Antonio Simeone – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 15 Dec 2022 11:23:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Antonio Simeone – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 La voce italiana dell’Intelligenza Artificiale in Arabia Saudita https://www.datamanager.it/2022/12/la-voce-italiana-dellintelligenza-artificiale-in-arabia-saudita/ Thu, 15 Dec 2022 09:15:11 +0000 https://www.datamanager.it/?p=224080 Intervista ad Antonio Simeone, Founder Euklid e CEO Stoneprime Technology, unico italiano che da ormai tre anni presenzia come Speaker alla Future Investment Initiative, la conferenza annuale che si tiene in Arabia Saudita e che riunisce il gotha finanziario mondiale Si parla sempre più spesso di Middle East, del Campionato Mondiale in Qatar ma anche […]

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Intervista ad Antonio Simeone, Founder Euklid e CEO Stoneprime Technology, unico italiano che da ormai tre anni presenzia come Speaker alla Future Investment Initiative, la conferenza annuale che si tiene in Arabia Saudita e che riunisce il gotha finanziario mondiale

Si parla sempre più spesso di Middle East, del Campionato Mondiale in Qatar ma anche delle iniziative innovative in Arabia Saudita come ad esempio Neom, gli investimenti in Intelligenza Artificiale e della Future Investment Initiative.

Sei stato invitato, in veste di Speaker ormai per la terza volta,  alla Future Investment Initiative, la conferenza annuale che si tiene in Arabia Saudita e che riunisce il gotha finanziario mondiale.

Come credi che questa esperienza abbia influito sul tuo percorso professionale? E di cosa hai parlato?

Sono stato invitato la prima volta nel 2018 e ammetto di essere stato molto emozionato.

Rilasciai una lunga intervista al più importante quotidiano dell’Arabia Saudita (Arab News) portando la mia esperienza nell’uso di tecniche di Intelligenza Artificiale applicate al trading sistematico.

Avevo spiegato la Swarm Intelligence e la combinazione con gli Algoritmi Genetici e con la meccanica quantistica per andare ad analizzare micro pattern all’interno delle serie storiche finanziarie e il potenziale uso della blockchian – come strumento di trasparenza e non solo – nei mercati finanziari.

In quel caso ho spiegato di come nel mercato coesistono trader umani e artificiali, i quali si sostituiscono ai tradizionali analisti per prendere posizioni sui mercati finanziari.

L’anno scorso invece ho parlato dell’integrazione tra Intelligenza Artificiale e del Quantum. Ovvero del futuro dell’IA.

Ho tra l’altro raccontato la mia esperienza in Stoneprime Technology, ovvero di come l’Intelligenza Artificiale studia autonomamente i paper, gli abstract dei congressi, la qualità della ricerca, il team scientifico e le molecole delle aziende biotech statunitensi.

In qualche modo è come se l’IA replicasse, almeno in parte, il lavoro di un ricercatore scientifico in maniera più efficiente e veloce. Ma senza comunque sostituire l’importanza che l’essere umano ha nell’ideazione e nella creazione della macro struttura delle IA e della supervisione delle scelte.

E quest’anno?

Del ruolo che l’intelligenza artificiale riveste nel combattere le diseguaglianze sociali, delle evoluzioni nelle IA senzienti e di come sia possibile che esse non siano svincolate dia fondamentali principi etici.

Nell’immaginario collettivo l’Intelligenza Artificiale sta aumentando – e aumenterà – l’ineguaglianza soprattutto per quanto riguarda tutti quei lavori facilmente sostituibili dal software. Vorrei però stimolare una riflessione citando un po’ di numeri.

Secondo il World Inequality Database nel 2021, a livello globale la quota di reddito nazionale del 10% più ricco è del 45,6%, mentre in Europa la media è del 35%. In Europa, invece, il 50% più povero in Europa possiede meno del 20% della ricchezza totale. Questa disuguaglianza è decisamente più marcata negli Stati Uniti, dove il 10% più ricco possiede circa il 45% della ricchezza, mentre il 50% più povero circa il 12%.

Qual è la causa di questo fenomeno?

Sicuramente un risultato di scelte politiche: è determinato da come una società decide di organizzare la propria economia (vale a dire l’insieme dei diritti concessi e dei vincoli imposti a imprese, governi, individui e altri attori economici).

Ora che possiamo analizzare l’evoluzione della disuguaglianza globale, possiamo vedere che la quota di reddito globale del 10% più ricco ha oscillato intorno al 50-60% del reddito totale tra il 1820 e il 2020, mentre la quota del 50% più povero è generalmente rimasta intorno al 5-15%, percentuale che attualmente osserviamo nei paesi più diseguali del mondo, come il Sudafrica ed il Brasile.

È interessante anche osservare l’evoluzione della disuguaglianza di reddito globale, notando che il rapporto fra il patrimonio dei 10% più ricchi e la metà più povera è più che raddoppiato negli ultimi 200 anni, essendo 18 nel 1820 e 38 nel 2020.

Figura1: Diseguaglianza dei redditi in Cina

In Figura 1, tratta da LTEconomy, elaborata tramite dati della Banca Mondiale, si osserva la percentuale di reddito nazionale detenuta dal 10% più ricco della popolazione e dal 20% più povero. Entrambe si sono stabilizzate verso valori più o meno stazionari, con un accrescimento repentino nei primi anni del 2000.

Quali sono le cause di questo fenomeno e in che modo l’IA può aiutare a risolvere questo problema?

Abbiamo osservato quanto la crescita delle diseguaglianze sia un fenomeno globale che non risparmia alcun tipo di economia, sia industrializzata che non.

Diventa quindi fondamentale capire che la riduzione della povertà a livello globale diviene imprescindibile per ridurre le diseguaglianze, e l’IA può aiutare a perseguire questi obiettivi.

L’intelligenza artificiale può contribuire a migliorare il livello di educazione nelle zone più povere del mondo, tramite chatbot intelligenti che possono rivestire il ruolo di insegnanti dove gli studenti non hanno accesso ad altre possibilità di istruzione.

Con una semplice connessione ad internet algoritmi di apprendimento automatico possono supportare gli alunni nel seguire un programma di studio personalizzato.

In questo modo si livellerebbero le condizioni di partenza fra studenti provenienti da paesi industrializzati e non, identificando le esigenze dei singoli alunni ed ottimizzando il processo di istruzione.

Figura 2: Legame fra povertà ed istruzione

In Figura 2 è rappresentata l’incidenza della povertà assoluta per titolo di studio della persona di riferimento della famiglia dal 2016 al 2018, tramite elaborazioni dati Istat.

Si può osservare come povertà e mancanza di istruzione siano fenomeni correlati, e nelle famiglie senza diploma vi sia un’incidenza 3 volte maggiore.

Nel tuo panel hai discusso del ruolo che l’intelligenza artificiale riveste nel combattere le diseguaglianze sociali. Come ritieni che possa impattare su temi così delicati, immaginando il mondo fra 10 anni?

La ‘Carnegie Mellon University’ ha sviluppato Farm View, un progetto che si prefigge di utilizzare robotica ed IA per migliorare la sostenibilità delle colture alimentari base nei paesi in via di sviluppo, combattendo la crisi alimentare mondiale aggravata dalla guerra in Ucraina.

I ricercatori stanno esaminando come ottimizzare il processo della coltura del sorgo, cereale utilizzato per la produzione di alimenti, bevande e biocarburanti.

Abbiamo bisogno di metodi innovativi di colture, poiché fra 20 anni la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 10 miliardi, quindi servono piante che consumino meno acqua e meno suolo, e l’IA aiuta nell’analisi dei dati determinando quali caratteristiche producano maggiore beneficio.

Ad Hong Kong, invece, la facoltà di Medicina ha recentemente sviluppato un modello in grado di rilevare l’Alzheimer con un’accuratezza superiore all’80%, come spiegato dalla rivista medica ‘The Lancet’.

Gli algoritmi hanno studiato la parte posteriore del bulbo oculare di migliaia di pazienti, offrendo un valido supporto a tecniche ordinarie di diagnosi di questa terribile malattia come la risonanza magnetica.

In un mondo in cui la tecnologia sta divenendo sempre più pervasiva nelle nostre vite, algoritmi di intelligenza artificiale sono presenti anche in maniera inconsapevole nella vita di tutti i giorni. Pensi che in futuro queste tecnologie possano influenzare le nostre vite più di quanto non facciano già oggi?

Amazon, Google, Netflix. Tutte le grandi aziende nel 2022 utilizzano algoritmi di intelligenza artificiale per ottimizzare processi decisionali, migliorando la capacità di discernere la migliore opzione possibile fra molte ed evolvendo costantemente, imparando dia propri errori.

L’incremento in termini di qualità degli algoritmi è dovuto in gran parte all’aumento degli investimenti nel settore dell’IA, passando da 59,7 miliardi di dollari nel 2021 a 422 miliardi di dollari nel 2028, secondo Zion Market Research.

Nel 2022 Microsoft ha annunciato la costruzione di un nuovo supercomputer, sviluppato in collaborazione con Nvidia, con l’intento di produrre modelli di intelligenza artificiale sofisticati per la gestione di processi aziendali.

Le infrastrutture tecnologiche del colosso fondato da Bill Gates, combinate con i software di Nvidia daranno vita a prodotti facilmente utilizzabili anche da piccole e medie imprese, ottimizzando i processi di lavoro.

C’è anche un pizzico di Italia in questa competizione avvincente rivolta verso l’evoluzione poiché Leonardo, supercomputer del Cineca basato a Bologna, è al quarto posto nella Top 500 dei migliori computer al mondo.

Si stanno aprendo nuove frontiere finora immaginate solo in film di fantascienza come ‘Minority Report’. Prevenzione dei crimini commessi da organizzazioni criminali come la ‘’ndrangheta tramite machine Learning ed analisi dati, creazione di terapie personalizzate per la salute mentale con telemedicina ed IA o modelli generativi di testo come ChatGpt.

L’intelligenza artificiale si sta evolvendo in svariate direzioni, essendo uno strumento multiforme e molto potente che ha rivoluzionato il mondo negli ultimi 10 anni. Diventa quindi fondamentale rendere queste tecnologie alla portata di tutti, tenendo sempre a mente che gli utilizzatori ultimi saranno sempre essere umani.

L’emotività, caratteristica ancora non appresa dai freddi algoritmi, può condurre a spiacevoli conseguenze travalicando i nobili intenti che incanalano la ricerca attuale.

Diviene quindi imprescindibile una guida che incanali le applicazioni dell’intelligenza artificiale verso fini etici e moralmente accettabili, determinando una serie di sfide non trascurabili di cui dovremo tenere conto.

L’essere umano resta al centro perché l’IA non è dotata di coscienza ma svolge una serie di compiti predeterminati da noi.

Come ritieni che le trasformazioni geopolitiche e tecnologiche possano influenzare l’Arabia Saudita del futuro, in base alla tua esperienza?

L’Arabia Saudita sta crescendo tantissimo, e già da un po’ di anni prevedevo uno scenario di questo tipo. L’ho spesso condiviso sui social. Scommetto sull’Arabia Saudita perché è un popolo giovane, con una formazione di alto livello e sempre più propenso all’innovazione.

Non è un caso, infatti, che Riyadh ospiti sia il Global IA Summit che la Future Investment Initiative, eventi globalmente rilevanti nei settori dell’Intelligenza Artificiale e della finanza. Tra l’altro l’Arabia Saudita si è aperta molto negli ultimi anni sia a livello di turismo che nell’attrattività di giovani talenti.

In base alla mia esperienza osservo una crescita continua non solo strettamente legata all’ambito economico, ma anche culturale.

E sto già lavorando per aprire una sede delle mie aziende in loco.

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Vitaly Vanchurin, l’universo come rete neurale https://www.datamanager.it/2021/03/vitaly-vanchurin-luniverso-come-rete-neurale/ Tue, 09 Mar 2021 15:48:21 +0000 https://www.datamanager.it/?p=207647 Dall’ipotesi affascinante e tutta da verificare del professore di fisica dell’Università del Minnesota Duluth al ruolo centrale dell’intelligenza artificiale nell’esplorazione dello spazio Migliaia e migliaia di cicli vengono eseguiti per addestrare una rete neurale. Potremmo essere noi stessi un ciclo di addestramento di una macchina che regola l’universo? La risposta è sì. Lo afferma Vitaly […]

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Dall’ipotesi affascinante e tutta da verificare del professore di fisica dell’Università del Minnesota Duluth al ruolo centrale dell’intelligenza artificiale nell’esplorazione dello spazio

Migliaia e migliaia di cicli vengono eseguiti per addestrare una rete neurale. Potremmo essere noi stessi un ciclo di addestramento di una macchina che regola l’universo? La risposta è sì. Lo afferma Vitaly Vanchurin, professore di fisica all’Università del Minnesota Duluth, nel suo paper dal titolo “Il mondo come rete neurale”. L’intero universo al suo livello più fondamentale potrebbe essere una rete neurale. «Non stiamo solo dicendo che le reti neurali artificiali possono essere utili per analizzare sistemi fisici o per scoprire leggi fisiche» – spiega Vanchurin. «Stiamo dicendo che è così che funziona il mondo che ci circonda. Sotto questo aspetto potrebbe essere considerato come una proposta per la teoria del tutto, e come tale dovrebbe essere facile dimostrarlo. Tutto ciò che serve è trovare un fenomeno fisico che non può essere descritto dalle reti neurali. Purtroppo (o fortunatamente) è più facile a dirsi che a farsi». Insomma, secondo Vanchurin stiamo – o staremo – vivendo all’interno di una massiccia rete neurale che governa tutto ciò che ci circonda. La portata di tale intuizione, qualora venisse confermata, sarebbe la pietra filosofale per i fisici. Si realizzerebbe un sogno da Einstein ai più grandi scienziati di sempre: unificare la fisica classica con la meccanica quantistica. Utopia?

COMPETIZIONE GEOPOLITICA

Tornando con i piedi per terra, si fa per dire, attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, potremmo esplorare in maniera ancora più dirompente l’universo. Sappiamo già che l’autonomia e l’automazione sono cruciali per il successo delle missioni spaziali. L’esplorazione dello spazio sempre più profondo, infatti, richiede una maggiore autonomia dei razzi perché la comunicazione con gli operatori di terra non è continua. E sviluppi in tal senso, si sono avuti già dagli anni 90, dove la pianificazione automatizzata spaziale, guidata dall’intelligenza artificiale, ha cominciato a fare i primi passi. Basti pensare alla ristrutturazione dello space shuttle della NASA o il framework SPIKE utilizzato per pianificare le attività da parte del telescopio HUBBLE.

Non dimentichiamoci che grazie a SPIKE si è avuto un miglioramento del 30 per cento delle osservazioni spaziali. Questo è il passato. Ma nel presente? Si lavora – e non solo – su robot guidati dall’intelligenza artificiale per controllare determinate regioni spaziali pericolose. La comunicazione sarebbe possibile attraverso i satelliti e così la continua formazione. I robot rispondono in maniera autonoma a determinati task attivati dalla terra, elaborando e scegliendo così l’azione ottimale. Grazie all’uso dei satelliti guidati da AI è possibile raccogliere immagini, come nel caso di minacce o calamità naturali, prima che le squadre di terra se ne possano rendere conto. Per esempio, il satellite EO-1 è stato il primo satellite a rilevare flussi di lava attivi dallo spazio, a misurarne la quantità di fuoriuscita di metano e a tracciare dallo spazio la riqualificazione di una foresta amazzonica disboscata.

Il sogno di Elon Musk è quello di portarci su Marte. È una narrativa che dura da anni ma che sta facendo notevoli progressi. Già si parla, infatti, di competizione geopolitica dello spazio. Non ci sarebbe solo da competere a livello economico sulla Terra insomma, ma anche, in prospettiva, a livello di scoperte di nuovi territori e così di risorse strategiche nello spazio da parte di diversi Paesi. Ma facciamo un passo indietro. Le comunicazioni dalla Terra verso Marte hanno un ritardo di 21 minuti.

Significa che se dovessimo guidare un robot potremmo ordinare solo 360 movimenti in un giorno. Ecco il perché si sta lavorando molto intensamente su dotazioni di modelli di intelligenza artificiale a monte. Perché il robot sarebbe capace di navigare in maniera totalmente autonoma e con pochi segnali dall’esterno. Ovvero dalla Terra. Il nuovo Colombo, a questo punto, non sarebbe più un essere umano ma una macchina. Una splendida macchina dotata dalle migliori tecnologie possibili. Una AI che molto probabilmente si collegherà a satelliti quantistici.

ALLA CONQUISTA DELLO SPAZIO

Rifacciamo un altro passo indietro. A inizio di marzo 2020, in piena pandemia, si temeva per un rallentamento degli investimenti su startup legate al settore dello spazio. Anche perché in periodi di incertezza la maggior parte degli investitori cerca di sospendere i piani e preservare il capitale. E invece, i mercati sono rimbalzati, e l’investimento in startup spaziali è continuato a salire. Nel 2019, sono stati investiti 5,7 miliardi di dollari in startup spaziali, battendo il record di 3,5 miliardi di dollari stabilito un anno prima. Il 2020 ha superato il record e si è arrivati a toccare i 12,1 miliardi di dollari.

È vero che con i tassi così bassi, iniziative di questo tipo – estremamente innovative – trovano maggiore supporto – ma i grandi VC hanno cominciato a valutare la bontà della ricerca tecnologica e a fare attività molto rigorose di due diligence. Anche perché le ricerche in ambito spaziale hanno lasciato anche nella vita reale una serie di innovazioni. Come per esempio il GPS. E abbiamo visto quanto la tecnologia sia diventata sempre più rilevante sia in ottica geoeconomica che geopolitica tra le varie potenze mondiali.

È interessante citare l’analisi del Georgetown Center for Security and Technology sui paesi che stanno investendo di più nella ricerca sull’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti restano saldi al primo posto con una spesa di ben 271 miliardi di dollari. Segue la Cina e poi Israele. La prima nazione europea è la Germania con 356 milioni di dollari. In futuro? A livello economico, è possibile un ridimensionamento qualora ci fosse un rialzo dei tassi a causa di uno scenario da iperinflazione. Mentre a livello geopolitico, è interessante osservare il gap tecnologico – e non solo – che c’è tra Usa e Cina verso tutti gli altri.

Inoltre, è importante sottolineare lo sforzo che sta compiendo la Cina sulla ricerca e sviluppo di satelliti quantistici, in collegamento ai sistemi di sicurezza che blindano le comunicazioni rendendole inaccessibili e inviolabili. E in Italia? Primo Space è il primo fondo di venture capital tecnologico specializzato negli investimenti in campo spaziale. Il nuovo fondo, promosso da Primomiglio SGR, è focalizzato sull’industria spaziale italiana e il primo passo è stato sulla startup AIKO Space, società di software specializzata nella progettazione e sviluppo di intelligenza artificiale per l’automazione delle missioni spaziali.

Che viviamo in una simulazione algoritmica o che siamo davvero parte di una gigantesca rete neurale poco importa. Nello spazio, come sulla Terra, vige sempre lo stesso principio: prior in tempore, potior in iure. L’intelligenza artificiale più evoluta conquisterà lo spazio.

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Gianluigi Guida, l’AI apre i cancelli verso un nuovo mondo https://www.datamanager.it/2020/05/gianluigi-guida-lai-apre-i-cancelli-verso-un-nuovo-mondo/ Tue, 12 May 2020 13:11:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=199290 Come governare l’opacità intrinseca dell’intelligenza artificiale per evitare errori e rischi. Combinare scienza, innovazione e tecnologia con il diritto è davvero possibile? Lo abbiamo chiesto a Gianluigi Guida, esperto di normativa e intelligenza artificiale Ultimamente, si è parlato tanto di come regolare l’intelligenza artificiale. E a tal proposito si è espressa anche l’Unione europea. Sinceramente […]

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Come governare l’opacità intrinseca dell’intelligenza artificiale per evitare errori e rischi. Combinare scienza, innovazione e tecnologia con il diritto è davvero possibile? Lo abbiamo chiesto a Gianluigi Guida, esperto di normativa e intelligenza artificiale

Ultimamente, si è parlato tanto di come regolare l’intelligenza artificiale. E a tal proposito si è espressa anche l’Unione europea. Sinceramente ho fatto sempre fatica a studiare e a fare gli esami di diritto. Così, ho pensato di chiedere lumi all’avvocato Gianluigi Guida. Perché proprio lui? Non solo si è formato alla University of Washington ma è uno dei pochissimi avvocati italiani che ha studiato e lavorato su temi legati all’AI. Infine, è stato lui a scrivere la normativa sandbox per le fintech italiane. Le norme, generalmente, rincorrono la tecnologia e spesso neanche la raggiungono. In altri termini, può capitare che, nel tempo necessario affinché l’uso di una determinata nuova tecnologia possa essere regolamentato, tale tecnologia si sia già evoluta, rendendo obsoleta la norma prima ancora della sua emanazione.

In questo campo, il lavoro del legislatore non appare semplice. Sicuramente una problematica da affrontare è la imputabilità della responsabilità nel caso in cui qualcosa vada storto. Ad esempio… Non riesco a finire che Gianluigi Guida anticipa le domande: «Come esempi, si possono citare incidenti stradali causati dalle auto a guida autonoma, diagnosi sanitarie o prescrizioni di farmaci non appropriate e altro. In questi casi, che sono già attuali, il punto è: chi è responsabile per il danno causato? L’AI può essere intesa alla stregua di un essere umano al fine di attribuirle una responsabilità, oppure la responsabilità dovrebbe ricadere sul proprietario, sullo sviluppatore, sul produttore dell’apparato hardware dell’IA, o sul venditore del prodotto finale»? Veramente, l’intervista dovrei farla io. Rido. Quindi, che tipo di approccio i legislatori dovrebbero adottare? «A tal riguardo – spiega Gianluigi Guida – ritengo opportuno anzitutto differenziare tra AI e machine learning. Nell’accezione comune, si ritiene che l’AI sia un sistema teso a riprodurre comportamenti decisori umani limitandone il margine di errori. Il ML, un sub-gruppo dell’AI, mira ad apprendere da una moltitudine di dati, offrendo un output all’essere umano o all’AI. In poche parole: l’AI prende decisioni, il ML offre suggerimenti».

RISCHI E RESPONSABILITÀ

Il problema dell’imputabilità della responsabilità è evidente nel caso dell’AI decisoria, soprattutto in quei casi in cui l’intervento umano è assente, ma tale problema può essere marginale nel caso del ML. «Esemplificando – spiega Gianluigi Guida – una Tesla investe una persona e Spotify mi suggerisce una playlist che non mi piace. Nel primo caso, si configurerà una responsabilità per il sinistro; nel secondo, tutt’al più una scarsa user satisfaction. Le norme relative alla responsabilità dell’AI dovrebbero essere il più possibile proporzionate all’attività e agli usi della AI, proprio in quanto non tutti gli usi e le applicazioni comportano i medesimi rischi. In secondo luogo, le norme dovrebbero tendere da un lato a creare fiducia da parte della collettività nell’intelligenza artificiale, e dall’altro a invogliare gli sviluppatori a proseguire nella ricerca e nel perfezionamento degli algoritmi. È sempre il delicato equilibrio accennato poco fa. Come cittadino è mio interesse sapere che, se l’auto a guida autonoma mi investe, saprò a chi imputare la colpa al fine di ottenere un risarcimento. D’altro canto, è del pari mio interesse che l’uso dell’intelligenza artificiale sia sempre più diffuso e migliorato al fine di diminuire proprio il rischio di essere investito. Il maggior numero di incidenti stradali, difatti, avvengono a causa di errori o distrazioni umane. Come detto, l’AI tende a riprodurre i comportamenti decisori umani “epurati” dagli errori. Ragionando per ipotesi, se tutto dovesse essere svolto dall’AI, considerando le capacità dell’AI di auto-apprendere, si giungerebbe a un mondo senza errori. Ma, per quanto io ne sappia, un mondo perfetto non è possibile. Il punto è, dunque, definire cosa sia un errore. Mi spiego meglio richiamando un famoso esempio».


Combinare #AI e diritto è davvero possibile? @simeoneantonio1 lo ha chiesto a #GianluigiGuida
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LA VECCHIETTA E IL BAMBINO?

«Beh. Sì. Un bambino e un adulto attraversano la strada sulle strisce. Sopraggiunge un’auto a guida autonoma che non può evitare di investire uno dei due pedoni. Cosa sceglierà di fare? Quale sarà il processo decisorio? Se investirà l’adulto, per comune esperienza, probabilmente si è portati a pensare che avrà agito correttamente in quanto i bambini vanno sempre protetti; ma se si pensa che l’adulto era il sostentamento per un’intera famiglia, inclusi i suoi tre figli, stabilire quale sia l’errore acquista una nuova prospettiva. Qui si va sul filosofico. Ciò che rileva, da un punto di vista di responsabilità, è che sia possibile imputare l’errore (qualunque esso sia) a un soggetto o entità ben precisi al fine di poter essere risarciti. Si stanno proponendo alcune soluzioni, alcune già esistenti, che vanno dalla responsabilità oggettiva unita a copertura assicurativa obbligatoria (esattamente come già avviene per le auto), passando per la responsabilità da prodotto difettoso o per la custodia di animali o cose, fino a dotare i robot più avanzati di vera e propria soggettività giuridica, divenendo così centri autonomi di imputabilità del danno cagionato».

L’OPACITÀ DELL’AI

Responsabilità oggettiva o responsabilità soggettiva. Ognuna delle quali però ha delle criticità. «E non banali» – commenta Guida. «Nel caso, per esempio, della responsabilità oggettiva, il proprietario o chi ha la disponibilità dell’AI è responsabile dei danni causati dall’AI a meno che non riesca a provare che il danno è stato dovuto a un caso fortuito o a causa di un terzo, e tale prova, in genere, non è affatto facile da fornire. Le cose, inoltre, si complicano notevolmente con riferimento al fenomeno “black-box” dell’AI, ossia la intrinseca difficoltà nel riuscire a tracciare e retrocedere nel processo cognitivo e decisorio svolto in autonomia dalla AI. Questa “opacità” dell’AI rende poco agevole fornire la prova liberatoria di cui sopra. Tra l’altro, più i robot diventano autonomi, meno possono essere considerati come meri strumenti nelle mani di altri attori».


#GianluigiGuida L’AI prende decisioni, il ML offre suggerimenti – @simeoneantonio1
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PRODOTTO DIFETTOSO?

«Anche qui mi sorge il dubbio su come si possa provare la difettosità dell’AI per aver preso una decisione basata sull’autoapprendimento, e quindi non prevedibile dal produttore al momento dell’immissione sul mercato. Sembra la classica “prova diabolica”. Nel caso poi di soggettività giuridica dell’AI, la differenza tra essere umano e macchina sarà sempre meno evidente (giuridicamente parlando), con tutte le conseguenze che ciò comporta anche in termini etici».

QUINDI, COME SE NE ESCE?

«Credo che, specialmente in questo caso, la risposta più appropriata sia quella favorita dagli avvocati: “It depends”. È obiettivamente difficile dare una risposta univoca. Ritengo, però, che il legislatore attento agli impieghi già esistenti e a quelli potenziali dell’AI, con una visione proiettata verso il futuro unita a una ragionevole ponderazione dei rischi, potrà aprire i cancelli verso un nuovo mondo».

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L’AI come il vaccino antipolio? Il futuro della medicina data driven https://www.datamanager.it/2020/02/lai-come-il-vaccino-antipolio-il-futuro-della-medicina-data-driven/ Fri, 07 Feb 2020 14:39:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=196031 Dal vaccino di Salk alla medicina di precisione. Dalle riflessioni di Tiziano Terzani alla startup di un giovane medico molisano che utilizza gli algoritmi di intelligenza artificiale per leggere gli insights nascosti negli esami dei suoi pazienti Sono le malattie a causare la morte o è la morte a causare le malattie? Tiziano Terzani se […]

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Dal vaccino di Salk alla medicina di precisione. Dalle riflessioni di Tiziano Terzani alla startup di un giovane medico molisano che utilizza gli algoritmi di intelligenza artificiale per leggere gli insights nascosti negli esami dei suoi pazienti

Sono le malattie a causare la morte o è la morte a causare le malattie? Tiziano Terzani se lo chiedeva spesso prima di morire di tumore e non riusciva proprio a dare una risposta a questa domanda. Nel suo ultimo libro “Un altro giro di giostra”, il grande giornalista raccontava il suo viaggio interiore e non alla ricerca di una cura. Riflessioni sul senso della vita e la paura della morte che però restavano sempre sospese da un punto interrogativo. L’intelligenza artificiale può darci delle risposte? Incuriosito dall’attività imprenditoriale del giovane medico molisano Federico Cutrone, che non è solamente un medico, ma anche il fondatore di una startup biotech, ho provato a girargli la domanda. Ma prima di rispondermi, Federico ha voluto raccontarmi una storia.

«Meno di un secolo fa, era possibile morire per una semplice infezione che oggi si previene con un semplice vaccino. Immaginate di tornare indietro di settant’anni, di essere bambini e giocare tranquillamente con gli altri amici all’aria aperta» – racconta Federico Cutrone. «Siete felici, nel senso più intimo del termine, ma un giorno iniziate a sentirvi stanchi, sempre di più; le gambe soprattutto, fanno male, quasi non rispondono ai vostri comandi, non si muovono come vorreste e dovete fare il doppio della fatica dei vostri amici per fare la metà della strada. Lo confidate alla mamma, che preoccupata vi porta dal dottore. La diagnosi non lascia scampo: avete la poliomielite e vi sta colpendo dall’interno. Nella migliore delle ipotesi, avrete una paralisi permanente a uno o più arti, sempre se riuscirete a sopravvivere. Davanti a voi, si prospetta un lunghissimo periodo nel cosiddetto polmone artificiale, un respiratore a pressione negativa in cui verrete rinchiusi lasciando solo la testa all’esterno e che respirerà al vostro posto. Perché la poliomielite è una malattia molto grave causata da un virus tremendo che colpisce i nervi e provoca la paralisi; ma la mente funziona, comprende quello che sta succedendo, sente di non aver più nessun controllo sul corpo che abita. Fino a quando non si paralizzano anche i muscoli del diaframma; vorreste respirare ma la gabbia toracica non si muove, i polmoni non si espandono, l’aria non entra; vi prende il panico, cercate di affannarvi per respirare e poi di colpo il buio eterno».


#AI #Medicina Dalla cura dei sintomi alla gestione dei fattori di rischio – @simeoneantonio1
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EVIDENZE E CORRELAZIONI NASCOSTE

Il racconto di Federico Cutrone mi ha spaventato. Non gli ho detto che sono ipocondriaco. E così gli accenno un sorriso. Lo scopo non è impressionare ma trasmettere un messaggio: «Una malattia tremenda come questa è stata sconfitta. Tutto può essere sconfitto. La medicina si pone sempre nuovi obbiettivi per allungare la vita e renderla degna di essere vissuta. Il vaccino antipolio di Salk è stata una rivoluzione in campo medico e per l’umanità intera. Questo avveniva nel 1962. Oggi, ci troviamo davanti a una nuova rivoluzione, quella dell’intelligenza artificiale». La medicina moderna, vive di algoritmi, di formule, di Big Data. La nostra è una Evidence Based Medicine – continua a spiegare il giovane medico molisano. «È una medicina che ha cambiato il modo di curare le persone. Siamo passati dalla cura del sintomo alla prevenzione del rischio di sviluppare una malattia. Oggi, non cerchiamo di curare i malati ma i sani o per meglio dire cerchiamo di scoprire con largo anticipo i nostri futuri pazienti e mettiamo in atto una serie di accorgimenti, farmacologici e soprattutto di stile di vita, atti a ritardare il più possibile l’insorgenza della patologia». L’obiettivo di curare i sani mi fa tornare in mente l’incontro di Terzani con il medico anticonvenzionale “Mangiafuoco”, il medico per i sani.

Ma torniamo a noi. E alla ragione che mi ha portato a intervistare Federico Cutrone. Se vi chiedessi qual è la prima causa di morte nel mondo, che cosa rispondereste? Cancro? Malattie neurodegenerative? Infezioni? «La verità – spiega Federico – è che dall’avvento degli antibiotici che hanno eliminato la maggior parte delle morti su base infettiva, il titolo di “triste mietitore” è passato di diritto alle malattie cardiovascolari, una su tutte, l’infarto acuto del miocardio». Ma allora perché sono quasi 100 anni che l’infarto la fa da padrone tra le cause di morte, e non si riesce a contrastare questo primato in maniera efficace? Secondo Cutrone, le motivazioni sono fondamentalmente due: «In primis, l’infarto è immediato, e in secondo luogo è incredibilmente difficile da predire perché nella maggior parte dei casi non dà segni premonitori chiari. Quanti di voi hanno perso un parente, un amico, un conoscente a causa di un infarto? La frase che sentiamo sempre è: “L’ho visto proprio ieri e stava benissimo, non me lo sarei mai aspettato”. Nessuno si aspetta di avere un infarto. Nessuno ci pensa e purtroppo in pochi fanno una vera prevenzione tramite alimentazione e stile di vita. Durante i miei anni di studio – afferma Cutrone – ho capito una cosa: tutte le malattie hanno una base fisiopatologica, un inizio, un’evoluzione e una fine. La medicina può agire sia sulle cause sia sulle fasi successive della malattia, il problema è che esistono malattie che si manifestano in una fase precoce e malattie che si manifestano quando ormai è troppo tardi, come l’infarto acuto del miocardio. In realtà, anche l’infarto ha un timing lunghissimo, di 20 o 30 anni».


#AI #startup Federico Cutrone, il giovane medico che utilizza l’AI per curare i suoi pazienti – @simeoneantonio1
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VERSO LA MEDICINA PERSONALIZZATA

In che modo può aiutarci l’intelligenza artificiale? «Immaginate di andare dal vostro medico di famiglia – spiega Federico Cutrone – e di fare la solita visita di controllo o semplicemente di essere andati a far vedere gli ultimi esami del sangue o l’ultimo ECG che avete fatto. Siete andati lì per aggiornare la cartella clinica. Il vostro medico si spenderà in tutte le solite raccomandazioni ma questa volta vi dirà di mangiar sano e fare sport, altrimenti avrete un infarto entro due anni. A queste parole, la vostra mente si mette in allarme, non potete rimandare il problema e affrontarlo magari fra 10, 20 o 30 anni. Sapete che c’è una contingenza e che se non volete morire, dovete iniziare a rigare dritto da oggi stesso. Inoltre, il vostro medico che a questo punto sa con certezza quale sia il vostro rischio, vi prescriverà una serie di esami e di farmaci per aiutarvi a tornare in uno stato di salute quanto più fisiologico possibile. È qui che l’AI si dimostrerà fondamentale, come fondamentale è stato il vaccino antipolio, leggendo i segnali nascosti nei tanti dati che il nostro paziente ci fornisce, e scoprendo micro-pattern che si associano a un aumentato rischio». E questo è quello che Federico Cutrone sta cercando di fare con la sua startup, partendo dalla lettura e dall’interpretazione dell’ECG e integrando un po’ alla volta gli esami del paziente per consentire all’intelligenza artificiale di avere una visione di insieme. Così da accendere, con larghissimo anticipo, campanelli d’allarme nella mente del medico, e modulare terapia, dieta e stile di vita direttamente sul paziente, creando finalmente una medicina personalizzata. Del resto, non è forse vero che il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente? Anche questo diceva il saggio Tiziano Terzani. E aggiungo – però – una “mente artificiale”.

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AI e robotica, più governance e visione per comprendere il cambiamento https://www.datamanager.it/2018/07/ai-e-robotica-piu-governance-e-visione-per-comprendere-il-cambiamento/ Thu, 12 Jul 2018 15:07:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151299 AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano […]

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AI e robotica, dalle imprese più innovative che hanno partecipato al WeChangeIT Forum, parte la sfida per il cambiamento. L’Italia in prima linea nella competenza, ma a rischio marginalità in termini di sistema

Un bambino nato da poco si alza in piedi ma cade. Ci riprova. Cade di nuovo. E ancora. Ancora. Ma niente. Passano trenta, quaranta minuti e il bambino cammina. No. Non è un miracolo. È un robot. Questi robot “bambini” guidati da intelligenza artificiale, in questo caso, chiamata Swarm Intelligence, sono decisamente più efficienti rispetto ai bambini “umani”. Quanto ci mette un fanciullo a imparare a camminare? Sei mesi. Un anno. Ecco. Non possiamo più parlare di futuro a prescindere dalla robotica e dall’intelligenza artificiale. Quasi due miliardi di dollari (1,95), il 50% di più dell’anno precedente. Ebbene si. I venture capital lo hanno capito. Perché questi sono i numeri di investimenti sul settore della robotica lo scorso anno. Solo pochi mesi fa Toyota ha annunciato il lancio di Toyota AI Ventures, un venture capital che ha come obiettivo il finanziamento di startup tecnologiche che lavorano sull’intelligenza artificiale. Appena partito, il fondo ha ricevuto 100 milioni di dollari da parte del Toyota Research Institute (TRI), un’iniziativa orientata al mondo delle automobili e robotica in senso lato.

AI Ventures dirige i suoi investimenti verso il mondo dell’intelligenza artificiale, la robotica e delle automobili in grado di guidarsi da sole. Non solo investimenti ma supporto alle startup attraverso una rete di mentoring presso la sede in Silicon Valley. «Una delle maggiori sfide che devono affrontare gli startupper è sapere se stanno costruendo il prodotto giusto per il mercato giusto. Possiamo aiutarli a superare questa incertezza, e ci impegniamo a farlo in maniera eccellente perché il loro successo è il nostro successo» – ha detto il vicepresidente del TRI Jim Adler in una recente dichiarazione. AI Ventures si dice proattiva nella ricerca di nuove startup sulle quali investire a livello globale. Attualmente, il fondo ha investito in tre startup. Nauto, con sede nella sempre presente Silicon Valley, che realizza sistemi di monitoraggio dei conducenti e degli ambienti stradali al fine di prevenire incidenti e limitare la cattiva guida. SLAMcore, startup inglese, che sviluppa algoritmi per la tecnologia “intelligente” di droni e veicoli a guida autonoma. Intuition Robotics, startup israeliana che studia l’uso dell’intelligenza artificiale su vari settori.


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LEGGERE, SCRIVERE E PROGRAMMARE

Negli ultimi anni, infatti, le vendite di robot programmabili dai bambini è in forte ascesa, basti ricordare anche dell’ingresso della Lego nel mercato. In alcune confezioni della Lego si trova un software con delle istruzioni per imparare a programmare dei piccoli robot. Costruirli e poi farli vivere. Un gioco educativo insomma. Si sostituisce letteralmente a un professore invece Nao, il robot umanoide di 58 centimetri prodotto da Aldebaran Robotics, una delle più note aziende di robotica al mondo. Nao al posto degli organi di senso è dotato di videocamere e sensori che gli consentono di interagire con l’ambiente circostante. È considerato il social robot più evoluto mai prodotto. Da diversi anni, tra l’altro, viene utilizzato nelle scuole di oltre settanta paesi per l’insegnamento delle materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), ma si sta rivelando efficace anche in ambito medico come robot per bambini autistici. In Italia, è parte integrante delle attività didattiche della Scuola di Robotica di Genova (www.scuoladirobotica.it). Aldebaran conta di trasformarlo anche in un “robot da compagnia” per le famiglie. Per programmarlo è sufficiente imparare a utilizzare Choregraphe, un ambiente intuitivo, adatto anche ai principianti e ai ragazzi, perché non è necessario scrivere una sola riga di codice.

ROBOTICA NELLA SANITÀ

Un altro campo che è stato in poco tempo invaso dall’AI è quello medico. Gli interventi in sala operatoria realizzati con l’ausilio di un robot erano poco più che una curiosità circa 17 anni fa. Nel 1999, infatti, Intuitive Surgical ha messo a punto quello che nel giro di qualche anno è diventato il più noto partner dei chirurghi in sala operatoria, Da Vinci, chiamato così per omaggiare il genio di Leonardo. Con 17mila interventi di chirurgia robotica nel 2017 e l’installazione del centesimo robot Da Vinci al policlinico di Catania, l’Italia raggiunge la Francia al primo posto in Europa. Nel mondo, dopo la ginecologia, è la chirurgia urologica a essere la principale area di intervento con i robot. Anche in Italia, è l’urologia a farla da padrona, con il 67% di interventi, seguita da chirurgia generale (16%) e ginecologia (10%). L’incremento registrato è dell’83% a partire dal 2006.

Come confermato da Andrea Dupplicato, CIO del Centro Cardiologico Monzino e dell’Istituto Europeo di Oncologia, in urologia i motivi del successo sono molti e semplici. La precisione del robot consente maggiore facilità di accesso alle anatomie più delicate, una precisione demolitiva e ricostruttiva, una minore perdita di sangue, una riduzione della degenza post-operatoria e una diminuzione degli effetti collaterali (disfunzione erettile e incontinenza). A questo si aggiungono caratteristiche come la visione tridimensionale immersiva in grado di moltiplicare fino a dieci volte la normale visione dell’occhio umano. «La chirurgia robotica da Vinci – spiega Walter Artibani, direttore dell’UO di Urologia dell’AOU Integrata di Verona e segretario generale della Società italiana di urologia – è emblema della chirurgia mininvasiva. Il robot consente una precisione non confrontabile con altre tecniche e permette di superare i limiti legati alla difficoltà di trattare, con la laparoscopia, patologie in sedi anatomiche difficili da raggiungere. L’urologia italiana è un’eccellenza nel campo della robotica».

Dopo questi dati positivi sull’utilizzo della robotica in Italia, ci chiediamo: quanto sono presenti oggi nel nostro Paese soluzioni avanzate di AI in tutti gli altri ambiti? A rispondere a questa domanda è Fabio Rizzotto, associate vice president and head of local research and consulting di IDC Italia: «Stiamo osservando una certa accelerazione dell’adozione di tecnologie emergenti che comportano anche un’accelerazione delle capacità infrastrutturali. In Italia è del 7% la spesa IT nella più ampia fetta dell’Europa Occidentale, con un aumento sostanziale degli investimenti, anche grazie ai programmi nazionali di digitalizzazione. Cosa manca allora? «Sicuramente, una più solida governance, necessaria per creare strategie complete di amministrazione generale e gestione operativa. Abbiamo un grande potenziale – spiega Rizzotto – che arriva anche dal poter imparare dagli errori del passato per costruire un futuro che non sia solo intelligente ma anche funzionale e al servizio di cittadini e consumatori».


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IN ITALIA, LA SITUAZIONE STA CAMBIANDO?

Si. Perché si sta osservando una progressiva adozione di tecnologie emergenti, con un aumento sostanziale degli investimenti dedicati all’IT. Di intelligenza artificiale e delle sue possibili applicazioni si è parlato all’edizione 2018 del WeChangeIT Forum, svoltasi a Milano, insieme ad aziende ed esperti del settore. Dal dibattito è emerso che molte tra le maggiori aziende italiane stanno già utilizzando applicazioni di intelligenza artificiale nei loro processi. Prima tra tutte Assicurazioni Generali, che utilizza l’AI per costruire soluzioni assicurative cucite su misura per ogni cliente, e BNL Gruppo BNP Paribas che invece l’ha integrata nel suo servizio clienti grazie a un chatbot che è in grado di rispondere in qualsiasi momento alle esigenze dei navigatori. A seguire questo trend è anche il colosso del settore farmaceutico Bayer, che ha pensato di sfruttare l’intelligenza artificiale per fornire informazioni corrette agli utenti. Un’altra azienda che su questo tema è in prima linea in Italia è Enel, che utilizza sempre più machine learning e algoritmi predittivi per prevenire incidenti e ottimizzare gli interventi di riparazione. Una testimonianza molto interessante arriva da La Marzocco, una realtà più di “nicchia” per quanto il consumo di caffè in Italia sia un affare nazionale con un consumo di una tazzina e mezza (dati Nielsen) a testa. Leader nel settore delle macchine da caffè, famosa per aver progettato e brevettato nel 1939 la prima macchina da caffè a caldaia orizzontale, oggi uno standard nel settore – La Marzocco ha integrato degli speciali sensori all’interno dei suoi prodotti per garantire assistenza efficace e immediata in qualsiasi parte del mondo. Ha investito molto anche nello sviluppo di algoritmi predittivi per migliorare l’efficienza dell’assistenza ai propri clienti. Biotech e robotica saranno il prossimo trend dei VC? In America e in Asia già lo sono. Ma in Italia? Forse se tutti i dati delle cartelle sanitarie dei pazienti negli ultimi trent’anni fossero disponibili per fini di ricerca (e non resi inaccessibili dal GDPR). E forse se i robot potessero imparare dai migliori medici italiani. Allora, i venture capital potrebbero finanziare nuove startup.

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Il modello cinese alla conquista del mondo https://www.datamanager.it/2018/05/il-modello-cinese-alla-conquista-del-mondo/ Thu, 17 May 2018 15:34:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147909 Come cambia la geografia delle startup e dell’innovazione? Modello americano e modello cinese a confronto. Il focus dei venture capital cinesi si concentra su intelligenza artificiale e semiconduttori Il 2017 è stato un anno da record per i venture capital, e il trend è ancora di crescita per il primo trimestre del 2018. Come riportato […]

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Come cambia la geografia delle startup e dell’innovazione? Modello americano e modello cinese a confronto. Il focus dei venture capital cinesi si concentra su intelligenza artificiale e semiconduttori

Il 2017 è stato un anno da record per i venture capital, e il trend è ancora di crescita per il primo trimestre del 2018. Come riportato nel Venture Pulse Report di KPMG, questo è il quarto trimestre consecutivo in cui si sono registrati oltre 45 miliardi di dollari di investimento a trimestre, dato abbastanza raro fino a non molto tempo fa. Lo scorso anno, sono stati investiti 157 miliardi di dollari a livello globale, numeri molto più alti di quelli raggiunti durante la bolla dotcom. Venticinque anni fa, oltre il 95% dei fondi venture capital erano statunitensi. Oggi, godono ancora del primato. Ma ancora per quanto?

LA GEOGRAFIA DEI VC

Mentre gli USA vantano il 44% del capitale investito dai VC, l’Asia si trova oggi al 40%, una crescita esponenziale rispetto a dieci anni fa, quando la percentuale era inferiore al 5%. La più grande novità degli ultimi anni è stata l’enorme crescita dell’influenza cinese nel settore del venture capital. Se un tempo la Silicon Valley era considerata la Mecca per gli imprenditori hi-tech sia per l’abbondanza degli investimenti sia per l’abbondanza di risorse umane con skill adeguate, oggi non c’è più un monopolio. Della Top Ten degli investimenti VC più importanti del primo trimestre di quest’anno – la cui quasi totalità appartiene al settore dei trasporti – la metà sono avvenuti in Asia. Come viene notato da Kai-Fu Lee di Sinovation Ventures, in Cina molti dei deal sono fatti su startup che importano idee americane. Tuttavia, esiste molta liquidità che viene investita anche in nuove tecnologie d’avanguardia, tra cui l’intelligenza artificiale e IoT. Questo dato non è assolutamente da sottovalutare, soprattutto in ottica geo-politica, viste le implicazioni che possono avere queste nuove tecnologie in ambiti militari e di cybersecurity. La Cina non è l’unico paese con particolare importanza nel territorio Asiatico. Il più grande player mondiale di oggi è Softbank, dal Giappone. Lo scorso anno, Masayoshi Son è riuscito a convincere investitori dal medio-oriente ad aiutarlo ad aprire il suo Vision Fund, il più grande fondo d’investimento al mondo dedicato alle tecnologie sulle quali poggeranno le basi del nostro futuro.


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CINA SOLO PER LA CINA?

Tuttavia, l’attenzione maggiore viene attualmente rivolta agli investimenti cinesi. Con la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, il mondo startup è tra i settori considerati a minor rischio, in quanto le tariffe sono attese soprattutto per industrie più tradizionali come per esempio quella manifatturiera o agricola. Le aspettative sono molto positive per i cinesi, in quanto gli investimenti sono cresciuti di ben 15 volte rispetto al 2013. Questo è stato possibile grazie alla crescita di colossi come Alibaba e Tencent, che a loro volta investono nell’ecosistema startup locale, così come anche la nascita di numerosissimi fondi che hanno raccolto decine di miliardi di dollari. Questi investimenti sono stati principalmente focalizzati su startup cinesi e il mercato sta rallentando poiché molte delle startup in questione hanno facilità a raccogliere milioni di utenti nel proprio paese – o in Asia – ma rimanendo quasi del tutto sconosciute all’estero. Da queste difficoltà, la Cina sta cercando di difendersi aumentando gli investimenti all’estero. Infatti, nell’ultimo anno questi sono più che raddoppiati. Il proliferare di investimenti in startup di altri paesi asiatici da parte dei venture capital cinesi, come per esempio l’India, si rivela davvero efficace perché le tecnologie sviluppate dai cinesi appaiono più adatte al mercato indiano rispetto a quelle americane. Basti pensare a Madhur Deora di Paytm, società di pagamenti online cinese-indiana che ha raccolto prima 800 milioni di dollari da Ant e Alibaba e ulteriori 1.4 miliardi di dollari da Softbank, poco dopo.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SEMICONDUTTORI

L’aspetto interessante è che a differenza dell’attività di VC occidentale, i fondi cinesi investono con logiche collegate a un aspetto politico e non solo prettamente finanziario. Molti fondi di venture capital cinesi, infatti, sono finanziati anche dal governo di Pechino. Il focus è ad oggi l’intelligenza artificiale e il potenziale controllo del settore dei semiconduttori, che usiamo nella quasi totalità dei prodotti tecnologici di tutti i giorni. In virtù dell’approccio geopolitico al mondo dei venture capital, alcuni investitori cinesi sono convinti che USA e Cina si spartiranno i mercati tecnologici di tutto il mondo. La principale differenza sta meramente nell’approccio per ottenere questo controllo. Gli americani cercheranno di creare il prodotto migliore per convincere il mondo a usarlo, i cinesi tenteranno di acquisire un partner locale di ogni paese per poter competere con gli americani. Una dimostrazione di come si sviluppa tale battaglia di approcci è la situazione che si è sviluppata tra Uber contro Grab nel sud-est asiatico o contro Ola in India. Un altro esempio è l’investimento di 5 miliardi di dollari da parte di Amazon per poter dominare il mercato indiano, contrastato da investimenti miliardari da parte dei cinesi nell’e-commerce indiano Flipkart. La differenza nell’approccio di investimento si riflette anche in dettagli dei deal che sono molto diversi tra gli investitori americani e quelli cinesi, come descrivono Garry Bruton e David Ahlstrom. Gli investitori cinesi sono abituati ad avere scarsa disponibilità di documenti per due diligence, e si concentrano di più nel valutare le persone del team e il loro background. Inoltre, come si potrebbe intuire, dopo un deal gli investitori cinesi sono molto meno invasivi nei processi delle startup nelle quali hanno investito rispetto agli americani, proprio per mantenere l’identità della società finanziata all’estero.


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QUALE SCENARIO?

Un editoriale dell’agenzia di stampa Xinhua suggerisce agli USA di “superare l’allergia agli investimenti cinesi”. Ma sembra che anche in questo settore le misure di controllo potrebbero intensificarsi. Lo scorso anno, gli investimenti dei Cinesi negli Stati Uniti sono scesi del 35% rispetto al 2016, secondo un’analisi del Rhodium Group. Il giro d’affari tra i due paesi è di 29 miliardi di dollari, che resta il secondo miglior risultato di sempre per la Repubblica Popolare in America. Sulla tendenza, hanno influito in primo luogo i controlli accurati sugli investimenti cinesi all’estero, per impedire operazioni economiche “irrazionali”. A fare il resto è stato il rigido monitoraggio del Comitato sugli investimenti stranieri negli Stati Uniti (CFIUS), che ha impedito diverse acquisizioni cinesi per ragioni di sicurezza nazionale. «Il modello americano, soprattutto quello degli ultimi 20-30 anni, è fondamentalmente militare. Quello propugnato dalla Cina è invece un modello economico e politico, con minori investimenti, minori rischi e maggiori guadagni». In altre parole: «Gli USA bombardano e si fanno molti nemici. I cinesi non bombardano, comprano e spendono di meno». È il pensiero di Alberto Forchielli, managing partner del Fondo Mandarin, primo fondo di private equity ad aver ottenuto capitale in gestione dal governo cinese. Sono più di dieci anni che sentiamo parlare del prossimo dominio cinese. L’America vince ancora grazie alla tecnologia e investendo attraverso i venture capital sulle startup ad alto impatto innovativo. Questo mancava alla Cina. Ma adesso forse non più.

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Il Piccolo Principe e l’intelligenza artificiale https://www.datamanager.it/2018/04/il-piccolo-principe-e-lintelligenza-artificiale/ Wed, 18 Apr 2018 15:11:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146110 Lo sapevate che ci sono startup guidate da intelligenza artificiale che migliorano l’umore? Psicologi e psichiatri virtuali studiano i comportamenti umani. Immaginate la meraviglia (e anche la sorpresa) di mettere insieme computer science, biologia e psicologia Ebbene sì. Le startup che si occupano di salute mentale sono il nuovo trend che cavalcheranno i venture capital […]

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Lo sapevate che ci sono startup guidate da intelligenza artificiale che migliorano l’umore? Psicologi e psichiatri virtuali studiano i comportamenti umani. Immaginate la meraviglia (e anche la sorpresa) di mettere insieme computer science, biologia e psicologia

Ebbene sì. Le startup che si occupano di salute mentale sono il nuovo trend che cavalcheranno i venture capital di tutto il mondo. Pochi conoscono Bo Shao – o meglio – non ancora. Nato e cresciuto a Shangai da una famiglia molto povera, ha vinto decine di concorsi di matematica alle superiori in Cina prima di vincere una borsa di studio completa alla prestigiosa università americana Harvard. Dopo essersi laureato in America e aver lavorato in Boston Consulting Group, è tornato in Cina e si è gettato a capofitto nel fantastico mondo delle startup. Inizialmente, la sua startup andava male (EachNet), ma Bo Shao continuava a rifiutare le continue e redditizie offerte provenienti dagli USA. Passarono quattro anni. E mentre i genitori lo avevano dato definitivamente per matto, EachNet diventava il più grande sito di e-commerce per consumatori cinesi. Ebay acquistò la società per 225 milioni di euro e Bo divenne l’imprenditore cinese dell’anno 2003.

L’AI CHE AIUTA A VIVERE MEGLIO

“Parent Lab” è un progetto di Bo Shao che ha lo scopo di fornire una combinazione di scienza, spiritualità e coaching pratico ai genitori di tutto il mondo. E consiste anche in un’app (Hello Joey) lanciata con l’obiettivo di «aiutare i genitori a diventare genitori migliori e a costruire una famiglia felice e connessa». Ma Shao non si ferma qui. “Conscious Accelerator”, fondo di investimenti filantropico, con 100 milioni di dollari donati da lui, investirà in startup dedicate a ridurre la sofferenza di questo mondo, utilizzando la tecnologia per sviluppare ulteriormente la coscienza dell’umanità. «La sofferenza causata da circostanze esterne come la fame o la malattia è più facile da capire, ma, nonostante il crescente benessere materiale – ha spiegato Shao – molte persone si sentono ancora sole, senza scopo, timorose o arrabbiate. Le statistiche sulla salute mentale sono allarmanti». Il fondo di Shao ha come obiettivo quello di “fare del bene” aiutando gli imprenditori a «costruire aziende che si occupino di disordini mentali e che siano autosufficienti e scalabili». Stanno nascendo in tutto il mondo centinaia di startup di questo tipo. Chatbot guidati da intelligenza artificiale che ci fanno compagnia e ci aiutano a meditare, siti web che ci mettono in comunicazione, in forma anonima, con psicologi e psichiatri robot. Ma il futuro è quello di un’app composta da centinaia di algoritmi guidati da sistemi di intelligenza artificiale in grado di farci da mentor, psicologo e medico. Ho pensato di approfondire questa visione con Arnaldo Giaccio, medico bioenergeta, che vive e lavora a Roma. «Gli attacchi di panico, i mal di testa, le depressioni e altri sintomi psicosomatici sono dei segnali. Come la spia dell’olio di una macchina». L’app dovrebbe così interagire con le parti più profonde di noi stessi. «A cosa ti serve stare male? Questa è la prima domanda che dovrebbe fare lo psicologo virtuale».

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Intelligenza Artificiale al #WeChangeIT Forum di Data Manager

L’intelligenza artificiale sarà anche tema centrale dell’evento annuale di Data Manager che riunirà la comunità IT italiana il 21 Giugno all’ UniCredit Pavilion. L’agenda completa e l’opportunità di registrarsi a questo link

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CHATBOT PER LA CURA

Più che una chatbot, insomma, l’app dovrebbe riuscire a integrare i dati relativi al movimento e al comportamento senza tralasciare dati quantitativi, come per esempio le analisi del sangue o molecolari. «Non è così complesso dal punto di vista psicologico – spiega Arnaldo Giaccio –. Si tratta di creare uno schema. Per esempio, è facile trovare una tipologia bioenergetica attraverso l’uso delle immagini studiate da un algoritmo. Così come si può partire da quelle immagini e dal movimento per fare ulteriori domande al paziente. Inizialmente, si tratterebbe di tradurre in algoritmi il linguaggio del corpo dell’opera di Lowen».  Queste sono le opportunità, ma i rischi? «Sono sicuro che l’intelligenza artificiale farà delle diagnosi quasi perfette ma il rischio è che potrebbe mettere il paziente in condizioni di dipendenza. In pratica, gli algoritmi decideranno per il paziente. L’intelligenza artificiale dovrà accompagnare il paziente. Questo è davvero importante. Non deve dare indicazioni ma continuare a fare delle domande. Come per esempio: Vuoi uscire? E tu sei libero di rispondere sì oppure no» – conclude Arnaldo Giaccio.


#VentureCapital #AI Accompagnare le persone nel percorso di cura. Può farlo oggi un essere umano e potrebbe farlo in futuro un’app senza essere intrusiva @simeoneantonio1
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DIAGNOSTICA E BLOCKCHAIN

Accompagnare le persone sapendo quello di cui hanno bisogno. Può farlo – oggi – un essere umano e potrebbe farlo – in futuro – un’app senza essere intrusiva. Ma dal punto di vista meramente scientifico? Sappiamo che i grandi gruppi farmaceutici stanno investendo centinaia di milioni di dollari su soluzioni legate alla blockchain e all’intelligenza artificiale. L’idea è di creare un sistema sostanzialmente impossibile da modificare e sul quale far passare tutti i dati da studiare. Comportamenti, incidenza, malattie, e così via. Attraverso Google Trends possiamo già prevedere l’andamento di una epidemia, ma cosa significherebbe andare nel molto piccolo? Come diceva Arnaldo Giaccio, le diagnosi attraverso l’AI potrebbero essere più accurate ma quello che mancherebbe sarebbe l’aspetto empatico. Scientificamente, bisognerebbe andare nel mondo del molto piccolo, studiando il comportamento delle molecole consolatorie (se ci riferiamo alla depressione) e far analizzare dall’AI il circuito della dopamina, che si attiva quando vogliamo qualcosa. Edoardo Boncinelli, il famoso genetista italiano, spiega che la corteccia anteriore del cervello «ha bisogno di dopamina, ma non la produce». La dopamina viene prodotta nella parte posteriore del cervello e, attraverso una strada, arriva alla corteccia frontale. «Questo è il circuito principale del desiderio. Una grossa delusione produce endorfine, non dormire per un certo tempo produce endorfine. Sono tutti tranquillanti naturali, che in alcuni individui vengono prodotti in modo efficace, in altri in modo lento. È ragionevole pensare che chi si accontenta facilmente, e quindi è più sereno, abbia una struttura psicofisica che contempla un immediato appagamento o una brama non eccessiva. Chi non si accontenta mai ha una struttura psicofisica diversa. Ma, detto questo, che cosa ho ottenuto? Per ora, dobbiamo limitarci a osservare e descrivere, senza capire».

INVESTIMENTI

Si passa dunque a un sistema sempre più olistico. Basti pensare all’industria dei venture capital. Negli USA, l’ecosistema riflette una varietà e versatilità di elementi. Gli attori dell’ecosistema sono assai diversi ma legati in maniera orizzontale. In Italia, vige la frammentazione. Gli investimenti sul fintech stanno cominciando a scendere e si sta puntando sulla salute. Quella immateriale. E solo l’intelligenza artificiale nel mondo del non visibile a mio parare può dare una mano importante. E riguardo il ritorno degli investimenti? Ovviamente, è sempre questo l’obiettivo, ma per una volta lasciatemi sognare. Ripenso al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry e al suo incontro con l’uomo di affari che possedeva tutte le stelle. Cosa gli avrebbe domandato la nostra app guidata dall’intelligenza artificiale? «A cosa ti servono? Che te ne fai? Tutto qui»? Sì, proprio come il Piccolo Principe.

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La diversity rivoluzionerà l’industria dei venture capital https://www.datamanager.it/2018/03/la-diversity-rivoluzionera-lindustria-dei-venture-capital/ Thu, 15 Mar 2018 14:45:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143733 I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il […]

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I venture capital scoprono – o riscoprono – di essere razzisti nei confronti delle startup “di colore”. Analisi del crollo investimenti in fase seed e Series A sia da parte degli Angels che dai venture capital di grandi dimensioni

Sembra semplice. Molti nuovi imprenditori cercano costantemente risorse per finanziare le loro idee per cambiare il mondo, mentre altrettanti numerosi investitori sono alla ricerca di grandi opportunità di investimento. Eppure, i trend di investimento sono in discesa dal 2015 dopo un lungo trend positivo durato dal 2009. Dove sta il problema? Dal 2009 in poi, i dati sugli investimenti dei fondi venture capital in USA sono cresciuti in modo stabile sotto qualsiasi punto di vista. Da un lato i finanziamenti dei VC sono saliti dai 26,7 miliardi di dollari del 2009 ai 79,2 miliardi nel 2015. Questo è stato possibile grazie a un aumento nella dimensione degli investimenti, un trend riassunto nell’espressione simbolo del settore in quell’anno, “Series A is the new Series B”. Inoltre, hanno contribuito a questa crescita le ingenti somme investite nei round d’investimento delle società unicorno, cioè valutate con un valore di oltre un miliardo di dollari, come per esempio Airbnb o WeWork. Dall’altro lato anche il numero di deal conclusi è più che duplicato. Dai 4.458 deal del 2009 si è arrivati a 10.432 nel 2015. Eppure dal 2015 al 2017, c’è stata una grande inversione di tendenza. Sebbene il calo non sia ingente in termini percentuali quanto quello portato dalla crisi del 2008, in termini assoluti è stato ben più pesante, con un calo degli investimenti dai 79,2 miliardi di dollari del 2015 ai 71,8 miliardi nel 2016, e il numero di deal sceso dai 10.432 del 2015 agli 8.637 del 2016. La parte più colpita pare essere quella dei deal provenienti da Angel investors e dai seed. In tutti i casi, ci ritroviamo – per la prima volta dal 2012 – in una situazione in cui i deal seed rappresentano meno della metà del totale dei deal di venture capital.

VENTURE CAPITAL ALLA PROVA DELLE MINORANZE

Questo trend negativo è di particolare rilevanza per gli imprenditori di colore poiché, avendo meno capitale a disposizione per le fasi early-stage, sta diventando uno standard raccogliere finanziamenti da amici e famiglia. Statisticamente, questo rende la vita più difficile alle minoranze. Le statistiche sottolineano queste difficoltà per le minoranze. Di tutti i fondatori di startup che hanno ricevuto finanziamenti negli USA, meno dell’uno per cento sono di colore. Di questa già minuscola porzione, la maggioranza sono uomini, ben l’80 per cento. Vuol dire che le donne di colore rappresentano solo lo 0,2 per cento delle persone che raccolgono capitale per la propria startup in America. Certamente, il fatto che solo il tre per cento dei fondi d’investimento hanno persone di colore a coprire ruoli manageriali non aiuta a migliorare la situazione. Per fortuna, il numero di aziende aperte da persone considerate parte di una minoranza sta crescendo. Tuttavia, secondo un report del Center for Global Policy Solutions, il trend di discriminazione nei confronti delle minoranze risulta in una mancanza di oltre un milione di aziende che potrebbero creare oltre nove milioni di posti di lavoro e 300 miliardi di dollari in stipendi. Nel mondo delle startup, l’aspettativa che i primi finanziamenti arrivino da amici e famiglia sta creando un’inclinazione a una maggiore disparità. Il patrimonio netto medio di un afro-americano è di soli 11.000 dollari, molto inferiori ai 144.000 dei corrispettivi americani bianchi. Di conseguenza, le risorse direttamente accessibili per i primi passi di un imprenditore sono molto diverse in base al colore della pelle già in partenza.


Le cifre dicono che il capitale di rischio rende la vita più difficile alle minoranze. Ma la #diversity rivoluzionerà l’industria dei #VentureCapital – Ecco perché @simeoneantonio1
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QUANTO LA DIVERSITY CONTA

Il basso numero di afro-americani in posizioni di rilievo presso i fondi venture capital sottolinea la mancanza di diversità nelle aziende del settore. Eppure, la popolazione delle minoranze sta aumentando a dismisura, tanto che ci si aspetta che nel 2044 quelle che oggi sono comunità di minoranza rappresenteranno di fatto la maggioranza della popolazione del paese. La differenza tra le proporzioni nella popolazione e le proporzioni nei team decisionali dei fondi VC, crea una discrepanza che si traduce in pregiudizi basati su percezioni irrilevanti. A peggiorare la situazione è arrivata la nomina di Mark Farrell a sindaco di San Francisco, che viene per l’appunto dal settore dei VC ed è – non a caso – bianco. La sua nomina è arrivata in un periodo tumultuoso. Infatti, è il terzo sindaco ad interim nell’arco di sei settimane. Le polemiche sono nate dal fatto che è stato nominato a discapito di London Breed, che invece è una donna di colore. La situazione è stata ripresa da numerosi quotidiani per l’emblematicità della vicenda proprio al centro della Bay Area, il centro mondiale di startup e VC. Come riporta la ricerca Diversity Matters di McKinsey, i team multi-etnici nei fondi di VC devono essere una priorità assoluta, in quanto producono un aumento dei ritorni economici del 35 per cento. Infatti, alcuni fondi stanno cercando metodi alternativi per valutare le startup. Per esempio, Village Capital ha deciso di raccogliere le opinioni anche di altri imprenditori, e non solo di investitori tradizionali, per quanto concerne le decisini di investimento. Altri, come Chike Ukaegbu, il fondatore dell’acceleratore Startup52, credono che la diversità rivoluzionerà l’industria dei venture capital, e questa rivoluzione metterà al centro le minoranze etniche dando loro le risorse necessarie a crescere.

LA DIVERSITÀ COME PUNTO DI FORZA

Anche Meena Maddali di Connetic Ventures ha tenuto a sottolineare l’importanza della diversity nella composizione dei team. «Le persone investono solo nelle aree che conoscono e nelle persone di cui pensano di potersi fidare. Creare un network solido – e vario – di persone intelligenti è fondamentale per il nostro potenziale successo». Certamente, i numeri parlano chiaramente a favore di fondi VC in grado di fare della diversità un punto di forza. Tuttavia, come riporta Marlon Nichols di Cross Culture Ventures, molti partner dei fondi non capiscono del tutto le potenzialità e decidono di prendersi del tempo per ragionarci su. Questo problema è stato notato anche da Monique Woodard, nonostante sia partner di 500 Startups, una delle società venture capital con la migliore reputazione. Eppure, «l’investimento sulla diversità – ha dichiarato la stessa Woodard – è visto dai partner come una mossa puramente etica, ignorandone però tutti i benefici economici verificati». È forse il caso di prendere ispirazione da uno dei più grandi imprenditori della storia degli Stati Uniti, Henry Ford. La sua definizione di successo era: «Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo». Il mio auspicio è che investitori e imprenditori sappiano trasformare la diversità di ciascuno in energia positiva per lavorare insieme.

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Venture capital da record. Crescita a rischio bolla? https://www.datamanager.it/2018/02/venture-capital-record-crescita-rischio-bolla/ Tue, 06 Feb 2018 13:26:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140515 Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli […]

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Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Crescono la tecnofinanza e gli investimenti in VR, AR, loT e AI. Le nuove tecnologie stanno cambiando radicalmente le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori

Ci sono siti finanziari e riviste economiche autorevoli che da diversi anni parlano di rischio bolla. E hanno ragione se riflettiamo sulle politiche monetarie delle banche centrali che hanno inondato di liquidità i mercati. Dal 2008 a oggi, gli indici di Borsa americani hanno macinato record su record. Se poi la stessa crescita non si riflette sul mercato reale, questo è un altro discorso. Ma è anche vero che i venture capital fanno spesso da ponte tra il mercato puramente speculativo di breve termine – trading – e quello più a lunga gettata. Ovviamente, parliamo sempre di speculazione, ma riguardo i VC si spende meglio la parola investimento strutturale. E no. Non parliamo di politica. O meglio non ora. Insomma, i mercati sono rimasti euforici e i venture capital? Come si è chiuso il 2017? Nel 2017, i venture capital negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli record come l’era delle dot-com. Oltre 84 miliardi di dollari sono stati distribuiti in più di ottomila compagnie.

L’ultima volta che la Silicon Valley ha sguazzato in tutto questo denaro, molte società di VC hanno perso tutti i loro investimenti nel fallimento delle dot-com. Ecco perché ho cominciato l’articolo parlando di rischio bolla. Ma razionalmente parlavamo di rischio bolla anche lo scorso anno. E così, l’anno precedente e l’anno prima ancora. Ma il mercato non è razionale. Riflette la psicologia umana che non è razionale.

QUANTO È PROBABILE LO SCOPPIO DI UNA NUOVA BOLLA?

L’anno record di raccolta degli Unicorni – le startup valutate oltre 1 miliardo di dollari – è stato proprio il 2017. Non era mai successo prima. Neanche durante l’era della new economy. Ma anche se molti elementi sono comparabili all’era delle dot-com, «oggi, l’ecosistema dei VC appare molto più sano e guidato da dinamiche differenti» – ha detto John Gabbert, CEO e fondatore di PitchBook Data. «Compagnie più mature e con una solida base di clienti stanno attirando una larga fetta di finanziamenti. Nel frattempo, emergono anche società che puntano su VR e AR, loT, AI e Fintech che stanno generando ingenti investimenti. Ci saranno vincitori e vinti tra queste compagnie, ma le nuove tecnologie cambieranno davvero le regole del gioco sia per le industrie che per i consumatori». Insomma il solito ottimismo. Se non ci fosse ottimismo non ci sarebbero investimenti quindi è meglio per tutti. No? Invece, no. Perché se si riversa una grande fetta del risparmio in società già mature, è

più improbabile che si riescano a far crescere nuove startup. Paradossalmente, sembra quasi che i VC stiano diventando più prudenti. Anche perché, secondo l’autorevole Cambridge Associates, i fondi di venture capital rianimeranno la loro tradizionale passione per gli investimenti iniziali. Ovvero, per le startup meno conosciute e acerbe. Questo di solito paga di più perché gli investitori ricevono una quota di proprietà più grande e sono parte integrante del team di avvio. Secondo gli analisti, la maggior parte dei guadagni del settore dei venture capital dal 1994 è proprio riconducibile a scelte di investimento di questo tipo.

Il 30 dicembre del 2016, i venture capital americani cercavano di rassicurare i media – dalle pagine di TechCrunch –  proprio su questo punto. Secondo gli esperti, non ci sarebbero stati maggiori investimenti verso gli Unicorni rispetto a quelli su startup molto più giovani e meno conosciute. E invece, l’anno dei record di raccolta degli Unicorni è stato proprio quello successivo all’annuncio. Il mio pensiero è che dalla seconda metà del 2017 abbiamo vissuto una vera e propria euforia tradotta poi in mania su ICO e criptomonete. Basti pensare che nella metropolitana di Londra continuano a scorrere ininterrottamente pubblicità che invogliano all’investimento su Bitcoin, Ethereum, etc. E i soldi non sono infiniti. I VC dovranno competere con una tipologia di strumento sempre più aggressiva, veloce, poco costosa e sicuramente meno regolamentata. E quando le banche centrali smetteranno di stampare denaro o meglio ne ridurranno l’entità, l’esaltazione potrebbe poi precipitare in depressione. Se si evita l’esaltazione, la depressione non affiora. Quindi l’industria dei venture capital è in “bolla” (ma non nel senso di equilibrio). E lo è da anni. Ma tutto è in bolla…


L’industria dei #VentureCapital è in #bolla ma non in Italia dove il mercato non è mai cresciuto. Politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione @simeoneantonio1
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QUAL È LA SITUZIONE IN ITALIA?

Mi piace osservare le reazioni dei venture capital italiani quando si parla di bolla. Il 2017 sembra sia stato uno degli anni peggiori per l’industria dei VC. Le startup hanno disatteso di tanto le aspettative. Per i VC italiani semplicemente il mercato non è in “bolla” proprio per questo motivo. Perché non è mai cresciuto. Ultimamente, i VC italiani sembra si siano lamentati di un appoggio politico assente e hanno cercato l’aiuto soprattutto da parte delle istituzioni finanziarie tradizionali. A mio parere, non è così che si cambiano le cose. Perché un processo di questo tipo è poco snello e rallenta il cambiamento. Cambiamento che è necessario alle startup. Sembra quasi che in Italia si preferisca ancora sostenere la situazione attuale. E politica e finanza sembrano ancora alleati nel non volere l’innovazione. I numeri parlano chiaro. Sono la sintesi delle politiche di un Paese e lo specchio della situazione economica. Non sento neanche il bisogno di citarli i numeri tanto sono marginali.

COSA FARE?

Quello che mi piace di Londra e quello che mi fa restare in Level39 è la capacità di fare sistema. Si è trovato un connubio tra la finanza tradizionale e quella innovativa. Dove startup, venture capital, istituzioni finanziarie tradizionali e regolatori collaborano tutti insieme verso l’innovazione. E non è vero che all’estero si trovano più soldi. Invece è vero che sono più bravi a selezionare le startup e il team. Ho visto venture capital farsi aiutare da modelli quantitativi guidati dall’Intelligenza Artificiale, così come ho visto VC stare fino a notte fonda a parlare con membri di startup appena nate. Perché il VC – almeno per quello che ho sempre pensato – è una missione. Sia politica che finanziaria. Non mera speculazione. Lo stesso governo inglese appoggia le startup, evitando investimenti a pioggia, ma dando supporto logistico e diplomatico.

LA PROSSIMA ONDATA?

Secondo quanto riportato dal Financial Times “una grossa ondata di finanziamenti di VC è stata diretta verso il settore automobilistico con circa 220 milioni di dollari di investimenti annunciati per la prima settimana di gennaio da due gruppi distinti: Toyota Research Institute e AutoTech Venture. Mentre sta costantemente crescendo il numero di fondi che si sta specializzando nel settore automobilistico, è possibile delineare due approcci molto differenti. Una parte di questi investitori infatti si sta focalizzando sui servizi di trasporto a breve/medio termine, mentre un’altra parte sta scommettendo su visioni futuristiche di veicoli completamente automatici”.

Oggi, il mercato delle criptomonete è crollato. Dai massimi, in meno di un mese, il bitcoin ha perso quasi il 60 per cento. È la natura umana. Almeno così dicono. Esaltazione e depressione. La bolla dei tulipani? Non lo so. Per ora no. Ah. Dimenticavo. Il Financial Times con le automobili guidate dall’AI a bordo. Sì. Penso anche io che saranno il futuro. Lo pensano tutti. Ma ancora lontano. Troppo lontano per i VC nostrani.

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Startup e futuro. Il VC che investe sulla felicità https://www.datamanager.it/2017/12/startup-futuro-vc-investe-sulla-felicita/ Wed, 20 Dec 2017 10:41:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137914 In Giappone, il sogno del CEO di SoftBank è di rendere le persone più felici con la tecnologia grazie al venture capital Vision Fund. Qui ne parlo con Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid Del Giappone ricordo le descrizioni di Tiziano Terzani. Un paese troppo artificiale e poco umano. Triste, cupo […]

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In Giappone, il sogno del CEO di SoftBank è di rendere le persone più felici con la tecnologia grazie al venture capital Vision Fund. Qui ne parlo con Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid

Del Giappone ricordo le descrizioni di Tiziano Terzani. Un paese troppo artificiale e poco umano. Triste, cupo e poco creativo. Nei suoi diari, scriveva che persino il suo cancro “parlava giapponese”. Questo articolo è frutto di una conversazione avuta con Giovanni Contini. Il quale prima di tornare in Europa, ha vissuto e studiato in Giappone. Unico europeo, a soli 19 anni, ad aver sviluppato progetti di VC insieme all’università di Tokyo, replicando il modello californiano. Oggi, Giovanni Contini è co-founder di Euklid, startup con sede a Londra, valutata 10 milioni di euro, che sta rivoluzionando il settore degli investimenti, grazie ad algoritmi di trading e tecnologie bitcoin e blockchain.

Quando penso al Giappone, mi viene in mente un paese lontano oramai dall’antico splendore tecnologico. Vecchio, poco creativo e poco avverso al rischio. È proprio così? – «La cultura giapponese – risponde Giovanni Contini – rende le persone poco propense al rischio. La struttura stessa dell’economia tiene conto dell’impatto sociale che hanno le aziende. A volte, descriverei il Giappone come il paese capitalista più socialista al mondo».

Perché? – «Perché le aziende pensano al profitto, ma prima ancora al loro ruolo all’interno della società. Per merito di questa cultura il tasso di disoccupazione è molto basso e la qualità dei servizi molto alta. Tuttavia, il Paese ha perso il fascino di patria dell’innovazione tecnologica a discapito della crescita della Silicon Valley. C’è da considerare – però – che alcune aziende simbolo del successo delle startup americane, in Giappone hanno poco spazio. Servizi come Uber abbasserebbero la qualità di vita dei tassisti. Comprare biglietti per concerti in Giappone è un’impresa. In Italia, invece abbiamo TicketOne. Il motivo per cui non semplificano il processo è perché porterebbe all’eliminazione di alcuni lavori».


#VC @simeoneantonio1 con @joecontini parlando di #startup #futuro e #felicità
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Si tratta di una scelta o della conseguenza che ci sono toppe poche startup? – «La mentalità innovativa si concentra su imprese ad alto valore tecnologico o app per migliorare i servizi. Sono più interessati allo sviluppo di intelligenza artificiale, biomedicina e robotica, anziché al prossimo Airbnb o Uber. Tuttavia, le grandi compagnie investono ingenti quantità di denaro in ricerca e sviluppo. Il Giappone è ancora oggi in vetta ai paesi che registrano più brevetti al mondo. Il fatto che le società investano molto in ricerca e sviluppo limita però la nascita di nuove startup».

Ecco perché non ci sono startup di successo? – «Proprio così. Fatta eccezione per il mondo bitcoin-blockchain, che richiedono capitali da VC meno frequentemente. Non solo i VC investono pochissimo in fase early-stage, ma anche le startup che nascono sono poche. Questo va in contrasto con gli enormi fondi e investimenti che i giapponesi trasferiscono nel mondo dei VC stranieri. Ma all’ecosistema giapponese va bene così».

Mi viene in mente però Masa, l’uomo più ricco del Giappone e una volta del mondo – «L’esempio di Masayoshi Son, CEO di SoftBank – meglio noto come Masa – è molto popolare tra chi fa impresa in Giappone. In parte non stupisce, visto che è uno degli uomini più ricchi al mondo. Molte caratteristiche hanno reso Masa un modello da seguire. Prima fra tutte la sua perseveranza. La sua stessa direzione imprenditoriale è nata grazie a un incontro che ha ottenuto grazie alla sua forza di spirito. All’età di 16 anni – racconta Giovanni Contini – lesse il libro di Den Fujita, AD di McDonald’s Giappone. Rimasto impressionato, decise di far di tutto per incontrare Fujita. Dopo avere tentato inutilmente di fissare un appuntamento tramite le assistenti, decise di prendere un volo per Tokyo e di visitare gli uffici di colui che lo aveva ispirato. E gli sarebbe costato meno del costo delle telefonate. Chiese di poter incontrare Fujita solo per tre minuti. Il risultato fu una conversazione di 15 minuti, durante la quale chiese consigli su che genere di impresa fondare. Fujita gli disse di lanciarsi nel mondo dei computer, perché non bisogna mai guardare all’industria del passato o del presente, ma bisogna concentrarsi su quella del futuro. E da allora, Masa investe il suo tempo a costruire l’impresa del futuro».

Come tanti giapponesi di successo, anche Masa ha studiato all’estero? – «Sì, ha studiato all’Università di Berkeley in California. Quella di studiare all’estero è una caratteristica comune a buona parte dei manager di successo delle grandi imprese giapponesi» – mi spiega Contini. «L’apertura mentale è molto importante, oltre al vantaggio di poter parlare in inglese, che pochi giapponesi riescono a fare. Il fiuto per il business e la capacità imprenditoriale non hanno mai fatto difetto a Masayoshi Son, considerato che prima di fondare SoftBank – l’azienda che lo ha reso miliardario – ha fondato e venduto altre due società per oltre un milione di dollari. SoftBank nasce come banca del software nell’era dei software, ma si evolve come azienda telco. Masa non solo aveva intuito il valore dei cellulari e della possibilità di connettersi a Internet, ma da subito aveva capito l’importanza di investire nelle infrastrutture di rete».

Ricordo che il CEO di SoftBank è famoso anche per aver investito in altre società di successo prima di altri. Tra queste troviamo Yahoo e Alibaba. Altre acquisizioni che lo hanno reso famoso includono ARM e NVIDIA, da lui reputate alla base di smartphone, IOT, e oggi anche blockchain – «In verità – mi interrompe Contini – aveva anche intenzione di investire in Android, ma non concluse l’affare solo per non rovinare gli ottimi rapporti che aveva con Apple. Tipico stile di business giapponese, quello di anteporre il rispetto e le relazioni personali agli affari!

Oggi, è famoso per il suo Vision Fund, con il quale ha l’ambizione di investire un trilione di dollari in aziende tech – «Ha iniziato con 100 miliardi, in buona parte dati in gestione dall’Arabia Saudita, dopo averli convinti a dare 45 miliardi in 45 minuti. Altri partecipanti del fondo da lui guidato sono colossi tra i quali Apple, Foxconn, Qualcomm e Sharp».


Il #VentureCapital che investe sulla #felicità @simeoneantonio1 @joecontini
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Qual è la visione di Masayoshi Son? – «Credo che sia quella di portare il mondo alla Singularity. Per arrivarci, investirà in aree che includono IoT, AI, robotica, biocompunting, e molte altre».

Il sogno di Masa è di rendere le persone più felici con la tecnologia? – «La sua preoccupazione è di ridurre i problemi delle persone e dar loro più tempo per pensare a se stesse. Oggi, milioni di vite vengono rovinate da disastri naturali, malattie, stress, solitudine e così via. La visione di Masa di rendere le persone libere dai problemi richiederà – a suo avviso – trecento anni prima di avverarsi. Eppure, non smette di crederci e di raccontarlo. E per i prossimi trenta anni, continuerà a investire sulle basi delle soluzioni a questi problemi».

Conclusione – Alla fine di questa conversazione con Giovanni Contini, ripenso a Tiziano Terzani e mi scorre davanti agli occhi una sua fotografia all’interno della metropolitana di Tokyo. In bianco e nero. Due anziani. Con un viso privo di emozioni, occhi semi chiusi. Uno dorme con la bocca aperta e l’altro legge un giornale. Il primo è stravolto. Quasi morto. Il suo corpo non esprime energia, solo frustrazione e tanta depressione. L’atmosfera è cupa e sofferente. Una sofferenza interiore, che si percepisce dalla seconda figura, come se fosse stata obbligata a vivere quella vita. A prendere quel treno. A tenere gli occhi ancora aperti per leggere quel giornale. Solo abitudine. La felicità è qualcosa che non si cerca. No. La si sente oppure non esiste. Ha a che fare con il coraggio di perseguire i propri sogni? Probabilmente sì. Io ci credo. E Masa non si può dire sia triste. Basterebbe osservarlo in televisione. Riflette energia. È sicuramente ambizioso. Ma è anche felice? Chi lo sa. Almeno per una volta, il denaro viene investito per un ritorno di lungo periodo. Per la felicità di ciò che verrà. O almeno per il benessere. Forse, è più facile chiamarla così la felicità. Non siete d’accordo?

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