CIO – Chief Information Officer – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Fri, 10 Jul 2026 18:54:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png CIO – Chief Information Officer – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 FinOps: cos’è e perché è diventato essenziale per governare i costi del cloud https://www.datamanager.it/2026/07/finops-cose-e-perche-e-diventato-essenziale-per-governare-i-costi-del-cloud/ Fri, 10 Jul 2026 16:09:13 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254108 FinOps unisce finanza, tecnologia e business per rendere i costi cloud visibili, attribuibili e collegati al valore. La guida spiega principi, ruoli, benefici e ciclo operativo.

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Guida FinOps — Parte 1

FinOps: cos’è e perché è diventato essenziale per governare i costi del cloud

Il cloud ha trasformato l’IT da investimento prevalentemente fisso a spesa variabile e distribuita.
FinOps introduce processi, responsabilità e metriche condivise per collegare il consumo tecnologico al valore prodotto per l’impresa.

Tempo di lettura stimato: 10 minuti

Questo articolo è la prima parte della guida FinOps di Data Manager.

Per approfondire organizzazione e maturità, consulta la Parte 2: come implementare FinOps con team e processi
Per strumenti, KPI e tecniche operative, consulta la Parte 3: ottimizzazione dei costi cloud
Per approfondire FinOps applicato all’intelligenza artificiale, ai modelli generativi, alla gestione delle GPU, a Kubernetes, GreenOps e agli ambienti multicloud, consulta la Parte 4: FinOps per AI, GreenOps e multicloud.

FinOps in sintesi

FinOps è una pratica operativa e culturale che permette alle organizzazioni di massimizzare il valore degli investimenti in cloud e tecnologia. Riunisce competenze finanziarie, tecniche e di business per rendere i costi più visibili, attribuibili, prevedibili e collegati ai risultati aziendali.

  • Non è soltanto un metodo per ridurre la bolletta cloud.
  • Distribuisce la responsabilità economica tra finanza, IT, engineering e business.
  • Trasforma i dati di consumo in decisioni operative.
  • Collega costi, prestazioni, qualità del servizio e valore generato.
  • Funziona come un processo continuo, non come un progetto occasionale.

Che cos’è FinOps

Il termine FinOps nasce dalla combinazione delle parole Finance e Operations. Indica una disciplina di gestione economica della tecnologia che favorisce la collaborazione tra chi utilizza le risorse digitali, chi le amministra e chi ne valuta la sostenibilità finanziaria.

Secondo la definizione della FinOps Foundation FinOps è un framework operativo e una pratica culturale finalizzati a massimizzare il valore di business della tecnologia, favorire decisioni tempestive basate sui dati e creare responsabilità finanziaria attraverso la collaborazione tra engineering, finanza e business.

Il punto centrale non è quindi verificare a posteriori quanto è stato speso. FinOps porta le
informazioni economiche all’interno delle decisioni quotidiane: progettazione delle applicazioni, selezione dei servizi, dimensionamento delle risorse, gestione dei workload, acquisto di capacità, previsione della domanda e misurazione dei risultati.

In questa prospettiva, il costo diventa una caratteristica architetturale al pari di prestazioni,
sicurezza, resilienza e scalabilità.

Perché nasce FinOps

Nei modelli IT tradizionali, una parte rilevante della spesa era pianificata attraverso investimenti relativamente stabili: server, storage, licenze, data center e contratti pluriennali. Il cloud ha introdotto un modello radicalmente diverso, basato su risorse disponibili su richiesta, elasticità e misurazione del servizio utilizzato.

Il National Institute of Standards and Technology include infatti tra le caratteristiche essenziali del cloud la disponibilità on demand, la rapida elasticità e il servizio misurato. Queste caratteristiche rendono il cloud flessibile, ma trasferiscono molte decisioni economiche dai cicli annuali di budgeting alle attività operative quotidiane.

Un team di sviluppo può attivare nuovi ambienti in pochi minuti. Un’applicazione può aumentare automaticamente il numero di istanze. Un progetto di intelligenza artificiale può generare consumi elevati di GPU, storage e traffico dati. Un ambiente di test può rimanere attivo anche dopo la conclusione del progetto.

La velocità che rende il cloud vantaggioso può quindi produrre frammentazione, sprechi e difficoltà di previsione quando non è accompagnata da regole, responsabilità e informazioni economiche tempestive.

L’ Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty del Politecnico di Milano
analizza la gestione finanziaria del cloud proprio in relazione a trasparenza, efficienza, capacità di ottimizzazione e maturità organizzativa delle imprese italiane.

Anche la ricerca accademica del Politecnico di Milano individua quattro leve che devono evolvere in modo coordinato per governare la spesa cloud: persone e competenze, cultura e organizzazione, processi e policy, strumenti tecnologici. È una conferma importante: il controllo non può essere affidato esclusivamente a una piattaforma di monitoraggio.

Per approfondire il passaggio da una semplice adozione del cloud a una strategia consapevole, è utile leggere anche l’articolo di Data Manager Da cloud first a cloud smart: come pianificare una vera strategia multicloud

FinOps non significa soltanto risparmiare

Una delle interpretazioni più comuni, ma anche più limitanti, consiste nel considerare FinOps come un programma di riduzione dei costi. Eliminare risorse inutilizzate e correggere configurazioni inefficienti è certamente importante, ma rappresenta solo una parte del problema.

L’obiettivo reale è massimizzare il valore ottenuto dalla spesa tecnologica. Una
risorsa costosa non è necessariamente uno spreco, così come una risorsa economica non è necessariamente efficiente. La valutazione dipende dal risultato che quella risorsa permette di raggiungere.

Un’infrastruttura più costosa può essere giustificata quando riduce i tempi di elaborazione, aumenta la disponibilità di un servizio critico, migliora l’esperienza del cliente o accelera il rilascio di un prodotto. Al contrario, una risorsa dal costo unitario contenuto può diventare inefficiente se rimane attiva senza produrre alcun beneficio.

Differenza tra semplice controllo dei costi e approccio FinOps
Controllo tradizionale Approccio FinOps
Analizza principalmente la spesa complessiva Collega la spesa a prodotti, servizi, team e risultati
Interviene dopo la ricezione della fattura Porta i dati economici nelle decisioni operative
Attribuisce il controllo alla funzione finanziaria Distribuisce la responsabilità tra finanza, IT e business
Considera il risparmio come obiettivo principale Bilancia costo, qualità, velocità, rischio e valore
Utilizza budget prevalentemente statici Adotta previsioni e revisioni continue

 

Data Manager ha già affrontato questo cambiamento di prospettiva nell’approfondimento
FinOps: la bussola strategica per navigare i costi del cloud
che evidenzia il ruolo crescente di previsione, sostenibilità e gestione degli ambienti ibridi e multicloud.

I principi fondamentali di FinOps

Il FinOps Framework offre un modello comune ma non prescrittivo. Ogni organizzazione può adattarlo alla propria struttura, al livello di maturità, ai provider utilizzati e agli obiettivi di business.

1. I team devono collaborare

La gestione della spesa tecnologica richiede la partecipazione congiunta di engineering, IT, finance, procurement, product management e leadership aziendale. Nessuna di queste funzioni possiede da sola tutte le informazioni necessarie.

2. Le decisioni devono essere guidate dal valore

Le scelte non possono basarsi esclusivamente sul costo assoluto. Devono considerare il contributo di una risorsa tecnologica agli obiettivi dell’organizzazione, ai ricavi, alla qualità del servizio, alla produttività o alla riduzione del rischio.

3. La responsabilità deve essere distribuita

Chi progetta, attiva o utilizza le risorse dovrebbe poter conoscere gli effetti economici delle proprie decisioni. Questo non significa trasferire la contabilità agli sviluppatori, ma fornire loro metriche comprensibili e possibilità concrete di intervento.

4. I dati devono essere accessibili e tempestivi

Una fattura ricevuta settimane dopo il consumo non è sufficiente per governare ambienti dinamici. I team hanno bisogno di dati frequenti, granulari, attribuibili e comparabili.

5. FinOps deve sfruttare il modello variabile del cloud

La variabilità non è soltanto un rischio. È anche un’opportunità: spegnere le risorse quando non servono, aumentare o ridurre la capacità, modificare l’architettura e scegliere modelli tariffari coerenti con l’effettivo andamento dei workload.

6. FinOps deve essere governato centralmente e praticato in modo distribuito

Un gruppo centrale può definire standard, tassonomie, strumenti e policy. Le azioni concrete devono però essere eseguite vicino ai workload e ai prodotti, dove esistono le competenze tecniche e la conoscenza del contesto.

Chi partecipa a un team FinOps

FinOps non coincide necessariamente con un nuovo reparto. Può essere implementato attraverso un team dedicato, un centro di eccellenza o una rete di responsabilità distribuite.

Principali figure coinvolte in una pratica FinOps
Ruolo Contributo Domanda principale
Leadership e CIO Definiscono priorità, governance e obiettivi La spesa tecnologica sostiene la strategia aziendale?
Finance Gestisce budget, previsioni, scostamenti e rendicontazione Quanto spenderemo e perché?
Engineering e IT Progettano, dimensionano e ottimizzano le risorse Come migliorare l’efficienza senza compromettere il servizio?
Product owner Collegano costi, utilizzo e valore del prodotto Quanto costa erogare il prodotto o servire il cliente?
Procurement Gestisce contratti, impegni di spesa e relazioni con i fornitori Quale modello commerciale è più adatto alla domanda?
FinOps practitioner Coordina dati, processi, metriche e miglioramento continuo Come trasformare i dati di costo in azioni condivise?

 

La crescita delle competenze specialistiche è già visibile nel mercato del lavoro. Data Manager ha approfondito il tema nell’articolo L’inarrestabile ascesa delle competenze FinOps per massimizzare il valore del cloud

Il ciclo operativo: comprendere, ottimizzare e governare

Una pratica FinOps efficace procede per iterazioni. La terminologia del framework può evolvere, ma il meccanismo operativo rimane basato su tre esigenze fondamentali: comprendere la spesa, individuare opportunità di miglioramento e integrare le decisioni nei processi aziendali.

Comprendere

L’organizzazione raccoglie, normalizza e attribuisce i dati di costo e utilizzo. In questa fase vengono costruite visibilità, tassonomie, sistemi di tagging, dashboard, budget, forecast e meccanismi di showback o chargeback.

Ottimizzare

I team identificano risorse inutilizzate, sovradimensionamenti, configurazioni inefficienti, opportunità di automazione e modelli tariffari più convenienti. La FinOps Foundation distingue tra ottimizzazione dell’utilizzo e ottimizzazione delle tariffe pagate.

Per approfondire questo dominio è disponibile la risorsa ufficiale Optimize Usage & Cost

Governare

Le informazioni vengono trasformate in processi ricorrenti: riunioni periodiche, policy, controlli automatici, obiettivi, responsabilità, valutazione degli scostamenti e aggiornamento delle previsioni.

Il ciclo ricomincia continuamente perché cambiano workload, prodotti, tariffe, servizi, priorità e condizioni contrattuali.

I benefici di FinOps per l’impresa

Maggiore trasparenza

I costi possono essere attribuiti a team, applicazioni, clienti, prodotti, ambienti o unità organizzative.
L’impresa comprende non soltanto quanto spende, ma dove e per quale finalità.

Previsioni più attendibili

Il confronto tra dati storici, trend di consumo e programmi di sviluppo migliora la qualità del forecasting e consente di individuare più rapidamente gli scostamenti.

Riduzione degli sprechi

Il monitoraggio continuo rende più semplice rilevare risorse inattive, ambienti dimenticati, storage non necessario e configurazioni sovradimensionate.

Decisioni architetturali più consapevoli

Il costo entra nella progettazione insieme a prestazioni, resilienza, sicurezza e sostenibilità. La ricerca del Politecnico di Milano sull’ottimizzazione architetturale delle applicazioni cloud
mostra quanto allocazione delle componenti, qualità del servizio e costo siano strettamente collegati.

Responsabilità condivisa

I team tecnici possono vedere l’effetto economico delle proprie scelte, mentre finance e management ottengono una lettura più vicina alla realtà operativa.

Maggiore capacità di innovazione

FinOps non dovrebbe rallentare il cloud. Al contrario, regole chiare e informazioni affidabili
permettono di sperimentare con maggiore sicurezza, sapendo come misurare e contenere l’impatto economico.

Supporto alla sostenibilità

Ridurre risorse inutilizzate e migliorare il dimensionamento può produrre benefici sia economici sia ambientali. Il rapporto tra FinOps e sostenibilità è approfondito nell’articolo Data Manager: 
Cloud spending eco-responsabile? FinOps e GreenOps sono la soluzione

Quando un’organizzazione ha bisogno di FinOps

Non esiste una soglia universale di spesa oltre la quale FinOps diventa necessario. Alcuni segnali, tuttavia, indicano che il modello di gestione tradizionale non è più sufficiente.

  • Le fatture cloud presentano variazioni frequenti e difficili da spiegare.
  • Non è possibile attribuire una parte significativa della spesa a un proprietario.
  • I team tecnici non conoscono il costo dei servizi che utilizzano.
  • Finance riceve informazioni troppo tardi per intervenire.
  • Il budget viene aggiornato principalmente attraverso fogli di calcolo manuali.
  • Esistono più provider, account, subscription o business unit senza una tassonomia comune.
  • Le iniziative di ottimizzazione producono risultati temporanei, ma gli sprechi ricompaiono.
  • La crescita di AI, dati o applicazioni cloud-native rende la domanda difficile da prevedere.
  • I costi vengono valutati separatamente da prestazioni, affidabilità e valore del prodotto.

Nelle infrastrutture ibride e multicloud questa esigenza diventa ancora più evidente. Sul tema si può consultare l’approfondimento Data Manager Viaggio tranquillo verso il cloud. E ritorno,dedicato a un approccio FinOps per gestire risorse, costi e cambiamenti negli ambienti cloud.

FinOps trasforma il cloud da costo variabile a investimento governabile

Il cloud ha reso l’infrastruttura più accessibile, elastica e veloce da attivare. La stessa elasticità ha però reso più complesso prevedere, attribuire e governare la spesa.

FinOps risponde a questa complessità costruendo un linguaggio comune tra tecnologia, finanza e business.
Non elimina la variabilità, ma permette di comprenderla e sfruttarla. Non impone semplicemente di spendere meno, ma aiuta a scegliere dove spendere, perché farlo e come misurare il risultato.

L’adozione efficace richiede dati affidabili, ruoli chiari, processi ricorrenti e una cultura nella
quale il costo viene considerato parte della progettazione. Gli strumenti sono importanti, ma non possono sostituire collaborazione, responsabilità e capacità decisionale.

Nella seconda parte della guida vedremo come costruire una pratica FinOps, quali fasi seguire, come organizzare il team e come valutare il livello di maturità dell’impresa.

Domande frequenti su FinOps

Che cosa significa FinOps?

FinOps significa Financial Operations. È una pratica operativa e culturale che collega la gestione finanziaria alle attività tecnologiche, con l’obiettivo di massimizzare il valore degli investimenti in cloud e tecnologia.

FinOps serve soltanto a ridurre i costi cloud?

No. La riduzione degli sprechi è uno degli obiettivi, ma FinOps mira soprattutto a bilanciare costo, prestazioni, velocità, rischio e valore prodotto per l’impresa.

Qual è la differenza tra FinOps e controllo di gestione?

Il controllo di gestione analizza budget e risultati economici dell’organizzazione. FinOps applica principi finanziari agli ambienti tecnologici variabili e coinvolge direttamente team tecnici, finance e business nelle decisioni operative.

Chi è responsabile di FinOps?

La responsabilità è condivisa. Un team centrale può definire standard e strumenti, ma engineering, IT, finance, procurement, product owner e management partecipano alle decisioni e alle azioni di ottimizzazione.

FinOps è utile anche in ambienti multicloud?

Sì. Gli ambienti multicloud aumentano la necessità di normalizzare i dati, confrontare modelli tariffari, attribuire i costi e applicare regole comuni tra provider differenti.

Quali aziende dovrebbero adottare FinOps?

FinOps è particolarmente utile per organizzazioni con spesa cloud variabile, più account o provider, numerosi team autonomi, difficoltà di previsione o limitata capacità di attribuire i costi a prodotti e responsabili.

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Il 70% dei decisori IT europei vede nella Brexit un’opportunità economica https://www.datamanager.it/2017/11/70-dei-decisori-it-europei-vede-nella-brexit-unopportunita-economica/ Tue, 07 Nov 2017 16:47:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=134571 Nel periodo dell’anno in cui le organizzazioni europee guardano al 2018, Francia, Belgio, Italia e Svizzera suggeriscono che l’addio della Gran Bretagna all’UE può essere invece un’opportunità Interoute svela che, secondo i risultati di una nuova ricerca appena condotta, circa il 63% delle aziende europee è fiducioso riguardo l’anno alle porte, e si aspetta una crescita […]

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Nel periodo dell’anno in cui le organizzazioni europee guardano al 2018, Francia, Belgio, Italia e Svizzera suggeriscono che l’addio della Gran Bretagna all’UE può essere invece un’opportunità

Interoute svela che, secondo i risultati di una nuova ricerca appena condotta, circa il 63% delle aziende europee è fiducioso riguardo l’anno alle porte, e si aspetta una crescita significativa. I dati sono rassicuranti anche riguardo la posizione del Regno Unito, che, nonostante le prospettive preoccupanti, appare solo leggermente indietro rispetto alla media europea, con il 61%. In un periodo in cui il clima politico offre opportunità ai Paesi e alle aziende che dimostrano di saper tenere il passo, ben il 70% degli intervistati pensa che l’uscita della Gran Bretagna rappresenti un’opportunità per la propria azienda.

La ricerca, che ha coinvolto più di 800 responsabili IT in tutta Europa, rivela che la fiducia delle aziende, riguardo l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, è particolarmente elevata in Francia (83%) e in Belgio (78%), mentre è minore in Svezia (49%). Se la percezione della Brexit è risultata in media positiva in Europa, il 63% dei responsabili IT ricorda invece che potrebbe portare sulla strada della disgregazione dell’UE. In Germania (78%), Francia (70%) e Italia (66%) quest’idea è particolarmente radicata.

Percentage of respondents that strongly agree Britain leaving the EU is an opportunity Percentage of respondents that strongly agree Brexit could result in the disintegration of the EU
France 83% 70%
Germany 67% 78%
Denmark 70% 46%
Italy 76% 66%
Sweden 49% 59%
Netherlands 63% 60%
Belgium 78% 60%
Switzerland 74% 64%
European average 70% 63%

 

Vista l’evoluzione del clima politico, il 95% degli intervistati ha ammesso che la Brexit ha avuto un impatto concreto sui loro processi decisionali. Il 96% ha dichiarato invece che i propri processi decisionali sono stati influenzati dal clima di incertezza generale che aleggia in Europa (esempi di questo, la politica estera adottata da Russia e USA). Proprio perché le organizzazioni si sono ritrovate a far fronte ad un panorama economico in evoluzione, la maggior parte dei responsabili IT ha modificato le proprie scelte riguardo le infrastrutture, puntando maggiormente sull’agilità. Il 61% delle organizzazioni, in totale, è impegnato in nuovi progetti legati alla digital transformation. Il Regno Unito si distacca di poco dalla media europea, visto che il 60% dei responsabili IT sta investendo in tecnologie che consentano di innovare costantemente, salvaguardando così la propria competitività.

In tutta Europa, la scintilla per lo sviluppo di progetti inerenti alla digital transformation deriva da fattori come l’abbattimento dei costi grazie al miglioramento delle operazioni (nel 46% dei casi), la valorizzazione dell’experience dei dipendenti attraverso più funzionalità mobile e social (nel 45% dei casi) e il miglioramento della customer experience (nel 41% dei casi).

Matthew Finnie, CTO di Interoute, ha commentato: “Il Regno Unito e il resto d’Europa oggi si ritrovano nel mezzo di un periodo di incertezza politica, che coinvolge i responsabili IT di tutti i settori. Le generazioni più ambiziose colgono questo momento come un’opportunità, un periodo in cui, con gli investimenti nelle tecnologie giuste, è possibile generare una forte crescita, e migliorare al contempo l’experience di dipendenti e clienti. I cambiamenti in materia di politica estera, la Brexit, e persino la nuova normativa GDPR costringono le organizzazioni a rivedere gli aspetti legali, finanziari e operativi delle proprie attività. Il significato della digital transformation è creare un’organizzazione che sia abbastanza flessibile da trovare una risposta ai cambiamenti geopolitici e del mercato. E le organizzazioni che si attivano in questo momento per essere sicure di poter contare sull’infrastruttura digitale più appropriata saranno certamente quelle che, in questi tempi di incertezza, otterranno i risultati migliori”

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Innovator on demand. Il CIO nell’era della DX https://www.datamanager.it/2017/07/innovator-demand-cio-nellera-della-dx/ Fri, 14 Jul 2017 12:04:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128372 Creare strategie di innovazione è un punto fondamentale per le aziende che vogliono portare avanti progetti di trasformazione digitale. E il CIO gioca un ruolo decisivo nel guidare l’innovazione attraverso l’implementazione di soluzioni digitali L’implementazione di soluzioni tecnologiche per la trasformazione digitale si pone come obiettivo principale quello di mettere l’azienda nelle condizioni di rimanere […]

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Creare strategie di innovazione è un punto fondamentale per le aziende che vogliono portare avanti progetti di trasformazione digitale. E il CIO gioca un ruolo decisivo nel guidare l’innovazione attraverso l’implementazione di soluzioni digitali

L’implementazione di soluzioni tecnologiche per la trasformazione digitale si pone come obiettivo principale quello di mettere l’azienda nelle condizioni di rimanere competitiva e rilevante all’interno del proprio mercato di riferimento oppure di darle la spinta necessaria per competere in mercati nuovi o adiacenti sia da un punto di vista geografico sia da un punto di vista di prodotti e servizi. Per raggiungere questo traguardo, le aziende devono imparare a sviluppare e a padroneggiare una strategia IT e di business che vada oltre i confini aziendali proiettandosi all’interno di un percorso virtuoso di innovazione costante e continua. La creazione di questo genere di strategie è un esercizio complesso in quanto consiste nell’immaginare il futuro e creare un insieme di iniziative che consentano di affrontare i cambiamenti dei comportamenti di clienti e mercato, lo sviluppo e la diffusione di tecnologie emergenti, la pressione competitiva, gli aspetti normativi sempre in evoluzione e altre minacce o opportunità non ancora presenti o sviluppate.

I tradizionali piani strategici a tre o cinque anni hanno lasciato (o meglio, dovrebbero lasciare) spazio a un approccio più fluido che premi la capacità di reagire rapidamente e con agilità al panorama digitale che si è formato in questi anni. Questo crea cioè la necessità di sviluppare innovazioni strategiche costanti e continue che sfruttino le soluzioni digitali per fronteggiare e risolvere i tradizionali problemi di business. È facile quindi comprendere perché molti dirigenti aziendali siano intrappolati tra due fuochi: da un lato c’è la forte volontà di creare un’agenda che guardi al futuro, prendendo in considerazione tutti i cambiamenti possibili e prevedibili, e dall’altro la necessità di gestire il business as usual. In questo contesto, CIO e IT manager sono chiamati a diventare degli Innovator on demand, affrontando un futuro digitale che si sta abbattendo sulle loro attività a un ritmo e con una forza sempre crescente. La trasformazione digitale rappresenta un’opportunità di crescita e sviluppo senza precedenti, tuttavia può anche nascondere insidie molto rischiose se non viene abbracciata, gestita e sostenuta nel modo corretto.


.@IDCItaly #innovazione @PatanoSergio Le 4 fasi alla base delle #strategie
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IDC è convinta che non esista una formula magica per affrontare in modo vincente il processo di innovazione continuo, ma che ciascuna azienda, ciascuna realtà è chiamata a sviluppare quello che meglio si adatti alle proprie esigenze, caratteristiche e potenzialità. Tuttavia, nello sviluppo di strategie di innovazione, CIO e IT manager possono fare riferimento a un framework di lavoro che li abiliti a guidare e gestire la DX in azienda. Il framework sviluppato da IDC si pone come obiettivo anche di abilitare IT e Linee di Business (LoB) a collaborare in un processo di pianificazione coordinato per l’innovazione che renda più facile identificare e dare priorità ai migliori candidati per l’innovazione e l’integrazione.

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WHY: PERCHÉ È IMPORTANTE CREARE STRATEGIE DI INNOVAZIONE?

Sviluppare strategie di innovazione in azienda è fondamentale per riuscire a coniugare le “vite parallele” che le aziende stanno affrontando nel processo di trasformazione digitale, per comprende quali idee sviluppare, su quali andare a investire per la creazione di nuovi prodotti e servizi integrandoli con le infrastrutture di business esistenti. I leader IT delle aziende devono comprendere innanzitutto che l’innovazione non è un concetto monolitico ma multi-livello. In quest’ottica quindi una strategia di innovazione diventa sia un processo per l’identificazione e la prioritizzazione di iniziative per la DX sia un framework per comprendere come la DX trasformerà il modo di fare business nel futuro. Seguendo questo approccio, le strategie di innovazione possono essere classificate in disruptive, adaptive e incremental per aiutare e guidare il CIO a organizzare e guidare l’innovazione in base all’innata propensione aziendale verso cambiamenti drastici o graduali.

WHAT: QUALI SONO I COMPONENTI ALLA BASE DELLE STRATEGIE DI INNOVAZIONE?

IDC ha individuato quattro fasi che compongono il framework alla base delle strategie di innovazione. La prima fase è quella dell’analisi, per valutare l’impatto e i vincoli derivanti dai cambiamenti esterni (come ad esempio la trasformazione del mercato) per potenziali opportunità di innovazione. La seconda fase riguarda l’ideazione e l’impostazione degli obiettivi e prevede lo sviluppo di idee per l’innovazione che riflettono gli obiettivi aziendali e lo stile di leadership dell’impresa in termini di trasformazione dei prodotti e dei servizi. L’innovation execution è la fase tre, dove le idee per l’innovazione che può essere disruptive, adaptive o incrementale vengono convertite in risultati operativi attraverso un processo di innovazione, integrazione e incorporazione. La quarta fase è quella della valutazione dell’impatto e del valore aziendale delle innovazioni sui clienti e sui mercati, sulla base di obiettivi originali, nonché l’abilitazione di risposte e risorse che guideranno l’onda successiva del cambiamento. Il framework è in grado di guidare i CIO nel comprendere quali driver esterni – e in particolare quali tecnologie – avranno un impatto sulla crescita del business e in specifico sul percorso di trasformazione digitale.

WHO: CHI SONO I PRINCIPALI STAKEHOLDERS NELLA CREAZIONE DI STRATEGIE DI INNOVAZIONE?

In questo contesto, tutti i membri dell’ecosistema, che ruota intorno all’azienda, sono interlocutori fondamentali e indispensabili nel percorso di creazione di una strategia di innovazione vincente. Clienti per i feedback, partner per le competenze, consulenti per l’esperienza, fornitori per un confronto con la concorrenza, responsabili delle linee di business per la conoscenza del mercato, tutti svolgono un ruolo importante e tutti contribuiscono alla definizione della strategia avendo un impatto notevole sul ciclo di pianificazione. Quando e come integrare il contributo di ciascuno di essi dipende dal top management aziendale, dalla natura stessa del business, dalla relazione con clienti e mercato e dall’importanza che il digitale ha per la crescita e la sopravvivenza.


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HOW: COME TRARRE VANTAGGIO DAL FRAMEWORK PER LE STRATEGIE DI INNOVAZIONE?

Per prima cosa, CIO e IT manager devono iniziare a lavorare e a collaborare con i responsabili delle LoB per identificare quali innovazioni in ambito IT e business potranno apportare il maggior valore in futuro per l’azienda e per il futuro dell’azienda. Una volta identificati i fattori chiave, questi dovranno essere messi su una scala di priorità e classificati in base al livello di impatto che possono avere sul business, sempre tenendo in considerazione la propensione dell’azienda a presentarsi sul mercato: disruptive, adaptive o incrementale. In secondo luogo, è necessario implementare un sistema di assessment continuo per valutare gli impatti (impact analysis) che le strategie di innovazione implementate hanno avuto e avranno su prodotti e servizi esistenti e futuri. Per ultimo, devono essere valutati con attenzione quali sono i problemi che una strategia di innovazione comporta per quanto riguarda le soluzioni di sourcing, la gestione del cambiamento, l’integrazione dei sistemi. Nel lungo tempo, un’efficace strategia di innovazione – dopo aver coinvolto ed educato le LoB sull’impatto di business delle tecnologie della DX già implementate o che verranno implementate – dovrà cominciare a coinvolgere anche l’ecosistema esterno all’azienda, includendo nella trasformazione partner e fornitori e catturando gli input e feedback provenienti dal mercato e dai propri clienti per abilitare un processo di innovazione costante e continua.

Sergio Patano, senior research & consulting manager di IDC Italia

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Sicurezza IT, il futuro è sempre più machine learning https://www.datamanager.it/2017/06/sicurezza-it-futuro-sempre-piu-machine-learning/ Fri, 09 Jun 2017 16:30:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126344 Ricerca Trend Micro sullo stato della cybersecurity. L’88% dei responsabili IT italiani prevede che le tecniche di sicurezza avanzata renderanno meno necessario il giudizio umano L’88% dei responsabili IT italiani (76% a livello globale) prevede che le tecniche di sicurezza avanzate renderanno sempre meno necessario fare affidamento sul giudizio umano, per distinguere quelle sottili differenze […]

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Ricerca Trend Micro sullo stato della cybersecurity. L’88% dei responsabili IT italiani prevede che le tecniche di sicurezza avanzata renderanno meno necessario il giudizio umano

L’88% dei responsabili IT italiani (76% a livello globale) prevede che le tecniche di sicurezza avanzate renderanno sempre meno necessario fare affidamento sul giudizio umano, per distinguere quelle sottili differenze tra minacce e anomalie. Questo è quello che rivela la seconda parte della ricerca Trend Micro, leader globale nelle soluzioni di sicurezza informatica, che ha intervistato oltre 2.400 responsabili decisionali IT in Europa e Stati Uniti per fare luce sullo stato attuale della cybersecurity. Il 59% del campione italiano (45% a livello globale) prevede che questo cambiamento avverrà nei prossimi 5 anni.

Lo studio rivela che i responsabili IT italiani sono attratti da strumenti di sicurezza avanzata come il machine learning e l’analisi del comportamento. L’85% ritiene che questi tool siano efficaci per bloccare le minacce informatiche e più di tre quarti (77%) dichiara di utilizzarli già, mentre l’88% inizierà a farlo nei prossimi 12-18 mesi.

Nonostante la maggior parte degli intervistati auspichi tecniche di sicurezza avanzate, permane un po’ di scetticismo e confusione. Prendendo in considerazione il machine learning, il 19% del campione (20% a livello globale) lo considera una trovata di marketing, mentre il 7% (11% a livello globale) crede che esista solo nei film. Una parte dei responsabili IT, inoltre, non riesce a quantificare l’efficacia del machine learning e delle analisi comportamentali nella prevenzione degli attacchi.

“Le minacce cyber sono sempre più nascoste e distruttive e le aziende devono adattare le loro difese” Ha affermato Gastone Nencini, Country Manager Trend Micro Italia. “L’esplosione dei ransomware e di altri attacchi cyber impattanti come quelli evidenziati nel nostro Pawn Storm report, mostrano come le aziende affrontino oggi una minaccia reale alla loro competitività. Il vantaggio è che esiste l’opportunità di focalizzarsi maggiormente sull’aspetto tecnologico per eliminare i potenziali errori umani”.

Lo studio Trend Micro mette in risalto anche la mancanza di consapevolezza riguardo i falsi positivi, ovvero il momento in cui un sistema di sicurezza crede di aver rilevato una minaccia e si prepara ad agire ma non esiste alcuna minaccia. Queste azioni richiedono un impiego massiccio di risorse che possono danneggiare il funzionamento delle organizzazioni rendendo inutilizzabili programmi e sistemi operativi. Il 40% degli intervistati a livello globale non tiene in considerazione questa criticità e il problema sembra essere prevalente in Europa con percentuali alte in Norvegia (78%), Svezia (64%), Austria (60%) e Svizzera (59%). L’Italia si distingue in positivo, infatti solo il 41% degli intervistati non aveva mai preso in considerazione la criticità dei falsi positivi.

Le aziende fronteggiano oggi 500.000 nuove minacce quotidiane e il 2016 ha visto una crescita del 752% negli attacchi ransomware. Per questo, mentre le nuove tecnologie come il machine learning sono importanti, Trend Micro propone anche un insieme di tecniche di difesa intergenerazionali progettate appositamente e integrate nelle applicazioni più importanti per le aziende.

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Funzioni business e IT discordi sull’IoT: questo genera differenze nella sua adozione e valorizzazione https://www.datamanager.it/2017/05/funzioni-business-it-discordi-sulliot-genera-differenze-nella-sua-adozione-valorizzazione/ Mon, 22 May 2017 10:36:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=125268 Secondo la ricerca commissionata da Aruba nella regione EMEA, la mancanza di coesione tra dipartimenti genera effetti negativi sui livelli di utilizzo e fiducia e sul timore per la sicurezza dell’IoT, anche se gli Executive sono ottimisti sulle potenzialità di business che offre Il mercato Internet of Things (IoT) rimane frammentato all’interno dell’area EMEA a […]

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Secondo la ricerca commissionata da Aruba nella regione EMEA, la mancanza di coesione tra dipartimenti genera effetti negativi sui livelli di utilizzo e fiducia e sul timore per la sicurezza dell’IoT, anche se gli Executive sono ottimisti sulle potenzialità di business che offre

Il mercato Internet of Things (IoT) rimane frammentato all’interno dell’area EMEA a causa delle discordanze che separano dipartimenti IT e altre linee di business sulla natura dell’IoT e sulle modalità con cui dovrebbe essere utilizzato. Questo emerge dalla nuova ricerca condotta su 1.400 responsabili business e IT di 11 Paesi europei e mediorientali.

I risultati dello studio ‘The EMEA IoT showdown: Business vs. IT’ pubblicato da Aruba, azienda Hewlett Packard Enterprise, mostrano come a fronte del 50% di adozione dell’IoT all’interno della regione, valore destinato a salire all’82% entro il 2019, vi sia una chiara mancanza di allineamento tra le leadership business e IT in merito a quello che l’IoT è, a come viene usato e persino alla effettiva adozione.

Ciò ha creato a propria volta uno scenario frammentato in tutta l’area EMEA con i singoli Paesi che dichiarano livelli molto diversi di adozione dell’IoT, comprensione dell’IoT e percezione della sicurezza offerta dalla tecnologia.

Alcune tendenze dimostrano l’impasse esistente sull’IoT tra i responsabili IT e quelli business

  • Definizioni divergenti: i dipartimenti IT e quelli business non hanno raggiunto un accordo sulla natura dell’IoT. Quasi i due terzi (65%) dei responsabili IT definiscono l’IoT “aggiungere connettività Internet agli oggetti d’uso quotidiano”, mentre quasi la metà (48%) dei responsabili business assegna all’IoT una definizione alquanto contrastante, “automazione dei servizi degli edifici”
  • Priorità in conflitto: i casi di utilizzo dell’IoT variano a seconda dei dipartimenti. Secondo i responsabili IT, i principali casi di utilizzo dell’IoT, oggi e in futuro, sono il monitoraggio e la manutenzione delle strutture cruciali. Per i responsabili business, sono fornire servizi location-based
  • Percezioni in merito all’adozione: emerge disaccordo, persino, sul fatto che l’IoT venga effettivamente utilizzato o meno. Quasi sei responsabili business su dieci (58%) ritengono di aver adottato tecnologia IoT nelle rispettive organizzazioni, contro meno della metà (46%) dei responsabili IT
  • Progetti futuri: i dipartimenti IT Europei presentano un’esitazione superiore alla diffusione dell’IoT. Alla domanda relativa alle percentuali di adozione, il 13% dei responsabili IT afferma di non avere ‘alcun piano’ per il deployment dell’IoT. Al contrario, il 93% dei responsabili business ha dichiarato di aver adottato tecnologia IoT o di avere intenzione di adottarla.

Tuttavia, i responsabili business e gli IT dell’area EMEA sono accomunati dall’ottimismo nella ricerca dei risultati generati dall’acquisto di servizi IoT, come la produttività del personale, la riduzione del rischio operativo, maggiore efficienza e maggiore valore.

Morten Illum, VP EMEA di Aruba, commenta: “È chiaro che tra dipartimenti diversi vi siano opinioni contrastanti sull’IoT; ma con la diffusione dell’IoT a ritmi senza precedenti e con aziende che confermano di vedere un elevato valore di business derivante da esso, è essenziale che vi sia un dialogo aperto sull’IoT per assicurare la coesione sulla sua adozione. Priorità in conflitto possono impedirne il successo all’interno dell’organizzazione”.

La mappa dell’IoT nell’area EMEA

L’utilizzo dell’IoT nelle regioni dell’Europa e nel Medio Oriente si trova attualmente in una situazione instabile, con i diversi Paesi che registrano livelli molto differenti di comprensione, adozione e preparazione nei confronti dell’IoT.

La Spagna avanti nell’adozione dell’IoT, Regno Unito e Norvegia restano indietro

  • La Spagna guida l’IoT europeo con il 69% di intervistati che dichiara di aver già implementato la tecnologia, mentre Francia e Italia registrano un tasso di adozione dell’IoT relativamente alto, pari al 61%
  • La Germania segue al 54%, subito dietro l’Arabia Saudita con il 53%
  • Emirati Arabi Uniti (48%), Turchia (44%) e Paesi Bassi (43%) vanno tutti sotto la soglia del 50%
  • Regno Unito, Svezia (entrambi al 37%) e Norvegia (34%) hanno le percentuali di adozione di tecnologia IoT più basse dell’intera ricerca e quasi la metà della percentuale del principale Paese europeo, la Spagna.

La Spagna vanta anche la più alta comprensione percepita dell’IoT, seguita dall’Italia

  • Alla richiesta di quanto i propri colleghi comprendano l’IoT, gli intervistati di Spagna (68%) e Italia (67%) offrono il maggior numero di risposte positive
  • Anche la Germania (65%) registra un punteggio elevato insieme alla Francia (61%)
  • Paesi Bassi (58%), Svezia (55%) ed Emirati Arabi Uniti (54%) si fermano sotto la media globale del 58%
  • Arabia Saudita (45%) e Norvegia (40%) dichiarano una comprensione dell’IoT relativamente bassa
  • La Turchia (37%) registra un punteggio basso e ancora una volta il Regno Unito (35%) chiude in ultima posizione la classifica europea.

L’Italia ritiene che l’IoT sia ben protetto, la Norvegia e l’Arabia Saudita meno

  • ll 96% degli intervistati italiani crede che l’IoT sia opportunamente sicuro, diventando con ampio margine il Paese più fiducioso su questo tema
  • Il 90% degli intervistati spagnoli mostra fiducia nella sicurezza IoT, seguito dalla Germania (85%), Emirati Arabi Uniti, Francia (entrambi 83%) e Svezia (82%)
  • Poco più dei tre quarti (76%) degli intervistati di Paesi Bassi e Regno Unito e poco meno della Turchia (74%) ritengono che l’IoT sia adeguatamente protetto nelle rispettive aziende – ciò significa che un quarto dei dipendenti ha preoccupazioni sulla sicurezza
  • Norvegia e Arabia Saudita esprimono i più alti livelli di timore sulla sicurezza dell’IoT – il 72% crede che sia adeguatamente garantita contro il 28% che ritiene che non sia così.

Tutti i Paesi ottengono dall’IoT risultati generali positivi

  • Emirati Arabi Uniti (90%) e Arabia Saudita (72%) sono i Paesi con la maggior proporzione di Executive che riportano una efficienza superiore dell’IT delle rispettive aziende dopo l’adozione dell’IoT
  • La maggior parte dei leader francesi (76%), britannici (80%), spagnoli (90%) e italiani (87%) ha registrato un miglioramento dei livelli di innovazione
  • I leader tedeschi affermano che l’IoT ha condotto a una superiore visibilità per il proprio dipartimento IT all’interno dell’azienda (57%)
  • Per le aziende turche (80%) e olandesi (74%), l’IoT ha aumentato l’efficienza di business
  • L’81% degli Executive svedesi ha riportato miglioramenti della customer experience.

Illum afferma: “L’area EMEA ha un’enorme opportunità con l’IoT. Con gli Executive di tutta la regione che già registrano significativi vantaggi di business, quali un miglioramento delle customer experience e dell’innovazione, coloro che sono in grado di allineare e connettere con successo le strutture interne all’introduzione dell’IoT si trovano nella posizione ideale per ottenere un vantaggio competitivo”.

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WannaCry: cosa devono fare i responsabili IT https://www.datamanager.it/2017/05/wannacry-cosa-devono-responsabili-it/ Wed, 17 May 2017 14:52:46 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124999 Il caso WannaCry sottolinea l’importanza di mantenere le reti e i sistemi regolarmente aggiornati e patchati L’impatto di WannaCry può essere pervasivo e distruttivo, ma c’è un interruttore di emergenza nel ransomware che se utilizzato correttamente evita la sua diffusione. Come comportarsi? Le macchine in sleep mode non sono infette, ma hanno bisogno di una […]

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Il caso WannaCry sottolinea l’importanza di mantenere le reti e i sistemi regolarmente aggiornati e patchati

L’impatto di WannaCry può essere pervasivo e distruttivo, ma c’è un interruttore di emergenza nel ransomware che se utilizzato correttamente evita la sua diffusione. Come comportarsi?

Le macchine in sleep mode non sono infette, ma hanno bisogno di una patch immediata

In base alle nostre simulazioni e analisi su WannaCry, l’attacco non ha successo se le machine sono in sleep mode, anche se il Transmission Control Protocol (TCP) port 445 è aperto e senza patch. Parte dell’attacco di WannaCry si basa sul connettersi e infettare altre macchine. Se il ransomware prova a connettersi a una macchina in sleep mode riceve un “socket error” e non riesce ad accedere. Di conseguenza il malware si sposta verso l’IP successivo.

Questo dà ai responsabili IT una finestra temporale per agire. Possono infatti mitigare e prevenire l’attacco patchando immediatamente la vulnerabilità.

Cosa succede quando si “sveglia” la macchina”?

WannaCry scansiona la LAN del sistema allo stadio iniziale dell’infezione e numera tutti gli IP. Nel caso la LAN della macchina infetta sia già stata numerata e una macchina vulnerabile nella rete sia in sleep mode, viene saltata dal ransomware. Per questo, quando un utente sveglia una macchina non infetta all’interno della rete infetta, questa non viene infettata. Questa è un’opportunità che concede al responsabile IT il tempo per apportare le patch necessarie e aggiornare il sistema.

Riavviando la macchina infettata inizialmente invece, si fa ripartire la scansione LAN. Fortunatamente però, WannaCry ha un “interruttore di emergenza”. Parte della routine di infezione di WannaCry consiste nel mandare una richiesta che controlla l’ URL/domain. Se la richiesta torna indietro mostrando che l’URL e vivo oppure online, attiverà l’interruttore di emergenza suggerendo a WannaCry di uscire dal sistema e non propagarsi o crittografare. Così, anche se la macchina infetta si riavvia, questo interruttore bloccherà il ransomware. In ogni caso i responsabili IT devono provvedere a patchare e aggiornare il sistema.

E se WannaCry è già nel sistema?

Nel caso mssecvc.exe, uno dei componenti principali di WannaCry, sia già nel sistema, l’interruttore di emergenza impedirà che la componente crittografata di WannaCry venga lasciata cadere nella macchina vulnerabile. Il responsabile IT deve reagire e rimediare, in particolare aggiornando e patchando il sistema.

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L’80 per cento dei CIO sta pianificando un progetto Big Data per il 2017 https://www.datamanager.it/2017/03/l80-cento-dei-cio-sta-pianificando-un-progetto-big-data-2017/ Thu, 16 Mar 2017 14:43:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121213 Analisi in tempo reale, self-service e gestione dei metadati hanno la precedenza su Intelligenza Artificiale e Machine Learning Talend ha condotto un sondaggio che, coinvolgendo 169 responsabili IT, indica come big data, analytics e governance siano nella lista delle priorità per il 2017. I risultati dell’indagine mostrano che analisi in tempo reale, gestione dei metadati e […]

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Analisi in tempo reale, self-service e gestione dei metadati hanno la precedenza su Intelligenza Artificiale e Machine Learning
Talend ha condotto un sondaggio che, coinvolgendo 169 responsabili IT, indica come big data, analytics e governance siano nella lista delle priorità per il 2017. I risultati dell’indagine mostrano che analisi in tempo reale, gestione dei metadati e l’accesso self-service ai dati costituiscono quasi il 70 per cento dei progetti che i responsabili IT leader intendono realizzare nel 2017, strutturando i propri dati per sfruttare intelligenza artificiale e machine learning in un futuro prossimo.

Dall’indagine emerge anche che mentre la spinta verso la trasformazione digitale continua ad essere un obiettivo da perseguire, quotidianamente i CIO sono chiamati ad affrontare le sfide in termini di budget e di tempo per garantire le operazioni di business. Di conseguenza, il loro obiettivo è guardare al progresso tecnologico continuando a focalizzarsi sul core business.

“La tecnologia da sola non rende l’azienda più orientata ai dati”, ha affermato Ashley Stirrup, chief marketing officer di Talend. “E’ fondamentale comprendere l’importanza del giusto mix di risorse umane, tecnologie e processi necessari per incrementare il valore strategico dei dati. Il compito dei responsabili della trasformazione digitale è quello di creare una cultura aziendale che intende i dati come una risorsa strategica che deve essere considerata in ogni fase del processo decisionale. Questo approccio garantisce l’agilità e la flessibilità di business necessarie per rimanere competitivi sul mercato odierno”.

I principali risultati dell’indagine Talend sui CIO:

  • Aumento dei progetti Big Data: le aziende hanno raggiunto un nuovo livello di conoscenza sui big data, con oltre l’80 per cento degli intervistati che indica di aver pianificato almeno un’iniziativa big data nel 2017, cifra quasi doppia rispetto al numero dei progetti big data portati a termine nel 2016. Per il 2017 i progetti si concentreranno su analytics e client.
  • Le analisi in tempo reale sono una priorità assoluta per il 26% degli intervistati per il 2017, segue la gestione dei metadati per il 20% mentre la preparazione self-service dei dati è stata indicata come priorità dal 18%. Molti CIO prendono già in considerazione intelligenza artificiale e machine learning e Internet of Things (IoT) ma con un livello più basso di importanza, pari rispettivamente al 10% e 5%.
  • I Big Data sempre più spesso vengono utilizzati per migliorare i processi interni e l’assistenza clienti: il lavoro dei responsabili IT spesso si divide tra l’introdurre nuove tecnologie per migliorare il business e il garantire l’operatività in modo sicuro ed economico. Questo spiega come per il 27% degli intervistati l’impatto più significativo dei Big Data sulla loro organizzazione sia proprio rappresentato dal miglioramento dei processi interni. Mentre per il 20% è il customer service ad aver beneficiato dei Big Data, seguito dal 17% sia per la riduzione dei costi operativi sia per la creazione di nuovi flussi di reddito.
  • Il rapporto tra IT e Business è il più grande ostacolo per diventare un’azienda orientata ai dati: il 35% degli intervistati ha indicato quale sfida principale nel percorso per diventare data-driven il rapporto tra IT e business. In particolare, per il 23% questo rapporto è stato l’ostacolo da dover affrontare prima ancora di quello del budget o quello di disporre di competenze adeguate che è considerato come una sfida solo dal 16% degli intervistati.
  • Governance, qualità e self-service dei dati: quando è stato chiesto quale dei seguenti aspetti rappresenti la massima priorità per l’azienda, i responsabili IT hanno messo in evidenza governance dei dati (37%), qualità dei dati (33%) e self-service (31%). Questi risultati mettono in luce come per le aziende sia di primaria importanza poter garantire che i dati siano puliti, gestiti e ampiamente accessibili in modo che i dipendenti possano metterli al servizio del successo aziendale.

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Big Data. La parola ai CIO https://www.datamanager.it/2016/12/big-data-la-parola-ai-cio/ Tue, 20 Dec 2016 14:06:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116305 Il mercato Big Data continua a crescere anche in Italia a doppia cifra. Due CIO raccontano i loro progetti: la digital transformation in Ducati e la razionalizzazione del servizio in AREU. La collaborazione tra IT e LoB alla base del successo In origine, l’espressione Big Data è stata utilizzata per descrivere un set di dati […]

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Il mercato Big Data continua a crescere anche in Italia a doppia cifra. Due CIO raccontano i loro progetti: la digital transformation in Ducati e la razionalizzazione del servizio in AREU. La collaborazione tra IT e LoB alla base del successo

In origine, l’espressione Big Data è stata utilizzata per descrivere un set di dati di dimensione maggiore rispetto ai tradizionali database. Oggi, il termine ha assunto un significato più ampio: gli analisti di Forrester definiscono con Big Data “le pratiche, i processi e le tecnologie che annullano il divario tra i dati disponibili e la capacità di trasformarli in insight di business che permettono alle aziende di essere competitive”. Non si tratta quindi solo di un enorme “magazzino dei dati”, ma di una infrastruttura e di una organizzazione capaci di rendere usabili i dati nel momento in cui gli utilizzatori ne hanno bisogno. L’analisi sui “grandi dati” può migliorare il modo di prendere decisioni vitali, solo quando si riesce a mettere a sistema tutte le competenze dell’azienda: l’utilizzo corretto passa attraverso un lavoro preliminare all’interno delle aziende, che devono scegliere le giuste tecnologie e gli strumenti necessari, mettere a punto delle metodologie per attivare un rapido percorso di digitalizzazione, e unire le competenze tecnologiche alla conoscenza del business che hanno i manager delle Line of Business (LoB).

Secondo Mike Ferguson, managing director di Intelligent Business Strategies, prendere una decisione basata sui dati è una sfida importante e non è difficile esserne sopraffatti. «Non si tratta di sostituire quello che si ha già, ma di estendere gli ambienti analytics esistenti per accogliere nuovi dati e nuovi carichi di lavoro analitici al fine di produrre nuovi insight da aggiungere a quello che già si conosce». I nuovi dati sono tanti, perché nei Big Data vengono archiviati dati provenienti da fonti eterogenee: dati strutturati, in prevalenza dai database aziendali, e anche non strutturati, come immagini, email, tweet, dati GPS, informazioni provenienti dalle interazioni sui social streaming data, cioè dati ricevuti dai sensori e altri dispositivi collegati alla rete aziendale (l’Internet of Things, o IoT). Per orientarsi velocemente in questo mare di dati è necessaria una “mappa”, che mostri per ogni dato caratteristiche quali la fonte, la proprietà, il grado di affidabilità e di aggiornamento, e così via. E, soprattutto, i dati devono essere corretti e di qualità: è necessario uno sforzo importante nella definizione e nel mantenimento dell’integrazione di quanto viene archiviato, per garantire che gli utilizzatori degli analytics possano analizzare i più rilevanti per trovare le risposte ai loro quesiti. In progetti come questi, una gestione dei dati basata su una solida Data Quality fa sicuramente la differenza.


#BigData Il mercato continua a crescere anche in Italia a doppia cifra @IDCItaly
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COSA DICONO GLI ANALISTI?

Le stime di IDC relative alle tecnologie di Big Data & Business Analytics quantificano il mercato globale (comprensivo di software, servizi e infrastrutture) in 130,1 miliardi di dollari nel 2016, e in 203 miliardi nel 2020, con un tasso di crescita annuo composto dell’11,8%. Secondo Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia, a guidare gran parte di questa crescita ci sono il settore bancario, quello manifatturiero discreto e di processo, la PA e i servizi professionali. Insieme, questi settori rappresentano quasi «il 50% degli investimenti worldwide in Big Data e Business Analytics nel 2016, e resteranno le prime industry come investimenti nel settore fino al 2020. Il primo settore per investimenti è quello bancario, con quasi 17 miliardi di dollari nel 2016, ed è anche il settore con la più veloce crescita della spesa».

Non solo. La digitalizzazione e l’aumento del numero di produttori di dati stanno guidando una maggiore domanda nel software per l’acquisizione, la gestione e l’analisi dei dati. L’IoT, il monitoraggio del comportamento dei consumatori, e i requisiti per la gestione del rischio sono alcuni dei fattori che contribuiscono a questo driver di mercato. IDC prevede inoltre che i fornitori di cloud su larga scala continueranno a offrire servizi a valore aggiunto come i Big Data per ampliare la differenziazione, a un prezzo aggressivo che renderà più facile spostarsi sul cloud, soprattutto per le organizzazioni che hanno dati non riservati o raccolti pubblicamente. IDC, inoltre, si aspetta che per la gestione dei Big Data verranno adottati sempre di più i software open source.

«In Italia – aggiunge Vercellino – al momento attuale, prevale un atteggiamento di grande cautela e allo stesso tempo di grande interesse. Quindi si moltiplicano gli studi di fattibilità, soprattutto in quei contesti dove si riescono a costruire sinergie e collaborazioni positive con la Line of Business». La conferma viene anche dal rapporto Assinform “Il mercato digitale in Italia nel primo semestre 2016”: in un mercato in crescita dell’1,2% rispetto allo scorso anno, gli investimenti in Big Data sono aumentati del 24,7% e nell’IoT del 14,9%.

La ricerca di Forrester “Big Data, Big Promises, Big Growth” valuta la dimensione mondiale del mercato degli strumenti per la gestione dei Big Data a fine 2015 in 21,7 miliardi di dollari, e ne prevede una crescita del 12,8% annuo fino a raggiungere i 44,6 miliardi entro il 2021. Gli Stati Uniti sono il più grande mercato per le soluzioni di gestione Big Data, ma l’Europa, e soprattutto l’Asia, cresceranno a tassi più rapidi nei prossimi anni. Il segmento con la crescita più veloce è quello dei database non relazionali, che gestiscono i dati non strutturati, e offrono flessibilità e scalabilità, previsto in aumento del 25% all’anno. La computazione dei dati in-memory, che consente transazioni su blocchi di dati in larga scala più rapidamente delle tecnologie tradizionali, è stimata in crescita del 29,6% all’anno.

DIGITAL TRANSFORMATION

IL CASO DUCATI

Secondo Sergio Patano, research & consulting manager in IDC Italia, la trasformazione digitale non può che essere uno sport di squadra. «Solo le aziende nelle quali IT e LoB saranno in grado non solo di collaborare ma di lavorare insieme risulteranno vincenti. Questo sembra essere un concetto molto chiaro anche per le aziende italiane. Una recente survey condotta da IDC nel nostro Paese ha messo in evidenza come nel 60% dei casi sono IT e LoB congiuntamente a guidare progetti strettamente legati allo sviluppo della trasformazione digitale. I risultati sottolineano inoltre come la digital transformation non sia solo una questione tecnologica, ma sempre più una necessità di un business che vuole rimanere rilevante sul mercato: le LoB sono direttamente coinvolte tanto nella guida quanto nel finanziamento di progetti trasformativi in oltre l’80% dei casi».

Un caso significativo della collaborazione tra IT e LoB è dato dai progetti della casa motociclistica Ducati, azienda decisamente all’avanguardia non solo per le sue moto. Come ci racconta Piergiorgio Grossi, CIO & Digital Transformation Officer di Ducati, l’azienda ha iniziato a parlare di Big Data anni fa, grazie all’esperienza nelle corse che è sempre sinonimo di innovazione: «Qui c’è da sempre una forte cultura del dato e della performance. Da qualche mese, abbiamo costruito un team per la trasformazione digitale dell’azienda con quattro obiettivi: il cliente, la moto e il brand, la produzione e la supply chain, e le persone che lavorano con noi.

Il primo obiettivo è il cliente/fan, cioè chi compra le nostre moto, chi segue le corse o comunque chi ama il nostro brand per quello che rappresenta: lo stile, la performance, il design. Per loro dobbiamo favorire intorno al nostro brand lo sviluppo di una community, già molto attiva sui nostri profili aziendali sui vari social. L’idea è di avere una sempre maggior personalizzazione dei servizi per il cliente, e mostrare gli aspetti più interessanti della nostra azienda, a seconda del tipo di cliente, che potranno migliorare e ampliare la customer experience. Attraverso questi servizi – continua Piergiorgio Grossi – saremo sempre più in grado di raccogliere e rendere disponibili le informazioni provenienti dalle moto (sempre più connesse), dai social, e dalle community: in questo modo sarà possibile per i nostri clienti estendere l’esperienza Ducati non solo durante la guida ma anche grazie ai canali e agli strumenti digitali».

Il secondo obiettivo di cui ci parla il CIO di Ducati è la moto: «Siamo impegnati nello sviluppo di asset digitali paralleli agli asset fisici. Stiamo lavorando a una versione più evoluta della moto connessa, in modo che possa acquisire un maggior numero di dati durante la marcia, e possa rendere disponibili al guidatore informazioni utili in modo sicuro. Per quanto riguarda la produzione e la supply chain, lavoriamo sul potenziamento dei nostri archivi usati nelle aree di produzione, logistica e qualità, arricchendoli con le esperienze provenienti da tutte le fasi di sviluppo, dalla progettazione all’utilizzo delle nostre moto. Il progetto si occupa anche delle persone che lavorano in Ducati. Lavoriamo per migliorare sia le tecnologie informatiche a loro disposizione sia il loro lavoro, incentivando la collaborazione, i progetti trasversali, lo scambio di informazioni ed esperienze, il coinvolgimento delle persone nella digital transformation».

Ma quali sono gli aspetti da affrontare nello sviluppo? Per Grossi, l’IT deve essere innanzitutto uno stimolo continuo per l’azienda, non solo un raccoglitore di bisogni delle varie BU. «Bisogna poi considerare che si deve operare non solo sulla tecnologia, ma anche sulle persone. Chi si occupa di IT deve operare come una cerniera per chi lavora all’interno dell’azienda: cerniera tecnologica, anche grazie a partner importanti, ma anche organizzativa, aiutando i dipendenti a collaborare, a creare sinergie, a mettere in comune esperienze e competenze. Da noi in Ducati questo è forse più semplice che altrove, perché siamo abituati a lavorare per raggiungere l’eccellenza, e c’è la voglia di affrontare le sfide con motivazione, italianità, attenzione al design e competenza tecnica. Compito dell’IT è anche essere una cerniera verso l’esterno, per mostrare nel modo più appropriato il valore del brand».


#BigData I CIO di @DucatiMotore e @AREULombardia raccontano i loro progetti
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L’EVOLUZIONE DELLA BA

IL CASO AREU

Tra le principali finalità di business che spingono a sviluppare un progetto di Big Data, Forrester indica l’aumento dell’efficienza, la riduzione dei rischi, la maggior conoscenza dei clienti, il miglioramento del servizio. Miglioramento e razionalizzazione del servizio, e aumento dell’efficienza, sono proprio tra i risultati raggiunti dai progetti che ci descrive Piero Maria Brambilla, CIO di AREU, azienda regionale Emergenza Urgenza della Regione Lombardia. AREU, istituita nell’aprile del 2008, ha tra i mandati la gestione e riorganizzazione del servizio di soccorso territoriale, meglio noto come 118, sul territorio della regione Lombardia. L’obiettivo è di garantire, consolidare e rendere omogeneo il soccorso sanitario di emergenza urgenza extra-ospedaliera, anche in caso di maxi-emergenze. La nascita di AREU ha quindi dato origine a una nuova esperienza, caratterizzata da importanti cambiamenti in campo sia organizzativo sia tecnologico, settore che ha sempre rivestito un aspetto rilevante per il soccorso extra-ospedaliero. «L’intenso processo di revisione del sistema di soccorso sanitario regionale – ci spiega Piero Maria Brambilla – ha avuto un contributo di rilievo dalla creazione di un data warehouse per centralizzare le informazioni, così da misurare in modo strutturato, preciso e sistematico la realtà lombarda, e permettere l’analisi dei dati, anche storici, relativi all’attività svolta dai diversi servizi regionali: gestione delle chiamate, degli eventi di soccorso, delle missioni dei mezzi di soccorso e delle informazioni cliniche sui pazienti soccorsi». Uno dei primi ambiti di intervento di AREU è stato quello relativo alle risorse territoriali previste per il soccorso: «Mezzi di soccorso di base, mezzi di soccorso intermedi, mezzi di soccorso avanzato, elisoccorso, con diverse tipologie di mezzi ed equipaggi a seconda del tipo di intervento. AREU è partita dall’analisi dell’attività storica degli eventi di soccorso avvenuti nel biennio precedente, valutando anche gli andamenti orari, giornalieri e stagionali in ogni parte del territorio. Questi dati – continua Brambilla – sono stati correlati a quelli della popolazione residente nei vari comuni, alle caratteristiche orografiche del territorio e della rete ospedaliera, così da poter ridefinire le risorse necessarie, per numero e tipologia, nelle diverse aree geografiche. La Regione Lombardia ha poi ratificato e finanziato l’incremento e la ridistribuzione dei mezzi di soccorso che compongono la rete territoriale secondo quanto definito da AREU. Il processo di riprogettazione dell’emergenza urgenza in Lombardia ha avuto come altro elemento cardine anche la riorganizzazione delle 12 Centrali Operative per l’Emergenza Urgenza (COEU) 118».

Prendendo a riferimento la realtà di Milano che gestiva un bacino di quasi tre milioni di persone, considerando i flussi in ingresso che caratterizzano l’area Metropolitana, sono stati ridotti i punti di gestione del soccorso dalle 12 COEU 118 con competenza provinciale a 4 sole Sale Operative di Emergenza Urgenza (SOREU), con bacino di popolazione tra 1,5 e 3,5 milioni. «Il sistema – spiega Brambilla – è stato progettato affinché le SOREU possano operare indistintamente connesse a uno dei due Data Comunication & Farm e supportarsi o vicariarsi reciprocamente. La trasformazione da COEU a SOREU ha reso possibile un dimensionamento appropriato del personale in funzione dei volumi di attività, valutati in base al traffico telefonico e al numero di eventi gestiti».

Miglioramento del servizio, ottimizzazione delle risorse e diminuzione dei costi sono stati gli obiettivi principali. «La fase di ottimizzazione – mette in evidenza Brambilla – ha permesso di ottenere una copertura del territorio che rispetti i principi di economicità del servizio e di equità, allocando un numero minimo di ambulanze nei luoghi che permettano di raggiungere teoricamente tutti i pazienti con tempi inferiori a un livello prefissato, impostato a 20 minuti. Il passaggio da Centrale Operativa a Sala Operativa Regionale è stata l’occasione per ristrutturare in modo significativo i processi organizzativi e operativi con l’obiettivo di ottenere un sistema uniforme ed omogeneo: alla base della riorganizzazione, l’adozione di un modello operativo unico che ha previsto la figura dell’operatore tecnico in front-line nella funzione di ricezione chiamate, gestione della flotta e invio dei mezzi di soccorso, la definizione della funzione sanitaria all’interno del processo di gestione del soccorso e la collocazione delle figure sanitarie (medica e infermieristica) in un’area appositamente dedicata».

OBIETTIVI CHIARI PER PARTIRE

Come mostra il caso di AREU, per realizzare un sistema efficace di gestione dei Big Data bisogna sapere quali finalità dovrà avere il progetto. È necessario anche conoscere a fondo l’architettura informatica esistente e i flussi di dati presenti in azienda. Per una corretta definizione del progetto, il passo successivo è capire il risultato che desiderano raggiungere gli utilizzatori, di solito figure professionali diverse. Così, è più semplice organizzare dati e strumenti che possano garantire metodi di interrogazioni ottimali, in tempi di risposta accettabili. In più, si possono definire fin da subito i diversi livelli di aggregazione possibile dei dati, per offrire il livello di granularità delle informazioni a seconda della tipologia dei fruitori finali. Si devono poi compiere le scelte architetturali, cercando di sfruttare le tecnologie che permettano di gestire la mole di dati, strutturati e non strutturati, progressivamente disponibili, su una piattaforma robusta e scalabile. Il tutto, con una certezza: oggi, in questo campo non esistono più problemi insormontabili di natura tecnologica. Si passa poi alla selezione degli strumenti adatti per le analisi, e a impostare gli adeguati criteri di sicurezza. Non da ultimo, si deve definire l’organizzazione che implementerà e farà funzionare il sistema in modo ottimale. Questo aspetto è molto importante, perché la comprensione e l’adozione dei Big Data richiedono una graduale evoluzione dei processi, e un cambio culturale non indifferente all’interno delle aziende: ciò che serve è rompere le barriere, mettere in vera comunione le competenze di ogni funzione e non lavorare come silos separati. Solo in questo modo, si possono sfruttare al meglio i Big Data.

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Come garantire la sicurezza dei sistemi IT nel settore finanziario https://www.datamanager.it/2016/10/garantire-la-sicurezza-dei-sistemi-it-nel-settore-finanziario/ Fri, 28 Oct 2016 13:49:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=112525 Una ricerca Toshiba dimostra che per proteggere dati e informazioni finanziarie  è fondamentale fare formazione per i dipendenti, anche se sono presenti soluzioni di sicurezza I CIO devono confrontarsi con un panorama IT in costante evoluzione, che offre contemporaneamente opportunità e rischi. Per ogni nuovo dispositivo che consente una maggiore produttività e la possibilità di […]

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Una ricerca Toshiba dimostra che per proteggere dati e informazioni finanziarie  è fondamentale fare formazione per i dipendenti, anche se sono presenti soluzioni di sicurezza

I CIO devono confrontarsi con un panorama IT in costante evoluzione, che offre contemporaneamente opportunità e rischi. Per ogni nuovo dispositivo che consente una maggiore produttività e la possibilità di lavorare ovunque, c’è anche una potenziale falla nella sicurezza aziendale.

“La capacità di gestire sia l’adozione di innovazioni che consentono di migliorare il flusso di lavoro sia l’implementazione di soluzioni di sicurezza efficaci è fondamentale. Le aziende, infatti, si affidano sempre più spesso a team composti da responsabili IT senior per insegnare ai dipendenti come utilizzare le nuove tecnologie e i nuovi device, che possono essere utili per mantenere un vantaggio competitivo. La vera sfida consiste quindi nella formazione: dietro ad ogni dispositivo c’è un utente, che spesso rappresenta l’anello debole anche all’interno delle infrastrutture IT più sicure”, ha dichiarato Massimo Arioli, Head B2B Sales & Marketing, Toshiba Personal & Client Solutions Company, Italy.

In base a una ricerca Toshiba condotta tra i responsabili IT in Europa, secondo il 27% degli intervistati i responsabili amministrativi sono quelli che più di tutti tendono a ignorare i regolamenti esistenti soprattutto quando si tratta di usare le soluzioni IT senza approvazioni ufficiali. I dati finanziari dovrebbero essere quelli maggiormente protetti all’interno della rete aziendale, ma un errore umano può rapidamente far crollare le barriere presenti. Esiste ovviamente un rischio significativo associato alla cattiva gestione dei dati finanziari, perciò è essenziale che le aziende si impegnino a formare i dipendenti del settore finanziario su protocolli IT e best practice da utilizzare. Le società non conservano solo i propri record finanziari ma anche i dettagli di potenziali pagamenti per clienti e partner, la cui violazione sarebbe estremamente dannosa.

Questa sfida non riguarda però solo il reparto finanziario, la ricerca Toshiba infatti mostra che la maggior parte delle aziende si trova ad affrontare questo tipo di difficoltà. L’84% degli intervistati ha affermato che l’uso non autorizzato di sistemi e soluzioni IT avviene soprattutto a determinati livelli aziendali e il 43% ha dichiarato che è un problema molto diffuso.

“Questo è vero soprattutto quando si parla di dispositivi hardware utilizzati dai dipendenti dove la sicurezza dei file è totalmente affidata agli utenti. Molti credono che sia accettabile usare un device personale per lavorare da casa, senza però avere barriere di sicurezza integrate che dovrebbero essere implementate quando invece si lavora fuori dall’ufficio. E’ essenziale, infatti, che i dipendenti utilizzino dispositivi business-built, che uniscono sicurezza e funzionalità migliorando la produttività. Dispositivi caratterizzati da tool avanzati, come i notebook Portégé Z20t-C di Toshiba, che sono stati creati proprio per rispondere alle esigenze delle aziende di oggi. Nel caso del Portégé Z20t, il BIOS di Toshiba offre una maggiore semplicità di gestione e massima tranquillità, grazie alla crittografia avanzata e ad opzioni di sign-in sicure con il Trusted Platform Module”, ha aggiunto Massimo Arioli.

La responsabilità dei problemi di sicurezza IT ricade sui CIO, ogni violazione o attacco può essere molto dannoso per un’azienda, si rischia infatti di incorrere in sanzioni e danni reputazionali. La tecnologia può e deve essere parte integrante nella salvaguardia della sicurezza delle infrastrutture IT. Le soluzioni Zero Client, ad esempio, permettono di affrontare il problema della perdita dei dati, offrendo un ambiente sicuro che protegge dati, soluzioni e applicazioni dalle potenziali vulnerabilità di un dispositivo specifico, grazie alla possibilità di usare diverse soluzioni di hosting.

“Ugualmente importante è il ‘fattore umano’, i CIO devono accertarsi che tutti i dipendenti siano formati quando vengono implementate strategie e infrastrutture IT. In caso contrario, saranno i primi ad essere considerati responsabili di problemi per la sicurezza. Molte aziende non investono in soluzioni di sicurezza finché non sono obbligate a farlo a causa di un incidente – momento in cui è ormai troppo tardi. E’ necessario che i CIO agiscano subito per garantire che sia loro sia i propri dipendenti stiano facendo il possibile per salvaguardare l’azienda dagli attacchi contro la sicurezza”, ha concluso Arioli.

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Responsabili IT disposti a correre rischi legati alla sicurezza dei dati per garantire la business mobility https://www.datamanager.it/2016/10/responsabili-it-disposti-correre-rischi-legati-alla-sicurezza-dei-dati-garantire-la-business-mobility/ Tue, 11 Oct 2016 17:00:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=111027 VMware annuncia i risultati di un nuovo studio realizzato dalla società di ricerche di mercato Vanson Bourne che rivela che quasi la metà dei responsabili IT in Italia (46 per cento) è disposta a correre rischi legati alla sicurezza dei dati della propria organizzazione per garantire la business mobility. Più della metà (54 per cento) ammette […]

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VMware annuncia i risultati di un nuovo studio realizzato dalla società di ricerche di mercato Vanson Bourne che rivela che quasi la metà dei responsabili IT in Italia (46 per cento) è disposta a correre rischi legati alla sicurezza dei dati della propria organizzazione per garantire la business mobility.

Più della metà (54 per cento) ammette che i vantaggi di un business mobile superano i potenziali problemi di sicurezza, come ad esempio una violazione dei dati.

In un momento in cui le imprese sono chiamate a innovare e cambiare i propri processi di lavoro con sempre più urgenza, i risultati dello studio commissionato da VMware mostrano che, per il 66 per cento della comunità IT in Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA) sono i dipendenti a spingere per una maggiore mobilità, un dato che in Italia si ferma al 55 per cento. Circa un terzo degli intervistati (29 per cento in EMEA, 32 per cento in Italia) ritiene che una mancanza di mobile working freni la produttività. Soddisfare la domanda di mobilità significa, naturalmente, rendere il personale più agile possibile, ma le organizzazioni hanno bisogno di trovare un modo per fare questo, al tempo stesso mantenendo il controllo dei processi di sicurezza.

La pressione per aumentare la produttività si fa sentire a tutti i livelli. Secondo la ricerca, quasi un quarto (22 per cento) dei dipendenti bypassa frequentemente le policy aziendali relative alla mobility per essere più produttivi. Una percentuale che nel nostro Paese raggiunge il 28 per cento.

Il 35 per cento dei responsabili IT in EMEA e ben il 44 per cento in Italia ha dichiarato di ricevere pressione dai C-level per accedere ai dati aziendali dai propri dispositivi mobili, anche quando questo accesso va contro le politiche aziendali. Il concedere l’accesso è al centro della questione: alla domanda “Perché la vostra organizzazione non adotta il BYOD o il CYOD”, il 42 per cento degli intervistati in EMEA e il 43 per cento in Italia ha risposto di essere preoccupato che vi sia un rischio aggiuntivo per la sicurezza aziendale, con più di un terzo (35 per cento in EMEA, 33 per cento in Italia) che considera il BYOD il rischio maggiore per un attacco informatico.

“In poche parole, non ci può essere trasformazione digitale senza mobility. Ciò significa che le organizzazioni sono sempre più sotto pressione per innovare e stanno correndo dei rischi a breve termine in materia di sicurezza, al fine di rendere il personale e le operazioni più agili possibile”, ha commentato Ian Evans, Vice President End User Computing EMEA & Managing Director, AirWatch EMEA di VMware. “La buona notizia è che ci non deve essere un compromesso tra mobilità e la sicurezza, ma devono coesistere. Con un’architettura software-defined, la sicurezza può essere incorporata nell’applicazione, all’interno della rete, a livello di utente e di contenuto. Questo significa che le organizzazioni possono adottare un digital workspace sicuro, consentendo agli utenti di accedere ai dati di cui hanno bisogno, secondo il proprio ruolo, su qualsiasi dispositivo, in modo che le aziende possano lavorare in mobilità, senza compromettere la sicurezza.”

I dipendenti stessi ammettono che non sono altrettanto rigorosi nel proteggere i dati aziendali sui propri dispositivi quanto i dati personali. Un terzo (33 per cento) degli intervistati ha dichiarato di avere una maggiore cura nel proteggere i dati sul proprio dispositivo personale rispetto alle informazioni su quello aziendale. Quando si tratta di lavoro mobile, solo il 44 per cento dei dipendenti è a conoscenza delle policy per la mobility che la propria organizzazione ha in atto, con la conseguenza che più della metà non è neanche consapevole di una eventuale violazione.

“Con le sue innovative tecnologie di gestione di telefonia mobile, VMware dà ai dipendenti la possibilità di accedere ai dati aziendali necessari per svolgere il proprio lavoro da qualsiasi dispositivo, mentre il team IT ha una supervisione completa e il controllo di chi ha accesso a quali applicazioni, senza bisogno di scendere a compromessi per una vera business mobility”. Conclude Evans.

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