Soa – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 19 May 2014 12:43:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Soa – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Il dialogo tra le nuvole https://www.datamanager.it/rivista/il-dialogo-tra-le-nuvole-56318.html Mon, 19 May 2014 12:43:48 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/il-dialogo-tra-le-nuvole/ Sincronizzare ERP, CRM, SCM e BPR in un’architettura orientata ai servizi    Migrare nel cloud è un must, soprattutto per le PMI. Per chi inizia, i problemi sono pochi. Dire cloud vuol dire indipendenza dall’hardware, accedere a tutto tramite un browser da un qualsiasi dispositivo, dimenticare i problemi relativi alla fisica per concentrarsi sulla logica. […]

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Sincronizzare ERP, CRM, SCM e BPR in un’architettura orientata ai servizi

  

Dialogo tra le nuvoleMigrare nel cloud è un must, soprattutto per le PMI. Per chi inizia, i problemi sono pochi. Dire cloud vuol dire indipendenza dall’hardware, accedere a tutto tramite un browser da un qualsiasi dispositivo, dimenticare i problemi relativi alla fisica per concentrarsi sulla logica. E per quanto riguarda la separazione tra fisica e logica non si può certo negare che siamo a un buon punto, almeno per quanto riguarda l’offerta e la disponibilità tecnologica. Ma è possibile vantare la stessa elasticità, anche a livello software? Posso spostare da un’applicazione all’altra i miei dati senza eccessivi problemi? Posso interrogare le mie applicazioni in modo aperto, ovvero rendermi indipendente dall’interfaccia per far sì che altre mie applicazioni possano attingere dati da queste? Può un CRM, un SCM e un BPR qualsiasi accedere ai dati del mio ERP e possono questi sistemi scambiarsi informazioni tra loro in modo indipendente dal fornitore della singola applicazione? Da quello che è emerso dall’indagine alla base di questo servizio, possiamo dire che sebbene le cose si stiano muovendo, la strada da percorrere è ancora abbastanza lunga. Gli stessi analisti interpellati allo stato attuale hanno potuto fornire solo considerazioni di carattere qualitativo, ma nessun dato numerico, vista la peculiarità del tema trattato. E questo fatto è già un indicatore.

Il punto di vista degli analisti

A supportarci nell’analisi del problema è Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia (www.idc.com). «La migrazione dei dati tra applicazioni diverse rappresenta un tema centrale che alimenta da anni i servizi di system integration. Ormai sempre più spesso l’industry cerca di competere sul comune terreno di standard aperti e condivisi per creare maggiore valore sia per sé che per gli utenti finali. «Senza pretendere di esaurire l’intero spettro delle iniziative portate avanti dai più diversi comitati di standardizzazione a livello internazionale – dice Vercellino – ci sembra opportuno ricordare l’impatto positivo che hanno avuto iniziative come quella di OASIS in merito alle architetture orientate ai servizi per promuovere e favorire, se non una vera e propria apertura delle applicazioni, quantomeno uno spazio di interoperabilità e dunque di confronto su un terreno comune (come CMIS e OpenDocument)».

Anche nel merito della migrazione dei dati tra sistemi on-premises e sistemi on cloud, è importante lavorare impiegando standard condivisi per evitare il rischio di lock-in su standard de facto. «I grandi vendor tradizionali, che hanno un grande interesse nel declinare on cloud il proprio parco applicativo e le proprie soluzioni, stanno partecipando attivamente in diversi comitati di standardizzazione su questi temi (es. Cloud Foundry, OpenStack…). Al di là degli standard, sul mercato si stanno sviluppando le offerte di un numero sempre maggiore di cloud service provider, cloud service broker e cloud service enabler che propongono servizi e piattaforme per favorire questi processi di trasformazione dell’IT aziendale».

Make or buy

La maggior parte degli operatori che forniscono servizi di migrazione dati solitamente propongono offerte ampie e integrate che coprono le diverse fasi del processo cercando di cautelare quanto più possibile i clienti sotto ogni aspetto. Il discorso è diverso in merito all’applicazione di un modello di pay-as-you-go in qualunque contesto. «In realtà molto strutturate e competitive dove si intende realizzare un’organizzazione efficiente basata su prezzi di trasferimento interni perfettamente formalizzati – spiega Vercellino – questo modello rappresenta senza dubbio un’opzione da prendere in considerazione». Ma la domanda vera è un’altra – suggerisce Vercellino: «In quali aziende si è davvero disposti a mettere in competizione l’IT aziendale con il mercato? Aprire l’azienda a una vera logica di make or buy non appare così scontato».

Standard aperti e modello SOA

Secondo Flavio Radice, general manager di CBT (www.cbt.it), da tempo gli standard disponibili sono consolidati e coprono le esigenze di comunicazione (SOA) e di interpretazione (XML, JSON…) del significato e della struttura dei dati scambiati, senza porre alcun vincolo sulla loro complessità. «Tutto ciò permette lo sviluppo di applicazioni modulari, non più monolitiche, a favore della distribuzione delle loro diverse componenti, la gestione dei corretti carichi di lavoro di ognuna e il loro riuso da parte di altre applicazioni. L’adozione di questi standard e la modularità delle applicazioni garantiscono, anche per il futuro, l’integrabilità di nuove soluzioni all’interno degli asset già esistenti in azienda e l’indipendenza dal fornitore delle singole applicazioni. WebRainbow PLATFORM ha fatto propri gli standard internazionali che sono alla base dell’integrazione tra applicazioni e che rendono questa piattaforma un hub informativo di livello enterprise e un repository di informazioni federato».

Di parere analogo è Cosimo De Maria, direttore commerciale e marketing di Di.Tech (www.ditechonline.it) secondo cui la direzione tracciata dal paradigma SOA ha preso forma e oggi le imprese hanno la possibilità di superare l’ERP monolitico adottando singole componenti applicative che assieme formano quelle suite che Gartner (www.gatner.com) definisce “ERP federativi”. «Per la nostra esperienza, al di là di uno standard per il passaggio di dati tra diverse applicazioni, il vero valore aggiunto è dato da un buon utilizzo dei web service. Solo un buon approccio architetturale aperto è coerente con le SOA e può garantire all’azienda la libertà di comporre il proprio disegno applicativo scegliendo le migliori componenti sul mercato. In Di.Tech abbiamo applicato questo approccio nello sviluppo della nostra nuova suite More per il mercato della GDO, che può sostituire completamente l’ERP tradizionale. Scegliendo questo approccio, le aziende possono disegnare il proprio percorso di adozione, deciderne i tempi, quali parti implementare su proprie infrastrutture e quali in cloud. Grazie a questo approccio, i retailer possono percorrere la strada del rinnovamento seguendo la propria road map funzionale».

Non tutti concordano

A discostarsi un po’ dalle posizioni precedenti è invece Matteo Adami, CEO di Geolab (www.geolabsrl.com), secondo cui le PMI trovano sempre più attraenti le soluzioni cloud per CRM, SCM, BPR per il loro basso costo di acquisizione, ma ogni vendor offre loro implementazioni che adottano o richiedono standard diversi per la sincronizzazione dei dati. In particolare, spesso le anagrafiche clienti vengono ripetute in ogni sistema e ognuno ha il proprio standard. «Si crea quindi il problema del dialogo fra i vari sistemi CRM, SCM o BPR con l’ERP aziendale ad esempio» – fa notare Adami. «Un approccio possibile e comune è quello di identificare un sistema che funga da Master Data Manager della anagrafica clienti, con il quale gli altri sistemi vanno sincronizzati. Lo scambio dei dati fra il sistema MDM e gli altri sistemi a questo punto può essere definito al costo di rispettare gli standard di tutti i sistemi coinvolti. Non essendo disponibile uno standard universalmente riconosciuto per l’interscambio dei dati anagrafici, è possibile definirne uno che a sua volta sia disponibile come servizio SOA, e che possa essere invocato da tutti i sistemi simultaneamente. Un tale sistema definisce le caratteristiche qualitative di un dato anagrafico accettabile e le propaga a tutti i sistemi coinvolti. Questa è la natura delle soluzioni per la qualità del dato via web services di Geolab che consentono di gestire i dati anagrafici su sistemi distribuiti con efficienza e che ha già una notevole diffusione – tra gli altri – nei settori delle utilities, della logistica e del commercio elettronico».

Secondo Luisa Ferrari, presales manager del Gruppo Formula (www.formula.it), l’esigenza di standard è sempre più riconosciuta ma non è detto che tali standard esistano o siano applicati. «Garantire un passaggio “live” di informazioni tra applicazioni diverse, automatizzando le codifiche, significa oltrepassare rischiose e lunghe procedure manuali» – spiega Luisa Ferrari. «A questo proposito, alcuni tra i principali e più avanzati strumenti di integrazione sono i web services che in Sage ERP X3 sono nativi e configurabili su tutti gli oggetti gestionali, costituendo un vantaggio tecnologico e operativo immediato. Se ci si avvale di tecnologie d’avanguardia aperte e configurabili, il vantaggio riscontrato è immediato. Se pensiamo all’ambito dell’automotive, il tema dei portali e dello scambio di informazioni in logica EDI è ormai fondamentale. Altri esempi possono essere portati nell’ambito della progettazione tecnica. Grazie ai web services di Sage ERP X3, clienti quali Mayekawa (impianti per refrigerazione e compressione di gas) e Modulblok (scaffalature e logistica di magazzino) hanno potuto rivedere e semplificare i loro processi, ricavando efficienza soprattutto con l’interfacciamento bidirezionale tramite sistemi CAD, PLM e PDM».

I problemi non mancano

Giovanni Crida, executive account manager di Information Builders Italia (www.informationbuilders.it) focalizza l’attenzione su una problematica specifica. «Il problema è che i bus di servizio ESB al cuore del rollout SOA, sono orientati più verso la gestione e la ri-creazione dei processi di business che allo spostamento di file tra sistemi diversi. Secondo Gartner, gli ESB non sono in grado di gestire in modo adeguato file di grandi dimensioni. Le aziende sono quindi costrette a mantenere un ambiente “managed file transfer” separato dal nucleo ESB. Le soluzioni iWay di Information Builders sono state disegnate per mantenere il controllo centrale attraverso un proprio “managed file transfer” basato su Java: grazie a iWay, il trasferimento dei file è gestito attraverso una nuova serie di estensioni del Service Manager Enterprise Edition. La soluzione iWay è scalabile, affidabile e in grado di estrarre e gestire DB e applicazioni di diversa natura, con oltre 300 adapters e pre-packaged components sviluppati da Information Builders in 40 anni di attività, che permettono di supportare i principali fornitori: IBM, Oracle, MSFT, Siebel, SAP, Teradata, JDE, Saleforce, Ariba e molti altri. L’architettura event-driven e web-oriented consente di creare e gestire i servizi con interfacce web e procedure di immissione dati in modo interattivo. In sintesi, iWay trasforma i dati in un formato comune e lo carica automaticamente in un data warehouse. Lato business, il consolidamento di una infrastruttura SOA consente inoltre di migliorare le funzionalità del CRM e dei sistemi a esso correlati, agevolando il decision making».

Ma anche la gestione dell’esistente spesso costituisce un problema, come sottolinea Pier Luigi Montanaro, presidente di Keen Consulting (www.keenconsulting.it). «Le aziende nel corso degli anni hanno adottato soluzioni verticali “Best in Class” per cui il loro sistema informativo non rappresenta un’architettura “Best-of-Breed” perché le singole applicazioni non sono integrate dal punto di vista procedurale, ma esclusivamente “scambiano dati”. Keen Consulting ha adottato una soluzione basata sul software Infor ION che permette – da una parte – di mappare per intero i processi aziendali e – dall’altra – di abilitare la comunicazione fra le differenti applicazioni presenti in azienda con logiche e tecnologie standard, garantendo così una reale integrazione, superando il limite dei web services che necessitano obbligatoriamente di profonde competenze tecnico-applicative».

Secondo Cristina Sarnacchiaro, general manager di ORSYP Italia (www.orsyp.it) l’integrazione di ambienti, piattaforme e applicazioni è sempre più essenziale per il business di oggi. «La Workload Automation, evoluzione del job scheduling, orchestra i flussi di dati aziendali e le elaborazioni in ottica cross-platform e cross-application, integrando tra loro sistemi diversi per fornire al management informazioni precise e tempestive provenienti da fonti come ERP, CRM, BI e altro. Le elaborazioni vengono automatizzate, annullando virtualmente gli interventi manuali. Il passaggio di dati tra applicazioni diverse e l’integrazione dei processi è facilitata grazie ai web services, che consentono di estrapolare dati da una piattaforma e trasferirli su un’altra, o di comunicare con sistemi di terze parti. È poi possibile integrare i processi che scambiano dati tra applicativi back-end come l’ERP e sistemi front-end come il CRM, di norma gestiti da fornitori differenti. L’automazione crea valore per il business quando si integrano i sistemi ERP con altre applicazioni, mantenendo un unico punto di controllo su tutto il sistema. Ciò significa avere più informazioni in poco tempo, migliorare le performance e rispondere velocemente al mercato. La soluzione di Orsyp, Dollar Universe, soddisfa i requisiti degli ambienti elaborativi attuali. Offre una vista unica dei processi di business, è cloud-ready e adatta a big data e mobility. Il software gestisce l’automazione e l’integrazione dei processi di business non solo batch, ma near real-time grazie ai web services».

 

Un esempio concreto

Paola Pomi, direttore generale di Sinfo One (www.sinfo-one.it) racconta l’esperienza dell’azienda che dirige. «Il primo sistema che abbiamo integrato con i nostri ERP (sia il nostro ERP proprietario Si Fides, sia Oracle JD Edwards Enterprise One) è stato la nostra soluzione di Sales Force Automation “Si In”. L’utilizzo dei web services ci ha permesso di non dover replicare le logiche del gestionale sui sistemi esterni, avendo quindi la certezza dell’univocità delle informazioni. Senza web services avremmo, ad esempio, dovuto replicare il calcolo delle disponibilità e dei prezzi, l’interrogazione dei listini e degli sconti, rischiando di implementare sui sistemi esterni delle logiche non perfettamente coerenti con quelle presenti nell’ERP. Nel tempo, abbiamo reso disponibili su app diverse funzioni, in questo modo gli utenti possono interagire, tramite device mobile, su alcuni step di processi predisposti sull’ERP quali approvazione di richieste di acquisto, inserimento dichiarazione di avvenuto intervento di manutenzione (anche geolocalizzato), interrogazione disponibilità di magazzino».

Secondo Cristiano Barabanti, IT services manager di ToolsGroup Italy (www.toolsgroup.it) molta strada si è fatta nella definizione di formati standard per lo scambio dati tra sistemi. «XML come formato aperto e formati proprietari diventati standard de facto (iDoc e Office nei loro ambiti) hanno aiutato molto l’interscambio dei dati tra applicazioni. Rimane aperto – e probabilmente lo rimarrà per sempre – il passaggio di dati custom tra applicazioni differenti, per il quale è necessaria la scrittura di estrattori e processori di file. Nella progettazione di applicazioni, le software house come la nostra devono approntare delle routine di import facilmente personalizzabili e molto flessibili per ridurre l’impatto sul cliente in fase di implementazione del progetto».

Qualcuno come Angelo Cian, responsabile soluzioni gestionali SaaS di Zucchetti (www.zucchetti.it) appare meno fiducioso: «Non ci sono standard validi per tutto il mercato ed è particolarmente complesso gestire il passaggio di dati da applicazioni client-server ad applicazioni cloud. Anche Zucchetti, che ha diversi gestionali/erp in portafoglio, ha dovuto attrezzarsi per supportare i clienti che volevano passare al software as a service. Per questo motivo è nata “Infinity cloud solutions”, una piattaforma che consente, mediante i web services, di far dialogare anche le soluzioni client-server con le soluzioni cloud. Per agevolare le operazioni di migrazione dei dati sono spesso utilizzati anche strumenti ETL, sempre sviluppati internamente da noi, che consentono di individuare le informazioni da estrapolare, di estrarle, di trasformarle e di caricarle nel nuovo applicativo».

 

La migrazione dei dati un problema non solo tecnico

La migrazione dei propri dati storici verso il cloud può essere realizzata attraverso uno scambio informativo massivo basato sui protocolli standard già citati, se essi sono supportati dell’applicazione sorgente oppure – in caso contrario – con tecniche di recupero basate sull’accesso alle basi dati che li contengono o ad aree in cui essi siano stati esportati sulla base di un tracciato concordato, come ci ricorda Flavio Radice di CBT. «L’attività di migrazione viene gestita con un processo incrementale che inizia con la copia dei dati più “datati”, quindi non più movimentati, per arrivare man mano a quelli più recenti, costituendo così la nuova base dati in cloud mentre l’operatività prosegue senza interruzione sull’ambiente locale fino al momento del trasferimento dell’ultima tranche di dati, quella più recente. WebRainbow PLATFORM realizza la migrazione attraverso la sua componente ETL (Export Transform and Load) che permette, durante questa operazione, anche la riorganizzazione dei dati oggetto migrati».

Secondo Cosimo De Maria di Di.Tech, il tema rilevante non è la migrazione fisica delle informazioni da un sistema legacy locale a un’applicazione nuova, sia essa in locale o in cloud, perché la localizzazione dei dati non è una fattore così rilevante dal punto di vista tecnico. «La massima attenzione va posta sul piano contrattuale e organizzativo, sui quali le aziende spesso sono impreparate. Non ci si deve occupare solo delle performance e della continuità di servizio offerte dal cloud, ma è importante chiedere, sapere e indicare sul contratto dove risiedono i dati, come si potranno esportare in futuro, con quali tempi e costi».

Le difficoltà della migrazione

A mettere il dito sulla piaga è Pier Luigi Montanaro, presidente di Keen Consulting: «Per le PMI, il cloud rappresenta un’opportunità di svincolarsi dalle “pesanti” logiche per l’approvvigionamento e la gestione dell’hardware, ma non sempre le applicazioni esistenti in azienda sono cloud-enabled e dunque il problema della migrazione verso tale architettura esiste. Il passaggio al cloud può avvalersi di best-practice, ma l’approccio deve essere pragmatico, valutando le singole situazioni e gestendole di conseguenza».

Per Cristiano Barabanti di ToolsGroup, definire un percorso di alimentazione dei propri dati da un ambiente locale a un nuovo sistema, sia anch’esso locale o cloud, richiede una riflessione sulla quantità dei dati da trasferire e sulla sicurezza della modalità di trasferimento. «Tuttavia questi problemi sono meramente tecnici e risolvibili con una buona organizzazione e competenze, il vero punto nodale nella migrazione verso un nuovo sistema è la pulizia del dato di partenza».

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Inside outsourcing. I migliori attori dell’outsourcing https://www.datamanager.it/rivista/inside-outsourcing-i-migliori-attori-dell-outsourcing-54602.html Wed, 19 Mar 2014 11:39:26 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/inside-outsourcing-i-migliori-attori-delloutsourcing/ Pur continuando a mantenere un ruolo primario nelle scelte delle aziende, anche l’outsourcing cambia, nella ricerca di un sempre maggiore valore di business che faccia la differenza ai fini competitivi. Ma quali sono le scelte vincenti? di Luca de Piano   Una volta, il driver più citato era la riduzione dei costi. Questo era infatti […]

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Pur continuando a mantenere un ruolo primario nelle scelte delle aziende, anche l’outsourcing cambia, nella ricerca di un sempre maggiore valore di business che faccia la differenza ai fini competitivi. Ma quali sono le scelte vincenti?

di Luca de Piano

 

Inside outsourcing. I migliori attori dell’outsourcingUna volta, il driver più citato era la riduzione dei costi. Questo era infatti l’obiettivo primario di chi ricorreva all’outsourcing della gestione delle infrastrutture informatiche. Ma l’evoluzione, che come noto nell’ICT è sempre rapidissima, non ha risparmiato anche questo settore. E oggi, si ricorre all’outsourcing per più di un motivo. Ma soprattutto, questo che è da sempre uno dei settori chiave dell’ICT continua a mantenere un ruolo di primo piano nelle scelte delle aziende, chiamate – oggi più che mai – a dover esprimere il massimo dell’efficienza con risorse che in molti casi sono limitate. Ecco quindi che – nella ricerca delle migliori performance possibili oltre che di risparmi dei costi e di maggiore flessibilità – si ricorre all’outsourcing delle attività operative, dei processi di business, delle risorse umane e delle funzioni amministrative, della supply chain, dei servizi, della gestione di applicazioni e dell’infrastruttura IT. Da sottolineare anche la spinta alla trasformazione del mercato originata dalle più recenti modalità di erogazione dei servizi, caratterizzate da superiori livelli di flessibilità e scalabilità nell’utilizzo delle risorse informatiche, come per esempio il cloud e le offerte di tipo as a service (SaaS), sempre più ricorrenti accanto all’outsourcing più tradizionale. Queste nuove modalità hanno allargato i casi di ricorso alla gestione esternalizzata di alcune funzioni, permettendo di superare i problemi derivanti dalle ridotte capacità di investimento dovute al momento economico e di focalizzarsi maggiormente sul core business aziendale, al quale dedicare più risorse a favore della competitività sul mercato, oltre che avere accesso a tecnologie sempre aggiornate e a risorse specializzate, senza dover necessariamente investire in formazione. Non va infine dimenticato che, per le aziende strutturate su scala globale, l’outsourcing rimane anche un importante strumento che permette di adottare un modello di servizi IT omogeneo in tutto il mondo.

 

Prospettive di crescita

Passando ad analizzare le tendenze di mercato, anche se si tratta di un settore dai confini sempre meno netti, viste le molteplici forme di esternalizzazione, il mercato mondiale dell’outsourcing IT rappresenta sempre una quota importante del giro d’affari totale del comparto ICT. Nelle previsioni di Gartner di metà 2013 (Forecast analysis: IT Outsourcing, worldwide, 2Q13 update), le stime parlavano di un valore di 288 miliardi di dollari, con un incremento del 2,8% rispetto al 2012. Una crescita contenuta in quanto frenata dalle aree in cui perdura il segno negativo, anche se il dato mondiale vede prevalere il segno positivo, in quanto i paesi emergenti di America Latina e Asia-Pacifico continuano a trainare il mercato, con un incremento previsto superiore al 10% nel 2013 e nel 2014. Anche se i tassi di crescita non saranno così eclatanti, Gartner si mostra ottimista anche per i mercati più maturi, alla luce delle tendenze in atto che vedono molte aziende trasferire alcune funzioni IT a società esterne, in modo da rendere prevedibili i costi dell’IT, oppure l’emergere di strategie di tipo “light IT”, nelle quali gli asset interni vengono ridotti al minimo indispensabile, massimizzando il ricorso all’esternalizzazione.

 

Mercato italiano in ripresa

L’ottimismo sulla ripresa dell’outsourcing si estende anche all’Italia, che pure vede il mercato ICT nel suo complesso alle prese con il perdurare della contrazione: per esempio, in base ai pre-consuntivi di Sirmi nel 2013 il mercato della digital technology si contrarrà del 5%. La buona notizia è che anche in casa nostra è prevista una crescita dopo anni di continui segni negativi: secondo le stime di IDC, il mercato IT Outsourcing, che non comprende il Business Process Outsourcing ma i quattro sotto-mercati IS Outsourcing, Network e Desktop Outsourcing, Hosted Application Management e Hosting Infrastructure Service, mostrerà segni di ripresa già quest’anno, con un +0,8%, dopo il pesante -4,4% del 2013. La tendenza positiva proseguirà anche nel 2015, con un +1,5% che porterà il giro d’affari complessivo dell’Outsourcing in Italia a riavvicinarsi a valori più sostenibili: sempre secondo le stime effettuate da IDC nel quarto trimestre 2013, il totale mercato ammonterà nel 2015 a 3.380 milioni di euro, non lontano quindi dai 3.453 milioni del 2012, scesi a 3.301 nel 2013 e previsti a 3.329 nel 2014. Ma se questa è la tendenza complessiva, nei singoli componenti del mercato gli andamenti continuano a essere contrastanti: «Mentre i “classici” segmenti di IS Outsourcing e di Network e Desktop Outsourcing proseguono la tendenza a contrarsi, gli ambiti Hosted Application Management e Hosting Infrastructure Service si mostrano invece in crescita, e determinano anche un’evoluzione dell’offerta che si sta sempre più articolando» – spiega in una conversazione con Data Manager Sergio Patano, IT Research & Consulting manager di IDC Italia (www.idcitalia.com). In sintesi, «è in atto una trasformazione dell’IT Outsourcing tradizionale, che vede molte offerte arricchirsi di una parte dedicata alla consulenza volta per esempio a migliorare i processi di business, oppure vi è anche l’inserimento nelle offerte degli operatori di outsourcing di nuove tecnologie ancora non presenti in alcune aziende clienti, come la SOA oppure la virtualizzazione».

 

L’ora del cambiamento

La fase di trasformazione in atto nel settore dell’outsourcing è confermata tra gli altri anche da Lorenzo Greco, direttore commerciale HP ES Italia (www.hp.com/it) secondo il quale la domanda di servizi di outsourcing è in una fase di evoluzione molto significativa. «I grandi contratti pluriennali sono ormai al tramonto e sono sempre meno le aziende che affidano a un singolo fornitore la gestione completa dei loro sistemi informativi. Contestualmente, le iniziative di outsourcing sono più brevi e più focalizzate su singoli servizi oppure su singole aree di business e processo. Questo cambiamento è determinato dall’innovazione tecnologica e dalla relazione sempre più stringente tra le organizzazioni IT e le funzioni di business. Infatti, competere in un mercato globale richiede una flessibilità e un time-to-market completamente diversi rispetto al passato».

Insomma, è proprio la trasformazione dei paradigmi di mercato nel suo complesso, dovuta anche all’azione congiunta dei quattro noti fattori cloud, mobile, social e big data, a determinare l’evoluzione della domanda di outsourcing da parte delle aziende e di conseguenza le risposte dei vendor. Lo conferma anche Virginia Magliulo, direttore Strategic Outsourcing Sales di IBM Italia (www.ibm.it), sottolineando che oggi «le parole d’ordine sono flessibilità e trasformazione: le aziende richiedono tipologie di sourcing diverse, che spaziano da quelle tradizionali, all’outsourcing selettivo, ai servizi erogati in modalità cloud e vogliono poter passare dall’uno all’altro modello in un percorso di trasformazione in cui l’outsourcer diventa il partner tecnologico che facilita il cambiamento».

 

Cloud e outsourcing

In altri termini, si può dire che «dai processi di outsourcing le organizzazioni si aspettano non più e non solo una riduzione dei costi ma la certezza di disporre di un processo efficace e semplificato che porti al loro interno un alto tasso di innovazione» – sintetizza Nicola Uva, Strategy & Marketing director di ADP Italia (www.it-adp.com). È anche per questo che oggi non esiste un modello predominante di outsourcing, in quanto dipende dalle esigenze specifiche dell’azienda e dal tipo di processo che si desidera esternalizzare. «C’è però – spiega Nicola Uva – un termine che più di ogni altro identifica l’outsourcing ed è il cloud, grazie al quale le organizzazioni possono pensare di adottare più processi in outsourcing e differenziarli in base ai modelli di cui necessitano, facendoli convivere e utilizzandoli tutti anche nello stesso momento. Ciò si traduce in una grande flessibilità e nella possibilità per le aziende di adattare la propria efficienza al mercato di riferimento e alle strategie adottate». Questo non avviene per caso, dato che, sempre secondo il manager di ADP Italia, «da diversi anni nel mondo IT è in corso una revisione interna dei processi e delle soluzioni che si basa su tre valori: la semplificazione, riferita alle modalità di comunicazione e alle relazioni che le aziende intrattengono con i loro clienti; l’innovazione, intesa non solo dal punto di vista tecnologico o del servizio ma anche di tutti i processi che coinvolgono l’azienda, i suoi comportamenti verso l’esterno e i propri dipendenti. Infine, la crescita a livello economico-finanziario ma anche relativa al grado di soddisfazione del cliente, alle competenze delle persone che ci lavorano e alla qualità di vita interna. Questi valori sono diventati il modello di riferimento dell’offerta di ADP, per supportare i clienti con soluzioni che favoriscono lo sviluppo del business, semplificano i processi interni e la gestione delle risorse umane, aiutando a concentrarsi sugli aspetti più core».

 

Modelli in ascesa

Secondo Lorenzo Greco di HP ES Italia, il modello prevalente è quello as a service, che si declina in outsourcing selettivi e verticalmente specializzati. «Stiamo assistendo a una “deframmentazione” delle scelte che portano a far convivere nella stessa organizzazione una pluralità di fornitori di tecnologie. Il risultato – dice Greco – è un modello gestionale ibrido nel quale il ruolo del CIO si trasforma da “costruttore” a “broker” di servizi. Le scelte sono determinate quindi da cinque dimensioni: sicurezza, costo, affidabilità, performance e conformità». In questo scenario, il manager di HP Enterprise Services indica alcuni validi esempi: «Nel settore dei beni di largo consumo, l’adozione del cloud sta permettendo alle aziende di migliorare la loro capacità di interazione e ingaggio con i clienti, abilitando la personalizzazione dell’offerta. La combinazione delle tecnologie cloud, dei big data e della mobilità permette di definire offerte ritagliate sulle esigenze specifiche del singolo cliente. Mentre nella pubblica amministrazione italiana ci sono esempi di eccellenza che hanno trasformato le modalità di erogazione dei servizi ai cittadini da analogici a digitali. L’esempio più significativo è la digitalizzazione degli esami di maturità. Da ormai due anni il ministero dell’Istruzione distribuisce digitalmente e in maniera sicura e affidabile le prove d’esame, trasformando radicalmente un processo consolidato negli ultimi quattro decenni e riducendo concretamente la spesa pubblica».

Sempre a proposito dei modelli oggi prevalenti, Virginia Magliulo di IBM Italia ribadisce che «il ruolo dell’outsourcer è quello di affiancare le aziende per analizzare il contesto specifico, le priorità di business e la struttura dei costi con l’obiettivo di disegnare congiuntamente sia la soluzione, tenendo conto delle possibili alternative di IT sourcing, sia il progetto di trasformazione. Il disegno viene realizzato per consentire ai CIO da un lato di controllare e ridurre la spesa IT nelle aree tradizionali e, dall’altro, di liberare risorse da dedicare a progetti che abilitano nuovi modelli di business».

 

Domanda in accelerazione

Sulle diverse tipologie di outsourcing interviene Flavio Radice, general manager di CBT – Cosmic Blue Team (www.cbt.it), rilevando che, «come evidenziato da recenti ricerche, non ci sono modelli consolidati di domanda di outsourcing: si va dai grandi progetti infrastrutturali all’innovazione strategica, dai progetti pilota alla sperimentazione. In particolare, per queste ultime due voci, stiamo assistendo a una profonda accelerazione di una domanda di soluzioni e di servizi, che non sempre viene veicolata tramite i tradizionali canali». È anche in seguito a questo fenomeno che «le linee di business all’interno delle aziende acquistano una maggiore indipendenza dai servizi ICT interni, e ciò impone una capacità evolutiva da parte dei fornitori di servizi e soluzioni» – sottolinea Radice. Ma non solo. «Proprio perché veicolate dalle linee di business, queste necessità sono esaudite da soluzioni fornite in modalità di outsourcing, ma i fornitori devono diventare sempre più capaci di interloquire con referenti che spesso parlano un linguaggio differente dal tradizionale linguaggio degli addetti ai lavori del settore dell’ICT» – prosegue Radice. «Per i clienti, le soluzioni di outsourcing per definizione devono essere efficaci, efficienti, implementate velocemente e, almeno parzialmente, anche comportare una riduzione dei costi complessivi». Citando un’esperienza concreta, il general manager di Cosmic Blue Team menziona un recente caso in cui «la profonda conoscenza delle esigenze di business» di un cliente ha consentito loro di sviluppare una soluzione in outsourcing, basata su piattaforme hardware e software targate CBT, in grado di velocizzare alcuni dei processi “core” del cliente, e soprattutto di portare «praticamente a zero le non conformità alle normative stringenti di enti di controllo e vigilanza».

 

La locazione operativa in campo

Nello scenario attuale, non è un mistero che oggi le aziende siano sempre più chiamate al raggiungimento di importanti obiettivi di business, pur in presenza di forti vincoli di budget e conseguente ricerca di maggiore flessibilità. Per Marco Gallo, vice president sales Italy di CHG-Meridian (www.chg-meridian.it), in questo contesto, le aspettative del top management, come CIO e CFO sono rappresentate dalla necessità di ridurre e controllare i costi senza perdere autonomia e governance sulla scelta tecnologica del parco informatico aziendale. «L’interesse si indirizza su modelli flessibili in termini di budget e livello di tecnologia, per rispondere velocemente alle nuove esigenze del core business aziendale» – spiega Gallo. «La locazione operativa segue per diversi aspetti queste richieste del mercato. In particolare, le soluzioni CHG-Meridian offrono uno specifico approccio consulenziale in termini sia finanziari sia di gestione dell’asset, offrendo al cliente la migliore flessibilità di fatturazione e di charge back per centri di costo». La validità delle soluzioni offerte è testimoniata – come sottolinea Gallo – anche dalla presenza di «numerosi clienti in ambito internazionale e da molti casi di successo nel mercato italiano, con aziende leader di settore quali Randstad Group Italia e Gruppo Siad, dove l’integrazione dei processi interni del cliente e delle nostre tecnologie offre valore aggiunto in termini di efficienza operativa, oltre che dal punto di vista finanziario».

 

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È Roberto Manini, responsabile direzione gestione clienti e sviluppo commerciale di Cedacri (www.cedacri.it), a sottolineare come «sia da parte degli istituti bancari sia delle aziende industriali e di servizi si registri crescente interesse per le nostre proposte di facility management: dalla gestione di mainframe, server e postazioni di lavoro – virtualizzate e non – fino ai servizi di business continuity e disaster recovery e alla più recente proposta di servizi di workplace recovery». Questo accade in quanto oggi «le organizzazioni sono molto attente alle garanzie che l’outsourcer può dare circa qualità, affidabilità, personalizzazione e controllo del servizio. Per quel che riguarda qualità e affidabilità, Cedacri risponde attraverso infrastrutture tecnologiche all’avanguardia e ridondate per potenza elaborativa e apparati. Proiettandosi sul futuro, inoltre, dà ai propri clienti la certezza di continui investimenti volti a fare evolvere costantemente i sistemi, affinché da un lato recepiscano in modo tempestivo le innovazioni tecnologiche e dall’altro si allineino a requisiti normativi che mutano nel tempo». Sul piano della personalizzazione – continua Manini – «Cedacri rassicura i propri clienti costruendo per ciascuno un servizio su misura, che beneficia certamente delle economie di scala legate all’ampio portafoglio clienti del Gruppo, ma viene delineato attorno alle specifiche esigenze di ogni impresa. Infine, attraverso modelli di governance condivisa, il cliente Cedacri non perde mai il polso delle attività svolte e può monitorare in tempo reale le nostre performance, misurate su SLA contrattualizzati fin dall’inizio della relazione di partnership».

 

Il payroll outsourcing

Stefano Meloni, direttore commerciale di Inaz (www.inaz.it), esamina il mercato dal punto di vista di un’azienda attiva da oltre sessantacinque anni nel settore dei software e dei servizi per amministrare il personale e gestire le risorse umane. «Il nostro mercato di riferimento è quello del payroll outsourcing, che presidiamo ormai da oltre 15 anni e che consideriamo una realtà consolidata, seppur con ancora ampi margini di crescita» – spiega Meloni. «I motivi per cui un’azienda sceglie di esternalizzare l’elaborazione delle paghe – e altre attività accessorie come la gestione di presenze, assenze, accessi e turni – sono molteplici e dipendono dall’organizzazione dell’azienda stessa: necessità di tagliare i costi, mancanza di competenze specifiche nel campo dell’amministrazione del personale, volontà di liberarsi di alcuni processi ricorrenti e a scarso valore aggiunto per concentrarsi sul proprio core business». Quanto ai livelli di servizio offerti, Inaz ne propone quattro – sottolinea Meloni: «Software as a Service, outsourcing base ed esteso, business process outsourcing (BPO). Anche in questo caso, la scelta della modalità varia in base al tipo di realtà presente nell’azienda cliente, perché la personalizzazione del progetto è una delle richieste più frequenti, assieme alla velocità di startup e messa a regime, alla sicurezza dei dati e all’aggiornamento continuo».

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Le architetture per ridurre il debito tecnico https://www.datamanager.it/rivista/le-architetture-ridurre-il-debito-tecnico-53668.html Mon, 17 Feb 2014 10:23:28 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/le-architetture-per-ridurre-il-debito-tecnico/ Analogamente ai debiti finanziari, nelle aziende e soprattutto nei reparti IT, vi sono anche quelli tecnici, derivanti da scelte frettolose o errate. Ma la soluzione c’è: adottare l’architettura giusta   Tutti i recenti discorsi sui debiti sovrani che si leggono sulla stampa mi hanno fatto pensare a un altro tipo di debito, più vicino e […]

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Analogamente ai debiti finanziari, nelle aziende e soprattutto nei reparti IT, vi sono anche quelli tecnici, derivanti da scelte frettolose o errate. Ma la soluzione c’è: adottare l’architettura giusta

 

Mike RosenTutti i recenti discorsi sui debiti sovrani che si leggono sulla stampa mi hanno fatto pensare a un altro tipo di debito, più vicino e più familiare a un architetto di sistemi: il “debito tecnico” tuttora presente nell’IT e nelle aziende. Ma di cosa si tratta? Steve McConnell spiega che il «debito tecnico si riferisce al ritardo nel lavoro tecnico che si verifica quando vengono prese scorciatoie tecniche, di solito per seguire tempistiche software guidate dai calendari. Proprio come accade con i debiti finanziari, alcuni debiti tecnici possono essere relativi a scopi aziendali importanti, ma altri sono semplicemente controproducenti».

Un’altra valida definizione è quella di Martin Fowler: «Fare le cose in maniera sbrigativa ci mette in condizione di avere un debito tecnico, che è simile a quello finanziario. Come accade con un indebitamento finanziario, anche quello tecnico prevede gli interessi, sotto forma di sforzi in più che dobbiamo fare negli sviluppi futuri a causa della scelta di fare le cose di fretta. Possiamo scegliere di continuare a pagare gli interessi, oppure possiamo pagare tutto subito, ridisegnando il progetto da uno sommario a quello migliore. Anche se il costo iniziale è maggiore, si avrà un guadagno derivante dal dover pagare interessi ridotti nel futuro». Nonostante queste definizioni si concentrino sullo sviluppo di nuovo software, il debito tecnico matura nei sistemi se li manteniamo e li facciamo evolvere senza prendere il tempo necessario per rimodellarli in modo che possano accogliere le modifiche. Nel corso del tempo, questo si traduce in sistemi fragili che non possono essere modificati e che non possono soddisfare le esigenze di business in continua evoluzione. Quindi, il costo del debito tecnico non è semplicemente il costo per risolvere il problema, ma è anche il costo che si riflette sul business, dovuto alla presenza di sistemi rigidi e fragili che non possono essere modificati per soddisfare le esigenze di business attuali, oltre alla perdita di opportunità per l’azienda. E probabilmente ognuno di noi conosce sistemi di quel tipo.

Il costo del debito tecnico 

Una buona quantità di lavoro è già stata impiegata per calcolare il costo del debito tecnico. Per esempio, Sonar propone un prodotto che calcolerà il debito. Nel calcolo di Sonar, il debito è uguale alla somma del costo per sistemare le duplicazioni più il costo per sistemare le violazioni; più il costo per commentare le API pubbliche; più il costo per sistemare le complessità non coperte; più il costo per portare le complessità sotto la soglia. Questa definizione è chiaramente incentrata sul costo per sistemare il debito e non sul costo per l’azienda in termini di perdita di opportunità a causa del debito.

Il debito tecnico ha due forme di base: non intenzionale e intenzionale. Il primo tipo di debito è generalmente il risultato di scarse pratiche di codifica o di project management, mentre i debiti intenzionali nascono sulla base di decisioni esplicite. Una delle fonti da me consultate definisce queste decisioni come “informate”, ma mi chiedo quanto i manager, il business, o gli amministratori IT abbiano una reale conoscenza dell’impatto delle loro decisioni sul debito tecnico dell’azienda.

Il debito tecnico comprende le cose interne che si sceglie di non fare subito (involontariamente o volutamente), ma che ostacoleranno gli sviluppi futuri qualora rimangano incompiute. Tra queste, vi sono il differimento della riprogettazione e non tenere conto delle architetture e degli standard. Va detto che il debito tecnico non comprende le funzionalità rimandate.

Costo e complessità 

In tutta la letteratura sul debito tecnico, non ho visto alcun riferimento all’architettura: ritengo che questa sia una grave omissione. Uno degli obiettivi dell’architettura è quello di evitare costi e complessità inutili (e di conseguenza il debito tecnico). Ma come può essere utile in questo l’architettura? L’architettura definisce gli standard per le piattaforme, i dati, la sicurezza e per tante altre cose. Non seguire gli standard comporta incongruenze, ridondanze e ulteriori costi operativi, come dire una sorta di debito che potrà continuare a generare interessi.

L’architettura aiuta invece ad affrontare la complessità, soprattutto quella a livello di impresa (piuttosto che quella a livello di progetto individuale). La complessità a livello di azienda comporta un debito tecnico in termini di integrazione di sistemi, oltre che di ridondanza e incoerenza dei sistemi. Anche in questo caso, si tratta di forme di debito tecnico. Per fare un altro esempio, l’architettura contribuisce a garantire l’allineamento dei sistemi con gli obiettivi e le strategie di business, oltre che a evitare i costi dei sistemi non allineati. In conclusione, l’architettura può contribuire ad affrontare molti dei fattori che sono identificati nei calcoli dei costi (duplicazioni, violazioni, complessità…). Oppure, dall’altro lato della medaglia, possiamo usare i calcoli dei costi del debito tecnico per quantificare parte del valore dell’architettura in termini di riduzione del debito e di annullamento di costi. C’è da sperare che riusciremo a gestire questi aspetti meglio del nostro governo.

Mike Rosen

Mike Rosen è director per l’Enterprise Architecture presso il Cutter Consortium e direttore editoriale del SOA Institute. Ha esperienza pluriennale nell’architettura e nella progettazione di applicazioni e oltre 20 anni di esperienza nello sviluppo di prodotti per tecnologie distribuite come DCE, CORBA, DCOM, J2EE, Web Services, Transaction Processing e Messaging. È speaker di fama internazionale e autore di numerose pubblicazioni, tra cui “Applied SOA: Architecture and Design Strategies”. È stato chief enterprise architect presso IONA Technologies, dove era responsabile dello sviluppo dell’intera architettura di prodotto della piattaforma di Web Services di nuova generazione di IONA e della creazione dell’architettura di riferimento per la realizzazione di applicazioni su questa piattaforma.

 

Mike Rosen presenterà a Roma per Technology Transfer i seminari “Allineare Business e IT: un approccio Business Architecture” il 5 e 6 maggio 2014 e “Le scelte architetturali che funzionano” il 7 e 8 maggio 2014.

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Mobilità intelligente https://www.datamanager.it/rivista/mobilit-intelligente-52274.html Thu, 12 Dec 2013 16:33:56 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/12/mobilita-intelligente/ I sistemi intelligenti di trasporto si basano sull’interazione tra informatica, telecomunicazioni e multimedialità, e consentono di affrontare in modo innovativo i problemi della mobilità. La complessità del servizio metropolitano e le esigenze di comunicazione, controllo e sicurezza hanno reso necessario reinventare la modalità di distribuzione di tutte le informazioni dell’Azienda Trasporti Milanesi (ATM), portando alla […]

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Roberto AndreoliI sistemi intelligenti di trasporto si basano sull’interazione tra informatica, telecomunicazioni e multimedialità, e consentono di affrontare in modo innovativo i problemi della mobilità. La complessità del servizio metropolitano e le esigenze di comunicazione, controllo e sicurezza hanno reso necessario reinventare la modalità di distribuzione di tutte le informazioni dell’Azienda Trasporti Milanesi (ATM), portando alla realizzazione della nuova sala operativa unificata delle metropolitane e della nuova sala di gestione delle emergenze. Il piano è stato avviato nel biennio 2009-2010 per un investimento complessivo di circa 11,5 milioni di euro. Dotata di un unico centro di controllo del traffico e della sicurezza, la nuova sala garantisce il funzionamento dell’intera rete sotterranea di Milano ed è stata messa in funzione mentre i treni erano già in circolazione sulla rete senza causare alcun fermo per l’entrata in servizio della nuova tecnologia. La nuova sala permette di regolare il traffico di 1.693 corse giornaliere, 13mila e 200 punti di controllo e di comando, un milione e 200mila passeggeri medi al giorno, su 83,5 km di binari e 94 stazioni. Si tratta di un investimento di avanzata tecnologia studiato sulla base di altre sale operative come quelle di Madrid, Montreal, Toronto e New York, dalle quali eredita e migliora tutte le innovazioni nel campo tecnico/informatico. ATM si è inoltre dotata di una sala di regia per le emergenze, dove l’unità di crisi locale gestisce e coordina le emergenze con l’esterno. Abbiamo realizzato un vero e proprio ecosistema della sicurezza, anche in vista dei numerosi eventi che interesseranno Milano e l’area metropolitana nei prossimi anni, primo fra tutti Expo 2015. Per portare a termine il progetto, abbiamo ridefinito il tradizionale modello di control room, che vedeva un grande video wall al centro della sala, al servizio di tutti i banchi operatore, ciascuno predisposto per svolgere specifiche e rigide funzioni. La nuova sala di ATM supera questo modello e propone invece una serie di postazioni operatore multifunzione, flessibili, configurabili al momento, in base al profilo dell’operatore che le sta usando. Questo permette di usare al meglio le risorse, in funzione delle effettive necessità dell’esercizio, che sono variabili durante l’arco di una giornata e nei differenti periodi dell’anno. In tal modo si supera anche il tradizionale concetto di gestione per singola linea per andare verso una più moderna idea di gestione integrata dell’intera rete metropolitana, anche per quanto riguarda l’uniformità e la tempestività delle informazioni al pubblico. Il livello di integrazione raggiunto, in particolare per ciò che riguarda le tele radio comunicazioni e l’interfaccia operatore, consente inoltre la massima flessibilità di utilizzo delle postazioni, con conseguente possibilità di impiegare al meglio le risorse umane e tecnologiche disponibili. Nuovi strumenti informatici sono stati messi a disposizione del personale di sala, sino a oggi abituato a operare per funzioni distinte e spesso con interfacce di telecomando di tipo elettromeccanico (i tradizionali quadri sinottici e banchi di comando a mosaico). Dal punto di vista strettamente informatico, abbiamo adottato un cambiamento di architettura, scegliendo di utilizzare architetture di virtualizzazione non ancora molto diffuse nel campo dei sistemi di controllo ferroviari, ma che indubbiamente consentono una migliore gestione e manutenzione di tutta la piattaforma hardware e software utilizzata. Le tecnologie abilitanti alla base del progetto sono diverse. In primo luogo, la disponibilità di una piattaforma VOIP affidabile, per realizzare l’integrazione dei vari sottosistemi di comunicazione. Inoltre, la possibilità di disporre di ambienti di integrazione evoluti, basati su ESB e architetture SOA complesse per consentire l’interoperabilità, anche real time, dei vari componenti software installati (ATS, SCADA, TVCC…), infine, l’evoluzione delle tecnologie dei display a led, che ha permesso di avere, a costi accessibili, monitor professionali di grande formato (55 pollici), con ampio angolo di visione orizzontale e verticale, di tipo fanless, a bassa rumorosità e caratterizzati da cornici praticamente nulle, che hanno consentito la loro installazione in modalità desktop esteso a gruppi di 4 display per postazione, per fornire video wall personali a ciascun operatore di sala.

 

Roberto Andreoli, CIO di ATM

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La Soa del futuro https://www.datamanager.it/rivista/interviste/la-soa-del-futuro Mon, 13 Feb 2012 08:48:44 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2012/02/la-soa-del-futuro/ Tutti i tools e le infrastrutture oggi sono disegnati per supportare quest’ambiente, che risulta molto flessibile   L’architettura Soa è emersa e si è affermata come il più importante stile architetturale soprattutto per le soluzioni enterprise. I benefici potenziali di Soa in termini di flessibilità, agilità, costi e time-to-market, hanno incoraggiato molte aziende ad adottare […]

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Tutti i tools e le infrastrutture oggi sono disegnati per supportare quest’ambiente, che risulta molto flessibile

 

L’architettura Soa è emersa e si è affermata come il più importante stile architetturale soprattutto per le soluzioni enterprise. I benefici potenziali di Soa in termini di flessibilità, agilità, costi e time-to-market, hanno incoraggiato molte aziende ad adottare o pianificare le tecnologie Soa. La Soa si trasforma per adattarsi alle nuove tecnologie emergenti come le applicazioni mobili. Ne abbiamo parlato con l’esperto Mike Rosen.

Data Manager: Perché un’azienda dovrebbe realizzare un’architettura Soa?

Mike Rosen: Nel corso della storia delle applicazioni i metodi comuni per costruire le applicazioni si sono evoluti e oggi l’approccio che stanno utilizzando tutti è la Soa (Service Oriented Architecture). Tutti i tools e le infrastrutture oggi sono disegnati per supportare quest’ambiente, che risulta molto flessibile; prende i processi/funzioni del business e le informazioni e li suddivide in moduli che possono essere poi associati insieme come requisiti di business al variare dell’ambiente in cui operiamo.

La Soa è abilitante per creare nuovi business?

La tecnologia è sempre un abilitatore del business. Se le aziende hanno una nuova idea di un’attività che potrebbero svolgere e in passato hanno implementato una Soa allora avranno a disposizione tutte le capabilities che, combinate con le informazioni, si possono riassemblare velocemente per affrontare le nuove attività.

Può esistere una Soa senza i Web Services?

La risposta è semplice ed è si, gli ambienti Soa esistono da circa 15 anni e quindi da molto prima della nascita dei Web Services. In passato molti dei miei clienti hanno implementato la Soa in ambienti Java oppure in altri ambienti. Se oggi si dovesse cominciare a sviluppare un progetto ex novo, difficilmente si potrebbe fare a meno dei Web Services e sicuramente si dovrebbe avere un buon motivo per non usarli. Certamente però non è obbligatorio.

La Soa qualche anno fa era molto di moda, ora qual è la realtà?

La Soa è uscita dalle notizie principali e penso che sia una cosa positiva perché si sono attenuate le aspettative e l’entusiasmo, tuttavia è evidente che tutte le principali infrastrutture (Java, .Net ecc.) sono basate sulla Soa. Non fa più notizia, perché tutti ce l’hanno.

Come si costruisce un’architettura Soa, quali sono le principali cose da fare?

La Soa è stata progettata non per essere una singola applicazione, ma per offrire componenti multiple che possono essere associate in una varietà di processi di business diversi. I due elementi che caratterizzano un’architettura Soa sono: una visione dell’insieme dei processi che si vuole abilitare con dei servizi, spesso si parla di catalogo dei servizi, e le informazioni. È importante disporre di un modello informativo dell’azienda in cui siano descritte tutte le informazioni che i servizi utilizzeranno.

Come si concilia la Soa con le nuove applicazioni Web?

Le applicazioni collaborative sono caratterizzate da un livello di presentation sul device, da una logica di interazione che offre un arricchimento dell’esperienza utente e poi da una serie di processi del business come informazioni, dati e altre risorse della società. Con l’avvento del 2.0 e delle nuove applicazioni di tipo collaborativo integrate con i social media, la Soa è stata utilizzata per aumentare le capacità di interazione per offrire un arricchimento dell’esperienza utente.

Esistono molte parti diverse che prevedono una potenziale interazione con l’utente e grazie al fatto che possiamo confezionare queste diverse parti, possiamo di fatto customizzare e migliorare l’esperienza utente rendendola personalizzata e molto più ricca.

 

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Mike Rosen Story – È direttore per l’Enterprise Architecture con il Cutter Consortium e direttore editoriale del Soa Institute. Ha molti anni di esperienza nell’architettura e design di applicazioni e più di 20 anni di esperienza nello sviluppo di prodotti per tecnologie distribuite come Dce, Corba, Dcom, J2ee, Web Services, Transaction Processing e Messaging. È uno speaker di fama internazionale e autore di molti libri, tra cui ricordiamo “Applied Soa: Architecture and Design Strategies”. È stato chief enterprise architect presso Iona Technologies.

 

Nel 2012 presenterà per Technology Transfer (www.technologytransfer.it) a Roma i seminari: Allineare Business e IT: un approccio Business Architecture , 21-23 Maggio – Progettare moderne Architetture Applicative, 24-25 Maggio – Applicare Togaf: andare oltre la certificazione e implementarlo nella pratica, 28-29 Maggio – Skills necessari ai Professionisti IT per diventare buoni Architetti, 30-31 Maggio.

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SOFTWARE AG FACILITA L’INNOVAZIONE https://www.datamanager.it/rivista/innovazione/software-ag-facilita-l-innovazione Tue, 04 Jan 2011 11:00:45 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2011/01/software-ag-facilita-linnovazione/ Nell’ultima graduatoria Truffle 100, relativa ai più importanti produttori di software europei, la società tedesca occupa il quarto posto assoluto   Darmstadt – La sede storica di Software AG (www.softwareag.com) è collocata nel comprensorio di Francoforte, divenuto il più forte distretto tedesco dedicato all’Ict. In questa area risiede un’alta concentrazione di imprese impegnate nella produzione […]

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Nell’ultima graduatoria Truffle 100, relativa ai più importanti produttori di software europei, la società tedesca occupa il quarto posto assoluto

 

Darmstadt – La sede storica di Software AG (www.softwareag.com) è collocata nel comprensorio di Francoforte, divenuto il più forte distretto tedesco dedicato all’Ict. In questa area risiede un’alta concentrazione di imprese impegnate nella produzione di programmi applicativi e di middleware, in grado di fare network e di guidare l’innovazione della società digitale in Germania. Inoltre, malgrado l’ultima crisi economica, nella maggior parte dei casi il ruolo propulsivo svolto dai fornitori di software è stato premiante e ha conseguito i migliori risultati del comparto Ict.

 

Strategia per l’innovazione

Infatti, come ha sottolineato Karl-Heinz Streibich, Ceo di Software AG e membro del Supervisory Board di IDS Scheer AG, l’organizzazione da lui guidata rappresenta la migliore testimonianza di questi risultati, con una crescita del fatturato sempre a doppia cifra negli ultimi cinque anni, fino all’attuale miliardo di euro, e un aumento degli utili più che doppio nello stesso periodo.

«Le ottime performance e la nostra capacità di generare cashflow – ha spiegato Streibich durante un incontro di presentazione delle linee di sviluppo strategico previste per Software AG – ci hanno permesso negli ultimi anni di portare a termine importanti acquisizioni e di posizionarci come leader del Process management excellence».

I quaranta anni di innovazione percorsi da Software AG partono dal glorioso Adabas, primo database transazionale ad alte prestazioni. In tempi più recenti, la politica di acquisizioni citata da Streibich ha portato all’ingresso nel 2007 dell’americana webMethods, ideatrice della prima piattaforma B2B basata su tecnologie Soa, affiancata nel 2009 dalla tedesca IDS Scheer AG (www.ids-scheer.com), che con Aris aveva posto il primo mattone di una piattaforma per il Business process analysis.

«Noi offriamo la soluzione di Business process management più facile da utilizzare – ha osservato Streibich –, ma anche con il minore Total cost of ownership. I nostri brand sono leader nelle soluzioni per la gestione di strategy, design, integrazione e monitoraggio dei processi».

 

Business process management

Già nelle attività precedenti l’acquisizione, IDS Scheer AG aveva raggiunto significativi livelli di competenza nell’ambito del Business process management, combinando la ricerca tecnologica con l’esperienza pratica e mostrando attenzione nel coniugare le esigenze del business con le soluzioni dell’It.

«Gli anni di esperienza maturati da IDS Scheer AG ci hanno permesso di sviluppare sistemi e metodologie specializzate per questo ambito – ha ribadito Streibich -, che si riflettono in ogni aspetto delle nostre soluzioni basate su Aris, su webMethods e sui servizi di consulenza correlati alle esigenze del cliente».

Sia per Software AG che per IDS Scheer AG, la Business process excellence non è solo uno slogan, ma una filosofia di base e un impegno con i clienti dal momento dell’ingaggio.

«Abbiamo sempre fornito soluzioni per migliorare le linee di business dei nostri clienti – ha fatto osservare Wolfram Jost, membro del Group Executive Board di IDS Scheer AG – misurando il successo dei nostri progetti tramite l’incremento della loro produttività e profittabilità. Questo è il modo in cui supportiamo i nostri clienti nell’attuale criticità competitiva e nelle future sfide».

 

Truffle 100

Da un punto di vista più ampio, come risulta nelle riflessioni fatte da Streibich per il mercato europeo, se in generale l’Ict è stato il motore dell’innovazione e negli ultimi 10 anni ha permesso di incrementare la produttività del 50% in area Eu, le società europee del settore software nella maggior parte dei casi sono ancora troppo piccole e operano in un mercato frazionato. In particolare tra le prime 100 società a livello mondiale, 74 sono statunitensi e solo 10 europee, tra le quali Software AG.

Il proseguimento dell’incontro a Bruxelles, per potere anche assistere presso la Commissione Europea alla conferenza dal titolo “Ricerca e innovazione: trasformazione delle competenze in profitto”, è stata l’occasione per partecipare alla presentazione di Truffle 100 (www.truffle100.com). Questo rapporto, stilato da Truffle Capital (www.truffle.com), è giunto alla quinta edizione e riporta la graduatoria e una approfondita analisi delle prime 100 società “europee” produttrici di software.

Da un breve colloquio con Bernard-Louis Roques, co-founder di Truffle e general partner per l’Information Technology, è emerso che la società di venture capital ha promosso la ricerca per conoscere meglio le caratteristiche dei fornitori europei di software e le dinamiche del mercato comunitario, in quanto potenziale ambito di operazioni di M&A.

«Nel ranking del 2009, basato sui dati ottenuti da ricerche e analisi condotte da CXP (www.cxp.fr), da IDC (www.idc.com) e da Top 100 Research Foundation (www.softwaretop100.org) – ha evidenziato Roques –, Software AG figura al quarto posto assoluto, portando un contributo primario nella costituzione e nello sviluppo del distretto software posto nel sud-ovest tedesco».

Da una rapida scorsa all’elenco, si osserva che la prima società italiana compare al 21esimo posto e tra le prime 100 ne figurano soltanto 5.

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