rivistadicembre2025 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 15 Apr 2026 08:17:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistadicembre2025 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 OT e IT, effetto convergenza. Due mondi, un unico rischio https://www.datamanager.it/2026/04/ot-e-it-effetto-convergenza-due-mondi-un-unico-rischio/ Fri, 10 Apr 2026 08:30:36 +0000 https://www.datamanager.it/?p=251797 Le infrastrutture industriali invecchiano e gli attacchi informatici si fanno sempre più sofisticati. Considerare la sicurezza OT come estensione della sicurezza IT rappresenta un errore strategico che equivale a compromettere l’intera catena produttiva Come nascono gli attacchi cyber e come proteggere gli impianti produttivi? La risposta risiede in un aspetto spesso trascurato: definire una strategia […]

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Le infrastrutture industriali invecchiano e gli attacchi informatici si fanno sempre più sofisticati. Considerare la sicurezza OT come estensione della sicurezza IT rappresenta un errore strategico che equivale a compromettere l’intera catena produttiva

Come nascono gli attacchi cyber e come proteggere gli impianti produttivi? La risposta risiede in un aspetto spesso trascurato: definire una strategia per abilitare la sicurezza OT. Per decenni, gli ambienti IT e OT hanno coabitato all’interno delle organizzazioni industriali come domini distinti, affiancati, ma raramente integrati. L’IT orientato alla gestione delle informazioni è stato storicamente governato dai principi della triade CIA (Confidentiality, Integrity, Availability).

Mentre l’OT – composto da PLC, SCADA, DCS, sensori e attuatori – è stato progettato con l’obiettivo primario di garantire l’integrità e la disponibilità, oltre che la continuità operativa dei processi e la sicurezza fisica di persone e di impianti (safety). Tale separazione, sia fisica che logica, ha a lungo rappresentato una forma di protezione involontaria: i sistemi OT, confinati in reti chiuse o air‑gapped, risultavano, di fatto, irraggiungibili da attaccanti remoti, dando origine a un modello industriale “binario” tra rete di fabbrica e rete aziendale. L’evoluzione tecnologica e la digitalizzazione dei processi industriali hanno progressivamente eroso tale separazione, rendendola non solo inefficace dal punto di vista della sicurezza, ma anche incompatibile con le esigenze operative e di business delle organizzazioni moderne.

VISIONE RISK-DRIVEN

L’avvento dell’Industria 4.0 ha definitivamente superato il tradizionale modello “binario” che separava il mondo IT e OT, dando origine a una convergenza ormai irreversibile. I moderni dispositivi OT/IIoT, progettati per operare con prodotti industriali, quasi sempre incapsulati su reti Ethernet e protocolli TCP/IP, risultano sempre più integrati con le infrastrutture IT e con piattaforme cloud, abilitando funzionalità avanzate di analytics, monitoraggio remoto, ottimizzazione dei processi e manutenzione predittiva.

La conseguenza più rilevante di tale trasformazione è la progressiva scomparsa dell’air-gap, che in passato proteggeva gli ambienti OT. Oggi, al suo posto, si sono affermate connessioni permanenti, accessi remoti, connessioni VPN personalizzate dai fornitori, gateway IoT e forme di shadow IT industriale che sfuggono alla piena visibilità dei team di cybersecurity e, quindi, alle relative policy cyber OT. Di fatto, il perimetro industriale non è più definito da confini statici, ma da una rete di interdipendenze digitali che amplifica il valore operativo, aumentando al contempo l’esposizione al rischio cyber.

Le vulnerabilità che prima minacciavano solo server e database aziendali diventano ora potenziali vettori di attacco verso sistemi di controllo industriale. Di fatto – come sottolinea Gaetano Sanacore, direttore scientifico dell’Osservatorio per la Cyber-Resilienza e l’AI delle Infrastrutture Energetiche – START4.0, il rischio di una convergenza di comodo o non molto accorta espone l’azienda e l’industria al rischio di “ITizzazione” dell’OT. «Questo effetto introduce nuove vulnerabilità nei sistemi industriali, spesso originate da “servizi IT” che entrano nei processi produttivi. Pertanto, per evitare tutto questo si richiede la gestione di un delicato equilibrio tra sicurezza, continuità operativa e aggiornamento tecnologico».

E aggiunge: «Per esempio, un ransomware che penetra nella rete IT di uno stabilimento produttivo sfruttando vulnerabilità o exploit zero-day può propagarsi verticalmente verso gli ICS/PLC di linea, causando il blocco della produzione. Mentre un attacco verso un sistema SCADA di distribuzione idrica può compromettere la qualità dell’acqua distribuita a milioni di persone. Inoltre, un attacco verso la rete di produzione e/o distribuzione elettrica può causare blackout su scala regionale o nazionale».

LA TRIADE DELLA SICUREZZA OT

Per comprendere perché gli ambienti OT siano intrinsecamente più complessi da proteggere, rispetto ai sistemi IT tradizionali, è necessario partire dalle loro priorità fondamentali.

La sicurezza OT si fonda sulla triade safety, reliability e availability, che riflette la natura fisica e operativa dei processi industriali. A differenza dell’IT – dove la riservatezza delle informazioni rappresenta la priorità principale – negli ambienti OT la continuità e l’affidabilità del processo sono condizioni essenziali per garantire la sicurezza di persone, impianti e ambiente.

In questo contesto, anche un’interruzione pianificata, come l’applicazione di una patch di sicurezza, può avere conseguenze rilevanti. L’arresto o il comportamento imprevedibile di un sistema OT può causare incidenti industriali, danni fisici che possono causare incidenti mortali, perdite economiche significative o l’interruzione di servizi essenziali. Per questo motivo, ogni intervento di sicurezza deve essere valutato, non solo in termini di protezione cyber, ma anche di impatto sulla stabilità e sull’affidabilità complessiva del processo. Ulteriori fattori di complessità sono riconducibili da un lato all’eterogeneità dei protocolli industriali –  spesso di natura proprietaria e storicamente non progettati secondo principi di security by design – e dall’altro alle peculiarità del ciclo di vita dei sistemi OT, significativamente diverso da quello dei sistemi IT.

Tali sistemi possono rimanere in esercizio per decenni senza beneficiare di aggiornamenti o patch di sicurezza. A tal proposito, Francesco Lucio Corrado, head of Cybersecurity Italy di Ferrero ribadisce che proteggere gli ambienti OT non è soltanto una questione tecnica, ma una sfida strutturale, resa più complessa da un’eredità industriale che oggi collide con le ambizioni della trasformazione digitale.

«Molti sistemi su cui poggiano gli impianti sono nati in un’epoca analogica, progettati per durare decenni e non per dialogare con piattaforme intelligenti, cloud o ecosistemi Industry 4.0. La loro longevità, un tempo punto di forza, oggi diventa un limite: aggiornare o sostituire queste tecnologie richiede investimenti impegnativi, fermi di produzione difficili da giustificare e, in alcuni settori, anche iter regolamentari lunghi e complessi. Ne consegue che l’obsolescenza tecnologica non è un incidente di percorso, ma un fattore di rischio strutturale destinato a persistere nel tempo. Inoltre, in un contesto in cui gli impianti diventano sempre più digitali e interconnessi, si è necessariamente chiamati a fare scelte strategiche: investire nella modernizzazione graduale degli asset, definire una governance chiara e unitaria, e soprattutto, promuovere una cultura che riconosca la sicurezza OT come un elemento chiave della continuità produttiva e della competitività futura».

NUOVE SUPERFICI DI ATTACCO

Nel contesto della convergenza IT/OT, le HMI (Human Machine Interface) rappresentano uno dei punti di contatto più critici tra il mondo industriale e quello informatico. Basate tipicamente su sistemi Windows e dotate di connettività di rete, esse risultano spesso collegate sia alla rete OT sia alla rete IT aziendale, configurandosi come un ponte naturale tra i due domini e come un vettore privilegiato per il lateral movement di un attaccante. A questa superficie di attacco si aggiungono i sistemi SCADA, che raccolgono dati da sensori distribuiti geograficamente e li rendono disponibili tramite server centrali, interfacce web e applicazioni mobili. Ogni nodo di questo ecosistema distribuito costituisce, di conseguenza, un potenziale punto di ingresso o di propagazione di una compromissione.

La sfida più sottovalutata nella gestione della cybersecurity in ambienti IT/OT convergenti non è tecnologica, bensì culturale e organizzativa. Ma vediamo di che si tratta. I team IT e i team OT hanno background, formazione e priorità profondamente diverse. Per esempio, un CISO, tipicamente, ha un background IT e fatica a comprendere le logiche operative di un impianto industriale. Dall’altra parte, gli ingegneri di processo e i responsabili di automazione guardano con diffidenza alle politiche di sicurezza IT, che potrebbero interferire con la continuità operativa.

Inoltre, tale diversità si manifesta concretamente nelle strutture organizzative: i team IT e OT rispondono spesso a linee gerarchiche separate (CIO vs. COO o direttore di produzione), hanno budget distinti, usano strumenti diversi e adottano metodologie di gestione del rischio non allineate. Il risultato è una zona grigia di responsabilità – il perimetro tra IT e OT – che nessuno presidia in modo coerente e professionale. Come sottolinea Gaetano Sanacore, manca ancora una reale sensibilità verso l’introduzione di un CISO OT accanto al CISO IT. «Una scelta organizzativa già diffusa in molte aziende europee e internazionali».

VISIBILITÀ DEGLI ASSET

La gestione degli asset OT risulta spesso disomogenea e priva di un inventario centralizzato e aggiornato. Gli impianti industriali, a differenza degli ambienti IT, non tollerano tecniche di active discovery, rendendo necessario l’utilizzo esclusivo di approcci passivi per il rilevamento degli asset e il monitoraggio del traffico di rete. Inoltre, l’analisi non intrusiva dei flussi di comunicazione industriale consente di preservare la stabilità operativa, ma rende i processi di asset inventory e asset visibility intrinsecamente più complessi e soggetti a lacune informative. L’assenza di un inventario OT completo e accurato limita la capacità di gestire le vulnerabilità, ostacola una valutazione del rischio affidabile e aumenta significativamente la complessità delle attività di incident response. Le organizzazioni colpite da attacchi in ambito OT evidenziano, infatti, come la scarsa visibilità sugli asset e sulle interconnessioni abbia amplificato tempi di risposta e impatti operativi.

«Senza un inventario accurato, ottenibile unicamente con tecniche passive – spiega Francesco Lucio Corrado di Ferrero – ogni decisione di sicurezza diventa un esercizio di approssimazione. Non sapere dove sono gli asset, come comunicano e da chi dipendono, significa accettare un rischio operativo che nessuna organizzazione moderna dovrebbe considerare tollerabile».

DIFFERENZE STRUTTURALI

La gestione delle vulnerabilità in ambienti OT presenta differenze strutturali rispetto all’IT e non consente tempi di mitigazione rapidi. A tal proposito, Francesco Lucio Corrado evidenzia che la gestione delle vulnerabilità in ambienti OT non può contare sulla velocità, ma richiede compatibilità, test, finestre di fermo e approcci graduali. «Ciò rende inevitabile un’esposizione prolungata che solo una visione risk-driven può mitigare, combinando segmentazione, controllo degli accessi e monitoraggio continuo. Di fatto, in ambienti OT non vince chi esegue il patching prima, ma chi conosce davvero il proprio perimetro e sa dove intervenire senza compromettere la produzione».

L’applicazione di una patch richiede il rilascio di aggiornamenti esplicitamente compatibili da parte del fornitore, la validazione in ambienti di test e l’implementazione all’interno di finestre di manutenzione pianificate, spesso coincidenti con i fermi produttivi. Ne consegue che le vulnerabilità possono rimanere esposte per periodi prolungati. Inoltre, la gestione delle vulnerabilità OT deve tenere conto dei vincoli operativi e di processo, integrando la valutazione della severità con considerazioni su impatto, tempistiche e fattibilità degli interventi, al fine di ridurre il rischio senza compromettere la continuità operativa.

Pertanto, le organizzazioni, alla luce di tali vincoli operativi, devono adottare un approccio risk-based alla gestione delle vulnerabilità OT, fondato sulla prioritizzazione in base all’effettiva esposizione, all’impatto potenziale sul processo industriale e sulla disponibilità di misure compensative, quali: segmentazione di rete, controllo degli accessi e monitoraggio passivo del traffico.

La complessità della supply chain industriale amplifica ulteriormente il rischio sistemico. I sistemi OT dipendono da fornitori specializzati, come integratori di automazione, produttori di PLC, fornitori di software SCADA, che hanno accesso remoto agli impianti per attività di manutenzione, aggiornamento e supporto. Tale accesso, se non adeguatamente controllato, rappresenta un vettore di attacco privilegiato: un attaccante che compromette un fornitore ottiene, potenzialmente, accesso privilegiato a decine o centinaia di impianti dei clienti che può tradursi nella manipolazione diretta di processi fisici.

IMPATTO CYBER-FISICO

La caratteristica più distintiva del rischio cyber in ambienti OT è la possibilità che un attacco informatico si traduca in un incidente fisico con conseguenze per la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Purtroppo, i Safety Instrumented Systems (SIS) – sistemi di emergenza progettati per mantenere la sicurezza dell’impianto in caso di anomalia – sono diventati bersaglio di attacchi mirati.

Inoltre, la convergenza tra cybersecurity e safety ridefinisce il quadro del rischio: la protezione dei sistemi di controllo industriale diventa una responsabilità di sicurezza pubblica. Tale consapevolezza ha indotto i legislatori europei a introdurre normative vincolanti per le infrastrutture critiche ed essenziali come NIS2 e CER (Critical Entities Resilience). Mentre la NIS2 si concentra sui rischi cyber, la CER adotta una prospettiva che include minacce fisiche (atti terroristici, disastri naturali, incidenti industriali) e richiede alle organizzazioni di garantire la resilienza complessiva dei loro servizi essenziali.

In questo quadro si inserisce anche lo standard IEC 62443, che fornisce un framework ben strutturato di politiche, processi e requisiti tecnici per la cybersecurity dei sistemi di controllo e automazione industriale.

LA CHECKLIST PER IL CISO

La gestione del rischio cyber negli ambienti IT/OT richiede una governance integrata, visibilità completa degli asset e una segmentazione efficace delle reti. Fondamentali anche il controllo degli accessi privilegiati, un vulnerability management basato sul rischio, il monitoraggio continuo delle minacce, piani di incident response specifici per l’OT e una gestione strutturata della sicurezza della supply chain. Il tutto supportato da KPI in grado di misurare nel tempo l’efficacia delle strategie di sicurezza.

Partiamo dalla governance che deve essere chiara e integrata, capace di superare i tradizionali silos organizzativi e presidiare esplicitamente l’interfaccia tra i due domini. Inoltre, un modello maturo prevede un CISO (IT), affiancato da un OT security manager (o CISO OT) con background industriale, in grado di fungere da elemento di raccordo tra esigenze operative e requisiti di sicurezza.

Il coinvolgimento diretto del board e del top management è essenziale non solo come risposta a un obbligo normativo introdotto dalla NIS2, ma come condizione necessaria per governare decisioni di investimento che comportano delicati trade‑off tra sicurezza e continuità operativa. In questo contesto, la definizione esplicita della matrice RACI (Responsible, Accountable, Consulted, Informed) per la sicurezza OT è fondamentale per eliminare le zone grigie di responsabilità che rappresentano uno dei principali fattori abilitanti degli incidenti.

Passiamo all’asset inventory e alla network visibility. Un inventario completo e aggiornato degli asset OT è alla base di qualsiasi programma di sicurezza efficace e richiede l’adozione di strumenti di asset discovery passivi specificamente progettati per ambienti OT e capaci di comprendere i protocolli industriali e di mappare la rete senza inviare traffico che potrebbe destabilizzare i sistemi di controllo.

Inoltre, l’inventario deve includere, non solo l’elenco dei dispositivi, ma le loro caratteristiche rilevanti per la sicurezza: versione del firmware, sistema operativo, vulnerabilità note (Common Vulnerabilities and Exposures – CVE), relazioni di comunicazione con altri asset, valore per il processo produttivo, responsabile tecnico. Ancora, tale inventario deve essere mantenuto aggiornato e integrato con i processi di change management OT, in modo che ogni modifica all’impianto si rifletta tempestivamente nel database degli asset.

L’altro passaggio importante riguarda la segmentazione e la micro-segmentazione. Un’architettura di rete allineata al Purdue Model, basata su una chiara separazione delle zone funzionali e su una Industrial DMZ (DMZ-OT) ben progettata, è tra le misure più efficaci per contenere il rischio cyber negli ambienti OT. La segmentazione di rete limita, infatti, il lateral movement degli attaccanti, circoscrivendo l’impatto di una compromissione, oltre a ridurre significativamente la capacità di propagazione verso altri sistemi di controllo. Nei contesti in cui la micro‑segmentazione tradizionale risulta difficilmente applicabile per vincoli tecnici, legacy oppure operativi – l’impiego di data diode o gateway unidirezionali costituisce una soluzione particolarmente robusta per la protezione dei flussi informativi critici, garantendo l’isolamento logico delle reti OT, oltre a prevenire le minacce provenienti dai domini IT o da reti esterne.

La gestione degli accessi privilegiati (Privileged access management – PAM) in ambienti OT (o anche Industrial Secure Remote Access – ISRA) rappresenta una priorità critica. Gli account con privilegi elevati sui sistemi OT – quali PLC, SCADA e HMI – devono essere governati secondo le stesse discipline applicate in ambito IT, in pratica: credenziali uniche e robuste, rotazione periodica, autenticazione multi‑fattore ove supportata e tracciamento completo delle sessioni privilegiate.

Inoltre, per gli accessi remoti di fornitori e di manutentori è essenziale adottare soluzioni di Secure remote access (SRA), specificamente progettate per contesti industriali e basate su MFA, canali cifrati, registrazione delle sessioni, accessi just‑in‑time e controlli granulari che limitino l’operatività del fornitore al solo sottosistema di competenza.

Nei contesti OT, i processi di patch management e vulnerability management non possono seguire le stesse tempistiche e modalità tipiche dell’IT, ma richiedono un approccio basato sul rischio. La prioritizzazione delle vulnerabilità non deve basarsi esclusivamente sulla severità tecnica (per esempio, CVSS – Common Vulnerability Scoring System), bensì considerare anche l’effettiva esposizione del sistema, la disponibilità e validazione delle patch da parte del fornitore e la presenza di misure compensative già in atto. Inoltre, le vulnerabilità non risolvibili nel breve periodo tramite patch devono essere mitigate mediante controlli compensativi, opportunamente documentati, implementati e verificati nel tempo.

In parallelo, è fondamentale strutturare un processo di comunicazione continuo con i fornitori dei sistemi OT, monitorando i security advisory dei produttori, oltre a partecipare a iniziative di information sharing come ICS‑CERT e gli ISAC di settore, che forniscono intelligence tempestiva e contestualizzata su vulnerabilità e minacce specifiche per i sistemi di controllo industriale.

Il monitoraggio continuo del traffico di rete OT rappresenta una delle best practice più efficaci per la rilevazione tempestiva di minacce e anomalie. Di fatto, le piattaforme di OT Security Monitoring, basate su analisi passive, consentono di costruire una baseline del comportamento normale della rete e di individuare deviazioni indicative di intrusioni o malfunzionamenti. Affinché tale monitoraggio sia efficace, il Security Operations Center (SOC) deve essere esteso o affiancato da un team con competenze OT (SOC-OT) specifiche. Gli alert generati in ambito industriale richiedono, infatti, analisti in grado di comprendere protocolli e processi produttivi, per distinguere correttamente eventi reali da falsi positivi ed evitare impatti operativi indesiderati. In questo contesto, un modello ibrido – per esempio un SOC IT e un SOC OT convergenti nel livello 1 del servizio con un team OT dedicato o il supporto di MSSP specializzati in sicurezza OT – rappresenta spesso la soluzione più sostenibile per organizzazioni di grandi o anche medie dimensioni. Il piano di risposta agli incidenti (Incident Response Plan – IRP) deve essere specificamente adattato agli ambienti OT, che presentano dinamiche profondamente diverse rispetto all’IT.

In ambito industriale, azioni standard come l’isolamento immediato di un sistema compromesso possono non essere praticabili o risultare più pericolose dell’incidente stesso, poiché l’interruzione di un PLC o di un sistema di controllo critico può generare impatti fisici sull’impianto e sul processo.

Pertanto, l’IRP OT deve definire chiaramente procedure di escalation, criteri decisionali, ruoli e responsabilità, includendo il personale di processo, nonché strategie di recovery coerenti con le specificità dei sistemi di controllo. Inoltre, l’esecuzione periodica di esercitazioni table-top basate su scenari OT realistici è fondamentale per validare l’efficacia del piano e la maturità dell’organizzazione prima di un incidente reale.

E siamo arrivati alla supply chain security. La sicurezza della catena di fornitura OT deve essere affrontata con un approccio strutturato che copra l’intero ciclo di vita del prodotto e del servizio. Inoltre, i fornitori di sistemi di controllo e di servizi di manutenzione devono essere valutati, non solo per le capacità tecniche, ma anche per il livello di maturità in ambito cybersecurity (includendo la conformità a normative come NIS2 e CRA), l’adozione di certificazioni (IEC 62443, ISO 27001), processi di secure development lifecycle, policy di patch management e supporto alla sicurezza dei prodotti OT.

In parallelo, i contratti devono includere clausole di sicurezza specifiche, come i requisiti per gli accessi remoti, gli obblighi di notifica degli incidenti, gli impegni di supporto durante il ciclo di vita e diritti di audit. Mentre l’adozione di un framework di Software Bill of Materials (SBOM) consente di identificare tempestivamente i sistemi esposti in caso di vulnerabilità in componenti software comuni.

La definizione e l’adozione di KPI specifici per la cybersecurity OT sono essenziali per misurare in modo oggettivo il livello di maturità del programma di sicurezza, monitorarne l’evoluzione nel tempo e rendere tangibile al management il ritorno degli investimenti effettuati.

In un contesto normativo, come quello introdotto dalla NIS2, che attribuisce responsabilità dirette al top management nella gestione del rischio cyber, i KPI rappresentano il principale punto di raccordo tra controllo operativo, governance e accountability decisionale. Tra gli indicatori più rilevanti rientrano: la copertura dell’inventario degli asset OT; lo stato di gestione delle vulnerabilità critiche; il MTTR degli incidenti OT; il numero di tentativi di accesso remoto non autorizzato; il livello di copertura del monitoraggio; lo stato di conformità a normative e standard applicabili, quali NIS2, CER e IEC 62443.

Inoltre, tali KPI devono essere oggetto di reporting periodico verso il board e il top management, integrati nel framework di enterprise risk management e utilizzati come strumento di supporto alla pianificazione strategica e alla prioritizzazione degli investimenti in sicurezza OT.

SICUREZZA INTEGRATA

La convergenza IT/OT rappresenta un processo strutturale e irreversibile che ridefinisce il perimetro della cybersecurity industriale. I sistemi di controllo che governano infrastrutture essenziali e servizi critici non possono più essere considerati domini isolati, ma componenti integrate di ecosistemi digitali interconnessi, esposti a minacce cyber con potenziali impatti fisici su persone, ambiente e continuità operativa.

Tale evoluzione è stata formalmente riconosciuta dal legislatore europeo attraverso il quadro normativo introdotto da NIS2 e da CER, che ha trasformato la cybersecurity delle infrastrutture critiche da iniziativa volontaria a obbligo regolamentare, attribuendo responsabilità dirette al management. Ne consegue che la sicurezza OT non deve essere interpretata come un mero adempimento, ma come un’opportunità strategica per rafforzare la resilienza complessiva delle organizzazioni.

Inoltre, i framework di riferimento come lo standard IEC 62443 e il Purdue Model forniscono un linguaggio comune e un approccio metodologico solido per progettare architetture OT sicure, riducendo l’ambiguità decisionale e allineando le diverse funzioni coinvolte.

Ancora, le best practice illustrate non costituiscono un insieme prescrittivo, ma principi adattabili al contesto operativo, al livello di maturità e al profilo di rischio specifico di ciascuna organizzazione. La sicurezza OT non è quindi un obiettivo statico, bensì un percorso evolutivo: dalla consapevolezza del rischio alla maturità dei processi e delle competenze, fino alla resilienza operativa.

IT e OT non sono più due mondi separati, ma convergono in un unico ecosistema digitale, esposto a un unico rischio sistemico, la cui gestione consapevole e strutturata rappresenta una responsabilità imprescindibile per il presente e il futuro dei sistemi industriali.


Westcon – OT e IT: sicurezza unificata

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L’evoluzione del business attraverso la lente dell’innovazione https://www.datamanager.it/2025/12/levoluzione-del-business-attraverso-la-lente-dellinnovazione/ Wed, 17 Dec 2025 12:37:06 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249859 Crescita lenta, investimenti record, tensioni globali: l’economia dell’innovazione entra in una nuova fase di discontinuità tecnologica e strategica. Il business deve imparare a leggere ciò che ancora non è visibile Se un circuito superconduttivo, grande quanto una moneta, può comportarsi come una singola particella quantistica e mantenere gli effetti a livello macroscopico, allora tutto è […]

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Crescita lenta, investimenti record, tensioni globali: l’economia dell’innovazione entra in una nuova fase di discontinuità tecnologica e strategica. Il business deve imparare a leggere ciò che ancora non è visibile

Se un circuito superconduttivo, grande quanto una moneta, può comportarsi come una singola particella quantistica e mantenere gli effetti a livello macroscopico, allora tutto è possibile. Nel centenario della meccanica quantistica, il Premio Nobel per la Fisica è stato assegnato al trio Clarke, Devoret e Martins, per l’esperimento che ha portato il tunnel quantistico fuori dal dominio degli atomi, rendendo visibili i suoi effetti anche sul banco di un laboratorio di elettronica. Nel 1975 Gordon Moore formulava la previsione secondo cui il numero di transistor nei chip sarebbe raddoppiato ogni due anni. Oggi, invece, siamo noi a dover raddoppiare il nostro sguardo strategico, non più ogni due anni, ma ogni giorno.

L’evoluzione del business attraverso la lente dell’innovazione suggerisce un approccio che non si limita a osservare la realtà così com’è. L’innovazione diventa una lente per esplorare il cambiamento cogliendo anche quello che normalmente sfugge a occhio nudo. Ma la potenza di fuoco può distorcere la realtà: l’innovazione è un percorso che richiede capacità di orientarsi anche nell’incertezza. Il mercato digitale mostra segnali di crescita in quasi tutti i settori, ma a velocità diverse. In testa ci sono sanità, PA e banche. Seguono utility, telco e media. A seconda di chi li misura, i macroindicatori del mercato ICT italiano sono buoni: cloud, intelligenza artificiale, sicurezza e dati trainano gli investimenti. Sul lungo periodo, il quantum computing rappresenta un’area di forte innovazione. Il 2025 è sicuramente un anno di svolta per la spinta sistemica sull’AI e per i movimenti tellurici che stanno ridisegnando gli equilibri del mondo. I mercati sono buoni predittori, ma se le imprese sono avverse al rischio, i mercati tendono a sottostimarlo. Partendo dai dati Istat, OCSE e Fondo Monetario Internazionale, le stime per il 2025 del PIL italiano sono state riviste dallo 0,7% allo 0,5%. Non è una buona notizia. Se consideriamo che questo 0,5% rappresenta investimenti da PNRR, le previsioni di crescita sono a zero. Secondo il decimo Rapporto ASviS 2025 siamo su un sentiero di sviluppo insostenibile.

Il mondo ICT si prepara a dodici mesi in salita. Il mercato dei semiconduttori è sotto pressione. Il quadro competitivo dell’hardware AI ruota intorno a tre leve principali: il costo dei chip, i massicci investimenti in infrastrutture e la pressione esercitata dai modelli open source sui margini dei fornitori di GPU. La domanda legata all’AI e al cloud resta però un traino di lungo periodo, ma l’eccesso di finanziarizzazione del mercato ICT rappresenta un rischio. I fornitori cloud devono affrontare margini più sottili: energia e materie prime più care aumentano i costi dei data center. Le aziende clienti devono fare i conti con budget IT ridotti ma chiedono più efficienza. Ne emerge una spinta verso soluzioni multicloud e infrastrutture locali, in nome della resilienza e della sovranità digitale.

Progettare prima di trasformare

L’AI rimane il cuore degli investimenti tecnologici globali, alimentati da governi e big tech. Dalla digital transformation stiamo passando all’agentic transformation. Sotto il cofano, modelli linguistici e accesso in tempo reale tramite infrastrutture di AI distribuita. Saremo “raccomandati” dagli agenti e sarà più difficile capire perché un agente ha scelto un contenuto rispetto a un altro. Nella nuova dialettica tra capitale e lavoro, l’AI si appropria dei mezzi di produzione cognitiva: dati, modelli, infrastrutture. Il lavoro perde potere contrattuale nelle attività ripetitive e guadagna valore in competenze di supervisione.

Tuttavia, un guadagno di performance non è sempre un guadagno di affidabilità. Senza questa consapevolezza si rischia di scambiare per comprensione ciò che è soltanto riflesso statistico dei dati di addestramento. Negli ultimi mesi, molte imprese hanno accelerato l’introduzione dell’AI nei propri sistemi aziendali. La vera innovazione non sta nell’adottare l’intelligenza artificiale prima degli altri, ma nel fermarsi a progettare prima di trasformare. La tecnologia non è mai neutra: costruisce ambienti, plasma contesti di vita, modifica in profondità le relazioni tra individui, imprese, società e natura. Abbiamo imparato linguaggi diversi per comunicare con le macchine: oggi, le macchine parlano il nostro linguaggio: chi impara? Se gli agenti AI fanno il lavoro, i manager restano a prendersi la colpa. Il linguaggio è il sistema per leggere e pensare la realtà: non è solo questione di parole o codice.

Stiamo attenti quando diciamo che l’AI è solo uno strumento. La cybersecurity è anticiclica per definizione e sopravanza gli scenari bellici. La superficie di attacco si allarga, spingendo ad aumentare budget per la difesa, la compliance e la formazione delle persone. L’approccio “zero trust” sta diventando uno standard di fatto, dentro e fuori le aziende. La cybersecurity si trasforma da voce passiva nei bilanci IT a linea di investimento strategico direttamente sotto la supervisione del board: un singolo fornitore IT può fermare un intero paese. Il dato più preoccupante? Non l’importo del riscatto o del danno, ma la dipendenza.

L’Europa tra consolidamento e vulnerabilità

Anche la geografia delle fusioni e acquisizioni reagisce al cambiamento. Negli ultimi nove anni, le operazioni di operazioni di M&A nel settore tecnologico italiano sono aumentate del 92%. Il boom di attività è conseguenza delle strategie di consolidamento dei player lato software e servizi. L’Italia ha visto una crescita marcata dei deal su IT, media e telecomunicazioni, con forte impulso da parte del private equity: una crescita clamorosa, che però racconta solo metà della storia. Questo significa che le aziende italiane sono più “a buon mercato”, per i fondi di private equity, multipli bassi si traducono nella possibilità di comprare a poco e rivendere a molto. Manca un “campione” pure tech, e questo rende l’Italia e l’Europa vulnerabili. Rischiamo di disarticolare il concetto di indipendenza da quello di conoscenza. Con un mercato di 450 milioni di consumatori, l’Europa non può diventare periferia: la vera rivoluzione parte da qui. Se l’Italia non può competere con i giganti allora bisogna coltivare oggi il terreno della competizione futura. Abbiamo bisogno di costruire campioni europei lungo due direzioni: la prima è quella dello sviluppo del mercato interno, la seconda è quella tecnologica.

Nessun Paese europeo, da solo, può sostenere la scala industriale che oggi serve per restare competitivo. La capacità di costruire tecnologie strategiche – dalla difesa alla ricerca avanzata, dall’energia alle reti, fino alle infrastrutture per le tecnologie dirompenti – richiede capitali, talenti e filiere che nessun singolo stato possiede. L’Europa però ha un vantaggio unico: può mettere in comune risorse, know-how e capacità produttive. Solo così può sviluppare la massa critica necessaria per restare un attore tecnologico e industriale rilevante nel nuovo ordine globale. L’Italia è l’unico paese UE dove gli incentivi hanno privilegiato macchinari e hardware rispetto ai software gestionali: un paradosso in un’economia data-driven. La lente dell’innovazione deve aiutare a vedere attraverso la nebbia della retorica. Ma occorre anche la speranza nel cambiamento e la fiducia nelle capacità di attuarlo. La frammentazione spezza le supply chain globali, mentre la potenza muscolare e ibrida diventa metodo che influenza anche i rapporti di forza tra imprese, clienti e partner. Il successo non è dominio sul nemico o sul competitor di riferimento, ma capacità di collaborare: una risposta che deve partire anche dalle aziende, dai manager che guidano la trasformazione.

Costruire il cambiamento senza subirlo

Il dibattito è polarizzato sull’AI in tutte le sue declinazioni. La spinta è così forte che dovremmo farci i conti comunque. Dietro i dati c’è una verità che non può essere ridotta alla somma algebrica di energia, materia e informazione. Oggi possiamo scrivere linee di codice, fare una sintesi di un report di 1800 pagine come la legge quadro italiana sull’AI, ma dobbiamo stare attenti alle trappole e alle scorciatoie. L’intelligenza artificiale è disegnata da esseri umani, controllata da esseri umani e le conseguenze positive o negative saranno sempre, comunque e soltanto umane.

Ogni algoritmo, ogni dashboard, ogni profilo digitale restituisce solo una frazione della complessità. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il momento in cui iniziamo a credere che quella frazione sia tutto ciò che serve. Accade negli ospedali, quando i medici guardano più agli schermi che ai pazienti. Nelle aziende, quando riduciamo le persone ai loro KPI. Nelle relazioni, quando sostituiamo la verità umana con metriche e analytics. La capacità di agire nell’incertezza senza dati, in ambienti non adatti, non è un bug ma una feature. Con l’aiuto dell’AI agentica potremo esprimere la parte migliore di noi stessi come giornalisti, manager e imprenditori. Dati, capacità computazionale, materie prime, energia, lavoro e demografia definiscono rapporti di forza e di potere. La tecnologia disarticola questi rapporti, azzera il concetto di massa e senza masse non c’è avanguardia ma un loop continuo.

Davanti si apre un bivio: da una parte c’è una specie di nuovo feudalesimo tecnocratico con prìncipi, vassalli, valvassini e valvassori. Dall’altra una nuova età dei Comuni. I mali del mondo non vengono dall’intelligenza artificiale. Siamo stati bravissimi da soli a cancellare 70 anni di multilateralismo. La velocità non è un valore assoluto. L’infallibilità non significa progresso. L’incertezza ci spinge a non dare tutto per scontato e a metterci in discussione. Anche il caos è un ambiente operativo. Mentre la politica per decidere guarda all’economia e l’economia corre dietro alla tecnologia, serve rimuovere le barriere inutili e trovare un accordo su come finanziare i giganteschi investimenti tecnologici che ci aspettano. Questa è la nostra più grande opportunità: costruire il cambiamento senza subirlo.

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Dario Pagani, l’energia dei dati https://www.datamanager.it/2025/12/dario-pagani-lenergia-dei-dati/ Wed, 17 Dec 2025 12:36:18 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249840 Innovazione data-driven e approccio human-centric. La forza di intuire nuovi percorsi e il coraggio di intraprenderli. Il futuro è di chi sa immaginarlo La decima edizione di WeChangeIT Forum si apre con un riconoscimento speciale: il premio “Manager dei Dati”, che celebra non solo la competenza tecnica nella gestione dei dati, ma la visione strategica […]

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Innovazione data-driven e approccio human-centric. La forza di intuire nuovi percorsi e il coraggio di intraprenderli. Il futuro è di chi sa immaginarlo

La decima edizione di WeChangeIT Forum si apre con un riconoscimento speciale: il premio “Manager dei Dati”, che celebra non solo la competenza tecnica nella gestione dei dati, ma la visione strategica di chi sa trasformarli in valore e cambiamento. Alla vigilia dei 120 anni dalla nascita di Enrico Mattei – simbolo dell’Italia che ha il coraggio di innovare senza subire l’innovazione – il Premio Manager dei Dati 2025 viene conferito a Dario Pagani, responsabile Digital & Information Technology di Eni e CEO di Eniquantic, per la sua capacità di interpretare e guidare la trasformazione digitale come leva strategica e culturale.

Pagani connette mondi spesso distanti – IT e business, governance e tecnologia, persone e processi – costruendo un modello in cui il dato diventa un asset competitivo e un fattore abilitante di trasformazione. Eniquantic, nata lo scorso anno per sviluppare una macchina quantistica integrata, hardware e software, potrà beneficiare della capacità computazionale dei supercalcolatori HPC (High Performance Computing) di Eni, sia per approfondire le possibili integrazioni tra le architetture quantistiche e quelle classiche, sia per sperimentare l’efficacia di algoritmi che simulano i principi della computazione quantistica su casi d’uso in ambito energetico di diretto interesse di Eni.

Pagani introduce una prospettiva di sviluppo di lungo periodo che integra infrastruttura tecnologica e capacità di guardare al futuro con fiducia, responsabilità e crescita sostenibile. «Un modello che non solo valorizza il capitale intellettuale di Eni, ma apre nuove opportunità nei settori più digital-intensive, puntando su casi d’uso a massimo impatto per il mondo dell’energia». Dai Big Data ai Good Data: l’intelligenza artificiale smaschera l’illusione dell’abbondanza e sposta l’attenione sulla qualità, la struttura e la governance dei dati. Nella visione di Dario Pagani, l’intelligenza artificiale è una «lente» che ci obbliga a cambiare prospettiva. «Le nuove tecnologie ci mostrano che le conoscenze, apparentemente molto ricche, possono rivelarsi limitate se non si basano su dati solidi e strutturati».

Il paradosso che frena l’innovazione

Equilibrio e approccio “tecnopratico” sono la sintesi distintiva del suo stile di leadership, che unisce prospettiva e capacità di ascolto. «Occorre la capacità di vedere oltre, dove gli altri non guardano o non riescono a vedere» – spiega Pagani. È la lezione che viene da Enrico Mattei: «Intuire i percorsi invisibili e avere il coraggio di intraprenderli. Oggi lavoriamo sul calcolo quantistico, sapendo che è un’avventura ambiziosa, ma convinti che lì possa esserci un nuovo vantaggio competitivo». È la differenza tra ricerca e sviluppo: «Non ci limitiamo a studiare, trasformiamo la ricerca in delivery, in soluzioni concrete. Per me, innovazione e operations devono camminare insieme. Non esiste chi innova senza conoscere l’operatività, così come non esiste un buon operation manager senza visione innovativa. E questo, più che competenza tecnica, è cultura d’impresa».

Laurea in Scienze Economiche, milanese di nascita, incrollabile fede nerazzurra. Determinazione, capacità di contaminare conoscenza tecnica e visione strategica non gli fanno difetto. Ci sono momenti in una carriera che segnano una svolta. Per Dario Pagani, quel momento arriva quando, dopo dieci anni nella produzione di Agip, decide di lasciare il cosiddetto core business per dedicarsi all’IT. Una scelta che all’epoca molti giudicano azzardata. L’IT non aveva ancora il ruolo strategico che conosciamo oggi: «Ma ho seguito l’istinto. E i fatti mi hanno dato ragione». La seconda svolta arriva con il passaggio a una grande azienda internazionale. «Volevo confrontarmi con un orizzonte più ampio e un pensiero più grande. Ho sempre creduto che fosse meglio essere l’ultimo dei primi che il primo degli ultimi. E volevo dimostrare che nelle grandi aziende non ci si perde ma ci si realizza».

Per separare l’hype del momento dalle scommesse di lungo periodo – spiega Pagani – servono visione e concretezza. «In azienda devi essere riconosciuto come quello che fa accadere le cose, non come chi le promette e basta». Eni è all’avanguardia del supercalcolo, ma si sta impegnando ora anche in un altro settore strategico: il calcolo quantistico. Una sfida complessa, ma strategica. Alla base, oltre il know-how tecnico, due attitudini imprescindibili: curiosità e generosità. «La curiosità, perché nessuno può permettersi di smettere di studiare. La generosità, perché il cambiamento richiede condivisione e motivazione».

Uno spunto di riflessione importante quando si parla di innovazione e talenti. Pagani mette a nudo un paradosso strutturale che molte grandi organizzazioni conoscono bene: la gestione dei talenti non è soltanto una questione di trovare le persone giuste, ma di saperle condividere e coltivare nei passaggi chiave dell’organizzazione. Se allarghiamo lo sguardo alla cultura dell’innovazione, il messaggio è diretto: senza generosità e senza fiducia non esiste reale capacità di trasformazione. Le tecnologie possono accelerare, ma sono le persone a fare la differenza.

Attenzione alle scorciatoie

La scelta di costruire un computer quantistico full stack, hardware e software, nasce da un’esigenza concreta: «Ci serve oggi e ci servirà ancora di più nei prossimi decenni». Perché nel settore energetico il calcolo quantistico non è un esercizio per il futuro, ma una risposta a esigenze industriali già presenti, che impone anche un ripensamento dell’organizzazione e dell’IT.

Affidarsi a soluzioni “chiavi in mano” significherebbe dipendere dai tempi di maturazione tecnologica dei fornitori e perdere know-how su un dominio strategico. Per gestire la complessità, Pagani crede in due parole chiave: accountability e trust. «Responsabilità e fiducia. Senza questi due elementi, la collaborazione non esiste». Eni ha scelto di investire internamente nell’intelligenza artificiale per non diventare un semplice consumatore di tecnologia. «Non basta avere capacità di calcolo: servono integrazione, software dedicati, competenze. È quello che noi abbiamo perché vogliamo guidare la tecnologia, non subirla. Questo ci dà autonomia e capacità di innovare secondo i nostri bisogni».

E aggiunge un richiamo forte alle competenze umane: «Non vinceremo con i calcoli migliori, ma con la capacità di porci le domande corrette. Servono sensibilità, pensiero critico, cultura. Le scorciatoie tecnologiche rischiano di spegnere passione e pensiero critico. Non possiamo permetterlo».

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Il nuovo confine della cybersecurity. CIO, CTO e CISO cambiano pelle https://www.datamanager.it/2025/12/il-nuovo-confine-della-cybersecurity-cio-cto-e-ciso-cambiano-pelle/ Wed, 17 Dec 2025 12:35:46 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249771 Il rischio cyber si sposta dalla perdita di dati alla perdita di credibilità. Per Rubrik serve ridefinire la resilienza, combinando recovery, governance e controllo degli agenti AI Il rischio c’è e non è più legato solamente alla perdita di dati, ma alla perdita di fiducia. Nei prossimi due anni le aziende si troveranno ad affrontare […]

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Il rischio cyber si sposta dalla perdita di dati alla perdita di credibilità. Per Rubrik serve ridefinire la resilienza, combinando recovery, governance e controllo degli agenti AI

Il rischio c’è e non è più legato solamente alla perdita di dati, ma alla perdita di fiducia. Nei prossimi due anni le aziende si troveranno ad affrontare un nuovo tipo di minaccia, che non colpisce i sistemi informatici dall’esterno, ma che mina la capacità di controllare e correggere ciò che fanno le tecnologie di intelligenza artificiale implementate dalle stesse aziende. «Finora la cybersecurity si è concentrata sulla protezione dei dati» – spiega Alessio Stellati, regional vice president Italy, Spain & Portugal di Rubrik. «Ma con l’arrivo dell’AI agentica, e quindi di sistemi capaci di prendere decisioni e agire in autonomia, il perimetro del rischio si sta spostando. Oggi il pericolo più grande è legato alla possibilità che un agente AI prenda una decisione errata, compia un’azione non autorizzata o comprometta la reputazione e la compliance dell’azienda senza che nessuno se ne accorga in tempo».

La fiducia è la nuova frontiera

Ed è proprio in questo scenario che la perdita di fiducia diventa una crisi a tutti gli effetti: quando clienti e partner non si fidano più dei processi automatizzati dell’impresa si va oltre la sfera dell’incidente tecnico e si entra nel campo dei problemi di credibilità, di governance e di continuità del business. La differenza rispetto alle minacce tradizionali – come sottolinea Stellati – è profonda, perché in passato si difendevano i dati da attori esterni e oggi invece si devono difendere le decisioni (e l’integrità dei processi) da errori o comportamenti imprevisti delle macchine.

Secondo Rubrik, l’AI non sta introducendo nuove minacce informatiche, ma sta amplificando quelle esistenti. Gli attacchi sono infatti più veloci, sofisticati e su larga scala, basti pensare che negli ultimi tre anni si è registrato un aumento del 1.200% nelle e-mail di phishing e un incremento del 950% nel furto di credenziali: entrambi attribuibili alla capacità dell’AI di creare trappole digitali credibili su scala industriale. Il confine della cybersecurity scivola quindi verso il concetto di fiducia: «Le imprese che sapranno dimostrare, in modo trasparente e verificabile, che la loro AI è sicura e affidabile avranno un vantaggio competitivo enorme» – rimarca Stellati. «Mentre le altre rischiano di perdere non solo informazioni, ma soprattutto credibilità e, di conseguenza, mercato. Nei prossimi anni la solidità di un’impresa verrà definita dalla capacità di costruire questo nuovo strato di fiducia e di mantenerla sempre viva, anche quando l’intelligenza sbaglia».

Dal recovery alla sicurezza agentica

Rubrik è leader nel Magic Quadrant di Gartner per le soluzioni di Enterprise Backup and Recovery Software e nel report MarketScape 2025 di IDC per la cyber-recovery: questo doppio riconoscimento conferma la solidità di una visione fondata sulla trasformazione del “recovery” in una strategia proattiva che guarda alla resilienza dell’AI agentica quale base di partenza imprescindibile per innovare in modo sicuro. In questa visione si inserisce anche l’ultimo componente della suite Rubrik Agent Cloud (che consente di monitorare e gestire l’intero ciclo di vita degli agenti integrando funzioni avanzate di audit e remediation), vale a dire Agent Rewind, una nuova tecnologia basata sull’infrastruttura AI di Predibase, società californiana recentemente acquisita da Rubrik.

Agent Rewind combina funzionalità di recovery con capacità avanzate di controllo per consentire alle organizzazioni di correggere errori commessi dagli agenti intelligenti, offrendo visibilità sulle loro azioni e permettendo di “tornare indietro”, cancellando le modifiche apportate in modo errato a dati e applicazioni. «La nostra azienda continua a crescere al ritmo del 35-40% anno su anno e siamo già leader di mercato nel mondo della data security e della cyber resilience, ma puntiamo a innovare ulteriormente investendo il 27% dei ricavi in ricerca e sviluppo» – spiega Stellati. «Non sarà l’AI a togliere il lavoro ai manager, ma la perdita di fiducia nell’AI potrebbe distruggere le aziende più velocemente di un ransomware. Rewind nasce proprio per prevenire quel punto di non ritorno». La fiducia va quindi vista come la nuova infrastruttura critica, anche in relazione al fatto che nei prossimi anni la resilienza aziendale si misurerà con la capacità di garantire non solo la continuità operativa dei sistemi ma anche la credibilità dei processi decisionali.

L’evoluzione dei ruoli

Dopo l’era della trasformazione digitale e del cloud, siamo entrati oggi nella stagione dell’AI transformation e, secondo le stime di Gartner, la curva di adozione delle tecnologie agentiche raggiungerà il picco di maturità in meno di due anni. Per i CIO, i CISO e i CTO, questo significa ridefinire ora la propria missione, aggiungendo all’imperativo di proteggere i dati quello di governare l’interazione fra agenti umani e agenti digitali, passando dal ruolo di custodi dei sistemi a quello di architetti della fiducia. Rubrik è nata come azienda di backup ma è cresciuta nel tempo al rango di attore di riferimento nella cyber recovery e nella data security: la sua piattaforma, oggi, opera come un vero e proprio data lake, capace di unificare ed elaborare dati provenienti da ambienti on premise e da suite come Office 365, dal cloud e da applicazioni SaaS. Ed è proprio questa visione olistica che le consente di affrontare la nuova dimensione del rischio imposta dai modelli decisionali completamente (o quasi) automatizzati.

Il rischio del caos digitale

«L’innovazione avanza: il nostro compito è di renderla sicura. Solo chi saprà costruire fiducia e resilienza nell’adozione dell’AI potrà guidare il mercato» – afferma Stellati. «Gli altri rischiano di essere guidati – o perfino sostituiti – dalla propria intelligenza artificiale». La fiducia non si può costruire solo con la tecnologia, perché c’è una componente organizzativa da non sottovalutare: governance, cultura e responsabilità condivisa sono infatti i pilastri di una sicurezza che deve abbracciare la logica della supervisione continua. «Fare innovazione senza governance e senza resilienza significa imboccare una strada preferenziale verso il caos digitale, e per questo serve adottare un nuovo modello in cui la compliance e l’etica dell’intelligenza artificiale non siano funzioni separate, ma componenti del design operativo».

Gli esempi di AI fuori controllo non mancano. Basti pensare al caso Air Canada, dove un chatbot ha fornito informazioni errate ai clienti su una promozione inesistente e inventata dall’assistente virtuale, ma che i giudici hanno reso “effettiva” in tribunale, obbligando la compagnia a rispettarla. Un episodio magari marginale in termini economici, ma molto impattante sul piano reputazionale, nonché prova tangibile che anche un errore “non umano” può generare una perdita di fiducia irreversibile. «Nel prossimo decennio, gli agenti AI prenderanno decisioni eseguendo playbook automatizzati a velocità e scala impossibili per gli esseri umani. L’AI – conclude Stellati – forse non ci ruberà il lavoro ma rischia di rubarci le decisioni. E quando non potremo più fidarci delle decisioni prese dai nostri sistemi intelligenti, saremo chiamati ad affrontare una sfida esistenziale».

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Fabbriche sotto pressione, l’OT Security è “zero trust” https://www.datamanager.it/2025/12/fabbriche-sotto-pressione-lot-security-e-zero-trust/ Wed, 17 Dec 2025 12:34:40 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249658 Fattore legacy, errore umano e aumento degli attacchi, TXOne Networks ridefinisce la sicurezza industriale con un approccio OT nativo basato su identificazione delle minacce, protezione e prevenzione continua Le scelte di politica industriale del passato pesano ancora oggi sulla competitività e la resilienza delle imprese. Il fattore legacy strutturale si riflette sulla business continuity. In […]

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Fattore legacy, errore umano e aumento degli attacchi, TXOne Networks ridefinisce la sicurezza industriale con un approccio OT nativo basato su identificazione delle minacce, protezione e prevenzione continua

Le scelte di politica industriale del passato pesano ancora oggi sulla competitività e la resilienza delle imprese. Il fattore legacy strutturale si riflette sulla business continuity. In soli tre anni, TXOne Networks ha ridefinito il concetto di sicurezza OT con un approccio nativamente progettato per gli ambienti industriali, abbracciato da molti clienti importanti anche in Italia. Le grandi imprese del manufacturing sono già pronte, le PMI meno. Intanto, le minacce e i cyberattacchi crescono senza sosta.

«Da sempre, il settore manifatturiero italiano è un solido pilastro dell’economia nazionale. Anche per questo, è sempre più spesso nel mirino dei cybercriminali» – spiega Maurizio Milazzo, direttore Sud Europa di TXOne Networks.

L’urgenza di un nuovo modello OT

Gli impianti industriali sono più connessi, ma anche più vulnerabili. Come deve evolvere la sicurezza di impianti e macchinari? La formula è chiara: «Protezione degli asset e degli endpoint industriali, formazione contro l’errore umano, active learning e virtual patching per rilevare e bloccare le anomalie prima che diventino incidenti».

Fondata nel 2019 come joint-venture tra Trend Micro e Moxa, TXOne Networks, con una sua propria legal entity, si è imposta subito come il riferimento globale della sicurezza OT. La sua mission è chiara: portare in produzione tecnologie capaci di blindare i processi industriali, le infrastrutture critiche e i macchinari senza mai interrompere ciò che, in fabbrica, vale più di tutto: la continuità operativa.

TXOne Networks adotta un approccio OT Zero Trust articolato su tre pilastri: protezione della rete e degli endpoint industriali, mitigazione dell’errore umano e integrazione di tecnologie all’avanguardia. La strategia comprende anche una forte componente consulenziale: «Aiutiamo le aziende a prevenire incidenti generati dall’incrocio tra errori umani e attacchi ransomware, a monitorare gli impianti in tempo reale e a progettare architetture di rete sicure, realmente coerenti con la complessità dell’operatività industriale».

Perché l’OT è esposto come mai prima

La convergenza tra IT e OT amplia in modo significativo la superficie di attacco e la portata dei rischi. La proposta di TXOne Networks mette in discussione la logica reattiva con cui il mondo industriale ha affrontato finora il tema della protezione degli impianti, spingendo verso un paradigma OT nativo. «Negli anni si è pensato, sbagliando, che la sicurezza OT fosse un sottoinsieme dell’IT. È un errore che compromette la catena produttiva» – spiega Milazzo. «Le nostre ricerche mostrano che quasi tutti gli incidenti IT (97-98%) impattano sulle operations».

L’insieme degli interventi riferibili all’Industria 4.0, la corsa alla digitalizzazione, nonché il ricorso spinto a strumenti come il MES (Manufacturing Execution System) o i sensori IoT, hanno oggettivamente generato un profilo di rischio crescente che il mondo industriale deve affrontare adottando un approccio operativo orientato alla sicurezza cyber. «Le aziende – spiega Milazzo – avvertono l’esigenza di proteggersi installando firewall e altri strumenti di base, ma queste difese non bastano: l’approccio alla protezione in ambito OT è indietro di circa dieci anni rispetto alla security IT. La sfida da vincere è proteggere la nostra proprietà intellettuale in ambito industriale. E serve un sistema di intrusion prevention specifico anche contro l’errore umano, per prevenire comportamenti non idonei del personale di fabbrica e degli operatori che intervengono sugli impianti». In questo scenario, la sfida per le imprese industriali non è dunque solo tecnologica ma anche organizzativa, e coinvolge processi, attività di manutenzione, formazione e servizi di monitoraggio continuo.

«Un impianto industriale è un organismo vivente che genera continuamente vulnerabilità e anomalie sempre diverse» – spiega Milazzo. Quando si parla di difendere ambienti industriali, anche la compliance normativa assume un ruolo determinante. «Un primo livello di attenzione deriva dagli obblighi imposti da direttive come NIS2 o il Cyber Resilience Act, che sono il punto di riferimento per le aziende anche per la definizione dei budget di spesa, e anche da altri regolamenti che vanno nella direzione di garantire la safety dell’operatore che lavora su macchine e impianti complessi». Le aziende devono quindi considerare non solo l’incremento del panorama delle minacce ma anche il contesto regolamentare che richiede strategie di lungo termine e interventi concreti. «La sicurezza – continua Milazzo – non è solo informatica, ma anche fisica e operativa, e negli ambienti industriali la protezione delle persone è parte integrante della strategia di cybersecurity».

Il punto cieco della sicurezza OT

Il ciclo di vita degli asset industriali è storicamente molto esteso ed è consuetudine che i sistemi operativi dei PC industriali che governano macchine e impianti non vengano aggiornati così frequentemente, lasciando aperto il campo a possibilità di attacco che la difesa organizzata secondo gli standard IT non può intercettare. La formazione del personale assume in tal senso un peso importante, anche in relazione al peso dell’errore umano negli incidenti informatici che si registrano negli ambienti di fabbrica.

«Nell’ultimo rapporto Clusit –  precisa Milazzo – emerge chiaramente come le norme indirizzino le logiche di investimento, ma si parla pochissimo del fattore umano». Sulla base delle indagini svolte da TXOne, il 66% delle vulnerabilità riscontrate in un impianto sono causate da addetti incaricati della manutenzione o altre attività. Le raccomandazioni che TXOne Networks indirizza alle aziende di produzione prevedono un mix fra compliance normativa, formazione del personale, monitoraggio continuo e tecnologie adeguate, con l’obiettivo di migliorare la sicurezza, puntando a ripensare l’intero approccio degli ambienti OT.

L’AI come strumento da integrare

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata in ambito OT per il monitoraggio delle macchine, il rilevamento di anomalie funzionali in tempo reale e la prevenzione di malfunzionamenti. «In linea generale, l’AI non rivoluziona ancora la sicurezza OT, tuttavia ha un ruolo crescente sia in difesa che, purtroppo, in attacco. E per questo, non va sottovalutata né come opportunità né come rischio» – riconosce Milazzo. «Il costo per accedere a strumenti di attacco basati su AI è sceso a poche centinaia di dollari, rendendo queste tecniche alla portata di chiunque» – spiega Milazzo. Inoltre, la natura di questi attacchi è molto diversificata: «Alcuni puntano alla sottrazione dei dati, altri a rivendere l’accesso ai sistemi».

Ogni nuova integrazione digitale amplifica le opportunità di business, ma anche le vulnerabilità. TXOne Networks intercetta questa frattura e la trasforma in un percorso di maturità che unisce innovazione, governance e competenze. La resilienza industriale non è un “punto di accumulazione”. Non è un valore verso cui si tende e che, una volta raggiunto, resta stabile. È un processo continuo capace di considerare la fabbrica nel suo insieme: persone, processi, asset e manutenzione. In questo equilibrio sottile si gioca il futuro della manifattura italiana, chiamata a proteggere ciò che produce e l’identità che la distingue nel mondo.

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Connettività, cloud e cybersecurity. Il modello che ridisegna l’IT https://www.datamanager.it/2025/12/connettivita-cloud-e-cybersecurity-il-modello-che-ridisegna-lit/ Wed, 17 Dec 2025 12:33:14 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249775 La strada del cambiamento che porta in alto. La scommessa di Orange Business: orchestrare la complessità per creare valore, mettendo al centro la resilienza e la protezione dei sistemi aziendali La trasformazione digitale sta creando uno «shift» di paradigma – da tecnologia a valore per il business. Questo “shift” è accelerato da una nuova dimensione, […]

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La strada del cambiamento che porta in alto. La scommessa di Orange Business: orchestrare la complessità per creare valore, mettendo al centro la resilienza e la protezione dei sistemi aziendali

La trasformazione digitale sta creando uno «shift» di paradigma – da tecnologia a valore per il business. Questo “shift” è accelerato da una nuova dimensione, quella delle piattaforme e del cloud, e da una globalizzazione economica e una instabilità geopolitica che mettono a dura prova le soluzioni a scala locale.

«La necessità di avere la stessa esperienza aziendale su scala globale impone un modello di servizio uniforme» – afferma Francesca Puggioni, AD di Orange Business Italy e managing director per Svizzera, Sud ed Est Europa.

L’evoluzione verso scenari cloud-native, in particolare, ha portato l’attenzione su nuovi modelli operazionali più centralizzati, e sulla necessità di orchestrare in modo efficiente servizi, dati e applicazioni in un contesto in cui tutto viene eseguito su piattaforme distribuite. «Tutto è virtuale e tutto è in cloud: il valore non risiede più nella tecnologia in sé, ma nella capacità di integrare ecosistemi complessi e generare business value su scala internazionale».

Dalla connettività alla sicurezza

In questo contesto, Orange si posiziona con un approccio fondato sulle “tre C”: connettività, cloud e cybersecurity, i pilastri per garantire prestazioni, sicurezza e continuità dei sistemi e che riflettono la capacità di presidiare l’intera value chain.

«Siamo tra i pochi player globali a mantenere una leadership in questi tre ambiti tecnologici. Le piattaforme dati – spiega Francesca Puggioni – sono ovunque e vanno protette. Il nostro elemento distintivo è la capacità di offrire un servizio realmente end-to-end, dall’infrastruttura di rete all’integrazione applicativa».

Gli hyperscaler hanno ampliato le possibilità di gestione e di archiviazione dei dati in cloud, trasformando radicalmente processi e modelli organizzativi, ma questa accelerazione richiede un ulteriore salto. «Una volta integrate tutte le componenti – continua l’AD di Orange Business – solo un modello operativo e una corretta orchestrazione degli ecosistemi possono tradursi in valore per il business».

Dove si inceppa la trasformazione

In un modello data-driven, l’affidabilità del dato è cruciale. L’enorme quantità di informazioni generata da dispositivi connessi alimenta processi e decisioni: «I dati devono essere affidabili perché le decisioni derivano direttamente dalla loro analisi. Il punto centrale è usarli in modo intelligente. La supervisione umana non può essere “surrogata”: gli algoritmi, anche potenziati da supercomputer devono rimanere sotto controllo umano». La trasformazione digitale apre nuove opportunità e espone a rischi crescenti. Nella visione di Orange, le sfide principali riguardano l’integrazione tra tecnologie di nuova generazione e infrastrutture legacy, e la messa in sicurezza di applicazioni sempre più distribuite. «Una violazione può mettere in ginocchio un’azienda» – avverte Francesca Puggioni. «Perché il valore stesso del business è nei dati e nella loro protezione».

Nuovi orizzonti per l’Europa

Il passaggio dall’era dell’hardware a quella del software, e poi alla platformization, sta ridisegnando completamente i modelli operativi. «Serve un cambio di passo, un salto di competenze per allineare le applicazioni agli obiettivi aziendali e interpretare correttamente il quadro normativo e strategico». Serve anche una visione di lungo periodo: «La vera sfida è far nascere campioni tecnologici capaci di riportare l’Europa su un percorso di leadership. Il momento è adesso: dobbiamo agire subito» – avverte Francesca Puggioni. L’IT non è più solo una funzione di supporto, ma una leva di creazione di valore. «L’AI è un’innovazione potente, capace di generare benefici concreti. Il cambiamento è la strada che ci porta verso ciò che prima non avevamo neppure immaginato. Ma l’AI può funzionare solo se appoggia su un’infrastruttura resiliente e, soprattutto, ben orchestrata».

 

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La fabbrica dell’intelligenza digitale. Il data center diventa factory https://www.datamanager.it/2025/12/la-fabbrica-dellintelligenza-digitale-il-data-center-diventa-factory/ Wed, 17 Dec 2025 12:33:05 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249703 Sostenibilità, calcolo ad alte prestazioni e sicurezza: Equinix ridisegna l’infrastruttura digitale come piattaforma per abilitare resilienza e nuovi modelli di business «Per leggere il futuro dei data center la parola chiave è factory» – spiega Claudia Vegni, regional sales director di Equinix. «Il cloud è invisibile ma sostanziale. Il data center non è più solo […]

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Sostenibilità, calcolo ad alte prestazioni e sicurezza: Equinix ridisegna l’infrastruttura digitale come piattaforma per abilitare resilienza e nuovi modelli di business

«Per leggere il futuro dei data center la parola chiave è factory» – spiega Claudia Vegni, regional sales director di Equinix. «Il cloud è invisibile ma sostanziale. Il data center non è più solo infrastruttura ma piattaforma strategica per la resilienza, la sostenibilità e la competitività delle imprese». Dalla “gravità” del dato alla “forza di attrazione” della factory, fino all’HPC che lavora all’edge: «Il data center consente all’AI di abilitare capacità di problem solving, con impatti anche sui territori, perché i campus diventano acceleratori di sviluppo».

L’Italia si conferma un mercato attrattivo per molti fondi stranieri che vedono l’opportunità di investire per aumentare il livello di connettività, potenza e intelligenza di calcolo. «Oggi quasi il 90% delle nuove infrastrutture digitali è concentrato al Nord, in particolare nell’area milanese, e i data center assumono la forma di veri e propri campus digitali, di factory dell’innovazione che devono abilitare modelli di business scalabili, resilienti e sostenibili».

La resilienza adattiva sopravanza il concetto di conformità – sottolinea Claudia Vegni. «Noi non incorporiamo resilienza, la disegniamo. Significa ottimizzare l’uso dell’energia e progettare infrastrutture con un approccio security by design». I fattori di maggiore complessità sono due: «Il capitale umano, per la carenza di competenze nelle infrastrutture critiche. Il quadro politico-regolatorio, perché genera instabilità e incertezza».

In questo scenario, la capacità di integrare connettività, piattaforme cloud-native sicure e calcolo ad alte prestazioni diventa decisiva ed è proprio questo il terreno sul quale Equinix opera con un’infrastruttura in grado di supportare processi decisionali data-driven.

Perché l’AI fallisce (e come evitarlo)

Oggi i progetti di AI rischiano di fallire o di restare confinati in silos. Occorre invece un approccio industriale. L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane è ancora in una fase esplorativa: «Manca una progettualità sistemica, molti progetti sono proof of concept di pura automazione, mentre sono pochi quelli trasformativi a lungo termine».

Equinix ha già predisposto un’infrastruttura AI-ready per anticipare la maturazione della domanda. «Oggi dobbiamo capire come usare l’intelligenza artificiale e per cosa». La collaborazione di Equinix con grandi partner internazionali – dalle grandi telco alle big tech fino ai colossi dei chip come Nvidia – consente di modellare l’ecosistema per l’AI dei prossimi cinque anni, seguendo la bussola dei grandi produttori e utilizzatori di questa tecnologia. L’azione di Equinix sul mercato ha anche un aspetto educativo che trova concretezza con l’attività dei Solutions Lab che lavorano a stretto contatto con le aziende.

Calcolo, energia e spazio

Il tema energetico, in questo percorso di evoluzione, resta un nodo cruciale. «L’Italia ha il costo più alto dell’energia in Europa» – ricorda Claudia Vegni. «La libertà di collocazione dei workload di AI rischia di spingere lo sviluppo fuori dall’Europa, minando l’attrattività degli investitori tecnologici». La sfida di Equinix è di andare oltre i sistemi di liquid cooling. «Le soluzioni di raffreddamento sono già molto avanzate, ma la potenza di calcolo crescerà ancora». Nell’ecosistema digitale il data center non va certo inteso come un insieme di cavi e server, bensì come un motore adattivo. «La forza del modello factory sta proprio nella sua capacità di ricomporsi, scomporsi ed evolvere, adattandosi ai nuovi bisogni di calcolo, energia e spazio». In prospettiva, i Quantum Data Center rappresentano un fattore di efficienza: «Più potenza con meno hardware, consumi potenzialmente inferiori per calcoli ad altissima complessità,  minore numero di server e rack, riducendo complessivamente ingombro infrastrutturale e footprint».

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Resilienza per la scalabilità, in attesa del salto quantico https://www.datamanager.it/2025/12/resilienza-per-la-scalabilita-in-attesa-del-salto-quantico/ Wed, 17 Dec 2025 12:32:40 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249838 Eni spinge su HPC, AI e computing quantistico per conciliare potenza di calcolo e sostenibilità. Dario Pagani: «Servono pragmatismo e visione di lungo periodo» Nel collegare infrastruttura e scalabilità attraverso l’anello della resilienza – intesa non come semplice ripristino dell’operatività ma come capacità di crescere per evoluzioni progressive e salti discontinui – Dario Pagani, responsabile […]

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Eni spinge su HPC, AI e computing quantistico per conciliare potenza di calcolo e sostenibilità. Dario Pagani: «Servono pragmatismo e visione di lungo periodo»

Nel collegare infrastruttura e scalabilità attraverso l’anello della resilienza – intesa non come semplice ripristino dell’operatività ma come capacità di crescere per evoluzioni progressive e salti discontinui – Dario Pagani, responsabile Digital & Information Technology di Eni e CEO di Eniquantic, affronta il nodo della connessione tra energia e digitale. «Il punto centrale – osserva Pagani – non è soltanto la resilienza, ma la sostenibilità di due risorse critiche e sempre più interdipendenti. La resilienza inizia dal pragmatismo: saper selezionare in modo consapevole, disporre delle competenze necessarie per disegnare un percorso evolutivo e avere una visione di lungo periodo». Nel costruire le infrastrutture del futuro per il Paese, sottolinea Pagani, serve una forte attenzione non solo ai risultati di business, ma soprattutto a ciò che non si vede: «L’architettura nascosta che rende possibile ogni forma di innovazione».

Potenza, calcolo e velocità

Riferendosi ai progetti che hanno portato Eni a creare una delle maggiori “fabbriche dei dati” italiane, Pagani riconosce che è fonte di orgoglio vedere l’azienda fondata da Enrico Mattei diventare un player così rilevante nel mondo delle infrastrutture digitali. «Se consideriamo la componente energivora dell’attuale domanda di AI è inevitabile che un operatore come Eni debba essere presente in questa industria per restare competitivo. E se consideriamo l’importanza delle infrastrutture, si comprende benissimo perché Eni sta investendo nel calcolo quantistico» – spiega Pagani.

Anche in questo caso, la ragione è molto pragmatica: «Ci troviamo davanti a sfide che il supercalcolo tradizionale faticherebbe ad affrontare in tempi utili. Quando la capacità computazionale deve affrontare problemi complessi – come l’ottimizzazione energetica, l’analisi molecolare e la modellizzazione del clima – perfino un sistema di supercalcolo come l’HPC6 di Eni (606 PFlops di picco, ad oggi sesto al mondo e primo tra quelli a uso industriale) può non bastare più. Anche il calcolo, insomma, ha bisogno di un salto quantico. Un salto che può incidere sulla sostenibilità energetica: la tecnologia ad atomi freddi su cui Eni sta lavorando per un computer quantistico “full stack” promette consumi inferiori a quelli di un comune asciugacapelli.

Ripensare l’IT dalle fondamenta

Ma dietro il calcolo quantistico c’è un aspetto molto caro a Pagani: la competitività italiana ed europea, non solo sul piano economico ma anche culturale. Ed è qui che il quantum computing si lega alle strategie sull’intelligenza artificiale. «Se parliamo di tecnologia in chiave geopolitica, sono convinto che la frontiera del calcolo quantistico, grazie alle eccellenze presenti in Europa e in Italia, sia una partita ancora aperta». Allo stesso modo resta aperta, per le imprese e per il Sistema Paese, la definizione dei casi d’uso dell’intelligenza artificiale.

Su questo fronte, Pagani lancia una provocazione ai CIO presenti, suggerendo che l’adozione dell’AI non è solo un aggiornamento tecnologico, ma richiede una trasformazione culturale, organizzativa e strategica dell’impresa. «Provate a chiederlo ai vostri colleghi: cosa si aspettano davvero da voi? Le frontiere dell’AI vanno oltre l’automazione di processo. Il nostro è un intero mondo che va ripensato».

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Energia e reti, la trasformazione corre sui cavi https://www.datamanager.it/2025/12/energia-e-reti-la-trasformazione-corre-sui-cavi/ Wed, 17 Dec 2025 12:32:32 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249716 L’approccio local for local di Prysmian. Con 109 siti di produzione nel mondo, l’innovazione fa leva su governance centralizzata e competenze interne Il business dei cavi è spesso un business del local for local: produrre in prossimità della domanda significa garantire efficienza, conformità normativa e margini più solidi. Per questo Prysmian fabbrica i suoi cavi in […]

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L’approccio local for local di Prysmian. Con 109 siti di produzione nel mondo, l’innovazione fa leva su governance centralizzata e competenze interne

Il business dei cavi è spesso un business del local for local: produrre in prossimità della domanda significa garantire efficienza, conformità normativa e margini più solidi. Per questo Prysmian fabbrica i suoi cavi in ben 109 stabilimenti nel mondo. «Il livello di complessità è enorme» – riconosce Giovanni Cauteruccio, group chief information & digital officer.

«Ci sono poche realtà industriali con una presenza manifatturiera così estesa. La natura distribuita della produzione rende tuttavia essenziale coniugare presenza locale e governance globale, assicurando al tempo stesso sicurezza, compliance e continuità operativa».

Governance globale, produzione locale

La trasformazione digitale in Prysmian ha richiesto una visione multilivello: cloud, connettività, data center e piattaforme applicative. In meno di 20 anni il colosso ha concentrato in un’unica infrastruttura le funzioni che un tempo erano distribuite su 19 data center in altrettante nazioni. Oltre il 90% degli stabilimenti Prysmian è integrato in un unico sistema ERP globale, mentre quasi il 100% dei sistemi informativi è stato migrato su cloud dal 2018. Questa architettura consente di ottenere vantaggi significativi in termini di scalabilità, velocità di elaborazione e sicurezza, livelli che solo pochissime aziende al mondo potrebbero sostenere autonomamente con infrastrutture on-premise.

«Il nostro modello consente inoltre un deployment veloce delle innovazioni: per esempio un nuovo tool basato su AI, una volta validato in uno stabilimento, può essere esteso rapidamente agli altri grazie all’armonizzazione spinta dei processi. Lo stesso vale per le eventuali future acquisizioni: l’infrastruttura è già pronta per essere armonizzata».

Per raggiungere il duplice obiettivo della scalabilità e della resilienza, Prysmian agisce su più leve. «Innanzitutto – spiega Cauteruccio – una forte competenza interna sia infrastrutturale sia applicativa per una governance centralizzata. A questo si accompagna una preferenza verso le soluzioni standard, capaci di ridurre complessità e aggiungere interoperabilità. Ultima ma non meno importante, la standardizzazione dei processi, da cui sono scaturite sia l’esigenza di convergere su un sistema ERP unificato sia di adottare progressivamente un unico sistema di fabbrica (MES), insieme a una piattaforma di customer centricity. «Il risultato è un’accelerazione dell’innovazione, con maggiore resilienza operativa e capacità di scalare rapidamente».

L’AI che cresce dentro l’azienda

Le sfide principali di progetti trasformativi così ambiziosi sono più di carattere organizzativo e culturale che puramente tecnologico. In un ambiente produttivo così diversificato e presumibilmente geloso delle singole prerogative, gestire il cambiamento verso la standardizzazione richiede grande forza di convincimento. «Occorre sempre bilanciare efficienza globale e autonomia locale» – spiega Cauteruccio. «A volte una variante “regionale” può sembrare più conveniente, ma nel medio-lungo termine crea frammentazione e complessità, con costi anche superiori. L’uniformità aiuta poi a favorire l’ingresso della cultura del dato e delle nuove frontiere del machine learning e dell’intelligenza artificiale».

Prysmian ha avviato un piano AI finalizzato a due aspetti: la Embedded AI (plug & play, con oltre 100 use case rivolte all’automazione delle procedure più standard e condivise) e la Factory AI, la parte più customizzata sui processi core, dove tecnici e linee di business cooperano a stretto contatto, evitando di delegare all’esterno quello che deve restare un patrimonio di conoscenza interna, costruito attraverso modalità condivise e di progressivo upskilling. «Questo approccio ci ha permesso un anno fa di migrare in un solo weekend quasi 90 fabbriche sull’ultima versione disponibile del nostro ERP, sulla quale sono disponibili gli use case di AI» – afferma Cauteruccio. «Oggi ci guida nelle scelte sull’AI: osare, standardizzare e scalare velocemente».

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Fiducia digitale e cloud sovrano per l’impresa data-driven https://www.datamanager.it/2025/12/fiducia-digitale-e-cloud-sovrano-per-limpresa-data-driven/ Wed, 17 Dec 2025 12:32:20 +0000 https://www.datamanager.it/?p=249705 Arbo evolve verso un’architettura resiliente, scalabile e data-centric, riducendo i costi del 30% e rafforzando la continuità operativa grazie al Virtual Private Cloud di Aruba Costruire fiducia nei dati e nell’innovazione all’interno di un ecosistema europeo di sovranità e sostenibilità: è un obiettivo a cui tendono tutte le imprese, di qualsiasi settore e dimensione, e […]

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Arbo evolve verso un’architettura resiliente, scalabile e data-centric, riducendo i costi del 30% e rafforzando la continuità operativa grazie al Virtual Private Cloud di Aruba

Costruire fiducia nei dati e nell’innovazione all’interno di un ecosistema europeo di sovranità e sostenibilità: è un obiettivo a cui tendono tutte le imprese, di qualsiasi settore e dimensione, e con esse anche tutti gli attori tecnologici che le stanno accompagnando nel percorso di trasformazione digitale. Aruba, tra i principali provider in Italia e in Europa di servizi cloud, è uno di questi protagonisti.

Al suo attivo oltre trent’anni di esperienza nel settore IT e un’infrastruttura proprietaria di data center Rating 4 interconnessi e progettata secondo i più elevati standard di sicurezza e di efficienza energetica, che si estende su più di 200mila metri quadrati complessivi per garantire supporto ai workload più critici e servire clienti del comparto industriale, enti pubblici, istituzioni militari, banche, assicurazioni, utility e grandi imprese di servizi.

Due, in particolare, i suoi fiori all’occhiello: l’Hyper Cloud Data Center Campus di Roma, nel Tecnopolo Tiburtino, area che a regime ospiterà cinque data center indipendenti per 30 MW di potenza IT; il Campus IT3 di Ponte San Pietro, alle porte di Bergamo, con 45 MW di potenza IT raggiungibile. Un’infrastruttura che non è solo sinonimo di continuità operativa e di capacità di reggere i carichi di lavoro imposti dall’intelligenza artificiale, ma anche di resilienza e controllo del dato, elementi fondamentali in un’epoca in cui la sovranità digitale rappresenta una leva strategica di crescita e competitività per imprese e pubbliche amministrazioni.

La peculiarità di Aruba, in tal senso, è quella di custodire tutti i dati dei propri clienti in Italia o in Europa sotto la giurisdizione della normativa UE (in piena conformità con le normative GDPR, ISO 27001 ed ENS) e di assicurare un livello di protezione a questi dati allo stato dell’arte e ponendo al centro la sostenibilità, grazie a centrali idroelettriche e impianti fotovoltaici di proprietà.

Ecosistema aperto

Per Aruba, la transizione digitale e quella green rappresentano due percorsi convergenti di un’unica visione dell’innovazione che trova copertura ad ampio spettro nella propria offerta di soluzioni: public, private e hybrid cloud, servizi gestiti, trust e digital identity. Una proposta che rispecchia la filosofia di ecosistema aperto e interoperabile, fondato su standard open source (come OpenStack) per garantire flessibilità, indipendenza ed evitare ogni forma di vendor lock-in.

La recente partnership con Microsoft, per esempio, che ha portato alla nascita di Azure Local on Aruba Cloud, combina la potenza di una piattaforma globale alla sicurezza e alla governance di un’infrastruttura di data center locale, facilitando alle aziende la possibilità di coniugare prestazioni, scalabilità e rispetto delle conformità. Attraverso la Cloud Management Platform Aruba mette a disposizione di CIO e IT manager modelli di pricing trasparenti e con la garanzia di zero costi nascosti per il traffico dati.

La sfida della modernizzazione

Il Gruppo Arbo (arbo.it) è una storica realtà italiana, fondata nel 1968 a Fano (PU) e attiva nel settore HVAC/R, con oltre 70 punti vendita in Europa e una rete di oltre 70 agenti. La sua missione è fornire ricambi e componenti per caldaie, impianti di riscaldamento, climatizzazione e refrigerazione industriale e i suoi tratti distintivi da sempre sono qualità, servizio e spirito di innovazione. Negli ultimi anni, l’azienda ha intrapreso un importante percorso di modernizzazione dell’infrastruttura IT. «Eravamo impegnati nel rinnovo del nostro Data Center presso terze parti – spiega Stefano Storoni, IT Infrastructure systems manager di Arbo Spa – e cercavamo un partner in grado di offrirci un ambiente flessibile, capace di supportare microservizi e diverse modalità di fruizione e condivisione delle informazioni. Volevamo superare il concetto di architettura basata esclusivamente su macchine virtuali, passando a un’architettura container. Aruba ci ha offerto una proposta tecnologica molto interessante, basata su un data center ridondato nella struttura di Ponte San Pietro e su un’infrastruttura di altissimo livello. Inoltre, ci ha supportato nella digitalizzazione di tutte le nostre applicazioni: il primo passo che abbiamo compiuto con loro è stato quello di portare i nostri dati sul loro data center, attivando una copia offline pronta per essere utilizzata come ambiente di disaster recovery».

Risultati e vantaggi concreti

Oltre alla stabilità operativa e alla garanzia di affidarsi a un provider in grado di assicurare la sovranità e la totale accessibilità dei propri dati in territorio italiano, i vantaggi ottenuti da Arbo sono stati anche di natura economica, con un taglio dei costi del 30%. «Abbiamo registrato un risparmio significativo – sottolinea Storoni – ma soprattutto abbiamo trovato in Aruba un partner capace di ascoltare le nostre esigenze, garantendo tempi di risposta rapidi e totale disponibilità del team. Che si trattasse di una scelta corretta, lo abbiamo del resto capito subito, quando abbiamo visitato il data center di Ponte San Pietro, un’infrastruttura che non ci aspettavamo essere così avanzata». La collaborazione ha già portato ad avviare anche nuovi progetti, come l’attivazione di un servizio DBaaS per la migrazione dei database aziendali all’interno di un servizio gestito erogato da Aruba e lo sviluppo di un’architettura a container per rendere più resiliente l’ambiente ERP, in linea con i requisiti di sicurezza introdotti dalla normativa NIS2.

Il cloud sovrano come strategia

Per Aruba, casi di successo come quello di Arbo rappresentano la dimostrazione concreta di come la sovranità digitale e la governance del dato possano diventare motori di competitività per le imprese italiane. «Nel 2025 il mercato cloud italiano è in crescita a doppia cifra. Tre i driver che stanno ridisegnando lo scenario: sovranità digitale, intelligenza artificiale e cloud repatriation» – spiega Maurizio Pecori, chief commercial officer di Aruba. «Il nostro focus si concentra su due grandi aree: data center e cloud da un lato e trust services dall’altro. In entrambi i casi, garantiamo continuità operativa, sovranità e sicurezza perché negli anni abbiamo costruito un’infrastruttura proprietaria investendo non solo in asset tecnologici ma anche in metodologie e compliance ai più alti standard europei. Siamo un cloud provider indipendente, gestiamo infrastrutture, offriamo servizi end-to-end non come commodity ma come abilitatori di innovazione e ci adattiamo alle scelte delle aziende per quanto riguarda la gestione dei dati, consapevoli che il tema dell’ubicazione del dato sta assumendo una rilevanza sempre maggiore». Nel nuovo scenario, in cui l’AI accelera la domanda di infrastrutture sempre più performanti e sicure, mentre il cloud diventa un abilitatore dei vantaggi legati a un utilizzo etico e responsabile dell’AI, Aruba si posiziona come un partner flessibile e affidabile, in grado di offrire soluzioni ibride e sovereign-by-design, garantendo al tempo stesso che i dati dei clienti rimangano sotto giurisdizione europea.

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