rivistanovembre2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 20 Nov 2019 16:35:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistanovembre2019 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 L’IT sostenibile https://www.datamanager.it/2019/11/lit-sostenibile/ Mon, 18 Nov 2019 15:47:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193327 “Chiudete gli occhi e pensate a come dovrebbe essere il paese in cui vorreste vivere”. Faccio mia l’esortazione nell’apertura del libro “L’utopia sostenibile” (Laterza, 2018) di Enrico Giovannini, professore di Statistica Economica all’Università di Roma Tor Vergata, fondatore e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Nell’attuazione dell’Agenda 2030, la tecnologia può svolgere un ruolo […]

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“Chiudete gli occhi e pensate a come dovrebbe essere il paese in cui vorreste vivere”. Faccio mia l’esortazione nell’apertura del libro “L’utopia sostenibile” (Laterza, 2018) di Enrico Giovannini, professore di Statistica Economica all’Università di Roma Tor Vergata, fondatore e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Nell’attuazione dell’Agenda 2030, la tecnologia può svolgere un ruolo fondamentale. Un cambio di paradigma che ha bisogno – però – di un cambio di mindset e di governance nella gestione dei processi economici. Una sfida che può essere vinta solo con l’impegno di tutte le imprese della Classifica TOP100, che quest’anno è giunta alla trentatreesima edizione. Sotto la spinta della digital transformation, i segnali di maggiore espansione e competitività del mercato arrivano dalle imprese che si posizionano all’apice della Classifica di Data Manager.

IBM, Accenture, Microsoft, Engineering, Zucchetti, Almaviva, SAP, Reply, Oracle, HPE conquistano le prime dieci posizioni, con Zucchetti – prima software house italiana – che scala ben 5 posizioni. Novità interessanti, anche nella classifica speciale Challengers, con Auriga, Di.Tech e Archiva che si fanno interpreti dell’innovazione e della creazione di valore nella relazione con il cliente. Riduzione dei costi, processi più efficienti, trasformazione delle organizzazioni e un nuovo modo di agire e trattare le informazioni. La rivoluzione digitale è un pilastro dello sviluppo. Le prime otto posizioni della Classifica TOP100, con un fatturato superiore ai 500 milioni di euro, rappresentano il 47% dei ricavi complessivi (circa 7 miliardi di euro). Le imprese con un fatturato inferiore ai 500 milioni di euro (92 posizioni) raggiungono nell’insieme il 53% della Classifica, con quasi 8,2 miliardi di euro. Quasi dimezzato il numero di imprese in retrocessione. In aumento, il numero di operatori con crescita a singola cifra (da 28 a 35) e quelli a doppia cifra (da 40 a 50).


#TOP100 2019 La sfida dell’IT sostenibile @ASviSItalia @datamanager_it @IDCitaly
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La trasformazione digitale accelera il ridisegno delle architetture e l’adozione di nuovi modelli operativi. Come evidenzia IDC, l’anno 2018 è stato complessivamente un anno positivo per il settore IT con una crescita in tutti i comparti del mercato del Software. Il mercato dei Servizi IT, della Business Consulting e del BPO in Italia supera di più di due volte e mezzo quello del Software. I numeri delle aziende che offrono soluzioni e servizi digitali sono in aumento, con un incremento medio annuo dei ricavi che deve essere letto alla luce delle dinamiche del mercato negli ultimi cinque anni. Tra ritardi e accelerazioni improvvise, come quelle impresse dalla fatturazione elettronica e dagli investimenti per l’Impresa 4.0 – l’imperativo categorico è guardare il bicchiere mezzo pieno – soprattutto se consideriamo il confronto con gli altri paesi europei.

Molti investimenti e progetti di digitalizzazione industriale avviati nel 2017 sulla spinta del piano nazionale Industria 4.0 sono stati fatturati nel 2018, accelerando l’espansione del mercato, che è più che raddoppiato negli ultimi quattro anni. Emerge il quadro di un tessuto industriale più consapevole dell’ampiezza del divario da colmare. Il settore finance cavalca la trasformazione digitale per rispondere alle nuove sfide del mercato. Di pari passo, si evolve la funzione IT. Abbracciare il cambiamento significa cambiare abitudini e modi di pensare. I CIO sono gli alleati più fedeli del CEO, nel loro triplice ruolo di service provider, business partner e digital leader. La PA è un driver cruciale dell’Italia digitale. «Ma serve una governance unica sull’Innovazione» – ha dichiarato Paola Pisano, ministro dell’Innovazione Tecnologica e della Digitalizzazione. Tutte le PA centrali e locali sono chiamate a comprendere che senza trasformazione digitale si influenza negativamente la crescita del Paese. Sostenibilità e business sono due aspetti strettamente correlati per governare la complessità. Ma siamo solo all’inizio. Pensare al futuro, imprigionati negli schemi del presente, è l’errore più comune. Forse, dobbiamo riflettere su che cosa significa veramente innovazione. Forse, dobbiamo fare come gli alberi: cambiare le foglie, garantendo agilità alla struttura; risolvere problemi con il minimo consumo di energia; distribuire l’intelligenza nelle radici, mantenendo il controllo a livello centrale.

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Axians, la formula per innovare https://www.datamanager.it/2019/11/axians-la-formula-per-innovare/ Mon, 18 Nov 2019 14:40:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193303 La forza del brand internazionale che concentra le competenze ICT del colosso dell’energia e delle infrastrutture VINCI Energies. In Italia, riunite sotto il cappello Axians, cinque business unit vicine alla cultura e alle ambizioni globali delle imprese del Made in Italy per una trasformazione digitale più sostenibile Non si può affrontare da soli un progetto […]

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La forza del brand internazionale che concentra le competenze ICT del colosso dell’energia e delle infrastrutture VINCI Energies. In Italia, riunite sotto il cappello Axians, cinque business unit vicine alla cultura e alle ambizioni globali delle imprese del Made in Italy per una trasformazione digitale più sostenibile

Non si può affrontare da soli un progetto di trasformazione digitale: troppe le competenze da gestire, poche le risorse necessarie per innovare senza perdere di vista gli impegni quotidiani. Tra le figure dei “partner di prossimità” che agiscono su scala locale ma con risorse limitate, e quella dei grandi system integrator, ricchi di competenza ma abituati a far calare “dall’alto” le loro metodologie, Axians – brand che raggruppa tutte le attività ICT di VINCI Energies – è convinta di aver messo a punto la formula vincente, la giusta alchimia di offerta per una trasformazione digitale “g-local” nel rispetto della cultura del cliente in un contesto di tecnologie e implementazione di respiro internazionale. Il modus operandi è quello del system integrator che inizia il suo lavoro con lo studio del cliente, collabora al disegno delle soluzioni e prosegue stabilmente nel tempo, con servizi e follow up.

Una formula che – come spiega Mario Capellari, presidente di VINCI Energies Italia – ha avuto successo. «Cresciamo a ritmo sostenuto, ma lo facciamo in modo strutturato consolidando al contempo sempre di più le nostre basi. Questo ci permette una crescita sana e serena. Intendiamo perseguire i nostri obiettivi di espansione per svilupparci su tutto il territorio e su verticali tecnologici e di mercato, puntando su nuove acquisizioni e nuove competenze». Tutto passa attraverso un particolare sistema di affiliazione, basato sul reclutamento di realtà locali che Axians mette abilmente a fattor comune grazie a una organizzazione agile e leggera.

«VINCI Energies, azienda del grande contractor globale VINCI, vuole soprattutto il successo dei propri clienti in questa complicata fase di trasformazione digitale e transizione energetica» – dichiara Thomas Panozzo, da poco nominato managing director di Axians Italia. All’interno di un gruppo che in tutto il mondo costruisce edifici, strade e infrastrutture, generando un volume d’affari superiore a 43 miliardi di euro con 210mila dipendenti, VINCI Energies genera circa 12 miliardi attraverso una presenza diretta in 53 nazioni e dando lavoro a 77.500 esperti. In VINCI Energies – spiega Panozzo –

«Axians si occupa di assicurare i livelli più elevati di affidabilità, sicurezza ed efficienza delle infrastrutture informatiche e di telecomunicazione del cliente».

FORMULA VINCENTE

L’aspetto più stimolante riguarda proprio il modello di crescita che è stato messo a punto per portare avanti i principi fondamentali di Axians: attenzione alla conservazione delle radici regionali delle aziende acquisite e allo stesso tempo una forte focalizzazione per competenze tecnologiche e verticali di mercato. Le aziende selezionate in base a criteri di competenza, esperienza e prossimità territoriale vengono partecipate, mantenendo intatto il management e l’organizzazione interna. Gli affiliati – sottolinea Panozzo – diventano le business unit all’interno di un’organizzazione centrale agile e capace di sfruttare le possibili sinergie di gruppo, orchestrandone le singole competenze. In VINCI Energies si contano ben mille e ottocento business unit Axians, cinque delle quali in Italia, dove la multinazionale francese sbarca nel 2017 con l’acquisizione del gruppo vicentino Saiv, oggi Axians Saiv, seguita l’anno dopo da un’analoga operazione con il system integrator Gruppo Sintesi, oggi Axians Sirecom. In seguito, nascono Axians Cruise, che riunisce le attività di integration svolte nel segmento delle grandi navi da crociera; Axians Sirecom USA, che raccoglie il testimone delle esperienze di Gruppo Sintesi negli Stati Uniti; e Axians Cybersecurity, specializzata in sicurezza informatica.


#CoverStory La giusta alchimia per una trasformazione digitale “g-local” @Axians_Italia
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«Una struttura con 14 sedi in Italia e due all’estero, vicina ai 300 dipendenti» – spiega Panozzo. «La crescita del business dipende dai management delle business unit, scelte perché la proprietà è motivata a restare al timone per costruire insieme a noi un campione dell’ICT nazionale e con l’obiettivo di diventare un punto di contatto unico nel “data journey” dei suoi clienti in sei aree tecnologiche: telco, enterprise networking, data center, digital workplace, applicazioni cloud e dati, e infine business intelligence, software e analytics». L’adozione e lo sviluppo di tecnologie allo stato dell’arte sono connaturati al DNA di un’azienda sempre attenta ai cambiamenti che ha creato al suo interno dei “club di innovatori” dove gli esperti di tutte le nazioni si confrontano sui business case più interessanti, creando ovunque occasioni di nuova progettualità.

Managing director Enrico Quaglio, Roberto Corraro – Business unit manager Massimo Fanelli, Dario Savorgnan

SINERGIE DI GRUPPO

Anche la componente di internazionalizzazione, già radicata nelle due realtà che costituiscono il nucleo fondativo di Axians Italia, mostra un solido potenziale di sviluppo destinato a ricevere una spinta ulteriore dalle sinergie di gruppo. Oltre a continuare a supportare i clienti nazionali nelle loro attività all’estero, Axians Italia ha già cominciato a costruire un portafoglio di clienti basati nelle sue tradizionali geografie e in paesi dove nessuna delle business unit era presente in passato. Enrico Quaglio e Roberto Corraro, responsabili rispettivamente delle business unit Axians Saiv e Axians Sirecom, appaiono molto consci del mondo di opportunità che poggia su 40 anni di esperienza nel mercato ICT. «La nostra storia ha inizio nel 1977 con la creazione di Saiv, allora specializzata nell’installazione dei centralini telefonici» – racconta Quaglio. La svolta verso le reti IP avviene una ventina d’anni dopo e ci ha portati rapidamente a crescere fino a diventare un system integrator forte nel settore delle medie imprese e con diversi clienti leader nel settore del fashion. Le competenze specialistiche di progettazione delle infrastrutture di rete e dei loro servizi portano molto presto Saiv a respirare un clima internazionale, seguendo diversi clienti nella loro espansione estera.

Nel 2017, l’ingresso nel mondo Axians porta a un ulteriore rafforzamento. «Il modello di business di Axians è organizzato per country – precisa Quaglio – ma non preclude a nessuna delle business unit di mantenere le relazioni già consolidate all’estero, anche servendosi di partner e network di contatti diversi». In un processo di costante diversificazione – primo in ordine cronologico, quello legato alle infrastrutture a bordo delle grandi navi da crociera che Saiv aveva sviluppato attraverso l’affiliata Teletronica – dopo il merger con Axians nascono due nuove business unit: Cruise e Cybersecurity che rafforzano il patrimonio di competenze e clienti della nuova realtà globale. Del resto, la stessa Saiv era già inserita in un sistema di alleanze con le università e i fornitori tecnologici finalizzato ad ampliare e disseminare le proprie competenze.

«Con gli enti universitari collaboriamo sui temi della formazione informatica e organizziamo convegni sul futuro delle città intelligenti».

Direttori commerciali Luca Landi, Paolo Ronzani, Lorenzo Zanfardin, Federico Foli, Alessandro Gencarelli

SMART CITY E RETI SICURE

Un futuro che diventa presente attraverso la “Ship Digital Communications Network” (SDCN), realizzata da Axians Cruise a supporto delle vere e proprie “smart city galleggianti” di un settore in continua espansione, sottolinea Dario Savorgnan, manager che ha maturato in questo particolarissimo segmento un’esperienza ormai decennale. «La SDCN riunisce tutte le caratteristiche di una rete complessa, che impegna tutti i reparti di un system integrator. Gli impianti IP a bordo erogano servizi di comunicazione essenziali per gli ufficiali e tutto l’equipaggio e garantiscono una offerta in “modalità home” a migliaia di passeggeri in navigazione, il tutto su una sorta di città mobile in continuo spostamento». I clienti di Axians Cruise sono prima di tutto i costruttori ma anche gli armatori delle grandi navi per crociere di lusso. Grazie alle commesse per conto del leader mondiale delle costruzioni navali cruise, le attività in corso e quelle pianificate per il futuro stanno portando a un trend di valori in crescita.

Tra le competenze che Axians Italia sa mettere a fattor comune, la sicurezza informatica ha un ruolo centrale. Centralità che ha spinto Axians a costruire una business unit ad hoc. Axians Cybersecurity, guidata da Massimo Fanelli, rappresenta il primo esempio in Italia di un modello di go-to-market basato sull’acquisizione di competenze esperte del settore. «La capacità di mettere le reti in sicurezza è una conseguenza della vocazione tecnica di Saiv» – spiega Fanelli. «Oggi, ci sono tanti motivi in più per mettere questo insieme di competenze al servizio sia dei clienti che seguiamo direttamente con la nostra struttura commerciale, sia dei clienti delle altre business unit». In pratica, uno specialista di sicurezza a tutto tondo, che può contare su una squadra di circa trenta persone che operano dal quartier generale di Milano e dalle altre sedi di Bologna, Roma, Massa e Vicenza.

«In uno scenario di minaccia sempre più attento al valore monetario di informazioni da carpire e sabotare a fini di ricatto, fare cybersecurity significa saper approcciare ambiti diversi, scalare la consapevolezza del rischio fino ai livelli manageriali più alti (C-Level), mettendo le persone in condizioni di affrontare i pericoli insiti nei comportamenti troppo “distratti”».

Il team italiano fa parte del team di ricerca e sviluppo – frutto del collegamento “intergruppo” con altre divisioni Axians – focalizzato sull’analisi delle minacce. «Un “club cybersecurity”, costituito da 15 business unit come la nostra, da 4 Security Operation Center (SOC) e da un Computer Emergency Response Team (CERT) distribuiti in Europa e nel mondo» – precisa Fanelli. Roberto Corraro regge le redini di Axians Sirecom, seconda grande acquisizione condotta in porto nel 2018 da VINCI Energies in Italia. Fino a quel momento, la storia del system integrator torinese corre quasi in parallelo con quella di Saiv. Di qualche anno più giovane, Sirecom non si occupava di sistemi telefonici aziendali, ma di infrastrutture IT e di sviluppo software. «Con l’avvento del Web a metà Anni 90 – racconta Corraro – la società diventa a tutti gli effetti un system integrator con un approccio finalizzato alla interconnessione di reti, dispositivi e applicazioni, grazie a una suite completa di servizi di progettazione, implementazione e monitoraggio». Nel 2010 la svolta strategica, con una forte concentrazione sui temi tecnologici cari alla grande distribuzione organizzata e al retail, che oggi offre ad Axians l’opportunità di fare leva sulla sua nuova business unit in Italia, nonché sulla diretta presenza di quest’ultima negli Stati Uniti, per rilanciare a livello globale le competenze maturate nel settore con progetti internazionali di informatizzazione dei processi commerciali e logistici, di interconnessione delle catene commerciali e soprattutto di digitalizzazione della customer experience in negozio.

Responsabili ufficio di Roma Loredana Mancini e Marco Pace

INFORMATICA PER NEGOZI

«Quest’anno – dice Corraro – ci concentreremo sul cloud e virtualizzazione del data center, creando un apposito team e focalizzandoci sulla parte dei servizi di digital transformation, con l’obiettivo di diventare il retail expert di VINCI Energies, anche per assicurare ai nostri clienti una sinergia con l’attività aeroportuale del gruppo VINCI». L’infrastruttura informatica delle grandi insegne e dei mall commerciali – dal data center dipartimentale fino alla tecnologia per la barriera casse e i sistemi antitaccheggio – è il pane quotidiano di Axians Sirecom, che integra a monte il supporto alla supply chain con i servizi a valle come l’IoT, i pagamenti elettronici, il digital signage e tutte le nuove modalità di interazione con la clientela.

Axians Italia prevede uno sviluppo oltreoceano con Axians Sirecom USA, affidata a Federico Foli. La sua business unit ha contribuito ad attivare per alcuni retailer globali una interfaccia digitale (digital windows) in più di diecimila punti vendita sul territorio americano. «Per un retailer – osserva Foli – la sfida della globalizzazione è legata più alla cultura che alla tecnologia. Il nostro plus è quello di saper fare da ponte sia nei confronti dei clienti italiani che cercano uno sbocco commerciale oltreoceano, sia per i clienti stranieri aperti all’internazionalizzazione». Quando si attraversa l’Atlantico – aggiunge Foli – non mutano solo i gusti, le regole commerciali e fiscali. Cambiano anche le aspettative di servizio, la capacità di offrire la stessa assistenza in più lingue indipendentemente dal fuso orario: un insieme di requisiti e skill che consentono a un fornitore come Axians di differenziarsi rispetto alla concorrenza.

«Il valore trasferito al cliente – conclude Foli – si basa sull’esperienza di tanti anni, sulla capacità di esportare il nostro modello anche fuori dagli USA, affrontando geografie complesse – basti pensare alla Cina o all’Australia – e tante sfide logistiche con i clienti che insieme a noi hanno imparato a cambiare il loro approccio».

Un ruolo fondamentale nell’orchestrare le diverse capacità di Axians, dirigendole verso obiettivi ancora più ambiziosi, spetta ai responsabili dell’organizzazione commerciale, suddivisa in quattro assi portanti. Lorenzo Zanfardin e Paolo Ronzani seguono rispettivamente i clienti della geografia del nord-est, tradizionalmente presidiata da Axians Saiv, e quelli del nord-ovest che fa riferimento alla storia di Axians Sirecom. Ad Alessandro Gencarelli è stata affidata la direzione commerciale per le attività internazionali e infine Luca Landi e Marco Pace seguono la business unit cybersecurity. L’attenzione alla relazione – sostiene Zanfardin – è sempre stato un elemento fondante della crescita di una realtà che oggi vanta una clientela concentrata in un territorio compreso tra la Toscana e il Friuli Venezia Giulia, gestito da un team di vendita di oltre venti commerciali su mercati verticali come la GDO e retail, società di servizi, enti fieristici, manufacturing e fashion. «Nei diversi segmenti, c’è una perfetta complementarietà con le strategie di Axians nelle sedi italiane e internazionali dei nostri clienti. La nostra capacità di ingaggio sulle infrastrutture e su tutti i processi ICT dà luogo a una grande continuità di relazione».

GO-TO-MARKET COMBINATO

Per Paolo Ronzani, l’obiettivo è di porre al centro i clienti, mettendo a disposizione – «tutte le diversificate competenze di una unica famiglia di esperti tecnologici». Per Axians Sirecom – che come Axians Saiv punta a mantenere un tasso di crescita a doppia cifra – è al lavoro un team affiatato di dodici commerciali ripartiti su tre segmenti di specializzazione: GDO, luxury e manifatturiero. Due ambiti di offerta che possono far leva sulle sinergie più opportune, e dove le rispettive strutture commerciali possono giocare di squadra, anche con i colleghi della parte cyber security e delle vendite internazionali. Queste ultime – spiega Gencarelli – vengono gestite in modo molto virtuale proprio per valorizzare le componenti della “galassia” Axians chiamate a intervenire nelle geografie strategiche per i clienti. «Le nostre business unit operano in tutto il mondo e il nostro team commerciale trasversale trova sempre la risposta giusta per i nostri clienti multinazionali». Volutamente snella è anche la struttura verticale guidata da Luca Landi e costituita da risorse commerciali e tecnici di prevendita. «La flessibilità è importante per sincronizzarci con i nostri colleghi delle altre business unit e accedere a un mercato più maturo rispetto al passato. Anche le imprese di medie dimensioni oggi investono molto in sicurezza. E se è vero che la concorrenza si sta attrezzando in questa direzione, Axians Cybersecurity ha il grosso vantaggio di potersi inserire anche in complessi progetti end-to-end di respiro internazionale».


#CoverStory L’innovazione sostenibile, consapevole e customer-centric @Axians_Italia
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Il focus della discussione subisce uno spostamento di geografia e di mercato con Marco Pace e Loredana Mancini, i due manager di Axians Cybersecurity che guidano le strategie di Axians Italia dagli uffici della sede romana. Il primo condivide con Luca Landi la direzione commerciale per il mercato centro-sud, seguendo in modo particolare le relazioni con i clienti della pubblica amministrazione centrale, i ministeri, gli operatori di telecomunicazioni e le partecipate pubbliche. Parallelamente alla struttura commerciale, si affianca una attività di business development e accreditamento istituzionale, svolta da Loredana Mancini anche nella sua veste di esperta di lungo corso in sicurezza logica e industriale: una risorsa in grado di partecipare ai tavoli tecnici istituzionali e di animare campagne di mentorship attraverso iniziative come “Women in Security”.

Il compito affidato all’ufficio romano è tutt’altro che semplice. Accreditarsi in realtà complesse e delicate come la PA e le grandi società partecipate – dove domina il modello della gara e delle centrali d’acquisto – richiede una grande competenza e capacità di relazione.

«Ci aiutano molto la nostra immagine di internazionalità, la forza finanziaria, le competenze e la capacità di costruire un’offerta realmente innovativa»

– riconosce Marco Pace. Per la sua collega Loredana Mancini, quasi trent’anni di esperienza in sicurezza delle reti e del data center, il duplice ruolo di senior consultant e vertical business developer è un ottimo motivo per trasmettere un messaggio di «innovazione sicura», che ha un forte impatto proprio sulla clientela di riferimento della Axians “romana”.

Struttura tecnica Michele Forleo, Luca Balzola, Giulio Gobbato, Ombretta Fornari

TRUSTED ADVISOR

«Siamo riusciti a farci conoscere da un mercato molto esigente anche in virtù delle sinergie con VINCI Energies e le tante realtà Axians, da cui derivano competenze esclusive» – osserva Loredana Mancini. Qualche esempio? Gli stadi e gli impianti sportivi ai quali Axians ha dato piena copertura Wi-Fi. O ancora, le soluzioni di Actemium, il brand di VINCI Energies che raggruppa le soluzioni di automazione industriale. Il successo che Axians sta riscontrando con i suoi clienti istituzionali e le grandi imprese di matrice pubblica, conferma che il brand viene ormai percepito come “trusted advisor” in grado di affiancare il cliente attraverso le fasi di progettazione, project management e mantenimento di una soluzione ICT. Un ulteriore valore aggiunto nasce dall’insieme di expertise che i team tecnici e l’R&D Axians sanno mettere in gioco, nonché dall’ampia proposta di servizi gestiti, nella situazione in cui il cliente chiede di esternalizzare determinati processi.

L’ultima parte di questa storia di copertina è doverosamente dedicata ai responsabili della Struttura Tecnica di Axians Italia. «Nell’insieme – racconta Giulio Gobbato, direttore tecnico di Axians Saiv – possiamo schierare un centinaio di persone sin dalle prime fasi di affiancamento dei nostri commerciali per la messa in opera dei progetti nella loro componente di servizio. Seguiamo l’intero lifecycle di implementazioni che si avvale del supporto continuo erogato dal nostro Network Operation Center». Di queste risorse – precisa Ombretta Fornari, direttore prevendita di Axians Sirecom – «30 esperti in rappresentanza di tutte le business unit formano il team di progettazione, che è stato sviluppato proprio per potenziare il supporto consulenziale offerto al cliente e fare anche da collante tra la fase di configurazione della prevendita e quella di implementazione vera e propria». Un esempio recente è la commessa vinta con un gruppo francese leader del luxury, basata su tecnologia RFID per supportare svariate soluzioni nei magazzini e nei punti vendita.

«Una missione importante, per la componente più vicina al core dell’ICT, è la costante, e accurata analisi delle opportunità di business che possono emergere dai vari trend tecnologici che, unita all’eccezionale spessore umano di tutti i nostri ricercatori – sottolinea Michele Forleo, direttore tecnico di Axians Cybersecurity – ci permette di essere innovativi e propositivi al tempo stesso, centrando gli obiettivi più complessi». Axians Cybersecurity – prosegue Forleo – dispone di un gruppo di una ventina di esperti chiamati a partecipare ai progetti di implementazione delle altre business unit, con un occhio particolare alla trasformazione della cybersecurity da “implementazione presso il cliente” a servizio gestito basato sui Security Operation Center di gruppo. È questo il caso di un importante progetto di security information and event management realizzato per un importante cliente del mondo fashion. In conclusione, dice Luca Balzola, responsabile servizi gestiti di Axians Sirecom

«il servizio è per noi un modo di affiancare il cliente nella corretta gestione dei suoi processi e delle sue necessità, ma allo stesso tempo è anche un modo di fare cross-selling in modo proattivo, senza che il cliente debba preoccuparsi di inventare da solo nuove verticalizzazioni».

In conclusione, quella di Axians Italia è una storia di innovazione guidata, consapevole e incentrata sulle necessità dei clienti, frutto di una fertile sommatoria di esperienze, che ha trovato nelle sinergie di un colosso globale dell’ingegneria la giusta leva gravitazionale.

Foto di Gabriele Sandrini

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Il futuro del data center non è ancora una commodity https://www.datamanager.it/2019/11/il-futuro-del-data-center-non-e-ancora-una-commodity/ Fri, 15 Nov 2019 10:45:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193221 Gestito o on premises, basato su infrastrutture convenzionali o di nuova generazione, la “sala macchine” del passato si trasforma in un oggetto sempre meno monolitico, al contrario agile, scalabile, automatizzato. Piccola guida alle nuove fabbriche dei dati L’iperconvergenza alimentata dal “software defined everything” ha trasformato gli approcci architetturali e di governo delle grandi infrastrutture di […]

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Gestito o on premises, basato su infrastrutture convenzionali o di nuova generazione, la “sala macchine” del passato si trasforma in un oggetto sempre meno monolitico, al contrario agile, scalabile, automatizzato. Piccola guida alle nuove fabbriche dei dati

L’iperconvergenza alimentata dal “software defined everything” ha trasformato gli approcci architetturali e di governo delle grandi infrastrutture di calcolo e storage. Al tempo stesso, l’offerta dei cloud provider e degli outsourcer si articola in maniera ancora più complessa, in un orizzonte futuro popolato da modelli di erogazione di servizio completamente ibridi. Al tempo stesso, il data center continua a mantenere la sua decisiva “centralità” nella sua veste di autentica fabbrica e cassaforte dei nostri dati digitali. Siamo entrati ufficialmente nell’era degli zettabyte, miliardi di terabyte come unità di misura dei dati digitali. Nel suo “Global Cloud Index” relativo al quinquennio 2016-2021, Cisco prevede che tra due anni il traffico globale attraverso i data center sarà di 20,6 zettabyte. Di questi, 1,3 zettabyte rappresentano il totale dei dati custoditi nelle unità di storage. Nel 2021, secondo le previsioni, il volume di dati complessivamente generati – anche se non necessariamente memorizzati – dall’insieme dei dispositivi digitali sarà addirittura di 847 zettabyte.

Al di là delle questioni e delle sfide di carattere puramente informatico, in questo speciale dossier di Data Manager il tema del data center assume una importanza particolare, soprattutto dal punto di vista dei consumi energetici, della connettività con reti ad alta capacità e da quello della sicurezza fisica delle infrastrutture in un quadro climatico e conflittuale sempre più complesso. Non a caso, le ultime tendenze vedono una crescente richiesta di location capaci di assicurare un clima più fresco e temperato e un costante approvvigionamento di energia pulita e rinnovabile, tipicamente idroelettrica ed eolica. Si moltiplicano così gli investimenti in strutture localizzate nel nord del mondo. Contemporaneamente, si devono considerare le esigenze di molte aree in via di rapido sviluppo in Africa e Asia, in aree climaticamente difficili, dove la presenza di un data center pubblico può agire da potente volano di creazione e trasformazione di business. Critica è anche la presenza di dorsali in fibra ottica e altre infrastrutture di interconnessione che sono al centro di molti progetti spesso finanziati dal quintetto FAMGA (Facebook, Apple, Microsoft, Google e Amazon), cinque operatori che hanno costruito, sulle proprie necessità di calcolo, un’intera economia aperta basata su servizi di hosting, housing e IaaS estremamente diversificati e accessibili.

TECNOLOGIE IMPATTANTI

Sicurezza fisica e logica, regole strutturali e tecnologie sono altri fattori in costante evoluzione in un mondo dove le vecchie tendenze alla centralizzazione delle risorse in edifici di grandi dimensioni sono sostituite da un crescente interesse nei confronti di data center molto più compatti, addirittura facilmente trasportabili. L’incessante sviluppo di nuove tipologie di supporti di memoria, impatta sull’infinita fame di spazio di archiviazione proponendo soluzioni a capacità sempre maggiore. La moda dei dischi a stato solido, che è subentrata ai tradizionali hard disk, potrebbe per esempio lasciar posto a nuovi supporti magnetici, come nel caso di dischi HAMR (Heat-assisted memory recording), dove il riscaldamento del supporto magnetico permette di “scrivere” i dati a livelli di densità finora impensabili, tanto da render presto disponibili fattori di forma da 20 o 40 Tera per supporto.

Tornando al software, si può immaginare come l’intelligenza artificiale e il machine learning ci aiuteranno ad avere data center ottimizzati dal punto di vista dei consumi energetici e facili da gestire. Su tutte queste questioni, per le aziende e le organizzazioni pubbliche che rappresentano i primi “consumatori finali” delle fabbriche dei dati, dominano però considerazioni più spicciole, a partire dalla scelta tra infrastrutture di calcolo on premises, di proprietà ma in house, o di una informatica sempre più as a Service e in cloud – un trend favorito da livelli di accettazione elevatissimi, anche in comparti di industria un tempo caratterizzati da forte scetticismo. L’evoluzione dei modelli di virtualizzazione software che allontanano sempre di più il livello applicativo dal substrato di ferro, la spinta sempre più forte verso la containerizzazione delle risorse di sistema o l’uso dei microservizi può incidere molto sulle singole scelte. Quali decisioni prendere – e da chi farsi aiutare – nella tradizionale “sala macchine”, per affrontare al meglio il futuro di un data center sempre più virtualizzato, flessibile, automatizzato e soprattutto sostenibile?


#DataCenter Hyperconverged/Hyperscale. Il data center riparte dal futuro @IDCItaly
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EFFICIENZA E SOSTENIBILITÀ

Come sempre, gli esperti di IDC sono stati coinvolti in questa rassegna sui principali trend che contraddistinguono l’evoluzione del moderno data center e, di conseguenza, sulle scelte strategiche che i decisori aziendali sono chiamati a fare. Sergio Patano, associate research director di IDC Italia, è il nostro Virgilio in una selva intricata, se non oscura, di tecnologie, paradigmi architetturali e modelli di uso. Una delle tematiche più sentite in questo periodo di maggiore sensibilità ai problemi del riscaldamento globale è il rapporto tra un business sempre più digitale e l’elettricità consumata per sostenere questa digitalizzazione. In una economia che produce crescenti percentuali di servizi e prodotti basati anche solo in parte sull’elettronica intelligente, l’incidenza dell’ICT sui nostri consumi aumenta di conseguenza. La necessità di assicurare la sostenibilità del business digitale attraverso una forte ottimizzazione delle risorse energetiche impegnate ha anche precise conseguenze sulle stesse tecnologie informatiche e sui modelli attraverso i quali le organizzazioni aziendali e le istituzioni di tutto il mondo sfruttano queste tecnologie. «In nome della resilienza dei servizi che i responsabili IT devono poter erogare – spiega Patano – in questi ultimi anni IDC ha osservato una forte tendenza all’overprovisioning, in altre a parole a “sovradotare” le infrastrutture critiche ospitate all’interno dei data center pubblici e privati. La trasformazione digitale sta del resto pressando molto gli operatori di questi data center, che spesso devono affrontare crescite molto rapide e difficili da prevedere. L’overprovisioning di risorse centralizzate diventa l’unica risposta a questa domanda». Si eccede in pianificazione, insomma, per evitare di farsi prendere di sorpresa dai carichi di lavoro inaspettati, ma così facendo ci si espone al rischio dei costi legati agli investimenti eccessivi e agli sprechi, inevitabili in presenza di sovradimensionamento. «L’avvertenza – ricorda Patano – riguarda soprattutto i consumi energetici. Per questo riteniamo che investire oggi nelle tecnologie e nei servizi che aiutano a migliorare un uso sempre più efficiente ed efficace dell’energia che alimenta i sistemi di calcolo e di condizionamento è il modo migliore, per qualsiasi organizzazione, di venire incontro agli obiettivi, apparentemente in contrasto tra loro, della trasformazione digitale e della sostenibilità».

Le politiche di sostenibilità e corporate responsibility diventano sempre più intrecciate con quelle che riguardano più strettamente le dinamiche che regolano l’adozione delle tecnologie e la gestione del loro ciclo di vita. In questo senso, ricorda l’esperto di IDC, un approccio più olistico alla gestione delle risorse del data center e dei consumi energetici deve includere l’intero spettro di misure che vanno dalla tipologia delle fonti energetiche alle quali attingere a infrastrutture fisiche nativamente in grado di utilizzare in modo efficiente l’energia. «Tra i possibili strumenti che gli IT manager hanno a disposizione c’è anche la volontà di rinunciare del tutto agli asset informatici e alle infrastrutture che non possono essere debitamente efficientate».

DALL’IPER AL MICRO

Fattori come le dimensioni fisiche e i livelli di automazione e virtualizzazione delle risorse obbligano oggi a fare una distinzione sempre più netta tra due classi di data center. Al tradizionale data center aziendale si contrappone una categoria di infrastrutture, quella degli hyperscale data center, che si distingue per la capacità di “scalare” virtualmente a piacere i volumi di carico, sia verso l’alto sia verso il basso. Quest’ultima categoria di super data center è caratterizzata secondo le ricerche di Synergy da un forte fenomeno di concentrazione. Alla fine del 2018, la società di consulenza censiva nel mondo 430 strutture di classe hyperscale, il 40% delle quali nei soli Stati Uniti. Un calcolo che prende in considerazione i data center realizzati dalle 20 principali società fornitrici di servizi di cloud computing e Internet, inclusi i maggiori operatori di servizi IaaS, PaaS e SaaS, search, social networking ed e-commerce. In media, ciascuna di queste venti società oggi gestisce secondo Synergy 22 hyperscale data center, rappresentando un punto di riferimento per tutte le aziende, grandi o piccole, che ricorrono a modalità come la co-location, l’uso di servizi di hosting e housing avanzati e naturalmente di cloud computing di tipo pubblico o ibrido, in congiunzione con risorse proprie “on premises”.

Secondo IDC, il club degli hyperscale data center sarà il vero motore dell’innovazione verso una efficienza operativa sempre maggiore. Anche i data center pubblici – la definizione più corretta è forse “multi-tenant” – di dimensioni più convenzionali continueranno a investire in sostenibilità, anche facendo leva sugli accordi con i propri clienti. Di conseguenza, crescerà anche il mercato delle soluzioni e il numero di acquisizioni o di partnership tra gli operatori dei data center e le aziende capaci di inventare nuovi approcci all’efficientamento e alla resilienza delle risorse di calcolo. Le stesse utility – sottolinea Sergio Patano – saranno coinvolte in iniziative finalizzate ad affiancare i clienti nelle loro strategie per una informatica sostenibile ed efficiente. «Anche qui – continua Patano – deve prevalere un punto di vista olistico all’impiego dell’energia, che abbracci tutti gli uffici, i dispositivi e gli spazi di lavoro fondendoli in un unico grande ambiente dinamicamente gestito». Tra gli effetti, è immaginabile un sempre maggiore investimento in architetture energetiche autonome e su piccola scala, le cosiddette microgrid, “isole infrastrutturali” capaci di affrontare la variabilità dei carichi agendo, se necessario, in connessione intelligente con le reti regionali o nazionali.

Il più importante contraltare alla sostenibilità è sicuramente la semplificazione, o se si vuole, il surplus di intelligenza e automazione che chiunque progetti oggi un data center, per finalità pubbliche o private, deve prendere in seria considerazione. Questo vale per tutti gli scenari di scala, sia che il progetto riguardi un data center di classe hyperscale o comunque ad alta capacità, sia quando si devono concentrare volumi di risorse più limitati, come nel caso dei data center periferici (edge data center) che cominciano a prendere piede nelle architetture IoT multi-sede o molto distribuite. Un altro recente studio “Techscape” di IDC, “Worldwide Smarter data center Technologies, 2019” affronta l’argomento dello smart data center attraverso la disamina delle tecnologie oggi alla base dell’automazione di queste risorse. «I parametri che servono a misurare il livello di intelligenza di una infrastruttura di data center – spiega Patano – si muovono lungo gli assi del miglioramento dell’efficienza operativa, della riduzione dei rischi, dell’accelerazione dei tempi di deployment di nuovi carichi di lavoro e della capacità di monitorare e gestire tutte le operazioni anche remotamente, un presupposto essenziale per il supporto della edge IT». Visibilità e controllo sono un requisito fondamentale per poter far leva su risorse di diversa tipologia – proprietarie, co-locate o semplicemente affittate come servizio da un provider pubblico – e distribuirle in modo uniforme al centro come alla periferia. Per sostenere le iniziative di trasformazione digitale il vecchio concetto di data center monolitico cede il posto a infrastrutture più distribuite, anche se spesso al centro di queste infrastrutture – in funzione della crescente importanza del dato per le decisioni di business – il data center deve subire un adeguato potenziamento in direzione di una maggiore capacità di raccolta, analisi e protezione del dato.


#DataCenter Come conciliare efficienza operativa e sostenibilità @IDCItaly
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FAR FRONTE ALL’ESPLOSIONE DEI DATI

Assistiamo quindi a un paradosso: «Mentre i data center finiscono spesso per ospitare equipaggiamenti molto avanzati, di ultima generazione, affiancati da personale impegnato in importanti progetti di analisi di informazioni sempre più critiche e bisognose di protezione, l’architettura stessa del data center è di una generazione precedente» – osserva ancora Patano. Un altro cambiamento nel modo di gestire le nostre fabbriche dei dati deriva proprio dalla convergenza tra IT e OT, tra tecnologie informatiche convenzionali e quelle “operative”, l’informatica delle macchine di produzione. I data center smart diventano essi stessi grandi consumatori di dati per poter decidere autonomamente su come utilizzare l’energia, come predisporre i sistemi alle variazioni di capacità, quali servizi e risorse remote attivare. E all’interno dei data center entrano tecnologie tipicamente OT, in particolare la sensoristica destinata a una migliore gestione dei parametri ambientali.

Tutto questo incide sulle organizzazioni IT delle imprese, anch’esse impegnate in una profonda trasformazione, non più preposte al buon funzionamento delle componenti del data center ma sempre più orientate alla dimensione di erogazione di servizi e orchestrazione di risorse distribuite. La gestione delle nuove architetture richiede in parallelo nuove competenze, con una particolare attenzione alle problematiche di sicurezza e gestione del rischio, e una maggiore capacità di adattamento al dinamismo dei carichi di lavoro. «Il cambiamento riguarda anche gli spazi e i layout all’interno del data center» – precisa Patano. «Chi gestisce queste facilities deve far spazio ad applicazioni di AI basate su GPU, su nuove infrastrutture iperconvergenti, tutte destinate a prendere in qualche misura il posto delle vecchie infrastrutture. I nuovi dispositivi richiedono tecnologie di raffreddamento e dispersione del calore, in grado di offrire, tra le altre cose, una maggiore protezione contro i rischi di downtime».

Secondo IDC, le difficoltà non ostacolano la tendenza di molti utilizzatori di servizi di cloud computing, in particolare IaaS, a dotarsi di risorse cloud private. Una indagine globale effettuata sugli utenti IaaS rivela che la semplicità e la flessibilità che il cloud riesce a raggiungere in termini di provisioning piace molto. Il 6% di questi utilizzatori afferma di avere accesso a risorse private in modalità cloud. Nel 27% dei casi, queste nuvole private sono di tipo managed, implementate as a service sulle reti di qualche provider. In un altro terzo dei casi, la virtualizzazione in cloud riguarda infrastrutture hardware di tipo tradizionale. Ma nel 41% dei casi, a conferma delle ottime condizioni di salute di questo nuovo mercato, il cloud privato passa per i nuovi apparati “iperconvergenti”. Se la semplicità del self-service è uno dei plus più interessanti per chi investe in soluzioni hyper-converged (HCI), IDC invita a considerare anche la presenza di funzionalità “cloud-like” direttamente integrate nell’offerta dei principali fornitori di apparati iperconvergenti. «Chi investe in queste soluzioni – sottolinea Patano – ottiene direttamente il supporto alle nuove architetture applicative, spesso attraverso la containerizzazione. E inoltre, può contare su sofisticate console di monitoraggio dell’uso delle risorse convergenti e dei relativi ritorni sugli investimenti».


#DataCenter Dall’iper al micro per far fronte all’esplosione dei dati @IDCItaly
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SARÀ QUELLO GIUSTO?

A fronte del crescente interesse nei confronti di soluzioni HCI, IDC offre una serie di considerazioni rivolte al potenziale acquirente di queste tecnologie, invitando i decisori aziendali a documentarsi il più possibile su questa nuova opportunità. In “Understanding hyperconverged infrastructure and buying the optimal system” la società di ricerche elenca alcuni principi che vale la pena tenere a mente per comprendere meglio la filosofia alla base delle architetture iperconvergenti. Prima di tutto, al contrario di quanto avviene con le architetture standard convenzionali, esistono tante architetture e varianti HCI. Inoltre, ciascun vendor e ciascun prodotto ha i suoi esclusivi punti di forza e le sue debolezze. Non bisogna dimenticare che ogni soluzione HCI di ultima generazione poggia su determinate tecnologie hardware, critiche per una operatività ottimale. E soprattutto che nel mondo del software defined everything, il valore di un sistema HCI è soprattutto legato alla suite di funzionalità software offerte o supportate. Perché un sistema HCI ottimale diventa parte integrante di qualsiasi strategia IT e business concretamente olistica.

Considerazioni che inducono IDC a definire qualche regola di base per l’acquisto consapevole di soluzioni convergenti, che integrano le tradizionali componenti del data center (server e unità di storage) in un unico “pacchetto” che comprenderà potenza computazionale, array e sistemi di interconnessione. I clienti dei vendor di questo mercato – conclude Sergio Patano di IDC – «devono acquisire nuove conoscenze che li portino a capire a fondo la filosofia alla base delle architetture iperconvergenti. In particolare, chi decide in materia di investimenti in IT, deve essere in grado di mettere questa conoscenza in prospettiva, studiando gli aspetti evolutivi delle soluzioni acquistate oggi in quanto gli apparati HCI rappresentano l’hardware del futuro per i data center di nuova generazione». L’impresa nel suo insieme – consiglia ancora l’esperto di IDC – deve sempre valutare diverse offerte HCI, non solo dal punto di vista dei normali parametri che definiscono la capacità di un server o di un array di dischi, ma anche sul piano delle funzionalità aggiuntive – spesso orientate ad aspetti di gestione della scalabilità, o agli ambienti applicativi anch’essi di nuova generazione – che i vendor propongono a completamento delle loro offerte.

«In definitiva – afferma Patano – l’azienda che intraprende un certo percorso deve comprendere fino in fondo il ruolo dell’iperconvergenza nella strategia di modernizzazione del data center e come a sua volta quest’ultimo può diventare il fattore abilitante della trasformazione digitale». Pensando ai parametri che nella prima fase di Internet ci servivano per valutare un investimento in infrastruttura, nel mondo dei sistemi iperconvergenti i punti di attenzione sono molto più complessi e articolati. Le domande da porsi sono molte. L’architettura di riferimento seguita dal vendor è compatibile con l’ambiente in cui i sistemi HCI si troveranno a operare? I vendor selezionati sono più specializzati in certi ambiti verticali, rispetto ai carichi di lavoro che insisteranno sull’infrastruttura? Si possono acquisire sistemi con qualsiasi tipo di hypervisor, o viceversa è più opportuno concentrarsi su offerte che utilizzano hypervisor con cui abbiamo maggiore dimestichezza? In relazione alla scalabilità, è possibile aumentare o diminuire i nodi di una architettura HCI? O addirittura, variare in modo indipendente il numero di nodi di calcolo o di storage? La gestione, soprattutto nelle situazioni in cui il provisioning riguarda i data center core o le soluzioni da attivare nelle sedi distaccate dell’azienda o sull’edge del perimetro IT? Quanto è elevata la fault tolerance? Quali funzionalità di backup e recovery sono previste? Quali aspetti della sicurezza dovranno essere affrontati con soluzioni aggiuntive? Spesso la scelta più corretta è quella che ricade sul sistema di assistenza e consulenza pre e postvendita che il vendor HCI mette a disposizione dei suoi clienti, direttamente o attraverso la relazione con partner specializzati in system integration. Il futuro dei nostri data center non è ancora una commodity.

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PA digitale, il doppio legame tra efficienza e sviluppo https://www.datamanager.it/2019/11/pa-digitale-il-doppio-legame-tra-efficienza-e-sviluppo/ Fri, 15 Nov 2019 10:14:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193216 La trasformazione digitale della pubblica amministrazione centrale e locale procede a macchia di leopardo. Il Paese sconta un problema di legacy, che non è solo tecnologico ma culturale. Senza innovare processi, organizzazione e servizi si influenza negativamente la crescita del Paese Secondo gli ultimi dati della Scuola di Pubblica Amministrazione di Oxford (InCiSE Index), su […]

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La trasformazione digitale della pubblica amministrazione centrale e locale procede a macchia di leopardo. Il Paese sconta un problema di legacy, che non è solo tecnologico ma culturale. Senza innovare processi, organizzazione e servizi si influenza negativamente la crescita del Paese

Secondo gli ultimi dati della Scuola di Pubblica Amministrazione di Oxford (InCiSE Index), su 31 paesi, l’Italia è in coda alla classifica (27esimo posto) per efficienza e qualità dei servizi. Nella classifica DESI della Commissione europea sull’attuazione dell’Agenda digitale, siamo al 25esimo posto, quartultimi prima di Romania, Bulgaria e Grecia. L’inefficienza della PA ci costa quasi 30 miliardi di euro, circa 2 punti di PIL. Per le imprese, in particolare, la PA inefficiente rappresenta un costo molto rilevante, con impatti che si attestano tra il 2% e il 4% del fatturato e con pesi più elevati al decrescere della dimensione dell’azienda. Con tre milioni di dipendenti, la Pubblica Amministrazione è oggi la più grande azienda italiana: tutte le pubbliche amministrazioni centrali e locali di cui si compone sono pertanto chiamate ciascuna a comprendere che senza trasformazione digitale non si va da nessuna parte e si influenza negativamente la crescita del Paese. La conferma si evince anche dalle più recenti Raccomandazioni del Consiglio Europeo sul programma nazionale di riforma 2019 dell’Italia, che rincara la dose con veri e propri richiami ad “accrescere l’efficienza dell’amministrazione pubblica italiana e la sua capacità di rispondere alle esigenze delle imprese” in quanto questo avrebbe un impatto positivo sul contesto imprenditoriale e sugli investimenti, così come sulla capacità delle imprese di sfruttare le opportunità di innovazione.

Nel 2015, è stata adottata un’ampia legge delega di riforma della pubblica amministrazione che ha affrontato gran parte delle fonti di inefficienza, quali la lunghezza e la complessità delle procedure, la mancanza di trasparenza, la gestione inefficace del pubblico impiego, la gestione inefficiente delle imprese di proprietà pubblica e la scarsa digitalizzazione. Alla fine del 2017, l’applicazione della riforma è in corso d’opera con il sostegno della nuova legge “Concretezza”. Tuttavia, la pianificazione incoerente, le scarse risorse finanziarie e l’insufficiente coordinamento stanno ritardando l’attuazione dei servizi pubblici digitali in settori fondamentali che contribuirebbero a ridurre la complessità e ad aumentare la trasparenza, come quello dei sistemi di pagamento online. L’elevata età media dei dipendenti pubblici e il basso livello medio delle loro competenze digitali rallentano ulteriormente il processo. Eppure, quando obiettivi chiari si combinano a un’applicazione efficace, i risultati sono evidenti, come nel caso del rapido sviluppo del mercato elettronico della pubblica amministrazione e della fatturazione elettronica. I temi della PA in ottica di trasformazione digitale sono in un momento critico. Con questo dossier Data Manager ha voluto mettere insieme modelli positivi e best practice, partendo dal contributo degli analisti di IDC Italia e con particolare attenzione non solo all’evoluzione della PA (centrale e locale) al suo interno, ma anche alle interconnessioni tra PA efficiente, cittadini e sviluppo delle imprese sul territorio. Ne emerge un quadro di progressi incoraggiante dal quale dedurre i prossimi passi per abbracciare con convinzione il futuro.

INVESTIMENTI E TRASFORMAZIONE

Stando ai dati del rapporto del World Economic Forum, il 60% del PIL mondiale sarà “digitalizzato” entro il 2022 e la sua crescita dipenderà da servizi e prodotti digitalizzati. In buona sostanza, la digitalizzazione è uno dei motori del progresso economico e sociale del futuro. Come ci spiegano Massimiliano Claps, research director di IDC Government Insights e Fabio Rizzotto, associate vice president e head of research & consulting di IDC Italia – le pubbliche amministrazioni si trovano al centro di questa trasformazione. I servizi pubblici digitali devono essere sempre più orientati a cittadino e imprese. L’uso responsabile dei dati e della conoscenza che ne deriva, permettono di personalizzare i servizi e ottimizzare l’allocazione delle risorse verso i programmi a maggiore impatto. L’applicazione di una logica di lavoro collaborativa, fra diversi enti, permette una maggiore efficienza e orientamento al cittadino. Per accelerare la trasformazione, l’adozione di tecnologie digitali gioca un ruolo chiave. Ma l’investimento in tecnologie digitali avanzate, come big data e analytics, cloud, intelligenza artificiale, IoT e blockchain, da sola non basta. Serve un approccio strategico alla riconfigurazione dei processi operativi e decisionali delle pubbliche amministrazioni; il disegno di servizi digitali incentrati sulla persona, sia essa il cittadino, l’impresa o il dipendente pubblico; la costruzione di competenze digitali a tutti i livelli del settore pubblico; la re-ingegnerizzazione delle architetture applicative e infrastrutturali in una logica di piattaforme di micro-services che siano cloud-native, per permettere di innovare in modo agile e scalare rapidamente servizi intelligenti; l’attenzione alla sicurezza, dalla protezione del dato sensibile a quella delle reti di sensori che supportano il paradigma delle città intelligenti.


Il costo della #PA inefficiente. Ne parliamo con @IDCItaly @RiruGr @filippozatti @davidcasalini
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PROGRESSI INCORAGGIANTI

Il Piano Triennale per l’Informatica della Pubblica Amministrazione 2019-2020, costruito sulle fondamenta del piano 2017-2019, accelera la trasformazione digitale delle amministrazioni centrali, regionali e locali. Una trasformazione non fine a se stessa, ma come motore di innovazione del Sistema Paese, quindi orientata in primo luogo a cittadini e imprese, in linea con le iniziative dell’Agenda Digitale Europea. Il piano disegna un modello strategico di trasformazione che comprende tutti gli elementi essenziali: dalla costruzione e condivisione di servizi di piattaforma alle infrastrutture che supportino in modo sicuro il paradigma del cloud computing; dal riconoscimento che le varie missioni della pubblica amministrazione si possono portare a compimento solo in una logica di ecosistema collaborativo all’interoperabilità; dalla gestione del dato come asset strategico all’accesso intuitivo e personalizzato ai servizi per cittadini e imprese.

«Il cammino intrapreso da agenzie e attori istituzionali, non solo in termini di definizione di linee guida e framework di riferimento, ma anche di spinta alla capacità esecutiva, sta facendo passi avanti per risolvere la complessità e la frammentazione storicamente attribuite alla PA in Italia» – spiega Fabio Rizzotto di IDC Italia. «Basti citare a titolo di esempio, i fronti di lavoro in cui sono impegnate realtà come l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) in tema di cloud, programmi di mappatura e razionalizzazione infrastrutture e servizi di piattaforma». La rilevazione sulla spesa ICT 2018 delle pubbliche amministrazioni centrali (PAC), regionali e locali (PAL) fornisce indicazioni interessanti. I dati mostrano una crescita della spesa OpEx, soprattutto nella PAC, in linea con la logica cloud. Una spesa significativa, in particolare per PAC e PAL, in ambito di piattaforma, con la messa a fattor comune di servizi quali SPID, SIOPE+, PagoPA e ANPR. Oppure, la crescita della spesa tramite CONSIP e centrali di committenza regionali, che favorisce una razionalizzazione della spesa per i prodotti e servizi maggiormente standardizzati. Secondo Rizzotto, diverse amministrazioni pubbliche stanno assumendo un ruolo importante anche in chiave 5G, impegnate insieme a molti altri stakeholder dell’ecosistema dell’innovazione a costruire gli assetti e le prime sperimentazioni che si prevede aumenteranno velocemente nei prossimi anni. Per la PA – come per le imprese in generale – una grande occasione per un salto di discontinuità significativo. Sarebbe riduttivo infatti limitare le riflessioni sul 5G a un tema di maggiore potenza e performance delle infrastrutture di rete. «In gioco – sottolinea Rizzotto – c’è la costruzione dei modelli architetturali che faranno funzionare i processi innovativi pubblici e privati, i servizi, la società del futuro».

AVANTI CON IL CAMBIAMENTO

Secondo l’eGovernment Benchmark 2018 pubblicato dalla Commissione europea, l’Italia si posiziona in seconda fascia, dopo Malta, Austria, Svezia, Finlandia, Olanda, Estonia, Lituania, Lettonia, Portogallo, Danimarca e Norvegia, ma allineata con altri grandi paesi, come Regno Unito, Francia, Germania e Spagna, che hanno punteggi di digitalizzazione dei servizi fra il 50% e il 75%. In particolare, il rapporto identifica l’Italia (al pari della Germania) come paese nella media riguardo al livello di digitalizzazione, ma sottoperformante in termini di adozione dei servizi digitali, rispetto al potenziale. Questo quadro è confermato dai progressi del Piano Triennale, dove – per esempio – gli enti aderenti a PagoPA sono oltre 17mila, ma quelli attivi effettivi – ovvero per i quali almeno un pagamento è andato a buon fine – sono poco meno di quattromila (fonte IDC); e i comuni subentrati all’anagrafe nazionale sono circa 3200, rispetto a un target, a fine 2018, di quasi ottomila (fonte IDC). La PA italiana deve abbracciare in modo più convinto le opportunità della digital transformation. Infatti, rispetto ad altri paesi dell’Europa Occidentale, c’è una maggior percentuale di enti che resistono alla trasformazione, o vi si affacciano in modo timido, con progetti pilota frammentati e difficili da scalare, mentre c’è bisogno – avvertono gli esperti di IDC – di una strategia complessiva di trasformazione in grado di superare i confini del singolo ente.

LA PARTITA DELL’INNOVAZIONE

Riccardo Grassi, sociologo e direttore di ricerca SWG ha condiviso con Data Manager un commento sulla più recente indagine svolta per conto di AgID e presentata al Capri Digital Summit 2019. Dalla survey emergono alcuni dati interessanti che aiutano a comprendere la percezione che gli italiani hanno della capacità di innovazione della PA. «In un contesto in cui l’innovazione è percepita come un fenomeno che chiede alle organizzazioni una continua capacità di adattamento e una forte centratura sul rapporto con i propri interlocutori – clienti, utenti, stakeholder – le istituzioni pubbliche sono i soggetti considerati meno in grado di portare avanti un processo di innovazione, ma anche di agire una politica di sostenibilità economica, ambientale e sociale». Il grado di innovazione percepito nelle organizzazioni che emerge dai dati SWG sembra essere sostanzialmente legata alla capacità di pensare e agire in maniera globale in contrapposizione al pensiero autoreferenziale. Quanto più si agisce sul piano internazionale, tanto più la capacità di innovare appare un fattore chiave non solo di successo, ma anche di sopravvivenza; quanto più, invece, la prospettiva di azione è limitata a un piano locale e senza concorrenza, tanto più il rischio è quello di precipitare in una autoreferenzialità che fa pensare di potersi permette di non dovere fare i conti con l’innovazione. «Si tratta di una illusione profondamente perdente – avverte Riccardo Grassi di SWG – in quanto porta ineludibilmente ad aumentare la distanza dai propri clienti/utenti che, negli altri contesti in cui si muovono, hanno a che fare con soggetti più dinamici e innovativi e che quindi si sentiranno sempre più lontani e frustrati nell’interagire con un soggetto incapace di sintonizzarsi con il mondo che si muove interno a lui. La partita dell’innovazione – dunque – non può non essere giocata dalle pubbliche amministrazioni, in quanto questo vorrebbe dire allentare ancora di più il legame con i cittadini e il rapporto di fiducia con lo stato. Sul piatto non c’è solo una questione di efficienza, efficacia e velocità delle prestazioni, ma qualcosa di ancora più importante che ha a che fare con la fiducia verso le istituzioni, con la possibilità dei cittadini di riconoscersi e di entrare in relazione con lo Stato inteso non tanto come la componente politica, quanto con quella funzionale, la cui efficienza incide profondamente sulla qualità della vita di ciascun cittadino».

LA BLOCKCHAIN PER LA PA

Filippo Zatti, professore associato di diritto dell’economia e coordinatore scientifico dell’Unità di ricerca BABEL – Blockchains and Artificial intelligence for Business, Economics and Law – istituita presso il dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa dell’Università degli Studi di Firenze, ha partecipato come relatore all’Internet Festival 2019 di Pisa. Nel suo intervento dal titolo “La catena del valore: la blockchain alla ricerca di regole tra diritto, diritti e informazione”, Zatti ha spiegato a Data Manager perché quello della tecnologia blockchain – e più in generale della distributed ledger technology – sia un tema ancora delicato. «Non tanto per gli aspetti tecnologici che sono già in una fase evolutiva avanzata, quanto per gli aspetti normativi. Infatti, si tratterebbe di rivedere in chiave sistematica e di completezza giuridica il quadro minimalista costituito dalle norme inserite nel Decreto “Semplificazioni”. La certezza giuridica del timestamping è uno degli aspetti applicativi rilevanti per la PA. E quelle norme, anche qualora l’AgID provvedesse a darne attuazione, non risolverebbero a mio avviso il quadro delle problematiche relative connesse. Altro aspetto, non secondario – continua Zatti – riguarda i fruitori dei servizi della PA ovvero noi cittadini. La formazione digitale è un fatto elitario nel nostro Paese. Le ragioni sono molteplici. Geografiche, politiche, economiche e sociali. Il timore, per quanto mi riguarda, è che il Paese non sappia cogliere che il cambiamento epocale in itinere non può essere stavolta evitato con alcun escamotage. Stavolta non abbiamo alibi».


La PA verso la terza fase della trasformazione digitale @IDCItaly @RiruGr @filippozatti @davidcasalini
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UNA VISIONE A LUNGO TERMINE

Diritto a innovare, supporto alle startup, continuità, efficientamento, cittadinanza digitale ma soprattutto una visione ampia dello sviluppo. Sono proprio queste le chiavi che servono a definire una nuova governance italiana per la PA digitale. E David Casalini, CEO e cofounder di StartupItalia, ha avuto modo di riceverne conferma direttamente da Paola Pisano, ministro per l’Innovazione Tecnologica e Digitalizzazione nel corso di un’intervista che dà  appuntamento alla community degli innovatori il 16 dicembre prossimo per l’Open Summit di StartupItalia, in collaborazione con Università Bocconi a Milano. Un futuro migliore è possibile. Anche per la PA. Le premesse ci sono tutte. Primo perché un dicastero dell’innovazione in Italia non si vedeva da oltre quindici anni e poi perché Paola Pisano ha manifestato una forte determinazione a far recuperare posizioni alla PA digitale del nostro Paese, partendo proprio dalla mitigazione delle cause di una arretratezza ingiustificabile e superabile soltanto partendo da una nuova inclusività catalizzatrice del diritto fondamentale all’innovazione per ogni cittadino digitale. Al ministro Paola Pisano è ben chiaro che non abbiamo più alibi. Ci sono però segnali positivi già in atto. Il Ministero dell’Innovazione potrà fare da “collante” fra tutte le strategie di innovazione lanciate attraverso i vari ministeri. L’Italia sconta ancora un grosso problema di penetrazione di utilizzo della Rete con circa 10 milioni di cittadini che oggi non hanno accesso a Internet e un tasso di penetrazione dei servizi digitali pari al 24% – «per cui anche se da domani digitalizzassimo tutti i servizi della Pubblica Amministrazione – ammette il ministro Paola Pisano – paradossalmente, creeremmo un problema ancora più grosso ai cittadini perché avrebbero difficoltà a utilizzare i servizi».

LA REPUBBLICA DIGITALE

Ed è proprio questo lo spirito della Repubblica Digitale: una, accessibile e consapevole l’iniziativa del Team per la Trasformazione Digitale nata come una vera e propria chiamata alle armi per attivisti contro l’analfabetismo digitale. Il Team Digitale sta lavorando da tempo su molte iniziative che nascono dall’ambizione di guidare la trasformazione digitale di questo Paese, migliorando grazie all’innovazione il rapporto tra PA e cittadini. Ma se i cittadini non sono in grado di recepire queste opportunità, e se in parte sono addirittura al di fuori di ogni competenza minima del Web, allora ogni investimento in innovazione diventa un buco nero nel quale gettare tempo e denaro senza alcun ritorno. Sin dalla sua nascita, il Team ha lavorato per rendere i servizi pubblici per i cittadini e aziende accessibili nel modo più semplice possibile, innanzitutto tramite un approccio “mobile first”, utilizzando architetture sicure, scalabili, altamente affidabili e basate su interfacce applicative (API) chiaramente definite, nonché per supportare le pubbliche amministrazioni centrali e locali nel prendere decisioni migliori e il più possibile basate sui dati, grazie all’adozione delle più moderne metodologie di analisi e sintesi dei dati su larga scala. In questo contesto il Team sta promuovendo, coordinando, disegnando e realizzando una serie di progetti che, nel loro complesso, mirano, attraverso il digitale, a garantire un approccio antropocentrico alla relazione tra cittadini, imprese e amministrazione. E le prime adesioni “pesanti” non hanno tardato ad arrivare: prima fra tutte quella di Luigi Gubitosi, amministratore delegato di TIM, in prima linea in un ambizioso progetto di educazione digitale che mira a coinvolgere un milione di persone alle quali insegnare a usare strumenti come PEC e SPID.

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Allarme ransomware. Resilienza cyber e GDPR compliance https://www.datamanager.it/2019/11/allarme-ransomware-resilienza-cyber-e-gdpr-compliance/ Fri, 15 Nov 2019 09:51:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193213 Nonostante l’attenzione crescente da parte di aziende e organizzazioni, il ransomware rimane la causa numero uno delle violazioni di dati e delle infezioni più diffuse. Dall’entrata in vigore del GDPR, cosa sta cambiando in termini di prevenzione e risposta al fenomeno? A volte ritornano? I ransomware non se ne sono mai andati. Come la gramigna, […]

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Nonostante l’attenzione crescente da parte di aziende e organizzazioni, il ransomware rimane la causa numero uno delle violazioni di dati e delle infezioni più diffuse. Dall’entrata in vigore del GDPR, cosa sta cambiando in termini di prevenzione e risposta al fenomeno?

A volte ritornano? I ransomware non se ne sono mai andati. Come la gramigna, non solo è difficile da estirpare, ma cresce molto in fretta. Ricordate WannaCry? Sophos ha dichiarato di aver bloccato più di quattro milioni di tentativi di attacco, provenienti da computer infetti, nel solo mese di agosto di quest’anno. Stima inoltre che siano più 12mila le varianti in circolazione. La cosa interessante è che tra tutti i campioni di codice analizzati, quello originario è stato individuato solo in quaranta casi. Fatto, che spinge a ritenere che si tratti di test condotti da qualcuno e non di attacchi veri e propri. Come il “mammasantissima” dei ransomware, anche i suoi epigoni continuano a propagarsi indisturbati. Secondo Sophos, i PC Windows in rete con sistemi operativi non aggiornati sono ancora tanti, come quando l’infezione più di due anni fa iniziò a propagarsi. Inoltre, questa vulnerabilità espone le macchine anche a tutta una serie di minacce che sfruttano EternalBlue, il tool sviluppato dallo spionaggio USA, all’origine del contagio. Indipendentemente dalle ragioni dei mancati aggiornamenti, il numero di persone che pagano per ritornare in possesso dei loro dati continua a essere elevato. Come dimostrano i numerosi account bitcoin connessi agli attacchi tuttora in attività. Anche se non sono molti quelli che cedono al ricatto, la loro rimane una scommessa rischiosa e garanzie di vedersi restituiti i dati non ce ne sono.

Negli USA, dove dal 2013 più di 170 municipalità sono state colpite da attacchi ransomware, i sindaci di 300 comuni, stanchi di queste continue estorsioni, si sono coalizzati in una campagna di sensibilizzazione per non cedere al ricatto. In Italia, il fenomeno è più circoscritto. Ma non sconosciuto. Anche perché difficilmente gli amministratori di enti pubblici possono cedere a una richiesta di riscatto. Di recente, la Provincia di Caserta è stata vittima di un attacco ransomware. Detto questo, serpeggia la convinzione che sia meglio pagare anziché incappare nelle sanzioni previste dal GDPR. Il tetto fissato al 4% del fatturato dell’azienda per determinare l’entità della sanzione sarebbe l’asticella di riferimento per determinare l’entità del riscatto. Una forchetta in realtà stimata tra dieci e 20mila euro.


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GDPR E RANSOMWARE

Non c’è un’unica misura di protezione buona per tutte le stagioni. Gli attacchi informatici che sfruttano la potenza dei ransomware sono la causa più frequente di perdita di dati. Secondo i dati di Kaspersky, nel secondo trimestre del 2019, gli attacchi hanno registrato un aumento del 46% rispetto allo stesso periodo. Anche i vettori di attacco si evolvono di conseguenza. «Nell’orchestrazione di attacchi sempre più sofisticati è plausibile che gli attaccanti si avvalgano di tutte le tecnologie a disposizione, compresi gli algoritmi di machine learning. Soprattutto, quando possono disporre di grandi volumi di dati e informazioni» – afferma Giancarlo Vercellino, associate director research & consulting di IDC Italy. Un esempio è il crypto-ransomware denominato Sodin, in grado di sfruttare una vulnerabilità zero-day di Windows per ottenere privilegi speciali all’interno di un sistema infetto e approfittare dell’architettura della CPU per evitare di essere rilevato. «Un caso particolare proprio per i vettori di attacco usati» – ci dice Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky. «Di solito, un ransomware richiede una qualche forma di interazione con l’utente. I criminali che hanno progettato Sodin – invece – si sono limitati a cercare un server vulnerabile al quale inviare un comando per scaricare il file malevolo “radm.exe”. Approcci sofisticati di questo tipo sono anche più pericolosi, perché in grado di passare inosservati per qualche tempo». Dove si trovino le macchine più esposte, i ricercatori Kaspersky non lo dicono. Non sappiamo dunque quante rientrino nell’area di schermatura del GDPR. Ma non è azzardato ipotizzare una sostanziale omogeneità della loro distribuzione. Sappiamo però che il GDPR in tema di dati personali sensibili stabilisce che debbano essere difesi dalla perdita accidentale e dalla violazione da parte di terzi. «Un attacco ransomware può essere equiparato a una situazione in cui l’azienda colpita ha permesso il trattamento illegale o non autorizzato dei dati» – sintetizza Alessandro Fontana, head of sales di Trend Micro Italia. Perciò per chi tratta questo genere di informazioni, il GDPR ribadisce la necessità di mettere in campo misure adeguate di sicurezza a protezione dei dati. Come la crittografia oppure il classico backup dei dati. Protezioni che, se ben configurate, alzano una barriera contro i criminali informatici. Anche quelli che sono riusciti ad accedere alle informazioni presenti nei sistemi dell’azienda.

AMBITI E GRADI DI PROTEZIONE

Ogni misura di sicurezza ha differenti ambiti di applicazione e presenta gradi diversi di protezione. Mantenere separate una serie di informazioni – da una parte quelle sensibili come nome, cognome, codice fiscale o email – e dall’altra un codice segreto per riunirle quando serve (pseudonimizzazione) – potrebbe rivelarsi molto utile per un’azienda sanitaria. Oppure – da una parte un archivio in cui sono presenti le cartelle cliniche dei pazienti, identificate tramite un codice interno, per esempio una sequenza di caratteri senza significato che permetta di pescare i dati – e dall’altra un secondo archivio dove sono memorizzati i dati associati allo stesso codice. Serviranno però misure di protezione a tutela di entrambi gli archivi e questo complicherà un po’ le cose.

Un’unica soluzione spesso non basta per coprire tutte le esigenze. Con l’anonimizzazione – per esempio grazie all’utilizzo di un hash, un algoritmo di cifratura irreversibile – anche possedendo le chiavi di codifica, non sarà possibile ritornare al dato originale. Al massimo, si può tentare una attacco brute-force, utilizzando un tool in grado di provare tutte le chiavi esistenti. L’utilizzo di questa tecnica ha senso per informazioni che non debbano mai essere riconvertite o mostrate agli utenti, come nel caso di protezione delle credenziali di accesso. Se però ho bisogno di cifrare i dati, renderli cioè illeggibili a terzi, è meglio adottare soluzioni che utilizzano un algoritmo di codifica, per generare una sequenza di caratteri illeggibile finché non sarà applicato il corrispondente algoritmo di decodifica che permetterà di visualizzare il dato originale. Anche in questo caso bisognerà proteggere le chiavi di cifratura. Con questa misura di protezione in campo, il malintenzionato dovrà entrare in possesso delle chiavi di decodifica dei dati, oppure, come per l’anonimizzazione, utilizzare uno strumento informatico per provare tutte le chiavi esistenti. Essere vittima di un attacco non significa automaticamente essere sanzionati. L’importante è che il titolare del trattamento possa dimostrare che per la protezione dei dati personali, sono stati adottati una serie di comportamenti (adozione di misure di sicurezza coerenti e adeguate in relazione alla criticità dei dati trattati; utilizzo corretto delle misure di protezione scelte e verifica della loro corretta applicazione) che garantiscono un livello di sicurezza commisurato al rischio. Livello che le autorità di controllo dovranno stabilire.


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CHE COSA FARE DOPO?

Non sempre è chiaro quali violazioni vanno notificate al Garante. Una violazione dei dati personali è tale “quando compromette la riservatezza, l’integrità o la disponibilità di dati personali” – così si legge sul sito del Garante. Il GDPR definisce come una violazione di sicurezza quella che comporta, accidentalmente o in modo illecito, “la distruzione, la perdita, la modifica, la divulgazione non autorizzata o l’accesso ai dati personali trasmessi, conservati o comunque trattati”. La casistica è ormai molto ampia. È una violazione di sicurezza l’acquisizione di dati da parte di terzi non autorizzati. Per esempio, un cyber criminale che è riuscito ad accedere a un database aziendale. Ma è una violazione di sicurezza anche la perdita o il furto di una chiavetta USB fuori dal perimetro aziendale. Così come la perdita o la distruzione di dati personali a causa di eventi avversi, come un incendio o un terremoto che distruggano gli hard disk, interni ed esterni, presenti in azienda.

E siamo ancora nel campo delle violazioni in presenza di divulgazione non autorizzata dei dati personali, nel caso dell’invio di una email confidenziale inviata al destinatario sbagliato. È altresì una violazione, la deliberata alterazione di dati personali effettuata da un dipendente che, in malafede, decide di modificare i dati aziendali personali di un altro dipendente, dati ai quali ha accesso in ragione della propria mansione. Ed è naturalmente una violazione l’impossibilità di accedere ai dati per un attacco informatico, per esempio, un ransomware che ha cancellato tutti i dati presenti nel server di backup o li ha resi inutilizzabili. Non tutte queste violazioni di dati personali vanno però notificate. Il GDPR stabilisce che la notifica al Garante si rende necessaria unicamente per quelle che possono comportare un rischio per i diritti e le libertà degli individui, (causando danni fisici, materiali o immateriali). Come la perdita di controllo sui propri dati personali, la limitazione di alcuni diritti, la discriminazione, il furto d’identità o il rischio di frode, la perdita di riservatezza dei dati personali protetti dal segreto professionale, una perdita finanziaria, un danno alla reputazione. Ogni evento che possa innescare un significativo svantaggio economico o sociale al diretto interessato va notificato.

VALUTAZIONE E NOTIFICA

«Se i dati compromessi non erano cifrati e c’è il dubbio che possano essere stati sottratti e alterati, è necessario dare comunicazione al Garante della Privacy» – spiega Valerio Rosano, country manager di ZyXEL Italia. La valutazione dell’entità del rischio è sempre una decisione delicata da prendere. Inoltre va presa in tempi stretti, meno di 72 ore dal momento in cui il titolare del trattamento ne è venuto a conoscenza. Come specifica il GDPR, le violazioni di dati personali che il titolare è obbligato a notificare ai diretti interessati sono unicamente quelle che possono avere effetti avversi significativi sugli individui, causando danni fisici, materiali o immateriali. Quando cioè la violazione comporta un rischio elevato per i diritti delle persone. In questi casi, il titolare deve comunicarla a tutti gli interessati, utilizzando i canali più idonei, a meno che abbia già preso misure tali da ridurne l’impatto. L’obbligo di notifica agli interessati risponde a una doppia esigenza: portare a conoscenza la violazione, e al tempo stesso, le misure che si rendono necessarie per tutelare i propri diritti e interessi.

I casi in cui è sufficiente notificare al Garante e quando invece anche ai diretti interessanti è un aspetto su cui si fonda ancora qualche incertezza. «Se il ransomware rende irrecuperabili i dati legati a uno stakeholder – dipendente, cliente, partner commerciale, fornitore – e l’unica via per ripristinarli è reperirli dall’interessato, la comunicazione a quest’ultimo è implicita» – osserva Roberto Maglieri, cyber security engineer di NovaNext. «Se oltre alla cifratura, si sospetta anche il furto di quei dati, si ricade in una casistica già indirizzata dal GDPR e la comunicazione è d’obbligo. Se invece con le misure di sicurezza messe in atto, pre e post incidente, il dato viene recuperato e ne viene verificata l’integrità, la comunicazione all’interessato non è indispensabile».

Il GDPR prevede nel dettaglio anche le modalità e i contenuti che devono essere presenti nella notifica. «La notifica deve fornire una descrizione particolareggiata della natura del data breach. Inoltre, deve descrivere anche le conseguenze della violazione e le misure adottate, o che saranno adottate, per rimediare all’incidente» – sintetizza Carmen Palumbo, marketing manager Italy e regional marketing manager UK & Europe di F-Secure. Non solo. La comunicazione, redatta con un linguaggio semplice, in modo che anche i non specialisti possano capire la situazione, dovrebbe fornire – prescrive il regolamento – anche consigli e linee di comportamento per far sì che gli interessati possano tutelarsi nel migliore dei modi. Un punto questo su cui lo scorso maggio il garante per la privacy ha sentito la necessità di ritornare, intimando lo stop alle notifiche generiche. Nel provvedimento adottato nei confronti di Italiaonline, uno tra i principali fornitori nazionali di servizi di posta elettronica, il Garante ha ribadito che in caso di violazioni – in questo caso il furto delle credenziali di 1,4 milioni di account di posta dalle caselle di Libero Mail e Virgilio Mail – le comunicazioni agli utenti dovranno fornire precise indicazioni su come proteggersi da usi illeciti dei propri dati, in primo luogo il furto di identità.


#Ransomware e #GDPR Compliance e controlli @Maticmind @VMSistemi
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COMPLIANCE E CONTROLLI

Anche quando la perdita di dati non comporta un rischio per i diritti e le libertà di terzi, il GDPR stabilisce ugualmente che il titolare debba essere in grado di spiegare le ragioni per cui tale rischio non sussiste. Ed è altresì tenuto a documentare tutte le violazioni dei dati personali, predisponendo un apposito registro. In questo modo, l’Autorità in caso di accertamenti sarà in grado di valutare più agevolmente la conformità alla normativa. «L’aderenza alla compliance normativa si impronta sull’adeguatezza dei controlli e ne valuta l’efficacia» – spiega Andrea Ferrazzi, head of Security Competence Center & CISO di Maticmind. L’elencazione delle misure tecniche e organizzative che hanno mitigato il rischio assieme alla registrazione degli eventi di sicurezza consentiranno al titolare del trattamento di dimostrare all’Autorità di aver agito nel rispetto della normativa.

Per attivare le procedure di notifica in maniera agile, VM Sistemi insieme a Talea Consulting, società del gruppo, ha predisposto dei template che – «attivati da un SIEM consentono la compilazione semi-automatica e l’invio alle autorità e ai responsabili aziendali delle comunicazioni previste dal GDPR di eventuali data breach» – spiega Valerio Della Casa, ICT security manager di VM Sistemi. Tuttavia, sono ancora molti coloro che ritengono che – in caso di perdita dei dati, in conseguenza di un attacco ransomware – la sola presenza dell’antivirus sia sufficiente a scagionare l’azienda dalle responsabilità previste dal GDPR. In realtà – ci dice Fontana di Trend Micro Italia – dipende da quali dati sono stati violati. «Se si tratta di dati sensibili il regolamento prevede che l’azienda si protegga con la soluzione e le strategie migliori. Quindi non basta un antivirus qualsiasi».

E Rosano di ZyXEL Italia osserva che è necessario dotare la rete di sistemi di sicurezza perimetrale attiva, reportistica e incident response. «Questo anche per documentare le misure attuate in base al rischio, al fine di rispondere ai requisiti imposti dal regolamento». Come per altri aspetti del GDPR legati alla sicurezza, un adeguato livello di preparazione riveste un ruolo importante per progettare la propria conformità al GDPR. Allo stesso tempo però, anche i piani di contrasto agli incidenti necessitano di aggiornamenti periodici comprensivi di una serie di misure da adottare dopo che è avvenuto un attacco. «In molti casi, l’attivazione di un ransomware è solo l’ultima fase di una più ampia azione di infiltrazione e spionaggio, che di solito prende di mira un bersaglio per poi raggiungere il vero obiettivo attraverso il cosiddetto “movimento laterale”» – spiega Gianluca Busco Arrè, vice president sales and operations di Panda Security. Pertanto, dopo un attacco ransomware – ma il discorso può essere tranquillamente esteso a tutte le minacce – l’IT dovrebbe muoversi seguendo una procedura stabilita a priori. «La cosa più importante è che esista un momento per fare analisi critica. Con l’obiettivo di apprendere, correggere e migliorare» – osserva Ferrazzi di Maticmind.

Sulla stessa lunghezza d’onda Della Casa di VM Sistemi, secondo cui ogni nuovo attacco può insegnare qualcosa: «L’importante è imparare e mettere in atto soluzioni che possano mitigare quanto già avvenuto, implementando nuove tecnologie, formando il personale aziendale, ottimizzando le procedure di risposta agli attacchi». Secondo Maglieri di NovaNext, un attacco rappresenta paradossalmente – «il momento migliore per effettuare una valutazione sull’efficacia dei propri sistemi di sicurezza e procedere di conseguenza. Non solo a livello infrastrutturale ma anche promuovendo programmi di sensibilizzazione per i propri utenti sui temi della “cyber self-protection”». Detto questo, pragmaticamente Alberto Brera, country manager Italia di Stormshield evidenzia che dopo un attacco occorre innanzitutto – «identificare con precisione il punto d’ingresso e le modalità di diffusione del malware e quindi valutare con cognizione di causa quali misure adottare per meglio tutelarsi in futuro». Per Ferrazzi di Maticmind dipende molto dalla dimensione e dagli effetti dell’attacco. «La risposta accademica suggerisce di concentrarsi sull’intensificazione dei piani di security awareness e sul rivedere i processi di vulnerability management. Ma tecnicamente, potrebbe essere più urgente correggere le procedure di air gapping o rivalutare e integrare la qualità degli strumenti di detection e contenimento».


#Ransomware e #GDPR Che cosa fare dopo? @Stormshield_ @PandaSecurityIT
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IL BILANCIO DELLA SITUAZIONE

WannaCry potrebbe provocare ancora più danni rispetto a due anni fa. A distanza di quasi 18 mesi dall’entrata in vigore del GDPR, come è cambiata la risposta al fenomeno ransomware da parte di aziende e organizzazioni? Secondo il report dell’European Data Protection Board , agenzia UE indipendente, i Garanti dei 28 paesi membri hanno ricevuto dal 25 maggio 2018 poco meno di 65mila notifiche di data breach. Le multe comminate da 11 autorità statali sono pari a circa 63 milioni di euro. Numeri importanti. Nel computo, sono conteggiate sia le violazioni microscopiche come per esempio una email inviata per sbaglio a un errato destinatario, sia gli attacchi catastrofici con decine di migliaia di utenti colpiti. Dati più disaggregati sono reperibili in un altro report, redatto da DLA Piper, studio legale internazionale.

Secondo la ricerca, condotta su 23 dei 28 membri UE, alla fine di gennaio di quest’anno a fronte di poco meno di 60mila notifiche recapitate ai rispettivi Garanti – l’Olanda con 15.400 notifiche guidava la classifica dei paesi più virtuosi a notificare. Seguita da Germania e UK rispettivamente con 12.600 e 10.600 violazioni. L’Olanda è anche il paese in cui si registrano più breach in rapporto alla popolazione, davanti a Irlanda e Danimarca. L’Italia con 610 notifiche, sempre in rapporto alla popolazione, è tra quelli che ne registra meno preceduta solo dalla Grecia. Molto basso anche il numero di sanzioni elevate, solo 91 le multe comminate, molte delle quali risalenti addirittura a prima del 25 maggio 2018. L’entità delle sanzioni varia ancora parecchio. Per esempio, c’è un divario abissale tra quella più salata – i 50 milioni di euro comminati dalla Francia a Google in relazione all’utilizzo fraudolento di dati personali per aver inviato pubblicità senza una valida autorizzazione e quindi non direttamente collegata a una violazione di dati personali – e quelle minime tra 1.500 e 2.000 euro.

Come ci spiega Giancarlo Vercellino, IDC Italy, in generale, sul mercato italiano si osserva una progressiva crescita dell’attenzione sulla protezione dei dati. Attenzione che però sembrerebbe essere collegata più al timore delle potenziali cause e penali contrattuali che potrebbero derivarne, che al timore di ricevere sanzioni direttamente dall’autorità pubblica. La perdita di dati – modifica o divulgazione senza autorizzazione comprese – potrebbe riguardare almeno un milione di connazionali. Una cifra quasi certamente sottostimata. Anche perché nel GDPR non c’è l’obbligo da parte dei titolari del trattamento di dati di informare l’Autorità sul numero di profili coinvolti. Dato – che molto spesso – neppure loro sono in grado di calcolare.

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AI, droni e IoT. I nuovi strumenti dell’agricoltore 4.0 https://www.datamanager.it/2019/11/ai-droni-e-iot-i-nuovi-strumenti-dellagricoltore-4-0/ Fri, 15 Nov 2019 09:23:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193201 Green economy e uso delle tecnologie più avanzate. Alfonso Giusti, ingegnere di Alenia, spiega le nuove opportunità dell’agricoltura di precisione per ridurre i costi di gestione e l’impatto sull’ambiente Non ho mai scritto di food e né tantomeno di agricoltura. Pur amando la natura e non potendo starci troppo lontano, non ho mai trovato l’occasione […]

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Green economy e uso delle tecnologie più avanzate. Alfonso Giusti, ingegnere di Alenia, spiega le nuove opportunità dell’agricoltura di precisione per ridurre i costi di gestione e l’impatto sull’ambiente

Non ho mai scritto di food e né tantomeno di agricoltura. Pur amando la natura e non potendo starci troppo lontano, non ho mai trovato l’occasione per farlo, o forse, non ho mai voluto. Perché? L’intelligenza artificiale è essa stessa parte della natura. Mi riferisco soprattutto agli algoritmi evolutivi. Ho studiato per anni gli algoritmi genetici e ci lavoro applicandoli al mondo del trading. Penso agli algoritmi genetici o alla swarm intelligence (intelligenza dello sciame). L’intelligenza artificiale di fatto è un mondo. Un altro mondo. Ma neanche troppo. Una sintesi del mondo che osserviamo o anche – in determinati contesti – un allargamento di quanto riusciamo a comprendere.

Ma per scrivere di agricoltura e di come l’intelligenza artificiale stia impattando il sistema economico mi serviva un esperto. E mi sono rivolto ad Alfonso Giusti. A dirla tutta, è grazie a lui, e alla sua esperienza in Kenya con Alenia Aeronautica, che mi è venuto in mente di scrivere riguardo a questo tema. Mettere insieme green economy, efficienza e uso delle tecnologie più avanzate non è facile. Ma a quanto pare Alfonso ci è riuscito. E in Italia? Utopia? Vi ricordo che negli anni 90 pochissimi usavano le email. Ad oggi chi è che non le usa? Ecco. Credo proprio che tra 20 anni, la maggior parte di noi userà strumenti guidati da intelligenza artificiale nel mondo dell’agricoltura e in tutto il resto.

Data Manager: Cosa c’entra un ingegnere aerospaziale con l’agricoltura?

Alfonso Giusti: Tutto ha inizio un anno fa, in una bellissima giornata di sole. Con i miei colleghi ingegneri kenioti, andiamo a visitare le Cascate Thomson. Al momento della sosta per il pranzo, per puro caso, faccio la conoscenza di un grande produttore ed esportatore di stevia e caffè. Lui mi chiede i motivi della nostra visita in Kenya. Io dimostro il mio interesse verso il suo lavoro. E scatta subito l’invito a visitare le sue piantagioni, perché forse avrei potuto risolvergli qualche problema, riconducibile a una limitata capacità di analisi real time di dati provenienti da fonti diverse.

E che cosa è successo dopo?

Ho iniziato a pensare a come aiutare il nostro amico produttore, usando gli strumenti a disposizione. E mi è balenato in mente di utilizzare il telerilevamento satellitare, unito all’IoT e all’intelligenza artificiale per rendere la piantagione più sostenibile possibile, cioè minimizzando gli input e massimizzando gli output, ottimizzando e riducendo a zero tutti i prodotti di scarto.

Che cosa c’entrano i satelliti con il miglioramento in termini di efficienza di una piantagione di caffè o di stevia?

C’entra assolutamente. Il problema più grande, è che le piantagioni in oggetto si estendono per decine e decine di ettari, e questa caratteristica rende quasi impossibile all’agricoltore avere una immagine accurata/in tempo reale dello stato di salute della piantagione. Con la conseguenza di applicare più fertilizzante del dovuto oppure di irrorare alcune zone meno del necessario. In entrambi i casi, queste pratiche agricole si riflettono sul livello di produzione, con la perdita di una parte del raccolto, e sull’ambiente, con l’aumento dell’inquinamento.

L’agricoltura di precisione permette di migliorare le pratiche agricole?

L’agricoltura di precisione utilizza il feedback basato sui dati, ricavati da dispositivi di osservazione e rilevamento per determinare la massima ottimizzazione dell’azienda agricola. Attraverso l’osservazione, l’analisi e la correzione a breve termine, gli agricoltori possono ottimizzare la resa delle loro piantagioni, attraverso buone pratiche che permettono non solo di ridurre il costo totale dei prodotti fitosanitari utilizzati, ma anche di ridurre l’impatto sull’ambiente.


#AI #IoT #Droni #Agricoltura40 Il nuovo arsenale dell’agricoltura di precisione – @simeoneantonio1
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Con quali strumenti?

I droni sono stati i primi a essere presi in considerazione per attuare l’agricoltura di precisione, ma negli ultimi anni i satelliti hanno assunto un ruolo di primo piano, in quanto i satelliti producono immagini su larga scala con risoluzione al centimetro, su base settimanale. Questo vuol dire che i droni non possono eguagliare i satelliti, come è ovvio che sia, ma sicuramente con il tempo le tecnologie progrediranno in modo tale da renderli più affidabili. Grazie alla sinergia tra telerilevamento satellitare, droni e IoT, siamo in grado di lavorare su informazioni puntuali, globali e arricchite, superando i limiti del monitoraggio tradizionale.

Quindi, cosa possono fare gli agricoltori 4.0?

Con le immagini settimanali acquisite dal satellite ed elaborate dall’AI, gli agricoltori sono in grado di visionare attraverso una piattaforma/app le aree problematiche e ottimizzare gli sforzi di scouting in un modo molto più mirato. Nel metodo di telerilevamento più popolare per identificare le regioni problematiche, si usa un indice chiamato NDVI (Normalized Difference Vegetation Index). È proprio l’NDVI che aiuta a rilevare il vigore di una pianta: esso descrive il livello di vigoria della coltura e si calcola come il rapporto tra la differenza e la somma delle radiazioni riemesse nel vicino infrarosso e nel rosso. Nel nostro caso specifico, i valori di riflettanza di una coltura di caffè sono influenzati da diversi fattori come la direzione di semina, la spaziatura delle colture, il periodo dell’anno, l’età della pianta e la topografia. Ovviamente, tutti questi fattori riducono la precisione delle stime derivate da dati di telerilevamento.

Quali sono stati i risultati nel caso del tuo amico produttore di caffè?

Abbiamo osservato che le migliori fasi fenologiche del caffè erano le fasi della dormienza e della fioritura. I risultati hanno indicato che l’NDVI è stato il miglior indice per stimare la produttività delle piante di caffè. Le immagini da me utilizzate sono state scaricate in modo gratuito dai satelliti della costellazione Landsat, che a causa della loro risoluzione e banda spettrale, sono più adatte per la mappatura delle piantagioni di caffè, tuttavia, possono essere limitate a poche scene in quanto vengono influenzate dalle nuvole. I dati ricavati da MODIS invece, pur non avendo una risoluzione spaziale adeguata a identificare correttamente le piantagioni di caffè, hanno invece un’adeguata risoluzione temporale per il monitorare le zone agricole.

Una delle caratteristiche principali della coltura del caffè è che ci vogliono due anni per completare l’intero ciclo fenologico di fruttificazione. Quindi una piantagione di caffè ha una produzione alta e bassa ad anni alterni. Come ho specificato prima, ho incluso in questo progetto anche l’utilizzo dei sensori IoT. Un aeromobile a pilotaggio remoto (APR) e un sistema basato sulla rete di sensori wireless (WSN) è stato impiegato nell’area rurale di Lake Nakuru (Kenya) e abbiamo installato oltre 30 moduli wireless Zigbee e LoRa. I dati acquisiti sono memorizzati su un server ed elaborati dall’AI (coordinatore) che decide dove far volare l’APR per le verifiche e quali strategie implementare.

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Digital innovation hub, il data driven model di ARIA https://www.datamanager.it/2019/11/digital-innovation-hub-il-data-driven-model-di-aria/ Thu, 14 Nov 2019 16:05:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193185 ARIA ha avviato un percorso per assumere sempre più il ruolo di data driven company di Regione Lombardia. Un cambiamento radicale per rendere i dati da output di sistemi informativi ad asset strategico Con tale percorso l’Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti (ARIA), nata dalla fusione di ARCA, la Centrale Acquisti regionale e Lombardia […]

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ARIA ha avviato un percorso per assumere sempre più il ruolo di data driven company di Regione Lombardia. Un cambiamento radicale per rendere i dati da output di sistemi informativi ad asset strategico

Con tale percorso l’Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti (ARIA), nata dalla fusione di ARCA, la Centrale Acquisti regionale e Lombardia Informatica, la digital company di Regione, si pone l’obiettivo di generare conoscenza dal patrimonio informativo a disposizione per comprendere e anticipare la domanda e l’offerta di servizi a livello di Sistema Regionale. Per raggiungere tale obiettivo, si è scelto il modello del “Digital Information Hub (DIH)”, modello organizzativo e tecnologico finalizzato ad abilitare il governo e la messa a servizio centralizzata del patrimonio informativo regionale. Quando un’azienda con una storia di oltre 30 anni vuole cambiare pelle, nasce la necessità di “riordinare” il patrimonio informativo per renderlo comprensibile e per metterlo a fattor comune. In tal senso, si è lavorato specificatamente sul dato, ovvero sulla definizione di un modello generale di gestione dei dati e delle informazioni (Enterprise data management) e di strumenti di condivisione all’interno del sistema (Information Catalog, Analysis & Models Catalog…).

La sfida del DIH è di spingere l’organizzazione verso il potenziamento della data governance in ottica integrata. Lavorare sui dati per una Pubblica Amministrazione comporta attuare azioni di data security e regulation che indirizzino sia l’accesso al patrimonio informativo in modo sicuro sia una revisione e un costante aggiornamento delle basi giuridiche regionali, in coerenza con la normativa nazionale ed europea. Nel percorso di change management, è fondamentale indirizzare un cambiamento culturale nell’organizzazione aziendale a livello di processi e servizi: lavorare insieme, sbagliare insieme, imparare sul campo come i dati possono quotidianamente aiutare a risolvere problemi e a creare nuove opportunità.

Questa è la vera sfida di un’organizzazione “data driven”.


#DIH #Governo e messa a #servizio centralizzata del patrimonio informativo regionale @AriaLombardia
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ARIA sta nel tempo sviluppando team con differenti skill e responsabilità rispetto alle specifiche necessità, abbattendo barriere culturali e organizzative che impediscono la condivisione e comprensione del dato. Inoltre, in questo contesto, è rilevante il processo di responsabilizzazione delle figure che generano dati che con il tempo devono attuare sempre più azioni di data quality.

Inoltre ARIA ha fatto investimenti a livello di piattaforme tecnologiche per traguardare due obiettivi: l’introduzione di tecnologie innovative per l’elaborazione di dati e informazioni (intelligenza artificiale, machine learning…) al fine di poter effettuare studi e analisi sempre più mirate su svariati ambiti, e l’opportunità per gli enti del Sistema Regionale di accedere in modo sicuro al patrimonio informativo regionale, creando valore e conoscenza dal dato. In tal senso, ARIA ha messo a disposizione degli enti di ricerca accreditati dalla Regione Lombardia (Deliberazione Giunta Regionale 491/18) una piattaforma attraverso la quale è possibile accedere a dati regionali per realizzare progetti con finalità di monitoraggio e programmazione in maniera sicura.

A valle delle scelte fatte, è possibile intravedere i primi risultati. Fino a questo momento, sono stati richiesti e valutati positivamente da Regione Lombardia 13 progetti di ricerca con enti e università all’interno del modello DIH. Di questi 13, già 7 sono stati attivati e avviati e sono state svolte diverse attività di analisi dei dati in collaborazione con l’Osservatorio Epidemiologico Regionale. Tra questi, ci sono i progetti di Regione Lombardia di analisi predittiva dei bisogni di salute della popolazione regionale e quello che ha portato alla riorganizzazione dei modelli di presa in carico dei pazienti cronici e fragili.


Livio De Nardi divisione servizi per il Welfare Regionale di ARIA – Azienda Regionale Innovazione e Acquisti

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Innovation & The Rat Race. Traiettorie non convergenti https://www.datamanager.it/2019/11/innovation-the-rat-race-traiettorie-non-convergenti/ Thu, 14 Nov 2019 15:15:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193183 Esistono imprese che fanno innovazione con audace dinamismo e imprese che si attardano in riflessioni strategiche con una certa cautela, ma l’intelligenza artificiale potrebbe sparigliare le carte Di recente, abbiamo condotto qualche ragionamento sulla nozione di Intelligent Enterprise, definendo quattro cluster di comportamenti per rappresentare la complessità del segmento grandi imprese in Italia rispetto alla […]

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Esistono imprese che fanno innovazione con audace dinamismo e imprese che si attardano in riflessioni strategiche con una certa cautela, ma l’intelligenza artificiale potrebbe sparigliare le carte

Di recente, abbiamo condotto qualche ragionamento sulla nozione di Intelligent Enterprise, definendo quattro cluster di comportamenti per rappresentare la complessità del segmento grandi imprese in Italia rispetto alla gestione del dato e all’automazione industriale, da cui emerge un rapporto sotto diversi aspetti ambivalente rispetto alla trasformazione digitale e all’Industry 4.0. Sentiamo parlare sempre più spesso di digitalizzazione e IoT come se fossero traiettorie convergenti, però forse non è necessariamente così, soprattutto se cerchiamo di distinguere le parole e i buoni propositi dei manager dalle azioni concrete e dai programmi di investimento delle imprese.

Ai due estremi opposti del mercato, osserviamo il comportamento delle imprese che stanno “ragionando” sulle strategie di trasformazione digitale e le imprese che si interessano all’internet industriale se, “e solo se”, consente di migliorare l’automazione delle operazioni aziendali. Stiamo parlando di un raggruppamento di circa duemila grandi imprese italiane che hanno opinioni piuttosto distinte rispetto ai modi e alle forme dell’innovazione digitale: da una parte il primo gruppo, abbastanza numeroso, è sostanzialmente focalizzato nel ridisegno del proprio modello di business, non considera il dato come vantaggio competitivo in sé e per sé e non si attribuisce nessuna priorità IT in merito all’automazione e all’ottimizzazione dei sistemi; viceversa, il secondo gruppo, più circoscritto, attribuisce grande importanza al valore del dato come strumento di automazione e ottimizzazione dei processi (e non sono minimamente intenzionati a cambiare il proprio modello di business, perché va bene così).

MALINTESI RICORRENTI

Quale ruolo giocano l’intelligenza artificiale e il machine learning in questi cluster di imprese? Agiscono da catalizzatori dei processi di adozione oppure introducono ulteriore complessità in una costellazione di tante variabili decisionali? Innanzitutto, evidenziamo qualche numero. La penetrazione dell’intelligenza artificiale nel mercato italiano riguarda una percentuale ancora limitata di imprese, meno del 7%, con variazioni sostanziali se leggiamo il dato per classe dimensionale, settore industriale e area geografica. Le grandi imprese guidano l’introduzione di piattaforme e soluzioni sempre più intelligenti (circa il 32% del segmento dimensionale), soprattutto nelle regioni del Centro-Nord Est (fino al 15% del segmento territoriale).

Continuano a persistere alcuni malintesi ricorrenti in merito alle possibilità e ai rischi dell’intelligenza artificiale, che possono influenzare, in modo diretto e indiretto, le scelte di manager e imprenditori in Italia. Molto spesso gli algoritmi vengono presentati come la panacea a qualsiasi male, come se potessero risolvere qualsiasi problema con la massima flessibilità. Conviene rammentare alcuni punti fondamentali:  1) non esiste una intelligenza artificiale generalista, ma algoritmi specializzati per risolvere problemi molto particolari; 2) non è sempre possibile tradurre analiticamente qualsiasi problema, si veda per esempio la rassegna dei problemi non-decidibili proposta da Bjorn Poonen; 3) molto spesso i problemi decisionali non possono essere formalizzati se non in misura elementare; 4) oltre al fatto che viviamo in un mondo dominato da una grande variabilità dei fenomeni, qualunque soluzione proposta da un algoritmo è valida sempre e soltanto entro il suo margine di errore, dunque alcuni problemi non potranno mai essere delegati alle macchine, se non con l’intento malizioso di mitigare le proprie responsabilità, cercando un semplice capro espiatorio.


#IntelligenzaArtificiale Catalizzatore o impedimento della trasformazione digitale? @IDCItaly
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Talvolta, gli algoritmi sono presentati come black box incomprensibili, anche quando non è assolutamente il caso. Negli ultimi anni, è andato diffondendosi un dibattito in merito alla trasparenza dei parametri che stanno alla base degli algoritmi e al rischio di addestrare le macchine su insiemi di dati che vanno ulteriormente a rafforzare pregiudizi e discriminazioni nella società. In realtà, si tratta di un dibattito nato “vecchio”: dal punto di vista tecnico, gli algoritmi di machine learning non sono più scatole nere ormai da tanti anni (almeno da quando i data scientist hanno cominciato a impiegare lo Shapley Value nei processi di analisi). Dal punto di vista etico, il problema sta soltanto nei dati che sono prodotti dalla società, che è un organismo con peculiari distorsioni cognitive e produce dati distorti già alla fonte, come ben hanno compreso i sociologi dai tempi di Durkheim.

Il terzo malinteso ricorrente è più che altro una paranoia luddistica, quello per cui gli algoritmi dovrebbero prendere il sopravvento nel mercato del lavoro. Ritorniamo ai principi basilari dell’economia: affinché esista un mercato, occorrono venditori e compratori, e la volontà di scambiare beni accrescendo il valore tra le parti. In una interazione ancora così “troppo” umana, è facile comprendere che non esiste un ruolo attivo per le macchine. Le macchine possono soltanto rappresentare il contenuto o lo strumento di supporto dello scambio, ma non saranno mai l’attore di uno scambio. Piuttosto, occorre chiedersi come potrebbe cambiare la gestione dei mercati, del lavoro come di qualsiasi altro fattore produttivo, per effetto di un processo di automazione sempre più flessibile e capillare. Gli algoritmi faranno né più né meno di quello che fa qualsiasi altra innovazione tecnologica: trasformeranno il mercato del lavoro, distruggendo lavori obsoleti e creando lavori nuovi. Comunque, a oltre settant’anni dalla morte di Ford, è ancora possibile trovare qualche maniscalco (addirittura online), quindi l’innovazione tecnologica non è sempre così letale.

L’AI COME CATALIZZATORE

Quando parliamo di artificial intelligence rischiamo sempre di farci trascinare dall’immaginazione sia nel bene che nel male, trascurando che la realtà quotidiana è fatta spesso di faticose sperimentazioni empiriche e un lungo interminabile processo di raccolta, selezione e raffinazione delle informazioni (un po’ come si fa con il petrolio, come ha osservato Clive Humby). Su quali dati lavorano i data scientists? Per fare cosa? Se guardiamo a una fonte autorevole come Kaggle (la survey 2018 ha coinvolto quasi 24mila data scientists a livello globale), possiamo farci una idea generale di cosa forse sta succedendo, anche in Italia. La maggior parte dei data scientists lavora in prevalenza su obiettivi aziendali (circa il 40%) e soltanto una piccola parte fa attività di ricerca (circa il 20%), quindi possiamo affermare senza alcuna esagerazione che il ruolo del data scientist sta diventando a tutti gli effetti un ruolo strutturalmente aziendale, e sempre meno accademico. In oltre il 50% dei casi, il data scientist lavora prevalentemente alla creazione di nuovi prototipi di prodotti e servizi, e quindi diventa una figura integralmente affine al New Product/Service Development, mentre nel 20% dei casi gestisce e mantiene infrastrutture dati, ricoprendo una funzione molto simile, almeno all’apparenza, ad altre figure più tradizionalmente IT.

Torniamo al nostro interrogativo di partenza. In questo scenario fatto di incertezze, malintesi e speranze, quale ruolo può giocare l’intelligenza artificiale rispetto a tematiche mainstream come la trasformazione digitale o l’IoT? Catalizzatore oppure ulteriore impedimento? Portiamo alcune evidenze dalle nostre indagini degli ultimi mesi. Le grandi imprese che si considerano in una fase avanzata di trasformazione digitale hanno una probabilità fino a 10 volte superiore (rispetto alla media) di investire nei big data e nel machine learning nei prossimi 12 mesi. Invece, quando si tratta dell’Impresa 4.0, le grandi imprese che investono nell’industrial cloud e nei MES analitici di nuova generazione hanno una probabilità di investire fino a 15 volte superiore. A giudicare da queste stime, il machine learning è il collante essenziale per catalizzare sia la trasformazione digitale che l’Internet delle Cose, accelerando in modo vertiginoso la competizione tecnologica fra le imprese.

Giancarlo Vercellino associate research director di IDC Italia

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Work-life balance, l’equilibrio che fa crescere le imprese https://www.datamanager.it/2019/11/work-life-balance-lequilibrio-che-fa-crescere-le-imprese/ Thu, 14 Nov 2019 14:36:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193165 La nuova direttiva europea sull’equilibrio vita-lavoro ha un duplice scopo: tutelare i diritti sociali e favorire il ricorso a forme di lavoro flessibili per accrescere la produttività delle aziende L’entrata in vigore della direttiva n. 2019/1158 è stata accompagnata da vivaci dibattiti e in tanti si sono chiesti se, nei prossimi mesi, crescerà in Europa […]

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La nuova direttiva europea sull’equilibrio vita-lavoro ha un duplice scopo: tutelare i diritti sociali e favorire il ricorso a forme di lavoro flessibili per accrescere la produttività delle aziende

L’entrata in vigore della direttiva n. 2019/1158 è stata accompagnata da vivaci dibattiti e in tanti si sono chiesti se, nei prossimi mesi, crescerà in Europa il numero degli uomini che deciderà di indossare i “panni materni”, abbandonando per un po’ la scrivania dell’ufficio o la divisa del lavoro. Il primo scopo della direttiva è quello di realizzare la parità di genere, promuovendo da un lato la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e dall’altro una diversa ripartizione delle responsabilità socio-assistenziali fra uomini e donne.

Sarebbe – però – sbagliato pensare che le istituzioni europee si siano mosse solo per tutelare i diritti sociali dei cittadini, perché oggi tutti gli stati europei si trovano ad affrontare le sfide economiche legate ai cambiamenti demografici. Infatti, la crescita dell’aspettativa di vita ha provocato un incremento della spesa previdenziale per cui si è deciso di favorire forme assistenziali endo-familiari, a “costo zero” per le casse statali, sostenendo le soluzioni che potrebbero aiutare il prolungamento della vita lavorativa delle lavoratrici e, conseguentemente, la loro contribuzione previdenziale.

Per raggiungere i suoi obiettivi, la direttiva è intervenuta, innanzitutto, sui congedi, riconoscendo ai padri lavoratori il diritto a un congedo di paternità di dieci giorni lavorativi retribuiti da fruire in occasione della nascita del figlio. In secondo luogo, viene riconosciuto ai lavoratori il diritto a quattro mesi di congedo parentale, pure questi retribuiti, da utilizzare, anche con modalità flessibili, prima che il bambino raggiunga una determinata età (non superiore agli otto anni). Con una precisazione: i datori di lavoro, previa consultazione, sono autorizzati a rinviare la concessione del congedo se chiesto in un momento in cui potrebbe compromettere il buon funzionamento dell’organizzazione aziendale. In terzo luogo, è concesso, ai lavoratori che prestano assistenza a un familiare bisognoso di sostegno per le gravi condizioni di salute, il diritto a fruire di un congedo di cinque giorni lavorativi l’anno.


#WorkLifeBalance Non solo un tema #HR ma una mossa intelligente di #Business – @UniolexStucchi
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La direttiva si è poi occupata anche del lavoro flessibile, vale a dire la possibilità per i lavoratori di adattare l’organizzazione della vita professionale, chiedendo ai datori di ricorrere al lavoro a distanza oppure a calendari di lavoro flessibili o, ancora, a una riduzione dell’orario di lavoro. In questi casi – però – si permette alle aziende di rifiutare la richiesta dei lavoratori, motivando il diniego. Ultimo, ma non per importanza, la direttiva vieta ogni forma di discriminazione o trattamento meno favorevole verso coloro che fruiscono dei congedi, imponendo agli stati membri di adottare un corredo sanzionatorio effettivo, proporzionato e dissuasivo. L’Italia dovrà ora adeguarsi alla nuove regole entro il 2 agosto 2022, anche se, negli ultimi anni, il legislatore nazionale aveva già messo mano ad alcuni istituti per favorire una diversa ripartizione delle responsabilità familiari e far crescere l’occupazione femminile oltre che per favorire il lavoro agile.

In attesa di vedere come i diversi stati decideranno di recepire la direttiva e di conoscere quali effetti avrà sull’occupazione femminile, quel che pare già da oggi sicuro è che l’attenzione per il cosiddetto work-life balance sia fondamentale: il cattivo equilibrio tra sfera personale e professionale genera insoddisfazione e rende il dipendente poco produttivo. Il contrario di quello che serve per la crescita delle imprese.


Avv.ti Andrea Savoia partner e Marilena Cartabia senior associate – UNIOLEX Stucchi & Partners www.uniolex.com

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Il ruolo della certificazione di sicurezza dei prodotti ICT https://www.datamanager.it/2019/11/il-ruolo-della-certificazione-di-sicurezza-dei-prodotti-ict/ Thu, 14 Nov 2019 11:48:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=193138 La certificazione di sicurezza dei prodotti ICT è un’esigenza sentita da tempo, ma l’incremento esponenziale degli attacchi cyber l’hanno resa molto attuale. Non a caso la UE, con il Cyber Security Act, ha introdotto uno schema europeo di certificazione della sicurezza La certificazione di sicurezza dei prodotti è un’esigenza sentita da tempo. È nata infatti […]

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La certificazione di sicurezza dei prodotti ICT è un’esigenza sentita da tempo, ma l’incremento esponenziale degli attacchi cyber l’hanno resa molto attuale. Non a caso la UE, con il Cyber Security Act, ha introdotto uno schema europeo di certificazione della sicurezza

La certificazione di sicurezza dei prodotti è un’esigenza sentita da tempo. È nata infatti nella seconda metà degli Anni 80 con l’emissione, da parte del National Computer Security Center (NCSC) americano, dello standard Trusted Computer System Evaluation Criteria (TCSEC), conosciuto con il nome di “Orange Book”. Questo standard ha introdotto dei concetti innovativi (valutazione di terza parte, assurance e valutazione probabilistica) che saranno ripresi da quasi tutti i moderni standard. All’Orange Book, sono seguiti vari standard che hanno ripreso questi concetti e, in particolare, lo standard denominato Information Technology Security Evaluation Criteria (ITSEC) che rappresenta la risposta europea al TCSEC. Attualmente, lo standard internazionale di riferimento per la valutazione di sicurezza dei prodotti ICT sono i Common Criteria, recepiti dall’ISO nelle norme ISO 15408.

Questi rappresentano una evoluzione e integrazione dei precedenti standard e sono nati da una collaborazione internazionale che era finalizzata a definire dei criteri comuni per le valutazioni di sicurezza dei prodotti ICT. In seguito, è nata l’iniziativa Common Criteria Recognition Arrangement (CCRA) per il mutuo riconoscimento dei certificati emessi ai sensi dei CC alla quale partecipano più di 30 paesi. Il CCRA, insieme al Senior Official Group Information System Security (SOG-IS) sottoscritto da circa 17 paesi europei, rendono i Common Criteria lo standard con la maggior base di mutuo riconoscimento internazionale per le valutazioni di sicurezza dei prodotti ICT effettuate dai diversi Schemi Nazionali di Certificazione della Sicurezza.


#CyberSecurity Le certificazioni di sicurezza dei prodotti ICT giocano un ruolo importante @Clusit
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La certificazione ai sensi dei CC è volontaria, ma diventa obbligatoria in settori considerati critici (es. in USA per tutti i prodotti forniti al Dipartimento della Difesa (DoD) e in Europa per smartcards, HSM per la finanza e devices per firma digitale). Negli ultimi tempi, l’incremento esponenziale degli attacchi cyber – unito al sempre più diffuso utilizzo di soluzioni cloud e IoT – ha reso la cyber security una emergenza mondiale all’attenzione delle Autorità di tutti i Paesi e della Comunità Europea. Le valutazioni e le certificazioni della sicurezza di prodotti ICT possono giocare un ruolo importante in tale settore perché assicurano agli utilizzatori di tali prodotti che questi hanno implementato le necessarie misure di sicurezza e che sono stati testati per determinare l’utilizzo di tali misure contro vulnerabilità note.

Non sorprende quindi che la Comunità Europea, con il Cyber Security Act, stia cercando di realizzare uno schema di certificazione europeo della sicurezza dei processi, servizi e prodotti ICT il quale, pur mantenendo una metodologia rigorosa, sia in grado di ridurre i rischi cyber, aumentando la resilienza delle infrastrutture tecniche e la “fiducia” degli utilizzatori dei servizi digitali. Il Cyber Security Act definisce i principali attori, stabilendo le regole di funzionamento che devono essere seguite. Lo scherma di certificazione introdotto dal Cyber Security Act prevede tre livelli di affidabilità (base, sostanziale ed elevato) e l’adesione sarà volontaria a meno di processi, servizi e prodotti ICT operanti in ambiti considerati critici (come le infrastrutture critiche e gli apparati che gestiscono dati personali) per i quali potrà essere richiesta l’obbligatorietà. Il Cyber Security Act richiede che gli schemi nazionali e commerciali debbano basare le certificazioni di sicurezza sui migliori standard/pratiche di mercato esistenti, dando di fatto allo standard CC un ruolo guida nella definizione e utilizzo per le valutazioni e certificazione europea dei prodotti ICT.


Garibaldi Conte – Comitato scientifico CLUSIT

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