Cryptolocker – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:07:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Cryptolocker – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 SentinelOne protegge l’eccellenza della ricerca https://www.datamanager.it/2018/03/sentinelone-protegge-leccellenza-della-ricerca/ Mon, 12 Mar 2018 15:46:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143378 Scuola Sant’Anna di Pisa sceglie SentinelOne per la protezione degli endpoint. Al via la collaborazione tra l’istituto universitario e l’innovativa azienda nel settore della New Generation Endpoint Protection Tra le eccellenze nel panorama della ricerca e formazione a livello internazionale, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa guida gli allievi più meritevoli verso un percorso d’integrazione del […]

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Scuola Sant’Anna di Pisa sceglie SentinelOne per la protezione degli endpoint. Al via la collaborazione tra l’istituto universitario e l’innovativa azienda nel settore della New Generation Endpoint Protection

Tra le eccellenze nel panorama della ricerca e formazione a livello internazionale, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa guida gli allievi più meritevoli verso un percorso d’integrazione del corso di studi arricchendolo con un percorso di alta qualità attraverso esperienze diversificate. Mission della Scuola è di promuovere lo sviluppo dell’innovazione e della ricerca tecnico-scientifica in campi disciplinari che spaziano dalle scienze sperimentali alle scienze sociali e in un contesto fortemente orientato alla ricerca applicata svolta all’interno di laboratori e centri di ricerca suddivisi in sei istituti tematici: Biorobotica; Scienze della Vita; Tecnologie della comunicazione, informazione e percezione; Diritto, Politica e Sviluppo; Economia; Management.

MIX DI APERTURA E SICUREZZA

«Come ambiente accademico e di ricerca si richiede una forte apertura dell’infrastruttura di rete» – premette Italo Lisi, CIO della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. «Dal punto di vista dei controlli sul traffico dati, questa caratteristica determina l’impossibilità di applicare modelli di tipo aziendale. I nostri gruppi di ricerca – aperti a numerose collaborazioni esterne – operano inoltre in un contesto di fortissima mobility. Capita spesso che nostri ricercatori si trovino sul campo a operare in situazioni di difficile connettività, e che rispetto alla natura della ricerca l’endpoint contenga dati da proteggere dai malware e dal pericolo di esfiltrazione». In questo contesto, la sfida è quella di «implementare il framework di sicurezza richiesto alle PA, adattandolo alla specificità della Scuola – spiega Lisi – e puntando su una politica di forte protezione delle postazioni, ma al tempo stesso preservando le peculiarità richieste da ricerca e didattica che si traducono in massima flessibilità e funzionalità sui propri endpoint». Sicurezza solo in parte assicurata dagli apparati di protezione perimetrale e interna. «E più difficile da raggiungere sull’endpoint, prima di tutto per l’inefficacia degli antivirus tradizionali» – rileva Lisi. «Conseguentemente la nostra analisi si è indirizzata verso l’Advanced endpoint security protection e sistemi di controllo comportamentale dei processi». Una nicchia emergente. E tuttavia già piuttosto affollata.


#securityIntelligence @ScuolaSantAnna di Pisa sceglie @SentinelOne per la protezione degli #endpoint Prevenzione, rilevamento, risposta, remediation e analisi comportamentale in un’unica piattaforma
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TEST AD AMPIO RAGGIO

«In fase preliminare ci siamo basati su alcuni report indipendenti. Uno studio di NSS Labs in particolare ci ha molto impressionato» – spiega Lisi. «Alla soluzione Endpoint Security and Protection di SentinelOne veniva assegnato un punteggio molto alto in termini di effettività e un TCO con un costo per singolo endpoint significativamente inferiore a quello di tutti i maggiori competitors». Il passo successivo è stata l’apertura di un proof of concept per testarne il comportamento.

«I test ci hanno confermato che il prodotto rispondeva alle aspettative» – afferma Lisi. «Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo comunque testato o analizzato le maggiori soluzioni» – conferma Lisi. «In alcuni casi, ci siamo affidati al parere di istituzioni gemelle. Alla fine, sulla base dei dati raccolti, abbiamo scelto la soluzione di SentinelOne per i laboratori e i centri di ricerca, allargandola anche alle postazioni amministrative. Il roll-out del progetto richiede tempi davvero brevi. Più che altro – continua Lisi – si tratta di identificare il momento migliore per il rilascio accompagnandolo da una corretta informazione per l’end user». L’obiettivo a medio termine è di rivalutarne l’efficacia. «Abbiamo previsto una fase pilota di un anno per raccogliere i dati necessari. Nel frattempo, abbiamo già potuto constatare che la parte di remediation – mi riferisco in particolare alle modalità di ripristino dopo un CryptoLocker, l’incidente più costoso – è del tutto automatizzabile rispetto ad alcune tipologie di configurazioni. Le più interessanti, in relazione alle nostre esigenze».

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Ransomware? No grazie https://www.datamanager.it/2017/02/ransomware-no-grazie/ Tue, 14 Feb 2017 09:59:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119193 Come respingere con successo la minaccia più pericolosa in circolazione? Patching e svecchiamento dei sistemi sono misure importanti di protezione contro la minaccia rappresentata dal malware. Così come la riduzione dei servizi installati a quelli strettamente indispensabili al funzionamento dell’infrastruttura e la segmentazione della rete. Ma la vera prevenzione non può fermarsi qui Lo scorso […]

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Come respingere con successo la minaccia più pericolosa in circolazione? Patching e svecchiamento dei sistemi sono misure importanti di protezione contro la minaccia rappresentata dal malware. Così come la riduzione dei servizi installati a quelli strettamente indispensabili al funzionamento dell’infrastruttura e la segmentazione della rete. Ma la vera prevenzione non può fermarsi qui

Lo scorso dicembre, il Comune di Milano ha varato una serie di misure per limitare le emissioni inquinanti dei mezzi di trasporto, introducendo lo stop graduale alla circolazione dei mezzi alimentati a diesel euro 3 su buona parte della rete viaria urbana. Il progetto, che mira all’eliminazione dalle strade di questi veicoli entro il 2020, prevede la creazione dall’ottobre prossimo della cosiddetta “low emission zone”, un’area all’interno della quale potranno circolare solo i veicoli conformi a una serie di standard ambientali. Oltre alle auto inquinanti però, in circolazione ci sono anche una gran quantità di computer datati, software e applicazioni: un pericolo sia per chi li utilizza sia per coloro che, pur disponendo di una macchina più aggiornata, hanno la sfortuna di essere connessi alla stessa rete. Pc che non possono essere “disconnessi” per legge.

Tra i bersagli a più alto rischio di malware ci sono proprio i computer incustoditi, collegati a una rete informatica, come ci spiega Massimiliano Bossi, channel sales manager di Check Point Software Technologies. Secondo una ricerca condotta da Duo Security, vendor di sicurezza statunitense con un discreto parco macchine sotto monitoraggio, le organizzazioni che impiegano sistemi operativi Windows e applicazioni obsolete superano quelle con un parco macchine più recente. Dal campione preso in esame, oltre un milione di computer (1,26), risulta che più di un decimo utilizza macchine sulle quali gira ancora Windows XP, mentre su più di un quinto, Internet Explorer (IE) non è aggiornato. Sui rimanenti computer, Windows 7 è il sistema operativo prevalente (65%), abbinato quasi sempre (98 per cento dei casi) a IE, a sua volta accoppiato a Java. Non solo. Nel 62 per cento dei browser censiti, è presente una versione non aggiornata di Adobe Flash. La maggior parte degli utilizzatori del campione, circa l’80 per cento, impiega IE 11; ma solo il tre per cento utilizza Edge.


#Ransom Come respingere con successo la minaccia più pericolosa in circolazione
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Come sottolinea Walter Narisoni, sales engineer manager di Sophos Italia, troppo spesso si utilizzano dispositivi datati, facile preda di attacchi informatici, che sfruttano bug e carenza di patch. Un esempio classico è l’utilizzo di Windows XP, ancora molto diffuso. «Chi lo usa potrà contare sulla protezione Sophos fino a marzo 2019. I nostri esperti però consigliano caldamente di aggiornare i sistemi». Le vulnerabilità naturalmente non si limitano ai sistemi operativi di casa Microsoft. Infatti, non occorre la sfera di cristallo per ipotizzare che su molte delle macchine con sistema operativo XP, la versione utilizzata di IE non sia la più aggiornata, e neppure che, sulla stragrande maggioranza di quelle che utilizzano Windows 7, il browser installato rientri tra le versioni non più supportate da Microsoft (8,9 e 10), accoppiato magari a Java, altro vettore conclamato di attacchi. Oppure a Flash, “protagonista” – se così possiamo dire – della spettacolare epidemia di Locky dello scorso anno. «Se guardiamo al ciclo ransomware/malware, gli exploit kit vanno alla ricerca di vulnerabilità note e non, all’interno di sistema operativo, applicazioni e software. Per gli utenti che non si avvalgono di versioni aggiornate, la possibilità di essere colpiti è sicuramente più elevata» – concorda Florian Malecki, international product marketing director di SonicWALL. «Gli sviluppatori rilasciano regolarmente aggiornamenti per queste vulnerabilità. Spesso però – come rileva Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab – «gli utenti non li installano, esponendosi così a gravi pericoli». Kaspersky Lab si impegna costantemente per migliorare la protezione degli utenti dai ransomware, offrendo, per esempio, la soluzione gratuita Kaspersky Anti-Ransomware Tool che protegge i dati sensibili delle aziende. Inoltre, è tra i fondatori del progetto “No More Ransom”, che vede forze dell’ordine e vendor di sicurezza uniti per combattere i ransomware e aiutare gli utenti a riottenere i propri dati.


#Ransom Massimiliano Bossi @CheckPointSW PC incustoditi, tra i bersagli più a rischio
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In tutti i casi, la diffusione di programmi e applicativi non patchati rimane alta. «Spesso si tratta di semplice imperizia degli amministratori di sistema» – afferma Lino Fornaro, esperto di sicurezza e membro del direttivo di CLUSIT, l’associazione italiana per la sicurezza informatica. «In altri casi, si tratta di un problema di dimensionamento e di funzioni relegate al reparto IT, che non consentono un intervento rapido, determinando così una finestra temporale più o meno ampia dal momento in cui è disponibile una patch a quello in cui viene applicata». Talvolta, ad accentuare la diffusione del fenomeno, è l’utilizzo di applicazioni legacy. Mentre in altre situazioni, sono i costi di aggiornamento dell’applicazione a far pendere la decisione verso il rinvio del passaggio a una versione più sicura del software. «Qualche volta la causa sta nella criticità delle applicazioni che dovrebbero essere patchate o dei sistemi che le ospitano. Oltre che nell’incompatibilità di talune applicazioni critiche su sistemi operativi più recenti, che ne impediscono la migrazione» – continua Fornaro. «E allo stesso modo, gioca un certo peso, anche il timore di interrompere un servizio critico, rischiando un disservizio proprio a causa della patch».

PREVENZIONE E ANCORA PREVENZIONE

Patching e svecchiamento dei sistemi sono misure importanti di prevenzione. Ma non possono essere le uniche. Come sa bene l’IT, il primo problema del malintenzionato è quello di guadagnare l’accesso ai sistemi aziendali, sfruttando per esempio i servizi esposti verso l’esterno (Internet, web application, FTP, etc.). Una misura irrinunciabile di prevenzione perciò sarà quella di cercare di mitigare l’esposizione. Come? In primo luogo, attraverso l’implementazione di una DMZ, una rete più piccola situata tra quella interna e Internet, dentro alla quale l’organizzazione installa i propri web server, che consenta l’accesso al sito web aziendale, impedendo al contempo l’accesso dall’esterno ai dati della rete aziendale. La mappatura della DMZ – cioè il perseguimento della più ampia visibilità sui servizi attivi esposti in rete, e il censimento del software e degli asset (chi controlla cosa) – consente in prima battuta di monitorare il grado di esposizione dell’azienda verso l’esterno e di focalizzarsi su quelli davvero necessari. Riducendo il numero di servizi esposti su Internet, si assottiglierà la superficie d’attacco disponibile. Inoltre, una mappatura preliminare ben fatta renderà la scansione periodica delle vulnerabilità più calibrata, agendo positivamente anche sulla remediation (istruzioni su come risolvere le problematiche identificate).


#Ransom Walter Narisoni @SophosItalia Dispositivi datati, facile preda di attacchi
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Qualora l’autore dell’attacco riesca a superare queste difese, una corretta segmentazione della rete – basata sull’analisi delle esigenze di comunicazione tra business unit – dovrebbe impedire all’aggressore di muoversi indisturbato all’interno del network. Altrettanto importante, è l’implementazione di regole di filtering sul firewall in ingresso e in uscita, estese anche agli host. Segmentare richiede coordinamento e pianificazione. Soprattutto perché spesso le reti crescono in modo disordinato. Pressati dalla fretta di integrare nuove capacità (hardware, software, etc.) nel più breve tempo possibile, si finisce infatti per non tenere conto dell’aspetto sicurezza. Inutile dire che le reti aziendali sempre più complesse e che presentano poca o nessuna segmentazione tra business unit (flat), sono in balìa di minacce e malintenzionati. «L’hardening, cioè la riduzione dei servizi installati a quelli strettamente indispensabili e la loro configurazione “sicura”, è un’ottima pratica per limitare le esposizioni. Allo stesso modo, la segmentazione aumenta il grado di sicurezza per via della limitazione della visibilità e degli accessi tra diversi segmenti di rete, consentendo almeno di governarne il traffico. Anche se va detto che per la particolarità del ransomware si tratta di misure importanti ma non sufficienti» – avverte Fornaro di CLUSIT.


#Ransom Florian Malecki @SonicWALL Attenzione alle vulnerabilità interne
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TECNICHE D’EVASIONE

Satana è un ransomware sviluppato per colpire le macchine Windows. Prima critta i file dell’utente e poi aspetta pazientemente il primo riavvio del pc per crittare l’MBR (Master boot record). In tal modo, il malware impedisce il caricamento del sistema operativo, rendendo di fatto inutilizzabile il computer. Satana non è il primo ransomware a infettare l’MBR. Petya, una variante dello stesso ceppo, agisce con modalità simili. Ma con una peculiarità, quella di crittare la chiave MFT (Master file table) residente nella partizione NTFS, che registra tutte le informazioni relative all’allocazione di file e cartelle nel pc. Sappiamo dell’esistenza di malware programmato per cancellare i file a intervalli regolari per sollecitare le vittime a pagare in fretta la richiesta di riscatto. È il caso di Jigsaw che cancella in automatico un file crittato, rendendolo irrecuperabile, anche se nel frattempo si è provveduto al pagamento; oppure di variazioni dello stesso ceppo, che procedono alla cancellazione di un certo numero di file ogni volta che il pc viene riavviato. Altre varianti invece cancellano i file subito dopo il pagamento del riscatto. Con buona pace degli sprovveduti che cedono al ricatto. Ci sono poi ransomware in grado di crittare i drive di rete, compresi quelli non mappati.

DMA Locker, il già citato Locky, Cerber e CryptoFortress, sono programmati per enumerare tutte le share di rete basate su SMB, (Server message block) – un protocollo utilizzato per condividere file, stampanti e porte seriali tra diversi nodi di una rete – crittandole. La peculiarità di Maktub invece è quella di comprimere i file per velocizzare al massimo il processo di crittazione dei dati. Esistono ransomware che incorporano anonimizzatori del traffico, TOR per esempio, per eludere il tracciamento. Altri ancora hanno la capacità di autoreplicarsi e creare varianti nuove, mantenendo inalterate una o più peculiarità dannose (polymorphic behavior). L’inventiva non manca di certo a chi scrive malware. «Nel 2017, prevediamo la crescita del “Ransomware delle cose” (RoT), in altre parole, la possibilità che i criminali informatici violino i dispositivi, in particolare quelli delle reti domestiche, chiedendo il pagamento di un riscatto per permettere agli utenti di tornare a prenderne il controllo» – conferma Luca Sambucci, operations manager di ESET Italia. L’evoluzione del malware oltre che dal punto di vista tecnologico riguarderà la componente culturale e comportamentale, dando vita a fenomeni di «pizzo digitale» – come afferma Carla Targa, marketing and communication manager di Trend Micro Italia.


#Ransom Morten Lehn @KasperskyLabIT No More #Ransom Sinergia tra forze dell’ordine e vendor
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COME RISPONDERE ALLA MINACCIA?

Il ransomware, in continua evoluzione, richiede soluzioni di sicurezza specifiche. Negli anni, le tattiche impiegate dal malware per eludere l’antivirus, mantenendo anonima la fonte dell’infezione (una tecnica conosciuta come Fast Flux), sono cambiate. La comunicazione tra il ransomware e i server Command & Control (C&C) avviene sempre più spesso in maniera crittata, rendendo ancora più difficile la decifrazione del contenuto anche quando si riesce a intercettare i pacchetti in transito sulla rete. Grazie all’efficacia di questa e di tutte le tecniche d’evasione che abbiamo visto, il ransomware letteralmente scompare dai radar dell’antivirus. La prova sono le sempre più frequenti segnalazioni ai vendor da parte dell’IT di malware non riconosciuti dagli strumenti tradizionali. Perché il codice sia congegnato in questo modo non è difficile da intuire. Si vuole che rimanga il più a lungo possibile silente dentro alla macchina compromessa, fino a quando cioè non diventa possibile sfruttare una certa vulnerabilità per poi far partire l’attacco, e così prolungare nel tempo l’estrazione di dati. «I malware più sofisticati sono in grado di autoadattarsi all’ambiente in cui vengono inseriti, attraverso meccanismi di autolearning e di autoconfigurazione che rendono poco efficace la sola protezione tramite pattern matching» – ci spiega Antonio Madoglio, SE manager di Fortinet Italia. «Di conseguenza, agli strumenti di sicurezza tradizionali si rende necessario affiancarne altri in grado di analizzare il comportamento in rete e circoscrivere le anomalie in maniera efficace». In altre parole, bisogna essere pronti a reagire anche in quei casi in cui il link malevolo non viene rilevato, oppure quando non è possibile testare i file nella sandbox per rilevarne la pericolosità. «Contro malware con queste caratteristiche, definito “zero-day”, per il quale non esistono signature o elementi che lo possano identificare, tocca ai sistemi ATP rilevarne la presenza sia in funzione del loro comportamento a livello di sistema sia a livello di connessione in rete. Peculiarità – continua Madoglio – che rendono queste tecnologie una delle nuove frontiere per chi produce sistemi di sicurezza intelligenti».


#Ransom Lino Fornaro @Clusit Prevenzione e tempestività per una #difesa a strati
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E che sono in netta contrapposizione agli antivirus tradizionali, basati sulla firma, che rilevano solo le minacce conosciute. «Per questo, oggi gli hacker prendono sempre più spesso di mira soprattutto gli endpoint, con attacchi zero-day sofisticati, condotti da varianti elusive dei malware CryptoWall e CryptoLocker» – mette in evidenza Bossi di Check Point Software Technologies. «È indubbio che il ransomware sia in costante evoluzione. E per questo, diventa imprescindibile avvalersi di soluzioni di sicurezza specifiche che vadano oltre l’antivirus tradizionale» – fa notare Narisoni di Sophos Italia. «L’antivirus è solo uno dei livelli di protezione, parte integrante di un processo di prevenzione attiva che dovrebbe prevedere anche la cura della propria infrastruttura IT» – concorda Giulio Vada, country manager di G DATA Italia. Oggi, si parla di attacchi multivettore, una combinazione di social engineering, botnet, exploit, oltre ai canali consueti delle mail e del “drive-by downloading”. Una minaccia che non sembra spaventare Fabrizio Cassoni, sales engineer di F-Secure Corporation che suggerisce di contrapporre un mix di tecnologie e metodi come la scansione algoritmica, l’analisi euristica, comportamentale, in sandbox, il controllo di reputazione cloud-based. «Lavoriamo per diminuire la superficie d’attacco, gestendo gli aggiornamenti del sistema operativo e degli applicativi sull’endpoint, oltre a verificare l’affidabilità dei siti a cui l’utente si connette». L’importante insomma è che sia chiaro che una soluzione capace da sola di impedire il contagio dal ransomware ancora non c’è.


#Ransom Luca Sambucci @esetitalia L’importanza del backup
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Per questo, come rileva Fornaro di CLUSIT, bisogna mettere in campo una serie di misure su più livelli, mettendo in conto l’eventualità che possano fallire. Si tratta di costruire una difesa a strati che possa ridurre il numero e la tipologia di attacchi, facendosi trovare pronti al cospetto di malware in grado comunque di andare in esecuzione sulla macchina. «Se il ransomware entra in azione – continua Fornaro – gli strumenti di difesa più efficaci sono quelli che si basano sulla behaviour analysis a livello di endpoint, coadiuvati se necessario da tool di analisi del traffico di rete. A queste condizioni, misure quali l’hardening e la segmentazione aiutano senz’altro a limitare i danni». Così come aiuta adottare alcuni semplici accorgimenti nel riprogettare la rete interna. «Sicuramente è più difficile disattivare le “copie shadow” su una condivisione in rete invece che su una cartella in locale. Di conseguenza, sarà più agevole recuperare i file cifrati su una cartella in rete. Generalmente il malware disattiva le copie shadow sul computer infettato ma non sulle macchine raggiunte via rete». Un altro fattore determinante di contrasto alle infezioni è la tempestività dell’intervento. La capacità cioè di rilevare velocemente lo svilupparsi di un attacco, guadagnando tempo prima che il ransomware infetti i dati più importanti. «Per esempio, si può provare a dare in pasto al malware un vecchio pc pieno di GB di dati inutili» – suggerisce Fornaro. «Basta condividere il disco di questo pc e montarlo sulle macchine del network, connettendolo come una unità di rete in modo che sia raggiungibile dal ransomware e inizi a cifrarlo. Poi basterà impostare un banale confronto di hash sui file della root di questa condivisione e generare allarmi in caso di rilevazione di modifiche ai file di questa macchina». Una tecnica semplice ed efficace per tendere una trappola al ransomware, guadagnare tempo e riuscire a mettere in sicurezza le macchine non ancora infette, isolando al contempo quelle colpite.


#Ransom Carla Targa @TrendMicroItaly Si diffonde il #pizzodigitale
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ALTRE TECNICHE DI DIFESA

Come sa bene l’IT, la gestione di permessi e condivisioni su file e cartelle tra più business unit tende a raggiungere in poco tempo un elevato livello di complessità. La regola di assegnare il minor privilegio nella condivisione di file previene la compromissione della singola utenza di rete. Un accorgimento, che protegge dallo sfruttamento di account compromessi di una o più business unit. Anche quando la sicurezza delle password non è all’altezza, aumenta il pericolo che un account compromesso possa essere utilizzato da chi attacca per fare incetta di credenziali di accesso alle condivisioni di rete di file. «Le vie di accesso sfruttate dal ransomware sono molteplici. Ma indipendentemente dal vettore, gli effetti del malware dipendono molto dalle credenziali con cui va in esecuzione» – spiega Fornaro. «Dalla visibilità e dai privilegi di accesso connessi alle credenziali dipendono il numero dei computer e degli eventuali supporti di backup online (NAS, etc.) che è possibile infettare. Infatti, il malware che va in esecuzione trascina con sé gli stessi privilegi di chi esegue il payload». Assegnando ai propri collaboratori i privilegi amministrativi necessari alla funzione ricoperta, parte del problema viene risolto alla radice. Attenzione infine, a non lasciare attivi servizi non necessari. CryptoLocker, solo per fare un esempio, ha provocato i danni che conosciamo, facendo leva anche sull’RDP (Remote desktop protocol), l’utility di Windows che consente l’accesso da remoto al desk del computer. Si tratta di accorgimenti, semplici indicazioni – rileva Fornaro – che anche una piccola impresa con un budget per la sicurezza risicato può mettere in campo. Misure che però possono fare la differenza tra un attacco che va a buon fine e uno sventato. Forse è banale dirlo, ma se il cattivo di turno trova un muro abbastanza alto è plausibile che abbandoni il campo per ripiegare su un obiettivo più abbordabile. «L’importante – raccomanda Fornaro – è non perdere di vista che una corretta politica di backup abbinata a procedure efficienti di verifica degli strumenti a supporto del salvataggio dati rimane l’arma migliore a disposizione dell’azienda per assicurarsi la disponibilità dei dati nel malaugurato caso in cui il ransomware riesca ad aggirare tutte le difese».


#Ransom Giulio Vada @GDATA_Italia L’antivirus è solo uno dei livelli di protezione
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Il backup va impostato con frequenza almeno giornaliera e in modalità offline, su supporto non connesso in rete e archiviato in un’altra sede, come ricorda Luca Sambucci di ESET Italia. Laddove invece sia presente anche un backup in linea, quest’ultimo non deve essere accessibile con le credenziali degli utenti in rete, e dunque non potrà essere cifrato (perché non accessibile). Inoltre, è consigliabile – suggerisce Fornaro – «sistemare il NAS dietro a un’interfaccia diversa del nostro firewall per renderlo così non visibile al ransomware, facendo in modo che sia lo stesso dispositivo NAS a recuperare i file da copiare e non viceversa, e utilizzando credenziali differenti per i salvataggi su NAS». Adeguate precauzioni vanno adottate anche qualora si decida di effettuare i backup in cloud. Infatti, alcune versioni di ransomware in circolazione sono in grado di cancellare o sovrascrivere i dati salvati sulla nuvola. «Avere una copia dei dati anche in cloud, è sicuramente una misura di tutela per la disponibilità dei dati. Attenzione però a non confondere un cloud backup con la sincronizzazione delle cartelle su Dropbox» – mette in guardia Fornaro. «I responsabili IT devono occuparsi della corretta gestione, manutenzione e protezione del loro parco macchine. E allo stesso tempo, è importante disporre di sistemi di protezione sempre aggiornati per essere pronti a contrastare le ultime minacce» – afferma Carla Targa di Trend Micro Italia. «La tecnologia antivirus che entra in azione per prima rimane il cervello. Per questo è indispensabile formare il personale ed educarlo a reagire in maniera corretta davanti ai possibili rischi e a navigare in maniera sicura». Per non mettere in pericolo sé stessi e gli altri.


#Ransom Fabrizio Cassoni @FSecure Contrapporre un mix di tecnologie e metodi
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Ramsonware: Forcepoint protegge i brand di abbigliamento del Gruppo Gilmar https://www.datamanager.it/2017/01/ramsonware-forcepoint-protegge-brand-abbigliamento-del-gruppo-gilmar/ Tue, 31 Jan 2017 11:15:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=118089 I vantaggi economici indiretti includono: mantenimento della leadership tecnologica, protezione degli investimenti degli azionisti, maggiori opportunità di business Forcepoint annuncia la collaborazione con gruppo Gilmar, leader nella produzione e nella distribuzione di marchi di abbigliamento quali Iceberg, Paolo Pecora, Siviglia e N°21. Un’organizzazione in piena espansione, che sviluppa un’ampia gamma di prodotti: dal prêt-à-porter di […]

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I vantaggi economici indiretti includono: mantenimento della leadership tecnologica, protezione degli investimenti degli azionisti, maggiori opportunità di business

Forcepoint annuncia la collaborazione con gruppo Gilmar, leader nella produzione e nella distribuzione di marchi di abbigliamento quali Iceberg, Paolo Pecora, Siviglia e N°21.

Un’organizzazione in piena espansione, che sviluppa un’ampia gamma di prodotti: dal prêt-à-porter di fascia alta, alle linee giovani, sempre seguendo un percorso di crescita in termini di stile, tecnologia e comunicazione.

LA SFIDA

Il problema dei ransomware era molto sentito dall’azienda, che aveva gia’ subito un attacco da parte di cryptolocker e c’era dunque la necessità di trovare urgentemente una soluzione ad una minaccia estremamente subdola e pericolosa, una volta constatato che l’antispam in produzione non era in grado di contrastarla efficacemente.

“Durante il primo incontro avuto con il Partner Redco, ho avuto modo di valutare in tempo reale l’efficacia dell’antispam di Forcepoint con una mail “zero day” contentente l’allegato che installava Cryptolocker – afferma Riccardo Verni, Responsabile ICT del Gruppo Gilmar – Il file non era stato rilevato come dannoso né dal nostro antivirus, nè dall’antispam e neppure veniva identificato come dannoso sul portale Virustotal.com. Era talmente strano che mi ero convinto fosse un falso positivo. Dopo due giorni tutti lo hanno identificato.”

LA SOLUZIONE

Evitare l’ingresso dei ransomware in azienda ha già di per sé ripagato l’investimento, sono poi da aggiungere il risparmio legato all’eliminazione del volume di traffico generato dallo spam, l’estrema accuratezza dell’analisi dei messaggi che evita la gestione dei falsi positivi e, non ultimo, la semplicità di gestione della quarantena antispam da parte degli utenti.

“Abbiamo trovato in Forcepoint un connubio di efficacia, semplicità e costo – prosegue Verni – che, uniti all’urgenza di bloccare il problema ransomware, ci ha portato a prendere rapidamente una decisione.”

VANTAGGI

Gli interventi di gestione che vengono effettuati sull’antispam sono trascurabili, il sistema funziona egregiamente e non necessita di gestione periodica. Non dover gestire continuamente regole, falsi positivi, black list, ecc viene apprezzato da Gruppo Gilmar come un risparmio notevole di energie.

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Allarme phishing in Italia: nell’ultimo mese minacciati il 41% degli italiani https://www.datamanager.it/2016/09/allarme-phishing-italia-nellultimo-mese-minacciati-41-degli-italiani/ Fri, 30 Sep 2016 10:24:45 +0000 http://www.datamanager.it/?p=110184 I consigli degli esperti di ESET per non abboccare all’amo dei cyber criminali Cresce in Italia l’allerta sul phishing, la trappola informatica che utilizza allegati o link fraudolenti inviati via mail per rubare dati personali e credenziali di accesso a importanti servizi online, come ad esempio l’home banking: secondo i ricercatori di ESET, il più […]

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I consigli degli esperti di ESET per non abboccare all’amo dei cyber criminali

Cresce in Italia l’allerta sul phishing, la trappola informatica che utilizza allegati o link fraudolenti inviati via mail per rubare dati personali e credenziali di accesso a importanti servizi online, come ad esempio l’home banking: secondo i ricercatori di ESET, il più grande produttore di software per la sicurezza digitale dell’Unione Europea, grazie a questa tecnica sono stati raggiunti nell’ultimo mese ben 4 Italiani su 10. Le mail fraudolente hanno veicolato per il 29% JS/Danger.ScriptAttachment e per il 12% JS/TrojanDowloader.Nemucod, entrambi in grado di eseguire sui computer degli utenti i minacciosi ransomware, come ad esempio il famoso Cryptolocker. Secondo il report dell’APWG, gruppo internazionale di ricercatori anti – phishing, il primo trimestre del 2016 ha registrato il più alto numero di attacchi phishing rispetto a qualsiasi altro trimestre nella storia. Inutile dire quanto sia importante conoscere questo tipo di minaccia, la cui frequenza sembra destinata a crescere ulteriormente nei prossimi anni.

Per questo i ricercatori di ESET hanno individuato 5 semplici consigli da seguire per evitare di cadere nella trappola del phishing:

  1. Massima prudenza durante la navigazione online

Il primo consiglio potrebbe sembrare banale, ma non lo è affatto; il fattore umano è considerato infatti a ragione l’anello debole del processo di sicurezza ed è quindi sempre estremamente importante   usare attenzione e prudenza durante la navigazione on-line e nel leggere le email. Ad esempio, mai cliccare in automatico su link (anche sui social media), scaricare file o aprire allegati e-mail, anche se sembrano provenire da una fonte nota e attendibile.

  1. Attenzione ai link abbreviati

E’ importante fare attenzione ai collegamenti abbreviati, in particolare sui social media. I criminali informatici spesso utilizzano questo tipo di stratagemma per ingannare l’utente, facendogli credere che sta cliccando su un link legittimo, quando in realtà è stato pericolosamente dirottato verso un sito fasullo.

Gli esperti di ESET consigliano di posizionare sempre il mouse sul link per vedere se questo effettivamente punta al sito che di interesse o se al contrario potrebbe indirizzare verso altre destinazioni pericolose.

I criminali informatici possono usare questi siti ‘falsi’ per rubare i dati personali inseriti o per effettuare un attacco drive-by-download, infettando il dispositivo con dei malware.

  1. Dubbi su un messaggio di posta? Leggerlo di nuovo!

Le email di phishing sono spesso evidenti e identificarle è abbastanza facile. Nella maggior parte dei casi presentano infatti molti errori di battitura e punteggiatura, parole interamente scritte in maiuscole e vari punti esclamativi inseriti a caso nel testo. Inoltre hanno spesso un tono impersonale e saluti di carattere generico, tipo ‘ Gentile Cliente ‘, seguiti da contenuto non plausibile o fuori contesto.

I cybercriminali spesso commettono errori in queste e-mail, a volte anche intenzionalmente per superare i filtri anti-spam dei provider.

  1. Diffidare dalle minacce e dagli avvisi di scadenze imminenti

Molto raramente gli enti pubblici o le aziende importanti richiedono agli utenti un intervento urgente. Ad esempio, nel 2014 eBay ha chiesto ai propri clienti di modificare le password rapidamente dopo aver subito una violazione dei dati. Questa però è una eccezione alla regola; di solito, le minacce e l’urgenza – soprattutto se provenienti da aziende estremamente famose – sono un segno di phishing.

Alcune di queste minacce possono includere le comunicazioni su una multa, o il consiglio a bloccare il proprio conto. Bisogna ignorare queste tattiche intimidatorie e contattare il mittente privatamente attraverso altri canali.

  1. Navigare sicuri sul protocollo HTTPS

Si dovrebbe sempre, ove possibile, usare un sito web sicuro per navigare (indicato da https: // contraddistinto dall’icona a “lucchetto” nella barra degli indirizzi del browser), soprattutto quando si trasmettono delle informazioni sensibili online come ad esempio i dati della carta di credito.

Non si dovrebbe mai usare una rete WiFi pubblica per accedere al proprio conto bancario, per acquistare o immettere informazioni personali online. In caso di dubbio, utilizzare la connessione 3/4G o LTE del vostro dispositivo.In futuro sarà sempre più facile individuare i siti non sicuri, infatti la stessa Google ha iniziato a segnalare ai suoi utenti i siti che non offrono una protezione adeguata.

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Liscio come l’oil & gas. Ma solo per i terroristi https://www.datamanager.it/2016/04/liscio-loil-gas-solo-terroristi/ Thu, 21 Apr 2016 08:47:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98962 Del resto perché mai dovrebbe capitare proprio a noi? Lotta al terrorismo, gestionali, reti aziendali e “buchi” di sistema che potrebbero finire nel mirino Mitomani e imbecilli che strombazzano sui social network la loro simpatia o passione per la nuova Jihad sono facili da catturarsi. I cretini 2.0 abbondano e periodicamente le loro performance su […]

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Del resto perché mai dovrebbe capitare proprio a noi? Lotta al terrorismo, gestionali, reti aziendali e “buchi” di sistema che potrebbero finire nel mirino

Mitomani e imbecilli che strombazzano sui social network la loro simpatia o passione per la nuova Jihad sono facili da catturarsi. I cretini 2.0 abbondano e periodicamente le loro performance su Facebook e Twitter si concludono con perquisizioni e arresti la cui esecuzione tranquillizza la gente e diffonde un delicatissimo senso di imperturbabile serenità. Il terrorismo, purtroppo, è un’altra cosa. E così pure la lotta per contrastarlo e le cautele da adottare per evitare il peggio. Non riuscendo a sedare la mia paura con la somministrazione di “buone nuove” che quotidianamente segnalano qualche pirla assicurato alla giustizia dopo aver “postato” qualche insulsa farneticazione, continuo a temere vulnerabilità che potrebbero finire nel mirino di qualche organizzazione criminale. Qualche mese fa, ad Amsterdam nel congresso dei Black Hat, due ricercatori hanno sottolineato la vulnerabilità nei sistemi di Enterprise Resource Planning (ERP) utilizzati dalle reti aziendali delle aziende del comparto “oil & gas”, i cui impianti potrebbero essere bersaglio di azioni di sabotaggio con alterazioni significative della pressione delle condutture o con l’occultamento di perdite nei circuiti. Pericolosi “buchi” nelle architetture di sistemi, applicazioni e prodotti (SAP, per l’appunto) del settore industriale possono compromettere la gestione e la supervisione dei processi di produzione e di distribuzione di petrolio e gas. Se i banditi conoscono a menadito la situazione, l’universo del business non sembra aver ben compreso quel che potrebbe accadere.


#terrorismo @Umberto_Rapetto ERP e“buchi” di sistema che potrebbero finire nel mirino
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A richiamare l’attenzione su un problema impossibile da trascurare sono stati Alexander Polyakov e Mathieu Geli, supertecnici dell’azienda californiana ERPscan, che hanno esordito dicendo che «quella cui stiamo per dar vita non è una conferenza abituale, nemmeno per noi». E sono stati di parola. Con un pacato «vogliamo dimostrare che non sono possibili solo gli attacchi sullo stile di Stuxnet mandati a segno con una banale pendrive USB» hanno aperto le danze. L’attacco, cui hanno fatto riferimento nel corso dell’evento, non richiede un contatto fisico con le apparecchiature da aggredire virtualmente, ma si accontenta di un accesso alla rete informatica dell’organizzazione vittima o anche semplicemente di una connessione a Internet sufficiente per raggiungere i sistemi di interesse. La chiave – pronta a essere girata – per spalancare il portone di fortezze immaginate come inviolabili è proprio SAP (ambiente caratterizzato da una enorme vastità di soluzioni disegnate specificamente e spesso concatenate tra loro per governare l’integrità operazionale e la catena logistica) installato quasi nell’80% delle realtà del segmento degli idrocarburi.


terrorismo @Umberto_Rapetto perché mai dovrebbe capitare proprio a noi?
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Le conseguenze dell’attacco ipotizzato sono ad ampio spettro: sabotaggio o spegnimento dell’impianto, danneggiamento delle apparecchiature, interruzione dei servizi, interruzione o blocco totale della produzione, alterazione della qualità del prodotto, mancata rilevazione delle fuoriuscite, illecite intercettazioni di flussi e sottrazione di petrolio, violazioni della conformità del processo produttivo rispetto le norme vigenti, incidenti con conseguenze anche mortali per le maestranze. Tutto comincia con una serie di bug di programmazione e di configurazione nei processi di Manufacturing Integration and Intelligence. La dissertazione di Polyakov e Geli continua impietosa, tenendo il pubblico incollato alle poltrone quasi sedesse in una sala cinematografica in cui viene proiettato un film horror. Le loro oltre 90 slide si susseguono come una lenta mitragliata. Alla fine i consigli, alcuni fin troppo scontati. Anche Alexander e Matieu sperano di richiamare l’attenzione dei più distratti, di indirizzare la platea verso un diverso approccio alla sicurezza, di redimere gli impenitenti assertori del “tutto va bene”. Nonostante la gravità delle argomentate problematiche, sono stati davvero pochi quelli che hanno ripreso quell’intervento. La regola “perché mai dovrebbe capitare proprio a noi” resta inossidabile.

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Zanzara Zika – Cryptolocker 1 a 0 https://www.datamanager.it/2016/03/zanzara-zika-cryptolocker-1-0/ Tue, 22 Mar 2016 09:00:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96750 Il fatto che l’allarme “ransomware” non richiami l’attenzione collettiva è effettivamente… criptico! Un mio conoscente non ha fatto in tempo a pagare 700 euro per recuperare i dati improvvisamente diventati incomprensibili e inutilizzabili dei computer della sua azienda, che – tre minuti dopo – un suo collega d’ufficio è ricascato nella trappola e ha trascinato […]

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Il fatto che l’allarme “ransomware” non richiami l’attenzione collettiva è effettivamente… criptico!

Un mio conoscente non ha fatto in tempo a pagare 700 euro per recuperare i dati improvvisamente diventati incomprensibili e inutilizzabili dei computer della sua azienda, che – tre minuti dopo – un suo collega d’ufficio è ricascato nella trappola e ha trascinato nel baratro archivi e documenti appena decifrati.

E’ la storia del ransomware, del sempre più diffuso metodo estorsivo con cui invisibili ricattatori vendemmiano bitcoin alle spalle di utenti informatici poco avveduti. Una manciata di istruzioni venefiche, camuffate sotto le sembianze di una traumatica cartella esattoriale in formato pdf o nascoste dietro una imprevedibile fattura “.zip”, sono sufficienti per flagellare il pc dell’apprensivo quisque de populo che non esita a fare clic sul mefistofelico allegato a un apparentemente innocuo messaggio in posta elettronica.

Ogni giorno, più volte al dì, ricevo telefonate disperate di amici che – trafelati – si rivolgono a me come la gente del villaggio assillato da Jo Condor nell’immarcescibile Carosello di un’industria dolciaria albese. Non potendo far nulla per chi chiede aiuto in simili circostanze, quel melodioso grido “Gigante, pensaci tu” mi fa solo capire che sono terribilmente in sovrappeso.

Potete chiamarlo Cryptolocker, Cryptowall, Reveton, Hydracript. “Tanto lui”, come direbbe Guzzanti, “non vi risponde”. Sotto l’etichetta generica “ransomware” finiscono tutti i programmi maligni che manifestano la loro nefasta efficacia crittografando file di ogni genere e paralizzando chiunque era abituato a servirsi di informazioni ora mutate in inestricabile poltiglia informe. Il prefisso “ransom”, riscatto, spiega che l’unico rimedio è il pagamento di una cospicua somma per ripristinare la normalità e riacquisire disponibilità del patrimonio informativo compromesso. Il problema è serio ma la sua gravità non viene percepita. Ci si preoccupa, giustamente, di tanti presumibili rischi di infezione sanitaria che comportano il ricovero di tre o quattro persone (della cui rapida guarigione poi nessuno parla) e che hanno una indefinita probabilità di effettivo contagio, ma gli allarmi per le epidemie virtuali non rimbalzano sui media.


#Ransomware La prima misura contro gli attacchi? Più educazione e cultura @Umberto_Rapetto
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L’eccessiva attenzione rivolta alla zanzara Zika, per esempio, si è riverberata sull’umore delle gang di criminali tecnologici. Questi ultimi – adirati per l’indifferenza collettiva – hanno cercato mille varianti ai loro virus pur di arrivare a colpire chiunque e magari guadagnarsi un piccolo angolo nei telegiornali della sera.

Niente affatto. Mentre le lobby farmaceutiche non faticano a costruire business su fantomatiche nuove pestilenze, quelle dell’industria hi-tech e della sicurezza informatica non sembrano cogliere una tanto golosa opportunità e non riescono a veicolare la paura né a rendere “notiziabili” fenomeni così drammatici…

In realtà, qui non c’è da vendere nulla, perché non esistono farmaci o galenici digitali che possano rimettere in salute il computer finito knock out. L’unico rimedio è un atteggiamento più prudente e meno distratto da parte degli utenti: basterebbe evitare qualche dannato clic su irresistibili allegati che arrivano via mail. Un consiglio non costa nulla, nessuno ci guadagna e quindi lo spazio sui mezzi di informazione “generalisti” non lo si trova mai. è la triste storia di cultura ed educazione, Cenerentole gemelle dei giorni nostri.

A far profitti restano i banditi che per San Valentino di quest’anno hanno preso in ostaggio il sistema informatico dell’Hollywood Presbyterian Medical Center, una struttura ospedaliera da quasi 500 posti letto e proporzionale viavai di pazienti. Il personale del nosocomio si è visto chiedere novemila bitcoin per ottenere la chiave per decriptare le delicate informazioni rimaste ingabbiate nella impenetrabile cifratura dei file.

Il riscatto di circa tre milioni e 200mila euro preteso dai banditi è il prezzo da pagare per riottenere la disponibilità operativa di computer e server bloccati dagli effetti del ransomware.

Episodi simili – magari non così eclatanti in termini economici ma non meno drammatici – sono avvenuti anche dalle nostre parti, riguardando persino aziende sanitarie locali e importantissimi uffici giudiziari. Ma non sono bastati per avviare una campagna di sensibilizzazione e profilassi culturale e organizzativa.

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Kaspersky Lab – Sicurezza senza compromessi https://www.datamanager.it/2016/03/kaspersky-lab-sicurezza-senza-compromessi/ Mon, 21 Mar 2016 13:46:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=97344 Numero uno in Italia sul mercato consumer, genera più fatturato sul B2B. Con l’apertura di nuovi fronti di protezione delle infrastrutture critiche, le barriere contro gli attacchi mirati e il potenziamento dei suoi esclusivi servizi di intelligence, Kaspersky è sinonimo di total security La vista dalle finestre della nuova sede milanese di Kaspersky Lab con le […]

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Numero uno in Italia sul mercato consumer, genera più fatturato sul B2B. Con l’apertura di nuovi fronti di protezione delle infrastrutture critiche, le barriere contro gli attacchi mirati e il potenziamento dei suoi esclusivi servizi di intelligence, Kaspersky è sinonimo di total security

La vista dalle finestre della nuova sede milanese di Kaspersky Lab con le montagne innevate malgrado la stagione invernale con poco mordente, è spettacolare. Cornice perfetta per un’azienda che, le minacce, deve saperle avvistare da lontano, prima che sia troppo tardi per fare qualcosa. Romanocentrica all’epoca della sua fondazione, dall’estate scorsa Kaspersky Lab vanta in Italia due centri di gravità. Nella capitale, continua a coltivare le sue forti relazioni istituzionali, offrendo avanzate soluzioni di sicurezza a clienti esigenti come il Ministero della Difesa. Al nord, nelle torri che sovrastano la stazione ferroviaria di Porta Garibaldi, Kaspersky stabilisce legami di partnership sempre più “intimi” con la Milano della finanza e dell’industria. Siamo del resto letteralmente a pochi metri da un’altra famosa torre, quella di uno dei maggiori gruppi bancari nazionali, anche se la sicurezza delle transazioni finanziarie non è il solo target della strategia Kaspersky nel B2B. Nuova come i bianchi uffici del 15esimo piano (che insieme agli spazi del loft nove piani più sopra, sono a disposizione del leader globale della sicurezza per meeting, seminari ed eventi), c’è la strategia per la protezione delle infrastrutture critiche e degli impianti di produzione industriale. Come vedremo in questa cover story, dalla torre che domina un paesaggio settentrionale ancora brulicante di realtà manifatturiere, Kaspersky vuole lanciare il contrattacco alle minacce informatiche che hanno come bersaglio le reti di distribuzione delle utility, gli impianti di fabbricazione e trasformazione a controllo numerico. Ambienti finora poco frequentati dai fornitori di sicurezza informatica, ma sempre più esposti a rischi di blocco, sabotaggio, spionaggio industriale.


Numero 1 in Italia sul mercato consumer, #Kaspersky genera più fatturato sul B2B
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«La sede romana continua ad avere molto peso, concentrando il grosso delle attività Kaspersky, come le vendite, il supporto tecnico, le strategie rivolte alla PA» – riconosce Morten Lehn, il responsabile di Kaspersky Lab Italia, accogliendo con visibile orgoglio Data Manager nei nuovi uffici di Milano. Ma in questi ultimi due o tre anni, il lavoro con la clientela nel nord Italia è cresciuto tantissimo». La sede di Porta Garibaldi, aggiunge il responsabile italiano di Kaspersky, è subito diventata un punto di riferimento, anche nei confronti dei colleghi europei. Quando bisogna presentare un nuovo prodotto o discutere di una strategia commerciale, i manager, tecnici, comunicatori che si muovono dal quartier generale di Londra giungono a Milano in poco tempo grazie alla combinazione aereo-ferrovia. «L’autonomia della sede di Milano è quindi in crescita» – sottolinea ancora Lehn. «Stiamo rafforzando soprattutto la presenza tecnica con quattro nuovi technical account manager». Un altro segno della trasformazione subita dall’azienda rispetto alle sue origini profondamente radicate nel software di protezione del personal computer. Quando questo era l’unico vero “endpoint” da tutelare contro i virus informatici.

Alessio Aceti head of pre sales
Alessio Aceti head of pre sales

Dal retail al mercato aziendale

La prima cover story che Data Manager aveva dedicato alle strategie di Kaspersky in Italia, esibiva la fotografia del fondatore, Eugene, in una posa quanto mai casual, seduto in terra a gambe incrociate, il fido laptop sulle ginocchia. Oggi, dice Lehn, il “brand verde” continua a essere forte nel mercato al dettaglio. «In Italia, siamo diventati il numero uno, già dal primo trimestre 2015. Ma senza perdere il focus sul retail, che è pur sempre un formidabile volano di visibilità e dà una grande mano alla rete antivirale chiamata Kaspersky Security Network e alla sua capacità di monitorare il malware in tempo reale, siamo riusciti a comunicare il nostro impegno anche sul fronte enterprise e della piccola-media impresa». Oggi, il volto business di Kaspersky è un dato di fatto e Lehn annuncia il definitivo sorpasso anche per l’Italia: la maggior parte del business è generato dalle soluzioni e i servizi offerti alle aziende. In ambito professionale, Kaspersky Lab registra in effetti le crescite più significative, con la prospettiva di raggiungere anche nel 2016 percentuali di espansione a due cifre. I punti di forza di questo specialista sono ben noti e apprezzati. «Una grande azienda globale saldamente in mano a un unico proprietario, mai penalizzata dagli inesorabili meccanismi delle trimestrali o delle Ipo. Una strategia centrale che dà ampio spazio alle prerogative e agli input del mercato locale. Una tecnologia che nasce da un approccio esclusivo alla security di una società in cui un terzo dei 3.500 dipendenti globali è coinvolto in attività di ricerca e sviluppo».


#InternetSecurity Morten Lehn @kaspersky #Sicurezza, senza compromessi
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Un leader che, come ricorda Lehn, vanta una lunga tradizione di forza e reciproco impegno anche nelle relazioni con i partner, distributori, rivenditori, system integrator, operatori: «Tanti piccoli e grandi specialisti di sicurezza che Kaspersky seleziona, forma e accelera verso il mercato delle aziende». Malware e cybercrime, osserva ancora Lehn, si stanno trasformando in una vera e propria industria. Non solo gli attacchi si fanno sempre più mirati sulle specifiche realtà aziendali, ma anche i ruoli si diversificano. C’è chi studia come sviluppare gli strumenti più efficaci, proprio come un programmatore sviluppa le applicazioni e le piattaforme rivolte agli utilizzatori finali. O per reclutare reti globali di macchine-zombie da cui far partire gli attacchi. E c’è chi acquista tutti questi tool sugli oscuri scaffali del Deep Web e li riutilizza per generare business, basandosi su una conoscenza più diretta delle proprie potenziali vittime. Una situazione alla quale Lehn guarda con molta preoccupazione. «Il fenomeno del ransomware, rappresentato dalle varianti di Cryptolocker, è un argomento caldo e lo sarà per tutto il 2016». Se le persone in azienda non hanno la giusta consapevolezza, è molto facile cadere preda di un link nascosto in un messaggio di mail apparentemente innocuo o addirittura utile. «Una volta inoculato il malware non c’è più niente da fare, il contenuto viene “sequestrato” con la crittografia è se non hai fatto il backup puoi considerarlo perduto». Molti cedono al ricatto, riconosce il direttore di Kaspersky Italia, anche se questo non fa che alimentare una catena perversa. «C’è tantissima strada da fare» – conclude Lehn. «Molte aziende elaborano dei piani di contingenza per la sicurezza fisica, ma quella logica è ancora molto trascurata».


#InternetSecurity Morten Lehn @kaspersky La #sicurezza logica è molto trascurata
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Tecnologia e intelligence

Proprio sul terreno ancora poco mappato della “cultura” della sicurezza, Kaspersky intende dare un contributo fondamentale, evolvendosi non solo nel senso delle tecnologie e degli ambiti che queste devono proteggere (si è già parlato di infrastrutture critiche e impianti di produzione, ma Lehn ricorda il settore in forte espansione delle connected car e dei veicoli a guida automatica), ma anche dal punto di vista delle informazioni, delle policy di sicurezza e dei comportamenti. Qui Kaspersky Lab sta costruendo un’offerta parallela ai tradizionali prodotti, un’offerta fatta di studi su specifici settori e feed informativi sull’evoluzione delle minacce – frutto del costante lavoro analitico dei suoi esperti e dalla mole di intelligence estratta dalla Security Network – e di consulenza in materia di IT Security, di informazioni mirate sulle singole aziende, digital forensic (per capire la natura e le modalità degli attacchi andando a identificare i sample del malware), penetration testing. Attività che secondo Lehn permettono la piena condivisione dell’incredibile know-how accumulato da Kaspersky e rendono ancora più unica, e in continua espansione, la sua offerta.

Giampiero Cannavò head of channel B2B
Giampiero Cannavò head of channel B2B

Il responsabile delle strategie Kaspersky verso il mercato professionale è Edoardo Di Meo, head of B2B enterprise. «Davanti a minacce subdole come il ransomware, che colpiscono organizzazioni grandi o piccole, la soluzione antivirus sull’endpoint non basta. è molto più utile abbinare una valida barriera tecnologica, che aiuta certamente a limitare il problema, a veri e propri corsi online di awareness rivolti al personale dell’azienda, o a una valutazione approfondita delle vulnerabilità. In questa capacità di offrire un approccio combinato di tecnologie e conoscenza sta il vero valore aggiunto di Kaspersky». Il mercato, secondo Di Meo, mostra di apprezzare il cambiamento. Oggi, l’azienda è presente in organizzazioni molto importanti, in ogni settore. Finance e pubblica amministrazione continuano a essere i due ambiti d’azione principali. Cinque delle dieci maggiori banche italiane utilizzano i prodotti Kaspersky. E cresce la percentuale delle altre tipologie di clienti. In tutto il settore industriale c’è molta curiosità nei confronti della nuova offerta pensata gli ambienti industriali e le infrastrutture critiche. Offerta che in Italia verrà annunciata ad aprile.


#Security Cinque delle dieci maggiori banche italiane utilizzano #Kaspersky
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Sicurezza ad personam

Quello che fino a quindici anni fa era un fornitore di soluzioni antivirus conosciuto tra i singoli utenti di pc, oggi viene percepito come un esperto di sicurezza a tutto tondo. «In sette anni di lavoro – dice Di Meo – ho vissuto personalmente questa trasformazione. I clienti che in passato faticavano a prendere in considerazione le nostre proposte, oggi, ci chiamano per primi». Nel frattempo, l’azienda non ha mai perso colpi sulla qualità delle sue tecnologie, che continuano a ricevere l’endorsement dei maggiori istituti indipendenti (tra i tanti, è il caso di Kaspersky Small Office Security, che lo scorso dicembre è finita in cima alla classifica AV-TEST per i prodotti di sicurezza dell’endpoint, con un punteggio pieno in tutti e tre i criteri di protezione, performance e usability). «Rispetto a una concorrenza che si specializza in ambiti diversificati, offriamo una protezione estesa, ma facilmente gestibile attraverso una unica console. Spesso i clienti si trovano a passare da soluzioni anche molto valide, ma complesse da gestire e integrare, a una sicurezza totale e semplificata. Kaspersky aiuta a ridurre i costi, anche in termini di risorse di calcolo, e in più offre i servizi. Al punto che oggi possiamo vantare clienti che ricorrono alle tecnologie Kaspersky, solo dopo averne apprezzato la capacità consulenziale».

Questa capacità, secondo Alessio Aceti, head of pre sales, consente al cliente di Kaspersky Lab di colmare tutti i gap che una tecnologia di protezione capace di bloccare gran parte delle minacce può lasciare aperti nei confronti di forme di attacco più personalizzate e subdole, rivolte alle nostre personali vulnerabilità. «Spesso questo tipo di attacco richiede strumenti che vedono l’intera attività di rete, sanno correlare gli eventi, individuare le anomalie». Questo è il compito della nuova Kaspersky Anti Targeted Attack Platform, annunciata a San Francisco a inizio marzo in occasione della RSA Conference. La nuova soluzione sfrutterà tutta la potenza di una nuova Advanced Sandbox, un concetto che i laboratori Kaspersky utilizzano da dieci anni per isolare il malware ancora non riconosciuto in base alle informazioni fornite dalla Security Network e il cui comportamento viene analizzato in un ambiente protetto del tutto simile alla rete che sta subendo l’attacco. «Kaspersky fornirà questi strumenti insieme ai servizi che ne rendono ancora più efficace l’utilizzo». L’obiettivo, prosegue il responsabile del pre sales, è fare di Kaspersky un partner della sicurezza aziendale che fornisce le tecnologie anti-Apt, analizza le vulnerabilità, forma gli specialisti e il personale e sviluppa un costante flusso di informazioni specifiche per i diversi settori industriali, facilitando la prevenzione degli attacchi e la gestione degli eventuali danni subiti. Non si deve pensare che questi servizi di intelligence siano rivolti alle grandi organizzazioni. «Molte piccole aziende sono proprietarie di brevetti e altri asset che, se violati, rischiano di mettere in ginocchio il business».

Edoardo Di Meo head of B2B enterprise
Edoardo Di Meo head of B2B enterprise

Infrastrutture a rischio

L’ennesima sfida che Kaspersky Lab si prepara ad affrontare, nell’imminenza dell’annuncio di Kaspersky Industrial Cyber Security, riguarda quelli che Alessio Aceti definisce gli effetti del malware nel mondo fisico: «Abbiamo già visto in passato, per esempio con Stuxnet, che anche infrastrutture critiche e ambienti industriali con protocolli specifici, sistemi SCADA e PLC sono un possibile target». Non è necessario che un impianto a controllo numerico sia raggiungibile attraverso Internet. «Pensiamo a situazioni di sabotaggio, di blocco di produzione. In acciaieria, un altoforno che viene spento di colpo per colpa di un cyberattacco è un bene da milioni di euro che si può buttar via». La nuova soluzione, spiega Aceti, è una piattaforma completa formata da un endpoint molto leggero dotato di funzionalità antimalware standard, un network monitor in grado di intercettare il traffico di rete specifico degli ambienti automatizzati, inclusi protocolli specifici per la comunicazione con i PLC e una serie di servizi di assessment, formazione e consulenza dedicati proprio a questo ambienti ad altra specificità. «Anche qui abbiamo immaginato una sorta di “safe sandbox Scada”, che permette di racchiudere in una bolla protettiva tutti i processi critici, unita a funzioni che permettono di monitorare le anomalie nelle variabili tipiche di un ambiente di produzione. Stuxnet, dobbiamo ricordarlo, agiva modificando la velocità di rotazione delle centrifughe di materiale radioattivo».


#Security #Kaspersky La nuova offerta per #SCADA sarà annunciata in Italia ad aprile
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Con questa mossa, sottolinea Lehn, Kaspersky Lab diventa l’unico provider globale dotato di una piattaforma che raccoglie tutti i bisogni del cliente industrial, confermando che l’intera struttura commerciale di Kaspersky Lab sta studiando le strategie da mettere in atto per consentire anche ai partner, venditori e system integrator, di affrontare un mercato ricco di opportunità ma anche di insidie e di aspetti tutti da scoprire. Aceti riassume efficacemente queste incognite quando ribadisce la necessità di «creare un bisogno, far capire le minacce, anche partecipando a convegni, osservatori, tavole rotonde e parlando con i ricercatori per costruire una nuova cultura della sicurezza industriale».

Tutto per il partner

Un compito che non sembra spaventare Giampiero Cannavò, head of channel B2B, il quale mette in evidenza la stretta collaborazione con i partner sul territorio: «Continuiamo a lavorare molto sul nostro canale commerciale, sia sulle alleanze con i nostri partner, con vendor IT e con nomi come Computer Gross, uno dei nostri cinque distributori, che in Italia vanta un market share molto forte». Uno degli obiettivi del 2016, aggiunge Cannavò, sarà rafforzarsi ulteriormente, anche sui nuovi fronti che si apriranno con soluzioni come Kaspersky Anti Targeted Attack Platform o Kaspersky Industrial Cyber Security. «Parliamo di una rete di tremila reseller attivi, distribuiti attraverso un partner program di cinque livelli, dal registered al platinum. Il livello intermedio, subito sotto il silver, è il bronze e rappresenta una novità significativa, che darà molti vantaggi in più ai rivenditori che non generano volumi annui particolarmente elevati». Le vendite B2B di Kaspersky crescono di oltre il 20% anno su anno e meritano tutte le attenzioni possibili, osserva Cannavò anticipando il boost che la sua struttura registrerà quest’anno: sette persone distribuite su un territorio suddiviso in tre macroaree geografiche. «Tutto questo per aumentare la penetrazione sul mercato e la prossimità ai nostri partner gold e platinum, che devono offrire un supporto qualificato per aiutarci nell’ingaggio del mercato delle piccole e medie imprese».

Matteo Bosis head of retail
Matteo Bosis head of retail

Tra gli altri obiettivi del responsabile di canale di Kaspersky Italia, c’è un ulteriore sforzo di collaborazione con gli operatori di telecomunicazioni: «Quest’anno, avremo una risorsa dedicata proprio allo sviluppo di queste opportunità, affini a quelle che dobbiamo perseguire nel mondo dei prodotti in subscription e delle soluzioni as a service, lavorando ancora più intensamente con i service provider di sicurezza gestita». L’azione svolta da Cannavò con la sua squadra, sarà come sempre coordinata con quella guidata da Maura Frusone, head of marketing, sul fronte della comunicazione e delle relazioni di business, secondo la filosofia che Kaspersky Lab ha sempre interpretato in modo olistico, cercando di intrecciare iniziative rivolte alla clientela business o consumer e azioni tese al continuo rafforzamento dei legami con i partner commerciali. «Un sistema di relazioni che ci piace sviluppare, declinandolo nel mondo business e in quello contiguo al business» – dichiara Frusone, riferendosi a un insieme di comunicazione classica sui media generalisti e di settore, seminari, incontri, eventi open doors, incentivazione e naturalmente sponsorizzazioni, su cui spicca la storica amicizia con la casa automobilistica Ferrari, foriera di positive ricadute tecnologiche e di brand awareness.


#Security #Kaspersky Infrastrutture a rischio e nuovo approccio retail
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Al volante delle “rosse”

I partner Kaspersky, per esempio, vengono coinvolti in programmi incentivanti che danno la possibilità di vivere straordinarie esperienze su pista. Queste forme di incentivazione e promozione, sottolinea Frusone, sono anche un contributo alla politica che Kaspersky Lab adotta nei meccanismi che regolano i rapporti con i rivenditori e i clienti finali. «Abbiamo sempre detto no a politiche aggressive sui listini» – ribadisce Maura Frusone. La soddisfazione dei clienti e le valutazioni indipendenti sono il miglior attestato della qualità delle soluzioni. «Un altro indirizzo distintivo del 2016 è la volontà di valorizzare al massimo il potenziale della nuova location milanese. Per esempio, sarà inaugurato un nuovo format open doors che ospiterà nel loft al piano superiore del grattacielo i reseller a valore che potranno raccontare e far vivere ai loro potenziali partner la filosofia Kaspersky». In calendario, ci sono anche analoghi incontri con i distributori, prezioso tassello nel mosaico di strategie di go-to-market dello specialista della sicurezza. Saranno, secondo Lehn, occasioni verticalizzate per i diversi settori, in una ottica di ulteriore crescita del sistema di relazioni con i partner già consolidati e con quelli che dovranno arricchire la capacità di presidio di Kaspersky in previsione dell’arrivo delle soluzioni più innovative. «La capacità di proteggere le infrastrutture critiche, ricorda Cannavò, sarà un importante stemma di competenza dei partner che stiamo selezionando».

Il retail rompe le scatole

La diversa autorevolezza che Kaspersky Lab ha acquisito nel mercato delle soluzioni per la sicurezza aziendale, non va a oscurare la capacità di questo provider di sostenere un business profittevole anche nel complesso mercato retail. Dove al contrario, con il proliferare degli oggetti connessi e della mobilità degli utenti, crescono in modo esponenziale le esigenze di protezione e sicurezza dei dati personali, delle microtransazioni finanziarie, della navigazione web. Kaspersky ha messo in atto un bel gioco di sinergie proprio su quella che Maura Frusone definisce una continua “osmosi” tra la notorietà in ambito consumer e la crescente consapevolezza della qualità delle piattaforme e dei servizi professionali. L’abilità mostrata nel presidiare l’intero spettro delle esigenze dei clienti finali, sul lavoro come nel tempo libero, in ufficio come in famiglia, è forse la peculiarità più interessante di un provider che viene percepito come esperto di sicurezza “totale”.

Maura Frusone head of marketing
Maura Frusone head of marketing

Il regista di Kaspersky Lab nel mercato delle soluzioni che un tempo avremmo chiamato pacchettizzato è Matteo Bosis, head of retail. Una posizione che ingaggia il ramo B2C dell’azienda oggi numero uno in Italia su molteplici tipologie di punti vendita, dal corner shop alla cosiddetta grande superficie. «In questo ambito, la grande trasformazione passa dall’affiancare alla tradizionale confezione fisica il sistema “Posa”, point of sale activation». In negozio come all’ipermercato, il cliente non troverà più solo le consuete scatole verdi (che peraltro da diverso tempo ormai non contengono più neppure un Dvd, sostituito da un codice che consente di installare sempre la versione più aggiornata del prodotto acquistato), ma una card che autorizza lo stesso acquisto. «In questo modo, ci avviciniamo molto alle modalità della vendita puramente online» – spiega Bosis. Le carte Posa rappresentano una rivoluzione, specialmente nella grande distribuzione. Per i retailer non ci saranno più problemi di mancanza di merce (rotture di stock) e avranno sempre a disposizione tutte le referenze e per il venditore si aprono spazi del tutto inediti nei punti vendita». Le attività B2C di Kaspersky Lab Italia hanno registrato nel 2015 una crescita superiore al 5% (quasi il 7% se misurata in volume). L’obiettivo è confermare questi valori anche nel 2016. Man mano che il digitale invade ogni aspetto della realtà, crescono le opportunità di violare l’integrità dei dati e lucrare sulla loro importanza, nel mondo degli affari o della nostra quotidianità, magari combinando con malizia armi puramente informatiche e strumenti di manipolazione psicologica. Un’azienda da sola – non parliamo del singolo individuo – non può far fronte a tutto questo, specie considerando tutti i nuovi fronti di vulnerabilità che si aprono nella Internet delle cose. Kaspersky Lab è l’alleato, motivato e sempre sul chi vive, che tutti vorrebbero avere.

Foto di Gabriele Sandrini

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Cryptolocker e Ransomware: Iperius Backup è la soluzione https://www.datamanager.it/2016/03/cryptolocker-ransomware-iperius-backup-la-soluzione/ Wed, 09 Mar 2016 08:55:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96338 L’ultima frontiera del cyber-crime di massa ed evoluzione del mondo dei Virus è il CYBER RICATTO. “Se stai leggendo questo messaggio, significa che tutti i tuoi file sono stati bloccati. Per riaverli devi pagare” è, in soldoni, il messaggio che arriva, in lingua italiana, a chi è stato già infettato dalla nuova serie di virus […]

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L’ultima frontiera del cyber-crime di massa ed evoluzione del mondo dei Virus è il CYBER RICATTO.

“Se stai leggendo questo messaggio, significa che tutti i tuoi file sono stati bloccati. Per riaverli devi pagare” è, in soldoni, il messaggio che arriva, in lingua italiana, a chi è stato già infettato dalla nuova serie di virus tecnicamente denominati ransomware.

I ransomware più noti e diffusi sono cryptolocker, cryptowall, teslacrypt, etc. Una volta infettati, i file diventano inaccessibili, perché criptati, e se non abbiamo adottato particolari accorgimenti preventivi, poche e non sempre funzionanti sono le alternative rispetto a pagare un riscatto per ottenere la chiave di decriptazione: un ricatto vero e proprio.

Se volete saperne di più sulle più probabili cause di infezione, sulle varie metodologie per tentare il recupero di file compromessi da Cryptolocker o su come rimuovere il virus, vi suggeriamo di approfondire l’argomento consultando la guida pubblicata da Iperius Backup a questo link.

Inoltre vi segnaliamo un’importante funzione introdotta dagli sviluppatori di Iperius Backup nell’ultima versione 4.5.2, che migliora ulteriormente la difesa da Cryptolocker.

E’ stata infatti inserita una nuova funzionalità (attivabile opzionalmente) che consente alcune verifiche sui dati di origine da copiare; in particolare, il programma rileva la presenza di file corrotti o criptati richiamando l’attenzione dell’utente con un errore nel log e non consentendone la copia.

Iperius Backup è in grado quindi di “bloccare” i file criptati dagli attuali virus in circolazione evitando che il backup venga sovrascritto da una copia compromessa. Vi invitiamo a provare subito la nuova funzione Scarica la nuova versione 4.5.2

Al di là di questa opzione, il modo migliore per uscire “indenni” da un’infezione Ransomware è avere un’accurata ed efficace strategia di backup dei dati; sia in termini di destinazioni che di pianificazione temporale, vediamo qualche esempio:

Backup su Cloud e Su Server FTP possono essere un’ottima soluzione perché queste destinazioni non sono raggiungibili da cryptolocker.

Backup su Dischi USB o dischi removibili come gli RDX che possono essere custoditi esternamente all’azienda.

Backup su NAS, può essere sicuro ed inaccessibile per cryptolocker se lo stesso NAS viene configurato come Server FTP, oppure dando ad Iperius Backup la possibilità di scrivere su NAS con un suo utente specifico creato appositamente per il backup, ed unico utente con permessi di scrittura su questo dispositivo.

Una pianificazione diversificata. E’ fortemente raccomandabile creare diverse operazioni di backup con pianificazioni differenti, ci deve essere infatti un backup giornaliero, un backup settimanale e mensile.

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Cryptolocker: dopo due anni le aziende pagano ancora il riscatto https://www.datamanager.it/2016/03/cryptolocker-due-anni-le-aziende-pagano-ancora-riscatto-2/ Tue, 01 Mar 2016 07:40:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=95629 I laboratori IKS avvisano: nell’ultimo periodo sono cresciuti nuovamente i casi di infezione, ma proteggersi è possibile, basta attuare le giuste misure preventive IKS nell’ultimo mese ha analizzato più di venti milioni tra siti internet visitati ed email ricevute dai propri clienti, scoprendo come di quest’ultime ben il 65% fosse spam e il 20% contenesse […]

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I laboratori IKS avvisano: nell’ultimo periodo sono cresciuti nuovamente i casi di infezione, ma proteggersi è possibile, basta attuare le giuste misure preventive
IKS nell’ultimo mese ha analizzato più di venti milioni tra siti internet visitati ed email ricevute dai propri clienti, scoprendo come di quest’ultime ben il 65% fosse spam e il 20% contenesse stringhe malevole o rimandasse a siti ad alto rischio. Nell’ultimo anno inoltre, su decine di milioni di messaggi analizzati, IKS ha rilevato la stessa tendenza: il 40% delle email sono risultate essere spam, delle quali l’1.7% conteneva malware di tipo ransomware-Cryptolocker. Nonostante siano passati 2 anni dalle prime infezioni di questo famigerato malware che blocca i sistemi e chiede un riscatto, il pericolo è tutt’altro che debellato e sembra che la maggior parte delle aziende non abbia ancora trovato le giuste contromisure, continuando ad infettarsi e propagando le infezioni orizzontalmente a tutti i reparti.

Le aziende sono bersagliate di continuo e le ultime sofisticate varianti di questi ransomware, sono in grado di entrare nella rete e di criptare i dati archiviati nei server in pochi minuti. Ad essere colpite sono le organizzazioni di tutte le dimensioni e spesso quelle più piccole sono usate come teste di ponte per colpire aziende più grandi o quelle in possesso dei dati maggiormente sensibili. Molto comuni sono gli attacchi che sfruttano tecniche di ingegneria sociale, nei quali i cyber criminali studiano le abitudini delle vittime online per confezionare email-esca più efficaci. In questi casi per i dipendenti aumenta la probabilità di essere tratti in inganno e compromettere così i sistemi. Se da un lato bisogna adottare sempre comportamenti responsabili, verificando bene prima di aprire un allegato ed effettuando regolari backup dei dati, è strategicamente importante mettere sia le persone che i sistemi nelle condizioni di operare in sicurezza, implementando a monte un sistema di protezione efficace.

Le aziende hanno bisogno di sistemi di protezione solidi. IKS ha una consolidata esperienza nel contrasto di questi fenomeni, in particolare dei ransomware, e offre servizi dedicati sia di protezione che di supporto. L’azienda è inoltre specializzata nel supportare da sempre i clienti nel migliorare l’integrazione e gli automatismi delle soluzioni di sicurezza (enforcement delle policy di sicurezza con rapidità di reazione) e la capacità di risposta agli incidenti.

“Quello che vediamo è che le aziende si informano poco ed utilizzano mezzi spesso non adeguati, rassegnandosi a Cryptolocker, come a un incidente di percorso inevitabile” Ha affermato Vanni Galesso, Responsabile BU Security di IKS “In questi casi basterebbe affidarsi a chi, come IKS, ha già gestito situazioni critiche con successo, implementando i giusti rimedi”.

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Cryptolocker: dopo due anni le aziende pagano ancora il riscatto https://www.datamanager.it/2016/02/cryptolocker-due-anni-le-aziende-pagano-ancora-riscatto/ Fri, 26 Feb 2016 16:30:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=95434 I laboratori IKS avvisano: nell’ultimo periodo sono cresciuti nuovamente i casi di infezione, ma proteggersi è possibile, basta attuare le giuste misure preventive IKS nell’ultimo mese ha analizzato più di venti milioni tra siti internet visitati ed email ricevute dai propri clienti, scoprendo come di quest’ultime ben il 65% fosse spam e il 20% contenesse […]

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I laboratori IKS avvisano: nell’ultimo periodo sono cresciuti nuovamente i casi di infezione, ma proteggersi è possibile, basta attuare le giuste misure preventive

IKS nell’ultimo mese ha analizzato più di venti milioni tra siti internet visitati ed email ricevute dai propri clienti, scoprendo come di quest’ultime ben il 65% fosse spam e il 20% contenesse stringhe malevole o rimandasse a siti ad alto rischio. Nell’ultimo anno inoltre, su decine di milioni di messaggi analizzati, IKS ha rilevato la stessa tendenza: il 40% delle email sono risultate essere spam, delle quali l’1.7% conteneva malware di tipo ransomware-Cryptolocker. Nonostante siano passati 2 anni dalle prime infezioni di questo famigerato malware che blocca i sistemi e chiede un riscatto, il pericolo è tutt’altro che debellato e sembra che la maggior parte delle aziende non abbia ancora trovato le giuste contromisure, continuando ad infettarsi e propagando le infezioni orizzontalmente a tutti i reparti.

Le aziende sono bersagliate di continuo e le ultime sofisticate varianti di questi ransomware, sono in grado di entrare nella rete e di criptare i dati archiviati nei server in pochi minuti. Ad essere colpite sono le organizzazioni di tutte le dimensioni e spesso quelle più piccole sono usate come teste di ponte per colpire aziende più grandi o quelle in possesso dei dati maggiormente sensibili. Molto comuni sono gli attacchi che sfruttano tecniche di ingegneria sociale, nei quali i cyber criminali studiano le abitudini delle vittime online per confezionare email-esca più efficaci. In questi casi per i dipendenti aumenta la probabilità di essere tratti in inganno e compromettere così i sistemi. Se da un lato bisogna adottare sempre comportamenti responsabili, verificando bene prima di aprire un allegato ed effettuando regolari backup dei dati, è strategicamente importante mettere sia le persone che i sistemi nelle condizioni di operare in sicurezza, implementando a monte un sistema di protezione efficace.

Le aziende hanno bisogno di sistemi di protezione solidi. IKS ha una consolidata esperienza nel contrasto di questi fenomeni, in particolare dei ransomware, e offre servizi dedicati sia di protezione che di supporto. L’azienda è inoltre specializzata nel supportare da sempre i clienti nel migliorare l’integrazione e gli automatismi delle soluzioni di sicurezza (enforcement delle policy di sicurezza con rapidità di reazione) e la capacità di risposta agli incidenti.

“Quello che vediamo è che le aziende si informano poco ed utilizzano mezzi spesso non adeguati, rassegnandosi a Cryptolocker, come a un incidente di percorso inevitabile” Ha affermato Vanni Galesso, Responsabile BU Security di IKS “In questi casi basterebbe affidarsi a chi, come IKS, ha già gestito situazioni critiche con successo, implementando i giusti rimedi”.

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