Roberto Vacca – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 16:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Roberto Vacca – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Ebola e Big Data https://www.datamanager.it/2014/12/ebola-big-data/ Mon, 15 Dec 2014 14:26:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=66374 Eventi correnti e difficoltà estrema di fare previsioni. I numeri che vengono diffusi appaiono molto incerti e non permettono di avanzare proiezioni quantitative credibili È ragionevole temere il virus Ebola. È infettivo, non si cura e uccide più della metà dei pazienti. La più grave epidemia (per fortuna ancora circoscritta e limitata nei numeri) è […]

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Eventi correnti e difficoltà estrema di fare previsioni. I numeri che vengono diffusi appaiono molto incerti e non permettono di avanzare proiezioni quantitative credibili

È ragionevole temere il virus Ebola. È infettivo, non si cura e uccide più della metà dei pazienti. La più grave epidemia (per fortuna ancora circoscritta e limitata nei numeri) è cominciata nel dicembre 2013 in Guinea. Si è estesa a Liberia, Sierra Leone, Congo e a pochi casi isolati in Nigeria, Senegal, Mali, USA, Spagna. Sono accorsi sul posto medici, paramedici e militari da vari paesi. Gli Stati Uniti stanno mandando nella zona tremila soldati. Il Pentagono sta realizzando unità di isolamento per far eventualmente rientrare in patria personale che abbia contratto il virus durante la missione. Le unità potranno trasportare fino a 12 pazienti su aerei da trasporto C-130.

Controllo del fenomeno

Le cure alleviano i sintomi e riducono la mortalità. I controlli dei viaggiatori provenienti dai paesi colpiti, isolamenti, chiusura di frontiere e quarantene hanno successo per ora. I malati erano 3.071 il 25 agosto, 5.762 il 17 settembre e 10.141 il 25 ottobre. Però il Center of Disease Control (Atlanta, in Georgia), dice che quei numeri non sono affidabili: potrebbero essere anche tre volte maggiori. In conseguenza, fare previsioni è arduo. Il CDC sta mappando la diffusione dell’epidemia collegando i dati della rete di telefonia mobile. I big data analytics possono essere impiegati nel monitoraggio del fenomeno.

Io ho elaborato formule matematiche e software che permettono spesso di prevedere con anticipo e precisione il decorso di malattie infettive – se si hanno dati sicuri sul decorso iniziale. Queste procedure non sono utilizzabili per questo insorgere di Ebola, date le incertezze citate. Alcuni epidemiologi hanno azzardato previsioni di 20mila malati entro novembre e 277mila entro dicembre. Non sono credibili. Attendiamo dati sicuri – sperando che rispecchino un declino del morbo – e confidiamo nelle misure citate. La diffusione dell’epidemia desta preoccupazione nelle autorità sanitarie mondiali, che ancora oggi non riescono a capire se e quando si fermerà l’epidemia.


I #big data analytics possono essere d’aiuto nel monitoraggio di #Ebola? @CDCgov
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Peste del millennio?

Parlavo di Ebola nel libro “La pillola del giorno prima” che scrissi con Marco Malvaldi (Transeuropa Edizioni, 2012). Scrivevo: Nel 1976, fu individuato in Congo il virus Ebola (appartenente alla famiglia delle Filoviridae) che produce una febbre emorragica. Causa dolori, mal di gola, vomito, diarrea ed eruzioni petecchiali. Se ne curano poco efficacemente soltanto i sintomi e non sono stati trovati vaccini, né altre misure preventive. Muore dal 60% al 90% degli uomini e dei primati che lo contraggono per contatto col sangue o con le secrezioni di malati. Data l’estrema virulenza, questo virus è stato considerato estremamente temibile: un’altra “peste del millennio”. In realtà, si è presentato sporadicamente solo in decine o poche centinaia di casi – in Congo, Gabon e Uganda.

Finzione e realtà

Nel suo romanzo di fantapolitica “Executive Orders” del 1996, Tom Clancy fa diventare Presidente degli USA il suo personaggio Jack Ryan. Prima vicepresidente, succede al Presidente che muore con quasi tutti i Segretari di Stato e i membri del Congresso, quando un pilota kamikaze della Japan Air Lines si schianta con il suo 747 sul Campidoglio di Washington. Si tendono i rapporti fra USA e Repubblica Islamica Iraniana. Il perfido Ayatollah Mahmoud Haji Daryaei fa preparare ai suoi biologi grosse culture di virus Ebola e manda agenti con bombole spray a disseminarlo in congressi e teatri negli Stati Uniti. Il virus – però – ha una brevissima persistenza nell’ambiente esterno (vero) e, quindi, muoiono solo poche migliaia di cittadini americani – un numero vicino a quello delle vittime dei due attacchi suicidi del 1991 alle Torri Gemelle dell’International Trade Center a Manhattan. È curioso, ma sembra non preoccupante che geni di Ebola e di altri retrovirus siano presenti anche nel genoma umano. Nel film “Virus letale”, il virus protagonista, il fittizio “Motaba” descritto dalla pellicola, è strettamente ispirato ai virus africani, tanto più che il Motaba è il nome del tratto che alimenta il fiume Ebola, che scorre proprio nella parte settentrionale della Repubblica Democratica del Congo.

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Quando l’abitudine non è legge https://www.datamanager.it/2014/11/quando-labitudine-non-legge/ Tue, 18 Nov 2014 12:03:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=64887 Sapete che chi scrive MLN per dire “milioni” dovrebbe essere multato per almeno 250 euro? Ho scritto “kilometri” in una delle prime pagine del mio libro “Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai” che Mondadori pubblicherà a fine anno. Una solerte e abile redattrice/editor ha corretto “kilometri” in “chilometri”. Ha seguito la […]

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Sapete che chi scrive MLN per dire “milioni” dovrebbe essere multato per almeno 250 euro?

Ho scritto “kilometri” in una delle prime pagine del mio libro “Come imparare una cosa al giorno e non invecchiare mai” che Mondadori pubblicherà a fine anno. Una solerte e abile redattrice/editor ha corretto “kilometri” in “chilometri”. Ha seguito la consuetudine: scrivono così quasi tutti. Però, se l’editore pubblicherà il testo contenente “chilometri” sarà passibile di una sanzione da 250 € a 750 € per l’inosservanza di quanto disposto dal decreto del Presidente della Repubblica numero 802 del 12/8/1982 in applicazione della Direttiva CEE 80/81.

L’art.1 del decreto stabilisce che “per indicare le unità di misura di cui ai commi precedenti si devono usare esclusivamente le denominazioni, le definizioni e i simboli previsti nell’allegato”.

Grandezza Unità Nome Simbolo
Lunghezza Metro m (*)
Massa Chilogrammo kg (*)
Tempo Secondo s (**)
Intensità corrente elettrica Ampère A
Temperatura termodinamica Kelvin K
Quantità di materia Mole Mol
Intensità luminosa Candela Cd

 

(*) la m e la k sono minuscola, ma Word ogni tanto la cambia in maiuscola

(**) la s è minuscola, ma Word ogni tanto la cambia in maiuscola

DISATTENZIONE FATALE

Sfatiamo subito la leggenda che l’alfabeto italiano comprende 21 lettere. Ne comprende 26: le leggi della Repubblica non possono essere scritte con alfabeti stranieri. È italiana, dunque, la lettera k, che si trova anche nel famoso documento di Capua del 960: “Sao ko kelle terre per kelli fini…”. Va, dunque, usata come nelle altre lingue, doverosamente e certo per indicare i multipli delle unità di misura come prescrive la legge.

“kilometri” e NON “chilometri”!

Nello stesso decreto citato appaiono (e sono italiane!) le altre 4 lettere: j come in “Joule”, w come in “Watt”, x come in “lux”, y come in “Henry”.

È triste che nella terza riga della tabella il legislatore si dia la zappa sui piedi: impone kg e scrive chilogrammo! La disattenzione del legislatore introdurrebbe nell’alfabeto italiano anche la “è” con accento grave, come in “Ampère”.

MOLTIPLICARE SENZA PERSEVERARE

Più oltre, nel decreto, troviamo la Tabella 1.3 che stabilisce i prefissi che moltiplicano il valore di qualunque unità per vari coefficienti. Per milioni, per miliardi e per migliaia di miliardi i prefissi sono: M (Mega), G (Giga) e T (Tera). Sono da multare e fustigare i giornalisti, i deputati e gli autori che scrivono “2148 MLD di debito pubblico” (invece di 2,15 T € ovvero 2148 Giga €); che scrivono “IVA evasa per 37 MLN” (invece di 37 M € ovvero 37 milioni di euro). Dovemmo anche smettere di indicare il punto decimale con una virgola e di separare i gruppi di 3 ordini di grandezza degli interi con punti invece che con virgole come fa la grande maggioranza dei paesi del mondo. Chi scrive 1,5 per dire “uno e mezzo” (e magari lo legge “uno punto cinque”) dovrebbe scrivere 1.5. Un milione e seicentoquindicimila euro andrebbe scritto 1,615,000 €. Anche gli anglosassoni non sono scevri da difetti: per indicare due milioni e mezzo di dollari, scrivono 2.5m $, che nel Sistema Internazionale vuol dire due millesimi di dollaro e mezzo. Scrivono “per capita”, invece di “pro capite” come facciamo correttamente in Italia. E perseverano tutti diabolicamente.

 

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Bomba o non bomba https://www.datamanager.it/2014/10/bomba-non-bomba/ Thu, 09 Oct 2014 12:30:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=62588 Gli Stati Uniti decidono di investire in nuove, moderne armi nucleari 355 miliardi di dollari in 10 anni, che nei prossimi trenta anni salirebbero a mille miliardi La notizia è apparsa sul NY Times. In Italia non è stata ripresa dai giornali, né dalla tv. Taluno ha proposto che si revochi a Obama il Nobel […]

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Gli Stati Uniti decidono di investire in nuove, moderne armi nucleari 355 miliardi di dollari in 10 anni, che nei prossimi trenta anni salirebbero a mille miliardi

La notizia è apparsa sul NY Times. In Italia non è stata ripresa dai giornali, né dalla tv. Taluno ha proposto che si revochi a Obama il Nobel per la Pace conferitogli nel 2009 – solo perché sta armando con armi convenzionali e appoggiando curdi e iracheni contro l’ISIS. Questa decisione di rimodernare l’arsenale nucleare USA è motivo molto più forte per revocargli il premio.

Di questi mille miliardi si parlava già nel gennaio 2014. Sarebbero stati ripartiti fra le tre componenti della triade: missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari, bombardieri nucleari. J. Wolfstahl e J. Lewis del James Martin Center for Nonproliferation Studies di Monterey, Calif avevano commentato che il bilancio federale USA non era in grado di tirare fuori queste enormi somme.

RELAZIONI INTERNAZIONALI – Si può arguire che la decisione americana sia la risposta alle minacce di usare armi atomiche per risolvere la crisi in Ucraina, che Putin fece con leggerezza un mese fa. È una reazione nettamente eccessiva rispetto alle provocazioni militari che potrebbero essere rivolte contro gli USA. Il piano prevede, infatti, di sostituire con versioni più moderne, precise ed efficaci: dodici sottomarini nucleari, 100 bombardieri nucleari e 400 silos di lancio di ICBM.

Il Presidente USA nella campagna per il suo primo mandato aveva dichiarato che il suo obiettivo era un mondo senza armi nucleari.

Davanti alla Porta di Brandeburgo (Berlino), il Presidente Obama ha proposto di ridurre a meno di un terzo il numero di armi nucleari americane e russe. Ha detto: «Sia Stati Uniti che Russia dovrebbero ridurre i loro arsenali a circa mille testate nucleari ciascuno». Con il piano attuale dimostra di aver rinunciato del tutto a quel sogno. Più tardi aveva precisato che ci sarebbero voluti molti decenni per un disarmo totale, dimostrando che per i prossimi tre decenni gli Stati Uniti non muoveranno nemmeno un passo per quella lunga strada.

INFORMAZIONI BLOCCATE – Il testo pubblicato dal NY Times descrive anche il nuovo stabilimento per la produzione di armi nucleari a Kansas City, fornendo dettagli irrilevanti: “ospita 2.700 lavoratori, come la fabbrica vecchia che sostituisce, ma consuma metà dell’energia, con un risparmio di 150 milioni di dollari/anno. Ha una caffetteria e una palestra moderne ed efficienti. Si chiama National Security Campus che sembra il nome di un college e non di una fabbrica di armi letali”.

Non vengono fornite informazioni sulla sicurezza delle armi prodotte. Come notavo nel dicembre 2013, dal 1950 al 2003 in USA ci sono state 121 “frecce spezzate”: gravi incidenti coinvolgenti bombe nucleari. Dal 2003, nessuna notizia di altri incidenti. Oltre due all’anno per 53 anni e poi nessuno per 10 anni! C’è da temere che la censura blocchi informazioni che, se fossero note, proverebbero che il rischio sia maggiore di quanto sostenuto.

È segno di degrado culturale grave che si discuta a lungo su rischi minori e non si menzioni nemmeno quello estremo, delle bombe atomiche.

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Chi è in cima alla piramide? https://www.datamanager.it/2014/09/in-cima-piramide/ Wed, 17 Sep 2014 07:01:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=60006 Con il suo bestseller, Thomas Piketty riscrive la storia dell’economia e offre lo spunto per riflettere sul futuro di un capitalismo più equo e sostenibile. Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, primo nelle classifiche di Amazon, è un librone di quasi 700 pagine che consiglio di leggere, anche se i non economisti […]

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Con il suo bestseller, Thomas Piketty riscrive la storia dell’economia e offre lo spunto per riflettere sul futuro di un capitalismo più equo e sostenibile.

Il Capitale nel XXI secolo dell’economista francese Thomas Piketty, primo nelle classifiche di Amazon, è un librone di quasi 700 pagine che consiglio di leggere, anche se i non economisti potranno limitarsi a studiarne la prima metà e potranno omettere parecchie tabelle. Contiene poca ma essenziale matematica. L’argomento centrale è l’ineguaglianza che diventa sempre più forte: gli straricchi stanno diventando sempre più ricchi.
Thomas Piketty nel suo libro analizza grandi moli di dati raccolte in un decennio. Considera il rischio che l’ineguaglianza eccessiva porti a instabilità politica e a reazioni turbolente.

CAPITALE E REDDITO NELLE MANI DI POCHI? – Negli USA fino al 1940, il 10% della popolazione riceveva il 45% dei redditi totali; poi per quaranta anni, questa percentuale è scesa al 33% e dal 1980 è risalita al 48%. In Europa e negli Stati Uniti d’America fino al 1930, il 10% della popolazione deteneva oltre l’80% della ricchezza. Poi a causa di tasse, inflazione, fallimenti, avvento del welfare state, la percentuale è scesa al 60%. Negli ultimi quaranta anni sta risalendo. Sappiamo bene che i redditi da lavoro, come la ricchezza, sono distribuiti in modo da seguire la legge di Pareto, dunque, con differenziali marcati ai livelli più alti. Questi, però, da anni crescono oltre ogni limite per i grandi capi azienda che fissano i propri livelli di retribuzione e i paracadute d’oro previsti per il trattamento di fine rapporto.

RICERCA E SVILUPPO – Piketty nota che anche la ricerca e lo sviluppo implicano la formazione e l’addestramento di esperti abili nell’uso di sofisticati strumenti di alta tecnologia. Queste alte prestazioni sono compensate a livelli più alti, il che contribuisce alla ineguaglianza. Qui bisogna aggiungere, però, che i Paesi e le industrie che investono di più in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e istruzione avanzata, generano più brevetti e prodotti ad alto valore aggiunto. In conseguenza contribuiscono a far crescere il PIL e a ridurre l’ineguaglianza.
Chris Giles (su Financial Times del 23/5/14) ha negato che dopo il 1980 l’ineguaglianza economica sia cresciuta e che negli USA sia più marcata che in Europa. In particolare, ha sostenuto che nel Regno Unito nel 2010 il 10% dei cittadini deteneva il 44% della ricchezza totale e non il 70% come scritto da Piketty. Paul Krugman (Nobel per l’Economia) documenta da decenni che i ricchi USA diventano più ricchi anche per i tagli alle loro tasse dall’era Reagan. Io ho trovato lo studio “UK Personal Wealth Statistics” pubblicato il 28/9/2012 da HM Revenue & Customs, che riporta in 60% la percentuale della ricchezza detenuta dal 10% degli inglesi top. Il valore vero appare incerto, ma la stima di Piketty è più vicina a quella ufficiale.

L’INEGUAGLIANZA CRESCE – Appare ovvio alla luce del senso comune (Piketty lo documenta in base a dati storici abbondanti) che un tasso di rendita del capitale molto più alto di quello della crescita economica causa ineguaglianza crescente. Questa si manifesta con la concentrazione fra pochi cittadini della ricchezza e dei redditi da capitale. Il processo è tanto più veloce quanto più il tasso di rendita supera quello della crescita del reddito nazionale. Il fenomeno potrebbe essere frenato da una forte crescita demografica ed economica – oggi improbabile. L’alternativa proposta da Piketty è l’adozione di consistenti tasse patrimoniali globali. Sono processi economici complicati. Le statistiche sono spesso incomplete e contraddittorie specie sui redditi più alti. Tutti i commentatori riconoscono che Piketty ha fatto un lavoro enorme per migliorarle. Si usano, però, strumenti e procedure di analisi di tipi diversi. La conclusione dell’autore di intervenire con imposte ai più ricchi e ai lavoratori con retribuzioni più alte non è gradita ai plutocrati, né agli economisti di destra. La discussione diventa politica.

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Formazione e lavoro https://www.datamanager.it/2014/07/formazione/ Thu, 10 Jul 2014 08:48:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57952 Mentre i giornali si occupano di calcio e cucina, aumenta lo skills gap. Raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo per essere più competitivi Negli Stati Uniti d’America, le aziende investono in ricerca e sviluppo molto più che da noi. Quindi, la percentuale dei disoccupati è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano […]

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Mentre i giornali si occupano di calcio e cucina, aumenta lo skills gap. Raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo per essere più competitivi

Negli Stati Uniti d’America, le aziende investono in ricerca e sviluppo molto più che da noi. Quindi, la percentuale dei disoccupati è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano un grave divario fra le competenze/abilità ottenute dalle scuole superiori e quelle di cui hanno bisogno [skills gap]. Sul problema, la Intelligence Unit dell’Economist ha appena pubblicato un rapporto, sponsorizzato dalla fondazione Lumina che in USA crea iniziative per innalzare i livelli di diplomati e laureati. Le aziende sostengono che spendono molto più di prima per addestrare il personale. È vitale farlo: il 60% dei posti di lavoro richiedono oggi una formazione post-diploma, dato che prodotti, processi e strumenti professionali vengono innovati di continuo (non solo nel settore informatico).

Lo studio dell’Economist si basa su interviste a 343 dirigenti di aziende che hanno da 100 a oltre 10mila addetti e volumi di affari da milioni di dollari a oltre 10 miliardi. Per ridurre o annullare il divario citato, i due terzi degli intervistati ha già in corso collaborazioni con università. Un terzo collabora con i Community College.

Più della metà dei dirigenti intervistati ha dichiarato di considerare inadeguata la formazione dei giovani neo-assunti per quanto riguarda capacità di risolvere problemi; pensiero critico; lavoro di squadra; comunicazione; abilità tecniche; organizzare priorità multiple; uso di strumenti matematici. In molti casi, varie aziende stabiliscono con università e college programmi congiunti. Questi sono più efficaci quando ingegneri ed esperti di primo piano delle aziende collaborano a programmi di ricerca e sviluppo delle università.

Buone pratiche da imitare

La Northrop Grumman (aerospaziale, difesa) ha istituito presso l’Università del Maryland corsi avanzati di cyber sicurezza e ha anche rafforzato insegnamenti di computer, scienza, matematica, elettronica. Il CEWD (Centro per lo sviluppo della forza lavoro nel settore energia), creato da un consorzio di aziende del settore, organizza corsi pratici presso varie università. Incoraggia anche l’impiego di donne nella costruzione e manutenzione di reti elettriche.

Alcune aziende tedesche (fra cui BMW, Volkswagen e Siemens) stanno introducendo negli Stati Uniti la pratica dell’apprendistato. In Germania è pratica standard che dopo la maturità gli studenti si iscrivano a un corso universitario e insieme facciano gli apprendisti presso un’azienda. Il 25% delle aziende tedesche partecipa al programma, che non le obbliga ad assumere gli apprendisti. Circa il 60% dei giovani trova così il primo impiego. La BMW offre l’apprendistato nel suo stabilimento di Spartanburg (South Carolina) che produce 300mila auto all’anno, di cui il 70% esportate.

Parecchie aziende americane partecipano in vari modi a innalzare i livelli di conoscenza medi del pubblico in scienza, tecnica, ingegneria, elettronica – indicati con l’acronimo STEM. Questo accade poco in Italia. Ce ne sarebbe un bisogno estremo: la percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è il 21,7%. La media europea è 35,8 %. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.

La Commissione europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti…). L’Italia sta al 15esimo posto su 27, dopo Estonia, Slovenia, Cipro. Gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo, particolarmente nel settore privato. Gli imprenditori non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (pure necessaria). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con università e industrie italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

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Italians don’t do it better https://www.datamanager.it/rivista/italians-don-t-do-it-better-57088.html Thu, 12 Jun 2014 09:43:51 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/italians-dont-do-it-better/ La rivista Technology Review dell’MIT ha analizzato le cinquanta industrie mondiali che innovano di più: nessuna è italiana   È triste che gli imprenditori privati innovino meno delle strutture pubbliche. Gli incentivi non funzionano. «Se non innovate, le vostre aziende muoiono»! È questo il monito da diffondere. Lo ripeto da anni, ma nessuno ascolta o […]

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La rivista Technology Review dell’MIT ha analizzato le cinquanta industrie mondiali che innovano di più: nessuna è italiana

 

È triste che gli imprenditori privati innovino meno delle strutture pubbliche. Gli incentivi non funzionano. «Se non innovate, le vostre aziende muoiono»! È questo il monito da diffondere. Lo ripeto da anni, ma nessuno ascolta o sembra capire veramente. Stranamente, domenica due marzo, sono invitato dalla trasmissione Unomattina in onda su Rai1, per chiedere che vengano reintegrati nelle scuole gli insegnamenti di geografia e storia dell’arte che sono stati menomati dalla riforma Gelmini. Certo, è un bene insegnare storia dell’arte. Scienza e tecnica non vengono insegnate male nelle scuole medie e superiori – però – sono latitanti e assenti nei giornali o nei palinsesti della tv generalista e della radio. L’attenzione del pubblico è distratta da cose minime e inessenziali.

«L’Italia non aiuta l’industria». Il presidente di Confindustria Sergio Squinzi lo ripete da tempo. Punta l’indice contro le imposte eccessive e i ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. Il j’accuse del numero uno di Confindustria è comprensibile, ma che cosa fa la nostra industria per ringiovanire? La Technology Review del Massachusetts Institute of Technology ha stilato la classifica delle industrie più innovative del mondo. Il criterio era semplice e preciso: scegliere aziende che negli ultimi 12 mesi hanno sviluppato, con successo, tecniche nuove così importanti da ridefinire interi settori di attività. È significativo che non compaiano aziende come Apple o come Facebook. Ma quante sono le industrie italiane presenti nella classifica di Technology Review? Nessuna. E allora vien da pensare che le nostre aziende non possono attendere che venga loro offerto su un piatto d’argento un Paese normale. Dovrebbero impegnarsi loro – qui e ora – a innovare se stesse, aumentando anche gli investimenti in ricerca e sviluppo. Il governo, gli scienziati e gli accademici dovrebbero poi incoraggiarle e aiutarle. Solo così, il circolo diventerebbe virtuoso. E il Paese normale.

Campioni di innovazione 

La classifica di Technology Review è significativa. Al primo posto c’è Illumina, fondata nel 1998 a San Diego, California. Produce macchine per identificare le sequenze del genoma, crea software e offre servizi. La genialità dell’azienda? Ridurre drasticamente i costi.

Al secondo posto della classifica c’è Tesla Motors, che si prefigge un obiettivo ambizioso: far diventare l’automobile elettrica un oggetto di normale uso quotidiano. Al terzo posto, Google, già ampiamente nota per il suo motore di ricerca. Al quarto posto, Samsung, che ha una quota del 32% del mercato degli smartphone. In quello che un tempo era solo un telefonino, ora abbiamo un computer, un comunicatore, un registratore di immagini e video, un telecomando, una connessione con ogni sorta di realtà virtuali. Al seguito delle prime quattro, tutte le altre industrie più innovative, tra le quali segnaliamo: Bmw che nel 2020 dovrebbe produrre auto self-drive; Amazon al primo posto nell’e-commerce di libri e altro; Wal-Mart che dai supermercati sta passando all’e-commerce. E ancora, General Electric, Qualcom, Siemens e IBM che con il sistema Watson realizzerà simbiosi mentali uomo-computer.

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Creare lavoro https://www.datamanager.it/rivista/creare-lavoro-56338.html Wed, 04 Jun 2014 09:46:54 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/creare-lavoro/ Puntare su ricerca e sviluppo. Non solo flessibilità e riforme Non bastano le regole burocratiche o le leggi che favoriscano gli imprenditori a non temere gli oneri inestinguibili. Bisogna creare occupazione per fare lavori difficili, addestrare tanti giovani (e anche non giovani) a sapere di più e saper fare di più. Gli imprenditori investono meno […]

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Puntare su ricerca e sviluppo. Non solo flessibilità e riforme

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerNon bastano le regole burocratiche o le leggi che favoriscano gli imprenditori a non temere gli oneri inestinguibili. Bisogna creare occupazione per fare lavori difficili, addestrare tanti giovani (e anche non giovani) a sapere di più e saper fare di più. Gli imprenditori investono meno degli enti pubblici in ricerca e sviluppo. Si devono svegliare. Alcuni sono ben svegli – a parte quelli famosi. Cercate Superpartes (www.superpartes.biz) di Brescia e Gruppo Loccioni (www.loccioni.com) di Angeli di Rosora in provincia di Ancona.

Il 13% dei lavoratori sono disoccupati. Matteo Renzi ha detto: «Occorrono flessibilità e riforme». Ma non sembra probabile che si creino posti di lavoro solo abolendo Senato e Province e snellendo la pubblica amministrazione. La rivista Spectrum dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers pubblica una serie di articoli sull’aumento della domanda di ingegneri elettronici. Un uomo chiave Microsoft dice: «Le abilità valgono più delle credenziali accademiche». Nell’ambiente di Google si parla di Scoiattoli Viola: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in: cibersicurezza, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data. È vitale che sappiano integrarsi in squadre e che mirino all’eccellenza personale. Sono richiesti non solo in USA, ma anche in Europa e in Asia.

Per creare lavoro, dunque, ci vogliono: educazione e istruzione più diffuse e di migliore livello – ricerca scientifica – sviluppo industriale. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. La Commissione Europea ha appena pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti…). In Italia, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è in Italia il 21,7%. La media europea è 35,8%; Irlanda 51,1%; Cipro, Lussemburgo, Lituania: 50%; UK 47,1%; Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Belgio: 44%. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato. Diminuire gli investimenti e le spese (che creano lavoro), aumentare le imposte e i tassi di interesse sono politiche di austerità inopportune: non favoriscono la ripresa e aggravano la depressione. I 4 paesi europei più innovatori (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) hanno un PIL pro capite del 25% più alto del nostro e il loro PIL cresce ogni anno di 4 punti percentuali più del nostro. Se innovassimo come loro, ogni anno il PIL crescerebbe di 60 miliardi di euro, rispetto ai quali certi risparmi – di cui si parla molto (pure opportuni) – appaiono trascurabili. Gli imprenditori, quindi, non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (che pure ci vuole). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

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Random crowdsourcing https://www.datamanager.it/rivista/random-crowdsourcing-55549.html Thu, 17 Apr 2014 10:00:55 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/random-crowdsourcing/ Crowdsourcing casuale? Prepariamoci a combattere questo modello perché non è ragionevole al contrario di una partecipazione mirata   In inglese si chiama crowdsourcing – la risorsa della folla – e il termine viene citato spesso insieme a quello di crowdfunding che, invece, è innocuo e può essere positivo. Opinionisti, politologi e politici dibattono su importanti […]

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Crowdsourcing casuale? Prepariamoci a combattere questo modello perché non è ragionevole al contrario di una partecipazione mirata

 

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerIn inglese si chiama crowdsourcing – la risorsa della folla – e il termine viene citato spesso insieme a quello di crowdfunding che, invece, è innocuo e può essere positivo. Opinionisti, politologi e politici dibattono su importanti decisioni economiche e politiche, ma ne trattano aspetti astratti o burocratici contribuendo a ritardarle. Parlano di riformare leggi elettorali, strutture, giustizia; etica, prebende e stipendi spropositati; abolire privilegi della casta; colpire corruzione, collusioni. Parlano di creare lavori in cultura (quale?), turismo, agricoltura, cibo e anche ICT – ma non menzionano i lavori in alta tecnologia.

Sono ignorate o nominate di sfuggita, le riforme sostanziali: quadruplicare investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo, migliorare e finanziare di più le scuole, redimere dal degrado i mezzi di comunicazione di massa e fare in modo che giornali, radio e TV diffondano conoscenza del mondo invece di irrilevanze. Abbiamo bisogno di aiuto, ma non arriva. Sedicenti pensatori o capi spirituali parlano e scrivono di problemi marginali. Non studiano. Non vedono come sta cambiando il mondo, né come potrebbe cambiare – in meglio.

Si sta diffondendo l’idea che aiuti decisivi all’innovazione possano venire dalla partecipazione dei cittadini – del pubblico. Se si riuscisse ad arruolare grandi numeri di cittadini, sostiene taluno, si arriverebbe a soluzioni sane, eque e intelligenti.

La risorsa della folla

in Germania, esiste da molti decenni la co-gestione (Mitbestimmung): rappresentanti dei lavoratori siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e partecipano a decisioni importanti su investimenti e pianificazioni. Anche i sindacati aziendali (non nazionali) funzionano bene. In Italia è raro che si discuta di piani radicalmente innovativi. Vengono formulati e realizzati in alta tecnologia e ICT da alcune (poche) imprese grandi e medie. Queste andrebbero pubblicizzate ampiamente e additate ad esempio, non ignorate od osteggiate.

Si diffonde, purtroppo, la nozione che una partecipazione vasta sia ricetta valida per ottimizzare piani e decisioni. Si propone perfino che i partecipanti siano scelti a caso onde evitare favoritismi. Occorre, invece, selezionare persone che superino adeguate soglie di competenza e che continuino a essere addestrate nelle discipline, nozioni e strumenti opportuni. Addestramento e diffusione di cultura devono essere perseguiti per vie ben diverse da quelle dei promotori e dei pubblicitari. Per disseminare conoscenza bisogna averla e si ottiene studiando. Non vanno usati linguaggi scheletrici. Servono descrizioni e analisi chiare, non ripetizione di “catch word” presi in prestito ovunque senza discriminazione. I cittadini possono capire quali siano le scelte migliori con studi, ragionamenti e confronti. Non devono essere indotti a uniformarsi a conclusioni improvvisate, magari espresse in tweet.

Occorre valutare e controllare la qualità: prescrizione alla base dei successi della tecnologia, dell’innovazione, dell’alto rendimento di gruppi umani organizzati. Diffondere conoscenza non è un lavoretto facile da realizzare.

Net democracy

Il crowdsourcing somiglia alla così detta democrazia della rete o net democracy. Taluno sostiene che sarebbe meglio della democrazia parlamentare e presenta proposte politiche appoggiate dal “voto-sondaggio” di alcune migliaia di affiliati. Questi dovrebbero rappresentare efficacemente le opinioni di qualche milione di votanti – una “maggioranza” ora silenziosa. Richiama alla mente il racconto di fantascienza dei sondaggisti USA che individuano lo Stato, poi la città, poi la circoscrizione elettorale e, infine, il singolo cittadino che da decenni ha sempre votato per l’assessore, il sindaco, il congressman, il senatore, il presidente che poi veniva eletto. Propongono che quel cittadino decida lui chi dovrà essere il prossimo Presidente USA, evitando gli oneri di un’inutile campagna elettorale.

Il mezzo non è il messaggio

 I messaggi seri, interessanti, utili non si improvvisano. Aiutare il pubblico e i giovani ad acquisire buoni criteri di giudizio è meritevole e necessario – e anche la scuola lo sta facendo troppo poco.

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La chiave inglese https://www.datamanager.it/rivista/la-chiave-inglese-54607.html Wed, 19 Mar 2014 10:50:30 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/la-chiave-inglese/ Allarme sicurezza: il rischio più grave per l’umanità è che una guerra nucleare si scateni per un incidente a caso   Condanniamo chi uccide o maltratta un solo essere umano. Peggio se le vittime sono milioni. Invece, nessuno menziona le colpe di omissione di chi mette a rischio la vita di miliardi di persone. Già […]

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Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerAllarme sicurezza: il rischio più grave per l’umanità è che una guerra nucleare si scateni per un incidente a caso

 

Condanniamo chi uccide o maltratta un solo essere umano. Peggio se le vittime sono milioni. Invece, nessuno menziona le colpe di omissione di chi mette a rischio la vita di miliardi di persone. Già nel 1959, nel suo libro La questione della difesa nazionale, Oskar Morgenstern, economista matematico, inventore con John von Neumann della teoria matematica dei giochi competitivi, scriveva: «Un giorno, un’arma nucleare esploderà in modo puramente accidentale, senza alcuna connessione con piani militari. La mente umana non può costruire qualcosa che sia infallibile». Il rischio, secondo lo studioso, non era tanto quello di una guerra nucleare scatenata da guerrafondai perversi o folli, ma da malfunzionamenti tecnici casuali o da errori umani. Possibilità reale o eccessivo allarmismo? Certo è che nel 1971, Usa e Urss avevano ben presente il problema e firmarono un accordo per “ridurre il rischio dello scoppio di una guerra nucleare” che conteneva questa considerazione: «Malgrado le precauzioni più elaborate, è concepibile che un guasto tecnico o un errore umano o un incidente frainteso o un’azione non autorizzata possa scatenare un disastro». Così, nel 1978, la Marina statunitense coniò il termine “freccia spezzata” (broken arrow) proprio per definire lo scoppio di un’arma nucleare che non implichi il pericolo di scatenare una guerra.

 

Frecce spezzate

 Ma che probabilità ci sono che una guerra nucleare “casuale” si verifichi davvero? Calcolarlo è arduo anche se, da mezzo secolo, i governi di molti paesi ci provano. Fatti e dati, però, rimangono segreti. Il 18 settembre 1980 a Damascus, Arkansas, un tecnico lasciò cadere una grossa chiave inglese dall’altezza di 20 metri mentre faceva manutenzione nel silo del missile Titan II, con testata nucleare da 9 megaton. L’urto contro il missile provocò una fuga di carburante. Poche ore dopo, l’ossigeno liquido e il carburante del missile esplosero provocando un incendio enorme. La porta di cemento e acciaio del silo, che pesava 740 tonnellate, si sfondò. La testata nucleare del missile fu proiettata a 200 metri di distanza e poi ritrovata intatta. Fra il personale, un morto e 21 feriti. Il libro di Eric Schlosser, Command and Control (Penguin, 2013), descrive in dettaglio questo incidente, in sé non tanto significativo ma elencato come l’ultima “freccia spezzata” in una lista di 32 pubblicata nel 1981 dal dipartimento della Difesa americana. Da mie ricerche in rete, ho trovato 121 “frecce spezzate” dal 1950 al 2003. Da allora, non sono menzionati altri incidenti: due ogni anno in media per 53 anni e poi nessuno per 10 anni! È plausibile che la censura blocchi le informazioni perché, se fossero rese note, proverebbero che il rischio è maggiore di quanto finora stimato. Oltre ai difetti dei sistemi d’arma, anche i sistemi radar di difesa hanno fallito varie volte in modo clamoroso. Il 9 novembre 1979 il sistema radar americano Bmews (Ballistic Missile Early Warning System), mirato a individuare prontamente missili balistici sovietici, diede l’allarme di un attacco missilistico contro gli Stati Uniti. Iniziarono i preparativi di rappresaglia con missili intercontinentali e bombardieri. I satelliti, però, non confermarono l’allarme e poco dopo si capì che per errore era stato inserito nel sistema un nastro di prova con segnali che simulavano un attacco, usato per l’addestramento del personale. Il 26 settembre 1983 un radar sovietico segnalò in arrivo cinque missili nucleari americani. Il colonnello Stanislav Petrov avrebbe dovuto dare l’allarme e scatenare la risposta nucleare russa. Pensò che un attacco americano con soli cinque missili non fosse credibile. Segnalò che si trattava di un falso allarme. Fu processato da una corte marziale per non aver seguito le regole e fu assolto. Aveva salvato il mondo.

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Sincrono o asincrono? https://www.datamanager.it/rivista/sincrono-o-asincrono-53666.html Mon, 17 Feb 2014 10:21:20 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/sincrono-o-asincrono/ I discorsi detti e, meglio, scritti con parole adeguate sono molto più efficaci di tante immagini – fra cui quelle che mostrano la faccia dell’autore   Non ci si può fidare di nessuno. L’Institute of Electrical and Electronics Engineers, IEEE (di cui sono membro da mezzo secolo) pubblica molte riviste di alta qualità. Trattano di […]

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I discorsi detti e, meglio, scritti con parole adeguate sono molto più efficaci di tante immagini – fra cui quelle che mostrano la faccia dell’autore

 

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerNon ci si può fidare di nessuno. L’Institute of Electrical and Electronics Engineers, IEEE (di cui sono membro da mezzo secolo) pubblica molte riviste di alta qualità. Trattano di tecnologia elettrotecnica ed elettronica, di scienza, di economia, di comunicazioni, di implicazioni sociali, di insegnamento e di tante altre cose. Ci ho imparato molto. L’Institute ci tiene aggiornati con bollettini periodici e aperiodici: richiama l’attenzione su articoli recenti e fornisce anteprime su scoperte e progressi recentissimi. I notiziari online contengono brevi flash descrittivi e suggeriscono “read more” : se ci clicchi sopra, ti forniscono testi più dettagliati.

Mi è capitato di vedere il breve annuncio di un corso di programmazione di computer. Mi interessava, ma non diceva “read more”. Offriva l’opzione “listen now”, e cliccandoci sopra ti presentava un video in cui il presidente della Computer Society descriveva il corso. Non avevo subito un’ora libera e ho dovuto rimandare. Se mi avessero offerto un testo scritto di qualche decina di pagine, avrei potuto scorrerlo in pochi minuti formandomi un’idea dell’oggetto.

Considero negativa e inefficiente l’offerta di video in alternativa ai testi scritti. La formula corretta è l’integrazione dei due linguaggi. Ma ci vogliono tempo e competenza. Il video è sincrono: devi aspettare che proceda al suo passo e, se è troppo lento, ci rinunci. Certo, puoi saltarne qualche minuto, ma allora è facile perdere il senso del messaggio. I testi scritti, invece, possono essere letti “lateralmente” scorrendoli avanti e indietro. Se ti addestri, individui subito i punti essenziali e puoi decidere se salvare il testo, leggerlo più tardi, estrarne passi salienti o stamparlo e più tardi con comodo sottolineare ed evidenziare. Purtroppo arrivano sempre più spesso messaggi via Internet che contengono video invece di testo. Anche la pubblicità trasmette spot. C’è chi teorizza che così il messaggio è personalizzato, divertente e dà più fiducia, mentre i testi sarebbero noiosi. Certo che lo sono, se sono scritti male, sciatti e ripetitivi. Se gli spot vengono inflitti troppo spesso in TV, sono controproducenti e portano a odiare il prodotto pubblicizzato.

 

VIDEO O TESTO? – Perfino TED (Technology Entertainment Design) – il servizio che fornisce “Idee che meritano di essere disseminate” – le offre come video e solo per seconda intenzione come testi. Lo trovate su www.ted.com. Ogni anno, TED tiene un congresso di 4 giorni in cui scienziati, artisti, psicologi, economisti, tecnologi, pensatori raccontano cose che ritengono interessanti. Chi li sente dal vivo paga seimila dollari – per vederli su Internet se ne pagano mille. Sul sito, TED offre gratis ogni settimana cinque o sei video simili a quelli presentati al congresso. Fui attratto inizialmente con i video affascinanti di David Gallo, ripresi a profondità di 5 km negli oceani (si possono vedere sul sito). Le immagini mostrano animali enormi e sconosciuti. Il video è essenziale: un testo descrittivo sarebbe inadeguato. Giorni fa mi è arrivata la seguente scelta: Jared Diamond (divulgatore che apprezzo) – su come prolungare la vita; P. Doolittle e Suzana Herculano-Houzel (non li conoscevo) sul cervello umano; Penalosa, sindaco di Bogotà, sull’autobus come fattore di democrazia; Raptopoulos sui droni come vettori per distribuire medicine; D. Steindl-Rast, prete domenicano, sul fatto che si riesce a essere felici, se si manifesta gratitudine. Li ho elencati qui a partire da quelli che mi sembrano più interessanti, ma non ho avuto la pazienza di ascoltare nessuno di questi oratori. La disponibilità dei soli video mi ha tenuto lontano. TED ha anche i testi riassunti, ma bisogna cercarli. È preferibile avere un rapporto asincrono con le nostre fonti. I messaggi email restano nel tuo computer e li leggi quando hai tempo e stai nello stato d’animo giusto. Rispondi se e quando ci hai riflettuto sopra: molto meglio delle affrettate battute scambiate in chatting. Negli anni Cinquanta, diventarono famosi i cartelli “Think”, appesi al muro in tutti gli uffici dell’IBM. Consideravo migliore la traduzione riportata sui cartelli nelle sedi della IBM Italia: “Riflettete”.

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