rivistanovembre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:15:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistanovembre2017 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Classifica Top 100, cavalli di razza https://www.datamanager.it/2017/11/classifica-top-100-cavalli-razza/ Mon, 27 Nov 2017 11:54:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136261 Le trentuno edizioni della Classifica Top 100 di Data Manager rappresentano lo sforzo non solo di leggere il quadro di insieme del settore IT, ma di valorizzare gli operatori italiani del comparto Software e Servizi Tutte le aziende della Classifica sono cavalli di razza. Anche quelle che sono rimaste fuori per poco. Quelle che hanno […]

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Le trentuno edizioni della Classifica Top 100 di Data Manager rappresentano lo sforzo non solo di leggere il quadro di insieme del settore IT, ma di valorizzare gli operatori italiani del comparto Software e Servizi

Tutte le aziende della Classifica sono cavalli di razza. Anche quelle che sono rimaste fuori per poco. Quelle che hanno perso qualche posizione perché il mercato è cresciuto. O quelle che non avevano un bilancio consolidato o erano impegnate in operazioni di fusione e acquisizione, al momento del rilevamento dei dati. Se – però – il ranking non è così importante, se gli indici di performance non devono essere considerati come valori assoluti, ma calati nel contesto, e correlati nel modo corretto alla luce di tutte le variabili del mercato e della competition – qual è il valore della Classifica? Non certo, quello delle guide blasonate che in questo stesso periodo distribuiscono forchette, stelle e calici ai campioni dell’enogastronomia globale – per quanto – la gestione di un “fornello” a legna sarebbe una buona scuola di gestione aziendale per manager in cerca d’autore. E neppure, quello delle classifiche calcistiche, con annesso mercato delle figurine.

Le trentuno edizioni della Classifica di Data Manager rappresentano lo sforzo non solo di leggere il quadro di insieme del settore IT, ma di valorizzare gli operatori italiani del comparto software e servizi. Non ci interessano i punteggi e neppure le gerarchie di numeri che non sono capaci di rappresentare il valore e la storia di un’impresa. Non ci interessa appagare la voglia di protagonismo né fornire nuovo materiale per il titolo di un comunicato stampa. Quello che cerchiamo di fare, grazie all’aiuto degli analisti di IDC Italia, è fornire spunti di riflessione sui risultati raggiunti dalle imprese in un contesto economico, sociale e storico di un’Italia sempre più complessa, che ha bisogno di cambiamento ma che non riesce a esprimere tutte le potenzialità.


#Top100 Le aziende della Classifica sono cavalli di razza @IDCItaly
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Le imprese più innovative hanno la responsabilità di essere service provider, business partner e digital leader anche per il Paese. Dai CIO delle imprese della Classifica, arriva una lezione importante. Nella corsa al cambiamento e alla trasformazione dei modelli di organizzazione e di delivery dell’IT, bisogna avere chiara l’idea di futuro. Bisogna avere il coraggio della discontinuità, ma anche la capacità di preservare il valore della continuità. Perché l’IT non può essere fine a se stessa, ma deve portare valore nuovo alle imprese. Le tecnologie accorciano le distanze sui mercati, rimodulano il rapporto tra vendor e partner di canale, e impongono alle imprese di rifocalizzare l’offerta. Le grandi aziende come le più piccole hanno imparato che è più facile essere resilienti non restando da sole. Queste imprese hanno reagito alla crisi e si sono rinnovate, mantenendo la capacità di ascolto del cliente, la voglia di innovare e soprattutto di imparare dai propri errori. Non possiamo più parlare di crisi. Siamo all’inizio di una rivoluzione. L’Industry 4.0 sta smuovendo le acque anche nei settori più tradizionali. E l’impatto dell’intelligenza artificiale sul business, sull’informatica gestionale, sull’implementazione dell’IoT, è tutto ancora da valutare e richiederà di creare nuove inedite alleanze. Sostenibilità, crescita, energia, sicurezza, salute e lavoro sono le sfide che abbiamo davanti.


#Top100 Il valore della Classifica oltre il ranking @IDCItaly
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Non è più il momento di “rompere”, di essere “disruptive” e di andare sempre più veloci, ma di fermarsi e riflettere. Se trasformeremo le case, le auto, le città, gli ospedali, i luoghi di lavoro e di consumo in “scatole nere”, saremo in grado di attingere alla più grande riserva di capacità di risoluzione di problemi per fare le domande giuste? La risposta è una sola: se utilizzeremo l’intelligenza artificiale solo per vendere un paio di scarpe in più, non solo avremo sprecato la straordinaria opportunità di capire di più il mondo, ma avremo commesso l’errore di adattare il nostro mondo all’ambiente operativo di una macchina, e non viceversa. E il costo per scelte non fatte o fatte male sarà altissimo.

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IoT e sicurezza? Si può fare! https://www.datamanager.it/2017/11/iot-sicurezza-si-puo/ Mon, 27 Nov 2017 11:35:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136257 Gli oggetti intelligenti hanno conquistato un posto stabile nella vita di ciascuno di noi, ma saranno anche in grado di non invadere la nostra privacy e di non essere una facile porta di accesso alle minacce informatiche più temute? In Europa mancano in questo momento vincoli stringenti per i produttori di oggetti IoT. Siamo solo […]

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Gli oggetti intelligenti hanno conquistato un posto stabile nella vita di ciascuno di noi, ma saranno anche in grado di non invadere la nostra privacy e di non essere una facile porta di accesso alle minacce informatiche più temute? In Europa mancano in questo momento vincoli stringenti per i produttori di oggetti IoT. Siamo solo agli inizi di un cammino verso la standardizzazione all’interno di un framework condiviso

Un attacco DDoS manda knock-out KrebsOnSecurity, un sito specializzato in sicurezza, inondandolo di oltre 600 Gbps di traffico generato da centinaia di migliaia di dispositivi (router privati, fotocamere IP, DVR e altri dispositivi) connessi a Internet con password deboli. Un attacco portato a termine, secondo Akamai, facendo leva su tecniche tutt’altro che sofisticate. Semplici query (flussi SYNC, GET, POST) verso il sito attaccato; exploit di vulnerabilità note di protocolli di comunicazione come il GRE (generic routing encapsulation) utilizzato nelle comunicazioni peer-to-peer. Nemmeno un mese dopo, si replica. Questa volta l’attacco manda a gambe all’aria i server di Dyn, la società che fornisce il servizio di DNS a svariati OTT, bloccando l’accesso a gran parte dei siti della East Coast. Anche questa volta, il meccanismo è di canalizzare le debolezze di migliaia di webcam connesse a Internet, vulnerabilità che costringono il produttore cinese HangZhou a richiamare in fretta e furia dal mercato i modelli bucati. Secondo le stime degli analisti, (più volte riviste al rialzo) gli oggetti connessi nel 2017 sarebbero più di 8,4 miliardi. La cifra supererà i 20 miliardi entro il 2020 (fonte Gartner). Ma siamo solo all’inizio del fenomeno IoT. In un futuro non troppo lontano, qualsiasi oggetto munito di sensore sarà collegabile a Internet. Che cosa questo possa significare in termini di sicurezza per ora solo la fantascienza e qualche temerario sono in grado di descrivercelo.

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LE DEBOLEZZE IRRISOLTE DELL’IOT

Sulla rete sono esposti una marea di oggetti insicuri sino al midollo. Il sito www.shodan.io è un motore di ricerca che raccoglie immagini da webcam private non protette, installate presso uffici, parchi, terreni coltivati, piste da sci, laboratori, negozi al dettaglio, grandi magazzini. Persino scuole, piscine e culle. Basta un account per constatarlo con i propri occhi. Le webcam non sono gli unici oggetti attestati in rete. Ci sono sensori installati su orologi e braccialetti intelligenti, contatori elettronici e termostati, soluzioni per la gestione delle flotte aziendali, la tracciabilità dei prodotti, il monitoraggio del traffico cittadino. Una pletora di device connessi, moltiplicatisi per effetto degli ormai ridotti costi di produzione, fabbricati da aziende con una cura costruttiva verso la sicurezza a dire poco scarsa. Oggetti che di smart non hanno quasi nulla. Le responsabilità non sono solo ovviamente dei produttori. Dalle vulnerabilità connesse al modo in cui questi oggetti si collegano a Internet all’integrazione di questi progetti IoT all’interno delle aziende, le responsabilità sono molto ampie e la consapevolezza dei rischi, ancora troppo bassa. Senza dimenticare tutto il filone relativo alle responsabilità di chi utilizza questi oggetti, ancora poco propensi a considerare le conseguenze a cascata di una violazione. «L’adozione di soluzioni IoT porta con sé innumerevoli opportunità, ma nasconde anche diversi fattori di rischio che, se non considerati, possono facilmente trasformare un driver competitivo in un’ulteriore complessità da dover gestire» – osserva Antonio Bosio, product and solutions director di Samsung Electronics Italia.


#IoT #sicurezza 8,4 miliardi gli oggetti connessi nel 2017 #Gartner
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Ma è un fatto che molti dispositivi collegati dispongono di limitati controlli di sicurezza e sono pronti per connettersi alla rete semplicemente lasciando loro in pancia le credenziali di default fornite dal costruttore. A quel punto basta trovarne uno online non sicuro, per provocare danni. «Secondo i nostri ricercatori abbiamo superato il numero di settemila campioni di malware che prendono di mira i dispositivi smart e oltre la metà di questi è emersa nel 2017» – mette in guardia Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab. «Oggi, assistiamo alla proliferazione di attacchi su apparati molto differenti rispetto ai pc. Tutti i dispositivi connessi possono essere compromessi e fino a oggi sono stati prodotti molti strumenti, software o dispositivi, che non includono una security by design» – avverte Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia. Alla scarsa qualità realizzativa, si deve poi aggiungere il fatto che spesso questi dispositivi si basano su Linux. «Fattore che semplifica il lavoro dei criminali, che possono scrivere codici nocivi generici per colpire un numero elevato di dispositivi» – osserva Lehn di Kaspersky Lab. Dal punto di vista legislativo, mancano in questo momento nell’Unione europea vincoli stringenti per i produttori. Dopo il parere ufficiale su privacy e sicurezza in ambito IoT – contenente linee guida che produttori di IoT, sviluppatori e terze parti devono applicare nel rispetto della normativa vigente – espresso dal Gruppo di lavoro Articolo 29 (Article 29 Working Party), nel già lontano settembre 2014, non sono stati compiuti sostanziali passi avanti. Neppure oltreoceano, le cose vanno meglio.

Negli USA, la Federal Trade Commission (FTC) aggiorna con cadenza annuale la propria guida “Security Best Practices for IoT manufacturers”, ma non avendo in materia alcun potere sanzionatorio, i risultati sono ancora deludenti. Un vuoto legislativo nel quale i costruttori si sono inseriti stabilmente. Come dimostra la scarsa sensibilità ai temi della sicurezza. Almeno fino a questo momento e solo in parte mascherata da proposte risibili come quella di assegnare ai dispositivi IoT un “rating” di qualità simile a quello impiegato per assegnare un punteggio di sicurezza agli autoveicoli. Inutile dirlo, i timori di una eccessiva regolamentazione dominano la scena presso i costruttori IoT, che preferiscono di gran lunga continuare a operare entro l’attuale mancanza di regolamentazione. «I produttori non hanno nessun vincolo da questo punto di vista. Se non di natura tecnica. Infatti, è sufficiente che il prodotto sia interoperabile con i protocolli più comuni» – conferma Mauro Cicognini, membro del comitato direttivo di CLUSIT, l’associazione italiana per la sicurezza informatica. Una situazione che consente ai produttori tutta la discrezionalità sul rilascio delle informazioni circa le modalità di conservazione e finalità dei dati raccolti. Una situazione che il nuovo regolamento GDPR impatterà sicuramente, ma con effetti ancora tutti da valutare. A nulla vale l’obiezione che il trattamento svolto dai dispostivi connessi non rientri nel campo di applicazione del GDPR che invece vede come soggetti attivi le persone fisiche e quelle giuridiche. Le parti del regolamento che riguardano però la disciplina della “privacy by design” e della “privacy by default”, insieme alla valutazione di rischio privacy e all’obbligo di notifica in caso di data breach, rappresenteranno anche dei paletti per le dinamiche in atto nel mondo dell’IoT.


#IoT #sicurezza Nel 2016 il fatturato IoT vale 11 miliardi di dollari @IDCItaly
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IOT, LE PRINCIPALI SFIDE DI SICUREZZA CHE CI ATTENDONO

L’IoT richiede modalità di sicurezza “by default”, in particolare sulle password. Sicurezza nativa a protezione del firmware a partire dalla fase di progettazione dell’oggetto. Tecniche di cifratura e autenticazione estese non solo ai dispositivi IoT cosiddetti critici. Entriamo un po’ più nel dettaglio di questi aspetti.

Crittografia – A Berkeley, California, un pool di ricercatori ha messo a punto dei sensori wireless grandi quanto un embrione (tre millimetri), posizionabili all’interno del corpo umano per tenere traccia delle nostre attività fisiche, stimolare cervello e muscoli, monitorare il funzionamento di alcuni organi. Più di recente secondo quanto riporta la rivista specializzata ACS Sensors, un altro team di ingegneri ha sviluppato Earable, un sensore stampato in 3D, indossabile dall’orecchio umano per monitorare la temperatura corporea in tempo reale in modo non invasivo. Sensori di dimensioni maggiori, alimentati da batterie, sono già in commercio. Il loro limite maggiore in un’ottica di sicurezza è dato dalla quantità ridotta di RAM (meno di 64 byte). Una costrizione importante per riuscire ad applicare la crittografia. Da anni, per superare queste limitazioni sono allo studio algoritmi e tecnologie specifiche come la crittografia leggera (LWC). Con risultati però ancora discussi. Soprattutto, se considerati in vista dell’obiettivo di standardizzare il livello di sicurezza di questi “mattoncini” indispensabili per l’IoT. «La crittografia leggera ha fatto buoni progressi» – spiega Candid Wüest, threat researcher di Symantec (www.symantec.com/it). «Spesso però molto dipende dal campo specifico di applicazione. Per alcune applicazioni, velocità e bassa latenza sono più importanti del codice e del ristretto quantitativo di memoria a disposizione». Ambiti in cui più che la riservatezza conta la correttezza del dato. «Non penso ci sia bisogno di ipotizzare pesanti necessità di crittografia dovunque» – concorda Cicognini di CLUSIT. «Pensiamo al rilevamento della temperatura in una stazione turistica, informazione che deve passare attraverso controlli di integrità prima di essere trasmessa in broadcast. In questo caso, più che pensare a una crittografia integrale dei canali di trasmissione, si tratta al massimo di firmare digitalmente qualche decina di bit». L’utilizzo della crittografia può essere limitato anche all’interno di perimetri semichiusi come quelli di un impianto industriale. «Qui il sensore – che sia wireless, alimentato a batteria e con capacità di comunicazione e trasporto limitati – parla con dispositivi localizzati all’interno della struttura, tipicamente una linea di produzione oppure una macchina. Quindi si rientra in una categoria di connessioni, già all’interno di un perimetro controllato, che in qualche modo subiscono meno questa necessità» – spiega Fabio Massimo Marchetti, presidente WG Software Industriale di ANIE Automazione. 

Aggiornamento dei dispositivi – In generale, l’aggiornamento affidabile del software sui sensori rimane un’operazione tutt’altro che automatica. Pur con alcuni distinguo, numerose tipologie di sensori non sono a oggi aggiornabili. Altri, come quelli a funzione singola, possono essere aggiornati solo dal vendor che li ha prodotti. Inoltre, per ora, soprattutto i dispositivi multifunzione montano onboard software sviluppato da fornitori terzi. «La presenza nei dispositivi IoT di un meccanismo built-in di aggiornamento che ricerchi e installi in modo sicuro gli aggiornamenti è molto importante» – afferma Wüest di Symantec. «Automatismo che se anche ci fosse, manterrebbe comunque inalterato il rischio di manomissione dell’aggiornamento da parte di un malware quando gli update non sono protetti da crittografia». Eppure, sulla carta, la gestione delle patch sembra sempre un problema risolto. «In realtà – afferma Cicognini – in tutte le organizzazioni di ogni dimensione, vedo la stessa difficoltà di tenersi in pari anche solo con le patch di sicurezza rilasciate dai vendor». Non solo. «L’esperienza dimostra che la soluzione pratica del problema è assai più complicata di quanto si potrebbe pensare». Soprattutto quando gli aggiornamenti interessano un parco macchine esteso. «In questo caso, sarebbe preferibile disporre di un sistema di aggiornamento (OTA – over the air). E questo perché agire manualmente su centinaia di oggetti comporta costi notevoli in termini di tempo e risorse» – concorda Wüest. Di certo la negligenza dei produttori nel rilascio di update e firmware moltiplica la presenza di dispositivi connessi potenzialmente vulnerabili. Che si aggiungono a quelli già compromessi. Con conseguenze che cominciamo solo adesso a valutare concretamente.


#IoT #sicurezza L’IoT opportunità ma anche fattori di rischio
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Raccolta dati – Un sensore che raccoglie dati sull’inquinamento dell’aria non pone particolari problemi per la privacy delle persone. Non sarà così per quelli che presto potranno essere inseriti nel corpo umano per monitorare la pressione arteriosa oppure il battito di un cuore meccanico. Su questi aspetti, l’opera di sensibilizzazione sulla necessità di limitare la quantità di informazioni destinate all’archiviazione – restringendo i tempi di conservazione e di cancellazione nel momento in cui non si presenta più alcuna utilità generale – è solo agli inizi. In realtà, fatichiamo ancora a convincere tutti che limitare la raccolta dei dati incide sulla diminuzione dei rischi legati alla privacy. Mentre al contrario, lo sviluppo di repository distribuiti zeppi di grandi quantità di informazioni rappresentano una preda irresistibile per i criminali. Attualmente, ci si scontra con la netta opposizione da parte delle aziende, in genere molto più propense a sostenere che eventuali limiti alla raccolta dei dati pregiudichino gli impieghi innovativi di un prodotto o un servizio. Ma finché mancherà un’autorità indipendente che si preoccupi di sanzionare la scarsa qualità costruttiva di questi oggetti, sarà difficile sperare in un’inversione di rotta.

IL RUOLO DEI PRODUTTORI IOT

Ci sono una serie di aspetti che le aziende dovrebbero tenere in considerazione nella progettazione degli “oggetti” connessi. Come la valutazione dei rischi relativi alla privacy e alla sicurezza. La riduzione allo stretto necessario dei dati raccolti dal dispositivo e trattenuti dalle aziende. La predisposizione di test specifici sulla sicurezza prima del rilascio dei prodotti, oppure il monitoraggio del prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita, per mettere una “toppa” alle vulnerabilità che potrebbero emergere. Richieste in parte formalizzate nel nuovo regolamento europeo GDPR che ha introdotto i concetti di “privacy by default”, la necessità cioè di tutelare la vita privata dei cittadini come impostazione predefinita dell’organizzazione aziendale e di “privacy by design”, il principio secondo cui la protezione dei dati debba avvenire fin dalle fasi di disegno e progettazione di qualsiasi processo aziendale. In questo momento, però, la sensazione è che sia ancora bassa la consapevolezza dei rischi associati a questi oggetti. «Un produttore razionale credo dovrebbe cercare di sapere in anticipo se si sta andando verso un punto di rottura, e cercare di prevenirlo per evitare che il cliente perda fiducia nel suo prodotto» – afferma Cicognini. «Non sono certo che tutti i produttori lo siano – tuttavia – immagino che la maggior parte cercherà di introdurre più sicurezza nei loro prodotti». Il cammino verso la standardizzazione di prodotti e servizi entro un framework condiviso in grado di offrire le opportune garanzie è solo agli inizi. Ragione per cui – «invece di cercare di inseguire questo obiettivo a livello mondiale, sarebbe meglio creare un framework all’interno del quale formulare proposte a livello di architettura, per tutti i vari componenti, fino al livello dei sensori» – rileva Roberto Cazzetta, marketing director Switzerland & Italy di Equinix. «L’IoT come lo viviamo oggi non sarà lo stesso fra 5 o 10 anni, perché è un mercato in continua evoluzione in tutte le sue varie componenti. Un framework non troppo complesso potrà tenere il passo di questa evoluzione, rendendo più facile convincere la maggior parte degli attori coinvolti nello sviluppo di prodotti IoT a operare al suo interno». Detto questo, il legislatore europeo così come ha fatto in altri mercati, potrebbe e dovrebbe intervenire per disporre di obblighi di sicurezza cogenti. «Anche se questo comporterebbe maggiori spese per il cliente, e maggiore complessità per il produttore» – afferma Cicognini. «Sappiamo però che gli effetti nel medio periodo sono benefici perché accrescono la fiducia nei prodotti, portando a una maggiore espansione del mercato. Senza dimenticare che il rispetto della legge anche in un solo paese, potrebbe innescare fenomeni di traino virtuoso verso altri paesi e altri produttori».


#IoT #sicurezza Il regolamento #GDPR come impatterà il mercato ?
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CONCLUSIONI

Diciamolo chiaramente: sinora alle aziende che ci proponevano lo spazzolino smart o la padella intelligente che ci segue passo passo nel preparare la ricetta preferita, della sicurezza ha importato poco. Certo continuiamo a sentirci ripetere che l’Internet delle Cose è già una realtà e che ancora prima di accorgercene gli smart “qualcosa” entreranno in pianta stabile nelle nostre vite. Si tratta di un rumore di fondo che ha già reso più rarefatte le voci critiche nella partitura mainstream intonata dai cantori delle meraviglie dell’IoT. Le previsioni in tal senso sono chiare. IDC stima che lo scorso anno il fatturato complessivo del comparto ha superato gli undici miliardi di dollari (11,2 miliardi di dollari) e raggiungerà i ventuno (21,2 miliardi di dollari) entro il 2022, con un CAGR totale del 13,7% nel periodo considerato (2016-2021). Accantoniamo per un attimo la domanda che comunque dovranno porsi tutti coloro che hanno deciso di scommettere sull’IoT – capire cioè se e fino a che punto ci saranno delle persone disposte a pagare per assicurarsi servizi di questo tipo, perché questo dipenderà dall’utilità e dall’esperienza d’uso collegate. La vera scommessa sarà lato B2B. I sensori permetteranno di trasformare fabbriche, edifici, auto, città e case in scatole nere della conoscenza. Come e chi accederà a questo patrimonio di informazioni, su cui allenare gli algoritmi di machine learning e costruire nuove applicazioni di intelligenza artificiale? Non possiamo banalizzare l’IoT riducendolo a un insieme di gadget a cui abbiamo aggiunto il suffisso “smart” solo per far brillare gli occhi dei consumatori.

Oggi, forse c’è minor ottimismo al riguardo, perché si inizia a riconoscere che dovremo essere in grado di governare la rete estesa di questi oggetti. L’IoT accelera la fusione tra mondo fisico e virtuale. L’erosione della nostra sfera più intima da parte di sensori e dispositivi – più o meno invasivi – ci mette davanti a una serie di sfide impegnative e ineludibili. Per questo ci si augura che diventi continuo e costruttivo il dialogo tra legislatore e società civile, associazioni e università, produttori e system integrator, affinché si diffonda una cultura sempre più consapevole della sicurezza. Che non neghi le straordinarie potenzialità messe a disposizione dall’IoT, ma neppure sottovaluti la necessità di misure concrete a tutela della nostra sfera privata. La buona notizia è che con circa 20 miliardi di device IoT connessi entro il 2020, è difficile pensare che il tema della sicurezza non sarà al centro dell’attenzione nei prossimi anni.

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Metti la potenza degli analytics nel motore del tuo business https://www.datamanager.it/2017/11/metti-la-potenza-degli-analytics-nel-motore-del-business/ Mon, 27 Nov 2017 11:23:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136252 IoT e industry 4.0. Piattaforme analytics disponibili sul cloud, soluzioni specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain e soluzioni avanzate di predictive analytics. Le aziende manifatturiere e retail che hanno adottato soluzioni analitiche hanno migliorato risultati operativi e performance di business. Tra le priorità di CIO e CMO, l’innovazione aziendale IT-based, l’automazione dei processi […]

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IoT e industry 4.0. Piattaforme analytics disponibili sul cloud, soluzioni specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain e soluzioni avanzate di predictive analytics. Le aziende manifatturiere e retail che hanno adottato soluzioni analitiche hanno migliorato risultati operativi e performance di business. Tra le priorità di CIO e CMO, l’innovazione aziendale IT-based, l’automazione dei processi e il rinnovamento delle infrastrutture

Catturare le informazioni è fondamentale, ma il vero valore non risiede nella semplice raccolta, ma nella capacità di interpretare i dati per generare un valore reale per il business, come ci spiega Valter Cavallino, competence center manager information management di System Evolution, azienda di Kirey Group.  La competenza di System Evolution sta proprio nella capacità di trasformare i dati sfruttando strumenti in grado di dare loro forma e valore. Gli analytics consentono di costruire modelli capaci di descrivere la realtà, cogliendo i flussi dei processi interni ed esterni, per ottenere una comprensione reale e dinamica di ciò che accade e poter guardare al futuro con una capacità previsionale prima impensabile. Per le aziende questo si traduce nell’opportunità di anticipare le esigenze interne ed esterne, ridurre i rischi, accelerare il time-to-market dei prodotti, garantire processi affidabili ed essere maggiormente conformi alle normative. «Noi per primi – continua Valter Cavallino – abbiamo adottato gli analytics in azienda per gestire lo stato dei progetti, pianificando il lavoro dei consulenti e monitorando i processi in corso, per ottimizzare l’allocazione delle risorse e prevedere quali skill inserire in azienda in modo da affrontare eventuali picchi di richieste e cogliere meglio nuove opportunità di business». Grazie all’integrazione nei sistemi gestionali, questi strumenti si stanno ritagliando un ruolo molto importante all’interno delle aziende. Infatti, poter utilizzare gli analytics per analisi in tempo reale sul lavoro che si compie quotidianamente nelle organizzazioni garantisce ai processi decisionali analisi più rapide e più corrette, e facilita la definizione delle modifiche necessarie ai processi aziendali e ai modelli di business.

IL PUNTO DI VISTA DI IDC

Conferma Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia: «L’impiego dei dati per la gestione dell’efficienza operativa sta diventando un tema centrale nello sviluppo dei sistemi informativi del settore manifatturiero, soprattutto in un momento in cui il comparto istituzionale pone con sempre maggiore insistenza, attraverso tanti bandi e misure di supporto agli investimenti, la necessità di sviluppare un piano strategico nazionale per l’Industry 4.0». Quando si guardano più nel dettaglio gli ambiti tecnologici di investimento – spiega Vercellino – si osserva come il tema dell’efficienza operativa indirizza «verso le piattaforme di analytics disponibili sul cloud (oltre la metà delle imprese nel sotto segmento), soluzioni di analytics specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain (circa il 40%) e soluzioni avanzate di predictive analytics (circa il 20%)». Un tale pattern di investimento è tipico soprattutto delle aziende manifatturiere che hanno già intrapreso negli ultimi anni un percorso di digitalizzazione che le ha portate a consolidare le piattaforme di data management e la sicurezza dei sistemi informativi. Da alcune ricerche condotte da IDC in Italia emerge con chiarezza che le imprese del manifatturiero focalizzate sull’ottimizzazione e l’efficientamento dei processi produttivi hanno priorità IT chiare per il 2017: «In primo luogo, la necessità di sostenere l’innovazione aziendale IT-based (36%), a riprova del fatto che il senso di urgenza rispetto la tematica è ormai ampiamente avvertito in uno strato sempre più vasto del tessuto aziendale; seguono il tema dell’automazione dei processi (32%) e del rinnovamento delle infrastrutture (23%), che delineano, almeno in parte, le direttive strategiche fondamentali che tante imprese stanno intraprendendo in questi giorni».


#Analytics Quali sono le priorità di #CIO e #CMO per migliorare l’efficienza operativa?
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VALORIZZARE I DATI FA BENE AL BUSINESS

Oggi, per restare competitivi, bisogna essere molto più veloci e flessibili rispetto al passato: l’analisi dei propri dati in tempo reale fa comprendere ancor prima le logiche e le dinamiche del proprio business, e facilita l’innovazione dei processi. I dati hanno un grande valore: se sono analizzati correttamente, le informazioni contenute possono portare realmente a incrementare profittabilità e competitività. Sembra un concetto ovvio – condivisibile da tutti – ma nella realtà, non è stato completamente assimilato. Infatti, non tutte le aziende analizzano veramente i propri dati per migliorare il proprio business, e questo è vero soprattutto nelle realtà più piccole che operano nel nostro Paese, anche se negli ultimi anni in questo settore di mercato si nota un aumento di interesse per queste tematiche. Questi strumenti non sono ancora tanto diffusi nonostante, secondo alcuni studi, le aziende che sanno valorizzare i propri dati fanno registrare margini lordi superiori rispetto a quelle che non lo fanno. Negli ultimi anni, pressate dalla crisi e dalle richieste dei clienti che chiedono una maggiore reattività nelle risposte, le aziende si sono dovute adeguare cambiando modelli operativi e di business, puntando in modo deciso su qualità, efficacia e tempestività. Grazie agli analytics, lo studio approfondito dei processi interni, delle relazioni con clienti e fornitori, della situazione finanziaria e dei magazzini, in molte realtà ha contribuito al taglio dei costi, al recupero dell’efficienza e a una migliore reattività rispetto alle richieste del mercato. Nelle realtà dove sono state compiute queste attività, gli analytics hanno permesso di passare indenni gli anni del non facile periodo economico.

Oggi – anche con una diversa e migliore congiuntura – il conto economico continua a beneficiarne. Questi strumenti stanno facilitando il miglioramento in tutta l’organizzazione. Per ottimizzare il sistema logistico in uscita, per esempio, si possono incrociare dati di consegna e di spedizione, informazioni sui veicoli e tragitti, dati presenti sull’ordine di acquisto, altri dati provenienti dai sensori presenti su pallet e container: i responsabili delle operations sono in grado di sapere esattamente non solo dove si trova una spedizione, ma anche le sue condizioni e le prestazioni del mezzo di trasporto. In più, possono fare analisi su profittabilità, percentuali di utilizzo, frequenze di spedizione e valutare quale dovrà essere la capacità per ogni linea, e con che frequenza. Analizzando i documenti (ordini d’acquisto e fatture ricevute da fornitori, ma anche ordini dei clienti, documenti di trasporto e fatture emesse) si possono trovare facilmente informazioni utili e indicazioni per migliorare efficienza operativa e margini. Analisi più approfondite su alcune informazioni di dettaglio contenute nei documenti – come orari di consegna, quantità e descrizione degli articoli consegnati, importi delle fatture, percorsi compiuti – evidenziano altre informazioni che danno nuove possibilità di migliorare l’efficienza. Un altro esempio è legato all’analisi delle stagionalità negli ordini: analizzare, quando sono disponibili, un adeguato numero di anni di dati storici, opportunamente pesati per evidenziare i trend, facilita la previsione dei volumi di domanda lungo l’anno, così che si possono adeguare produzione e livelli di scorte a quanto verrà richiesto. Questi sistemi sono anche usati per la valutazione dei fornitori, sia per l’analisi delle performance storiche, confrontate tra loro per avere una classifica per ogni tipologia di prodotto, sia per individuare in anticipo situazioni di potenziale anomalia o problema, così da porre in atto azioni correttive preventive. Altri esempi potrebbero essere fatti, perché tutti i processi aziendali, e le relazioni con il mondo esterno, possono essere rese più efficienti, in alcuni casi re-ingegnerizzati, grazie agli analytics.

UTILI PER INNOVARE

Le soluzioni analitiche innescano processi di innovazione volti al raggiungimento dell’eccellenza nelle prestazioni e all’acquisizione di vantaggio competitivo. A confermarlo è Stefania Donnabella, amministratore delegato di Cegeka. «Conoscere il cliente significa migliorare il servizio, aumentare l’efficienza, massimizzare le iniziative di cross selling e up selling, raffinare le azioni di vendita, contenere i costi. Anche il cliente trae benefici quando l’azienda conosce le sue abitudini, le sue preferenze. I benefici si traducono in soddisfazione, fiducia, valore concretamente percepibile. E dovremmo poi parlare di IoT e di quanti benefici e cambiamenti lo studio dei dati porta nei programmi di Industria 4.0» – spiega Stefania Donnabella. In tutti i casi, i benefici portati dallo sviluppo e dall’utilizzo di sistemi integrati con analytics sono evidenti anche per Francesco Stolfo, partner di ToolsGroup: «La nostra esperienza riguarda l’impatto degli analytics sullo studio della domanda in ogni settore. In particolare, mi riferisco all’impatto dei fattori esogeni (tempo meteorologico, andamenti macroeconomici…) ed endogeni (azioni promozionali dirette, advertising, nuovi prodotti…). Queste tecniche di analisi hanno effetti significativi a vari livelli. Prima di tutto, una migliore accuratezza delle previsioni (riduzione dell’errore di previsione). Gli analytics permettono di modellare più facilmente i fattori esogeni ed endogeni, e di conseguenza, la previsione è più accurata. Si ottiene anche una riduzione degli immobilizzi di capitale dovuti alla maggiore efficienza della pianificazione della supply chain. Poi, la riduzione delle voci di spesa dedicate alle attività di marketing grazie ad analisi più oggettive e mirate sugli effetti delle singole attività». Si tratta di un enorme contributo degli analytics nel rendere i processi di pianificazione e controllo sempre più automatizzati. «Con la raccolta dei numerosi dati correlati è possibile costruire modelli auto-adattativi capaci di governare, in automatico, complessi sistemi di produzione e di distribuzione: fino a poco tempo fa questo richiedeva numerosi addetti».


#Analytics Gestione della #supplychain e #predictiveanalytics, crescono gli investimenti
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LA RISPOSTA A TANTE DOMANDE

Gli analytics permettono di rispondere alle tante domande che, ogni giorno, vengono fatte in milioni di aziende sparse nel mondo. La raccolta delle informazioni che formano i cosiddetti big data ha lo scopo di dare delle risposte. Per essere pratici – suggerisce Maurizio Manera, retail sales manager di Gruppo Sintesi – proviamo ad analizzare le domande del mercato del retail, quello più interessato a questa tematica. «Per i marketer ci sono diversi quesiti che vale la pena porsi, in primo luogo quello di misurare l’efficacia delle promozioni e delle pubblicità. Mutuando concetti tipici dell’e-commerce nascono altre due domande importanti. Quali prodotti i miei clienti tendono a comprare assieme? Quali opportunità di cross-selling o di up-selling? Il prezzo di vendita è un altro fattore. Quale è il prezzo che massimizza il profitto? Quanto influisce lo sconto sulla decisione dei consumatori? Queste domande non sono certo nuove, dov’è allora che gli analytics generano così tanto interesse? Nella velocità di risposta, nel livello di dettaglio e soprattutto nella possibilità di combinazione di più fonti di dati spesso indipendenti tra loro». La velocità apre due prospettive: «La più immediata è quella di una maggiore efficienza operativa, la seconda è quella di poter usare le informazioni in corso d’opera (la modifica di una campagna marketing quando ancora in essere). La tecnologia offre la possibilità di raccogliere informazioni in tempo reale. Per esempio, la posizione e la movimentazione dei prodotti può essere tracciata usando dei tag RFID che permettono di ottimizzare i processi di supply chain, la possibilità di fare l’inventario in tempo reale, di inviare informazioni agli assistenti alla vendita fino al check-out automatico. Il valore dei dati aumenta esponenzialmente correlandoli con quelli provenienti da altre fonti. Informazioni sui prodotti possono essere coniugate con quelle sui loro acquirenti». Il passo successivo è incrociare questi dati con altri provenienti dall’online (sito, navigazione in app, etc.). In conclusione, sono almeno due i livelli su cui si può operare – mette in evidenza Manera: «Il primo è l’aggregato di dati per estrarre informazioni a beneficio del retailer e rispondere in forma puntuale alle domande che avevamo visto all’inizio. Il secondo è il livello individuale per fornire al cliente un’esperienza coerente sia con le sue aspettative di marca, sia con la sua propensione di acquisto». È ovvio che per compiere analisi rapide e accurate, occorrono una precisa e completa raccolta dati, che comprenda anche fasi di pulizia e normalizzazione, e strumenti adeguati.

«Senza dati sei solo un’altra persona con un’opinione» – diceva Edward Deming. Per Alfieri Voltan, presidente di Siav – oggi, abbiamo il problema inverso. «Abbiamo così tanti dati che non siamo in grado di usarli per farci un’opinione, anche se sappiamo che sono enormi miniere di informazioni». Pensiamo a un caso concreto: «Purchase to pay, order to cash, sales opportunity, case management sono processi spesso “trascurati” rispetto alle attività core dell’azienda, e tendono ad accumulare inefficienze difficili da individuare, tanto che spesso si ricorre all’intervento di consulenti esterni per venirne a capo. Non sarebbe comodo avere degli strumenti per “misurare” questi processi? Capire come sono veramente fatti, come distribuiscono i carichi di lavoro, se presentano colli di bottiglia? O se siano in grado di anticipare situazioni critiche? Le tecniche di process mining servono proprio a rispondere a queste domande, e funzionano analizzando con algoritmi evoluti le numerose “tracce digitali” lasciate dai sistemi informatici utilizzati in questi processi. Siav studia da molti anni queste tecnologie, e ha realizzato BIPOD, il sistema di process mining che consente di avere una “radiografia” in tempo reale di cosa succede in azienda». Per gestire l’abbondanza di dati servono gli strumenti adatti. Ma occorrono anche le giuste competenze: know how tecnico, e nozioni di statistica, sociologia, metriche matematiche. Competenze trasversali, che sempre più spesso sono fornite da un team di specialisti che lavorano insieme, o dai chief data officer (CDO), nuove figure professionali sempre più ricercate dal mercato del lavoro.

I SETTORI PIÙ ATTIVI

Secondo Valter Cavallino di System Evolution, il settore che ha raggiunto una maturità maggiore è il finance, nello specifico, banche e assicurazioni. «Ma l’applicazione degli analytics cresce anche in altri mercati. E in modo trasversale, nel marketing, queste applicazioni sono sempre più avanzate e mettono in relazione dati provenienti da fonti eterogenee che comprendono anche i social network». Per Stefania Donnabella di Cegeka, i settori in assoluto più sensibili all’adozione degli analytics sono quelli che godono di una relazione diretta con il cliente consumatore finale (B2C). «Tali settori beneficiano di queste soluzioni garantendosi una completa visibilità delle caratteristiche e delle preferenze del consumatore, dei propri prodotti, delle propensioni verso le offerte future guadagnando così una maggiore efficienza delle strategie di marketing e dei canali distributivi. La continua comparazione tra presente e passato e la capacità di ottenere dai dati disponibili modelli di comportamento futuri consentono la massima ottimizzazione dei processi decisionali». Questi strumenti sono in grado di migliorare l’efficienza operativa in tutte le aree aziendali, come spiega Andrea Maderna, general manager di BOARD Italia: «Sia che si gestisca un progetto altamente innovativo, dove gli esiti non sono determinabili a priori, sia che si prenda in carico un progetto orientato al processo, dove le procedure e gli step sono ben definiti, la redditività del progetto sarà tanto più alta, quanto più l’organizzazione sarà in grado di creare il team più efficace ed efficiente, trovando il giusto equilibrio tra competenze, disponibilità nel tempo e carichi di lavoro. In questa dinamica, la business analytics gioca un ruolo fondamentale, soprattutto se applicata sulla stessa base di dati su cui viene effettuata la pianificazione operativa: dal budget dettagliato e allocazione dei costi alla pianificazione delle risorse e dei progetti, fino alla gestione delle risorse umane, inclusi i piani di assunzione e di riqualificazione. BOARD, software leader internazionale per il decision-making, utilizzato internamente anche da KPMG in sei paesi europei, ha permesso ad aziende di primo piano a livello mondiale di ottimizzare le risorse impiegate nei progetti dell’impresa e di minimizzare i costi, grazie all’unificazione di business intelligence, performance management e predictive analytics».


#IoT #industry40 Metti la potenza degli #analytics nel motore del tuo #business
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DUE CASI DI SUCCESSO

Angelo Tenconi, analytics technology director di SAS, descrive un interessante progetto concluso con successo da Munksjö Group, una delle più grandi multinazionali della carta. «Munksjö Group ha scelto soluzioni di business intelligence nell’ambito del replacement dei propri sistemi ERP e dell’implementazione di un sistema unico di reporting condiviso a livello di gruppo. Munksjö Group ha avviato un piano di replacement per rinnovare i propri sistemi ERP e armonizzare il panorama informatico in tutti gli impianti di produzione e per l’implementazione di un sistema unico di reporting condiviso a livello di gruppo. Il rollout dei nuovi sistemi ERP avrà luogo a medio termine e l’implementazione di SAS Visual Analytics, anche per le unità non ancora incluse nel programma di sostituzione, rappresenta la possibilità per raggiungere il livello di armonizzazione già nel breve termine. Il primo passo è stato quello di fornire il supporto completo di BI alle unità in cui sono installati i sistemi di ERP, nella seconda fase, sono stati raccolti i dati da alcune aree selezionate del gruppo. L’aspetto più sfidante della prima fase è stato l’approccio al monitoraggio del processo di produzione della carta attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che presentava caratteristiche specifiche del settore come il risparmio di tempo, di costi e la redditività dei prodotti. La seconda fase ha l’obiettivo di armonizzare i dati provenienti da sistemi non omogenei».

Racconta un altro interessante progetto Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply: «Una grossa realtà operante nella GDO, con 60mila dipendenti, aveva la necessità di ridurre il tempo di giacenza dei prodotti. Questa esigenza ha portato alla scelta di implementare una piattaforma digitale data-driven per ottimizzare la gestione dello stock. Come integrare le informazioni dei singoli punti vendita con l’area logistica? E come integrare informazioni di magazzino, di riempimento scaffali e delle vendite? La soluzione è stata implementare una piattaforma che accentrasse i dati delle piattaforme coinvolte nel processo di approvvigionamento – dalla fase di sell-in alla fase di sell-out, comprendendo le aree di logistica e magazzino. Ai dati tradizionali di prodotto che comprendevano eventuali indicatori stagionali, sono stati correlati i dati di scontrinato e in particolare i dati della posizione del prodotto sullo scaffale. La sfida è stata quindi quella di trasformare “l’algoritmo previsionale umano”, basato principalmente sul know-how degli esperti di prodotto, in un sistema che apprendesse autonomamente la movimentazione dei prodotti giornalmente e ne suggerisse la migliore previsione di approvvigionamento. I principali obiettivi raggiunti sono stati tre: ridotto il numero di giorni di giacenza dei prodotti sullo scaffale, riduzione dei costi di gestione di stoccaggio in magazzino e migliore gestione degli spazi sullo scaffale».

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Come evitare data breach e attacchi alla privacy? https://www.datamanager.it/2017/11/evitare-data-breach-attacchi-alla-privacy/ Mon, 27 Nov 2017 11:12:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136246 Un buon risk assessment è il primo passo. Dati personali e informazioni sono un valore patrimoniale per le aziende a prescindere dagli aspetti cogenti che ne regolamentano il trattamento (Dlgs 196/03, Regolamento UE 679/2016) Dati personali e informazioni vanno protetti con tutte le misure tecnico/organizzative commisurate al danno derivante da una loro impropria divulgazione. Assistiamo […]

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Un buon risk assessment è il primo passo. Dati personali e informazioni sono un valore patrimoniale per le aziende a prescindere dagli aspetti cogenti che ne regolamentano il trattamento (Dlgs 196/03, Regolamento UE 679/2016)

Dati personali e informazioni vanno protetti con tutte le misure tecnico/organizzative commisurate al danno derivante da una loro impropria divulgazione. Assistiamo quotidianamente ad “assalti” alla nostra privacy di natura commerciale, provenienti da fonti sconosciute che ci raggiungono sui canali di comunicazione di cui fruiamo quotidianamente (mail, cellulare, internet). Questo atteggiamento che infastidisce il nostro stato di soggetti liberi nel dominio dell’era digitale connessa è in parte conseguenza dei molti consensi da noi forniti a terzi per l’uso dei nostri dati al momento dell’adesione a servizi o stipula di contratti, ma è anche dovuto alla sottrazione degli stessi in modo doloso dai sistemi aziendali di coloro che ne operano il trattamento e rivenduti per scopi commerciali o per danneggiare l’immagine e la reputazione degli interessati.

I potenziali “hacker”, che nell’immaginario collettivo erano figure isolate dedite a violare i sistemi degli enti governativi solo per dimostrare le proprie capacità, oggi, con la disponibilità in rete di know-how specifico e risorse nel “Deep Web” (parte del Web non indicizzata dai comuni motori di ricerca e non convenzionalmente visibile), stanno crescendo in maniera preoccupante e con essi il rischio di attacchi ai dati per scopi non etici. La risposta convenzionale al fenomeno è la “cyber security”, ovvero la strategia evoluta per la tutela delle informazioni e dei dati aziendali esclusivamente dipendenti dalla tecnologia. L’esperienza insegna che sicurezza informatica e sicurezza delle informazioni non sono la stessa cosa: infatti la prima “cyber security” utilizza prettamente la tecnologia quale strumento per la protezione degli asset informativi, la seconda tiene invece conto anche degli aspetti organizzativi che impattano su quelli tecnologici (per esempio: installiamo un modem con Wi-Fi abilitato e lasciamo inalterate le password amministrative di default del dispositivo ricavabili tramite app disponibili sugli store). Questo esempio ricorrente indica come la sicurezza debba essere ricercata attraverso un approccio metodologico di risk assessment che valuti, in modo strutturato, tutte le minacce che incombono sui nostri dati/informazioni e che consenta di identificare le adeguate contromisure per la riduzione del rischio.


#DataBreach e minacce alla #Privacy ? Il #RiskAssessment è il primo passo @omatforum
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Quando le contromisure non sono adeguate alla mitigazione del rischio si può incorrere nel temuto “data breach”, ovvero un incidente di sicurezza in cui i dati rilevanti per aspetti strategici o di privacy vengono utilizzati da un soggetto non autorizzato sia per dolo che in modo involontario. Ciò può avvenire in seguito alla perdita accidentale di un dispositivo mobile, al furto di un notebook, all’infedeltà aziendale di personale scontento o corrotto, all’accesso non autorizzato a sistemi informatici. I dati a maggior rischio sono quelli finanziari (carte di credito, posizioni economiche, investimenti), sanitari (informazioni sulla salute per restrizioni assicurative o altre azioni discriminatorie), proprietà industriale o dell’intelletto (soluzioni tecnologiche o innovative), personali (furto d’identità per compimento di illeciti e reati vari). Con l’IoT (Internet of Things) che preme, e una tecnologia in rapida evoluzione senza i tempi necessari per maturare una resilienza alle vulnerabilità intrinseche di sistemi e processi, alcune vulnerabilità, ancora inesplorate, attendono di essere sfruttate ai danni delle organizzazioni e dei titolari dei dati e delle informazioni. La chiave per porre riparo a tutto ciò è la consapevolezza, da parte dei titolari dei trattamenti, dei rischi incombenti sui dati nel dominio che interessa l’organizzazione. In conclusione: buon risk assessment a tutti.


Giuseppe Tacconi è consultant, trainer e professional auditor

Per ulteriori approfondimenti: “Gli audit privacy secondo il nuovo regolamento europeo GDPR 2016/679 – Guida pratica per la verifica della protezione dei dati” a cura di Stefano Gorla, Michele Iaselli, Giuseppe Tacconi. Prefazione di Gianluca De Vincentiis. www.iter.it/libri

Per saperne di più, l’appuntamento è a Omat Forum, il workshop dedicato alle nuove frontiere della gestione delle informazioni digitali. Info sulle prossime tappe su www.omatforum.it.

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Fondazione Golinelli, come prepararsi a un futuro imprevedibile https://www.datamanager.it/2017/11/fondazione-golinelli-prepararsi-un-futuro-imprevedibile/ Mon, 27 Nov 2017 10:49:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136240 La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza» Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci […]

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La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza»

Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci ha aperto le porte del nuovo Centro Arti e Scienze, progettato dallo studio di architetti fondato da Mario Cucinella. L’Opificio Golinelli getta così le fondamenta di un ecosistema per lo sviluppo integrato della formazione, della ricerca e dell’impresa, destinato a crescere ancora per diventare una vero polo della conoscenza. Il primo passo di questo percorso – come ci spiega Andrea Zanotti, docente al dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna e presidente della Fondazione – è rappresentato proprio dal Centro Arti e Scienze Golinelli, uno spazio di «immaginazione e sperimentazione» – pensato per offrire una sintesi fra arte e scienza. Lo sguardo profetico dell’arte da una parte e lo sguardo fattuale della scienza e dei dati dall’altro per creare una sintesi nuova. «L’idea di futuro che abbiamo in mente – afferma Andrea Zanotti – è quella in cui non ci sarà più posto per una frammentazione tra la parte ideativa, quella sperimentale e quella produttiva: i luoghi della conoscenza, della sperimentazione e della produzione dovranno necessariamente integrarsi per poter far fronte alla velocità del cambiamento nella quale siamo immersi».

Ad aprire i battenti del Centro Arte e Scienza, la mostra dal titolo che sarebbe piaciuto molto a Karl Popper: “Imprevedibile”, come il futuro che non possiamo prevedere ma solo immaginare. La mostra in programma dal 13 ottobre 2017 al 4 febbraio 2018, nasce da un’idea di Marino Golinelli, padre della Fondazione, che con questa iniziativa ha deciso di lasciare un’eredità ulteriore: quella del sogno di uno straordinario 97enne per aiutare i giovani a crescere, mantenendo vivo «lo sguardo ottimistico, fiducioso e proattivo verso un mondo migliore, verso un futuro imprevedibile ma possibile, abbracciandolo con responsabilità e con una visione etica, democratica e inclusiva verso tutti». Se il futuro è imprevedibile, è anche aperto, spalancato su un orizzonte di nuove possibilità e rischi insospettati. Il futuro arriva e sopravanza la storia, la società civile e la politica. Il futuro crea più di quanto non distrugge, con buona pace degli apocalittici, degli scettici e di chi ha sempre un pregiudizio contro le cose nuove, per comodità o paura di cambiare. Ma di fronte alle sfide del futuro non dobbiamo dimenticare di fare i conti con la sostenibilità. Guardare al passato serve solo per prendere la rincorsa per fare un salto in avanti: «Chi non innova corre il rischio non solo di rinunciare al futuro, ma di perdere anche il proprio passato».


#FondazioneGolinelli come prepararsi a un #futuro #imprevedibile @FG_Fondazione
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Data Manager: Tutti parlano di nuovo Rinascimento. È una bella parola. Ma come è possibile far coincidere questa idea con un progetto concreto?

Andrea Zanotti: Parlare di nuovo Rinascimento non significa tornare indietro. La rivoluzione digitale è un fatto storico che non ha precedenti. La frammentazione del sapere ha delle ragioni specifiche. La conoscenza ha progredito grazie alla specializzazione che ha dato origine alla velocità della tecnica e alla sua preminenza. Occorre trovare un senso di marcia comune, recuperando la capacità di immaginazione che è la grande matrice sia dell’arte sia della scienza. Se per Rinascimento intendiamo non solo un periodo storico, ma anche un modello di sviluppo, dobbiamo ricominciare dal “disegno” delle “cose” – nel senso tecnico di design – per mettere insieme cervello e cuore, razionalità e passione, intelletto e sapere manuale.

Qual è il modello della Fondazione?

La Fondazione ha svolto per molto tempo una funzione di sussidiarietà, parola molto di moda, almeno quanto innovazione. Abbiamo voluto colmare dei vuoti. Abbiamo portato nelle scuole del territorio il sapere scientifico della biologia molecolare e della genetica. Oggi, ci siamo resi conto che l’esigenza è di aprire strade completamente nuove, in un momento in cui la velocità dei fenomeni sopravanza la nostra capacità di comprensione, mettendo in crisi il sistema della formazione tradizionale.

Che cosa è Opus 2065?

Opus 2065 è un progetto che mira a costruire un ecosistema, partendo dall’idea che le persone non possono più sostenere la velocità della trasformazione digitale. Dobbiamo creare un modello alternativo perché  quello dell’Università che pensa, dell’Industria che produce, e dello Stato che si occupa del welfare non funziona più. Tutto deve nascere insieme e deve essere “disegnato” per lavorare insieme. La Fondazione Golinelli vuole fare di Opus 2065 un punto di coagulo di questa visione. Non c’è più spazio per la divisione tra teoria e pratica. Occorre mettersi subito al lavoro e imparare facendo. La nostra immaginazione deve essere nutrita di arte e di scienza.

Come si guarda al futuro in modo concreto?

La nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation dimostra l’impegno della Fondazione a guardare al futuro partendo dai giovani. Da una parte il tema della data science fa emergere il fatto che stiamo costruendo un mondo parallelo a quello fisico, fatto di moltissime informazioni che facciamo fatica non solo a gestire e conservare ma anche a comprendere. Dall’altro estrapolare conoscenza da grandi moli di dati è una necessità per trovare soluzioni per governare grandi fenomeni. Creare un presidio in questo campo, con una scuola di dottorato, significa gettare le basi per preparare i giovani ad affrontare meglio il futuro.


Andrea Zanotti: La #creatività per riscattare la #tecnica @FG_Fondazione
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La visione è importante, ma anche la politica deve fare le scelte giuste. A che punto siamo?

Siamo di fronte a una svolta. Il Sistema Paese lo ha compreso. E anche la politica. Ci troviamo davanti a una dinamica di civiltà che mette fuori gioco e rende obsoleti tutti i vecchi schemi di provenienza. L’innovazione tecnologica accelera l’impresa. Il tradizionale transito del trasferimento tecnologico è superato. Oggi, le grandi imprese ci dicono che il tempo di sviluppo di un prodotto, in tutte le sue fasi, non può superare i nove mesi. Questo apre delle lacune dentro il sistema, a prescindere dalle colpe. Naturalmente, ci sono le responsabilità legate agli investimenti non fatti e che hanno determinato molti ritardi. Fare l’elenco delle colpe non serve. Forse, è più utile costruire qualcosa di alternativo per recuperare il tempo perduto.

Perché la creatività è la risorsa in grado di riscattare la tecnica?

Perché la tecnica non è narrativa. La tecnica non ti dice che cosa devi fare, ma ti apre un orizzonte di possibilità di utilizzo. La tecnica è un calcio d’inizio. Non è uno schema di gioco. Il procedere della tecnica se non è accompagnato da un pensiero creativo, in grado di indirizzarla, è un procedere cieco e senza senso. È solo cronologia. Quel guizzo laterale è importante anche per guardare dentro la mole di numeri che ci sovrasta. Le novità sono sempre marcate da una discontinuità frutto della creatività soggettiva. Se ci appiattiamo a pensare lo sviluppo come una semplice proiezione statistica, temo che non ci sarà alcun futuro di cui parlare.

Che cosa pensa delle startup in Italia? Ci sono troppi incubatori?

La moltiplicazione dei campi dove seminare è sicuramente positiva. Detto questo, dopo la semina, bisogna prendersi cura delle “piantine” e farle crescere per portarle a maturazione e avere un buon raccolto. Il problema è la qualità dei progetti e degli investimenti. Il fenomeno startup nasce da un’Accademia che si sente sotto tiro e che ha bisogno di dimostrare di essere produttiva e di essere in grado di produrre dei risultati. Gli enti pubblici sono preoccupati di dare sostengo all’occupazione. Manca in Italia un vero sistema di venture capital. Che poi è la ragione per cui una startup in Italia non fallisce mai o è destinata a restare tale per sempre. Ed è un errore grave. Perché occorre fallire di più, e più in fretta, per puntare sulle startup vincenti. La politica qui è stata troppo indulgente. E invece, occorre fare scelte più rigorose.


#Imprevedibile Il #futuro in mostra fino al 4 febbraio 2018 @FG_Fondazione
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Parlando di imprevedibilità, qual è il suo pensiero intorno a uno dei temi caldi del momento: l’intelligenza artificiale?

Un tema di confine che porta con sé molte opportunità e qualche rischio, su cui occorre fare una riflessione seria. Certamente, il fatto che due macchine si parlino con un linguaggio autogenerato, che esclude l’operatore, fa parte dell’imprevedibilità di cui dobbiamo farci carico. E dobbiamo essere capaci di immaginare e “disegnare” un mondo dove siano le macchine ad adattarsi al nostro modo di pensare e dialogare. Non al contrario, come abbiamo fatto fino a questo momento.

Fondazione Golinelli, i nuovi passi verso il futuro

 

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Le ICO sono il peggior nemico dei venture capital? https://www.datamanager.it/2017/11/le-ico-peggior-nemico-dei-venture-capital/ Mon, 27 Nov 2017 10:32:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136238 Le ICO consentono alle startup di raccogliere fondi, vendendo token o criptovalute agli investitori, escludendo l’industria del venture capital che è una tipica fonte di finanziamento per le nuove società. Quali i rischi? WTF “is an ICO?” Così ha intitolato un articolo sulle Initial coin offering l’autorevolissima testata statunitense TechCrunch a fine maggio 2017. Noi […]

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Le ICO consentono alle startup di raccogliere fondi, vendendo token o criptovalute agli investitori, escludendo l’industria del venture capital che è una tipica fonte di finanziamento per le nuove società. Quali i rischi?

WTF “is an ICO?” Così ha intitolato un articolo sulle Initial coin offering l’autorevolissima testata statunitense TechCrunch a fine maggio 2017. Noi di Data Manager ne abbiamo già ampiamente discusso qualche mese fa ma nel frattempo la raccolta da parte delle startup attraverso le ICO ha superato i 2 miliardi di dollari. È una bolla? E quali sono i rischi legali? E quali quelli strutturali? Per rispondere a queste domande abbiamo chiesto opinioni e delucidazioni a Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid e a Gianluca Gilardi, uno dei massimi esperti di startup in Italia. Per Contini il rallentamento degli investimenti da parte dei VC su startup basate su tecnologia blockchain è dovuta al fatto che «le startup fintech hanno ideato un metodo diverso per raccogliere soldi: le ICO. Grazie alle ICO, le startup possono vendere monete di una nuova criptovaluta a nuovi investitori, senza dover passare attraverso le regolamentazioni imposte ai VC per raccogliere le somme investite. Questa mancanza di regolamentazioni è abbastanza evidente, e la vendita di alcune ICO è molto aggressiva. I banner su Facebook e i video pubblicità su Youtube sono innumerevoli. Conosco molto bene l’ambiente di chi fa marketing online con modelli di affiliazione. La nuova moda è di promuovere le ICO anche lì. Tutto questo si è tradotto in un investimento totale in ICO maggiore al totale degli investimenti parte dei venture capital».

UN NUOVO SOGNO PER LE STARTUP

Sembra, infatti, che le startup in questione riescano facilmente a raccogliere denaro da parte di persone che conoscono poco il mondo delle startup, ma che invero sono attratte da lauti guadagni in brevissimo tempo. Per Contini, le ICO sono un sogno per le startup. Vendere nuove monete per raccogliere soldi, senza dover cedere azioni della propria società. Nessuna diluzione, nessun diritto di voto, niente di niente, nessuna tutela per gli investitori. Mark Knopfler cantava: “Money for nothing and the chicks for free”. Si riferiva alle rock star. E un po’ mi viene da pensare che le nuove rock star siano persone come Vitalik Buterin (il fondatore di Ethereum), che si è presentato a una importante conferenza sul fintech spettinato e con una maglietta a dir poco pittoresca. Un grande anticonformista, proprio come le rock star. Le rock star vendono emozioni. E così, anche chi fa le ICO. Entrambi vogliono distruggere il vecchio. Oggi, però questo comporta un rischio, perché chi raccoglie denaro tramite ICO, approfitta di un mondo non regolamentato. O meglio, non regolamentato in buona parte del mondo, visto che paesi come Cina e Corea del Sud hanno già bloccato la vendita di nuove monete. E anche tra quelli che non hanno fermato questi investimenti, molti hanno ammonito dei pericoli, come gli USA».

LIBERTÀ E BUONA INFORMAZIONE

Non sarebbe meglio che tutti possano investire in qualunque impresa senza limiti imposti da regolamentazioni? «Certamente, non sono nessuno per poter rispondere adeguatamente. Sono spesso a favore della libertà» – spiega Contini. Tuttavia, la libertà necessita di buona informazione. La nostra psicologia ci porta a sognare guadagni facili, e i banner che promuovono la ICO che ci renderà ricchi non sempre sono veritieri. Aprire un nuovo mondo – prima inaccessibile – di investimenti a persone non specializzate porta inevitabilmente a una bolla. Le statistiche parlano chiaro, oltre il 90 per cento delle nuove imprese falliscono. Molti che investono in ICO si scordano di questo, perché nessuno è tenuto a informarli a dovere dei rischi di tale investimento. Inevitabilmente, alcuni dei progetti in questione – quasi sicuramente una buona maggioranza – falliranno. Così funziona il mondo del fare impresa. Inevitabilmente, molte criptovalute figlie delle ICO finiranno per valere zero. Molti risparmi verranno bruciati. La speranza è che perlomeno si impari dall’esperienza almeno questa volta, ma è la stessa speranza che si ha ogni volta che scoppia una bolla. E se davvero fosse una bolla destinata a scoppiare, è inevitabile che anche questo nuovo mondo verrà regolamentato pure da noi».


#venturecapital @simeoneantonio1 Le #ICO sono il peggior nemico dei #VC ?
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«ICOs: the best thing since sliced bread?» – si domanda l’avvocato Gilardi e continua riflettendo sul mondo finanziario che è in subbuglio: dopo un – forse brusco – risveglio della finanza tradizionale scatenato dalle performance del bitcoin, che pare inarrestabile a fronte di questa impennata nella domanda, molto prevedibilmente si è assistito a un ampliamento dell’offerta di criptovalute, in uno scenario dove i nuovi player non sono (più) motivati da idee innovative nel campo economico e finanziario, ma da una granitica ricerca del profitto. «Siamo passati da Satoshi Nakamoto a un embrionale ecosistema di una miriade di startup che – in alternativa rispetto ai “tradizionali” metodi di finanziamento – ricorrono allo strumento delle ICO per finanziare i propri progetti». Dal punto di vista dei founder – afferma Gianluca Gilardi – dietro alle varie ICO, lo strumento presenta tutti i vantaggi del “money-for-shares” senza però lo svantaggio principale, ossia l’ingresso dell’investor nel capitale sociale, con tutta quella serie di reti di sicurezza ormai consolidate. «Ed è proprio su questo snodo che si gioca la partita della – per così dire – “solida attrattività” per gli investitori, che se da un lato non possono ignorare le prospettive di ritorni sugli investimenti in ICO (“chissà, /proprio quella/ potrebbe essere la criptovaluta che ripeterà le performance quasi stellari del bitcoin”) dall’altro non possono neppure ignorare fideisticamente il fatto che questo nuovo mercato delle “blockchain-based startup” a volte si è rivelato – e continua a rivelarsi – largamente “etereo” (pun intended)».

E IN ITALIA?

«Dal punto di vista del giurista italiano, le ICO nell’attuale scenario normativo non possono che essere ricondotti al contratto di compravendita» – continua Gianluca Gilardi. «Per gli investitori (VC e non) italiani, le ICO si collocano esattamente al lato opposto dello spettro della tutela e del formalismo rispetto alle prassi più tradizionali di finanziamento delle startup: se da un lato abbiamo un sistema di regole e formalismi ancora rigidi per il trasferimento di quote di partecipazione in società, dall’altro abbiamo le relativamente minori tutele dei contratti sinallagmatici applicabili a prestazioni fortemente immateriali – quali la “consegna”  di una determinata “quantità” di criptovaluta». In uno scenario come quello attuale, l’investimento in ICO non può che essere considerato esclusivamente come speculativo ad alto rischio e le dinamiche che stanno affiorando inducono a temere l’insorgere di una bolla speculativa che ad alcuni ricorda il periodo non proprio per tutti felice delle dot-com, con la differenza che – perlomeno –  «a quei tempi, tali iniziali offerte si muovevano in un framework legale e regolatorio ben definito, mentre il panorama delle ICO è allo stato attuale completamente in divenire. Non a caso, pure la Svizzera – definita da alcuni “il paradiso delle ICO” – ha annunciato che si doterà a breve di un framework normativo relativo proprio a queste attività, segno che l’attenzione del legislatore è ormai desta ovunque e la direzione che potrà prendere è difficilmente prevedibile» – conclude Gianluca Gilardi. «Una bolla cresce rapidamente, deliziandoci con i suoi riflessi brillanti, ma poi scompare alla stessa velocità. É sostenuta solo dall’aria e dal vento». Così scriveva Edward Chancellor, famoso studioso di bolle finanziarie. Ma a dirla tutta le bolle portano innovazione e cambiano dei paradigmi. Quindi, che ben vengano.

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La smart city è trasparente, flessibile e aperta al dialogo https://www.datamanager.it/2017/11/la-smart-city-trasparente-flessibile-aperta-al-dialogo/ Mon, 27 Nov 2017 10:08:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136216 Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA […]

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Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche

La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA e cittadini basato sull’onestà e sulla fiducia. “Saper ascoltare, sapersi mostrare”- questo potrebbe essere il mantra da ripetere e ripetere in ottica di open government, tassello base nella costruzione della smart city. In che senso? Ascoltare i cittadini, un esercizio di pazienza ed empatia. Mostrare e condividere il proprio operato, un esercizio di trasparenza. Purtroppo – però – il dato italiano su questo tema è disperante: con un punteggio di 52 su 100, Transparency International ci aggiudica il terzultimo posto sul tema della “openness”, dell’apertura ai dati. Avremmo da appuntare al petto la medaglia di bronzo se la classifica fosse stilata dal peggiore al migliore e vanteremmo addirittura un oro se il confronto lo delimitassimo ai paesi dell’Europa occidentale, dove abbiamo il punteggio più basso in assoluto.

La classifica è stilata all’interno dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International (1) che monitora il livello di corruzione nel settore pubblico e nella politica in paesi di tutto il mondo. Per redigerla, Transparency International ha analizzato nove ambiti di cui, per quanto riguarda l’infelice caso italiano, solo tre raggiungono un punteggio di efficacia sufficiente (ovvero superiore ai 60 punti su 100). In particolare, a trascinare in basso la nostra media, con un punteggio rispettivo di 25 e 29 su 100, sono il cosiddetto whistleblowing (2) e l’inesistenza di una regolamentazione efficace delle attività di lobbying. Poco stupore, ma tanta amarezza. Non bisogna demordere – però – perchè il capitolo trasparenza pubblica si è riaperto qualche mese fa con la pubblicazione delle prime linee guida (3) che rendono attuativa la normativa FOIA, legislazione adottata sul modello statunitense Freedom of Information Act.


Le regole della #smartcity Trasparenza, flessibilità, openness @urbanocreativo
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E perché questo tema è così importante anche per la smart city? Avere la capacità di produrre, gestire e mettere a frutto i dati e le informazioni della città è un tassello fondamentale per migliorare la qualità della vita nelle città stesse, per sviluppare nuovi modelli di produzione, consumo e stili di vita sostenibili e mettere il rispetto dei diritti umani al centro delle strategie e dei comportamenti aziendali. Trasparenza nell’amministrazione pubblica significa potenziare la forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici e ridurre le opportunità di frode, aumentando la capacità di scoprire casi di corruzione. La trasparenza per la smart city vuol dire obbligo verso la digitalizzazione, accesso ai cittadini e semplificazione dei processi. Vuol dire monitoraggio del territorio, capacità di intervento immediata, eliminazione di disagi e disservizi, l’ascolto dei cittadini e il dialogo con essi, e questo necessita di un’organizzazione efficiente di uffici e personale. Ed è così che lo Stato trasparente si traduce in amministrazione flessibile, aperta al dialogo, e promuove l’intelligenza collettiva nella società.

Giulia Cattoni @urbanocreativo


(1) https://www.transparency.it/indice-percezione-corruzione/

(2)  Il whistleblowing è la messa in condizione a vantaggio di un soggetto di segnalare attività illecite o fraudolente all’interno di un’amministrazione pubblica. Le attività di lobbying si riferiscono invece a gruppi organizzati che cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi.

(3) Approvazione della delibera 1310, dicembre 2016: ANAC ha reso note le prime linee guida recanti indicazioni sull’attuazione degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni. Dal 31 gennaio 2017 è partita l’attività di vigilanza.

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ADP 5.0 – Il lavoro (hi-tech) con la persona al centro https://www.datamanager.it/2017/11/adp-5-0-lavoro-hi-tech-la-persona-al-centro/ Mon, 27 Nov 2017 10:04:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136201 Il leader globale delle paghe celebra i suoi primi 50 anni di presenza italiana con un convegno che esplora le conseguenze dell’automazione sul modo di lavorare. La trasformazione digitale dipende anche dalla qualità della gestione del capitale umano Una convention tutta dedicata sul presente e sul futuro del lavoro. Un’intera mattinata di approfondimento e di […]

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Il leader globale delle paghe celebra i suoi primi 50 anni di presenza italiana con un convegno che esplora le conseguenze dell’automazione sul modo di lavorare. La trasformazione digitale dipende anche dalla qualità della gestione del capitale umano

Una convention tutta dedicata sul presente e sul futuro del lavoro. Un’intera mattinata di approfondimento e di dibattito che non ha rinunciato ad alcuni momenti di vera, anche se stimolante, provocazione. Come l’intervento di Riccardo Staglianò, il giornalista italiano che più di tutti ha affrontato in questi ultimi anni la non marginale questione degli effetti che un uso massiccio di tecnologie robotiche e di intelligenza artificiale potrebbe avere sui livelli di occupazione. ADP Italia ha scelto la formula del festeggiamento collettivo, ma intelligente, per celebrare i suoi cinquant’anni di presenza sul mercato italiano. Parliamo di un’azienda che affonda le proprie origini nell’era pionieristica della “meccanografica”, considerata la lunga esperienza già maturata alla fine degli anni 50, quando la realtà specializzata in servizi di elaborazione dei libri paga fondata da Henry Taub nel 1949, viene ufficialmente ribattezzata Automatic Data Processing, a sottolineare il lungimirante investimento in tecnologie come le schede perforate e, subito dopo, i primi “computer mainframe”. Anche attraverso una puntuale strategia di acquisizioni, oggi ADP Italia è cresciuta in modo considerevole, superando la fatidica soglia del milione di payroll, cedolini elaborati, una cifra equamente ripartita tra quelli predisposti dai datori di lavoro equipaggiati con soluzioni ADP e quelli che la stessa ADP genera attraverso la propria server farm per conto di una sempre più vasta clientela “as a Service”. Una formula, quella del full outsourcing, verso cui la multinazionale americana sta spingendo molto a fronte della crescente complessità dell’intera problematica rappresentata dalla proficua gestione del capitale umano.


#HR #HCM Automatizzare i processi senza spersonalizzare il servizio @ADP_it
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CUSTOMER SATISFACTION DA PREMIO

Ma se il futuro del lavoro dipenderà dalle intelligenze artificiali, ADP metterà a libro paga anche i robot? Sorride, Virginia Magliulo, general manager di ADP in Italia, incarico assunto due anni fa dopo una lunga esperienza maturata, in IBM, guarda caso nell’ambito dell’outsourcing. Con il suo arrivo, il leader delle soluzioni HR sembra aver ingranato una marcia in più. La customer satisfaction è aumentata in misura considerevole, gli obiettivi finanziari sono stati raggiunti e superati. «Il nostro mercato di riferimento è così vasto e diversificato per settore che abbiamo la fortuna di poter modulare le nostre aree di focalizzazione. L’automazione non ci fa certo paura, e anzi siamo i primi a cercare di introdurre tanta innovazione nei prodotti e nei servizi. Lo scopo è ridurre i margini di errore e incrementare il volume di informazioni a parità di risorse impegnate. È un ottimo modo per reinvestire in qualità e valore aggiunto per il cliente». Oggi, ADP in Italia, con un headcount di 790 persone può vantare ricavi pari a 90 milioni di euro e il team di Virginia Magliulo si è visto riconoscere un premio a livello di tutti i mercati non-USA, proprio per l’eccellenza del servizio.

Nicola Uva, senior director EMEA marketing program

Tuttavia, la trasformazione digitale porta con sé dinamiche di cui un’azienda che persegue una nuova vision applicata alla gestione delle risorse umane non può non tener conto. ADP lo fa attraverso una dettagliata ricerca commissionata a The European House – Ambrosetti e presentata in occasione dell’evento milanese. Il documento – “ADP 5.0 Come la digitalizzazione e l’automazione cambiano il modo di lavorare” – fornisce una marea di indicazioni sulle conseguenze della trasformazione sul lavoro, non certo in termini di disoccupazione, quanto di “ri-occupazione”, multidisciplinarietà negli approcci, collaborazione, smart working. Per dare qualche dato, in Italia c’è un robot industriale in funzione ogni 62 lavoratori del settore manifatturiero, dove sono già cospicui gli effetti della cosiddetta quarta rivoluzione. Nel 2016, il mercato italiano dell’Industry 4.0 ha raggiunto – secondo Ambrosetti – un valore complessivo di 1,83 miliardi di euro. Tanti sono i capitali che le aziende manifatturiere investono in soluzioni di trasformazioni digitali che arrivano fino al fatidico “shop floor”, l’ambiente di fabbrica, con una preponderanza (44%) in prodotti e servizi ICT.


#HR In Italia c’è un robot ogni 62 lavoratori del settore manifatturiero @ADP_it
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IL LAVORO NELL’INDUSTRY 4.0

Sul piano tecnologico, ricorda Virginia Magliulo, ADP sta affrontando con decisione un altro aspetto che caratterizza il fenomeno dell’Industry 4.0: l’esplosione dei dati digitali. In meno di dieci anni, dal 2000 al 2007, si legge nello studio ADP-Ambrosetti, la percentuale di dati archiviati in formato digitale è passata dal 25 al 97 per cento. Tutto questo comporta sicuramente una serie di difficoltà contingenti nella capacità di mantenere l’integrità e la visibilità dell’informazione, ma nell’ottica del pianificatore vale soprattutto la possibilità di connettere oggetti e persone che partecipano attivamente alla produzione, convertendo la massa dei dati generati in nuovi margini di efficientamento e previsione dei carichi futuri. «Su questo versante – sottolinea ancora Virginia Magliulo – ADP ha messo a punto una nuova tecnologia: DataCloud. Si tratta di un insieme di tool analitici concepito per i professionisti dell’ufficio del personale che potranno misurare, correlare, anticipare dati e tendenze estratti dalla miriade di informazioni generate dal capitale umano delle aziende. Secondo il general manager di ADP in Italia, attraverso una soluzione come DataCloud, l’impatto dei big data avrà effetti dirompenti nell’intero ambito della gestione dei talenti, a partire dalla fase di selezione e reclutamento, durante la quale uno strumento analitico può fornire un valido supporto decisionale, anche in ottica predittiva, nel vagliare le caratteristiche “hard” e “soft” dei candidati a un posto di lavoro o nel suggerire i percorsi di carriera più indicati.

Un altro fronte di attività riguarda la user experience, un tema che coinvolge non solo i responsabili HR ma l’intera forza lavoro ormai assuefatta ai vantaggi del “digital lifestyle”. «Lo sforzo dei nostri sviluppatori – osserva Virginia Magliulo – è costantemente rivolto all’ottimizzazione delle interfacce dei prodotti, che devono essere sempre più simili alle applicazioni che consentono ai consumatori di interagire sui siti di informazione e di e-commerce: «Più accattivanti nel loro look, più reattive e informative per tutto quello che riguarda le funzioni self-service». È un modo per affrontare la trasformazione digitale anche dal punto di vista delle risorse umane, per venire incontro alle aspettative di molti lavoratori dipendenti, specie i più giovani, i quali danno ormai per scontata la possibilità di navigare in autonomia con il proprio smartphone quando si tratta di ottenere informazioni sugli aspetti retributivi e contributivi o nel programmare ferie e trasferte di lavoro. Evitando le lungaggini e la burocrazia degli uffici del personale.

Daniela Gioanola, customer service

LA PIATTAFORMA DEL CAPITALE UMANO

Lo scenario di un mondo del lavoro in pieno cambiamento si riflette anche nella nuova versione della piattaforma globale, interamente in cloud, di human capital management (HCM), che ADP ha presentato in esclusiva alla convention di Milano. Dietro a iHCM 2, questo il nome dell’articolata soluzione gestionale, c’è tutto lo sforzo di innovazione e integrazione che ADP – un gruppo che reinveste in ricerca l’otto per cento del fatturato globale – ha riversato nel suo recente percorso di potenziamento e restyling delle soluzioni a livello globale. «Il modello è quello che ADP Italia mise in atto sette anni fa, quando perfezionò l’acquisizione dello specialista italiano del settore paghe e contributi, Byte. Allora, si trattava di integrare in una unica offerta a livello nazionale una serie di applicazioni separate. Oggi, il gruppo ADP sta facendo lo stesso nelle principali aree geografiche e iHCM 2 è il primo esempio di soluzione completa di HCM che unisce payroll e gestione intelligente delle HR a un motore software comune a tutti i clienti in Europa, ideale per assicurare una user experience uniforme in aziende multinazionali, e con le necessarie localizzazioni per la compliance nei diversi paesi». Sul piano tecnologico, spiega Virginia Magliulo, questa integrazione è resa possibile da un forte orientamento basato sulla modularità e sull’uso di interfacce programmabili (Api), una architettura che oltretutto favorisce i clienti nell’implementazione di servizi aperti, con elementi provenienti da diversi fornitori.


#HCM Virginia Magliulo, general manager @ADP_it: «L’automazione non ci fa paura»
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L’idea è dunque quella di fornire ai responsabili della gestione del personale uno strumento capace di adattarsi ai numerosi cambiamenti che il lavoro più smart, flessibile e autonomo introduce in ambienti HR tradizionali. Il sistema iHCM 2 è una soluzione interamente cloud based e punta a essere la soluzione che meglio integra processi amministrativi e HR, per poter semplificare e ottimizzare tutte le procedure che l’ufficio Risorse Umane deve normalmente espletare: quando acquisisce nuovi talenti; quando misura e gestisce la performance dei dipendenti; quando si occupa dell’impiego ottimale delle abilità professionali e del loro costante sviluppo; e quando gestisce la formazione e l’incentivazione dei dipendenti, potendo sempre contare sulla copertura di aspetti di carattere amministrativo, come la produzione di reportistica o l’analisi statistica. Non si tratta – osserva la responsabile di ADP – di una semplice suite di applicazioni separate, bensì di una soluzione completamente integrata. «Tutti – dipendenti, quadri, manager e i team delle HR – hanno accesso diretto, attraverso qualsiasi dispositivo fisso o mobile, a tutte le informazioni di cui hanno bisogno o che sono autorizzati a consultare (nel rispetto delle normative sulla privacy), semplificando la loro esperienza e incrementando la produttività. Inoltre, i servizi di payroll di ADP iHCM 2 sono unificati attraverso la Piattaforma ADP iHCM».

Su questa nuova soluzione interviene anche Nicola Uva, nel suo doppio ruolo di senior director EMEA marketing program e di “evangelizzatore” della strategia. «La “i” di iHCM 2 sta per internet, ma se vogliamo anche per innovazione, integrazione, internazionalizzazione. I processi abilitati sono quelli tipici dell’area “soft” delle HR, dalla selezione alla gestione del talento, ma ci sono almeno quattro elementi di differenziazione rispetto al passato. Il primo è la forte integrazione con il dato amministrativo: la certezza del dato. Non a caso, questa è una soluzione che ADP offre solo ai clienti dei suoi servizi payroll. «Non vogliamo fare concorrenza a qualcuno, ma dare ancora più valore aggiunto al cliente» –  spiega Nicola Uva. Il secondo elemento deriva dal primo: la visione a 360 gradi di una informazione che non necessita di saltare da una schermata all’altra. «Come si è detto, questo è un prodotto internazionale» – mette in evidenza Nicola Uva. «Da una parte le procedure condivise. Dall’altra le localizzazioni per la compliance con le varie normative nazionali. E infine, abbiamo l’arma analitica di DataCloud, un’altra conseguenza del pieno controllo che ADP garantisce sul dato amministrativo».

ANCHE LA BUSTA PAGA È SMART

Compliance e costante aggiornamento dei quadri normativi in cui operano le soluzioni cloud di ADP sono un ulteriore punto di forza del suo approccio alle procedure afferenti alla retribuzione e all’intera gestione del capitale umano. E ci aiuta a capire perché un’azienda come questa può diventare, attraverso il software e le diverse occasioni formative, un partner sistemico nei percorsi di trasformazione attuati dalla loro clientela. Oltre all’Innovation Lab che cura il costante aggiornamento delle tecnologie di base – spiega Virginia Magliulo – ADP ha costituito un centro studi, l’ADP Research Institute, che ha a sua disposizione un volume complessivo di 27 milioni di cedolini per svolgere analisi molto approfondite sulle dinamiche dell’occupazione. «Sulla base di questa massa di dati, l’istituto di ricerca produce regolarmente ADP National Employment Report per gli Stati Uniti e più recentemente in Europa, per la Francia e l’Olanda. In questi report, vengono proposte statistiche molto interessanti sui trend che riguardano il mercato del lavoro. Lo scorso anno, queste attività sono state l’occasione di un roadshow che ha attraversato diverse nazioni europee, permettendo di condividere i dati sui trend occupazionali e di mettere al centro del dibattito il tema del lavoro e del suo cambiamento». Considerando che agli eventi prendono parte non solo i responsabili delle risorse umane di grandi realtà aziendali, ma anche una cospicua rappresentanza di amministratori delegati e imprenditori, con il suo ufficio studi ADP riesce a svolgere un’azione sostanzialmente culturale.

Giorgia Turrisi, legal director

Come è possibile fare innovazione così profonda, aiutando a cambiare il modo di pensare il lavoro, la sua organizzazione, la gestione dei talenti partendo da una attività apparentemente “noiosa” come il libro paga? «Fare la busta paga è un mestiere che spesso viene sottovalutato dalle aziende e dai lavoratori che danno per scontato il cedolino a fine mese – riconosce Nicola Uva. Il momento più gratificante per il lavoratore è quando gli viene accreditata la giusta retribuzione. Tutti danno per scontato quel momento, ma dietro c’è il lavoro di un team di persone impegnate a fare complessi calcoli, a tener conto di una miriade di leggi per fare della busta paga una realtà». Un errore di dieci euro su un cedolino ha un impatto emotivo più forte di quanto potrebbe avere una somma di centomila euro su un una fattura. Per quanto piccola, quella somma riguarda la vita delle persone e un errore può minare il rapporto di fiducia. Parlare di payroll significa infatti parlare anche di smartworking, gestione del talento, welfare. «Perché – afferma Uva – riteniamo che nelle aziende questi processi, in forte evoluzione sotto la spinta del digitale, debbano far leva su un solido zoccolo duro di tutta la parte amministrativa». Se ogni mese l’ufficio del personale riesce a retribuire regolarmente e senza errori i dipendenti, ci sono tutti i presupposti per costruire tutto il resto. «Senza la precisione, l’affidabilità, l’automazione lato payroll, cioè sul fondamento su cui ADP investe continuamente in termini di innovazione e compliance, si rischia di non riuscire a portare le trasformazioni oggi in atto. Tanto più che una corretta informazione trasferita sulla parte human capital management, è la base per prendere le decisioni giuste in materia di rendimento, produttività, soddisfazione della tua forza lavoro. Grazie alle sue dimensioni globali e all’efficacia delle sue soluzioni, ADP è uno dei pochi interlocutori su scala locale e mondiale che ha l’autorevolezza e la solidità per parlare di questi temi».


#HCM Virginia Magliulo, general manager @ADP_it: «ADP in Italia cresce del 28%»
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CEDOLINI A PROVA DI GDPR

Parlando con il team dirigenziale di ADP Italia, il termine “compliance” emerge frequentemente ed è un altro fondamentale fattore di successo delle soluzioni paghe e HR proposte dalla multinazionale. Cinquant’anni di esperienza maturati in Italia – la nazione che secondo Nicola Uva può vantare il discutibile record di complessità della normativa e dei relativi adempimenti, unita alla presenza in tutte le maggiori nazioni europee – mettono il provider americano in una posizione di vantaggio rispetto alle procedure di adeguamento al regolamento GDPR che entrerà definitivamente in vigore in Italia e nel resto dell’Unione il 25 maggio 2018. «Trattandosi di informazioni di carattere sensibile per ogni singolo dipendente aziendale – interviene Giorgia Turrisi, legal director di ADP in Italia – l’impatto del nuovo regolamento su tutto il nostro business è notevole. Per questo, ADP ha lanciato al proprio interno a livello globale un piano di adeguamento che entro maggio 2018 ci metterà nelle condizioni di portare tutti i nostri clienti europei alla piena compliance delle procedure HR rispetto al GDPR». Il nuovo regolamento segna un importante momento di passaggio perché rende consistente a livello europeo una normativa molto frammentata, che prevedeva impegni specifici nelle diverse nazioni. «Oggi, dobbiamo tutti organizzarci in modo uniforme» – precisa Turrisi –  «Per un provider come ADP e i suoi clienti è un grande vantaggio: siamo presenti dappertutto e siamo quindi in grado di collaborare, condividere, affiancare il cliente ovunque esso si trovi. Un plus che vale anche per la clientela americana che ha il problema dell’adeguamento delle sussidiarie in Europa».


#HR #HCM Nicola Uva @ADP_it #iHCM2 «La piattaforma del capitale umano»
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La responsabile legale sottolinea anche l’impegno che ADP ha assunto nei confronti delle Binding Corporate Rules (BCR) a livello europeo, un codice di autoregolamentazione per le società multinazionali finalizzato alla produzione di un ecosistema di misure di sicurezza standard che tutti i garanti europei riconoscono come meccanismo valido per le aziende che devono trasferire dati digitali fuori dai confini fisici dell’Europa. «Siamo confidenti che il processo di adozione delle BCR si concluderà a dicembre e ADP sarà una delle poche aziende al mondo con questo tipo di certificazione, un valore aggiunto enorme per noi perché potremo porci sul mercato come provider certificato in grado di trattare dati ritenuti molto confidenziali». La compliance GDPR e la certificazione BCR rappresentano un asset competitivo invidiabile per ADP, considerando che proprio in base alla nuova normativa sulla privacy uno degli oneri previsti per chi decide di affidarsi a un servizio in outsourcing è la capacità di dimostrare di aver scelto un provider esperto, che ha preso a sua volta tutte le misure di compliance di prodotti, processi, data center e servizi.

QUALITÀ UMANE

La qualità delle procedure è insomma un ingrediente strategico nella visione di ADP, che traduce i propri investimenti in innovazione anche per liberare le risorse necessarie a trasferire parte di questa qualità nell’assistenza fornita a chi usufruisce dei suoi servizi. All’interno del customer service di ADP Italia l’eccellenza viene seguita in modo specifico da Daniela Gioanola, uno dei tre senior manager per le soluzioni payroll. «Il nostro approccio è quello di automatizzare i processi senza spersonalizzare il servizio. Cerchiamo insomma di sfruttare la tecnologia per attivare una serie di controlli automatici, impegnando le nostre risorse soprattutto sul front end con il cliente». In molti casi, aggiunge la responsabile del customer care, i clienti di un servizio esternalizzato esitano a utilizzare questi strumenti self-service a causa di una diffidenza ingiustificata. «In genere, la loro paura è che dietro ci siano solo automatismi, al massimo un call center anonimo. Con ADP sanno di avere a che fare con persone preparate, che conoscono la loro realtà, sanno a loro volta ascoltare il cliente e anzi riescono ad anticipare le sue richieste». Questo clima di familiarità – continua Daniela Gioanola – non è improvvisato o posticcio. Viene anzi costruito nel tempo, fin dalla fase di pianificazione e progettazione di un contratto di outsourcing. «I tecnici del servizio paghe lavorano costantemente in team, a stretto contatto con il cliente, dalla pianificazione al setup, spiegando tutto quello che avverrà nel momento del cosiddetto go-live». È questa una delle prime richieste che arriva da un mercato, fatto da aziende non per forza strutturate e che chiedono ad ADP di essere affiancate, anche on-site, nell’organizzazione del servizio e nel predisporre quanto necessario. «Anche in questo caso – conclude Daniela Gioanola – il fattore umano e la fiducia reciproca fanno la differenza».


#HR #HCM Giorgia Turrisi @ADP_it «Cedolini a prova di #GDPR»
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Di umanizzazione e semplificazione del software parla anche Nicola Uva, per il quale la freddezza dei dati e delle procedure non devono far dimenticare la posta in gioco. «Forse non ci pensiamo, d’altra parte è facile banalizzare un servizio paghe. Ma l’importanza della correttezza dei dati e della relazione con le persone è fondamentale. I dipendenti che attraverso le nostre soluzioni chiedono un dettaglio sugli assegni familiari percepiti, sono persone che con cento euro mensili in più hanno la possibilità di iscrivere i figli a un corso di musica. Le tecnologie ADP erogano servizi, forniscono informazioni che aiutano le persone a vivere meglio. E per venire incontro a queste esigenze abbiamo lanciato la campagna “The joy of pay”, con lo scopo di far riflettere le aziende e i loro dipendenti sull’importanza di una solida strategia per il lavoro e il capitale umano». Virginia Magliulo riconduce il concetto al payoff “A more human resource” che connota non solo il logo aziendale della società ma anche il titolo dell’evento organizzato a Milano, “ADP 5.0”. «Abbiamo voluto rappresentare così il ricongiungimento tra tecnologie e persone» – afferma la general manager italiana. «ADP è un fornitore a forte contenuto tecnologico che vuole continuare a crescere in completezza di soluzioni, ampiezza dei servizi erogati e scala geografica. Ma metteremo sempre il fattore umano al centro della nostra azione». In un mondo del lavoro profondamente segnato dall’arrivo di tecnologie sempre più automatiche, indipendenti addirittura sul piano cognitivo, è necessario lavorare insieme per costruire non solo una Internet delle cose ma anche delle persone».


#HR Daniela Gioanola @ADP_it «Fattore umano e fiducia fanno la differenza»
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Foto di Gabriele Sandrini

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Nextatlas, tutto quanto fa(rà) tendenza https://www.datamanager.it/2017/11/nextatlas-quanto-fara-tendenza/ Mon, 27 Nov 2017 09:47:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136210 A Torino, l’innovativa applicazione big data. Nata quasi come un gioco per la community di potenziali trend-setter, Nextatlas è diventato un potente strumento AI di analisi e previsione Le vite di milioni di persone si intrecciano istante per istante con i “luoghi” di Internet, in particolare i social network, i blog, le recensioni su prodotti […]

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A Torino, l’innovativa applicazione big data. Nata quasi come un gioco per la community di potenziali trend-setter, Nextatlas è diventato un potente strumento AI di analisi e previsione

Le vite di milioni di persone si intrecciano istante per istante con i “luoghi” di Internet, in particolare i social network, i blog, le recensioni su prodotti ed esercizi commerciali, i mille contenitori personali in cui riversiamo gioie, paure, sensazioni, giudizi. In questo flusso ininterrotto, imponente, si nascondono le cose che “fanno tendenza”, gli aggregatori del consenso delle persone. Cogliere per primi i deboli segnali di questi trend può significare molto: un concreto vantaggio competitivo nel lancio di un nuovo prodotto, una campagna pubblicitaria più efficace, o perché no, un messaggio elettorale vincente. Nextatlas è una sorta di telescopio “big data” puntato sulla radiazione di fondo del social web, un “sensore” che con i suoi sofisticati algoritmi di correlazione, la potenza dei suoi motori semantici, è in grado di cogliere i deboli segnali di tutto quanto possa fare tendenza.

COME NASCE L’IDEA

L’idea nasce da due fratelli torinesi, Luca e Alessio Morena: uno ricercatore al dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, l’altro architetto, catturato molto presto dalla Rete e convertitosi alla comunicazione digitale. Il loro è un percorso imprenditoriale che si svolge in due tappe. «Prima di buttarci nell’avventura di Nextatlas – dice Alessio Morena – abbiamo creato un mobile social network che sfruttava le capacità dell’iPhone e si chiamava iCoolHunt. Era il 2012 e allora immaginavamo di poter condividere le tendenze emergenti in una comunità di trend setter, facendo emergere quelle più significative». C’era un forte elemento di gamification in quel primo esperimento, per certi versi simile all’Instagram di allora, ma anticipatore del concetto di stream visuale utilizzato come diario del gusto e della moda di cinquantamila utenti motivati. «Un primo round di un milione di euro, concesso dal fondo Atlante Venture di Intesa San Paolo, ci aveva permesso di realizzare il social network, ma avevamo già in mente il vero obiettivo: un tool capace di mettere in evidenza dati e informazioni di business intelligence e soprattutto di forecasting rivolto ad aziende e altre istituzioni». Nel maggio di quest’anno, forte del successo ottenuto con iCoolHunt e dell’arrivo dei primi clienti commerciali, un secondo round di finanziamenti provenienti da un insieme di investor internazionali e “family office” (termine che designa un fondo strutturato basato su capitali di famiglia) consente a Luca e Alessio di compiere un significativo balzo in avanti nel giovane ma fiorente mercato dei big data.


#vision @nextatlas Tutto quanto fa(rà) tendenza
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A CACCIA DI VERI INFLUENCER

«Nextatlas – spiega ancora Morena – è un grande motore di intelligenza artificiale che analizza milioni di dati da social come Tumblr, Instagram, Twitter. Puntiamo a identificare in questi flussi i cosiddetti “influencer”, che non sono, per intendersi, personaggi alla Chiara Ferragni, ormai solo dei testimonial pagati, ma membri autorevoli e indipendenti di piccole community. Queste community vengono modellate, sui modelli vengono applicati algoritmi che risalgono alle fonti delle fonti e il network si estende a un certo numero di insider. Oggi, sono circa trecentomila persone in tutto il mondo e insieme ogni mese macinano miliardi di data point». Dati che vengono ulteriormente arricchiti attraverso la geolocalizzazione, il timbro temporale, descrizioni più dettagliate e che alla fine vengono analizzati con algoritmi di correlazione in grado di amplificare la più piccola traccia di un trend emergente. «Tutto sta nella forza delle macchine» – sottolinea Morena. Con Nextatlas riusciamo a cogliere “onde” altrimenti invisibili». Tra le varie analisi, c’è anche quella testuale-semantica, che Nextatlas realizza con il motore semantico Cogito di Expert System. Ma c’è anche l’analisi delle immagini, per la quale è stato scelto il motore di riconoscimento visuale di Clarifai, la tecnologia leader nel campo. Persino l’analisi cromatica che serve all’utente per valutare meglio gli abbinamenti di colore di un abito o di un paio di scarpe. Nextatlas cerca di sfruttare al meglio il meccanismo dei microservizi, delle funzionalità modulari accessibili via API, per non dover reinventare cose già fatte e ottimizzare la sua “dashboard”.


#vision @nextatlas Come tracciare l’evoluzione dei #trends in realtime
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COME FUNZIONA

Tutte le informazioni ottenute dall’AI di Nextatlas vengono infine validate da un gruppo di esperti umani, che confermano e affinano i trend identificati e tradotti in una serie di tag che trasformano il motore analitico in un potente motore di ricerca. «Un altro vantaggio è che tutte queste informazioni sono collegate tra di loro, e permettono di focalizzarsi solo su una determinata nazione o città, addirittura, su un singolo quartiere. Ma il vero valore aggiunto è l’analisi qualitativa sulle evidenze quantitative, che vengono accumulate per essere esposti al cliente sotto forma di circa 400 trend – da “micro” a “macro” – che riguardano di tutto, il design, la tecnologia…». Come viene utilizzato Nextatlas, quale tipo di organizzazione accede a questa piattaforma di analisi e previsione? Il mercato di riferimento è quello della business intelligence di nuova generazione, dei tool di supporto decisionale utilizzati dalla Industry 4.0. «Apparteniamo a una nicchia, quella del trend forecasting, che nasce negli anni 90 per merito di una azienda londinese, la WGSN, che aveva inventato il concetto di trendbook da digitalizzare e diffondere in rete. La dashboard di Nextatlas viene utilizzata in ogni settore, in genere da clienti di grandi dimensioni con forti strutture di marketing e R&D, ma anche dai centri stile, come dai centri media». Alessio Morena riferisce per esempio di un cliente pubblicitario che grazie alle informazioni “anticipatrici” di Nextatlas è riuscito ad aggiudicarsi una gara bandita da un grande brand di cosmesi. Ma la giovane azienda può vantare tra i suoi clienti tutto il gruppo FCA, imprese alimentari e molti prodotti di consumo. I trend rilevati con il deep learning hanno avuto un ruolo anche nella recente campagna elettorale in Sicilia. La conoscenza estratta può servire per impostare una campagna di comunicazione vincente, ma anche per riconoscere il sapore giusto da conferire alla nuova merendina. Con Lavazza è stato fatto un lungo lavoro sul mondo degli appassionati di caffé, presentato al pubblico del Festival del Marketing a Londra.


#vision A caccia di tendenze @nextatlas rivela i segnali deboli della rete
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NUOVI ORIZZONTI

Nelle sue ultime evoluzioni, conclude Alessio Morena, Nextatlas sta allargando il proprio orizzonte d’azione sia attraverso l’offerta di analisi specializzate per clienti con necessità molto specifiche, sia andando a esplorare ambiti inattesi, che sorprendono gli stessi creatori di questo tool. «Per esempio, ci è stato chiesto di individuare non trend, ma nuove aziende che possono essere target delle strategie di acquisizione di una grande multinazionale. E una delle applicazioni future potrebbe essere l’uso dei nostri sensori non più in ambito social web, ma all’interno delle stesse aziende, per estrarre informazioni dalle loro piattaforme CRM o dai portali aziendali». Combinando l’intelligenza dei suoi algoritmi e la potenza di calcolo delle macchine, Nextatlas è una sfera di cristallo puntata sulle opportunità di business del futuro.

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I contenuti online protagonisti del mercato unico digitale https://www.datamanager.it/2017/11/contenuti-online-protagonisti-del-mercato-unico-digitale/ Mon, 27 Nov 2017 09:26:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136207 Il mercato unico digitale prende forma e l’Europa sta operando una revisione normativa che ne tocca i diversi aspetti. Molto si è parlato delle novità sul fronte privacy con l’entrata in vigore della GDPR, ma anche altre aree sono di interesse per chi offre servizi digitali nel Vecchio Continente Lo scorso 30 giugno è stato […]

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Il mercato unico digitale prende forma e l’Europa sta operando una revisione normativa che ne tocca i diversi aspetti. Molto si è parlato delle novità sul fronte privacy con l’entrata in vigore della GDPR, ma anche altre aree sono di interesse per chi offre servizi digitali nel Vecchio Continente

Lo scorso 30 giugno è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il Regolamento relativo alla portabilità transfrontaliera di servizi online nel mercato interno (Regolamento UE 2017/1128 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 giugno 2017). Scopo della Commissione europea è quello di raggiungere un equilibrio funzionale tra i principi fondanti del mercato interno (come la libera circolazione di persone e servizi all’interno del mercato unitario) e la protezione della proprietà intellettuale. La diffusione di dispositivi portatili quali smartphone, tablet e notebook facilita opportunità di business che incontrano il desiderio di fruizione di applicazioni e contenuti online (dagli e-book alla musica, senza tralasciare opere audiovisive in streaming) a prescindere dal luogo in cui il consumatore si trovi. Interesse dei fornitori di tali servizi e contenuti è che tale accesso sia possibile e assicurato anche al di fuori dei confini del paese di residenza, in tutti gli stati membri.

LE CRITICITÀ AFFRONTATE DALLA COMMISSIONE

I diritti per la trasmissione di contenuti tutelati dal diritto d’autore o da diritti connessi sono spesso concessi attraverso licenze territorialmente finite. Gli stessi fornitori, al momento, scelgono spesso di operare solo in determinati mercati. Questo avviene anche per motivi contrattuali: i titolari dei diritti offrono spesso licenze su base esclusiva (territoriale) che porta a clausole restrittive verso il consumatore che vedrà impedito l’accesso a quei servizi da indirizzi IP localizzati al di fuori del territorio di residenza. Anche pensando a tipologie di contenuti quali gli eventi sportivi, non protetti dal diritto d’autore o da diritti connessi a norma del diritto dell’Unione, ci si scontra con tutele disciplinate a livello nazionale che sono, inevitabilmente, vincolate anch’esse su base territoriale.


Giulia Rizza @ColinPartners I contenuti online protagonisti del #Mercatounico2018
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COSA CAMBIA CON IL REGOLAMENTO UE PER LE IMPRESE

Il Regolamento vuole quindi spezzare tale impasse e rendere innovazione e competitività più efficaci e percorribili. I fornitori di servizi a pagamento dovranno garantire, senza alcun onere aggiuntivo, “a un abbonato che sia temporaneamente presente in uno stato membro di accedere al servizio di contenuti online e di fruirne con le stesse modalità del servizio offerto nello stato membro di residenza, anche assicurando l’accesso agli stessi contenuti su dispositivi identici per numero e categoria, per lo stesso numero di utenti e con la medesima gamma di funzionalità”. Viene esplicitamente previsto il divieto per il fornitore di “intraprendere azioni volte a ridurre la qualità della prestazione del servizio”, nonché l’obbligo di informare preventivamente i consumatori circa la qualità delle prestazioni transfrontaliere. Per quanto riguarda i fornitori di servizi gratuiti, invece, la scelta di renderli disponibili oltre frontiera è libera e rientra quindi nella valutazione di opportunità commerciali per competere nel mercato unico digitale. L’unico obbligo previsto per entrambe le categorie di fornitori è quello di rispettare la disciplina regolamentare in merito alla verifica dello stato di residenza dell’abbonato entro due mesi dalla data in cui il servizio transfrontaliero viene fornito, nonché l’obbligo di informare di tale scelta, preventivamente alla fornitura dei servizi transfrontalieri, abbonati e titolari di diritti d’autore e di diritti connessi. L’obbligo di verifica può essere espletato alla conclusione o al rinnovo del contratto e comunque entro il 2 giugno 2018. Ovviamente, il trattamento dei dati che ne seguirà – il fornitore può richiedere a tal fine informazioni fiscali, anagrafiche e di natura bancaria – dovrà essere conforme alle direttive comunitarie in materia (95/46/CE e 2002/58/CE) e “limitati a quanto è necessario e proporzionato per conseguire la finalità perseguita”. Il nuovo regolamento troverà applicazione a partire dal primo aprile 2018.

Giulia Rizza è avvocato, senior consultant di Colin & Partners – www.consulentelegaleinformatico.it

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