nodi in modo da velocizzarle. Come per altri casi di servizi distribuiti anche nel caso dell’AI, è necessario gestire l’orchestrazione delle componenti, riuscire a parallelizzare i carichi di lavoro e garantire sincronizzazione e coerenza tra i nodi». L’adozione del cloud è determinante per affrontare le sfide legate all’intelligenza artificiale generativa. «La potenza computazionale deve essere distribuita in modo capillare, vicino alle sorgenti, in modo da migliorare efficienza e tempi di risposta» – spiega Marco Gioanola, principal sales engineer di Zscaler. L’evoluzione delle minacce e la crescente complessità delle infrastrutture aziendali impongono soluzioni sempre più sofisticate. Unified Vulnerability Management (UVM) centralizza la gestione delle vulnerabilità, analizzando continuamente i dati ricevuti da decine di fonti simultaneamente e identificando in tempo reale, attraverso l’intelligenza artificiale, le aree critiche da proteggere. Cyber Threat Exposure Management (CTEM), invece, valuta e aggiorna continuamente l’inventario degli asset aziendali, identificando rischi e vulnerabilità e automatizzando le risposte. Entrambe sfruttano una piattaforma di AI distribuita e scalabile, denominata Security Fabric, che opera al cuore del cloud Zscaler.


#cybersecurity Marco Gioanola #Zscaler AI distribuita e cloud, sicurezza scalabile e senza confini
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PROTEZIONE E TRASPARENZA

Nel framework Zero Trust il connubio intelligenza artificiale e machine learning viene utilizzato nel processo di classificazione degli applicativi presenti sulla macchina protetta. «Le best practice prevedono che si configuri il sistema in maniera tale da non permettere l’esecuzione dell’applicativo durante la classificazione» – spiega Gianluca Pucci, manager sales engineering Italy in WatchGuard Technologies. «ll software viene identificato come Goodware (legittimo) o Malware (dannoso). Questa valutazione si basa sull’esperienza e sulla storicità del sistema, con un’ultima fase affidata all’analisi umana, riducendo così al minimo le possibilità di errore». Pucci sottolinea inoltre che è sempre possibile configurare liste di esclusione (blacklist o whitelist) per garantire la continuità operativa, consentendo al tempo stesso di approfondire eventuali anomalie con il supporto degli esperti di WatchGuard. Uno dei problemi più critici nell’uso dell’AI è la sua scarsa trasparenza. Molti modelli di deep learning prendono decisioni che nemmeno i loro creatori riescono a spiegare del tutto. Se un algoritmo blocca l’accesso di un dirigente (decisione) senza una spiegazione chiara, l’azienda può trovarsi paralizzata.

Il tema della correttezza della decisione nei modelli AI è centrale in diversi contesti, pensiamo agli ambiti sanitari o giudiziari. In un ambiente Zero Trust, negare l’accesso a un utente legittimo può essere considerato un incidente di sicurezza, poiché compromette la disponibilità delle informazioni. In questi casi, come si può verificare la correttezza della decisione e, soprattutto, come si può correggere rapidamente l’errore? «Quando si verifica un errore di questo tipo o un falso positivo nei sistemi di allerta, il metodo più rapido per risolvere il problema è l’escalation, proprio come avviene nei sistemi tradizionali» – spiega Colella di CLUSIT. Un esempio classico è quello del firewall che blocca erroneamente il traffico verso una rete legittima a causa di una regola impostata in modo errato.


#cybersecurity Gianluca Pucci #WatchGuard AI e Zero Trust, binomio vincente
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«Nel caso di un firewall – prosegue Colella – è sufficiente che l’amministratore modifichi la regola per ripristinare l’accesso. Ma con un modello di intelligenza artificiale, il processo diventa più complesso: occorre analizzare come il sistema abbia interpretato lo scenario e i dati per identificare una minaccia o negare l’accesso a un utente». Molti sistemi di sicurezza informatica adottano l’User Behavior Analytics (UBA), una tecnica che analizza il comportamento di utenti e dispositivi per individuare attività anomale. Questi strumenti funzionano costruendo una baseline di riferimento attraverso la raccolta e l’elaborazione continua di dati, per poi rilevare eventuali deviazioni rispetto ai modelli considerati normali.

Per indagare sulle cause che hanno indotto il sistema a prendere una certa decisione – continua Colella – si può procedere all’analisi di log e tracciati della piattaforma Zero Trust per capire quali regole siano entrate in funzione e con quali soglie di attivazione, approfondendo i dati dell’utente, del dispositivo oppure della rete. «Questa verifica può essere fatta manualmente tramite l’analisi di operatori e amministratori dei sistemi, oppure tramite l’escalation gestita dall’AI, per esempio, controllando tutti i dati e i passi di valutazione che il modello ha svolto, tramite quelle funzioni che vengono chiamate XAI, eXplainable AI, una sorta di “diagnostica passo passo” di quanto svolto dai meccanismi automatici».

Facciamo un altro esempio. Cosa accade in un Security Operation Center (SOC), se il modello di deep learning prende una decisione errata? «Per i SOC è essenziale fornire evidenza della correttezza delle decisioni prese dall’AI» – spiega Giorgio Triolo di Axitea. «A tal fine, esistono diverse strategie e strumenti di interpretabilità, come LIME – Local Interpretable Model-agnostic Explanations e SHAP – SHapley Additive exPlanations, che permettono di comprendere la logica di predizione del modello sulla base del dataset a disposizione. E poi non va dimenticato l’intervento degli analisti nelle ultime fasi del processo di gestione degli eventi per mitigare il rischio di errori e per effettuare un fine-tuning dei modelli».


#cybersecurity Giorgio Triolo #Axitea Data poisoning, il lato oscuro dell’AI
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SINGLE POINT OF FAILURE

A questo punto, è evidente che un’eccessiva dipendenza dall’AI può introdurre un nuovo single point of failure. Se un modello di intelligenza artificiale diventa il fulcro del sistema di sicurezza, un suo malfunzionamento o la compromissione dell’algoritmo sottostante potrebbero non solo paralizzare intere operazioni aziendali, ma anche aprire la strada agli attaccanti, mettendo a rischio l’intero ecosistema digitale.

Come possiamo garantire che l’AI sia un alleato e non un futuro punto di debolezza? «Come ogni tecnologia avanzata, anche l’AI può diventare una vulnerabilità se non adeguatamente protetta» – afferma Alex Galimi, technical partner manager di Trend Micro Italia. «Gli attacchi avversariali e le manipolazioni malevole mirano a ingannare gli algoritmi di machine learning, compromettendo l’integrità dei modelli e sfruttando la fiducia che le aziende ripongono nei loro sistemi automatizzati. I casi più diffusi – spiega Galimi – riguardano le manipolazioni che consentono ai malintenzionati di ottenere informazioni altrimenti non accessibili. Ma sono noti anche scenari in cui i modelli vengono alterati generando danni e risultati errati. Se consideriamo i modelli di Ai privati, i rischi e i danni per le aziende aumentano esponenzialmente».

Proteggere gli algoritmi di machine learning da attacchi avversariali e manipolazioni malevole è un aspetto critico per garantire la sicurezza nel contesto di un modello Zero Trust. «In un ambiente ZT come sappiamo ogni richiesta, sia essa proveniente dall’interno o dall’esterno, viene trattata come potenzialmente dannosa fino a prova contraria» – osserva Giovanni Bombi, vendor success manager & team leader NGS di Westcon. Zscaler non è semplicemente “parte” della proposta di Westcon, come fornitore globale di tecnologia e distributore IT, ma gioca un ruolo di primo piano nella strategia di go-to-market, contribuendo all’offerta di soluzioni avanzate per la sicurezza informatica e l’accesso sicuro. «Questo principio si applica anche agli algoritmi di machine learning – spiega Bombi – dove Zscaler promuove l’adozione di tecniche avanzate per proteggere il processo di training e l’operatività dei modelli ML. L’idea è di integrare sistemi di rilevamento delle anomalie e tecnologie di monitoraggio che possano identificare e rispondere tempestivamente a comportamenti sospetti».


#cybersecurity Giovanni Bombi #Westcon Come proteggere i modelli ML per la resilienza
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Briganti di ReeVo conferma l’impegno dell’azienda anche in quest’ambito con attività di ricerca, focalizzate in particolare sull’integrazione dell’AI in ambienti di cybersecurity. «Al momento, il focus principale è sull’AI nei sistemi SOAR (Security Orchestration, Automation, and Response) e per il triage automatico degli eventi nel SOC, al fine di ottimizzare le capacità di rilevamento e risposta alle minacce». Per contrastare gli attacchi avversariali, ReeVo sta esplorando tecniche avanzate di adversarial training, che consistono nell’addestrare modelli AI esponendoli a input manipolati per renderli più robusti. «Inoltre, stiamo valutando – anticipa Briganti – l’uso di tecniche di difesa basate su Explainable AI (XAI) per comprendere meglio il comportamento dei modelli di machine learning e rilevare anomalie nei dati di input. Su questi temi collaboriamo con il gruppo di ricerca di Fabrizio Baiardi, ordinario al Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa».


#cybersecurity Emanuele Briganti #ReeVoSpa AI-driven threat intelligence per un SOC preciso e reattivo
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ZERO TRUST RESILIENTE

Come abbiamo visto, il fallimento di un modello AI può dipendere da diversi fattori: un addestramento inadeguato, dati imprecisi o distorti da bias significativi, errori di configurazione o persino attacchi mirati. «Per affrontare tutto questo è necessario disporre di una funzione di monitoraggio continuo per analizzare nel tempo il comportamento del modello» – afferma Colella di CLUSIT. «Dai principi di gestione del rischio sappiamo che una strategia efficace per mitigare gli effetti di un fallimento di questo tipo è la segmentazione della rete. Implementando sistemi Zero Trust dedicati a singole porzioni dell’infrastruttura, è possibile limitare l’impatto di un eventuale blocco o malfunzionamento, confinandolo a una parte specifica dei servizi erogati e preservando il funzionamento del resto del sistema». Le buone prassi – continua Colella – prevedono anche di impostare delle regole statiche per il presidio degli accessi, indipendenti dalla logica del modello AI, in modo tale da poterle utilizzare in caso di suo fallimento o indisponibilità. «Anche una strategia di bilanciamento tra automazione e intervento umano può essere governata secondo i principi di gestione del rischio, demandando le decisioni sensibili o ad alto rischio, che non rientrano nei modelli predefiniti, alla supervisione di un operatore umano. Il modello stesso potrebbe essere formato per scalare verso l’operatore tutto ciò che potenzialmente rappresenta un’area grigia».

Come per qualsiasi meccanismo di sicurezza, è essenziale garantire la ridondanza attraverso la replica di sistemi e servizi, assicurandone la disponibilità anche in caso di guasti al sistema primario. Inoltre, è fondamentale implementare funzionalità di fail-safe, ovvero la capacità di mantenere un livello adeguato di sicurezza anche in presenza di malfunzionamenti totali o parziali del sistema designato a proteggerla. «L’esempio classico – spiega Colella – è quello di un cancello di sicurezza elettronico che, in assenza di corrente, deve mantenere il suo ruolo di protezione. Quindi, il suo stato fail-safe è di rimanere chiuso, garantendo la sicurezza dell’area». Allo stesso modo, un sistema Zero Trust dovrebbe integrare questa funzionalità, assicurandosi che, in caso di malfunzionamento, il controllo degli accessi non venga compromesso, ma bloccato completamente per prevenire possibili violazioni.

«Nel corso degli anni, Zscaler ha introdotto diverse funzionalità basate sull’AI all’interno della propria piattaforma Zero Trust, cercando di mantenere il corretto equilibrio tra automatismo e controllo da parte dell’amministratore del sistema» – spiega Gioanola di Zscaler. La Cloud Browser Isolation ridirige automaticamente la navigazione dell’utente verso un ambiente protetto in caso l’AI abbia determinato che la destinazione richiesta è potenzialmente malevola: questo permette di aumentare il livello di sicurezza senza compromettere l’operatività. L’AI viene inoltre impiegata per assistere i clienti nella segmentazione Zero Trust degli accessi alle applicazioni private, riducendo così il rischio di Shadow AI. Zscaler Private Access è in grado di suggerire miglioramenti alle regole d’accesso basandosi sul comportamento degli utenti stessi, e fornisce potenti strumenti di visualizzazione del traffico e delle tendenze di utilizzo delle regole, in modo che l’intelligenza artificiale e quella umana si sostengano a vicenda.

Su questo fronte, ReeVo punta a rendere l’intelligenza artificiale più resiliente attraverso due strategie chiave: la ridondanza e la validazione umana. Nel Security Operations Center (SOC), ReeVo integra processi di triage basati sull’AI (AI-driven triage), ma sempre affiancati da una supervisione umana. «Questo approccio garantisce che le decisioni critiche non siano affidate esclusivamente agli algoritmi, riducendo il rischio di errori e migliorando l’affidabilità complessiva del sistema» – spiega Briganti. «E assicura che gli analisti possano sempre intervenire, evitando affidamenti ciechi all’AI e mitigando rischi sistemici». Per costruire un sistema Zero Trust resiliente, ReeVo sta studiando la definizione e il training di modelli AI concorrenti, che operano in parallelo applicando strategie diverse per ridurre il rischio di errori sistemici. «Inoltre, stiamo sviluppando strategie di failover AI, in cui, in caso di compromissione di un modello, un altro possa subentrare, assicurando la continuità operativa».

Anche Bombi di Westcon sottolinea l’importanza di adottare una strategia che preveda la ridondanza e i backup dei moduli AI. «L’approccio ibrido – in grado di combinare l’AI con il controllo umano, accompagnato dal monitoraggio continuo per rilevare anomalie in tempo reale – è fondamentale. Zscaler, in particolare, adotta una filosofia di resilienza integrata nel modello Zero Trust, evitando la dipendenza da un singolo punto di fallimento, come potrebbe essere un’AI centrale».

Un sistema Zero Trust efficace non solo verifica ogni richiesta di accesso e autorizzazione, ma lo fa attraverso una molteplicità di livelli e tecnologie, distribuendo i carichi di lavoro e le responsabilità tra diversi strumenti di sicurezza. Se uno di questi strumenti, inclusa l’AI, dovesse fallire – continua Bombi – gli altri strati continuerebbero a monitorare e proteggere l’infrastruttura, riducendo così l’impatto di un eventuale compromesso. Zscaler propone di implementare soluzioni di multilayered security, dove l’intelligenza artificiale è solo uno dei tanti componenti che cooperano nel garantire la sicurezza».


#cybersecurity Alex Galimi #TrendMicro Attacchi avversariali? L’AI può essere ingannata
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Per affrontare queste sfide, Galimi di Trend Micro Italia evidenzia l’importanza di adottare un approccio di sicurezza che copra l’intero ciclo di vita dell’AI, dall’addestramento fino all’implementazione. «Tecniche di hardening degli algoritmi, come l’addestramento avversariale, aumentano la resilienza dei modelli esponendoli a input manipolati già in fase di training. Il monitoraggio continuo dei modelli in produzione permette di individuare tempestivamente comportamenti anomali. La validazione dei dati garantisce che gli input utilizzati siano sicuri e privi di manipolazioni. L’AI può potenziare i modelli Zero Trust, ma è altrettanto vero il contrario: applicare i principi Zero Trust agli algoritmi significa non dare mai nulla per scontato. Ogni dato, interazione o processo deve essere verificato e monitorato» – conclude Galimi.

AUTOMAZIONE E CONTROLLO UMANO

L’intelligenza artificiale e il modello Zero Trust rappresentano la nuova frontiera della sicurezza informatica. Da un lato, l’AI rende il framework Zero Trust applicabile su larga scala, trasformandolo da principio teorico ad architettura avanzata della moderna cybersecurity. Dall’altro, l’integrazione dell’AI in un’architettura Zero Trust introduce nuove sfide che non possono essere ignorate. L’AI ha dimostrato di essere straordinariamente efficace nel monitoraggio in tempo reale, nell’analisi predittiva delle minacce, nella gestione delle identità e nell’accesso alla rete. Ha portato la sicurezza da un approccio statico a uno dinamico e adattivo, capace di rispondere in tempo reale a ogni mutamento dello scenario digitale.

Ma la sua efficacia dipende da numerosi fattori, a partire dalla qualità dei dati, dalla trasparenza delle decisioni e dalla capacità di prevenire manipolazioni e vulnerabilità sistemiche. Non possiamo cadere nella trappola di vedere l’AI come un sistema autonomo e infallibile. Se i principi Zero Trust impongono di non fidarsi di nulla e di nessuno, gli stessi devono applicarsi anche alle implementazioni basate sull’AI. Se l’AI sarà governata da principi di trasparenza, resilienza e adattabilità, potrà essere l’alleato perfetto per un mondo digitale sicuro. Ma se verrà adottata con cieca fiducia e senza un’adeguata supervisione umana, rischia di diventare l’anello più debole della catena. (Anche) nella cybersecurity, non è la tecnologia a determinare la sicurezza, ma il modo in cui scegliamo di utilizzarla.

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Turismo Next-Gen, l’AI ridefinisce viaggi e ospitalità https://www.datamanager.it/2025/04/turismo-next-gen-lai-ridefinisce-viaggi-e-ospitalita/ Wed, 09 Apr 2025 09:25:44 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244343 Chatbot e prezzi dinamici, il digitale cambia il modo di vendere e acquistare pacchetti vacanza o notti in hotel, ma anche l’esperienza dell’utente e i processi degli operatori del turismo. Ecco come l’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo travel Il digitale è un fattore che ha influenzato e modificato il settore dei viaggi e dell’ospitalità […]

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Chatbot e prezzi dinamici, il digitale cambia il modo di vendere e acquistare pacchetti vacanza o notti in hotel, ma anche l’esperienza dell’utente e i processi degli operatori del turismo. Ecco come l’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo travel

Il digitale è un fattore che ha influenzato e modificato il settore dei viaggi e dell’ospitalità in tempi “non sospetti”, quando di intelligenza artificiale si parlava poco e solo in determinati contesti di applicazione. Oggi, la tecnologia degli algoritmi gioca un ruolo chiave nella revisione dei processi degli operatori del travel e del turismo e nella personalizzazione dell’esperienza dei viaggiatori. E promette di portare benefici a tutti i soggetti coinvolti, spaziando da attività prettamente business come l’ottimizzazione delle strategie di pricing e di prenotazione alla disponibilità di strumenti che promettono di trasformare (in meglio) per l’utente finale il modo di organizzare e vivere una trasferta di lavoro o una vacanza.

AI E MOBILITÀ, NUOVE FRONTIERE

Nel 2024, stando alla fotografia più recente scattata dall’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, il mercato dell’ospitalità in Italia ha raggiunto quota 37,8 miliardi di euro con un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, mentre l’e-commerce turistico (e quindi il giro d’affari della vendita di viaggi online) è cresciuto a velocità simili superando i 21 miliardi di euro. L’industria del travel sta dunque vivendo una fase di positivo consolidamento dopo la brusca caduta degli anni di pandemia e l’altrettanto repentina risalita degli ultimi due anni. E il digitale è un elemento cruciale di questa nuova dinamica di crescita.

Anche se l’adozione dell’intelligenza artificiale è solo nella sua fase iniziale e riguarda una limitata minoranza degli operatori, l’AI sta diventando uno strumento operativo qualificante per le agenzie di viaggio, un terzo delle quali ha già avviato sperimentazioni in tal senso (la percentuale scende al 12% fra le strutture alberghiere) e metà di queste ha già investito su strumenti a pagamento. La domanda di automazione basata sull’intelligenza artificiale nel settore dell’ospitalità e dei viaggi è dunque in progressivo sviluppo poiché per le aziende è vitale potersi concentrare sull’aumento dell’efficienza senza compromettere l’esperienza del cliente. Confermano questa tesi anche le proiezioni di IDC, secondo cui l’interesse per l’AI rimane forte anche di fronte a potenziali recessioni economiche, con il 30% delle aziende del travel convinte del fatto che i progetti legati all’uso di strumenti di automazione saranno i meno soggetti a eventuali tagli nei budget destinati all’innovazione tecnologica.

Entro il 2028, come conferma Ornella Urso, Research director di IDC Insights Europe, l’intelligenza artificiale predittiva rappresenterà il 25% della spesa IT degli operatori attivi nel comparto ospitalità e viaggi su scala globale, e tale spinta in avanti è strettamente legata alla necessità di massimizzare ricavi, sicurezza ed efficienza operativa. Questa tecnologia – come spiega nel dettaglio l’esperta – utilizza sistemi di machine learning per identificare schemi passati e prevedere eventi futuri, tra cui il rilevamento delle minacce informatiche e delle future esigenze dei clienti, consentendo alle aziende di essere più proattive e di ridurre maggiormente i costi. Non è un caso, quindi, che l’AI predittiva stia guadagnando terreno (il 30% delle aziende la sta valutando e il 64% sta sviluppando piani per implementarla) anche a scapito della Generative AI, al momento in uso o in fase di test in oltre la metà delle imprese dell’hospitality e del travel su scala globale. Come già detto, gli ambiti di applicazione dell’intelligenza artificiale sono diversi e fra loro complementari: gli algoritmi predittivi possono infatti analizzare i modelli di prenotazione e identificare transazioni fraudolente in tempo reale oppure prevedere ritardi e gestire le interruzioni riducendo oneri e impatti ambientali.

L’altra faccia della stessa medaglia – come spiega ancora Ornella Urso – è l’affermazione degli assistenti vocali quale interfaccia utente di riferimento. Entro la fine del 2025, infatti, il 65% delle interazioni con gli operatori del travel e le strutture ricettive sarà gestito da chatbot alimentati da intelligenza artificiale, strumenti che copriranno circa la metà degli investimenti in Gen AI. Secondo le rilevazioni di IDC, in particolare, il 91% delle aziende del settore avvierà o pianificherà progetti che prevedono l’utilizzo di assistenti in grado di supportare sistemi di Natural Language Processing, con l’obiettivo dichiarato di migliorare in modo significativo la qualità e l’efficienza del servizio clienti.

L’altra frontiera di applicazione della trasformazione digitale in ambito travel riguarderà il mondo mobile: entro il 2026, più nel dettaglio, il 45% delle applicazioni fruibili da smartphone e tablet per dipendenti e ospiti integrerà elementi di AI intuitiva con il fine di aumentare l’efficienza operativa, la fidelizzazione del personale e la loyalty dei clienti. Man mano che le aziende del settore ospitalità e viaggi abbracciano una strategia digitale e mobile-first – secondo lo scenario previsto dagli analisti – l’adozione di strategie basate sull’AI diventa prioritaria per risolvere le complessità operative e incrementare il livello di flessibilità.

Le aziende, in altri termini, incoraggeranno i viaggiatori a utilizzare più strumenti self-service (con i dispositivi mobili eletti a interfaccia principale di questa interazione), mentre il personale di prima linea sarà dotato di strumenti per accedere in tempo reale ai dati relativi agli ospiti e ad altre informazioni inerenti l’utilizzo dei canali self-service, migliorando gli standard di comunicazione e servizio. Oltre un quarto degli operatori, secondo IDC, ha già stanziato budget per implementare soluzioni dedicate agli agenti umani e ha allocato fondi per acquistare dispositivi mobili destinati all’accesso delle applicazioni per gli ospiti.


Il self-service digitale e le tecnologie AI-driven diventeranno uno standard #TravelTech
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L’AI DENTRO GLI HOTEL

L’AI, questo il pensiero condiviso da molti addetti ai lavori, ha le potenzialità per trasformare radicalmente non solo l’esperienza degli ospiti, ma anche per diventare uno strumento essenziale per l’efficienza operativa e la competitività delle strutture ricettive. Si parla di monitoraggio in tempo reale dei flussi turistici e delle tendenze emergenti per affinare la gestione delle prenotazioni e la vendita di servizi; di algoritmi che elaborano i dati per abilitare sistemi di pricing dinamico delle camere; di assistenti intelligenti il cui compito specifico è quello di migliorare la qualità delle relazioni con i clienti alzando il livello della loro conoscenza. Tutte componenti che puntano a una maggiore personalizzazione dell’esperienza del cliente e (contestualmente) a una maggiore fidelizzazione, un aspetto che potrebbe fare la differenza nei prossimi anni. Il servizio clienti disponibile in modalità 24/7 o l’accessibilità a tariffe e servizi ottimizzati su misura e in modo istantaneo sono solo alcuni dei benefici che l’intelligenza artificiale può portare in dote al mondo dei viaggi, aprendo un’opportunità di sviluppo “nuova” per strutture di accoglienza di ogni dimensione.

Di questo ne è convinto Armando Travaglini, uno dei massimi esperti di hospitality in Italia, nonché fondatore della società di consulenza e formazione specializzata Digital Marketing Turistico. A suo avviso, cresce costantemente la consapevolezza tra albergatori e gestori di hotel dell’importanza di adottare queste innovazioni. E di riflesso, il cambiamento è sempre più rapido e sostanziale: se fino a poco tempo fa l’AI era vista come una tecnologia futuristica, oggi, è una realtà concreta che sta trasformando ogni aspetto dell’operatività alberghiera. Quattro – secondo l’esperto – le macroaree dove si evidenziano più chiaramente gli impatti della tecnologia. La prima è quella del servizio clienti, dove i chatbot intelligenti e gli assistenti virtuali stanno trasformando la comunicazione con gli ospiti, garantendo risposte immediate senza limitazioni di orari e gestendo in completa autonomia le richieste più comuni, assolvendo al compito di fornire risposte standardizzate e a quello (più importante e a maggior valore) di apprendere dalle interazioni precedenti e di personalizzare le risposte in base al contesto e alla storia del cliente.

Un altro ambito di applicazione dell’AI sono le strategie di revenue management: l’AI, infatti, permette di ottimizzare le tariffe in tempo reale basandosi su analisi predittive sempre più precise che nascono dall’analisi di una quantità enorme di dati, dalle prenotazioni storiche alle condizioni meteorologiche, dagli eventi locali alle tendenze di mercato. Un caso concreto di impiego dell’intelligenza artificiale predittiva per alzare la qualità del controllo di gestione di una struttura è Smartpricing, una piattaforma che mette a disposizione un tool gratuito per generare in tempo reale una strategia di pricing “pronta all’uso”, tenendo conto di vari parametri, dal posizionamento sul mercato della struttura stessa alla valutazione delle proprie tariffe fino all’andamento dei prezzi di vendita nella destinazione di competenza. A pilotare il sistema che permette di determinare in ogni momento la tariffa giusta al momento giusto (sono circa tremila fra hotel, B&B, residence e case vacanze che si servono della tecnologia della startup italiana in tutto il mondo), ci pensa un algoritmo proprietario di intelligenza artificiale e machine learning.

La terza area di intervento della tecnologia è la personalizzazione dell’esperienza dell’utente, che si concretizza in sistemi in grado di anticipare le preferenze degli ospiti (elaborando le preferenze precedenti, il comportamento online e persino i social media) e di modulare di conseguenza ogni aspetto del soggiorno. Infine, c’è la componente di operatività, che viene potenziata attraverso sistemi di manutenzione predittiva di impianti e attrezzature e di soluzioni pilotate dagli algoritmi che ne permettono di razionalizzare i consumi energetici.


L’AI trasforma gli hotel! +20% prenotazioni dirette con chatbot smart e -15% sui costi energetici #TravelTech
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DIGITAL-FIRST, PRIVACY- CENTRIC

Alla base delle varie applicazioni dell’AI negli hotel, come del resto in altri contesti dal mondo retail a quello manifatturiero, ci sono i dati e l’uso strategico e intelligente di tutte le informazioni dei viaggiatori che transitano nelle strutture ricettive: preferenze di soggiorno, abitudini di spesa, recensioni postate in Rete. L’AI consente di trasformare i dati in “actionable insights”, ossia in indicazioni pratiche da utilizzare per ottimizzare il servizio e aumentare le entrate.

La rilevanza di questi strumenti per il futuro dell’industria turistica, unitamente all’importanza della governance e della sicurezza dei dati come elementi chiave nel processo di innovazione basato sull’intelligenza artificiale, è riconosciuta anche dalla Commissione Europea. Quest’ultima, infatti, sta investendo nella creazione di “dataspace” settoriali attraverso il progetto Deploytour, avviato lo scorso ottobre. Se, come in altri settori, l’implementazione a scala degli algoritmi di machine learning e dei modelli di AI generativa costituisce un’opportunità, non mancano ovviamente elementi di criticità. La protezione dei dati degli ospiti, per esempio, deve essere una priorità assoluta e parimenti fondamentale è l’integrazione di questi strumenti con i sistemi informativi e gestionali già esistenti in hotel. La formazione del personale è un altro aspetto critico, perché la completa comprensione da parte del personale di una struttura ricettiva delle modalità di utilizzo di queste tecnologie è il primo fondamentale passo per creare progetti di successo e sostenibili dal punto di vista del ritorno sull’investimento.

I vantaggi operativi che gli hotel di diverse dimensioni possono ottenere grazie all’adozione dell’AI sono ormai chiaramente definiti. Un boutique hotel di 30 camere, per esempio, può incrementare del 20% le prenotazioni dirette grazie a un chatbot intelligente installato sul proprio sito web e integrato con il “booking engine”. Grazie ad applicazioni basate su AI, inoltre, i costi energetici possono essere contenuti nell’ordine del 15%. L’AI – come sottolinea ancora Travaglini – non è il futuro dell’hospitality, che resta un business fondamentalmente umano, ma è il presente e deve essere vista come uno strumento per potenziare (e non sostituire) quella capacità di accoglienza che da sempre contraddistingue le strutture di successo. Nei prossimi anni, se la tendenza verrà confermata, assisteremo a un’ulteriore evoluzione dell’intelligenza artificiale nel mondo del travel, e con essa la diffusione di nuove applicazioni e modalità di offerta. La sensazione degli esperti è chiara: le strutture, hotel in testa, che hanno già iniziato il percorso di trasformazione digitale saranno in una posizione privilegiata per cogliere queste opportunità.


L’e-commerce turistico cresce, guidato dal digitale nell’esperienza di prenotazione #TravelTech
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TRAVEL MANAGER PIÙ SMART

C’è un dato dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano che più di altri offre una chiara visione di prospettiva sull’evoluzione dei viaggi di lavoro, mercato che nel 2024 in Italia ha raggiunto i 22 miliardi di euro e che riflette uno scenario in cui il ricorso alle videoconferenze tramite piattaforme digitali (Zoom, Meet, Teams e via dicendo) è ancora sostenuto, sebbene negli ultimi dodici mesi manager e professionisti abbiano ripreso a spostarsi con continuità. Il dato in questione è relativo alla percentuale di travel manager – oggi, stimata al 18% in rapida crescita – che sta già utilizzando strumenti basati sull’intelligenza artificiale per ottimizzare tariffe, prenotazioni e gestione delle spese.

A segnare in modo sostanziale l’andamento dei viaggi business nei mesi e negli anni a venire sarà quindi la tecnologia degli algoritmi, confermando una tendenza evidenziata da un’approfondita analisi condotta da SAP Concur (la divisione della software house tedesca specializzata in soluzioni in cloud per la gestione delle spese aziendali), che ha messo in cima alla lista delle innovazioni più importanti per le attività di rappresentanza proprio l’AI e l’automazione. La trasformazione delle modalità di gestione delle trasferte di lavoro, si legge infatti nel rapporto, sarà radicale e punterà decisamente su una maggiore efficienza, sicurezza e controllo dei dati. Nel 2025, inoltre, le tecnologie digitali saranno utilizzate in maniera più consapevole a supporto delle strategie operative con il duplice obiettivo (per le aziende) di rimanere competitive da una parte e di presidiare i rischi riguardanti la protezione delle informazioni sensibili dall’altra. Più nello specifico, gli esperti di SAP Concour si aspettano una progressiva intensificazione degli investimenti aziendali in strumenti come l’intelligenza artificiale generativa per automatizzare i processi di Transport and environment, cui si affiancherà il consolidamento dei sistemi di sicurezza per contrastare il prevedibile aumento delle minacce informatiche.

Con il ritorno della maggioranza dei dipendenti in ufficio, questo l’assunto finale dello studio, il volume dei viaggi d’affari è destinato a crescere, ma con una maggiore attenzione all’ottimizzazione dei budget. In questo contesto, diventeranno prioritarie le soluzioni in grado di garantire la conformità alle policy aziendali, prevenire errori e frodi, e gestire autonomamente i “rapporti” tramite algoritmi, che sostituiranno i tradizionali report di spesa, evidenziando esclusivamente le anomalie rispetto alle linee guida, riducendo così il lavoro manuale dei travel manager e promettendo audit più rapidi e precisi. Il ruolo dell’intelligenza artificiale diventerà sempre più centrale, con assistenti virtuali capaci di supportare i professionisti (senza sostituirli del tutto) nella gestione delle note spese, nell’approvazione immediata delle fatture e, soprattutto, nell’individuazione delle anomalie.

Del resto, anche l’ultima edizione della ricerca Global Business Travel della stessa SAP Concur aveva confermato come la stragrande maggioranza dei viaggiatori d’affari fosse favorevole all’introduzione degli strumenti di AI a supporto delle proprie attività, sia per la possibilità di ricevere notifiche in tempo reale su eventuali cambi di programma, sia per la richiesta di assistenza per affrontare imprevisti come eventi climatici estremi. Il 2025, insomma, si presenta come l’anno della concreta rivoluzione digitale del travel business e dell’implementazione concreta e sistemica di soluzioni basate su algoritmi. Trovare il delicato equilibrio tra innovazione e sicurezza è la grande sfida che le aziende sono chiamate ad affrontare per aumentare il proprio livello di efficienza per quanto riguarda le attività di rappresentanza. E il punto di partenza per farlo è la presa di consapevolezza che il ricorso a soluzioni avanzate per la gestione delle spese di trasferta è sinonimo di un generalizzato aumento della produttività.

Uno studio condotto da IDC su un campione di clienti di una società tedesca ha evidenziato che l’uso di strumenti digitali dedicati consente di ridurre del 54% il tempo necessario per prenotare un viaggio. Inoltre, i dipendenti sono in grado di completare i loro rapporti di spesa con una velocità superiore del 43% e con tempistiche di rimborso a loro volta dimezzate. L’integrazione di strumenti di Gen AI nei flussi di lavoro in ambito travel management può quindi rappresentare una svolta: il 64% dei manager incaricati di questa funzione su scala globale si è detto favorevole all’uso dell’AI per automatizzare alcune delle loro attività quotidiane, al fine di rendere più efficiente e sicura la gestione dei viaggi aziendali. Sempre secondo le rilevazioni di IDC, questo approccio virtuoso e focalizzato sull’adozione di tecnologie innovative è doppiamente vantaggioso: consente di ridurre sensibilmente (fino al 48%) gli oneri associati ai tempi prenotazione dei viaggi e alla preparazione dei rapporti di spesa per singolo utente aziendale e abilita un aumento della produttività che si riflette in un risparmio di costi (relativi a viaggi e spese accessorie) quantificabile in 715mila euro l’anno.


AI, adozione in crescita: il 30% delle aziende del travel punta su efficienza operativa e personalizzazione
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VIAGGI AEREI E BOOKING ONLINE

Tornando ai possibili esempi dell’integrazione dell’intelligenza artificiale nel mondo del travel, sono molti gli operatori del turismo che stanno lavorando per potenziare con le capacità degli algoritmi le applicazioni mobili destinate agli ospiti e per ampliare di conseguenza le opportunità di upselling e di personalizzazione delle esperienze di viaggio. Allo stesso tempo, sono sempre più frequenti i progetti per dotare i dipendenti di strumenti AI che permettono di gestire e risolvere problemi in tempo reale. United Airlines, per esempio, sfrutta da tempo i dati provenienti dalla propria chat ufficiale per generare automaticamente script per i propri addetti in caso di ritardi o di nuovi annunci sui voli e sta sperimentando l’uso della Gen AI per riassumere rapidamente le informazioni sui voli a beneficio dei team operativi, migliorando l’efficienza complessiva di gestione.

Vueling ha attivato da tempo diversi progetti nel campo dell’intelligenza artificiale e della realtà virtuale per adattare i propri servizi alle nuove esigenze dei clienti, migliorare l’esperienza di viaggio (a terra e in volo) di questi ultimi e snellire e semplificare i processi interni. Le potenzialità dell’AI, per esempio, sono indirizzate alla gestione e alla consultazione dei documenti, trasformando il modo in cui gli addetti della compagnia accedono alle informazioni riservate dell’azienda. Speech Avatar, invece, è una tecnologia che consente agli utenti di interagire con avatar parlanti tramite l’inserimento di testo e di utilizzare bot in ​​tempo reale per rendere le comunicazioni digitali più interessanti e realistiche, migliorando sensibilmente i tempi di risposta. Se la realtà virtuale troverà progressivamente applicazione in molteplici funzioni critiche della compagnia spagnola (come la formazione e la certificazione del personale di cabina, le procedure di imbarco e le routine di manutenzione), il progetto Persona+ è una soluzione innovativa di customer care nel settore del travel, basata sulla tecnologia di intelligenza artificiale GPT-4. Questa piattaforma genera archetipi dinamici che rappresentano in modo accurato i vari profili dei clienti. Grazie a simulazioni di conversazioni con personaggi fittizi, i diversi reparti aziendali possono sperimentare approcci personalizzati, acquisendo una comprensione più profonda dei passeggeri. L’obiettivo è migliorare continuamente il servizio e ottimizzare l’attenzione al cliente, offrendo esperienze più mirate e soddisfacenti.

Le capacità trasformative dell’intelligenza artificiale applicate al settore dei viaggi, infine, trovano concretezza anche nella pianificazione delle vacanze. È quanto promette Bluvacanze.it, il sito di e-commerce del Gruppo Bluvacanze, che ha introdotto circa un anno fa una nuova funzionalità basata sull’AI che utilizza algoritmi avanzati per interpretare le richieste dei consumatori e proporre pacchetti viaggio personalizzati. La “responsabilità” di suggerire la destinazione e il programma più rispondente ai desideri del cliente è affidata a un bot generativo che opera in modo integrato nel customer journey per costruire esperienze di vacanza sulla base di una effettiva interazione con l’utente. Il tool in questione ha inoltre il pregio di essere intuitivo: i viaggiatori possono descrivere in modo semplice il loro viaggio ideale e le esperienze desiderate, e l’intelligenza artificiale, basandosi su queste informazioni, elabora una proposta iniziale. Attraverso un dialogo interattivo, gli utenti possono quindi perfezionare e personalizzare ulteriormente la loro idea di viaggio, adattandola alle proprie esigenze e preferenze.

L’obiettivo, in sostanza, è rendere il processo di pianificazione delle vacanze non solo più efficiente, ma anche più emozionale e coinvolgente, stimolando il piacere di creare in modo personalizzato la propria esperienza di viaggio. Anche Evolution Travel, un altro importante operatore turistico attivo in Italia, ha adottato l’intelligenza artificiale per migliorare l’esperienza di prenotazione dei propri clienti. L’azienda ha sviluppato un motore di prenotazione online alimentato da algoritmi avanzati, che si affianca al lavoro degli agenti di viaggio, creando proposte e itinerari sempre più in sintonia con le esigenze e le aspettative dei clienti. I chatbot, insomma, non vanno a sostituirsi “tout court” all’agenzia di viaggio, in considerazione del margine di fallibilità nel produrre e suggerire informazioni, ma aggiungono le avanzate capacità di elaborazione dell’intelligenza artificiale all’esperienza umana dei consulenti, contribuendo in modo decisivo a ottimizzare i tempi delle ricerche e rendendo (almeno sulla carta) il processo di prenotazione delle vacanze più efficiente, personalizzato e sicuro.

L'articolo Turismo Next-Gen, l’AI ridefinisce viaggi e ospitalità proviene da Data Manager Online.

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