Stefano Belviolandi – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 09 Mar 2020 14:17:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Stefano Belviolandi – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Smart factory. La persona è sempre al centro https://www.datamanager.it/2020/03/smart-factory-la-persona-e-sempre-al-centro/ Mon, 09 Mar 2020 14:17:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=197094 Un viaggio nel mondo delle smart connected manufacturing. Negli ultimi anni, si sono susseguite novità tecnologiche sempre più adatte a rendere l’azienda moderna. Inoltre, dal piano Industria 4.0, le imprese manifatturiere hanno rinnovato gran parte del loro parco macchine ma, in alcuni casi, non hanno modificato il loro approccio culturale Mentre l’Istat certifica la flessione […]

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Un viaggio nel mondo delle smart connected manufacturing. Negli ultimi anni, si sono susseguite novità tecnologiche sempre più adatte a rendere l’azienda moderna. Inoltre, dal piano Industria 4.0, le imprese manifatturiere hanno rinnovato gran parte del loro parco macchine ma, in alcuni casi, non hanno modificato il loro approccio culturale

Mentre l’Istat certifica la flessione della produzione industriale 2019, tre sono i punti chiave che, secondo le imprese di ogni settore e dimensione, sono di un’urgenza straordinaria quando si parla di smart connected manufacturing. La rivoluzione industriale pienamente in atto. L’Italia, partita in ritardo, oggi deve accelerare. In secondo luogo, ha urgente bisogno di networking perché il digitale spinge in modo naturale alla collaborazione sia interna alla fabbrica sia esterna con il territorio di riferimento. Infine, il terzo punto è il cambiamento non solo tecnologico, ma culturale: si deve, cioè, infondere nella popolazione, specie nei giovani, il concetto che la fabbrica di oggi non è più la fabbrica del Novecento.

La chiave del successo è data dal livello di integrazione della tecnologia digitale con quella operativa. Sono questi due ambiti che devono convergere per dialogare, superando barriere e difficoltà. Data Manager, grazie al contributo degli analisti di IDC che tracceranno lo scenario di mercato, spiegherà come si stanno evolvendo le aziende, alla luce del fatto che i dati, in particolare, sono diventati sempre più preziosi e, a questi, si affiancano tecnologie nuove – come blockchain e machine learning – che rendono sempre più importanti l’analisi delle informazioni e l’affidabilità dei dati. Nell’ottica della fabbrica come ecosistema connesso, la smart factory è molto più di una fabbrica automatizzata, con significative implicazioni anche per la sicurezza a 360 gradi, che vanno dalla protezione dagli attacchi alla business continuity per passare alla salvaguardia dell’incolumità delle persone.

NUOVE CONNESSIONI

Uno degli asset su cui si è tradizionalmente appoggiato lo sviluppo industriale italiano, insieme alla grande azienda con una forte componente statale, è stato tra gli anni 70 e gli anni 90 il cosiddetto sistema dei “distretti industriali” a forte vocazione territoriale e con un’alta propensione all’esportazione. Attualmente, ISTAT riconosce circa 141 aggregazioni individuate da uno specifico perimetro in termini di attività industriale (codici ATECO attività primarie e secondarie) e in termini di espansione geografica (aree comunali di estensione dei distretti). Una ricerca di IDC ha sottolineato i limiti di questo modello di sviluppo, basato sulla specializzazione produttiva e sull’integrazione con le risorse locali per ovviare ai limiti di scala delle aziende partecipanti. Le cosiddette “Binding connections” (connessioni che uniscono) diventano “blinding connections” (connessioni che accecano, ossia non permettono di vedere oltre la dimensione locale).

Per restare competitivi, c’è stata nel corso degli anni una tendenza da parte della maggior parte delle aziende distrettuali a privilegiare il contenimento dei costi rispetto all’aumento della produttività tramite innovazione. Questa è una caratteristica molto frequente nel sistema delle PMI italiane – afferma Lorenzo Veronesi, research manager di IDC Manufacturing Insights EMEA. Inoltre, in molti distretti, non essendo perfettamente definito il confine tra comportamenti collaborativi e competitivi, in molti casi la «coopetizione» avviene al di là della volontà specifica delle aziende. Vi sono esempi di processi formalizzati di condivisione delle informazioni (es. sulla meccatronica a Bergamo), ma in molti casi il meccanismo di innovazione è affidato a fenomeni di spillovers accidentali e non pianificati.

LA DIGITALIZZAZIONE È GREEN?

Andrea Bianchi, direttore Politiche industriali di Confindustria, infatti, afferma che le macchine sono il cuore tecnologico del Paese, contribuiscono in modo determinante al saldo della bilancia commerciale e sono sempre state l’ambito di evoluzione e innovazione tecnologica che ha smosso le PMI. Oggi, ci sono trasformazioni e due driver nella manifattura: «La digitalizzazione delle applicazioni e la sostenibilità ambientale. Sono due elementi che stanno cambiando il modo con cui si produce». Bianchi – che sottolinea come Confindustria abbia da sempre lavorato a stretto contatto con il governo del Paese – sostiene che l’Italia deve perseguire un modello di Industria 4.0, seguendo le orme della Germania, che già nel 2011 aveva attuato un’idea di piano molto simile al piano varato cinque anni dopo dall’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Per incentivare innovazione, produttività e competitività è necessario cambiare rotta come emerge dalle raccomandazioni del Consiglio europeo.

In questo scenario, il direttore delle politiche industriali di Confindustria pone l’attenzione sul concetto di Fabbrica 4.0. «L’impresa acquista una macchina 4.0 con l’agevolazione ma sa già che dovrà inserirla in un contesto produttivo che prevede non solo una riorganizzazione aziendale, ma anche una formazione precisa del personale e attenzione all’ambiente». Anche Stefano Firpo, responsabile Solution Imprese di Intesa Sanpaolo, è stato forte sostenitore del piano Industria 4.0, ai tempi in cui Calenda era ministro, ma lo è ancora oggi alla luce del Piano Transizione 4.0, la nuova politica industriale del Paese, che promette di essere più inclusiva e attenta alla sostenibilità. Sentito a un recente evento a cui ha partecipato, Firpo sottolinea l’importanza di un piano che prosegua e che aiuti l’Italia a superare – «il gap profondo sugli investimenti accumulato durante il periodo della crisi, specie se pensiamo al rapporto con la Francia e la Germania. C’è stata un’accelerazione dopo il 2015, si è ricominciato a parlare di politiche industriali, recuperando terreno, ma non si è ancora lavorato abbastanza sulla qualità degli investimenti. Abbiamo anche un problema di produttività nel nostro Paese. Il settore della meccanica strumentale è cresciuto, fino a ora, parallelamente a quanto è accaduto in Germania. Ed è grazie a settori come questo – continua Firpo – che, nonostante il debito pubblico italiano, si riesce a stare a galla». Quindi continuare a fare politica industriale è condizione necessaria per la crescita. Non a caso gli attori con la maggiore influenza sull’ecosistema locale risultano spesso, e un po’ paradossalmente, essere le medie-grandi aziende con una visione internazionale, che di fatto fungono da tramite per facilitare i processi innovativi a livello locale attraverso la loro value chain. Forse, sarebbe il caso di demistificare l’importanza del presunto spirito di collaborazione che caratterizzerebbe i distretti industriali, mentre andrebbe affermato lo spirito di innovazione e sperimentazione che anima le singole realtà territoriali.

LE FABBRICHE HANNO FAME DI DATI

Esistono in ogni caso dei promettenti presupposti all’implementazione delle tecnologie innovative, derivanti dalla necessità impellente di innovare di fronte alla mancanza di investimenti passati, al ricambio generazionale della forza lavoro, e al costante processo di acquisizione e investimento da parte di aziende estere. Questa innovazione si esplicita sui principi che Veronesi di IDC definisce “Smart Manufacturing” e che sono orientati verso fabbriche del futuro “affamate di dati”. In pratica, ciò significa che i dati saranno al centro e pervaderanno tutte le fasi chiave del processo di produzione. «Nell’input, le materie prime e i componenti vedranno incorporate le informazioni sulla loro genealogia e sui fornitori, nonché le istruzioni di assemblaggio. Il processo stesso sarà sempre più definito digitalmente e supportato da una continua interazione e trasferimento di informazioni tra lavoratori, macchine e applicazioni aziendali. Pertanto, ogni passaggio in un moderno impianto di produzione può essere potenzialmente digitalizzato e reso visibile in tempo reale. Nella fase di output – prosegue Veronesi – anche il prodotto finale è incentrato sui dati. Molte fabbriche saranno dedicate alla produzione di prodotti connessi e intelligenti, che forniranno feedback e riferiranno il loro stato all’impianto durante il funzionamento, per richiedere un pezzo di ricambio da produrre per un lavoro di manutenzione o per segnalare un problema di qualità che può essere potenzialmente indirizzato sul prodotto reale tramite una rilavorazione in fabbrica, o sulla linea di prodotti, tramite una messa a punto del processo». Tecnologie come IoT, cloud, mobilità pervasiva, strumenti AR e blockchain stanno tutte contribuendo o contribuiranno a questa visione. Ma soprattutto, è la prospettiva delle aziende che vedono l’impianto come un fattore tecnologico di innovazione che consente il successo aziendale. Per la prima volta nella storia, le aziende si stanno rendendo conto che i loro impianti sono in grado di generare molti più dati di quanti ne possano trarre beneficio dal processo attuale. Questa trasformazione basata sull’infusione di dati intelligenti su tutta la linea e sulla creazione di processi “ad alta intensità di informazioni” ha implicazioni di vasta portata nel modo in cui i processi di produzione vengono eseguiti dal punto di vista del modo in cui le persone lavorano nel processo di produzione.

LE COMPETENZE 4.0

Fabio Massimo Marchetti che in ANIE Automazione presiede il WG Software Industriale, fa un passo avanti, parlando di competenze, di persone e gestione dei dati, sempre più lavorati dove sono prodotti. «Oggi, possiamo dire che la tecnologia c’è così come gli attori qualificati. Il mondo è soggetto a una situazione di cambiamento significativo che porta le aziende a una discontinuità col passato. Che non è istantanea, ma si inserisce da un lato nel percorso di digitalizzazione dei prodotti e dall’altro nell’area del mondo virtuale a supporto di queste digitalizzazioni. Secondo noi, sono i macro temi che occorre utilizzare e sviluppare per progredire in un concetto di trasformazione industriale complessivo. All’interno di questi macro temi, esistono delle tecnologie come l’IoT che aiuta in modo significativo a recuperare i dati da dove sono generati. Si parla, infatti, di Edge come di un elemento che permette di gestire il dato, integrarlo e creare le condizioni per fare un’elaborazione là dove nasce il dato stesso in modo da essere reattivi, ottimizzare e rendere di qualità i dati che si andranno a gestire». Anche come Var Group – di cui è head of Digital Process Division – Marchetti punta sul fattore culturale come cardine della smart factory. «E questo vale in tutte le imprese di tutte le dimensioni. L’Industria 4.0 non è una tecnologia, ma un paradigma. Le tecnologie abilitano questo paradigma, che deve essere assimilato. L’Industria 4.0 non è disruptive. È un percorso che crea una competenza bilaterale. Le aziende si verticalizzano: ognuna ha trovato il modo, contestualizzandolo al proprio layout. Ma la rivoluzione si fa con le persone». I progressi della tecnologia di automazione avanzata stanno rendendo possibile il concetto di manifattura a “luci spente”, un concetto sempre più accettato. Allo stesso tempo, nelle economie moderne, non è possibile considerare le persone una semplice risorsa. La smart factory ha bisogno di una organizzazione altrettanto nuova.

LA FABBRICA DEL FUTURO

La visione IDC della fabbrica del futuro è incentrata sulla capacità dei decisori di fornire i livelli necessari di flessibilità e agilità ai processi attraverso la loro capacità decisionale. Questo sta creando una competizione tra i produttori per attirare i migliori talenti. Secondo Veronesi di IDC – la soluzione a questa apparente dicotomia è capire che entrambe queste tendenze sono giuste e che entrambe contribuiscono alla trasformazione incentrata sui dati, che è basata su tre principi. «Il primo principio riguarda l’efficienza e afferma che ogni fase del processo che è descrivibile, ripetibile e standardizzata verrà infine automatizzata. In altre parole, le macchine e l’automazione prenderanno il posto di questi processi transazionali e ripetibili, dove tutti i passaggi saranno altamente o completamente automatizzati con poche o nessuna persona coinvolta nelle operazioni di produzione. Ovviamente, in un processo di produzione ad alta velocità e bassa variabilità come l’high-tech, questo principio può essere per lo più pervasivo, mentre in altri settori più limitato. Il secondo principio – continua Veronesi – riguarda la gestione del processo stesso ed è incentrato sull’idea di utilizzare in modo estensivo la tecnologia dell’informazione per la programmazione della produzione, i sistemi di esecuzione della produzione, la gestione della qualità, la gestione delle risorse aziendali, e così via. Questo principio è particolarmente rilevante nei processi ad alta complessità, a elevata variabilità o ad alta velocità come nel settore automobilistico, dei prodotti chimici e dei beni di consumo.

Il terzo principio riguarda le persone, che saranno al centro della fabbrica del futuro in quanto forniscono il grado di flessibilità e le capacità decisionali necessarie per far fronte alla crescente complessità operativa. In altre parole, le persone saranno rese libere da compiti ripetitivi e saranno abilitate dai sistemi informativi a concentrarsi su attività a valore aggiunto come l’ottimizzazione della produzione e la reinvenzione dei modelli di business. Questo principio si applica fortemente alle produzioni a bassi volumi e alta intensità di lavoro, come per esempio l’aerospaziale, le macchine industriali e i prodotti fortemente ingegnerizzati». A fronte di questo ultimo principio, Bianchi di Confindustria pone l’accento proprio sulla rivoluzione culturale. «Che cosa è la fabbrica? Se lo chiedessimo a un giovane, la risposta sarebbe scontata: un luogo rumoroso, sporco, dove c’è inquinamento e ripetitivo. Sarebbe già un bel passo avanti riuscire a inculcare nella testa delle persone, specie i giovani, la definizione di fabbrica come luogo del futuro». L’Italia è un paese industrializzato ma vede contrapporsi ancora troppe spinte anti-industriali che, di fatto, mettono un ostacolo all’obiettivo di rendere attrattivo il concetto di fabbrica del futuro. Abbiamo bisogno di continuità e di politiche che ne garantiscano lo sviluppo».

FROM DATA TO VALUE

Se il fattore culturale è la costante che caratterizza la velocità di assimilazione della rivoluzione tecnologica, i dati sono il nuovo fattore produttivo come mette in evidenza Cristina Cristalli, innovation director di Loccioni Group. Fondata più di cinquant’anni fa dall’intuizione di un visionario Enrico Loccioni, allora artigiano elettricista, oggi l’azienda marchigiana conta 150 dipendenti e un forte focus sulla system integration. «Lavoriamo su commessa e risolviamo le sfide di grandi gruppi internazionali» – racconta Cristina Cristalli. Per ottenere questi risultati, coltiviamo le competenze del territorio per farle crescere. Nel 2018, avevamo circa 80 ragazzi per il progetto di convergenza digitale, che l’azienda ha accompagnato anche dopo questo percorso, per esempio nei tirocini e nei dottorati, attraverso la condivisione con le imprese, la Regione e le università». La lezione è semplice. Per trasformare le fabbriche occorre pensare anche alle competenze delle persone, partendo da principio. Ed ecco spiegato, il sostegno alle maestre delle scuole elementari che seguono corsi di coding per sviluppare le app necessarie affinché i giovani – alunni e alunne – riescano a fare esperienza dei nuovi linguaggi attraverso il gioco.

INNOVAZIONE E FORMAZIONE

Sostenibilità ambientale, innovazione, educazione e formazione. I temi STEM sono sempre più di attualità. Specie se si tratta di pensare percorsi di crescita delle competenze scientifiche e tecniche che garantiscano parità di scelta senza distinzione fin dai primi gradi dell’educazione scolastica. Secondo i dati del MIUR, le donne rappresentano oltre la metà degli iscritti ai corsi di laurea (55,5%), del totale dei laureati (57,6%), degli iscritti a corsi di dottorato (50%) e del totale dei dottori di ricerca (51,8%). La presenza femminile diminuisce drasticamente con il salire nella scala gerarchica, fino al 23% medio tra i professori ordinari e a un misero 6% in area STEM. Così come si riduce il numero di iscrizioni femminili in funzione dell’ambito di studio: infatti a fronte del 55,5% medio, nell’area lettere e arti le studentesse sono la stragrande maggioranza con un 77,6% che scende al 48,1% in scienze agrarie e veterinarie, fino a scemare al 27,4% nelle discipline STEM.

I centri di competenza possono fare la differenza. Durante l’evento Connected Manufacturing Summit di Milano, abbiamo incontrato Lorna Vatta, executive director di Artes 4.0, il centro di competenza di Pisa che federa università, enti di ricerca e istituti di alta formazione con l’obiettivo di creare un dialogo tra innovazione e imprese. «Abbiamo lavorato un anno per avviare i primi bandi per progetti dedicati alle PMI» – spiega Lorna Vatta. «I centri di competenza lavorano su progetti di innovazione con un contenuto nuovo che devono attuare le imprese. Le università portano un contributo intellettuale e il centro di competenza facilita la commistione tra università e aziende. Vi sono progetti cofinanziati dove vorremmo che anche le università si impegnassero. Ci sono ancora poche ragazze negli istituti superiori e nelle università che si sono appassionate alla tecnologia. Se non parliamo in tempo con le famiglie e con le ragazze prima che intraprendano un percorso scolastico, si rischia che gran parte di questa popolazione lasci perdere e intraprenda un percorso che le allontanerà da quelle che sono le professioni che già oggi e nel futuro serviranno alle imprese». Sempre più, le aziende parlano di formazione e competenze. Mario Merlo, manufacturing and program management optimization, senior VP quality di Leonardo pone l’accento sull’integrazione dei processi e il ruolo determinante della formazione a tutti i livelli. «Coinvolgiamo le persone che possono dare maggiore contributo, creando una roadmap su processi e competenze per dare una spinta alla trasformazione digitale e al tempo stesso per agire sul piano del trasferimento delle competenze su tutti i team di lavoro, sviluppando processi automatizzati». Coinvolgere il personale è la chiave di volta della trasformazione della fabbrica. «Se le persone non accettano il cambiamento in atto si rischia di fallire» – afferma Enzo Bonato, CEO di Tecnoacciai. Gli investimenti del Piano Industria 4.0 si sono tradotti in un aumento di occupazione, nuovi macchinari e crescita delle competenze. Le aziende sane e lungimiranti che hanno fatto un percorso Industria 4.0 hanno registrato un importante vantaggio competitivo». Il sostegno finanziario da parte degli istituti di credito è un tema molto sensibile per il tessuto imprenditoriale quando si parla di investimenti.

L’INCASTRO DELLE COMPETENZE

L’integrazione della robotica come intelligenza artificiale “embodied” trasforma i processi produttivi e cambia il modello tradizionale di global business services. La Robotics Process Automation trasforma i processi di lavoro esistenti secondo principi di efficienza. L’attuale rivoluzione enfatizza la trasformazione delle fabbriche in strutture intelligenti. Ma le fabbriche italiane sono pronte per questa rivoluzione che prevede non solo alti livelli di automazione ma anche di interazione diretta tra uomini e robot. Iperautomatizzare un processo richiede un costo molto alto in termini di risorse e di gestione. Pensare di azzerare la componente umana richiede investimenti elevati e processi totalmente da ridisegnare. Come cambia la mappatura delle competenze? E quali figure professionali saranno in grado di interfacciarsi con i robot?

Gianfranco Messina, digital transformation officer di Hitachi Rail che fa parte della grande famiglia Hitachi, spiega che le imprese hanno difficoltà a selezionare figure professionali di questo tipo. Quale può essere la ricetta allora? «Fare networking e non isolarsi. In un progetto di trasformazione digitale, il network è importante, così come la collaborazione con le università e i centri di ricerca». I centri di formazione italiani hanno compreso il gap esistente e le università si stanno muovendo per rendere i giovani pronti al mondo del lavoro, ma c’è un fattore temporale che penalizza qualsiasi buona azione. Prendiamo il caso dei data scientist. «Se un’azienda oggi ha bisogno di assumerne uno, non può farlo in Italia perché dovrà aspettare minimo cinque anni» – afferma Messina. Che fare dunque? «Se li va a prendere all’estero»! Bisogna fare network con le università perché i modelli tradizionali di formazione sono stati stravolti dal modello digitale». Ma non solo. Una risorsa importante è la creatività per stimolare l’apprendimento e l’assimilazione delle nuove competenze. «Nel contesto della fabbrica del futuro – conclude Merlo di Leonardo – «la creatività sarà uno dei fattori principali e strategici di selezione delle persone».

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Comau, con Schneider Electric, per migliorare il data center https://www.datamanager.it/2020/02/comau-con-schneider-electric-per-migliorare-il-data-center/ Thu, 20 Feb 2020 09:20:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=196472 Nicola Pasquino, Infrastructure Specialist di Comau, ha spiegato che le aree di miglioramento del data center, rispetto alla precedente infrastruttura, sono state individuate nel condizionamento dell’aria e nell’implementazione di dispositivi che prima non erano previsti Un’infrastruttura data center che governasse le esigenze IT degli impianti produttivi, sempre connessi e digitalizzati, dislocati in vari paesi del […]

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Nicola Pasquino, Infrastructure Specialist di Comau, ha spiegato che le aree di miglioramento del data center, rispetto alla precedente infrastruttura, sono state individuate nel condizionamento dell’aria e nell’implementazione di dispositivi che prima non erano previsti

Un’infrastruttura data center che governasse le esigenze IT degli impianti produttivi, sempre connessi e digitalizzati, dislocati in vari paesi del mondo. Si sta parlando di Comau, azienda leader nel settore dell’automazione industriale, a livello globale, con oltre 45 anni di esperienza comprovata sul campo.

Comau sviluppa sistemi, prodotti e servizi di automazione avanzata, in un’ottica di piena compatibilità con l’Industria 4.0. Il portafoglio completo include: soluzioni per giunzioni, assemblaggio e lavorazione meccanica studiate per veicoli tradizionali ed elettrici, sistemi di produzione robotizzati, una famiglia completa di robot (comprese soluzioni di robotica collaborativa e indossabile) con un’ampia varietà di modelli e molteplici configurazioni di carico utile, strumenti di logistica a guida autonoma e servizi di ottimizzazione delle risorse, con funzionalità di monitoraggio e di controllo in tempo reale. L’offerta si estende anche al project management e alla consulenza, a servizi IoT nonché alla manutenzione e alla formazione, per una varietà di segmenti industriali. Le soluzioni offerte rispondono alle esigenze della produzione automotive, dell’energia rinnovabile e a una vasta gamma di settori della general industry.

Il progetto

Nell’ambito del progetto “Data Center”, Comau ha chiesto a Schenider Electric di realizzare l’applicazione. Nicola Pasquino, infrastructure specialist di Comau, ha spiegato che «nell’ambito della progettazione del nuovo data center, le aree principali di miglioramento rispetto alla precedente infrastruttura sono state individuate nel condizionamento dell’aria e nell’implementazione di dispositivi prima non previsti». Infatti, Schneider Electric ha dovuto progettare correttamente l’impianto di condizionamento dell’aria per fare in modo che vi fosse una sufficiente ridondanza al raffreddamento dei sistemi, anche a fronte di un guasto sia sulle unità esterne sia interne e, in secondo luogo, ha dovuto lavorare sull’impianto di alimentazione a batteria in caso di mancanza di elettricità al fine di avere una autonomia il più ampia possibile. Punti critici, questi, che sono stati superati grazie al contributo specialistico e alle tecnologie fornite da Schneider Electric con l’offerta della piattaforma EcoStruxure for IT. «Queste – continua Pasquino – hanno permesso a Comau di realizzare un data center dotato di infrastrutture allo stato dell’arte, in grado quindi di offrire servizi di elaborazione con qualità e prestazioni elevate ai vari stabilimenti Comau nel mondo. Inoltre, la cura e l’attenzione posta nel definire tutti i dettagli necessari a garantire la continuità dei servizi erogati hanno avvantaggiato Comau nelle verifiche e nei controlli necessari al percorso di certificazione ISO 27001 intrapreso nel 2019».

Nelle pieghe del modello Schneider Electric

Schneider Electric ha fornito l’applicazione per il monitoraggio 24 ore al giorno, che resta uno strumento essenziale per intervenire tempestivamente in caso di problemi. In un’ottica di efficienza, in caso di alert, possono intervenire sia Comau sia Schneider Electric, secondo il tipo di anomalia riscontrata. Schneider e Comau si sono avvalsi di partner ai fini della realizzazione di questo progetto, in particolare «sono stati coinvolti partner per la realizzazione dell’infrastruttura esterna al data center (chiller, generatore elettrico) e per la realizzazione delle opere a corredo (impianto antincendio, ecc.)», spiega Pasquino, il quale sottolinea che tra i punti critici su cui ha dovuto lavorare Schneider Electric  vi è stata la sostituzione dell’infrastruttura precedente senza causare interruzioni di servizio. Infine un concetto sempre caro e oggi ancora di più, in ambito aziendale: la sicurezza. «La realizzazione della nuova infrastruttura – ha concluso Pasquino – ha consentito di aumentare ulteriormente il livello di sicurezza, sia dal punto di vista dei rischi di allagamento dell’impianto di condizionamento precedente, sia dal punto di vista del monitoraggio dei parametri principali».

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Cyber security, l’unione fa la forza https://www.datamanager.it/2020/02/cyber-security-lunione-fa-la-forza/ Wed, 12 Feb 2020 13:55:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=196207 La Sapienza di Roma sceglie Check Point Software Technologies e Gruppo Lutech per la sicurezza. L’università più grande d’Europa ha rinnovato l’infrastruttura di sicurezza con un firewall di quinta generazione, azzerando le infezioni ed estendendo la protezione anche ai 4000 device di professori e ricercatori non gestiti direttamente Attacchi alla sicurezza delle imprese sempre più […]

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La Sapienza di Roma sceglie Check Point Software Technologies e Gruppo Lutech per la sicurezza. L’università più grande d’Europa ha rinnovato l’infrastruttura di sicurezza con un firewall di quinta generazione, azzerando le infezioni ed estendendo la protezione anche ai 4000 device di professori e ricercatori non gestiti direttamente

Attacchi alla sicurezza delle imprese sempre più sofisticati. Ampliamento dei confini di tutela entro i quali operano oggi le aziende, grazie a strumenti di lavoro in grado di permettere ai dipendenti e ai collaboratori di lavorare in mobilità. Integrazioni e partnership tra aziende per portare a casa del cliente finale vere e proprie soluzioni ad hoc. I confini della sicurezza sono diventati più labili e ampi così come si sono evoluti gli attacchi sia dall’esterno che dall’interno delle organizzazioni. «Parlare di performance delle soluzioni di sicurezza in quanto tali, disgiunte da altre tematiche, ha poco senso» – spiega Massimiliano Bossi, channel & territory sales manager Italia di Check Point Software Technologies. «Le aziende possono dotarsi di singole tecnologie di sicurezza valide, ma se manca l’integrazione tra esse, otterranno pochi benefici». Dunque, un aspetto importante del lavoro di un vendor è ricercare partner che sappiano armonizzare le diverse soluzioni e realizzare una copertura multipla degli asset del cliente finale. «Gli attacchi ormai sono multivettore e arrivano da diversi fronti. La sinergia tra nuove tecnologie e soluzioni avanzate di sicurezza aumenta significativamente la capacità di protezione» – afferma Bossi.

SICUREZZA E FLESSIBILITÀ

Un tema importante è quello della difesa degli endpoint, soprattutto in ambienti estesi di ricerca come in un’università, caratterizzati da un altissimo grado di mobilità. Il bilanciamento fra sicurezza e apertura degli ambienti di ricerca stessi si traduce in una vera sfida che prevede una forte segmentazione delle reti interne e la massima attenzione al principio di privacy by design nella progettazione architetturale dei servizi. In generale, l’adozione di tecnologia all’avanguardia e sistemi di protezione avanzata degli endpoint basati sul riconoscimento di modelli comportamentali degli attacchi, rappresenta l’asset principale della strategia di sicurezza in ambienti complessi. Una strategia che deve coniugare esigenze apparentemente opposte di flessibilità e protezione. E proprio queste esigenze di flessibilità e apertura da un lato, e protezione dall’altro, hanno portato anche l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” a riconsiderare la propria infrastruttura di sicurezza e in quanto Pubblica Amministrazione, a riconsiderarla in relazione ai requisiti previsti dall’AgID e dal regolamento GDPR.

«Con più di centomila studenti iscritti ogni anno, 10mila dipendenti (tecnici, amministrativi e personale docente), l’Università di Roma “La Sapienza” è l’ateneo più grande d’Europa. Con oltre 100 edifici sparsi sul territorio regionale, La Sapienza si è trovata quindi ad affrontare la gestione della sicurezza di una rete molto vasta, composta da oltre 65mila indirizzi IP pubblici riservatici dal nostro provider GARR. Una configurazione a indirizzamento pubblico sugli endpoint poteva esser valida 20 anni fa, ma oggi, per salvaguardare al meglio la riservatezza, l’integrità e la disponibilità dei dati dell’intero ateneo, era necessario un radicale cambio di rotta» – spiega il cyber security officer, Francesco Ficarola. «L’esigenza principale – continua Ficarola – era installare un moderno firewall di frontiera di quinta generazione in grado di gestire sia gli attacchi per tutte le sedi dell’ateneo sia gli attacchi verso il mondo esterno derivanti da eventuali infezioni interne. E dopo un’attenta valutazione, la scelta è caduta su Check Point Software Technologies. Ci serviva un firewall dalle prestazioni elevate per soddisfare le esigenze di servizio attuali, ma anche future. Quindi – continua Ficarola – il firewall è formato non da una sola appliance bensì da tre, nelle quali sono configurati tre firewall virtuali che possono essere spostati da una appliance all’altra senza problemi e senza interruzioni di servizio nel caso di guasto di una di queste».


#StrategicPartner #Cybersecurity L’unione fa la forza @CheckPointSW @SapienzaRoma @LutechGroup
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INSIEME PER SODDISFARE ESIGENZE COMPLESSE

Il SIEM, integrato totalmente con il firewall Check Point, rileva quotidianamente circa 10mila eventi al secondo. «Significa che ogni secondo, il firewall blocca o permette un traffico che scatena 10mila connessioni, per un totale di 864 milioni di eventi analizzati al giorno» – spiega Ficarola, evidenziando come in precedenza non si potessero avere dati così precisi visto che il vecchio firewall non poteva essere integrato, e sottolineando come, con la nuova soluzione, La Sapienza abbia raggiunto uno score di sicurezza di fascia alta che pochissime realtà della Pubblica Amministrazione italiana possono vantare. «Su base giornaliera imperversano migliaia di attacchi registrati dalle blade IPS, App Control, URL Filtering, AntiVirus e Anti-Bot. Facendo una statistica, oggi le aziende non hanno gli strumenti idonei per scongiurare attacchi dalla quarta alla sesta generazione. Grazie alla reportistica della nostra piattaforma di security scoring – spiega Ficarola – siamo passati da più di duemila infezioni da botnet a zero, e da circa quattromila sistemi compromessi a poco meno di una decina in poco più di un mese». Un successo da ascrivere al lavoro di squadra, alle competenze messe in campo e alla collaborazione tra Check Point e il Gruppo Lutech – come mette in evidenza Ficarola.

«Dal Gruppo Lutech abbiamo ricevuto fin da subito l’affiancamento di due consulenti dedicati che ci hanno seguito in tutte le fasi di migrazione dei contesti già in essere – data center, su cui girano i sevizi informatici centralizzati, e il WiFi – e nell’introduzione della protezione di frontiera, così da approdare velocemente alla nuova configurazione di sicurezza. Il progetto è durato complessivamente meno di quattro mesi» – spiega il CSO. La capacità di soddisfare esigenze complesse con la proposta più adeguata: questo contraddistingue il valore della partnership ormai ventennale tra Check Point e il Gruppo Lutech le cui competenze hanno certamente rappresentato un ingrediente fondamentale per il successo del progetto e la soddisfazione del cliente.

«Il Gruppo Lutech ha dimostrato ampiamente di saper coprire e gestire tutte le sfaccettature della security» – afferma Massimiliano Bossi. «Poter collaborare con un system integrator di questo livello, in grado di sviluppare una visione olistica della security e con un’ampia competenza su sistemi complessi e tecnologie complementari significa offrire una consulenza completa e integrata adeguata ai clienti. Tra l’altro sappiamo – continua Bossi – che in chiave prospettica molti dei nostri clienti si convertiranno a modelli di sicurezza gestita, e il Gruppo Lutech dispone di un Next Generation Security Operations Center collocato all’interno di una divisione di oltre 300 persone che offre proprio servizi gestiti in grado di indirizzare queste esigenze».

IL RUOLO DEL GRUPPO LUTECH

Maurizio Costa, cyber security practice leader di Gruppo Lutech, illustra anche il ruolo fondamentale di Fastweb nel progetto. «Dopo una prima valutazione tecnologica che ha riguardato la migrazione e la messa in sicurezza dei contesti esistenti, siamo passati alla realizzazione effettiva del progetto che ha previsto l’espansione dell’infrastruttura fino a raggiungere gli obiettivi richiesti dal cliente. Lavorando su vincoli contrattuali e di approvvigionamento, la convenzione con Fastweb – che per il Gruppo Lutech è partner di riferimento – ci ha semplificato la strada, rendendo più fluidi i vincoli da rispettare». Entrando nel dettaglio, Costa spiega che la nuova infrastruttura consentirà – «di mettere in sicurezza tutti i nuovi servizi che l’ateneo romano eroga e quelli che vorrà erogare in futuro. Si tratta, dunque, di un punto di partenza evolutivo che prescinde dall’infrastruttura realizzata e che servirà a blindare il bilanciamento tra sicurezza e apertura tipico degli ambienti di ricerca molto estesi, aumentando le garanzie di protezione dei dati e di sicurezza a 360 gradi».

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Prysmian, la rivoluzione del lavoro agile https://www.datamanager.it/2020/02/prysmian-la-rivoluzione-del-lavoro-agile/ Fri, 07 Feb 2020 13:20:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=196028 Stefano Brandinali: «Ho cercato da subito di valorizzare i talenti esistenti» Entra in Prysmian Group come CIO a fine 2015, tornando in Italia dopo un periodo passato all’estero, prima in Lussemburgo e poi in Inghilterra. Decide di accettare la sfida che gli viene proposta: trovare qualcosa che ancora manchi al ramo IT di uno dei colossi […]

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Stefano Brandinali: «Ho cercato da subito di valorizzare i talenti esistenti»

Entra in Prysmian Group come CIO a fine 2015, tornando in Italia dopo un periodo passato all’estero, prima in Lussemburgo e poi in Inghilterra. Decide di accettare la sfida che gli viene proposta: trovare qualcosa che ancora manchi al ramo IT di uno dei colossi italiani, con sede a Milano, specializzato nella produzione di cavi per applicazioni nel settore dell’energia e delle telecomunicazioni e di fibre ottiche. Stiamo parlando di Stefano Brandinali, CIO e, dal 2018, anche chief digital officer.

Il manager mette subito le mani avanti spiegando che «ha cercato da subito di valorizzare i talenti esistenti». Le persone del team IT sono rimaste al loro posto. «Ma dopo otto mesi – racconta – il 70% del team aveva cambiato job in modo drastico, da pure delivery a business partner». Due gli ingredienti, nemmeno troppo segreti: l’intuito e l’ascolto delle persone.

IL CIO DIRETTORE D’ORCHESTRA

Brandinali spiega di essere entrato nel ramo IT di Prysmian con una nuova strategia in testa: la “1BCD” dove 1 (One) sta per Globalization, C per Cloud first, B per Business proximity e D per Digital transformation, di cui Brandinali ha iniziato a parlare nel 2016. Nel 2017, il CIO dà il via all’Innovation Lab per progetti pilota sulle tecnologie digitali. Nel 2018, nasce la funzione digital innovation e, contestualmente, la figura del CDO che viene appunto assegnata a Brandinali. «Io ricopro entrambi i ruoli ma i due team restano distinti» – precisa. «Come se fosse un bimodale estremo: il gruppo IT tradizionale, che fa capo a una squadra consolidata nella quale ho inserito chirurgicamente alcune risorse nuove e il team digital, con una squadra tutta da costruire con personale che sto scegliendo dal mercato, come per esempio i data scientist, non facili da trovare». E per questo, Brandinali adotta una soluzione pragmatica, utilizzando risorse che individua, per competenza, in ogni area possibile. Dall’università ha ingaggiato alcuni ricercatori del dipartimento di matematica: «Sì è vero, di business ne sanno poco, ma ci siamo noi di Prysmian a bilanciare». Insomma, un CIO orchestratore, questo ci vuole suggerire Brandinali. Un CIO capace di padroneggiare linguaggi diversi, mettendo insieme i pezzi e facendoli suonare in armonia. Un CIO in grado di creare e sviluppare relazioni tra università, centri di ricerca e aziende, facendosi interprete del “salto” che un’azienda tradizionale deve fare per evolversi. «Oggi, sto lavorando sulla nuova strategia ICT – racconta Brandinali – centrata sul tema della data economy. È qui che sta la convergenza tra CIO e CDO, con i dati sempre più centrali rispetto ai processi».

IL LAVORO DIVENTA SMART

Tra il 2015 e il 2017, Prysmian decide di creare il suo nuovo quartier generale milanese con due obiettivi – come ci spiega Brandinali – consolidare in un unico spazio gli uffici distribuiti precedentemente in tre building distinti e costruire la propria casa “di proprietà”. Contestualmente parte anche Prysmart, il programma di smart working che ha saputo cogliere l’idea di rendere più agile il lavoro e trasformarlo in una vera e propria leva del cambiamento, cogliendo le opportunità offerte dalle tecnologie digitali. «Insieme a un team di manager “illuminati” – racconta Brandinali – ci siamo domandati, in primo luogo, se fosse possibile cambiare il modo di lavorare dei nostri “colletti bianchi”. Le facility dell’edificio sono state costruite in base alle esigenze e ai bisogni degli impiegati, dove l’employee experience è stata analizzata lungo l’intero arco della giornata, da quando il dipendente si sveglia la mattina fino a quando va a dormire. Siamo partiti dal presupposto che il dipendente è un membro dell’azienda anche quando esce di casa per recarsi in ufficio, abbiamo fatto una survey per capire dove risiedessero i circa 700 dipendenti dell’headquarter e abbiamo deciso di favorire il trasporto sostenibile tra casa e lavoro, dotando i dipendenti di un abbonamento annuale ai mezzi pubblici (o, in alternativa, offrendo un parcheggio nelle vicinanze). Inoltre, sono state ridotte drasticamente le timbrature, a favore del controllo degli accessi in entrata e in uscita al fine di garantire la sicurezza».

IL BUILDING COME SERVICE HUB

Lo studio degli spazi interni ha privilegiato le sale riunioni rispetto agli uffici individuali. Nella realizzazione, si è lavorato su una logica di open space dove ogni dipendente è a suo agio in uno spazio individuale che Brandinali ha paragonato alla biblioteca di una università. «Così come per preparare gli esami ci si recava in biblioteca, concentrandosi sul proprio libro (ndr. sulla propria attività individuale), così qui ogni dipendente ha la propria scrivania in uno spazio comune. Nei vari reparti non si sente rumore, persino nel reparto IT, notoriamente quello più rumoroso» – commenta Brandinali. Nel nuovo edificio Prysmian, ci sono 93 sale riunioni che, complessivamente, possono contenere circa 700 posti a sedere. Sono tutte uguali in termini di equipaggiamento, in alcune che sono definite sale riunioni-progetto sono stati sistemati tavoli più alti per favorire gli “stand-up meeting”. «Abbiamo armonizzato le sale riunioni anche dal punto di vista tecnologico. Sono state eliminate le videoconferenze a favore di Skype for Business e ogni dipendente può spostarsi fisicamente nelle sale riunioni con il proprio ufficio virtuale, ossia il notebook. Abbiamo standardizzato gli accessi Wi-Fi su scala mondiale per poter permettere ai dipendenti di qualsiasi Stato o Nazione di poter comunicare senza bisogno di richiedere accessi locali differenti. Infine abbiamo promosso un approccio paperless, archiviando la documentazione storica necessaria in digitale ed eliminando la generazione del superfluo, come la stampa locale nei reparti e persino i cestini alle scrivanie».

INTELLIGENZA A BORDO LINEA

Se per i cosiddetti colletti bianchi, il processo di smart working ha seguito una direzione “più digital” – Brandinali spiega che per i blue collar c’è ancora qualche passo da fare. L’errore da evitare è quello di mutuare ciò che è stato fatto per gli impiegati anche per gli operai. «Un operaio non ha bisogno di vedere su un mobile phone il proprio piano di produzione perché il risultato sarebbe quello di complicargli la vita. Meglio non forzare un processo di digitalizzazione che è stato pensato per un’altra tipologia di lavoro. Invece occorre pensare a sviluppare una nuova interfaccia uomo-macchina. Attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, immagino la possibilità che l’operaio possa parlare con la macchina con il proprio linguaggio naturale. Non possiamo pretendere di mettere in mano a un operaio un tablet e pensare di averlo aiutato nel suo lavoro, perché non avrebbe le mani libere per compiere il suo lavoro quotidiano». Un’altra possibile evoluzione dello smart working potrebbe essere ricercata nei cooperative robot e nella loro capacità di intercettare i segnali di fatica o emozionali degli operai. «Per noi – spiega Brandinali – la sicurezza dell’operaio è prioritaria, oltre al fatto che un operaio stanco lavora con minore efficienza. Anche in questo caso, l’intelligenza artificiale potrebbe venirci in aiuto». Infine, un esempio che Brandinali definisce solo una idea remota: la noise reduction. «Partiamo dal principio che le macchine sono rumorose e le azioni di hearing protection attualmente previste in azienda sono invasive e in parte penalizzanti per l’individuo» – ammette Brandinali. «Il rumore ambientale rappresenta un disagio. Le cuffie, i tappi sono una soluzione scomoda e poco efficace. L’idea potrebbe essere quella di trovare un sistema in grado di abbattere il rumore a livello ambientale. È ancora presto, ma potrebbe essere il prossimo passo da realizzare con il nostro Digital Innovation Lab».

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Nutanix, tutto il “buono” che c’è dietro il cloud ibrido https://www.datamanager.it/2020/02/nutanix-tutto-il-buono-che-ce-dietro-il-cloud-ibrido/ Thu, 06 Feb 2020 11:04:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=195916 Sammy Zoghlami, senior VP EMEA di Nutanix, fa il punto della situazione sull’andamento delle aziende tra cloud pubblico, privato, on premise. Una questione di costi? O c’è dietro altro? Le previsioni Nutanix per il 2020: cloud ibrido, blockchain, IoT, sottoscrizioni e abbonamenti che fanno tanto bene al portafoglio delle aziende. Abbiamo incontrato Sammy Zoghlami, senior vice […]

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Sammy Zoghlami, senior VP EMEA di Nutanix, fa il punto della situazione sull’andamento delle aziende tra cloud pubblico, privato, on premise. Una questione di costi? O c’è dietro altro?

Le previsioni Nutanix per il 2020: cloud ibrido, blockchain, IoT, sottoscrizioni e abbonamenti che fanno tanto bene al portafoglio delle aziende. Abbiamo incontrato Sammy Zoghlami, senior vice president EMEA di Nutanix, per fare il punto della situazione sulle previsioni di inizio d’anno e sulle tematiche strategiche che hanno visto la società protagonista. Il dibattito tocca cloud pubblico, privato, on premise con le relative conseguenze e considerazioni che ruotano attorno alla duplice necessità: risparmiare sui costi e la certezza di avere a portata di mano tutte le informazioni che servono.

SI ALZA IL SIPARIO SUL CLOUD IBRIDO

Secondo Zoghlami la strategia che sta dietro allo spostamento delle applicazioni in cloud è figlia del potere contrattuale e della capacità di negoziare sul prezzo. In secondo luogo, e non è scontato, ci sono molte aziende che non amano migrare tutto in cloud, altre che amano il cloud pubblico. Posto dunque che la conformità di trattamento sia conclamata, le aziende stanno iniziando a fare i conti. «Tenere in auge un’applicazione in cloud all’interno dell’azienda 24 ore su 24, sette giorni su sette è assolutamente una buona cosa ma è irrealistico se si prendono in considerazione i costi. È più corretto pensare a un equilibrio». Il cloud ibrido rappresenta il punto di equilibro per avere scalabilità di prestazioni e controllo dei costi grazie a un approccio mirato alle licenze. «Si parla molto di CaPex e OpEx» – spiega Zoghlami. «È il cliente a decidere, in anticipo, come e dove distribuire le applicazioni. La nostra migrazione al modello subscription per le licenze offrirà un vantaggio competitivo: la redistribuzione delle licenze – on premise o in cloud – porta lo stesso servizio e offre maggiore elasticità perché non si tratta di riacquistare nuove licenze, ma di viaggiare sull’onda del cloud ibrido».


#cloudibrido su il sipario. Ecommerce e Banche più potere alla #blockchain – Zoghlami senior VP EMEA @nutanix
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POTERE DELLA BLOCKCHAIN

Secondo il co-fondatore e CEO di Nutanix, Dheeraj Pandey, la blockchain trasformerà le transazioni digitali. Nel corso del 2020, sempre più aziende adotteranno la blockchain per le transazioni digitali grazie alla capacità di ridurre gli errori e migliorare l’efficienza complessiva. Ottimizzando le transazioni, la blockchain aiuterà le aziende a diventare più efficienti e ad aumentare il valore per i clienti. «Abbiamo già progetti in Europa con alcune banche in ambito blockchain – continua Sammy Zoghlami – e ci rendiamo conto che per gli istituti bancari tali servizi rappresentano un caso d’uso mission critical. Ancora limitato in termini di numero di progetti, ma sicuramente in crescita. Si tratta inoltre di un’opportunità per le banche di abbandonare il mainframe. È molto difficile per gli istituti di credito migrare al di fuori degli ambienti legacy – spiega Zoghlami – e, quindi, con la blockchain si apre per loro l’opportunità per ricominciare dall’inizio con un nuovo tipo di servizio basato su una infrastruttura moderna che consentirà maggiore elasticità. In futuro, ci aspettiamo dai protagonisti dell’e-commerce un’adozione molto rapida di tale tecnologia».

CAMBIO DI ROTTA

Il modello subscription potrebbe diventare la norma per i cloud vendor – affermano i vertici Nutanix e lo conferma anche Zoghlami. «Il mondo si sta spingendo sul modello delle licenze in abbonamento, utili e convenienti, applicate a modelli d’impresa basati su progetti flessibili e sperimentali, tali per cui, qualora fallissero, sarebbero in grado di essere ripristinati in una nuova modalità. Vedo sul mercato un cambiamento di rotta. Il modello dell’abbonamento è interessante perché consente loro di provare, sperimentare e interrompere senza troppi sprechi».

Zoghlami mette nella rosa dei paesi a più forte intensità di adozione del cloud anche l’Italia oltre alla Francia e al Regno Unito, mentre la Germania è ancora qualche passo indietro. «In Italia, le aziende sono ben informate su cosa significhi migrare, sui contratti per la tecnologia richiesta e per i relativi costi. Un tempo la logica era di trasferire tutto su cloud pubblico, oggi le aziende hanno quella giusta maturità per prendere davvero una decisione equilibrata».

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Apre a Milano il Cybersecurity Co-Innovation Center di Cisco https://www.datamanager.it/2020/01/apre-a-milano-il-cybersecurity-co-innovation-center-di-cisco/ Mon, 27 Jan 2020 10:18:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=195496 Inaugurato presso il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci con la presenza di autorità e vertici della società e del museo, uno spazio che ha l’obiettivo di portare competenze e idee sulla cybersecurity e la privacy alla cittadinanza. E’ il primo centro ad aprire in Europa. Cisco e il museo hanno stretto un […]

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Inaugurato presso il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci con la presenza di autorità e vertici della società e del museo, uno spazio che ha l’obiettivo di portare competenze e idee sulla cybersecurity e la privacy alla cittadinanza. E’ il primo centro ad aprire in Europa. Cisco e il museo hanno stretto un accordo triennale rinnovabile

Apre nel cuore di Milano, presso il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, il Cybersecurity Co-Innovation Center di Cisco.

Inaugurato con la presenza dei massimi vertici dell’azienda, da Chuck Robbins, CEO di Cisco, ad Agostino Santoni, Amministratore delegato di Cisco Italia, per poi passare al direttore del museo Fiorenzo Galli, e alle istituzioni: dalla ministra per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano, a Roberta Cocco, assessore alla trasformazione digitale e servizi civici del comune di Milano, Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia. Due sono le parole chiave che stanno dietro a questo centro: sicurezza IT e privacy.

Fiorenzo Galli, direttore Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci

Soddisfatto Galli che ha sottolineato come questo centro, aperto ai cittadini, darà al Museo “la possibilità di fornire competenze ai cittadini e, attraverso le tecnologie di Cisco, porteremo ai cittadini e alle scuole veri e propri progetti educativi”. Il progetto di Cisco nasce tra le pieghe del piano di investimenti che l’azienda ha avviato in Italia dal 2016 e che va sotto il nome di Digitaliani e che partiva da una investimento iniziale di 100 milioni di dollari. Come ha sottolineato Santoni, una parte dell’investimento iniziale per Digitaliani è confluito nell’avvio di questo Co-innovation Center situato all’interno nel museo, grazie a un accordo triennale tra le due realtà, che Santoni si augura possa essere rinnovato al termine del triennio.

Agostino Santoni, Amministratore delegato di Cisco Italia

Il centro fa parte di una rete mondiale di centri di Co-innovazione di Cisco di cui il primo in Europa ha proprio aperto i battenti a Milano. La struttura ospita spazi dedicati a sviluppatori e ricercatori, laboratori, aree per incontri tematici. Santoni ha ricordato l’impegno che Cisco mise a Milano in occasione di Expo 2015 sottolineando come, in quel periodo, la tecnologia Cisco “abbia gestito 500mila attacchi”. Perchè dunque puntare sulla cybersecurity? Santoni spiega: “Abbiamo formato ragazzi lavorando sulle competenze e sulle idee di un progetto di cybersecurity. L’Italia ha da sempre subito svariati attacchi e non solo perché è terra di molte Pmi ma è forte in intellectual property che oggi non resta più solo nella testa delle persone ma viene riposta in rete”.

Posto dunque che la cybersecurity e la privacy sono temi fondamentali per la trasformazione digitale del Paese, Enrico Mercadante, South specialists and innovation leader di Cisco Italia, spiega: “Oggi lavoriamo in modo aperto e il centro sarà connesso al sistema di innovazione. Poi ci sono gli skill. La cybersecurity è un tema complesso. Pensando anche alle Pmi e alla scarsa copertura di sicurezza, dobbiamo intervenire affinché, in una filiera digitalizzata, possa essere meno vulnerabile e sotto attacco, dato che le Pmi sono il cuore del tessuto economico”. Inoltre il punto caldo sull’IoT e il 5G. “Aumenteremo il grado di conoscenza di tutti gli attacchi”, continua Mercadante. “Con l’arrivo del 5G dovremo essere in grado di fornire soluzioni più robuste. Inoltre, la filiera digitale in 5G e IoT sarà il nuovo mondo che vogliamo sviluppare nell’ecosistema dell’innovazione”.

Enrico Mercadante, South specialists and innovation leader di Cisco Italia

La ministra Pisano mette in guardia il Sistema Paese e auspica maggiore collaborazione con le aziende. “Un paese che vuole crescere digitalmente ma non pensa alla sicurezza è un paese che mette a repentaglio la propria economia e la libertà. Le imprese stanno investendo poco: non è pensabile che una Pmi investa in cybersecurity solo 3 mila euro, così come non lo è che una medio-grande azienda investa dai 20 ai 30 mila euro”, spiega Pisano. “Serve invece maggiore collaborazione tra università, centri di ricerca, pubblica amministrazione e aziende per sensibilizzare questa evoluzione”.

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Zscaler: la gestione del dato è questione di as a services https://www.datamanager.it/2020/01/zscaler-la-gestione-del-dato-e-questione-di-as-a-services/ Fri, 24 Jan 2020 11:35:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=195474 Fabio Cipolat Gotet, regional sales manager Italy Zscaler, spiega la strategia aziendale sostenendo che l’Italia risponde agli stimoli di cloud e gestione esterna del dato E’ possibile dare sicurezza e tranquillità a quelle aziende che, sempre più di frequente, si trovano a gestire dati e infrastrutture al di fuori del loro perimetro? Con l’avvento del […]

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Fabio Cipolat Gotet, regional sales manager Italy Zscaler, spiega la strategia aziendale sostenendo che l’Italia risponde agli stimoli di cloud e gestione esterna del dato

E’ possibile dare sicurezza e tranquillità a quelle aziende che, sempre più di frequente, si trovano a gestire dati e infrastrutture al di fuori del loro perimetro? Con l’avvento del cloud si deve. E Zscaler, che ha aperto i battenti in Italia a giugno 2017 con Fabio Cipolat Gotet che ricopre il ruolo di regional sales manager Italy, ci prova e ci sta riuscendo portando a casa risultati. Basti pensare che, come ricorda Cipolat Gotet «dal 1 giugno 2017 la piattaforma Zscaler gestiva a livello mondiale 30 miliardi di transazioni al giorno e oggi, la stessa piattaforma ne gestisce 80 miliardi. Perchè? Tutti vanno su Internet che oramai è diventato una commodity e il cloud è diventato una necessità perché porta alle aziende una facilitazione nella scalabilità e flessibilità di accesso a Internet. Un fatto è gestire un certo dimensionamento hardware, un altro è coprire una logica di hardware, Sla, disaster recovery in chiave software as a service». Ed è proprio questa la chiave di volta di Zscaler.

«Trenta anni fa, le aziende – continua – ragionavano in una logica nazionale ma oggi il business è anche globale e le stesse imprese non possono vincolare i singoli soggetti, che ruotano attorno all’azienda, a entrare per forza nella rete aziendale per raggiungere il dato di business dell’azienda stessa. E’ necessario mettere nelle condizioni questi soggetti di poter raggiungere quel dato ovunque ci si trovi ed ecco perché Zscaler ha costruito in cloud i 150 data center». Tutto questo, però, l’azienda lo ha fatto spostando sull’utente le regole della security sugli utenti stessi rafforzando questa logica che il cloud non sia così insicuro.

Obiettivo principale di Zscaler è evangelizzare il mercato e i clienti sulla trasformazione che, tradotto, significa dare la possibilità di cambiare la gestione dell’infrastruttura ICT con la protezione da interno a esterno in modo da tutelare i clienti mobili. Fino a oggi tutto si svolgeva e si controllava all’interno del perimetro della rete aziendale: dalla gestione del dato alla rete ben controllata. «Oggi gli utenti sono usciti da questo perimetro, hanno iniziato a fare business al di fuori della rete aziendale e il nostro ruolo è garantire a questi utenti mobili la giusta sicurezza e performance per lavorare», sottolinea Cipolat Gotet. Il mercato si trova immerso in un mondo in cui hanno preso piede realtà come Microsoft con Azure, AWS, Google Cloud Platform, solo per citarne alcune, che permettono di approvvigionarsi facendo proprio da supporto al di fuori dei perimetri delle aziende. Zscaler fa da collante fra la rete esterna e la gestione del traffico verso l’interno: «Zscaler, anche nell’inbound, consente di accedere direttamente a Internet. Zscaler ha accelerato l’accesso alle applicazioni aiutando le aziende nel processo di trasformazione, specie per quanto riguarda i livelli di protezione».

La società ha di recente annunciato una piattaforma multi-tenant progettata per il cloud. Zscaler Internet Access, il secure web gateway per un accesso veloce e sicuro a internet e alle applicazioni SaaS. Zscaler Private Access per un accesso veloce e sicuro alle applicazioni tradizionali nel data center o IaaS, sostituendo la VPN.

«Siamo quasi a metà anno fiscale – spiega Cipolat Gotet – e l’azienda è in crescita. E’ una società pubblica che sta aggiungendo soluzioni per la sicurezza e velocità di accesso. Zscaler è azienda nata nel cloud. In Italia assumiamo persone, il nostro Paese ha davanti a sé una forte crescita in questo senso» conclude.

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Report SAP: Italia promossa sull’ecommerce https://www.datamanager.it/2019/12/report-sap-italia-promossa-sullecommerce/ Thu, 12 Dec 2019 10:33:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194299 Secondo il report condotto per conto di SAP da Ecommerce Foundation, la fascia di maggiore penetrazione online è quella che va dai 25 ai 54 anni, che rappresenta il 41% della popolazione. Accessi per gli acquisti prevalentemente da Pc L’ecommerce piace sempre di più. Non c’è digital divide che tenga. Secondo l’Ecommerce Report il fatturato […]

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Secondo il report condotto per conto di SAP da Ecommerce Foundation, la fascia di maggiore penetrazione online è quella che va dai 25 ai 54 anni, che rappresenta il 41% della popolazione. Accessi per gli acquisti prevalentemente da Pc

L’ecommerce piace sempre di più. Non c’è digital divide che tenga. Secondo l’Ecommerce Report il fatturato generato dall’e-commerce B2C in Italia nel 2019 sarà di 35,65 miliardi di euro con un aumento del 2,01% rispetto al 2018 e, sulla base dei dati emersi dall’analisi, si prevede che entro la fine del 2019 circa il 37% della popolazione online avrà effettuato almeno un acquisto via Internet. Il report, che ha incluso l’Italia ed è stato condotto per conto di SAP da Ecommerce Foundation, mostra per il nostro Paese dati interessanti. Ivano Fossati, COO Emea South SAP Customer Experience spiega che “il 55% degli accessi online per acquisti arriva dal Pc, ma lo smartphone sta crescendo molto mentre il tablet ha un andamento sostanzialmente piatto. La fascia di maggiore penetrazione online è quella che va dai 25 ai 54 anni, che rappresenta il 41% della popolazione. In percentuale, la seconda fascia è quella degli over 65 (22%); 13% contestualmente tra gli 0 e 14 anni e la fascia dai 55 ai 64 mentre solo il 10% per la fascia dai 15 ai 24 anni”.

Secondo Fossati, l’omnichannel sarà il fattore differenziante, considerando che anche i pure player stanno aprendo store fisici per avere un contatto diretto con i clienti. “Stiamo vivendo quella che oggi viene definita experience economy, dove per essere vincenti è necessario saper gestire in modo ottimale l’esperienza dei clienti su tutti i canali sia fisici che online, appoggiandosi a una data customer platform univoca per le diverse aree che compongono il journey di un consumatore”, sostiene Fossati. Così come la logistica gioca e giocherà un ruolo fondamentale. “Oggi lavoriamo sulla now economy – spiega Fossati – quella dell’ordino e voglio il prodotto prima possibile”. Si pensi, infatti, a come stanno cambiando le logiche che governano la logistica oggi: dai robot all’intelligenza artificiale, il magazzino sta diventando sempre più tecnologico, in un’ottica 4.0.

“Uno degli aspetti da non sottovalutare – spiega Fossati – sono i nuovi obblighi normativi a supporto dei pagamenti (PSD2). Il prossimo anno potrebbe spostare gli strumenti di pagamento: il grosso sono le carte di credito ma la transazione via bonifico bancario ha sempre una buona fetta di importanza”. In Italia nel 2017, PayPal ha rappresentato il metodo di pagamento preferito sia per il pagamento di beni digitali e servizi (con un 32,2%) sia per l’acquisto di beni tangibili (con oltre il 40%). Per quanto riguarda lo shopping online transfrontaliero, il Regno Unito vanta la quota più alta (19%), mentre la Cina si piazza al secondo posto (18%) e la Germania conquista la terza posizione del podio (16%), dati aggiornati al 2018. Infine, sempre lo scorso anno Amazon ha dominato la chart delle piattaforme più utilizzate dagli italiani, con revenue pari a 2.325 milioni di euro, seguita da Zalando (con 448 milioni di euro). Il dato relativo ad Amazon ha destato qualche perplessità dato che, rispetto alle vendite ecommerce B2C per lo stesso anno (27,42 miliardi di euro) sembra essere un valore troppo basso.

Secondo ulteriori chiarimenti è emerso che, dai 27,42 miliardi di euro vanno tolte, per esempio, le quote relative al mercato online dei viaggi che in Italia, nel 2018, ha generato, secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo della School of Management del Politecnico di Milano, 14,2 miliardi di euro di vendite. Quelle generate dal comparto delle assicurazioni online, dell’entertainment online (biglietti concerti e spettacoli) riportando così il valore delle revenue di Amazon nel nostro Paese a percentuali vicine al 20% del totale del mercato ecommerce online B2C nazionale.

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Di.Tech, più performance per il retail del futuro https://www.datamanager.it/2019/12/di-tech-piu-performance-per-il-retail-del-futuro/ Wed, 11 Dec 2019 11:14:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194206 L’evoluzione del retail e l’integrazione tra intelligenza artificiale e software gestionale per risolvere il trade-off tra obiettivi e vincoli nella difficile sfida della trasformazione da prodotto a servizio I cambiamenti continui: nuovi ruoli, nuove tecnologie, nuovi linguaggi di programmazione e normative hanno trasformato anche il mondo della distribuzione. Di.Tech, software house bolognese, che sviluppa prodotti […]

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L’evoluzione del retail e l’integrazione tra intelligenza artificiale e software gestionale per risolvere il trade-off tra obiettivi e vincoli nella difficile sfida della trasformazione da prodotto a servizio

I cambiamenti continui: nuovi ruoli, nuove tecnologie, nuovi linguaggi di programmazione e normative hanno trasformato anche il mondo della distribuzione. Di.Tech, software house bolognese, che sviluppa prodotti per la GDO da quasi trenta anni, ha interpretato questa trasformazione con la suite More, una soluzione che Cosimo De Maria, direttore commerciale e marketing della società, ha presentato partendo dall’origine del nome. «More perché si tratta di più di un prodotto e di più di una tecnologia, More è una famiglia di applicativi, contraddistinti da un unico stile, volti a coprire le esigenze di un retailer, a tutto tondo, che supera gli schemi di un ERP tradizionale. Con More si porta a sintesi la necessità di dinamismo, velocità e semplificazione, fattori imprescindibili per un retailer vincente, con una soluzione completa, senza vincoli tecnologici».

L’EVOLUZIONE DEI PROCESSI

La peculiarità della suite More è proprio lo stile di approccio alla gestione dei processi. I dati centralizzati, la possibile copertura delle funzioni dal back end al front end, l’architettura modulare e le metodologie adottate per lo sviluppo della soluzione e nella gestione dei rilasci, garantiscono l’integrità del dato e la possibilità di adozione progressiva di More. In modo tale che il retailer si possa concentrare sull’evoluzione dei suoi processi, senza la preoccupazione di selezionare strumenti diversificati per singola funzione. Di cambiamenti nel mondo della distribuzione ce ne sono molti, a partire dai processi promozionali con una fase di pianificazione sempre più attenta del volantino, alla gestione del pricing, ma anche della relazione con i consumatori.


Integrazione tra #AI e software gestionale. L’innovazione nel #retail secondo #DiTech
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A piccoli passi si procede verso la completa digitalizzazione dei processi, per arrivare alla vera sfida: la digitalizzazione, nel profondo, dei processi di back end. Una sfida, appunto, perché come ricorda De Maria – «il rapporto con il consumatore non offre spazi di mediazione e il retailer non può sbagliare, visto il contesto competitivo in cui opera. Se ad esempio lo smartphone è diventato uno strumento importante di confronto e di relazione con il consumatore, il retailer deve veicolare informazioni e servizi mobile, che sono resi possibili con progetti di digitalizzazione che coinvolgono non solo il front end, ma anche il back end». La digitalizzazione comporta non solo l’adozione di nuove tecnologie, ma anche cambiamenti nei comportamenti, che tardano ad arrivare. Un esempio illuminante da questo punto di vista è quanto accaduto per la fatturazione elettronica – continua De Maria. «Dal primo gennaio scorso è obbligatoria, viaggiano in rete milioni di file XML ma spesso si stampa ancora la fattura come prima dell’introduzione della fattura elettronica. Abbiamo digitalizzato l’invio, ma i processi interni restano analogici, perché i cambiamenti richiedono tempo».

LA CENTRALITÀ DEL DATO

De Maria parla di tecnologia «come fattore abilitante» in grado di innovare gli strumenti ma anche i processi, e di incidere così sul modo di lavorare e di essere più efficienti. «Alle imprese dobbiamo fornire uno strumento per migliorare le performance e per misurarle, e per questo è così importante la centralità dei dati, che per certi versi diventano Big Data. Le fonti alimentanti sono eterogenee, basti solo pensare al numero di punti di contatto che coinvolge, alle carte fedeltà che ogni consumatore possiede, oltre al volume dei dati di vendita che è possibile raccogliere. I tempi sono cambiati – spiega De Maria – solo fino a sette anni fa, i prezzi a scaffale venivano formulati dal personale specializzato di merceologia. Oggi, i prezzi – grazie alla mole di dati e alle capacità di analisi – sono elaborati attraverso i sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale».  Il fattore umano resta, cambia la professionalità, le interfacce si evolvono. «Oggi, l’intelligenza artificiale aiuta a risolvere il conflitto tra obiettivi e vincoli» – spiega il direttore commerciale e marketing di Di.Tech. «Un punto di equilibrio, insomma. Nel nostro settore, non viviamo di “pane e intelligenza artificiale”, ma la utilizziamo dove serve tenendo conto che il 95% del business dei distributori è risolvibile attraverso operazioni matematiche».

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Veeam vira sulle licenze subscription https://www.datamanager.it/2019/12/veeam-vira-sulle-licenze-subscription/ Fri, 06 Dec 2019 09:11:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=194022 Albert Zammar, vice presidente Southern EMEA di Veeam, spiega le novità che vedono coinvolta l’attività della società. L’avvio di una vendita per sottoscrizioni vuole un nuovo paradigma di workload dentro al cloud Da vendita di soluzioni perpetue a vendita di licenze subscription, una richiesta dal mercato per un nuovo paradigma di workload dentro al cloud. […]

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Albert Zammar, vice presidente Southern EMEA di Veeam, spiega le novità che vedono coinvolta l’attività della società. L’avvio di una vendita per sottoscrizioni vuole un nuovo paradigma di workload dentro al cloud

Da vendita di soluzioni perpetue a vendita di licenze subscription, una richiesta dal mercato per un nuovo paradigma di workload dentro al cloud. Con il lancio di questo modello a subscription, per Veeam, si apre un nuovo capitolo che prevede un canone o un abbonamento che porterà a cambi di codici con i quali il vendor ha realizzato, fino a ora, la piattaforma ma, soprattutto, nella logica del vendor, la possibilità di permettere lo spostamento delle licenze, da una piattaforma all’altra, senza doverla ridisegnare perché la piattaforma stessa è stata già ridisegnata secondo una licenza universale che va sotto il nome di Veeam Universal Licence.

Albert Zammar, vice presidente Southern EMEA di Veeam, ha spiegato questi passaggi, novità che denotano un cammino che molte società del calibro di Veeam stanno compiendo negli ultimi tempi: la semplicità e la canonizzazione di una licenza. Un segnale che, anche in questo caso, l’avvento del cloud ha “colpito nel segno” in un certo senso, costringendo alcune società a virare verso una licenza “più fluida”. Certo che, anche con l’avvento degli Hyperscaler (Azure di Microsoft, Google cloud platform, AWS), il mercato delle licenze, dello storage e del cloud, senza dimenticare la sicurezza, hanno avuto un bello scossone. Ed è proprio su una di queste realtà che si basa l’esemplificazione di Zammar per far capire questa fluidità: “Se il dato di una azienda si trova su Azure ed è protetto, qualora la stessa azienda volesse spostarlo su AWS, lo potrebbe fare senza problemi. E ancora: se un cliente decide di spostare la licenza da fisica a virtuale o viceversa, lo può fare senza ricomprarla, lo stesso se volesse spostarla da Windows a Linux”, dice Zammar. “Abbiamo ridisegnato completamente il modello – dice – aggiungendo funzionalità e nella versione 10 avremo novità che il mercato ci ha richiesto”.

Pensato specificatamente per AWS, il nuovo Veeam Backup for AWS offre una soluzione che rende ancora più semplice per i client e i fornitori di servizi cloud proteggere, gestire e ripristinare nativamente i workload AWS. Veeam offre la flessibilità di archiviare i dati nello stesso cloud (cross-region o cross-account), on-premises, o in altri ambienti supportati da Veeam – VMware V-Sphere, Microsoft Hyper-V o Nutanix AHV.

Zammar ricorda come Veeam fosse pioniera nella virtualizzazione con la soluzione di Data protection, ma ora si parla dellaa fase due della società: quella che vuole “dominare” l’ambito cloud. E lancia una soluzione: la Veeam cloud data management, “per diventare leader nella protezione dati multicloud si inizia con il nuovo modello di licenze che porta nuove funzionalità. Per esempio, proteggendo anche ambienti che prima erano meno importanti. In seguito – anticipa Zammar – avremo un supporto operativo per il Nas”. Proprio in tema cloud, in particolare, vira lo storico report realizzato da Veeam che, da quest’anno, viene ribattezzato Veeam Cloud Data Management. “La maggior parte dei clienti ritiene il backup fondamentale ma la maggior parte di loro non riesce ad avere soluzioni di backup che garantiscano le nuove esigenze in ambito multicloud. Oggi nell’adozione del cloud anche il concetto di infrastrutture sta cambiando, si vede sempre più spinta l’adozione di container con i quali si virtualizzano l’area utente e avremo la necessità di proteggere i dati in ambienti eterogenei che cambiano da un provider all’altro”. Oggi il numero di dati che sono generati crescono in modo esponenziale ed è necessario che le aziende adottino strutture multicloud  che riescano anche a leggerli e analizzarli muovendoli da una piattaforma all’altra.

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