rivistamaggio2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 09 May 2019 13:46:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistamaggio2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Le infrastrutture (ibride) per il Finance 4.0 https://www.datamanager.it/2019/05/le-infrastrutture-ibride-per-il-finance-4-0/ Thu, 09 May 2019 13:41:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186987 Il punto sulla trasformazione digitale nel finance. Banche, assicurazioni e società finanziarie davanti alla sfida della transformation, l’adeguamento alle nuove architetture applicative e alla crescita dei dati che diventano sempre più Big e lo sforzo per metabolizzare il legacy, in piena sicurezza La tematica dell’innovazione nel settore finanziario non può che essere un argomento ricorrente […]

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Il punto sulla trasformazione digitale nel finance. Banche, assicurazioni e società finanziarie davanti alla sfida della transformation, l’adeguamento alle nuove architetture applicative e alla crescita dei dati che diventano sempre più Big e lo sforzo per metabolizzare il legacy, in piena sicurezza

La tematica dell’innovazione nel settore finanziario non può che essere un argomento ricorrente alle tavole rotonde di Data Manager. Multicanalità, user experience, diversificazione di prodotto e di mercato, concorrenza cross-sector, ecosistemi di pagamento sempre più aperti, compliance, liberalizzazione, normative, coopetition con i mondi fintech e insurtech, nuove competenze e nuovi modelli nelle organizzazioni, nel lavoro di squadra, nella gestione dei talenti, sicurezza, nuove architetture infrastrutturali e applicative. Ciascuno di questi numerosi sottotemi porta con sé una sfida da affrontare per gli istituti bancari e assicurativi, innovatori per natura e tradizione che oggi hanno una motivazione in più: venire incontro a una clientela che ama Internet, i suoi servizi e il livello di diversificazione e disintermediazione che questi servizi rappresentano.

A fare quasi da contrappeso alle spinte verso il cambiamento, c’è – e non si può non tenerne conto – il complicarsi del quadro congiunturale nazionale e internazionale, che va a erodere l’ottimismo e la stabilità che potrebbero favorire la trasformazione. È come se 20 anni dopo la fatidica svolta dell’anno 2000, il settore finanziario stesse affrontando, per fortuna in un diverso clima di consapevolezza, un nuovo Millennium bug. L’ennesimo punto di svolta da affrontare con una buona dose di certezze in più – pensiamo per esempio all’ormai consolidata esperienza in materia di Internet o di paradigmi del cloud computing. Ma anche con la consapevolezza delle incognite che dovremo risolvere se davvero l’obiettivo è riuscire a metabolizzare in modo efficace una informatica radicalmente cambiata rispetto alle prime fasi sperimentate con la virtualizzazione e le Web application. Come reagirà l’industria finanziaria alla piena maturazione dell’offerta di infrastrutture iperconvergenti, dei modelli di sviluppo connessi, della necessità di mettere in sicurezza un business sempre meno caratterizzato da limiti di spazio e tempo?


Tavola Rotonda #dmFinanceInnovation – Quali sono le priorità per Banche e Assicurazioni?
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FLESSIBILITÀ E SCALABILITÀ

Continuano a valere per il resto le annotazioni che Data Manager proponeva in occasione di una analoga tavola rotonda nove mesi fa. Il settore finance deve poter contare su infrastrutture informatiche e “factory” software sempre più flessibili e scalabili, capaci di accorciare il ciclo di ideazione e messa in produzione dei nuovi servizi. Contemporaneamente, una analoga flessibilità deve caratterizzare l’aspetto organizzativo, l’interdisciplinarietà (e la rapidità) delle decisioni, le modalità del lavoro e delle relazioni, all’interno come verso l’esterno, la formazione e l’acquisizione delle competenze interne, il marketing dei nuovi servizi, il costante fenomeno del consolidamento di piccoli e grandi gruppi. E infine, tutto il colossale aspetto della regolamentazione e della compliance. Un contesto certamente creato per costruire una cintura di sicurezza intorno all’operatività e alla buona salute degli istituti, dei loro investimenti e del credito, ma che certo non toglie complessità al governo della trasformazione. Come di consueto, la discussione aperta e interattiva si è spontaneamente sviluppata intorno a una serie di spunti di riflessione proposti agli interlocutori. Chiamati questa volta a prendere in esame la sfida del software defined everything nella orchestrazione e nell’operatività delle infrastrutture. Agli interlocutori seduti al tavolo, era stato suggerito di affrontare il tema con una duplice attenzione – sia rispetto agli effetti che la piena flessibilità nell’allocazione delle risorse (iperconvergenza) può avere sugli aspetti dello sviluppo di applicazioni e servizi, il testing e la messa in produzione (DevOps) attraverso l’uso di modelli sempre più innovativi (container, serverless, microservizi) – sia sul piano dell’organizzazione dei processi decisionali e del lavoro. Anche la governance di Big data, IoT, analytics rappresenta un potente fattore di accelerazione e trasformazione delle tipologie di servizio e del marketing nei confronti della clientela. I partecipanti alla tavola si sono espressi anche a questo proposito, cercando in particolare di dare le prime risposte in ordine al ruolo che stanno assumendo tecnologie come l’intelligenza artificiale e il machine learning nel “domare” la tigre del dato e il suo immenso potenziale di valore.

SICUREZZA COME SUBSTRATO

Interlacciato con la problematica del dato, c’è infine un terzo capitolo di discussione dedicato alla sicurezza come substrato che le normative vogliono sempre più “by design” e conforme ai regolamenti. La protezione dell’integrità e della riservatezza del dato viene sempre più vissuta sia in chiave di sicurezza integrata sul piano delle barriere logiche e fisiche, sia in chiave predittiva. Il che induce a chiedersi come cambia la sicurezza in banca di fronte a una capacità di attacco sempre più mirata sul valore dell’informazione e sulle vulnerabilità di sistemi e persone; e quale contributo possiamo aspettarci anche in tale contesto dall’intelligenza artificiale. Nel suo breve discorso di inquadramento, Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia afferma che la digitalizzazione basata sulle tecnologie della cosiddetta Terza piattaforma sta entrando a pieno regime nelle funzioni e nei processi, non solo dell’IT ma in aree specifiche come le HR e l’organizzazione del lavoro, attingendo alle aree applicative che IDC raggruppa nella definizione degli innovation accelerators (dalla robotica, all’intelligenza artificiale, passando per la realtà aumentata o la stampa 3D). «Le parole chiave del cambiamento sui mercati finanziari retail raccontano di fenomeni determinati anche dal nuovo assetto normativo» – spiega Pandolfi. Open banking, open API, instant payments, instant lending, offerta personalizzata, digital onboarding, automated credit scoring e così via. «Il dato è sempre più centrale in queste strategie di innovazione, in parte anche per la possibilità di dar luogo a veri e propri ecosistemi, anche in partecipazione con attori di provenienza extra-settore per ricavare valore non solo dalla tradizionale conoscenza interna del cliente». Una centralità – aggiunge Pandolfi – confermata dalle ricerche IDC su scala europea. Alla domanda su quali iniziative faranno da collettore dei maggiori investimenti, le aziende finanziare mettono al primo posto big data e analytics e le cloud applications, in misura superiore alle medie degli altri settori. E in Italia? «Se la voce riduzione e controllo dei costi rimane sempre al primo posto, spicca la priorità data al terzetto costituito dall’innovazione delle infrastrutture e dei data center, dal miglioramento della sicurezza dei sistemi, e dall’automazione/ottimizzazione dei processi». A conferma del primato che le infrastrutture e la loro protezione tornano ad avere nell’epoca del software defined everything.


#dmFinanceInnovation – Le 5 aree più calde per gli investimenti in Italia @IDCItaly
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LA QUESTIONE INFRASTRUTTURALE

Il software defined everything entra in banca. «La partita dei dati richiede nuove capacità infrastrutturali e modelli applicativi» – afferma Pandolfi, preconizzando un’ondata di fervore in ambiti come l’aggiornamento dei sistemi di storage, la data integration, data analytics, gli aspetti di data collection/capture (e ripercussioni nel campo dell’IoT fissa e mobile, della sensoristica, del mobile web) e la data automation. Per entità economica – conclude l’analista IDC – le cinque “top priorities” dell’IT bancario in Italia vanno in ordine decrescente di investimento alla sicurezza, alle applicazioni core, alle applicazioni per i dispositivi mobili, alle soluzioni per la virtualizzazione SDx e allo storage, con grande interesse nei confronti di tecnologie all flash, hybrid flash array e così via. Sulla questione infrastrutturale rompe il ghiaccio Credem Banca, con l’intervento del CIO Mauro Torelli. L’istituto emiliano sta dedicando molta attenzione alla sperimentazione delle tecnologie citate da Pandolfi, con nuovi ruoli preposti in modo specifico all’innovazione, attraverso un sistema che “premia” le proposte giudicate più interessanti, anche dal punto di vista della fattibilità, dando inoltre ampia visibilità ai progetti attraverso i canali social interni. «Il nostro primo obiettivo – sottolinea Torelli – è stato quello di rendicontare gli asset infrastrutturali posseduti per verificare il loro grado di prontezza nell’abbracciare i nuovi paradigmi». In tutte le banche per così dire “classiche” è necessario fare i conti con lunghi anni di legacy architetturale e procedurale. Legacy che ha sempre garantito continuità e crescita. «A fronte della scarsa prevedibilità dei modelli che si imporranno alla fine – aggiunge il CIO di Credem – riteniamo più opportuno lavorare sulle architetture esistenti. Negli ultimi tre anni, lo sforzo si è concentrato sul disaccoppiamento delle architetture legacy soprattutto rispetto al canale di vendita. Cambiare il legacy di una banca è come sostituire il motore di una moto in curva, non lo si può fare in modo immediato».

SCARICARE A TERRA L’INNOVAZIONE

Fabio Picena, responsabile Innovation Factory direzione sistemi di Agos osserva al proposito che il punto più debole della catena della trasformazione digitale si è rivelato il raccordo tra le due anime, business e IT dell’azienda. I colli di bottiglia sono comparsi – spiega Picena – in occasione del lavoro di sperimentazione svolto proprio in ambito intelligenza artificiale e cognitive computing. «Una volta assegnato un determinato compito, la gestione del modello stage-gate finiva per rallentare tutto». Da qui la decisione di costituire un team affidato allo stesso Picena, che è incaricato di operare in sinergia con il team di innovatori in quella che il manager chiama “fase di messa a terra” delle novità proposte. «In pratica un team è dedicato ai concept del cambiamento, sui prototipi interveniamo noi. Il generico supporto IT che veniva fornito in passato – riconosce Picena – non era sufficiente a rendere concreti i progetti di innovazione e i loro benefici». Un mindset molto simile si ritrova in Ergo Insurance – come racconta Alexandrina Scorbureanu, group head of projects and overarching activities. Il nuovo CEO, nominato qualche anno fa, ha voluto creare una sorta di competitor interno dell’IT tradizionale, una “digital venture” che ha portato avanti progetti sempre più importanti. A capo di questa vera e propria startup interna è stato chiamato un esperto del mondo delle telecomunicazioni che già all’inizio ha potuto contare su una squadra di una trentina di persone. L’entità è completamente autonoma – spiega Alexandrina Scorbureanu – e il suo CEO riporta direttamente, come del resto il CIO, al CEO di gruppo. «La newco poggia su quattro pillar funzionali» – afferma subito la responsabile dei progetti Ergo. «Oltre ad acquisire nuove startup all’esterno, il gruppo si occupa direttamente della trasformazione digitale, con programmatori impegnati soprattutto nello sviluppo di soluzioni bot e di machine learning. Una sua articolazione è anche sul mercato, attraverso la compagnia all-digital Nexible, focalizzata sul prodotto RC auto. Gestita da una ventina di persone, Nexible ha generato 30mila clienti a un anno dal lancio e utilizza metodologie Agile. Infine, c’è il quarto pilastro costituito dalle soluzioni per la mobilità, dove vengono esplorati modelli di business davvero alternativi in collaborazione con case automobilistiche».

IL MODELLO DELLA DIGITAL COMPANY

L’impatto sul rapporto di Ergo con le tecnologie è già notevole. Secondo Alexandrina Scorbureanu, la digital company ha moltiplicato il numero di clienti interni. Tanto che il potenziale cliente interno e lo stesso CFO di gruppo – oggi per prima cosa – devono decidere se rivolgersi all’IT tradizionale o alla nuova fabbrica digitale. Il racconto dell’esperienza del grande gruppo assicurativo tedesco rende la discussione ancora più vivace, con Picena di Agos, che ribadisce l’interesse nei confronti del modello newco anche da parte della sua società finanziaria, concentrata finora sulla parte di ammodernamento del core tecnologico. Picena – tuttavia – pone anche un interrogativo non banale: «Solo ora cominciamo a porci in una logica parallela di newco digitale, ma se la digital venture diventa troppo veloce e avanzata, che cosa fa tutto il resto»? In modo non dissimile da Ergo, interviene a questo punto Simona Squaglia, responsabile CRM analitico, direzione marketing e pianificazione commerciale di UnipolSai Assicurazioni, l’azienda italiana ha lanciato una società di servizio che copre aree tipicamente basate sulla comunicazione e l’integrazione dei dati. Per esempio – spiega Simona Squaglia – nello studio di nuove app inserite nel contesto degli strumenti di pagamento. «Nata da circa un anno e mezzo, questa nuova realtà è ancora in fase di startup e svolge attività di co-marketing per individuare nuovi canali di vendita alternativi alla tradizionale rete di agenzie» – che evidentemente conserva un peso ancora determinante nell’azione commerciale di UnipolSai. «Al momento tutti i nostri canali sono fisici, nessuno dei nuovi touchpoint digitali è ancora stato ufficialmente abilitato, anche se gli investimenti proseguiranno con i nuovi partner già individuati». Simona Squaglia cita in particolare un nuovo prodotto basato su device che tuttavia richiede una capacità di integrazione difficile da ottenere su sistemi legacy tra l’altro stratificati nel corso del tempo e delle successive acquisizioni. «Il workaround utilizzato poggia su gateway-robotizzati che forniranno il necessario grado di integrazione verso i sistemi legacy» – spiega Simona Squaglia, interessata al progetto in veste di responsabile dell’innovazione analitica in UnipolSai.


#dmFinanceInnovation – Dati e sicurezza al centro della strategia @denodo – @ForcepointSec
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Il tema sollevato, tutt’altro che banale, mostra che la trasformazione delle infrastrutture IT è un indispensabile presupposto di cambiamento e adeguamento non solo rispetto ai nuovi paradigmi applicativi, alla diverse architetture del software, ma soprattutto in relazione a un nuovo modo di estrarre valore dalle informazioni. Tra l’altro, non è neppure detto che la trasformazione di un singolo player sia sufficiente. Quasi in solidarietà con la collega di UnipolSai, Alexandrina Scorbureanu di Ergo interviene a questo proposito per condividere l’esperienza negativa registrata da un nuovo prodotto mirato alla copertura assicurativa della casa. Anch’esso era centrato intorno a un dispositivo di domotica, che la digital venture di Ergo ha sviluppato in collaborazione con Deutsche Telekom per la vendita combinata di soluzioni da parte delle rispettive reti commerciali. «Il dispositivo – abbinato a una polizza per i danni alle tubature idrauliche, una tipologia molto diffusa in Germania – prevedeva anche l’installazione nell’abitazione dell’assicurato, ma a più di un anno dal lancio non abbiamo risultati di rilievo. Innanzitutto, perché il segmento di posizionamento non era azzeccato. Ma c’erano anche difficoltà di dialogo a livello delle rispettive piattaforme IT tra le agenzie Ergo, i negozi di Deutsche Telekom e i sistemi delle autorità fiscali. Oggi, l’idea è robotizzare questa integrazione» – conclude Alexandrina Scorbureanu, lasciandoci una vivida testimonianza sull’importanza del fattore “ecosistema” e sulla necessità di assicurare una sufficiente modernizzazione, estesa a tutti gli stakeholder, di prodotti e soluzioni che nascono – e sono sempre più numerosi – nel contesto di complesse partnership.

NUOVI SERVIZI E MERCATI

In altre situazioni – osserva a sua volta Simona Squaglia – il mancato successo è causato dalle modalità di ingresso sul mercato. «Anche UnipolSai ha una propria società rivolta a prodotti e servizi telematici. Se nel ramo auto abbiamo discreti livelli di penetrazione è perché la nostra offerta include il servizio di installazione. Notiamo che al contrario per analoghi prodotti rivolti alla protezione della casa o degli animali domestici, la vendita non prevede questo tipo di assistenza e questo tipo di soluzione ha forti tassi di abbandono». Restano, sugli aspetti infrastrutturali, le esperienze di Banca Mediolanum e UBI Banca. La prima, rappresentata al tavolo da Andrea Baiguini, head of enterprise architecture e data management, può contare su una propria divisione di innovazione, dedicata in particolare al lancio di prodotti e all’apertura verso mondi esterni come il fintech. «Anche l’IT deve cambiare, ma il problema è farlo tutti insieme. Abbiamo affrontato tematiche come il DevOps, le architetture software defined, i container. Ma poi si tratta di trasferire tutto alle cosiddette daily operations, alla quotidianità, alla messa in produzione». L’innovazione per Baiguini deve essere soprattutto un modello evolutivo culturale. «C’è un tema di skill trasversali, e uno che riguarda i modelli organizzativi. Oggi, si parla di paradigmi di sviluppo “agili”, ma il resto dell’azienda è ancora focalizzata su un modello di rilascio tradizionale». Le divisioni di business, commenta ancora Baiguini, assicurano una buona spinta quando si parla di marketing. «In altri ambiti, noi dell’IT cerchiamo di adottare modelli innovativi e renderli sempre più pervasivi».


#dmFinanceInnovation – I dati richiedono nuove funzionalità – @BancaMediolanum – @credem
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Un comportamento che trova ancora una volta Alexandrina Scorbureanu di Ergo, particolarmente solidale. A proposito di interfaccia, di terreno comune tra IT e Business, come responsabile di processi che sono alla base di nuovi prodotti, anche lei afferma di avere la necessità di adottare modalità più al passo coi tempi come lo sviluppo agile. E per risolvere il problema di trasferimento culturale individuato da Baiguini, ha chiesto ai colleghi dell’IT di fornire un training su “come pensare” agile e – «oggi, c’è una cross-fertilization, un mix di competenze che ruota intorno alla cultura agile e ha il compito di spiegare al Business, che non era abituato a pensare in quest’ottica, che cosa vuol dire essere agili».

L’ELEFANTE NELLA STANZA

Come per tutti i cambiamenti che sono in primo luogo culturali – «di testa» – è però complicato stabilire metodi e soprattutto tempi definiti. Nella esperienza di Credem riportata da Mauro Torelli, è sempre faticoso cercare di esportare i modelli Agile dal puro ambito IT verso l’intera catena di processo del Business. «C’è una resistenza anche in termini di fiducia, per cui si cerca di introdurre il cambiamento nei processi mirati, agendo per esempio su specifici canali di vendita» – sottolinea il CIO. E il suo collega Baiguini di Banca Mediolanum aggiunge, tra i fattori di freno – «quel senso di inerzia» – che spinge a “fare le cose” come in passato semplicemente perché è ancora possibile, in certi casi, facendo a meno di modelli architetturali più moderni. «In Mediolanum, per esempio non ci sono modifiche, anche organizzative, radicali. Si procede sempre per piccoli passi. A volte, mi chiedo se l’elefante nella stanza che ci ostiniamo a non vedere è proprio quella voce prioritaria di cui parlava IDC, l’eterno obiettivo della riduzione dei costi. Partiamo da un problema di innovazione, quando in realtà potrebbe essere una questione di riduzione dei costi. Dopo tutto, virtualizzare le infrastrutture ci permette di abbattere i tempi di provisioning».

Dalla discussione, emerge la descrizione di un mondo che ha compiuto e sta compiendo molti passi avanti, ma a causa delle sue pesanti eredità si trova ancora in una fase di passaggio. Picena di Agos, usa al proposito una metafora molto efficace: «Sono almeno diciotto mesi che lavoriamo sulla ridefinizione della nostra architettura con un obiettivo di “microservicing”. Tutto è pronto sul piano teorico, ora si tratta di rendere fruibile la cosa. Come fa questa nuova pianta rampicante a ricoprire definitivamente quello che c’era prima? Il pensiero di base è di non cambiare il proprio modello organizzativo se prima non si hanno spalle infrastrutturali abbastanza larghe per sostenerlo». La lezione che arriva da Fabio Gianotti, chief security officer di UBI Sistemi e Servizi apre però molte nuove prospettive, persino in un ambito, quello finanziario-contabile, che sembrava essersi fermato alla dualità CapEx/OpEx ridefinita dall’avvento dell’IT “as a service”. Gianotti dice di sentirsi come un – «man in the middle» – l’intermediario rispetto a IT e linee prodotti. Il capo dell’IT governance in UBI, contando su una lunga esperienza nel settore delle telecomunicazioni, afferma di aver portato nell’ambiente finanziario una ventata di “biodiversità”. Il semplice passaggio a Office 365 e lo spostamento dello storage sul cloud dimostrano che la trasformazione è possibile. «Attraverso il modello di servizio CASB (cloud access security broker) per la protezione degli accessi ai servizi cloud, abbiamo fatto leva sulla sicurezza per trasformare l’IT in ottica business driven, perfettamente utilizzabile. Abbiamo creato un sistema di federazione verso i servizi esterni, ci preoccupiamo in primis di avere servizi IaaS, PaaS e SaaS tutti federati nella nostra infrastruttura. Le applicazioni seguono i profili che definiamo noi: basta già questo a mettere in discussione una IT tradizionale».


#dmFinanceInnovation – Infrastrutture iperconvergenti e nuovi modelli @ERGOGroup – @UnipolSai
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LA CONTABILITÀ DEL CLOUD

UBI Banca sta lavorando anche sul fronte dell’adeguamento delle infrastrutture legacy. «Si trovano routine che permettono di incapsulare in Java il vecchio codice COBOL» – precisa ancora Gianotti. Tre anni fa, parlare di container era impossibile, oggi posso dire di avere implementato un primo pezzo in questa direzione». E rispondendo a una domanda relativa alla contabilizzazione dei costi dei sistemi in cloud – che calcolati come pura spesa in conto operativo rischiano di costare più degli equivalenti fisici – Gianotti fa riferimento a principi legali che il CFO di UBI Banca applica per contabilizzare in conto capitale parte degli investimenti in cloud. Far leva sulla sicurezza come fattore abilitante lungo l’intera filiera della trasformazione è un argomento che affascina Luca Nilo Livrieri, sales engineering manager di Forcepoint Italy & Iberia, società di sicurezza del gruppo americano Raytheon. «Mi trovo assolutamente in questi paradigmi di migrazione dal semplice SaaS alle infrastrutture as a service. La soluzione CASB di Forcepoint permette di accedere alle risorse residenti su Internet in modalità proxy e nel caso di una banca britannica serve già per mettere in sicurezza le attività di mobile banking di un milione di clienti. Con un duplice focus su chi accede dall’esterno ai suoi conti e dall’interno della banca alle applicazioni business». Tutta la tematica della security cloud based è molto sentita in questo momento – conclude Livrieri – sottolineandone i vantaggi per il cliente anche in termini di livelli di servizio più elevati.


#dmFinanceInnovation – La sicurezza come leva per trasformare l’IT #UBIBanca – @ForcepointSec
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Gabriele Obino, Italy country manager di Denodo, azienda che offre una innovativa piattaforma di virtualizzazione dei dati, pone una analogia tra centralità della sicurezza e centralità del dato. «Mi piace il paradigma di una sicurezza capace di essere trasformativa. Vale lo stesso per lo strato di disaccoppiamento che Denodo inserisce tra chi utilizza le informazioni per il business e chi invece deve governarle dal punto di vista informatico, assicurando grande semplificazione e riduzione di tempi e costi». La discussione si avvia alla conclusione con i racconti di UnipolSai e Ergo sul versante big data e analytics. Entrambe stanno sperimentando il concetto di data lake, che affianca con gradualità il tradizionale approccio del data warehouse alla business intelligence. Per Unipol, tra i primi esperimenti c’è un sistema che supporterà il contatto con potenziali clienti fornendo informazioni in real-time e un altro test di profilazione della base clienti attraverso algoritmi di machine learning. Secondo Alexandrina Scorbureanu di Ergo, il lavoro dei data scientist deve essere preceduto da un solido lavoro sull’infrastruttura di supporto ai data lake, attività su cui il Gruppo si sta concentrando. Gabriele Obino cita la collaborazione con un gruppo bancario che utilizza Denodo per facilitare la convivenza tra un data warehouse convenzionale e la sperimentazione nel campo dei data lake. «Il punto è individuare la tecnologia che permetta di accelerare e liberare risorse tecniche da tradurre in innovazione e cambiamento. Altrimenti, si rischia di perdere le quote di mercato erose dalla concorrenza con le fintech, più veloci e capaci di cogliere il momento opportuno».


Le videointerviste ai protagonisti

Gabriele Obino (Denodo): i vantaggi della virtualizzazione


#dmFinanceInnovation Con la #virtualizzazione @denodo avvicina i dati al business
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Luca Livrieri (Forcepoint): la sicurezza abilitatore del business


#dmFinanceInnovation @ForcepointSec La sicurezza come abilitatore del business
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L’IT per la crescita del Paese. Dieci proposte dal mondo dell’IT https://www.datamanager.it/2019/05/lit-per-la-crescita-del-paese-dieci-proposte-dal-mondo-dellit/ Thu, 09 May 2019 12:43:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186984 Il nostro Paese, pur restando tra i 7 più industrializzati al mondo, è in una crisi economica e di crescita che perdura ormai da molti anni senza che i governi riescano a trovare la soluzione per risolverla. La politica guarda all’economia e l’economia interroga il mondo della tecnologia. Crescita e progresso non sono sinonimi. Coniugarli […]

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Il nostro Paese, pur restando tra i 7 più industrializzati al mondo, è in una crisi economica e di crescita che perdura ormai da molti anni senza che i governi riescano a trovare la soluzione per risolverla. La politica guarda all’economia e l’economia interroga il mondo della tecnologia. Crescita e progresso non sono sinonimi. Coniugarli entrambi in una visione di lungo periodo è la sfida più grande che abbiamo davanti

Lo sappiamo e non ci stanchiamo di scriverlo. L’IT serve a molti scopi. Riduce i tempi, i costi e la spesa improduttiva. Ottimizza i processi interni ed esterni per migliorare i profitti. Rende l’organizzazione e i servizi più efficienti. Abilita nuovi modelli di business. Moltiplica il vantaggio competitivo. Protegge dagli attacchi. Potenzia il know-how. Valorizza il talento e distribuisce meglio le risorse. Ma che cosa succede se invece di parlare di governo delle imprese parliamo di governo del Paese? Come possiamo scaricare a terra il patrimonio di idee e innovazione accumulato dalle imprese dal lato della domanda per rilanciare la crescita dell’Italia? Come possiamo tradurre il ruolo di driver dei vendor dell’IT in proposte concrete a vantaggio della competitività del Sistema Italia? Quali sono le priorità da affrontare in termini di investimenti, infrastrutture e programmi per la crescita?

Quali sono le criticità e le potenzialità? L’Italia è al 7mo posto nella classifica dei paesi più industrializzati del mondo (e secondo in Europa, dietro alla Germania), ma resta fanalino di coda per innovazione, competenze e venture capital. Nel complesso, per dirla con il linguaggio dell’IT, il Paese sconta un problema di legacy. La trasformazione digitale – però – non è solo disruption: è soprattutto construction. Dobbiamo fare i conti con la complessità che aumenta. Dobbiamo accettare che non ci sono soluzioni semplici. Dobbiamo imparare a imparare. Dobbiamo ascoltare per decidere. Dobbiamo dare continuità alla trasformazione digitale delle imprese e alla digitalizzazione della pubblica amministrazione. Dobbiamo colmare il gap di competenze digitali. E dobbiamo distinguere tra mezzo e fine. La politica è uno strumento. Come la tecnologia, serve a creare un vantaggio, riducendo le differenze che creano squilibrio.


L’ #IT per la #crescita – La produttività del lavoro Lorenzo Greco @DXCTechnology
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VERSO UNA RINASCITA?

Tra i problemi che attanagliano l’Italia e che andrebbero risolti per primi – lasciando da parte diatribe ideologiche e battaglie inutili, utili soltanto alla ricerca del consenso politico – ci sono lo sviluppo economico, la formazione di professionalità di eccellenza e una riforma del mercato del lavoro per dare speranza ai più giovani, in un momento in cui l’economia italiana vive forse il suo periodo di maggior debolezza, con un calo della fiducia dei consumatori e un aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile. Se però ci lasciamo alle spalle lo scenario macro-economico ed entriamo più sottopelle al sistema produttivo italiano, notiamo come sempre che la creatività e l’intraprendenza italiana fa nascere esempi virtuosi e opportunità di sviluppo davvero interessanti. Uno scenario in cui la spinta verso la trasformazione digitale si modella sulle caratteristiche peculiari del nostro tessuto imprenditoriale, costituito in prevalenza da micro e piccole imprese e da una spiccata variabilità nella diffusione di una cultura digitale avanzata.

NUOVE STRADE PER INNOVARE

All’interno di questa fotografia virtuosa, purtroppo diffusa a macchia di leopardo sul territorio nazionale, IDC ci aiuta a leggere segnali positivi, in grado di sconfiggere la crisi in atto e di guidare il Paese verso una rinascita economico-finanziaria. Il primo segnale è l’aumento degli investimenti in soluzioni connesse alla cosiddetta Terza piattaforma quali il cloud computing, la mobilità, il social business, i big data e gli analytics, in estensione alle medie imprese. Per gli analisti crescono parallelamente anche gli investimenti negli acceleratori dell’innovazione, come intelligenza artificiale, realtà virtuale e aumentata (AR/VR), robotica, stampa 3D, Internet of Things (IoT), non più solo appannaggio di poche aziende visionarie. Le aziende ricercano in questi acceleratori nuove strade per innovare i propri processi e per presentarsi in modo differente sul mercato, ma anche per “fare le cose di sempre” in modo differente: più agile, più efficace, più efficiente e anche più economico. È questo il secondo segnale significativo: il focus degli investimenti ICT delle aziende italiane si sposta da un approccio orientato al mantenimento dell’infrastruttura esistente verso soluzioni che consentono concretamente di innovare e ottenere un miglior posizionamento competitivo.


L’ #IT per la #crescita – Tecnologie e competenze Filippo Ligresti @DellEMCItalia
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In termini di volume e crescita, il cloud pubblico è tra i protagonisti della svolta evolutiva delle aziende italiane in relazione agli investimenti ICT: la spesa delle aziende italiane nel 2019 supererà 1,8 miliardi di euro con un incremento del +25% rispetto al 2018. Saranno soprattutto i servizi cloud infrastrutturali (IaaS) e di piattaforma (PaaS) a registrare nel 2019 crescite più sostenute. Sempre in ambito cloud, le aziende continuano a dare fiducia a servizi pubblici di archiviazione (cloud storage), tanto che tale mercato è destinato a raggiungere i 206 milioni di euro nel 2019 grazie a una crescita del +31% rispetto al 2018. Tra le tecnologie digitali destinate a cambiare profondamente il panorama ICT nelle imprese italiane, innovando o trasformando i processi e i modelli di business, spiccano i sistemi, le soluzioni e i servizi per l’Internet of Things (IoT), ovvero per costruire reti di oggetti o cose che si connettono autonomamente in modo bidirezionale utilizzando la connettività IP. La spesa IoT delle aziende italiane a fine 2018 supera il valore di 16 miliardi di euro ed entro il 2019 crescerà con un incremento medio annuo superiore al 18%.

Il mercato IoT è destinato ad assorbire, ridisegnare ed estendere la gamma di sistemi e servizi ICT finora conosciuti, includendo via via nuovi device, software sempre più evoluti e servizi innovativi più flessibili e fruibili attraverso più canali. Questo mercato è caratterizzato da una grande frammentazione della domanda e dell’offerta, da standard tecnologici e normativi in corso d’opera, e da grandi differenze per area geografica e settore. Tra le tecnologie emergenti gli analisti di IDC segnalano anche cognitive computing e intelligenza artificiale che raccolgono sempre più interesse e investimenti da parte delle aziende italiane, che le interpretano in ottica di fidelizzazione, interazione e gestione del cliente. Nel 2019, la spesa per tecnologie Cognitive/AI raggiungerà i 25 milioni di euro con una crescita pari al +44% rispetto al 2018. Il miglioramento della soddisfazione e della fidelizzazione dei clienti si conferma nettamente per il 2019 essere la priorità di business principale per le aziende italiane: l’adozione di un approccio customer centric, quindi, continua a essere un forte driver alle iniziative di digitalizzazione, trasversalmente a tutte le dimensioni d’impresa, dalle più piccole alle più grandi. L’obiettivo in questo caso è quello di sviluppare un rapporto di qualità con la clientela (B2B e B2C) e un sistema di offerta in grado di soddisfare al meglio le esigenze del mercato.

LA SPINTA DELLE PMI INNOVATIVE

Passare dall’analisi di IDC alla situazione reale del Paese è immediato. Se infatti si scorre la classifica delle aziende che hanno avuto successo nel 2018 e che, quest’anno, cresceranno ancora – stilata dal Sole 24 Ore e dalla società di ricerche Statista – si nota subito che la loro dimensione è quella più rappresentativa del nostro Paese: sono tutte piccole e medie imprese. Accomunate dal fatto di aver ottenuto una rilevante crescita del fatturato dal 2014 al 2017 e dall’aver sfruttato due trend importanti di sviluppo: l’utilizzo di servizi digitali evoluti (business intelligence, data mining, web reputation) e l’esplosione delle piattaforme di e-commerce (che richiedono un uso massiccio del cloud e degli analytics, oltre che delle più evolute tecnologie di digital marketing); il tutto condito dall’apertura della propria offerta verso i mercati internazionali e la proposta di prodotti di qualità – da sempre sinonimo di Made in Italy.

Ancora una volta – se ce ne fosse stata la necessità – constatiamo che l’IT è propedeutica e fondamentale per lo sviluppo e la crescita di un sistema economico evoluto perché riduce i tempi, i costi e la spesa improduttiva. Processi tecnologici all’avanguardia permettono di ottimizzare i processi interni ed esterni, facendo migliorare l’organizzazione e generando profitti. Ma, cosa fondamentale nei momenti di crisi e di difficoltà del mercato, facilita l’adozione di nuovi modelli di business, moltiplicando il vantaggio competitivo delle aziende virtuose che saranno più attrezzate per valorizzare i talenti interni e per esportare la loro qualità verso nuovi mercati. In questa prospettiva, la responsabilità delle aziende di IT diventa molto grande se le pensiamo necessarie allo sviluppo del sistema Paese, e se crediamo davvero che possano essere leader – non soltanto tecnologici – ma in senso letterale, guidando l’Italia verso la crescita e l’occupazione degli spazi di mercato e di formazione che possono permetterci di abbandonare il limbo della stagnazione economica verso la crescita sistemica.


L’ #IT per la #crescita – Come gestire il cambiamento Federico Della Casa @salesforce
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LE PRIORITÀ DA AFFRONTARE

Grazie al patrimonio di idee e di innovazione accumulato dalle imprese IT, la crescita dell’Italia può essere rilanciata, attraverso proposte concrete a vantaggio della competitività del Sistema. Ma come? Abbiamo girato la domanda a dieci aziende leader del mercato IT in Italia – Dell EMC, DXC Technology, IBM, Microsoft, Oracle, Salesforce, SAP, Cisco, SAS e Zucchetti – per capire quali sono le priorità da affrontare. Pur proponendo diverse sfaccettature nelle “ricette” per la crescita, i manager di queste importanti realtà del mondo IT italiano, hanno messo in luce all’unisono le criticità del Sistema Italia. Prima di tutto, emerge la necessità di ridurre i tempi della burocrazia, diminuire la pressione fiscale e superare il gap tra domanda e offerta di lavoro per quanto riguarda le professioni digitali, in particolare incentivando la componente femminile dell’universo studentesco a dedicarsi alle discipline scientifiche. Allo stesso tempo, occorre superare l’eccessiva lentezza della giustizia che disincentiva il rispetto delle regole e gli investimenti, come pure affrontare il tema dell’invecchiamento demografico che necessita un drammatico cambio di percorso se vogliamo far ripartire la crescita. Non da ultimo, visto il peso che la pubblica amministrazione ha nel nostro sistema economico, è necessario completare la trasformazione digitale della PA: un aspetto strategico e fondamentale per poter razionalizzare la spesa, ridurre il deficit e contribuire alla crescita di competitività delle aziende. Tanto è stato fatto finora ma manca ancora una dimensione sistemica del problema.

LA PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO

Come far crescere il nostro Paese quindi? Per Lorenzo Greco, AD di DXC Technology in Italia, l’ingrediente fondamentale è aumentare la produttività del lavoro che ci vede fanalino di coda in Europa. Per riuscirci il primo step, forse quello più importante, è la partecipazione femminile nel mondo del lavoro. «Fino a quando non avremo colmato il divario abissale che ci divide con le economie non potremo recuperare competitività». Il secondo riguarda i giovani: «Va combattuta la disoccupazione giovanile e, soprattutto, se non si progredisce nel settore della loro formazione in ambito STEM (Science, Technology, Engineering, Math) diventa difficile disegnare per loro un futuro più roseo». La competitività – «si rilancia nella misura in cui si dà la possibilità all’investimento privato e alla libera iniziativa economica individuale di scegliere su quali settori intervenire. Di pari passo serve una significativa riduzione del debito e della spesa pubblica». Ma l’altro pilastro per la crescita italiana è rappresentato dalla tecnologia, che può aiutare a migliorare la produttività del lavoro meglio e più velocemente, sviluppando al tempo stesso nuove competenze. «L’Italia deve ripartire dall’eccellenza del suo sistema di formazione universitaria e dagli esempi di grandi imprese italiane leader globali nel loro settore – come Prysmian, Ferrero, Luxottica – solo per citarne alcune. Ma anche dalla versatilità e dalla determinazione dei nostri professionisti che sanno sempre abbinare competenza e capacità di esecuzione a una straordinaria creatività, favorendo la creatività e la capacità di innovare degli imprenditori italiani, incoraggiando la loro intraprendenza: ecco come aiutare l’Italia nel suo cammino di sviluppo e crescita».


L’ #IT per la #crescita – La nuova cultura del digitale Silvia Candiani @microsoftitalia
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TECNOLOGIE E COMPETENZE

Filippo Ligresti, VP e general manager commercial sales di Dell EMC Italia ritiene che la crescita sia sinonimo di nuovi posti di lavoro, creati nel nostro tessuto imprenditoriale da piccole imprese e startup – aziende che necessitano di nuove tecnologie ma soprattutto di non trovare ostacoli sulla loro strada, e di una cultura di impresa in grado di promuovere sperimentazione e un accesso al capitale di rischio più agile. «È necessario investire su infrastrutture tecnologiche efficienti e moderne, modernizzando la rete e facendo leva sul 5G, essenziale per l’economia digitale, che è un’opportunità che non possiamo perdere. Di pari passo, si deve lavorare sulla formazione di qualità investendo in Università e Ricerca per formare profili competenti e di alto livello, valorizzando l’intraprendenza e non la ricerca spasmodica del posto fisso. Per farlo, il sistema Paese deve facilitare l’accesso al capitale di rischio che è fondamentale per le startup». Per fortuna – secondo Ligresti – disponiamo di ottime armi. Prima di tutto – «la creatività che nei prossimi anni si rivelerà una competenza differenziante e non sostituibile». Poi la capacità di realizzare prodotti di qualità – «cosa che ci distingue da sempre e che non è facile copiare». E, non ultimo, il nostro patrimonio artistico, naturalistico ed enogastronomico senza eguali – «che fanno del nostro Paese uno dei paesi più amati all’estero e più belli in cui vivere».

COME GESTIRE IL CAMBIAMENTO

Certamente serve che la politica impari dalle aziende private un po’ di sano pragmatismo per definire chiaramente gli obiettivi, analizzare con attenzione le alternative e, quindi, passare all’esecuzione. Come? Attraverso la cultura del fare e del fare bene, che da sempre ci contraddistingue e ci distingue. Quanti Paesi al mondo sono in grado di progettare e realizzare in autonomia un’auto, un elicottero o un impianto industriale? Chi dispone di un marchio “Made in…” riconosciuto globalmente per la sua qualità? E ancora, chi è noto per il suo patrimonio culturale e paesaggistico? Sono domande retoriche che ci fanno pensare che l’Italia rappresenti l’emblema della parola “paradosso”. Perché nonostante tutto questo, il 2019 sarà un anno a crescita zero. I motivi sono ben noti. Ricette “gourmet” per uscire dal paradosso non possiamo permettercele, visto l’elevato debito pubblico. Federico Della Casa, country leader di Salesforce Italia prova a essere concreto partendo dai numeri.


L’ #IT per la #crescita – Crescita e progresso non sono sinonimi @ecereda @IBMItalia
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«La nostra popolazione ha un’età media di 45 anni e decresce di 100mila unità ogni anno. Negli ultimi 5 anni, 250mila giovani laureati hanno lasciato il Paese. Se aggiungiamo che le aziende italiane sono alla disperata ricerca di laureati in materie scientifiche ecco allora che la priorità è quella delle risorse umane, con politiche che aiutino la crescita della popolazione e la qualifichino». Rendere sistemico il collegamento tra formazione e lavoro è necessario. «Bisogna velocizzare il processo perché il gap di competenze è un grande problema e si dovrebbe pensare alla creazione di poli universitari italiani nei Paesi dell’Est e in Africa – la Cina lo sta facendo – per poter incentivare stranieri con competenze qualificate a venire in Italia». Della Casa fa inoltre una riflessione sulla pubblica amministrazione partendo, ancora una volta, dai dati: «L’età media dei dipendenti pubblici è di 52 anni, gran parte di essi inseriti in un contesto di scarsa digitalizzazione dei processi». Una ricerca sull’adozione di soluzioni di citizen relationship management – che Salesforce ha fatto realizzare – racconta che le PA più vicine ai cittadini, quelle locali e della sanità, sono anche quelle più deficitarie e sprovviste di sistemi informatici adeguati (nel 60% dei casi). «La creazione di poli tecnologici tra aziende, università e pubbliche amministrazioni potrebbe aiutare a dar vita a progetti e tecnologie in grado di portare il Paese verso la trasformazione digitale, con giovani motivati e determinati. In tutto questo, il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti potrebbe essere centrale».

LA NUOVA CULTURA DEL DIGITALE

Formazione e transizione verso il digitale. Sviluppare le competenze per gestire le nuove sfide che stanno arrivando è la “ricetta” di Silvia Candiani, amministratore delegato di Microsoft Italia. È in corso quella che molti chiamano Quarta Rivoluzione Industriale – «momento storico in cui trend digitali dirompenti come l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando profondamente il modo in cui viviamo e lavoriamo». Questi stessi trend rappresentano – «un’opportunità di crescita enorme per il nostro Paese, promuovendone lo sviluppo e la competitività. È stato calcolato per esempio che l’AI è in grado di far crescere il PIL dell’1% ogni anno». Per dare un’accelerazione a questo processo – «avere le giuste competenze diventa determinante». L’innovazione tecnologica sta creando nuovi lavori – «ma mancano figure professionali adeguate a svolgerli. La chiave è quindi investire nella formazione». In Microsoft – continua Candiani – «lavoriamo per creare un ecosistema per l’innovazione che possa permettere a tutti di cogliere le opportunità dell’AI e del digitale. Occorre volgere lo sguardo all’esterno e creare sinergie per preparare il Paese a cavalcare questa evoluzione, promuovendo una cultura nuova del digitale, che non lasci indietro nessuno». Va in questa direzione il progetto Ambizione Italia dell’azienda di Redmond che si propone di accelerare la trasformazione digitale attraverso un programma di formazione, aggiornamento e riqualificazione delle competenze, in linea con i nuovi trend tecnologici e le richieste del mercato del lavoro.


L’ #IT per la #crescita – Lo sguardo verso il futuro Fabio Spoletini @OracleItalia ‏
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Obiettivo dichiarato quello di coinvolgere oltre 2 milioni di giovani, studenti, NEET e professionisti in tutta Italia entro il 2020 e contribuire così alla diffusione di una nuova cultura digitale per costruire insieme il futuro del Paese. «Il nostro è un Paese di eccellenze che hanno reso il Made in Italy famoso in tutto il mondo in settori come la moda, il design e il food ma anche in ambiti come la ricerca e l’innovazione. Ciò che ci differenzia dagli altri è senz’altro il nostro tessuto economico fatto in prevalenza di piccole e medie imprese che per definizione risultano più flessibili e dinamiche rispetto alle grandi corporation. La nostra grande creatività, e una capacità di problem solving che trovo spesso più spiccata che in altri paesi» – conclude l’AD di Microsoft Italia.

LA CRESCITA E IL PROGRESSO

Crescita e progresso non sono sinonimi. Coniugarli entrambi in una visione di lungo periodo è la sfida più grande che abbiamo davanti. L’altro lato della medaglia del tessuto produttivo e innovativo delle PMI e delle microimprese è che manca loro una progettualità e una visione a lungo raggio. «Il Paese vive emergenze diverse – spiega Enrico Cereda, presidente e amministratore delegato di IBM Italia – ma una sola le interseca tutte: il digitale. E considerando che quest’ultimo rappresenta la leva primaria dell’accelerazione economica, non è difficile rendersi conto di quale urgenza rappresenti». La formula per agevolarne la soluzione – però – ha bisogno di alcuni ingredienti di cui siamo un po’ a corto: «Una visione di politica industriale di lungo periodo, incentrata sui temi dell’innovazione e una maggiore sinergia tra il comparto pubblico e quello privato». Tecnologie e competenze sono i pilastri per rilanciare la competitività – continua Cereda. «Delle prime c’è ampia disponibilità: cloud, AI, analytics, blockchain, quantum. Parliamo di strumenti per gestire l’era dei dati, creare valore aumentando efficienza e produttività, dare vita a nuovi modelli di business. Sono esponenziali e sistemici negli effetti, come dimostrano i risultati delle loro applicazioni». Per le competenze invece c’è molto da fare: «Le centinaia di migliaia di posti vacanti nell’industria sono un monito a rivedere il sistema formativo. Il 65% di chi studia oggi si sta preparando per un lavoro che probabilmente non esiste ancora. Ce lo ricorda il World Economic Forum».


L’ #IT per la #crescita – Mettere le persone al centro Mirella Cerutti @SASitaly
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Il tema della trasformazione digitale della PA è un aspetto strategico per poter razionalizzare la spesa, ridurre il deficit e contribuire alla crescita di competitività delle aziende. «Negli ultimi anni, sono stati profusi sforzi per lo sviluppo delle grandi piattaforme digitali, come dimostra l’impegno del Team insediato a Palazzo Chigi, e i casi di eccellenza oggi non mancano. Milano ne è un esempio. Quella che manca è una dimensione sistemica del problema» – afferma Cereda. L’Italia può contare sulla forza di un’industria manifatturiera che si esprime nel Made in Italy e in tanti settori scientifico-tecnologici; sulla dimensione offerta dal patrimonio artistico-culturale e dal turismo; sulla creatività e le intelligenze che il mondo ci riconosce. Ma un ecosistema di tale portata – avverte Cereda – «ha solo bisogno di interagire e lavorare con logiche di sistema». Il dinamismo di chi fa impresa e di chi si mette in gioco ogni giorno possono fare da sprone all’attività di legislatori e decisori pubblici. «Non si tratta di insegnare niente a nessuno. Ma questo avviene senza alcun atteggiamento di superiorità, in una logica collaborativa. Nella consapevolezza che senza una squadra coesa intorno a obiettivi di interesse generale non si va da nessuna parte».

LO SGUARDO VERSO IL FUTURO

L’Italia non ha mai sfruttato appieno la forza innovativa della digitalizzazione. Infatti – ricorda Fabio Spoletini, regional senior VP Technology e country manager di Oracle Italia – «il Digital Divide esiste ancora e non solo tra Nord e Sud, ma anche tra Italia e resto d’Europa». Un esempio per tutti? «Tra la tecnologia che tutti usiamo nelle nostre case e quella che viene usata a livello aziendale – in particolare nelle PMI – da noi è spesso molto più arretrata la seconda». Per rilanciare la nostra competitività, per il manager di Oracle Italia, basterebbe puntare maggiormente su tre punti forti del nostro Paese: «Il Made in Italy e in particolare i settori food & beverage e quelli dove la creatività italiana è riconosciuta nel mondo come fashion e design. In questi ambiti, le tecnologie blockchain vengono in aiuto per garantire la tracciabilità della filiera e l’autenticità italiana dei prodotti». In secondo luogo il turismo: «Siamo forse il Paese con la più alta concentrazione di risorse artistiche, culturali e naturali che tutti ci invidiano, eppure già in Europa la Francia ci supera nel turn-over e nelle presenze annue di visitatori». Oltre al discorso della digitalizzazione – continua Spoletini – per raggiungere clienti attraverso il web e l’e-commerce – «serve più consapevolezza delle ricchezze enormi che abbiamo e del potenziale da sfruttare. Serve offrire una customer experience indimenticabile a chi vuole venire a trovarci, dal primo momento in cui si avvicina all’Italia – magari navigando sul web – all’ultimo in cui torna dalla vacanza e fa passaparola positivo sui social».


L’ #IT per la #crescita – Trasformazione culturale Agostino Santoni @CiscoItalia
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Infine, ma non ultima, la cultura italiana, antica e ricchissima: «Non possiamo non voler stimolare una rinascita culturale e artistica del nostro Paese, per lasciare una testimonianza alle generazioni future ma anche per aprire nuovi flussi economici attraverso film, libri e teatro, solo per fare degli esempi. Anche qui la tecnologia è imprescindibile, per diffondere l’acquisto online e/o la condivisione esperienziale». Per il country manager di Oracle Italia il mondo della politica – «non è che il riflesso della società civile, di cui anche l’impresa fa parte. Nel settore pubblico e in quello privato si sta diffondendo la cultura dell’importanza della diversity come ricchezza da un lato e dell’attenzione all’efficienza degli investimenti dall’altro. Certo è fondamentale imparare ad avere lo sguardo rivolto al medio-lungo periodo invece di privilegiare il breve termine» – conclude Spoletini. «Nel breve termine non si può garantire una crescita stabile e soprattutto non si possono sfruttare gli asset che tutti i nostri intervistati ritengono fondamentali: turismo, cultura e qualità. Le piccole aziende, in modo molto maggiore che le grandi, necessitano di sicurezza e di certezze per investire e per crescere».

FARE RETE PER LA CRESCITA

Le PMI sono le protagoniste del tessuto economico italiano e possono rappresentare una grande spinta per tutto il Paese – dice Mirella Cerutti, country manager di SAS Italy (www.sas.com/it). Ma per rimanere competitive e generare valore devono necessariamente abbracciare la trasformazione digitale. «Dati, analytics e progetti in ambito AI e machine learning diventano i principali fattori di spinta per la crescita del nostro Paese. Digital Transformation non significa però solo investimenti in nuove tecnologie, significa anche nuove competenze per rispondere ai cambiamenti che stanno vivendo le aziende». Sono necessari percorsi di studio dedicati alle nuove professioni e collaborazione con università e istituti di formazione, puntando sullo sviluppo della conoscenza.

«In questo contesto di cambiamento è fondamentale fare rete» – spiega Mirella Cerutti. «È necessario mettere a fattor comune le capacità delle aziende, con le loro aeree di forza e di trasformazione, la pubblica amministrazione, le università e i centri di ricerca. Sono quindi necessarie piattaforme abilitanti che aiutino le imprese a esprimere il proprio potenziale». In Italia, sono presenti numerosi distretti industriali, centri di eccellenza dislocati sul territorio che contribuiscono al tessuto economico del nostro Paese. «È quindi importante porre grande attenzione e dedicare risorse e investimenti negli ambiti in cui l’Italia è all’avanguardia, come: sanità, food e turismo. L’Italia si caratterizza da sempre per la sua intrinseca capacità di innovare, pensiamo alle tante eccellenze dell’imprenditoria italiana che hanno portato il brand Italia nel mondo o ai nomi dei grandi innovatori del passato» – commenta Mirella Cerutti. «È questa spinta all’innovazione che non dobbiamo perdere – anzi – la dobbiamo alimentare e favorire». Ma per alimentare la crescita in un mondo sempre più digitale e tecnologico è fondamentale puntare sulle persone: «La competenza, la visione e la curiosità sono infatti alla base di quella forte spinta a guardare avanti, elementi di valore che contribuiscono alla trasformazione delle imprese».


L’ #IT per la #crescita – Innovazione e modelli avanzati Luisa Arienti @SAPItalia ‏
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TRASFORMAZIONE CULTURALE

L’investimento sulle persone è imprescindibile per crescere e progredire – lo ribadisce con forza Agostino Santoni, amministratore delegato di Cisco Italia. «Non esiste alternativa se si vuole veramente affrontare lo scenario in costante cambiamento con cui ci confrontiamo a livello tecnologico, economico, sociale. In questi ultimi anni, abbiamo fatto passi avanti dal punto di vista delle “infrastrutture di supporto” per l’innovazione, che non sono solo le reti ma anche gli aspetti normativi e operativi – per esempio l’imprenditoria innovativa, le scelte di sostegno sull’Industria 4.0». Ma non abbiamo fatto abbastanza – ammonisce Santoni – «e in tutto questo non abbiamo messo al centro la trasformazione culturale, le competenze, la creazione di spazio per le persone: così oggi abbiamo aziende che vanno verso il 4.0 ma non hanno tecnici, persone che temono di perdere il lavoro per l’automazione o, al contrario, giovani e professionisti qualificati i cui profili non vengono capiti e valorizzati e migrano altrove». In questo senso, il mondo dell’impresa e quello della politica devono siglare un’alleanza che permetta di intervenire subito e in maniera strategica, su larga scala.

Detto questo – continua l’AD di Cisco Italia – ci sono dei punti deboli che la politica dovrebbe attaccare con coraggio: «Sono quelli che ci tengono agli ultimi posti delle classifiche sugli assi dell’innovazione e della digitalizzazione nonostante tutto. La semplificazione burocratica, pensiamo al codice degli appalti che ancora attende una riforma che permetta di garantire la trasparenza e la correttezza ma anche la possibilità di avviare progetti tecnologici in tempi utili e chiari. E la capacità di stimolare l’investimento in ricerca e sviluppo, le risorse per l’istruzione e la formazione troppo scarse». I piani per l’innovazione sono importanti: «Bisogna però che si creino modelli per aggregare tutti i soggetti – pubblici o privati – intorno a obiettivi comuni, coordinati e concreti capaci di far crescere davvero il Paese».

INNOVAZIONE E MODELLI AVANZATI

Sappiamo bene come l’accelerazione tecnologica degli ultimi anni abbia cambiato il profilo economico e sociale del nostro Paese, spingendo le aziende verso una rivisitazione in chiave digitale dei propri processi. «I big data sono diventati assi portanti dei processi aziendali e supporto alle funzioni di business» – ci ricorda Luisa Arienti, amministratore delegato di SAP Italia. «Dati trasformati in informazioni permettono alle imprese di fare analisi complesse in modo semplice e di prendere decisioni rapide e puntuali». Senza dimenticare – «la sfida lanciata dall’IoT, dal machine learning e dall’intelligenza artificiale che sta rendendo le organizzazioni più intelligenti. Questa innovazione aiuta le aziende a conoscere meglio i bisogni e le aspettative di clienti e dipendenti, a gestire al meglio la relazione e fornire nuovi livelli di esperienze». Per l’AD di SAP Italia, la prossima sfida per le aziende consiste – «nella capacità di raccogliere dati esperienziali e di combinarli con i dati operativi già in suo possesso per poter anticipare trend o intervenire laddove ve ne sia reale bisogno. Oggi, la tecnologia rende possibile questa combinazione e rappresenta per le imprese che la adotteranno un vantaggio competitivo unico e differenziante». Non è un caso se la gestione della soddisfazione dei clienti e dei dipendenti rientra nell’agenda di tutti i CEO. «Il settore pubblico dovrebbe muoversi di pari passo – mette in guardia Luisa Arienti – ponendo al centro delle sue attività un ascolto continuativo e strutturato dei cittadini – che non passa solo attraverso i social media – e combinarlo con i dati della propria macchina organizzativa per favorire uno sviluppo non solo economico ma anche sociale, incline all’inclusione e alla partecipazione collettiva. Solo così – «l’innovazione diventa motore di progresso e di equità, in grado di promuovere una democrazia partecipata in cui ogni cittadino è protagonista del proprio futuro».


L’ #IT per la #crescita – La velocità del cambiamento Cristina Zucchetti @ZucchettiSpa
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LA VELOCITÀ DELLA TRASFORMAZIONE

L’innovazione rappresenta l’ingrediente principale per la crescita anche per Cristina Zucchetti, presidente di Zucchetti Group – «perché solo le imprese che investono nelle nuove tecnologie digitali possono migliorare significativamente i loro processi e restare competitive in un mercato sempre più complesso». Lo dimostra l’indagine condotta da ItalyPost, in collaborazione con Il Corriere della Sera, che ha identificato i “super champions” dell’economia italiana, ossia le magnifiche cento aziende con un fatturato tra 120 milioni e 500 milioni di euro che negli ultimi sei anni hanno fatto registrare una crescita media del 9,5% e nell’ultimo triennio profitti lordi superiori al 17,5%. Le aziende presenti nella classifica – tra le quali c’è anche Zucchetti – hanno tutte una caratteristica in comune: continui investimenti in ricerca e sviluppo per realizzare soluzioni innovative. Ma per aiutare questi campioni dell’innovazione – mette in evidenza Cristina Zucchetti – «servono azioni politiche di ampio respiro». A cominciare – «dalla detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo» – e continuando – «con la formazione delle competenze digitali richieste dal mercato, incentivando la componente femminile nelle discipline scientifiche e il potenziamento delle infrastrutture, in particolare la banda ultralarga». Al tempo stesso, occorre – «proseguire nella direzione intrapresa dal piano Industria 4.0 e creare una governance stabile nel Paese per favorire chi vuole investire». In questo modo, gli investimenti in Italia troverebbero – «terreno fertile proprio nell’eccellenza del Made in Italy, apprezzata in tutto il mondo e nel dinamismo della nostra imprenditoria». Fattore determinante però – conclude Cristina Zucchetti – «è la velocità nel prendere decisioni e la capacità di prevedere i cambiamenti per anticipare le soluzioni, perché oggi gli scenari mutano rapidamente e occorre grande flessibilità di pensiero».

L'articolo L’IT per la crescita del Paese. Dieci proposte dal mondo dell’IT proviene da Data Manager Online.

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Imprese data driven? Si diventa https://www.datamanager.it/2019/05/imprese-data-driven-si-diventa/ Thu, 09 May 2019 12:25:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186982 Che cosa significa veramente essere una data-driven company? Strategia, modelli di business, competenze e tecnologia abilitante. L’analisi dei dati è una priorità per le imprese italiane, che proseguono il percorso di trasformazione digitale. Ma non può esserci data economy senza data security Le organizzazioni complesse da sempre prendono decisioni partendo dai dati. O quantomeno, cercano […]

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Che cosa significa veramente essere una data-driven company? Strategia, modelli di business, competenze e tecnologia abilitante. L’analisi dei dati è una priorità per le imprese italiane, che proseguono il percorso di trasformazione digitale. Ma non può esserci data economy senza data security

Le organizzazioni complesse da sempre prendono decisioni partendo dai dati. O quantomeno, cercano di farlo utilizzando gli strumenti disponibili. Non è una novità. Ma che cosa è veramente cambiato? E che differenza c’è tra un’azienda data informed e una data driven? IDC definisce Global DataSphere la quantità di nuovi dati creati ogni anno che si prevede crescerà con un tasso di crescita annuale composto del 25,8% nel periodo 2018-2023, arrivando a 102,6 ZB di nuovi dati nel 2023 rispetto ai 32,6 ZB del 2018, come ci spiega Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia. «Il DataSphere Consumer cresce del 22,1% mentre il DataSphere Enterprise del 28,8%. Entro il 2023, le imprese saranno responsabili del 59,4% della creazione di tutti i dati, attraverso infrastrutture aziendali tradizionali come supercomputer, server, ATM, chioschi, oltre a tutti i dispositivi aziendali, come i PC aziendali, i telefoni e i tablet». Per questi motivi, la data governance ha assunto un ruolo centrale nell’economia digitale: «Sempre più spesso le decisioni aziendali vengono prese tramite sistemi automatizzati – analytics, algoritmi e intelligenza artificiale – che richiedono dati di alta qualità per ottenere buoni risultati. CIO e CDO stanno adottando un approccio pragmatico alla data governance rendendola prerequisito fondamentale per l’impresa data-driven».

CHE COS’È UN’AZIENDA DATA DRIVEN?

Secondo Enrico Cecchi, research & development area manager di Fabricalab, possiamo definire data driven – «un’azienda in cui l’informazione è accessibile a tutti, che utilizza i dati per qualunque decisione a tutti i livelli organizzativi, ma soprattutto, un’impresa che considera i dati come fattore chiave del successo del proprio business. Oggi, è consolidato e diffuso nelle aziende l’utilizzo di descriptive analytics basato essenzialmente sulla statistica descrittiva. «Quello che in più si richiede a una data driven company è l’utilizzo di analytics, a supporto delle decisioni, basati su strumenti di statistica inferenziale che siano – predictive – per la capacità di previsione – prescriptive – per il suggerimento decisionale – e automated – per l’automatizzazione delle decisioni». Gli analytics vengono usati sia su dati aziendali sia su dati provenienti da fonti esterne, come racconta Paola Pomi, AD di Sinfo One. «In campo economico, si sta dando sempre più valore ai dati in possesso delle singole aziende, in taluni casi sono parte della valutazione economica dell’azienda stessa, al pari delle analisi legate allo stato patrimoniale e al conto economico. Avere i giusti dati, con il corretto tempismo, è cruciale non tanto e non solo per l’oggi, ma per il futuro delle aziende. In alcuni casi, ci si trova addirittura di fronte ad aziende che hanno rinnovato il loro business e il modo in cui vengono prese le decisioni – sul prodotto finale, o il servizio al cliente – grazie proprio ai dati a disposizione». In molti casi, le imprese data driven non hanno solo dati provenienti dalle fonti tradizionali – ERP, CRM, etc. – ma si sono dotate di dati “nuovi” la cui genesi è a volte esterna al perimetro aziendale. «Sono questi i casi in cui le aziende hanno potuto attingere a big data, a dati IoT, o a fonti dati acquistate dal mercato quali fonti Nielsen o IRI. Ognuna di queste “nuove fonti” – continua Paola Pomi – integrate con i dati interni, può aprire nuove opportunità. Grazie per esempio alla possibilità di accesso ai dati Amazon sugli acquisti relativi ai propri prodotti – fatti online dai consumatori finali che hanno le nostre carte fedeltà – si possono studiare comportamenti e preferenze dei consumatori e, a fronte delle tendenze rilevate, decidere se investire sull’apertura di punti vendita aggiuntivi o focalizzare gli investimenti sulle promozioni online».


L’impresa #DataDriven Verso un approccio pragmatico alla data governance @IDCItaly
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VALORE CONDIVISO E AGGREGATO

I dati hanno più valore se aggregati e non separati tra le diverse business unit aziendali. È quanto descrive Vincenzo Costantino, director EMEA South Technical Services di Commvault. «Nel corso degli ultimi anni, si è assistito a una progressiva presa d’atto della importanza dei dati, passando da una gestione segmentata per business unit a una sempre più condivisa e aggregata, che ha portato alla nascita dei cosiddetti data lake. I benefici sono stati numerosi, da un punto di vista puramente infrastrutturale, riducendo i costi e permettendo alle varie funzioni aziendali di condividere la medesima infrastruttura – e quindi gli investimenti – facendo economia di scala». Questo approccio però è ben lontano dalla gestione ottimale di un’azienda “data driven”, mette in evidenza Costantino. «Il passo successivo permette di estrarre valore dai dati in forma aggregata e di utilizzarli costantemente a supporto dell’attività e come stimolo per nuovi processi di business e opportunità di innovazione». Un’ulteriore considerazione relativa ai data lake consiste nel dover definire processi aziendali molto precisi per la raccolta e la conservazione dei dati. Infatti – «accumulare inutilmente informazioni» – in molti casi copia di dati già presenti in azienda – «appesantisce la gestione dell’infrastruttura e rende ulteriormente complicata la ricerca in modo aggregato e l’e-discovery, rischiando di perdere il controllo della situazione. L’azienda data driven è sostanzialmente ben strutturata con processi precisi per la ricezione, memorizzazione, gestione e retention dei dati». In tale ambito – «diventano fondamentali soluzioni che garantiscano data protection e backup adeguati, e che permettano di indicizzare il contenuto di tutte le varie fonti e di classificarle e gestirne la conservazione in modo automatico». Infine – «le tecnologie legate al machine learning permettono di stabilire un comportamento specifico per la propria attività in grado di adattarsi a quelli considerati normali per l’azienda, notificando situazioni considerate “strane” o potenzialmente pericolose, magari legate a cyber attacchi».


La complessità dei sistemi automatizzati richiede dati di alta qualità @OracleItalia
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L’ARCHITETTURA IDEALE

Per gestire un’azienda data driven bisogna dotarsi dei giusti supporti informatici. Secondo Cecchi di Fabricalab, l’architettura ideale di supporto a una azienda data driven deve prevedere strumenti di data integration – «per l’acquisizione di dati da fonti strutturate e destrutturate, capaci di interfacciarsi con data stream provenienti dal mondo IoT e dal mondo Big Data» – data lake scalabili – «per lo storage del dato, corredato con uno strato computazionale altresì fortemente scalabile in termini di potenza di calcolo» – data warehouse – «per la centralizzazione e pubblicazione dell’informazione» – e smart application layer – «dove rendere disponibili le funzionalità di advanced analytics». Le aziende devono gestire reti sempre più complesse per supportare i diversi device in uso. La crescita esplosiva dei dati – spiega Andrea Ruscica, thought leader e presidente di Altea Federation – è accompagnata da un proliferare di tecnologie a sostegno della produttività individuale e aziendale. «Reparti produttivi sono attraversati da correnti tecnologiche di grande impatto, come sistemi di Industrial Internet of Things che raccolgono e producono dati sugli output e sulle fasi di lavorazione, per ottimizzare e digitalizzare i processi lungo tutta la supply chain. Device mobili perennemente connessi rendono la rete una struttura soggetta a forte elasticità, tra picchi di utilizzo estremo e zone di comfort che richiedono però parità di prestazione. Diversi tipi di dati e diversi tipi di repository, a volte in cloud o meglio in multi-cloud, altre volte in data center, danno forma alla struttura architettonica dell’intero environment. Queste sono le architetture ibride, le così dette Hybrid IT, per cui un’organizzazione fornisce e gestisce alcune risorse IT in-house, ma usa servizi cloud-based per altre. Ciò che rimane centralizzata è però la governance dell’IT».


Una #DataStrategy chiara non è più un’opzione @SASitaly
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Servono strumenti adeguati anche per analizzare i dati. «Un’impresa è prodotto, mercato ma soprattutto organizzazione» – come racconta Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «Per crescere ha bisogno di informazioni accessibili e strutturate per mettere ogni dipendente nelle migliori condizioni di ottenere il sostegno generato da dati e informazioni». Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia ha ampliato il concetto di gestione aziendale verso ogni suo aspetto operativo, contabile e non. «La gestione dei contatti, clienti, potenziali tali o fornitori – continua Angeleri – è un’attività tra le più importanti per la vita e lo sviluppo di un’impresa. Abbiamo dunque sviluppato il concetto di digitalizzazione delle informazioni provenienti dalle attività di contatto e relazione, sistematizzandole e rendendole fruibili in ambito ERP. Il nostro solido ed efficace gestionale Arca EVOLUTION viene completato e arricchito da Arca Gestione Processi, una soluzione particolarmente dedicata alle PMI industriali e commerciali, che organizza i processi interni extra contabili dell’azienda. La soluzione consente una gestione delle attività che ruotano attorno al cliente – commerciali, amministrative, reclami, di assistenza – centralizzata e condivisa con tutta l’azienda».


#DataStrategy Affidabilità, protezione dei dati e flessibilità nella crescita dati @Infinidat_Italy
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THINK BIG, START SMALL

La digital transformation è un processo complesso, perché coinvolge aspetti organizzativi e tecnologici. Quali sono i passi fondamentali per portare a termine un progetto di successo? Secondo Massimo Ruffolo, fondatore di Altilia e ricercatore ICAR-CNR, la digital transformation è di successo se l’innovazione contamina l’azienda in tutte le sue dimensioni. «Lavorando accanto ai clienti rileviamo che si arriva più facilmente a buon fine se gli sforzi investono in egual misura gli aspetti tecnologici e quelli organizzativi». Per le aziende più grandi è utile un approccio “think big, start small”. «Individuato un processo target di alto valore strategico – spiega Ruffolo – si costruisce l’infrastruttura tecnologica e si definiscono i comportamenti organizzativi da adottare affinché quel processo diventi realmente data-driven. Dal pilota validato, si scala verso processi sempre più ampi e complessi, dando forma a una nuova cultura aziendale. Ci sono elementi capaci di fare la differenza sulla qualità del risultato. Primo la competenza e il ricorso a esperti, meglio se aziende tipo startup, predisposte per mentalità all’open innovation che conferisce efficacia e agilità». Inoltre, i progetti vanno strutturati in modo da combattere la resistenza al cambiamento. «Una sponsorship chiara che fluisce dai livelli manageriali più alti – continua Ruffolo – permette di rompere i silos organizzativi e garantisce libertà cross-function al gruppo di trasformazione digitale che può, così, affiancare gli utenti finali e calarsi nello specifico processo di business. Il tutto supportato da architetture e tecnologie data-centric, per una completa disponibilità dei dati dove e quando servono».


Che cos’è un’azienda #DataDriven? #FabricaLab #SinfoOne
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Anche per Francesco Stolfo, vice president business development di ToolsGroup bisogna partire dai processi. Il modello data driven deve partire da un disegno dei processi da ottimizzare: «La vera innovazione è il supporto di tipo decisionale dalle macchine (AI, machine learning, deep learning…). I processi sono quelli che richiedono decisioni operative e non solo strategiche. In passato, i dati erano di supporto alle decisioni strategiche di monitoraggio e analisi. Oggi, l’uso è rivolto all’automatizzazione dei processi decisionali quotidiani. I passi fondamentali sono definire i processi, individuare i dati disponibili, all’interno e all’esterno dell’azienda (non solo quelli “strutturati”), nominare un “data manager” responsabile del corretto flusso. Un nostro caso recente è quello di un distributore di prodotti farmaceutici, che è riuscito a gestire in automatico il 100% delle microdecisioni legate al processo giornaliero di riordino di tutti i punti vendita. Più di 45mila decisioni al giorno sono delegate alle macchine, mentre gli utenti si limitano a definire gli obiettivi e monitorare l’andamento. È un risultato eccezionale: la letteratura riporta che il livello di automazione raggiunge al massimo il 90%».


#DataStrategy Valore condiviso e aggregato @Commvault
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Premesso che un progetto è di successo non quando sono disponibili gli strumenti infrastrutturali e applicativi, ma quando il business aziendale trova vantaggio competitivo nel loro utilizzo, per Cecchi di Fabricalab i fattori chiave sono la cultura aziendale, una sponsorship forte e – «una consapevolezza diffusa che quello che stiamo approcciando è un percorso e che di conseguenza il cambiamento impatterà non solo il livello infrastrutturale, ma anche e soprattutto il livello organizzativo e di processo». Altro fattore determinante è un approccio iterativo Agile – «con una chiara definizione del contesto e degli obbiettivi misurabili e con una verifica continua dei risultati ottenuti».

LA CREAZIONE DI ECOSISTEMI

Occorre il supporto di partner competenti e affidabili, come racconta Francesco Rainini, Acceleration Team di SAS che preferisce parlare di «data driven company» in grado di orchestrare la piena trasformazione di modelli di business, skill e tecnologia abilitante. «Nel processo di trasformazione è fondamentale la creazione e lo sfruttamento di ecosistemi, poiché essa coinvolge cambiamenti nei processi di business, strumenti e soluzioni tecnologiche hardware e software – dalla sensoristica al controllo remoto dall’AI e alle piattaforme di governo – e cambiamento culturale e professionale delle persone. Le aziende devono sempre di più cercare partner affidabili in ogni specifica area, creando così un network accelerante per la propria trasformazione. Il nostro AI Acceleration Program – continua Rainini – si muove esattamente in questa direzione, fornendo cioè non solo una tecnologia altamente abilitante per l’utilizzazione dei dati presenti nell’azienda digitale, ma anche formazione, network e partnership per fare in modo che le nuove tecnologie siano adottate velocemente e creino valore». Tutte le tecnologie disponibili devono essere sfruttate al meglio.


L’impresa #DataDriven Architetture ibride e governance centralizzata @alteafederation
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Secondo Stefano Maio, country sales leader big data analytics di Oracle Italia i progetti di trasformazione basati su modalità data driven – «portano le aziende a operare in ambiti complessi che richiedono risorse tecnologiche ora disponibili e accesso a dati rilevanti da sfruttare, a prescindere dalla loro quantità». Fissato l’obiettivo, il suggerimento è di approfondire da una parte – «le capacità delle soluzioni AI adottabili di semplificare e centralizzare la gestione dei progetti e ottimizzare la possibilità dei sistemi di apprendere e creare valore crescente» – e dall’altra parte – «capire se si può contare su dati che abbiano veramente la potenzialità di generare nuovi insight in modo da indirizzare l’azienda verso scenari anche inaspettati, ma sorprendenti nella loro utilità, e suggeriti proprio dall’accoppiata dati-AI». Tra le imprese data driven, Stefano Maio segnala Bitron Elettronica che ha compreso come cloud, AI e machine learning possano ridurre i difetti di produzione e aumentare la sicurezza dei lavoratori. «L’azienda ha inaugurato l’era della “Zero Defect Line” per ridurre il tasso di difettosità dei componenti elettronici, implementando un progetto di “realtime prediction” basato su Oracle Analytics Cloud per raccogliere i dati lungo tutta la linea di produzione. In questo modo, un mix di funzionalità analitiche, algoritmi e professionalità esperte permettono – dapprima – di identificare i livelli di difetto e – in un secondo passaggio più avanzato – di prevedere in anticipo un possibile problema (predictive analytics), per farvi fronte con operazioni correttive di prescriptive analytics».


L’impresa #DataDriven Informazioni accessibili e strutturate #WoltersKluwer @Prof_Digitali
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IL CONNUBIO HUMAN-TECH

Così come è importante sfruttare le tecnologie e gli strumenti a disposizione, fondamentale è il connubio human-tech. Secondo Ruscica, presidente di Altea Federation, una strategia efficace per la trasformazione intelligente dell’IT deve sostenere l’alleanza tra fattore umano e fattore tecnologico e dare forma a una architettura che sia «timeless» – senza limiti di tempo e che duri nel tempo – «predictive, utile alle persone» – fornendo stimoli e suscitando azioni di valore – e «cloud-ready» – per accogliere in cloud lo spazio infinito di opportunità. «Trasformare un’azienda in logica data driven significa disegnare un’enterprise architecture che coinvolge processi di business, elementi tecnologici (IT) e informazioni chiave in continuo divenire». Questo schema non è statico, ma rappresenta un piano dinamico che si concretizza in obiettivi e azioni di breve, medio e lungo termine con investimenti che crescono al passo del business aziendale. «Far leva sulle competenze tecniche ma anche sulle capacità uniche dell’uomo, come creatività, ingegno e intuito, ponderando le nostre scelte sulla base oggettiva delle predizioni elaborate dalle macchine, sarà il vero fattore differenziante per competere» – spiega Ruscica. «Questo è il valore racchiuso nel connubio human-tech».

Nelle attività di analisi sono indispensabili strumenti informatici adeguati, come spiega Angeleri di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia: «Il successo si misura in performance e noi di Wolters Kluwer Italia abbiamo ingegnerizzato Arca Gestione Processi all’interno del nostro ERP Arca EVOLUTION proprio per sostenere le performance commerciali e l’incremento delle vendite. Arca GP è in grado di fornire statistiche e dati sulle relazioni con clienti e fornitori e che, una volta elaborati, premetteranno di affinare le strategie di relazione, commerciali, di vendita e anche di acquisto. L’analisi dei dati è oggi fondamentale per rendere un rapporto profittevole e ad alto valore reddituale. Arca GP, grazie all’output di dati, favorisce la gestione ottimale di molte fondamentali funzioni aziendali, quali il service, la pianificazione, l’assistenza».


L’impresa #DataDriven Think big, start small @altiliagroup
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OPPORTUNITÀ E RISCHI

L’impatto della governance dei dati su un’azienda, in particolare quando si evolve fino a diventare un’impresa digitale, è potenzialmente enorme, in quanto i dati non supportano solo decisioni e processi interni ma aiutano anche a migliorare l’esperienza del cliente e a creare nuovi prodotti e modelli di business. D’altra parte, la mancanza di data governance può comportare rischi finanziari e di reputazione significativi per le imprese nell’era digitale. Secondo gli analisti di IDC, esistono molte ragioni per cui la data governance può fallire o risultare inferiore alle attese. Tra le più importanti, sicuramente la mancanza di sponsorizzazione degli executive, la presenza di silos di dati, e quindi di diversi team e dipartimenti con propri dati in sistemi legacy e propri set di politiche e tassonomie, l’enfasi sulla tecnologia a discapito della definizione di modelli e processi, e non ultima la poca chiarezza su proprietà dei dati e responsabilità.

Altri rischi sono legati a sicurezza e affidabilità dei sistemi. Per Andrea Sappia, solutions architect Italy di Infinidat, un’azienda data driven deve porre in primo piano tre elementi fondamentali: «Affidabilità, protezione dei dati e flessibilità nella crescita». Si tratta di caratteristiche imprescindibili – «per poter affidare con serenità i dati del proprio business a un’infrastruttura complessa. È necessario poter accedere a sistemi che siano in grado di abbinare un altissimo livello di disponibilità e una scalabilità fino a molti petabyte di capacità effettiva in un unico rack, senza registrare nessun calo nelle performance». Le aziende che mettono i dati al centro del processo decisionale devono innanzitutto proteggerli da qualsiasi tipo di violazione. «Per questo – continua Sappia – Infinidat ha introdotto SnapSecure, una funzionalità che consente di prevenire l’impatto degli attacchi ransomware attraverso la gestione intelligente delle snapshot definendo un tempo di conservazione e opzioni di cancellazione o modifica dei dati sulla snapshot (Write Once Read Many). Inoltre, le soluzioni di Capacity on Demand di Infinidat consentono di ottenere l’agilità del cloud per crescere in modo flessibile, sulla base delle reali esigenze di business, pur mantenendo i dati nelle proprie strutture. Con un’architettura software-defined il cliente acquista il servizio, implementa il sistema e paga per la capacità man mano utilizzata. Quando vorrà crescere potrà farlo, sapendo esattamente quanto spenderà, senza la necessità di negoziare ogni terabyte aggiuntivo».


Il modello #DataDriven deve partire dal disegno dei processi @ToolsGroupItaly
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Secondo Anna Vaselli, marketing & communication manager di Holonix, grazie a un attento e consapevole utilizzo dei big data, le aziende hanno la possibilità di raggiungere un importante vantaggio competitivo che gli consente di soddisfare al meglio le esigenze della propria clientela, aumentando il business. «Abbiamo la fortuna di vivere in un’era di grande trasformazione, ma questo ci impone due obblighi: da una parte quello di conoscere le skills del cambiamento, dall’altra quello di avere una visione imprenditoriale di lungo periodo, per capire dove tutto ciò può portare. L’utilizzo dei big data comporta opportunità e vantaggi significativi, come per esempio l’acquisizione di nuove conoscenze e la scoperta di nuove relazioni, la personalizzazione delle offerte e delle informazioni, la formulazione di pronostici migliori nei diversi settori, una maggiore flessibilità delle imprese e delle organizzazioni, l’ottimizzazione di processi e la possibilità di prendere decisioni basandosi maggiormente sui fatti reali». Tuttavia – avverte Anna Vaselli – un utilizzo efficace ed efficiente dei Big Data nelle imprese presuppone adeguamenti di natura organizzativa e un’evoluzione culturale. «L’utilizzo di un’enorme quantità di dati consente di potenziare il business, ma allo stesso tempo espone le imprese a nuovi rischi. Per esempio, non può esserci data economy senza data security. Per questo è importante che il cambiamento economico e di business sia preceduto da un cambiamento culturale».


L’impresa #DataDriven Dati sempre più fluidi @PassepartoutSpa
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Le opportunità vanno colte e i rischi previsti e gestiti. «Le opportunità – spiega Stolfo di ToolsGroup – sono quelle di prendere decisioni più accurate, essere molto più reattivi, più efficienti ed efficaci». I rischi sono legati alla tempestività e alla qualità dei dati disponibili. «È necessario predisporre un ambiente di diagnostica e controllo che aiuti a valutare le performance, monitorare eventuali deviazioni, e prendere tempestivamente le decisioni eccezionali». Il pericolo più grande che le imprese non possono permettersi di correre è quello di non agire – afferma Rainini di SAS. «Tra i principali benefici e opportunità derivanti dalla trasformazione digitale ci sono sicuramente efficienza, velocità, riduzione dei costi, migliore relazione con il cliente, creazione di nuovi servizi e prodotti personalizzati per i clienti. Il rischio maggiore è perdere la competizione globale. Essere digitali non è più un’opzione, o si è digitali oppure nel giro di cinque anni si sarà fuori completamente dalla competizione».


PASSEPARTOUT: DATI SEMPRE PIÙ FLUIDI

COME MISURARSI CON LA NUOVA COMPLESSITÀ

Smart working, intelligent transformation e nuovi spazi lavorativi sempre più interconnessi. Con il crescere della potenza e della fruibilità degli strumenti software per ottenere un’efficace analisi dati – «è cresciuta ancora più velocemente la complessità dei dati da analizzare e soprattutto la necessità di governare proattivamente il flusso dei dati disponibili e non di subirlo passivamente» – spiega Simone Casadei Valentini direttore progettazione, assistenza e formazione – area imprese e commercialisti di Passepartout. «Il vecchio adagio “la business intelligence trasforma i dati in informazioni”, deve ora misurarsi con una nuova complessità caratterizzata da dati sempre più fluidi. Oltre a quelli della soluzione gestionale principale e quelli provenienti dal CRM – continua Casadei – occorre indagare sui dati che derivano dalle grandi piattaforme social difficilmente integrabili con il resto del patrimonio informativo aziendale. Il successo di un video pubblicato su YouTube con migliaia di visualizzazioni, rischia di restare fine a se stesso se gli “spettatori unici” non si riescono a categorizzare, suddividendoli per esempio tra clienti e lead. In un tale quadro, l’azienda ha certamente bisogno di strumenti di business intelligence affidabili e flessibili, come AD per Mexal-Passcom e PAN disponibile anche nella variante per i prodotti HORECA RETAIL, utilizzabili rapidamente dal manager il cui fiuto resta fondamentale anche in questa nuova complessità, senza lunghe e dispendiose intermediazioni tecniche da parte del nerd di turno».

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Gestione smart dei documenti. I vantaggi del documentale https://www.datamanager.it/2019/05/gestione-smart-dei-documenti-i-vantaggi-del-documentale/ Thu, 09 May 2019 10:01:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186977 Se ne parla da tanto ma la conversione digitale dei documenti è ancora in atto. I nuovi trend IT e gli obblighi normativi spingono le imprese ad abbracciare la gestione documentale, grazie all’integrazione nei software di maggiore automazione, machine learning e intelligenza artificiale Il mercato globale del documentale è stato valutato 800 milioni di dollari nel 2017 […]

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Se ne parla da tanto ma la conversione digitale dei documenti è ancora in atto. I nuovi trend IT e gli obblighi normativi spingono le imprese ad abbracciare la gestione documentale, grazie all’integrazione nei software di maggiore automazione, machine learning e intelligenza artificiale

Il mercato globale del documentale è stato valutato 800 milioni di dollari nel 2017 e raggiungerà i 980 milioni di dollari entro la fine del 2023, con un tasso di crescita del 3,6% in cinque anni (2019-2024 Global Document Management Software Market Report). Ad oggi, la gestione documentale è utilizzata principalmente per la conservazione e il recupero di informazioni in digitale ma questi sistemi possono svolgere un ruolo fondamentale in tali altri ambiti: approvvigionamento, monitoraggio e manipolazione dei contenuti, estrazione del know-how dell’impresa, con ritmi costanti e a volumi decisamente rilevanti. Un panorama del genere fa da base all’aumento della domanda di soluzioni documentali in grado di preservare il patrimonio aziendale, garantendo necessità peculiari. Ma non solo: semplificazione dei processi, conformità alle policy internazionali e maggiore versatilità sono alla base di un trend di adozione non ancora completato e per nulla maturo. Basti pensare agli intrecci con la blockchain (da qui il termine document management blockchain) e alla possibilità di sfruttare l’efficienza degli smart contract per velocizzare le operazioni e ridurre gli errori. A ciò fanno eco i vantaggi, sempre crescenti, dell’accesso in mobilità, che si fa più sicuro, ottimizzato e valido, anche in termini di certificazione delle operazioni. Eppure, simili paradigmi devono essere legati da una prospettiva comune, inseriti in flussi decisionali omogenei, altrimenti si rischia un effetto boomerang.

LE DINAMICHE DEL MERCATO

Nel “2019 Global Intelligent Information Management Benchmark Report” dello scorso dicembre si legge che il 54% dei lavoratori intervistati (tra 1.500 in tutto il mondo) vorrebbe ma non può utilizzare il proprio dispositivo mobile per condividere o collaborare su file di ufficio. Peggio: l’83% ha dovuto ricreare un documento perché non riusciva a trovarlo sulla propria rete aziendale. Un’affermazione che è un paradosso: la digitalizzazione, quando non correttamente recepita, crea duplicati in bit, più della carta. L’enterprise content management consente alle organizzazioni di acquisire, creare, organizzare, gestire e archiviare documenti e informazioni di vario stampo. La tipologia di software fornisce una base per la gestione e la conformità delle conoscenze ed è sempre più combinata con applicazioni che automatizzano le attività incentrate sulla produzione di contenuti. Ma c’è da fare una giusta precisazione. Il mercato del documentale è composto da due sottocategorie: l’acquisizione, ovvero l’elaborazione di testi e immagini con la conversione in formati leggibili e la successiva classificazione, categorizzazione e indicizzazione; e la gestione, che descrive la creazione di dati e metadati, la loro manutenzione e pianificazione.

In base a una recente ricerca condotta da IDC a livello europeo, emerge che il numero di documenti stampati dalle aziende è in graduale declino, grazie ai miglioramenti in corso nelle soluzioni di document management e alle crescenti iniziative di digitalizzazione. «L’aumento esponenziale di informazioni digitali raccolte e immagazzinate, unite alla necessità di accedere a documenti in formato digitale e all’implementazione di soluzioni di scannerizzazione – ci spiega Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia – sta spingendo verso la digitalizzazione dei documenti e verso la gestione “smart” attraverso specifiche soluzioni. Stando ai dati della ricerca, le principali ragioni che portano le aziende a ridurre in generale i volumi dei documenti cartacei sono i continui sviluppi delle soluzioni di document management (per il 72%), la necessità del business di accedere a un numero maggiore di contenuti digitali (68%) e in generale le iniziative di digitalizzazione (59%). Nonostante queste dinamiche, le società dichiarano di trovarsi ancora a dover stampare alcuni file che devono essere prodotti e conservati necessariamente in formato cartaceo a causa di certe normative». Anche le piccole e medie imprese vogliono migliorare i propri processi di gestione documentale – «ma si trovano ad affrontare diverse sfide, tra le quali spicca quella relativa alla difficoltà nel trovare la soluzione maggiormente adatta alle proprie esigenze e anche nel comprendere al meglio le possibilità di utilizzo e i benefici, tali anche da giustificarne l’investimento». Inoltre, l’adozione del cloud – «può fornire alle organizzazioni di differenti dimensioni la capacità di approcciare piattaforme sicuramente scalabili, al crescere del loro business, che sono maggiormente appetibili, anche in termini di costi. Rimangono delle prove ancora aperte, tra le quali i processi lunghi e complessi (per il 63%), la resistenza dei dipendenti (40%) e la percezione di una mancanza nel fornire servizi end-to-end da parte dei provider (37%)».

UN NUOVO MODO DI LAVORARE

Sotto questo punto di vista, è utile l’esperienza di Brother raccontata da Lorenzo Matteoni, senior manager marketing di Brother Italia, secondo cui il passaggio dai processi cartacei ai flussi di lavoro digitali è la chiave di ogni azienda di successo. «Migliorare l’acquisizione, l’indicizzazione e la sicurezza dei flussi documentali è fondamentale per ottimizzare il workflow all’interno di un ufficio. Non possiamo più pensare di scannerizzare un gran numero di documenti manualmente, salvarli e nominarli ogni volta. Si tratta di un procedimento che fa perdere tempo. Con il nostro Brother Barcode Utility, lavoriamo proprio per semplificare le attività di conservazione, attraverso la lettura dei codici a barre contenuti nel documento, così da salvare con maggiore velocità, riducendo gli errori di archiviazione e creando un archivio strutturato, efficiente e pronto da consultare. Il software riconosce code e automaticamente processa i documenti nel disco locale, all’interno della cartella di destinazione prescelta. Tutto questo processato direttamente dallo scanner Brother, senza bisogno di utilizzare alcun computer. In questo modo, la gestione documentale diventa facile e accurata».

Certo è che i vantaggi dell’introduzione in azienda della gestione documentale si possono misurare concretamente. «Nei processi di lavoro, le fasi più ripetitive sono quelle dell’archiviazione e ricerca dei documenti, che saranno sempre più automatizzate, con un calo drastico dei costi ore/uomo pari ad almeno il 90% del necessario alla lavorazione “analogica” dei documenti» – ci dice Matteo Zaffagnini, direttore marketing di Top Consult. «La piattaforma collaborativa di Top Consult ottimizza i processi strutturati e non, introducendo un nuovo modo di lavorare: si calcola per esempio che l’eliminazione della email aumenti la produttività degli utenti del 20-25% e, a sua volta, il fatturato aziendale anche del 2%. Un moderno sistema di gestione documentale collaborativa permette di superare i limiti della posta elettronica e dei processi di lavoro tradizionali, creando uno spazio digitale comune di collaborazione, protetto e sicuro, dove tutti i profili abilitati hanno a disposizione strumenti facili e intuitivi da usare, concepiti sul modello dei tool a cui sono già abituati, con le applicazioni social come la bacheca, le notifiche, i gruppi di lavoro e i forum di discussione. L’ultimo miglio della “digital transformation” è la gestione documentale stessa. L’evoluzione delle normative ha portato all’adozione della fattura elettronica in formato XML e si arriverà a una totale standardizzazione, e di conseguenza digitalizzazione, di ogni singolo documento. Poiché ogni processo comincia e finisce con la produzione di uno o più file, la gestione documentale sarà sempre più l’asse portante del sistema informativo aziendale, capace di gestire flussi documenti, processi e firme in modalità completamente digitale».

MIGLIORAMENTO DELL’OFFERTA

Tornando al mercato, le rilevazioni di IDC mostrano che il settore del software per l’enterprise content management in Europa occidentale crescerà a un tasso annuale composto del 4,8% entro il 2022. Gli analisti si aspettano che il panorama distribuito sul cloud pubblico debba registrare in buona parte un consolidamento da una fetta limitata di clienti, al fianco dei quali si affermano soggetti più grandi, fino a ieri scettici sulle opportunità di andare oltre le soluzioni tradizionali on-premise. Ed è per questo che, invece di un approccio “one size fits all” ai requisiti aziendali, avanzino richieste modulari e personalizzate. Si vedono dunque nuove opportunità da chi offre strumenti di gestione documentale, tali da mettere in crisi i concorrenti della prima era, lontani da una comprensione “avanzata” della tecnologia, ossia privi di quell’integrazione con intelligenza artificiale e machine learning che trainerà le vendite. «Le previsioni di IDC – prosegue Pandolfi – mostrano il passaggio costante dall’infrastruttura locale alle tecnologie cloud e mobili della Terza piattaforma. Questa rappresenta già la maggior parte della spesa per l’ICT e beneficia di un cambiamento che proseguirà da qui ai prossimi anni. Se gli operatori stanno investendo molto in acceleratori di innovazione come l’apprendimento automatico, i sistemi cognitivi e l’analisi dei contenuti, è per migliorare ulteriormente le loro offerte. Lo switch alla Terza piattaforma sta guidando la “nuova” spesa IT e contribuisce a formare quella partecipazione della linea di business al ciclo decisionale IT necessario in una dimensione odierna, dove la pianificazione ha tempi molto più concentrati.

Molto del domani nella gestione smart dei documenti dipende da quei paradigmi che non spariranno certo domani; cambieranno forma ma con basi solide, come il cloud. Lo sa bene Donato Maraggia, product manager MFP di Ricoh Italia secondo cui – «il cloud apre a scenari dirompenti in termini di interconnessione e integrazione tra il mondo cartaceo e quello digitale. Un esempio concreto di questa evoluzione è dato dalla nuova gamma di multifunzione Ricoh IMI, che consente di utilizzare, direttamente dal pannello touch, la piattaforma Ricoh Smart Integration in grado di collegare i dispositivi ai più noti servizi cloud di terze parti, da Dropbox a Google Drive e Office 365. Gli utenti possono archiviare direttamente sul cloud un documento acquisito digitalmente e, viceversa, stampare un documento proveniente dalla nuvola. Grazie al cloud i file sono disponibili ovunque e questo si sposa perfettamente con le logiche di flessibilità e di digital transformation che stanno modificando il modo di lavorare delle aziende in ambienti comunque controllati e sicuri».

Parlando proprio di sicurezza, non possiamo negare che il GDPR abbia dato uno slancio, in termini di difesa del dato, alle soluzioni di gestione documentale. Al regolamento, sotto i riflettori già da un paio di anni, si affiancano le leggi nazionali sulla privacy dei dati, che presentano alle società nuove sfide di conformità, fondamentali per le loro operazioni. I risultati di una ricerca condotta da Ricoh, che ha interessato 2.550 manager di tutta Europe, lo dimostra. «È emerso che la maggior parte delle aziende (55%) ritiene che le normative sulla privacy siano un punto di partenza per migliorare l’organizzazione interna» – specifica Donato Maraggia. «La sicurezza del dato non può prescindere dalla gestione dei documenti. Aumenta infatti l’attenzione verso piattaforme hardware e software che aiutano a convertire la gestione documentale in qualcosa di diverso da ciò che era fino a oggi l’anello debole della catena. La security è parte integrante dell’intero portfolio di soluzioni e servizi Ricoh per la produzione e gestione dei documenti, con un focus particolare su quattro ambiti: controllo – autenticazione degli utenti ai dispositivi multifunzione, conservazione – funzionalità per la crittografia, distruzione – sovrascrittura dell’hard disk e servizio di data cleansing a fine vita – e supporto avanzato – possibilità di monitoraggio remoto e aggiornamento automatico dei dispositivi, per assicurare sempre l’ultima tecnologia disponibile per la loro protezione».

IL FUTURO DEL DOCUMENTALE

Il mercato del software di gestione documentale si è evoluto in modo significativo negli ultimi anni. È passato dall’essere altamente focalizzato su determinati reparti, a offrire una suite estesa, capace di risolvere problemi differenti. Le prime soluzioni erano difficili da implementare, utilizzare e supportare. Nonostante gli sforzi per soddisfare i clienti, non potevano incontrare tutte le esigenze delle aziende, perché peccavano di agilità e dinamicità. Inoltre, quando la quantità di dati a disposizione delle imprese è aumentata in modo esponenziale, si è aggiunta ulteriore complessità. Il futuro del documentale è decisamente più interessante. Intelligenza artificiale, apprendimento automatico, organizzazione avanzata, sono solo alcuni degli aspetti che meglio identificano cosa è oggi la gestione smart e su che punti potrà migliorare. Il cloud realizza quel concetto di scalabilità che tutti cercano, mentre i microservizi aprono a flussi di adozione personalizzati. Quando si dà più importanza al contenuto e meno a dove il contenuto è conservato (e in che modo, sapendo che è al sicuro), allora possiamo dire di aver raggiunto un buon compromesso tra facilità d’uso, economia e prestazioni.

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L’Internet delle cose (sicure). Nuove tecnologie e regole in arrivo https://www.datamanager.it/2019/05/linternet-delle-cose-sicure-nuove-tecnologie-e-regole-in-arrivo/ Thu, 09 May 2019 09:45:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186974 Una nuova generazione di tecnologie per la protezione dell’Internet delle cose dagli attacchi cyber è alle porte. Sicurezza sui dispositivi, autenticazione, crittografia, tecnologie per la protezione delle reti e delle comunicazioni tra oggetti connessi. Ma sono in arrivo anche nuovi standard e maggiori vincoli legislativi per migliorare la qualità costruttiva e la sicurezza degli oggetti […]

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Una nuova generazione di tecnologie per la protezione dell’Internet delle cose dagli attacchi cyber è alle porte. Sicurezza sui dispositivi, autenticazione, crittografia, tecnologie per la protezione delle reti e delle comunicazioni tra oggetti connessi. Ma sono in arrivo anche nuovi standard e maggiori vincoli legislativi per migliorare la qualità costruttiva e la sicurezza degli oggetti IoT

Due tra i principali protocolli IoT – Message Queuing Telemetry Transport (MQTT) e Constrained Application Protocol (CoAP) – sono a rischio attacco a causa di vulnerabilità significative nella progettazione. Il monito arriva da Trend Micro ed è dettagliato all’interno della ricerca The Fragility of Industrial IoT’s Data Backbone, condotta in collaborazione con il Politecnico di Milano e sviluppata da Federico Maggi, ricercatore del team Trend Micro Research. Come si legge nello studio, le falle nei due protocolli, diffusi soprattutto in ambito machine-to-machine (M2M) potrebbero essere sfruttate per fini di “spionaggio industriale, attacchi mirati o di tipo denial-of-service”. «Non sempre le reti a cui i nostri dispositivi si collegano sono sicure» – afferma Mauro Cicognini, membro del comitato direttivo di CLUSIT. «Le reti Internet of Things per la varietà di protocolli di comunicazione, standard e funzionalità dei dispositivi richiedono uno sforzo maggiore rispetto a quelle tradizionali». Non è un caso che router e firewall siano i bersagli più gettonati dagli attaccanti specializzati in IoT. Lo scorso anno il CERT USA si è visto costretto a diramare un alert specifico per mettere in guardia dai tentativi dei criminali di prendere possesso degli apparati di rete. Riuscire a penetrare nell’infrastruttura di routing e switching di un’organizzazione sfruttando i sistemi più vetusti (legacy), non aggiornati consente di monitorare e se serve bloccare il traffico dati da e verso gli host più importanti. «La rete deve essere un impianto sicuro di trasporto delle informazioni di business» – afferma Giuliano Tonolli, direttore commerciale e amministratore di Personal Data, Gruppo Project.

«Ma parecchie aziende sembrano sottovalutare questo aspetto. Quando invece sarebbe opportuno adottare soluzioni di monitoraggio del traffico che rilevino le anomalie operative dei dispositivi e assicurino la business continuity». Dallo studio di Cisco Mobile Visual Networking Index, che fotografa il traffico dati sulle reti mobili di tutto il mondo tra il 2017 e il 2022, emerge che il traffico su quelle italiane quadruplicherà, come conferma Stefano Vaninetti, security leader di Cisco Italia. L’obiettivo a cui tendere perciò è di avere – «una rete intrinsecamente sicura, capace di adeguarsi al perimetro mutevole della realtà aziendale e di proteggere qualsiasi elemento a essa connesso a livello centrale» – evitando l’approccio a silos delle soluzioni di sicurezza del passato. «Un approccio centralizzato – prosegue Vaninetti – migliora la visibilità, il controllo degli accessi e la segmentazione e classificazione di tutti i dispositivi». Un ambito presidiato dalla tecnologia come conferma Cicognini di CLUSIT: «Disponiamo di soluzioni che abbracciano OT e IoT, per rilevare la “security posture” dell’organizzazione, tenendo conto dei vincoli specifici dell’ambiente». Soluzioni che rilevano il comportamento “normale” degli oggetti presenti in rete e allo stesso tempo individuano eventuali difetti di configurazione e vulnerabilità software. «L’approccio più comune è l’ascolto passivo del traffico su una porta in mirror, e l’analisi di quanto rilevato, via via che il traffico arriva e viene classificato» – spiega Cicognini. «Meno intrusive degli scan, queste soluzioni riescono a restituirci una serie di informazioni su chi è collegato, chi comunica con chi, i parametri di controllo e i range di utilizzo entro i quali operare».


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IL PARADOSSO DELL’IOT

«Nel 2022, avremo circa 165 milioni di device e connessioni IoT sulle reti mobili italiane» – ci dice Vaninetti di Cisco Italia. Non solo sensori collocati in remoti impianti di rilevazione dell’inquinamento atmosferico o della temperatura dell’acqua di una centrale termica. Lontani dal nostro quotidiano. Al contrario, oggetti di uso comune come il cellulare o il televisore. Eppure, una sorta d’invisibilità sembra avvolgerli. Secondo una recente survey condotta da Gemalto, vendor leader in ambito identità e sicurezza digitale, quasi una organizzazione su due (48%) non è in grado di stabilire l’integrità di un dispositivo IoT connesso. Il paradosso evidente è l’impossibilità di proteggere quello che neppure si riesce a vedere. Ma c’è di peggio. Ossia la scarsa sicurezza di questi oggetti. Falliti prima di tutto sul piano progettuale. Licenziati da costruttori che hanno sostanzialmente operato come più a loro conveniva, svincolati da qualsiasi obbligo normativo. Prendiamo i sistemi operativi su cui girano questi dispositivi. Spesso non sono neppure aggiornabili, semplicemente perché non è stato previsto. È il caso del condizionatore d’aria montato sulla parete esterna di un capannone industriale che non dispone di un collegamento Wi-Fi. O dello smartphone il cui sistema operativo – per scelta del costruttore – rimane congelato al momento della fabbricazione per tutta la durata del suo ciclo di vita. Ora, se non è possibile aggiornare il sistema operativo, come si fa a mettere una pezza a una vulnerabilità?

Una manna per chi vuole approfittarne. Come dimostra il caso clamoroso della rete Mirai, botnet di oggetti smart solo sulla carta e che ha messo knock-out milioni di dispositivi IoT. «I cybercriminali hanno intuito le opportunità finanziarie di questo mercato. Perciò stanno moltiplicando e differenziando i loro attacchi» – ci dice Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab. «Una tendenza che cresce di anno in anno. Stando ai nostri esperti, nella prima metà del 2018, si sono verificati più di 120mila attacchi da varianti di malware, il triplo rispetto a quelli registrati nel 2017». Le vulnerabilità sono le stesse che affliggono qualsiasi altro dispositivo tradizionale. Così come i vettori d’attacco. «L’IoT è uno dei principali obiettivi dei criminali informatici e questo è dovuto in modo particolare a due fattori: l’utilizzo massivo di dispositivi connessi e la poca consapevolezza da parte delle aziende dei rischi a essi collegati» – conferma Lara Del Pin, country manager di Panda Security per Italia e Svizzera.  


#IoT #Security Allarme IoT. Protocolli CoAP e MQTT nel mirino @TrendMicroItaly
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Una situazione che dovrebbe portare i produttori di device e i gestori delle reti e delle piattaforme a considerare la sicurezza come una priorità. «Anche perché nello scenario emergente di “hybrid edge computing” i dati sono elaborati all’edge, nel cloud e altri ancora su specifiche piattaforme di raccolta» – spiega Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia. Secondo IDC, nel corso dei prossimi tre anni, l’estensione delle reti 5G e la continua crescita degli endpoints e delle applicazioni amplificheranno il problema della sicurezza. «Produttori e operatori aumenteranno di oltre il 15% all’anno gli investimenti per la sicurezza di devices, reti e piattaforme di gestione delle applicazioni IoT. In particolare nel controllo degli accessi, crittografia, whitelist e meccanismi per stabilire l’identità del dispositivo e le comunicazioni sicure e a livello di rete nel rilevamento e prevenzione delle intrusioni, firewall e gateway di sicurezza per la segmentazione, controllo dell’accesso alla rete e piattaforme di orchestrazione, strumenti di scansione e valutazione delle vulnerabilità, sicurezza wireless e software di gestione degli accessi remoti». Più risorse economiche dunque per proteggere questi dispositivi. Onere però che dovrebbe spettare in primo luogo ai costruttori. Prendiamo la protezione delle identità e degli accessi ai dispositivi. Un campo in cui disponiamo di tecnologie già mature e che si tratta soprattutto di adattare a un contesto diverso. Grazie a standard rodati come il protocollo LDAP, le informazioni possono essere memorizzate direttamente sul dispositivo, creando un archivio di identità IoT. Ma non sempre il dispositivo lo consente. Stesso discorso per proteggere l’autenticazione. Le soluzioni esistenti consentono di gestire più utenze sul singolo dispositivo autenticandosi con una password oppure utilizzando meccanismi più robusti a due fattori, certificati digitali e biometria. Ma non tutti gli oggetti IoT per caratteristiche e qualità costruttiva riescono a supportarle.

CRITTOGRAFIA DEI DATI

Crittografare i dati e trasferirli tra i dispositivi IoT e i sistemi back-end protegge l’integrità delle informazioni, impedendo l’accesso da parte di malintenzionati. Tuttavia, la varietà di dispositivi IoT e di profili hardware limita le possibilità di avere processi di crittografia e protocolli omogenei. Per non compromettere la sicurezza di tutto il processo, insieme alla crittografia dei dati devono essere previsti processi di gestione del ciclo di vita delle chiavi. «Le limitazioni vengono soprattutto dall’hardware, che per ovvi motivi di costi viene limitato allo stretto necessario» – osserva Cicognini di CLUSIT. «È poi senz’altro vero che la crittografia non serve a nulla se le chiavi non sono ben gestite. Sappiamo però quanto questi processi siano complessi e delicati. Il mio consiglio è di non usare la crittografia se non dove la riservatezza sia davvero utile, oppure sia indispensabile garantire l’integrità dei dati».


#IoT #Security Il paradosso dell’Internet of Things @KasperskyLabIT @IDCItaly
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ANALYTICS DI SICUREZZA

C’è una stretta correlazione tra IoT e dati, consumati e prodotti a ritmi sempre più sostenuti. Ciò alimenta la diffusione degli oggetti connessi. Ma l’IoT è qualcosa di più. Meno visibile. Oggetti certo, e poi reti, tecnologie e persone connesse, in campo per raggiungere obiettivi condivisi, perseguiti da applicazioni che apportano una serie di benefici ai loro utilizzatori in diversi settori. Ma per raggiungere questi risultati, i dati generati dall’IoT sono lavorati e analizzati. Dietro le quinte, operano una serie di processi di data analytics (DA) che passano al setaccio set piccoli e grandi di dati per estrarne tendenze, pattern, statistiche, informazioni significative. Utili all’organizzazione per prendere decisioni. Gli analytics di sicurezza non differiscono per caratteristiche generali da questo schema. Parliamo di soluzioni che partendo dalla raccolta, normalizzazione, aggregazione e monitoraggio dei dati provenienti dai dispositivi IoT sono in grado di generare informazioni più raffinate e alert in relazione ad attività specifiche della security (monitoraggio, detection, response, e così via) quando si discostano dalle politiche di sicurezza decise dall’organizzazione. Piattaforme che sfruttano machine learning e tecniche big data per eseguire processi di rilevamento e modellazione predittivi delle anomalie. Funzionalità in pieno sviluppo che secondo gli esperti conferiranno a queste soluzioni la capacità di individuare attacchi e intrusioni – oggi – invisibili agli apparati di sicurezza tradizionali. Tutte queste tecnologie connesse alla sicurezza dei dispositivi, alla protezione delle reti e delle comunicazioni tra oggetti connessi rappresentano un mercato in forte crescita. «Le ultime stime di IDC prevedono un mercato globale – che comprende sia la sicurezza fisica, quella dei nuovi dispositivi e sensori e quella della componente di networking – di oltre 18 miliardi di dollari nel 2022 (CAGR 10,2%)» – conferma Giancarlo Vercellino, associate research director di IDC Italia.

L’ARRIVO DELLO STANDARD ETSI

La progressiva diffusione dei dispositivi IoT e le prime avvisaglie delle vulnerabilità di sicurezza collegate hanno fatto aumentare la consapevolezza della necessità di costruire oggetti più sicuri. Lo standard ETSI TS 103 645 sulla sicurezza dei prodotti IoT destinati ai consumatori, rilasciato dal Comitato tecnico per la sicurezza informatica dell’ETSI (European Telecommunications Standards Institute) rappresenta il primo risultato tangibile. Il documento contiene una serie di raccomandazioni rivolte ai produttori e agli sviluppatori di dispositivi collegabili alla rete destinati al grande pubblico (smart TV, smartwatch, impianti domotici, etc.) per accrescerne la sicurezza e l’affidabilità. Creando così maggiore fiducia presso i consumatori verso questi prodotti. Come sappiamo le persone affidano i propri dati personali a un numero crescente di dispositivi e servizi online. La mancanza di sicurezza minaccia la privacy dei consumatori esponendoli ad attacchi informatici di vario tipo. Lo standard rilasciato da ETSI indirizza questo genere di problematiche, raccomandando una serie di specifiche di alto livello per la sicurezza dei dispositivi di consumo collegabili a Internet e dei servizi associati che i costruttori sono invitati a seguire.


#IoT #Security Scalabilità, analytics, standard e crittografia @PandaSecurityIT
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Un set di regole costruttive applicabile praticamente a qualunque dispositivo IoT. Tra le raccomandazioni contenute nello standard c’è ad esempio quella di provvedere al rilascio periodico di aggiornamenti di sicurezza per dei software di controllo; di evitare di immettere sul mercato prodotti con username e password di default e quella di prevedere punti di contatto aziendali per segnalare eventuali vulnerabilità dei prodotti. Ma ci sono anche raccomandazioni relative all’archiviazione sicura di credenziali di accesso e dati personali; alla creazione di canali di comunicazione sicuri; all’integrità del software che deve essere il più possibile garantita; così come alla protezione dei dati personali e alla loro cancellazione da parte degli utenti che deve avvenire in maniera semplice; la possibilità di esaminare i dati telemetrici dei dispositivi. Inoltre, lo standard prevede la minimizzazione della “superficie di attacco” dei dispositivi e la resilienza dei sistemi IoT agli attacchi informatici e che l’installazione e la manutenzione dei dispositivi avvenga in maniera semplificata. L’auspicio è che le best practice proposte possano guidare i produttori nella costruzione di una nuova generazione di oggetti in grado di rispettare i requisiti di sicurezza imposti dalle normative vigenti. Come il GDPR, citato dallo standard, oppure il Cybersecurity Act, il nuovo insieme di regole europee che a breve dovrebbe introdurre un sistema europeo di certificazione della sicurezza di prodotti e servizi digitali. «Le nuove specifiche contribuiranno a creare uno standard di sicurezza di base e offriranno alle organizzazioni la flessibilità necessaria per innovare e implementare soluzioni di sicurezza appropriate per le nuove generazioni dei loro prodotti» – afferma Salvatore Marcis, technical director di Trend Micro Italia. Le raccomandazioni contenute nello standard coprono quasi tutte le aree più importanti della security. Sebbene poi la loro osservanza non assicuri la compliance dei prodotti interessati, l’elevato livello di dettaglio conferisce allo standard buone chance per diventare uno strumento prezioso per individuare le misure più adeguate e allinearsi alla normativa esistente.

«Lo standard è ragionevole, ben scritto, contiene numerose raccomandazioni sensate» – concorda Cicognini. «Tuttavia, non indica quale sia il livello minimo di conformità, ovvero se tutti i criteri citati siano obbligatori per ottenere una “certificazione”, oppure se alcuni siano derogabili, in base per esempio all’analisi dei rischi. Azzardato perciò – secondo Cicognini – ipotizzare un forte impatto sul mercato. «Lo standard inciderà in minima parte sull’operato dei produttori, almeno finché non avranno una compelling reason per adottarlo». Diverso sarebbe se il legislatore decidesse di richiedere un qualche livello minimo di conformità. «In questo caso, l’industria potrebbe ragionevolmente proporre di utilizzare quei criteri come baseline. Data l’attuale legislazione, non credo probabile un’adozione volontaria e generalizzata dello standard. A meno che naturalmente, non arrivi una forte spinta del mercato».


#IoT #Security Dopo lo standard #ETSI transizione più matura @Maticmind
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Più ottimista il parere di Salvatore Marcis di Trend Micro Italia secondo cui lo standard rilasciato dall’ETSI getta le basi per la creazione di uno schema di certificazione dei dispositivi IoT. «Un passaggio fondamentale, in quanto le persone affidano i loro dati personali a dispositivi e servizi online». La prova che la sicurezza è una vera e propria priorità. Peraltro recepita anche altrove. «Negli ultimi anni, sono nati tanti consorzi industriali che propongono diverse soluzioni e standard tecnici (IoT CyberSecurity Alliance, Trusted IoT Alliance, CSA IoT Working Group, etc.) per affrontare in modo coerente e uniforme – «la necessità di pensare a un livello di embedded security» – come osserva Vercellino di IDC Italia. «Non esiste una risposta valida per qualsiasi dispositivo IoT. Oggi più che in passato, si richiede agli operatori IoT hardware di concepire i nuovi dispositivi implementando, dove possibile, alcuni ragionamenti di sicurezza in modo nativo. Prassi che si va traducendo in un principio sempre più generale, valido per qualsiasi organizzazione e qualsiasi processo, attraverso il GDPR (“security by design”). Qualunque nuovo standard e linea guida che si muova in questa direzione è senz’altro di valore».

«Se nella convergenza tra OT e IT, stiamo vedendo quanto sia difficile portare delle pratiche di buonsenso basate sull’esperienza IT in contesti diversi, nel caso dell’IoT vedo criticità diverse, meno impegnative» – aggiunge Andrea Ferrazzi, security competence center manager & CISO di Maticmind. «Credo che la transizione sarà piuttosto naturale, anche in considerazione del fatto che il livello di maturità dei consumatori è molto aumentato». Detto questo, non è solo la sicurezza dei dispositivi a essere importante. «Saranno le piattaforme di gestione della connettività e delle applicazioni che diventeranno importanti e sempre più sofisticate, per garantire protezione dei dati, identificare e reagire velocemente a minacce e attacchi, offrendo un’esperienza di qualità agli utenti finali» – rileva Daniela Rao di IDC Italia. «Molti dispositivi connessi oggi disponibili sul mercato al dettaglio sono gestiti da piattaforme cloud che non sono attrezzate per proteggere i dati degli utenti o garantire elevati standard di sicurezza».

PIÙ SICUREZZA PIÙ IOT

La pervasività dell’IoT è un fenomeno certo, che una maggiore sicurezza può senz’altro contribuire ad accelerare. «Il mercato è una forza potente e – se i clienti cominceranno a lamentarsi e ad attendersi una qualità più elevata, soprattutto nel software di controllo dei dispositivi – i fornitori saranno rapidi ad adeguarsi» – osserva Cicognini di CLUSIT. Una possibilità su cui però non tutti sono pronti a scommettere. Prendiamo il software. Qui, a dare le carte sono saldamente i produttori. Nonostante le sollecitazioni a una maggiore responsabilità, per ora i gesti che ne sono seguiti hanno avuto una valenza poco più che simbolica. Probabilmente, come è avvenuto per altri ambiti, sarà ancora la leva legislativa a imprimere l’accelerazione maggiore. I segnali in tal senso non mancano. Un po’ ovunque – dall’Asia agli USA – il settore continuerà a essere regolamentato ancora di più in direzione di maggiori vincoli verso i costruttori. Ma ci vorrà comunque del tempo e gli effetti non saranno immediati. È però ragionevole aspettarsi che con l’adozione di progetti IoT l’approccio alla security maturi sia in termini di progettazione che di risorse investite. Detto questo, è evidente che la complessità del tema della protezione IoT rimane alta. La sicurezza IoT richiede un approccio end-to-end basato su scalabilità, analytics e standard e per alcuni ambiti anche crittografia. In questa fase – però – è ancora consigliabile arrivare a bilanciare i benefici di business correlati ai prodotti IoT con i pericoli che questi dispositivi introducono nelle organizzazioni. Solo quando prodotti e servizi incorporeranno sin dalla progettazione i principi di fiducia, privacy e sicurezza, i vantaggi dell’Internet of Things potranno dirsi completamente raggiunti. L’auspicio è che già a partire dai prossimi mesi gli standard possano iniziare a dare il loro contributo, fungendo da riferimento sia per i consumatori che per l’industria.

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La linea sottile tra stretta di mano e documenti digitali https://www.datamanager.it/2019/05/la-linea-sottile-tra-stretta-di-mano-e-documenti-digitali/ Wed, 08 May 2019 12:42:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186926 Tanto impegno e duro lavoro per arrivare all’agognata firma del cliente e poi scoprire che nel 90% dei casi vale più una stretta di mano Caro Lettore, nello scorso numero, ti ho parlato dell’importanza di lasciare estinguere i processi ago e filo dalla tua produzione documentale, in favore di flussi “full digital”. Stavolta ti parlo […]

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Tanto impegno e duro lavoro per arrivare all’agognata firma del cliente e poi scoprire che nel 90% dei casi vale più una stretta di mano

Caro Lettore, nello scorso numero, ti ho parlato dell’importanza di lasciare estinguere i processi ago e filo dalla tua produzione documentale, in favore di flussi “full digital”. Stavolta ti parlo di documenti digitali contro “stretta di mano”. A cosa mi riferisco? È tanto semplice quanto drammatico, per certi versi. Mi riferisco a tutte quelle transazioni che il 90% delle imprese italiane, di ogni ordine e grado, è solito gestire in modo del tutto inconsistente, rispetto alle normative. Spiego meglio. Quasi tutte le aziende, quando ricevono – per esempio – il tanto desiderato ordine, si limitano ad acquisire un PDF inviato via email, con la scansione del documento firmato a penna. Ecco. Tieni presente che questa pratica non ti dà nessuna garanzia sulla reale opponibilità a terzi di questo atto. Nemmeno se pretendi l’invio a mezzo PEC.

Di fatto, secondo le normative, un documento acquisito con queste modalità equivale a uno scambio di fotocopie. In caso di contenzioso, mancato pagamento o verifica fiscale, se esibisci una prova di questo genere sei totalmente scoperto. Più volte, nella mia carriera, mi sono trovato al tavolo con imprenditori che – scivolati in dispute legali – hanno scoperto di essere ingaggiati in una sfida a poker senza nemmeno avere una carta in mano. Non è paradossale? Tutto il tuo team corre contro il tempo per finalizzare ordini e sviluppare il tuo business, salvo poi scoprire che i documenti a corredo valgono meno di una stretta di mano con il cliente. E se stai pensando che simili eventualità siano lontane anni luce da te e dalla tua quotidianità, sappi che non è così. Purtroppo. La consapevolezza delle persone sulle possibili falle normative cui appellarsi per truffare imprese – o venire meno ai propri impegni formali – è in forte aumento.

Ciò determina – per te – l’importanza di mettere in sicurezza i tuoi processi di acquisizione e produzione ordini, consapevole di non poter gestire il problema regredendo verso procedure di raccolta ed elaborazione ordini in cartaceo, e recapito tramite posta ordinaria. L’evoluzione dei mercati e degli standard odierni non permette una gestione così farraginosa delle tue procedure. Una volta chiuso un accordo, sai meglio di me quanto sia determinante affrontare subito la corsa contro il tempo per chiudere delivery, emettere fattura e preservare i tuoi margini. Non puoi mettere in mano tutti questi obiettivi a procedure antiquate, anacronistiche e comunque piene di variabili (una su tutte, i tempi di consegna). Ancora una volta, ecco una dimostrazione di come una gestione promiscua “digitale-analogica” dei tuoi processi debba per forza avere vita breve. Per questo motivo, devi sempre più considerare l’importanza di essere affiancato da un dematerializzatore, capace di mettere in sicurezza i tuoi processi documentali nella nuova dimensione digitale dove siamo stati tutti catapultati negli ultimi 10 anni. Che il Digitale sia con te!


Nicola Savino CEO di Savino Solution – www.savinosolution.com

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L’industrializzazione della data science. Il dato come nuovo fattore produttivo https://www.datamanager.it/2019/05/lindustrializzazione-della-data-science-il-dato-come-nuovo-fattore-produttivo/ Wed, 08 May 2019 10:58:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186915 Nell’antico regno si interrogava l’oracolo del datamart con domande precise e problemi ben strutturati, mentre nel nuovo regno della data science si discende nel data lake insieme al filosofo esplorando il senso più recondito che si nasconde dietro l’interrogativo di partenza Parafrasando quanto Clive Humby, chief data scientist di Starcount, scriveva nel 2006, i dati […]

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Nell’antico regno si interrogava l’oracolo del datamart con domande precise e problemi ben strutturati, mentre nel nuovo regno della data science si discende nel data lake insieme al filosofo esplorando il senso più recondito che si nasconde dietro l’interrogativo di partenza

Parafrasando quanto Clive Humby, chief data scientist di Starcount, scriveva nel 2006, i dati grezzi esprimono “un valore intrinseco che richiede un adeguato processo di raffinazione, esattamente come il petrolio, per consentire una completa determinazione del loro valore” – affermazione che ha poi trovato un successo globale nella sua forma più semplificata: “Data is the new oil”. Al di là della metafora, tornando forse al concetto originale che intendeva esprimere Humby, i dati non hanno sempre un valore intrinseco predeterminato e uno specifico processo di data analytics rappresenta la condizione necessaria, ma non sufficiente, affinché un dato grezzo possa diventare di valore per l’impresa. Dunque, occorre fin da subito sgomberare il campo dall’equivoco di considerare il dato un valore assoluto in modo troppo ingenuamente dogmatico: i dati possono avere un valore, ma il loro valore non può essere dato per scontato, e comunque è indispensabile procedere a un attento processo di lavorazione per trasformare i dati in informazione e l’informazione in conoscenza di valore.

COMPETENZE E STRUMENTI

L’ecosistema digitale si è sviluppato enormemente negli ultimi anni: da una parte i dati più o meno effimeri prodotti dagli utenti finali attraverso i nuovi dispositivi mobili, dall’altro gli oggetti sempre più connessi e la sensoristica che invade le case, le automobili, le fabbriche, le città e così via, poi i movimenti di “liberazione del dato” che hanno lottato per la condivisione del patrimonio di informazioni della PA, delle fondazioni e del terzo settore, fino a catalizzare la creazione di una cultura open data che ha raggiunto le imprese, senza dimenticare le tecnologie e le informazioni messe a disposizione dai grandi cloud platform provider, dalla comunità di sviluppatori open source, e così via. Uno tsunami di dati e informazioni che si è abbattuto sul mondo delle imprese con risultati a volte frastornanti. Questa la premessa indispensabile per comprendere il carattere paradigmatico del passaggio a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni, ovvero, l’avvicendamento tra la nozione di business intelligence e quella di data science, avvicendamento evidenziato dall’andamento dell’Interest over Time di Google Trend, dove osserviamo in modo emblematico la crescita esponenziale della data science e il declino asintotico della business intelligence: attorno al 2016 il volume delle interrogazioni relative alla prima ha definitivamente surclassato la seconda. Così, negli ultimi anni è successo molto spesso che gli esperti di BI venissero convocati dal loro capo per ricevere l’annuncio che il loro titolo aziendale era cambiato e dall’indomani sarebbero stati chiamati data scientist, con alzate di spalle e sguardi dubbiosi nella maggior parte dei casi, perché, come sappiamo bene, non si tratta di un cambiamento di buzzword, ma di una trasformazione decisamente più profonda.

NUOVI DOMINI

Trasformazione che procede in primo luogo a partire dalle competenze, dalle tecnologie e dagli strumenti necessari per fare il lavoro del data scientist, che sono evidentemente diversi da quelli del BI Expert. Basta guardare ad esempio cosa emerge dalle ultime indagini condotte da Kaggle sulla comunità globale dei data scientist: circa il 60-70% impiega linguaggi come R e/o Python, circa il 40-50% impiega metodi come Neural Networks o Random Forests. Non esattamente il comune bagaglio di competenze espresso da un esperto di business intelligence. Nel nuovo dominio della data science si affronta un processo di problem solving completamente diverso da quello gestito attraverso la business intelligence: nell’antico regno si interrogava l’oracolo del datamart con domande precise e problemi ben strutturati, mentre nel nuovo regno della data science si discende nel data lake insieme al filosofo esplorando il senso più recondito che si nasconde dietro l’interrogativo di partenza. Quando si decide di dare seguito all’ambizione di estrarre valore dalle informazioni aziendali, e dunque si incomincia ad approfondire nel merito i prerequisiti e le competenze necessarie per mettere in piedi un processo industriale di data analytics, ecco che gli imprenditori cominciano a rendersi conto perché il cambiamento che stiamo raccontando non è una mera questione di forma, anzi. E così alla fine cominciano a comprendere che un esperto di machine learning è diverso da un esperto di business intelligence, così come un data scientist è un profilo diverso da un data engineer.

EVOLUZIONE DELLE IMPRESE

Questa esplorazione sempre più intelligente di dati e informazioni alla ricerca di quel momento di serendipità che può ripagare di tanti sforzi e investimenti si traduce in aspettative molto concrete da parte degli imprenditori italiani che decidono di investire nella creazione di un team di data science: oltre il 90% delle imprese che investe in tecnologie di machine learning si rivolge in modo inequivocabile al miglioramento dell’automazione industriale e dell’efficienza dei processi di produzione, oppure cerca di accelerare i processi di time-to-market per lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, mentre il 70% cerca di migliorare le relazioni con i clienti. Dalle ultime indagini che IDC ha condotto sul mercato italiano emerge che circa il 16% delle grandi imprese prevede di introdurre tali soluzioni in azienda entro dodici mesi, ma il 20% comunque non prevede un impatto significativo a breve a causa di barriere legate alle competenze disponibili, a problematiche di cambiamento organizzativo, questioni legali oppure modelli di business ancora indefiniti.

Non tutte le imprese italiane sono ancora pronte ad affrontare un cambiamento tecnologico di questo tipo, ma esistono diversi gradi di maturità, sensibilità e cultura organizzativa che possono aiutare ad aprire la strada a un impiego sempre più sofisticato e organico dei data scientist in azienda, a una vera e propria industrializzazione della data science. Se proviamo a immaginare una ideale scala di evoluzione delle imprese rispetto all’adozione degli algoritmi di predictive analytics, osserviamo che soltanto il 9% è giunto a un livello di sofisticazione tale da impiegare le tecnologie per la creazione di processi e valore nel lungo termine, mentre oltre il 40% ancora continua a interrogarsi a livello strategico su quale sia la strada migliore da intraprendere e quale l’approccio migliore da seguire (uno stato di “paralisi a livello strategico”).

NUOVO MIX DI COMPETENZE

L’industrializzazione dei processi di data analytics rappresenta una sfida ancora da vincere per la gran parte delle imprese italiane che intendono creare valore attraverso i dati. Una difficoltà che procede oltre il livello strategico e molto spesso dipende dall’incapacità di cogliere tutte le dimensioni più rilevanti delle diverse forme di “intelligenza” che determinano il successo aziendale, oltre che dall’incapacità di realizzare la corretta combinazione di competenze, sia analitiche che ingegneristiche, necessarie per far funzionare gli algoritmi al di fuori di un laboratorio e dentro una impresa. Questa è sostanzialmente la missione aziendale, o forse più propriamente, la vera e propria sfida, che i nuovi C-level come i chief data officer, i chief analytics officer e i chief innovation officer, stanno portando avanti insieme ai CIO per capire come creare una cultura basata sul dato, come industrializzare i processi analitici, come dare una collocazione organizzativa a tali funzioni, come realizzare una monetizzazione dei dati allineata con le esigenze di remunerazione del capitale investito, perché alla fine si tratta di imparare a impiegare il dato come nuovo fattore produttivo.

Giancarlo Vercellino associate research director di IDC Italia

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Eustema, la fabbrica del nuovo https://www.datamanager.it/2019/05/eustema-la-fabbrica-del-nuovo/ Wed, 08 May 2019 09:57:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186885 R&D di eccellenza, evoluzione di prodotto, vocazione all’innovazione. I segni distintivi dell’impronta “olivettiana” nella lunga storia di innovazione del system integrator nato per portare il messaggio di una diversa cultura nei servizi IT Abbinare due termini come “software” e “pubblica amministrazione” conduce subito sul terreno sdrucciolevole dell’ossimoro e diventa praticamente impossibile non cadere negli stereotipi. […]

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R&D di eccellenza, evoluzione di prodotto, vocazione all’innovazione. I segni distintivi dell’impronta “olivettiana” nella lunga storia di innovazione del system integrator nato per portare il messaggio di una diversa cultura nei servizi IT

Abbinare due termini come “software” e “pubblica amministrazione” conduce subito sul terreno sdrucciolevole dell’ossimoro e diventa praticamente impossibile non cadere negli stereotipi. Eppure, quella di Eustema è una storia di innovazione, concreta e bellissima, che dura da trent’anni e nasce nel contesto sociale – per non dire “politico”, nel senso più elevato possibile – della collaborazione tra una grande azienda italiana di tecnologie e servizi celebre per il suo attaccamento alla corporate responsibility e uno storico sindacato del lavoro. Tra variazioni di quote di controllo e operazioni di management buyout, l’originaria collaborazione a due è un capitolo del passato, ma è un capitolo che conta, perché Eustema continua a coltivare e far crescere le proprie competenze, affrontando gare e progetti, trovando una misura di progresso e miglioramento della qualità della vita, facendo la fondamentale differenza tra una burocrazia isolata e una PA che – proprio per merito della tecnologia – funziona e restituisce informazioni in tempo utile.

VOGLIA DI CAMBIAMENTO

La voglia di cambiamento e di un rapporto nuovo tra cittadini e pubblica amministrazione portarono alla nascita di un system integrator diverso. Una impronta di modernità che traspare, in filigrana, in ogni momento del racconto del co-fondatore e amministratore delegato Enrico Luciani. «Eustema – dal greco “buon sistema” – fu costituita nel maggio del 1989 da Olivetti Information Services e da un forte socio di minoranza che era Finlavoro, società finanziaria del sindacato Cisl». Nella seconda metà degli anni 80 – spiega Luciani, matematico di formazione che all’epoca aveva già accumulato sedici anni di esperienza nel gruppo Olivetti – la Cisl stava ragionando sui concetti della democrazia economica, sulla partecipazione dei lavoratori alle responsabilità manageriali. In più, c’era la necessità di rinnovare il sistema informatico del sindacato e la sua rete di comunicazione. Invece di affidare il lavoro a un fornitore esterno, la Cisl sceglie la strada dell’insourcer autofinanziato, governato con una formula che vedeva la gestione dell’impresa affidata al socio industriale e una piena partecipazione di Finlavoro alle decisioni strategiche. Un’Italia diversa, positiva, intenzionata a sperimentare nuovi modelli, forse conscia di essere vicina a un punto di rottura.

Donato Cappetta, responsabile ricerca e sviluppo

Sul piano tecnologico, erano gli anni in cui, in attesa del definitivo consolidamento del World Wide Web, si cominciava a parlare di servizi al cittadino, di certificati erogabili attraverso i bancomat. «Allora – ricorda Luciani – la Cisl organizzava viaggi negli Stati Uniti per incontrare le esperienze del sindacato americano, che era proprietario di una propria banca, molto innovativa per quei tempi. La cultura dei servizi innovativi che ancora oggi pervade Eustema nasce così». All’inizio degli anni 90, la fucina di software di Luciani lavora all’informatizzazione dell’ufficio legale di un grande Ente, sviluppando un prodotto in cui venne successivamente integrato un modulo di workflow management acquisito da una start up visionaria, uno spin-off del MIT di Boston, nata cinque anni dopo Eustema. «Trent’anni fa, parlavamo già di business process management» – sottolinea Luciani con comprensibile orgoglio. Quel prodotto, successivamente aggiornato a Internet e al cloud e denominato Teleforum For, oggi sta evolvendo in una piattaforma chiamata SLeM, smart legal management, che applica avanzati algoritmi di machine learning per le ricerche in linguaggio naturale e per estrarre contenuti semantici dalla documentazione legale, affiancando avvocati e operatori nella gestione del rischio legato al contenzioso legale. Una trasformazione continua, resa possibile da una volontà che nel 2008 ha portato alla costituzione, in una sede distaccata a Napoli, di un vero e proprio laboratorio di Ricerca & Sviluppo affidato alla responsabilità di Donato Cappetta, un ingegnere entrato in Eustema una decina d’anni prima, nel 1997. Data, quest’ultima, molto significativa perché porta con sé, a otto anni dalla fondazione, una prima importante svolta, l’ingresso nel mondo delle TLC.

SVOLTA NELLE TLC

«Eustema chiude la sua prima fase – prosegue Luciani – con il sostanziale raggiungimento dei suoi iniziali obiettivi di autofinanziamento e con un discreto bagaglio di competenze». Si tratta di capacità maturate, come si è detto, nel campo del BPM e dei primi portali Internet, tra l’altro improntati (la committenza pubblica lo impone) a criteri di accessibilità “certificata”. Anche l’ambito della user experience entra a far parte dell’arsenale di competenze che ancora oggi connota questo player. Il volume d’affari attualizzato si attestava intorno ai 5 milioni di euro, rispetto ai ricavi registrati oggi ben oltre la soglia dei 30 milioni di euro. «Ma Olivetti a quel tempo aveva deciso di scalare Telecom – osserva Luciani – entrata per un terzo nell’assetto proprietario della società un paio d’anni prima. In pratica, diventammo un’azienda del comparto TLC». Il focus dell’azienda continua a riguardare gli aspetti del dato e dei processi, anche se le competenze in materia di rete non mancano a una Eustema che nel 1990 aveva già sviluppato un mail-server basato sull’ambiente MOS, il sistema operativo Unix secondo Olivetti.


#CoverStory #Innovazione al servizio della #trasformazione del Paese @Eustema_SpA
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L’azienda si concentra in particolare sui progetti Telecom legati ai dati e alla business intelligence, partecipando alla realizzazione di importanti progetti di data warehouse: un’area alla quale l’azienda di software, che oggi può contare su oltre 500 collaboratori tra dipendenti e consulenti ha continuato negli anni a dare grande attenzione, potendo oggi annoverare anche una significativa specializzazione in Big Data. Segue un altro ciclo di circa dieci anni, fino a quando, a cavallo del 2007, l’azienda esce dalla galassia Telecom attraverso il classico modello del management buy out. Eustema nel frattempo è entrata in nuovi comparti come il document management, il workforce management e il mobile, ha esteso le sue competenze anche a progetti di logistica e di enterprise data warehouse per Poste. Con l’uscita di scena del socio Telecom, Luciani e i suoi collaboratori più diretti invertono drasticamente la composizione del mix dei progetti di riferimento e si aprono al mercato. Nel giro di pochi anni, l’impronta del fornitore orientato per due terzi verso il settore telco cede il posto al system integrator attivo per l’80% su nuovi clienti, arrivando così al 2013, quando il management rileva anche la quota rimasta fino a quel momento sotto il controllo di Finlavoro. L’esperienza di “impresa del sindacato” termina qui ed Eustema continua a perseguire il suo modello di innovazione legata alla socialità e – per così dire – al tema della cittadinanza digitale.

Sergio Palma, responsabile product & digital factory

AL SERVIZIO DEI CITTADINI

Quali sono gli attuali obiettivi? «La sfida è mantenere la nostra indipendenza ed entrare in nuovi mercati, Eustema per me continua a essere un pezzo della cultura aziendale Olivetti, capace di sposare un’idea piuttosto che ridurre tutto a carriera e soldi» – afferma Luciani. E questa idea è ancora rivolta a una tecnologia capace di mettersi al servizio del Paese–con un focus sul rapporto con il cittadino-cliente, visto che la grande expertise che Eustema conserva nell’ambito dei digital media oggi è al servizio di applicazioni web di comuni e città metropolitane, di grandi enti ed imprese che hanno come primo cliente il cittadino. «Per metà lavoriamo su applicazioni corporate per grandi clienti come Poste, Anas, FS, Rai, Telecom, Enel, Poligrafico dello Stato, per citarne alcuni, oltre altre importanti realtà del mondo dei servizi e del finance. L’altro 50% è costituito da progetti pluriennali per le grandi organizzazioni dello Stato centrale, della Difesa e della Pubblica Amministrazione» – elenca Luciani. «È un mondo complesso capace di privilegiare ambienti open e innovazione tecnologica».

Un altro fattore dominante nel mercato di riferimento di Eustema è il meccanismo della gara, che impone all’azienda di Luciani una disciplina e una competenza peculiari che si riflettono persino nella sua organizzazione tripartita. Delle tre centrali di comando che governano il modello di go-to-market dell’azienda, la più complessa e articolata è la Direzione Innovazione, guidata da Paola de Rosa, una manager scelta non casualmente anche per la sua esperienza professionale nel mondo della comunicazione. È una direzione strategica – spiega Luciani – perché è il luogo di incontro tra il know-how tecnologico accumulato con l’R&D e il lavoro sul campo e le persone che intermediano queste competenze, generando innovazione per il cliente. La Direzione Innovazione dialoga con tutti, con i ricercatori di Napoli e con ciascuno dei 500 collaboratori individua i temi su cui promuovere la formazione; coordina la selezione di competenze da acquisire e predispone lo staffing di progetti e PoC. «I cosiddetti Proof of Concept realizzati durante la nostra attività sul campo possono prendere due strade – precisa Luciani – diventando mattoncini di soluzioni più complesse, sulla base della filosofia del riuso del software che da sempre caratterizza la nostra azione. Oppure evolvendo, con il contributo della ricerca e della Digital Factory, verso veri e propri prodotti».

R&D DI ECCELLENZA

Attraverso gli stretti collaboratori di Paola de Rosa – in primis l’area Tender & Proposal affidata a Barbara Tavanti – la Direzione Innovazione gestisce meticolosamente la partecipazione di Eustema alle gare dalle quali scaturisce una cospicua percentuale delle commesse affidate all’azienda. Al suo fianco, opera la Direzione Tecnica, che fa da linea di trasmissione con i clienti e i partner assicurando il delivery e l’assoluto rispetto dei livelli di servizio prescritti nei contratti di fornitura. «In questo schema di controllo – conclude Luciani – c’è tutta l’unicità di Eustema, sempre attenta alle competenze da costruire e trasferire al cliente». La costituzione del laboratorio di Napoli guidato da Donato Cappetta ha permesso ad Eustema di avere un ruolo attivo nel programma nazionale di ricerca del MIUR e del MISE, aggiudicandosi importanti progetti di ricerca industriale cofinanziati, e di partecipare ai progetti comunitari del programma Horizon 2020. Le attività sono tuttora legate alla collaborazione con le università di Napoli e di Salerno, lo stesso ateneo dove Cappetta si è laureato in Ingegneria elettronica. La struttura collabora con numerose università italiane ed europee e in particolare con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, città dove Eustema ha la sua terza sede. «A Napoli, lavoriamo sulle frontiere più avanzate della ricerca informatica, con progetti che riguardano per esempio la tecnologia blockchain, il machine learning e le prime applicazioni del quantum computing. È qui che si creano le precondizioni che consentono all’azienda di venire incontro alle domande dei nostri mercati di riferimento» – dice Cappetta. Nel laboratorio, operano ricercatori a tempo pieno che costituiscono – «il nucleo pensante dell’organizzazione» – come lo definisce il suo responsabile. «Ma il nostro ruolo – prosegue Cappetta – riguarda anche la costante disseminazione di tematiche tecnologiche a livello aziendale. Il laboratorio dà anche il suo contributo tecnico alla fase di prevendita delle soluzioni e svolge una funzione di osservatorio, interfacciandosi con analisti di mercato e centri di ricerca per individuare temi e applicazioni emergenti».

Paola de Rosa, direttore innovazione

EVOLUZIONE DI PRODOTTO

La controparte naturale delle funzioni R&D è in questo senso la Product & Digital Factory, inserita nel contesto manageriale della Direzione Innovazione, ma affidata in modo specifico a Sergio Palma, informatico della Sapienza di Roma. «I prodotti Eustema esprimono il lavoro di innovazione portato avanti dalla Ricerca e Sviluppo» – osserva Palma. «In pratica, cerchiamo di portare costantemente l’innovazione studiata e sperimentata in laboratorio in soluzioni rivolte al cliente». Uno dei tanti esempi è la ricerca in ambito legal, uno dei segmenti presidiati da Eustema con lo storico prodotto Teleforum, espressamente rivolto alle strutture legali delle grandi organizzazioni pubbliche e private. «Le ricerche svolte sul fronte del machine learning e dell’analisi semantica sono all’origine del nuovo progetto – il già citato SLeM – che consentirà di automatizzare processi di classificazione delle pratiche, analisi dei precedenti e delle controparti, nonché tutte le funzioni di business intelligence e analytics utili al legal management, anche con ricerche in linguaggio naturale» – rileva Cappetta, aggiungendo che un ulteriore fondamentale asse di espansione sarà la piena integrazione degli uffici legali nella sfera del processo telematico, non soltanto per quanto concerne i procedimenti in Italia ma anche nel contesto europeo di soluzioni di e-Justice, tematica su cui Eustema lavora con l’Istituto di Teorie e Tecniche di Informatica Giuridica del CNR.


Visione #tecnopratica e patto #pubblicoprivato L’innovazione non si fa da soli @Eustema_SpA
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«Intelligenza artificiale e semantica – continua Cappetta – interessano anche la nostra produzione nel campo della gestione automatica dei contenuti e del knowledge management. Poi, c’è tutto il filone di big data analytics, di tecnologie che abilitano applicazioni come i sistemi di rilevamento dei comportamenti anomali e delle frodi, al servizio della nostra area di offerta rivolta al mercato assicurativo, ma anche della profilazione automatica della clientela, che trova sbocco, per esempio in ambito finance, in soluzioni per l’analisi dei comportamenti d’uso delle carte prepagate».  C’è sempre un forte legame pratico tra la ricerca che il laboratorio di Napoli porta avanti e il catalogo delle soluzioni che Eustema offre in segmenti che come abbiamo visto includono il knowledge management, l’analisi dei dati e lo sviluppo di applicazioni e piattaforme per il business digitale. «I nostri esperimenti con blockchain, in effetti, non riguardano aspetti come le criptovalute o i token» – spiega Cappetta. Sono invece le applicazioni di notarizzazione alternative alla firma digitale, che cerchiamo di inserire nelle nostre soluzioni per la certificazione dei processi o la gestione di documenti e flussi informativi».

LA VOCAZIONE DEI SERVIZI

In molti casi – precisa Sergio Palma – la Ricerca e Sviluppo di Eustema fornisce il primo input al processo di industrializzazione dei prodotti che vengono proposti ai clienti come soluzioni complete e personalizzabili. «In altri casi, il prodotto matura sul campo, dall’esperienza mutuata attraverso la nostra conoscenza dei processi interni ai nostri clienti unita ad una forte dose di innovazione». La storia del middleware semantico Radioso! ricalca un modus operandi che prevede il costante aggiornamento di soluzioni consolidate. Questo prodotto di classificazione semantica di contenuti strutturati e non strutturati deriva dalla approfondita competenza nei processi di content management, concretizzata nel prodotto CPS per la creazione di portali aziendali, nato intorno al 2000 e utilizzato in una settantina di installazioni. «Dalla nostra esperienza di gestione di processi aziendali afferenti alle informazioni, come la ricerca semantica, la gestione documentale, la pubblicazione di contenuti, l’engagement del visitatore – dice ancora Palma – scaturisce oggi una nuova soluzione chiamata EDBP, Eustema Digital Business Platform, che integra tutti questi strumenti in un unico sistema mirato alla accelerazione del business attraverso il rapido sviluppo di soluzioni aziendali verticali».

Non mancano agganci con il mondo delle web application e la gestione dell’informazione in mobilità, la realizzazione di portali turistici con un prodotto come EUTURING, al centro di uno spettacolare sistema di realtà aumentata messo recentemente a disposizione dei visitatori di Castel Sant’Angelo, uno dei monumenti più conosciuti della Roma antica e insieme uno dei più affascinanti per il suo ruolo prima simbolico, poi militare. O ancora una novità come EULERO, che impiega tecnologie di machine learning per misurare le reazioni e la soddisfazione di utenti e clienti attraverso sondaggi e questionari. Dal racconto di Palma, emerge il ruolo della Digital Factory nell’integrare la duplice vocazione, applicativa e di servizio, che caratterizza ulteriormente un system integrator capace di intervenire in modo mirato su specifiche esigenze IT e condurre il cliente nei processi di innovazione digitale. Eustema mette a disposizione dei clienti un portafoglio di competenze di business (digital communication, legal, risorse umane, CRM, security, e-government, finance) e un catalogo altrettanto ampio di soluzioni “pacchettizzate”, in cui l’azienda riesce a distillare tutte queste competenze aggiungendo, a ciclo continuo, una buona dose di innovazione tecnologica e funzionale. A integrazione di tutto questo, c’è un solido substrato di collaborazioni con start up e provider tecnologici in segmenti di riferimento per soluzioni enterprise, come il digital media engagement, big data, GIS, data integration, infrastructure & security. Eustema porta con sé una quantità di certificazioni – sono oltre 500 – che qualificano ulteriormente l’azione dei tecnici che ingegnerizzano le soluzioni, erogano servizi e svolgono attività di consulenza, progettazione e implementazione.

Enrico Luciani e il team di innovazione

TRASMETTERE INNOVAZIONE

Una macchina complessa che necessita, come si è detto, di una regia particolarmente attenta ma soprattutto di persone pronte – e preparate – a mettersi in gioco in modo totale. È con questo preciso obiettivo – sottolinea Paola de Rosa, nella critica veste di responsabile della Direzione Innovazione – che in Eustema assume una importanza fondamentale la capacità di dialogo e la continua, reciproca fertilizzazione tra le direzioni, i laboratori e la Digital Factory. «Una contaminazione che coinvolge tutte le cinquecento persone della nostra organizzazione» – afferma Paola de Rosa, riferendosi tra l’altro a obiettivi piuttosto “aggressivi” di ulteriore, rapido allargamento di questa base con la previsione di oltre cento assunzioni nell’anno. «Scambio che a sua volta deve contribuire alla formazione tecnica e professionale, articolata in percorsi personalizzati e di gruppo, finalizzati alla crescita di competenze e professionalità dell’intera azienda». Questo percorso di crescita – prosegue Paola de Rosa, illustrando il ruolo che la sua direzione ha nella gestione complessiva del patrimonio di conoscenze di Eustema – prevede anche dei momenti formativi ad hoc, con una vera e propria Eustema Academy rivolta a neo-laureati e diplomati. Momenti che – sottolinea ancora la responsabile della Direzione Innovazione – «servono a dare spazio ai giovani talenti affinché possano creare nuove competenze. Abbiamo per esempio ragazzi inseriti in iniziative di training on the job, nei nostri laboratori o direttamente sui progetti di mercato affiancati da senior eccellenti su tecnologie di avanguardia, tesisti e dottorandi nelle aree della Ricerca».

La competence line di Eustema segue normalmente l’intero percorso dei talenti assunti, programmando per ciascuno un percorso di formazione e “job rotation” per favorire lo sviluppo e l’arricchimento di competenze individuali. Anche in questo, si scorgono i segni dell’impronta “olivettiana” che contraddistingue l’azienda. «Persino in fase di staffing dei singoli progetti – e in media parliamo di oltre trecento progetti di grande complessità attivi ogni anno – cerchiamo di costituire team di progetto non solo perché siano in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati, ma perché agiscano da ambiente formativo in base alla logica: insegna chi sa dare, impara chi sa ricevere». Negli ultimi 30 anni, Eustema ha scelto di svolgere la sua funzione innovatrice, in molte realtà “di sistema”, pubbliche e private, con una discrezione anch’essa molto olivettiana, facendo parlare le sue competenze più che il suo ufficio stampa. Forse non lo sappiamo, ma grazie a questa esperienza siamo tutti un po’ più nuovi e continueremo a esserlo.

Foto di Gabriele Sandrini

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Diversity management, la strategia dell’inclusione https://www.datamanager.it/2019/05/diversity-management-la-strategia-dellinclusione/ Tue, 07 May 2019 14:02:46 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186863 Diversità e inclusione sono estranee all’organizzazione produttiva e del lavoro? Non è così. Valorizzare le differenze significa aumentare la competitività e rafforzare l’employer branding In un mondo sempre più connesso e digitale, è forte la spinta al cambiamento e all’innovazione, che può derivare anche dall’emersione delle differenze. Oggi, l’inclusione è un valore sociale ed economico: […]

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Diversità e inclusione sono estranee all’organizzazione produttiva e del lavoro? Non è così. Valorizzare le differenze significa aumentare la competitività e rafforzare l’employer branding

In un mondo sempre più connesso e digitale, è forte la spinta al cambiamento e all’innovazione, che può derivare anche dall’emersione delle differenze. Oggi, l’inclusione è un valore sociale ed economico: difficile che nascano nuove idee dove vi è solo omogeneità di pensiero, di esperienze e di competenze. Per questo, anche in Italia, è di recente cresciuta l’attenzione per il diversity management, inteso come pluralità di strategie che le aziende promuovono per cambiare le caratteristiche del proprio ambiente di lavoro attraverso il reclutamento, l’inclusione e la promozione dei lavoratori e la valorizzazione delle diversità. Si tratta di un fenomeno complesso, ma favorito dalle normative più recenti su temi quali la lotta alla discriminazione, le pari opportunità e la sostenibilità.

I motivi che spingono le aziende a percorrere la strada del diversity management sono di carattere economico, produttivo e di immagine. Economici, perché la valorizzazione dell’eterogeneità si è rivelata fonte di innovazione, così come la differenziazione della forza lavoro rappresenta uno strumento che rafforza la competitività e la capacità di individuare servizi e prodotti che rispondano ai bisogni di consumatori/utenti diversi. Produttivi, perché le azioni di diversity management possono agire sia sul senso di appartenenza e identificazione della forza lavoro – riducendo il tasso di turn-over e di assenteismo – sia concorrere alla creazione di un miglior ambiente di lavoro – riducendo i tassi di conflittualità interna. Miglior ambiente di lavoro, perché si abbassa il contenzioso legato all’impugnazione di licenziamenti o di altri atti ritenuti discriminatori, temi entrambi valutati con grande attenzione dai Tribunali.


#Diversity Più valore alle #differenze per aumentare la competitività @UniolexStucchi
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D’immagine, perché le società possono valorizzare la propria capacità di composizione e gestione della forza lavoro, con effetti sul piano reputazionale e sulla capacità di attirare talenti. Nella pratica, le iniziative riconducibili al diversity management sono svariate: dalle strategie di reclutamento, volte a modificare la composizione della forza lavoro in un’ottica di maggior eterogeneità (per esempio, prevedendo obiettivi di reclutamento che favoriscano il gender-mix), ai programmi di formazione per aumentare le competenze necessarie a creare un ambiente di lavoro inclusivo, passando attraverso l’elaborazione di processi di valutazione e di incentivazione che tengano in considerazione le diversità presenti in azienda (per esempio, costruendo sistemi di remunerazione variabile che non penalizzino le lavoratrici assenti per maternità) e, infine, le iniziative per favorire la conciliazione vita-lavoro o i sistemi di welfare. In tutto ciò, un ruolo decisivo spetta alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale: esistono già casi di multinazionali che hanno introdotto la pratica della cosiddetta “esperienza immersiva” per sensibilizzare il proprio management a riconoscere le scelte che, seppur implicitamente, possono generare pregiudizi. Con la combinazione realtà virtuale-realtà aumentata, il manager/user si trova a interagire per alcuni minuti con un avatar su scenari di genere e, al termine dell’interazione, “scopre” se le sue decisioni hanno innescato pregiudizi. In una battuta: innovazione al servizio del benessere aziendale.


Avvocati Andrea Savoia partner e Marilena Cartabia senior associate – UNIOLEX Stucchi & Partners – www.uniolex.com

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Gestione forense del data breach. Ecco che cosa fare https://www.datamanager.it/2019/05/gestione-forense-del-data-breach-ecco-che-cosa-fare/ Tue, 07 May 2019 13:33:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=186858 In caso di data breach, il primo step consiste nell’acquisire e salvaguardare ogni fonte di prova, per l’avvio di un’azione legale al fine di tutelare gli interessi dell’azienda e degli stakeholder Secondo il nuovo Regolamento Europeo (art. 4, c. 12) per “violazione dei dati personali” – data breach – si deve intendere ogni violazione della […]

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In caso di data breach, il primo step consiste nell’acquisire e salvaguardare ogni fonte di prova, per l’avvio di un’azione legale al fine di tutelare gli interessi dell’azienda e degli stakeholder

Secondo il nuovo Regolamento Europeo (art. 4, c. 12) per “violazione dei dati personali” – data breach – si deve intendere ogni violazione della sicurezza che comporta accidentalmente o in modo illecito la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati. Quando si verifica un data breach, la prima preoccupazione è quella di ripristinare il corretto funzionamento dei sistemi, operazione che normalmente è affidata al reparto IT. Il ripristino delle funzionalità potrebbe comportare la distruzione anche accidentale delle prove della violazione. In caso di data breach, è importante prevedere una fase iniziale che riunisce i principali attori della gestione del data breach (gli esperti informatici forensi, il reparto IT, il team incident response e l’ufficio legale) al fine di valutarne la portata e la complessità, le possibili modalità di ripristino, nonché gli aspetti legali e di comunicazione. Le operazioni di ripristino devono salvaguardare le prove della violazione. Si potrebbe attivare il sito di disaster recovery per dare modo ai team coinvolti di condurre le analisi e indagini sul sito primario.

Se non si dispone di questa soluzione si dovrà necessariamente procedere – prima – alla cristallizzazione e raccolta delle prove – e solo dopo – avviare le procedure di sanitizzazione e ripristino dei sistemi. La forensics del data breach prevede che si individui il perimetro dei sistemi interessati dal breach per poter procedere alla raccolta dei log dei sistemi, alla raccolta dei dati storicizzati del SIEM, all’analisi forense live dei sistemi, fino alla copia forense dei dischi, o delle virtual machine. Il momento in cui si verifica il breach e quello in cui se ne prende coscienza sono ben distinti e spesso lontani nel tempo. Chi accede a un sistema informatico in maniera illecita cercherà di cancellare le proprie tracce. Se è stata implementata una politica di forensics readiness – ovvero una raccolta sistematica e preventiva delle “prove” attraverso per esempio la centralizzazione dei log dei firewall, dei sistemi e degli applicativi – si potrà contare su quei dati storici, tamper proof, per ricostruire il dettaglio dei fatti, i tempi e le modalità con cui l’ospite ha avuto accesso ai sistemi e ai dati. La gestione forense di un data breach consente di raccogliere a livello preventivo (forensics readiness) e con metodi forensi, elementi probatori rispetto alle circostanze in cui è maturato il data breach. Le prove così raccolte saranno di supporto per l’eventuale notifica e documentazione dei fatti al Garante, ma anche per l’avvio di un’azione legale di tutela aziendale.

L’azienda si deve infatti tutelare rispetto a un accesso illecito ai dati personali, magari con l’aggravante dell’accesso abusivo o del danneggiamento, ma deve anche considerare la possibilità, che le analisi forensi possono eventualmente confermare, che l’ospite ha usato i sistemi aziendali come teste di ponte per condurre attacchi. Anche le assicurazioni, che sempre più spesso assicurano il rischio cyber, sono e saranno sempre più interessate a una analisi forense del data breach. Attualmente, a fronte di un data breach, non viene chiesta una perizia informatica, ma con la crescita dei sinistri in questo settore assicurativo, le compagnie, prima di liquidare un danno, chiederanno di produrre prove “certificate”, accettate in giudizio, e magari una relazione di un consulente informatico forense che spieghi il come, il quando, il perché e con quali modalità si è sviluppato il data breach e dia all’assicurazione garanzia di autenticità e veridicità dei fatti. Oggi, la sicurezza e protezione dei dati, personali e non, è fattore irrinunciabile per le aziende, inoltre con il GDPR anche la loro violazione richiede specifiche attenzioni.

Alessandro Fiorenzi membro del comitato scientifico CLUSIT

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