Conoscenza – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Fri, 05 Oct 2018 15:04:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Conoscenza – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dall’IoT all’Analytics of Things https://www.datamanager.it/2016/12/201612dalliot-allanalytics-of-things/ Tue, 20 Dec 2016 09:19:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=116169 L’IoT significa molte “cose”. Nel 2020, le applicazioni IoT raggiungeranno la piena maturità. Federico Alberto Pozzi (SAS Italia): «Analytics e IoT sono due facce della stessa medaglia» Le previsioni sull’IoT sono state riviste più volte ma il trend è in crescita costante e con ogni probabilità il mercato decollerà dal prossimo anno. Nel 2020, le […]

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L’IoT significa molte “cose”. Nel 2020, le applicazioni IoT raggiungeranno la piena maturità. Federico Alberto Pozzi (SAS Italia): «Analytics e IoT sono due facce della stessa medaglia»

Le previsioni sull’IoT sono state riviste più volte ma il trend è in crescita costante e con ogni probabilità il mercato decollerà dal prossimo anno. Nel 2020, le applicazioni IoT raggiungeranno la piena maturità, ma già oggi rappresentano una grande opportunità per le imprese di ogni settore. In questo scenario – infatti – il numero di oggetti connessi, smartphone compresi (che sono il device IoT più diffuso in italia), è destinato a crescere. Nel 1999, Kevin Ashton ha coniato l’espressione “Internet of Things”. Che cosa abbiamo imparato da allora? Primo che l’efficienza dei processi deve essere il primo obiettivo da raggiungere. Secondo, che lo sviluppo di un progetto IoT deve essere parte integrante della strategia di Business. Terzo che qualsiasi progetto IoT rispecchia il livello di cultura degli analytics di un’azienda.

Analytics e IoT

Ma che cosa succede quando gli analytics incontrano l’Internet delle Cose? Abbiamo girato la domanda a Federico Alberto Pozzi, senior solutions specialist IMM & Analytics di SAS Italia, che fa subito una distinzione importate: «L’IoT come semplice connessione di interruttori è pura ingegneria elettronica. SAS invece può aggiungere la vera intelligenza, che non dice al sensore solo di accendersi o spegnersi ma di interagire con l’ambiente circostante abilitando una visione olistica». Analytics e l’IoT sono due facce della stessa medaglia, spiega Federico Alberto Pozzi, e la loro integrazione rende il dato «actionable».

La vera rivoluzione però non è la capacità di elaborare i dati non appena questi vengono generati attraverso semplici procedure di data management, ma – avverte Pozzi – «la concreta possibilità di applicare modelli analitici in tempo reale e di utilizzare questi insight nel processo decisionale aziendale».


#Analytics e #IoT Videointervista a Federico Alberto Pozzi @SASitaly
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L’IoT significa molte “cose”

Mentre molti studi e indagini si sono focalizzati sull’impatto dell’IoT in termini di mercato, SAS ha concentrato l’attenzione sull’impatto in termini di adozione di queste tecnologie, intervistando 75 aziende in tutta Europa che hanno già avviato progetti IoT in 17 settori diversi. Dalla ricerca emergono alcune lezioni importanti. Prima di tutto che quando si parla di IoT, le potenzialità di un progetto quasi sempre sono sottostimate. Inoltre, l’esperienza dell’utente e il coinvolgimento di coloro che si occupano della governance dei dati determinano il successo oppure il fallimento di un progetto IoT.

Il valore informativo dell’IoT

In tutti i casi, il valore informativo dell’IoT è ancora in buona parte inesplorato, basti pensare alle potenzialità che potrebbero avere i device di rete se avessero uno strato di intelligenza analitica integrato, e alle possibili applicazioni di business continuity, di monitoraggio delle infrastrutture critiche o di supporto a tutte le attività di pianificazione, non solo nei settori più avanzati dell’automotive della smart factory, della sanità e delle multiutility, ma anche in quelli più tradizionali come l’agricoltura, il retail e la PA.

Le applicazioni IoT più popolari riguardano quello che potremmo chiamare “il consumatore connesso”. Ma subito dopo, troviamo i progetti di auto-diagnosi, il monitoraggio delle attività e il tracking dei veicoli. La sfida più grande è relativa all’analisi dei dati in tempo reale e all’integrazione di tecnologie e sistemi, ma la vera preoccupazione dei manager resta la sicurezza.


.@SASitaly Federico Pozzi: #Analytics e #IoT due facce della stessa medaglia
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Un mercato in crescita

Horizon 2020, il programma dell’Unione europea creato per promuovere il finanziamento della ricerca e dell’innovazione in Europa, nel periodo 2014-2020 ha riconosciuto ampiamente l’importanza dell’IoT. I campi di applicazione dei progetti sono stati smart city, la vita intelligente, industria 4.0, sicurezza delle infrastrutture, la sicurezza alimentare, i veicoli a guida automatica, casa intelligente, tecnologie indossabili, architetture avanzate, l’intelligenza artificiale e le reti intelligenti. IDC prevede anche che il numero di componenti analitiche applicate all’IoT e di piattaforme di data management, che di fatto rappresentano la base per lo sviluppo di applicazioni IoT, cresceranno nel prossimo futuro. Un sensore IoT non è altro che un interruttore in grado di catturare e trasmettere dati. Che cosa succederebbe se questo “interruttore” avesse più intelligenza a bordo e fosse capace non solo di monitorare, ma di decidere quali dati trasmettere? Tra qualche anno, probabilmente non parleremo neppure più di IT, ma di un unico grande comparto IoT che mette a sistema la potenza dei microprocessori e dei dispositivi di memoria, il motore del cognitive computing e la forza del networking.

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Google: meno link nei risultati di ricerca https://www.datamanager.it/2015/02/google-meno-link-risultati-ricerca/ Fri, 13 Feb 2015 14:49:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69637 Big G potrebbe fare a meno dei collegamenti a siti esterni in favore di risposte dirette per soddisfare le domande degli utenti C’era una volta il grafico della conoscenza di Google. Si tratta di un modo esteticamente carino di rispondere meglio ad alcune domande dei navigatori della rete. Se si digita ad esempio “Copernico”, al […]

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Big G potrebbe fare a meno dei collegamenti a siti esterni in favore di risposte dirette per soddisfare le domande degli utenti

C’era una volta il grafico della conoscenza di Google. Si tratta di un modo esteticamente carino di rispondere meglio ad alcune domande dei navigatori della rete. Se si digita ad esempio “Copernico”, al fianco dei classici risultati di ricerca si vede una foto dell’astronomo con alcune informazioni basilari. Il passo successivo di Google è quello di eliminare, gradualmente, anche i link mostrati a ogni richiesta, per restituire un web più “umano” che risponda in maniera diretta alle richieste degli utenti. L’implementazione è già attiva e sarà visibile nel corso del tempo, man mano che il motore di Mountain View riceverà le domande degli internauti. In realtà, già da tempo Google fornisce risposte ad alcune curiosità semplici come la conversione di valute, pesi e misure.

dollari euro google top box

Cambio di filosofia

L’avvento del nuovo sistema è stato ufficializzato all’interno del documento inviato ogni anno alla Securities and Exchange Commission USA, dove si intuisce il cambio di prospettiva per coloro che pongono le domande e chi, come Google, che deve darle. “Eravamo soliti fornire dei link che richiedevano all’utente di navigare su siti web per trovare quello che stavano cercando, un’operazione che porta via del tempo. Ora siamo sempre più in grado di fornire risposte dirette” – ha spiegato Google. Non è ancora chiaro in che modo il sistema restituirà risposte esatte alle domande ma è probabile che ci sarà un box specifico tra la barra di ricerca e i link sottostanti, come succede già per le conversioni. La nuova modalità aiuterà soprattutto chi utilizza uno smartphone per le proprie ricerche. In questo modo infatti le risposte si adatteranno automaticamente allo schermo a differenza di molti siti mostrati nei risultati che non conoscono ancora la parola “responsive”.

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Álex Rovira. La luce della crisi https://www.datamanager.it/rivista/lex-rovira-la-luce-della-crisi-53706.html Mon, 17 Feb 2014 11:30:26 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/alex-rovira-la-luce-della-crisi/ Mettere la conoscenza al servizio dell’economia «Ama, impara, fai e condividi i risultati»   C’è un video che gira in rete da un po’ di tempo e che è fonte di ispirazione per tutti coloro che stanno vivendo un momento di difficoltà nel lavoro o nella vita privata. Racconta la storia dell’amore incondizionato di un […]

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Mettere la conoscenza al servizio dell’economia
«Ama, impara, fai e condividi i risultati»

 

Álex Rovira La luce della crisiC’è un video che gira in rete da un po’ di tempo e che è fonte di ispirazione per tutti coloro che stanno vivendo un momento di difficoltà nel lavoro o nella vita privata. Racconta la storia dell’amore incondizionato di un padre per il proprio figlio, costretto su una sedia a rotelle. Non si tratta di un film, ma di una storia vera. Rick, al momento della nascita, è colpito da paralisi cerebrale. Quando i medici comunicano ai genitori la diagnosi, il padre Dick e la madre Judy decidono – però – di non perdere la speranza e cominciano a trattare Rick come qualsiasi altro bambino, insegnandogli l’alfabeto. Nel 1972, Rick ha undici anni e i genitori gli regalano un computer interattivo sviluppato dagli ingegneri della Tufts University e costato più di cinquemila dollari. Questo dispositivo permette a Rick di interagire con l’ambiente, utilizzando i movimenti della testa. «Go Bruins»! – Forza Bruins, riferito alla squadra di hockey su ghiaccio NHL di Boston – è la prima frase che Rick riesce a comporre con questo dispositivo. Ed è la conferma di ciò che i genitori di Rick avevano sempre creduto: il loro figlio è in grado di capire fin dalla nascita. Da quel momento, Rick non solo frequenta la scuola pubblica, ma si laurea alla Boston University nel 1993 in Special education. La corsa della famiglia Hoyt di Holland (nel Massachusetts) – però – è solo all’inizio. Nel 1977, papà Dick, che non ha mai corso in vita sua, inizia ad allenarsi con sacchi di pietre sulle spalle e poco dopo fonda il Team Hoyt che ancora oggi gareggia in tutto il mondo. Padre e figlio insieme hanno completato più di mille competizioni sportive, fino a gareggiare nella più massacrante delle discipline sportive del triathlon, l’iron man (quattro km a nuoto, 180 km in bicicletta e 42 km di corsa). La storia del team Hoyt è la storia di un’ostinata voglia di vivere e di vincere. È la storia di una speranza resa forte giorno dopo giorno, a piccoli passi. È la storia di chi non si arrende. Credere in noi stessi è il primo passo che possiamo fare per cambiare. E chi dice che non riusciremo a portare a termine un’impresa cospira contro di noi. Credere è creare. Abbiamo bisogno di un atto di fede in noi stessi, nella forza delle nostre idee, del nostro lavoro e delle persone che lavorano con noi. È possibile crescere solo se guardiamo lontano. La visione che abbiamo del futuro determina il futuro che costruiremo. Ma ce l’abbiamo una visione? Oppure l’unica vision di cui siamo capaci è la “frasetta” che accompagna le presentazioni dei dati finanziari? Se vogliamo fare di più per la crescita, ciascuno di noi deve fare di più. Balzac diceva: «La rassegnazione è il suicidio quotidiano». La speranza deve essere invece un esercizio quotidiano. Chi non ha speranza si rassegna al fallimento. E nel suo ultimo libro (“La vida que merce”, disponibile solo in spagnolo), Álex Rovira (insieme a Pascual Olmos) propone un nuovo modello per uscire dalla crisi basato su tre principi: le motivazioni profonde delle persone, la creatività e la tecnologia socialmente ed ecologicamente responsabile.

«Viviamo in un ambiente profondamente disfunzionale – scrive Rovira – che ci sta portando a tassi sempre più elevati di corruzione, disoccupazione, disperazione con una crescente mancanza di fiducia nelle persone. Siamo di fronte alla sfida cruciale di ricostruire o reinventare un sistema sociale e politico capace di dare a tutti una vita di successo che non si basi – però – sullo sfruttamento, la speculazione o l’infelicità altrui».

Per Álex Rovira (www.alexrovira.com) che insegna gestione delle risorse umane e del talento all’Escuela Superior de Administración y Dirección de Empresas (ESADE) di Barcellona, «la crisi di per sé non è una catastrofe, ma può diventarlo se si aspetta troppo a decidere».

Data Manager: Qual è il senso profondo della crisi che stiamo vivendo?

Álex Rovira: Chi sale su un palco non deve celebrare se stesso, ma deve avere la consapevolezza di dare un contributo al dibattito. La responsabilità di quel messaggio è tutta personale. Non conta se si è un uomo di spettacolo, un uomo politico o un manager durante una presentazione. Chi sale sul palcoscenico della vita non può pretendere di scendere quando le cose vanno male e – soprattutto – non può accusare gli altri di non essere compreso. Quando si perdono i punti di riferimento, la cosa più saggia da fare è fermarsi per trovare nuovi punti di riferimento e continuare il cammino. Quello in cui crediamo diventa ciò che vogliamo che sia. L’anima crea la materia. I valori creano le leggi. La psicologia crea l’economia. La crisi economica che viviamo è miseria morale che genera miseria economica e che ci obbliga a comprare, con il denaro che non abbiamo, cose di cui non abbiamo bisogno per impressionare persone che non conosciamo. È questo il senso della crisi.

Ma come ci si orienta senza punti di riferimento?

D avanti alle scelte siamo sempre in crisi. Attraverso le scelte decidiamo chi siamo e cosa vogliamo diventare. La scelta determina un passaggio di crescita, anche quando le scelte fatte si rivelano sbagliate. La crisi quindi non è una tragedia, una disgrazia o un castigo divino. Può essere drammatica come ogni processo decisionale, può porre dilemmi alla società, all’individuo e alla politica. Ma la crisi di per sé non è una catastrofe, ma può diventarlo se si aspetta troppo a decidere. Se si indugia, le scelte diventano obbligate e dolorose.

Nessuno cambia però se non è costretto o se non è convinto…

Volere cambiare è il primo passo. Le false credenze, i falsi punti di riferimento possono essere l’ostacolo più forte al cambiamento. La scelta giusta spesso è quella più scomoda, la strada che ci conduce a esso è la meno frequentata. La nostra mente è una macchina eccezionale che seleziona i dati salienti in base alle nostre mappe mentali. Spesso i comportamenti non sono casuali, ma determinati da scelte precedenti. Dobbiamo essere capaci di uscire dagli schemi, quando diventano delle gabbie. Credere in noi stessi è il primo passo che possiamo fare per cambiare.

Qual è il segreto del cambiamento?

Quando ti comunicano una diagnosi infausta è una catastrofe perché non è reversibile. La speranza è un imperativo morale. Se si crede che si possa cambiare, si possono fare grandi cose. Con il coraggio, l’amore, l’ostinazione, la forza spirituale si possono superare i limiti. La generosità, il sacrificio, l’amore di un padre per un figlio, la voglia di fare bene, di riconoscerci uguali, tirando fuori il meglio che abbiamo dentro, sono queste le risorse che abbiamo a disposizione per superare tutte le crisi. Per cambiare bisogna amare, imparare, fare e condividere i risultati con gli altri. Anche per creare buoni prodotti e servizi bisogna creare qualità nei rapporti umani.

Abbiamo imparato la lezione della crisi?

La disarticolazione del potere economico da quello finanziario, del capitale dal lavoro, della produzione dai luoghi del lavoro hanno determinato una frattura. In questa frattura, si moltiplica la corruzione, la sopraffazione, lo sfruttamento. Da questa frattura ha origine la precarietà del lavoro e la perdita di identità sociale. Questa mancanza di rifermenti genera angoscia e paura. La politica è diventata autoreferenziale e non è in grado di rispondere alla domanda che arriva dal basso. Ma una domanda lasciata senza risposta, genera altre domande. Il sistema attuale che produce disequilibrio non é più sostenibile. Ogni crisi ha la sua fine. La crisi obbliga tutti a cambiare. Nel Nord dell’Europa, i valori sono un antidoto alla crisi che invece colpisce di più – e non a caso – paesi come la Spagna, l’Italia, la Grecia. Se non si impara la lezione, la situazione è destinata a peggiorare.

Come si riconosce un leader?

Il leader sa vedere il talento nelle persone e tirarlo fuori. Si dice che Thomas Edison abbia effettuato oltre cinquemila esperimenti prima di mettere a punto l’invenzione della lampadina. Non considerò mai quei tentativi un fallimento, ma le tappe per raggiungere la meta. Dobbiamo essere buoni amministratori delegati, buoni padri di famiglia, buoni maestri. Il futuro ha bisogno di leaders che abbiano cuore, non solo fiuto per i soldi. Si può perdere tutto, ma nessuno può toglierci la libertà di decidere. Ciò che scegliamo decide chi siamo e il futuro che costruiamo. Nell’era dell’informazione digitale, dei super computer, abbiamo la straordinaria occasione di mettere l’intelligenza al servizio dell’amore universale. Ma non lo abbiamo ancora fatto.

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Tecnologia, big data e realtà «Se non innovi, fallisci» https://www.datamanager.it/rivista/tecnologia-big-data-e-realt-se-non-innovi-fallisci-49630.html Fri, 13 Sep 2013 13:13:59 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/09/tecnologia-big-data-e-realta-se-non-innovi-fallisci/ Quando mi indigno, non tiro sassi, né dico: «Sono indignato». Scrivo quel che penso in modo chiaro. Anche se i giornali non vogliono i miei pezzi   Attenti a non fare solo questione di parole! L’innovazione è scarsa, specialmente in Italia. La tecnologia progredisce, risolve molti problemi – e ne crea di altri. La EIU (Economist […]

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Quando mi indigno, non tiro sassi, né dico: «Sono indignato». Scrivo quel che penso in modo chiaro. Anche se i giornali non vogliono i miei pezzi

 

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerAttenti a non fare solo questione di parole! L’innovazione è scarsa, specialmente in Italia. La tecnologia progredisce, risolve molti problemi – e ne crea di altri. La EIU (Economist Intelligence Unit) ha appena pubblicato un vasto sondaggio sulla adozione di nuove tecnologie da parte delle industrie asiatiche. Queste registrano grossi successi: continueranno? Gli obiettivi sono individuati come: “raccolta e analisi dei dati (“big data”), mobilità delle imprese, software come servizio, sicurezza della tecnologia dell’informazione e della comunicazione”.

È limitativo parlare di adozione di tecnologia, invece che di invenzione di tecnologia. Il termine “tecnologia” indicava in origine l’insieme delle teorie, delle procedure, della scienza applicata, delle regole empiriche – utili per produrre oggetti, macchine, servizi e per modificare il mondo naturale. Oggi, si identifica quasi sempre la tecnologia con l’information communication technology (ICT). È vero: elettronica, computer e reti rendono possibile analizzare e macinare moli di dati che anni fa non erano reperibili, né trattabili. “Big data” è il termine usato per indicare l’accesso a tutti i dati singoli, originari (raw data – dati crudi) e non solo a statistiche già elaborate. Le aziende usano big data per decidere azioni microscopiche che portano i loro messaggi, promozioni, icone e prodotti proprio a obiettivi individuali per i quali sono progettati. Si sostiene che il successo elettorale di Obama sia stato assicurato da un’enorme elaborazione dati su gruppi e persone. I messaggi a loro diretti erano fatti su misura per comunicare quello che volevano sentire, espresso nei modi individuati dalle analisi come più accettabili. Un messaggio importante era: «Creerò il servizio sanitario nazionale» – ma molti elettori non lo gradivano. Altro messaggio: «Abolirò le armi nucleari» – e, invece, le sta aumentando. Altro messaggio: «Combatterò i cambiamenti climatici» – ora dice che ci proverà e non capisce di aver accettato teorie insussistenti, né di stare scegliendo strumenti inefficaci. I dati raccolti non sono abbastanza “big” e le nostre interpretazioni non sono tanto profonde da permetterci di influire su processi astronomici e planetari. L’ICT permette di comunicare messaggi personalizzati, di rendere disponibili informazioni e dati ovunque e in ogni momento. Consente di distribuire certe prestazioni intelligenti nell’ambiente. Queste prestazioni – però – non si devono considerare come l’obiettivo finale della società e di ciascuno di noi. Il mondo non è migliore se tutti hanno un telefono cellulare per fare chiacchiere inutili. O se tanti guardano alla tv programmi penosi. O se si leggono giornali che parlano di chi si mette d’accordo con chi, per fare niente. Non esiste un obiettivo finale valido per tutti. La Dichiarazione di Indipendenza del 1776 sanciva che gli uomini hanno diritti inalienabili, fra cui vita, libertà e ricerca della felicità e che i governi sono istituiti per assicurarli. Va aggiunto il diritto alla conoscenza, all’informazione corretta, l’accesso ai dati e alla mobilità. È arduo – però – definire concretamente modi e regole. È inevitabile procedere per tentativi, ma spesso si sbaglia: gli errori sono evidenti e non sono riconosciuti, né corretti. Le auto avrebbero dovuto darci il diritto alla mobilità. Nelle nostre città le teniamo quasi tutte ferme, bloccando le strade e rallentando gli spostamenti. Le leggi dovrebbero regolare la vita associata in modo equo e razionale. Invece, i legislatori continuano a fare leggi prive di senso, che fanno perdere tempo e sprecare risorse. La finanza e l’economia dovrebbero distribuire le risorse ed evitare strapotere e rapine da parte dei potenti. Invece, favoriscono spesso le bolle e l’ingiustizia. L’obiettivo importante dovrebbe essere: diffondere conoscenza e aumentare il numero delle persone che capiscono. Questo obiettivo non si raggiunge certo elaborando dati a velocità sempre più alta (ovunque e in ogni momento) se i criteri sono sbagliati o anche solo fatti di parole vaghe. Piani e progetti dovrebbero essere espliciti. Si crea lavoro non con qualche ritocco fiscale, ma inventando nuovi settori industriali e insegnandone ai giovani teoria e pratica. Le scuole non vanno riformate con regolette burocratiche, ma allargando la conoscenza. Il mondo non è fatto solo di leggi, moduli, certificati. È fatto di macchine, sistemi, fiumi, strade, mari, animali, alberi, radiazioni, misure, teorie, tecniche, ricerca, scienza. Di queste cose non si parla. Un settimanale a larga tiratura ha una sezione “scientifica” che contiene titoli come: “La dieta mediterranea combatte l’acne” – “Ora si fa l’autostop online” – “Mangiare yogurt fa calare l’ansia”. Non è scienza, ma cronaca misera. Ricordate? “Fatti non foste a viver come bruti”.

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Partecipazione e cogestione. Le regole della democrazia https://www.datamanager.it/rivista/partecipazione-e-cogestione-le-regole-della-democrazia-46876.html Fri, 17 May 2013 09:36:31 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/05/partecipazione-e-cogestione-le-regole-della-democrazia/ Chief inspiration officer – idee per un mondo complicato La democrazia è partecipazione. Ma che cosa succede se la partecipazione diventa adesione acritica ed eterodiretta? Per governare le sfide della complessità non basta premere un pulsante   Chi ha vissuto al tempo del fascismo ricorda che allora si stava peggio. Poca cultura (tranne eccezioni note e […]

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Chief inspiration officer – idee per un mondo complicato

La democrazia è partecipazione. Ma che cosa succede se la partecipazione diventa adesione acritica ed eterodiretta? Per governare le sfide della complessità non basta premere un pulsante

 

Roberto Vacca - Chief inspiration OfficerChi ha vissuto al tempo del fascismo ricorda che allora si stava peggio. Poca cultura (tranne eccezioni note e quasi mai dovute al regime), giustizia coartata, libertà assente, decisioni governative improvvisate e sbagliate che portarono al disastro. Ora viviamo in democrazia e vediamo bene i difetti del sistema cui alludeva Churchill. Non dimentichiamo, però, i guai più gravi che conseguirebbero a innovazioni che aboliscano la elezione di rappresentanti senza vincolo di mandato (art. 67 della Costituzione). Le maggioranze bulgare del 99% puzzano orrendamente. Taluno mira a realizzarle qui oggi e vorrebbe anche vincolare i deputati con votazioni/sondaggio fatte via Internet, ma non sa definire modi di prevenire brogli e messaggi falsi. Si parla di una democrazia non fatta col voto, ma con la partecipazione diretta. Questa è un’idea che suona attraente, ma è illusoria: chi partecipa può farlo solo con le conoscenze e le competenze che ha. Se sono troppo scarse, procede a caso.

Anche se leggi e mozioni in Parlamento talora sono confuse, sono scritte seguendo regole funzionanti. Chi le propone ha il dovere di renderle univoche e comprensibili. La partecipazione a blog o social network si esprime, invece, con testi corti, “tanto si sa di che cosa stiamo parlando”. Le implicazioni inespresse sono manipolabili e portano a polemiche. La media dei cittadini non ha cultura adeguata a decidere questioni che abbiano aspetti tecnici, legali, costituzionali, scientifici. Neanche i deputati sono tutti esperti: dovrebbero studiare e chiedere aiuto a esperti credibili.

Sarebbe meno rischiosa la cogestione aziendale da parte dei dipendenti. Ha il vantaggio che i lavoratori sono chiamati a partecipare a decisioni su argomenti di cui hanno conoscenza diretta. È cominciata in Germania (Mitbestimmung) ed è adottata, ma non generalmente anche in Svezia, Olanda e Repubblica Ceca.

È ingenua l’idea che con Internet ed e-mail risolveremmo ogni problema politico di informazione, correttezza, ottimizzazione delle decisioni, tempestività. Potremmo solo aprire canali su cui tutti ricevano informazioni e notizie – ma questi ci sono già. Poi chiunque potrebbe esprimere pareri o voti – di scarso valore se sono pilotati da riassuntini e twitter che ha appena ricevuto.

Saremmo tutti anarchici, se l’anarchia funzionasse anche con i grandi numeri. Invece non funziona e la vita associata di milioni di persone ha bisogno di strutture, registrazioni, imposte, leggi e anche di regolamenti. Non sempre questi vincoli sono studiati e applicati bene.

Durante il Terzo Global Forum sull’e-Government, tenutosi a Napoli nel marzo 2001, scrissi un articolo per Il Mattino. In quell’occasione, gruppi di giovani – certo animati da buone intenzioni – manifestarono contro l’innovazione tecnologica. Io feci notare che la riduzione del divario fra paesi ricchi e poveri passava proprio per l’innovazione tecnologia e l’innalzamento del livello culturale delle persone. Ma – come sempre – i disinformati temono eventi non pericolosi e non pensano nemmeno ai rischi veri.

Io credo che sia opportuno riprogettare e modernizzare i grandi sistemi pubblici e privati in modo integrato per la cooperazione fra governi, banche, aziende e scuole. Ciò richiede che si addestri anche il pubblico: è in questa direzione che l’impegno è ancora inadeguato. Nel 2001, proprio in occasione del Global Forum, uno studio commissionato da Cisco stimava già per l’anno successivo la mancanza in Europa occidentale di 600mila addetti (di cui 60mila in Italia). Sempre in quegli anni, un altro studio analogo condotto da Accenture indicava la carenza in Europa in 2 milioni di esperti informatici.

Nel 2012, i dati sulla disoccupazione giovanile sono più che allarmanti e i rischi implicati da questa situazione sono ovvi. Oggi, si sconta la scelta di non aver investito sull’innovazione e sulla formazione. Forse non sarà possibile recuperare. Mentre i nuovi strumenti tecnologici innalzano i rendimenti di ogni attività umana e, quindi, offrono una migliore qualità della vita, c’è una strozzatura che impedisce di utilizzare questi strumenti per fare impresa, creare lavoro e nuove opportunità. La mancanza di una cultura tecnologica diffusa manterrà il nostro Paese a un livello di sviluppo basso e antiquato. 

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Marco Paolini al SAS Forum Italia 2013 https://www.datamanager.it/news/marco-paolini-al-sas-forum-italia-2013-46096.html Wed, 17 Apr 2013 10:34:59 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/04/marco-paolini-al-sas-forum-italia-2013/ «Per raccontare una storia bisogna partire dai fatti»

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«Per raccontare una storia bisogna partire dai fatti»

SAS Forum Italia riunisce a Milano per l’ottava edizione consecutiva i protagonisti della business community italiana con oltre mille e 500 professionisti e manager registrati, per confrontarsi su nuovi approcci e condividere esperienze e strategie nell’era dei big data. L’appuntamento è l’occasione non solo per confrontare i risultati raggiunti, ma anche per rafforzare il proprio network di relazioni (per la prima volta in un meeting, i manager sono seduti intorno a veri tavoli rotondi).

Ogni azienda – però – ha la sua storia e i suoi protagonisti. Ogni modello di business nuovo nasce da un approccio alternativo alla realtà. Le riflessioni alternative di Marco Paolini, drammaturgo, regista, attore e produttore italiano, fanno da introduzione all’edizione 2013 del SAS Forum perché ogni idea è un pensiero per un’azione dotata di senso.

Non c’è innovazione senza parole per esprimerla. «Io non sono uno specialista – dice Marco Paolini nel suo monologo – la narrazione è ricerca dei dati che sono alla base di una storia. Ogni storia ha le sue chiavi di comprensione. Il software di elaborazione è la mia mente. Dare forma di racconto a materiali eterogenei significa mettere insieme tutte le informazioni. Viviamo in un mondo di schegge e per questo ogni semplificazione dei dati, ogni riduzione della complessità porta con sé un rischio di manipolazione di cui tutti dobbiamo essere consapevoli». Anche in azienda chi aggrega i dati sui quali poi saranno prese delle decisioni ha un potere enorme, ma invisibile agli occhi dei consigli di amministrazione e degli stakeholder.

«L’uso di strumenti adatti è fondamentale per trovare nuove strade. Dopo Galileo Galilei – spiega Paolini – anche l’esercizio del dubbio rappresenta uno strumento di conoscenza valido. In un mondo che ha paura di lasciare le vecchie idee, il cambiamento è l’antidoto alla crisi che non passa, perché sono le persone, le imprese a restare fermi. Galilei dimostra che ciascuno può essere agente di cambiamento». Il cambiamento nasce da dentro, attraverso le scelte che ogni manager – dentro e fuori l’azienda – mette in pratica ogni giorno.

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