rivistagiugno2025 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Tue, 17 Jun 2025 14:12:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistagiugno2025 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 HWG Sababa e Akito, cybersecurity full stack https://www.datamanager.it/2025/06/hwg-sababa-e-akito-cybersecurity-full-stack/ Tue, 17 Jun 2025 13:18:04 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245743 Dopo la fusione del 2023, l’azienda di cybersecurity di Alessio Aceti ed Enrico Orlandi annuncia l’acquisizione della maggioranza di Akito. Rafforzando ulteriormente un’offerta a 360 gradi di protezione IT e OT costruita intorno al suo SOC veronese Il visionario CEO di HWG Sababa Alessio Aceti non è uno che ama tergiversare. Salendo tre gradini per […]

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Dopo la fusione del 2023, l’azienda di cybersecurity di Alessio Aceti ed Enrico Orlandi annuncia l’acquisizione della maggioranza di Akito. Rafforzando ulteriormente un’offerta a 360 gradi di protezione IT e OT costruita intorno al suo SOC veronese

Il visionario CEO di HWG Sababa Alessio Aceti non è uno che ama tergiversare. Salendo tre gradini per volta la scala dell’autorevolezza e della fiducia nel delicato dominio della cyber security, nel giro di cinque anni, Aceti ha trasformato quella che di fatto era una delle tante startup di un settore molto affollato in un partner affidabile per i CISO di banche (tra cui qualcosa come sedici istituti centrali di paesi esteri), istituzioni pubbliche, multiutility, aziende di logistica e trasporto e industrie manifatturiere. Garantendo a tutti i massimi livelli di protezione di impianti, infrastrutture critiche e business digitale.

HWG Sababa accelera la sua espansione, in Italia ma anche in diversi mercati del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, contando oggi undici sedi a livello globale: Milano, Verona, Bergamo, Genova, Firenze, Perugia, Roma, Bari, Madrid, Tashkent e Dubai. Il gruppo veronese, attraverso il suo Security Operation Center di nuova generazione, fornisce servizi di sicurezza gestita rivolti a organizzazioni di medio-grandi dimensioni – realtà che raramente contano meno di mille dipendenti e che possono arrivare a molto grandi con centinaia di migliaia di utenti. È questo il target di HyperSOC, il brand di nuova generazione che rappresenta il framework SOC proprietario dell’azienda, fondato su principi di cybersecurity avanzata e competenze distintive in ambito OT.

«In un mercato di questo calibro – osserva Aceti – l’affollamento è molto relativo. I nostri competitor nelle gare sono sempre gli stessi. Noi però possiamo contare su almeno tre elementi di unicità. Il primo è il focus su un servizio gestito su una base di reale operatività 24/7, con almeno una trentina di analisti sempre presenti anche nei turni notturni e festivi, non solo reperibili. Il secondo riguarda la mole di investimenti fatti e la competenza accumulata in materia di sicurezza e OT, un dominio ancora nuovo e molto sfidante. E infine, ma non ultimo, la presenza sull’intera filiera della cybersecurity. Abbiamo aree di eccellenza interna e, dove necessario, ci affidiamo a partner altamente selezionati. Ma il vero valore è la nostra capacità di agire come un’estensione dell’organizzazione del cliente, soprattutto nei contesti in cui la sicurezza IT e OT è una questione critica e strategica».

Le parole del CEO di HWG Sababa – che lo scorso febbraio ha annunciato l’acquisizione del 70% di Akito, system integrator con base operativa tra Roma e Perugia – fotografano il profondo cambiamento del mercato della cybersecurity, sempre più percepita dagli utenti come leva strategica e non più soltanto come voce di spesa. Il focus della cybersecurity si sta rapidamente spostando dalla protezione dell’end-point e della rete locale alla gestione evoluta dei rischi, legati a un ecosistema interconnesso di minacce sempre più ampio. In questo scenario, i fornitori di sicurezza vengono valutati soprattutto sulla base di due capacità chiave: osservabilità e correlazione degli eventi. Eventi che, in ambienti critici come macchine a controllo numerico, impianti industriali o infrastrutture fisiche, non riguardano più soltanto dati e transazioni, ma coinvolgono tecnologie di automazione, spesso basate su protocolli poco familiari agli specialisti IT tradizionali e sistemi complessi, non di rado datati.

Alessio Aceti CEO di HWG Sababa

AUTOMAZIONE E SICUREZZA

A fronte di tale allargamento “qualitativo” dell’universo degli eventi da tenere sott’occhio, corrisponde anche la loro esplosione in termini quantitativi. E questo incide profondamente sia sul livello di competenze necessario per contenere le minacce e rispondere tempestivamente a incidenti e compromissioni, sia sulla struttura e l’organizzazione di un Security Operation Center, interno o esternalizzato che sia. «Nel modello tradizionale, la base della piramide del SOC era costituita dagli analisti di primo livello» – spiega Alessio Aceti. «In HWG Sababa abbiamo superato questo schema: l’automazione, potenziata dall’intelligenza artificiale, assume oggi un ruolo centrale, non solo nell’individuare eventuali anomalie di sicurezza, ma anche nell’arricchimento del contesto e nel mettere in atto le prime misure di containment in modo autonomo, garantendo al cliente meno effort per chi gestisce i suoi sistemi e livelli di servizio decisamente più rapidi».

Il vero motore della reputazione di un brand ancora giovane – in particolare nella sua componente “Sababa”, ora parte integrante di un player in evoluzione a due mesi dall’operazione Akito – potrebbe risiedere – come sottolinea il CEO di Akito Fabio Naccazzani – in una cultura aziendale fondata sulla collaborazione e sulla condivisione delle competenze, radicata ben oltre l’accordo recente. mAl di là delle rispettive date di fondazione, le tre realtà che oggi compongono formalmente il nuovo gruppo condividono una visione comune e un know-how tecnico che precedono l’unificazione societaria. «Ai dieci anni di esperienza di Akito si sommano oltre tre decenni di padronanza operativa, portati in dote dai professionisti e dalle due anime che oggi compongono HWG Sababa» – spiega Fabio Naccazzani. «Conosco Alessio Aceti da quando era ancora legato a uno dei vendor di cybersecurity più importanti sul mercato. In questo settore, le competenze tecniche sono fondamentali, ma sono le relazioni personali e la stima professionale a fare davvero la differenza. E i clienti lo sanno bene».


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Analizzando le singole storie dei brand del gruppo e le dinamiche che ne hanno favorito la convergenza, emerge chiaramente come, sotto molteplici aspetti, le persone di HWG Sababa e Akito formassero già un gruppo consolidato molto prima dell’unione formale, avvenuta sotto l’egida del fondo di private equity di alto profilo Investcorp Technology Partners. In ordine cronologico, HWG è stata la prima a nascere: una società di servizi e consulenza che Fabio Naccazzani definisce «la Bulgari del SOC» per il prestigio riconosciuto all’azienda sin dalla sua fondazione nel 2008 da parte di Enrico Orlandi.
Con un solido background nella consulenza direzionale e nella sicurezza di grandi progetti, Orlandi oggi è presidente di HWG Sababa, con sede centrale a Verona. L’azienda ha da sempre puntato sull’eccellenza nei servizi di sicurezza gestita, rivolgendosi inizialmente soprattutto a clienti nei settori bancario e delle telecomunicazioni.

Fabio Naccazzani CEO di Akito

STORIE CHE SI INCONTRANO

Aceti racconta che quando Sababa diventa operativa, nel 2020, HWG è già un interlocutore naturale in virtù dei contatti professionali che Aceti stesso, sino a quel momento attivo in uno dei big della sicurezza antimalware nel mercato B2C e PMI, aveva stabilito con Orlandi. «Il mio era un incarico manageriale di livello globale» – riferisce il CEO del gruppo. «La mia missione era costruire, anche intorno a pionieristiche soluzioni di sicurezza OT, una nuova offerta enterprise. Sababa nasceva già sull’idea della centralità del SOC, spesso avvalendosi di servizi che HWG erogava con successo da almeno un decennio». Un analogo discorso riguarda le competenze sistemistiche e di rete che gli esperti di sicurezza della giovane startup hanno individuato nei partner esterni come Akito o come Digipoint, società genovese esperta di networking che Sababa rileva definitivamente, dopo una iniziale partecipazione minoritaria, nel 2023, poco prima di annunciare la fusione con HWG. Tutti operatori dotati di quelle conoscenze complementari che consentono al team Aceti di affrontare articolati progetti di cybersecurity.

«Ai clienti industriali che affrontavano con noi i primi progetti di messa in sicurezza dell’IOT – aggiunge Aceti – venivano consigliati approcci sistemici come la segregazione della connettività dei loro impianti la cui corretta implementazione richiede conoscenze molto specifiche: la collaborazione con Digipoint o con il team di Fabio Naccazzani era una scelta naturale». Anche nei tre anni che Sababa percorre come entità autonoma, i fratelli Aceti si distinguono per la loro volontà di bruciare le tappe. Nel 2021, il fondatore di Sababa chiama infatti accanto a sé la sorella affidandole, con il ruolo di responsabile finanziaria, una missione impossibile: portare il titolo di Sababa Security alla quotazione sul listino milanese Euronext, nel giro di un solo trimestre. Giuseppina Aceti – per tutti Giusy – che oggi nella veste di CFO lavora a stretto contatto con la presidenza di Enrico Orlandi, racconta quell’avventura adrenalinica senza riuscire a nascondere l’emozione. «Quando Alessio mi chiamò, ricoprivo da anni il ruolo di responsabile finanziaria nella filiale italiana di una multinazionale del food. All’epoca, Sababa aveva alle spalle un solo esercizio chiuso – 1,7 milioni di euro di fatturato – ma con l’ambizione di crescere rapidamente: tre anni dopo sarebbero diventati dieci. Non avevo mai gestito un’IPO, così mi procurai tutte le informazioni sull’argomento e iniziai a studiare. A dicembre 2021 siamo riusciti a completare la quotazione, appena tre mesi dopo il pitch iniziale presentato al nostro advisor, con una valutazione pari a 280 volte l’EBITDA. Un multiplo straordinariamente alto, che rifletteva le potenzialità del nostro modello di business».


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Attraverso la quotazione, Alessio Aceti ottiene le risorse necessarie a sostenere le sue ambiziose strategie di crescita. Una scelta coraggiosa, soprattutto considerando il contesto: l’operazione va in porto nel secondo anno della pandemia, in uno scenario ancora segnato da forte incertezza. Ma il successo della IPO dimostra che il mercato credeva in quel progetto imprenditoriale. Puntare sulla convergenza tra IT e OT, sulla protezione dei dati in ambienti sempre più cloud-based e sull’offerta di una strategia di sicurezza completa, gestita end-to-end per conto del cliente, si rivela una visione vincente. Dal punto di vista finanziario, l’alternativa alla Borsa sarebbe stata l’ingresso di un fondo di investimento. Aceti, però, in quella fase sceglie l’indipendenza. Forse, senza immaginare che proprio quel modello, inizialmente scartato, si sarebbe a ripresentato presto – in forma evoluta – lungo il percorso.

Giuseppina Aceti CFO di HWG Sababa e Giulio Faita sales director di Akito

OFFERTE COMPLEMENTARI

Con la leva della quotazione, Sababa mette in atto una prima fase di crescita. Vengono decise nuove assunzioni. Gare e progetti si fanno ancora più ambiziosi. E nel frattempo, la collaborazione con HWG continua sulla parte SOC, mentre Sababa svolge le sue attività di assessment, penetration test, consulenza e progettazione. «Nel 2022, pochi mesi dopo la quotazione – racconta ancora Giuseppina Aceti – HWG era stata acquisita da Investcorp, un fondo globale di private equity molto affermato.

Le nostre due aziende avevano raggiunto più o meno la stessa dimensione, ma il quadro di mercato era diventato sempre più complesso, soprattutto a livello di compliance. I clienti guardavano con diffidenza ai contratti di fornitura che coinvolgevano soggetti terzi o subappaltatori, preferendo interlocutori unici. Così con Orlandi ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo deciso di costruire qualcosa di ancora più grande». Per Giusy, Sababa e HWG rappresentano due anime complementari della cybersecurity: lo yin e lo yang di un’offerta integrata, capace di coprire in modo sinergico ogni area critica, senza lasciare zone scoperte. Da una parte la conoscenza approfondita del mondo delle minacce e la capacità di definire una corretta “postura” protettiva. Dall’altra la visione necessaria per impostare ed eseguire una corretta strategia di security operation e orchestration.

La fusione – che comporterà anche il delisting delle azioni Sababa – segna una chiara definizione dei ruoli all’interno del nuovo gruppo. HWG, forte di un solido background nei processi, assume il controllo delle operation. Sababa, invece, mette sul tavolo le sue competenze tecniche e la struttura commerciale già rodata nel rapporto diretto con i clienti, e – sul fronte della visibilità – contribuisce con la figura del CEO Alessio Aceti: professionista riconosciuto, speaker carismatico e docente universitario. Proprio di recente, Aceti ha fatto parte del corpo docente del master di II livello in Cybersecurity for SCADA Systems, Industry, Power, and Energy dell’Università di Genova – ulteriore conferma del suo ruolo di divulgatore ed evangelista nel settore.

Diciotto mesi dopo l’acquisizione di HWG, Investcorp completa anche l’OPA su Sababa, consolidando così un progetto industriale guidato direttamente dal team del fondo. «È il partner ideale per noi» commenta Giusy Aceti. «Non impone modelli dall’alto né interferisce nella gestione operativa, ma con loro condividiamo ogni scelta strategica». I referenti di Investcorp conoscono bene il settore: sono i fondatori di SecureLink, società olandese nata da zero e cresciuta fino a diventare un operatore di cybersecurity con 600 dipendenti attivo nei Paesi nordici, poi acquisito dal gruppo francese Orange.


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NON C’È DUE SENZA TRE

Nel 2025 il gruppo si arricchisce con l’acquisizione del 70% del capitale di Akito, creata nel 2016 su iniziativa di un gruppo di esperti guidati da Fabio Naccazzani e da Giulio Faita, che nel system integrator romano riveste il ruolo di direttore commerciale. «Anche nel caso di Akito – spiega Naccazzani – l’iniziativa poggia sulla esperienza mia e di Giulio. Entrambi abbiamo lavorato a lungo in un importante gruppo IT nazionale, guidandolo nei rispettivi ruoli di amministratore e direttore commerciale. Un team ristretto ma molto agguerrito, focalizzato sulla system integration di tecnologie molto ben selezionate e in grado di coprire, attraverso le soluzioni di venticinque vendor rappresentati, esigenze molto diverse che vanno dall’end-point protection alla data loss prevention, dalle minacce avanzate al CASB. Tappe di una strategia di sicurezza che sappiamo collegare grazie alla nostra conoscenza in senso orizzontale».

Secondo Giulio Faita, sales director di Akito a fare la differenza è la relazione che l’azienda sa costruire con una clientela che comprende molte realtà nel mondo della Pubblica Amministrazione e non solo. «Ci siamo mossi in ambiti complementari a quelli del gruppo di cui oggi facciamo anche formalmente parte». La missione di Akito si amplia, rafforzando il ruolo dell’azienda come punto di contatto strategico con i settori chiave attuali e futuri. Questo si traduce nell’introduzione di nuove soluzioni di sicurezza e nell’estensione dei livelli di protezione nei confronti dei clienti storici, valorizzando la relazione con un’offerta sempre più integrata e su misura. «Mettiamo in campo tutte le nostre competenze per affrontare con successo anche le sfide più complesse, come quelle offerte dalle grandi realtà pubbliche» – sottolinea Faita. «Offerte così complete e innovative aprono molte porte. Oggi, le imprese pubbliche e private hanno capito che spesso i grandi nomi sono solo contenitori spersonalizzati: noi proteggiamo e valorizziamo il business dei nostri clienti, lavorando insieme a loro con la convinzione di portare un contributo distintivo e anche con la presunzione di poter dire la nostra».

UNITI SI VINCE

Come intende procedere ora il management di Akito, quali sono le strategie di integrazione con HWG Sababa? «Proprio perché anche prima di questa operazione condividevamo molte cose – la vision, il modo di lavorare, gli obiettivi – abbiamo scelto di mantenere questa complementarietà attraverso la nostra identità, che per ora rimane» – spiega Naccazzani. Il brand Akito non perde nulla, semmai guadagna ulteriormente in affidabilità. Conquistare la fiducia del cliente su temi critici di cybersecurity richiede diversi ingredienti e lo scorso dicembre, sapendo già che l’accordo era imminente, abbiamo deciso di presentarci tutti e tre, come entità unica, ai capi di una delle principali multiutiliy del Centro Italia per una gara relativa a un contratto triennale su tutta la threat intelligence. E insieme abbiamo vinto». Mentre Faita continua a guidare le strategie commerciali di Akito, le sinergie e le attività in comune sono già molteplici. A partire dall’annuale kick-off che ancora prima dell’annuncio ufficiale dell’acquisizione, ha visto riunite lo scorso febbraio a Milano Marittima tutte le forze di HWG Sababa e Akito: oltre 200 persone, inclusi 50 nuovi ingressi della campagna di assunzioni 2024.

Lisa Bassetto, chief sales officer di HWG Sababa, interviene sullo spirito di coesione che le due realtà hanno saputo costruire in tempi rapidi dopo l’accordo formale, evidenziando come l’approccio consulenziale all’adozione di soluzioni tecnologiche avanzate e l’ampiezza del portafoglio di servizi gestiti rappresentino un asset strategico per i clienti. Un valore che si misura nella competenza certificata dei tecnici e nella capacità del gruppo di progettare soluzioni innovative e su misura. «La relazione con il cliente è centrale» – sottolinea Bassetto. «Ciò che ci accomuna al team Akito è la volontà condivisa di costruire partnership di lungo periodo, capaci di evolvere nel tempo e di generare valore reale per chi ci sceglie». L’ingresso di Akito – aggiunge – rafforza in modo significativo la presenza commerciale del gruppo nel Centro e Sud Italia, con un focus particolare sulla Pubblica Amministrazione centrale, settore in cui il team guidato da Fabio Naccazzani vanta referenze consolidate e una reputazione di eccellenza. «Insieme siamo una bella squadra: accanto a Giulio Faita e ai suoi collaboratori, la divisione commerciale di HWG Sababa conta tredici commerciali che operano con competenza specialistica sull’intera gamma di servizi proposti. In generale è un momento di forte crescita, sia per il lavoro sinergico su tutto il territorio sia per la spinta innovativa con cui continuiamo a caratterizzare l’offerta tecnologica davvero ampia che portiamo al mercato».


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In parallelo, l’attenzione costante all’innovazione – dall’automazione all’intelligenza artificiale applicata alla gestione delle minacce – punta a incrementare l’efficacia operativa e l’efficienza dei processi, permettendo al gruppo di offrire soluzioni di cybersecurity più performanti a costi competitivi. «È da questa visione che nasce il potenziale del nostro HyperSOC» – sottolinea Lisa Bassetto. «Una piattaforma che ci consente oggi di essere riconosciuti come un player d’eccellenza, tanto sul fronte IT quanto nella nuova e complessa frontiera dell’OT».

LA SFIDA DELLA COMPLIANCE

Nella sua analisi dei potenziali di mercato, Alessio Aceti evidenzia una significativa disomogeneità nella percezione del valore strategico della cybersecurity gestita. «Nel settore finance, il livello di maturità è generalmente elevato: fenomeni come le frodi e il ransomware continuano a spingere gli investimenti» – spiega il CEO di HWG Sababa. «Paradossalmente, lo stesso livello di consapevolezza manca in ambiti come le infrastrutture critiche – basti pensare a un acquedotto – dove il rischio è altrettanto alto ma meno percepito». Tra i settori più esposti, Aceti cita la sanità: «Gli ospedali italiani hanno fatto grandi passi avanti nella digitalizzazione, ma restano in ritardo sul fronte della cybersecurity. Qui vedo più una missione sociale che un orientamento al profitto, ma la vulnerabilità resta».

Accanto alla sanità, HWG Sababa sta rafforzando la propria presenza anche nel retail e soprattutto nel fashion, con un focus mirato sui brand del lusso. In questi contesti – come spiega Alessio Aceti – la continuità operativa, la protezione della proprietà intellettuale, la sicurezza delle transazioni e persino la gestione del rischio reputazionale rappresentano leve sempre più determinanti per orientare gli investimenti in cybersecurity. «Esistono poi realtà di dimensioni più contenute ma inserite in filiere strategiche – osserva Alessio Aceti – dove l’entrata in vigore della direttiva NIS2 rappresenta un’opportunità significativa. La normativa pone l’accento sulla capacità di monitorare gli eventi di sicurezza lungo l’intera catena di fornitura, inclusi gli anelli più esterni, rendendo cruciale l’adozione di una visione integrata della protezione».

È il caso di clienti come Ansaldo Energia – prosegue Aceti – che investono con decisione su tracciabilità e osservabilità. Lo stesso sta accadendo nel settore agroalimentare, dove il tema della sicurezza sta emergendo come asset competitivo. «Un nostro cliente, che opera nel comparto avicolo e genera oltre un miliardo di euro di fatturato, ha compreso perfettamente che la cybersecurity non è un costo accessorio, ma una leva strategica per chi punta sull’automazione come motore di efficienza e crescita».

La crescente automazione che oggi pervade ogni segmento del manifatturiero sta alimentando una domanda sempre più concreta di soluzioni di sicurezza OT. HWG Sababa, forte di un’esperienza consolidata nel settore, sta intercettando filoni particolarmente promettenti, come quello legato all’automazione dei magazzini, dove la convergenza tra IT e OT impone approcci di protezione evoluti. In questa direzione, si inserisce anche la partecipazione del gruppo a progetti strategici come il bando promosso dal Centro di Competenza START 4.0 e alle opportunità offerte dai finanziamenti europei del Next Generation EU. L’obiettivo: mettere a sistema competenze avanzate e idee innovative per migliorare la sicurezza delle infrastrutture critiche, oggi più che mai sotto pressione.


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HWG Sababa si è recentemente distinta tra i vincitori di un bando competitivo con un progetto che propone un modello avanzato di Security Operation Center (SOC), progettato per rafforzare la cybersecurity di impianti per la generazione energetica – dall’idroelettrico al termico, dal ciclo combinato al nucleare. Un’iniziativa che conferma la vocazione dell’azienda veronese nel proteggere infrastrutture critiche attraverso soluzioni altamente specializzate. Sempre sul fronte dell’OT security, a fine marzo, Alessio Aceti è stato protagonista dell’OT Cyber Resilience Night, presso il polo dell’innovazione Confindustria Kilometro Rosso di Bergamo. L’evento ha riunito oltre 140 professionisti del mondo industriale, inclusi diversi produttori di macchine utensili, con l’obiettivo di stimolare il dialogo tra operatori, condividere buone pratiche, aggiornamenti normativi e strumenti operativi per rafforzare la resilienza delle infrastrutture produttive.

PROTEZIONE INDUSTRIALE

Accanto al consolidato marchio HyperSOC, HWG Sababa ha recentemente lanciato un nuovo brand verticale: Y Cyber, focalizzato sulla sicurezza dei sistemi industriali. «Siamo completamente agnostici rispetto ai vendor OT e operiamo trasversalmente su diversi tipi di impianti» – spiega Alessio Aceti. «Ma un conto è dialogare con realtà strutturate e presidiate da un CISO, ben più complesso è offrire soluzioni a chi si occupa di logistica o automazione industriale su scala ridotta. Con Y Cyber vogliamo creare un vero competence center per la OT security, in grado di offrire servizi mirati a un ampio spettro di utilizzatori».

Intanto il gruppo non nasconde le ambizioni di espansione internazionale. Dopo il discreto numero di clienti già conquistati negli Emirati e in Uzbekistan, le prossime tappe potrebbero portare HWG Sababa nel Sud Europa. Giusy Aceti conferma: «Con una solida posizione finanziaria, il gruppo è pronto a proseguire la strategia di M&A». In questo mondo fatto di cloud e digitalizzazione spinta, il bisogno di cybersecurity può essere un motore formidabile. Saperlo guidare per continuare a salire le scale di un mercato così agguerrito, richiede competenza, tenacia, capacità di innovare, intelligenza. Doti che certo non scarseggiano sull’asse Milano – Verona – Genova – Perugia – Roma.

Foto di Gabriele Sandrini

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Il nuovo bilancio della resilienza https://www.datamanager.it/2025/06/il-nuovo-bilancio-della-resilienza/ Wed, 11 Jun 2025 10:30:14 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245530 Il 2024 si è chiuso con un segnale chiaro: le imprese italiane stanno rafforzando i propri investimenti in cybersecurity, mostrando una consapevolezza crescente sulla necessità di proteggere i dati come asset strategico. A confermare la tendenza sono i numeri. Nei primi mesi del 2025, il settore ha registrato in Italia una crescita di +37%, trainata […]

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Il 2024 si è chiuso con un segnale chiaro: le imprese italiane stanno rafforzando i propri investimenti in cybersecurity, mostrando una consapevolezza crescente sulla necessità di proteggere i dati come asset strategico.

A confermare la tendenza sono i numeri. Nei primi mesi del 2025, il settore ha registrato in Italia una crescita di +37%, trainata da un bisogno concreto di resilienza e continuità operativa (dati Context, presentati a Partner ReeVolution Conference il 15 aprile). Questa evoluzione si accompagna a un cambio di paradigma nell’approccio alla sicurezza informatica. L’integrazione tra sicurezza e cloud si fa sempre più stretta.

Il cloud rappresenta l’infrastruttura abilitante per l’agilità e la scalabilità del business, mentre la cybersecurity è il presidio della continuità operativa. Senza cloud, le aziende non possono concentrarsi sul loro core business. Senza cybersecurity, ogni infrastruttura diventa un potenziale rischio catastrofico. ReeVo nasce con questa missione: offrire un’infrastruttura cloud (nativa e ibrida), sovrana con soluzioni di cybersecurity integrate ed espandibili, pensate per accelerare la trasformazione digitale delle imprese italiane ed europee. C’è un aspetto che va chiarito: spostare il workload nel cloud migliora infatti la sicurezza infrastrutturale, ma non protegge automaticamente né le applicazioni, né le loro informazioni. Per evitare una falsa sensazione di protezione, è essenziale affiancare servizi di sicurezza attiva e gestita.

In questo scenario, cresce anche la domanda di servizi gestiti: +39% su base annua. Il valore percepito si sposta quindi verso provider in grado di gestire in modo proattivo la sicurezza. Prendendo in prestito la frase di Robert Mueller, ex direttore dell’FBI, a prescindere da dimensioni e settore di appartenenza, le imprese si dividono in due categorie: quelle che hanno già subito una violazione e quelle che la subiranno. Per questo la sicurezza deve essere intesa in funzione di prevenzione e reazione, e non solo di protezione. Nonostante la maggiore awareness e il tendenziale cambiamento di approccio, persistono ancora errori strategici. Il pericolo principale è di considerare la sicurezza un centro di costo da minimizzare, più che un investimento a lungo termine. L’errore più comune è sottovalutare il rischio, oppure considerare l’adozione di una singola tecnologia come una soluzione omnicomprensiva. Questa abitudine genera una pericolosa illusione di sicurezza, che spesso porta le aziende ad abbassare il livello di attenzione e a trascurare aspetti fondamentali come la formazione delle persone, i processi di incident response e la governance. La cybersecurity è, e deve essere, un processo continuo e prioritario.

Un antivirus aggiornato e un firewall attivo non rendevano sicura un’infrastruttura qualche anno fa, figuriamoci ora. Semmai, offrono un’illusione di controllo che può diventare il peggior alleato della resilienza. Molte aziende adottano soluzioni di sicurezza in modo frammentato, convinte che basti coprire solo le aree critiche per essere al sicuro. Studi recenti dimostrano che oltre il 60% degli attacchi cyber sfrutta configurazioni errate o componenti trascurati nei sistemi ibridi e legacy. Questo non è un problema tecnologico, ma di governance: quando la sicurezza è trattata come un add-on di pertinenza dell’IT, anziché una funzione trasversale, si abbassa la soglia di vigilanza.

Non è più sufficiente proteggere i propri sistemi, ma è necessario dimostrare la solidità dell’intera supply chain. La direttiva NIS2 introduce un altro cambiamento strutturale, che alza l’asticella. Questo nuovo standard normativo segna una linea di demarcazione netta. Da un lato, le imprese che hanno investito in cybersecurity si trovano in una posizione di forza, capaci di operare nei mercati regolamentati e con clienti enterprise. Dall’altro, chi ha rimandato questi investimenti rischia di essere tagliato fuori.

Se la compliance supera l’adempimento normativo, la sovranità è una scelta strategica per costruire ecosistemi digitali efficienti, coesi e resilienti. Per ReeVo, essere un cloud provider europeo non è una dichiarazione di affermazione geografica, ma un impegno concreto che si traduce in infrastrutture locali, controllate e conformi, abbinate a soluzioni di cybersecurity integrate. Una scelta che consente alle imprese di proteggere i propri dati, rafforzare la continuità operativa e competere con maggiore sicurezza nei mercati anche regolamentati. Questo principio ha guidato il nostro modello di espansione: in ogni paese europeo in cui operiamo, creiamo una legal entity autonoma, con data center locali, personale e certificazioni coerenti con la normativa nazionale. L’integrazione tra resilienza infrastrutturale e difesa attiva è ciò che consente alle organizzazioni di restare operative anche sotto attacco. Perché l’obiettivo non è evitare ogni minaccia – cosa impossibile – ma limitare il rischio ed essere pronti a reagire, ripartendo subito, con danni minimi.

Resistere a un attacco equivale a preservare capitale immateriale – clienti, brand, fiducia – che si riflette sul capitale materiale – impianti, macchinari, immobili, attrezzature, hardware. Oltre all’impatto economico di una violazione – chiaramente visibile e che può essere ingente – un danno altrettanto significativo è quello invisibile: interruzioni nei processi, erosione della fiducia degli stakeholder, blocco dell’innovazione.
Nel bilancio tradizionale di un’impresa, la sicurezza informatica è sempre stata una voce passiva. Una spesa necessaria, certo, ma percepita come costo operativo, simile all’assicurazione: utile solo se qualcosa va storto. In realtà, questo approccio è non solo miope, ma anche economicamente inefficiente. La cybersecurity non funziona come un’assicurazione parziale: se un anello è debole, l’intera catena si spezza. La sicurezza parziale è il nuovo rischio sistemico.

Per passare dalle parole ai fatti, serve una leadership aziendale consapevole, capace di interpretare la sicurezza non come una barriera o un freno, ma come un sistema operativo del rischio, da aggiornare, testare e interiorizzare a tutti i livelli dell’organizzazione.La valutazione continua dei rischi crea consapevolezza. E attuare delle procedure in risposta a quei rischi, obbliga anche le persone a formarsi, salvaguardando il proprio posto di lavoro e la propria vita. Ci sono degli effetti che vanno sulla persona, anche perché molte aziende trattano dati personali che possono essere messi a rischio. Alzando lo sguardo, possiamo dire che la cybersicurezza significa proteggere le persone.

Le aziende che hanno integrato strumenti di sicurezza automatizzata riducono in media del 30% il tempo di rilevazione delle minacce. Questo equivale a settimane di business salvato, a progetti non interrotti, a opportunità non perse. Una violazione pubblica comporta la perdita della fiducia di clienti, partner e investitori. In alcuni settori regolati – come finance, healthcare, utility – può comportare sanzioni, revoca di autorizzazioni o esclusione da gare. La resilienza, quindi, non è solo continuità operativa: è continuità reputazionale. Le aziende che dimostrano responsabilità nella gestione del rischio vengono premiate dal mercato, attraggono talenti migliori, partner più affidabili, investimenti più solidi. Il vero confronto va fatto sui dati economici. Il board non ha bisogno di dettagli tecnici: ha bisogno di sapere quanto costa non essere resilienti, e quanto vale esserlo. Per misurare il ritorno degli investimenti in sicurezza servono nuovi KPI, nuove metriche. Se ribaltiamo la logica, ogni minuto senza attacchi vale utile netto per l’impresa. Ogni giorno senza crisi vale reputazione. E ogni euro investito in sicurezza vale tempo per innovare, crescere e fare business senza paura.

Antonio Giannetto, CEO, e Salvatore Giannetto, presidente di ReeVo

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Sanità digitale, allarme resilienza https://www.datamanager.it/2025/06/sanita-digitale-allarme-resilienza/ Wed, 11 Jun 2025 09:30:20 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245664 Sanità sotto attacco: escalation di violazioni e costi record. Il settore più colpito a livello globale paga il prezzo di ritardi e fragilità strutturali. Proteggere i dati per tutelare i pazienti, il rischio cyber come nuovo fronte critico. Anche l’Italia nel mirino L’adozione crescente di strumenti digitali cambia il modo in cui si eroga e […]

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Sanità sotto attacco: escalation di violazioni e costi record. Il settore più colpito a livello globale paga il prezzo di ritardi e fragilità strutturali. Proteggere i dati per tutelare i pazienti, il rischio cyber come nuovo fronte critico. Anche l’Italia nel mirino

L’adozione crescente di strumenti digitali cambia il modo in cui si eroga e si gestisce l’assistenzam sanitaria, tra esigenze di riduzione dei costi e di miglioramento dei servizi. Due esigenze che, a prima vista, sembrano muoversi in direzioni opposte, ma che proprio grazie all’innovazione tecnologica possono trovare un punto d’incontro. Le imprese sanitarie sono chiamate a ripensare i modelli organizzativi, il rapporto con il paziente e le modalità di trattamento e di monitoraggio: la tecnologia diventa parte integrante del processo clinico e gestionale. Secondo il report 2024 del World Economic Forum, “Healthcare pays the highest price of any sector for cyberattacks”, il settore sanitario è il più colpito – e il più penalizzato – dagli attacchi informatici a livello globale. Nel 2023, per il tredicesimo anno consecutivo, l’healthcare ha registrato la media più alta di violazioni di dati, con un costo per incidente che ha toccato i 10,93 milioni di dollari.

Una cifra quasi doppia rispetto al settore finanziario, al secondo posto in classifica con 5,9 milioni di dollari per attacco. Lo studio sottolinea anche un ulteriore primato negativo per le organizzazioni sanitarie: sono quelle che impiegano più risorse e tempo per riprendersi da un attacco, confermandosi il bersaglio più vulnerabile – e costoso – dell’ecosistema digitale. mStando ai dati della ricerca “Cyber insecurity in healthcare: the cost and impact on patient safety and care”, realizzata da Proofpoint e Ponemon Institute, il 92% delle organizzazioni sanitarie americane ha subito almeno un attacco informatico nell’ultimo anno, con conseguenze rilevanti sia sul piano economico che operativo. Il costo medio del singolo attacco più grave ha superato i 4,7 milioni di dollari, mentre le interruzioni delle attività cliniche dovute alla mancata disponibilità dei sistemi informatici si confermano la voce più onerosa, con una media di 1,47 milioni di dollari per evento – in crescita del 13% rispetto al 2023.

La ricerca evidenzia anche un atteggiamento ambivalente verso l’adozione dell’intelligenza artificiale: se il 57% delle organizzazioni ritiene che l’AI sia uno strumento molto efficace per rafforzare la propria postura di sicurezza, ben il 63% esprime forti preoccupazioni sulla capacità di proteggere adeguatamente i dati sensibili. Intanto, cresce l’impegno nella formazione del personale: il 71% delle strutture ha implementato programmi di awareness sulla sicurezza informatica, in aumento rispetto al 65% dell’anno precedente. Tuttavia, restano criticità evidenti: i messaggi di testo rimangono il canale di comunicazione più frequentemente preso di mira, mentre la negligenza degli utenti interni ha contribuito a violazioni e furti di dati nel 31% dei casi. Una situazione che alimenta la preoccupazione generale: oltre la metà dei responsabili IT (52%) si dice fortemente allarmata dal rischio di errore umano.

Inoltre, la ricerca evidenzia che più di due terzi (68%) degli intervistati hanno riferito che le loro organizzazioni sono state colpite da attacchi alla supply chain. Tra questi, l’82% ha dichiarato che tali attacchi hanno portato a interruzioni nell’assistenza ai pazienti, un dato in aumento rispetto al 77% del 2023. Per quanto riguarda i tipi di attacchi, il Business E-Mail Compromise (BEC) è il più diffuso (69%). Seguono il ransomware (61%), che spesso comporta una maggiore durata delle degenze (58%) e un aumento dei trasferimenti di pazienti in altre strutture (52%). Inoltre, il 53% degli intervistati ha notato un incremento nelle complicanze delle procedure mediche, mentre il 28% ha rilevato un aumento dei tassi di mortalità dei pazienti, con un incremento di cinque punti percentuali rispetto all’anno precedente.

A rafforzare il quadro generale di emergenza, arriva anche il Rapporto Clusit 2025, che documenta un incremento del 30% degli attacchi informatici globali al settore sanitario nel corso del 2024. I dati parlano chiaro: sono 810 gli incidenti resi pubblici, un numero quadruplicato rispetto ai livelli del 2020 e 2021. Un’escalation che conferma un trend di crescita costante, e sempre più preoccupante, della vulnerabilità cyber in ambito healthcare.


#CyberSecurity #SanitàDigitale nel mirino globale: +30% di attacchi nel 2024 #Clusit2025
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L’IMPATTO OPERATIVO

Anche in Italia, il settore sanitario è tra i bersagli privilegiati della criminalità informatica. Lo evidenzia il rapporto “La minaccia cibernetica al settore sanitario” dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), secondo cui, tra il 2023 e il 2024, sono stati registrati 84 eventi cyber, con un incremento del 111% rispetto all’anno precedente. Ancora più allarmante è la qualità di queste minacce: nel 2024, circa il 96% degli eventi segnalati si è concretizzato in veri e propri incidenti informatici – 55 in totale – a conferma della crescente capacità offensiva e della scarsa resilienza dei sistemi digitali in ambito sanitario. Secondo il report ACN, le minacce informatiche più ricorrenti contro il settore sanitario italiano riflettono la crescente sofisticazione degli attacchi. Il ransomware rappresenta la tecnica più diffusa, in lieve calo rispetto al 2023, ma ancora ampiamente dominante tra le tipologie di attacco. Accanto ai ransomware, emergono in modo preoccupante anche altre minacce: l’esposizione di dati sensibili e le intrusioni realizzate tramite credenziali valide riguardano il 15% degli eventi segnalati nel 2024. Nel 2023, l’esfiltrazione di dati interessa il 14% degli incidenti, mentre nel 2024 la compromissione tramite malware emerge nel 13% dei casi. Nel primo trimestre del 2025, il numero di eventi cyber rilevati dal CSIRT Italia è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2024 (21 contro 10). Anche gli incidenti aumentano in modo significativo, passando da 6 a 11.

Gli attacchi informatici contro il settore sanitario possono avere conseguenze profonde e spesso drammatiche sulla sicurezza dei pazienti e sull’operatività delle strutture. Un attacco può determinare l’interruzione dei servizi essenziali, provocando ritardi nell’erogazione delle cure e mettendo a rischio la tempestività degli interventi clinici. Inoltre, la violazione della privacy, con l’esposizione di dati personali e sanitari altamente sensibili mina la fiducia tra pazienti e istituzioni sanitarie. mLa compromissione dell’integrità dei dati è un altro aspetto critico: basti pensare a diagnosi alterate, esami falsati o piani terapeutici modificati, che possono incidere in modo diretto sulla salute delle persone. A tutto questo, si sommano i danni reputazionali per le strutture colpite e gli alti costi economici connessi: dalla bonifica dei sistemi alla gestione dell’emergenza, fino, in alcuni casi, al pagamento di riscatti per il recupero dei dati bloccati dai criminali informatici.


#CyberSecurity #SanitàDigitale Il rapporto #Clusit2025 segnala 810 incidenti noti, 4 volte il 2020
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UN MIX PERICOLOSO

Tre fattori strutturali alimentano la vulnerabilità del settore sanitario italiano, rendendolo uno dei bersagli più esposti e fragili di fronte alle minacce informatiche. Il primo riguarda la gestione decentralizzata dei sistemi digitali: molte strutture sanitarie acquistano autonomamente hardware, software e servizi IT, dando vita a un mosaico di ambienti eterogenei, privi di strategie di sicurezza centralizzate. Questo approccio rende i sistemi difficili da gestire, monitorare e proteggere in modo uniforme. A complicare ulteriormente il quadro c’è la persistente obsolescenza tecnologica. Gli apparati medici, spesso molto costosi, hanno cicli di vita lunghi e risultano difficilmente aggiornabili o supportabili. E continuano a essere utilizzati per ragioni economiche, anche quando non rispondono più agli standard di sicurezza, mantenendo in funzione componenti datati e vulnerabili. Infine, il deficit di personale specializzato in cybersicurezza rappresenta un nodo critico.

Nella maggior parte delle strutture, la sicurezza informatica è affidata a personale IT generico, senza risorse dedicate e competenze avanzate, limitando la capacità di prevenire, rilevare e rispondere in modo efficace agli attacchi. In risposta a questo scenario fragile, la Commissione Europea ha lanciato nel gennaio 2025 il primo piano d’azione europeo per la sicurezza informatica nel settore sanitario. Si tratta di un’iniziativa settoriale ambiziosa che integra pienamente le disposizioni della strategia UE di cybersicurezza, con particolare attenzione alla direttiva NIS2, al Cyber Resilience Act e al Cyber Solidarity Act. mQuesto piano nasce da un’urgenza concreta: la crescente digitalizzazione della sanità ha ampliato il perimetro di attacco, esponendo ospedali e operatori sanitari a rischi crescenti. Nel 2023, da quanto si evince dal sito della Commissione Europea, il settore sanitario europeo ha registrato il più alto numero di incidenti di sicurezza significativi tra le infrastrutture critiche, con ben 309 casi. Un campanello d’allarme che l’Europa ha deciso di non ignorare.


#CyberSecurity La sanità in europa guida la classifica degli incidenti tra le infrastrutture critiche
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IL PIANO EUROPEO DI AZIONE

Il piano di azione si articola in quattro direttrici strategiche che puntano a rafforzare l’intero ecosistema digitale del settore sanitario dalla prevenzione alla risposta, fino alla deterrenza attiva. Il primo pilastro è la prevenzione rafforzata, che prevede la diffusione di linee guida per l’adozione di pratiche di sicurezza critiche, l’erogazione di voucher dedicati alla cybersecurity per PMI e operatori sanitari, e lo sviluppo di programmi formativi mirati per il personale sanitario, spesso privo di competenze specifiche in materia digitale. Segue la rilevazione tempestiva delle minacce, con l’obiettivo di realizzare entro il 2026 un sistema europeo di allerta precoce. Questo sistema, coordinato dal nuovo Centro di supporto per la cybersecurity gestito da ENISA, sarà in grado di fornire notifiche quasi in tempo reale su attacchi in corso o imminenti, migliorando la capacità di reazione dell’intero settore.

La terza priorità è la risposta rapida e il contenimento degli attacchi, che si concretizza attraverso l’accesso alla Riserva UE per la cybersicurezza. Tale riserva potrà essere attivata per interventi immediati, ma includerà anche simulazioni nazionali, esercitazioni pratiche e manuali operativi per la gestione di minacce specifiche, come il ransomware. È inoltre previsto l’obbligo di segnalare eventuali pagamenti di riscatto, un passaggio cruciale per supportare le attività investigative. Infine, il piano punta sulla deterrenza attiva, grazie all’impiego del “Cyber Diplomacy Toolbox”, uno strumento che consente all’Unione di rispondere in modo coordinato ad attività informatiche ostili, facendo leva su cooperazione internazionale e misure diplomatiche, anche in caso di attacchi diretti contro singoli Stati membri.

Al centro del piano d’azione europeo per la cybersecurity in ambito sanitario c’è la promozione di una cultura operativa della sicurezza, fondata sull’adozione sistematica delle best practice. L’obiettivo è garantire una protezione completa e continua, che vada oltre le tecnologie, coinvolgendo processi, persone e policy. Tra le misure indicate, l’attenzione si concentra sulla protezione delle e-mail, con l’introduzione di sistemi anti-phishing, l’autenticazione a più fattori (MFA) e programmi di formazione simulata per il personale. Allo stesso modo, la sicurezza degli endpoint richiede soluzioni antivirus, crittografia dei dispositivi, aggiornamenti automatici e una gestione tempestiva delle patch.

La gestione degli accessi è l’altro punto fondamentale del piano che prevede la tracciabilità e il controllo di attività, account individuali e privilegi d’accesso, come chiave di difesa contro gli abusi. A questo si aggiunge la prevenzione della perdita di dati, che passa attraverso la classificazione delle informazioni, l’uso della cifratura, policy di archiviazione sicura e protocolli chiari per la rimozione dei dati obsoleti.

L’integrità delle infrastrutture dipende anche dalla gestione degli asset IT, che prevede inventari aggiornati, pratiche sicure per il BYOD (Bring your own device) e un monitoraggio continuo del ciclo di vita dei dispositivi. Sul fronte della sicurezza di rete, la segmentazione delle infrastrutture, la configurazione di firewall e la gestione attenta dei profili di rete rappresentano barriere fondamentali contro le intrusioni. Il piano insiste anche sulla gestione proattiva delle vulnerabilità, con l’esecuzione regolare di vulnerability scan e un efficace patch management. In caso di incidente, ogni struttura deve disporre di un piano di risposta testato, con ruoli e azioni ben definiti per reagire con prontezza.

Non meno importante è l’attenzione riservata ai dispositivi medicali, che vanno trattati come veri e propri asset IT: anche per questi dispositivi sono necessari patching, controllo degli accessi e monitoraggio continuo. Infine, le policy interne devono promuovere una cultura della sicurezza condivisa, responsabilità chiare, sistemi di incident reporting e un uso consapevole delle risorse digitali. Questa strategia si inserisce pienamente nella visione dell’European Health Data Space, che mira a restituire ai cittadini il controllo sui propri dati sanitari e a costruire un ecosistema digitale interoperabile, resiliente e sicuro per l’intera sanità europea.


#CyberSecurity Sanità italiana vulnerabile, rischio più che raddoppiato #ACN
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CAMBIO DI PASSO

L’escalation degli attacchi informatici contro ospedali e strutture sanitarie impone un cambio di passo: la cybersicurezza deve diventare una priorità strategica, culturale oltre che tecnologica. In un settore in piena trasformazione digitale, dove l’adozione di tecnologie avanzate – dall’IoT ai sistemi di cartella clinica elettronica – cresce rapidamente, la vulnerabilità informatica si espande di pari passo.

In Italia, però, il rischio cyber continua a essere sottovalutato. Alle competenze frammentate si somma la conoscenza insufficiente delle minacce digitali. I ritardi storici nella digitalizzazione del sistema sanitario nazionale e i vincoli di bilancio, soprattutto nel pubblico, accentuano il divario tra esigenze operative e capacità difensive. Nonostante l’introduzione di normative europee come la direttiva NIS2 e il progresso degli strumenti tecnologici di difesa, la vera falla resta il fattore umano. La carenza di formazione continua e di consapevolezza digitale tra il personale rappresenta un punto critico, che mette a rischio la resilienza stessa delle strutture sanitarie. La vulnerabilità delle strutture sanitarie rimarrà alta, finché i cybercriminali potranno sfruttare la disattenzione, l’inconsapevolezza o la mancanza di formazione degli utenti, che rappresentano il punto d’accesso privilegiato per compromettere i sistemi e sottrarre dati.

Le organizzazioni sanitarie devono, quindi, agire con decisione su questo fronte, rafforzando le difese attraverso programmi strutturati di formazione e di sensibilizzazione. Ogni dipendente e collaboratore consapevole e preparato può diventare una “sentinella digitale”, un presidio attivo di sicurezza capace di riconoscere e bloccare tentativi di intrusione. Solo trasformando il personale in un vero e proprio “sistema immunitario” consapevole e resiliente, sarà possibile costruire una sanità digitale sicura, in grado di proteggere i dati e garantire la continuità dei servizi essenziali, supportata da soluzioni di cybersecurity.

Secondo Cristina Vorraro, responsabile territoriale per la Provincia di Varese della community Donne Protagoniste in Sanità, la sicurezza digitale nella sanità non è solo una questione tecnica: è un valore relazionale. «È il filo invisibile che connette persone, sistemi e territori dentro un ecosistema di cura in continua evoluzione» – afferma Vorraro.  Non si tratta più soltanto di proteggere reti e dati, ma di custodire la fiducia – «quel legame invisibile tra pazienti e operatori» – che permette al sistema sanitario di funzionare, sia in ospedale che sul territorio o persino da remoto. «La cybersicurezza – sottolinea Vorraro – si traduce nella capacità di garantire la continuità dei servizi, la protezione dei dati clinici e l’integrità delle comunicazioni grazie a infrastrutture resilienti, interoperabili e sempre aggiornate».

Ma la tecnologia, da sola, non basta. Vorraro richiama l’urgenza di investire nella formazione continua di tutti gli attori della filiera sanitaria: medici, infermieri, tecnici, amministrativi e gestori dei dati devono sviluppare competenze digitali, capacità di gestione del rischio e una cultura della responsabilità nel trattamento delle informazioni. Non meno importante – secondo Vorraro – il coinvolgimento dei pazienti: «In qualità di soggetti attivi e consapevoli, devono essere informati e formati sull’uso delle nuove tecnologie, sui diritti digitali, sulla sicurezza dei propri dati e sull’importanza di una partecipazione responsabile». In questa visione, la cybersicurezza non è solo difesa: «È fiducia condivisa, empowerment e coesione sociale».


#CyberSecurity Crescono le intrusioni da credenziali legittime che sfociano in veri incidenti
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SANITÀ AI-DRIVEN

Nel settore sanitario, l’intelligenza artificiale rappresenta il terreno su cui si misura la capacità dell’uomo di governare l’innovazione e trasformare le grandi rivoluzioni tecnologiche in valore concreto per la cura e il benessere delle persone. Secondo Statista, il valore del mercato globale della sanità AI-driven è destinato a crescere in modo costante, trainato dalla crescente domanda di servizi. Nel 2024 il settore ha raggiunto un valore di oltre 184 miliardi di dollari, con un balzo di quasi 50 miliardi rispetto all’anno precedente. Entro il 2030, il mercato potrebbe superare quota 826 miliardi di dollari.

L’AI consente diagnosi più rapide e accurate, grazie alla sua capacità di interpretare immagini mediche e rilevare anomalie spesso invisibili all’occhio umano, supportando i radiologi nel dare priorità ai casi più urgenti. Nel campo dello sviluppo farmaceutico, accelera l’identificazione di target terapeutici e la previsione di effetti collaterali, accorciando i tempi della ricerca e contribuendo alla personalizzazione dell’approccio terapeutico. La vera svolta, però, arriva con la capacità dell’AI di costruire piani terapeutici su misura, integrando dati genetici, biometrici e ambientali per prevenire patologie e adattare i trattamenti in modo dinamico. Anche le attività meno visibili, ma centrali per la sostenibilità del sistema sanitario beneficiano dell’automazione basata sull’AI. Il suo impatto si estende all’assistenza diretta, alleggerendo il carico amministrativo degli operatori sanitari – dalla gestione degli appuntamenti alle liste d’attesa – permettendo di focalizzarsi sulla relazione con il paziente. Dispositivi indossabili e sistemi di monitoraggio remoto, alimentati da AI, permettono interventi tempestivi, rilevando in tempo reale eventuali anomalie nei parametri vitali. Sul fronte chirurgico, l’intelligenza artificiale assiste nella pianificazione delle procedure e durante l’intervento stesso, migliorando precisione, riducendo complicazioni e favorendo il recupero post-operatorio.

L’AI non sostituisce il tocco umano nella cura, ma lo potenzia: se guidata da una visione etica e strategica, può trasformarsi nel motore di una sanità più intelligente, predittiva e realmente centrata sulla persona. Nonostante il suo potenziale rivoluzionario, l’intelligenza artificiale applicata alla sanità porta con sé una serie di sfide complesse che vanno affrontate con consapevolezza. Sul piano etico, emergono interrogativi legati alla trasparenza degli algoritmi, al rischio di bias e alla protezione della privacy, con decisioni automatizzate che non sempre rispecchiano valori umani o sensibilità cliniche. A ciò si aggiunge la necessità di rispettare un quadro normativo sempre più articolato: dall’applicazione del GDPR e dell’HIPAA alla conformità con direttive europee come NIS2, Cyber Resilience Act, AI Act e Regolamento Macchine.

L’integrazione dell’AI nei sistemi sanitari esistenti rappresenta un ulteriore ostacolo, spesso frenata dalla presenza di infrastrutture legacy poco compatibili con le nuove tecnologie. Anche la qualità dei dati è un punto critico: la mancanza di standardizzazione, così come l’accessibilità e la completezza delle informazioni, può compromettere le performance degli algoritmi. Infine, permane l’esigenza imprescindibile di una supervisione umana costante: l’AI può offrire supporto, ma non sostituirsi al giudizio clinico. Inoltre, molti sistemi trascurano i determinanti sociali della salute, come il reddito o il livello di istruzione, rischiando di proporre soluzioni che non tengano conto della complessità dei contesti reali.


#CyberSecurity Entro il 2026 previsto il sistema europeo di allerta per le minacce digitali in sanità #ENISA
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SICUREZZA INTEGRATA

La digitalizzazione del settore sanitario, grazie a tecnologie quali cloud, edge computing, reti di nuova generazione e IoT, offre grandi opportunità per migliorare assistenza e operatività. Tuttavia, richiede una gestione strutturata dei dati sensibili e infrastrutture digitali sicure e sostenibili. Inoltre, l’adozione di tecnologie intelligenti sta portando a un approccio proattivo e preventivo basato sui dati, ottimizzando flussi di lavoro, gestione delle risorse, oltre a ridurre i tempi di attesa tramite monitoraggio remoto, triage automatico e piattaforme intelligenti. La trasformazione digitale alimentata dall’intelligenza artificiale comporta un profondo cambiamento culturale e organizzativo, che ridefinisce ruoli, competenze e responsabilità del personale sanitario. L’obiettivo è un sistema di cura più accessibile, personalizzato e sostenibile, capace di affrontare le sfide del futuro con strumenti più efficaci e una maggiore resilienza.

Tutto questo, però, non basta senza una solida governance interna. E, soprattutto, è necessario investire in formazione continua, perché la cultura della cybersecurity diffusa e condivisa rappresenta la prima vera linea di difesa per qualsiasi struttura sanitaria. La complessità di gestione di dati clinici, amministrativi e sensibili rende particolarmente difficile mappare in modo esaustivo tutte le vulnerabilità e i potenziali punti di accesso agli attacchi informatici. L’assenza di interoperabilità tra i diversi sistemi informatici in uso rappresenta un ulteriore ostacolo, perché limita la capacità di valutare efficacemente i rischi. A ciò si aggiunge la carenza strutturale nel settore di competenze specialistiche in cybersecurity, che può compromettere sia l’analisi preventiva delle minacce sia la tempestività e l’efficacia nella risposta agli incidenti. Molte aziende ospedaliere, inoltre, segnalano vincoli di bilancio che rallentano gli investimenti in sicurezza digitale. E quindi la prevenzione diventa il fronte principale di azione. Le simulazioni di attacchi cyber permettono di individuare le criticità nei sistemi, testare l’efficacia dei protocolli di difesa, potenziare la capacità di risposta e, soprattutto, sensibilizzare il personale, trasformando la formazione in un presidio operativo. La pianificazione della spesa sanitaria deve fare proprie in modo strutturale le indicazioni della direttiva NIS2, che assegna un ruolo strategico alla formazione continua e alla cultura del rischio. A partire dal top management – chiamato a farsi promotore consapevole della sicurezza digitale – la cybersecurity diventa leva essenziale di resilienza per l’intera organizzazione.


#CyberSecurity #SanitàDigitale L’Europa lancia la Riserva UE per il contenimento degli attacchi
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DAL RISCHIO ALLA RESILIENZA

La “mela del diavolo” colpisce ancora: ogni svolta epocale nella storia dell’umanità proietta la propria ombra. La promessa di progresso si accompagna sempre al rischio di nuove minacce. Se da un lato l’informatica ridefinisce i confini della comunicazione e della cura, dall’altro mostra il potenziale distruttivo di un uso distorto della tecnologia: furti di dati, manipolazione algoritmica, attacchi informatici su scala globale.

Nel settore sanitario, questo dualismo impone una trasformazione digitale che non sia solo tecnologica, ma anche culturale, organizzativa e umana. È necessario passare da semplici aggiornamenti infrastrutturali a un’evoluzione più profonda, che sappia bilanciare l’adozione dell’innovazione con lo sviluppo di una cultura basata sui dati, orientata al paziente e consapevole del rischio. Questo cambio di paradigma implica la capacità di leggere i contesti, coinvolgere gli stakeholder, anticipare i rischi e garantire la continuità dei servizi all’interno di ecosistemi sanitari sempre più interconnessi. La chiave è costruire una cyber resilience solida, come sintesi integrata di risk management, business continuity e cybersecurity. Un approccio che non solo risponde alle minacce attuali, ma posiziona il sistema sanitario in linea con l’evoluzione normativa europea, caratterizzata da un approccio risk-based e resilience-based.


Brother: Tecnologia per l’healthcare

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Ecosistemi industriali, difesa senza interruzioni https://www.datamanager.it/2025/06/ecosistemi-industriali-difesa-senza-interruzioni/ Wed, 11 Jun 2025 07:15:14 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245780 Strategie modulari per proteggere le infrastrutture industriali complesse, senza fermare l’operatività. Identità, visibilità e continuità: il nuovo perimetro dell’OT. Non basta proteggere, serve comprendere. La sicurezza industriale non è mai plug and play Nel mondo industriale, parlare di “cybersecurity” al singolare equivale a sostenere che un paio di scarponi da montagna vadano bene anche per […]

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Strategie modulari per proteggere le infrastrutture industriali complesse, senza fermare l’operatività. Identità, visibilità e continuità: il nuovo perimetro dell’OT. Non basta proteggere, serve comprendere. La sicurezza industriale non è mai plug and play

Nel mondo industriale, parlare di “cybersecurity” al singolare equivale a sostenere che un paio di scarponi da montagna vadano bene anche per correre i cento metri. Ogni settore è un mondo a sé, con le sue regole, le sue paure, le sue ossessioni. Pretendere di proteggere allo stesso modo una piattaforma petrolifera e un centro logistico è non capire né l’una né l’altro. Un centro di smistamento pacchi può permettersi di sostituire i server ogni cinque anni. In uno stabilimento siderurgico, invece, è normale trovare controller installati trent’anni fa oppure sistemi operativi che Microsoft ha abbandonato da due decenni. Sono tecnologie obsolete, ma tutt’altro che disattivate: devono continuare a funzionare, essere protette, senza mai fermarsi, senza aggiornamenti e, soprattutto, senza margine d’errore. La compliance non è uguale per tutti: ogni settore adotta i propri framework normativi e affronta minacce su misura. Attori statali nel nucleare, gruppi ransomware nel manifatturiero, insider nella logistica. Ognuno con diverso livello di tolleranza al rischio. Se in un centro logistico un rallentamento di cinque minuti può essere gestito, in un impianto nucleare anche la più piccola anomalia è inaccettabile.

Servirebbe una cybersecurity capace di parlare il linguaggio di ogni impianto, rischio e settore. Non si può proteggere l’intero mondo industriale con un’unica coperta. La sfida non è solo riconoscere questa diversità, ma costruire un modello che sia operativo, sostenibile, e capace di proteggere davvero. «Se da una parte è vero che diversi settori presentano esigenze diverse e superfici di attacco variegate, vi sono dei punti in comune che, senza la pretesa di un approccio “one size fits all”, permettono comunque l’utilizzo di approcci simili fra loro e grazie a scenari di deployment personalizzati, aggiungono l’aderenza richiesta in ogni situazione» – spiega Marco Misitano, Comitato Scientifico di CLUSIT. «Tutte le soluzioni esistenti sono estremamente flessibili nei modelli di deployment. Approcci e soluzioni per la sicurezza OT difficilmente sono completamente standard come può essere una soluzione per il filtraggio del traffico. Al contrario richiedono sempre un attento studio e adattamento all’ambiente target». La specificità delle normative in molti settori rappresentano – secondo Misitano – un supporto allo sforzo delle aziende: «Framework come IEC 62443 e regolamentazioni come NIS2, Cyber Resilience Act e il nuovo Regolamento Macchine, fra le altre cose, mirano a innalzare il livello di resilienza anche in ambito OT inducendo le aziende a prendere in considerazione le tematiche di risk management, business continuity e le migliori pratiche per elevare la propria postura di cybersecurity».

La direzione che sta prendendo il mercato è sempre più orientata verso il concetto di “platformization”, anche nel mondo OT. Pur riconoscendo che l’ambiente OT presenta sfide specifiche – per Marco Catino, sales engineer manager di Zscaler – bisogna evitare l’errore di considerare IT e OT come mondi separati. «Pensiamo ad alcuni punti di sovrapposizione concreti. Un dispositivo OT, così come un utente tradizionale, necessita di una navigazione internet sicura e ad alte prestazioni, anche se con tuning specifici per rispondere alle peculiarità operative. Analogamente, per quanto riguarda le comunicazioni verso backend ospitati in data center on-premise o IaaS, adottare una soluzione Zero Trust Network Access, già utilizzata dagli utenti aziendali per l’accesso remoto e le comunicazioni server-to-server, risulta estremamente efficace anche per dispositivi OT». La gestione di dispositivi OT richiede soluzioni solide per il Private Account Management – continua Catino. «Anche in questo caso, standardizzare la sicurezza su una soluzione unica, in grado di coprire entrambi gli ambienti IT e OT, è una scelta strategica. Tutti questi use case beneficiano enormemente dell’utilizzo massivo e degli ingenti investimenti che caratterizzano le grandi piattaforme. Obiettivi che non è possibile raggiungere con soluzioni verticali esclusivamente OT».


#OTsecurity #ZeroTrust Verso la platformization. IT e OT non sono mondi separati – Marco Catino #Zscaler
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Catino ammette altresì la necessità di utilizzare soluzioni specifiche e strumenti ad hoc per particolari casi d’uso nel mondo OT. «Questi scenari però stanno progressivamente diventando una nicchia, lasciando spazio alla prevalente adozione di piattaforme integrate capaci di garantire flessibilità, efficienza e, soprattutto, una protezione realmente allineata alle esigenze operative di ciascun contesto produttivo». È ormai evidente che CISO e responsabili IT riconoscono la necessità urgente di soluzioni di cybersecurity specifiche per il contesto OT. «Non è raro trovare figure che cercano soluzioni verticali per la protezione del mondo OT, senza fare distinzioni tra use case» – spiega Catino. «Il mercato, anche nel mondo OT, è sempre più orientato verso l’integrazione di diverse soluzioni puntuali in un’unica piattaforma. Sia per semplificare la gestione della sicurezza che per ottimizzare costi e risorse, mantenendo alta l’efficienza operativa».

INDUSTRY 5.0 E SICUREZZA

La crescente interconnessione tra sistemi IT, dispositivi IoT, infrastrutture cloud e impianti produttivi – fulcro dell’Industry 5.0 – offre vantaggi significativi: maggiore efficienza operativa, controllo più accurato dei processi e miglioramento delle performance complessive. Ma questo stesso livello di integrazione apre la porta a nuove e sofisticate vulnerabilità, ampliando la superficie d’attacco e rendendo la sicurezza un fattore critico non solo tecnologico, ma anche competitivo. L’interconnessione crea una rete complessa di dispositivi e infrastrutture che, se non adeguatamente protette, diventano punti di accesso per attacchi esterni.

In un ecosistema così interconnesso, le aziende non dipendono più solo dai propri sistemi interni, ma anche dai fornitori esterni di software, hardware e servizi cloud. Questo significa che ogni parte della catena produttiva di fatto è esposta a vulnerabilità. Per esempio, un’azienda che integra tecnologie da diversi fornitori potrebbe incorrere in rischi legati alla sicurezza di una piattaforma non adeguatamente aggiornata o che presenta malfunzionamenti non ancora risolti. Da qui l’enfasi crescente sui pericoli legati agli attacchi a fornitori o i partner tecnologici (supply chain). A rendere se possibile ancora più complesso il quadro, interviene la sempre maggiore automazione dell’Industry 5.0 alimentata dall’intelligenza artificiale, affidata ad algoritmi vulnerabili a manipolazioni esterne o a malware che possono creare danni potenzialmente enormi.

Una rete complessa e interconnessa di dispositivi, piattaforme e sistemi diventa un terreno fertile per attacchi da parte di hacker e criminali informatici. Ogni nuovo punto di connessione, rappresenta una potenziale vulnerabilità che i cybercriminali possono sfruttare per infiltrarsi nei sistemi aziendali o governativi, rubare dati sensibili, sabotare processi produttivi. L’interoperabilità tra sistemi diversi, se non gestita con criteri di sicurezza stringenti, può rivelarsi un punto debole, poiché ogni nuovo sistema interagisce con un altro, secondo modalità non sempre facilmente monitorabili o controllabili. Gli ambienti OT necessitano di una protezione multilivello che prenda in considerazione le caratteristiche uniche e i rischi intrinseci dell’OT.


#OTsecurity La sicurezza OT non è mai completamente standard – Marco Misitano #CLUSIT
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Un approccio efficace alla gestione del problema non può prescindere dalla necessità di identificare i propri asset – suggerisce Misitano di CLUSIT. «È sorprendente, nella mia esperienza, il numero di realtà che, durante un confronto, hanno ammesso di non avere visibilità degli apparati OT. Spesso per carenza di strumenti, oppure per questioni organizzative che vedono reparti IT e OT con ambiti di responsabilità separati e cooperazione limitata». Le ragioni affondano le radici sia nella storia evolutiva dell’industria sia nelle barriere tra mondi diversi: IT e OT. Molti impianti industriali utilizzano ancora macchinari e sistemi operativi progettati decenni fa, mai pensati per essere monitorati in rete. In molti casi, si ignorano perfino i dispositivi realmente connessi, mentre il parco macchine è un patchwork di tecnologie vecchie e nuove, difficile da mappare in modo sistemico. La storica mancanza di integrazione tra IT e OT ha favorito per lungo tempo l’adozione di strumenti di monitoraggio IT, non progettati per estendersi efficacemente agli ambienti OT. Con il risultato che ancora oggi è raro ottenere dagli strumenti disponibili una vista unificata sull’infrastruttura complessiva. Molti responsabili OT sono riluttanti a introdurre tool di discovery attivi, per paura che possano interferire con dispositivi critici o provocare interruzioni nelle linee produttive. Questo porta spesso a rinunciare al monitoraggio realtime, lasciando coni d’ombra nella rete.

«È indubbio che una scansione attiva possa avere effetti disastrosi» – avverte Misitano. «Per questo, il monitoraggio dei dispositivi OT deve avvenire in modo estremamente non invasivo, analizzando dinamicamente una copia del traffico di rete, così da garantire zero interferenze. Oggi, questo approccio è pienamente realizzabile grazie a sonde dedicate, capaci di decodificare il traffico a basso livello e offrire visibilità completa sull’infrastruttura, senza mai toccarla davvero». Il segreto – come spiega Marco Chemello, senior sales engineer di Trend Micro Italia sta nel progettare soluzioni di sicurezza che includano una fase iniziale di apprendimento, utile a definire una baseline delle interazioni lecite tipiche dei processi operativi. «Questo approccio consente di intervenire su più livelli – dagli endpoint, ai segmenti fisici di rete, fino ai link di aggregazione del traffico – per bloccare in sicurezza minacce e comportamenti anomali. Una conosceustriali è fondamentale per poter agire in modo efficace utilizzando strumenti avanzati di machine learning e behaviour analysis, capaci di identificare e contrastare tempestivamente il traffico malevolo».


#OTsecurity Monitoraggio invisibile ma profondo – Marco Chemello #TrendMicro
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Per garantire un monitoraggio efficace del traffico industriale, senza compromettere le risorse di sistemi legacy spesso critici, la cynza approfondita dell’ambiente produttivo e delle interazioni fra gli elementi indbersecurity deve essere progettata per integrarsi nativamente con l’infrastruttura OT – come spiega Andrea Scattina, country manager Italy di Stormshield. «La cybersecurity deve “parlare” il linguaggio OT. Anche la non intrusività è prioritaria. Le nostre soluzioni operano in modalità passiva, analizzano il traffico in tempo reale e attivano blocchi mirati solo in presenza di minacce concrete – anche zero day – assicurando così la continuità operativa senza impatti sull’ambiente produttivo». Detto questo la visibilità OT richiede competenze verticali, strumenti specializzati e una cultura della sicurezza industriale oggi ancora lontana dalla piena maturità. Molte aziende inoltre non dispongono né di team formati per gestire ambienti misti e complessi, né di budget dedicati a strumenti avanzati di asset discovery o network monitoring OT. A differenza dell’IT, dove esistono best practice consolidate, nel mondo OT si lavora spesso su soluzioni proprietarie, con protocolli industriali poco documentati o difficilmente interoperabili. Il che rende difficile censire in modo automatizzato gli apparati e mantenere aggiornate le mappe di rete. La mancanza di visibilità sugli apparati OT oltre che un problema culturale, tecnologico e organizzativo, rappresenta anche il primo anello debole da sfruttare per chi attacca. Da qui emerge l’importanza del monitoraggio nelle strategie di protezione degli ambienti OT.

Stormshield unisce efficienza e specializzazione grazie a una profonda conoscenza dei diversi contesti industriali. La sua piattaforma si basa su una tecnologia robusta e scalabile, facilmente adattabile alle esigenze specifiche di ogni settore tramite policy di sicurezza granulari e regole di filtraggio del traffico mirate, progettate per ambienti OT e IT verticali, supportate da un’analisi del rischio dettagliata e personalizzata. Trend Micro al riguardo propone una metodologia basata sulla normalizzazione degli eventi raccolti da diverse fonti eterogenee del mondo OT, integrandoli con quelli provenienti dall’ambiente IT.

«Questo approccio consente di creare una baseline comportamentale delle azioni legittime, rilevando le anomalie. Grazie alla correlazione temporale e contestuale degli eventi, siamo in grado di assegnare un punteggio di rischio alle identità monitorate che permette, attraverso la generazione di alert e log, anche l’integrazione con piattaforme esterne di orchestrazione e risposta agli incidenti» – spiega Chemello di Trend Micro Italia. Una volta individuati i comportamenti anomali è possibile innescare la protezione basata su rete, grazie alla interazione con tecnologie di rete come firewall, switch, router.

«Un approccio attivo è possibile, ma solo a valle di collaudi rigorosi e affidato a personale altamente qualificato» – sottolinea Misitano di CLUSIT. «L’obiettivo è evitare il rischio di automatizzare interventi che, in contesti OT critici per il business aziendale, potrebbero compromettere il funzionamento di linee di produzione o infrastrutture essenziali». Il concetto di Digital Twin applicato all’ambiente OT permette di testare configurazioni e interventi in un ambiente virtuale, prima di applicarli nel mondo reale. «Questo approccio rende possibile il Penetration Testing negli ambienti OT – normalmente vietato – e offre uno strumento prezioso per valutare rischi attuali e residui senza compromettere la produzione».


#OTsecurity La sicurezza deve parlare il linguaggio OT. Il ROI è la resilienza – Andrea Scattina #Stormshield
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IDENTITÀ, LA NUOVA FRONTIERA

In passato, la sicurezza informatica in ambito industriale si basava su un concetto semplice: tenere lontani gli intrusi. Bastavano un buon firewall, qualche air gap ben piazzato, e magari un cartello con scritto “vietato l’accesso”. Oggi, chi attacca si presenta spesso con badge e credenziali in regola. Entra, si potrebbe dire, in punta di piedi, ma lasciandosi alle spalle una scia di danni e devastazione degna di Alex DeLarge. Negli ambienti OT, una manomissione può bloccare l’intera linea di produzione oppure, peggio, mettere a rischio la sicurezza fisica. Perciò sapere chi accede, quando e a cosa, non è un dettaglio. La maggior parte dei sistemi industriali nasce in un’era in cui il concetto stesso di “identità digitale” non faceva ancora parte della cultura informatica. Parliamo di impianti ancora governati da controllori programmabili degli anni 90 e di HMI che ignorano persino il concetto di autenticazione a due fattori. Ambienti dove, come in una vecchia barzelletta, le password vengono spesso condivise tra operatori, annotate su un foglietto o conservate nella memoria di chi è ormai andato in pensione.

La gestione delle identità e degli accessi in ambito OT si scontra con sfide strutturali profonde: dispositivi legacy non aggiornabili, contesti operativi ipersensibili alla latenza e l’impossibilità di adottare soluzioni IAM tradizionali. In questo scenario, molti CISO lamentano il ricorso forzato a workaround, come l’impiego di sistemi non progettati per ambienti industriali. Perciò una gestione robusta delle identità, che preveda la tracciabilità delle azioni e la possibilità di revocare rapidamente gli accessi in caso di incidente o errore umano, senza fermare l’operatività, non è sempre agevole da implementare. Nel mondo OT, non si può improvvisare. Non puoi permetterti di inserire una soluzione IAM nata per l’IT che introduce latenza o rischia di far crollare un processo. Serve un altro approccio. Pensato per chi lavora sotto pressione, 24 ore su 24, con margini d’errore prossimi allo zero. Affrontare la protezione degli accessi privilegiati e dell’identità digitale negli ambienti OT significa bilanciare sicurezza, continuità operativa e sostenibilità degli investimenti, senza introdurre cambiamenti invasivi all’infrastruttura esistente.

«Sistemi come il Privileged Access Management (PAM) sono certamente una risposta, seppur indiretta, alla questione» – concorda Misitano di CLUSIT. «Anzitutto permettono l’accessibilità a molti dispositivi che non sono predisposti all’utilizzo nativo di identità o con accessi amministrativi». Da questa esigenza deriva l’emergere di nuove soluzioni di Identity-Aware OT Security: leggere, compatibili con sistemi legacy e progettate per garantire il controllo senza interrompere il flusso operativo. Ma implementare un controllo accessi efficace significa anche definire ruoli chiari, separare le responsabilità tra operatori, manutentori, fornitori esterni e supervisori, e istituire policy di “least privilege” (accesso minimo indispensabile). Un lavoro articolato, ma fondamentale per costruire una difesa realmente resiliente.


#OTsecurity Visione completa dei sistemi di controllo industriali – Fabio Panada #Cisco
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Per la gestione di identità e accessi, Cisco adotta un approccio specifico. «Cisco ISE consente di definire e gestire centralmente le policy, autenticare utenti e dispositivi e bloccare automaticamente le minacce» – spiega Fabio Panada, technical solutions architect – Security di Cisco Italia. «La soluzione applica automaticamente i criteri di sicurezza a livello di dispositivo, sfruttando le zone configurate dai tecnici di controllo in Cyber Vision per istruire la rete a limitare i flussi di comunicazione di conseguenza». La sfida della protezione degli accessi privilegiati e dell’identità digitale in ambienti OT richiede una strategia di implementazione attenta alle specificità del contesto.

«Ma anche un approccio olistico che includa l’introduzione di meccanismi di autenticazione forte, gestione dei ruoli, autenticazione adattiva basata sul contesto di accesso, ma senza compromettere la continuità operativa e la stabilità degli investimenti» – spiega Fabrizio Zarri, CISO Specialist di Oracle. Per rispondere a queste complessità, Oracle propone una piattaforma IAM (Identity & Access Management) completa, che permette alle organizzazioni di adottare e ampliare strategie identity-centric negli ambienti OT. Inoltre, per limitare i rischi di propagazione, un accorgimento efficace – come sottolinea Misitano di CLUSIT – è la segmentazione della rete, che consente di isolare tra loro le diverse sezioni, salvo eccezioni specifiche e temporanee. Per fare un esempio generico, si tratta di impedire che il segmento OT dell’infrastruttura sia accessibile da qualsiasi asset appartenente all’infrastruttura IT.

«La segmentazione di rete, combinata ad architetture Zero Trust implementate tramite soluzioni di cybersecurity che comprendono i protocolli OT, non è un work-around bensì un pilastro portante della tutela di infrastrutture che altrimenti non potrebbero essere messe in sicurezza» – spiega Scattina di Stormshield. «L’obiettivo è bilanciare sicurezza e operatività con soluzioni che si integrano con l’infrastruttura esistente senza aggiungere complessità o gravare su sistemi obsoleti, garantendo al contempo una gestione rigorosa degli accessi ai sistemi critici e il controllo della legittimità delle attività e del traffico generato dai diversi operatori». Per affrontare le sfide di visibilità, segmentazione e rilevamento avanzato delle minacce in ambienti complessi, serve una piattaforma unificata come quella di Cisco. «Cyber Vision fornisce una visione completa dei sistemi di controllo industriali, con inventario dinamico degli asset, monitoraggio in tempo reale delle reti e analisi approfondita delle minacce» – spiega Panada. «Questo permette di creare ambienti sicuri e definire policy efficaci per una gestione consapevole del rischio, assicurando scalabilità e operatività continua». La rete industriale può essere isolata dalla rete aziendale tramite una Industrial Demilitarized Zone (IDMZ) implementata da Cisco Secure Firewall. «Il firewall – spiega Panada – consente anche di segmentare la rete industriale in zone semiautonome, ciascuna in grado di contenere potenziali incidenti di sicurezza al proprio interno, garantendo al contempo piena visibilità e controllo sui protocolli e sulle applicazioni industriali».


#OTsecurity Approccio olistico e strategie identitycentric – Fabrizio Zarri #Oracle
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Se l’adozione di soluzioni di Identity Security Posture Management (ISPM) e Identity Threat Detection and Response (ITDR) in ambienti OT comporta innegabilmente benefici sostanziali in termini di protezione contro minacce alle identità, altrettanto importante è affrontare con lucidità l’incidenza dei costi, che questi sistemi comportano. I costi diretti includono l’acquisto di licenze software, l’implementazione di infrastrutture compatibili e la formazione del personale. Il costo delle licenze varia in base al numero di asset, identità gestite, funzionalità richieste, analisi comportamentale, integrazione AI/ML, risposta automatizzata. Per ambienti industriali medio-grandi, le licenze ISPM/ITDR, possono superare i centomila euro all’anno, a seconda del modello (SaaS o on-premise).

Se l’ambiente OT è datato – come spesso accade – sono necessari investimenti mirati nell’aggiornamento delle interfacce, nella compatibilità protocollare (OPC, Modbus, Profinet) e nella segmentazione della rete, proporzionati alla complessità dell’impianto. Il deployment di queste soluzioni richiede quasi sempre il supporto di consulenze specializzate, che spaziano dalla cybersecurity OT alla governance IAM fino alla convergenza OT/IT. Il costo di un progetto di integrazione varia in funzione della dimensione e frammentazione del sistema OT. Anche dopo il go-live, l’ISPM/ITDR richiede manutenzione continua, monitoraggio dei comportamenti anomali, aggiornamenti delle regole di detection e tuning degli algoritmi AI/ML. Il costo può aggirarsi intorno al 15–20% annuo del valore complessivo della soluzione. Queste piattaforme richiedono inoltre figure ibride con competenze su IAM, sicurezza industriale e threat intelligence. L’onboarding e il reskilling degli operatori comportano un costo aggiuntivo. In alcuni casi, l’esternalizzazione, SOC o MSSP, può ottimizzare la spesa, ma introduce altri compromessi. I costi indiretti riguardano, infine, le potenziali interruzioni della produzione durante l’implementazione, inclusi l’aggiornamento di processi e procedure di change management.

Per esempio, durante le fasi di installazione e discovery, può accadere che alcune linee OT vengano temporaneamente rallentate o isolate per evitare impatti. Anche micro-interruzioni pianificate possono generare costi indiretti significativi, soprattutto in ambienti produttivi just-in-time o continuous flow. Introdurre un controllo capillare sugli accessi significa modificare le abitudini di lavoro di operatori, manutentori e terze parti. In contesti industriali poco digitalizzati, ciò può generare resistenze interne e richiedere programmi di formazione, comunicazione e change management.

L’adozione di soluzioni ISPM/ITDR infine implica spesso un aggiornamento della documentazione di sicurezza, dei modelli di rischio e delle policy interne. Adeguamenti che richiedono tempo, risorse legali e un coinvolgimento trasversale. Più che costi, dovremmo iniziare a chiamarli investimenti. Perché come spiega Scattina di Stormshield – il ritorno sulla sicurezza si misura innanzitutto sulla riduzione del rischio di incidenti gravi: «Interruzioni della produzione, danni agli asset, impatti sulla sicurezza fisica. A questo si aggiungono i costi di recovery a seguito di un attacco e l’adeguamento a normative sempre più stringenti». Nel contesto OT, dove la continuità operativa è prioritaria, il ROI va oltre la protezione delle identità: «Significa prevenire downtime costosi, talvolta pericolosi, e garantire la resilienza del business».


#OTsecurity Ogni impianto ha la sua superficie d’attacco. Sicurezza totale ma non intrusiva
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SICUREZZA SEMPRE ACCESA

Le aziende si trovano di fronte alla complessa sfida di proteggere ambienti OT sempre più diversificati. «Per affrontare questa complessità, una strategia efficace si basa su principi come il multi-cloud e il cloud distribuito, con soluzioni progettate per offrire flessibilità e scalabilità, in grado di adattarsi alle diverse esigenze, sia in termini di cybersecurity e resilienza operativa sia anche più generali di conformità alle normative, come residenza/sovranità dei dati e GDPR o la direttiva NIS2» – spiega Zarri di Oracle.

Ma l’OT non è l’IT con i cavi arancioni. Ha protocolli, architetture e cicli di vita completamente diversi, che rendono la cybersecurity una disciplina che rifiuta un approccio superficiale. Un approccio avanzato alla sicurezza deve includere la gestione e il monitoraggio continuo della sicurezza digitale e fisica, basato su standard internazionali e tecnologie come il modello Zero Trust. «Questo permette alle aziende di operare in un ambiente protetto e affidabile, assicurando la protezione e l’integrità dei dati, la continuità operativa, il controllo sulla geolocalizzazione delle informazioni e una gestione accurata degli accessi» – continua Zarri. L’obiettivo finale è chiaro: «Ridurre le minacce informatiche, rafforzare la cyber-resilienza e semplificare la conformità alle normative».

In questo contesto, la piattaforma cloud enterprise di seconda generazione, Oracle Cloud Infrastructure (OCI), consente di garantire uno stack tecnologico completo e altamente sicuro per rispondere a queste esigenze. L’industria, con la sua varietà di impianti, rischi e settori, chiede a gran voce una sicurezza sartoriale, modulare, capace di intercettare il linguaggio di ogni macchinario, di ogni processo. Non si può proteggere l’altoforno con la stessa logica che si applica a un centro logistico, né l’automazione di una fabbrica di biscotti con quella di un impianto chimico. La sfida non è solo riconoscere questa diversità, ma costruire un modello che sia operativo, sostenibile, e soprattutto efficace.


#OTsecurity Zero Trust non significa bloccare tutto, ma conoscere tutto: chi accede, dove e perché
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Nella realtà, certo, non esistono – né potrebbero esistere – soluzioni di taglia unica per ogni singolo settore. Una specificità spinta all’estremo sarebbe un controsenso economico e tecnologico. Oggi, il compromesso più praticabile risiede nell’adozione di soluzioni modulari e adattabili, che, pur calate in realtà con specifiche differenze settoriali, sono in grado adattarsi alle singole esigenze. La vera partita si gioca sull’approccio alla sicurezza e sulla visione strategica che si intende perseguire. Le risorse, ovviamente, fanno la loro parte, così come le competenze. Anche la migliore tecnologia fallisce se non c’è una consapevolezza e una formazione costante. Nell’OT, dove un errore può avere conseguenze fisiche catastrofiche, il fattore umano è ancora più critico. La sicurezza che ignora le specificità dell’OT rischia di vanificare ogni investimento. La vera sicurezza non è quella che tranquillizza il board con report scintillanti o certificazioni appese alle pareti. È quella che mantiene l’altoforno acceso, previene sversamenti nocivi in mare, garantisce la consegna puntuale dei pacchi. È la sicurezza che tutela la salute dei lavoratori, l’ambiente, la reputazione e, in ultima analisi, il bilancio aziendale. Una sicurezza che, soprattutto, non si spegne mai.


NovaNext, OT nel mirino e produzione a rischio

Quando l’industria diventa bersaglio, la risposta di Gyala

Accessi remoti sicuri in OT

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Minsait, l’AI: una rivoluzione da 115 miliardi di euro https://www.datamanager.it/minsait-l%E2%80%99ai%3A-una-rivoluzione-da-115-miliardi-di-euro Tue, 10 Jun 2025 13:53:16 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245653 Le imprese italiane scoprono il vero impatto dell’intelligenza artificiale. Ma l’adozione resta lenta, disomogenea e frammentata, mettendo a rischio l’effettiva ricaduta economica. Servono leadership, visione e nuove competenze Il 63% delle imprese italiane di grande dimensione ha già avviato progetti di intelligenza artificiale o prevede di farlo a breve. È quanto emerge dal report “Lo […]

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Le imprese italiane scoprono il vero impatto dell’intelligenza artificiale. Ma l’adozione resta lenta, disomogenea e frammentata, mettendo a rischio l’effettiva ricaduta economica. Servono leadership, visione e nuove competenze

Il 63% delle imprese italiane di grande dimensione ha già avviato progetti di intelligenza artificiale o prevede di farlo a breve. È quanto emerge dal report “Lo stato dell’arte dell’Intelligenza Artificiale nelle aziende italiane – Adozione, impatti e prospettive”, realizzato da Minsait, società del gruppo Indra, in collaborazione con The European House – Ambrosetti. L’adozione dell’intelligenza artificiale sta accelerando, anche se in modo non omogeneo tra i settori. Se il potenziale stimato di aumento della produttività venisse pienamente realizzato, l’impatto sull’economia nazionale sarebbe pari a 115 miliardi di euro. L’indagine ha coinvolto circa 280 aziende italiane di grandi dimensioni (più di 250 addetti) e appartenenti a più di 15 settori produttivi, con l’obiettivo di capire come le imprese italiane si posizionino nelle cinque aree di interesse: adozione, readiness, effetti su organizzazione e lavoro, opportunità e impatti, adeguamento normativo. Già oggi i benefici dell’integrazione dell’AI sono tangibili: un terzo delle imprese intervistate dichiara di aver registrato un aumento di produttività compreso tra l’1% e il 5%, a fronte di una crescita media nazionale ferma intorno all’1% negli ultimi vent’anni. Ma non mancano le barriere.

Le principali riguardano difficoltà organizzative (23,9%), il livello ancora sperimentale delle tecnologie (21,9%) e la mancanza di competenze interne (20%). Tuttavia, il dato incoraggiante riguarda l’accessibilità alle fonti: quasi la metà delle aziende afferma di disporre già oggi di dati in quantità e qualità sufficienti per attivare progetti efficaci. «La trasformazione digitale in atto si trova in una fase di curiosa sperimentazione» – dichiara Erminio Polito, CEO di Minsait in Italia. «Le aziende lavorano su innovazioni incrementali e piccoli miglioramenti, ma la trasformazione radicale di modelli di business, prodotti e processi core resta ancora rara. Questo approccio per piccoli passi è comprensibile, ma non può essere la norma se vogliamo che le aziende italiane abbiano un ruolo da protagoniste nell’economia dell’intelligenza artificiale. Serve leadership, visione, investimenti sui dati, sulle competenze e sui modelli organizzativi».

L’innovazione di rottura

«Dobbiamo passare dal fare le cose più velocemente al farle in modo radicalmente nuovo». Questa è, secondo Erminio Polito, la vera sfida che attende le aziende italiane nell’implementazione dell’intelligenza artificiale. «Riscontriamo molto interesse intorno all’AI, ma pochi casi di implementazione su larga scala. Quello che vediamo è un uso ancora frammentato. Si lavora sulla bottom line, partendo dai costi, non dalla trasformazione dei modelli di business».

Secondo Polito, il punto di partenza deve essere la strategia: «Le imprese devono interrogarsi su come una tecnologia così dirompente possa ridefinire il modo stesso di fare impresa, creare valore e sviluppare nuovi servizi». Solo così sarà possibile cogliere appieno il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale non è una semplice tecnologia da implementare, ma un nuovo paradigma per comprendere i problemi, prendere decisioni e generare valore. «L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando l’erogazione dei servizi e la relazione con i clienti» – spiega Polito. Proprio per questo, non può che partire dai vertici aziendali: è una questione di leadership, non una decisione tecnica. «Bisogna partire dal business, non dall’architettura tecnologica. E concentrarsi sui veri nodi strategici ancora aperti».

Polito individua quattro direttrici su cui focalizzare il cambiamento: l’efficienza operativa, spesso, compromessa da processi complessi e stratificati; la lentezza decisionale; l’enorme patrimonio di dati, talvolta, non utilizzato in maniera corretta; e, infine, le opportunità di mercato ancora inesplorate. Se l’intelligenza artificiale può aprire la strada a nuove fonti di ricavo, allora la domanda da porsi è una sola: se potessimo ripartire da zero, come progetteremmo il nostro lavoro alla luce dell’AI? Per rispondere a questa domanda, Minsait affianca le imprese, lavorando su sperimentazioni concrete che si trasformano in cultura, metodo e valore. «L’intelligenza artificiale non sostituisce le persone – afferma Polito – ma le aiuta a prendere decisioni migliori, più consapevoli, più rapide». La vera trasformazione inizia da qui.

Proprio come avvenne l’elettricità o, più recentemente, con Internet, anche l’intelligenza artificiale è destinata a diventare una piattaforma abilitante, capace di trasformare profondamente i modelli operativi e di business. «All’inizio degli anni Duemila – ricorda Polito – sembrava che bastasse avere un sito Internet per essere pronti alla rivoluzione digitale. Era l’epoca della new economy, e tutti volevano esserci. Poi sono arrivati i grandi fallimenti, perché non bastava la presenza online: serviva innovare realmente».

Le aziende che hanno saputo andare oltre, ripensando radicalmente la propria offerta e il proprio modo di operare, sono quelle che oggi guidano i mercati. Lo stesso vale per l’AI che si traduce nella potenza di una piattaforma, capace di abilitare trasformazioni profonde. «L’intelligenza artificiale non è solo uno strumento ma un cambio di paradigma. L’AI diventerà così pervasiva nei processi aziendali che, guardandoci indietro, ci chiederemo come fosse possibile lavorare senza».


#MinsaitItalia La sfida dell’AI secondo il CEO Polito: «Fare le cose meglio non basta. Serve farle in modo nuovo»
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Come affrontare l’impatto

Quando si parla di intelligenza artificiale e lavoro, spesso ci si concentra solo sull’intelligenza artificiale generativa e sui suoi effetti occupazionali. L’automazione libera risorse umane da attività ripetitive, migliorando l’efficienza. «Ma è nella creazione di nuovi servizi e nella capacità di aprire mercati inesplorati che l’intelligenza artificiale può davvero fare la differenza» – afferma Polito. «E questi nuovi mercati richiederanno nuove competenze, nuove figure professionali. Per questo è fondamentale un approccio che punti alla valorizzazione del capitale umano: formazione, attrazione di talenti e un cambio culturale che coinvolga l’intera organizzazione. «L’intelligenza artificiale non va solo implementata ma compresa, adottata, condivisa. È necessario lavorare sulla consapevolezza, sulla responsabilità e sulla trasparenza dei processi decisionali che questa tecnologia abilita» – sostiene Polito.

Minsait, azienda di consulenza tecnologica, non si limita a promuovere l’adozione dell’AI: ha deciso di dimostrarne il valore, adottandola al suo interno. «Stiamo lavorando per integrare l’intelligenza artificiale nei nostri processi» – spiega il CEO di Minsait Italia. «Abbiamo attivato task force agili, con obiettivi chiari e misurabili, per testare use case concreti e valutarne l’impatto sul nostro modello di business. Investiamo su formazione e strumenti: oggi tutti i nostri sviluppatori lavorano con tool AI avanzati. Affianchiamo anche i clienti, soprattutto sull’intelligenza artificiale generativa, che abilita nuove modalità di interazione e trova applicazione nel customer care. Ma lavoriamo anche con tecnologie più mature come machine learning e deep learning, fondamentali in ambiti strategici come le smart grid per le comunità energetiche. In questi scenari, l’AI è un catalizzatore: bilancia domanda e offerta, gestisce l’energia in eccesso e ne ottimizza la distribuzione in chiave sostenibile». L’altro ambito in cui Minsait è molto attiva è la computer vision, con applicazioni che spaziano dalla sicurezza sul lavoro alla tutela dell’ambiente. «Oggi algoritmi intelligenti sono in grado di analizzare immagini e video per rilevare comportamenti pericolosi, erosioni del territorio o sversamenti in mare da raffinerie, offrendo un contributo concreto alla sostenibilità».

Tutte queste soluzioni non eliminano posti di lavoro: ne creano di nuovi. E qui entra in gioco il change management non solo per gestire la transizione, ma per stimolare la creazione di valore, far emergere nuove idee, nuovi servizi, nuove professionalità. Un cambiamento – conclude Polito – che va affrontato con decisione: «Oggi il vero rischio è non rischiare».

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Jabra, la potenza dell’AI parte dall’input https://www.datamanager.it/2025/06/jabra-la-potenza-dellai-parte-dallinput/ Tue, 10 Jun 2025 13:53:01 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245716 Con PanaCast 40 VBS, anche le piccole sale riunioni diventano ambienti conference-ready. Jabra ridisegna il futuro della collaborazione puntando su dispositivi all-in-one. Lavorare bene è una questione di device e user experience di qualità superiore Ci sono oggetti che meglio di un libro di storia fotografano un’epoca. La cuffia audio è uno di questi. Un […]

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Con PanaCast 40 VBS, anche le piccole sale riunioni diventano ambienti conference-ready. Jabra ridisegna il futuro della collaborazione puntando su dispositivi all-in-one. Lavorare bene è una questione di device e user experience di qualità superiore

Ci sono oggetti che meglio di un libro di storia fotografano un’epoca. La cuffia audio è uno di questi. Un tempo confinata ai call center, oggi è la porta d’accesso al lavoro, alla riunione, alla conversazione con l’intelligenza artificiale. Da qui parte la riflessione di Adriano Palomba, oggi area sales director per Jabra in Italia, Spagna, Portogallo e Nord Africa, nel raccontare l’evoluzione di un brand che ha fatto della qualità del suono la sua ragion d’essere. Il marchio Jabra – che molti di noi associano a un suono pulito o a una videoconferenza senza interferenze – è solo la punta dell’iceberg del gruppo danese GN, che da più di 150 anni si occupa di connessioni. Prima cavi, poi onde sonore, oggi ecosistemi digitali. «L’obiettivo è avere una soluzione “all-in-one” in cui audio, video convivano nel segno della qualità per portare tutta insieme la nostra expertise verso l’utente» – spiega Palomba.

L’AI entra nelle sale riunioni

Uno dei temi centrali su cui si sviluppa la strategia Jabra è il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale sia nelle dinamiche lavorative che nella progettazione dei dispositivi. Che si chiami Copilot, Gemini o in un altro modo, poco importa. L’AI sta trasformando il modo in cui vengono gestite le riunioni, con capacità di trascrizione, sintesi e analisi automatizzate in tempo reale. L’efficacia di questi processi dipende in modo critico dalla qualità della cattura audio. «Errori di acquisizione vocale possono compromettere fino al 50% delle trascrizioni, riducendo significativamente il valore dei dati elaborati. Il nostro focus è ottimizzare la fedeltà di audio e video in ingresso, massimizzando così la precisione e l’efficienza degli algoritmi AI, elemento centrale per scalare soluzioni enterprise di successo».

Secondo gli analisti, il mercato della collaborazione è in crescita, spinto dalla necessità crescente di soluzioni cloud, AI e mobile-first per feedback immediati e team distribuiti. In quest’ottica, Jabra lavora affinché la propria tecnologia si integri perfettamente con piattaforme come Microsoft Teams, Zoom e Google Meet, per garantire esperienze di collaborazione fluide, anche in ambienti rumorosi o in mobilità. Palomba rileva come questo sia uno dei segnali della forte accelerazione nella digitalizzazione anche tra le PMI. Uno sforzo che richiede una proposta chiara e una vicinanza effettiva al mercato locale. Per questo in Jabra si insiste sull’importanza di essere “customer geek”, ossia ossessionati dalle esigenze della propria clientela. « In Italia, il 98% delle aziende conta meno di 50 dipendenti: un mercato enorme. Per questo, è strategico collaborare con il canale per espandere la base di utenti potenziali». Tradotto: non si vive più solo di grandi contratti. Bisogna arrivare ovunque, anche nello studio dell’architetto che lavora con un paio di collaboratori, per i quali è altrettanto importante sentire bene e farsi sentire meglio. Anche per questi target, Jabra punta sul valore. Non solo del prodotto, ma anche della rete di partner.


#SmartCollaboration Audio e video di qualità per ogni spazio di lavoro, ovunque tu sia #Jabra
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«Il nostro modello di business è interamente indiretto» – chiarisce Palomba. «La relazione con distributori e rivenditori è strategica. Non si tratta solo di vendere prodotti, ma di costruire un ecosistema di collaborazione, formazione e supporto. Le aziende – prosegue Palomba – cercano soluzioni integrate, agili, in grado di assecondare la trasformazione digitale. Per questo è essenziale offrire tecnologia e servizi, rapidità e interazione». In questa logica, Jabra ha ripensato il proprio portale di supporto ai partner, potenziandolo con strumenti avanzati, come la barra di ricerca basata sull’intelligenza artificiale, per semplificare l’accesso alla documentazione tecnica, in modo da rendere più funzionale la gestione delle informazioni e dei servizi post-vendita. Per Jabra, non è solo una questione di distribuzione e vendita, ma di costruire un sistema più efficiente di lavoro. Anche per questo il rapporto con i partner è destinato a diventare più selettivo. «Non vogliamo estendere il canale all’infinito – afferma Palomba – vogliamo partner che condividano il nostro DNA. Fatto di innovazione, ascolto del cliente e agilità».

Adriano Palomba, oggi area sales director per Jabra in Italia, Spagna, Portogallo e Nord Africa

Il cuore della produttività smart

L’azienda ha sviluppato un programma di certificazione pensato per riconoscere le competenze e garantire all’utente finale un’esperienza di qualità. Lo stesso vale in ambito lavorativo. La pandemia, come uno spartiacque, ha cambiato tutto. I confini tra pubblico e privato sono diventati più fluidi. In una transizione rapida, faticosa e dolorosa, la scrivania ministeriale ha ceduto il passo al tavolino Ikea, il badge aziendale al Wi-Fi del treno. Il “ci vediamo alle nove” è diventato un più flessibile “ci colleghiamo?”. Jabra ha affrontato questo cambiamento di petto – anzi, vis-à-vis.

Non a caso PanaCast 40 VBS, la nuova soluzione di punta per la collaboration aziendale, ha una missione precisa: offrire qualità voce e video anche dai piccoli spazi. «Una sala da 40 persone attrezzata per le riunioni non serve più neanche alla grande azienda» – afferma Luca Barbarossa, business development manager per l’area EMEA South di Jabra. «Tutti necessitano di spazi molto più ridotti». PanaCast 40 è pensata per soddisfare questa esigenza sempre più sentita di potersi collegare a una riunione d’ufficio anche da piccoli spazi. «Con la nostra tecnologia anche uno spazio improvvisato, persino un angolo, purché sia connesso, può servire allo scopo».


#Jabra #SmartCollaboration L’AI entra nelle sale riunioni, ma la qualità audio resta la chiave
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Le videoriunioni servono a creare relazioni, collaborazione, intelligenza condivisa. Servono a far lavorare meglio le persone, ovunque siano. E questo, forse, è il vero significato della trasformazione digitale: far sì che sia la tecnologia a lavorare per noi. E ovunque ci si trovi, serve potersi vedere e sentire come si deve. Barbarossa racconta che la sfida era ambiziosa: «Riuscire a offrire un angolo di visione di 180 gradi con sole due ottiche, senza compromettere in alcun modo la qualità audio e video». Ma era una scelta costruttiva con implicazioni importanti, in termini di componentistica, costi e accessibilità. Il risultato è il dispositivo che abbiamo davanti ai nostri occhi. «A fronte della necessità di riunire persone presenti fisicamente e da remoto – chi in salotto e chi in aeroporto – è fondamentale garantire uniformità nella qualità dell’immagine e del suono, in termini di risoluzione video e fedeltà audio» – osserva Barbarossa. «L’obiettivo è di rendere le cose eque. Che mi trovi in ufficio o in qualsiasi altro luogo, devo essere ascoltato e partecipare nello stesso modo di chi si trova in presenza».

Luca Barbarossa, business development manager per l’area EMEA South di Jabra

È l’ABC della nuova normalità. Dietro c’è però una riflessione più profonda. La qualità dell’audio – come per le cuffie – è diventata un asset strategico, anche per l’intelligenza artificiale. «La qualità dell’output di un’intelligenza artificiale è basata sulla qualità dell’input. Se Copilot, ChatGPT o Gemini devono “capire” cosa diciamo, devono sentirci bene. Altrimenti “can” e “can’t” diventano la stessa cosa» – spiega Barbarossa. È il trionfo del concetto di “prompt”, portato dalla scrittura alla voce. «Gli strumenti per una riunione produttiva sono essenziali. Perché si usano tutti i giorni, e se funzionano male, generano perdite di tempo, frustrazione e scarsa produttività». E magari fanno anche scappare un talento. «Trattenere le persone – specie i giovani – è anche una questione di dotazione tecnologica. La soddisfazione dei collaboratori è un fattore determinante in azienda» – rileva Palomba. «Se sei uno smart worker e ti tocca un dispositivo che funziona male, smetti di partecipare. O peggio, cambi azienda».

Infine, la questione che tiene svegli i CFO: il prezzo. Tema delicato, sempreverde. In Italia più che altrove. Ma anche su questo Barbarossa è netto: «La qualità costa. Oggi, però, meno di ieri». A pesare nelle scelte d’acquisto – sottolineano entrambi – sono anche altri fattori: la sostenibilità, l’integrazione software, la durata, l’affidabilità. «Con pochissime migliaia di euro possiamo includere la videoconferenza in spazi prima assolutamente impraticabili e con una qualità impeccabile». Così la videoconferenza si fa davvero accessibile a tutti.  Un concetto che ricorda il sogno della “tecnologia al servizio dell’uomo”, che per Jabra è già realtà.

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Cloud sovrano e sicuro per un ecosistema indipendente https://www.datamanager.it/2025/06/cloud-sovrano-e-sicuro-per-un-ecosistema-indipendente/ Tue, 10 Jun 2025 13:38:00 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245817 La risposta di Aruba Cloud alle esigenze normative e strategiche della sovranità del dato. Infrastruttura europea, compliance e partecipazione attiva agli ecosistemi di settore La sovranità digitale è diventata una priorità strategica, soprattutto in Europa, che oggi ne fa un pilastro della propria autonomia tecnologica. Per imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini, la scelta di un […]

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La risposta di Aruba Cloud alle esigenze normative e strategiche della sovranità del dato. Infrastruttura europea, compliance e partecipazione attiva agli ecosistemi di settore

La sovranità digitale è diventata una priorità strategica, soprattutto in Europa, che oggi ne fa un pilastro della propria autonomia tecnologica. Per imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini, la scelta di un cloud continentale, gestito e controllato interamente da entità europee, si configura come una decisione strategica e di conformità imprescindibile. Aruba Cloud, con infrastrutture di proprietà in Italia e Repubblica Ceca e un network di data center dislocati in Europa, si pone come un punto di riferimento affidabile nel settore del cloud sovrano, garantendo ai propri clienti conformità alle normative, elevata resilienza operativa e piena indipendenza.

Il contesto attuale è caratterizzato da una crescente richiesta di soluzioni cloud che assicurino trasparenza nei processi, tracciabilità dei dati e la loro precisa localizzazione. Questa tendenza è ampiamente documentata da analisi di mercato condotte da istituti indipendenti come IDC e Gartner, e trova riscontro nelle strategie delineate da documenti europei di alto livello, come la strategia europea per i dati promossa dalla Commissione Europea.

IL FUTURO DELL’IT EUROPEO

L’impegno di Aruba Cloud si manifesta attraverso la partecipazione attiva ai tavoli tecnici che stanno delineando il futuro del cloud in Europa, in particolare attraverso la collaborazione con il CISPE e Gaia-X, e oggi con il progetto SECAPI. L’azienda collabora inoltre con partner europei per dare forma a un ecosistema cloud che promuova attivamente la sovranità dei dati, l’adozione di standard aperti, l’utilizzo di soluzioni open source e la spinta all’innovazione digitale.

La presenza di Aruba Cloud nella European Alliance for Industrial Data, Edge and Cloud e nella European Green Digital Coalition sottolinea ulteriormente la volontà di perseguire l’innovazione sostenibile. Scegliere i servizi cloud di Aruba significa affidarsi a un’infrastruttura già predisposta per affrontare le sfide e le opportunità del futuro digitale in Italia e in Europa. Il concetto di sovranità del dato si fonda sul principio che individui, organizzazioni e stati debbano avere il pieno controllo sulla proprietà delle proprie informazioni digitali. Questo implica la facoltà di decidere autonomamente le modalità di conservazione, utilizzo, condivisione o trasferimento di tali dati, sempre nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia di privacy e sicurezza.

INDIPENDENZA TECNOLOGICA

Aruba Cloud concretizza questo principio attraverso una serie di garanzie fondamentali. In primo luogo, assicura un controllo giurisdizionale completo, poiché i dati dei propri clienti sono gestiti integralmente all’interno dell’Unione Europea, garantendo la piena applicazione delle leggi e delle normative europee in materia di protezione dei dati. In secondo luogo, copre varie aree strategiche in Europa: Italia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Regno Unito e Polonia, permettendo il controllo diretto sull’intero sistema e sulla sicurezza fisica dei dati. Aruba Cloud garantisce standard certificati (ISO/IEC 27017, 27018, 27035) e zero lock-in tecnologico. I dati restano sotto controllo del cliente e non vengono condivisi con terze parti.

VALORE DI FILIERA

Un’attenzione alla governance che realizza la coerenza normativa e accelera la competitività globale. Di fatto, Aruba Cloud supporta la sovranità operativa lungo tutta la filiera dell’information technology, valore fondamentale in contesti fortemente regolamentati, come quello della Pubblica Amministrazione. Parliamo di un provider europeo, che vuole porsi come partner affidabile anche per system integrator, MSP, rivenditori e operatori di canale. La compliance è un pilastro fondamentale, con soluzioni progettate per aderire pienamente al GDPR, alla direttiva NIS2 e al Cyber Resilience Act.

Inoltre, la partecipazione a Gaia-X e la collaborazione con partner europei permettono ad Aruba Cloud di promuovere un ecosistema cloud indipendente, costruito su standard aperti. Il modo migliore per raggiungere una reale indipendenza tecnologica. Gartner ha recentemente riconosciuto Aruba Cloud nella sua Market Guide in due ambiti chiave per il mercato enterprise: tra gli “Specialty Cloud Providers” come “Regional Cloud Provider” e per l’offerta di soluzioni incentrate sulla “Digital Sovereignty”. Un duplice riconoscimento che conferma la solidità della proposta Aruba come partner ideale per le imprese che devono rispondere alle nuove sfide del business.

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Fintech intelligence. Nuove sfide, più valore https://www.datamanager.it/2025/06/fintech-intelligence-nuove-sfide-piu-valore/ Tue, 10 Jun 2025 10:40:40 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245528 Dalla gestione del rischio all’inclusione finanziaria, dall’analisi predittiva alla personalizzazione dell’esperienza cliente, ecco come l’AI sta trasformando i servizi finanziari L’intelligenza artificiale sta rapidamente emergendo come una forza dirompente nel settore finanziario, rimodellando il modo in cui le banche operano, interagiscono con i clienti e gestiscono i portafogli. L’AI apre nuove frontiere non solo nell’analisi […]

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Dalla gestione del rischio all’inclusione finanziaria, dall’analisi predittiva alla personalizzazione dell’esperienza cliente, ecco come l’AI sta trasformando i servizi finanziari

L’intelligenza artificiale sta rapidamente emergendo come una forza dirompente nel settore finanziario, rimodellando il modo in cui le banche operano, interagiscono con i clienti e gestiscono i portafogli. L’AI apre nuove frontiere non solo nell’analisi predittiva e nella personalizzazione dell’esperienza cliente, ma anche nella gestione del rischio, nell’automazione dei processi e nello sviluppo di nuovi modelli di business. In questo contesto di grandi evoluzioni, l’AI agisce da catalizzatore, accelerando l’innovazione e rimodellando l’intero panorama finanziario a una velocità senza precedenti. In passato, l’analisi predittiva era un campo riservato a matematici e statistici. Oggi, gli algoritmi di machine learning possono esaminare enormi quantità di dati finanziari, individuando modelli e tendenze che sfuggirebbero all’analisi umana. Questo ha un impatto profondo su diversi aspetti del settore finanziario.

RELAZIONE CON I CLIENTI

L’AI non si limita a migliorare l’analisi predittiva ma ridisegna le dinamiche operative delle banche, introducendo nuove esperienze digitali nella relazione con i clienti e trasformando le logiche di gestione degli asset. Grazie alla sua capacità di analizzare i dati e comprendere le esigenze dei clienti, l’AI permette di offrire un’esperienza personalizzata e su misura. Gli assistenti virtuali basati sull’AI possono fornire ai clienti una guida nella gestione dei risparmi, degli investimenti e dei debiti. Questi assistenti sono in grado di rispondere a domande, fornire informazioni e suggerimenti h24, 7 giorni su 7. A differenza dei consulenti umani, gli assistenti virtuali possono analizzare un’enorme quantità di dati in pochi secondi, fornendo raccomandazioni basate su un quadro completo della situazione finanziaria del cliente.

PREVISIONI DI INVESTIMENTO

Un altro ambito in cui l’AI sta portando grandi cambiamenti è quello previsionale. Gli investitori possono utilizzare l’AI per anticipare l’andamento dei mercati, identificando potenziali opportunità di investimento e gestendo il rischio in modo più efficace. Gli algoritmi possono analizzare dati di mercato, notizie, social media e altri fattori per generare previsioni più accurate rispetto ai modelli tradizionali. L’AI è in grado di identificare anomalie e pattern complessi che potrebbero sfuggire agli analisti umani, consentendo agli investitori di prendere decisioni più informate e tempestive.

MONITORAGGIO ANTIFRODE

L’AI si sta rivelando anche uno strumento molto efficace per combattere le frodi finanziarie, che rappresentano una minaccia sempre crescente nel mondo digitale. Gli algoritmi possono individuare transazioni sospette in tempo reale, bloccando attività fraudolente prima che possano causare danni significativi. Questo non solo protegge le istituzioni finanziarie e i loro clienti, ma contribuisce anche a preservare la fiducia nel sistema finanziario nel suo complesso. I sistemi di rilevamento delle frodi basati sull’AI possono analizzare un numero molto elevato di variabili, identificando schemi di frode complessi e adattandosi rapidamente alle nuove tattiche dei truffatori.

STRATEGIE PERSONALIZZATE

Le banche e le altre istituzioni finanziarie possono utilizzare l’AI per identificare i prodotti e i servizi più adatti alle esigenze di ciascun cliente, aumentando così la soddisfazione e l’efficacia delle strategie di marketing. L’AI può analizzare i dati transazionali, i modelli di spesa e le preferenze dei clienti per prevedere quali prodotti o servizi hanno maggiori probabilità di interessarli, consentendo alle istituzioni finanziarie di personalizzare le loro offerte e comunicazioni.

AUTOMAZIONE DEI PROCESSI

L’AI sta rimodellando la catena del valore finanziario in modo profondo, trasformando il modo in cui i servizi vengono creati, distribuiti e consumati. In un settore tradizionalmente caratterizzato da intermediari e processi manuali, l’AI sta introducendo maggiore efficienza, trasparenza e automazione in ogni fase. L’AI può automatizzare attività ripetitive e time-consuming, come l’elaborazione di documenti, la verifica dell’identità e la gestione dei reclami. Questo libera gli operatori da compiti noiosi, consentendo loro di concentrarsi su attività a più alto valore aggiunto, come la consulenza strategica e lo sviluppo di nuovi prodotti. L’automazione dei processi non solo riduce i costi operativi, ma migliora anche l’efficienza e l’accuratezza, riducendo il rischio di errori umani.


#AI #Finance non solo automazione, ma anche trasparenza, inclusione e nuovi modelli di business @djegerson
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GESTIONE DEL RISCHIO

Un altro ambito fondamentale è la gestione del rischio. Le banche, infatti, possono utilizzare l’AI per determinare l’affidabilità creditizia di un individuo con maggiore precisione, considerando una gamma di variabili più ampia rispetto ai classici modelli statistici. Oltre ai dati demografici e alla storia creditizia, l’AI può analizzare anche i comportamenti, i modelli di spesa e l’attività sui social media per delineare un quadro più completo del profilo di rischio di un cliente. Ciò consente di concedere prestiti anche a persone che in precedenza erano escluse dal sistema finanziario, promuovendo così l’inclusione finanziaria e aprendo nuove opportunità di business per le banche. Inoltre, l’AI può aiutare le istituzioni finanziarie a gestire il rischio in modo più efficace, identificando potenziali minacce e sviluppando strategie di mitigazione. Questo include non solo il rischio di credito e di mercato, ma anche il rischio operativo e il rischio di conformità. L’AI può analizzare una vasta gamma di dati per identificare potenziali rischi che potrebbero sfuggire ai metodi tradizionali, consentendo alle istituzioni finanziarie di adottare misure preventive e ridurre al minimo le perdite.

NUOVI PRODOTTI E SERVIZI

L’AI sta anche abilitando lo sviluppo di prodotti e servizi finanziari innovativi. Prestiti peer-to-peer, investimenti automatizzati e criptovalute hanno il potenziale per democratizzare l’accesso ai servizi finanziari, ridurre i costi e trasformare il modo in cui le persone gestiscono il proprio denaro. Per esempio, l’AI può essere utilizzata per creare prodotti di investimento personalizzati basati sugli obiettivi e sul profilo di rischio di ciascun individuo, o per sviluppare piattaforme di prestito peer-to-peer che mettono in contatto direttamente i mutuatari e i finanziatori, eliminando gli intermediari tradizionali.

INCLUSIONE FINANZIARIA

Vale la pena sottolineare anche il potenziale dell’AI nel promuovere l’inclusione finanziaria. Nei paesi in via di sviluppo, molte persone non hanno accesso ai servizi bancari tradizionali a causa della mancanza di infrastrutture, dei costi elevati e della mancanza di una storia creditizia. L’AI può superare queste barriere consentendo a queste persone di accedere a servizi finanziari tramite smartphone e altre tecnologie digitali. Per esempio, le app di mobile banking basate sull’AI possono fornire servizi di pagamento, risparmio e credito a persone che vivono in aree remote o che non hanno un conto bancario. Gli algoritmi di machine learning possono valutare il rischio di credito di queste persone utilizzando dati alternativi, come l’attività sui social media e i modelli di utilizzo del telefono, consentendo loro di ottenere prestiti e altri servizi finanziari.

INNOVAZIONE TRASPARENTE

Naturalmente, l’adozione dell’AI nel settore finanziario non è priva di sfide. Le istituzioni finanziarie devono affrontare questioni legate alla privacy dei dati, alla sicurezza informatica, alla conformità normativa e alla necessità di formare i propri dipendenti per utilizzare efficacemente le nuove tecnologie. Inoltre, alcuni algoritmi di AI, come le reti neurali profonde, sono “black box” che rendono difficile comprendere i processi decisionali che li guidano. E questo può essere un problema nel settore finanziario, dove è importante che le decisioni siano trasparenti e spiegabili. Tuttavia, le opportunità offerte dall’AI sono enormi. L’AI non è solo una tecnologia, ma un motore di cambiamento fondamentale che sta trasformando il settore finanziario e aprendo la strada a un futuro più efficiente, inclusivo e personalizzato.


Dr. Devid Jegerson 

Architetto dell’evoluzione dei Pagamenti Digitali e del Banking, Devid è da oltre 25 anni in prima linea nell’innovazione FinTech, trasformando idee visionarie in realtà di mercato di successo nell’E-commerce e nel Banking.

Dal lancio della prima carta prepagata ricaricabile in Italia (2002) e del primo conto di moneta elettronica (2006), alla creazione di gateway di pagamento con licenza acquiring (2008) e all’introduzione dei pagamenti istantanei P2P (Jiffy, 2014) e delle prime piattaforme di pagamento cloud in Medio Oriente (noon.com, 2016), il suo focus è sempre stato sul costruire ‘il nuovo’.

Il suo percorso include ruoli di leadership e contributi fondamentali in noon.com, PayPal, Fastweb, IWBank, e UBI Banca, dove ha guidato l’innovazione nei pagamenti mobile e ha contribuito alla gestione della normativa PSD2.

Oggi, applica questa combinazione di visione strategica ed eccellenza nell’esecuzione come Membro del CdA di diverse società, guidando la Trasformazione Digitale nel FinTech. La sua passione è supportata da un PhD, un EMBA, una laurea magistrale in strategia e una laurea in economia, dalla pubblicazione del libro (“Pagamenti elettronici. Dal baratto ai portafogli digitali” 2016, goWare).

Appassionato nel costruire il futuro della finanza, Devid rappresenta un punto di riferimento nel settore.

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Governance e cybersecurity, la difesa parte dalla leadership https://www.datamanager.it/2025/06/governance-e-cybersecurity-la-difesa-parte-dalla-leadership/ Tue, 10 Jun 2025 10:00:13 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245520 Come rafforzare la cybersecurity integrando il risk management nella governance aziendale: continuità operativa, protezione dei dati e resilienza del business L’approccio delle organizzazioni alla sicurezza informatica si sta evolvendo. Questo cambio è certamente tecnologico: gli strumenti di detection e rilevamento degli attacchi utilizzano l’intelligenza artificiale, per contrastarne l’uso che ne fanno anche gli attaccanti. Ma […]

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Come rafforzare la cybersecurity integrando il risk management nella governance aziendale: continuità operativa, protezione dei dati e resilienza del business

L’approccio delle organizzazioni alla sicurezza informatica si sta evolvendo. Questo cambio è certamente tecnologico: gli strumenti di detection e rilevamento degli attacchi utilizzano l’intelligenza artificiale, per contrastarne l’uso che ne fanno anche gli attaccanti. Ma il cambio di approccio è soprattutto culturale ed organizzativo, perché – è importante esserne consapevoli – la cybersecurity è soprattutto un problema culturale, prima ancora che tecnico. Questo “cambio di paradigma” è molto evidente anche nelle numerose normative e framework che sono arrivati negli ultimi anni.

Nel NIST Cybersecurity Framework (CSF), di cui è stata pubblicata la versione 2.0 il 26 febbraio 2024, è stata aggiunta una sesta funzione GOVERN (GV) – oltre alle cinque già presenti nella versione precedente – proprio per enfatizzare l’importanza della governance della gestione del rischio di cybersecurity.

Questa funzione GOVERN è descritta così: “La strategia, le aspettative e la politica di gestione del rischio di cybersecurity dell’organizzazione sono stabilite, comunicate e monitorate. Le attività di governance sono fondamentali per incorporare la cybersecurity nella più ampia strategia di gestione del rischio aziendale (ERM) di un’organizzazione”. Anche la Direttiva (UE) 2022/2555, nota come NIS2, pone una forte enfasi sull’importanza della governance nella gestione della cybersecurity. L’art.20 della NIS2 è proprio dedicato nel titolo alla Governance ed al comma 2 recita: “Gli Stati membri provvedono affinché i membri dell’organo di gestione dei soggetti essenziali e importanti siano tenuti a seguire una formazione e incoraggiano i soggetti essenziali e importanti a offrire periodicamente una formazione analoga ai loro dipendenti…”.

Questa priorità è richiamata anche nel D.Lgs. 138/2024 con cui l’Italia ha recepito la NIS2. All’art. 23 – Organi di amministrazione e direttivi – si stabilisce esplicitamente che gli organi direttivi dell’azienda “approvano le modalità di implementazione delle misure di gestione dei rischi per la sicurezza informatica e sovrintendono all’implementazione degli obblighi…”. Si aggiunge poi che “sono responsabili delle violazioni di cui al presente decreto” e che sono tenuti a seguire una formazione in materia di sicurezza informatica e che la devono promuovere anche ai loro dipendenti.


#NIS2 Governance integrata per rafforzare cybersecurity, continuità operativa e business #CLUSIT
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Quindi la NIS2 stabilisce in modo inoppugnabile che i vertici aziendali (definiti appunto “organi direttivi”) non possono lasciare la gestione della sicurezza informatica semplicemente ai loro collaboratori tecnici. La cybersecurity deve uscire dagli uffici IT, dove era confinata – e spesso trascurata – per entrare nei consigli d’amministrazione, perché questi devono comprendere l’importanza della cybersecurity e integrarla nella gestione del rischio aziendale e nelle pianificazioni del budget.

Tutto ciò diventa fondamentale per stabilire una strategia chiara, elaborare procedure operative di sicurezza informatica e garantire la coerenza nella gestione della sicurezza a tutti i livelli aziendali. Perché un incidente di cybersecurity non blocca solo i computer, può pregiudicare l’operatività aziendale e quindi avere un impatto importante sul business. Per lo stesso motivo, anche la gestione di risposta degli incidenti – quindi i piani di Incident Response richiesti espressamente dalla NIS2 all’art. 21 – deve essere costruita con il coinvolgimento diretto dei vertici aziendali, che si devono far carico di formalizzare procedure chiare per la gestione delle violazioni di sicurezza e per la comunicazione interna ed esterna.

Una governance aziendale efficace deve integrare la cybersecurity nella strategia globale. Solo una gestione integrata e consapevole dei rischi può garantire la continuità operativa, proteggendo integrità, riservatezza e disponibilità dei dati aziendali da minacce sempre più sofisticate.

Giorgio Sbaraglia, comitato direttivo CLUSIT

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Il nuovo CIO tra modernità e avanguardia https://www.datamanager.it/2025/06/il-nuovo-cio-tra-modernita-e-avanguardia/ Tue, 10 Jun 2025 09:00:15 +0000 https://www.datamanager.it/?p=245518 Dalla gestione operativa alla leadership strategica, il CIO come orchestratore di un ecosistema digitale sempre più interconnesso e regolamentato Il ruolo del chief information officer (CIO) attraversa una profonda evoluzione. Ma c’è una differenza sostanziale e anche esistenziale tra un CIO moderno, che adotta buone pratiche consolidate e un CIO d’avanguardia, che le reinventa o […]

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Dalla gestione operativa alla leadership strategica, il CIO come orchestratore di un ecosistema digitale sempre più interconnesso e regolamentato

Il ruolo del chief information officer (CIO) attraversa una profonda evoluzione. Ma c’è una differenza sostanziale e anche esistenziale tra un CIO moderno, che adotta buone pratiche consolidate e un CIO d’avanguardia, che le reinventa o le anticipa. Secondo Gartner, i “digital vanguards” guidano le iniziative digitali, condividendo responsabilità e leadership nell’esecuzione dei progetti. Sotto questa denominazione rientrano i leader IT più innovativi che si distinguono per la capacità di creare team “fusion” multidisciplinari, composti da CIO e CXO, che collaborano fianco a fianco per raggiungere obiettivi comuni e concreti, abbandonando il tradizionale approccio operativo a silos per assumere un ruolo sempre più strategico e trasversale all’interno dell’organizzazione.

Questa contaminazione di ruoli e competenze diventa determinante nell’affrontare le nuove normative europee come il Digital Operational Resilience Act (DORA) e la Network and Information Security Directive 2 (NIS2), che impongono requisiti stringenti in materia di sicurezza informatica, gestione del rischio digitale e resilienza operativa, in quanto la crescente interconnessione tra i dipartimenti IT, legali e di compliance rappresenta non solo un requisito normativo, ma la base per costruire un ecosistema integrato.

Uno degli aspetti più importanti evidenziati da Gartner è la necessità di una sinergia con i dipartimenti legali e di compliance, che non si limita alla semplice condivisione delle informazioni, ma implica lo sviluppo di un linguaggio comune, la definizione di processi condivisi e la creazione di team interfunzionali capaci di affrontare le sfide normative con un approccio integrato, superando le tradizionali barriere organizzative e le differenze culturali. Il CIO deve trasformarsi in un vero e proprio orchestratore di un ecosistema digitale sempre più regolamentato. Questa evoluzione richiede una nuova consapevolezza e competenze trasversali, che superano la dimensione tecnica.


#NIS2 #DORA Il CIO come ponte tra compliance e gestione del rischio – Angelo Ruggiero #DufercoEnergia #CIOClubItalia
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Il nuovo CIO deve infatti acquisire una solida comprensione delle implicazioni legali legate alle scelte tecnologiche. Non si tratta di sostituirsi ai giuristi, ma di saper dialogare con loro in modo efficace, traducendo il linguaggio dell’IT in termini comprensibili a chi si occupa di normative e compliance – e viceversa. Questa funzione di “interprete” tra mondi diversi è fondamentale per allineare gli obiettivi tecnologici con le esigenze regolatorie e integrare la compliance nella strategia fin dalle prime fasi, adottando un approccio “compliance by design”, in modo da prevenire le criticità, invece di gestirle a posteriori. In questo scenario, la gestione del rischio deve ampliarsi: non basta più occuparsi della sicurezza informatica in senso stretto, è necessario abbracciare una visione olistica che tenga conto anche delle vulnerabilità legali, reputazionali e di business.

Infine, questa nuova postura richiede una leadership capace di guidare team interfunzionali, dove IT, legale e compliance lavorano insieme in modo integrato. Solo così sarà possibile affrontare la complessità normativa che caratterizza la trasformazione digitale, trasformandola da freno a leva strategica. Secondo Gartner, questa evoluzione non è soltanto una risposta necessaria alle crescenti esigenze di conformità normativa, ma rappresenta anche un’opportunità strategica per il CIO di ridefinire il proprio ruolo, affermandosi come attore centrale nella governance aziendale.

Se tecnologia, regolamentazione e business sono sempre più interconnessi, il CIO ha la possibilità di uscire dall’area operativa per assumere una posizione di leadership nel disegno delle scelte strategiche dell’organizzazione.

Luca Seravalli CIO di Duferco Energia Spa

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