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Il Retail Club fa il punto sulle modalità che i grandi brand utilizzano per fidelizzare il cliente, sempre più connesso e “liquido”

Da anni si parla di proximity, mobilità, contenuti digitali come paradigmi essenziali di un nuovo modo di raggiungere e fidelizzare il cliente. Eppure tecniche del genere non hanno ancora smesso di rinnovare il settore anzi, cambiando esse stesse nel corso del tempo, continuano a fornire agli strateghi e marketer di piccole e grandi aziende spunti interessanti per costruire filoni narrativi più intriganti e sicuramente futuristici.

Come accade oramai da un po’, il Retail Club organizza un momento di incontro tra i player del settore per capire in che modo la tecnologia sta già dando vita a metodologie diverse di approccio verso gli utenti, massimizzando la conversione in consumatori. L’evento primaverile “Digital engagement” si è concentrato sopratutto su questo: analizzare il mondo retail e raccontare case history di successo che sul tech hanno fondato buona parte delle proprie strategie di vendita. L’appuntamento 2018 ha visto la partecipazione di analisti, esperti e responsabili di catene di consumo, che hanno delineato le dinamiche comunicative che stanno migliorando l’approccio al mercato.

A dare il benvenuto è Paolo Pelloni, co-fondatore del Retail Club: “Integrare il digitale con il negozio è ancora possibile anzi, per catturare il cliente sempre più liquido è necessario non solo parlare la stessa lingua ma farsi trovare negli stessi luoghi di aggregazione virtuale. Per questo il fulcro resta quello della multicanalità, non come semplice presenza del marchio su piattaforme online ma in quanto a capacità di rispondere in tempo reale ai bisogni di ogni individuo, il cui io digitale è portatore di un’influenza di acquisto impensabile fino a qualche anno fa”.

C’è una domanda che circola nei salotti di chi si occupa di ingaggio e relazione con i consumatori: le attuali modalità messe in pratica dai retailer sono le più corrette per trarre il beneficio massimo dalle soluzioni tecnologiche di fidelizzazione? “Il contesto è sicuramente maturo ma c’è ancora  bisogno di fare un passo ulteriore verso un’adozione estesa di strategie funzionali di digital engagement – afferma Antonio Bruno, Loyalty & Promotion Manager del Gruppo Roncaglia – è una questione economica, cioè di investimenti, ma anche culturale”.

Nell’era del Gdpr e della protezione dei dati, un utilizzo trasparente delle informazioni sensibili può dare una svolta essenziale al retail. Ne è convinto Massimiliano Mazzarella, amministratore delegato di Futur3: “Software che creano una connessione tra i profili telematici, creati per scopi diversi, permettono di offrire alle persone servizi ottimizzati. Pensiamo all’opportunità di preparare lo store per un determinato cliente prima ancora che questo si rechi in negozio. Una persona dedicata può adattare un camerino, magari digitale, mostrando fisicamente ciò che l’individuo ha mostrato di apprezzare nelle sue attività in rete. Ingaggi del genere sono già in atto e forniscono risposte eccellenti in termini di performance”.

Come integra la grande distribuzione il digitale nelle proprie metriche di business? Un esempio viene dato da Santa Maccarone, CRM Director di Unieuro, che introdotto il tema della fidelizzazione e gamification. Tramite il programma Unieuro Club, il gruppo ha realizzato una serie di attività online volte a mantenere vivo il rapporto con le persone, proponendo semplici passatempi che hanno l’obiettivo di ridurre la latenza che vi è tra un acquisto e l’altro, almeno stando all’esperienza di una delle catene di elettronica più conosciute in Italia. “Nello specifico, la parte ludica del Club è Be Human – spiega Maccarone – uno spazio virtuale dove accedere a vantaggi e promozioni esclusive, partecipando a giochi con cui accumulare punti extra. Le ricompense consentono di avere uno sconto immediato sugli acquisti online e negozio, così da incentivare un comeback di senso”.

Parlando di digitalizzazione, non si può tralasciare l’alto grado di rivoluzione che alcune soluzioni offrono al retail. Secondo Marco Zanardi del Retail Institute Italy: “Oramai siamo tutti connessi, facciamo cioè parte della cosiddetta Generazione C. Alcuni grandi brand, come Amazon, hanno sfruttato tale paradigma per creare nuovi ecosistemi nei quali si pongono come gestori principali. Non è a caso se oggi si parli di “amazonizzazione del mondo” quando si prendono in considerazione almeno 3 fattori: 1) forte attenzione alla customer satisfaction del cliente finale (customer centricity); 2) innalzamento del livello di velocità, servizio, assortimento, fruibilità&fluidità, user experience; 3) piattaformizzazione, ovvero dare a cliente finale cosa desidera (assortimento prodotti infiniti). Se colleghiamo il fenomeno al ruolo crescente del commercio via mobile, urge ripensare i modelli di business. Il centro resta quello dell’esperienza ma vissuta diversamente, attraverso un universo di narrazione che esce dal negozio per proseguire sullo smartphone, e su tanti altri touch point (wearable, dispositivi di realtà virtuale, aumentata e mista, IoT devices e schermi touch, smart home e smart city). Un’ibridazione che segnerà sempre più il futuro digitale del retail 3.0.

Videointervista a Paolo Pelloni, co-fondatore del Retail Club


Videointervista a Paolo Pelloni, Retail Club
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Come può l’IoT aiutare a proiettare il retail tradizionale verso il futuro digitale? https://www.datamanager.it/2018/03/puo-liot-aiutare-proiettare-retail-tradizionale-verso-futuro-digitale/ Fri, 16 Mar 2018 17:30:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=143848 I clienti sono sempre più attenti alle proprie scelte di shopping e le aspettative inerenti l’esperienza retail stanno accelerando rapidamente. È vero che gli operatori del retail online stanno vivendo una fase di grande crescita, il che significa che il retail tradizionale ne subisce l’impatto e che occorre qualcosa di speciale per riuscire a riportare […]

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I clienti sono sempre più attenti alle proprie scelte di shopping e le aspettative inerenti l’esperienza retail stanno accelerando rapidamente. È vero che gli operatori del retail online stanno vivendo una fase di grande crescita, il che significa che il retail tradizionale ne subisce l’impatto e che occorre qualcosa di speciale per riuscire a riportare i consumatori all’interno dei negozi fisici.

Gli ultimi dati della stagione natalizia indicano che la maggior parte dei punti vendita tradizionali ha sofferto la peggior crescita delle vendite in cinque anni, e dunque occorre fare molto per recuperare queste perdite.

La tecnologia può certamente aiutare ad attirare i clienti nei negozi e colmare il divario di crescita che i retailer stanno registrando. Una tecnologia che promette di rivoluzionare il retail è l’Internet of Things (IoT) che, se utilizzata nel modo giusto, può dare luogo a una differenziazione competitiva. Secondo i dati emersi nel corso di ricerche, i primi ad aver adottato l’IoT stanno già ricavandone benefici come un miglioramento della customer experience (81%), una superiore visibilità attraverso l’organizzazione aziendale (78%) e una maggiore redditività (74%).

Ciò è particolarmente vero per quelle aziende che puntano a digitalizzare i negozi fisici per mezzo di innovazioni come l’IoT. Amazon ha compiuto il primo passo verso l’ignoto con i propri punti vendita Amazon Go totalmente privi di casse che si avvalgono di una rete di telecamere e sensori per rilevare quel che i consumatori acquistano.

Ecco alcuni suggerimenti pratici che i retailer tradizionali possono mettere in atto per aumentare l’afflusso di consumatori all’interno dei loro punti vendita e la conseguente redditività:

Aumentare l’afflusso mediante servizi location-based

Un’esperienza digitale in-store è essenziale affinché i retailer tradizionali possano competere con quelli online, ma il primo ostacolo da superare è quello di riuscire a far varcare la soglia del punto vendita ai clienti. È noto che la maggior parte dei consumatori tiene spesso in mano il proprio smartphone, dispositivo che ha normalmente attivate la connessione dati e le informazioni di localizzazione; perché dunque non sfruttarlo a beneficio del negozio inviando offerte personalizzate in diretta per attirare i clienti? Questa possibilità si concretizza convincendo i clienti a connettersi alla rete Wi-Fi del punto vendita scaricandone la app per poi inviar loro notifiche push ogni volta che si trovano nel raggio di copertura dei beacon usati per rilevarne la posizione.

La tecnologia IoT rende l’esperienza in-store interessante e immersiva, e permette ai retailer di innovare continuamente le offerte all’interno del punto vendita. L’innovazione genera risultati di vario genere ed è replicabile indipendentemente dalle dimensioni del negozio. La catena statunitense Home Depot, famosa per l’estensione dei propri punti vendita, sta implementando servizi location-based per aiutare i clienti a muoversi all’interno dei grandi spazi commerciali che la caratterizzano. Proponendo di accedere alla app, i clienti possono utilizzare il telefono per sapere dove si trova un certo prodotto lasciando liberi i commessi di concentrarsi sulle attività di vendita. Applicazioni appositamente realizzate e la tecnologia dei beacon possono quindi avvalersi della connettività in-store per guidare con precisione i clienti verso i prodotti di cui hanno bisogno.

Aumentare l’engagement all’interno del punto vendita per mezzo del digitale

I negozi fisici possono competere anche con i loro rivali tradizionali e online proponendo ai clienti partnership, offerte ed esperienze esclusive. Una volta che i consumatori si trovano all’interno del punto vendita, il retailer ha la vantaggiosa possibilità di attirarne l’attenzione con nuove, interessanti offerte. Un altro metodo è quello di dotare il personale di tablet con cui assistere i clienti, ad esempio per verificare la disponibilità di una taglia o di un determinato prodotto. Nel caso dei punti vendita più grandi, questa soluzione può aiutare anche a riassortire in maniera più efficace.

Utilizzare questi dispositivi anche nel ruolo di POS può liberare anche i commessi dai vincoli delle casse tradizionali aprendo la possibilità di seguire i clienti lungo tutto il loro percorso di acquisto.

Raccogliere insight dai clienti per poter innovare

Conoscere il comportamento dei clienti all’interno del negozio è essenziale per riuscire a migliorare l’efficacia delle offerte e la configurazione del punto vendita stesso. Un modo per conoscere il cliente è quello di acquisire i dati che egli genera nel momento in cui accede alla applicazione del retailer durante la visita al punto vendita oppure quando si avvale dei touch screen per ottenere informazioni. Una volta analizzati i dati è possibile definire un quadro del cliente e dei suoi interessi, così da permettere ai commessi di rispondere meglio alle esigenze individuali.

I dati raccolti possono essere utilizzati anche per migliorare la configurazione dei negozi sfruttando le informazioni contestuali che i clienti forniscono attraverso l’impiego della app. Le aree di maggior passaggio possono essere sfruttate per mettere in evidenza informazioni e comunicare promozioni e nuovi arrivi. Le informazioni in tempo reale sull’afflusso nel punto vendita, specialmente durante la stagione natalizia, possono essere usate per pianificare meglio i turni del personale così da assicurare la capacità ottimale e risparmiare denaro sul lungo termine.

Guardando al 2018, il settore del retail dovrà concentrarsi sul modo di essere rivoluzionario e offrire ai clienti un’esperienza in-store esclusiva. Questo viene ripetuto da anni, ma la tecnologia ora disponibile permette di trasformarlo finalmente in realtà.

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L’italiana BitGrail perde 170 milioni di dollari https://www.datamanager.it/2018/02/litaliana-bitgrail-perde-170-milioni-dollari/ Tue, 13 Feb 2018 19:00:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=140939 Sfumati nel nulla i risparmi in valuta Nano, una piccola moneta già conosciuta come RaiBlocks. Nessun rimborso previsto per i clienti di Francesco Firano Per la seconda volta dall’inizio del 2018 (e siamo ancora a febbraio), un servizio di scambio di criptovaluta perde un bel po’ di soldini. Nel caso di BitGrail, l’interesse è maggiore […]

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Sfumati nel nulla i risparmi in valuta Nano, una piccola moneta già conosciuta come RaiBlocks. Nessun rimborso previsto per i clienti di Francesco Firano

Per la seconda volta dall’inizio del 2018 (e siamo ancora a febbraio), un servizio di scambio di criptovaluta perde un bel po’ di soldini. Nel caso di BitGrail, l’interesse è maggiore perché si tratta di un’agenzia al 100% italiana. A fondarla è stato Francesco Firano, conosciuto online come The Bomber, che ha annunciato su Twitter il furto da parte degli hacker di circa 170 milioni di dollari. La moneta in questione è sotto forma di Nano, già conosciuta in passato come RaiBlocks. Dopo il buco accusato dalla giapponese Coincheck, pari a circa 534 milioni di dollari, quello di BitGrail è il più rilevante nel mondo delle criptocurrency, almeno in questa prima parte dell’anno.

Cosa è successo

Stando alla compagnia, alla base del furto ci sarebbe un errore del software, tale da aver permesso a terzi di intrufolarsi nei sistemi e sottrarre l’ingente cifra. Secondo quanto riporta il sito Engadget, il CEO di BitGrail avrebbe anche tentato di nascondere la perdita nei documenti, molto difficile vista la somma. Eppure le procedure per partecipare alle attività di exchange dell’italiana erano (sono) molto ferree: dopo essersi registrati c’è da attendere la validazione da parte del team, che può arrivare anche dopo mesi. Ma ora proprio tra il team e Firano è guerra: i primi dicono che il loro capo ha nascosto per un lungo periodo il fattaccio della violazione, il secondo accusa i collaboratori di aver pubblicato parte del core della struttura, così da aver compromesso le indagini. Intanto nessun risparmiatore rivedrà indietro i propri soldi, come annunciato sul web dallo stesso Bomber.

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Volkswagen Group IT espande le competenze nello sviluppo dell’offerta digitale https://www.datamanager.it/2018/01/volkswagen-group-it-espande-le-competenze-nello-sviluppo-dellofferta-digitale/ Fri, 19 Jan 2018 15:03:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=139261 Nel Digital Lab si sviluppano software come “We Deliver” per l’offerta digitale ai Clienti della marca Volkswagen Il Gruppo Volkswagen sta espandendo le proprie competenze IT per lo sviluppo della propria offerta digitale. Il reparto Group IT ha ampliato in modo significativo il proprio Digital Lab a Berlino, raddoppiando il numero dei Collaboratori da quando […]

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Nel Digital Lab si sviluppano software come “We Deliver” per l’offerta digitale ai Clienti della marca Volkswagen

Il Gruppo Volkswagen sta espandendo le proprie competenze IT per lo sviluppo della propria offerta digitale. Il reparto Group IT ha ampliato in modo significativo il proprio Digital Lab a Berlino, raddoppiando il numero dei Collaboratori da quando è stato inaugurato, nell’ottobre del 2016. Al momento vi lavorano 70 esperti IT, un numero che salirà a circa 120. Il team include programmatori, data scientist, software designer e sviluppatori che lavorano su temi come nuovi servizi per il veicolo connesso. Il Digital Lab fa parte di una rete mondiale di centri di competenza con la quale il Gruppo Volkswagen sta rafforzando il proprio coinvolgimento in tutti i temi orientati al futuro digitale.

“Nel Digital Lab un team internazionale sta sviluppando soluzioni su misura per una varietà di applicazioni digitali destinate a tutte le Marche e i reparti” ha affermato Martin Hofmann, CIO del Gruppo Volkswagen. “Combiniamo conoscenze specifiche IT con i metodi agili di sviluppo software. Si tratta di una chiave per il successo che porteremo con ancora più determinazione nel cuore della nostra organizzazione”.

Software per l’offerta digitale sviluppato da un team internazionale

Al Digital Lab è in corso lo sviluppo di un software per l’offerta digitale e per servizi relativi al veicolo connesso. Per esempio, il team sta lavorando a “We Deliver”, un nuovo servizio di mobilità della marca Volkswagen che rende le vetture indirizzi mobili per le consegne di pacchi. Il Lab sta inoltre creando piattaforme di soluzioni tecniche che saranno messe a disposizione di tutte le Marche e le Aziende del Gruppo. Il team sta lavorando anche ad altri progetti come il trattamento di dati sui trasporti pubblici per nuovi approcci alla smart mobility.

Sia il team del Digital Lab che il suo lavoro quotidiano hanno carattere internazionale. Al momento vi lavorano circa 70 esperti provenienti da 16 Paesi, un numero che arriverà fino a 120 in futuro. Vengono da Paesi come India, Singapore, Ucraina, gli Stati Uniti – e ovviamente anche dalla Germania. Sono programmatori, data scientist, software designer e sviluppatori. Le donne rappresentano quasi un terzo del team e la lingua ufficiale è l’inglese.

Il metodo di lavoro agile “extreme programming (XP)”

Il team usa il metodo di lavoro agile “extreme programming (XP)”, sviluppato nel contesto tecnologico della Silicon Valley, che si concentra sul principio dell’evoluzione. Il software non è sviluppato o consegnato come prodotto complesso, ma progettato e testato in team agili in stretta collaborazione con il Cliente. Questo approccio promuove qualità e creatività, permettendo un rapido adattamento a eventuali modifiche dei requisiti del progetto. Il metodo extreme programming include anche l’approccio dell’affiancamento (pairing) adottato dal Digital Lab, che prevede che un team di due esperti IT si concentri sullo stesso contenuto del loro progetto.

Il Digital Lab è stato aperto con il supporto finanziario del fondo innovazione della marca Volkswagen, un’iniziativa congiunta dell’Azienda e del Consiglio di Fabbrica.

Il Data Lab di Berlino è uno dei sei gestiti dal Gruppo in tutto il mondo. Gli altri si trovano a Wolfsburg (2), a Monaco, a Barcellona e a San Francisco. In questi laboratori il reparto Group IT ricerca e sviluppa soluzioni in campi quali l’intelligenza artificiale, il machine learning, la collaborazione intelligente uomo-macchina, la digitalizzazione dei processi produttivi e la smart mobility.

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La lezione di Equifax https://www.datamanager.it/2017/10/la-lezione-equifax/ Mon, 23 Oct 2017 09:08:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133518 Il problema – vox clamans in deserto, non mi stancherò mai di dirlo – è di cultura. Non solo in Italia. In quello purtroppo siamo una volta tanto in cima alla classifica, ma la cronaca ci fa intendere che in molti insidiano il nostro primato di insicurezza Dalle nostre parti, non se ne è nemmeno […]

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Il problema – vox clamans in deserto, non mi stancherò mai di dirlo – è di cultura. Non solo in Italia. In quello purtroppo siamo una volta tanto in cima alla classifica, ma la cronaca ci fa intendere che in molti insidiano il nostro primato di insicurezza

Dalle nostre parti, non se ne è nemmeno parlato. Quei pochi che lo hanno fatto non hanno trovato il seguito che la notizia avrebbe meritato. Come Leonardo DiCaprio e Kate Winslet nella scena simbolo del film Titanic, chi si dovrebbe occupare di sicurezza ha continuato a godersi la navigazione, accarezzato dal vento a prua. Gli altri, con le differenti rispettive responsabilità, non hanno smesso di ballare. è la drammatica storia di Equifax, colossale agenzia statunitense di controllo dei crediti la cui privacy è affondata a seguito di un micidiale data breach. La violazione dei sistemi e la sottrazione dei dati ad altissima criticità non hanno danneggiato soltanto lo scafo dell’immaginario bastimento di Equifax, ma hanno fatto affogare la riservatezza di tutte quelle persone le cui informazioni personali erano custodite nei non blindatissimi archivi elettronici presi di mira. Poca roba. Cosa sarà mai la privacy di 143 milioni di persone che hanno saputo che i loro dati sensibili sono nella libera disponibilità di chissà quale malintenzionato? Che importanza può avere se il misfatto risale a maggio scorso, se gli addetti alla security e all’audit di Equifax se ne sono accorti solo il 29 luglio, se i poveri disgraziati – vere vittime dell’increscioso episodio – elencati nei database violati hanno avuto notizia unicamente il 7 settembre?

L’insensibilità a certi problemi è, quindi, distribuita capillarmente anche oltre oceano, ma una simile circostanza non può certo essere fattore di consolazione. Dovrebbe invece essere lo stimolo a riflettere su quel che è successo, sta accadendo e soprattutto potrebbe verificarsi in futuro. Immaginando una scena del crimine, e magari costruendo anche un plastico come tanto piace a Bruno Vespa e a tutti quelli che hanno nostalgia delle costruzioni con i mattoncini del Lego, possiamo prendere atto di quello che è capitato e scoprire che il disastro non è imputabile alla forza inaudita di chissà quale pirata tecnologico dalle inesauribili energie. In termini pratici, uno dei più imponenti saccheggi telematici è stato reso possibile dalla insipienza di chi avrebbe dovuto tutelare adeguatamente un patrimonio informativo così delicato. Da una parte è stato possibile appurare – per stessa ammissione di Equifax – che la falla nella robusta carena digitale non è stata dell’imponenza di un catastrofico iceberg, ma semplicemente dovuta a una banale vulnerabilità nel contesto Apache Struts. Come sempre è mancato un aggiornamento delle applicazioni, vuoi per pigrizia, vuoi per disattenzione o incompetenza, vuoi per risparmiare sugli eventuali costi di update e upgrade. D’altronde, lo si sa, gli unici a leggere i bollettini – con cui le aziende che producono software informano i clienti di possibili problemi e di corrispondenti soluzioni – sono i banditi particolarmente interessati a sapere (senza fatica) quali siano i buchi entro i quali andarsi a intrufolare.


#Equifax Violata la #privacy di 143 M di persone. Quale lezione da imparare? @Umberto_Rapetto
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Ricordo quando, poco più di vent’anni fa, all’Autorità per l’Informatica pianificammo una newsletter e una pagina web per allertare le Pubbliche Amministrazioni su nuovi rischi e pericoli incombenti, analogamente a quel che faceva il National Infrastructure Protection Center americano. L’esperimento fu deludente perché gli unici visitatori degli avvisi online provenivano dal sottosuolo della Rete e quindi si decise di soprassedere. Non si è preparati ad affrontare nemmeno le insidie e le minacce di più basso profilo. E proprio il caso in esame è addirittura emblematico. Una indagine forense non ufficiale avrebbe portato ad appurare una situazione che ha dell’incredibile: più di un centinaio di utenti argentini abilitati all’accesso ai sistemi informatici di Equifax avrebbe utilizzato la straordinaria e tradizionale combinazione “admin/admin” come identificativo e password. Qualcuno se la sente di aggiungere altro?

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Houston, abbiamo un problema. Il nostro conto… https://www.datamanager.it/2017/09/houston-un-problema-nostro-conto/ Fri, 22 Sep 2017 09:27:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131470 La storica frase sembra pronunciata da un astronauta (correntista di un importante gruppo bancario) che – pur in orbita – ha appena appreso dell’incursione ai forzieri in cui l’istituto di credito conservava i dati personali della clientela e spera di trovare conforto nella base di controllo delle attività spaziali Poco prima di andare in vacanza […]

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La storica frase sembra pronunciata da un astronauta (correntista di un importante gruppo bancario) che – pur in orbita – ha appena appreso dell’incursione ai forzieri in cui l’istituto di credito conservava i dati personali della clientela e spera di trovare conforto nella base di controllo delle attività spaziali

Poco prima di andare in vacanza la nostra attenzione è stata bruscamente richiamata da un episodio di data breach, ovvero una significativa violazione della riservatezza dei dati personali che è stata determinata da un accesso non autorizzato a un corposo database e dalla successiva estrazione di informazioni che non erano destinate alla divulgazione. E’ la tipica fattispecie per la quale il nuovo Regolamento europeo in materia di privacy di imminente entrata in vigore ha previsto due specifiche segnalazioni. Chi subisce una simile fregatura deve segnalarlo all’Autorità di controllo, ovvero al Garante, e deve informare i soggetti cui si riferiscono i dati che hanno costituito il bottino dei mascalzoni virtuali.

Anche se l’espressione inglese “data breach” è apparentemente strana e qualcuno inciampa nel pronunciarla, la questione è ben nota nel contesto informatico e qualche volta ha meritato ampi spazi nelle cronache di quotidiani e radiotelegiornali. Alcuni di questi arrembaggi sono addirittura rimasti nella memoria collettiva per la vastità della platea delle persone catapultate in imbarazzanti situazioni in cui tutta la rispettiva quotidiana cautela non ha potuto sortire alcun effetto. Eh già, siamo tutti pronti a ricordare le precauzioni da adottare per non farci rubare la password (figuriamoci poi l’identità digitale…) o a suggerire chissà quale accortezza per non incappare in sconfortanti disavventure, ma poi certi disastri si verificano ugualmente. Possibile? Possibilissimo. Purtroppo. La spiegazione è molto più elementare di quanto non si possa pensare. Il cyber-mariuolo non sta lì ad aspettare il passaggio di qualcuno nei vicoli elettronici, nutrendo la speranza di poterlo scippare come un tempo succedeva con le vecchiette appena uscite dall’ufficio postale dopo aver ritirato la pensione. I moderni banditi non si mettono certo a spiluccare singole parole chiave con estenuanti attese che potrebbero risultare infruttuose. Se si deve sgraffignare un qualsivoglia patrimonio informativo, i malintenzionati sanno perfettamente dove andare a cercare.


#databreach #UniCredit Davvero non è successo nulla? @Umberto_Rapetto
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La bussola dei briganti di oggigiorno punta dritta verso quelle realtà in cui i dati più appetibili si ammucchiano, accatastati magari senza nemmeno preoccuparsi delle più banali cautele tecniche e organizzative che invece avrebbero dovuto essere implementate. L’episodio dei quattrocentomila clienti di Unicredit è a dir poco emblematico. La banca ha annunciato di essere stata vittima di un attacco informatico, invitando i propri interlocutori a mantenere la calma perché la situazione è sotto controllo. Gli hacker non sono arrivati adesso e quindi c’è poco da temere. Le prime dichiarazioni dell’istituto di credito, infatti, evidenziano che le scorribande erano cominciate all’incirca un anno prima. L’intrusione più recente – avvenuta tra giugno e luglio – avrebbe consentito di portar via dati anagrafici e Iban di 400mila clienti che avevano chiesto prestiti personali. Non si sa altro, ma la banca tiene a sottolineare di aver particolarmente a cuore la sicurezza tanto da aver pianificato investimenti miliardari sullo specifico fronte. Meno male. Ma lo stanziamento è anteriore o successivo le prime avvisaglie dell’anno scorso? E soprattutto in cosa si andrà a tradurre?

Sarei curioso di sapere cosa potrà mai succedere in quelle organizzazioni (e sono tante) dove la sicurezza informatica è davvero l’ultimo dei pensieri. Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione del Garante per la protezione dei dati personali che a proposito della sgradevole evenienza non ha proferito verbo, mentre magari le vittime di questo “incidente” si sarebbero aspettati almeno un segnale di conforto. I più cattivi tra i soggetti involontariamente coinvolti in questo furto di dati avrebbero sperato di veder apparire il Garante armato di intenzioni draconiane, pronto a sanzionare rapidamente chi non ha adottato le dovute misure di sicurezza che sono state rese obbligatorie nel 1997 con la legge 675 e poi ribadite dal decreto legislativo 196/2003. Ma non bisogna essere cattivi e tocca portar pazienza, come suggeriva il pirata Salomone nel Carosello dell’Amarena Fabbri a chi insisteva con il refrain “Lo possiamo torturare?”

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La digitalizzazione delle centrali elettriche riduce del 5% le emissioni di CO2 mondiali https://www.datamanager.it/2017/09/la-digitalizzazione-delle-centrali-elettriche-riduce-del-5-le-emissioni-co2-mondiali/ Tue, 19 Sep 2017 14:50:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131172 Dal nuovo report condotto dal Digital Transformation Institute di Capgemini si evince che l’aumento degli investimenti da parte degli enti proprietari di centrali elettriche apporterà ingenti guadagni in termini di efficienza produttiva, riducendo allo stesso tempo i costi operativi e le emissioni di CO2 Capgemini ha annunciato i risultati dello studio “The Digital Utility Plant: […]

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Dal nuovo report condotto dal Digital Transformation Institute di Capgemini si evince che l’aumento degli investimenti da parte degli enti proprietari di centrali elettriche apporterà ingenti guadagni in termini di efficienza produttiva, riducendo allo stesso tempo i costi operativi e le emissioni di CO2

Capgemini ha annunciato i risultati dello studio “The Digital Utility Plant: Unlocking value from the digitization of production”, condotto su 200 manager a livello dirigenziale o senior delle società impegnate nel settore delle utility a livello globale. Dalla ricerca si deduce che le aziende del settore stanno investendo per apportare ingenti miglioramenti dal punto di vista digitale agli impianti alimentati a carbone o a gas in modo da incrementare l’efficienza produttiva e ridurre i costi di produzione. Negli ultimi cinque anni, le aziende hanno investito in media 330 milioni di dollari per digitalizzare le proprie centrali elettriche. Entro il 2025, con il proseguire del trend di investimento, un impianto su due (19%) diventerà una “centrale digitale”, con un calo dei costi di circa il 27%, contribuendo a ridurre del 4,7% le emissioni globali di carbonio derivanti dalla produzione di energia.

Ridurre i costi di produzione dell’energia

Il report, al quale hanno partecipato i dirigenti di aziende del settore delle utility di Cina, Francia, Germania, India, Italia, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti, ha evidenziato che l’aumento dell’efficienza produttiva ottenuto grazie alla digitalizzazione permetterà alle società di ridurre i costi legati alla produzione di energia. Dallo studio è emerso che le centrali elettriche che utilizzano la tecnologia digitale registreranno una riduzione dei costi di produzione pari al 27%, mentre ogni singolo stabilimento risparmierà in media 21 milioni di dollari l’anno. Man mano che il prezzo delle energie rinnovabili diminuisce, le compagnie dotate di centrali alimentate a carbone o a gas potranno utilizzare questo risparmio per rimanere competitive.

Con la domanda mondiale di energia che cresce di anno in anno e visti gli ambiziosi obiettivi in termini di riduzione delle emissioni mondiali di carbonio, gli investimenti in ambito digitale permetteranno agli impianti tradizionali di continuare a contribuire all’incremento dell’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile.

Produzione di energia più eco-friendly

La ricerca offre una prospettiva ottimistica sui benefici ambientali del processo di digitalizzazione delle centrali elettriche. Le aziende del comparto delle utility stimano che gli investimenti nel digitale permetteranno loro di incrementare la quantità di energia prodotta dai combustibili fossili con un conseguente calo delle emissioni di carbonio. Entro il 2025, gli impianti digitalizzati produrranno ogni anno 625 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio in meno, equivalenti a un calo del 4,7% delle emissioni globali derivanti dalle centrali elettriche, 28,6 milioni di alberi in più o 133 milioni di auto in meno in tutto il mondo.

Maggiori guadagni grazie al digitale

Nonostante gli ingenti guadagni potenziali che potrebbero scaturire dall’implementazione di centrali digitalizzate, solo l’8% delle società del settore è preparato dal punto di vista digitale e si stima che, nell’arco di cinque anni, solamente il 19% degli impianti dovrebbe diventare digitale. Se aumentasse il numero di aziende che dà la priorità agli investimenti digitali si potrebbero avere anche maggiori benefici per l’intero settore e per il clima. Ad ogni modo, il report mette in luce la necessità di raggiungere la maturità digitale necessaria per pianificare e gestire i progetti delle centrali elettriche digitali. Un’azienda poco esperta nell’area digitale ottiene tipicamente il 33% di produttività in meno rispetto a quanto ottiene grazie alla digitalizzazione una società esperta nel digitale.

«È chiaro che il digitale sta già trasformando la produzione di energia, permettendo alle società del comparto di essere competitive e di ridurre significativamente le proprie emissioni di carbonio», ha affermato Laura Muratore, Vice President, Head of Manufacturing, Retail and Distribution di Capgemini Italia. «Ad ogni modo, il settore può ancora fare dei passi avanti. Il numero di aziende che non ha ancora digitalizzato i propri impianti è molto elevato, ma se queste investissero in competenze e in tecnologie digitali si potrebbe raggiungere una maggiore riduzione delle emissioni di carbonio. Le imprese che decidono di intraprendere il cammino della digitalizzazione nella produzione di energia otterranno un maggiore vantaggio competitivo, un calo dei costi di produzione e un incremento della brand reputation».

Metodologia del “The Digital Utility Plant: Unlocking value from the digitization of production”

La ricerca svolta dal Digital Transformation Institute di Capgemini offre un quadro generale dell’impatto degli investimenti ad opera delle società del comparto delle utility per digitalizzare gli impianti. Sono stati intervistati 200 manager a livello dirigenziale o senior di società che hanno archiviato il 2015 con ricavi superiori al miliardo di dollari. Il sondaggio è stato svolto tra febbraio e marzo 2017 e ha coinvolto otto paesi: Cina, Francia, Germania, India, Italia, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti.

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L’industria sanitaria americana al capezzale della cybersecurity https://www.datamanager.it/2017/07/lindustria-sanitaria-americana-al-capezzale-della-cybersecurity/ Thu, 13 Jul 2017 14:26:01 +0000 http://www.datamanager.it/?p=128366 La triste esperienza di WannaCry avrebbe dovuto farci riflettere e, invece, solo pochi giorni dopo l’epidemia del ransomware, se ne erano già tutti dimenticati Il “ransomware” che ha paralizzato mezzo pianeta non è riuscito a scalfire l’imperturbabile indifferenza che caratterizza chi dovrebbe occuparsi e preoccuparsi della sicurezza digitale di un’azienda, di un ente pubblico, di […]

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La triste esperienza di WannaCry avrebbe dovuto farci riflettere e, invece, solo pochi giorni dopo l’epidemia del ransomware, se ne erano già tutti dimenticati

Il “ransomware” che ha paralizzato mezzo pianeta non è riuscito a scalfire l’imperturbabile indifferenza che caratterizza chi dovrebbe occuparsi e preoccuparsi della sicurezza digitale di un’azienda, di un ente pubblico, di un ministero, di un Paese. Lo sconfortante spettacolo del Sistema sanitario nazionale britannico, messo al tappeto da una manciata di istruzioni maligne che hanno portato alla cifratura dei dati, non ha minimamente intaccato la serenità del nostro vivere quotidiano. Gongolanti per una sorta di invulnerabilità derivante dal nostro demoralizzante stato di arretratezza tecnologica, assopitasi la pressione mediatica sull’argomento, abbiamo lasciato alle spalle qualsivoglia eventuale apprensione.

Quei pochi che non hanno ritenuto l’episodio un caso fortuito si sono sbrigati ad affrontare il tema in modo sistematico e la circostanza si profila rassicurante. C’è qualcuno che ha preso sul serio il problema. Naturalmente non dalle nostre parti. Tra le tante carte che mi sono passate tra le mani in queste settimane c’è un documento meritevole di attenzione. è il “Report on Improving Cybersecurity in the Health Care Industry”, redatto da una task force di esperti americani che in un centinaio di pagine è riuscita a fotografare lo stato dell’arte della sicurezza cibernetica nel settore industriale della Sanità e a distillare indicazioni e consigli per chi vuole cimentarsi in proposito.

La complessità del settore è fin troppo evidente e la semplice ricognizione degli attori su questo palcoscenico porta a stilare un elenco in cui compaiono dai grandi sistemi ai singoli operatori sanitari, dai soggetti pubblici e privati su cui gravano gli oneri alla sterminata platea dei fruitori dei servizi, dalle entità istituzionali di ricerca ai produttori di apparecchiature biomediche e agli sviluppatori di software. La vita è in gioco non solo per l’abilità del chirurgo alle prese con un bisturi, ma anche e soprattutto per l’irrinunciabile necessità che tutto il resto funzioni perfettamente. Alla pletora di soggetti elencati poco prima, si aggiungono burocrazia, leggi, giurisprudenza. L’intersezione di norme e regole si rivela – ictu oculi – foriera di difficoltà operative e paventa lo spettro di conflitti di competenza ai più diversi livelli.


.@Umberto_Rapetto Dopo #WannaCry Non è solo il momento di fare, ma di fare presto
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Naturalmente, la lunga addizione di fattori di rischio non può escludere i “nemici”, rappresentati da terroristi, criminali, hacker al soldo delle industrie, vandali annoiati e – dulcis in fundo – pericolosissimi dipendenti incapaci. Una ben dosata miscela di competenze può portare alla predisposizione di un piano di monitoraggio dei fenomeni destinati ad avere impatto sullo scenario di interesse, alla stesura di un programma di azioni (prevenzione, messa in sicurezza, gestione dei rischi, implementazioni precauzioni, ripristino, eventuali indagini per far luce su possibili incidenti), alla definizione delle responsabilità e alle corrispondenti attribuzioni.

Il rapporto della task force HCIC (squadra voluta dal Congresso americano e prevista dal Cybersecurity Act del 2015) è un ottimo memorandum per chi ha davvero intenzione di fare qualcosa. Gli spunti sono davvero tanti e, soprattutto, si prospettano “commestibili” anche per chi è a digiuno di specifiche competenze. Infatti, il problema è quello di chi si è messo a dieta di cultura, elemento di cui la nostra alimentazione globale non può davvero fare a meno. Purtroppo, certi processi dimagranti hanno progressivamente portato a una sorta di anoressia del sapere, dell’imparare, del voler migliorare. Contemporaneamente, si è sviluppata la bulimia di slide e di (falsi) buoni propositi, di convegni e di sbrodolamenti inutili, di reciproche moine e di recite che – ormai all’ennesima replica – hanno stancato anche i più tenaci monaci buddisti dello zen aziendale. Non è venuto solo il momento del “fare”, ma quello del “fare presto”. E bene, una volta tanto.

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Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, si affida a Red Hat per diventare il migliore scalo digitale https://www.datamanager.it/2017/05/schiphol-laeroporto-amsterdam-si-affida-red-hat-diventare-migliore-scalo-digitale/ Thu, 04 May 2017 13:34:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124103 Il terzo aeroporto europeo per dimensioni mira a potenziare l’esperienza dei passeggeri con nuovi servizi digitali Red Hat ha annunciato che Schiphol, aeroporto di Amsterdam e terzo in Europa per dimensioni, si avvale delle soluzioni Red Hat per ampliare la gamma di servizi offerti ai passeggeri supportando l’obiettivo di diventare il miglior aeroporto digitale al […]

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Il terzo aeroporto europeo per dimensioni mira a potenziare l’esperienza dei passeggeri con nuovi servizi digitali

Red Hat ha annunciato che Schiphol, aeroporto di Amsterdam e terzo in Europa per dimensioni, si avvale delle soluzioni Red Hat per ampliare la gamma di servizi offerti ai passeggeri supportando l’obiettivo di diventare il miglior aeroporto digitale al mondo. Con l’aiuto di Red Hat, Schiphol sta creando una piattaforma self-service multi-cloud per il team IT interno e i suoi business partner, riducendo in maniera significativa i tempi di sviluppo di nuovi servizi utente.

Con oltre 63,6 milioni di passeggeri e oltre 1,7 milioni di tonnellate di cargo lo scorso anno, l’aeroporto di Schiphol si posiziona al terzo posto in Europa. La struttura che ha oltre 100 anni di storia desidera rimanere tra i principali scali d’Europa e, per farlo, si è posto l’obiettivo di diventare il miglior aeroporto digitale entro il 2018. Per dare vita a un’ottima esperienza utente, Schiphol si è focalizzato sulla creazione di una cultura digitale, introducendo nuove tecnologie e servizi pensati per semplificare e migliorare i viaggi dei passeggeri e le attività aeroportuali.

L’aeroporto ha quindi revisionato la sua strategia di servizi IT e cercava una piattaforma applicativa scalabile per accelerare sviluppo e implementazione dei nuovi servizi digitali nel suo ambiente ibrido. Avevano bisogno di una piattaforma aperta cloud-agnostica che consentisse la portabilità applicativa – per disporre di maggiore flessibilità ed evitare il lock-in, e che si integrasse con i servizi dei partner tramite API.

Dopo aver valutato diverse soluzioni, Schiphol ha scelto Red Hat per soddisfare le sue esigenze di una piattaforma agile e moderna che si allineasse con la sua vision tecnologica, compresi servizi digitali e applicazioni cloud native basati su API aperte.

L’aeroporto di Amsterdam sta realizzando una piattaforma di sviluppo ibrida multi-cloud basata su Red Hat OpenShift Container Platform implementata su Microsoft Azure, Amazon Web Services (AWS) e il suo ambiente virtuale on-premise. Red Hat OpenShift Container Platform è la prima e unica soluzione hybrid cloud container-centrica basata sui progetti Linux container, Kubernetes, Project Atomic e OpenShift Origin e sulla più nota piattaforma enterprise linux Red Hat Enterprise Linux. Red Hat OpenShift Container Platform offre una piattaforma più sicura e stabile per implementazioni basate su container senza sacrificare gli investimenti IT esistenti e abilitando la coesistenza di applicazioni tradizionali mission-critical con quelle nuove cloud-native basate su container.

Con Red Hat OpenShift Container Platform in ambiente multi-cloud, l’aeroporto di Amsterdam soddisfa anche le sue esigenze di scalabilità e disponibilità nei momenti di picco. E, grazie alla scalabile soluzione storage container-native fornita da Red Hat Gluster Storage integrata, può gestire le complessità dello storage persistente.

Elemento chiave della strategia digitale dell’aeroporto sono i servizi offerti tramite API, compresa la Flight API che offre ai passeggeri informazioni relative al gate, al terminal e all’orario del check-in. Questa API vengono condivise anche con i partner. L’aeroporto utilizzava già Re Hat JBoss Fuse per la sua infrastruttura on-premise come principale service bus. Oggi ha collegato questo servizio on-premise con i servizi JBoss Fuse su Red Hat OpenShift Container Platform per lo scambio di dati tra i sistemi principali e le API che girano su cloud. Con JBoss Fuse su Red Hat OpenShift Container Platform e Red Hat 3scale API Platform, l’aeroporto di Schiphol è in grado di creare nuove API nella metà del tempo.

“L’aeroporto di Schiphol rappresenta un ottimo esempio di un’organizzazione che adotta una piattaforma open source più flessibile per supportare la sua trasformazione digitale”, afferma Ashesh Badhani, vice president e general manager OpenShift in Red Hat. “Hanno un obiettivo ambizioso: diventare il miglior aeroporto digitale entro il 2018, e hanno riconosciuto che per farlo hanno bisogno di uno stack tecnologico più moderno ma anche di un cambiamento in termini di processi e cultura. Red Hat è molto contenta di essere il partner tecnologico di Schiphol e la combinazione di Red Hat OpenShift Container Platform, JBoss Fuse, Red Hat 3scale API Platform e Red Hat Gluster Storage offre una piattaforma più agile per velocizzare la fornitura di nuovi servizi”.

“Red Hat OpenShift Container Platform mi ha realmente rubato il cuore”, afferma Mechiel Aalbers, senior technical application coordinator, Amsterdam Schiphol Airport. “La piattaforma è innovativa, mi permette di implementare velocemente e di controllare i container. Vogliamo soluzioni stabili che siano sostenibili nei prossimi anni, ma vogliamo che tutto funzioni in efficienza. I nostri sviluppatori non vogliono dover attendere gli ambienti di test, così possiamo offrire maggior valore immediatamente. Abbiamo spostato il rischio dai sistemi mission-critical a una soluzione che riteniamo sia future-proof e che pensiamo di utilizzare negli anni a venire per la nostra strategia cloud”.

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Lo storage virtuale come base del successo in un mondo definito dal digitale https://www.datamanager.it/2017/05/lo-storage-virtuale-base-del-successo-un-mondo-definito-dal-digitale/ Wed, 03 May 2017 16:30:06 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124025 In un’ottica generale, lo storage è stato considerato per molto tempo una necessità del business e non un fattore di spinta per acquisire un vantaggio competitivo. Tuttavia, negli ultimi anni questa percezione è cambiata. Coloro che non investono correttamente nello storage o non modernizzano i data center, rischiano di perdere terreno nel lungo periodo, mentre la […]

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In un’ottica generale, lo storage è stato considerato per molto tempo una necessità del business e non un fattore di spinta per acquisire un vantaggio competitivo.

Tuttavia, negli ultimi anni questa percezione è cambiata. Coloro che non investono correttamente nello storage o non modernizzano i data center, rischiano di perdere terreno nel lungo periodo, mentre la concorrenza sarà meglio preparata per affrontare il numero crescente di sfide IT che si presenteranno.

Questo contesto aiuta a comprendere perché, secondo IDC i sistemi basati su infrastruttura iperconvergente (HCI) rappresentano il segmento a più rapida crescita nel mercato dei sistemi convergenti o integrati. La transizione verso un nuovo approccio all’infrastruttura del data center è alimentato da budget in riduzione o statici e da team IT sottodimensionati, mentre le richieste del business e degli utenti finali nei confronti dell’IT sono in continuo aumento. Ed è in questo frangente che i nuovi progressi nello storage virtuale diventano importanti.

Lo storage virtuale ha dimostrato di essere un componente fondamentale sul quale basare il vantaggio competitivo odierno. Lo storage virtuale consente all’organizzazione di prepararsi in vista del business dinamico del futuro, supportando la necessità in un’ottica di disponibilità “sempre attiva”, una maggiore sicurezza e la richiesta di fornire un ritorno sull’investimento (ROI). Senza questo, le organizzazioni potrebbero rimanere in coda, una situazione che vorrei esplorare in maggior dettaglio.

Realizzazione della Business Continuity

La Business Continuity è un aspetto che molte organizzazioni danno per scontato, ma può diventare facilmente un problema quando si tenta di trasformare digitalmente il business. Con la distribuzione di più data center da parte delle organizzazioni, è possibile che si verifichi un’interruzione tra due località e questo significa che per poter continuare il business, è richiesto il backup da un altro sito. I cluster estesi offerti dalle soluzioni di storage virtuale, consentono di gestire questo problema tra più data center. Se in un sito si verificano problemi, un altro sito può continuare a lavorare senza interruzioni creando e mantenendo un backup dei dati in modo intelligente.

Il supermercato danese Coop ha tratto vantaggi esattamente da questa configurazione. Dopo aver spostato tutti i suoi server su una singola piattaforma server fisica, il supermercato si è trovato a dover affrontare un problema. Per due minuti, ogni giovedì alle 12, si verificava un arresto completo di tutti i suoi sistemi. La ricerca del problema ha richiesto diverse settimane, portando a scoprire che il sistema antivirus, scaricando il file delle nuove definizioni allo stesso tempo su tutti i 1.300 server, causava l’arresto totale dell’intera infrastruttura. Il supermercato era effettivamente bloccato, non potendo elaborare nessuna transazione. Questo ha portato alla costosa soluzione di spostare alcuni sistemi su piattaforme di storage separate.

Dopo aver distribuito la nostra piattaforma di storage virtuale, vSAN, Coop ha potuto garantire la Business Continuity. Le migliori prestazioni dello storage virtuale hanno consentito di mantenere inalterate le prestazioni del sistema nonostante il sistema antivirus continui a scaricare il file delle definizioni. Questo ha comportato anche che la Coop può fare affidamento su vSAN come unica soluzione per le sue necessità di storage, rendendolo una scelta economicamente efficace.

Questo aspetto spiega parzialmente perché il Software-Defined Storage è oggi alla base di qualsiasi processo aziendale per Coop, a partire dalle casse nei negozi, fino al provisioning di beni dai magazzini e a tutti i processi della sede centrale.

Miglioramento della sicurezza con zone di sicurezza virtuali

Il Software-Defined Storage è anche utilizzato attualmente dalle organizzazioni per risolvere uno dei grossi problemi che assillano l’IT, ossia la necessità di essere sempre un passo avanti rispetto agli attacchi cibernetici sempre più sofisticati. L’offerta più recente di vSAN offre strumenti di crittografia che consentono ai clienti di crittografare i dati inattivi; in questo modo la sicurezza può essere integrata nei dati durante i vari passaggi. Le piattaforme di storage virtuale possono anche collegarsi fluidamente alla rete, un aspetto che consente di migliorarne l’efficacia e la sicurezza.

Vantaggio totale dalla riduzione dei costi

Un altro aspetto positivo dello storage virtuale è rappresentato dal potenziale ritorno dell’investimento e dalla riduzione dei costi che può portare a un’organizzazione, un aspetto dal quale il New College Durham ha tratto pieno vantaggio. Messa sotto pressione dal governo britannico per ridurre drasticamente i costi, l’università è stata costretta a cercare una soluzione per sostituire lo Storage Area Network (SAN) esistente e ha optato per un’alternativa Software-Defined. L’università ha beneficiato immediatamente di un risparmio compreso tra 100.000 e 120.000 sterline, semplicemente non aggiornando gli Storage Area Network fisici.

Anche la distribuzione della piattaforma iniziale ha portato a un risparmio considerevole sui costi operativi, ad esempio modificando i livelli di servizio e velocizzando la configurazione del carico di lavoro. Le soluzioni di storage virtuale traslano essenzialmente le spese delle risorse umane, in modo che la configurazione dei singoli componenti hardware nel data center possa essere gestita da un layer virtuale economico, senza richiedere l’intervento di un operatore.

Lo storage non riguarda più solo le attività ripetitive di assicurare la capacità di memorizzazione per i dati del business. I reparti IT stritolati da vincoli sul budget, problemi di sicurezza e Business Continuity, possono trarre vantaggio dai nuovi progressi nello storage virtuale per affrontare di petto queste sfide. È giunto il momento di cambiare la percezione dello storage; non si tratta di “una parte dell’insieme di tecnologie necessaria per memorizzare i dati” ma “un elemento fondamentale di una base Software-Defined sul quale l’azienda può costruire il suo vantaggio competitivo”. Le aziende che non passeranno a questa modalità di disponibilità “sempre attiva”, rischiano di perdere velocemente terreno nei confronti di una concorrenza più agile e con una migliore sicurezza.  La transizione verso la modernizzazione dei dati è già in atto; il mancato adeguamento potrebbe significare un futuro all’insegna del recupero.

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