Data Reply – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:45:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Data Reply – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 IoT e smart city, il posto dell’intelligenza https://www.datamanager.it/2018/04/iot-e-smart-city-il-posto-dellintelligenza/ Thu, 19 Apr 2018 14:00:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146214 L’ultima tavola rotonda dedicata all’IoT si interroga su come sia possibile trasformare le città grandi e piccole in luoghi di produzione e riuso delle informazioni digitali. Vere e proprie fabbriche sostenibili di nuovi servizi, sicurezza e benessere Affrontati gli aspetti dell’automazione intelligente degli edifici e dei luoghi della produzione industriale, la serie di conversazioni dedicata […]

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L’ultima tavola rotonda dedicata all’IoT si interroga su come sia possibile trasformare le città grandi e piccole in luoghi di produzione e riuso delle informazioni digitali. Vere e proprie fabbriche sostenibili di nuovi servizi, sicurezza e benessere

Affrontati gli aspetti dell’automazione intelligente degli edifici e dei luoghi della produzione industriale, la serie di conversazioni dedicata all’Internet of Things torna a occuparsi di spazi abitati, ampliando il discorso al complesso sistema costituito dalle nostre città. In un’epoca che attribuisce una crescente importanza ai grandi agglomerati metropolitani, la sfida della smart city sta coinvolgendo amministratori, organizzazioni aziendali, operatori, utilities, provider tecnologici e singoli individui, tutti chiamati a costruire, anche grazie all’intelligenza dei sensori e degli strumenti analitici e predittivi, un ambiente abitativo, ricreativo e lavorativo complementare all’azione della trasformazione digitale e dello smart working nelle imprese. Un ambiente capace in definitiva di ridurre i consumi energetici; facilitare gli spostamenti nello spazio fisico; razionalizzare la produzione e ridistribuzione delle risorse: agevolare l’erogazione e l’accessibilità a nuovi servizi; rendere più sicure le sue aree periferiche e i suoi infiniti angoli ciechi. L’IoT insomma come fattore abilitante dei futuri modelli di urbanizzazione e piattaforma di servizio finalizzata alla crescita economica e alla qualità di vita di abitanti stanziali, fruitori e visitatori.

L’incontro dedicato alla smart city avviene come sempre in un contesto “diverso” dalle tradizionali sale anonime che in genere ospitano convegni ed eventi, con il preciso intento di associare al tema trattato uno spazio simbolico in grado di sintetizzarne l’idea e lo spirito di innovazione. Uno spazio, quello del centro Oxy.gen, che merita la speciale introduzione da parte di Riccardo Gini, direttore di Parco Nord Milano, grande spazio verde di 600 ettari allestito a partire dagli anni 70. Il padiglione che ospita i relatori di questo evento rappresenta – aggiunge Gini – un’ulteriore evoluzione della storia del Parco, che abbraccia ben sei territori comunali della Città metropolitana, costituendo un felice esempio di collaborazione tra pubblico e privato, resa ancora più efficace dagli strumenti della tecnologia. «Il luogo dove ci troviamo – spiega il direttore – è stato ideato dal Gruppo farmaceutico Zambon, che insieme al Parco ha dato vita ai Giardini della scienza inaugurati in occasione di Expo 2015». Le origini di Oxy.gen, dell’area umida circostante e di tutto il bosco di circa quattro ettari che costituiscono i Giardini, risalgono al 2000 quando il Comune di Bresso assegnava una porzione del suo territorio per consentire al Parco Nord di entrare nei confini comunali. «Una decina di anni dopo – racconta Gini – un bando regionale invitava alla presentazione di progetti per incrementare la funzione delle aree protette e aprire ai privati la partecipazione al Parco Nord. Il Comune e Zambon raccolgono la sfida con il progetto dei Giardini della scienza». Fedele al mandato – sottolinea Gini – Zambon punta alla creazione di un’area “viva”, con un laghetto che circonda la struttura di Oxy.gen, a sua volta progettata dall’architetto De Lucchi.

UN LABORATORIO NEL PARCO

Parco Nord si è occupato dell’intera area verde di quattro ettari e mezzo, donata dal Rotary Club: un boschetto di circa 150 alberi, tutti georeferenziati, con una trentina di querce, alcuni esemplari di gelsi a integrazione di un paio di piante storiche sopravvissute e tutta la vegetazione idrofila a bordo lago. «Oxy.gen è diventato un laboratorio di cultura scientifica dove portare le nuove generazioni a riflettere sull’aria che respiriamo. A ogni circonferenza concentrica di vegetazione – conclude Gini – corrispondono diverse specie per fioritura e stagionalità. Il nostro miglior risultato è poter vivere occasioni come queste, riunendo le persone che possono aiutarci a progettare il futuro». Come di consueto, in rappresentanza di IDC Italia, Daniela Rao, senior consulting & research director offre ai convenuti una serie di considerazioni e cifre introduttive, partendo da una serie di previsioni a livello globale. «A proposito di importanza delle infrastrutture, la nostra prima previsione riguarda il ruolo che i provider di servizi di comunicazione avranno nel 2018 come “digital hero” delle smart city». Questi operatori, continua Daniela Rao, porteranno avanti progetti in collaborazione con le istituzioni locali, assicurando alle città intelligenti la materia prima fondamentale: la banda trasmissiva. «Tra gli esempi più recenti c’è l’operatore vietnamita che sta trasformando le vecchie cabine telefoniche in hot spot per il Wi-Fi cittadino». Un’altra previsione riguarda lo sviluppo di piattaforme condivise sulle quali costruire progetti più mirati. «In una grande città su tre su scala mondiale, vediamo operatori impegnati a realizzare reti di sensori destinati alla raccolta di dati, fondamentali per lo sviluppo di servizi. In Europa questi progetti si muovono in direzione della sicurezza, in Asia invece vanno verso la mobilità di merci e persone». Sulla base di queste informazioni altri provider, in “coopetion” con altri, potranno dare vita a nuove attività, costruendo man mano una visione unificata della smart city. E infine, sul piano dei modelli di finanziamento, IDC ritiene che nel biennio che abbiamo davanti, la metà dei grandi progetti sarà finanziato in partnership pubblico/privato (il modello PPP), da organismi non profit o da opportuni protocolli di intesa tra municipalità e fornitori di tecnologie come alternativa al tradizionale approccio della pubblica committenza.

SMART CITY IN ITALIA: A METÀ DELL’OPERA

Nel confronto con le altre nazioni europee, Italia e Spagna si trovano abbastanza allineate, con analoghi livelli di soluzioni adottate e progetti in corso. «Siamo in un certo senso a metà dell’opera – spiega Daniela Rao. «Nel Regno Unito, vantano un maggior numero di progetti consolidati o avviati e anche un maggior numero di progetti in fase di valutazione». Ma in quali direzioni stanno investendo le nostre smart city? «Tra le applicazioni più diffuse la condivisione di auto e altri veicoli, le carte di identità digitali, i lampioni intelligenti e gli smart building. In prospettiva, aumenteranno i progetti relativi alla sicurezza, alla raccolta smart di rifiuti e alla gestione di asset e infrastrutture. Ambiti come i parcheggi smart appaiono già consolidati». Lo stesso concetto di smart city, interviene ancora Riccardo Gini di Parco Nord Milano, può avere declinazioni inaspettate. Anche un’area verde può essere gestita in modo più intelligente grazie alle tecnologie. Gli alberi del Parco, per esempio, sono taggati in RFID, una tecnologia che ha consentito lo sviluppo interno di un vero e proprio gestionale arboreo. «Successive sperimentazioni con li Wi-Fi hanno consentito di installare un sistema di video sorveglianza con 35 telecamere e 150 guardie ecologiche che aggiungono valore ai dati trasportati dalla rete. Il software viene utilizzato anche nel nostro centro visitatori, per animare i tavoli espositivi e visto che nel nostro territorio esiste anche uno dei più grossi centri di accoglienza dei migranti di Lampedusa, gestito dalla Croce Rossa, lo smartphone è diventato il principale dispositivo di aggregazione, e ci permette di offrire a queste persone corsi di giardinaggio e altre attività».


La sfida della smart city: come costruire grazie all’intelligenza dei sensori e degli strumenti analitici e predittivi, un nuovo ambiente abitativo, ricreativo e lavorativo – #dmSmartThings
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CULTURA DELLA COLLABORAZIONE

Con Sara Belli interviene a questo punto il primo degli esponenti della PA seduti al nostro tavolo. La direttrice dei progetti di interoperabilità del Comune di Milano spiega che la progettualità finalizzata alla città intelligente e ai suoi sistemi è in effetti “cross” tra diverse direzioni di riferimento. Le politiche del lavoro, per esempio, si occupano anche di aspetti come il coworking o i progetti Horizon 2020 che hanno come obiettivo il miglioramento della mobilità attraverso servizi che possano ottimizzare, anche grazie alla sensoristica IoT, gli spostamenti nell’area urbana. La direzione sistemi per la smart city lavora con quella preposta all’urbanistica in progetti come Sharing City, che investe la zona sud di Milano, finora esclusa da servizi di successo come il bike sharing, ma che negli ultimi anni – afferma la Belli – «ha visto molti interventi anche in collaborazione con privati come la Fondazione Prada. Lo scopo è creare un ambito territoriale «dove poter misurare parametri come l’inquinamento, o la facilità di spostamento, anche come base per la successiva riqualificazione di aree ed edifici». Un altro progetto è Synchronicity, inserito in un contesto di collaborazione europea e finalizzato, anche qui attraverso l’IoT, a rilevare i comportamenti dei cittadini-utenti in modo da premiare i più virtuosi, promuovere la partecipazione delle piccole imprese attraverso bandi in “open call” (per esempio per la realizzazione di un navigatore multimodale), lo sviluppo di sistemi di supporto decisionale alla definizione dei tragitti più indicati per le piste ciclabili. Come funziona, organizzativamente, l’intervento di una pluralità di direzioni? «Non sempre è facile dialogare, perché in passato ogni direzione era abituata a operare in modo più verticale e modificare i propri obiettivi in senso orizzontale è complesso» – riconosce Sara Belli. «L’obbligo del raggiungimento di obiettivi su scala europea aiuta, ma deve anche avvenire un cambiamento culturale che porti al rispetto della collaborazione».

Alessandro La Rocca interviene sul tema della mobilità prendendo spunto dalle informazioni rivelate da Daniela Rao di IDC Italia, che osservava un basso livello di investimenti nel comparto del trasporto pubblico locale (TPL). Alessandro La Rocca, che è stato più volte ospite degli incontri di Data Manager, partecipa in questa occasione come direttore generale di Nugo, startup di Gruppo Ferrovie dello Stato. «Il TPL è l’esempio principe di trasporto condiviso e credo debba avere un ruolo fondamentale nella shared mobility» – afferma La Rocca. «Se non è smart – aggiunge il neoresponsabile di Nugo – la mobilità condivisa è difficile. Eppure, è anche una soluzione che consentirebbe di aggredire tematiche come l’inquinamento o l’affollamento delle strade. La nuova società del Gruppo FS punta a risolvere il problema con una piattaforma che consente di spostarsi da una città all’altra e all’interno delle città con unico sistema integrato di bigliettistica. Nata da poco, Nugo punta a integrare un migliaio di operatori TPL diversi, ciascuno con un proprio sistema di tariffazione, per dar vita a un unico brand riconoscibile a livello nazionale. Non è un’impresa agevole, sottolinea La Rocca. «Solo in Emilia Romagna per il TPL su scala regionale abbiamo contato 700 sistemi di tariffazione. Il nostro strumento deve dare parità a tutti i vettori». A dominare – spiega ancora La Rocca – non è il singolo operatore, ma il mezzo pubblico. E il cliente non è il cliente di un operatore, ma una persona che ora è cliente della rete del Comune di Milano, subito dopo di FS, più tardi della rete del Comune di Roma. «Se non diamo a questa persona visibilità su tutto il TPL nell’arco dei suoi spostamenti, molto probabilmente eviterà di utilizzare mezzi condivisi e inquinerà di più».

REINTERMEDIAZIONE SOTTO CONTROLLO

Piattaforme di questo tipo cominciano a partire in Europa e si deve puntare su questo se non si vuole cedere il passo a operatori esterni, come Uber o la stessa Google, che offrono questi ruoli di reintermediatore, ma non sono facilmente controllabili. «La difficoltà non è tecnica, ma risiede nella mancanza di standard» – avverte La Rocca, invitando tutto il settore del TPL a prendere esempio dal trasporto aereo, che ha standardizzato da anni il sistema di scambio dei flussi economici legati alla emissione di biglietti. «L’approccio adottato da Nugo prevede l’espansione e il potenziamento di sistemi come il GTFS (General Transit Feed Specification), oggi limitato alla messa a fattor comune delle informazioni sugli orari delle linee TPL. Prima o poi – conclude La Rocca – sarà necessario far sedere tutti gli operatori intorno a un tavolo per standardizzare tutte le informazioni che servono a gestire un unico cliente». Torniamo però al modo in cui le grandi pubbliche amministrazioni locali affrontano il tema della città intelligente. Genova, come Milano, ha una lunga familiarità con i progetti coordinati e finanziati a livello Europeo, ma come racconta Paolo Castiglieri della direzione pianficazione strategica, smart city, innovazione d’impresa e statistica del Comune di Genova, è stata costituita una associazione che riunisce il Comune e un centinaio di stake holders di imprese private. «La finalità è discutere e affrontare le problematiche legate alla “smartitudine” della città e del territorio» – sottolinea Castiglieri, che al tavolo presenta un caso particolare già affrontato nei nostri incontri: il complesso progetto di un acceleratore di impresa per startup innovative che ha percorso un lungo iter interno, dovuto alla necessità di coordinare figure e competenze diverse, dall’energy manager del Comune di Genova alla direzione patrimonio urbano che ha curato gli aspetti della riqualificazione delle strutture che ospiteranno l’iniziativa, sostenuta da un partner tecnologico esterno. «Un’attenzione fondamentale per quanto concerne le municipalità è cercare di mettere a fattor comune interessi prioritari su cui coinvolgere i partner, interrogarsi sulle criticità, i modelli di business e soprattutto la sostenibilità dei progetti nel tempo» – spiega Castiglieri, che prosegue osservando come i casi di studio segnalati in Europa non sempre bastano a replicare a livello locale le storie di successo. «Il nostro scopo deve essere quello di sviluppare progetti con alto contenuto innovativo, sfruttando questi “dimostratori” per fare da stimolo al tessuto imprenditoriale locale». Uno stimolo anche a livello normativo, conclude il dirigente genovese, sottolineando il ruolo sempre più critico delle aree urbane: «Per la prima volta, la Commissione europea ha cominciato a stornare fondi un tempo concessi solo su scala regionale per assegnarli direttamente alle municipalità. Il dovere della PA è evidenziare ed eventualmente rimuovere i colli di bottiglia regolamentari che portano a situazioni di inadeguatezza, ma anche imporre uno svecchiamento interno, attraverso una formazione che stimoli i dipendenti pubblici a prendere coscienza delle tecnologie dell’innovazione».


L’IoT come fattore abilitante dei futuri modelli di urbanizzazione e piattaforma di servizio diretta alla crescita economica e alla qualità di vita di cittadini e visitatori – #dmSmartThings
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SICUREZZA, BENE PUBBLICO E TRASVERSALE

Sara Belli del Comune di Milano interviene a questo punto a proposito della questione normativa, osservando come uno dei temi più caldi e fondamentali della smart city, la possibilità di incrociare dati di diversa natura, anche in ordine al comportamento delle persone, diventa più complicato da affrontare alla luce di normative come il GDPR. Una prima risposta arriva da Sirio Magliocca, amministratore delegato di Motorola Solutions Italia, specializzata in sistemi di telecomunicazione mission critical. «Il successo dell’IoT, della interconnettività tra enti e sistemi tecnologici dipenderà da come saremo in grado di eliminare ogni tipo di barriera. Il problema non sta nei dati che posso raccogliere, ma nella necessità di gestirli correttamente e proteggerli». Per questo il concetto di public safety è così importante e trasversale, sottolinea Magliocca, precisando che Motorola Solutions investe sulla sicurezza e sull’integrazione, sul dialogo tra sistemi, edifici, forze di pronto intervento, con un occhio particolare alle capacità offerte dalla quinta generazione di comunicazioni mobili. «Stiamo parlano di una città che fa scattare il semaforo sul verde al passaggio dell’ambulanza, dove ospedali e forze dell’ordine possono scambiarsi informazioni in modo seamless. Per passare dalla teoria al pratica dobbiamo affrontare e risolvere i problemi di natura organizzativa, in modo da rendere tutto interconnesso e interoperabile sulla base di standard condivisi».

Sul fondamentale aspetto della protezione dei dati e della privacy interviene anche Enzo Maria Tieghi, membro del comitato tecnico scientifico di CLUSIT e navigato esperto della sicurezza delle infrastrutture degli impianti industriali. «La riservatezza che il GDPR ci chiama a rispettare non deve farci dimenticare che per i servizi della smart city la disponibilità e l’integrità dei dati sono altrettanto importanti e forse vengono prima, perché senza elettricità la città non può funzionare, senza elettricità non funzionano i computer che d’altra parte mi servono per garantire energia e sistemi di comunicazione in un rapporto di totale interdipendenza». Tieghi si sofferma anche sul tema dell’integrità, avvertendo come ogni punto reso smart, un semaforo, un lampione intelligente trasformato in hot-spot Wi-Fi, può diventare fonte di attacchi e perdita di controllo. Purtroppo, è questa – conclude l’esperto di CLUSIT – la pesante eredità dell’interconnessione, dove la presenza di più operatori può determinare conflitti regolamentari. «Il primo punto è far capire alle persone che esistono questi problemi di sicurezza, fare molto training ed evitare approcci a macchia di leopardo: no, alla sicurezza fatta di arcipelaghi».

NON SOLO METROPOLI

Uno degli operatori coinvolti nel complicato mosaico delle smart city è Engie, che al tavolo viene rappresentato da Hubert Dusausoy, sales development & innovation manager. Engie, brand nato in Francia dalla fusione di Gaz de France e Suez, offre servizi di trasformazione delle reti di distribuzione di gas ed energia e secondo Dusausoy in Italia si sta concentrando soprattutto sulle aree urbane di medie dimensioni, dove ci sono carenze di natura tecnica e procedurale. «In centri di 10mila abitanti, esistono fondi europei che potrebbero coprire a fondo perduto l’80% degli investimenti smart fino a 5 milioni, ma lo sanno pochi» – afferma il manager di Engie. «Fare in Italia quello che abbiamo realizzato a Nizza, trasformando la rete di illuminazione in un sistema decisionale per la mobilità e la sicurezza, implicherebbe uno sforzo di educazione sia sulle procedure sia sull’integrazione». In Italia – conclude Dusausoy – «spesso mancano i dati che alimentano le applicazioni rendendole più efficaci». Nella definizione di Engie, le navi di Grandi Navi Veloci si possono considerare città di media grandezza e Paolo Beatini, CIO della società di trasporti marittimi ragiona in modo molto simile ai suoi colleghi dei comuni di Genova e Milano. Da questo punto di vista, i sistemi di controllo e automazione a bordo delle navi, affidati a società come ABB e Rolls-Royce e ai data center di bordo, sono relativamente facili da affrontare («a parte i costi elevati della comunicazione satellitare» – riconosce Beatini). Il punto di discussione riguarda il momento in cui le navi GNV attraccano nei porti di riferimento delle rotte passeggeri e merci. «Per una serie di tematiche come l’ottimizzazione e il risparmio energetico, o la gestione delle merci, sono in atto progetti europei come Marebonus» – spiega Beatini. «Ma il vero problema è migliorare l’accessibilità alle aree portuali, specialmente nelle città storiche. Aree in cui si mescolano vacanzieri e mezzi di trasporto in una complessa promiscuità, che avrebbe molto bisogno di servizi avanzati. Per questo però dobbiamo migliorare l’integrazione tra strumenti che esistono già e le interfacce tra le varie autorità che insistono su un porto».


La smart city al centro della Data Economy e della Passenger Economy. La città non è un contenitore, ma diventa una piattaforma di servizi. IoT e 5G, legati a doppio filo – #dmSmartThings
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RETI PROTETTE PER LA SANITÀ

Un analogo livello di integrazione e dialogo è l’obiettivo di Lombardia Informatica. «Con 1.500 servizi e 700 applicazioni erogate, i 470 dipendenti di Lombardia Informatica contribuiscono tra l’altro a generare, attraverso le gare, un mercato di 170 milioni di euro all’anno, di ulteriori servizi IT» – afferma Giorgio Caielli, presidente della digital company di Regione Lombardia, che sottolinea l’ambizione dell’azienda di trasformarsi in un polo strategico per l’Agenzia per l’Italia Digitale, «aggregando tutte le iniziative afferenti alla Lombardia per conto delle amministrazioni che non hanno capacità gestionale, per imporre standard di riferimento e poter colloquiare, o anche per offrire, i servizi per conto di comuni molto piccoli». Caielli non dimentica però il ruolo di Lombardia Informatica nei confronti delle grandi città e dei servizi ospedalieri: tante attività che pongono l’azienda in una posizione unica anche come data repository. «Custodiamo dati su 10 milioni di abitanti che ricevono assistenza sanitaria da vent’anni. Si tratta di informazioni alle quali si aggiungono quelle riguardanti l’agricoltura, la protezione civile, le emergenze sanitarie». Su questi dati Lombardia Informatica sviluppa app per la prenotazione dei servizi. «Tra le aree di investimento identificate da IDC, mancano i servizi innovativi per la salute. Ricordiamoci che investire in innovazione rende più sostenibile anche la gestione delle persone che invecchiano». Caielli auspica lo sviluppo di una cultura della sicurezza by design «che ancora non c’è». E in controtendenza sostiene la necessità di «creare intranet chiuse e gestite per assicurare i servizi in comparti critici come gli ospedali». Anche utilizzando servizi in cloud, domanda Enzo Tieghi di CLUSIT? «Conta soprattutto come vengono definiti i confini del servizio» – risponde il presidente di Lombardia Informatica. «E contano gli aspetti della fisicità del dato, della connettività col data center, per evitare troppi passaggi e assicurare le condizioni di cifratura e sicurezza. Anzi, con la capacità computazionale e Big Data, le nostre competenza guadagnano valore nei mercati».

Il luogo che Fabio Degli Esposti, CIO di SEA – Aeroporti di Milano, è chiamato a immaginare si chiama già “aerotropoli”, una vera e propria smart city inserita in una smart city dai confini più estesi. «I miei obiettivi iniziali in SEA – esordisce il responsabile IT degli aeroporti milanesi – consisteva nel garantire ai passeggeri un percorso ottimale dal gate di accesso al gate di uscita. Oggi, parliamo di un sistema integrato che segue lo stesso passeggero nel percorso home-to-home». Due sono le aree di intervento per Degli Esposti. Una riguarda ancora il passenger engagement nella sua navigazione interna alla aerostazione, un tracciato supportato da applicazioni che in passato erano inconcepibili, ma che oggi riescono a essere anche una fonte di paradossi. «Sul telefonino posso disporre persino del mio titolo di viaggio, ma il personale al gate è ancora costretto a verificare la mia carta di identità» – osserva perplesso Degli Esposti. «L’altra area di intervento attinge all’enorme patrimonio di dati che riguardano una infrastruttura complessa e possono essere trasformati in efficientamento, automazione e risparmio».

E GLI SMART CITIZEN?

Come affrontare tutto questo, rispettando in ambito aeroportuale un vincolo di sicurezza che innovazioni come l’IoT rendono semmai più complessa da garantire? «Il paradigma da applicare – risponde Degli Esposti – riguarda il concetto degli ecosistemi: gestire l’interscambio tra ecosistemi con metodologie EDI. In questo senso, l’esperienza maturata con Expo Milano 2015 è stata fondamentale. Le modalità che ci consentono di interscambiare i dati tra passeggeri e stakeholder nelle varie realtà industriali sono il presupposto di processi come quelli messi in atto dalla nuova piattaforma NewGo del Gruppo FS. «In pratica – sintetizza alla fine Degli Esposti – se vuoi essere digitale fuori devi esserlo soprattutto dentro. Noi parliamo di smart city, ma dovremmo piuttosto parlare di smart citizen, e in questo senso la parola d’ordine è awareness. E l’intelligenza artificiale sta “invecchiando” con noi, siamo tutti più svegli ma non è detto che tutti siamo finalizzati all’uso delle tecnologie. Il mio problema è fare in modo che anche il passeggero a mobilità ridotta a causa dell’artrite possa interagire con lo smartphone e l’ambiente smart».


Parole chiave: sostenibilità e resilienza. Energia, Trasporti, Sanità sono i gangli vitali della trasformazione della città dove si registrano gli investimenti maggiori – #dmSmartThings
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La discussione ha fatto emergere – insieme all’esigenza dell’integrazione, della collaborazione e di una maggiore consapevolezza delle opportunità createsi con l’avvento di tecnologie come l’IoT e il 5G – la centralità del dato da aggregare e trasformare in informazioni, ottimizzazione e servizi come ha spiegato Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply. «In Data Reply siamo innovatori per DNA e a volte guardiamo avanti troppo velocemente e fatichiamo a vedere certi ostacoli» – riconosce Ardossi. «Ma al netto delle problematiche emerse, la smart city resta un generatore di dati e la mia natura è cercare di capire come utilizzarli». Ardossi afferma di essere rimasto affascinato da esempi come quello fornito da Riccardo Gini a proposito di alberi e tag RFID, ma come trovare le risorse finanziarie per sfruttare questi patrimoni informativi? «Mi vengono in mente applicazioni come i Pokemon Go, piattaforme ludiche attraverso cui scoprire luoghi poco conosciuti della città, o un tamagotchi che ti permette di far crescere il tuo albero». Ardossi conclude con un rimando alla forza dell’immaginazione e al presupposto fondamentale dei protocolli condivisi necessari per incentivare la creazione e il riuso dei dati. «Dobbiamo fare in modo che la città diventi un fattore abilitante di una miriade di azioni».


Le videointerviste ai protagonisti

IoT e Smart City: videointervista a Fabio Ardossi, Associate Partner di Data Reply


Videointervista a Fabio Ardossi, Data Reply
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IoT e Smart City: videointervista a Sirio Magliocca, AD di Motorola Solutions


videointervista a Sirio Magliocca, Motorola Solutions
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Gli investimenti per la mobilità aziendale sono in crescita e si stanno diffondendo app mobili per l’analisi dei dati sempre più complete ed evolute. Aumento della produttività, rapidità nelle decisioni, migliore comunicazione, trainano il mercato. Attenzione puntata alle soluzioni per garantire la sicurezza

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Il lavoro in mobilità è da anni una realtà diffusa: in molte organizzazioni, i team di lavoro accedono, ovviamente se autorizzati, ai vari sistemi aziendali da qualsiasi luogo, e in qualsiasi momento, svolgendo il proprio lavoro anche da casa o in viaggio, purché dotati di una connessione sicura attraverso una VPN. C’è chi arriva a considerare come ufficio il proprio notebook, o il tablet, se non addirittura lo smartphone. «Il ruolo della mobilità nelle imprese si è evoluto da una pratica IT di nicchia, quasi una specialità, a una attività informatica normale dell’utente finale, una funzione basilare di come la maggior parte dei dipendenti svolge il proprio lavoro» – spiega Daniela Rao, senior director research & consulting di IDC Italia. «La trasformazione digitale in molte imprese inizia spesso con iniziative di mobilità, in cui i lavoratori sono distanti dal luogo o dal contesto del “lavoro” come luogo, in contrapposizione al concetto di lavoro visto come attività o funzione. Allo stesso modo, le tecnologie di gestione e sicurezza sottostanti alla base delle implementazioni della mobilità aziendale si stanno anche spostando verso l’IT mainstream».

In molti casi, il team che gestisce la mobilità non è più un gruppo distinto all’interno dell’IT, ma è un gruppo più integrato. «Questa evoluzione – continua Daniela Rao – si riflette nello stato del mercato del software di gestione della mobilità aziendale, poiché i principali fornitori sono marchi affermati in diverse aree: nell’infrastruttura IT, nel system management e nelle applicazioni». Le aziende stanno pensando al futuro della gestione della tecnologia informatica per utenti finali e alla convergenza di piattaforme mobili e PC su più livelli. «Forme e dimensioni dei dispositivi sono convergenti» – fa notare Daniela Rao. «Gli smartphone stanno crescendo fino a raggiungere le dimensioni dei tablet, i tablet si stanno trasformando in strumenti full-computing, a loro volta PC e laptop si stanno evolvendo per assomigliare più a dispositivi mobili, con l’aumento delle parti rimovibili e la maggiore disponibilità dei modelli all-in-one. Mentre convergono gli ambienti di elaborazione degli utenti finali e di elaborazione dei computer, le aziende stanno anche implementando più tipi di dispositivi connessi che interagiranno con gli utenti finali in molti modi». Non solo. La tecnologia indossabile in azienda è molto promettente in una vasta gamma di settori, dall’accelerazione dei flussi di lavoro banali nella logistica al recupero dei dati dei pazienti a mani libere e alla chirurgia assistita da computer per i medici nelle sale operatorie connesse. «Anche i clienti nei negozi interagiscono con dispositivi e sistemi che riconoscono la posizione – spiega Daniela Rao – mentre le banali macchine aziendali dai registratori di cassa agli sportelli automatici ATM, persino le semplici clipboard si stanno trasformando digitalmente grazie a tecnologie connesse, tipo smartphone o tablet». E secondo Phil Hochmuth, direttore del programma Enterprise Mobility di IDC, la convergenza della gestione dell’ambiente di elaborazione degli utenti finali, combinata con il diluvio di dispositivi intelligenti e connessi, «determinerà una forte crescita nel mercato della gestione della mobilità aziendale nei prossimi cinque anni».


#Mobile #Analytics Convergenza dell’ambiente di elaborazione degli utenti finali. Aumento dei dispositivi intelligenti e connessi. Forte crescita nel mercato della gestione della mobilità aziendale – @phochmuth @IDCItaly
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GLI ANALYTICS IN MOBILITÀ

Gli investimenti per la mobilità aziendale sono in crescita e di conseguenza il numero di dispositivi mobili, applicazioni, reti e utenti sta aumentando rapidamente. Man mano che la mobilità si evolve fino a diventare la principale interfaccia di operatività nelle aziende di tutto il mondo, si diffondono anche app più evolute per l’analisi dei dati, personalizzate su misura per qualsiasi funzione o ruolo di business, che vanno oltre la semplice mobile BI: funzionalità di pianificazione, analisi, simulazione e performance management sono ormai davvero possibili anche in mobilità. Però, se gli investimenti nel mobile sono in crescita, dobbiamo registrare – secondo i dati IDC – che nel 2017 l’adozione di soluzioni di mobile analytics tra le imprese statunitensi non è rientrata tra le priorità di spesa per la mobile IT. A fare da freno, due fattori principali: la mancanza di casi di utilizzo diffusi e soprattutto la difficoltà di calcolare un ROI tangibile per questi investimenti. La mobile analytics è ancora nella fase di “early adoption”, più indietro rispetto ad altre applicazioni mobile aziendali. Eppure, i vantaggi nell’utilizzo degli analytics in mobilità sono molti. Il principale beneficio è la possibilità di accesso immediato alle analisi interattive, che in certi ambiti può fare la differenza. Infatti, le soluzioni mobili di analisi dei dati possono essere utilizzate per adeguare immediatamente le strategie una volta analizzati i dati in tempo reale, così da poter prendere al volo decisioni migliori, avendo a disposizione tutte le informazioni critiche. Inoltre, se le applicazioni mobile sono dotate anche di funzioni transazionali e di scrittura, per aggiornare direttamente i record dei sistemi ERP e dei database operativi, possono davvero aumentare l’efficienza, accelerare i processi produttivi e incrementare la produttività. La mobile analytics incoraggia anche una maggiore collaborazione tra le persone che condividono gli obiettivi comuni aziendali. In questo modo, le singole azioni di ognuno diventano parte integrante di quel processo di azione più grande che è rappresentato dal conseguimento di un obiettivo aziendale. Investire in soluzioni di mobile analytics significa anche avere in dotazione strumenti potenti, tecnologicamente all’avanguardia, con un vantaggio tangibile per tutto il business aziendale, ottimizzando i flussi di lavoro e snellendo le reti aziendali. Inoltre, con questi strumenti è facile condividere le informazioni, e pubblicare snapshot di report su qualsiasi piattaforma social.


Realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale sono sicuramente ambiti importanti dello sviluppo del binomio #analytics e #mobile – Francesco Rainini @SASitaly
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Realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale sono sicuramente ambiti importanti dello sviluppo del binomio analytics e mobile. «Sicuramente, tra i trend principali che stiamo vedendo sul mercato – spiega Francesco Rainini, innovation consultant di SAS – ci sono la realtà aumentata intelligente, ad esempio per le reti di manutenzione, con la possibilità di vedere oltre gli ostacoli fisici (sotto terra, tra i muri) con indicazione predittiva in tempo reale delle criticità; la pianificazione ottimizzata di un tragitto in funzione del contesto generale (scioperi, incidenti, interruzioni del servizio ferroviario, eventi); il supporto predittivo alle forze dell’ordine; la disposizione e lo spostamento in real-time dei servizi di sicurezza e staff durante eventi». Francesco Rainini, tra i vantaggi derivanti dall’implementazione di realtà virtuale, realtà aumentata e intelligenza artificiale, mette in evidenza «la velocità e la puntualità, l’efficienza operativa logistica, la riduzione dei costi, l’incremento dei livelli di servizio e l’incremento della customer satisfaction e della loyalty».

Parlando delle aree aziendali che possono avere i benefici maggiori, l’innovation consultant di SAS spiega che i vantaggi si riverberano su tutto l’ecosistema aziendale: la logistica, per «un efficientamento della catena logistica»; la manutenzione, per« la pianificazione predittiva di interventi sui macchinari»; la produzione, per «il risparmio dei costi e ottimizzazione della linea produttiva»; il marketing, per «la pianificazione di campagne e offerte personalizzate su ogni cliente; l’HR, per «l’incremento della sicurezza dei dipendenti». Ma c’è di più. I benefici non sono solo trasversali all’interno delle organizzazioni, ma sono anche cross-industry. Dal turismo alla pubblica amministrazione. Dal retail ai media. Dalla logistica alla manutenzione, passando per tutte le applicazioni di mobile marketing, fino ad arrivare al settore assicurativo – come ci spiega Francesco Rainini di SAS: «Octo Telematics ha più di 4,9 milioni di utenti connessi e il più grande database mondiale di dati telematici, con oltre 155 miliardi di miglia di dati di guida raccolti e 379mila incidenti analizzati. Grazie agli analytics, le compagnie assicurative possono intrattenere una relazione più proficua con i propri clienti. Possono premiare i comportamenti meno rischiosi e contenere i costi dei claim. Il cliente riceve vantaggi in termini di servizi, di assistenza e di riduzione delle tariffe». Le resistenze nell’adozione di queste soluzioni, secondo Rainini, derivano dalla reale fruibilità delle applicazioni. «Due sono i fattori determinanti. Il primo è il real-time: gli analytics devono erogare il loro beneficio in tempo reale, e l’utente deve poterli utilizzare nel momento esatto in cui ne ha necessità. Il secondo, la disponibilità: le applicazioni analitiche devono essere sempre disponibili così come il suo ecosistema».


#Mobile #Analytics Il riconoscimento automatico del danno automobilistico a seguito di sinistro, con conseguente stima in real-time dei costi di riparazione – Rocco Michele Lancellotti #DataReply
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DUE PROGETTI PORTATI A TERMINE

Ci sono diversi progetti interessanti, anche di una certa complessità, basati su soluzioni di analytics in mobilità. Ne abbiamo scelti due. Ci racconta il primo Rocco Michele Lancellotti, data scientist di Data Reply. Si tratta di un progetto in corso nell’ambito dell’intelligence mobile assicurativa. Stiamo parlando del riconoscimento automatico del danno automobilistico a seguito di sinistro, con conseguente stima in real-time dei costi di riparazione associati. «Lo scopo – spiega Lancellotti – è quello di semplificare e velocizzare la richiesta di risarcimento danni, riducendo lo stress a cui è sottoposto l’assicurato e aumentandone così la customer satisfaction. D’altro canto, l’azienda assicuratrice riesce, a sua volta, a smaltire i costi associati all’intervento diretto del perito e alla gestione prolungata del processo di rimborso. È l’assicurato in prima persona che, previo login sull’app fornita dall’agenzia assicuratrice, scatta una foto del danno con il proprio smartphone e si vede recapitare in tempo reale la stima del costo di riparazione. Grazie all’utilizzo di avanzati algoritmi di computer vision è possibile localizzare il danno presente sull’automobile con un buon grado di accuratezza, e con algoritmi più classici di machine learning si riesce a stimare l’entità del risarcimento che ne deriva. Le moderne librerie software open-source, come per esempio TensorFlow, sono già predisposte al funzionamento su smart ed embedded device tramite app dedicate (sia su sistemi Android che iOS), abilitandoci all’utilizzo anywhere dell’intelligenza artificiale».

Il secondo progetto è stato sviluppato da una azienda no-profit. Le aziende profit oriented non sono le sole a perseguire un controllo di gestione efficace. Anche per le organizzazioni non profit, sono sempre più importanti una pianificazione finanziaria rigorosa e orientata al futuro, e un elevato controllo dei processi operativi, soprattutto in un settore caratterizzato da molteplicità di collaboratori e micro-team che lavorano in mobilità. BOARD, la piattaforma leader internazionale che unifica pianificazione, analisi e simulazione in un singolo ambiente, è stata scelta da MTF Biologics (www.mtfbiologics.org), protagonista trentennale dei servizi non profit e dell’innovazione scientifica nell’ambito dei tessuti cellulari per trapianti allogenici, con sede in New Jersey. Come racconta a Data Manager Leeza Mathews, IT MIS manager di MTF Biologics, BOARD rispondeva esattamente alle necessità di avere uno «strumento di business intelligence affidabile, con modalità chiare ed efficaci di presentazione delle informazioni critiche e significative». Infatti, l’organizzazione utilizza BOARD, oltre che per la pianificazione finanziaria, anche per applicazioni di advanced analytics e per le attività di reportistica commerciale e operativa. «Grazie a BOARD – aggiunge Leeza Mathews – riusciamo a monitorare in modo efficace le performance dei nostri team dislocati e prendere decisioni chiave per la nostra mission».


#Mobile #Analytics #IoT Una buona applicazione si appoggia su una architettura in #cloud e produce #BigData usati per migliorare la #userExperience – Mirko Menecali #SinfoOne
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BIG DATA E SICUREZZA

La mobile analytics, per le dimensioni ridotte dei dispositivi utilizzati, richiede una chiara visualizzazione dei dati. Per poter analizzare e governare qualunque tipo di dati in mobilità, quindi, sono necessari strumenti che diano la giusta priorità anche all’estetica della visualizzazione, per rappresentare nel modo più semplice e comprensibile tutto quanto si desidera analizzare: flussi di dati tradizionali, flussi generati da sensori, RFID, dispositivi di controllo, anche i big data. Per Mirko Menecali, service line manager di Sinfo One, non si può più parlare di mobile escludendo cloud e big data. «Queste tecnologie sono diventate di uso comune e si amalgamano in applicazioni specifiche senza soluzione di continuità. Una buona applicazione mobile – afferma Menecali – si appoggia quasi sempre a una architettura in cloud e produce, grazie alla sensoristica dei dispositivi, big data in cloud usati per migliorare la user experience». Tale livello di integrazione è molto comune nelle applicazioni consumer: «Una banale applicazione di fitness gestisce informazioni tratte dal GPS e algoritmi in cloud ed è offerta all’utente per pochi euro» – fa notare Menecali. «Questa esperienza di navigazione, cui gli utenti sono ormai abituati, deve essere offerta anche dalle applicazioni business. Per esempio, da una mobile app per un agente di commercio ci si aspetta che capisca da sola quale cliente si sta visitando e proponga in automatico le informazioni cruciali necessarie all’incontro. Oppure, un manutentore di impianti può chiedere alla sua app di mostrare le prime dieci cause di fermo avute su quella linea specifica nell’ultimo trimestre». La cattiva notizia è che governare livelli di complessità tecnologica di questo tipo richiede un approccio strutturato e professionale ai progetti di analytics. «Ma la buona notizia – conclude Menecali di Sinfo One – è che oggi questo grado di integrazione si può ottenere grazie a soluzioni che sono implementabili senza ogni volta dover sviluppare complessi e costosi programmi custom».

La sicurezza dei dispositivi mobile è un argomento molto attuale, anche critico per certi versi, perché costringe l’IT a pensare non solo alle minacce ai sistemi aziendali relativi alle macchine presenti nel perimetro aziendale, ma anche a come risolvere il problema della protezione dei dati al di fuori dell’azienda. La necessità di visualizzare e analizzare dati, tabelle e grafici sui dispositivi portatili è una sfida per la diffusione delle soluzioni di mobile analytics in termini di sicurezza dei dati in tutti gli stadi del processo di analisi, in particolar modo nell’accesso ai dispositivi e durante la trasmissione bidirezionale dei dati. Un problema è legato ai dispositivi stessi, che possono essere di dotazione aziendale o scelti dai singoli, grazie alle politiche aziendali (BYOD), più o meno ufficiali, che permettono di portare i dispositivi personali sul posto di lavoro. In entrambi i casi, i device possono avere in dotazione app al di fuori del portafoglio consigliato dall’IT, magari anche non previste dalla policy aziendale. Sicuramente, i rischi vengono ridotti da misure quali l’autenticazione biometrica o la crittografia del dispositivo, da sistemi per filtrare le URL, da applicazioni Wrapping, che aggiungono livelli software per aumentare la sicurezza applicativa, senza apportare alcuna modifica alle applicazioni, da architetture server-side dove sono archiviati i dati, accessibili con infrastruttura Web tipo HTML5. Altre soluzioni utilizzate si basano sul controllo del flusso dei dati, tra un device mobile e l’altro e tra i device e le risorse aziendali di back end, o hanno un approccio di sicurezza multilivello, dove sono previsti controlli sia a livello applicativo, sia a livello di sistema operativo sia a livello di rete.

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IoT e Smart Industry. Fabbriche di dati https://www.datamanager.it/2018/02/iot-smart-industry-fabbriche-dati/ Tue, 13 Feb 2018 14:00:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=141017 L’Internet delle Cose offre all’industria manifatturiera la formidabile opportunità di colmare il gap storico tra tecnologie “operative” e “informatiche” sfruttando la nuova intelligenza di impianti e oggetti per trasformare i processi di produzione e creare un “cortocircuito” positivo tra idee innovative e mercato Ben oltre i consolidati campi applicativi della robotica industriale, la trasformazione digitale […]

L'articolo IoT e Smart Industry. Fabbriche di dati proviene da Data Manager Online.

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L’Internet delle Cose offre all’industria manifatturiera la formidabile opportunità di colmare il gap storico tra tecnologie “operative” e “informatiche” sfruttando la nuova intelligenza di impianti e oggetti per trasformare i processi di produzione e creare un “cortocircuito” positivo tra idee innovative e mercato

Ben oltre i consolidati campi applicativi della robotica industriale, la trasformazione digitale e i concetti di flessibilità e “predittività”, propri di un business ad alto contenuto informatico, sono definitivamente entrati nella “fabbrica” e in generale negli impianti di produzione fisici. Finora, molti ambienti di produzione hanno resistito a un massiccio ingresso di strumenti e pratiche IT ritenute oggi convenzionali. Il “controllo numerico” di macchine utensili di tipo elettromeccanico o pneumatico non è certo una novità, ma ha visto l’affermarsi di protocolli di comunicazione e interfacce utente proprietari, poco inclini a comunicare nativamente con l’IT esteso alla parte di amministrazione e governo complessivo dell’impresa, contribuendo a creare un divario tra “fabbrica” e “ufficio”. Oggi, l’Internet delle Cose può finalmente aiutarci a colmare questo gap.
Ma non si tratta solo di inserire le macchine, i robot e gli altri apparati in uno spazio di integrazione e governo basato su linguaggi e protocolli condivisi. Gli stessi singoli utensili, persino gli oggetti prodotti, possono ricevere una dose di intelligenza digitale che nel contesto visionario delle piattaforme per il product life-cycle management (PLM) di un prodotto industriale, della circolarità tra progettazione, produzione e marketing, dell’analisi storica e predittiva promossa da Big Data, sta appunto portando a una quarta rivoluzione industriale, che si misura non solo in termini di efficienza, qualità, produttività e riduzione dei costi ma anche sulla capacità di accorciare la filiera che va dall’ideazione al consumo dei prodotti industriali, innovando e trasformando tutti gli anelli di questa catena.


#dmSmartThings Machine learning, 3D, realtà virtuale e aumentata, robotica indossabile in cima alle priorità di investimento della smart factory. La scommessa resta la flessibilità
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DUE MONDI NON PIÙ SEPARATI

La tavola rotonda organizzata da Data Manager sull’IoT nella fabbrica intelligente e l’Industry 4.0 ha esplorato queste opportunità e gli ostacoli che ci separano dalla loro realizzazione. Il primo punto in discussione è ovviamente rappresentato dalle esperienze in materia di automazione e robotizzazione della fabbrica, nonché dell’adozione degli strumenti della trasformazione digitale in ambienti manifatturieri. Di grande interesse è anche la questione del governo di questi progetti, soprattutto in chiave di comunicazione tra mondi – Operations e IT – tradizionalmente separati. Quali figure vengono oggi chiamate a presidiare i percorsi verso l’Industry 4.0? Quali ruoli specialistici sono richiesti e in che modo si inseriscono nella governance complessiva dell’impresa? Quale grado di interdisciplinarietà è necessario adottare? La sicurezza – considerando che il digitale, proprio per la sua pervasività, estende inevitabilmente le superfici di “attacco” – è un tema che rimane costantemente sotto traccia intorno ai temi dibattuti dal panel. Infine, la portata di una sfida che dev’essere affrontata su più livelli, quello dei servizi e delle soluzioni ICT che affiancano le imprese manifatturiere nel lavoro di trasformazione; ma anche le leve, pertinenti alla sfera pubblica, della regolamentazione e incentivazione economica, della formazione e della selezione delle persone: non solo di quelle che sono le funzioni preposte alla trasformazione stessa, ma anche dei futuri operatori delle fabbriche robotizzate.

Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia apre i lavori con una breve serie di dati elaborati sulla scorta dell’Osservatorio IoT che la stessa IDC conduce su un campione di 800 imprese europee, interrogandole sull’impatto che le tecnologie della Internet delle Cose producono nelle rispettive organizzazioni. «Nella maggior parte dei casi le risposte indicano un impatto strategico» – spiega Daniela Rao. «L’IoT serve a ottimizzare i processi, aumenta la produttività, riduce i costi, impatta sulla qualità del prodotto». Tuttavia, sono ancora poche le imprese che hanno già superato una prima soglia di sperimentazione e sono attualmente in grado di portare certe soluzioni su scala industriale. «Dalle risposte ottenute dalle aziende italiane è però evidente – osserva Daniela Rao – che stiamo entrando in una fase nuova: cominciano a esserci soluzioni facilmente scalabili, più vicine alle esigenze delle imprese».


#dmSmartThings Entro il 2021, il 25% dell’industria manifatturiera globale applicherà tecnologie di machine learning su diversi livelli, dallo sviluppo digitale alla supply chain @IDCItaly
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LA NUOVA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Quali fattori guidano gli investimenti? «Dominano su tutte la volontà di migliorare produttività ed efficienza, ma anche di assicurare una migliore customer experience» – continua l’analista di IDC Italia. Soprattutto nel nostro Paese, a fare da driver sono l’incremento del numero di clienti e la riduzione dei costi di manutenzione, oltre all’interesse di cambiare le tradizionali modalità di lavoro. IDC si focalizza in modo più specifico sull’Industry 4.0, restringendo le sue analisi a circa 125 aziende manifatturiere. Interrogate sulle aree di maggiore priorità di investimento, le imprese evidenziano una maggiore propensione alla spesa in robotica avanzata (droni compresi), Big Data e IoT, a conferma di un contesto sempre più favorevole alla nuova rivoluzione industriale. La voce di spesa principale – la cybersecurity – è incollata al primo posto, ma subito dopo troviamo i tre pilastri della fabbrica digitale.

Daniela Rao conclude il suo intervento con tre previsioni formulate da IDC a partire da un grafico multifunzionale che comprende dieci aree identificate tra le più innovative per l’industria manifatturiera. «Entro il 2021, il 25 per cento dell’industria manifatturiera globale applicherà tecnologie di machine learning su diversi livelli, dallo sviluppo digitale alla supply chain, passando per la diversificazione dei prodotti e dei modelli di business innovativi». Addirittura, entro il 2010, circa venticinque aziende globali avranno raggiunto un livello “managed” della trasformazione «omni-experience», che – secondo Daniela Rao – significa in pratica essere in grado di raccogliere e reagire alle richieste del client in modo più efficace. «Per il restante 75 per cento, il rischio è di aumentare l’attrito nei confronti dei clienti e assistere a una graduale diminuzione della capacità di acquisto e della competitività». Terza e ultima anticipazione: «Entro il 2020, il 65 per cento dei produttori industriali faranno uso di tecniche di simulazione e digital twin, i modelli digitali “gemelli” dei prodotti fisici. In altre parole, si serviranno delle tecnologie della virtualizzazione e dell’automazione per intervenire digitalmente su asset e prodotti, ridurre i costi e migliorare l’erogazione dei servizi».


#dmSmartThings Entro il 2020, il 65% dei produttori industriali faranno uso di tecniche di simulazione e digital twin, per ridurre i costi e migliorare l’erogazione del servizi @IDCItaly
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GLI ARTISTI DELLA SCOCCA

Seduti intorno al tavolo nella sala, acusticamente isolata ma sospesa, del grande “showroom” di Geico Taikisha, i partecipanti vedono davanti a sé, attraverso l’enorme parete trasparente, un esempio non banale di ambiente di produzione già altamente automatizzato che rientra a pieno titolo nella nuova fase di trasformazione descritta da Daniela Rao. Coadiuvato da Juan Sebastian Ávila, stagista del team di digital transformation management, il senior executive director R&D di Geico Paolo Colombaroli spiega il contesto di mercato in cui agisce il Gruppo e le diverse strategie Industry 4.0 in atto. «Geico – racconta Colombaroli ai colleghi – è uno dei pochissimi fornitori globali di impianti di verniciatura delle scocche per automobili. Da più di cinquant’anni, siamo uno dei leader a livello mondiale nella realizzazione e progettazione di impianti automatizzati chiavi in mano. L’ingegnerizzazione avviene in sede, ma la realizzazione degli impianti ha evidentemente luogo nelle fabbriche dei nostri clienti, per conto dei quali curiamo anche le fasi di avviamento». Sei mesi fa, Geico ha organizzato un evento speciale “Smart Paintshop”, proprio per presentare il suo concetto di impianto di verniciatura 4.0, dalla sua progettazione completamente virtualizzata fino alle personalizzazioni che agevolano il cliente all’interno dei rispettivi impianti di produzione. «Le motivazioni sono quelle illustrate da IDC Italia – osserva Colombaroli – per i vantaggi in termini di costi e organizzazione. Su altri aspetti, facciamo parte del folto gruppo di aziende che imparano con l’esperienza, come nel caso del manuale digitale per manutentori, consultabile non attraverso il tradizionale casco VR, ma con i meno ingombranti occhialini». La precisa geolocalizzazione delle varie frazioni di un sistema che prevede diversi tipi di lavorazione sulla stessa scocca (che può essere immersa in un bagno di fissaggio o “cotta” in un forno che polimerizza la vernice) è un altro progetto mirato al miglioramento dei flussi di produzione. «I primi test danno risultati favorevoli: il difficile è calarli in una lavorazione particolarmente “aggressiva”, per le sostanze e le elevate temperature».

Attualmente, diversi momenti delle operazioni si svolgono manualmente, ma l’obiettivo è automatizzare ancora di più. «Stiamo per esempio sviluppando sistemi di visione robotica per identificare i difetti che possono compromettere la verniciatura. Abbassare la loro percentuale a monte può significare un enorme risparmio. E lavoriamo anche in ottica di raccolta dati – dalle pompe, i ventilatori, i bagni caldi e freddi – utilizzando, in casa dei clienti, sensori che richiedono però l’ulteriore complessità di specifici gateway». Ci sono diversi strati di informazione digitale che potrebbero in futuro impattare sulla qualità e i tempi del lavoro, fa capire il capo della ricerca di Geico. «Prima dell’ingegneria, sul progetto interviene un ufficio di avanprogetto che si occupa della valutazione. Questo ci consente di poter allestire, con poche persone, diversi progetti. Ma resta un gap da colmare: i dati che si perdono nel passaggio da una fase all’altra». Il percorso verso concept come lo Smart Paintshop – spiega Colombaroli – è organizzativo e si articola anche attraverso il team di lavoro che Geico ha dovuto mettere a punto. Il gruppo di avanprogetto utilizza un software di Configure Price Quote (CPQ) che lavora in cloud e può scambiare più informazioni con i sistemi PLM usati dall’ingegnerizzazione. Il piano Smart Paintshop è frutto di un anno e mezzo di lavoro svolto insieme a una società di consulenza interna al gruppo: da una matrice di attività da svolgere è stata ricavata una struttura per gruppi di lavoro coordinate da una nuova figura di organizzazione. Altre persone, riferisce Colombaroli, vengono delegate a partecipare a fiere e convegni, per fare scouting di nuove potenzialità di cui si studia la fattibilità. «La presenza di fornitori esterni è importante – conclude il responsabile R&D – ma è fondamentale sviluppare un know-how interno, anche per poter agire sul piano organizzativo». Juan Sebastian Ávila racconta per esempio di essere entrato nel team di Geico nel quadro di una collaborazione con il Politecnico di Milano, con cui Geico sta lavorando su un altro progetto 4.0 «Un impianto di trattamento dell’aria costituito da moduli indipendenti che si attivano e disattivano. Cerchiamo di fare in modo che questo impianto possa autoprogrammarsi, riducendo enormemente i costi di commissioning su sistemi che possono richiedere anche due anni tra progettazione e messa in funzione, spesso con notevoli spese di trasferta».


#dmSmartThings La digital transformation estende le superfici di attacco. Cresce la spesa per la sicurezza e la gestione del rischio. Ma accorre una visone industriale della security @Clusit
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ROBOT COLLABORATIVI

Un risvolto ancora tutto da scoprire riguarda – secondo Flavio Bernocchi, chief information & communication technology di Comau – l’ownership delle informazioni generate dalla fabbrica intelligente. Una questione tutt’altro che banale all’interno del complesso sistema di relazioni che lega il produttore di robot e macchine utensili ai suoi clienti. «Comau nasce nel mondo dell’automazione – spiega Bernocchi – e i nostri centri di lavoro robotizzati si sono via via arricchiti di sensoristica esterna, per catturare informazioni finalizzate a ottimizzare la produttività o, in ottica di manutenzione, per anticipare i comportamenti non lineari dei robot». Oggi, sempre in chiave di manutenzione predittiva, al centro delle attenzioni di Comau c’è la possibile integrazione di sensori embedded. «Ma qui, le difficoltà sono strettamente legate a chi è proprietario dei dati. L’idea è lavorare sempre più come erogatori di servizio ancor più che venditori di robot, ma il modello economico non c’è ancora» – aggiunge Bernocchi. Il futuro secondo Comau ha in serbo anche la “robotizzazione” degli operatori umani. Insieme con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l’azienda torinese sta lavorando su nuovi progetti di robotica indossabile, veri e propri esoscheletri che l’operatore può programmare e “indossare” per svolgere determinati compiti. «La vera scommessa della smart factory sarà la flessibilità» – afferma Bernocchi. «Il nostro focus è esclusivamente sull’automotive, settore già fortemente automatizzato. Il grande tema che abbiamo davanti è l’auto del futuro, che utilizzerà motori elettrici, materiali compositi, e sarà a guida autonoma. Un oggetto che verrà progettato in modo completamente diverso, in fabbriche dal layout produttivo ancora da disegnare. E anche i volumi in gioco saranno differenti». Una logica, conclude Bernocchi, che sta passando dai robot che intervengono sul singolo pezzo a un cloud di automazione. Ma chi governa questo passaggio? «Al momento, procediamo per gruppi di lavoro dedicati alla fabbrica, l’Operations, e l’IT. Chi lavora sui robot si concentra su quel determinato know-how, anche se a livello di commessa la gestione globale richiede più collaborazione tra Operations e IT. Tra le due non c’è ancora una piena fusione culturale, se non a livello di singole divisioni d’azienda».

Il fatto che l’ambiente di produzione riceva crescenti dosi di intelligenza e autonomia decisionale è scontato anche per chi, come Pegasystems, fornisce le piattaforme gestionali specifiche per i processi industriali. «Un cliente come John Deere – rivela Luigi Borgia, account executive di Pegasystems in Italia – introduce concetti di IoT attraverso sensori che misurano le performance dei trattori per ottimizzare i contratti di garanzia. A livello nazionale lavoriamo non più sulla predictive, bensì sulla prescriptive maintenance, e personalmente mi trovo ben rappresentato dalle analisi di IDC: il machine learning sarà davvero in cima alle priorità di investimento dell’industria manifatturiera globale, con sistemi di autoapprendimento che affiancano chi deve intervenire». Per prescriptive maintenance si intende, spiega Borgia, un percorso evolutivo che introduce insiemi di regole e metodi di business che servono a impedire l’insorgenza di un problema, facendo in modo che siano le stesse macchine a prendere l’iniziativa, per esempio, aggiornando il firmware di un sensore. «Mi piace sottolineare l’importanza dei gruppi di condivisione» – conclude Borgia. «Pegasystem fa parte dell’Industrial Internet Consortium (IIC) proprio per cercare di anticipare i temi dell’IoT in fabbrica e governare i cambiamenti».


#dmSmartThings L’IoT per colmare il gap tra fabbrica e ufficio. Progettazione, produzione e vendita. Una dose di intelligenza per innovare e trasformare tutti gli anelli della catena
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CATENE DI MONTAGGIO PREVEGGENTI

L’effetto della robotizzazione sulla produttività è marcato in aziende come Industrie Saleri Italo, leader nella progettazione, sviluppo e produzione di pompe acqua e sistemi di raffreddamento per l’industria automotive, che nell’arco di cinque anni ha quadruplicato i fatturati. «Oggi, la produzione si attesta sui sei milioni di pezzi all’anno, ma le commesse in corso ci autorizzano a stimare per i prossimi due o tre anni un aumento del 40 per cento del fatturato» – afferma Luca Rota Caremoli, CIO dell’azienda di Lumezzane in provincia di Brescia. «Cinque anni fa in Saleri non c’erano robot. Oggi, se ne contano 160, che tuttavia non hanno sostituito le persone. I dipendenti sono quattrocento» – sottolinea Caremoli. «Il doppio rispetto a quando non avevamo robot». Molti dei temi al centro del dibattito attuale erano presenti anche nella prima fase dell’automazione. «Si acquistavano i robot per venire incontro alla crescita della domanda, ma non erano sistemi progettati in ottica 4.0, nessuno parlava di analytics. Il lavoro grosso è spiegare alla parte di operational technology (OT), che il robot è parte integrante del business: molto più simile all’operatore umano di quanto un tecnico con 25 anni di esperienza di lavoro possa pensare». Il CIO di Saleri riscontra anche un problema di latenza: «Le pompe prodotte finiscono a bordo delle auto finite solo dopo molti mesi, ma i dati del funzionamento sul campo potrebbero servire molto in produzione. Penso anche agli sviluppi dell’auto driverless. Come Saleri, non so nulla dei piani industriali dei vari costruttori di automobili, ma disporre di certe informazioni mi aiuterebbe molto a gestire i miei picchi di produzione, le scorte. La produzione avviene in periodi di tempo ristretti, su linee che sono personalizzate per cliente».

Il messaggio è chiaro. L’Industry 4.0 genera tanti più vantaggi quanto più il sistema di produttori e terze parti è interconnesso. Ma come si affronta un problema di data governance così articolato? Per non parlare delle implicazioni sulla sicurezza. Su questi punti interviene Mauro Cicognini, membro del direttivo e del comitato tecnico scientifico di CLUSIT. Nato come professionista della programmazione – proprio nel controllo dei robot industriali – l’esperto di cybersecurity spiega che abbiamo costruito una società in cui «il dato ha un peso gigantesco, spesso più di quanto siamo disposti ad accettare. E si fa fatica a spiegare che i bit possono valere più di un pezzo industriale». Lavorando in particolare con le utility energetiche, il mondo della sicurezza informatica è ormai conscio dell’esposizione al rischio anche in ambienti industriali. «I cattivi non esitano a sferrare i loro attacchi, se questo serve per fare soldi e non si fermano davanti a questioni di sicurezza logica o fisica. Purtroppo, in questo contesto di avvicinamento tra IT e OT, il contagio si trasmette alla parte industriale. Se pensiamo alla velocità di trasferimento dei dati e alla velocità di esecuzione dei robot nella linea di produzione della fabbrica, i rischi sono altissimi, ma è difficile spiegarlo a chi ha utilizzato un tornio tutta la vita».


#dmSmartThings Lo sviluppo di ambienti #cloud blindati lato #sicurezza favorisce il passaggio a piattaforme integrate per gestire tutti gli aspetti dalla produzione automatizzata
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INCENTIVARE LA COMPETITIVITÀ

Con Paolo Fila, CIO delle industrie alimentari Giuseppe Citterio, la discussione sull’IoT in fabbrica viene inquadrata in un filone storico che risale agli anni 90, con la produzione integrata di fabbrica o computer integrated manufacturing (CIM). «Già allora – ricorda Fila – si cercava una integrazione tra fabbrica e ufficio. La possibilità di integrare la fabbrica con quello che c’è fuori dalla fabbrica richiede standard che ancora non esistono: il robot di Comau è diverso da un robot giapponese». Anche all’interno del sistema produttivo Citterio, ci sono precisi obiettivi di tracciabilità delle preparazioni e del loro confezionamento che pongono importanti problematiche di integrazione e sicurezza. Fila cita il caso di un impianto di affettatura, collegato con l’esterno per gli interventi di manutenzione da parte del produttore tedesco. Una serie di controlli permise di rilevare che da quell’affettatrice venivano regolarmente inviati file verso indirizzi IP in Malesia. «IoT in Citterio significa implementare il dialogo tra le linee di produzione, che sono decine, e il gestionale. Devo riconoscere che la legislazione recente in materia di Industry 4.0 ha dato una grossa mano, riducendo il peso degli investimenti. Sotto la responsabilità del dipartimento IT, ci sono due persone che seguono questi progetti, con tutti i limiti di una realtà che fa prodotti molto tradizionali. Il nostro obiettivo è attrezzare di sensori tutte le macchine per avere a disposizione tutte le informazioni che possono aiutarci a migliorare i processi». Tuttavia, pur riconoscendo l’efficacia delle misure governative, Paolo Fila fa notare una differenza “ideologica” tra le misure messe in atto in Italia e gli analoghi incentivi in vigore in Germania: «Da noi, si punta a un risparmio fiscale. In Germania, si punta a favorire la competitività».

Incentivi a parte, c’è un elemento di “democratizzazione” delle tecnologie sottolineato da Chiara Bogo, marketing director di Dassault Systèmes. La parola chiave è ancora una volta cloud computing. «La democratizzazione della quarta rivoluzione industriale vede convergere molte tecnologie e anche le piccole e medie industrie si trovano davanti al bivio degli investimenti in questa direzione» – spiega Chiara Bogo. «Il cloud favorisce i player più piccoli che possono accedere, in base alle necessità, alla 3D Experience Platform che Dassault sviluppa per gestire tutti gli aspetti dalla produzione automatizzata. Ma ormai anche le grandi imprese propendono per una soluzione in cloud perché questa modalità fa risparmiare anche sulle competenze di cui un’azienda può disporre». Per Chiara Bogo bisogna creare un ecosistema della conoscenza, puntando su «aziende, fornitori di software e scuole, per rendere possibile una rivoluzione sempre più interdisciplinare, dove sono necessarie comunicazione tra gli specialisti e modularità nelle soluzioni». Un fattore importante, quest’ultimo, per favorire nei progetti – e dunque negli investimenti – una gradualità che non può che favorire il cambiamento.

IT COME COORDINAMENTO E SINERGIA

Cambiamento atteso e dovuto, sembra dire Nicola Crotti, CIO di Bondioli & Pavesi Group, specialista del settore delle macchine agricole, per il quale realizza avanzati sistemi di trasmissione di potenza. «C’è ancora uno iato significativo tra chi oggi è all’avanguardia tecnologica come Geico e Comau e un’industria che nell’insieme fatica a introdurre innovazione» – afferma Crotti, responsabile IT di una azienda di 1.500 persone. Il problema della digital transformation per Bondioli & Pavesi si era posto da tempo, con una forte spinta proprio da parte dell’IT, che ha cercato di dare una governance unica, armonizzando diversi aspetti, inizialmente privi di un coordinamento centrale forte. «Da parte dei tecnici dell’Operations ci sono state diverse iniziative spontanee, non sempre condivise con il mondo dell’IT, con cui si è cercato di introdurre macchinari nuovi, con predisposizione all’IoT». All’IT aziendale, racconta Crotti, veniva chiesto di integrare, mettere a sistema, diversi tipi di informazione, per esempio, le misure sui flussi di olio di pressione. «Questi tentativi però erano realizzati in modo non coordinato e hanno creato diverse problematiche, soprattutto di sicurezza» – spiega Crotti.


#dmSmartThings La quarta rivoluzione industriale si misura non solo in termini di efficienza, qualità, produttività e cost saving ma anche di capacità di dialogo tra #Operations e #IT
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«Il contributo che il dipartimento IT ha cercato di dare è proprio quello di fare da ponte, di introdurre sinergia, con le priorità identificate da IDC: l’aumento di produttività, la riduzione dei costi. Il primo passo è costruire i gateway necessari ad armonizzare i linguaggi di un parco macchine di circa seicento unità, facendo confluire i dati, attraverso un “edge” periferico a un cruscotto analitico. Un altro aspetto riguarda l’integrazione tra questo edge e il sistema ERP aziendale, nonché la non facile comprensione di quali informazioni è possibile estrarre, e con quali finalità. Tra i primi obiettivi, potrebbe esserci la manutenzione predittiva, ma i dati si potrebbero anche raccogliere dai prodotti finiti, introducendo la IoT anche in ambito logistico. Ci sono tante proposte, ma ancora non ci sono risposte chiare da parte del business» – conclude Crotti. «Dal punto di vista delle competenze, l’azienda ha deciso di servirsi della consulenza di un docente universitario. Personalmente, sento molto il bisogno di entrare in contatto con le università e con altre realtà aziendali, c’è molto da fare in questo senso ed eventi come questo sono importanti».

In conclusione, Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply, sembra raccogliere quest’ultimo spunto, confermando che il system integrator torinese sta lavorando soprattutto su aspetti come l’integrazione e il “che cosa fare” con i dati raccolti. «Per chi come noi realizza piattaforme, una delle maggiori difficoltà della digitalizzazione degli ambienti fisici della fabbrica riguarda proprio la raccolta delle informazioni. Google non ha problemi nel farlo, sono i suoi utenti a generare le informazioni. Mettere una black box dentro un’automobile implica un lavoro di uno o due anni». Come risolvere il problema? «Ci sono situazioni in cui cerchiamo di semplificare il ciclo di vita dell’estrazione del dato, magari attraverso dispositivi di qualità più bassa, esterni, facili da implementare sulle linee di produzione» – spiega Ardossi. Questo approccio aiuta i clienti di Data Reply a partire più velocemente, per poi porsi successivamente il problema delle finalità delle informazioni ottenute dalla fabbrica digitale. «Dare una risposta non è facile perché le domande che ci poniamo oggi nascono da esperienze ventennali o trentennali. La trasformazione digitale è legata ai dati che raccolgo adesso, e alle decisioni che devo prendere per il futuro». Secondo Ardossi, un approccio utile può essere quello di affiancare il business con persone esterne che possano aiutare a leggere le informazioni. «In molti casi, è più utile un approccio bottom-up» – conclude Ardossi. «Inutile costituire squadre di data scientist, se i dati non sono disponibili. Partiamo dai dati, accumuliamo una serie storica, sviluppiamo un sistema di analytics. La ricetta pronta non c’è, ma è un modello di lavoro che può funzionare per tutti».


Le videointerviste ai protagonisti

Videointervista a Chiara Bogo, marketing director di Dassault Systèmes


Videointervista a Chiara Bogo, Dassault Systèmes
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Videointervista a Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply


Videointervista a Fabio Ardossi, Data Reply
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Videointervista a Luigi Borgia, account executive di Pegasystems


Videointervista a Luigi Borgia, Pegasystems
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Standard cercasi per l’Internet delle Case https://www.datamanager.it/2017/12/standard-cercasi-linternet-delle-case/ Tue, 19 Dec 2017 15:59:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137828 Non solo efficienza e risparmio energetico. Il valore di un edificio intelligente dipende dalla capacità di ottimizzare, integrare e comunicare. Condizione necessaria è una rete in perfetta forma. Rendere “smart” i luoghi fisici del lavoro è un fondamentale generatore di business, dati ad alto valore aggiunto e cultura della città digitale Le applicazioni della domotica […]

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Non solo efficienza e risparmio energetico. Il valore di un edificio intelligente dipende dalla capacità di ottimizzare, integrare e comunicare. Condizione necessaria è una rete in perfetta forma. Rendere “smart” i luoghi fisici del lavoro è un fondamentale generatore di business, dati ad alto valore aggiunto e cultura della città digitale

Le applicazioni della domotica e della gestione intelligente degli edifici, commerciali o residenziali che fossero, hanno costituito per lungo tempo un sottoinsieme alquanto chiuso del mercato delle soluzioni ICT. Un ambito in cui, a causa di tecnologie e approcci proprietari, non è stato inizialmente facile – per fornitori di dispositivi, sistemi e servizi – raggiungere sufficienti livelli di massa critica. La tavola rotonda di Data Manager vuole fare il punto sulle implementazioni già in essere, sui progetti in divenire e naturalmente sull’intero versante dell’offerta sia di apparati sia di servizi di progettazione, integrazione e mantenimento/gestione. Agli esperti seduti intorno al tavolo abbiamo chiesto di affrontare il tema delle finalità perseguite attraverso progetti di smart building, delle relazioni che intercorrono tra l’edificio intelligente e gli obiettivi di business o il supporto allo smart working. Ma si è cercato anche di esplorare l’aspetto della governance di questi progetti e, in prospettiva, dell’evoluzione da forme di automazione su scala locale all’intelligenza applicata al “campus” o alla città. Il dialogo ha offerto diversi spunti interessanti anche a proposito del mercato delle soluzioni e dei servizi.

Le grandi superfici dell’edutainment e della GDO, gli ospedali, gli istituti di ricerca, gli aeroporti e le stazioni rappresentano i gangli vitali della smart city e sono anche le superfici più “smartizzabili”. Qui si concentreranno gli investimenti del futuro. La discussione – ospitata per la prima volta nelle sale dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – può contare su un intervento d’apertura particolarmente prestigioso: quello del direttore Silvio Garattini, che ha voluto salutare i partecipanti attraverso un messaggio video. «La vostra discussione è importante perché connessa con il tema degli anziani e di tutti i problemi legati a una durata di vita che aumenta in modo non sincrono con la buona qualità della vita» – ha ricordato il ricercatore. Secondo Garattini, occorre introdurre elementi nuovi, e le tecnologie di automazione degli edifici possono concretamente giovare al paziente, indipendentemente dal suo stato di salute o dall’età. Dal direttore dell’Istituto di ricerca, la raccomandazione a manager, CIO, vendor e system integrator di non perdere di vista l’obiettivo di mettere al centro le persone e di non confondere strumenti e fini, mantenendo l’innovazione al servizio della ricerca e della cura dei cittadini sia quando sono utenti di servizi e prodotti – liberi di scegliere – sia quando sono pazienti – e quindi più vulnerabili. «Anche chi non ha particolari problemi, chiede di essere aiutato dalle tecniche, che in parte sono già disponibili» – ha concluso Garattini cedendo virtualmente la parola alla consueta introduzione analitica di IDC Italia, curata questa volta da Daniela Rao, senior research & consulting director.


#dmSmartThings in Italia, lo #smartbuilding vale +200 milioni € nel 2017 @IDCItaly
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L’ANIMA SOFTWARE DEGLI OGGETTI

La definizione di smart building e l’intero comparto IoT si sovrappongono – secondo Daniela Rao – ai familiari concetti dell’ICT e dell’elettronica di consumo, includendo tutto ciò che è caratterizzato da una componente meccanica resa smart da uno strato di software. Dalle analisi effettuate da IDC, in modo particolare nell’area asiatica – oggi, la più avanzata – emergono per l’IoT diverse aree applicative che hanno a che fare con la sostenibilità ambientale dentro e fuori l’edificio; la connettività “dal Wi-Fi al UWB”; la gestione dei consumi energetici; il grande tema della sicurezza fisica e logica unito a quello decisamente Big Data, che si sta sviluppando sulla base dei dati generati da sensori e apparati di controllo e da riutilizzare; e la vasta area del building management, dagli impianti infrastrutturali alla segnaletica, anch’essa sempre più digitale. «Aree che peseranno sulle spalle di chi gestisce i sistemi informativi – avverte Daniela Rao – perché rete e sistemi dovranno essere in perfetta forma per trarre pieno vantaggio da questa trasformazione». Questo implica tra l’altro un lavoro sulla ridefinizione del software di rete e dei data center, sulla parte applicativa e sull’intero contesto della smart city, soprattutto se l’automazione investe le abitazioni residenziali e gli spazi pubblici. Tre sono invece i principali driver dello sviluppo di questo segmento. L’analista di IDC Italia cita l’ottimizzazione di consumi e risorse, l’integrazione di dati esterni e interni e la semplificazione della comunicazione e del lavoro di squadra. «Molte delle soluzioni monitorate in Europa e USA partono proprio da quella che un tempo chiamavamo unified communication and collaboration (UC&C) e oggi appartiene alla trasformazione del workplace» – spiega Daniela Rao. Oltre le attuali frontiere dell’energy management, l’analista parla di «smart assets» – citando per esempio il Li-Fi, equivalente ottico del Wi-Fi, capace di far passare la connettività Light-fidelity sfruttando l’impianto di illuminazione; ma anche di smart glass per la sicurezza fisica, i sistemi di riconoscimento e tracciamento delle persone che abitano uno spazio (con tutto il loro impatto sulla privacy), di uno smart environment popolato di indicazioni basate sul digital signage. E gli scenari italiani? «Il settore dello smart building è ancora sostanzialmente in mano ai player del mondo ICT e si compone di una serie di oggetti che non sono tipicamente ICT, per esempio tutta la parte di ventilazione, gli ascensori, i sistemi antincendio, che in qualche modo verranno controllati dai sensori dell’IoT, entrando nella sfera del sistema informativo aziendale».

UN MERCATO DA 200 MILIONI DI EURO

Oggi, tutto questo genera in Italia un mercato per lo smart building che vale oltre i 200 milioni di euro, con qualche ingresso dal mondo dell’elettronica di consumo e della connected car, una nicchia che cresce in modo interessante fino a quasi 400 milioni di euro nel 2019. In conclusione, il mercato vede due dinamiche: la battaglia competitiva tra soggetti tipicamente IT, che vogliono affacciarsi sul fronte dell’analytics, della sicurezza e del controllo accessi, e un’analoga corsa, ma in direzione opposta, tra i protagonisti dei settori dell’impiantistica industriale e della elettronica di consumo interessati, che cercano di guadagnare uno sbocco verso l’IT. Secondo Daniela Rao di IDC Italia, alcuni di questi grandi soggetti restano in attesa perché costruire un business case di successo è complicato, l’integrazione tra oggetti molto diversi tra loro è onerosa e i budget di spesa, sempre molto ridotti, non facilitano certo la convergenza.


#dmSmartThings La condizione necessaria dello sviluppo è una #rete in perfetta forma
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L’automazione e l’integrazione delle informazioni hanno gioco più facile quando sono vitali per il funzionamento di una attività scientifica, come spiega Fabio Brighenti, responsabile energy & facilities management dell’Istituto Mario Negri, illustrando le peculiarità del complesso edificio che ospita la tavola rotonda di Data Manager. La nuova sede del centro farmacologico nella periferia nordovest di Milano, contiguo agli edifici del Politecnico sede Bovisa, ha circa dieci anni di vita e ha subito diverse trasformazioni, anche in funzione dei trend che inevitabilmente dominano nel campo della ricerca nel settore. Locali progettati per gestire materiali ad alto rischio come i radioisotopi – spiega Brighenti – diventano obsoleti quando quegli stessi materiali passano di moda nella sperimentazione. «L’edificio si struttura su quattro piani, ma il cuore è il seminterrato che ospita il reparto “animal care”, dove il mancato trattamento di una quantità di parametri vitali e ambientali rischia di compromettere l’attività dei ricercatori, mandando in fumo anni di lavoro». Altri ambienti dell’Istituto hanno a che fare con agenti virali che necessitano di un contenimento a livello di biosicurezza 3 e a questi si aggiungono una centrale di generazione di gas, tre fonti di alimentazione di rete, co-generatori di gas, gruppi elettrogeni. «Vengono in mente pochi esempi di controllo ambientale altrettanto preciso, attualmente basato su un sistema proprietario Siemens (piattaforma Desigo) che integra una architettura molto complessa per il controllo degli accessi e un’allarmistica che prevede funzioni avanzate come il monitoraggio per registrare eventuali malori di scienziati spesso costretti a trascorrere intere notti soli in laboratorio.

POTENZIALE SANITARIO

Lorenzo Marco Rossi, che al Mario Negri è responsabile della divisione di informatica per la ricerca e comunicazione, professionalmente è in costante dialogo con il suo omologo impegnato sul fronte smart building. Nel corso della tavola rotonda, Rossi sottolinea come l’IoT del suo Istituto sia «molto focalizzata e pur non rappresentando il core business risulta fondamentale per quest’ultimo. Un animale mal curato e in gabbia diventa depresso. E se questo animale viene utilizzato nella sperimentazione di un farmaco antidepressivo, i risultati possono essere falsati». Rossi afferma anche di ritenere prioritario l’aspetto, inserito nell’ordine del giorno della discussione, della relazione tra edifici smart e smart city. «Per i ricercatori del Mario Negri, il rapporto tra laboratorio interno e ambienti clinici esterni è molto importante. Sappiamo che l’IoT è un ingrediente indispensabile di questo gioco di sponda, ma qui sarebbe fondamentale il ruolo di partner che oggi sono sostanzialmente latenti. Tutto il rapporto tra scienza e IoT non è ancora sviluppato come dovrebbe». E il suo collega Brighenti conferma: «In ambito sanitario, mi risulta che le superfici cosiddette “smartizzabili” raggiungono i 140 milioni di metri quadri tra ospedali e case di cura. Gli uffici, al confronto, valgono meno della metà, 60 milioni di metri quadri».

Gli spazi fisici e digitali trattati negli interventi di Fabio Degli Esposti, CIO di SEA Aeroporti di Milano, e di Franco Stivali, responsabile innovazione di Ferrovie dello Stato Italiane sono ancora più prossimi al concetto di smart city. Oggi, aeroporti e stazioni rappresentano un modello, su scala geograficamente circoscritta, di una città dotata di una popolazione residente limitata, ma affollata di esercizi commerciali di vario genere e aperta a ingenti flussi di popolazione in transito, con tutte le esigenze infrastrutturali – illuminazione, condizionamento, trasporti, sorveglianza e sicurezza – che un agglomerato urbano può comportare. «L’intera tematica smart è uno dei nostri principali interessi» – afferma Degli Esposti. «L’aeroporto di Malpensa, anche se i passeggeri non lo percepiscono, è un insieme di 210 edifici e la questione energetica è secondaria rispetto alla sicurezza di quello che viene considerato uno dei punti più sensibili dell’intero territorio nazionale. Building automation per noi significa gestione di una infrastruttura complessa, e anche nel nostro caso è stata adottata la piattaforma Siemens Desigo. Uno dei progetti principali – rileva tuttavia il CIO di SEA Aeroporti di Milano – è in direzione del building information modelling». Disporre di una completa simulazione digitale di tutti gli «strati architettonici e tecnici» di un edificio o di un insieme di edifici – sottolinea Degli Esposti – è la chiave per una gestione e una manutenzione veramente digitale. A proposito di sicurezza e controllo degli accessi, rileva ancora il responsabile IT di Malpensa e Linate, escludendo i volumi di traffico molto aumentati, il cambiamento più significativo riguarda la dematerializzazione dell’intera esperienza di viaggio e la conseguente nascita di una componente “informatica” alle tradizionali problematiche del controllo dei passeggeri, del bagaglio e degli accessi fisici all’aerostazione e alle piste di decollo. «Per questo – dice Degli Esposti – guardiamo all’IoT con grande attenzione per poter riconoscere gli eventi anche in termini di predictive analysis e di facility management avanzato, con ogni singolo elemento mappato digitalmente». Una potente carica di innovazione che include gli aspetti dell’intelligenza artificiale. Chi decide e chi governa in uno spazio tanto complesso? «In sé, l’innovazione non è un dominio esclusivo dell’IT, ma un momento collegiale. A noi informatici, deve restare il controllo della coerenza complessiva delle scelte in materia di Industry 4.0, ma SEA Aeroporti cerca di estendere il più possibile il cambiamento oltre i confini dell’IT anche attraverso la collaborazione con l’università».


#dmSmartThings Sulle grandi superfici si concentreranno gli investimenti del futuro
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EDIFICI MODELLO

Il legame tra smart building e i modelli di building information modeling (BIM) è chiaramente uno dei leitmotiv della conversazione. Sull’argomento ruota anche l’intervento di Franco Stivali, responsabile dell’innovazione di Ferrovie dello Stato Italiane, che esordisce descrivendo il vastissimo patrimonio immobiliare gestito dal Gruppo FS, di cui fanno parte 57 officine e 208 impianti merci e circa 2.200 stazioni. «Questa enorme eredità è legata a un passato ferroviario che richiedeva spazi fisici molto vasti, che oggi si riducono anche per effetto dell’innovazione» – spiega Stivali. «Il primo obiettivo è dunque il riuso degli edifici e degli impianti non più funzionali alle attività ferroviarie, che vengono in parte restituiti alla collettività anche per iniziative di carattere sociale con Enti locali e Associazioni onlus. In parallelo, ciò che rimane deve essere reso più efficiente anche grazie alla tecnologia». Stivali ammette che questo imponente percorso di adeguamento, reso complesso per la scala di grandezza, la distribuzione geografica e vari tipi di vincoli (per esempio, molte stazioni sono sottoposte a vincoli storici e architettonici da parte delle Soprintendenze), non può essere gestito con la stessa rapidità con cui il Gruppo FS Italiane si sta muovendo nella digitalizzazione del core business. «Quello che vogliamo fare nelle stazioni è molto interessante» – spiega Stivali. «Anche FS Italiane utilizza BIM, strumento importantissimo per intervenire sui luoghi in cui, nel corso del tempo, si sono susseguite numerose modificazioni, con uno sforzo di modellazione dei principali edifici, tutti nel cuore delle città». Essere collocati negli snodi del trasporto e della mobilità collettiva urbana – aggiunge il responsabile innovazione di FS Italiane – significa essere infrastrutturati, disporre di tante informazioni, conoscere gli spostamenti di persone e merci, punto per punto. «La stazione ferroviaria è il luogo dove la smart city si rivela in tutte le sue potenzialità. Anche noi siamo un laboratorio in tal senso. In stazione, c’è tutto quello che la città comporta, dalla povertà alla ricchezza. C’è tutta la richiesta in termini di digitalizzazione». Dalla discussione cominciano a emergere diversi spunti inattesi, come il potenziale che un progetto di “smartificazione” di un edificio può comportare in ottica di passaggio ai modelli tipici della trasformazione digitale, a partire da Big Data. Per Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply che specificatamente si occupa di analytics – «l’informazione è il core business» – e c’è molto interesse per le articolazioni di questo tema anche per quanto concerne gli edifici intelligenti. «Si parla molto dei problemi, che indubbiamente ci sono» – afferma Ardossi. «Ma vedo anche tantissime opportunità». Davide Bigoni, project manager di Samsung Italia, è pronto a cogliere il rimando al comparto sanitario. Bigoni, che si occupa di progetti di automazione in ambito B2B e B2B2C, rappresenta un “volto” del marchio Samsung poco conosciuto a chi frequenta soprattutto il catalogo dei prodotti consumer. «Le aziende ci vedono piuttosto come facilitatori di progetti trasversali a tutte le aree commerciali di Samsung. Collaborando con diversi attori del settore, Samsung sta creando una molteplicità di soluzioni IoT rivolte all’intero spettro degli utilizzatori finali. Per esempio, stiamo cercando di entrare in ambito sanitario, in particolare seguendo l’aspetto della esternalizzazione del paziente, soprattutto l’anziano. Perché, ci siamo chiesti, non sfruttare il monitoraggio remoto degli elettrodomestici e del loro normale ciclo di impiego per capire, attraverso le anomalie, se c’è qualcosa che non va?».

INTEROPERABILITÀ END-TO-END

Tra le problematiche individuate da Fabio Ardossi di Data Reply, c’è soprattutto la difficoltà di far dialogare sistemi e protocolli non direttamente interoperabili, in un contesto dove si presume che la sorveglianza debba essere estesa a diversi ambienti dotati di funzionalità di domotica diverse. Ma come si superano ostacoli di questa natura? «Samsung adotta un approccio diverso» – spiega Bigoni. «Invece di partire dal singolo device e dal suo specifico protocollo, cerchiamo di mettere a disposizione degli sviluppatori un kit di sviluppo. Il dialogo a questo punto è reso possibile, per definizione, dallo sviluppatore o integratore che propone un servizio end-to-end». Come dire che anche per lo smart building gli standard emergeranno dagli sviluppatori che si adegueranno all’offerta di software di base, e come è di fatto accaduto nel mercato informatico con le applicazioni compatibili con i diversi sistemi operativi. L’esempio fatto da Bigoni di Samsung – di un ambiente domestico smart che genera, senza alcun intervento esterno, informazioni capaci di fornire un quadro immediato dello stato di salute di chi abita in quell’ambiente – sembra essere perfettamente in linea con le considerazioni elaborate, nel suo saluto inaugurale, da Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri. Alessandro Nobili, medico che nello stesso Istituto è responsabile del laboratorio che studia i problemi dell’invecchiamento, interviene affermando che uno dei temi più interessanti riguarda proprio l’utilizzo di dispositivi digitali e sensori come fonte di dati o di ausilio per la persona anziana o ammalata. «Allungare la vita senza incrementarne la qualità – afferma Nobili – è un pessimo servizio fatto all’intera società. Perché non mettere un dispositivo come la tv interattiva a disposizione di un medico o di un fisioterapista per effettuare interventi a distanza attraverso interfacce di comando di videogiochi come Nintendo Wii? O per raccogliere automaticamente dati da utilizzare negli studi clinici di nuovi farmaci?


#dmSmartThings Gli edifici si trasformeranno in scatole nere della nostra vita
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INTELLIGENZA NELL’ENERGIA

Con l’intervento di Alfio Fontana, energy manager di Carrefour Italia, il discorso rientra su binari più convenzionali, ma non privi di stimoli interessanti sul piano delle relazioni tra automazione e marketing. «Il bisogno di integrazione per il nostro Gruppo è molto forte» – spiega Fontana. Carrefour esercita una catena commerciale multisito con oltre mille punti vendita multiformato, in un settore, la GDO, particolarmente energivoro. Noi consumiamo 450 milioni di kWh all’anno per una spesa energetica pari a 50 milioni di euro, anche un piccolo margine di risparmio può essere molto significativo e aiuta il business». La centralizzazione delle informazioni sui consumi di tutta la filiera su un unico dashboard ha permesso di storicizzare i dati su cui vengono poi applicati meccanismi di machine learning per fare previsioni e prendere decisioni. «Per noi significa pianificare budget energetici più precisi, individuare i negozi da efficientare e intervenire in modo puntuale sulle anomalie». Una evoluzione possibile di queste soluzioni consiste, per esempio, nel dotare i singoli direttori dei punti vendita di app capaci di rendere accessibili informazioni che prima erano dominio esclusivo dell’energy manager, informazioni che servono a prendere decisioni a livello locale. «C’è poi – aggiunge Fontana – il mondo dell’attuazione. Possiamo rendere l’edificio smart per ottimizzare i consumi; per implementare un piano luci, rendendo più confortevole l’esperienza d’acquisto dei clienti attraverso percorsi guidati; per pilotare i sistemi di condizionamento attraverso sensori distribuiti nei negozi, e per rilevare parametri come la qualità dell’aria. Tutte “cose” che possono impattare molto sul business». A questo livello – conclude Fontana – un progetto di IoT può diventare molto complesso dal punto di vista della system integration. Carrefour utilizza sistemi di gestione della building automation di tre vendor diversi, dispositivi come i banchi frigo e i sensori ambientali non utilizzano gli stessi protocolli. Ma risolvendo questi problemi, Fontana prevede un futuro in cui i centri commerciali saranno il fulcro di nuove “energy community”.

UN LAVORO FUORI LUOGO

La prospettiva cambia nuovamente con Carlo Romagnoli, IT director di CRIF, lo specialista in sistemi di informazioni creditizie (SIC), business information, servizi di outsourcing e processing e soluzioni per il credito. Romagnoli mette in evidenza un punto finora non esplicitato: il problema dell’automazione delle facility è anche legato al costante cambiamento evolutivo delle strutture fisiche aziendali. «Che cosa vuol dire building? L’ufficio, il data center? Per me il problema è la dematerializzazione che investe gli stessi edifici in base al lavoro che muta profondamente, alle persone esterne che pur non “lavorando” in una struttura la utilizzano come facility temporanea per utilizzarne i servizi». Ma anche la natura di questi servizi si trasforma, osserva Romagnoli, nel caso di CRIF con uffici che diventano suite di sale per videoconferenza. «L’edificio deve essere abilitante nei confronti del lavoro che cambia» – afferma Romagnoli, che ritiene adeguati alle proprie esigenze gli attuali sistemi di gestione. «Non mi pare che soffrano davanti a certe evoluzioni e poi è naturale che i vari operatori facciano leva sull’effetto lock-in. L’ultima generazione di BMS adotta il protocollo IP, ma nessuno riesce a dialogare con sistemi di altre marche. Mi consolo sapendo che almeno posso utilizzare cablature di tipo standard». Anche Romagnoli concorda sul forte potenziale dell’IoT ai fini della gestione integrata e del valore delle informazioni in chiave big data, ma non nega la sua preoccupazione in materia di sicurezza delle future strutture – intelligenti quanto si vuole – ma aperte «come un colabrodo». Soprattutto alla luce di normative come la GDPR. Tra progettazione ex novo e adattamento di edifici storici, Filippo Costa, ICT corporate advisor di Costa Edutainment, società che gestisce l’Acquario di Genova, copre nel suo intervento l’intero spettro di esperienze. «Quando è nato l’Acquario era già il più avanzato in Europa» – osserva Costa. «Del resto, parliamo di consumi energetici molto particolari, compreso il gruppo di refrigerazione che mantiene intorno ai due gradi la temperatura della vasca dei pinguini. La buona partenza ha permesso nel tempo di prendere decisioni efficaci come un canale di approvvigionamento dell’acqua che sostituisce opzioni più costose (tipicamente, il trasporto con barche di acque raccolte lontano da Genova), ma necessita di un monitoraggio costante del sistema di pompaggio». L’intelligenza dell’edificio e le informazioni disponibili sui bus SKADA permettono forme di manutenzione preventiva e altri esempi di efficientamento.

DALLO SMART BUILDING ALLA SMART CITY

Per Costa, l’automazione di una struttura abbraccia ambiti legati al marketing e a una buona relazione con il sistema urbano complessivo. L’Acquario, per esempio, deve garantire accessibilità e parcheggi nonostante la posizione centralissima. «Offrire ai visitatori una buona connessione Wi-Fi che si traduce in un incremento dei messaggi social e maggiore visibilità. Un sistema di bigliettazione integrato con flussi informativi – come quelli relativi al meteo o al traffico – ci consente di costruire schemi di comportamento, che a loro volta ci aiutano a pianificare i flussi. Non solo. Se potessimo dialogare in modo smart con la città digitale, saremmo in grado anche di ridurre le congestioni e agevolare il parcheggio». Alla discussione, Filippo Costa rappresenta anche la società di consulenza che a Genova sta seguendo il progetto pubblico-privato di trasformazione della ex sede dell’azienda Sutter – una palazzina centrale che risale a inizio Novecento – in un innovation hub che ospiterà startup focalizzate sui temi dell’intelligenza artificiale. «Si tratta di un intervento di riqualificazione urbana – conclude Costa – per il quale abbiamo scelto sistemi già abilitati all’esposizione dei dati in cloud. L’edificio sarà connesso alle agende degli utenti, riconoscerà i presenti e potrà garantire illuminazione e condizionamento molto mirati. Un modo per dimostrare che l’interfacciamento con un sistema di machine learning serve sempre a pianificare, prevenire e ottimizzare». Il futuro ruolo dell’intelligenza artificiale applicata all’IoT nell’ambito di edifici e gruppi di edifici viene confermato anche da Fabio Ardossi di Data Reply. «Le aziende, che spesso non sanno nemmeno di possedere certe informazioni, dovrebbero puntare molto sull’acquisizione di dati fisici e di serie storiche. Oggi, miniaturizzazione dei sensori e deep learning si fanno anche sugli smartphone, figuriamoci se non possiamo metterli negli edifici. Spesso il problema sta nell’integrazione tra vecchio e nuovo, tra device che non parlano gli stessi linguaggi: se non riusciremo a costruire uno standard, il dialogo tra sistemi di uno stesso edificio e tra edifici della stessa smart city sarà difficile». Ma come ci ha insegnato l’internet dei computer, questo è il vero punto critico sulla strada della scalabilità evolutiva della Internet delle Cose.


#dmSmartThings #malta #fibra e #BigData L’impasto della #smartcity
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Le videointerviste ai protagonisti

Silvio Garattini su IoT e Smart Building: «Mettere al centro le persone»


Videointervista a Silvio Garattini, Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano
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Videointervista a Davide Bigoni, project manager di Samsung Italia


Videointervista a Davide Bigoni, Samsung Italia
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Videointervista a Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply


Videointervista a Fabio Ardossi, Data Reply
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Metti la potenza degli analytics nel motore del tuo business https://www.datamanager.it/2017/11/metti-la-potenza-degli-analytics-nel-motore-del-business/ Mon, 27 Nov 2017 11:23:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136252 IoT e industry 4.0. Piattaforme analytics disponibili sul cloud, soluzioni specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain e soluzioni avanzate di predictive analytics. Le aziende manifatturiere e retail che hanno adottato soluzioni analitiche hanno migliorato risultati operativi e performance di business. Tra le priorità di CIO e CMO, l’innovazione aziendale IT-based, l’automazione dei processi […]

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IoT e industry 4.0. Piattaforme analytics disponibili sul cloud, soluzioni specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain e soluzioni avanzate di predictive analytics. Le aziende manifatturiere e retail che hanno adottato soluzioni analitiche hanno migliorato risultati operativi e performance di business. Tra le priorità di CIO e CMO, l’innovazione aziendale IT-based, l’automazione dei processi e il rinnovamento delle infrastrutture

Catturare le informazioni è fondamentale, ma il vero valore non risiede nella semplice raccolta, ma nella capacità di interpretare i dati per generare un valore reale per il business, come ci spiega Valter Cavallino, competence center manager information management di System Evolution, azienda di Kirey Group.  La competenza di System Evolution sta proprio nella capacità di trasformare i dati sfruttando strumenti in grado di dare loro forma e valore. Gli analytics consentono di costruire modelli capaci di descrivere la realtà, cogliendo i flussi dei processi interni ed esterni, per ottenere una comprensione reale e dinamica di ciò che accade e poter guardare al futuro con una capacità previsionale prima impensabile. Per le aziende questo si traduce nell’opportunità di anticipare le esigenze interne ed esterne, ridurre i rischi, accelerare il time-to-market dei prodotti, garantire processi affidabili ed essere maggiormente conformi alle normative. «Noi per primi – continua Valter Cavallino – abbiamo adottato gli analytics in azienda per gestire lo stato dei progetti, pianificando il lavoro dei consulenti e monitorando i processi in corso, per ottimizzare l’allocazione delle risorse e prevedere quali skill inserire in azienda in modo da affrontare eventuali picchi di richieste e cogliere meglio nuove opportunità di business». Grazie all’integrazione nei sistemi gestionali, questi strumenti si stanno ritagliando un ruolo molto importante all’interno delle aziende. Infatti, poter utilizzare gli analytics per analisi in tempo reale sul lavoro che si compie quotidianamente nelle organizzazioni garantisce ai processi decisionali analisi più rapide e più corrette, e facilita la definizione delle modifiche necessarie ai processi aziendali e ai modelli di business.

IL PUNTO DI VISTA DI IDC

Conferma Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia: «L’impiego dei dati per la gestione dell’efficienza operativa sta diventando un tema centrale nello sviluppo dei sistemi informativi del settore manifatturiero, soprattutto in un momento in cui il comparto istituzionale pone con sempre maggiore insistenza, attraverso tanti bandi e misure di supporto agli investimenti, la necessità di sviluppare un piano strategico nazionale per l’Industry 4.0». Quando si guardano più nel dettaglio gli ambiti tecnologici di investimento – spiega Vercellino – si osserva come il tema dell’efficienza operativa indirizza «verso le piattaforme di analytics disponibili sul cloud (oltre la metà delle imprese nel sotto segmento), soluzioni di analytics specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain (circa il 40%) e soluzioni avanzate di predictive analytics (circa il 20%)». Un tale pattern di investimento è tipico soprattutto delle aziende manifatturiere che hanno già intrapreso negli ultimi anni un percorso di digitalizzazione che le ha portate a consolidare le piattaforme di data management e la sicurezza dei sistemi informativi. Da alcune ricerche condotte da IDC in Italia emerge con chiarezza che le imprese del manifatturiero focalizzate sull’ottimizzazione e l’efficientamento dei processi produttivi hanno priorità IT chiare per il 2017: «In primo luogo, la necessità di sostenere l’innovazione aziendale IT-based (36%), a riprova del fatto che il senso di urgenza rispetto la tematica è ormai ampiamente avvertito in uno strato sempre più vasto del tessuto aziendale; seguono il tema dell’automazione dei processi (32%) e del rinnovamento delle infrastrutture (23%), che delineano, almeno in parte, le direttive strategiche fondamentali che tante imprese stanno intraprendendo in questi giorni».


#Analytics Quali sono le priorità di #CIO e #CMO per migliorare l’efficienza operativa?
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VALORIZZARE I DATI FA BENE AL BUSINESS

Oggi, per restare competitivi, bisogna essere molto più veloci e flessibili rispetto al passato: l’analisi dei propri dati in tempo reale fa comprendere ancor prima le logiche e le dinamiche del proprio business, e facilita l’innovazione dei processi. I dati hanno un grande valore: se sono analizzati correttamente, le informazioni contenute possono portare realmente a incrementare profittabilità e competitività. Sembra un concetto ovvio – condivisibile da tutti – ma nella realtà, non è stato completamente assimilato. Infatti, non tutte le aziende analizzano veramente i propri dati per migliorare il proprio business, e questo è vero soprattutto nelle realtà più piccole che operano nel nostro Paese, anche se negli ultimi anni in questo settore di mercato si nota un aumento di interesse per queste tematiche. Questi strumenti non sono ancora tanto diffusi nonostante, secondo alcuni studi, le aziende che sanno valorizzare i propri dati fanno registrare margini lordi superiori rispetto a quelle che non lo fanno. Negli ultimi anni, pressate dalla crisi e dalle richieste dei clienti che chiedono una maggiore reattività nelle risposte, le aziende si sono dovute adeguare cambiando modelli operativi e di business, puntando in modo deciso su qualità, efficacia e tempestività. Grazie agli analytics, lo studio approfondito dei processi interni, delle relazioni con clienti e fornitori, della situazione finanziaria e dei magazzini, in molte realtà ha contribuito al taglio dei costi, al recupero dell’efficienza e a una migliore reattività rispetto alle richieste del mercato. Nelle realtà dove sono state compiute queste attività, gli analytics hanno permesso di passare indenni gli anni del non facile periodo economico.

Oggi – anche con una diversa e migliore congiuntura – il conto economico continua a beneficiarne. Questi strumenti stanno facilitando il miglioramento in tutta l’organizzazione. Per ottimizzare il sistema logistico in uscita, per esempio, si possono incrociare dati di consegna e di spedizione, informazioni sui veicoli e tragitti, dati presenti sull’ordine di acquisto, altri dati provenienti dai sensori presenti su pallet e container: i responsabili delle operations sono in grado di sapere esattamente non solo dove si trova una spedizione, ma anche le sue condizioni e le prestazioni del mezzo di trasporto. In più, possono fare analisi su profittabilità, percentuali di utilizzo, frequenze di spedizione e valutare quale dovrà essere la capacità per ogni linea, e con che frequenza. Analizzando i documenti (ordini d’acquisto e fatture ricevute da fornitori, ma anche ordini dei clienti, documenti di trasporto e fatture emesse) si possono trovare facilmente informazioni utili e indicazioni per migliorare efficienza operativa e margini. Analisi più approfondite su alcune informazioni di dettaglio contenute nei documenti – come orari di consegna, quantità e descrizione degli articoli consegnati, importi delle fatture, percorsi compiuti – evidenziano altre informazioni che danno nuove possibilità di migliorare l’efficienza. Un altro esempio è legato all’analisi delle stagionalità negli ordini: analizzare, quando sono disponibili, un adeguato numero di anni di dati storici, opportunamente pesati per evidenziare i trend, facilita la previsione dei volumi di domanda lungo l’anno, così che si possono adeguare produzione e livelli di scorte a quanto verrà richiesto. Questi sistemi sono anche usati per la valutazione dei fornitori, sia per l’analisi delle performance storiche, confrontate tra loro per avere una classifica per ogni tipologia di prodotto, sia per individuare in anticipo situazioni di potenziale anomalia o problema, così da porre in atto azioni correttive preventive. Altri esempi potrebbero essere fatti, perché tutti i processi aziendali, e le relazioni con il mondo esterno, possono essere rese più efficienti, in alcuni casi re-ingegnerizzati, grazie agli analytics.

UTILI PER INNOVARE

Le soluzioni analitiche innescano processi di innovazione volti al raggiungimento dell’eccellenza nelle prestazioni e all’acquisizione di vantaggio competitivo. A confermarlo è Stefania Donnabella, amministratore delegato di Cegeka. «Conoscere il cliente significa migliorare il servizio, aumentare l’efficienza, massimizzare le iniziative di cross selling e up selling, raffinare le azioni di vendita, contenere i costi. Anche il cliente trae benefici quando l’azienda conosce le sue abitudini, le sue preferenze. I benefici si traducono in soddisfazione, fiducia, valore concretamente percepibile. E dovremmo poi parlare di IoT e di quanti benefici e cambiamenti lo studio dei dati porta nei programmi di Industria 4.0» – spiega Stefania Donnabella. In tutti i casi, i benefici portati dallo sviluppo e dall’utilizzo di sistemi integrati con analytics sono evidenti anche per Francesco Stolfo, partner di ToolsGroup: «La nostra esperienza riguarda l’impatto degli analytics sullo studio della domanda in ogni settore. In particolare, mi riferisco all’impatto dei fattori esogeni (tempo meteorologico, andamenti macroeconomici…) ed endogeni (azioni promozionali dirette, advertising, nuovi prodotti…). Queste tecniche di analisi hanno effetti significativi a vari livelli. Prima di tutto, una migliore accuratezza delle previsioni (riduzione dell’errore di previsione). Gli analytics permettono di modellare più facilmente i fattori esogeni ed endogeni, e di conseguenza, la previsione è più accurata. Si ottiene anche una riduzione degli immobilizzi di capitale dovuti alla maggiore efficienza della pianificazione della supply chain. Poi, la riduzione delle voci di spesa dedicate alle attività di marketing grazie ad analisi più oggettive e mirate sugli effetti delle singole attività». Si tratta di un enorme contributo degli analytics nel rendere i processi di pianificazione e controllo sempre più automatizzati. «Con la raccolta dei numerosi dati correlati è possibile costruire modelli auto-adattativi capaci di governare, in automatico, complessi sistemi di produzione e di distribuzione: fino a poco tempo fa questo richiedeva numerosi addetti».


#Analytics Gestione della #supplychain e #predictiveanalytics, crescono gli investimenti
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LA RISPOSTA A TANTE DOMANDE

Gli analytics permettono di rispondere alle tante domande che, ogni giorno, vengono fatte in milioni di aziende sparse nel mondo. La raccolta delle informazioni che formano i cosiddetti big data ha lo scopo di dare delle risposte. Per essere pratici – suggerisce Maurizio Manera, retail sales manager di Gruppo Sintesi – proviamo ad analizzare le domande del mercato del retail, quello più interessato a questa tematica. «Per i marketer ci sono diversi quesiti che vale la pena porsi, in primo luogo quello di misurare l’efficacia delle promozioni e delle pubblicità. Mutuando concetti tipici dell’e-commerce nascono altre due domande importanti. Quali prodotti i miei clienti tendono a comprare assieme? Quali opportunità di cross-selling o di up-selling? Il prezzo di vendita è un altro fattore. Quale è il prezzo che massimizza il profitto? Quanto influisce lo sconto sulla decisione dei consumatori? Queste domande non sono certo nuove, dov’è allora che gli analytics generano così tanto interesse? Nella velocità di risposta, nel livello di dettaglio e soprattutto nella possibilità di combinazione di più fonti di dati spesso indipendenti tra loro». La velocità apre due prospettive: «La più immediata è quella di una maggiore efficienza operativa, la seconda è quella di poter usare le informazioni in corso d’opera (la modifica di una campagna marketing quando ancora in essere). La tecnologia offre la possibilità di raccogliere informazioni in tempo reale. Per esempio, la posizione e la movimentazione dei prodotti può essere tracciata usando dei tag RFID che permettono di ottimizzare i processi di supply chain, la possibilità di fare l’inventario in tempo reale, di inviare informazioni agli assistenti alla vendita fino al check-out automatico. Il valore dei dati aumenta esponenzialmente correlandoli con quelli provenienti da altre fonti. Informazioni sui prodotti possono essere coniugate con quelle sui loro acquirenti». Il passo successivo è incrociare questi dati con altri provenienti dall’online (sito, navigazione in app, etc.). In conclusione, sono almeno due i livelli su cui si può operare – mette in evidenza Manera: «Il primo è l’aggregato di dati per estrarre informazioni a beneficio del retailer e rispondere in forma puntuale alle domande che avevamo visto all’inizio. Il secondo è il livello individuale per fornire al cliente un’esperienza coerente sia con le sue aspettative di marca, sia con la sua propensione di acquisto». È ovvio che per compiere analisi rapide e accurate, occorrono una precisa e completa raccolta dati, che comprenda anche fasi di pulizia e normalizzazione, e strumenti adeguati.

«Senza dati sei solo un’altra persona con un’opinione» – diceva Edward Deming. Per Alfieri Voltan, presidente di Siav – oggi, abbiamo il problema inverso. «Abbiamo così tanti dati che non siamo in grado di usarli per farci un’opinione, anche se sappiamo che sono enormi miniere di informazioni». Pensiamo a un caso concreto: «Purchase to pay, order to cash, sales opportunity, case management sono processi spesso “trascurati” rispetto alle attività core dell’azienda, e tendono ad accumulare inefficienze difficili da individuare, tanto che spesso si ricorre all’intervento di consulenti esterni per venirne a capo. Non sarebbe comodo avere degli strumenti per “misurare” questi processi? Capire come sono veramente fatti, come distribuiscono i carichi di lavoro, se presentano colli di bottiglia? O se siano in grado di anticipare situazioni critiche? Le tecniche di process mining servono proprio a rispondere a queste domande, e funzionano analizzando con algoritmi evoluti le numerose “tracce digitali” lasciate dai sistemi informatici utilizzati in questi processi. Siav studia da molti anni queste tecnologie, e ha realizzato BIPOD, il sistema di process mining che consente di avere una “radiografia” in tempo reale di cosa succede in azienda». Per gestire l’abbondanza di dati servono gli strumenti adatti. Ma occorrono anche le giuste competenze: know how tecnico, e nozioni di statistica, sociologia, metriche matematiche. Competenze trasversali, che sempre più spesso sono fornite da un team di specialisti che lavorano insieme, o dai chief data officer (CDO), nuove figure professionali sempre più ricercate dal mercato del lavoro.

I SETTORI PIÙ ATTIVI

Secondo Valter Cavallino di System Evolution, il settore che ha raggiunto una maturità maggiore è il finance, nello specifico, banche e assicurazioni. «Ma l’applicazione degli analytics cresce anche in altri mercati. E in modo trasversale, nel marketing, queste applicazioni sono sempre più avanzate e mettono in relazione dati provenienti da fonti eterogenee che comprendono anche i social network». Per Stefania Donnabella di Cegeka, i settori in assoluto più sensibili all’adozione degli analytics sono quelli che godono di una relazione diretta con il cliente consumatore finale (B2C). «Tali settori beneficiano di queste soluzioni garantendosi una completa visibilità delle caratteristiche e delle preferenze del consumatore, dei propri prodotti, delle propensioni verso le offerte future guadagnando così una maggiore efficienza delle strategie di marketing e dei canali distributivi. La continua comparazione tra presente e passato e la capacità di ottenere dai dati disponibili modelli di comportamento futuri consentono la massima ottimizzazione dei processi decisionali». Questi strumenti sono in grado di migliorare l’efficienza operativa in tutte le aree aziendali, come spiega Andrea Maderna, general manager di BOARD Italia: «Sia che si gestisca un progetto altamente innovativo, dove gli esiti non sono determinabili a priori, sia che si prenda in carico un progetto orientato al processo, dove le procedure e gli step sono ben definiti, la redditività del progetto sarà tanto più alta, quanto più l’organizzazione sarà in grado di creare il team più efficace ed efficiente, trovando il giusto equilibrio tra competenze, disponibilità nel tempo e carichi di lavoro. In questa dinamica, la business analytics gioca un ruolo fondamentale, soprattutto se applicata sulla stessa base di dati su cui viene effettuata la pianificazione operativa: dal budget dettagliato e allocazione dei costi alla pianificazione delle risorse e dei progetti, fino alla gestione delle risorse umane, inclusi i piani di assunzione e di riqualificazione. BOARD, software leader internazionale per il decision-making, utilizzato internamente anche da KPMG in sei paesi europei, ha permesso ad aziende di primo piano a livello mondiale di ottimizzare le risorse impiegate nei progetti dell’impresa e di minimizzare i costi, grazie all’unificazione di business intelligence, performance management e predictive analytics».


#IoT #industry40 Metti la potenza degli #analytics nel motore del tuo #business
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DUE CASI DI SUCCESSO

Angelo Tenconi, analytics technology director di SAS, descrive un interessante progetto concluso con successo da Munksjö Group, una delle più grandi multinazionali della carta. «Munksjö Group ha scelto soluzioni di business intelligence nell’ambito del replacement dei propri sistemi ERP e dell’implementazione di un sistema unico di reporting condiviso a livello di gruppo. Munksjö Group ha avviato un piano di replacement per rinnovare i propri sistemi ERP e armonizzare il panorama informatico in tutti gli impianti di produzione e per l’implementazione di un sistema unico di reporting condiviso a livello di gruppo. Il rollout dei nuovi sistemi ERP avrà luogo a medio termine e l’implementazione di SAS Visual Analytics, anche per le unità non ancora incluse nel programma di sostituzione, rappresenta la possibilità per raggiungere il livello di armonizzazione già nel breve termine. Il primo passo è stato quello di fornire il supporto completo di BI alle unità in cui sono installati i sistemi di ERP, nella seconda fase, sono stati raccolti i dati da alcune aree selezionate del gruppo. L’aspetto più sfidante della prima fase è stato l’approccio al monitoraggio del processo di produzione della carta attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che presentava caratteristiche specifiche del settore come il risparmio di tempo, di costi e la redditività dei prodotti. La seconda fase ha l’obiettivo di armonizzare i dati provenienti da sistemi non omogenei».

Racconta un altro interessante progetto Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply: «Una grossa realtà operante nella GDO, con 60mila dipendenti, aveva la necessità di ridurre il tempo di giacenza dei prodotti. Questa esigenza ha portato alla scelta di implementare una piattaforma digitale data-driven per ottimizzare la gestione dello stock. Come integrare le informazioni dei singoli punti vendita con l’area logistica? E come integrare informazioni di magazzino, di riempimento scaffali e delle vendite? La soluzione è stata implementare una piattaforma che accentrasse i dati delle piattaforme coinvolte nel processo di approvvigionamento – dalla fase di sell-in alla fase di sell-out, comprendendo le aree di logistica e magazzino. Ai dati tradizionali di prodotto che comprendevano eventuali indicatori stagionali, sono stati correlati i dati di scontrinato e in particolare i dati della posizione del prodotto sullo scaffale. La sfida è stata quindi quella di trasformare “l’algoritmo previsionale umano”, basato principalmente sul know-how degli esperti di prodotto, in un sistema che apprendesse autonomamente la movimentazione dei prodotti giornalmente e ne suggerisse la migliore previsione di approvvigionamento. I principali obiettivi raggiunti sono stati tre: ridotto il numero di giorni di giacenza dei prodotti sullo scaffale, riduzione dei costi di gestione di stoccaggio in magazzino e migliore gestione degli spazi sullo scaffale».

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Advanced e predictive analytics. Più intelligence per il business https://www.datamanager.it/2017/03/advanced-predictive-analytics-piu-intelligence-business/ Thu, 09 Mar 2017 14:16:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120815 Evoluzione della business intelligence, i predictive analytics permettono di scoprire, nella mole di dati disponibili, trend futuri. Un mercato in forte sviluppo, in tutti i settori e con molti benefici. Miglioramento dell’efficienza, maggior conoscenza dei clienti, contenimento dei costi, supporto allo sviluppo dei nuovi prodotti Grazie allo sviluppo del digitale, con la crescente quantità di […]

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Evoluzione della business intelligence, i predictive analytics permettono di scoprire, nella mole di dati disponibili, trend futuri. Un mercato in forte sviluppo, in tutti i settori e con molti benefici. Miglioramento dell’efficienza, maggior conoscenza dei clienti, contenimento dei costi, supporto allo sviluppo dei nuovi prodotti

Grazie allo sviluppo del digitale, con la crescente quantità di dati a disposizione, gli analytics si sono ritagliati un ruolo fondamentale per supportare il business aziendale. I classici strumenti di business intelligence (BI) hanno facilitato la nascita della cultura di navigazione dei dati: questi tool, però, sono in grado di fornire una visione storica, che consente soltanto una valutazione a consuntivo di quanto accaduto nel passato, o quello che sta accadendo ora. Negli anni, l’evoluzione della tecnologia ha reso disponibili strumenti in grado di compiere analisi previsionali, per anticipare gli eventi e ottenere un vantaggio competitivo di business, estraendo, dalla mole di dati disponibili, informazioni e relazioni non note a priori.

In questo modo è possibile scoprire informazioni, trend o comportamenti che possono contribuire a migliorare l’esperienza dei clienti, prevedere gli andamenti del mercato e ottimizzare il business. Questi tool, che hanno capacità predittiva, sono definiti predictive analytics, e sono la naturale evoluzione dei sistemi di business intelligence: chi ha già adottato un sistema di BI è in grado di comprendere le potenzialità offerte dall’implementazione di tali tecniche, e può sfruttare la base dati già predisposta per la BI come base di partenza per elaborare modelli predittivi. Un’ulteriore evoluzione è rappresentata dai prescriptive analytics: i modelli predittivi ci dicono cosa è probabile che avvenga, mentre i modelli prescrittivi forniscono vere e proprie regole immediatamente utilizzabili per intraprendere azioni direttamente applicabili al business. Questi strumenti, ancora poco utilizzati, integrano modelli predittivi, regole localizzate e tecniche di scoring, e consentono ai decision maker di intraprendere azioni immediate, basate su previsioni probabilistiche e su regole chiare. Inoltre, sono in grado di spiegare le motivazioni di un certo evento, e analizzano i feedback dell’utilizzo delle regole, per tener conto delle azioni intraprese e dei loro effetti.


#Advanced e #PredictiveAnalytics Evoluzione della business intelligence
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«Le soluzioni di prescriptive analytics sono ancora in una fase di adozione molto embrionale sul mercato italiano» – spiega Andrea Alfieri, head of marketing di BOARD International. «Con l’esclusione di alcuni specifici settori, i predictive analytics non sono stati ancora introdotti come pilastro delle strategie di business intelligence e decision-making. Infatti, nella realtà di tutti i giorni, le enormi potenzialità dei predictive analytics – su cui si dovrebbero basare poi gli algoritmi dell’analisi prescrittiva – rimangono ancora abbastanza slegate dal contesto reale del business. La comprensione degli algoritmi statistici è di solito appannaggio di un ristretto gruppo di data scientist, ai quali però manca la visione completa delle reali criticità e opportunità del mercato. Il data scientist elabora modelli matematici di altissimo livello. Ma questi poi spesso non sono comprensibili o non riflettono le esigenze dei decision maker aziendali. Per questa ragione BOARD ha scelto una via totalmente diversa dalle soluzioni tradizionali, cercando di rendere direttamente fruibili dai business user i vantaggi dei predictive analytics, senza la necessità di avere una conoscenza statistica/matematica di alto livello».

Dove si usano i Predictive Analytics

Secondo Nicola Mazzariello, Project & Solutions, director di Par-tec, gli strumenti di predictive analytics possono essere utilizzati in qualsiasi settore economico, per risolvere molteplici problemi di business. «In generale, in tutti i casi in cui si voglia comprendere dei fenomeni per migliorare i processi e le strategie aziendali. Le applicazioni spaziano dall’ambito finanziario (rischio di credito, market abuse detection, antifrode…), alla customer retention, passando per l’ottimizzazione dei contact center e la previsione di successo nella riabilitazione sportiva». E come conferma Rocco Michele Lancellotti, consultant di Data Reply, soluzioni di predictive e prescriptive analytics «sono diffuse nei settori bank e insurance, retail, automotive, manufacturing, energy e utility».  Queste soluzioni, come chiarisce Alessandro Rezzani, CEO di Dataskills, sono applicabili a qualsiasi settore economico e – all’interno di ciascun settore – a una serie di attività molto ampie, per esempio, la churn analysis. Un’altra attività che trova un supporto molto importante nelle tecniche predittive e prescrittive è «la fraud detection che, nel settore finance, consiste nell’identificazione tempestiva di transazioni eseguite con carte di credito rubate, mentre per l’insurance ha l’obiettivo di identificare i sinistri fraudolenti. Passando al settore industriale e alle utility, esistono numerose applicazioni finalizzate alla manutenzione preventiva, cioè realizzata prima che accada un guasto o un evento imprevisto. Infine, nel settore del commercio, la previsione della domanda oppure la realizzazione di campagne di vendita mirate costituiscono altri impieghi delle tecniche predittive e prescrittive».

Insomma, le applicazioni sono molteplici. Aiutano a creare logiche enterprise nei processi decisionali aziendali e come spiega Maria Cristina Conti, senior analytics manager, Global Practice di SAS «permettono di risolvere problemi di marketing per conoscere meglio i clienti e il loro customer journey, o problemi legati ai processi produttivi (attraverso logiche di predictive maintenance), arricchendo le analisi su dati del mondo IoT. Portano all’individuazione di pattern nascosti, sfruttando dati provenienti da fonti diverse per prendere decisioni efficaci». Secondo Mauro Tuvo, principal consultant Information Management di System Evolution, nei settori Banking e Insurance, la maggior parte delle soluzioni basate su tecniche e strumenti di advanced analytics «è finalizzata alla gestione di tematiche di vendite e marketing (per esempio, la determinazione del next-product-to-buy) o di risk management in senso ampio». Si passa dalla gestione della retention (valutazione dell’attrition rate e riduzione dei rischi di churn) alla valutazione dei rischi operativi (analisi di scenari) e di credito (modelli di dynamic scoring a supporto di interventi di ristrutturazione proattiva dei crediti), fino al fraud management. «Allo stato attuale – continua Tuvo – vediamo un maggiore interesse verso strumenti di predictive analytics, mentre la diffusione di soluzioni prescriptive, per lo meno nel mercato italiano, ci sembra ancora limitata».

Lo scenario di mercato

I maggiori protagonisti dell’Enterprise Software sono già attivi da anni nel mercato dei predictive analytics, a conferma delle sue prospettive. Si trovano anche buoni software open source. Il mercato è molto dinamico: le recenti versioni dei tool sono basate su soluzioni cloud e sono integrate con sistemi di gestione Big Data. Secondo Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia, le soluzioni di advanced e predictive analytics sono parte di un più ampio mercato definito come Business Analytics Technology e Services. Nel complesso, secondo IDC per questo settore è prevista una crescita a un CAGR del 11% nel periodo 2015-2020, con 210,54 miliardi di dollari nel 2020. Il sottosegmento advanced e predictive analytics (“APA” secondo IDC) è in crescita all’interno di questo mercato, guidato dall’effetto “digitization of everything”, dall’incremento delle iniziative Big Data, dalla crescente domanda di capacità self service e dalla fede nella superiorità del processo decisionale data-driven. L’evoluzione del mercato di strumenti e servizi di APA sarà nel contesto della cosiddetta “shifting economics”, in cui le organizzazioni devono gestire informazioni e dati tra le attività a valore aggiunto. Nel mondo digitale, le informazioni e i dati sono disponibili in “abbondanza”.

Secondo IDC la raccolta di ulteriori dati non rappresenta un valore: più una risorsa digitale viene “usata” per migliorare l’esperienza, fornire insight, influenzare decisioni, e impostare direzioni, più preziosa diventa. Non tutti i clienti stanno attivamente utilizzando soluzioni di predictive analytics, ma questi strumenti sono in cima alle priorità per la maggior parte degli acquirenti: IDC prevede che l’adozione di queste soluzioni diventerà pervasiva nel prossimo futuro. La promessa che predictive analytics, tecnologie cognitive e intelligenza artificiale forniscano consigli e assistenza sia ai knowledge worker sia ai clienti sta alimentando gli investimenti in queste tecnologie, e in tutto quanto connesso: nei servizi, nelle infrastrutture, e nei dati stessi. In una recente Survey, IDC conferma che la tecnologia degli APA diventa più ampiamente usata a mano a mano che le aziende sono sempre più data-driven. L’indagine mostra che circa il 75% degli intervistati ha indicato che gli analisti e i data scientist sono impegnati in una buona collaborazione sia con le Linee di Business sia con l’IT, anche se alcune lacune esistono nella possibilità di sfruttare l’utilizzo delle analisi avanzate come un vero e proprio valore per il processo decisionale. L’ambiente competitivo nell’era digitale di oggi richiede accesso veloce e affidabile a una vasta gamma di applicazioni, servizi di business e fonti di dati distribuiti su diverse piattaforme: ambienti altamente virtualizzati e cloud privati, pubblici e ibridi. «Sempre più spesso – mette in evidenza Rizzotto – le funzionalità degli APA vengono applicate al system management, per supportare le capacità di analisi, individuare più rapidamente le cause dei disservizi e adottare misure proattive per prevenire problemi. Il focus sulla gestione dei sistemi e sulle applicazioni per ottimizzare l’esperienza di servizio per l’utente finale, in termini di prestazioni e di disponibilità, sarà una delle priorità principali per gli acquirenti».


#PredictiveAnalytics Cresce la domanda di self-service e processi #datadriven
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I benefici per le aziende                                                     

Ottenere, attraverso processi strutturati e data driven, informazioni fondamentali che permettono di prendere decisioni rilevanti per i processi di business è uno dei benefici che questi strumenti apportano al business, spiega Maria Cristina Conti di SAS. Ma non solo. «Significa conoscere meglio i clienti utilizzando informazioni “sempre up-to-date”. Inoltre la possibilità di analizzare nuovi dati, come dati destrutturati provenienti da diverse fonti, permette di arricchire i profili dei clienti e prendere decisioni su reali esigenze del mercato».  Per Mazzariello di Par-tec, si tratta in pratica di fornire ai decision-maker le risposte a domande come «i nostri dati contengono dei caratteri particolari identificabili come operazioni anomale, difformi, sospette, etc? Esistono particolari correlazioni tra i dati di business trattati sui sistemi? O ancora, le nostre decisioni strategiche sono supportate da previsioni e simulazioni affidabili»?  Più in dettaglio, come ci spiega Lancellotti di Data Reply, le aree vendite e marketing sono quelle che ne traggono beneficio «nelle attività di customer retention/churn, nella prescrizione di Next Best Actions, nella possibilità di generare up-selling e cross-selling al fine di ottimizzare i margini di guadagno». Le aree di produzione e operations, nell’ambito industriale e manifatturiero, «beneficiano delle attività di predictive e prescriptive maintenance nella definizione di piani di manutenzione mirati, capaci di contenere i costi di riparazione di macchinari e impianti». Mentre, nell’ambito energy, «si sono evidenziati benefici riguardo la previsione di utilizzo e generazione di energia degli impianti (per esempio, di energie rinnovabili)».

I benefici delle tecniche predittive/prescrittive sono tutti riconducibili a un vantaggio economico che scaturisce dal miglioramento dell’efficienza, dalla riduzione dei costi o dall’aumento dei ricavi. Pensiamo alla fraud detection, suggerisce Rezzani di Dataskills. «Essa consente, per esempio, alle assicurazioni di evitare costi derivanti da liquidazioni di sinistri, che in realtà non avrebbero diritto ad alcunché. La previsione dei churners dà la possibilità alle aziende di agire tramite azioni di retention sui clienti a rischio, prima ancora che maturino la decisione di andarsene». E alcune tecniche predittive possono fare di più: «Invece di agire sui singoli casi i sistemi rule-based – continua Rezzani – offrono come output non soltanto la prediction, ma anche un insieme di regole che spiegano il fenomeno. Le regole sono quindi impiegate per comprendere le cause che stanno alla radice del fenomeno, consentendo di agire su di esse in modo organico». Regole “actionable” e feedback continuo delle azioni poste in essere sono alla base della prescriptive analytics.  In generale queste soluzioni consentono di acquisire informazioni ad alto valore aggiunto a partire da grandi volumi di dati. «In un data lake – spiega Tuvo di System Evolution – si nascondono indizi, fenomeni, eventi ai quali, se opportunamente identificati e qualificati, si può reagire tempestivamente, gestendone proattivamente i rischi e le opportunità connessi. Tutto questo è possibile disponendo non solo di tecnologie, ma anche di competenze adeguate, in grado di tradurre i risultati dei modelli in valore per il business. In questo senso, la diffusione di soluzioni di advanced analytics va di pari passo con la crescente domanda di professionalità specifiche in grado di coniugare competenze di business, di modellazione e analisi statistica, di sistemi informativi: è la figura del data scientist. Altra condizione necessaria perché queste soluzioni rappresentino un reale valore per l’azienda è la presenza di un adeguato presidio di governo e qualità dei dati: senza una “carta di identità” dei dati è difficile, se non impossibile, riconoscerne ed estrarne il valore».

Le esperienze degli utenti                                                   

Diversi progetti interessanti sono stati sviluppati utilizzando gli strumenti di predictive analytics. «Tra i nostri progetti – racconta Rezzani di Dataskills – possiamo citare l’implementazione di una churn analysis con un modello basato sulle regole. L’esigenza del cliente era proprio quella di stabilire quali dinamiche governassero la scelta del churner di abbandonare l’azienda, perciò un algoritmo rule-based era l’opzione più corretta. Il risultato è stato molto interessante poiché ha sfatato alcuni miti, molto radicati in azienda, circa le cause di abbandono, che rischiavano di far proseguire il management nell’adozione di politiche di retention non adeguate alla reale situazione».


#PredictiveAnalytics Non solo strumenti ma anche competenze
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Maria Cristina Conti di SAS spiega che per poter mettere in atto queste soluzioni sono necessarie tre componenti: «Dati, competenza e conoscenze di business. I nostri clienti ci descrivono gli obiettivi che vogliono raggiungere, sfruttando queste soluzioni e collaboriamo insieme per raggiungerli. Un esempio è l’analisi in real-time dei dati di un’azienda manufacturing. L’esigenza era comprendere i pattern che individuavano l’efficienza del processo produttivo per ottimizzare la produzione e ridurre i tempi di latenza nella rilavorazione. L’utilizzo di queste soluzioni, sfruttando tecniche di machine learning, ha permesso di estrapolare le informazioni chiave della produzione. Analizzando i dati destrutturati, il cliente ha potuto migliorare anche le caratteristiche dei prodotti sulla base delle esigenze dei clienti finali». Per Mazzariello di Par-tec, la principale success story riguarda il Contact Center di Enel, una struttura che per gestire circa 130mila chiamate giornaliere necessita di una pianificazione puntuale della distribuzione del traffico sugli outsourcer coinvolti. «Basandoci su Addtobuild, la nostra soluzione di business intelligence cloud based, abbiamo realizzato uno strumento che da più di sei anni fornisce previsioni affidabili del traffico inbound basate sugli andamenti storici, sulle campagne di invio fatture, sui solleciti, sulle azioni di credito, sulle campagne pubblicitarie e su eventi non sistematici indicati dagli utilizzatori del sistema».

Dal canto suo, Lancellotti di Data Reply racconta un caso d’uso, in cui l’esigenza del cliente era di determinare il ROI ottenuto dagli investimenti in attività pubblicitarie svolte su canali digitali quali tv, radio, pubblicità online e su riviste. «Il ritorno è stato misurato in termini di visite su pagine web, numero di richieste preventivi, informazioni aggiuntive da parte del cliente, e vendite realizzate. Il progetto ha riguardato lo sviluppo di una what-if analysis a supporto all’area Sales e Marketing, con l’obiettivo raggiunto di indirizzare al meglio i futuri investimenti su ciascun canale considerato».

E per finire, Alfieri di BOARD International racconta l’esperienza di uno dei primi tre gruppi nel Fashion Retail a livello internazionale, che aveva implementato il modello BOARD Enterprise Analytics Modelling (BEAM) nel processo di forecasting, su piattaforma di decision-making BOARD, proprio per superare il divario tra complessità e potenzialità statistiche da un lato, ed esigenze di business dall’altro. «In questo caso abbiamo potuto affiancare al tradizionale modello di planning e forecasting, basato su medie mobili semplici, una modellazione avanzata in grado di eseguire forecast estremamente accurati, sulla base di valutazioni automatiche di ogni serie temporale, senza bisogno di sviluppare fisicamente, testare e selezionare i modelli analitici».

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Fabio Ardossi (Data Reply), il nuovo modo di vedere i dati https://www.datamanager.it/2016/07/fabio-ardossi-data-reply-modo-vedere-dati/ Tue, 19 Jul 2016 15:25:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105623 Come risolvere la dicotomia tra vecchia e nuova IT? I paradigmi innovativi della digital transformation impongono un cambio di mentalità e di approccio Rapidità di azione e agilità sono qualità più che essenziali nel periodo di trasformazione digitale che stiamo vivendo. E se si tratta di requisiti fondamentali per le aziende che vogliono essere all’avanguardia […]

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Come risolvere la dicotomia tra vecchia e nuova IT? I paradigmi innovativi della digital transformation impongono un cambio di mentalità e di approccio

Rapidità di azione e agilità sono qualità più che essenziali nel periodo di trasformazione digitale che stiamo vivendo. E se si tratta di requisiti fondamentali per le aziende che vogliono essere all’avanguardia del mercato, lo sono ancora di più per i vendor o i system integrator che realizzano le soluzioni per le aziende. Parte di un gruppo molto articolato, cioè Reply, società da 700 milioni di euro di fatturato e attiva negli ambiti consulenza, system integration e digital services, Data Reply è nata proprio quest’anno e rappresenta forse l’esempio migliore di come i fornitori si attrezzino rapidamente per soddisfare o anticipare le nuove tendenze di mercato, tra cui la digital transformation, che si fonda in maniera preponderante sul potere dei big data. È Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply, a spiegare la genesi della società: «La parte italiana di Data Reply è nata all’inizio del 2016, mentre l’anno scorso era stata la volta delle filiali di Regno Unito e Germania, con lo scopo dichiarato di affrontare al meglio il mondo dei dati, soprattutto di big data e analytics, con strutture autonome e focalizzate, unendo una parte di competenze relative a business intelligence e data warehouse, con una start up dedicata ai big data». Ne è nata una società con forti competenze tecnologiche e consulenziali che opera in maniera cross industry sui principali ambiti di attività come energy, banking, finance e molto altro.


Fabio Ardossi #DataReply Chi è il padrone dei dati?
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Accompagnare la digital transformation

«Quello che facciamo è in sostanza accompagnare i clienti nel nuovo modo di vedere i dati, che fino a poco tempo fa erano costituiti soprattutto da dati di tipo tradizionale, come fatture, ordini e altro, mentre oggi si sono arricchiti di immagini, documenti, video, e soprattutto dalle attività svolte sui canali digitali, quelli che le aziende usano sempre più per interagire coi clienti» – sottolinea Fabio Ardossi. Da questa nuova tipologia di dati discende l’importanza fondamentale di big data e analytics nella digital transformation, in quanto «servono sistemi in grado di gestire e interpretare grosse moli di dati, strutturando un sistema di big data per rielaborare i dati e applicare l’analytics per ottenere informazioni da tali dati» – prosegue Ardossi. Data Reply utilizza tecnologie open, prima di tutto Cloudera, che rappresenta la distribuzione più affermata di Hadoop, con cui è in atto una forte partnership ormai dal 2012.

L’ora di Hadoop

Hadoop, che come noto permette la gestione del dato non relazionale e non strutturato, è lo strumento più adatto per gestire le informazioni destrutturate tipiche del mondo big data, sia per i processi relativi all’acquisizione e alla storicizzazione dei dati, sia per estrarre valore di business dalla massa dei dati, scoprendo per esempio informazioni, pattern e configurazioni che possano aiutare l’azienda nel suo percorso di digital transformation. «Quando si parla di digital transformation ci si riferisce al far parlare i diversi canali in un’ottica complessiva: prima, i canali erano quelli tradizionali, come il centralino, il call center, oppure l’agenzia viaggi, per esempio nel caso di una compagnia aerea, mentre oggi ci sono molteplici canali di interazione, a partire dal sito web per arrivare a tutti gli ambiti social. La chiave di volta è mettere tutto in comune, in modo da arricchire l’esperienza del cliente, ma sempre tenendo presente il customer journey» – sottolinea Ardossi. La digital transformation riguarda anche la pubblica amministrazione, ma bisogna tener presente che non significa solo avere in digitale la documentazione che prima era cartacea: «Se la PA si limitasse a trasformare il fisico in digitale, si avrebbe solo un cambio di piattaforma, senza godere di quella proattività che è il vero valore aggiunto dato dagli analytics» – avverte Ardossi.

Le conoscenze “data driven”

La rivoluzione apportata dagli analytics è epocale. «Prima, il trattamento dei dati era filtrato dall’esperienza umana, mentre ora, grazie alle nuove possibilità offerte, per esempio da Hadoop, i dati possono raccontare molto di più di quello che una persona può capire o vedere, e in questo senso si può dire che la trasformazione digitale non deriva più solo dalle conoscenze umane ma dalla conoscenza dei dati, con piattaforme e sistemi di tipo data driven, cioè guidati dai dati» – spiega Ardossi. Questo comporta anche «un cambio di paradigmi oltre che di tecnologie, e se in Italia vi sono alcune aziende già avanti nella trasformazione, avendo iniziato il cambiamento due anni fa, ve ne sono altre che devono cambiare mentalità» – prosegue Ardossi, specificando però che «in questo nuovo mondo di tipo data driven, alcune aziende hanno ancora qualche difficoltà nell’afferrare tutte le potenzialità che si aprono, e in alcuni casi questo accade perché sono state scottate da precedenti esperienze, che risalgono – continua Ardossi – al primo periodo successivo alla nascita di Hadoop, quando ci fu una finestra temporale in cui si cercava di utilizzare la business intelligence insieme al data warehouse per effettuare analisi in real time oppure per tentare di far parlare tra loro i cosiddetti silos». Ma la business intelligence e il data warehouse non erano gli strumenti più adatti per queste esigenze di business, e così ci furono alcune delusioni. Oggi, invece, il data warehouse ha trovato nuova linfa in affiancamento con Hadoop, che permette di avere la direzione giusta su come usare i dati». La chiave del successo di Hadoop è duplice. «Oltre a lavorare bene sui dati in real time, in quanto non fa aspettare per avere risultati, lo fa anche a costi sostenibili», precisa Ardossi, spiegando come un altro dei motivi di delusione del passato, neanche troppo lontano, era nei costi non sostenibili nel tempo di certi data warehouse potenziati, che oltretutto non erano in grado di fornire i dati richiesti dal business.


Fabio Ardossi #DataReply ll nuovo modo di vedere i dati
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Risolvere la dicotomia tra vecchia e nuova IT

L’eterno conflitto tra “vecchia IT” e “nuova IT” è piuttosto sentito da un campione dell’innovazione come Data Reply: «L’IT corre veloce anche in Italia, e tra i nostri interlocutori ci sono molti “visionari”. Il problema è nelle resistenze da parte di altre persone interne all’azienda» – spiega Ardossi, notando anche che spesso si tratta di un aspetto comune a molte parti dell’Europa, «ma meno nel Regno Unito». Anzi, in Italia c’è spesso «la volontà di proteggere il proprio orticello», che si manifesta quando si cerca di rompere i silos e ci si accorge che nessuno è disposto a mollare il controllo: «Questa è la vecchia IT dura a morire, che noi cerchiamo di cambiare organizzando anche seminari ad hoc, trasmettendo il messaggio che bisogna cambiare mentalità e approccio» – sottolinea Ardossi. Per quanto possa sembrare contraddittorio, «spesso è il reparto IT che frena i cambiamenti, e allora si ricorre al compromesso di evidenziare che alcune nuove tecnologie, come per esempio Impala o Hive, non sono così “disruptive” e non avranno un grosso impatto sul reparto IT. Oggi, il CIO o il CTO hanno la “vision”, ma poi capita che alcune loro persone non si dimostrino favorevoli all’innovazione, forse spesso anche a causa della mancanza di abitudine al cambiamento in azienda» – conclude Fabio Ardossi.

L'articolo Fabio Ardossi (Data Reply), il nuovo modo di vedere i dati proviene da Data Manager Online.

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#SiamoForty: Confronto sull’oggi https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-confronto-sulloggi/ Tue, 19 Jul 2016 15:15:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106085 L’informatica che Data Manager ha cominciato a raccontare 40 anni fa doveva adeguarsi a processi aziendali, spesso pensati per un pubblico che ignorava l’esistenza del computer. Oggi, i processi del business digitale non possono prescindere da una tecnologia pervasiva e simmetrica Quarant’anni, quasi due generazioni umane. Il tempo necessario, per Data Manager e i suoi […]

L'articolo #SiamoForty: Confronto sull’oggi proviene da Data Manager Online.

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L’informatica che Data Manager ha cominciato a raccontare 40 anni fa doveva adeguarsi a processi aziendali, spesso pensati per un pubblico che ignorava l’esistenza del computer. Oggi, i processi del business digitale non possono prescindere da una tecnologia pervasiva e simmetrica

Quarant’anni, quasi due generazioni umane. Il tempo necessario, per Data Manager e i suoi lettori, per attraversare modi molto diversi di “fare” informatica nell’impresa. La rivista creata nel 1976 come supplemento di una pionieristica testata di economia e management, è venuta alla luce agli albori dell’era della microinformatica, seguendo da vicino tutta l’evoluzione dell’informatica distribuita o, come si diceva allora, client/server. Vent’anni dopo arrivò il momento di spiegare le opportunità offerte da Internet, il commercio elettronico, la prima crisi della Net economy, l’esplosione tecnologica della virtualizzazione, di una informatica non solo distribuita ma davvero pervasiva.

L’evento che Data Manager ha allestito per raccontare questi quarant’anni di innovazione insieme ai lettori, gli inserzionisti e ai responsabili delle aziende e delle loro infrastrutture tecnologiche, ha visto alternarsi diversi spazi di discussione delle principali tappe di questo straordinario percorso evolutivo tecnologico. Dopo una prima parte dedicata alla rivisitazione del passato più o meno recente, ecco il resoconto della tavola rotonda focalizzata sulla contemporaneità, sull’informatica che aziende, pubbliche amministrazioni e consumatori stanno vivendo in questa fase di grande trasformazione, di acquisizione e consolidamento dei principi di quella che i ricercatori di IDC, preziosi partner di #SiamoForty, hanno chiamato Terza Piattaforma. Un termine che indica chiaramente il distacco rispetto all’era dei mainframe e dell’informatica distribuita e della prima fase di Internet. Il passaggio a uno scenario complesso dominato da quattro fenomeni indissolubilmente intrecciati: cloud computing, mobilità, Big Data e interattività social.

È un’epoca, questa, in cui la trasformazione digitale del business è definitivamente entrata nel vivo. Gli invitati a questo tavolo sono stati chiamati a discutere del livello di avanzamento nell’adozione della Terza Piattaforma. Sta funzionando quel modello dell’ICT a doppia velocità proposto per consentire di immettere una sostanziosa “dose” di innovazione nelle infrastrutture e nei processi, assicurando al contempo una sufficiente continuità sulla parte infrastrutturale e di servizio più tradizionale? È possibile insomma scatenare cambiamenti profondi, “disruptive”, preservando nel day by day il funzionamento delle infrastrutture e i processi che vanno comunque adeguati a un business in piena evoluzione?


Fabio Rizzotto @IDCItaly In Europa i disrupter sono 1 azienda su 20
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LE PAROLE D’ORDINE DELLA NET ECONOMY

I nostri panelist hanno espresso il loro parere anche sul ruolo del CIO e dei responsabili delle infrastrutture e dei servizi IT all’interno delle rispettive organizzazioni. Quali nuove figure tra responsabili dell’innovazione, chief data officer, manager della sicurezza, direttori del marketing digitale, stanno affiancando i ruoli tradizionali? Come si sta passando da una informatica come “centro di costo” a una IT vista finalmente come un autentico motore di crescita e cambiamento di processo? La digital transformation riguarda anche il governo della stessa tecnologia e le sue relazioni con il management e le altre funzioni aziendali?

Il marketing dell’IT ha sempre amato gli acronimi e le formule sintetiche, non sempre riuscendo a evitare confusioni e qualche perplessità. Eppure, in un mercato così diversificato e iperspecializzato, una terminologia efficace aiuta a far chiarezza. E in questo senso il vocabolario della Terza Piattaforma e del digital business è davvero ricco. Big Data, digital e social marketing, e-payment, unified communication and collaboration, sono solo alcune delle parole d’ordine della Net economy vissuta sia dalle imprese di servizio, dove la connessione tra tecnologia e business è più diretta; sia in comparti come il manifatturiero, dove la sfida consiste nel costruire ponti sempre più stabili tra prodotti fisici e prodotti “digitali”. Tra i grandi fenomeni identificati come fattori di cambiamento, dalla business analytics di nuova generazione al cognitive computing, dal social business alla mobilità, dai nuovi sistemi di pagamento a blockchain, dalla connettività pervasiva della IoT alla customer experience, si è cercato di identificare le direzioni prioritarie nelle aziende dei nostri interlocutori.

Infine, uno spazio anche per la trasformazione della burocrazia. Le tecnologie per la smart city e l’e-government mettono in una luce diversa – e molto più concreta – la necessità di intervenire radicalmente sullo svecchiamento di procedure e servizi concepiti quando l’automazione era del tutto impensabile. Eppure, come è emerso anche nella prima tavola rotonda del nostro evento, continua a mancare, dalla politica centrale, la capacità di definire un percorso e di sorvegliarne l’esecuzione: in questo ambito l’innovazione continua a essere caratterizzata da progetti anche ambiziosi, che rimangono però isolati e non si traducono in una vera e propria catena di eventi. Quale sono secondo i nostri ospiti i contributi che amministrazioni locali e centrali, aziende private, associazioni di categoria e università possono dare alla definizione di una strategia efficace?


.@UniCredit_PR L’industria bancaria, candidata naturale alla trasformazione digitale
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UN CAMBIAMENTO CHE RIGUARDA TUTTI

Il primo a prendere la parola è Fabio Rizzotto, senior research & consulting director di IDC Italia, che esordisce riprendendo, dalla discussione che ha aperto la mattinata, concetti come il ritardo della digitalizzazione, l’importanza del capitale umano, l’evoluzione socio-demografica del Paese e dei suoi nuovi bisogni, insieme alla necessità di leadership, progettualità, di un nuovo rapporto tra pubblico e privato, la capacità di sfruttare le nostre eccellenze e di adeguare un quadro normativo ancora carente. «Tutti temi – avverte Rizzotto – che saranno parte integrante anche di questa tavola rotonda sul tema della trasformazione digitale, argomento che IDC ha tenuto sotto la lente negli ultimi diciotto, ventiquattro mesi». Non ci sono dubbi, per Rizzotto, che il cambiamento in direzione di una visione digitale dell’impresa è in pieno svolgimento, con una percentuale di oltre l’80% di aziende che nelle varie indagini IDC indica estese strategie di trasformazione, con il pieno coinvolgimento di CEO e altre figure apicali. Il problema, si chiede l’analista, è capire come stia avvenendo. Una prima riflessione riguarda la scala di un fenomeno che da urgente, dice Rizzotto, «sta assumendo precise grandezze espresse sotto il punto di vista di mercati che cambiano, scelte tecnologiche fatte, variabili legate anche a una elasticità che diventa sempre più percepibile e trascina all’interno di una nuova dimensione tutta una serie di figure-guida».

Quando si parla di figure-guida, annota Rizzotto, non si parla più di funzioni specifiche. «È sicuramente un lavoro di squadra, anche se molte aziende stanno nominando, accanto a quelle tradizionali del CIO, nuove figure e nuovi ruoli». Insieme, queste nuove figure e il management cui devono fare riferimento, contribuiscono a definire l’indispensabile vision di un’economia in cui anche le aziende legate a prodotti tangibili, materiali, hanno bisogno di proiettarsi in un mercato che deve saper coniugare questa dimensione fisica a una dimensione puramente immateriale. «Non è più una novità parlare di dati come asset rilevante, non più solo come leva per conoscere meglio l’azienda, ma come valore a sé stante: informazioni e architetture sottostanti che in realtà aiutano a traguardare nuovi modelli di business, per i quali è fondamentale lavorare in una ottica di totale interconnessione». Nella sua efficace slide riassuntiva, Rizzotto mostra il ritratto ideale di una impresa destinata a prosperare nella digital economy. È in sostanza un’azienda che sa definire una propria vision, sa affrontare come una cosa sola le esperienze fisiche e digitali del suo cliente, sa estrarre valore dalle informazioni in suo possesso, sfruttare l’interconnessione dei suoi sistemi con quelli di fornitori, partner e clienti per creare nuovi stream di fatturato e, last but not least, sfruttare le tecnologie esistenti per vincere la battaglia dei talenti, cavalcando il cambiamento anche sul fronte delle risorse umane. Le aziende che arrivano a interpretare al meglio questa strategia vengono definite “digital disruptor”, l’ultima di cinque categorie utilizzate nei censimenti di IDC. Un’altra slide di Rizzotto propone un confronto tra Stati Uniti ed Europa, da cui risulta ancora un leggero distacco del nostro continente. Sono più numerose in Europa le aziende ancora ferme alle prime due tappe del cammino della digitalizzazione, i “resistenti” e gli “esploratori”. Anche se con margini non incolmabili, gli Stati Uniti contano più imprese tra i “digital player”, i “transformer” e, appunto, i “disrupter”, che in Europa sono circa un’azienda su venti. Dentro le percentuali indicate, osserva Rizzotto «non ci sono dunque solo i disruptor. Anche in Italia ci sono tantissime nuove realtà, quelle nate dal 2000 in poi, che movimentano parte dell’economia digitale, ma anche i brand storici, che risalgono a decenni e anche addirittura a qualche secolo». Tutte queste aziende sono già immerse nel cambiamento. Il fattore importante è che il percorso indicato travalica i confini tra settori di industria e che ogni azienda, in ogni settore, può fare storia a sé. «La disruption – afferma Rizzotto – arriva da modelli completamente nuovi e diversi».


Paolo Crovetti @BremboBrakes La digitalizzazione come il Sacro Graal dei CIO
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EVANGELISTI E DISRUPTOR

Qual è il ruolo assunto dall’Information Technology in queste storie di conquista di nuovi modelli? Anche questo coinvolgimento è piuttosto diversificato. Secondo IDC si va da casi, maggioritari, in cui l’informatica aziendale è proattiva e ha già organizzato al proprio interno delle specifiche squadre di innovatori (35% delle imprese europee), o è comunque coinvolta in modo reattivo nella definizione delle strategie di business (32% delle aziende). In una minoranza di casi (meno del 20%) la tecnologia e i suoi responsabili sono molto coinvolti anche nel disegno strategico dei nuovi modelli. «L’IT – riconosce Rizzotto – sta facendo il suo mestiere, se lo misuriamo dal punto di vista della funzione, dell’organizzazione, dei ruoli».

D’altra parte, aggiunge l’analista IDC, non si può chiedere all’IT di guidare strettamente il business, ci sono naturalmente altre figure, ma l’informatica oggi svolge una funzione sempre più significativa. Ma il CIO può fare da solo, può vivere in prima persona un cambiamento così epocale? «Probabilmente no» – risponde Rizzotto. «Servono, e il mercato lo sta dimostrando, altre figure emergenti. Occorre in molti casi un responsabile della digitalizzazione, che vada in affiancamento al CIO inteso come ruolo comunque centrale e ben definito agendo, a seconda dei casi, come “evangelista” e promotore di approcci tecnologici innovativi, di una nuova cultura aziendale; come vero e proprio disruptor interno, con l’esplicito mandato – e spesso il budget – dell’introduzione di processi del tutto inediti; o infine, nelle fasi più mature della trasformazione, come un “general manager” dell’innovazione».

Una volta delineata una precisa vision e individuate le figure esecutive appropriate, che cosa avviene in realtà sul piano delle tecnologie, cioè delle architetture e dei sistemi? «La grande sfida è riuscire a coniugare le nuove architetture digitali in un’ottica di travaso, con un percorso di innovazione che parte dalla tradizione, con tutta la storia, la stratificazione tecnologica che caratterizza l’IT delle aziende». Secondo IDC, insomma, il grande tema della trasformazione digitale si misura su due grandi capacità: innovare, cioè fare cose completamente nuove, basate su modelli e logiche diverse rispetto al passato, affrontando però tutto questo in una logica di integrazione, con una serie di processi anche IT che non inducano a rinunciare alla gestione dell’esistente. Un esistente che in molte situazioni mantiene, evidentemente, una importanza fondamentale.

Fabio Rizzotto chiude la sua presentazione con un rimando alla qualità della trasformazione, alle molte circostanze in cui un progetto parte con la giusta motivazione ma subisce battute d’arresto, o semplicemente non riesce a centrare gli originari obiettivi di tempo e scala di implementazione. Mentre la concorrenza incombe e gli avversari possono superarti in ogni momento. C’è quindi un duplice tema di accelerazione iniziale e di velocità da sostenere nel tempo che non è mai facile da mettere in pratica. «In questo, vendor e partner tecnologici possono avere un ruolo importante, a vari livelli. I partner possono dare una grossa mano, anche nell’immaginare nuovi scenari» – conclude Rizzotto, gettando sul tavolo di discussione una questione finora rimasta un po’ sottotraccia. Il cambiamento di cui stiamo parlando può essere portato avanti in piena sicurezza? «In un mondo che sta diventando sempre più complesso e aperto all’innovazione, la macchina del cybercrime è sempre pronta a saltarci addosso. Un’altra grande sfida è quindi legata alla consapevolezza dei tanti fattori di rischio, che dobbiamo portare sui tavoli strategici e affrontare nella loro giusta dimensione».


Fabio Ardossi #DataReply Guidare le aziende attraverso il cambiamento
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TRASFORMARSI PER COMPETERE

La discussione del panel si apre con l’intervento di Massimo Milanta, group chief information officer & chief security officer di UniCredit. Sul settore bancario sono puntati gli occhi di tutti gli osservatori, non solo per la strategica importanza della tecnologia in ogni suo sottosegmento, ma anche per gli enormi cambiamenti indotti dall’evoluzione del quadro normativo, che ha rimosso i naturali recinti protettivi del business bancario (a partire dalla titolarità nella gestione del denaro come strumento di pagamento), accentuando gli effetti dell’enorme pressione competitiva esercitata da nuovi entranti e dalle giovani imprese del cosiddetto “fintech”. Quando IDC parla per esempio della necessità di innovare in una logica di integrazione con le infrastrutture esistenti, forse il primo esempio che viene in mente è quello della banca. L’industria bancaria, sottolinea lo stesso Milanta, è proprio la tipologia di azienda che tratta asset immateriali ed è una candidata naturale alla trasformazione digitale. «Come tutti, siamo investiti da questo vento di trasformazione, ma è un cambiamento che viene da lontano» – sottolinea Milanta, secondo il quale, più che di pressione competitiva in senso classico, è il modello stesso della banca che va ridisegnato. «In Italia e all’estero, abbiamo eccellenti competitor, ma la cosa è più profonda: dobbiamo trasformarci per essere in grado di competere nel modo completamente nuovo di fare banca». UniCredit non può però trasformarsi in una banca digitale dall’oggi al domani. «Siamo tenuti a seguire la digitalizzazione dei nostri mercati, che non è affatto immediata». UniCredit, riconosce Milanta, gestisce ormai grandi volumi di transazioni puramente digitali, ma molte operazioni commerciali avvengono ancora sulla rete fisica e i partner e i clienti mantengono comportamenti “tradizionali”, sebbene in forte trasformazione. E questo implica il dilemma della doppia gestione dell’ordinario e del nuovo, e il dovere di dosare i due aspetti. «UniCredit lo ha fatto dividendo chiaramente le responsabilità. Abbiamo investito molto sui giovani, qualcosa che – non è banale dirlo – fa davvero molta differenza. Abbiamo cercato di costruire una parte dell’azienda capace di operare meglio sotto i vincoli imposti a un settore così regolamentato. E una struttura di Research & Development più libera, dove i giovani talenti possono cimentarsi sulle nuove tecnologie godendo di un rapporto privilegiato verso il business, partendo da piccoli progetti da sviluppare successivamente». Con risultati spesso ben superiori alle aspettative di partenza. UniCredit, dice ancora Milanta, ha cercato quindi di mettere ordine nelle azioni da implementare, studiando a fondo i fenomeni dell’innovazione e della trasformazione digitale nel proprio settore. «Abbiamo operato principalmente su tre assi». A livello di canali e touchpoint, si osservano secondo Milanta dinamiche trasformative molto potenti. Le banche sono partite da siti web, che offrivano sostanzialmente uno strumento per il trading online ma che oggi stanno sempre più evolvendo verso il B2B, con il preciso obiettivo di aprirsi verso ecosistemi partecipativi, in cui la banca non è la sola protagonista, e verso la piccola e media impresa, con la necessità di aprire i propri sistemi informativi a catene decisamente più complesse rispetto al passato.


Giacomo Angeloni @ComunediBergamo SPID, PagoPA e AnagrafeEstesa cambiano la PA
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PROCESSO AI PROCESSI DEL PASSATO

Il secondo asse, quello del dato, è importante perché se nella banca multicanale la relazione allo sportello perde la sua centralità, viene a mancare anche un importante generatore di conoscenza diretta del cliente. Un motore che deve essere sostituito dalla business intelligence. Alla diversificazione e digitalizzazione dei touchpoint, deve infine corrispondere una graduale digitalizzazione dei processi, perché – come afferma Milanta – «alla multicanalità non si può far fronte con i livelli di servizio degli anni Novanta. La trasformazione impatta il nuovo, tutto quello che è più visibile all’esterno, ma anche tutto quello che avviene internamente, la macchina che deve erogare i servizi». La banca, anzi l’azienda digitale, non può più pensare di applicare processi concepiti per una lavorazione manuale, o tutt’al più accelerata e resa più efficiente dall’automazione. Inutile, conclude Milanta, implementare processi apparentemente digitali con tanti omini che continuano a lavorare nel back-office. «Ma questa è la parte più difficile, perché riguarda il consolidato della complessità di una organizzazione come la nostra».

Dopo un riassunto così efficace delle direzioni strategiche su cui devono essere orientate le strategie informatiche di una grande banca, sentiamo il parere di Paolo Crovetti, direttore ICT di Brembo, un leader del settore automotive, un grande fornitore di freni, un prodotto industriale, quanto mai materiale e tangibile, ma che sta acquisendo dosi massicce di intelligenza, che impatta anche sui processi produttivi e sui sistemi informativi. Come si fa a governare il cambiamento di un’infrastruttura in questo contesto? «Rifiutando ogni approccio ideologico e con tanto pragmatismo» – risponde Crovetti. Brembo è una realtà manifatturiera, le priorità non sono quelle di una realtà B2C, ma ha di fronte due spinte molto diverse, una la digitalizzazione della fabbrica, il cosiddetto Industry 4.0 con tutto il suo impatto sulle modalità di produzione e sulla forza lavoro in relazione con le macchine. Dall’altra parte c’è il problema di capire come supportare chi sta affrontando il passaggio da sistemi tipicamente idraulici, a sistemi meccatronici, pieni di sensori e di software. Le due velocità di Brembo, insomma, non riguardano solo l’informatica aziendale, ma i rapporti con un mercato che sta ancora utilizzando prodotti in forte evoluzione.


Gianluca Salvaneschi @orangebusiness L’evoluzione dell’IT e delle grandi reti TLC
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L’IT ENTRA IN FABBRICA

A proposito del suo lavoro di responsabile infrastrutturale, Crovetti dice di non amare il termine di “guardiano” dell’infrastruttura, che gli ricorda troppo il tenente Drogo del Deserto dei Tartari buzzatiano, il guardiano che a furia di sorvegliare perde di vista una battaglia che sta avvenendo altrove. «Al contrario di realtà forse più complesse della nostra –

dice Crovetti – credo però di non riuscire a definire posizioni altrettanto chiare. Insieme ai colleghi lavoriamo con la logica del cavaliere della tavola rotonda, il nostro “Sacro Graal” è la digitalizzazione, ma come nel mercato nessuno possiede ancora la formula giusta, siamo continuamente alla ricerca della giusta soluzione per evolverci, per trasformarci». Nell’IT non vale più la vecchia relazione tra cliente interno e fornitore di servizi. Al suo posto, molta interdisciplinarietà che porta a una maggiore collaborazione tra figure diverse. «Un collega, il direttore delle operations, con cui abbiamo un intenso lavoro sulla fabbrica, mi ha detto che se quel progetto ha avuto successo è perché l’IT ha capito la cultura della fabbrica e questa è entrata nel DNA dell’IT. Il valore oggi viene da questa collaborazione».

Aziende come Brembo tendono sempre più a lavorare in una ottica di co-design con i propri clienti e questo deve valere anche per i “clienti” dei servizi IT. L’aspetto affascinante di questa fase – conclude Crovetti –  è che «siamo noi a dover creare le giuste correlazioni, per farle diventare conoscenza e trasformare quest’ultima in know-how aziendale». Il mestiere del CIO si sviluppa all’interno di una squadra sempre più allargata, come del resto quello tra le aziende che necessitano di soluzioni tecnologiche e gli specialisti esterni che le aiutano a progettarle. L’esempio della tavola dei cavalieri proposto da Crovetti piace a Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply, che giudica le squadre interdisciplinari che si formano all’interno delle aziende più innovatrici come un ideale punto di ingresso per una realtà consulenziale come Data Reply emersa proprio da un insieme armonico e flessibile di expertise. Quando si parla di dati e informazioni come fattore di innovazione, sostiene Ardossi, sarebbe limitativo fermarsi all’idea di dato che colleghiamo normalmente all’informatica e ai suoi strumenti. «L’obiettivo di Data Reply è guidare le aziende attraverso un processo di cambiamento che passa sicuramente per le tecnologie, ma che passa anche per come il dato viene visto e utilizzato».

PER CAMBIARE, L’ETÀ NON CONTA

Nell’incontro di apertura della mattinata, prosegue Ardossi, qualcuno a proposito delle frammentazione, che caratterizza le informazioni della pubblica amministrazione, ha puntato il dito sul rischio di creare “orticelli” chiusi, dove i dati vengono gelosamente nascosti. Anche nelle aziende è uno degli ostacoli più grandi, sottolinea l’associate partner di Data Reply, e l’area in cui le aziende hanno bisogno di aiuto. Come viene recepito il messaggio verso una maggiore capacità di condivisione? «Le reazioni sono molto diverse» – spiega Ardossi. «Noi abbiamo la fortuna di operare su un mercato internazionale, sappiamo che l’azienda italiana non è necessariamente in ritardo rispetto ad altre. Inoltre, molto dipende dalla natura del mercato, ci sono settori più inclini al cambiamento. Quello che conta è che tutte le aziende sono in corsa, nessuna è ferma in posizioni attendiste. Qualcuno si è mosso per primo». C’è un messaggio importante che riguarda il capitale umano, un altro dei fondamentali ingredienti della ricetta della trasformazione. Spesso si dice che l’anzianità media dei propri dipendenti può essere un fattore di resistenza, ma Ardossi tranquillizza i “senior”. «No, non è vero, nelle realtà capaci di gestire la trasformazione, quando le persone sono abituate giorno per giorno, anno per anno, al cambiamento, non conta l’età ma la cultura dell’azienda». Ma visto che le resistenze ci sono, dove si deve agire? «Non ci sono ricette generiche, bisogna ogni volta calarsi nella realtà quotidiana. È il contesto di questa quotidianità a essere complesso. Da una parte una forte spinta al digitale, dall’altra una spinta opposta, che non vuole, o non può, abbandonare la fisicità. La resistenza nasce anche da questa tensione».

È possibile pensare a una piena digitalizzazione del mercato senza una relazione virtuosa tra il cittadino digitale e una pubblica amministrazione che sembra così immune al cambiamento? E soprattutto: la PA è davvero così immune alla trasformazione o i suoi numerosi casi di eccellenza devono indurre a un ragionevole ottimismo? La domanda è rivolta a Giacomo Angeloni, assessore all’Innovazione e Semplificazione del Comune di Bergamo. Un ospite ancora più gradito, considerata la contemporaneità tra l’evento per il quarantesimo di Data Manager e la manifestazione Forum PA. Un primo punto importante, sottolinea Angeloni, è che se l’innovazione delle imprese può permettersi di celebrare almeno quarant’anni di storie di successo, i primi tentativi di trasformare seriamente la burocrazia risalgono più o meno a vent’anni fa. Una partenza con l’handicap che però non impedisce all’assessore bergamasco di citare almeno tre esempi di trasformazioni recenti, a suo parere, molto efficaci. «Sono tre progetti degli ultimi due anni, che possono cambiare il metodo e la cifra della PA nei confronti di cittadini e imprese» – afferma Angeloni riferendosi alla piattaforma SPID per l’identità digitale; al nodo unico per i pagamenti, PagoPA; e infine al progetto di Anagrafe Estesa che dovrebbe decollare dopo l’estate.


Lorenzo Anzola #Mapei Innovazione e ricerca, essenziali per la crescita
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LA PA SI DÀ UNA MOSSA

Da sola, sottolinea Angeloni, l’identità digitale rappresenta una straordinaria occasione per federare, dal punto di vista del cittadino, l’accesso a una quantità di servizi che oggi richiedono una autenticazione separata. «Si pensi che solo per il Comune di Bergamo si contano dodici tipologie di accessi online». Anche per l’Anagrafe estesa, Angeloni ha un esempio riferito alla realtà da lui coordinata. «Abbiamo una sessantina di gestionali dei vari servizi e ciascuno di essi ha una propria anagrafica con inevitabili ridondanze, dati che non collimano. L’idea è di centralizzare tutte queste anagrafiche, di trasformarle in un servizio a cui ogni software attinge per avere anche solo i dati dei cittadini». L’idea che Inps, Province, Regioni abbiano lo stesso punto di riferimento per identificare una persona, non è per niente banale. Angeloni cita la grande abbondanza di dirigenti nei servizi informatici dei Comuni, ciascuno responsabile di software che resta isolato e non può fare sistema. «La pubblica amministrazione si è risvegliata e comincia a ottenere risultati. Bisogna essere capaci di cambiare, essere allenati al cambiamento. Forse, per questo a Bergamo è stato scelto un educatore professionale come me». E gli “allievi”, in Comune reagiscono con grande entusiasmo. Bergamo sta portando a termine un processo di digitalizzazione della modulistica che comprendeva 6.750 formulari diversi. «Un lavoro di traduzione importante per una burocrazia che deve passare dalla carta al software. In un anno, siamo passati da oltre seimila moduli a 28, tutti compilabili in html. Abbiamo digitalizzato i rapporti con il settore dell’edilizia, nessuno deve fare più code».

Il racconto di Angeloni si sofferma anche sull’annosa questione del digital divide infrastrutturale che penalizza la geografia italiana più periferica, così spesso tagliata fuori dalle connessioni a larga banda. A Bergamo è stata condotta una battaglia su due fronti, quello delle scuole (55 istituti di pertinenza comunali coperti da una combinazione di fibra e Wi-Fi) e quello del Wi-Fi pubblico, ampliato con l’installazione di 72 access point che hanno portato alla copertura del 3,4% del territorio comunale, in particolare tutto il centro città e la celebre Bergamo Alta. «Dall’inaugurazione nel maggio 2015, abbiamo avuto 94mila cittadini registrati» – osserva Angeloni, concludendo su un punto fondamentale: la pubblica amministrazione deve collaborare il più possibile con il privato e i suoi capitali, “orientandone” gli investimenti in project financing. Nel caso della copertura in fibra di Bergamo, rivela Angeloni, Telecom, Fastweb, Vodafone e A2A hanno investito complessivamente 22 milioni di euro.

TUTTI PRODUCONO DATI

Quello di Orange non è tra i nomi citati da Angeloni, ma alla tavola di Data Manager siede Gianluca Salvaneschi, head of Strategic Business Development & IoT Southern & Central Europe di Orange Business Services, pronto a illustrare il punto di vista di un system integrator globale delle telecomunicazioni sull’attuale evoluzione delle autostrade per il business digitale. Orange, spiega Salvaneschi, è coinvolta oggi in grandi progetti commissionati dalle imprese che hanno una presenza globale e dalle autorità che promuovono le trasformazioni dell’e-government e della smart city. «Siamo a nostra volta un’impresa sempre più digitale, che dà la possibilità di lavorare con qualsiasi dispositivo, in qualsiasi punto». Infrastrutture IT e grandi reti TLC, sottolinea Salvaneschi, subiscono una analoga spinta verso la piena separazione tra lo strato fisico dell’hardware e lo strato logico delle funzionalità. «Secondo le nostre previsioni, una metà del fatturato generato da Orange si sposterà verso la cosiddetta Software Defined Network. Ci stiamo preparando a un futuro in cui società come UniCredit e Brembo vedranno nuove figure preposte alla gestione delle infrastrutture». È già diventato possibile uno scenario in cui il cliente di un operatore come Orange potrà definire via web la propria rete di trasporto per dati e comunicazioni. E i dati, avverte Salvaneschi, ormai riguardano tutti. «I responsabili IT di un grande automaker mi parlavano tempo fa delle resistenze del management nei confronti dei progetti Big Data. «Noi produciamo auto, non dati» – ripetevano. «Peccato – commenta Salvaneschi – che un loro concorrente americano, General Motors, sta già montando a bordo delle sue vetture dispositivi in grado di raccogliere dati da rivendere sul futuro mercato del Big Data, essendo convinti che una parte delle marginalità del settore non verranno dal ferro delle auto, ma dalla capacità di queste ultime di agire da sensore mobile per una quantità di informazioni utili a comparti diversi dalle assicurazioni alle previsioni meteo».


Pietro Amorusi #dAmicoShip Sulle navi di oggi si fa Big Data
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INFORMATICA A CHILOMETRO ZERO

È in previsione di “shift” così radicali, che l’informatica aziendale deve agire a supporto di un business che dev’essere in grado di cambiare passo e direzione in tempi praticamente immediati. Questo è per esempio l’obiettivo del progetto di trasformazione portato avanti da Mapei, leader nel settore dei materiali per l’edilizia, che aveva la necessità di accorciare il più possibile il percorso tra i suoi impianti di produzione e acquirenti sparsi in tutto il mondo. «È il problema di tutte le aziende che come Mapei producono cemento, sabbia, additivi chimici» – racconta Lorenzo Anzola, corporate IT director del Gruppo. «Non possiamo produrre in Oriente e trasportare materiali così pesanti: dobbiamo far leva su siti produttivi dislocati dove c’è mercato». Ma questo significa disporre di sistemi informativi che possano governare centralmente, ovunque con la stessa cultura aziendale, una attività che solo in Italia, uno dei 60 paesi in cui è presente Mapei, prevede la quotidiana “uscita” di duecento autotreni per il trasporto dei prodotti da consegnare. I gestionali legacy, prosegue Anzola, erano ormai troppo appesantiti e frammentati. «Abbiamo colto l’opportunità di questa trasformazione come punto di inizio di un cambiamento culturale, rivedendo i nostri processi». Oggi, Mapei ha un unico database centralizzato che copre ogni tipo di prodotto venduto. Tutto il mondo commerciale Mapei può accedere a questo patrimonio governato dalla Ricerca & Sviluppo e dal marketing del quartier generale milanese. In questo viaggio tra le tematiche della Terza Piattaforma tecnologica, uno dei case study più interessanti è quello proposto da Pietro Amorusi, CIO di d’Amico Società di Navigazione. La sua missione, in apparenza, è molto ardua. Ma come è possibile trapiantare l’idea di un business super-reattivo, capace di rispondere praticamente in tempo reale alle condizioni del mercato, in un contesto come quello del trasporto marittimo su scala globale? «Il nostro business – risponde Amorusi – è già in parte real-time. D’Amico non è un trasportatore, il nostro mestiere è noleggiare le navi a chi trasporta via mare le merci. Il business che ci somiglia di più è il noleggio con conducente». Una Uber dei porta-container, insomma? «In un certo senso – sorride Amorusi – ma non siamo così economici e non portiamo container, ma solo carichi sfusi. Una differenza fondamentale perché significa avere un solo cliente per ogni viaggio. Chi trasporta i container fa Big Data solo con la lista di carico».

AL TIMONE DELL’INNOVAZIONE

È un mondo molto tradizionale quello che si affaccia sul mare e lo testimonia Amorusi con un aneddoto: dodici anni fa, la sua prima decisione di CIO fresco di nomina è stata di spegnere definitivamente un antiquato e ormai inutile telex. «Ci troviamo ancora in una dicotomia importante, tra un business a terra fatto di decisioni veloci, comunicazioni assimilabili al mercato finanziario e un mare costituito da norme che risalgono all’epoca dei pirati». E la dicotomia evidenziata sul mercato si ripete anche all’interno della Società di Navigazione, un’azienda che, sottolinea Amorusi, ama coltivare relazioni di lungo termine con i suoi dipendenti e al tempo stesso è attenta a carpire giovani talenti sul mercato del lavoro. Così, persone con trent’anni di esperienza, per le quali fare innovazione è – nelle parole di Amorusi – «una crudeltà», lavorano armoniosamente accanto a risorse umane più motivate nel cambiamento. A proposito del ruolo del CIO, Amorusi non concorda sulla necessità di duplicazione dei ruoli. «Non credo che al CIO si debba per forza affiancare un responsabile dell’innovazione. Se il CIO non è portatore di innovazione, meglio pensionarlo».

«Nella nostra compagnia – conclude Amorusi – l’innovazione colpisce dove meno te l’aspetti. Non negli uffici di terra, tutti fibre ottiche e applicazioni avanzate, ma a bordo delle 70 navi con una ventina di persone a bordo e capacità di calcolo e comunicazione molto limitate. «In mare, l’innovazione finora l’hanno fatta soprattutto i cantieri, sui motori e gli scafi». Ma proprio in questi ufficetti galleggianti, così arretrati dal punto di vista informatico, collegati con la sola posta elettronica, è in atto sotto la pressione dei costi e della maggiore efficienza la sperimentazione più avanzata, quella sul fronte della manutenzione preventiva, che analizza i dati della sensoristica di bordo per ridurre il numero di preziose ore perse per le avarie. Le regole del mare risalgono all’epoca dei pirati, ma sulle navi oggi si fa Big Data».


Emiliano Massa @Forcepointsec La sicurezza informatica è come il bosone di Higgs
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IN PREVISIONE DEL CYBER-ATTACCO

Siamo arrivati quasi alla fine di una lunga e avvincente discussione ed è giusto dare una parola conclusiva a Emiliano Massa, senior director of regional sales South Europe di Forcepoint, il nuovo brand dello specialista in security israeliano Raytheon/Websense. La sicurezza informatica è il bosone di Higgs che dà peso e concretezza alla forza della Terza Piattaforma, a un digital business che fonda la sua stessa essenza sull’integrità e la protezione dei dati. L’atteggiamento corrente, sostiene Massa, è ancora quello che vede la sicurezza come elemento da inserire “a valle”, una volta che i progetti ispirati ai megatrend di cui si è parlato intorno alla tavola sono partiti. «Quindi si cerca di fare quello che si può, e si aggiungono pezzi di security a posteriori». Questo atteggiamento crea un doppio problema di complessità architetturale e di difficoltà nel gestire la mole di informazioni generate nel corso degli “eventi” di sicurezza. Come tutto il resto, nel business digitale, la sicurezza si gioca sulla capacità di integrare, aggregare. Le aziende continuano a investire in una sicurezza di tipo perimetrale in un momento in cui gli sviluppi della Terza piattaforma, per la forza della mobilità e del cloud, disgregano i tradizionali perimetri della rete. «Ancora poche aziende del mio mercato di riferimento hanno spostato correttamente il fuoco dell’attenzione dalla protezione del perimetro alla protezione del dato» – dice Massa. Il compito di uno specialista come Forcepoint, è aiutare il cliente a prendere la giusta decisione in un ambito in cui si deve imparare a ragionare in termini di risk management. «La sicurezza informatica totale non esiste, implementarla significherebbe bloccare l’azienda». Bisogna piuttosto fissare una “comfort zone” in cui poter operare all’interno, questa volta sì, di un perimetro di rischio ben definito, implementando gli strumenti di una sicurezza informatica sempre più analitica e predittiva, che come per i motori delle navi di D’Amico, possa prevenire i danni più devastanti e i costi elevati delle successive misure di intervento.

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#SiamoForty: l’intervento di Fabio Ardossi https://www.datamanager.it/2016/07/siamoforty-lintervento-fabio-ardossi/ Tue, 19 Jul 2016 15:00:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106161 Fabio Ardossi, Associate Partner di Data Reply interviene alla tavola rotonda “Confronto sull’oggi” durante l’evento di Data Manager #SiamoForty “Quarant’anni di innovazione in Italia – CIO a confronto”

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Fabio Ardossi, Associate Partner di Data Reply interviene alla tavola rotonda “Confronto sull’oggi” durante l’evento di Data Manager #SiamoForty “Quarant’anni di innovazione in Italia – CIO a confronto”

fabio ardossi

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