Antonio Baldassarra – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 09:57:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Antonio Baldassarra – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Sicurezza e cloud. Un connubio perfetto https://www.datamanager.it/2016/06/sicurezza-cloud-un-connubio-perfetto/ Wed, 22 Jun 2016 10:32:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=103303 Quando si parla di cloud, sia private che public, nell’immaginario collettivo subentra il concetto di “perdita di controllo” sul dato. Ciò è vero principalmente dal punto di vista percettivo in quanto il dato è nel cloud e non nel dispositivo fisico e “visibile”; non è vero però concretamente poiché appositi pannelli permettono comunque un controllo […]

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Quando si parla di cloud, sia private che public, nell’immaginario collettivo subentra il concetto di “perdita di controllo” sul dato. Ciò è vero principalmente dal punto di vista percettivo in quanto il dato è nel cloud e non nel dispositivo fisico e “visibile”; non è vero però concretamente poiché appositi pannelli permettono comunque un controllo completo della situazione e in qualunque momento.

Anzi, la maggiore attenzione al tema in ambito cloud finisce per gestire meglio di quanto si faccia tipicamente nell’approccio on premise le problematiche di sicurezza. Rinunciare oggi al cloud significa fallire nel proprio business. Troppi elementi fortificano la sua implementazione in azienda, e quelli che sembrano frenarla, come la sicurezza dei dati, sono facilmente smentibili, a patto però che il fornitore adotti tutte le misure possibili sul piano della sicurezza sia logica che fisica, rendendo un datacenter in linea con le esigenze di altissimi livelli di affidabilità e protezione fisica da una parte, e dall’altra di una sicurezza logica curata in ogni dettaglio.


Antonio Baldassarra CEO di @seeweblive #Sicurezza e #Cloud Un connubio perfetto
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Partendo per esempio dal tipo di storage, che dovrebbe offrire un completo e sicuro partizionamento per ogni cliente e fornendo un ambiente cloud in cui ogni risorsa sia logicamente distinta e non accessibile da nessun altro sistema oltre che dalla Virtual Machine cui è associata.

Molto importante è anche che il traffico di rete di ciascun cliente venga isolato in una propria VLAN, rendendo vani attacchi di sniffing o di tipo “man in the middle”. Tramite una VPN o connessioni dirette, per esempio MPLS, si possono scambiare dati con uno o più sistemi cloud o on premise in totale sicurezza, mantenendo così riservatezza, integrità e autenticità del traffico di rete in transito.

Smentendo il pregiudizio sulla scarsa sicurezza della nuvola, nell’ambito specifico della sicurezza fisica i cloud provider sono soliti dotarsi di programmi di sorveglianza con personale autorizzato e sistemi di monitoraggio remoto ben più sofisticati di quello che abitualmente accade in scenari on premise. Prevedendo l’accesso alle sedi tramite rigidi sistemi di controllo e permettendo l’accesso ai locali al solo personale autorizzato, garantendo sempre l’accertamento dell’identità (e verifica della motivazione dell’accesso) per eventuali terzi. Ottimale sarebbe adottare sistemi di videosorveglianza perimetrale esterna e interna tramite telecamere con rilevazione del movimento in aree critiche e conseguente attivazione del circuito di allarme. Non meno cruciale è il tema della sicurezza elettronica e quindi un’attenzione all’area geografica dove si trova il datacenter, che deve essere al di sopra del piano campagna, pensando a un tipo di percolazione che possa proteggere da eventuali perdite di acqua degli impianti di refrigerazione.


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Particolare attenzione meritano anche i sistemi di alimentazione che devono essere a norma e ridondati, nonché i sistemi antincendio, di rilevazione fumi e del fuoco e di condizionamento. Non può inoltre non essere menzionata l’importanza di avere le dovute certificazioni ISO e in particolare le fondamentali ISO9001, 14001 e 27001, ad attestare che i servizi offerti dal provider siano rispondenti alle normative in essere. In particolare, la ISO27001 è una specifica “Certificazione del sistema di gestione della sicurezza delle informazioni” ed è fondamentale per garantire al proprio cliente la tranquillità che cerca.

Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb @seeweblive

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Exit di Seeweb dalla startup Docebo, il racconto del CEO Baldassarra https://www.datamanager.it/2015/07/exit-di-seeweb-dalla-startup-docebo-il-racconto-del-ceo-baldassarra/ Thu, 16 Jul 2015 11:04:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=81146 Stamattina il team di Docebo ha annunciato che il VC Klass Capital, a soli 4 mesi dal round di finanziamento da 3 milioni di Dollari con Docebo, ha deciso di rilevare le azioni Docebo detenute da Seeweb, stanziando ulteriore budget per operazioni di M&A. Seeweb è stato il primo angel investor di Docebo, nonché la prima a credere nel […]

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Stamattina il team di Docebo ha annunciato che il VC Klass Capital, a soli 4 mesi dal round di finanziamento da 3 milioni di Dollari con Docebo, ha deciso di rilevare le azioni Docebo detenute da Seeweb, stanziando ulteriore budget per operazioni di M&A.

Seeweb è stato il primo angel investor di Docebo, nonché la prima a credere nel suo progetto: infatti, Docebo si è appoggiata alla infrastruttura Seeweb Cloud per la transizione al nuovo modello di business basato su SaaS (Software as a Service).

Docebo conta oggi oltre 800 clienti B2B (fra cui Bloomberg Institute, Thomson Reuters, FreshBooks, Autodesk) distribuiti in 80 paesi del mondo. L’azienda, con sedi in Italia, Stati Uniti e Dubai, può vantare un prodotto localizzato in più di 30 lingue.

Abbiamo intervistato Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb.

Qual è la storia dell’investimento in Docebo?

E’ una storia nata per caso quando ancora esistevano i newsgroup (it.professioni.webmaster). Conobbi Claudio Erba che stava lavorando a un progetto che si chiamava “spaghettilearning”, era il 2006 se non ricordo male. Claudio aveva la stoffa, la testardaggine e quel minimo di presunzione che serve per fare l’imprenditore e su quel newsgroup nacque “l’idea”. Poco dopo eravamo dal notaio a sancire la nostra partecipazione e il nostro finanziamento che fu di 150K; il nostro obiettivo era farlo crescere e stabilire sinergie industriali. La cosa funzionò bene, in qualche anno (un paio) arrivammo a 1Ml di fatturato.

Perché hai deciso di uscire?

Docebo ha ormai un ottimo prodotto SaaS per l’e-learning, a mio giudizio il numero uno al mondo (e molti analisti l’hanno inserito nella top10 dell’e-learning). Tutto molto bello, ma il mercato interno è realmente “scadente”, piccolo, asfittico e anche poco “aperto” a soluzioni innovative provenienti da player innovativi, così l’anno scorso abbiamo aperto “Docebo Nord America”: risultati splendidi, gli americani e il Nord America non si è smentito, 800K$ in pochi mesi. A questo punto occorrevano nuovi capitali “indigeni” per un ulteriore “speed up”, li abbiamo trovati in Canada in Daniel Klass di Klass Capital. Persona efficace, concreta che ha investito in Docebo iniziando un processo di “americanizzazione” e di razionalizzazione dell’equity, qui è nata l’idea della exit. Il fine ci è piaciuto, la parte economica anche e abbiamo passato la mano.

Investirai in altre startup?

Certo! Lo facciamo con continuità ormai almeno una volta l’anno. Il nostro obiettivo sono startup con le quali fare sinergia industriale sul fronte del cloud computing. Abbiamo Baasbox e Tophost a portafoglio e stiamo investendo in questi giorni su Majeeko e Voverc le ultime tre tutte accelerate da Luiss Enlabs e molto promettenti.

La vostra storia dimostra che non è solo fuffa il mondo delle startup, cosa ne pensi?

No, non è solo “fuffa”, come tutti i mondi occorre avere conoscenza del business e capacità di valutazione, ma questo avviene anche volendo scegliere un ristorante… Anzi sinceramente ci sono molte buone risorse che non dovremmo mandare perdute. I problemi attuali sono che il Paese non ha ancora capito che la startup richiede una “velocità” del tutto: dalla burocrazia, ai finanziatori alla domanda che  noi stentiamo a comprendere.

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Cloud, tempesta perfetta https://www.datamanager.it/2014/07/cloud-tempesta-perfetta/ Tue, 08 Jul 2014 13:01:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57772 Sono ormai passati anni da quando si è iniziato a parlare di cloud computing come di una possibile rivoluzione del modo di pensare, di progettare, di comprare e di usare le tecnologie della comunicazione e dell’informazione Inizialmente, si è pensato a una delle tante “mode” che ciclicamente imperversano e alle quali nessun settore si sottrae. […]

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Sono ormai passati anni da quando si è iniziato a parlare di cloud computing come di una possibile rivoluzione del modo di pensare, di progettare, di comprare e di usare le tecnologie della comunicazione e dell’informazione

Inizialmente, si è pensato a una delle tante “mode” che ciclicamente imperversano e alle quali nessun settore si sottrae. Molti hanno tentato di ignorare – quando non proprio di sottovalutare – il fenomeno, ma il tempo – come spesso accade – li ha traditi e ormai tutti hanno colto il valore di questa rivoluzione, a tratti diventandone entusiasti sostenitori dell’ultima ora, magari alquanto fumosi come alcuni vendor.

È molto difficile che le mode riescano a dominare le scene per anni, rinnovandosi e ampliandosi nel modo in cui si propongono. In questo caso, non si tratta di moda ma di vera e propria rivoluzione di una magnitudo tale da segnare il mondo dell’ICT: nulla dopo sarà come prima. Il mio parere, che denuncio di parte – in quanto l’azienda che ho fondato e che mi onoro di rappresentare è fortemente impegnata su questo fronte, avendo iniziato nell’ormai lontano 2009 a proporre le prime soluzioni cloud IaaS/PaaS al mercato italiano – è che siamo di fronte a una discontinuità nel normale sviluppo delle tecnologie ICT; uno spartiacque che segnerà un cambiamento ben più evidente e coinvolgente di quello che fu, negli anni 80, il fenomeno del downsizing.

Il cloud computing ci mette di fronte a molte novità inattese, di queste la riduzione dei costi, benché la più nota è certamente la meno significativa. Pensiamo per esempio alla rapidità di messa a disposizione di risorse numerose e complesse: dai mesi ai quali eravamo abituati a ore o minuti, a seconda della complessità. Questo è un vantaggio dal valore incalcolabile: ottenere tempo è uno degli investimenti da sempre più difficili da fare, e il tempo nel business è cruciale, spesso decretando, da solo, il successo o meno di un’impresa.

Un altro aspetto dirompente è l’assenza di investimenti, infatti il “vero” cloud computing non richiede costi iniziali di infrastruttura, ma solo un costo legato all’effettiva disponibilità del servizio erogato da soggetti ad altissima specializzazione; costo che segue per altro il reale consumo delle risorse in base alla richieste delle stesse. Anche questo è un fatto innovativo sconosciuto ai modelli convenzionali dell’ICT on premise o in outsourcing: per la prima volta è possibile adeguare, nel tempo e nello spazio, la valenza e il costo dell’ICT alle reali esigenze del business.

Anche solo fermandoci a questi primi due aspetti innovativi, possiamo dedurre un corollario cruciale: il divario competitivo che il cloud è in grado di scavare tra le imprese in grado di padroneggiarne i vantaggi e quelle più tradizionaliste o meno informate che non comprenderanno appieno la portata e la valenza della rivoluzione. E consideriamo che non si tratta di una diversità di intendere l’ICT, quanto di avere a disposizione un abilitatore per processi così diversi al punto da fornire un vantaggio competitivo realmente incolmabile. Come può competere un’azienda con un’altra capace di eliminare dai tempi di implementazione di un nuovo processo di business interi mesi? Come può generare rapidamente profitti una business line che è oberata da un costo ex ante per la propria infrastruttura ICT rispetto al competitor per il quale tale costo è una frazione dei ricavi ed è praticamente nullo nella fase preparatoria del business?

E queste considerazioni valgono tanto di più quanto più scendiamo di dimensione delle imprese. Si tratta di un’enorme possibilità per le PMI che – in questo contesto – potranno avere a disposizione le stesse soluzioni ICT delle grandi enterprise a un costo proporzionato all’impiego e ai reali benefici.

Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb

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La sfida del cloud dopo il datagate https://www.datamanager.it/rivista/la-sfida-del-cloud-dopo-il-datagate-55515.html Tue, 29 Apr 2014 11:37:38 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/la-sfida-del-cloud-dopo-il-datagate/ La nuvola è un’opportunità che non ci si può permettere di non cogliere. Clausole su privacy, localizzazione dei dati e SLA i nodi da sciogliere   «Rimane solo il contratto dopo che non siamo più amici». Perché quando qualcosa va storto sul cloud sono dolori. Ne sanno qualcosa almeno una parte di coloro che lo […]

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La nuvola è un’opportunità che non ci si può permettere di non cogliere. Clausole su privacy, localizzazione dei dati e SLA i nodi da sciogliere

 

La sfida del cloud dopo il datagate«Rimane solo il contratto dopo che non siamo più amici». Perché quando qualcosa va storto sul cloud sono dolori. Ne sanno qualcosa almeno una parte di coloro che lo scorso anno sono incappati nelle sanzioni comminate dal Garante, 850 procedimenti (578 nel 2012) per omessa o inidonea informativa, trattamento illecito dei dati, mancata adozione di misure di sicurezza e inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità. Sanzioni che hanno fruttato alle casse dell’erario oltre quattro milioni di euro.

Meglio perciò avere ben chiari i rischi che si corrono. E procedere da subito con una prima verifica della conformità del progetto cloud alle norme di legge e alle proprie procedure interne, rischi compresi.

Le rivelazioni di Edward Snowden, l’ex informatico di CIA e NSA, potrebbero costare molto caro ai vendor che offrono servizi cloud. In uno studio redatto dall’Information Technology and Innovation Foundation, si stima che la fuga di notizie sui programmi di spionaggio dell’intelligence USA potrebbe avere ripercussioni negative sugli affari dei vendor di servizi cloud pari a circa 35 miliardi di dollari nei prossimi tre anni.

Tutti i vendor che offrono servizi di storage sono in grado di fornire anche la crittografia dei dati. Nondimeno, risulta molto difficile per i clienti ottenere delle garanzie stringenti sull’integrità dei dati immagazzinati sulla nuvola. Il cloud è un’opportunità che non ci si può permettere di non cogliere. Ma allo stesso tempo, solo in un clima di reciproca fiducia è possibile instaurare dei rapporti commerciali soddisfacenti per entrambi i contraenti, a partire da una contrattualistica che tenga conto delle legittime aspettative dei clienti.

 

Nel cloud in primo piano le esigenze del cliente

Ancora troppe le brutte sorprese. Almeno questo sembra essere il sentore che si percepisce ascoltando le aziende, PMI soprattutto, passate al cloud. Un esempio? Il fermo di un applicativo che blocca la produzione per quarantacinque minuti. Stima approssimativa del danno 40mila euro. Si riprende in mano il contratto e si scopre che il risarcimento previsto per un’interruzione del servizio più prolungata della soglia dichiarata è pari al valore del contratto di fornitura, meno di cinquemila euro all’anno. Dove si è sbagliato?

A parte qualche eccezione virtuosa, la maggioranza delle PMI continua a sottovalutare l’importanza di una corretta analisi preliminare delle condizioni contrattuali inserite nella corposa documentazione di cui spesso consta un accordo; e più di un dubbio rimane sulla verifica dell’effettiva aderenza tra clausole contrattuali ed esigenze. Diverso invece il discorso per le grandi aziende e in misura minore per le aziende di fascia enterprise (50/250 addetti) per le quali la domanda di servizi cloud nasce da esigenze più meditate, non ultima quale valida alternativa alle esigenze di ampliamento del data center aziendale. Invece una valutazione attenta delle proprie necessità serve proprio a identificare i vincoli dai quali non è possibile prescindere e la cui aderenza/corrispondenza alle esigenze aziendali deve trovare riscontro nelle condizioni contrattuali. Per esempio, quelli in materia di privacy da tradurre nell’impegno da parte del fornitore di applicare misure specifiche per il trattamento dei dati sensibili o di localizzazione dei dati personali; oppure di natura tecnica come l’integrazione del cloud con i sistemi IT esistenti, la disponibilità dei dati, decisiva per alcune realtà, spesso collegata alla loro portabilità su sistemi o presso fornitori diversi. Capita poi che siano gli stessi vendor a guidare le aziende informandole dei contenuti dei vincoli tecnici e legali; oppure a supportarle per mettere a punto una scala di priorità dei rischi da evitare, a partire da quelli di sicurezza. Ogni realtà ha specifiche esigenze. Così per qualcuno saranno più importanti le garanzie del fornitore in termini di sicurezza interna grazie alla presenza di un sistema avanzato di controlli e sanzioni; per altri invece sarà preferibile avvalersi di provider che impiegano modalità tracciabili di archiviazione, sistemi avanzati di cifratura per l’archiviazione e la comunicazione; chi riterrà più qualificante la disponibilità di certificazioni ISO oppure di procedure che consentano l’audit – anche delegabile a terzi – sull’adozione delle misure di sicurezza promesse. Per tutti la sicurezza rimane in cima alle preoccupazioni legate al cloud.

 

Regole standard
Efficienza per tutti?

La mancanza in materia di una normativa organica e affermata certo non aiuta. E neppure gli inciampi di una contrattualistica a dire di molti complessa, una specie di patchwork tra contratti molto diversi tra loro come quello di licenza d’uso del software e di “approvvigionamento hardware”, passando da quelli di manutenzione delle licenze e di implementazione, assistenza e manutenzione e talvolta anche di outsourcing. L’unica cosa che li accomuna tutti sono gli interessi delle parti. Diametralmente opposti. Da una parte le aziende che preferiscono richiamare in un unico contratto tutte le prestazioni concordate e privilegiano – soprattutto quando si tratta di contratti di implementazione o di appalto – contratti legati a obbligazioni di risultato; e dall’altra i cloud service provider (CSP) impegnati invece a frammentare le obbligazioni pattuite su più contratti, con una speciale predilezione per quelle che nel linguaggio giuridico si definiscono obbligazioni di mezzi, l’impegno cioè a garantire tutti i mezzi necessari in vista di un certo obiettivo, senza però la garanzia a priori del risultato. Gli effetti? La tendenza alla standardizzazione della contrattualistica, di regola poco negoziabile e di ostacolo alla personalizzazione dei servizi; uno schema pattizio connotato dalla forza contrattuale di chi propone l’accordo e in cui sono frequenti clausole vessatorie, intese a limitare la responsabilità del fornitore o le garanzie relative alla tipologia di servizio erogata. Il tutto solo in parte mitigato dall’arrivo di nuovi attori – operatori nazionali, integratori e fornitori di servizi propri, indipendenti dalla multinazionale sulla cui piattaforma si basano – che propongono contratti regolati dal diritto italiano. All’interno di uno schema pesantemente modellato dal fornitore, i margini di manovra entro i quali il cliente può muoversi vanno sfruttati appieno. In primo luogo sgomberando subito il campo dai dubbi di attribuzione della normativa applicabile al contratto e del giudice competente nel caso sorgano delle controversie. Per poi puntare decisamente al nodo più importante da sciogliere, l’applicazione delle normative in materia di sicurezza dei dati personali.

 

Traffico cloud inarrestabile

I numeri del traffico cloud li mette Cisco. Secondo la terza edizione annuale del Global Cloud Index (2012 – 2017), quello generato dalla nuvola su scala globale è passato dal 46% del totale dei data center nel 2012, corrispondente a 1,2 zettabyte annuali, al 69%, e si avvia a raggiungere nel 2017 l’equivalente di 5,3 zettabyte. Quest’anno poi – prevede ancora Cisco – complice la domanda sempre crescente di mobilità, assisteremo allo storico sorpasso del cloud quale fonte principale di elaborazione delle informazioni rispetto all’infrastruttura IT tradizionale. Gli USA si confermano l’area in cui maggiore è lo scambio di dati, seguiti a breve distanza dall’Asia Pacific e dall’Europa Occidentale. In questo quadro, il nostro paese è ancora in leggero ritardo rispetto ad altri Paesi UE. Ma non mancano i segnali di una più decisa adozione del modello cloud, la cui esplosione diventerà inarrestabile – almeno così auspicano gli osservatori più ottimisti – non appena saranno disponibili le connessioni in banda ultra larga simmetriche, quelle per intenderci in grado di garantire upload e download alla stessa velocità.

 

Infrastrutture e agenda digitale: la scintilla che il mercato aspetta

Mercato in crescita dopo la crisi. Anche grazie all’arrivo di nuovi operatori. Qualcosa sta cambiando negli scenari italiani del cloud. A cominciare dalla struttura dell’offerta. Arrivano nuovi operatori che sulla scia del cambiamento in atto nella domanda di mercato rimodulano i propri modelli di business e virano decise verso il cloud. Vendor ICT tradizionali, distributori compresi, aggiornano il proprio portafoglio servizi: realtà di piccole e medie dimensioni, forti di una presenza regionale o locale, si affiancano a player affermati; chi opera nella gestione delle infrastrutture, così come chi offre applicazioni, rimodula l’offerta verso i cloud services infrastrutturali; software house con applicazioni di proprietà, cloud solution provider per storia e tipologia di offerta, cambiano pelle proponendo i menu tipici dei cloud service provider, investendo in infrastrutture e piattaforme. Non solo. Cresce il peso dei partner di canale, in sinergia con i cloud service provider; oppure limitandosi alla sola attività di rivendita si propongono al mercato come CSP, con il vantaggio di non doversi accollare l’onere di cospicui investimenti sostenuti da altri concorrenti; smentendo così coi fatti l’opinione diffusa che vuole le terze parti le vittime sacrificali del ciclone cloud; degno di nota infine il fenomeno dei cloud broker, consulenti indipendenti che collaborano con l’IT alla ricerca di soluzioni ritagliate sulle esigenze specifiche della clientela. Nelle ultime settimane stanno prendendo forma almeno altre due novità. La prima riguarda l’annoso problema della banda larga e del ritardo infrastrutturale del nostro Paese. Già in novembre, Telecom aggiornando il piano industriale 2014-2016, aveva annunciato una nuova tranche di investimenti pari a 3,4 miliardi, nelle reti di nuova generazione, specialmente nel segmento del fisso. Ebbene Telecom fa sapere che punta ad accelerare la copertura della rete NGN, con l’obiettivo di arrivare al 40% nel 2015 e a superare il 50% nel 2016. E anche Fastweb, grazie a un accordo stipulato proprio con Telecom Italia, ha avviato un piano per portare la fibra a 3,5 milioni di nuove abitazioni in aggiunta ai circa 2 milioni che saranno coperti entro il 2014.

La seconda novità invece arriva dal fronte istituzionale, con il nuovo governo deciso a imporre una forte accelerazione in tema di Agenda Digitale. Segnali positivi in tal senso arrivano dall’obbligatorietà della fatturazione elettronica che almeno secondo gli ideatori del progetto, dovrebbe dare un nuovo impulso alla digitalizzazione del settore pubblico. Con ricadute positive anche sul cloud. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al riguardo si è tenuto la delega all’attuazione del digitale, in sé una piccola ma promettente garanzia. Almeno per chi riesce a vederla. Insieme il superamento del ritardo sugli obiettivi UE 2020 in tema di Agenda Digitale Europea e il reloading della seconda fase di investimenti in diffusione e velocità dei collegamenti in banda larga, potrebbero segnare quel cambio di marcia da più parti auspicato per rendere inarrestabile anche in Italia l’esplosione del cloud.

 

Localizzazione dei dati

La cessione a terzi dei dati personali, condizione per l’adesione a un contratto cloud, apre una voragine di potenziali criticità; in primo luogo per lo scarso potere di controllo dell’azienda nei confronti del provider, al quale invece nessun ostacolo di natura tecnologica impedisce di spostare e replicare all’infinito i dati del cliente. Limiti imposti però dalla normativa che in relazione al trasferimento – anche temporaneo – dei dati personali fuori dall’Unione europea autorizza l’operazione solo in quei paesi che sotto il profilo del rispetto della privacy offrono adeguate garanzie. E qui arriviamo al secondo ostacolo. La legge impone che sia il cliente a verificare l’efficacia delle garanzie offerte dal paese di destinazione, prescrivendo che siano paragonabili a quelle interne all’UE. Con ciò fingendo di non vedere la sostanziale debolezza degli strumenti in mano al cliente per ottemperare all’obbligo di controllo. Anche i pronunciamenti del Garante sul tema non lasciano adito ai dubbi. «Le modalità di utilizzo e conservazione dei dati personali sul cloud dovranno sempre essere monitorati dal cliente; e in caso di violazioni commesse dal fornitore, anche il titolare sarà chiamato a rispondere dell’eventuale illecito». Nessuno può sottrarsi a questo vincolo, neppure le realtà più piccole. E neppure è possibile addurre come scusa l’impossibilità di mettersi in contatto con i responsabili del servizio cloud e di negoziare clausole contrattuali o modalità di controllo dei dati più flessibili. «Il cliente di servizi cloud, infatti, può sempre rivolgersi ad altri fornitori che offrono maggiori garanzie» – avverte il Garante. Perciò il cliente alla sottoscrizione del contratto autorizza il trasferimento dei dati; in cambio riceve la lista dei paesi entro i quali il CSP avrà la facoltà di trasferire i dati lungo tutto il periodo di validità del contratto. Poiché la legge stabilisce che al cliente/titolare spetta anche il controllo dell’intera filiera degli incaricati del trattamento la stessa procedura, la stessa autorizzazione, dovrà essere ottenuta anche nei casi in cui il CSP si avvalga delle prestazioni di subfornitori. Perciò il contratto tra fornitore e subfornitore dovrà essere redatto attribuendo al cliente specifici diritti e azioni in relazione ai dati trattati dal secondo. Meccanismo anche questo tutt’altro che fluido. Reso solo più snello dalla decisione presa dalle Autorità Garanti dei paesi UE, riunite nel gruppo di lavoro ex articolo 29, di dare il via libera all’entrata in vigore dal primo gennaio 2013 delle cosiddette Binding Corporate Rules (BCR), un insieme di regole interne di condotta soggette al controllo preventivo di un’authority nazionale che – una volta approvate – allineano il livello di protezione a quello degli standard europei. Purtroppo questa misura ideata per rendere meno sbilanciata l’asimmetria tra le forze contrattuali, rimane per ora solo un mero strumento facoltativo, fondato sulla volontà di una parte di cedere parte del proprio potere contrattuale. Quando questa strada non è percorribile, l’unica soluzione è di rimboccarsi le maniche e procedere alla verifica di tutte le clausole contrattuali. Meglio se con un legale accanto.

 

Metriche e SLA

L’altro fattore che frena gli entusiasmi nei confronti della nuvola è lo spinoso capitolo della misurazione delle prestazioni da parte del CSP e dell’eventuale quantificazione del risarcimento. Come sappiamo, il Codice Civile stabilisce a carico del debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta il risarcimento del danno; a meno che questi non provi che l’inadempimento o il ritardo siano stati determinati dall’impossibilità di effettuare la prestazione per una causa non imputabile allo stesso fornitore (art. 1218). In un contratto complesso come quello di fornitura di servizi cloud, però, non è sempre agevole stabilire con esattezza i contenuti delle prestazioni dovute da chi eroga il servizio; in particolare quando si tratta di misure di sicurezza per proteggere i dati dai pericoli di perdita, cancellazione accidentale, accessi abusivi e altro ancora. Minacce la cui consapevolezza, come sottolinea Micaela Raimondi, cloud marketing manager di HP (www.hp.com/it) in Italia, è l’elemento chiave per ridisegnare i processi di sicurezza.

«Un’adozione di successo di servizi cloud deve passare da un’analisi puntuale dei rischi in termini di sicurezza dei dispositivi di accesso client, sicurezza e disponibilità dell’infrastruttura cloud-enabler, estensione del modello di Identity and Access Management ai servizi cloud-based e di gestione della sicurezza e della conformità nel cloud».

è vero, come ci dice Andrea Carmignani, security services sales manager di IBM Italia (www.ibm.com/it), che in ambito SaaS la responsabilità di buona parte degli aspetti di sicurezza è demandata al fornitore. «è lui a occuparsi della messa in opera e della gestione degli aspetti infrastrutturali, middleware e applicativi. Ma spetta indubbiamente al cliente occuparsi della sicurezza dei processi operativi e anche di tutti quegli aspetti di sicurezza che consentono ai propri utenti di utilizzare gli ambienti applicativi messi a disposizione dal fornitore, quali ad esempio politiche e procedure per l’utilizzo corretto delle risorse informative, la gestione del ciclo di vita delle utenze, dei relativi profili di abilitazione e delle credenziali di identificazione e autenticazione, il controllo sull’operato degli utenti». Ma il cliente quali strumenti ha per verificare l’efficacia delle misure di sicurezza adottate dal provider? Per esempio tutti i CSP che propongono servizi di storage sono in grado di offrire anche la crittografia dei dati. Ma questo non significa che l’integrità dei dati sulla nuvola sia automaticamente garantita. Neppure per contratto. «Nel caso in cui le chiavi di un servizio di crittografia siano in mano al provider del servizio stesso, questa garanzia è poco gestibile» – fa notare Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia (www.trendmicro.it).

«Gli aspetti che riguardano il trasferimento al provider delle responsabilità, dovrebbero essere definiti, ma spesso non è così, perché nonostante i modelli standard non c’è ancora una normativa precisa che copre questi aspetti. Chi sottoscrive contratti di IaaS o di SaaS dovrebbe assolutamente definire nel contratto sia i servizi di SLA sia le penali in caso di mancato rispetto di questi servizi». Tuttavia per il cliente risulta quantomeno problematico ottenere delle garanzie stringenti circa l’integrità dei dati immagazzinati sulla nuvola. «Per ovviare a questa criticità – continua Nencini – Trend Micro ha addirittura affidato la gestione delle chiavi di crittografia a una terza parte, che non ha accesso ai dati e si occupa solo di fornire le chiavi».

Oppure, come suggerisce Donato Antonangeli, regional director di CTERA Networks (www.ctera.com) «i clienti dovrebbero accertarsi di essere in possesso delle chiavi crittografiche, che queste non siano condivise con altri clienti e che il personale del service provider non possa osservare i dati. Inoltre, per assicurare l’integrità dei dati è meglio che questi siano conservati in un reale ambiente multi-tenant capace di mantenere la completa separazione dei dati di un cliente da quelli di un altro».

Quando si trasferiscono dati o applicazioni verso il cloud, le aziende dovrebbero comportarsi esattamente come quando eseguono il deployment di sistemi interni, con la complicazione aggiuntiva legata alla sicurezza che in parte viene garantita da un provider esterno. Altrettanto importante è quello che le aziende stesse possono fare per mantenere al sicuro i propri dati. «Qui non si tratta solo di cifrare i dati quando risiedono nel cloud – spiega Donato Antonangeli –  ma crittografarli prima che lascino i loro sistemi e nel corso della loro trasmissione». L’equazione costi/rischi che sarebbe opportuno che fosse integrata nel prezzo del servizio. Quindi sulla carta il cliente cercherà sempre di privilegiare quei fornitori disposti a impegnarsi contrattualmente a raggiungere un livello minimo di servizio calcolabile sulla base di parametri tecnici oggettivi e misurabili quali uptime, tempi di risposta, tempi di presa in carico dei servizi formalizzati nell’accordo sul livello di servizio allegato al contratto, «la cartina di tornasole dell’impegno di risorse e competenze in campo» secondo la definizione di Antonio Baldassarra, Ceo di Seeweb (www.seeweb.it) per il quale «metodo di calcolo (mensile, annuale) e determinazione della penale possono fare la differenza». Il cloud è un’opportunità che non ci si può permettere di non cogliere. Solo in un clima di reciproca fiducia però è possibile instaurare rapporti commerciali soddisfacenti per entrambi i contraenti; a partire da una contrattualistica che tenga conto delle legittime aspettative dei clienti. Il problema però è che in relazione ai livelli di servizio quali uptime/downtime, disponibilità di servizio e tempi di risposta, in Italia non esiste una norma che obbliga i CSP a formalizzare i Service level agreement all’interno del contratto, che come rileva Alessandro Peruzzo, amministratore unico di Panda Security Italia (www.pandasecurity.com/italy) – «deve essere integrato con un documento in cui si formalizzino quegli SLA negoziati dal cliente il cui soddisfacimento garantisce una disponibilità accettabile del servizio. Tale documento deve perfezionare l’accessibilità ai dati anche per scopi forensi secondo la normativa italiana, come raccomandato dal Garante, in quanto la piattaforma è delocalizzata su server fisici che potrebbero essere siti anche in un paese extra-CE, con implicazioni sulla giurisdizione applicabile in caso di contenzioso».

Per tutte queste ragioni, spesso le SLA mancano di garanzie assolute di continuità e prevedono risarcimenti modesti qualora si verifichi un danno. Certo il cliente ha sempre la possibilità di riuscire a impegnare contrattualmente il fornitore a misure tecniche definite e aggiornate. In realtà, salvo pochi casi, riesce al massimo a ottenere l’indicazione di livelli di servizio “tendenziali” per delimitare l’oggetto del contratto di servizi cloud. Le condizioni di base per consentire a soggetti pubblici e privati di beneficiare appieno dei vantaggi competitivi offerti dal cloud senza l’esposizione ai rischi rilevanti lasciata dal vuoto del quadro normativo in materia tardano però ad arrivare. Al cliente interessa acquistare un pacchetto di servizi sicuro dal punto di vista del funzionamento e dei rischi legali; riuscire cioè a dettagliare le modalità di esecuzione del servizio ottenendo le garanzie più idonee in tema di sicurezza e privacy. L’ambiguità invece finisce per penalizzare anche gli stessi CSP come indirettamente ci conferma Alberto Degradi, Infrastructure leader di Cisco Italy (www.cisco.com/web/IT) quando afferma che la possibilità di sviluppare garanzie sui livelli di servizio rimane uno dei principali fattori di successo per i provider di servizi cloud.

«ll miglioramento della sicurezza e della gestione dei rischi rientra tra i tre principali fattori trainanti nell’adozione del cloud tanto nei mercati emergenti quanto in quelli industrializzati. I problemi di sicurezza sono al primo posto tra i fattori che inibiscono l’adozione del cloud».

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Seeweb, anche il backup è sul cloud https://www.datamanager.it/news/seeweb-anche-il-backup-sul-cloud-55647.html Wed, 16 Apr 2014 12:28:30 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/seeweb-anche-il-backup-e-sul-cloud/ Il pioniere del cloud made in Italy propone oggi “Cloud Backup”, studiato in particolare per le PMI, alle quali fornisce tutte le funzionalità di classe enterprise tipiche di IBM Tivoli Storage Manager Attiva da più di 15 anni, Seeweb nasce nel maggio del 1998, concentrandosi fin da subito sull’hosting e sull’housing per Internet. Ma l’evoluzione […]

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Il pioniere del cloud made in Italy propone oggi “Cloud Backup”, studiato in particolare per le PMI, alle quali fornisce tutte le funzionalità di classe enterprise tipiche di IBM Tivoli Storage Manager

Attiva da più di 15 anni, Seeweb nasce nel maggio del 1998, concentrandosi fin da subito sull’hosting e sull’housing per Internet. Ma l’evoluzione che da sempre la caratterizza, porta l’azienda a esplorare nuove strade, tanto che nel 2009 propone – prima tra tutte in Italia e tra le primissime al mondo – soluzioni di cloud computing. «Siamo stati tra i primi a credere nel cloud, e nel corso degli anni abbiamo acquisito un notevole bagaglio di competenze e di expertise che ci ha consentito di realizzare un’offerta a corollario che copre tutte le esigenze delle imprese» – esordisce Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb. In effetti, l’offerta cloud della società è molto articolata, con soluzioni di Cloud Hosting, Cloud Server, Cloud Infrastructure, Cloud Storage, Cloud Streaming e Easy Cloud Server, alle quali si è da pochissimo aggiunta la nuova offerta di Cloud Backup. Ma prima di esaminarla da vicino, conviene dare una rapida occhiata a quelli che sono oggi i “numeri” di Seeweb. Che parlano di una società con un fatturato 2013 di circa 10 milioni di euro, una ventina di dipendenti e due data center, uno a Milano e uno nella sede storica di Frosinone, che vanta oltre seimila metri quadri dedicati esclusivamente ai servizi cloud. Ma anche altri dati sono significativi: nel 2013, Seeweb mantiene oltre 250.000 domini web registrati e ha svolto attività cloud con picchi di utilizzo per oltre 7.300 Cpu, con 26 Tb di Ram e più Petabyte di dati.

L’ora del backup sul cloud

La novità del 2014 si chiama Cloud Backup: un nuovo prodotto fornito in modalità as a service completamente in cloud, con formula pay-per-use e massima scalabilità al crescere delle esigenze. Basata su IBM Tivoli Storage Manager, che è «il numero uno nell’Olimpo delle soluzioni di backup dei sistemi business critical, anche come certificazioni di tutti gli enti normativi», come evidenzia Baldassarra, la nuova soluzione proposta da Seeweb ha numerose frecce al proprio arco. Innanzitutto, Cloud Backup è «completamente agnostico sotto molti punti di vista e permette ai clienti di decidere in quale sito desidera che vengano conservati i suoi dati, per risolvere anche i problemi relativi per esempio al disaster recovery, oltre alla possibilità di essere declinato in numerosi modi diversi, anche per fare data security con backup di dati che sono già nel web, come può essere il caso di chi ha già un servizio presso un provider ma desideri un proprio backup remoto su un’altra web farm come le nostre» – spiega Baldassarra.

Tutti i vantaggi della modalità as a service

Proprio con le esigenze di backup si possono vedere le grandi differenze tra l’approccio tecnologico tradizionale e l’approccio cloud, che presenta una serie di vantaggi davvero notevoli. «A parità di costo – o anche a un costo inferiore – grazie al cloud, le aziende possono disporre di una serie di feature che prima dovevano essere pagate a parte, come per esempio il disaster recovery» – fa notare Baldassarra. «Si tratta di un aspetto che spesso nelle Piccole e Medie Imprese italiane tende a essere sottovalutato, anche perché, se si pensa ai costi per realizzare un disaster recovery degno di questo nome con l’approccio tradizionale, spesso si supera il valore dei dati che si devono proteggere o almeno il loro valore percepito. Invece, ai costi consentiti dalla modalità cloud, la scelta di business diventa più fattibile, perché con la nostra offerta Cloud Backup mettiamo a disposizione anche alle PMI un prodotto di classe enterprise come IBM Tivoli Storage Manager, con tutto il suo corollario di feature all’avanguardia». Essere fornito in modalità as a service, consente a Cloud Backup di Seeweb di essere molto trasparente anche in termini economici, visto che non vi sono né costi di acquisto iniziali né oneri di gestione particolari, e soprattutto permette anche la massima personalizzazione, anche in termini di scelta della retention, della frequenza e delle policy in generale.

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La PA a tutto cloud https://www.datamanager.it/rivista/la-pa-tutto-cloud-51410.html Wed, 27 Nov 2013 12:39:09 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/11/la-pa-a-tutto-cloud/ Nuove fonti di efficienza e di modernizzazione per gli enti centrali e locali grazie ai paradigmi di cloud computing, che propongono numerosi ambiti di intervento IT a costi vantaggiosi di Luca De Piano Modernizzazione, innovazione e digitalizzazione. Tre ricette spesso combinate assieme. E ancora più spesso riferite alla pubblica amministrazione, centrale e locale. Perché non […]

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Nuove fonti di efficienza e di modernizzazione per gli enti centrali e locali grazie ai paradigmi di cloud computing, che propongono numerosi ambiti di intervento IT a costi vantaggiosi

di Luca De Piano

Modernizzazione, innovazione e digitalizzazione. Tre ricette spesso combinate assieme. E ancora più spesso riferite alla pubblica amministrazione, centrale e locale. Perché non c’è dubbio, che nonostante i notevoli progressi fin qui compiuti, la macchina pubblica abbia ancora bisogno di iniezioni di informatizzazione per poter dare ai cittadini e alle imprese servizi di buon livello e a costi ragionevoli. Un nuovo alleato per questo ulteriore sforzo è senz’altro costituito dalle applicazioni di cloud computing. Gli ambiti di intervento sono svariati e vanno dal miglioramento dei processi interni, alla comunicazione e collaborazione in tempo reale, al minore impatto sull’ambiente, il tutto volto al raggiungimento della massima efficacia operativa. Oggi, è una realtà, il fatto che – adottando soluzioni di cloud computing, in maniera analoga a quanto avviene da tempo per il mondo delle imprese – gli enti della pubblica amministrazione possono avviare in tempi rapidi nuovi progetti, riducendo in maniera significativa gli investimenti iniziali, i successivi costi di gestione e manutenzione dell’infrastruttura e delle applicazioni IT, salvaguardando allo stesso tempo investimenti già effettuati in passato.

Anche se qualcuno punta il dito sugli ostacoli dettati dalla mancanza di un’effettiva governance di programma sull’innovazione, dalla scarsità di regolamenti chiari, nonché dagli aspetti legati alla sicurezza dei dati e alla privacy, da più parti si prospetta – però – un’adozione di nuove soluzioni cloud, sulla spinta di una crescente domanda di servizi migliori ed evoluti da parte dei cittadini e anche dalle azioni intraprese nell’ambito della cosiddetta “spending review”. Non a caso, lo scorso anno l’Unione europea ha sviluppato una strategia da realizzare entro il 2020 che si propone di stimolare la produttività delle imprese e della pubblica amministrazione europea proprio attraverso il cloud computing. La strategia mira ad accelerare e potenziare l’accesso alla “nuvola informatica”, per esempio mediante la standardizzazione e omogeneizzazione del contesto normativo, in modo che l’Europa riesca a sfruttarne appieno il potenziale. Grazie a un’infrastruttura unica e integrata, la pubblica amministrazione può davvero essere in grado di offrire servizi pubblici più efficienti per quanto riguarda funzioni rilevanti quali l’e-Government o l’e-Health. 

Dematerializzazione

Ma, per entrare più specificamente a esaminare i processi, sono interessanti le indicazioni emerse dalla ricerca condotta la scorsa primavera in Europa da Coleman Parkes Research per conto del colosso della gestione documentale Ricoh Europe. «Dallo studio – spiega Davide Oriani, CEO di Ricoh Italia (www.ricoh.it) – è emerso che la gestione dei processi nella pubblica amministrazione sta diventando sempre più complessa: gli enti pubblici si trovano di fronte a sfide quali la necessità di dematerializzare i documenti. In Europa, la PA è il settore che utilizza maggiormente la tecnologia cloud per la condivisione dei documenti (47% del campione) e per consentire ai dipendenti di accedere alle informazioni da dispositivi mobili (71%). Molti soggetti riconoscono quindi come il cloud possa aiutare a migliorare i servizi ai cittadini, ma il 57% degli intervistati afferma che la PA non sia ancora pronta a coglierne i benefici a causa, per esempio, della mancanza di processi interconnessi e della presenza di sistemi legacy». Il rimedio? Collaborare con esperti di document management per semplificare la migrazione e l’integrazione. «Il settore pubblico può – in questo modo – rendere le informazioni più facilmente accessibili sia da parte del personale sia dei cittadini, ed erogare servizi di elevata qualità» – afferma Oriani. 

Alcuni progetti in atto

Anche Gastone Nencini, country leader di Trend Micro Italia (www.trendmicro.it), ritiene che in termini di innovazione, il cloud possa sicuramente rappresentare un fattore abilitante per la pubblica amministrazione locale e centrale: «Esistono progetti di grande valore che implicano la condivisione delle risorse, come i tanti data center sparsi per il Paese, e che comporterebbero un impatto consistente dal punto di vista operativo» – spiega Nencini. «Molti di questi aspetti sono previsti dall’Agenda Digitale nella parte dedicata alla razionalizzazione delle infrastrutture CED, ma purtroppo al momento la sua attuazione è ferma». Eppure le applicazioni cloud utili sono molte e alcune sono già state adottate nella PA, come la posta certificata nello scambio di informazioni tra enti pubblici. «Il cloud facilita infatti l’interoperabilità e abbatte la necessità di investire in infrastrutture. Dal punto di vista del cittadino, la disponibilità di banche dati univoche consentirà di accedere più agevolmente ai servizi, anche per richiedere certificati più facilmente, e ridurrà la burocrazia per aziende e professionisti». A questo riguardo, Trend Micro ha già numerosi esempi di utilizzo del cloud per fornire alle amministrazioni locali un punto unico per la sicurezza: è il caso dell’Azienda USL di Reggio Emilia, per la quale Trend Micro ha creato specifiche appliance presso ciascuna struttura ospedaliera e il cui funzionamento è monitorato tramite una console di amministrazione centralizzata, garantendo così la massima sicurezza per i dispositivi medici collegati alla rete aziendale. La stessa tecnologia di sicurezza di Trend Micro è pensata “in-the-cloud” per garantire una protezione immediata con informazioni in tempo reale sulle minacce.

«La diffusione del cloud computing ha già promosso un cambio di mentalità all’interno della PA» – fa notare Fabio Alghisi, sales manager di Veeam Software Italy (www.veeam.com).

«Le recenti norme sul disaster recovery hanno fornito una spinta in questo senso, e sempre più spesso la PA si appoggia, almeno per le attività di disaster recovery, a spazi e anche a servizi fruibili via cloud». Potenzialmente, tutte le categorie di servizi potranno trarre vantaggio dall’adozione generalizzata dei paradigmi cloud, e ancora di più potranno trarne i cittadini, quando i servizi in cloud saranno accessibili da altre piattaforme come quelle mobili.

Ma vi sono alcune condizioni per un utilizzo efficace di questi strumenti: «Da una parte – sottolinea Alghisi – è necessario superare il modello “a silos”, cioè quello che talora ancora vede le singole amministrazioni sostanzialmente isolate dalle altre, a causa di procedure e applicazioni non in grado di comunicare tra loro – e dall’altra parte – l’istituzione di una reale ed efficace governance di programma sull’innovazione, senza la quale si rischierebbe di replicare l’errore insito nel modello citato su una infrastruttura innovativa, a discapito della fruibilità e della sostenibilità economica». E, come esempio di approccio al cloud efficace, Veeam cita il consolidamento del data center in via di realizzazione al ministero dell’Economia e delle Finanze, che utilizza tecnologie dell’azienda svizzera per la protezione dati e la gestione di ambienti virtuali, ottenendo notevoli vantaggi in termini di maggiori performance, ottimizzazione delle risorse e un sensibile contenimento dei costi, a fronte di una migliorata fruibilità dei servizi offerti. 

Flessibilità in primo piano

Anche un colosso come EMC (www.emc.it) sta dando il proprio contributo, in particolare nell’ambito dell’organizzazione e gestione delle informazioni, all’evoluzione della pubblica amministrazione, in linea con gli obiettivi dell’Agenda Digitale. Anche perché – spiega Danilo Cioffi, responsabile per il Public Sector di EMC – «è ferma convinzione dell’azienda che la flessibilità, l’efficienza e la semplificazione, insieme all’ottimizzazione dei costi, garantiti dal cloud computing, possono accelerare l’adozione dei nuovi servizi digitali rivolti ai cittadini». Il cloud può fornire strumenti essenziali per consentire di superare la tradizionale frammentazione dei sistemi informativi delle varie amministrazioni e contribuire a un sostanziale miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione. Questo è dovuto sia ai vantaggi associati all’ottimizzazione delle risorse informatiche sia alla razionalizzazione delle infrastrutture hardware e delle piattaforme software, delle applicazioni e dei processi, in una logica di progressiva standardizzazione e condivisione dei servizi. L’approccio al cloud può abilitare – da un lato – la valorizzazione delle sinergie e il contenimento dei costi, e dall’altro, la creazione di un maggiore valore per i cittadini, con la possibilità, anche per gli enti pubblici locali, di accedere all’innovazione, creando servizi più efficienti e con livelli di prestazioni più elevati». 

Guardare ai processi

Antonio Baldassarra, Ceo di Seeweb (www.seeweb.it), introduce nel dibattito un altro elemento, sottolineando che le problematiche di innovazione e digitalizzazione in ambito PA attengono agli aspetti di processo, prima che alle questioni tecnologiche. «A mio modo di vedere – dice Baldassarra – occorrerebbe cogliere il reale contributo di innovazione offerto dal cloud in particolare per incidere in maniera importante sui processi delle PA rivedendoli integralmente – magari eliminandoli – oppure introducendone di nuovi al posto di quelli obsoleti». Pensare a innovazione e digitalizzazione come la possibilità di fare “in modo nuovo” processi vecchi è secondo Baldassarra un grave errore. «Ma purtroppo è quello che si è visto finora. La metafora del cloud computing che oltre al “pay per use” propone concetti di forte standardizzazione, deve spingere a una revisione dei processi e degli ambienti ICT della PA in un’ottica di normalizzazione e di progettazione orientata al riuso dei sistemi e dei programmi». Per quanto riguarda i servizi che possono essere collocati sul cloud, vi sono sicuramente tutti i servizi di posta elettronica, i portali web, i sistemi di servizi diretti al cittadino. «Inoltre, il cloud computing rende agevole la gestione di architetture e procedure sistematicamente simili tra loro, cosa che accade per il mondo della PA periferica» – prosegue Baldassarra. «Migliaia di Comuni fanno esattamente le stesse cose e le fanno in migliaia di modi diversi e con migliaia di procedure diverse: spostare sul cloud alcune di queste procedure, come per esempio quelle relative all’anagrafe, consentirebbe significative economie nei costi e permetterebbe di raggiungere uno standard di qualità di servizio uniforme e controllato».

Processi di acquisto

Rimanendo in tema di spesa, Antonio Cappiello, account director di BravoSolution (www.bravosolution.com), fa notare che dal punto di osservazione dei processi di acquisto e di governo della spesa, esiste un atteggiamento dualistico della PA nei confronti del cloud computing. «L’utilizzo di tecnologie “da remoto” e attraverso Internet è visto come grande opportunità per mettere in atto le recenti indicazioni normative che regolano gli acquisti pubblici e che promuovono con forza crescente le tecnologie digitali (da ultimo, si può citare il decreto 55/2013 sulla fatturazione elettronica) per rendere i processi più efficienti, snelli, trasparenti e dematerializzati». Ma non solo. «Il cloud – continua Cappiello – è talvolta associato all’idea di soluzioni “standard” non sufficientemente specifiche per procedure di affidamento regolate da numerosi adempimenti formali». Si tratta di un timore che – però – può essere superato orientandosi verso soluzioni evolute come le «tecnologie consolidate e specifiche per appalti pubblici, in grado di interfacciarsi automaticamente con sistemi terzi che, nel caso del procurement pubblico, sono tipicamente i sistemi dell’AVCP, quelli per la gestione dei protocolli di legalità e i sistemi ERP aziendali». Il tutto con i più elevati livelli di sicurezza nella gestione di dati e processi critici per la regolarità delle procedure pubbliche. «Lo dimostrano – fa notare Cappiello – le esperienze di governi nazionali quali quelli di Regno Unito e Olanda, e quelle di numerose stazioni appaltanti italiane che hanno già adottato queste tecnologie con successo».

È interessante anche il contributo di Paolo Perissinotto, product manager per le soluzioni PA, area Contratti Pubblici di 24 ORE Software (www.24oresoftware.com). «Il paradigma sotteso al cloud computing non può che essere considerato votato all’innovazione e alla razionalizzazione della spesa oltre che all’efficienza complessiva nella gestione dei flussi dei dati e delle informazioni interne ed esterne all’Ente» – dice Perissinotto. «Tuttavia, incontra resistenze culturali e operative che ne limitano la diffusione. Queste resistenze trovano spiragli applicativi concreti, favoriti anche dall’incalzare della produzione normativa che induce ogni ente pubblico a reagire in tempi sempre più serrati e a garantire standard di trasparenza e cooperazione con l’esterno sempre più elevati». Si hanno quindi esempi di rilevante ricorso alle procedure negoziate negli appalti, che prevedono l’effettuazione di indagini di mercato puntuali nel rispetto dei principi comunitari: «Una situazione che porta il più delle volte alla istituzione di elenchi aperti di operatori economici capaci di interagire con il mercato dei soggetti esterni interessati» – fa notare Perissinotto. Ma vi sono anche altri esempi, come le recenti disposizioni sulla trasparenza degli affidamenti di appalti di lavori, servizi e forniture che impongono alle varie amministrazioni di rendere pubblici tempestivamente e in formati aperti tutta una serie di dati che solitamente non erano mai trattati. «Lo sportello unico dell’edilizia privata dove tecnici e cittadini devono avere la possibilità di presentare e seguire via web l’intero iter amministrativo delle proprie pratiche senza doversi mai recare fisicamente allo sportello dell’Ente» rappresenta un altro esempio di questa sinergia virtuosa. «Quello che accomuna questi casi – prosegue Perissinotto – è che si tratta di situazioni che di solito comportano l’adozione di nuove componenti di infrastruttura tecnologica, di software applicativo, o di altro. Complessivamente, solo le soluzioni cloud di tipo pubblico o privato riescono a mettere a disposizione queste componenti in tempi rapidi, con collaudate certezze di processo, conformità normativa nel tempo, a prezzi assolutamente concorrenziali rispetto alle soluzioni canoniche. E in questi casi è facile per i soggetti pubblici toccare con mano immediatamente i vantaggi di una soluzione cloud». 

Piattaforme di riferimento

Nel settore pubblico, l’aspetto legato alla dicotomia risparmio-innovazione è ancora più significativo, poiché coinvolge gli interessi della comunità. Pierangelo Rossi, amministratore delegato di Italsel (www.italsel.com) non ha dubbi: «Il cloud computing nasce per trasformare gradualmente ogni hardware in un terminale della Rete. Se guarderemo a quest’ultima come un luogo popolato da software disponibili on-demand, allora l’hardware personale sarà sufficiente a svolgere gran parte del lavoro di un’azienda, pubblica o privata». Se l’ottimizzazione di un sistema informativo nasce dalla semplificazione, è in tal senso che il cloud può giocare un ruolo determinante. Ma non solo: «Nell’immediato o nel prossimo futuro, i servizi informativi che beneficeranno maggiormente di questa tecnologia sono quelli considerati “di base”, come la posta elettronica, la condivisione e il backup dei dati, la sicurezza granulare del dato sensibile (fondamentale per la PA) e la gestione di device mobili. La piattaforma Shareprise.it di Italsel nasce proprio per soddisfare queste prime esigenze – spiega Rossi – e si arricchisce di un importante accordo strategico come la distribuzione di Colt Ceano, il sistema applicativo di servizi cloud-based quali Hosted Exchange, Backup as a Service, Disaster Recovery as a Service, IaaS, Virtual Desktop, File Sharing e Collaboration, offerta da Colt sulla propria infrastruttura. La necessità più sentita, infatti, è la possibilità di avere un unico fornitore, un unico SLA e la massima affidabilità di calcolo e di banda: strumenti indispensabili per usufruire di tutti i vantaggi del cloud».

Sulla stessa linea è anche Antonio Leonforte, amministratore delegato di Fhoster (www.fhoster.com) che sottolinea come i vantaggi di una infrastruttura cloud pubblica o privata siano ormai chiari in termini di flessibilità e di riduzione dei costi, anche se non è a livello infrastrutturale che il cloud computing esprimerà il suo massimo potenziale. «Risparmi e guadagni di efficienza assai più consistenti possono essere ottenuti sfruttando il cloud non solo per il dispiegamento di soluzioni sviluppate in modo tradizionale, ma come piattaforma agile, di tipo PaaS, Platform as a Service, per creare direttamente nel cloud, in modo drasticamente più veloce ed economico, sistemi informativi aperti e robusti in risposta a nuove esigenze» – afferma Leonforte. La crescente domanda di trasparenza nella PA anche locale sta stimolando – quindi – numerosi progetti innovativi, i cui vincoli di tempo e costo (visto che spesso si hanno a disposizione pochi mesi e poche decine di migliaia di euro) non possono essere soddisfatti con le classiche tecniche di sviluppo. «In questi contesti, piattaforme come Livebase, l’application PaaS di Fhoster, hanno dato prova di unire efficacemente la rapidità e la robustezza dell’approccio model-driven con la flessibilità e l’immediatezza operativa del cloud computing» – spiega Leonforte. «Il ministero dei Beni Culturali, per esempio, utilizza da tempo Livebase sia per progetti di lungo periodo, come la implementazione del Protocollo di Legalità nel Grande Progetto Pompei (anagrafe fornitori e monitoraggio lavori cantieristici), sia per esigenze tattiche, come la ricezione e la valutazione delle proposte per il progetto europeo JHEP, e sia per la pubblicazione di open-data per la trasparenza amministrativa».

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Seeweb presenta Cloud Infrastructure https://www.datamanager.it/news/seeweb/seeweb-presenta-cloud-infrastructure Mon, 21 Jun 2010 10:08:15 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2010/06/seeweb-presenta-cloud-infrastructure/

Un nuovo modo di pensare le infrastrutture informatiche

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Un nuovo modo di pensare le infrastrutture informatiche


Seeweb è lieta di annunciare il lancio di Cloud Infrastructure, l’innovativa soluzione che fornisce alle aziende la possibilità di definire una propria infrastruttura cloud virtuale avendo come elementi oggetti di tipo cloud server, oggetti di tipo cloud storage, oggetti di tipo cloud network (switch, banda IP, VLAN, VPN, ecc), oggetti di tipo data center con la possibilità di comporli a piacere nell’ambito delle SPU acquistate.


Basata sull’estrema affidabilità dei Datacenter di proprietà di Seeweb, Cloud Infrastructure offre la possibilità di avere la ridondanza dei server applicativi o, in alternativa, la divisione dei servizi web, database e posta su server diversi condividendo un link interno analogo ad una rete locale tra i server.


Sono previste molteplici applicazioni, come ad esempio la possibilità di storage condiviso all’interno dell’infrastruttura cloud. Questa soluzione è adatta sia per distribuire storage a blocchi attraverso una SAN virtuale utile per i database, sia per ospitare filesystem evoluti che possono essere montati simultaneamente da più server.


La Cloud Infrastructure può inoltre articolarsi attraverso più datacenter realizzando in tal modo sia la distribuzione geografica del carico sia la ridondanza ed il disaster recovery.


“Un’infrastruttura cloud costa, a parità di prestazioni, di funzionalità e di garanzie, dal 20% al 70% in meno rispetto a una soluzione convenzionale, senza che quest’ultima la possa eguagliare in termini di flessibilità, semplicità e velocità di deployment – ha spiegato Antonio Baldassarra, CEO di Seeweb –


Il vantaggio di poter usufruire sempre e solo della potenza necessaria è enorme ed evidente. Aggiungere nodi ad un cluster per far fronte ad un picco di carico improvviso, oppure aumentare la potenza dei singoli server (più CPU, più RAM, più storage, più banda IP) è semplice e immediato, basta solo riconfigurare la Cloud Infrastructure”.


La nuova soluzione di Seeweb garantisce a affidabilità e sicurezza totale. Ogni elemento nella cloud (server, storage, appliance) è infatti ridondato N+1; avere un cloud server è quindi come avere un cluster attivo/passivo sempre pronto a risolvere ogni tipo di guasto hardware. La possibilità di distribuire la propria Cloud Infrastructure su più data center consente di implementare insieme alla scalabilità anche la resistenza ai disastri in maniera facile ed economica.


 

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