Donald Trump – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 10 Apr 2025 06:48:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Donald Trump – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Il gioco della supply chain spezzata https://www.datamanager.it/2025/04/il-gioco-della-supply-chain-spezzata/ Wed, 09 Apr 2025 17:05:11 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244583 La matita di Friedman è sottile, elegante e funzionale. Ma non scrive tutta la verità

L'articolo Il gioco della supply chain spezzata proviene da Data Manager Online.

]]>
La matita di Friedman è sottile, elegante e funzionale. Ma non scrive tutta la verità

 “Nessuna singola persona può fabbricare questa matita”. La famosa metafora della matita di Milton Friedman è stata utilizzata come argomento a favore del libero mercato e della cooperazione internazionale.

​Per molti economisti come Paul Krugman, i dazi sulle importazioni introdotti dagli USA spezzerebbero le catene di approvvigionamento che hanno favorito la globalizzazione, con conseguenze significative su tutta l’economia.

Le barriere commerciali interrompono le complesse catene di fornitura globali, aumentando i costi di produzione e limitando l’efficienza economica. In un’economia interconnessa, il protezionismo può avere effetti negativi non solo sui paesi esportatori, ma anche sui consumatori e sulle imprese nazionali che dipendono da componenti e materiali provenienti dall’estero.​

Tuttavia, il mondo non può essere ridotto a una catena di montaggio, ignorando i rapporti di potere, sfruttamento e diseguaglianza tra i nodi della supply chain.

Il legno della matita? Magari viene da una foresta tropicale disboscata illegalmente. La grafite? Estratta da minatori sottopagati in condizioni disumane. Il metallo della ghiera? Potrebbe arrivare da fonderie ad alta emissione in zone con leggi ambientali deboli.

La matita è reale, il mondo che la produce è imperfetto. La matita di Friedman è sottile, elegante e funzionale. Ma non scrive tutta la verità. Come possiamo comprendere le conseguenze sistemiche e multilivello della Politica dei Dazi USA? Proviamo ad applicare la Teoria dei Giochi.

Nella sua formulazione di gioco non cooperativo a somma zero (Von Neumann-Morgenstern), La Teoria dei Giochi fornisce un modello per analizzare le interazioni strategiche tra gli Stati Uniti e gli altri attori internazionali (Cina, Giappone, Unione Europea, Canada, Messico…).

Gli USA introducono dazi come mossa strategica per massimizzare il proprio payoff economico: rilocalizzazione industriale, protezione dei settori domestici. Se gli esportatori colpiti, dal punto di vista della teoria dei giochi, rispondono con rappresaglie (dazi reciproci) o con concessioni strategiche (es. nuove aperture commerciali), il rischio principale è quello di una escalation verso un equilibrio di Nash subottimale, dove nessuno dei giocatori guadagna davvero: guerra commerciale, stagnazione economica globale.

Effetti sui mercati azionari

I mercati azionari stanno reagendo con elevata sensibilità. Gli aumenti dei dazi generano volatilità e spesso correzioni nei settori più esposti all’export-import (tecnologia, auto, agricoltura…). Le aspettative di rottura delle supply chain globali inducono vendite, specialmente nelle multinazionali con catene produttive integrate. Tuttavia, in alcuni casi i titoli di aziende “protette” dai dazi (es. produttori interni USA) possono beneficiare nel breve termine.

Effetti sui paesi esportatori colpiti

Paesi come Cina, Germania, UE, Corea del Sud, Messico soffrono a causa della riduzione dell’export verso il mercato USA. Lo spostamento della produzione e la delocalizzazione inversa da parte delle aziende USA, possono generare disoccupazione industriale e pressioni sociali interne.

Dal punto di vista della Teoria dei Giochi, questi paesi hanno due opzioni: cooperare (concessioni bilaterali commerciali o valutarie) o mettere in atto rappresaglie, cercando nuovi mercati alternativi.

Effetti sulla supply chain e logistica

I dazi generano distorsioni significative alle catene di fornitura globali: l’aumento dei costi logistici per il sourcing alternativo; la necessità di ristrutturare reti di produzione, spingendo verso la regionalizzazione (es. Nearshoring); l’effetto domino su componentistica, just-in-time, scorte e flussi globali.

Questi effetti possono essere interpretati come perdite collaterali sistemiche in un gioco a somma non-zero dove nessuno ottiene un vantaggio netto nel medio-lungo termine.

Debito pubblico USA e detentori esteri

Molti dei paesi colpiti dai dazi (es. UE, Giappone, Cina) sono grandi detentori di Obbligazioni del Tesoro USA a lungo termine. In un’ottica di gioco strategico, possono minacciare dismissioni o riduzione degli acquisti futuri. Tuttavia, una vendita massiccia sarebbe controproducente anche per loro, essendo legati al dollaro per stabilità e riserve. Qui si configura una mutua dipendenza strategica, simile al concetto di “Mutually Assured Destruction” (MAD), dove ogni mossa estrema danneggia entrambi.

La trappola dell’escalation

Nel contesto attuale, con le Borse in fibrillazione, i dazi possono innescare una escalation simile al Dilemma del Prigioniero. Entrambe le parti in gioco starebbero meglio se cooperassero per l’azzeramento reciproco dei dazi reciproci. Tuttavia, il clima di sfiducia reciproca potrebbe spingere verso la defezione. Risultato: guerra commerciale o stagnazione, invece che crescita condivisa.

Il nuovo gioco che non conosciamo (ancora)

La tensione tra nazionalismo economico e globalismo liberale potrebbe essere il vero cuore del nuovo “gioco”, in cui la razionalità economica non è più l’unico criterio dominante.

La politica dei dazi USA, letta attraverso gli strumenti della Teoria dei Giochi, rivela un gioco ad alto rischio in cui il guadagno immediato atteso per gli USA (protezione dell’industria nazionale, rilocalizzazione di produzioni strategiche, aumento momentaneo dell’occupazione in certi settori, pressione negoziale su paesi rivali) sarebbe compensato dai rischi associati ai costi sistemici globali (ritorsioni commerciali. disorganizzazione delle supply chain, aumento dei prezzi per i consumatori USA stessi ,instabilità finanziaria globale). Le contromosse dei paesi colpiti (soprattutto detentori del debito USA) pongono vincoli strategici.

Mentre, la supply chain globale entra in una fase di ristrutturazione forzata, con costi logici ed economici notevoli. L’escalation può generare un equilibrio perdente per tutti, tradendo l’ideale di fine conflitto teorizzato anche da Fukuyama, nella Fine della Storia.

L'articolo Il gioco della supply chain spezzata proviene da Data Manager Online.

]]>
Revocato il divieto: ZTE torna a operare negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/revocato-il-divieto-zte-torna-a-operare-negli-usa/ Tue, 17 Jul 2018 18:30:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151502 Sospeso, almeno temporaneamente, il ban voluto dal Dipartimento del commercio ai danni della cinese, che ora spera Sull’orlo di un disastro epocale, ZTE può tornare a sperare. Il governo di Washington ha infatti sospeso il ban che pendeva sulla testa della compagnia hi-tech cinese, obbligata a fermare le collaborazioni con i fornitori di hardware statunitensi, […]

L'articolo Revocato il divieto: ZTE torna a operare negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Sospeso, almeno temporaneamente, il ban voluto dal Dipartimento del commercio ai danni della cinese, che ora spera

Sull’orlo di un disastro epocale, ZTE può tornare a sperare. Il governo di Washington ha infatti sospeso il ban che pendeva sulla testa della compagnia hi-tech cinese, obbligata a fermare le collaborazioni con i fornitori di hardware statunitensi, a seguito di alcune violazioni al codice di comportamento del Dipartimento del commercio USA. Dopo un paio di settimane di stallo, i regolatori del paese avevano concordato in oltre 1 milione di dollari la multa che ZTE avrebbe dovuto pagare per ricominciare a operare sul territorio nazionale, comunque con analisi successive a cui sarebbe stata soggetta l’attività sul lungo periodo. Dopo aver sborsato l’importante somma, l’azienda ha beneficiato di un rialzo del 17% in Borsa, una bocca d’ossigeno necessaria, anzi vitale. 

Cosa succede

Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha revocato il divieto alle società statunitensi che vendono hardware a ZTE, consentendo al secondo produttore di apparecchiature per telecomunicazioni della Cina di riprendere gli affari. “Il dipartimento rimarrà vigile nel monitorare le attività di ZTE così da garantire la conformità con tutte le leggi e i regolamenti nazionali” – ha detto il ministro del commercio Wilbur Ross, in una dichiarazione che descrive l’andamento della vicenda, che non si può ancora dire del tutto chiusa.

Anche perché di recente il presidente Trump ha annunciato rigidi tassi di importazione sull’elettronica cinese, il che è volto a incentivare il consumo di hi-tech autoctono, almeno nei marchi finali (Apple?). Del resto, la manodopera del settore arriva tutta dall’Oriente, così come le componenti internet dei device, realizzate dai partner commerciali oltreoceano.

[amazon_link asins=’B06XJGW13Y,B079CG3166,B01I092IPC’ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’7e32674b-89d2-11e8-9fa9-2988d2f6f277′]

L'articolo Revocato il divieto: ZTE torna a operare negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
ZTE torna a operare negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/zte-torna-a-operare-negli-usa/ Thu, 05 Jul 2018 18:30:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150725 Il governo americano ha alleggerito la pena per la cinese, che potrà lavorare con le compagnie del paese in maniera limitata Una sentenza che è paragonabile a una grazia, almeno a livello commerciale. Il governo degli Stati Uniti ha infatti alleggerito la sua posizione in merito al ban inflitto alla cinese ZTE nelle scorse settimane. […]

L'articolo ZTE torna a operare negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Il governo americano ha alleggerito la pena per la cinese, che potrà lavorare con le compagnie del paese in maniera limitata

Una sentenza che è paragonabile a una grazia, almeno a livello commerciale. Il governo degli Stati Uniti ha infatti alleggerito la sua posizione in merito al ban inflitto alla cinese ZTE nelle scorse settimane. Stando alla decisione degli organi preposti, la multinazionale ha facoltà di riprendere il lavoro all’interno del paese, anche in collaborazione con i fornitori locali, a patto che vengano attuate tutte le dovute norme di sicurezza per proteggere i prodotti delle varie linee da eventuali bug o vulnerabilità, volute o no. Nella pratica, ogni rete e smartphone già sul mercato riceverà un update volto a chiudere falle esistenti, scovate anche insieme alle agenzie di sicurezza statunitensi. Non è detto che tali buchi vi siano, ed è per questo che ZTE dovrà operare con la massima trasparenza per essere compliance con le direttive di Washington.

Cosa succede

Alla suddetta grazie però vi sono dei limiti. Il primo è temporale: ZTE ha tempo fino al 1 agosto, quindi meno di un mese, per tappare le falle. Inoltre, la compagnia può trasferire fondi verso le controllate, per operazioni che riguardano il mercato USA, con dei margini che però non sono stati comunicati e, infine, da ora sino a nuovo ordine, le fabbriche della cinese non possono lanciare negli Stati Uniti nuovi prodotti, a qualunque famiglia appartengano.

Si tratta di una demarcazione dovuta in un contesto che è sempre più scettico circa gli oggetti hi-tech che provengono, direttamente o solo per strategie del brand, da paesi ostili agli USA. Di certo ZTE ha accusato il colpo, visto che all’inizio del 2018 aveva annunciato l’arrivo del successore dell’ottimo Axon 7, chiamato Axon 9, la cui produzione ha subito un brusco stop, proprio per il blocco imposto alla collaborazione con fornitori a stelle e strisce. Le fabbriche di alcuni di questi, come Qualcomm, sono fondamentali per l’ottenimento di processori e hardware di prima scelta, da integrare nei telefonini.

L'articolo ZTE torna a operare negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Cosa succede ora che negli USA non c’è più la net neutrality
 https://www.datamanager.it/2018/06/cosa-succede-ora-che-negli-usa-non-ce-piu-la-net-neutrality%e2%80%a8/ Mon, 18 Jun 2018 09:45:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149771 La Federal Communications Commission ha confermato quanto già votato mesi fa: l’abrogazione delle regole sulla neutralità volute da Obama Sarebbe servito un colpo di coda del Senato e invece no, la net neutrality è scomparsa ufficialmente dagli Stati Uniti. Cosa comporterà tale scelta è impossibile dirlo ma gli scenari di business si aprono e perdono […]

L'articolo Cosa succede ora che negli USA non c’è più la net neutrality
 proviene da Data Manager Online.

]]>
La Federal Communications Commission ha confermato quanto già votato mesi fa: l’abrogazione delle regole sulla neutralità volute da Obama

Sarebbe servito un colpo di coda del Senato e invece no, la net neutrality è scomparsa ufficialmente dagli Stati Uniti. Cosa comporterà tale scelta è impossibile dirlo ma gli scenari di business si aprono e perdono molti dei limiti che, a ragione o meno, Obama aveva voluto apporre durante l’ultimo mandato della sua legislatura. L’ex Presidente era infatti riuscito a trasformare la connessione a internet in un bene quasi di prima necessità, inserito comunque nella stessa fascia in cui, negli USA, si trovano servizi quali l’elettricità e il gas. Questo per impedire il sorgere di offerte commerciali lesive di un accesso libero e basilare, a cui tutti hanno diritto (pur di pagare un canone ovviamente).

Cosa succede

Nella pratica, prima della decisione della FCC, nessun operatore o fornitore di contenuti digitali negli USA avrebbe potuto differenziare gli utenti per qualità e quantità del servizio offerto. Ovvero: un Netflix di turno ha già l’opportunità di far pagare di più per fruire, con un singolo account, di film e video su dispositivi differenti, aumentando il prezzo dell’abbonamento. Ma non poteva creare pacchetti specifici (in quanto ad ampiezza del portfolio) a seconda del canone, come accade ad esempio per le Pay TV.

Il concetto è: Netflix ha un catalogo di base che deve essere lo stesso per tutti i clienti, senza distinzione territoriale, per un medesimo paese. Nel mezzo del discorso entravano anche le tecnologie di connessione: quando è arrivato il 4G, le telco interessate alla sperimentazione hanno attivato lo spettro gratuitamente con l’impossibilità di chiedere alle persone un costo maggiorato per il passaggio all’LTE avanzato.

L’eliminazione della net neutrality disegna un quadro globale che considera possibile quanto scritto sopra. Una privazione dei diritti fondamentali di ogni cittadino digitale per alcuni, una grande porta che si apre per aziende e imprenditori convinti che le innovazioni debbano comportare dei costi di acquisizione da parte dei navigatori. Per Trump, ad esempio, meno militi burocratici e legislativi permetteranno di far evolvere con un ritmo più veloce l’industria in senso lato, con più ampie opportunità di crescita.

Sarà davvero così? Al momento non vi sono elementi che facciano presagire simili cambi di rotta, verso strategie volte ad accogliere l’abrogazione della norma. Peraltro 22 Stati USA hanno già confermato la volontà di procedere come se la neutralità della rete fosse ancora attiva, per preservare l’integrità dei servizi minimi. Un status quo che per i sostenitori della FCC è contro la legge ma che soggetti imponenti, come Washington, New York e la California, considerano indispensabile.

L'articolo Cosa succede ora che negli USA non c’è più la net neutrality
 proviene da Data Manager Online.

]]>
Il presidente USA 2020 sarà John McAfee https://www.datamanager.it/2018/06/il-presidente-usa-2020-sara-john-mcafee/ Wed, 06 Jun 2018 18:30:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149014 Il discusso fondatore della compagnia di sicurezza informatica ha confermato l’intenzione di candidarsi (ancora una volta) alle prossime elezioni americane Da un ransomware alla Casa Bianca. Il passo non è per nulla breve ma possibile, stando ai progetti di John McAfee. L’ex presidente dell’omonima compagnia di sicurezza informatica, dal 2011 al 2017 di proprietà Intel, […]

L'articolo Il presidente USA 2020 sarà John McAfee proviene da Data Manager Online.

]]>
Il discusso fondatore della compagnia di sicurezza informatica ha confermato l’intenzione di candidarsi (ancora una volta) alle prossime elezioni americane

Da un ransomware alla Casa Bianca. Il passo non è per nulla breve ma possibile, stando ai progetti di John McAfee. L’ex presidente dell’omonima compagnia di sicurezza informatica, dal 2011 al 2017 di proprietà Intel, aveva già provato la strada verso Washington senza successo. Eppure, il magnate e discusso personaggio, già protagonista di alcuni video particolari su YouTube (tra donne prorompenti e sostanze illecite), è certo questa volta di poter andare a segno, costruendo da qui al 2020 una campagna con i fiocchi.

Del resto, se c’è riuscito il tycoon Donald Trump non vi è motivo per non credere nella missione. L’uomo ha confermato via Twitter l’intenzione di candidarsi, sia all’interno del Libertian party che, eventualmente, da solo, con un proprio partito. Bufala o verità? Difficile dirlo ma forse è il momento di calmarsi con questa storia del sogno americano che rende tutto a portata di mano.

Cosa sappiamo

Anche perché al di là di tutti i possibili dubbi che circondano la vita di Trump, quella di McAfee è decisamente più complicata dal punto di vista legale. Nel mezzo di alcune indagini su traffico di sostanze e persino un omicidio avvenuto quando abitava in Belize, l’immagine dell’imprenditore non è così pulita. Eppure, proprio nella corsa alla candidatura nel 2015, aveva sfiorato di poco la nomination, piazzandosi secondo, nel partito Libertario, dietro a Gary Johnson, con l’8% dei voti.

L’obiettivo è migliorare tale percentuale, magari guadagnandosi un posto al Congresso così da portare in parlamento le sue idee innovative su protezione e sicurezza. Ricordiamo che la sua più recente iniziativa riguarda Redempion Unit, una criptomoneta sia virtuale che fisica, di cui si dovrebbe conoscere di più entro la fine di giugno.

L'articolo Il presidente USA 2020 sarà John McAfee proviene da Data Manager Online.

]]>
Trump vuole eliminare il ban di ZTE per oltre 1 miliardo di dollari https://www.datamanager.it/2018/05/trump-vuole-eliminare-il-ban-di-zte-per-oltre-1-miliardo-di-dollari/ Tue, 29 May 2018 18:30:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148398 È di 1,3 miliardi di dollari la multa che il Ministero del Commercio ha deciso di infliggere alla multinazionale cinese, che negli USA ha bloccato gran parte delle attività ZTE è stata bannata dal mercato statunitense per sette anni. Il motivo è duplice: da una parte l’accusa di aver violato alcune norme di sicurezza per […]

L'articolo Trump vuole eliminare il ban di ZTE per oltre 1 miliardo di dollari proviene da Data Manager Online.

]]>
È di 1,3 miliardi di dollari la multa che il Ministero del Commercio ha deciso di infliggere alla multinazionale cinese, che negli USA ha bloccato gran parte delle attività

ZTE è stata bannata dal mercato statunitense per sette anni. Il motivo è duplice: da una parte l’accusa di aver violato alcune norme di sicurezza per facilitare lo spionaggio cinese, dall’altro l’aver concesso materiale hardware a paese per cui vige, da parte degli Stati Uniti, un embargo, come l’Iran. Il ban è costato, almeno per il momento, un bel po’ di business alla compagnia, tanto che il business negli States è stato interrotto e, per buona parte, anche in terra natia, tanto che il rischio è quello di perdere la licenza Android, guarda caso concessa da Google, big dei big a stelle e strisce. Insomma, le cose non vanno per il verso giusto tra le mura di ZTE anche se una via di uscita potrebbe esserci.

Di cosa si tratta

Si tratta di una via d’uscita alquanto costosa, più o meno 1,3 miliardi di dollari. È questa la multa che Trump ha indicato come risolutiva della questione, la cifra da pagare che aprirebbe, di nuovo, le porte del mercato USA alla compagnia, e con esse la possibilità di rimettersi in corsa nel complesso panorama hi-tech. Non si tratta solo di smartphone, visto che la grande ZTE ha un bel movimento in quanto a infrastrutture di rete e network di connessione, anche verso clienti pubblici che, dopo la decisione del Ministero del Commercio, hanno virato verso soluzioni alternative, soprattutto nazionali.

Ma non è detto che la cinese riesca davvero a tornare in pista, pur sborsando l’importante somma vessatoria. Il Congresso infatti appare non così convinto della situazione, ricordando che una tale montagna di soldi non risolverebbero comunque i dubbi in merito al possibile spionaggio operato sul suolo americano. Per questo il Senato si è già espresso, bloccando la sanzione e quindi la grazia per ZTE, sollevando anche perplessità su quanto il Presidente abbia chiaro il quadro della questione.

L'articolo Trump vuole eliminare il ban di ZTE per oltre 1 miliardo di dollari proviene da Data Manager Online.

]]>
L’11 giugno la net neutrality negli USA sarà solo un ricordo https://www.datamanager.it/2018/05/l11-giugno-la-net-neutrality-negli-usa-sara-solo-un-ricordo/ Wed, 16 May 2018 13:46:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147662 La Federal Communications Commission annuncia l’entrata in vigore della norma che riporta le cose pre-2015 Dopo il voto di dicembre 2017, l’abrogazione della net neutrality procede spedita negli Stati Uniti. La Federal Communications Commission, che regola il traffico delle telecomunicazioni nel paese, ha annunciato per bocca del presidente Ajit Pai che l’11 luglio il Restoring […]

L'articolo L’11 giugno la net neutrality negli USA sarà solo un ricordo proviene da Data Manager Online.

]]>
La Federal Communications Commission annuncia l’entrata in vigore della norma che riporta le cose pre-2015

Dopo il voto di dicembre 2017, l’abrogazione della net neutrality procede spedita negli Stati Uniti. La Federal Communications Commission, che regola il traffico delle telecomunicazioni nel paese, ha annunciato per bocca del presidente Ajit Pai che l’11 luglio il Restoring Internet Freedom Order entrerà ad effetto. Per questo, le telco e i fornitori di servizi hanno meno di un mese per adattarsi alla normativa, che prevede anche un cambio circa la trasparenza; in peggio secondo alcuni (i democratici), in meglio per altri (i repubblicani).

Nel 2015 Barack Obama aveva varato il cambio di posizione del collegamento alla rete facendolo rientrare nel Title II del Communications Act, in cui vige un controllo più rigido sulle modalità commerciali intraprese dalle aziende interessate. Per quale motivo? Nel Title suddetto ci sono servizi di accesso primario, come il gas e l’elettricità, la cui fornitura deve essere garantita in maniera paritaria.

Cosa cambia

Con il voto di fine anno scorso invece, il web ricade nel Title I, notoriamente meno monitorato dagli organi addetti per quanto riguarda le operazioni commerciali volute dalle compagnie. In questo modo, secondo i repubblicani, si facilita l’innovazione (con un riferimento implicito al 5G), permettendo a chi ha più soldi di sperimentare nuove soluzioni, così da non essere bloccati dalle zavorre del mercato.

Dal canto loro gli oppositori parlano della fine di un internet libero e l’avvento di quella doppia corsia che in tanti paventano. Sarà effettivamente così? Nessuno può dirlo al giorno d’oggi però è ovvio che, in assenza di chiari paletti delimitatori, prima o poi si verranno a creare offerte specifiche che intendono l’accesso come qualcosa da poter contestualizzare, dividere in pacchetti e porzionare, distinguendo la connessione sui social da quella per le email, controllo del cloud o del p2p. Un paradiso per telco e produttori di contenuti.

L'articolo L’11 giugno la net neutrality negli USA sarà solo un ricordo proviene da Data Manager Online.

]]>
Trump promette di far tornare ZTE negli USA https://www.datamanager.it/2018/05/trump-promette-di-far-tornare-zte-negli-usa/ Tue, 15 May 2018 18:30:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147547 Al momento le operazioni maggiori sono ferme ma non è detta l’ultima parola per il gigante cinese Trump, dopo essere presidente degli Stati Uniti è un imprenditore. Da tale sa benissimo che conseguenza può avere chiudere il business di una multinazionale al mercato a stelle e strisce. Eppure nel giro di poco tempo, qualche settimana, […]

L'articolo Trump promette di far tornare ZTE negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Al momento le operazioni maggiori sono ferme ma non è detta l’ultima parola per il gigante cinese

Trump, dopo essere presidente degli Stati Uniti è un imprenditore. Da tale sa benissimo che conseguenza può avere chiudere il business di una multinazionale al mercato a stelle e strisce. Eppure nel giro di poco tempo, qualche settimana, ZTE è passata da compagnia dirompente con forti mire nel market share USA a organizzazione sull’orlo del fallimento. Il motivo? Le sanzioni imposte dal Dipartimento del commercio a seguito di alcune violazioni sugli accordi di fornitura internazionali.

Nel concreto, ZTE avrebbe venduto a paesi ostili, come l’Iran, hardware prodotto in America, operazione vietatissima per ovvie ragioni politiche. Per questo, l’azienda ha dovuto fermare le principali attività negli States, licenziando diversi lavoratori anche in Cina. Come se non bastasse, ora rischia pure le licenze Android, detenute dal colosso americano Google, che difficilmente andrà contro le decisioni del governo.

Cosa succede

Eppure non sarebbe detta l’ultima parola per la compagnia che detiene il brand Nubia e che ha introdotto, per prima negli Stati Uniti, l’Axon M, smartphone con doppio schermo pieghevole. Il presidente Trump, tramite Twitter, ha scritto: “Sono al colloquio col presidente cinese per capire in che modo ZTE possa riprendere le operazioni in America. Sono stati persi troppi posti di lavoro, per questo il Dipartimento del commercio ha ricevuto istruzioni sul da farsi”. Il tycoon non ha condiviso ulteriori dettagli ma sarà importante capire in che misura ZTE potrà tornare a svolgere il proprio business negli States, anche a livello di infrastruttura, che con l’affacciarsi all’orizzonte del 5G si pone come tassello determinante per le revenue future.

[amazon_link asins=’B01D0I0N3C,B01M0GDDV1,B01I092Y2E’ template=’ProductCarousel’ store=’dmo0e-21′ marketplace=’IT’ link_id=’4898aa74-5851-11e8-b354-7d1b7fff6ac4′]

L'articolo Trump promette di far tornare ZTE negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Huawei e ZTE vietati nelle basi militari USA https://www.datamanager.it/2018/05/huawei-e-zte-vietati-nelle-basi-militari-usa/ Tue, 08 May 2018 09:31:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147106 Continua l’operazione di ban del governo americano nei confronti delle due multinazionali cinesi accusate di utilizzare dispositivi e infrastrutture a scopo di monitoraggio Dopo aver bannato ufficialmente i telefonini Huawei dal portafoglio degli operatori nazionali e messo al bando le infrastrutture di comunicazione di ZTE, ora il governo di Washington si focalizza sui reparti militari. […]

L'articolo Huawei e ZTE vietati nelle basi militari USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Continua l’operazione di ban del governo americano nei confronti delle due multinazionali cinesi accusate di utilizzare dispositivi e infrastrutture a scopo di monitoraggio

Dopo aver bannato ufficialmente i telefonini Huawei dal portafoglio degli operatori nazionali e messo al bando le infrastrutture di comunicazione di ZTE, ora il governo di Washington si focalizza sui reparti militari. Il Pentagono, tramite un suo portavoce, ha infatti dichiarato che i dispositivi di entrambe pongono un forte rischio sicurezza ai dipartimenti, dunque non sono ammissibili.

Per questo, la rete di vendita dei partner di ogni divisione della U.S. Army non potrà più proporre terminali con i marchi di cui sopra. A dare la notizia è il Wall Street Journal, che cita una fonte anonima interna, a conoscenza delle forti preoccupazioni che negli ultimi mesi girano tra le alte cariche militari americane.

Cosa succede

Molto più che in ambito consumer, il problema spionaggio è evidentemente elevato tra i ranghi dell’esercito. La paura, stando al Journal, è che la Cina possa creare backdoor apposite per tracciare i movimenti dei soldati e intercettare le comunicazioni, sia per mezzo di dispositivi Huawei che ZTE. C’è da dire, che il ban del Pentagono riguarda smartphone utilizzati a scopo lavorativo e non personale, dunque chiunque può ancora recarsi in negozio e acquistare un Mate 10 Pro, ad esempio, senza incorrere in violazioni di alcun codice, almeno per il momento.

Commentando la decisione del governo, un portavoce di Huawei avrebbe sostenuto: “Ribadiamo che I prodotti Huawei sono venduti in 170 paesi in tutto il mondo e soddisfano i più elevati standard di sicurezza, privacy e ingegneria ovunque operiamo, compresi gli Stati Uniti”.

Se il gigante di Shenzen può relativamente essere tranquillo visto il suo business globale, per ZTE va un attimino peggio, visto che dopo lo stop del Dipartimento del Commercio all’acquisto di componenti da aziende americane, come Dolby e Qualcomm, la società rischia di perdere la licenza Android e di chiudere il reparto smartphone, con dirette conseguenze sulla produzione internazionale.

L'articolo Huawei e ZTE vietati nelle basi militari USA proviene da Data Manager Online.

]]>
Huawei fa fuori il personale negli USA https://www.datamanager.it/2018/04/huawei-fa-fuori-il-personale-negli-usa/ Mon, 16 Apr 2018 18:30:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145788 La prima conseguenza delle decisioni governative anti-Cina è un ridimensionamento della forza lavoro statunitense negli uffici del gigante di Shenzen. Circa 1.200 addetti nel mirino della compagnia Non c’è nulla di ufficiale ma la notizia riportata nei giorni scorsi da vari siti web è molto vicina alla realtà. Huawei starebbe per lasciare a casa circa […]

L'articolo Huawei fa fuori il personale negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>
La prima conseguenza delle decisioni governative anti-Cina è un ridimensionamento della forza lavoro statunitense negli uffici del gigante di Shenzen. Circa 1.200 addetti nel mirino della compagnia

Non c’è nulla di ufficiale ma la notizia riportata nei giorni scorsi da vari siti web è molto vicina alla realtà. Huawei starebbe per lasciare a casa circa 1.200 persone in vari uffici e divisioni sparse per gli Stati Uniti. Il motivo? Nessun tracollo finanziario nel paese ma una diretta conseguenza di quanto, da mesi, il governo di Washington sta facendo per creare un ban prolungato nei confronti del gigante di Shenzen.

Sappiamo infatti come Trump abbia fatto pressioni sugli operatori a stelle e strisce per eliminare uno degli smartphone di punta del gruppo dai propri cataloghi, per via dei timori di uno spionaggio cinese ai danni degli utenti e di un simile piano per impedire che Huawei costruisca il network 5G sulle infrastrutture già presenti, per favorire le telco nazionali.

Cosa succede

Secondo le indiscrezioni dunque, oltre mille dipendenti in tredici uffici e sei centri di ricerca & sviluppo sarebbero sul punto di essere licenziati, per volontà di concentrare parte della forza lavoro al di fuori degli States. La mossa è sicuramente estrema ma, col senno di poi, ovvia se si considera che con ulteriori misure gli USA potrebbero obbligare senza mezzi termini Huawei a lasciare il paese, spostando il business all’estero. Non è un caso se i probabili tagli arrivino dopo la riduzione del 2% dei collaboratori negli Stati Uniti lo scorso agosto, come primo sussulto del programma di difesa economica del governo americano.

Un colpo non solo alla produttività del gruppo ma anche all’immagine di questo verso i consumatori visto che, all’inizio di quest’anno, sei funzionari dell’intelligence, tra cui i capi della CIA, dell’FBI, dell’NSA e il direttore dell’intelligence nazionale, avevano avvertito i cittadini di non utilizzare gli smartphone di Huawei e ZTE per non cadere nelle maglie del monitoraggio digitale cinese.

L'articolo Huawei fa fuori il personale negli USA proviene da Data Manager Online.

]]>