Netman – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 11:44:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Netman – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Industry 4.0, quale ruolo per la rete? https://www.datamanager.it/2017/02/industry-4-0-quale-ruolo-la-rete/ Mon, 13 Feb 2017 13:40:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119122 Le reti sono e saranno il tessuto connettivo dell’Internet delle cose. Per decenni si sono evolute verso sempre maggiori velocità di trasmissione e capacità, ma l’IoT ha bisogno di qualcosa di diverso. Gli oggetti connessi generano piccole quantità di dati, devono operare con bassi consumi energetici e hanno esigenze di connettività diverse rispetto ai device […]

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Le reti sono e saranno il tessuto connettivo dell’Internet delle cose. Per decenni si sono evolute verso sempre maggiori velocità di trasmissione e capacità, ma l’IoT ha bisogno di qualcosa di diverso. Gli oggetti connessi generano piccole quantità di dati, devono operare con bassi consumi energetici e hanno esigenze di connettività diverse rispetto ai device che abbiamo oggi nelle nostre mani

Parrebbe che siamo agli inizi di una nuova rivoluzione industriale, la quarta dopo quelle avvenute negli ultimi tre secoli, contraddistinte dall’avvento del vapore, dell’energia elettrica e dell’informatica. Con l’Industry 4.0. Vedremo cambiare modelli e regole, organizzazione del lavoro e processi, che abbatteranno i costi e aumenteranno la produttività e la flessibilità. Secondo gli analisti di IDC, assisteremo a un’integrazione spinta tra dispositivi, uomini e processi: un ecosistema basato su enormi quantità di dati all’interno del paradigma nella cosiddetta Internet of Things, in acronimo IoT, ovverosia l’Internet delle cose, il neologismo coniato nel 1999 da Kevin Ashton – cofondatore e direttore esecutivo di un consorzio di ricerca con sede nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology – per definire l’estensione della rete al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti. In questo contesto, possiamo immaginare un sensore IoT come “un interruttore” in grado di catturare e trasmettere dati. Che cosa succederebbe allora se questo interruttore avesse più intelligenza a bordo e fosse capace non solo di monitorare, ma di decidere quali dati trasmettere? Probabilmente, si aprirebbe un’evoluzione straordinaria e magari tra qualche anno non parleremo più di IT ma di un unico grande comparto IoT che mette a sistema la potenza dei microprocessori e dei dispositivi di memoria, la potenza del cognitive computing e la potenza del networking. Nel mondo, dal 2015 al 2020, si prevede che la spesa ICT degli end users (consumatori, organizzazioni private e pubbliche) è destinata a crescere con incrementi annuali superiori al 15 per cento. IDC prevede che passerà da 625 miliardi di dollari nel 2015 a 1.290 miliardi di dollari nel 2020, e la spesa per moduli, sensori, device e connettività è destinata a generare più del 40 per cento del valore annuale del totale mercato, con una base installata di oggetti connessi in crescita prepotente: da 12,1 miliardi alla fine del 2015 a più di 30 miliardi di unità nel 2020.


#Industry40 Daniela Rao @IDCItaly Le reti saranno il tessuto connettivo dell’IOT
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IDC definisce l’IoT come una rete in cui gli endpoint (o “cose”) sono univocamente identificabili e sono in grado di comunicare in modo autonomo e bidirezionale tramite la connettività IP. Un complesso mix di tecnologie che include i dispositivi (moduli, sensori, device), connettività, content as a service (per esempio, business process outsourcing, IaaS, help-desk, applicazioni per connected car, home security, etc.), hardware e software per piattaforme, analytics, applicazioni, archiviazione, storage, sicurezza e servizi professionali IT (installazione, sviluppo, integrazione, gestione, assistenza, formazione). La regione Asia/Pacific, che nel 2015 ha generato il 47% della spesa globale, è destinata a mantenere la leadership della spesa su base globale anche se in progressiva riduzione (42% nel 2020), mentre cresceranno i valori di Nord America ed EMEA, rappresentando rispettivamente il 34% e il 24% nel 2020. Quest’evoluzione a livello mondiale sarà guidata dalla spesa per manufacturing operations, monitoraggio trasporto merci, asset management e smart building, ma in prospettiva tutte le aree di attività delle organizzazioni e degli individui saranno coinvolte. Come ci spiega Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia, l’attuale mercato delle tecnologie dell’informazione sarà ridisegnato e ampliato dalla progressiva inclusione del dialogo con le macchine e sempre più oggetti connessi, mentre a tendere la valutazione del mercato ICT diventerà inscindibile da quella dell’IoT.

IL TESSUTO CONNETTIVO DELL’IOT

Le reti sono e saranno il tessuto connettivo dell’Internet delle cose. Per decenni, si sono evolute verso sempre maggiori capacità e velocità di trasmissione, ma l’Internet delle cose ha bisogno di qualcosa di diverso. Gli oggetti connessi generano piccole quantità di dati, devono operare con bassi consumi energetici e hanno esigenze di connettività diverse rispetto ai device oggi nelle nostre mani, in particolare: 1) trasmettono e ricevono quantità di dati molto piccole e meno di frequente; 2) possono essere molti di più e raggiungere densità molto più elevate degli “human device” distribuiti in una certa area; 3) il costo della connettività dei diversi oggetti connessi deve essere decisamente più basso del costo della connettività per gli “human device”; 3) la rete deve rendere ogni connessione sempre disponibile e di grande affidabilità. Mentre i telefoni continuamente “cercano” la rete, molti oggetti connessi non sono così sofisticati e danno per scontato che la connessione sia possibile. Inoltre, a seconda delle condizioni ambientali e degli impieghi, le esigenze di connettività possono essere differenziate e richiedere l’integrazione di più soluzioni tecnologiche. Nella scorsa estate, il 3GPP – che è in pratica un accordo di collaborazione fra enti che si occupano di standardizzare sistemi di telecomunicazione in diverse parti del mondo – ha annunciato lo standard NB-IoT (NarrowBand Internet of Things) come evoluzione dell’LTE – lo standard di quarta generazione sul mobile – sullo spettro licenziato, mentre negli anni passati sono stati lanciati diversi protocolli operativi (LoRA, Sigfox, Weightless e altri LPWAN) sullo spettro non licenziato. Quest’anno, in Italia vedremo prendere corpo le iniziative delle grandi Telco, di alcune utilities e degli operatori per le infrastrutture di telecomunicazioni wireless e per la radiodiffusione.

Sarà comunque un anno di transizione in cui conviveranno diverse sperimentazioni, in diverse situazioni, sia sullo spettro licenziato che su quello non licenziato. Diversi operatori si contenderanno il mercato della connettività IoT, molte iniziative saranno ancora in fase sperimentale, con una grande varietà di approcci, diversi accordi e partnership. Ma questa non è una novità: l’IoT è un ambito senza limiti, dove le dinamiche di domanda e offerta sono e saranno ancora per almeno 2-3 anni molto fluide. È prevedibile quindi, che le grandi imprese italiane esiteranno a mettere gli investimenti per l’IoT tra le loro priorità nel 2017. La difficoltà nella scelta della soluzione tecnologica e l’incertezza sul ROI sono gli elementi che caratterizzeranno l’approccio cautelativo, e talvolta frammentario, delle industrie manifatturiere italiane, in attesa che emergano leader tecnologici e/o un’architettura in grado di supportare la moltitudine di standard e protocolli, le peculiarità del sistema economico italiano e la complessità del nostro territorio – e di conseguenza – delle nostre infrastrutture di rete. Proviamo allora a capire meglio e più da vicino, quali saranno le sfide e il ruolo delle reti in questo avvincente scenario.


#Industry40 Rossella Cardone @EricssonItalia Connessioni ad alte prestazioni
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CONNESSIONI AD ALTE PRESTAZIONI

Secondo Rossella Cardone, head of Innovation, Sustainability & Corporate Responsibility di Ericsson Regione Mediterranea, l’effettiva realizzazione della quarta rivoluzione industriale sarà strettamente legata alla disponibilità di connessioni a elevate prestazioni che ne costituiscono il fattore abilitante. «Tecnologie emergenti come l’Internet of Things stanno diventando parte integrante della nostra economia e del nostro stile di vita, contribuendo sempre più a guidare il cambiamento delle imprese in tutti i settori. Grazie a prestazioni elevate in termini di latenza, capacità, sicurezza, efficienza energetica, agilità e flessibilità di rete e all’interconnessione di milioni di oggetti fisici e sensori, il 5G accelererà questa trasformazione e creerà nuove opportunità e modelli di business per le imprese e per i consumatori. Utilizzando una connettività personalizzata sulla base dei propri requisiti, ogni impresa – spiega Rossella Cardone – diventerà più agile e veloce nella sua capacità di innovare e soddisfare i bisogni dei clienti. Da segnalare, il recente progetto di ricerca avviato da Ericsson con il Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni per dare vita a un porto connesso, quello di Livorno, tramite 5G. «Sensori, telecamere e dispositivi si collegheranno a un’unica infrastruttura di rete, dando vita a un sistema di comunicazione integrato. In questo modo macchine e persone saranno in grado di condividere in ogni momento tutte le informazioni».

L’opinione di Carlo Vaiti, chief technologist and IoT Strategist Business Enablement Solution Technology Group EMEA Digital Solution & Transformation Team di HPE Italia è che le reti avranno un ruolo sempre più centrale nello sviluppo di applicazioni IoT, grazie alle quali è possibile creare nuovi servizi e modelli di business. «In questo contesto, per soddisfare specifici SLA è necessario tenere conto di alcuni requisiti fondamentali: latenza, ritardo di trasmissione, “quality of service”, sicurezza, affidabilità delle connessioni, copertura dello spazio di raggiungibilità, scalabilità e funzionalità». Secondo HPE, ci sarà una forte richiesta di rinnovamento a carico delle reti di telecomunicazioni oggi disponibili. Nello specifico, «la connettività a banda ultra-larga (almeno 100 Mb/s) si pone come pre-condizione per supportare il processo di digitalizzazione delle imprese. La connettività in fibra ottica favorisce in particolare il traffico mobile generato da device legati all’IoT. Gran parte del traffico IoT sarà raccolto all’accesso da una rete radiomobile. In questo ambito, è importante distinguere le applicazioni “massive IoT”, caratterizzate da elevata numerosità di sensori, basso consumo energetico, basso costo, limitato consumo di banda e “critical IoT”, i cui parametri fondamentali sono la massima affidabilità, la bassissima latenza e l’alta disponibilità. Dal punto di vista dell’accesso radio, le soluzioni LPWA (Low Power Wide Area) licenziate, su cui si basano sistemi di connettività aderenti agli standard (LPWA), possono semplificare la connettività, garantendo neutralità, interoperabilità dei sistemi multivendor, adeguati e flessibili livelli di affidabilità e di sicurezza. Tuttavia, le soluzioni LPWA non licenziate possono disporre di un intrinseco vantaggio temporale, che può consentire di conquistare importanti quote di mercato, soprattutto laddove i fattori competitivi principali siano il consumo, il costo e la raggiungibilità».

In pratica, lo sviluppo delle reti vive una fase di trasformazione: «Se da un lato – fa notare Carlo Vaiti – si assiste all’evoluzione verso le tecnologie wireless 5G, dall’altro la Commissione europea mira a promuovere il mercato unico digitale e a garantire una gestione efficace delle onde radio su tutto il territorio europeo, attraverso l’utilizzo della banda larga – 700 MHz – per i servizi di telefonia e/o tecnologie mobili. L’allocazione della banda 700 MHz ai servizi di telecomunicazione wireless permette di dedicare risorse armonizzate anche ai servizi innovativi per la pubblica sicurezza, i cosiddetti servizi PPDR BB (Public Protection and Disaster Relief Broadband), favorendo una più efficace prevenzione e capacità di intervento, a costi sostenibili». In questo contesto la sicurezza è un elemento cruciale per la gestione di reti moderne, caratterizzate da un elevato numero di oggetti connessi che ampliano le superfici di attacco, ossia ciò che viene definito “cyber-risk”. «È importante quindi – mette in guardia Vaiti – dotarsi di strumenti e metodologie nonché formare nuovi skill e competenze per incrementare la consapevolezza e fornire ad aziende, enti e organizzazioni pubbliche e private il supporto necessario a ridurre i rischi e mitigare le minacce. In questo ambito, HPE suggerisce di avvalersi del Framework Nazionale per la Cyber Security, realizzato dal CIS-Sapienza e dal Laboratorio Nazionale di Cyber Security, in collaborazione con diverse organizzazioni pubbliche e private».


#Industry40 Carlo Vaiti @HPE_IT Forte richiesta di rinnovamento a carico delle #reti
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UN ECOSISTEMA APERTO

Secondo Alessandro Cozzi, country director Enterprise Business Group Huawei Italia, con l’Industry 4.0 le reti assumono un ruolo cruciale all’interno dello scenario IoT, cloud e big data, gettando le basi di una vera “rivoluzione digitale”, che – però – non può essere gestita da singoli attori. «Huawei si impegna a realizzare tecnologie di rete innovative per aiutare gli operatori a costruire un ecosistema aperto, collaborativo e di successo, a sostegno della digitalizzazione dell’industria. Per contribuire a questo cambiamento rivoluzionario, Huawei è costantemente impegnata in attività di Ricerca e Sviluppo. Solo nel 2015, circa il 15% del nostro fatturato globale – continua Cozzi – è stato destinato al settore della ricerca e sviluppo. L’elevata disponibilità di banda larga è un prerequisito essenziale per l’implementazione del Piano Industry 4.0, priorità del nostro esecutivo. Siamo convinti che questo importante obiettivo sia raggiungibile tramite l’integrazione di tecnologie di rete fissa e mobile. Grazie allo sviluppo di tecnologie innovative per l’industria e per il mondo delle comunicazioni abbiamo l’obiettivo di contribuire alla trasformazione digitale del Sistema Paese italiano. Per costruire un mondo sempre più interconnesso, Huawei intende offrire il suo contributo tecnologico investendo nella ricerca e nello sviluppo di nuove soluzioni, anche e soprattutto a livello italiano. La vision di Huawei per colmare il digital gap vede infatti l’integrazione di connessione fibra e mobile come elemento fondamentale per la diffusione omogenea della banda larga nel Paese. In questo senso, la tecnologia LTE 4.5G garantisce maggiore capacità di banda larga mobile (fino a 1.000 Mbit/s), costituendo la soluzione ideale per la transizione verso il 5G. La soluzione Smart Factory di Huawei per il manifatturiero è basata sulla tecnologia LTE-M 4.5G ad alto risparmio energetico, che consente a macchinari e data center di comunicare a lunga e a breve distanza e senza interferenze. Huawei si avvale della sua vasta esperienza nell’ambito delle tecnologie di rete per creare un ecosistema aperto e collaborativo e sviluppare insieme a partner, operatori e pubblica amministrazione reti di ultima generazione a supporto di soluzioni innovative per l’Industry 4.0».


#Industry40 Cozzi @HuaweiItalia Ecosistema aperto. Ruolo cruciale per le #reti
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NO RETE, NO INDUSTRY 4.0

La rete svolge un ruolo fondamentale, non solo negli scenari relativi all’Internet of Things (IoT) ma, e soprattutto, nell’Industry 4.0 in quanto rappresenta l’unico veicolo attraverso il quale, le informazioni, i dati e le misurazioni fornite dai sensori raggiungono i sistemi intelligenti e le applicazioni. Si potrebbe quasi dire «no rete, no Industry 4.0» come mette in evidenza Giovanni Todaro, Networking Services manager di IBM Italia. E nello specifico dell’Industry 4.0 le tipologie di reti possono essere suddivise in due macro aree: «Le reti wired e le reti wireless, ognuna caratterizzata dai propri vantaggi e svantaggi. Infatti, mentre nelle prime (wired) vi sono vincoli fisici (come cablaggio, tracciature, connettori) e di costi, ma con garanzie di affidabilità, di banda e latenza, nelle seconde (wireless) si riscontrano maggiori carenze in termini di banda, latenza, sicurezza ma guadagniamo in termini di pervasività, facilità di installazione e scalabilità. Non solo. Le reti wireless – continua Todaro – sono categorizzabili in diverse tecnologie (Wi-Fi, reti cellulari, Bluetooth, Low Power WAN, ZIgBee, etc.). Ognuna di esse indirizza necessità specifiche, come copertura, banda, consumo energetico della batteria, indoor o outdoor. Quindi ognuna di queste può indirizzare degli use case specifici». Immaginiamo, per esempio, uno scenario in cui si deve collegare una serie di sensori in ambito outdoor a lunghe distanze, preservando il consumo di batteria. «In questo caso – spiega Todaro – né il Bluetooth (corto raggio) né il Wi-Fi (consumo batteria) indirizzerebbero lo use case, ma probabilmente sarebbe la tecnologia Low Power (LoRA o Sigfox) quella più indicata». In definitiva non possiamo affermare che esiste una sola tecnologia di rete che indirizzi le esigenze relative alla trasformazione verso l’Industry 4.0, ma di certo la scelta della tecnologia più adatta deve essere il frutto di una attenta analisi degli use case e dello specifico ambiente in cui esso deve essere calato. «L’assessment e lo studio puntuale dello use case – conclude Todaro – diventano pertanto uno step imprescindibile per la selezione della giusta tecnologia di rete. E i consulenti e gli esperti di servizi di networking di IBM Italia sono al fianco delle imprese che stanno affrontando questo tipo di valutazioni».


Giovanni Todaro @IBMItalia No #rete no #Industry40
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CONCLUSIONI

Lo sviluppo tumultuoso negli ultimi decenni dei sistemi d’informazione e di telecomunicazione ha cambiato in modo straordinario e irreversibile la nostra vita, operando anche una profonda trasformazione della società, con conseguenze ancora tutte da capire, come aveva intuito il grande sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, coniando la metafora della “società liquida”. A differenza di altri momenti storici, è facilmente ipotizzabile che il mutamento non si fermerà, anzi accelererà, seguendo percorsi e modelli a oggi sconosciuti e imprevedibili. Secondo l’esperto di marketing, David Shing, occorre ricordare che dietro l’enorme numero di dispositivi connessi, in crescita ancor più tumultuosa con il nascente mondo dell’IoT, ci sono le persone e le loro emozioni. «Dobbiamo passare dall’Internet delle cose all’Internet delle emozioni» – avverte Shing. «E le imprese di successo saranno quelle capaci di cambiare veramente il modo di vendere e comunicare». Una bella visione, che non sarà affatto facile convertire nella pratica. Provarci – però – più che un suggerimento diventa un imperativo. Meditiamo, gente. Meditiamo!

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Next generation network. Quale timone per le nuove reti? https://www.datamanager.it/2016/11/next-generation-network-quale-timone-le-nuove-reti/ Thu, 24 Nov 2016 13:26:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114555 Il grande interesse e il relativo business, che si sono creati intorno alle architetture e tecnologie cloud, stanno facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT e quindi anche sul tema della gestione e dei relativi costi   Ponendo l’attenzione in particolare sulle reti medio-grandi di tipo “enterprise”, cerchiamo allora di […]

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Il grande interesse e il relativo business, che si sono creati intorno alle architetture e tecnologie cloud, stanno facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT e quindi anche sul tema della gestione e dei relativi costi

 

Ponendo l’attenzione in particolare sulle reti medio-grandi di tipo “enterprise”, cerchiamo allora di verificare come stia cambiando anche il loro governo, a fronte dello sviluppo impetuoso delle tecnologie di virtualizzazione innovative. è stimolante cominciare ad analizzare questo scenario comunque complesso, attraverso alcune considerazioni molto interessanti che ci provengono da IDC. Il “Big Bang” dei dati e la proliferazione dei device stanno caratterizzando il nostro tempo, come si evince da alcuni dati salienti. «Entro il 2018 – ci spiega Daniela Rao, research & consulting senior director di IDC Italia – i device connessi a Internet arriveranno all’incredibile cifra di otto miliardi nel mondo, le persone connesse alla grande Rete raggiungeranno quasi i quattro miliardi, raddoppierà la spesa per gli acquisti online e aumenterà del 50% il numero delle ore mensili online di ciascun utente, in modo particolare quelli mobili».

Si tratta di una crescita veramente imponente, di cui sono visibili gli effetti nelle nostre piccole azioni quotidiane e soprattutto su tutte le componenti del mondo economico e produttivo. Un’onda inarrestabile che cambia il nostro modo di comunicare, conoscere e lavorare e che apre la strada a nuovi modelli economici dove lo scambio di informazioni online e in tempo reale genera nuovo valore, mentre velocità, semplicità di utilizzo e prezzi contenuti diventano i driver di acquisto di molti beni e servizi. Senza dubbio, è aumentata e accrescerà ancora la complessità degli ambienti tecnologici da gestire, perché reti, sistemi informativi e data center sono e saranno chiamati a svolgere nuovi compiti e a sopportare pressioni crescenti. Come conseguenza di questa pressione, architettura e soluzioni di software defined networking (SDN) – nate (già qualche anno fa) per gestire i flussi di traffico nei grandi data center – ora si stanno diffondendo anche nelle grandi imprese italiane, come strumenti utili per gestire nuove complessità e mantenere il controllo su data center e reti multisede. Complessità che nelle aziende italiane (proprio in base alle survey IDC) è correlata a tre direttrici di sviluppo:

  • mobility & social business: con sempre più utenti, device e applicazioni in circolazione, che generano un forte impatto su infrastruttura tradizionale, connettività, sicurezza e policy, e anche nuovi processi aziendali da tenere sotto controllo;
  • cloud: con progressiva implementazione di ambienti ibridi che crea crescenti preoccupazioni per la sicurezza e la “shadow IT”, imponendo nuovi approcci a valutazioni costi/benefici e modelli make or/and buy;
  • big data & analytics: dove la proliferazione ed elaborazione dati generati da più fonti (individui, oggetti connessi, sensori, sistemi intelligenti…), generano nuovi costi e nuove sfide per comprendere come “trasformarli” in valore per l’azienda.

Quale timone per le nuove #reti ? @IDCItaly @CiscoItalia @EricssonItalia @HPE_IT
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Complessità e semplificazione

Per i CIO, la complessità della gestione delle infrastrutture è in aumento per gli aspetti progettuali e di sviluppo, mentre con l’adozione di sistemi SDN, dovrebbe invece diminuire, con grandi vantaggi offerti dall’automazione e semplificazione della gestione operativa. Sempre secondo IDC, in prospettiva anche nelle aziende italiane, potremmo assistere a:

  • automazione, virtualizzazione e ottimizzazione che stanno diventando dei “mantra”: il paradigma SDN comincia a diffondersi oltre ai dipartimenti IT e ai data center aziendali, verso l’orizzonte della software defined enterprise, dove i processi “core” aziendali sono controllati ed eseguiti da software e anche l’interazione con il cliente è automatizza e completamente online.
  • tecnologie SDN che cambieranno il modo di lavorare, spingendo alla collaborazione e affrontando la complessità tecnologica con un approccio multidisciplinare. Nelle aziende italiane l’approccio DevOps è già applicato informalmente, ma sono ancora alte le barriere alla riorganizzazione.
  • sicurezza e governance che stanno evolvendo verso policy più aperte alla collaborazione e condivisione degli obiettivi con le altre LOB.
  • network manager in corso di cambiamento di ruolo da gestore dell’infrastruttura tecnologica a “network competence leader”.

Il tessuto connettivo

Le reti diventano quindi il tessuto connettivo degli ambienti ibridi aziendali. Tecnologie SDN e NFV estese a reti e data center abiliteranno la transizione verso ambienti ibridi e diversificati, la progressiva migrazione del traffico da on-net a off-net (dai data center verso l’edge), la continuità tra risorse on-premise e off-site, proprietarie e di terze parti. SD-WAN (software defined WAN) e cloud-based WAN supporteranno l’estensione e la diversificazione delle reti in contrapposizione a IoT e mobilità: il focus sulla gestione degli asset fisici e sulla virtualizzazione delle reti e delle risorse IT sarà centrale per concretizzare i benefici del paradigma “software defined”. Ma quanto sta cambiando il governo delle reti a fronte dello sviluppo del cloud? E con quali prospettive in termini di business? La prima risposta ci arriva da Alberto Degradi, infrastructure architecture leader di Cisco. «La rete che collegava le sedi e le filiali con il quartier generale e le postazioni con Internet è un ricordo del passato» – ci rammenta Degradi. «E oggi, la rete è fondamentale per connettere innumerevoli dispositivi mobili, oggetti e applicazioni, tra loro e con il web. Per questo motivo gran parte delle organizzazioni IT deve riuscire a destreggiarsi tra la ampiezza e la complessità delle proprie reti, o ancora meglio, ripensare le architetture di rete senza sovraccaricare la connessione e rispondendo alle problematiche di sicurezza.


#Sicurezza e #agilità i punti critici di ogni #network aperto ai servizi #cloud
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Risulta più che mai indispensabile un sistema di orchestrazione delle risorse di rete per consentire la gestione e l’automazione dell’infrastruttura. Le soluzioni sviluppate da Cisco con la disponibilità di un controller consentono la creazione di servizi in modo sicuro, avendo conoscenza e visibilità di tutti gli elementi di rete, computing e storage, in modo tale da poter rispondere alle esigenze sempre più crescenti di modellizzazione di servizi erogati in cloud, per applicazioni che siano o meno nativamente cloud. Per esempio, con Cisco Application Policy Infrastructure Controller (Cisco APIC e APIC EM) si hanno automazione e accesso centralizzato a tutte le informazioni, ottimizzando il lifecycle delle applicazioni per scalare e aumentare le performance, supportando il provisioning flessibile delle applicazioni attraverso risorse sia fisiche che virtuali. Cisco ha recentemente acquisito la californiana CliQr Technologies che opera nel settore delle applicazioni per il cloud e la cui tecnologia è già integrata in diverse soluzioni. La cosiddetta digital business transformation sta generando una domanda di reti senza precedenti. Questo fatto porta a cercare un approccio alternativo alle architetture e una maggiore agilità per innovare e competere, come sta avvenendo appunto con il cloud. Inoltre, con centinaia di milioni di dispositivi che si connettono in ogni momento alla rete ed effettuano diversi miliardi di transazioni al secondo, le implicazioni per le reti e la necessità di ripensarne e semplificarne l’architettura e la gestione sono evidenti. Per le aziende, non solo nel nostro Paese, trascurare questo aspetto e non investire nel networking significa perdere un vantaggio competitivo forte. Senza dubbio il cloud ne è abilitatore: garantendo un processo decisionale più celere, indirizza le esigenze di digitalizzazione e innovazione con maggiore flessibilità e agilità in modo da essere più competitivi sul mercato. La scelta di un’architettura cloud permette, inoltre, una maggiore agilità con benefici sui profitti e su eventuali nuovi business e, grazie al cloud, si può contare sul potere della virtualizzazione e automazione dell’intera supply chain».

L’infrastruttura portante

Per Andrea Missori, head of IT & cloud technology integration di Ericsson Regione Mediterranea, le reti di comunicazione e le architetture in cloud rappresentano in maniera sempre più visibile l’infrastruttura portante e strategica al centro di qualsiasi industria. «Questo vale sia per le nuove realtà nate nell’era di Internet sia per le aziende tradizionali che stanno cercando di utilizzare le reti e il cloud nei loro processi di trasformazione digitale» – afferma Missori. «Senza dimenticare che le esigenze di controllo dei costi, velocizzazione dei processi e ottimizzazione delle risorse stanno spingendo sempre più la pubblica amministrazione verso processi di virtualizzazione degli ambienti IT. Si tratta quindi di un processo evolutivo che attraversa tutta l’industria e la società, e che sta generando nuove tecnologie, passando spesso tramite la virtualizzazione per poi arrivare al cloud. Il passaggio naturale per un’azienda tradizionale è quello di sviluppare i data center prima con software non centralizzato e successivamente evolvendo verso il cloud, privato o pubblico che sia, con una separazione logica netta tra infrastruttura e software. Rispetto all’evoluzione verso il cloud, siamo in una prima fase che vede affacciarsi sul mercato i front runners, ossia le aziende più innovative, che stanno definendo la tecnologia e i processi in cloud. E con queste aziende, Ericsson sta lavorando proprio allo sviluppo del paradigma. A seguire si muoveranno tutte le altre aziende, ed è a quel punto che la tecnologia cloud raggiungerà la maturità e la “scala” necessaria, consolidando i vantaggi per il mercato. La principale opportunità di business è legata alla capacità di guidare tale trasformazione. Ciò significa essere in grado di snellire i processi, ripensare la tecnologia, adattare i propri modelli di business all’esplosione dell’Internet delle cose con una focalizzazione alla sostenibilità ambientale. Una storia di successo per Ericsson è rappresentata dall’attività con Maersk: abbiamo ripensato assieme i processi e la tecnologia per gestire le rotte delle grandi flotte, velocizzando le traversate, incrementando la sicurezza e riducendo i consumi di carburante».


#reti @IDCItaly 8 miliardi di device connessi a Internet entro il 2018
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L’evoluzione del networking

Continuiamo il giro d’interviste con Stefano Brioschi, Aruba category manager di Hewlett Packard Enterprise Italia, secondo il quale l’evoluzione nell’ambito del networking è sicuramente guidata dall’open standard e dalla rapida virtualizzazione in ambiente cloud. «Ormai il confine tra la rete fisica e la rete virtuale si è ridotto moltissimo» – fa notare Brioschi. «E le applicazioni e i nuovi servizi offerti dai data center, che necessitano di performance sempre più elevate e di maggiore reattività, hanno richiesto alle reti di evolversi per poter sopravvivere e rimanere al passo con l’evoluzione tecnologica di server e storage.

La diffusione di app e social media installati sui mobile device moderni ha portato a una crescita notevole del cloud computing, inoltre la sempre maggiore pervasività dell’IoT contribuisce in modo sostanziale all’aumento di volumi di big data. È quindi necessario garantire maggiore controllo delle politiche di accesso e maggiore attenzione alla qualità dei servizi offerti agli utenti, nonché assicurare reti dinamiche in grado di adattarsi all’applicazione utilizzata, senza richiedere la riprogrammazione da parte dell’utilizzatore. Il software defined networking (SDN) è un esempio di come si possa evolvere il networking, passando dall’applicazione all’infrastruttura, attraverso l’utilizzo di API che orchestrano la rete e che attraverso l’Open Flow trasferiscono alla rete stessa la modalità di programmazione richiesta in tempo reale dall’applicazione in uso. è evidente come questo processo cambi le “regole” del networking. In passato, all’interno di un’infrastruttura, gli apparati switch o router rappresentavano la parte più statica da programmare mediante un’interfaccia meno user-friendly di tipo command-line, inoltre la parte statica e poco flessibile della configurazione degli apparati rallentava l’evoluzione dei servizi disponibili. Oggi, l’evoluzione dell’infrastruttura e dei servizi offerti in cloud rappresenta un’opportunità di business nell’area del networking. In questo ambito, HPE ha ampliato il proprio portfolio di offerta nelle aree della mobilità e della gestione di politiche di accesso alle reti, con l’acquisizione di Aruba Networks, nonché nell’area dell’IoT, attraverso la sensoristica BLE in ambito di mobile engagement. Per quanto invece riguarda l’offerta data center, l’evoluzione guidata dalla virtualizzazione sta disegnando nuovi scenari che consentono di garantire in modo agile sempre maggiore disponibilità di servizio».

Terminiamo questa breve raccolta di opinioni attraverso la voce di Matteo Masera, direttore commerciale di PRES. «Il mondo del cloud ha aperto le reti aziendali a nuovi orizzonti. Non ci sono più confini fisici, ma solo logici» – spiega Masera. «E i dati entrano ed escono dalla rete aziendale, mettendo in evidenza nuove criticità. Sicurezza e agilità sono diventati i punti critici di ogni network aperto ai servizi cloud. Fondamentali sono diventate le regole e gli automatismi necessari a garantire la sicurezza dei dati aziendali in una rete senza confini e in continua evoluzione. Queste nuove necessità aprono ai system integrator molteplici opportunità. In particolare, PRES sta avendo un notevole successo con la consulenza e la formazione dei clienti su nuove tecnologie, con la proposizione di applicazioni e device che contribuiscono a ottimizzare le implementazioni di nuovi servizi cloud e con innovativi managed services che supportano il cliente nella gestione delle nuove reti».


Digital business transformation, domanda di #reti senza precedenti
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Conclusioni

Nella scorsa edizione di settembre di NetEvents, manifestazione IT che si tiene a Saratoga nella Silicon Valley californiana, è stato decretato l’addio definitivo del mainframe, ossia del paradigma dell’enorme computer centrale su cui è nata l’informatica nei lontani anni 60 del secolo scorso. L’ultimo addio è stato celebrato dopo che anche il colosso multinazionale Johnson&Johnson ha deciso di spegnere il suo ultimo “cervellone”, passando definitivamente al cloud. Molto interessanti i dati che ha esternato Jim McNiel, chief marketing officer di NetScout Systems: in trent’anni la velocità delle connessioni è cresciuta di 333 milioni di volte e la potenza di calcolo di 359 milioni, mentre nello stesso tempo sono crollati i costi, ad esempio quello della memoria è passato da 437mila dollari al megabyte all’attuale di 0,03 centesimi per un gigabyte. Nell’ultimo Cisco Visual Networking Index di pochi mesi fa, che fotografa i trend di crescita previsti per i dati scambiati online, si prevede che il traffico annuale su Internet supererà la soglia dello zettabyte nell’anno in corso (e forse, lo ha già superato). Una cosa enorme se si pensa che uno zettabyte significa un triliardo di byte, in altre parole, mille miliardi di miliardi di byte. Per darvi un’idea significa, per esempio, un milione di volte le informazioni contenute in tutte le biblioteche degli USA. Lo stesso studio prevede un raddoppio di traffico entro il 2019, ossia due zettabyte. In pratica, il traffico che è previsto su Internet equivarrà al traffico sommato di tutti gli anni precedenti da quando la rete ha cominciato a fare i suoi primi passi commerciali, e cioè a partire dalla prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Insomma, l’elettronica IT e l’evoluzione delle TLC sono diventate così potenti, economiche, convergenti e pervasive da indirizzare un cambiamento epocale inimmaginabile fino a pochi lustri fa. La possibilità di affittare enormi risorse elaborative e di storage in rete con pochi click, oltre che applicazioni, rendono superflui e costosi non solo i “vecchi” mainframe ma anche i data center privati più moderni, e questo grazie alla Rete. Insomma, oramai è possibile dire che “la rete sia diventata il computer”.

Meditiamo gente. Meditamo!

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Commodore 64 o ZX Spectrum? https://www.datamanager.it/2016/07/commodore-64-zx-spectrum/ Fri, 15 Jul 2016 13:19:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105897 Questi ultimi quarant’anni del mondo ICT sono stati talmente densi di innovazione che ci vorrebbero fiumi di inchiostro per raccontarli. C’è un episodio che penso significativo e che mi piace raccontare della mia vita. Accadde trent’anni fa circa. Durante gli anni dell’università, imparare a programmare praticamente era disagevole: significava battere a macchina decine e decine […]

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Questi ultimi quarant’anni del mondo ICT sono stati talmente densi di innovazione che ci vorrebbero fiumi di inchiostro per raccontarli. C’è un episodio che penso significativo e che mi piace raccontare della mia vita. Accadde trent’anni fa circa. Durante gli anni dell’università, imparare a programmare praticamente era disagevole: significava battere a macchina decine e decine di schede perforate per poi passarle al “sancta sanctorum” del centro elaborazione dati, mitico CED, fornito di un mastodontico UNIVAC, dove una piccola “casta sacerdotale”, che mi ricordo piuttosto antipatica, restituiva dopo giorni e giorni un tabulato stampato. Spesso accadeva che il risultato non fosse quello atteso e conteneva errori, e allora ecco che il supplizio ricominciava. Solo negli ultimissimi anni del mio percorso accademico, in particolare durante la tesi, ebbi la fortuna di poter mettere le mani su un minicomputer della Digital (un PDP 9) e mi pareva un sogno poter lavorare con maggior libertà, anche se solo in pochi e determinati slot di tempo. Anche durante i miei primi anni lavorativi, in una grande multinazionale americana, pur disponendo di un terminale sulla scrivania collegato al mainframe, mi sentivo comunque limitato nelle mie “libertà informatiche”.

Ma a un certo momento arrivò qualcosa che mi cambiò la vita: acquistai uno ZX Spectrum, un piccolo computer totalmente personale delle dimensioni di un attuale tablet, dotato di una CPU Z80 a 3.5Mhz e con 48Kbyte di RAM. Si poteva connettere a un televisore come monitor e l’input era basato da un semplice registratore a cassetta. Con lo Spectrum mi sono divertito, ci ho giocato ma soprattutto programmato tantissimo: in Basic, principalmente, ma anche in C, in Pascal, in Fortran. Anche in un linguaggio che allora sembrava talmente rivoluzionario quanto fantascientifico perché si diceva prodromo dell’intelligenza artificiale: il LISP. C’era anche una “comunità avversaria”, quella dei seguaci del Commodore 64, computer basato su una CPU 6510 a 0.985Mhz e con 64Kbyte di RAM. I “commodoriani” erano molti di più, e quindi noi “spectroniani” rappresentavamo la nicchia, ma proprio per questo eravamo ancor più tenaci e appassionati. Quello che ci accomunava tutti però, era il concetto rivoluzionario della “libertà digitale” perché finalmente ci eravamo affrancati dalle rigidità e dalla schiavitù di un’informatica centralizzata. Contestualmente, iniziava l’era dei PC e quindi dell’informatica distribuita e una decina d’anni dopo sarebbe apparsa Internet, facendo esplodere una rivoluzione che abbiamo ancora sotto i nostri occhi. Le infrastrutture di rete furono poi il mio pane quotidiano e quante ne potrei dire anche su loro, ma non ho più spazio.

Mi piace solo ricordare che Data Manager è stata testimone attenta di tutto questo percorso. Non solo ha osservato, spiegato e approfondito le tante tappe attraverso professionisti di grandissima qualità, ma lo ha fatto con infinita passione, che secondo me è un valore che si è mantenuto nel tempo in tutti coloro che difendono la tradizione di questa grande e bella rivista. La stessa passione che mi ricordo nel bimbo che fui, davanti alla magia del televisore e anche negli occhi di Gianni Caporale, primo e grandissimo capo redattore di Data Manager, che ci ha lasciati e che ci tengo a ricordare. Umberto Galimberti, filosofo, sociologo e docente universitario italiano, ci ricorda che “con la tecnica l’uomo può ottenere da sé quello che un tempo chiedeva agli dèi”. Io credo che questo aforisma colga molto bene la storia dell’ICT di questi ultimi quarant’anni, e chissà quante sorprese ci riserva il futuro. Meditiamo, gente. Meditiamo…

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Software defined everything. Siete pronti? https://www.datamanager.it/2016/05/201605software-defined-everything-siete-pronti/ Thu, 19 May 2016 10:06:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101656 Nuove frontiere per il software defined everything. Sempre più grande l’interesse tecnologico e di business sui temi della virtualizzazione, come capacità di rendere le risorse disponibili su richiesta, con grandi efficienze in termini di costo Qual è il futuro delle infrastrutture in un mondo definito dal software? Proviamo a esaminarne le nuove frontiere, in particolare […]

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Nuove frontiere per il software defined everything. Sempre più grande l’interesse tecnologico e di business sui temi della virtualizzazione, come capacità di rendere le risorse disponibili su richiesta, con grandi efficienze in termini di costo

Qual è il futuro delle infrastrutture in un mondo definito dal software? Proviamo a esaminarne le nuove frontiere, in particolare quelle relative allo storage e al network, che stanno drasticamente modificando il mondo dei data center – e non solo – con impatti importanti sulla ownership delle infrastrutture. I driver che sostengono lo sviluppo di tecnologie e modelli di network virtualization e agilità sono sempre più evidenti: cloud, big data, mobility, digital economy, IoT, sicurezza, nuovi requisiti applicativi e di erogazione dei servizi IT e via dicendo. Ponendo allora l’attenzione sull’evoluzione nel network e in particolare ai nuovi modelli cosiddetti di software defined network (SDN), secondo i dati di IDC (SDN Survey 2015) tra le principali motivazioni a livello mondiale che stanno spingendo aziende e service provider a considerare o implementare l’SDN, ritroviamo infatti sicurezza, agilità e supporto a virtualizzazione e cloud, automazione, programmabilità delle risorse di rete. Fabio Rizzotto, research and consulting director di IDC Italia spiega che a livello globale il valore del mercato SDN (comprensivo di SDN applications, physical network, virtualization layer e professional services, per aziende e service provider) è stato pari a due miliardi e 280 milioni di dollari con una crescita di oltre il 140% rispetto al 2014. Sempre secondo le previsioni IDC, il mercato SDN è destinato a crescere sensibilmente, sia nel segmento dei cloud service provider, sia grazie agli investimenti in enterprise datacenter. Come per molte aree promettenti, ma complesse, sarà necessario bilanciare la capacità di comunicare, chiarendo i benefici emergenti e attesi con le sfide tipiche dell’adozione di un nuovo approccio architetturale, in questo caso applicato al network. La crescita si annuncia sostenuta nel corso dei prossimi anni, fino a un valore previsto nel 2020 di quasi 12 miliardi e mezzo di dollari (corrispondente a un CAGR del 54% nell’orizzonte 2014-2020). Lungo questa strada le trasformazioni previste saranno molte, dallo shift tecnologico alle operation, alla capacità di supportare nuove dinamiche di business. Per esempio, nel segmento enterprise, i dati della survey IDC mostrano cambiamenti significativi previsti in termini di IT staffing e network operation: dalla maggiore collaborazione tra gruppi nei dipartimenti IT e a livello interdipartimentale, alla riconversione di competenze e risorse verso altre attività (analytics, gestione e orchestrazione di ambienti automatizzati…).


#SoftwaredDefined Nel mondo ICT è nato un nuovo stato della materia
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Insomma, stanno emergendo nuovi modelli che alcuni ipotizzano come “rivoluzionari” e il percorso è già iniziato, ma sarà “vera gloria”? Proviamo a capirne di più, ponendo un paio di domande ad alcuni operatori del mercato. Networking, storage e data center: la parola chiave è “software-defined”. Ma quali sono le prospettive, le opportunità e i rischi? Secondo Andrea Carignano, chief executive officer di Altea Digital (Altea Digital fa parte di Altea Federation) nello scenario attuale di tecnologie disruptive, il networking, lo storage e i data center sono stati, e lo saranno ancora, fortemente impattati dal “software-defined”. «Volendo ben vedere, anche l’industria dei prodotti e dei servizi sono sempre più indirizzati al software defined everything, basti pensare al mondo dei prodotti IoT connessi. I possibili benefici sono enormi in termini di definizione di nuove architetture: scalabilità, riduzione del “single point of failure” e sharing dei servizi. In questo scenario, aumentano anche le opportunità per le aziende di nuovi modi per fare business, erogando servizi a valore aggiunto sempre più personalizzati per il cliente. L’attenzione va posta ora nel gestire la trasformazione digitale che accompagna il nuovo approccio, il cambiamento da un sistema centrale a un sistema distribuito, e gli inevitabili rischi legati alla privacy e alla corretta e opportuna gestione dell’informazione».

Per Alberto Degradi, architecture infrastructure leader di Cisco Italia, il software defined networking (SDN) sta generando grande interesse nell’industria del networking, dello storage e del data center negli ultimi anni grazie alle sue promesse di un’infrastruttura di rete più agile e programmabile. «Avvicinarsi al mondo delle applicazioni significa fornire alle applicazioni stesse la capacità di lavorare meglio in un ambiente iperconnesso, in modo più sicuro e ottenendo dalla rete quello che serve nel momento in cui serve, in termini di qualità, di sicurezza e di velocità. E questi sono i principali vantaggi delle reti programmabili e definite dal software, con un approccio evolutivo alla progettazione, dove il controllo dei flussi di traffico può avvenire tramite funzioni software accessibili da application programming interfaces (APIs), rendendo il linguaggio delle reti più simile al linguaggio delle applicazioni e rendendo le reti stesse più flessibili, semplificando la complessità operativa. Il software defined everything intende permettere alla rete di implementare e soddisfare le esigenze delle applicazioni sia nel data center sia nel cloud. La rete deve fornire livelli adeguati di connessione, sicurezza, conformità, firewall e load balancing, e deve farlo in modo dinamico e on-demand».


Nuove frontiere per il #SDx. Come reagire al cambiamento?
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Come reagire al cambiamento

Stefano Brioschi, category manager di HPE ARUBA Italia, pensa che in un mercato in continua trasformazione, il software defined network richieda un approccio sempre più diffuso nella progettazione e gestione delle reti delle aziende, che si trovano oggi ad affrontare nuove sfide in termini di cloud, sicurezza, mobilità e big data. «L’SDN consente agli operatori di rete e alle aziende di allocare le risorse in maniera più flessibile e di reagire puntualmente al cambiamento in atto: adottare una tecnologia SDN significa poter creare un ambiente IT stress-free, con una visione globale della rete che favorisce la comunicazione e l’interconnessione tra device e applicazioni, migliorando la user experience, la produttività e l’efficienza». La nuova frontiera dell’IT è il software defined everything come virtualizzazione dell’infrastruttura. «Questo nuovo paradigma – ci spiega Matteo Masera, direttore commerciale di PRES destabilizza priorità, skill e metodologie con cui è stata finora progettata e gestita l’infrastruttura. Non dobbiamo più preoccuparci di gestire l’infrastruttura, ci penseranno le applicazioni. Questa rivoluzione permette una notevole ottimizzazione degli investimenti in termini di hardware e di gestione operativa.

Nel networking e nello storage abbiamo già visto i primi risultati di questo fenomeno in rapida crescita, che permetterà alla aziende di avere data center sempre più efficienti e soprattutto flessibili e rapidissimi nel cambiamento». Non c’è più confine fisico. «Il data center – continua Masera – è ovunque si trovi una risorsa disponibile che abbia le caratteristiche che il software richiede. La rivoluzione digitale delle aziende esige flessibilità e rapidità. Per reagire ai cambiamenti e rispondere con agilità alle esigenze del business. PRES è il system integrator e centro formazione che, da oltre 25 anni, affianca le aziende nelle più importanti rivoluzioni tecnologiche, connettendo le organizzazioni e i professionisti dell’ICT al futuro».


Fabio Rizzotto @IDCItaly Mercato #SDN in forte crescita
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Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, ha un punto di vista per molti versi originale. «Siamo praticamente nati con questo tipo di approccio più o meno pervasivo all’interno dei nostri data center e come Seeweb operiamo ormai da molti anni come cloud provider in ambito IaaS. Quindi siamo un “utilizzatore primo” di questo genere di tecnologie che puntano a spostare la complessità di orchestrazione, di configurazione e di utilizzo a livello software al fine di fornire la massima flessibilità e gestibilità delle infrastrutture. Infatti, il paradigma stesso di servizio cloud richiede di poter disporre di risorse in maniera sostanzialmente immediata senza passare per complesse filiere di provisioning che impattino anche a livello fisico di infrastrutture, dispositivi, software e altro. Sempre in ambito cloud computing, la distinzione tipicamente molto netta e chiara tra networking, storage e data center è molto “sfumata” e anzi non sempre facilmente definibile. Tutto questo fa parte del “sistema di produzione” per i servizi cloud. In uno scenario del genere, puntare il più possibile a soluzioni “software-defined” è in realtà l’unica possibilità per proporre al mercato servizi cloud che siano efficienti, efficaci e competitivi. Disporre e gestire in real-time e in maniera dinamica delle risorse di storage, networking e computazionali è imprescindibile per un’azienda come Seeweb. Pertanto, nel nostro caso, non è una prospettiva. Si tratta della realtà del nostro lavoro almeno dal 2009, anno nel quale abbiamo lanciato sul mercato la nostra prima soluzione IaaS: il cloud server. Ovviamente, un approccio del genere richiede un elevato livello di governo di ogni cosa e di audit continuo proprio perché la “potenza” degli strumenti in campo è elevatissima: errori, anche banali, possono generare problemi di una certa importanza.


Nuove frontiere per il #SoftwareDefined everything @AlteaDigital @CiscoItalia
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Software contro hardware?

L’opinione di Carlo Baffè, business development manager di SUSE è che il software si stia mangiando l’hardware specializzato (networking e storage). «Ciò perché consente rapidità, adattamento e permette all’IT aziendale di fare il cloud provider, e questa è un’opportunità imperdibile perché consente agli IT manager di essere percepiti come innovatori e non solo come un centro di costo. I rischi possono essere mitigati a due livelli: strategico e tattico. Tatticamente, si tratta di partire in maniera graduale su ambiti non critici, per “prenderci la mano”. A livello strategico, si tratta di puntare su tecnologie open source con un ecosistema ampio e robusto (OpenStack per lo IaaS e Ceph per lo storage) in modo da evitare lock-in proprietari. Come SUSE, forniamo distribuzioni e supporto tecnico sia per OpenStack (siamo alla release 6.0) e sia per Ceph (SUSE Enterprise Storage è alla versione 2.1, e per primo sul mercato ha introdotto l’accesso via iSCSI)».

Dal canto suo, Bruno Camaggi, vicepresidente di VM Sistemi, ricorda che il software defined everything raccoglie un insieme di tecnologie, il cui obiettivo è quello di separare la gestione e il controllo dall’hardware sottostante. «Grazie al software di virtualizzazione delle risorse, la parte computazionale viene resa fruibile come servizio, mentre l’hardware diventa una componente facilmente sostituibile. Tra gli effetti di questa evoluzione tecnologica ci sono: il miglioramento degli standard di sviluppo per la programmabilità delle infrastrutture; l’interoperabilità nei data center e l’automazione nel cloud computing; e l’acquisizione rapida dell’infrastruttura ICT necessaria».


#SoftwaredDefined Come reagire al cambiamento @ArubaNetworks #PRES @seeweblive
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Ecosistema e filosofia SDN

Ma perché la filosofia del software defined everything sta cambiando le aziende da un punto di vista tecnologico e culturale? Andrea Carignano di Altea Digital pensa che la filosofia SDx sia un cambio di paradigma per l’azienda. «La progettazione delle architetture deve favorire l’ottica collaborativa e sinergica. Il disegno complessivo è frutto delle competenze trasversali di molti enti in azienda. La sfida quindi si può vincere solo quando il commitment al cambiamento è diffuso. La tecnologia d’altro canto, grazie a nuovi strumenti e all’atomizzazione delle componenti, riduce i rischi di fail e, nel contempo, richiede un monitoraggio d’insieme ancora più attento e più diffuso».

Per Alberto Degradi di Cisco Italia si tratta di un paradigma che cambia il modo in cui vengono gestite e si comportano le reti. «In particolare, utilizza policy predefinite per automatizzare il provisioning di rete, creando un’infrastruttura più agile in grado di supportare dinamicamente le esigenze delle diverse applicazioni lungo gli ambienti fisici e virtuali. Da un punto di vista aziendale, ciò significa avere un’infrastruttura agile, dinamica e altamente sicura in grado di ridurre le spese in conto capitale e quelle operative, semplificare la transizione al cloud ibrido e proteggere gli asset aziendali e gli investimenti. Un’infrastruttura di questo tipo permette alle aziende di soddisfare le mutevoli esigenze dei clienti e creare differenziazione competitiva».

L’approccio SDN comporta un grande cambiamento perché trasforma i network tradizionali in piattaforme pronte a rispondere in tempo reale alle esigenze di larghezza di banda e alla natura dinamica delle applicazioni. «Hewlett Packard Enterprise – spiega Stefano Brioschi di HPE ARUBA Italia – è stata tra le prime aziende a investire nell’SDN, con un approccio aperto e multivendor per supportare le organizzazioni nel processo di modernizzazione. L’ecosistema SDN di HPE offre piattaforme intelligenti, programmabili, flessibili, agili e sicure per lo sviluppo di servizi e applicazioni on demand, rispondendo alle esigenze di innovazione e di business del mercato di oggi. In particolare, l’offerta SDN si rivolge alle organizzazioni complesse, quelle composte da sedi centrali, filiali e periferiche, che necessitano di modernizzare le proprie architetture tradizionali per soddisfare la crescente domanda di banda, traffico, applicazioni e condivisione in tempo reale di dati e informazioni».


#SoftwaredDefined software versus hardware? @SUSE @VMSistemi
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Nuovo linguaggio comune

Su questo punto abbiamo raccolto anche l’opinione di Tullia Zanni, head of solutions marketing di Italtel, che afferma come la tendenza “software defined” sia concreta, motivata da nuove esigenze sia di business sia tecnologiche, oltre che da evoluzioni nella fruizione dei servizi. «Il paradigma SDx è in grado di fornire potenziali benefici di grande valore per un’azienda sia in termini di agilità che di apertura, automazione e riduzione dei costi. La vera spinta al cambiamento è la flessibilità. La percezione, da parte delle aziende, che oggi sia possibile adattare la tecnologia al proprio business case, rappresenta già di per sé una vera e propria evoluzione culturale. Gradualmente, nelle aziende avremo sempre meno enti che parleranno esclusivamente un “dialetto” tecnico o un “dialetto” orientato al business. Il nuovo linguaggio comune consentirà di allineare le diverse organizzazioni alle reali esigenze. La capacità di automazione e orchestrazione delle infrastrutture ICT sarà alla base di tale visione convergente. Il percorso verso il cambiamento, parallelamente alla generale tendenza verso la Digital Transformation, sarà progressivo e personalizzato. Un partner come Italtel si propone di affiancare passo dopo passo i propri clienti in tale percorso, in funzione della maturità degli obiettivi di ciascuna azienda. I nuovi “termini” tecnologici saranno introdotti al momento opportuno, secondo un approccio pragmatico, integrando dove necessario soluzioni “ibride” sia software defined sia tradizionali».

Antonio Baldassarra di Seeweb racconta che il software defined non ha cambiato l’azienda, ma ha permesso l’esistenza di una linea di business che oggi rappresenta oltre il 60% del fatturato e che per altri versi non sarebbe proprio potuta nascere. Questa trasformazione è stata il frutto anche di una ridefinizione e di un ripensamento dei ruoli e dell’organizzazione. «Per esempio – ci spiega Baldassarra – pur avendo quattro data center per oltre 2500 metri quadrati complessivi con migliaia di server fisici, i tecnici si recano di rado nella struttura fisica del data center. Quasi mai per le normali operazioni di provisioning dei servizi che ormai vengono effettuate solo a livello software. Analogamente, le differenze di creazione ed esercizio delle risorse di storage o di rete si sono molto “interrelate” così come le figure professionali. Temi come il “capacity planning”, sostanzialmente non esistono più, essendo parte del processo di governo delle infrastrutture che viene eseguito di continuo. Il pay out di queste revisioni e ripensamenti sono l’immediatezza nella disponibilità delle risorse e l’enorme flessibilità di configurazione e riconfigurazione delle stesse che per noi diventano un vero e proprio “valore” della nostra offerta di servizi. Ci aspettiamo che anche nelle aziende “classiche” che preferiscono un approccio “on premise” questi “valori” troveranno il loro spazio, almeno nella parte che continuerà a rimanere gestita nei data center aziendali. Avere una visione dell’IT globalmente “dematerializzata” sarà di grande aiuto nel governo delle infrastrutture nel loro insieme indipendentemente da come sono realmente realizzate».


#SoftwaredDefined La forza, l’intelligenza e nuovo linguaggio comune @Italtel
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Separare l’intelligenza dalla forza

La tecnologia permette di fare business in maniera competitiva grazie alla velocità del software. «E se il business vuole una nuova app – afferma Carlo Baffè di SUSE – la vuole entro poche settimane. L’infrastruttura quindi deve essere pronta subito in modo che gli sviluppatori possano lavorare. L’operatore IT ragionerà sempre di più in termini di cosa si possa ulteriormente automatizzare grazie al software più intelligente. E questo è un bel cambio culturale». Per Bruno Camaggi di VM Sistemi, «i vendor dominanti, dovendo seguire tali emergenti standard, vedranno aumentare la concorrenza con conseguente riduzione delle marginalità, ma il cliente finale beneficerà di soluzioni più semplici, più stabili e scalabili nonché di una sensibile riduzione di costi. Separando l’intelligenza dalla forza, l’hardware sottostante può quindi diventare più economico e intercambiabile, mentre in generale il software aumenta la sua efficacia e le sue potenzialità di evoluzione. Sposiamo pienamente questo trend offrendo soluzioni integrate di virtualizzazione, che sfruttano la tecnologia messa a disposizione dal nostro network selezionato di partner (fra cui IBM, VMware, Veeam, Fortinet…), consentendo di aumentare agilità, flessibilità e scalabilità dell’IT, oltre a ridurre notevolmente i costi. Inoltre con i managed services siamo in grado di offrire tutte le competenze necessarie per supportare ambienti ICT eterogenei e complessi, riducendo i rischi e migliorando la continuità di servizio».


Networking, storage e data center la parola chiave è #SoftwaredDefined @Fujitsu_Italia
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Conclusioni

Qualche giorno fa, lessi che è stato scoperto un nuovo stato della materia dove gli elettroni appaiono frammentati. Ciò fu previsto teoricamente molto tempo prima, ma come spesso accade nella fisica – il bosone di Higgs o le onde gravitazionali ne sono un esempio – è stato necessario tempo e nuove tecnologie per riuscire a trovare la prova sperimentale. Il nuovo stato della materia è stato chiamato “liquido di spin quantistico” perché in esso i campi magnetici si comportano in modo disordinato rispetto ai materiali tradizionali. I ricercatori affermano che con il nuovo stato della materia si potrebbe immaginare di costruire i “mattoncini fondamentali” di nuovi computer quantistici, in grado di compiere operazioni finora ritenute impossibili. In tutto ciò, vedo una relazione con i modelli di virtualizzazione applicati nei data center e ora anche nella rete. Anche nel mondo ICT è nato un “nuovo stato della materia” e anche qui “tutto si fa più liquido”, creando i presupposti per un mondo completamente diverso e sempre più affascinante. Meditiamo, gente. Meditiamo.


Networking, storage e data center

La parola chiave è software-defined

Ma quali sono le prospettive, le opportunità e i rischi? «Dal nostro punto di vista, la direzione presa dal mercato, anche in ambito storage, è quella del software-defined – risponde Andrea Sappia, sales consultant manager di Fujitsu Italia. «Fujitsu traduce questo trend nell’offerta di soluzioni basate su Openstack, che permettono elevata scalabilità e sono indirizzate in modo particolare ad ambienti cloud. Più in particolare, la soluzione Fujitsu che risponde a questa esigenza è ETERNUS CD10000, il sistema che, pretestato e configurato nei laboratori con elementi open source, prevedendo al suo interno tutte le componenti storage, i nodi di calcolo standard e il networking necessario, consente una rapida implementazione nei data center, senza alcun rischio. Concettualmente, si tratta di spostare l’attenzione su uno storage condiviso da molteplici utenti o tipologie di utilizzo. Fujitsu per prima sta seguendo questa tendenza: la sua strategia prevede infatti di migrare tutti i propri data center in cloud su tecnologia Openstack. Una chiara scelta di campo verso l’open source».

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Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave https://www.datamanager.it/2016/02/gestire-al-meglio-le-reti-enterprise-tre-passi-chiave/ Wed, 17 Feb 2016 09:28:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=94784 Razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare. Dopo il boom del cloud, il grande interesse – e il relativo business – che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT, e quindi anche sul tema della gestione della rete Che il cloud non […]

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Razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare. Dopo il boom del cloud, il grande interesse – e il relativo business – che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT, e quindi anche sul tema della gestione della rete

Che il cloud non sia solo più una moda, ma una solida realtà lo dimostra anche la richiesta di personale qualificato, o anche solo da formare, in tale ambito. Un esempio recente in tal senso è l’annuncio di Microsoft dello scorso ottobre quando, attraverso un comunicato stampa, ha dichiarato l’intenzione di attivare nuovi posti di lavoro in Europa entro il 2016 da dedicare allo sviluppo di soluzioni e progetti basati sulla loro piattaforma Cloud Microsoft Azure, in particolare con l’inserimento di 350 persone, da trovare sia tra neoassunti sia tra specializzati, di cui ben 50 in Italia.

Questa scelta si spiega facilmente con il fatto che i conti di Microsoft, presentati nell’ultima trimestrale, hanno retto proprio grazie alle vendite del cloud e dei servizi, mentre il settore “tradizionale” (personal computing, Xbox…) è andato sotto di un ben -17%.

Del resto il fenomeno del cloud sta interessando tutto il mercato ICT anche in Italia, lo dimostra statisticamente l’ultimo Rapporto 2015 di Assintel, l’associazione nazionale delle imprese ICT, che ha commissionato uno specifico studio a NEXTVALUE. Dallo studio, si evince che, in un contesto generale di mercato dell’information technology che finalmente torna a crescere dell’1,7%, la ripresa è trainata soprattutto da alcuni “cavalli vincenti” dell’area del software, in particolare proprio del cloud che cresce a due belle cifre (20%) insieme ad altre realtà quali IoT (+16,7%), business intelligence, analytics e big data (+7,3%). Interessante anche notare che la spesa in IT cresce oltre il 3% nelle medie e grandi imprese, mentre all’inverso assistiamo ancora a una contrazione nel segmento consumer (-1,1%) e in modo più accentuato nella PA (sotto il -2%).


#reti Convergenza e riposizionamento. Verso una trasformazione radicale delle architetture
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Storicamente il cloud, inteso come virtualizzazione delle risorse dei data center e quindi del loro consolidamento, è nato dalle esigenze di riduzione dei costi, trovando attenzione massima in tal senso all’interno di una sfavorevole congiuntura economica, e solo ultimamente sta diventando un paradigma teso invece allo sviluppo, in grado di indirizzare nuovi modelli di business – anche molto disruptive – in tema di piattaforma e di disponibilità di nuove applicazioni. Parrebbe invece mancare una “copertura” cloud nei livelli più bassi della “pila”, ovvero nella cosiddetta rete, che è però base vitale e irrinunciabile per il mondo digitale. Possono quindi le reti continuare a rimanere ancorate verso un approccio “tradizionale”, pur promettendo comunque un’evoluzione tecnica in termini di scalabilità, performance e attenzione alla qualità, come siamo stati finora abituati a vedere? Il buon senso e la logica direbbero di no, anche se difficoltà tecniche e architetturali nel virtualizzare la rete non sono di certo banali. La spinta a superare queste complessità – però – esiste e il percorso verso l’allargamento della virtualizzazione della rete è già stato avviato, in particolare nei suoi elementi di gestione, trasporto e di interfaccia verso i livelli superiori, con paradigmi che promettono di rendere la rete sempre più “liquida”.

In particolare, con l’introduzione di piattaforme software-defined network (SDN) – con la promessa di virtualizzazione attraverso il paradigma di network function virtualization (NFV) – e di nuovi modelli che alcuni chiamano rivoluzionari. Il fatto che non siamo più “all’accademia”, ma all’interno di un iter che odora di “business”, lo dimostra il fatto che sono state avviate due organizzazioni internazionali che ne potranno guidare sviluppo e standardizzazione: la ONF (Open Networking Foundation) e l’ETSI NFV ISG (Industry Specification Group).

Ma cosa sono SDN e NFV?

SDN (acronimo di software-defined networking) è di fatto la promessa di un nuovo modo di gestire la rete, introducendo il concetto di virtualizzazione – oramai maturo in ambiente informatico – nella rete, ovvero proponendo un’architettura tale da separare la tematica del controllo rispetto a quelle delle funzionalità, aumentandone le flessibilità.

NFV (acronimo di network function virtualization) è lo sviluppo di opportune tecnologie atte a virtualizzare le funzioni dei nodi di rete in modo che possano essere collegati insieme per creare servizi di comunicazione. Si tratta di un paradigma, o meglio un “ecosistema”, che aiuterebbe ad “avvicinare” la rete alle applicazioni, tanto che alcuni dicono che potrebbe rappresentare uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi venti anni per l’industria delle telecomunicazioni. Per affrontare la crescita della telefonia fissa, mobile e del traffico indotto dal fenomeno dell’IoT, gli operatori europei stanno inventando nuove tecnologie e standard, traendo ispirazione da tecnologie altamente ottimizzate e progetti di business dei loro diretti competitor del cloud. La grande potenzialità di queste nuove tecnologie si desume in modo oggettivo da un recente report realizzato in modo congiunto da Arthur D. Little – leader del management consulting globale – e dai Bell Labs, che ha analizzato le prospettive del nuovo scenario prendendo in esame 35 operatori di telecomunicazioni europei che, facendo riferimento ai dati di bilancio 2013, hanno prodotto ricavi per 250 miliardi e investito per 150 miliardi di euro.

Dai dati dello studio, si ricava che attraverso SDN e NFV si possa addirittura aspirare a “rimodellare il futuro” perché, attraverso queste tecnologie, si prevedono enormi impatti in termini di efficienza per le telco. Si tratta di ben 14 miliardi di euro all’anno nel solo ambito delle tecnologie di rete, che possono però arrivare addirittura fino a 39 miliardi complessivi all’anno grazie alle promesse di ottimizzazione dei processi, in termini sia di automazione sia di semplificazione.


#reti #SDN e #NFV per condividere la creazione del futuro con i principali clienti e partner
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L’analisi suggerisce anche alcuni passi fondamentali affinché le telco possano sfruttare al meglio questa grande opportunità. Il primo passo è di “muoversi presto e con determinazione per riposizionarsi quale operatore delle telecomunicazioni”. Questo perché l’evoluzione digitale di questi ultimi anni dimostra come sia possibile che il business tradizionale delle telco possa venir eroso da concorrenti completamente nuovi e inaspettati, che introducono nuovi modelli di business di tipo “disruptive”. Il secondo passo consiste nel “condividere la creazione del futuro con i principali clienti e partner”. è necessario lavorare verso la creazione di un “ecosistema”, superando i vincoli e gli approcci tradizionali che invece sono indirizzati verso un mondo più chiuso. Il suggerimento è quindi quello di tendere a una comunione d’intenti, magari formando anche organizzazioni ad hoc, per facilitare accordi o scambi di servizi tra i differenti operatori, stimolando contemporaneamente lo sviluppo di nuovi standard di interoperabilità. Il terzo passo è quello di “razionalizzare, convergere, virtualizzare e automatizzare”. In altre parole, si tratta di superare le logiche delle reti “legacy” verso una trasformazione radicale sulle architetture, comunque convergenti verso il paradigma IP. In estrema sintesi, il passaggio al cloud anche per la rete, afferma lo studio, non è più una questione di “se” ma di “come e quando”. E in ogni caso già da subito la rete attuale ha a che fare con il mondo del cloud, oramai pervasivo e inarrestabile.

Proviamo, allora, a porre un paio di domande chiave ad alcuni attori del mercato, in modo da comprenderne meglio stato e prospettive per capire come sta cambiando il governo delle reti a fronte dello sviluppo del cloud.

Cambiamento e punti critici

Secondo l’opinione di Claudio Pistritto, portfolio & service development, connect product manager di BT in Italia, ci sono alcuni punti critici che stanno frenando l’adozione generalizzata del modello cloud. «Tra questi, gli aspetti di sicurezza dei servizi dati e del network, la gestione dei cloud ibridi, la compliance ad aspetti regolatori e le performance delle applicazioni che dal data center aziendale si spostano sulla nuvola. Peraltro, sulla base di interviste condotte da BT circa il 40% delle imprese entro due anni opererà in un contesto multi-cloud» – mette in evidenza Pistritto.

Per Carlo Borello, direttore marketing e HR di Gruppo Sintesi, l’esplosione di piattaforme tecnologiche come Amazon EC2 e VMware hanno spostato il paradigma verso reti ibride (premise + cloud) concepite e gestite come unico livello di astrazione, indipendentemente dalle tecnologie utilizzate e dalle infrastrutture sottostanti. «È un cambiamento – spiega Carlo Borello – che semplifica la fruizione delle applicazioni da parte degli utilizzatori e allo stesso tempo trasferisce la pressione sulle aziende che si occupano dell’integrazione del sistema informativo e della relativa gestione. Per chi opera la sfida è “nascondere la complessità tecnologica” e rendere visibile solo lo strato superiore di astrazione che di fatto è l’infrastruttura as a service».

Approccio ibrido e architetture agili

Flavio Radice, president of the Board & CEO di Hitachi Systems CBT,  ritiene che il proliferare di innovazioni tecnologiche e la crescente adozione di paradigmi cloud oriented portino le aziende a ragionare sui modelli di disponibilità dei dati e, di conseguenza, sull’agilità e l’affidabilità delle reti enterprise. «Nell’era dell’IoT – spiega Radice – la disponibilità immediata dei dati diviene una leva strategica per i business leader e questo vedrà le aziende sempre più orientate alla ricerca di capacità di storage e computazionale as a service. Il passaggio a modelli di cloud computing spinge le aziende a considerare soluzioni ibride in grado di combinare connettività (disponibilità in mobilità dei dati) e garanzia di sicurezza del trattamento dei dati. Diventa, quindi, necessario per le aziende affidarsi a un partner che possa gestire la complessità e le componenti eterogenee del nuovo sistema aziendale profilato dalle soluzioni cloud. è in questo passaggio che si posiziona Hitachi Systems CBT, da anni partner di aziende di medie e grandi dimensioni che decidono di convergere verso soluzioni di hybrid cloud. I punti di forza dell’offerta EasyCloud sono l’eccellenza dei propri data center, progettati TIER 3, certificati ISO 27001, carrier independent, la conoscenza di ambienti complessi ed eterogenei in termini di middleware e la conoscenza qualificata in relazione alla sicurezza informatica e alla protezione dei dati dei nostri clienti».


#reti Razionalizzare, virtualizzare e automatizzare, superando le logiche delle reti legacy
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In questi anni abbiamo assistito a un incremento notevole del cloud che sta trasformando radicalmente i sistemi IT aziendali. Per Paolo Allegra, vicepresidente products & service di Italtel, «lo sviluppo del cloud – oltre a recare i noti benefici relativi alla manutenzione, ingombro e consumi – costituisce una straordinaria opportunità per dismettere soluzioni legacy, spingendo l’impresa, attraverso uno sforzo progettuale, a individuare alternative tecnologiche coerenti con il nuovo paradigma. Ciò ha un benefico impatto sui processi e sull’evoluzione del profilo tecnico del personale perché vengono meno le necessità di competenze di nicchia a vantaggio di nuove specializzazioni per l’orchestrazione e la manutenzione delle piattaforme. Il cloud rende più agevole la gestione delle reti, dei servizi e il provisioning di nuove applicazioni, ma tutto ciò è semplice solo in apparenza. Occorrono competenze specifiche per gestire gli effetti pratici della trasformazione, quali il transito della migrazione dei servizi dal vecchio al nuovo, l’acquisizione di una nuova cultura del software-licensing e dei modelli di “opex vs capex”. Questo insieme di competenze tecnico-gestionali sono proprio quelle che Italtel ha maturato operando là dove ICT e telecomunicazioni confluiscono, realizzando soluzioni cloud in risposta alle esigenze del cliente».

Rivoluzione delle reti

Ci sono tre grandi trend che stanno radicalmente modificando il mondo delle reti: cloud, IoE e decentramento organizzativo delle aziende, come ci spiega Matteo Masera, direttore commerciale di PRES: «Si tratta di tre movimenti che hanno una forte relazione tra loro e che rappresentano nel loro insieme il cuore della trasformazione digitale che le aziende stanno affrontando o dovranno affrontare per sopravvivere a questo epocale cambio di paradigma. Al cuore di queste trasformazioni c’è il software. Le reti devono e dovranno sempre più abilitare l’uso del software in modo sicuro e il più possibile automatizzato in un mondo ibrido, fatto di nuvole pubbliche e private. Questa è la visione di PRES e per questo abbiamo rivoluzionato il nostro modo di gestire le reti dei nostri clienti, gestendo l’infrastruttura, garantendo la sicurezza del dato e analizzando i comportamenti delle applicazioni. Il mondo sta cambiando rapidamente e PRES ha fortemente investito nell’aggiornamento delle skill del personale tecnico per rispondere a pieno alle nuove esigenze dei nostri clienti. Non è più sufficiente costruire infrastrutture, ma saper integrare servizi in cloud con servizi on premise, mettendo sempre al centro le applicazioni e la sicurezza delle informazioni».

Ma quali sono le prospettive di sviluppo delle reti in questo scenario di cambiamento? Per Claudio Pistritto di BT in Italia, il cloud, per le aziende, non è soltanto uno strumento di flessibilità e cost saving. «Ma è un modo per trasformare i processi aziendali e per creare nuovi modelli di business con clienti, fornitori e partner». Non solo. «I modelli SDN/NFV implicano l’implementazione di servizi di rete e IT integrati in bundle software installati da remoto su infrastrutture virtualizzate standard. Servizi ICT che oggi attiviamo e integriamo in settimane o mesi saranno disponibili in qualche minuto o al massimo in poche ore. BT con la proposizione “Cloud of Clouds” si propone come “cloud integrator”, cioè un partner capace di gestire la complessità del nuovo sistema nervoso delle aziende. “Cloud of Clouds” include, oltre alle soluzioni veriticali BT (Cloud Contact, One, Compute), l’accesso ai principali cloud sul mercato (AWS, MS Azure e Office365, Salesforce, Oracle, etc.)».

Secondo Carlo Borello di Gruppo Sintesi, le prospettive sono quelle di un aumento esponenziale della capacità di calcolo e delle risorse a disposizione del business. «Crescono anche le necessità di controllo dello stato della rete e dell’effettivo utilizzo delle risorse e per rispondere a queste esigenze Gruppo Sintesi si sta concentrando sullo sviluppo di applicazioni di monitoring e di cruscotti aziendali capaci di dare al cliente una visibilità in tempo reale dello stato delle applicazioni e dell’efficienza dell’infrastruttura».


#reti Come gestire al meglio le reti enterprise in tre passi chiave
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Conclusioni

Il termine inglese cloud computing (che in italiano risuona come nuvola informatica) è entrato oramai nel lessico familiare di qualsiasi persona che operi nel mercato ICT ed è oramai conosciuto bene anche da gran parte degli utilizzatori di applicazioni e servizi sia in ambito consumer sia business. Come noto, indica un paradigma che permette l’erogazione flessibile e on demand di risorse informatiche secondo differenti modelli. In particolare si parla di “Infrastructure as a Service” (IaaS) quando il cloud offre servizi basati sulla virtualizzazione delle risorse hardware. “Platform as a Service” (PaaS) si usa quando l’offerta si spinge più in alto, dando la libertà al cliente di occuparsi solo dello sviluppo delle applicazioni. E infine, si parla di “Software as a Service” (SaaS) quando l’offerta è completa e si caratterizza per la disponibilità di un servizio praticamente chiavi in mano. Assisteremo allora a breve alla comparsa di un nuovo, ulteriore, acronimo che consentirà l’accesso a offerte di servizio altrettanto flessibili e innovative anche per la rete? Direi proprio di sì, anche perché l’acronimo è già pronto ed è già visibile ai naviganti di Internet. Ovviamente, si chiama “Network as a Service” (NaaS), un contenitore ancora piuttosto vuoto, ma che sono certo si riempirà velocemente nel futuro, collocando ulteriori pietre di progresso in questo affascinante percorso tecnologico che abbiamo la fortuna di vivere.

Meditiamo, gente. Meditiamo…

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La rete si fa liquida? https://www.datamanager.it/2015/04/la-rete-si-fa-liquida/ Mon, 20 Apr 2015 09:34:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73071 I nuovi paradigmi della rete: software defined network e network virtualization La rete è un fattore determinante per qualsiasi paradigma tecnologico Anche nel mondo delle tecnologie, in particolare ICT, ci sono delle “mode”, basate in parte sulle aspettative degli attori del mercato e in parte dall’effettiva innovazione che entra nel sistema. In tal senso, in […]

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I nuovi paradigmi della rete: software defined network e network virtualization

La rete è un fattore determinante per qualsiasi paradigma tecnologico Anche nel mondo delle tecnologie, in particolare ICT, ci sono delle “mode”, basate in parte sulle aspettative degli attori del mercato e in parte dall’effettiva innovazione che entra nel sistema. In tal senso, in tutto il corso del 2014 si è molto parlato di vari argomenti che hanno fatto “moda”: dall’Internet delle cose, ai big data, al cloud computing. In particolare su quest’ultima area possiamo oramai parlare di solida realtà, perché è oramai certo che abbia fatto gran presa sul mercato, per gli indubbi vantaggi dimostrati in termini di riduzioni di costi e di aumento delle flessibilità.


#reti, fattore determinante anche per il cloud secondo il report di @rightscale
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Ad esempio, da un recente studio di RightScale (società statunitense che opera nel mondo del cloud) sullo stato e prospettive del cloud computing si legge che ben il 93% dei soggetti intervistati dichiara di aver già avuto a che fare in qualche modo con il cloud, di cui più della metà (58%) ricorrendo sia a soluzione di cloud pubblico che privato, 30% solo pubblico e 5% solo privato. Il trend appare tra l’altro in notevole crescita. Ma tutto ciò riguarda il mondo dell’information technology, in particolare dei server. E la rete, fattore oramai determinante anche per il cloud, come si pone? Rimane alla finestra, trincerata nei suoi confini fatti di dispositivi e linee di telecomunicazioni utilizzanti i vari mezzi fisici a disposizione? No, anche qui da qualche tempo stanno affacciandosi architetture e tecnologie che possiamo dire “cugine” del cloud computing, nuovi modelli citati da alcuni come “rivoluzionari”, perché promettono sulla rete proprio ciò che è successo recentemente, e con grande rapidità e diffusione, nel mondo dei server: la virtualizzazione.


#reti Come rompere il legame tra hardware e software?
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Parliamo in particolare di SDN e NFV. Entriamo brevemente nel merito di queste tecnologie provando a darne una descrizione meno sommaria. Ricordiamo innanzitutto che a oggi la rete si può definire come un insieme di apparati e connettività, ovvero un ecosistema “fisico”, dove anche la gestione o le azioni di manutenzione ordinaria o evolutiva, seguono filosofie tradizionali. In sintesi, ci troviamo di fronte ad un sistema relativamente rigido, che ha forte impatti in termini di operatività e di costo, simile a quello che nei server avevamo, per l’appunto, prima dell’avvento del fenomeno della virtualizzazione. Ecco, allora, l’esigenza di spostare verso il “basso” – ovvero alla rete – le esperienze positive maturate nel settore dell’IT, con l’obiettivo di raggiungere maggiore flessibilità a costi minori.

Come rompere, allora, il legame tra hardware e software nel mondo delle reti?

Attraverso opportuni meccanismi di virtualizzazione, ovvero basati su software parcellizzati per eseguire attività diverse, e contemporaneamente, sugli hardware tipici delle reti di telecomunicazioni oppure per gestire e controllare la rete stessa. I vantaggi, se ci riflettiamo, non sono solo di garantire maggiore flessibilità, minore tempi di risposta alle mutate necessità, ma anche di poter disporre di minori spazi fisici per gli apparati e ancor più abbatterne le necessità energetiche, sia dirette ad alimentare i dispositivi sia indirette per la climatizzazione necessaria.


#SDN e #NFV paradigmi complementari
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Definizione delle due tecnologie di riferimento

SDN (acronimo di Software Defined Networking) è un modo innovativo di gestire la rete, introducendo in essa il concetto di virtualizzazione, ovvero prospettando un’architettura tale da separare la tematica del controllo rispetto a quelle delle funzionalità, aumentandone la flessibilità.

NFV (acronimo di Network Functions Virtualization) definisce le logiche di sviluppo di funzioni dei nodi di rete in modo che possano essere collegate insieme per creare servizi di comunicazione, in modi da ravvicinare la rete alle applicazioni.

Paradigmi complemetari

In sintesi, ci troviamo quindi di fronte a due paradigmi che possiamo definire in qualche modo “complementari” o, per meglio dire, l’implementazione delle logiche della virtualizzazione delle funzioni di rete non ha la necessità di disporre di un’architettura SDN e quindi può essere utilizzata separatamente, e viceversa. Tuttavia, un razionale ed equilibrato uso di entrambe può essere fattore accelerativo per raggiungere risultati e benefici crescenti. Ecco, allora, che si possono traguardare scenari di reti pronte a recepire in tempi ridotti rapide innovazioni, creando e offrendo al mercato nuove applicazioni nel giusto time-to-market e consentendo quindi vantaggi competitivi. Tutto ciò in un quadro generale di riduzione dei costi operativi (spazi ed energia, come sottolineato precedentemente) e degli investimenti necessari.


#SDN e #NFV possono sviluppare sinergie?
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Controllo dinamico del traffico

Un esempio concreto lo possiamo immaginare concentrando l’attenzione sul controllo dinamico del traffico che è un tema molto complesso e di difficile gestione con le tecnologie attuali. Ecco, allora, che può venire in aiuto l’architettura SDN che, attraverso la sua programmabilità, ci permetterebbe di organizzare in modo più efficiente il traffico attraverso la gestione di requisiti basati su ben determinate regole, ovvero gestendo il “policy routing”. L’architettura NFV, che è abilitante per la creazione di applicazioni di rete flessibili e dinamiche, ha proprio necessità di disporre di un substrato che permetta una gestione dinamica delle connettività in modo da collegare tra loro le diverse funzionalità virtuali di rete. Ecco, allora, che le due tematiche convergono.

SDN e NFV, possono sviluppare sinergie?

Comunque siamo all’inizio di un percorso. Come vengono quindi giudicate dal mercato le potenzialità e, soprattutto, le prospettive? Proviamo a porre un paio di domande in tal senso ad alcuni operatori. Alberto Degradi, infrastructure architecture leader di Cisco Italia è convinto che questo sia proprio il momento giusto per puntare sull’SDN e in particolare cita l’architettura Cisco ONE. «Stiamo mettendo insieme un portafoglio strutturato e investendo in tre aree fondamentali per arrivare alla visione integrata di software, convergenza dei vari elementi di rete, e hardware. E in ognuna di queste aree abbiamo una serie di prodotti disponibili in portafoglio e altri ne arriveranno nei prossimi mesi. Cisco sta investendo nel software in particolare sulla programmabilità SDN con agenti (che girano sulle macchine Cisco e garantiscono programmabilità e flessibilità in tutti elementi) e sui controller. Proprio tra le soluzioni annunciate più di recente troviamo molti componenti per realizzare la virtualizzazione o NfV (Network function Virtualization), ovvero funzionalità di rete spostate nel cloud. Diverse funzionalità possono essere messe nel cloud e fatte funzionare nel datacenter, un chiaro esempio è lo switch virtuale Nexus1000v, con risparmio di costi e aumento di flessibilità. Anche se non tutto può andare nel cloud. Per questo Cisco non smette di investire anche nell’hardware, che ritiene importante quanto il software». Ma la novità oggi è che tutto è integrato, o convergente: «Con SDN implementata tramite Cisco ONE – spiega Degradi – siamo convinti che i maggiori benefici si potranno ottenere per i provider e gli innovatori con un approccio flessibile che mette insieme applicazioni, network e datacenter».


SDN e #NFV Stefano Brioschi @HPEnterpriseIT La rete più dinamica e controllabile
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La rete più dinamica e controllabile

Stefano Brioschi, category manager HPN Italy di HP Italia ci ricorda che il Software Defined Network di HP ha lo scopo di rendere la rete più dinamica e controllabile con economic più profittevoli per i clienti. «L’adozione del cloud che ha richiesto l’adozione di un’infrastruttura di rete più dinamica e reattiva, come l’SDN è stata un’opportunità che HP ha percepito immediatamente e, infatti, sin dal 2008 ha attivato una collaborazione con le più prestigiose università statunitensi per individuare le soluzioni tecnologiche più adeguate, mettendo a disposizione il proprio expertise nell’hardware. HP ha avuto dunque un approccio che è partito dall’hardware, diversamente dagli altri vendor. HP ha realizzato circa 40 apparati per rilasciare il protocollo open flow per la creazione di reti SDN, che si declinano in tre componenti: l’infrastruttura, il controller e le applicazioni; grazie a questa modularità HP propone una rete scalabile. Infatti, la strategia di HP di avere una rete così sensibile incontra le esigenze dei provider di arrivare ad utilizzare una serie di hardware che siano standardizzati e che si poggino sulla piattaforma x86 proprio perché con l’adozione dell’NFV si vuole sovvertire il trend di utilizzare dispositivi hardware proprietari. Tale posizionamento risulta strategico per HP per poter offrire una visione d’insieme ai service provider che, in questo momento, hanno l’esigenza di ridisegnare il proprio data center. Queste tecnologie di virtualizzazioni, infatti, permettono di consolidare più apparati e funzionalità di rete su server standard allo scopo di raggiungere una maggior flessibilità operativa. L’SDN e l’NFV sono mondi complementari, e il focus di HP, all’insegna del New Style of IT, è quello di integrarli per consentire ai propri clienti di trarre il massimo dei vantaggi per realizzare le nuove strutture di datacenter».


#SDN e #NFV Cosimo Rizzo di #PRES : Rete e servizi agili e scalabili
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Rete e servizi agili e scalabili

«Software Defined Networking (SDN) e Network Functions Virtualization (NFV) definiscono approcci innovativi, basati su software, per progettare, implementare e gestire la rete e i suoi servizi, rendendoli maggiormente agili e scalabili» – afferma Cosimo Rizzo, sales engineering manager di PRES, Gold Partner Cisco dal 1999. «L’SDN è stato creato da ricercatori e architetti di data center con lo scopo di centralizzare la gestione della rete al fine di gestire e automatizzare i servizi da essa forniti, mentre l’NFV nasce da un consorzio di service provider che, considerando limitanti le attuali infrastrutture di rete per l’implementazione di nuovi servizi, hanno mutuato le tecnologie di virtualizzazione esistenti per utilizzarle come acceleratore di sviluppo e di innovazione dei servizi. Anche se sviluppati in ambienti diversi, i due approcci presentano punti di contatto e soprattutto obiettivi comuni: gestire, virtualizzare e automatizzare i servizi di rete, basandosi sul software e sull’utilizzo delle Application Programming Interfaces (API). Per System Integrator come PRES, da sempre in prima linea nel portare l’innovazione IT al servizio degli obiettivi di business delle aziende, SDN e NFV rappresentano approcci complementari, le cui sinergie portano a soluzioni di maggior valore. «Soluzioni NFV, unite alla separazione dei piani di controllo e di data forwarding proprie dell’SDN – conclude Rizzo – migliorano le prestazioni, semplificano la compatibilità con le implementazioni esistenti e facilitano le procedure di funzionamento e manutenzione, grazie ad automazione e analisi dei dati in real-time».


#SDN e #NFV Alberto Degradi @CiscoItalia : Quali ostacoli allo sviluppo?
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Quali ostacoli potrebbero profilarsi per un loro sviluppo?

A questa domanda ci risponde Alberto Degradi di Cisco Italia affermando che uno dei principali elementi in grado di ostacolare l’adozione di questo modello sarà la sicurezza. «Dal momento che si tratta di un’apertura verso la connessione alle reti di un numero sempre crescente di persone, cose e dispositivi, e dell’introduzione nelle reti aziendali e in quelle dei service provider di un numero sempre maggiore di dati provenienti da diversi dispositivi – stanno emergendo ed emergeranno nuove vulnerabilità. E da ciò ne conseguirà la necessità di approcci alla sicurezza più sofisticati. Inoltre, queste nuove connessioni generano un flusso di dati in movimento che deve essere protetto in tempo reale in modo che possa essere fatta una valutazione approfondita delle azioni intraprese sulla rete e prima che si verifichino danni irreparabili. Proprio per questo la sicurezza sarà un aspetto fondamentale per il quale ci aspettiamo importanti investimenti proprio perché più la rete diventa pervasiva, e diventa parte dei processi delle aziende, più deve essere resa sicura. Per i vendor, sarà essenziale garantire la scalabilità e la interoperabilità delle proprie soluzioni che devono essere in grado di indirizzare device di tutte le tipologie e produttori. In Italia, infine, l’adozione di questo modello sarà ulteriormente rallentata dalla mancanza di una vera broadband».


#SDN e #NFV Andrea Massari @Avnet_TS_IT : Superare le sfide del mercato
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Superare le sfide del mercato

Per Andrea Massari, country manager di Avnet Technology Solutions Italia la convergenza tra le tecnologie del data center e le tecnologie di networking sta provocando un mutamento significativo nel mercato che si sta orientando verso architetture sempre più scalabili, hyper converged e capaci di rispondere alle esigenze di flessibilità e modularità. «In tutto questo – spiega Andrea Massari – il software defined networking e la network virtualization si inseriscono come elementi chiave e modificano in senso più ampio l’approccio alla gestione delle reti e al data center virtualizzato insieme a cloud, mobility e servizi». L’architettura SDN consente infatti alle organizzazioni di spostare l’attenzione dall’hardware e di focalizzarsi su applicazioni e servizi cloud e ottenere un maggiore ritorno dagli investimenti in tecnologie di rete. «Nell’insieme, è una grande opportunità anche per il canale, dove si presenta la possibilità di integrare le competenze IT che mancano nelle aziende, per aiutare le aziende stesse a comprendere come e perché le nuove tecnologie permettono di ridurre la complessità dell’IT, offrire vantaggi economici, garantire maggiore agilità alle strutture, e contemporaneamente superare le sfide del mercato, sia oggi che in futuro».


#SDN e #NFV Descalzo @Italtel : Trasformare il modello di creazione e delivery dei servizi
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Trasformare il modello di creazione e delivery dei servizi

NFV e SDN a una prima lettura promettono di contenere i costi di Opex e Capex per gli peratori, ma la vera potenzialità di entrambe queste architetture, specie se usate in combinazione, consiste nella capacità di trasformare il modello di creazione e delivery dei servizi offerti dai Service Provider, come ci spiega Federico Descalzo, chief marketing technology officer di Italtel.

«Le SDN – infatti – consentono la riconfigurazione dinamica del livello di rete che trasporta i pacchetti di informazione, in maniera tale da ottimizzare l’uso delle risorse e gestire la qualità del trasporto dei flussi di traffico, creando dinamicamente dei percorsi on demand, mentre NFV trova impiego nell’evoluzione di una parte importante delle funzioni di reti fisse e mobili».

Si tratta della possibilità di superare la necessità di ingegnerizzare e pre-configurare in modo “quasi-statico” le reti di trasporto, rendendole asservite alle applicazioni e ai contenuti che devono veicolare. Il tutto viene “orchestrato” in modo automatizzato dall’operatore.

«La programmabilità delle reti sarà il facilitatore per conferire massima flessibilità nella distribuzione delle funzioni di rete nei vari data center e ridurrà il tempo di fornitura dei servizi agli utenti finali. La sfida sarà di accompagnare l’evoluzione tecnologica con un progressivo snellimento dei processi aziendali su tutta la filiera (operatori e loro fornitori). Italtel applica i concetti e le tecnologie SDN e NFV alle tipiche applicazioni degli Operatori fissi e mobili (NGN e IMS), estendendone i benefici anche a nuovi scenari di comunicazione in interazione con il web e abilitando nuovi modelli di business».

Conclusioni

Dai dati citati all’inizio sulla diffusione del cloud computing e dagli sforzi che si stanno concretamente facendo per trasferire queste logiche anche nella rete, è possibile affermare che il paradigma della virtualizzazione ha sfondato! Il termine “virtuale”, pur nella sua accezione positiva per tutto quanto discusso finora, ha comunque pur sempre un sottofondo un po’ sfuggente, perché sa di etereo e astratto. Rispetto alla “solida” realtà, ci introduce in un mondo più “liquido”. Grandi filosofi contemporanei, in particolare posso citare il polacco Zygmunt Bauman, affermano che la stessa società sta diventando liquida: adattandosi a un mondo in cui le esperienze del singolo, insieme a quelle delle relazioni sociali, si vanno “decomponendo e ricomponendo rapidamente”, in un caleidoscopio di toni, modi e accenti impossibili da prevedere. Ci sarà quindi bisogno di una Umanità 2.0 per meglio sfruttare la rete 2.0 promessa da SDN e NFV? Chissà! Meditiamo, gente. Meditiamo…

 

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Una rete tra le nuvole https://www.datamanager.it/2014/11/rete-nuvole/ Tue, 18 Nov 2014 10:20:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64889 Il grande interesse che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere rispetto alle logiche e ai processi aziendali che gravitano intorno all’IT, ormai pervasivo e determinante per qualsiasi modello di business Il driver, motore di spinta principale, è certamente il raggiungimento dell’obiettivo di una migliore efficienza sui costi che è […]

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Il grande interesse che si è creato intorno alle architetture e tecnologie cloud sta facendo riflettere rispetto alle logiche e ai processi aziendali che gravitano intorno all’IT, ormai pervasivo e determinante per qualsiasi modello di business

Il driver, motore di spinta principale, è certamente il raggiungimento dell’obiettivo di una migliore efficienza sui costi che è oggi vitale, sia per stare su un mercato altamente concorrenziale – e globalizzato – sia per assorbire al meglio i riflessi purtroppo ancora recessivi di un ecosistema economico ancora in affanno.

Gli sforzi al momento paiono essersi concentrati più sui piani alti (applicazioni/servizi/virtual machine/HW) che sui piani bassi (rete), ma alcune novità architetturali in ambito network, unite a un approccio

di virtualizzazione a 360 gradi, sembrerebbe stiano modificando questo approccio, anche se il cammino appare appena iniziato.

Già quest’anno si è cominciato a parlare molto di due specifici argomenti: SDN e NFV che sono nuovi modelli che alcuni chiamano rivoluzionari perché promettono in qualche modo ciò che è successo recentemente nel mondo dei server, ovvero la virtualizzazione, questa volta della rete.

Il fatto che non siamo più “all’accademia”, ma all’interno di un iter che sa di “business”, lo dimostra il fatto che sono state avviate due organizzazioni internazionali che ne potranno guidare sviluppo e standardizzazione: la ONF (Open Networking Foundation) e l’ETSI NFV ISG (Industry Specification Group).

Ma cosa sono SDN e NFV?

SDN (acronimo di Software Defined Networking) è di fatto la promessa di un nuovo modo di gestire la rete, introducendo il concetto di virtualizzazione – oramai maturo in ambiente informatico – nella rete, ovvero proponendo un’architettura tale da separare la tematica del controllo rispetto a quelle delle funzionalità, aumentando flessibilità.

NFV (acronimo di Network Function Virtualization) è lo svilluppo di opportune tecnologie atte a virtualizzare le funzioni dei nodi di rete in modo che possano essere collegati insieme per creare servizi di comunicazione; un paradigma, o meglio un “ecosistema”, che aiuterebbe ad “avvicinare” la rete alle applicazioni, tanto che alcuni dicono che potrebbe rappresentare uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi venti anni per l’industria delle telecomunicazioni.

Spesso quando si parla di SDN, si pensa a OpenFlow che è un protocollo di comunicazione che consente di gestire via software il cammino che i pacchetti di rete debbono fare attraverso gli apparati di rete, switch e router. In pratica, un modo più ottimizzato delle attuali access control list o protocolli di rete. Openflow, per questo, è corretto inserirlo nell’alveo del paradigma SDN, ma non è un suo sinonimo perché altre tecniche potranno essere sviluppate nel contesto.

La gestione dello standard Openflow – che venne alla luce nel febbraio del 2011 – è mantenuto dalla ONF (Open Networking Foundation) che ha comunque il compito più ampio di “coltivare” SDN. Il pregio di Openflow è quello di aver “scardinato” una situazione di mercato degli apparati di rete privi fino a oggi di un’interfaccia aperta alle modalità prima citate, realizzando quindi di fatto un mondo di dispositivi di rete “chiusi”. Il fatto incontestabile che questo mondo stia cambiando lo dimostrano le tante offerte di mercato e gli annunci dei vari produttori di apparati in tema di utilizzo del protocollo OpenFlow o di utilizzo di caratteristiche SDN in generale.

Similmente, anche su NFV l’interesse è notevole, per esempio basta citare quanto disse pochi mesi fa HP, prevedendo con l’implementazione di NFV di piccole dimensioni una potenziale riduzione dei costi del 18%, fino ad arrivare anche a un 24% in caso di distribuzioni più ampie.

SDN e NFV si possono considerare come “parenti stretti” e favoriscono la riduzione dei costi, la flessibilità, la rapidità nel time-to-market, le personalizzazioni e le differenzazioni (quality of services) rispetto alle offerte sul mercato e – “last but absolutely not least” – rappresentano il tentativo di ristabilire gli equilibri tra le telco e gli over-the-top (OTT), in un mondo digitale che ha favorito nettamente questi ultimi.

Sarà vera gloria?

Ai posteri l’ardua sentenza – direbbe il poeta – ma, nell’attesa, proviamo a riflettere sull’oggi con l’aiuto di alcuni operatori di mercato. Quale ruolo dovrà avere la rete per l’evoluzione del cloud? Quanto spazio di crescita potremmo immaginare? E in quali ambiti?

Iniziamo da Nicola Uva, strategy & marketing director di ADP Italia. «Se intendiamo la rete quale strumento per connettersi e stare in network, il freno più rilevante al suo sviluppo è dato dalla disponibilità della banda larga. Oggi, in rete vengono scambiati moltissimi dati e informazioni, il cui numero è destinato ad aumentare in maniera esponenziale nel tempo proprio grazie all’uso del cloud». Un altro importante fattore per la sua diffusione è relativo agli strumenti necessari per utilizzare il cloud. «Quando si parla di uso della nuvola – continua Nicola Uva – generalmente si pensa a una serie di documenti, immagini e dati che vengono trasferiti e archiviati da qualche parte nella rete. Ma affinché essi siano immediatamente usufruibili, ovunque una persona si trovi, è necessario che l’utente possa utilizzare anche gli strumenti per poter gestire quei dati. L’evoluzione del cloud si muoverà verso una confluenza non solo degli strumenti di office automation (Word, Power Point etc.), ma anche di quelli più evoluti come i sistemi informativi, di cui l’utente deve poter disporre anche in cloud. Per quanto concerne lo spazio di crescita, credo che sia certamente enorme e riguarda vari ambiti. Il trend che io vedo profilarsi nel futuro è dato dallo sviluppo e quindi dalla presenza dei sistemi applicativi su cloud. In questo modo, non si avrà più la necessità di installarli sui propri pc poiché tutto ciò che serve per essere produttivi è sulla nuvola. Il problema semmai sarà proprio dato dal funzionamento della rete: nel momento in cui sposto tutto su cloud, la disponibilità della rete diventa un elemento fondamentale. Viceversa, la ricaduta in termini di produttività per le aziende, e quindi di costi, diventerebbe molto alta».

Per Andrea Bertoldo, responsabile offerta servizi cloud di BT Global Services Europa, la rete rappresenta il primo fattore abilitante dei servizi cloud. «Non sarebbe possibile garantire livelli di servizio compatibili con le performance di business senza la disponibilità e il controllo della rete. Non solo, oggi la “convergenza” tra Rete e IT è ormai in atto e i trend tecnologici configurano uno scenario in cui tutta l’infrastruttura “fisica”, sia di rete che IT, è disaccoppiata da quella “logica” e, di conseguenza, dalla gestione. Tutto questo è possibile grazie alla velocità con cui evolvono le tecnologie di virtualizzazione e automazione che dal “computing” si stanno estendendo a tutte le componenti dell’infrastruttura (storage, rete locale e geografica). Questo processo richiederà di rivedere e aggiornare le modalità con cui le architetture di rete e IT sono progettate e implementate per sfruttare appieno i vantaggi delle nuove tecnologie. Il nuovo paradigma è quello del “Software Define Network/ Data center” (SDN/SDDC) ossia la possibilità di configurare i servizi utilizzando risorse “logiche” indipendenti dalle infrastrutture fisiche sottostanti e dalla loro localizzazione geografica. I benefici della convergenza si misureranno sempre più su parametri di performance in passato irraggiungibili e ne beneficeranno sia gli utenti finali (in termini di velocità, scalabilità, portabilità dei servizi) sia i provider (in termini di tempi di delivery, competenze necessarie, produttività). Il nuovo ecosistema convergente che si sta delineando aprirà nuove opportunità e nuovi scenari di utilizzo dei servizi. Nuovi attori si stanno affacciando sul mercato per aggregare più servizi (applicativi, di sicurezza, di gestione) e per svilupparne di nuovi, tutti erogati sfruttando l’utility model che permette, tracciando l’effettivo utilizzo dei servizi da parte degli utenti finali, di ottimizzare i costi operativi ICT. Pertanto è fondamentale poter disporre di piattaforme TLC e IT integrate e convergenti a disposizione degli Independent Software Vendors (ISV) per l’erogazione di servizi secondo l’utility model».

Resilienza e Integrazione

Bernardo Marzucchi, CTO di Clouditalia afferma che la rete avrà necessariamente un ruolo fondamentale nel percorso di crescita del cloud. In particolare, la sua riflessione è la seguente: «L’era di Internet ha consentito di sviluppare il modello dell’accesso e subito dopo il web 2.0 ha esteso quello della condivisione. Il cloud è la naturale evoluzione di un percorso tecnologico e sociale che si caratterizza in un nuovo modello di business “esperienziale” focalizzato sull’utilizzo delle risorse. La rete del futuro sarà caratterizzata dallo stesso paradigma con cui oggi i più diffusi servizi IaaS sono offerti in modalità pay per use. In maniera del tutto analoga, il cloud sarà una rete virtualizzata il cui controllo migrerà sempre di più verso una logica guidata dalle applicazioni. Il modello SDN apre la strada a questi nuovi scenari, ipotizzando un futuro in cui saranno le stesse applicazioni a fruire di “risorse di rete” come layer astratto.

Il cloud richiede elevati livelli di servizi per condivisione e collaborazione. Se la rete è capillare, allora si sviluppa. Oltre ai paradigmi tipici del cloud, rimane evidente che uno dei nodi da sciogliere è quello dell’accesso su cui sicuramente è atteso il maggior sviluppo. Sebbene il modello del cloud ruoti intorno al concetto di “risorsa”, l’elemento caratterizzante verso il cliente rimane quello del servizio e in particolare la disponibilità di applicazioni che spazieranno in tutti i settori. La rete sarà sempre di più l’elemento che garantirà la fruibilità delle applicazioni SaaS tramite banda larga, elevati standard di sicurezza, capacità adattive nel rispetto della qualità del servizio e soprattutto resilienza».

Per Federico Michele Facca, smart infrastructures area head di CREATE-NET, la qualità del servizio è un tema sempre più importante per il cloud e dichiara che la qualità del servizio (QoS) non dipende solo dalla capacità dei server nel data center, ma anche e soprattutto dalla capacità della rete di supportare il provisioning del servizio. «L’utilizzo di tecniche software-defined networking (SDN) all’interno del data center ha un ruolo fondamentale. In questo ambito, CREATE-NET ricerca, sviluppa e fornisce servizi su tecnologie open source, come OpenStack e OpenDayLight, per fornire un’integrazione, sempre più importante, tra cloud e Rete e per aprire nuovi orizzonti per le applicazioni in cloud. In particolare, stiamo lavorando alla possibilità di controllare la quality of service (QoS) per i singoli utenti dei servizi cloud tramite la combinazione di cloud e SDN. Noi chiamiamo questo approccio Application-defined networking: un’estensione del concetto di programmabilità delle reti, dal livello dell’infrastruttura a quello dell’applicazione, che permette di potenziare l’integrazione tra applicazioni e rete per fornire una migliore QoS agli utenti finali. Tramite queste tecniche, per esempio, è facile controllare la banda in uscita dal data center assegnata agli utenti in base al loro profilo. Utenti “premium” avranno maggiore banda a disposizione, mentre utenti “freemium” avranno una banda limitata a disposizione. Noi crediamo che soluzioni come queste, che non richiedono l’intervento sull’infrastruttura di rete degli operatori, siano il futuro per i servizi in cloud».

Le trasformazioni della rete

L’opinione di Federico Descalzo, responsabile della PU smart networks & products di Italtel è che l’applicazione del paradigma cloud alle reti introduce un modello dinamico con risorse virtuali interconnesse e abilitate. «All’occorrenza, per servire la molteplicità delle applicazioni presenti in funzione delle richieste di traffico, semplificazione, automazione e virtualizzazione sono gli elementi che guideranno le trasformazioni della rete» prosegue il suo pensiero. «In particolare, la virtualizzazione delle funzioni di rete e la loro migrazione a funzioni software, portate sopra infrastrutture IT standard, è già possibile e in prospettiva verrà applicata in tutti i segmenti di rete. Nel framework di virtualizzazione esiste, accanto a un’architettura “central cloud” anche una di tipo distribuito “edge cloud”, dove i dati memorizzati rappresentano una copia mirror di quelli residenti nei centri di core network. Il paradigma del cloud passa da una logica classica su tre pillar (computing, networking e storage) a una a quattro pillar che include anche le computing resources che agiranno da “acceleratori” delle CPU secondo l’occorrenza. L’uso di acceleratori hardware è uno dei trend più innovativi nell’ambito della virtualizzazione delle funzioni di rete. Sono infatti la promessa di rendere realizzabili a costi competitivi, e senza perdere i vantaggi derivanti dalle tecnologie quali NFV e SDN, servizi che in passato richiedevano investimenti continui. Nella vision di Italtel, le architetture cloud applicate alla rete beneficeranno dell’approccio distribuito affiancato al più tradizionale “central cloud”, con una struttura di rete a virtualizzazione completa, in grado di abilitare il ciclo di controllo continuo con SDN e NFV e il tipo di computing più idoneo in funzione del servizio richiesto».

Secondo Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb, occorre avere ben chiari i ruoli che la rete avrà nei diversi scenari. Cloud pubblico, ibrido, privato. «Seeweb ha il proprio focus sui primi due e quindi la rete viene percepita sia da noi, sia dai nostri clienti come una aggregato fortemente eterogeneo che però deve cooperare al meglio. Da un lato il nostro design delle nostre reti, dei nostri sistemi di interconnessione geografica tra i datacenter e gli operatori, dall’altro le infrastrutture di rete del cliente stesso e, non per ultima, l’interconnessione del cliente con il “cloud”, tipicamente attraverso reti degli operatori telco, sempre più spesso la rete pubblica Internet. L’obiettivo di tutti è avere: flessibilità, configurabilità, livello di servizio e integrazioni con i meccanismi di orchestrazione propri del paradigma del cloud computing. Il valore percepito è strettamente collegato proprio a questo aspetto e alla possibilità di “vedere” l’intera filiera di rete con lo stesso modo semplice, flessibile, configurabile e scalabile che i clienti hanno imparato ad apprezzare con le nostre soluzioni di cloud computing IaaS. In realtà, questo è il fenomeno che stiamo osservando sia da parte dei vendor di hardware e software sia da parte delle telco: il paradigma SDN risponde alla perfezione alla sfida, lasciando a ognuno degli attori dell’offerta interessanti spazi di business e consegnando al cliente maggior controllo ed efficientamento delle infrastrutture sempre più spesso realizzate con un mix di risorse interne ed esterne, pubbliche e private, IaaS e SaaS».

Infine Luca Beltramino, managing director di TelecityGroup Italia ci ricorda che mobility e big data raddoppiano di due anni in due anni. E per questo il cloud e la rete sono essenziali. «I data center devono assecondare questo cambiamento puntando su flessibilità, performance, efficienza e sicurezza, risparmio energetico e orientamento all’as-a-Service. I data center commerciali si trasformeranno da hub per la connettività a cloud hub ospitando un ecosistema di servizi multivendor, accessibili per il cliente da un’unica struttura. La chiave di volta sarà gestire tutto questo che viene oggi governato attraverso connettività fisica (linee punto-punto) con sistemi di Sotware-defined networking (SDN), che permetteranno in tempo reale la creazione di link di connettività tra l’operatore di cloud e l’utilizzatore.Inoltre, i data center devono essere facilitatori di interconnessione e scambio di servizi cloud, in tutti i comparti, PMI incluse, con un approccio di Software-defined networking a vantaggio della gestione del data center per cui il provisioning delle risorse (IaaS, PaaS, SaaS) è accelerato attraverso procedure di automazione e governo del portale. All’inizio, il nostro target principale erano telco e Isp, che hanno attirato nei nostri data center neutrali carrier di telecomunicazioni in 12 paesi europei, ASP e soggetti che necessitavano di traffico dati e voce. Con l’avvento del cloud e dell’SDN, saranno sempre più coinvolti system integrator, finance, digital media e internet services».

Una nuova rivoluzione

Il primo meccanismo di virtualizzazione – ovvero di un software in grado di interfacciarsi tra un hardware e macchine virtuali a esso correlate – si può dire sia stato concepito da un software residente su un IBM/360, quasi cinquanta anni fa, nel lontano 1965. Sarà un caso che nel 1965 nacque il primo personal computer della storia, la mitica “perottina” Olivetti, la P101? Sarà anche un caso che sempre nel 1965, grazie al finanziamento ARPA, Larry Roberts e Thomas Marill crearono la prima connessione a pacchetto in rete geografica – e quindi primigenio di Internet – collegando un computer al MIT con un altro a Santa Monica attraverso una linea telefonica dedicata con accoppiatori acustici? Negli ultimi anni, la virtualizzazione ha compiuto passi da gigante in tema di CPU, storage, applicazioni e tutto sta diventando etereo nel cloud, nelle “nuvole”. Metaforicamente parlando, pareva che solo alcuni aquiloni, ben collegati al suolo da robusti cavi controllati da mani esperte, fossero l’unica materia concreta che navigasse tra le “nuvole”, mantenendo rotte non sempre lineari a causa della loro mutevolezza. Questi aquiloni, cioè allegoricamente la rete – grazie alle promesse di nuove tecnologie di virtualizzazione sviluppate su di essa – parrebbe quasi che si stiano atomizzando, diventando sinapsi gassose tra le “nuvole” stesse. Nel 2015, cinquanta anni dopo la genesi della virtualizzazione, del pc, di Internet, assisteremo a una nuova rivoluzione che ci cambierà ancor di più la nostra vita?

I quattro principi di CTERA

CTERA suggerisce alcuni “principi guida” che possono aiutare l’implementazione di storage e servizi dati nell’era del cloud.

Primo

Il cloud è ovunque, anche l’accesso ai dati deve esserlo – Quando si considera il profilo complessivo dell’utilizzo del cloud, esiste ancora un workload significativo affidato ai file server, ai backup endpoint, ai VDI e alle applicazioni di salvataggio che non possono essere gestite in modo appropriato dalle soluzioni sync & share.

Secondo

Scegliere il cloud più adatto – Le soluzioni che vincolano i clienti all’interno di backend di cloud storage fissi limitano per definizione la capacità di controllare e ottimizzare gli investimenti effettuati a favore del cloud. Una vera soluzione cloud di livello enterprise dovrebbe permettere ai clienti di scegliere la giusta infrastruttura, sia essa virtuale o privata, in base a criteri di prestazioni, costo e privacy.

Terzo

Tenersi ben strette le chiavi– Nel caso di dati altamente sensibili, CTERA consiglia di scegliere una soluzione che permetta di controllare la policy del firewall, sia all’interno del proprio datacenter che in un cloud privato virtuale, e di crittografare tutti i dati sensibili memorizzati o in transito.

Quarto

Il cloud storage dovrebbe seguire i principi del cloud – CTERA suggerisce di scegliere la giusta soluzione che fornisca almeno due livelli (tier) di gestione multi-tenant al di sopra degli strumenti di self-provisioning per gli utenti finali.

Tra i clienti CTERA più noti in Italia si segnalano i provider Wind, Fastweb e Telecom Italia.

Per maggiori informazioni è possibile visitare www.ctera.com o seguire @CTERA su Twitter.

 

 

 

 

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Historia memoriae https://www.datamanager.it/2014/07/historia-memoriae/ Mon, 07 Jul 2014 13:21:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57671 La terza puntata della nostra rubrica “Pillole di tecnologia” si occupa della storia delle memorie, elementi fondamentali dei computer, ma anche dei moderni tablet e smartphone Memorie, elementi fondamentali dei computer, ma anche dei moderni tablet e smartphone. Dove contenere i bit, materia prima digitale, è fondamentale. Si dividono in due grandi categorie, quelle centrali o […]

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La terza puntata della nostra rubrica “Pillole di tecnologia” si occupa della storia delle memorie, elementi fondamentali dei computer, ma anche dei moderni tablet e smartphone

Memorie, elementi fondamentali dei computer, ma anche dei moderni tablet e smartphone. Dove contenere i bit, materia prima digitale, è fondamentale. Si dividono in due grandi categorie, quelle centrali o primarie – utilizzate direttamente dai processori per le attività di elaborazione, i cui dati sono per la maggior parte “volatili”, ovvero rimangono attivi solo fino a quando il dispositivo è alimentato – e le secondarie o di massa, dove invece i dati vengono mantenuti in modo permanente, indipendentemente dallo stato in essere dell’apparato.

Qual è la loro storia e quale il futuro? Proviamo a vederlo in modo molto sintetico

All’inizio dei tempi, anni trenta e quaranta del secolo scorso, quelle primarie erano costituite da due cristalli piezoelettrici di quarzo all’estremità di cilindri di acqua o mercurio. In pratica un impulso, giunto ad uno dei cristalli, si trasformava in energia meccanica che veniva trasmessa al secondo cristallo, che la riconvertiva in elettrico. Si creava così un “ritardo” dove si immagazzinava l’informazione elementare. Dopo, e siamo nel 1950 e subito dopo, furono utilizzate tecnologie diverse: dalle valvole elettroniche, ai tamburi magnetici, alle memorie a nucleo magnetico. Ad esempio in quest’ultimo caso, usatissime nei computer degli anni sessanta, degli anelli di ferrite erano percorsi da quattro fili (più tardi tre) che permettevano la memorizzazione di un singolo stato digitale, uno o zero, accessibile ad un ciclo di clock. Impilando più anelli si potevano creare griglie di memoria.

Il primo computer che si può definire “di largo consumo”, perché prodotto in ben cinquanta mila esemplari al costo non proprio alla porta di tutti di 18 mila dollari e costruito a partire da fine anni cinquanta, poteva vantare una memoria centrale di 4KB (pensate che solo questo articolo in formato rtf ne pretende venti volte di più!). Un prima rivoluzione nelle memorie di massa nacque con la creazione dei nastri magnetici, utilizzati inizialmente per le applicazioni audio. Poi ricordiamo i floppy disk, ovvero dischetti magnetici flessibili usatissimi nei primi anni di avvio dei personal computer, che arrivarono a capacità di 1,44 di MB. Rammentiamo i CD ROM e i DVD, ovvero dischi cosiddetti ottici, dove la memorizzazione dei dati avviene attraverso un laser che “incide” il disco. Focalizziamoci poi sugli Hard Disk, ovvero i dischi rigidi, ancor oggi dispositivi principi di questo tipo di memoria, in grado di contenere centinaia, se non migliaia, miliardi di bytes. Tale dispositivo è formato da parecchi dischi che girano vorticosamente ad alta velocità e la lettura e la scrittura dei dati viene effettuata attraverso una testina magnetica. La nuova tecnologia dell’Hard Disk nacque quasi sessant’anni fa, nel 1955, quando si progettò una testina di lettura elettromagnetica sospesa su un piatto di alluminio rotante ad alta velocità, in grado di leggere le informazioni che scorrevano rapidamente sotto di essa. Il primo hard disk prodotto fu lanciato da IBM il 13 settembre 1956 e si chiamava 305 RAMAC. La sua capacità di immagazzinamento era di 5 MB (più o meno oggi la grandezza di un file mp3!), grazie alla sua conformazione in 50 dischi, ognuno di 24 pollici di diametro. Pochi anni dopo, e siamo nel 1962, sempre IBM annunciò un ulteriore step tecnologico, con il 1301 Advanced Disk File, dove si migliorarono notevolmente densità di registrazione, capacità di memorizzazione e tempi di accesso alle singole unità di registrazione.

Dieci anni dopo circa, e siamo nel 1973, sempre IBM lanciò il modello 3340, considerato il vero progenitore dei dischi moderni che utilizziamo oggi e costituito da due dischi separati di 30MBytes ciascuno , uno permanente e uno rimovibile. Per questo motivo veniva anche soprannominato 30-30, che combinazione era anche il nome di un famoso fucile, il Winchester 30-30, e quindi curiosamente da allora quel tipo di hard disk venne anche chiamato Winchester. Ogni tanto, le testine. per vari motivi, ad esempio bastavano piccole impurità quali un capello, “atterravano” sul disco rovinando le tracce magnetiche. In gergo si diceva che in questi casi le testine “aravano” il disco. Per questi motivi i dischi venivano posti in luoghi chiusi e aerati in modo da limitare le impurità. Mi rammento, all’inizio degli anni ottanta, uno di questi luoghi in un Data Center di una grande fabbrica e soprattutto mi ricordo di un abile tecnico di manutenzione a cui bastava aprire la porta di quella stanza dedicata alle memorie di massa perché, con il semplice udito, capisse quale fosse l’unità, della vasta serie di dischi, le cui testine erano “arate”.

A partire dagli anni novanta è iniziato un percorso che ha visto gli Hard Disk sempre più piccoli, sempre più capaci e meno cari; parliamo di vari ordini di grandezza che permettono all’Hard Disk superare, come rapporto costo/prestazioni, quanto è successo nel campo dei processori o degli apparati di telecomunicazioni. L’elettronica di controllo, poi, ha avuto un ruolo fondamentale in tale evoluzione, garantendo allo stesso tempo aumento di prestazioni e di affidabilità. Miglioramenti in questi campi furono ancor più possibili quando venne realizzata una tecnologia che consentiva di effettuare operazioni parallele tra diversi dischi: il RAID, acronimo di Redundant Array of Independent Disks.

E il futuro dove ci porta?

Più generiamo dati, più abbiamo bisogno di crearne di altri e soprattutto di elaborarli. Si parla molto di “big data” e basti pensare che oggi produciamo una mole di dati in un giorno tanti quanti in un intero anno degli anni ottanta del secolo scorso per comprendere quanto potrebbe essere, nei prossimi decenni, l’ulteriore ritmo di crescita in merito. Le attuali tecnologie non sembrano poter reggere a questa impressionante cadenza, in particolare in termini di aumento di densità e di ulteriore riduzione di costo per bit a causa delle limitazione fisiche che contengono la miniaturizzazione della registrazione magnetica. Per questo motivo si stanno immaginando scenari futuristici quali le “memorie olografiche”. Si tratta di memorie in cui le informazioni possono essere memorizzate simultaneamente grazie a meccanismi di interferenza ottica, che si ottengono attraverso l’incrocio di due raggi laser coerenti all’interno di materiale fotosensibilii. In pratica possiamo dire che dalla memoria a due dimensioni, di tipo superficiale, potremmo passare a una memoria 3D, volumetrica, abbattendo un’altra barriera sulla potenzialità in termini di capacità.

E’ opportuno che, concludendo questo rapido excursus sulle memorie di massa, citi anche un fenomeno importante e diffuso di questi ultimi anni, ovvero le chiavette USB, anch’esse dispositivi di archiviazione. Le loro prestazioni odierne sono molto più elevate rispetto a una decina di anni fa, sia in termini di velocità di lettura e di scrittura, che di maggiori spazi di archiviazione, con costi per bit sempre decrescenti. Pensate che fino ad alcuni anni fa una chiavetta da un GB, considerata per quei tempi all’apice come capienza, costava intorno ai centocinquanta dollari, mentre oggi la tecnologia può offrire pen drive da un TB con incredibili velocità di lettura allo stesso prezzo di allora, mentre quelle da un GB sono praticamente scomparse e quelle da otto GB costano pochi euro.

Con l’avvento dei pc portatili, e ancor più con i tablet e gli smarthone, oltre alla potenza e capacità un altro fattore è risultato sempre più importante: i tempi di autonomia delle batterie. Quindi ridurre il consumo di energia degli elementi del nostro dispositivo, quindi anche delle memorie, risulterà sempre più importante. Mi piace allora citare un recente esperimento condotto in Italia, precisamente nel centro di ricerca Elettra Sincrotrone Trieste di Area Science Park; dove si è verificata la possibilità di utilizzare in un prossimo futuro memorie digitali con consumi di energia fino a mille volte inferiori a quelli attuali. L’esperimento, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “Natura Communications”, è stato condotto attraverso la reazione di due strati sovrapposti di materiali differenti (ferro e ossido di bario/titanio) in cui la novità consiste nell’utilizzo di un campo elettrico per l’operazione di magnetizzazione e quindi di memorizzazione.

Leon Chua, professore dell’Università di Berkeley in California, predisse teoricamente nel lontano 1971 la comparsa di un ulteriore elemento che completasse la triade fondamentale nei circuiti elettrici composta da induttore, resistore e condensatore. Chiamò questo elemento, allora esoterico perché frutto di calcoli matematici, “memristore” quale unione delle parole memoria e resistore. Parrebbe oggi che questa idea geniale possa avere conforto pratico, e ciò ci arriva dai laboratori HP a seguito di un articolo pubblicato su “Nature” dove affermano di avere indirizzato una tecnica per costruire dispositivi in grado di riprodurre il comportamento reale di un memristore.. Questa scoperta, se potrà essere sfruttata industrialmente, dovrebbe portare ad una nuova rivoluzione nel campo dell’elettronica e nell’informatica. In particolare il memristore avrebbe la capacità di mantenere l’informazione anche se disattivato, e quindi anche senza alcun tipo di alimentazione. Per la sua creazione serviranno gli sviluppi che si stanno facendo nel campo delle nanotecnologie. Combinando questa tecnologia futuristica con altre recenti, i tecnici di HP dicono che si potrebbe stravolgere in modo rivoluzionario tutto il mercato delle memorie: dalla DRAM a quelle magnetiche a stato solido permettendo di aumentare fino a sei volte le attuali capacità di immagazzinamento dei bit per pollice quadrato, senza alcuna penalizzazione in termini prestazionali.

Memorie utilizzabili direttamente dai processori che mantengono le loro informazioni dinamiche anche senza alimentazione, ovvero niente più perdite di dati e necessità di lunghi bootstrap. Memorie ad altissima capacità in pochi millimetri quadri. Quasi nessun consumo energetico. Secondo le voci il primo prototipo di sistema con questa tecnologia, che è stato soprannominato “The Machine”, dovrebbe essere sviluppato dagli ingegneri HP per il 2018. Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza, come disse un grande Poeta. Per quanto mi concerne, anche dopo più di trent’anni di mestiere in campo ICT, continuo a sorprendermi ed entusiasmarmi per questo cammino umano, incredibile per forma e sostanza. Stupore e passione che rimangono inalterate anche se penso che questo articolo lo avrei potuto scrivere senza problemi con il mio ZX Spectrum del 1983 a 48KB, esattamente come ho fatto oggi con un Quadcore da 4GB. Così come sono consapevole di avere in cantina una quantità incredibile di floppy disk e di cassette magnetiche che giammai scaricherò più.

Meditiamo, Gente…meditiamo… 

 Vedi le altre puntate di “Pillole di tecnologia”

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Software defined networking. Anche la rete si fa virtuale https://www.datamanager.it/rivista/software-defined-networking-anche-la-rete-si-fa-virtuale-56329.html Mon, 19 May 2014 12:46:26 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/software-defined-networking-anche-la-rete-si-fa-virtuale/ Nodi di rete programmabili attraverso l’uso di interfacce di controllo e l’idea di creare delle partizioni virtuali dell’infrastruttura di rete fisica. Quale sarà l’ecosistema delle reti di prossima generazione? E quali saranno le sfide e le opportunità per il futuro?   Tra le tecnologie su cui si spende ultimamente “più inchiostro”, possiamo certamente inserire i […]

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Nodi di rete programmabili attraverso l’uso di interfacce di controllo e l’idea di creare delle partizioni virtuali dell’infrastruttura di rete fisica. Quale sarà l’ecosistema delle reti di prossima generazione? E quali saranno le sfide e le opportunità per il futuro?

 

Software defined networking Anche la rete si fa virtualeTra le tecnologie su cui si spende ultimamente “più inchiostro”, possiamo certamente inserire i nuovi modelli di quella che viene chiamata software defined network e che promettono di rendere tanto flessibile la rete, quanto lo sono le applicazioni nell’ormai noto mondo del cloud. Così tanto che le applicazioni potranno essere scritte in modo da definire flussi di traffico e prendere decisioni, altrimenti non possibili, sulle logiche di trattamento di tutto ciò che transita dalla rete. Una rete flessibile è – in poche parole – una piccola rivoluzione che potrebbe cambiare il modo di vedere l’ICT, rigidamente differenziato tra rete e servizi.

Ma quali sono le ragioni principali per investire nei modelli di software defined network? E quali sono le ragioni che frenano l’adozione di questi modelli? Abbiamo girato le domande ad alcuni operatori del mercato, per capire l’impatto dell’innovazione tecnologica legata al potenziale sviluppo del paradigma SDN.

 

l ruolo della Rete

Secondo Alberto Degradi, infrastructure architecture leader Borderless Network e Data Center di Cisco Italia (www.cisco.com/it), la rete ha un ruolo centrale e di abilitatore, e si avvicina sempre di più al mondo dell’IT e delle applicazioni. «Avvicinarsi al mondo delle applicazioni – dice Degradi – significa fornire alle applicazioni stesse la capacità di lavorare meglio in un ambiente iper-connesso, in modo più sicuro e ottenendo dalla rete quello che serve nel momento in cui serve, in termini di qualità, di sicurezza e di velocità. E questi sono i principali vantaggi delle reti programmabili e definite dal software, con un approccio evolutivo alla progettazione delle reti, dove il controllo dei flussi di traffico può avvenire tramite funzioni software accessibili da Application Programming Interfaces (APIs), rendendo il linguaggio delle reti più simile al linguaggio delle applicazioni e rendendo le reti stesse più flessibili, semplificando la complessità operativa. Per il nostro Paese, si tratta di abbracciare il futuro, nonostante le difficoltà e la relativa arretratezza tecnologica e infrastrutturale che ancora ci affligge».

Tutto definito dal software

Per George Teixeira, chief executive officer & presidente di DataCore Software (www.datacore.com), il cloud computing e la strategia di virtualizzare qualunque cosa hanno portato a una vera e propria rivoluzione. «I data center virtuali e i nuovi modelli di erogazione dei servizi cloud hanno cambiato le aspettative aziendali relative ai livelli di servizio e ai sistemi per aumentare la produttività e le infrastrutture si sono evolute, mettendoci a disposizione risorse in misura maggiore, ma gran parte dei miglioramenti è legata ai progressi della virtualizzazione a livello software. Questa evoluzione ci ha portato a tecnologie definite dal software di ogni tipo». La rivoluzione della tecnologia definita dal software e gli argomenti che oggi tengono banco nell’IT sono il networking definito dal software (SDN), lo storage definito dal software (SDS) e i data center definiti dal software (SDDC). E tutti fanno parte di una tendenza più generale che il settore definisce come “tutto definito dal software”. L’idea è che separando l’intelligenza dal computer, l’hardware possa diventare più economico (aumentando il potere di acquisto) e intercambiabile (evitando di rimanere legati a doppio filo a specifici fornitori), e che il software possa diventare più ricco di funzionalità e più flessibile. Anche i data center possono essere definiti dal software e in tal caso promettono di migliorare le prestazioni e di abbassare drasticamente i costi. La prima ondata di miglioramenti si è basata sulla rivoluzione innescata dalla virtualizzazione. «Oggi, viviamo già in un mondo di server virtuali» – dice Teixeira. «Il prossimo passo è ovvio: faremo con storage e networking ciò che è già stato fatto a livello di server». «Fino a qualche tempo fa a definire l’architettura erano le scelte hardware» – ricorda Teixeira. «Grazie all’informatica definita dal software, di cui VMware o Hyper-V sono i due esempi più noti, oggi è possibile implementare macchine virtuali invece di avere sistemi di vari vendor. DataCore si è dedicata alla realizzazione di una vera soluzione di storage definito dal software, avendo capito che “definito dal software” sarebbe stata una strada inevitabile. Aziende leader come Cisco e VMware hanno già realizzato acquisizioni di importanti aziende impegnate nel networking definito dal software (SDN)». Secondo IDC, il mercato SDN crescerà di mille volte nel giro di tre anni passando dai 360 milioni di dollari nel 2013 a 3,6 miliardi di dollari. Da questo si deduce che le architetture di rete stanno rapidamente evolvendo verso una realtà SDN, che finirà per cambiare il modo in cui pensiamo a una rete.

La chiave della mobilità sicura

Il pensiero di Ivan Renesto, enterprise field marketing manager di Dell Italia (www.dell.it) è che la SDN sia la chiave per abilitare ambienti di cloud privato flessibili, ovvero un accesso sicuro a dispositivi mobili e al cosiddetto bring your own device (BYOD), consentendo alle aziende di ottenere livelli di agilità e automatismo senza precedenti. «Dell suggerisce un approccio progressivo alle tecnologie SDN, fornendo un framework modulare in grado di far convivere architetture ibride, che abilitano reti configurate in maniera tradizionale a fornire funzionalità SDN in maniera graduale, sino alla singola porta. La Virtual Network Architecture (VNA) è il framework olistico di Dell che accompagna le aziende attraverso un percorso evolutivo, che creerà le fondamenta per iniziare a beneficiare del SDN, ponendo la rete al servizio delle applicazioni e dei workload».

Agilità e semplicità

Yari Franzini, storage and networking country manager Hewlett-Packard Italia (www.hp.com/it), crede che la SDN rappresenti una delle più importanti innovazioni in ambito networking, nata per rispondere a una crescente esigenza di semplificazione e flessibilità dettata dall’evoluzione del mercato ICT. «Trend quali mobility, servizi cloud e IT-as-a-Service hanno messo in luce l’incapacità della tradizionale architettura di rete a rispondere rapidamente alle mutevoli condizioni del business e in questo contesto, il paradigma SDN può essere considerato un differenziante competitivo capace di far evolvere l’approccio IT, dove il focus passa dall’hardware allo sviluppo di servizi e applicazioni, offrendo alla rete l’agilità e la semplicità necessarie per adattarsi alle nuove e dinamiche esigenze di business. Rappresenta, inoltre, un semplificatore su cui clienti e vendor dovrebbero scommettere, in quanto abilita, ad esempio, il controllo centralizzato in un ambiente multi-vendor, nonché l’orchestrazione e l’automazione ancora più semplici, affidabili e sicuri, indispensabili per creare rapidamente servizi on demand».

Discontinuità positiva

«L’architettura SDN sta al networking come la virtualizzazione e il cloud stanno all’IT» – spiega subito Sergio Gianotti, sales and marketing director enterprise business group di Huawei Italia (www.huawei.com/it). SDN e virtualizzazione modificheranno il modo di pensare e progettare le reti e i data center. «La virtualizzazione ha portato nell’IT una discontinuità epocale nel modo di organizzare il data center e le applicazioni» – afferma Gianotti. «Questa trasformazione si estende alla rete grazie al SDN. Le ragioni per investire nelle tecnologie SDN sono quindi molteplici. Gli operatori del settore (carrier o systems integrator) non possono prescindere dall’investire in questi nuovi modelli, in primo luogo per le loro potenzialità. Il mercato del SDN infatti è quello a più alto tasso di crescita e si prevede che nel 2018 avrà un impatto di mercato superiore ai 25 miliardi di dollari per anno». L’approccio SDN sarà strategico anche perché rivoluzionerà definitivamente i modelli di rete e applicativi del futuro. «La mobilità e il BYOD uniti alla crescente diffusione di dispositivi e oggetti connessi in rete che dialogano soprattutto tra loro, impongono l’adozione di nuovi modelli progettuali e implementativi. Le reti SDN sono nativamente pronte ad adattarsi a questa trasformazione. Gli operatori saranno al centro della nuova trasformazione, ma il mercato enterprise ne sarà il maggiore beneficiario. Huawei in questo è all’avanguardia. Infatti, i nostri prodotti, come ad esempio il nuovo Core Switch S12700, nascono con funzionalità native SDN in grado di virtualizzare l’intera infrastruttura di rete sia Wired che Wireless».

La promessa delle Reti SDN

Federico Descalzo, head of Smart Networks & Products di Italtel (www.italtel.com), ricorda che le SDN consentono la riconfigurazione dinamica del livello di rete che trasporta i pacchetti di informazione, in maniera tale da ottimizzare l’uso delle risorse e gestire in modo ottimale la qualità del trasporto dei flussi di traffico. «La promessa delle SDN, in sostanza, è quella di superare la necessità di ingegnerizzare e pre-configurare in modo “quasi-statico” le reti di trasporto, rendendole asservite alle applicazioni e ai contenuti che devono veicolare. Il tutto in un contesto gestito in modo automatizzato dal network provider. Con le SDN sarà possibile ottenere reti programmabili, scalabili e più “agili”, migliorando il time-to-market e riducendo i costi operativi». Le SDN, pertanto, trovano utilizzo in qualsiasi ambito delle applicazioni e comunicazioni IT. Vi sono già ora svariati esempi del loro impiego, in contesti anche di dimensioni significative: tra i soggetti OTT (Over The Top) spicca il caso di Google, ma pure molti altri guardano a questa tecnologia con grande interesse. «Italtel è in grado di applicare i concetti e le tecnologie SDN, declinandoli sia nel quadro di servizi e applicazioni tipici degli Operatori fissi e mobili (NGN e IMS) sia in relazione ai servizi di comunicazione basati su tecnologie OTT come, ad esempio, WebRTC».

Trend trasversale

Per Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat Italia (www.redhat.it), quello di “software defined” è un trend che sta coinvolgendo in modo trasversale tutti i settori: dalla sicurezza allo storage fino alla rete. «Non esiste virtualmente area dell’IT in cui non ci si possa aspettare che architetture e prodotti non vengano presentati sotto questo nuovo paradigma dell’IT e le nuove reti SDN si prefiggono di dare una risposta concreta alla crescente esigenza di flessibilità e scalabilità attraverso una vera rivoluzione che vede al centro di tutto l’applicazione e non più la sola infrastruttura. Il principale vantaggio è “svincolarsi” dai dispositivi hardware proprietari per una soluzione software “aperta” a costi nettamente inferiori. Per quanto riguarda gli SDN, ulteriori vantaggi sono la virtualizzazione della rete, la disponibilità di API e la possibilità di vedere la rete come un’entità unica».

Il valore della logica SDN

Francesco de Alexandris, sales support manager di R1 (www.r1spa.it), ritiene che sia indubbio che tutte le tecniche legate al “consolidamento”, e quindi alla “virtualizzazione”, nell’ambito delle componenti server e storage, stiano facendo mutare notevolmente le infrastrutture in termini di flessibilità, disponibilità, affidabilità e, non ultima, l’ottimizzazione delle risorse con relativa razionalizzazione dei costi. «Tale logica, applicata alla componente network, prescindendo dall’attuale stato dell’arte (tecnologia matura o no?) comporterebbe simili valori, legati principalmente a benefici di estrema facilità e velocità di cambio delle caratteristiche di tutte le aree del network, con conseguente incremento dell’efficienza operativa e, quindi, minori spese relative, singolo punto di controllo centralizzato e, non ultimo, il notevole miglioramento della gestione delle VLAN, del QoS, del Traffic Shaping e di tutti i parametri relativi».  

Per Stefano Bossi, direttore generale di VEM sistemi (www.vem.com), ci troviamo di fronte a una delle più grandi trasformazioni dell’IT nel disegno e nella concezione dell’infrastruttura dati. «La networked economy lascia spazio alla application economy: un baricentro spostato sotto la spinta del cloud che ha la sua naturale evoluzione nelle reti programmabili e capaci di dialogare con le applicazioni, e che hanno raggiunto un ulteriore livello di sviluppo, ancora di più in grado di adeguarsi in modo dinamico alle applicazioni, anche sulla base del traffico che in quel momento devono gestire in vista delle necessità di business. Inevitabilmente si sta configurando quello che possiamo definire come un “Next generation IT” più agile e dinamico e in grado di supportare i processi di business a tutti gli effetti». Per Stefano Bossi, investire nell’SDN significa «diventare aziende più dinamiche e proattive nell’utilizzo delle applicazioni, pronte per un futuro in cui applicazioni e dati saranno ovunque intorno a noi, pensiamo al mondo gestionale, alle applicazioni di condivisione e collaborative, all’analisi dei dati, dal big data all’IoT/IoE».

SDN transformation

Dopo aver capito i punti di forza per investire in reti SDN, cerchiamo di capire quali possono essere le ragioni che – invece –  frenano l’adozione di questi modelli.

Alberto Degradi di Cisco Italia crede che sarà la sicurezza a essere uno dei principali elementi in grado di ostacolare l’adozione di questo modello. «Stanno emergendo ed emergeranno nuove vulnerabilità e ne conseguirà la necessità di approcci alla sicurezza più sofisticati. Inoltre, queste nuove connessioni generano un flusso di dati in movimento che deve essere protetto in tempo reale in modo che possa essere fatta una valutazione approfondita delle azioni intraprese sulla rete e prima che si verifichino danni irreparabili. Proprio per questo, la sicurezza sarà un aspetto fondamentale per il quale ci aspettiamo importanti investimenti proprio perché più la rete diventa pervasiva, e diventa parte dei processi delle aziende, più deve essere resa sicura. Per i vendor sarà essenziale garantire la scalabilità e la interoperabilità delle proprie soluzioni che, per convincere, devono essere in grado di indirizzare device di tutte le tipologie e i produttori. In Italia, l’adozione di questo modello sarà ulteriormente rallentata dalla mancanza di una vera broadband».

Per George Teixeira di DataCore Software si tratta di un atteggiamento mentale: «Si pensa sempre all’hardware e ai sistemi più che a un’architettura abbastanza flessibile da rispondere alle future esigenze». Questi cambiamenti non sono solo tecnologici, ma anche organizzativi. «Le tecnologie SDDC possono chiaramente ottimizzare data center, cloud e le intere infrastrutture IT, ma per farlo la tecnologia non basta: ci vogliono anche un’architettura, apertura mentale e una riorganizzazione operativa».

Approccio rivoluzionario

Per Ivan Renesto di Dell Italia, l’SDN è una tecnologia che ancora deve maturare: «Un approccio rivoluzionario rappresenta sicuramente un motivo di preoccupazione per aziende la cui rete costituisce il cuore dell’infrastruttura che eroga il proprio business». Un’adozione progressiva, con dispositivi SDN-enabled, può essere invece un acceleratore. «In reti completamente definite dal software, il ruolo del network administrator subirà necessariamente un cambiamento, avvicinandosi maggiormente alla gestione dei workload e quindi ad altri ruoli IT. La resistenza umana a un cambiamento richiesto dal business potrebbe rappresentare un ulteriore blocco all’implementazione di software defined network».

Anche per Yari Franzini di Hewlett-Packard Italia, l’adozione di SDN sul mercato al momento non è ancora matura, nonostante questa tecnologia rappresenti un tema chiave nel contesto attuale e stia destando grande interesse presso i maggiori vendor IT. «La complessità di gestione della rete resta sempre la sua programmazione, ovunque essa si trovi. La variabile del controllo centralizzato semplifica l’infrastruttura ma contestualmente complica l’aspetto del software e delle applicazioni che programmano la rete. L’innovazione legata a questo nuovo modello che si allontana molto da quello classico determina perciò la presenza di nuovi player che si affacciano a questa tecnologia, come ad esempio vendor che vantano una profonda esperienza in ambito software e virtualizzazione. La trasformazione del networking da infrastruttura statica a componente attiva e dinamica è sicuramente iniziata e l’adozione di questo standard permetterà di ottimizzare le performance e di abbattere i costi».

Conoscere per innovare?

Se si pensa ad applicazioni industriali in larga scala, l’SDN è ancora una tecnologia emergente» – dichiara Federico Descalzo di Italtel. «La mancanza di standardizzazione – sia per gli aspetti architetturali sia di interfaccia verso le applicazioni e tra diverse reti SDN – limita l’interoperabilità e costituisce un freno al loro sviluppo, costringendo gli sviluppatori di applicazioni a studiare e implementare diversi “flavour” di protocolli e procedure. In questo contesto, gli OTT e gli operatori che vogliano sfruttare le Software Defined Network dovranno scegliere come partner un vendor che li supporti nell’evoluzione tecnologica. Italtel è attiva su molte iniziative con i principali soggetti in grado di realizzare reti SDN significative e propone lo sviluppo di “Proof of Concept” in grado di mostrare in modo concreto i vantaggi di business derivanti dall’impiego delle SDN, anche in congiunzione con l’architettura NFV, che vede le funzioni applicative di rete trasferirsi da macchine con HW proprietario ai data center».

L’adozione di questi nuovi modelli trova una notevole resistenza da parte delle principali aziende fornitrici di dispositivi hardware per la gestione delle reti e per Gianni Anguilletti di Red Hat Italia è «la scarsa conoscenza» a frenarne l’adozione.

Il rovescio della medaglia

Secondo Francesco de Alexandris di R1, «oltre alla forte resistenza degli attuali network administrator che hanno studiato, si sono certificati e sono abituati a “parlare” con gli apparati di rete a livello bit&byte», le ragioni che frenano l’adozione di questi modelli sono: «L’applicabilità, che è limitata a cloud provider o Multi-Tenant Data Center, dove è richiesta la modalità di IaaS. Il livello di sicurezza in termini di alta affidabilità del controller, del management degli accessi (policy, controllo, audit di chi opera), del livello di sicurezza del media tra nodo e controller. L’integrazione con livelli di sicurezza alti come IDS, IPS, ATP e più in generale come tutti quei sistemi di gestione delle informazioni e degli eventi di sicurezza». E forse dovremo arrivare a discutere di “virtual security”.

Stefano Bossi di VEM sistemi riflette sul fatto che i freni sono quelli che accompagnano tradizionalmente i cambi di paradigma di questa portata. Si tratta di un freno culturale dettato «dalla diffidenza e dal sospetto verso il nuovo, anche perché è una tecnologia ancora senza referenze. Serve per questo un’imponente opera di evangelizzazione soprattutto verso i più alti livelli aziendali. E qui spetta soprattutto “ai grandi”, alle aziende di application trasformation, agli integratori far comprendere i benefici dell’SDN e ai manager fare il salto» – afferma Stefano Bossi. «Le reti SDN devono avere capacità applicativa real time, essere intelligenti, agili, in grado di automatizzare quanto più possibile le attività standard, equilibrare la banda dove necessario per il business, ma semplici, sicure e scalabili. Il maggiore utilizzo del software è in grado di ridurre il TCO, ma non devono rimanere solo promesse: una difficoltà, che può anche diventare un freno».

Conclusioni

Come abbiamo visto, SDN è l’acronimo di software defined network. Ma sapete che è anche il codice ISO che individua la lingua gallurese, antico idioma sardo di origine romanza? Non solo, è anche un codice che individua un preciso aeroporto norvegese. Cosa c’entra tutto ciò? Vi chiederete. Apparentemente e razionalmente nulla, ma mi incuriosisce pensare che una potenziale rivoluzione come quella che abbiamo descritto – e che potrebbe rendere “liquida” anche ciò che fino a oggi si poneva nelle nostra mente come “più hardware di così non si può” come l’infrastruttura di rete – possa avere attinenze con una nobile lingua antica, sinonimo di “tradizione”, e con un aeroporto, che nella mia fantasia oltre che di modernità sa anche tanto di “cambiamento”. Sarà un caso? Chissà! Meditiamo gente, meditiamo…

Sfide e opportunità per le reti del futuro

Elio Salvadori, research director di CREATE-NET (www.create-net.org), interrogato su quali possano essere i driver principali per favorire l’introduzione massiva della tecnologia SDN e quali i fattori di possibile successo, ci dice che «la capacità di semplificare l’introduzione di nuovi servizi di rete e la customizzazione degli stessi, resa possibile dalla programmabilità degli apparati, saranno fattori chiave affinché le tecnologie SDN si impongano rispetto alle architetture di rete tradizionali. Una delle conseguenze di uno scenario in cui l’apparato fisico diventa meno “importante” rispetto all’intelligenza che lo controlla remotamente è la possibilità di aumentare la competizione tra i fornitori di apparati a beneficio dei clienti. A tale scopo, la disponibilità di apparati compatibili con il protocollo OpenFlow è sicuramente uno dei driver principali per un’ampia adozione di tecnologie SDN in diversi scenari applicativi, nonostante numerosi vendor stiano proponendo soluzioni SDN tipicamente basate su protocolli di gestione degli apparati proprietari. Un fattore importante di successo per SDN sarà dato dalla possibilità di esporre delle interfacce API in grado di semplificare l’interazione tra servizi di rete e la rete medesima. La programmabilità della rete permetterà lo sviluppo rapido di applicazioni, disponibili tramite un marketplace simile ad Android Play o App Store, in grado di gestire e configurare la rete in maniera più intelligente e personalizzata rispetto a quanto è possibile fare ora. Una delle sfide principali fa riferimento all’impatto di questa tecnologia sul personale tecnico che si occupa di gestione della rete, che dovrà dimostrare dimestichezza con gli aspetti di programmazione della stessa. Un’altra sfida importante è quella relativa ai controller della rete SDN: non è ancora del tutto chiaro se un approccio basato su software open-source possa essere vincente in prospettiva futura». 

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Historia Internet https://www.datamanager.it/news/historia-internet-56058.html Tue, 06 May 2014 14:32:38 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/historia-internet/ Pochi giorni fa è caduto il ventunesimo anniversario della tecnologia che possiamo dire ha reso Internet veramente rivoluzionaria, parlo del World Wide Web basato su html e ideato da Tim Berners-Lee che il 30 aprile 1993 il CERN, dove lavorava, decise di rendere completamente pubblico. Il WWW nasce da un’idea che Tim ebbe molto prima, […]

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Pochi giorni fa è caduto il ventunesimo anniversario della tecnologia che possiamo dire ha reso Internet veramente rivoluzionaria, parlo del World Wide Web basato su html e ideato da Tim Berners-Lee che il 30 aprile 1993 il CERN, dove lavorava, decise di rendere completamente pubblico. Il WWW nasce da un’idea che Tim ebbe molto prima, nel 1980, quando cominciò a lavorare su uno strumento che potesse permettere un accesso semplice alle informazioni, che chiamò Enquire e che lui stesso nel 1999 definì in questo modo: «quando cominciai a trafficare con il programma che avrebbe poi fatto nascere l’idea del World Wide Web, lo chiamai Enquire, da Enquire Within upon Everything, “entrate pure per avere informazioni su ogni argomento”». Senza togliere alcun merito alla genialità e innovazione di Tim a cui va tutta la mia immensa stima, è storicamente corretto ricordare che probabilmente trasse suggestioni da altri “visionari”, ad esempio dal grande scienziato statunitense Vannevar Bush che addirittura nel 1945 pubblicò sul periodico The Atlantic Monthly un particolare articolo dal titolo profetico As We May Think (ovvero tradotto: Come potremmo pensare), nel quale immagina un dispositivo, che chiama Memex (dalla contrazione di Memory Expansion), capace di permettere la raccolta e l’organizzazione di molteplici testi, attraverso una rete di percorsi che le possono collegare. In poche parole era il vaticinio degli “ipertesti” alla base del prodotto di Tim e di Internet come la conosciamo.

Ho voluto iniziare questo breve articolo che sintetizza la storia di internet dal WWW, perché penso che sia proprio da qui che nasce l’innovazione sociale della rete, ovvero la potenzialità di farla uscire dal “sancta santorum” degli scienziati e studiosi e renderla alla portata di tutti. Ma senza una tecnologia di rete alle spalle non avrebbe avuto fondamenta e quindi faccio un passo indietro, alla fine degli anni cinquanta in piena “guerra fredda”. Eh, già, come tante innovazioni scientifiche del nostro tempo anche la rete alla base di Internet è nata dai militari, o meglio dalle loro capacità d’investimento che riescono a muovere in tempi di guerre più o meno calde o fredde. E fu così che nel 1958 il governo degli Stati Uniti aprì – con la collaborazione di importanti università – un particolare progetto, chiamato ARPA (acronimo di Advanced Research Projects Agency) con il compito di trovare le migliori soluzioni per mantenere attiva una rete di telecomunicazioni anche in presenza di attacco nucleare. Viene allora annunciata nel 1967 ARPANET, vero capostipite di Internet, ovvero la prima rete basata su “commutazione a pacchetto”, dove le informazioni sono per l’appunto divise in tanti pacchetti che possono anche essere inviati separatamente, per poi arrivare alla destinazione ed essere ricomposti. In questo modo i pacchetti possono seguire percorsi differenti in una rete “magliata”, quindi superare criticità dovute a distruzioni di punti di interconnessione. Nel 1969 ARPANET permette il primo collegamento magliato tra quattro università americane. E’ divertente sapere che tutto ciò nasce come una rete tra computer per i computer, però con stupore i “finanziatori” scoprono che questi primi ricercatori la utilizzano soprattutto per scambiarsi messaggi tra loro. Ma perché mai non usano il telefono? Si domandano. In tutto ciò si può capire che il “germe” di quello che conosciamo oggi era già insito in quei primi esperimenti. Ci vogliono una decina di anni, dal 1972, da quando si avvia l’InterNetworking Working Group (in cui un certo Ray Tomlinson propone di utilizzare il magico segno @ per separare il nome dell’utente a quello del sistema), al 1982, a quando si definisce pienamente il protocollo alla base della rete – ovvero il TCP/IP – perché la parola Internet prenda sostanza ed entri effettivamente nei vocabolari. Gli anni ottanta sono frenetici anche dal punto di vista informatico: ai voluminosi, costosi, statici mainframe si affiancano i minicomputer e soprattutto i PC. Nascono nuovi bisogni di comunicazione, in cui il TCP/IP si adatta perfettamente, prima nelle LAN e poi nelle reti geografiche. Nel 1984 Internet raggiunge la cifra di mille computer connessi e il 30 aprile 1986 (ndr: come vedete il 30 Aprile pare essere una data “magica”) viene attivato in Italia il primo collegamento alla rete, a cura del Centro Universitario di Calcolo Elettronico di Pisa, tra questa città e gli Stati Uniti, via satellite attraverso un canale a 64 Kbps condiviso fra 7 stazioni terrestri. Il router d’accesso era un “butterfly gateway” della BBN più grande di un frigorifero. Un anno dopo, il 23 dicembre 1987, viene depositato il primo dominio .it dal CNR. Il dominio .it, così come tutti gli altri domini nazionali, furono definiti due anni prima, nel 1985, a cura di ICANN. L’Italia fu la quarta nazione europea ad adottare l’IP.

Nel 1989, poco prima dell’avvento del WWW, i computer connessi nel modo erano arrivati a centomila. Nel 1991 il CERN annuncia la nascita del World Wide Web e cominciano a nascere i primi siti. Il secondo in Europa, primo in Italia, è frutto del lavoro di un Centro di ricerca Sardo, ovvero il CRS4, dove si riporta un altro primato, stavolta mondiale, ovvero la nascita del primo servizio di webmail, nel 1995.

In questi primi anni di avvio del WWW la crescita di computer connessi è impetuosa, ma l’utilizzo della rete è ancora difficoltoso e alla portata solo degli specialisti, perché mancano programmi interattivi semplici di navigazione. Ciò viene superato con la nascita di Mosaic nel 1994, il primo browser della storia, sviluppato dal National Center for Supercomputing Applications (NCSA) e che uscì poi dal mercato nel 1997 rimpiazzato dal celebre Netscape, che nel 1998 divenne open source da cui derivò il progetto Mozilla. Microsoft reagì lanciando Internet Explorer avviando una vera e propria “guerra dei browser” che è continuata fino ad oggi dove possiamo contare principalmente, oltre a Internet Explorer e Firefox Mozilla, anche di Google Chrome, Safari e Opera e dove la “guerra” continua non solo più sui PC, ma anche sui tablet e smartphone.

I browser hanno permesso a tutti di navigare nel mare magnum di Internet, ad essi, e proprio per aiutarci in tal senso, sono poi arrivati i motori di ricerca, Google in testa, e negli ultimi anni abbiamo avuto l’invasione dei “social”, a partire da Facebook e Twitter.

Oggi Internet è una realtà fondamentale per il genere umano, e alcuni suoi incredibili numeri dovrebbero darci conferma a riguardo, ad esempio traggo da varie analisi che:

• E’ connesso a internet il 35% della popolazione mondiale (quasi 2,9 miliardi di persone!), in Italia è il 58%

• Il 26% ha un account su un social network (Facebook ne ha oltre un miliardo)

• Ci sono più di 850 milioni di siti, anche se quelli effettivamente attivi sono poco meno di 200 milioni

• Prendendo come riferimento una giornata tipo si può stimare che in un anno si inviano circa 75 miliardi di email, si fanno 220 miliardi di tweet, e si svolgono su Google 1400 miliardi di ricerche

A causa del graduale esaurimento di indirizzi in ambito del protocollo IP versione 4 finora utilizzato, si sta cominciando a introdurre gradualmente la nuove versione 6, passaggio delicato anche per la non compatibilità fra le versioni. Si passerà quindi dal numero di indirizzi disponibili in IPv4 uguali a 2 alla trentaduesima, ai 2 alla centoventottesima potenza di IPV6. Con esso quindi si potrà non avere confini per quel mondo che è alle porte, cosiddetto di “internet delle cose”, ovvero di innumerevoli dispositivi che potranno parlarsi in rete, come ad esempio: sensori di vario tipo, frigoriferi, lavatrici, automobili, televisori, allarmi, videocamere, distributori di bevande, televisori, automobili, ascensori, lampade, etc etc ovvero decine di miliardi di oggetti che diventeranno “intelligenti” e ci semplificheranno la vita, in casa e fuori casa, ovvero in quelle che diventeranno “Smart Cities”, ovvero città intelligenti. Uso il futuro ma dovrei utilizzare il presente, considerato che già oggi sono in numero considerevole e che nel giro di pochi anni (secondo gli analisti di Gartner) dovrebbero diventare fino a 30 miliardi di unità, generando un giro d’affari da 1,9 triliardi di dollari. Anche in Italia c’è movimento in tal senso, con 6 milioni di dispositivi connessi nel 2013 con una crescita di oltre il 20% rispetto all’anno precedente.

Internet è anche un posto in cui si vende e si compra, un mercato globale sempre più utilizzato e ricco. Non sarà un caso, quindi, se nel corso del 2013 solo in Italia abbiamo avuto un giro d’affari in tal senso di 11,2 miliardi di euro in crescita del 17% rispetto allo scorso anno. In tutto il mondo il fatturato è stato in tal senso di circa 800 miliardi di euro, in crescita vorticosa dappertutto, ma i margini di crescita – e di opportunità – sono altissimi.

La rivoluzione è quindi ancora in atto, anche se per molti è ancora un fatto oscuro per pregiudizialità o analfabetismo digitale, come purtroppo si può notare dalle statistiche, ma la locomotiva non si ferma, anzi è in fortissima accelerazione. Ci sono anche problemi enormi nel conciliare sicurezza con la privacy, come hanno dimostrato fatti eclatanti del recente passato, ma anche su questo si dovrà lavorare molto sapendo che indietro non si torna.

Mi piace allora concludere questa breve cronistoria di un vero e proprio sconvolgimento storico citando alcuni aforismi sul tema, che a me piacciono particolarmente:

• Internet sarà per l’economia del XXI secolo ciò che la benzina è stata per quella del XX. E la benzina di Internet è la potenza dei computer. Craig Barrett (che fu CEO di Intel)

• Il Web è nato come risposta a una sfida aperta, nel mescolarsi di influenze, idee e conclusioni di origini diverse, fino a coagulare un concetto nuovo grazie alla mediazione meravigliosa della mente umana. Tim Berners-Lee

• L’autostrada informatica trasformerà la nostra cultura tanto drasticamente quanto l’invenzione della stampa di Gutenberg ha trasformato quella del Medio Evo. Bill Gates

• Internet. Oceano dove molti navigano su una zattera. Giordano Bruno Guerri (scrittore, giornalista e storico italiano)

• Se, in effetti, Internet ha molto da offrire a chi sa ciò che cerca, è anche in grado di completare la stupidità di chi naviga senza bussola. Laurent Laplante (giornalista e scrittore canadese)

• Internet è la più grande biblioteca del mondo. È solo che tutti i libri sono sparsi sul pavimento. John Allen Paulos (matematico statunitense)

Cosa ne pensate? Meditiamo, Gente…meditiamo…

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