Fabio Rizzotto – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 14 Jul 2021 15:25:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Fabio Rizzotto – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Cuore IT e ramificazioni digitali, anticipazioni e tendenze 2018 https://www.datamanager.it/2018/01/cuore-it-ramificazioni-digitali-anticipazioni-tendenze-2018/ Mon, 22 Jan 2018 12:54:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=139368 Il second chapter della Trasformazione Digitale e l’evoluzione dei modelli di business: quando competere significa non accontentarsi di quanto fatto “appena ieri” Diventare impresa nativamente digitale, per le imprese non nativamente digitali, è quasi un paradosso. Tuttavia, competere con successo pone questa sfida alle aziende, che devono operare moltiplicando e amplificando l’innovazione in questo che […]

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Il second chapter della Trasformazione Digitale e l’evoluzione dei modelli di business: quando competere significa non accontentarsi di quanto fatto “appena ieri”

Diventare impresa nativamente digitale, per le imprese non nativamente digitali, è quasi un paradosso. Tuttavia, competere con successo pone questa sfida alle aziende, che devono operare moltiplicando e amplificando l’innovazione in questo che si appresta a essere il “second chapter” della Digital Transformation. È con questo concetto che IDC ha aperto la serie delle Global Predictions 2018, che come ogni anno ci accompagnano lungo i principali trend per il breve e medio periodo. A scuotere gli equilibri già precari di ogni settore ci sono diversi fattori che agiscono da megadriver globali per la pianificazione strategica del business e dell’innovazione (IT e digitale). Scorriamone alcuni. Uno dei trend che aveva già fatto capolino lo scorso anno – il concetto del gap crescente tra aziende leader e resto del mercato (cosiddetto DX Delta) – si rafforza ulteriormente con i disruptor che corrono con performance a volte strabilianti rispetto al resto dell’arena competitiva. Il tema dell’economia data-driven si ripresenta in toni ancora più vivaci con il paradigma “new data-centric”, introducendo nuove logiche competitive in tutti i settori e processi. Le aziende italiane non stanno a guardare e si stanno muovendo con una certa determinazione. Secondo la IDC European Survey 2017, la percentuale di aziende in Italia che considera importante o estremamente importante lo sviluppo di capability big data/analytics è destinata a crescere dall’attuale 36% al 71% nei prossimi due anni. In cosa si sta traducendo e si tradurrà tutto questo? Un esempio possiamo trarlo dalla stessa IDC survey, secondo la quale nei prossimi due anni il 60% delle aziende italiane prevede un incremento (seppur moderato) delle risorse (data scientist/data modeler) impegnate nei team analytics, e il 4% prevede incrementi significativi.

ARTIFICIAL INTELLIGENCE E AUTOMATION

L’impatto dei principi di Artificial Intelligence (AI) e Automation è altrettanto forte e rappresenta un altro megadriver di trasformazione. Secondo le IDC IT Industry Predictions 2018, entro il 2019 a livello globale il 40% delle iniziative DX si avvarrà di servizi Cognitive/AI. Guardando poco oltre, entro il 2021, l’affermazione di processi e automatismi Cognitive/AI permeerà il 75% delle applicazioni enterprise, contaminerà le logiche di dialogo tra consumatori e aziende (oltre il 90% degli individui interagirà con interfacce di supporto/assistenza AI), e oltre la metà dei nuovi robot industriali saranno dotati di intelligenza cognitiva. Nel nostro Paese, il 36% delle imprese (IDC Western European AI/Cognitive Solutions Survey, 2017) dichiara l’intenzione di iniziare ad adottare soluzioni Cognitive/AI entro i prossimi due anni. Ancora più significativo è constatare l’esteso interesse verso la materia: il 44% delle aziende italiane ne sta valutando il potenziale per la propria organizzazione.


#DigitalTransformation Fabio Rizzotto: Cuore IT e ramificazioni digitali @IDCItaly
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BLOCKCHAIN

Sentiremo inoltre parlare di evoluzione Blockchain. In poco meno di un anno, abbiamo assistito al rapido ingresso di nuovi principi legati a questa innovazione, che oggi tocca il finance come l’industria, le utilities come la pubblica amministrazione, la sanità come il commercio. Le direzioni di sviluppo non sono ancora pienamente tracciate, ma secondo IDC entro il 2021 almeno il 25% delle Global 2000 utilizzerà servizi blockchain come modello abilitante per crescere e scalare nelle relazioni e processi economici (cosiddetto Digital Trust). Interessante anche osservare la crescente febbre dell’oro generata dal fenomeno Bitcoin (e altre valute virtuali), fenomeni la cui portata – al di là dei ritmi e delle evoluzioni a cui assisteremo – rappresenta segnali profondi di trasformazione economica in quella che IDC chiama “changing value structures”, legata appunto alla crescita del capitale digitale. Queste dinamiche rappresentano una spinta ancora più sostenuta agli investimenti in Digital Transformation, che IDC prevede raggiungeranno i 1.700 miliardi di dollari nel 2019, con un incremento del 42% rispetto al 2017.


#DigitalTransformation Competere significa non accontentarsi di quanto già fatto @IDCItaly
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RE-PLATFORMING

Oltre al quanto, ecco il come: entro la fine dell’anno il 40% delle aziende globali avrà creato digital leadership team per accelerare il raggiungimento di obiettivi strategici e organici di trasformazione digitale. Si tratta, secondo IDC, di un livello di maturità superiore rispetto alle esperienze di innovazione concepite assegnando la guida a singole figure aziendali o piccoli nuclei interni. La velocità con cui bisognerà trasformare modelli IT, architetture e infrastrutture è incredibile. Si parla del cosiddetto «Re-Platforming», ovvero entro il 2019 il 60% dei CIO a livello globale avrà messo in atto un ripensamento completo delle architetture che regolano il funzionamento di infrastrutture e applicazioni, facendo leva su Cloud, Mobile, DevOps. Per realizzare questi obiettivi, dovranno essere valorizzati principi abilitanti quali software-defined, tecnologie hardware, software e servizi cloud-enabled, in grado di disegnare e gestire ambienti diversificati, che opereranno in logica onpremise, multicloud, edge. Molte aziende italiane hanno già compiuto scelte di lungo respiro dotandosi di tecnologie e risorse abilitanti di nuova generazione. Ma anche il resto del mercato si muove: secondo la IDC IT Services Survey 2017, per almeno 1 azienda su 4 nel 2018 si porrà la scelta di alternative cloud (SaaS, IaaS, PaaS) ai modelli IT tradizionali.


#AI #blockchain #RePlatforming Fabio Rizzotto: Leve di trasformazione per il 2018 @IDCItaly
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FUTURE OF COMMERCE

La ricerca del successo passerà sempre più dall’introduzione di nuovi modelli di business. IDC racchiude nel concetto di “Future of Commerce” un insieme di logiche economiche e modelli di revenue-generation che rappresentano un passo avanti nell’evoluzione delle logiche conosciute. Concetti che inglobano sharing economy, data monetization, community engagement, outcome-based pricing, risk-reward sharing, fino al cosiddetto “me-commerce”. Per le imprese già attive e per quelle che si lanceranno, il tratto comune sarà la forte disruption introdotta grazie all’uso di tecnologie digitali. Questi modelli saranno la normalità nel futuro, e secondo IDC già nel 2019 le aziende globali che avranno raggiunto un livello di trasformazione digitale molto avanzato genereranno almeno il 45% del fatturato da modelli “Future of Commerce”. L’applicazione di questi principi di business si realizzerà grazie anche alla convergenza di una serie di attributi tra cui la forte valorizzazione di logiche e insight data-driven, la capacità di ideare nuove esperienze digitali per gli utenti, di orchestrare strategie omnichannel a livello di ecosistema, di interagire con sinergie con molteplici provider, di crescere anche tramite partnership e acquisizioni.


#DigitalTransformation Fabio Rizzotto: Everyone is a developer @IDCItaly
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EVERYONE IS A DEVELOPER

Ma c’è di più. Riguarda noi individui attori del cambiamento nella società e nelle aziende. Si sta aprendo alla direzione dell’everyone is a developer, che sottende una crescente democratizzazione, partecipazione, applicazione delle tecnologie come ingrediente naturale della vita. In attesa dell’avvento della “augmented humanity” nel prossimo decennio, secondo le IDC Global IT Industry Predictions 2018, la semplificazione e la diffusione dei tool di sviluppo espanderà in modo significativo la portata dell’innovazione e il raggio dal (già crescente) popolo degli sviluppatori verso il mondo dei “non-developer”. Entro il 2021, community e altri modelli di partecipazione all’innovazione da parte dei non-developer contribuiranno per il 20% allo sviluppo di applicazioni di business e per il 30% con nuove funzionalità nelle soluzioni IT, per toccare punte del 60% entro i prossimi 8-10 anni. Nell’attesa di diventare tutti un po’ developer…buon 2018.

Fabio Rizzotto, head of local research and consulting di IDC Italia

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Il 2017, l’anno bilanciato dell’innovazione digitale https://www.datamanager.it/2017/12/2017-lanno-bilanciato-dellinnovazione-digitale/ Mon, 18 Dec 2017 13:14:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=137719 Con accelerazioni e decelerazioni, rimandi al domani e decisioni improvvise, attivismo dell’innovazione e pensiero creativo, si chiude un anno alla ricerca della giusta misura Ogni anno si chiude con un pensiero a quanto abbiamo vissuto, attraversato, osservato. L’unica direzione possibile, il futuro, non ci sottrae dall’opportunità di ripercorrere questo 2017 per riflettere, tra premesse e […]

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Con accelerazioni e decelerazioni, rimandi al domani e decisioni improvvise, attivismo dell’innovazione e pensiero creativo, si chiude un anno alla ricerca della giusta misura

Ogni anno si chiude con un pensiero a quanto abbiamo vissuto, attraversato, osservato. L’unica direzione possibile, il futuro, non ci sottrae dall’opportunità di ripercorrere questo 2017 per riflettere, tra premesse e promesse. In effetti, l’inizio dell’anno è stato tutt’altro che leggero: nelle IDC Predictions, l’avvento della Digital Economy (DX) in tutta la sua forza ci ha chiamato a nuovi ruoli, regole e responsabilità. Sono queste che sempre più vengono richieste ai manager coinvolti nei processi di trasformazione digitale. Sono le stesse che abilitano il successo. E sono sempre le stesse che entrano in gioco quando, per esempio, sistemi e processi vengono colpiti da cyberattack e bisogna intervenire in logica di crisis management. Il 2017 non ci ha risparmiato sotto questo fronte. È stato un anno bilanciato. Nonostante la velocità e le urgenze, nei primi mesi dell’anno le survey IDC hanno messo in evidenza in Europa e Italia priorità di business al confine tra il conservativo e l’innovazione. Razionalizzazione, efficienza, produttività da un lato. Sviluppi digitali ed espansione in nuovi segmenti di mercato e geografie dall’altro. Nello stesso periodo si sono mossi i passi necessari per avvicinarsi alla normativa GDPR, passando velocemente dalla consapevolezza all’esplorazione. Un notevole attivismo di partner e stakeholder nell’ecosistema ha favorito via via una crescente sensibilità nelle aziende italiane, che oggi sono attive sui vari fronti del processo di adeguamento. Il percorso non è facile e le percezioni raccolte nel corso delle indagini 2017 presso le aziende italiane ci trasferiscono ostacoli lungo uno spettro di contesti: data management, data encryption, adattamento delle security policy, education interna, mettere in atto sistemi e processi per prevenire e mitigare l’esposizione ai rischi. Vedremo gli sviluppi nel 2018. L’entrata in vigore fra pochi mesi farà da ago della bilancia. Molti osservatori hanno gli occhi puntati sul “D-day”.

LA ROADMAP DELLA DIGITAL TRANSFORMATION

Nel frattempo, tante storie ci raccontano il percorso di nuovi paradigmi quali l’IoT tra “use case” conosciuti e non. La IDC European IoT Survey 2017 evidenzia per il nostro Paese ai primissimi posti la sfera della “Customer behavior analysis and interaction”: si pensi alle sperimentazioni in ambito Retail, Banking e in generale alla trasformazione degli ambienti fisici e dei luoghi pubblici che abilitano nuovi processi grazie a tecnologie interattive. Non sorprende trovare inoltre l’ambito “asset management” tra gli altri contesti interessati da iniziative IoT: industry 4.0, digital building & facility, predictive maintenance sono solo alcuni dei principali driver di trasformazione. C’è poi un’altra sfera di iniziative, altrettanto significativa, che si fa strada sull’onda delle innovazioni che riguardano i processi di logistica, assistenza remota e distribuita di infrastrutture, fleet management, staff location, logistic management diventano use case rilevanti in molte organizzazioni che unificano e digitalizzano processi end-to-end nel proprio ecosistema. Cambiamenti significativi nel passaggio dal 2016 al 2018 che evidenziano maturità e penetrazione dell’era digitale. Non è difficile quindi immaginare che il modello di osservazione della roadmap della digital transformation – mentre si rafforza sulle 5 dimensioni che IDC ha tracciato negli anni scorsi come cardini del modello DX (vision e leadership; omnichannel; information management; operation; worksource and talent management) – evolva ora verso nuovi concetti. Si iniziano quindi a rafforzare nuovi requisiti della DX: misurazione delle performance; capacità e pratiche organizzative che incorporino il digital nel business; messa a punto di una roadmap per gli use case; disegnare una digital platform “for scale”, etc.


Fabio Rizzotto: Digital transformation #Bilancio2017 e rotta verso il #2018 @IDCItaly
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LE RAGIONI DEL CAMBIAMENTO

L’IT sta chiedendo nuove leve. Dai talenti, alle nuove competenze, a nuove pratiche. Cambiano i processi di reporting, analisi, cambia il modello IT e questo si ripercuote sul modo in cui il consumo IT si contrattualizza, si misura. Lo shift di processi e risorse verso i provider va a ridefinire un nuovo ambiente, nuovi spazi non solo infrastrutturali o applicativi. I provider intravedono nuove opportunità in questo momento, sono in grado di intercettare nuove esigenze di capacità, elasticità, flessibilità. Ma su entrambi i fronti, nuovi processi devono essere definiti, coordinati, messi in atto, da quelli commerciali a quelli amministrativi, a quelli finanziari e contrattuali. Molte parti in gioco allo stesso tavolo. Trasparenza, comunicazione, chiarezza sono indispensabili. Potrà apparire sorprendente, ma non è affatto scontata la domanda sul “perché” le aziende devono fare tutto ciò. In confronti più o meno informali, alcuni manager non nascondono la propria sincerità nel trasferire che, ancora oggi, un certo stile di management o di direzione aziendale – non sempre legato al fattore generazionale o alla velocità di cambiamento di specifici settori – non sia particolarmente consapevole o non veda di buon occhio la necessità del cambiamento a fronte degli stravolgimenti epocali che stiamo vivendo. Basti guardare non solo come le piattaforme social e il mondo interconnesso hanno stravolto gli equilibri socioeconomici. Diamo uno sguardo alle nostre strade. Sono un miscuglio di vecchio e nuovo, forse prevale ancora di più il primo, ma si stanno trasformando molto velocemente. Digital signage, veicoli e sensori intelligenti, mobilità urbana e sistemi di parcheggio intelligenti, strade e ambienti sempre più pervasi da tecnologia, tonnellate di cartone da smaltire per effetto dell’eCommerce. Consumer e customer engagement impazzano. Il bello, o il paradosso, è che il tema engagement è citato da tutte le aziende come un driver significativo del cambiamento. Le aziende sono sempre più spinte dalla necessità di affermare una maggiore rilevanza e lasciare un segno nell’esperienza dei clienti. Non a caso è al primo posto (46%) degli obiettivi che le aziende italiane segnalano in questo 2017 nella trasformazione digitale. È l’engagement che sta trascinando intere industrie, anche B2B, nella rivoluzione 4.0. Al secondo posto dei “perché” in questo 2017 le aziende italiane pongono attenzione alla ricerca della ottimizzazione delle Operations, all’eccellenza operativa come una delle chiavi per la velocizzazione e l’efficienza dei processi. Al terzo posto, fa capolino il fine ultimo dell’azienda nel mondo profit e competitivo: la generazione di flussi di revenue tramite canali e processi digitali. Siamo consapevoli di quanta strada è stata percorsa. Sappiamo anche che velocità e time-to-market sono importanti in Italia, ma dobbiamo sviluppare maggiori capacità di misurazione, governance, controllo. Sappiamo che molti sforzi possono apparire sterili, l’era digitale ci ha abituato a consumare energie non sempre portate a segno, ma è un rischio necessario. A volte serve solo a essere più consapevoli che lo sguardo deve essere ancora più avanti e in alto, per poter cogliere le sfide, collocarle nella giusta prospettiva e disegnare possibili strategie. Accade oggi. È da qui che ripartiamo verso il 2018.

Fabio Rizzotto, head of local research and consulting di IDC Italia

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Assintel Report 2018: la trasformazione alimenta la crescita https://www.datamanager.it/2017/11/assintel-report-2018-la-trasformazione-alimenta-la-crescita/ Fri, 24 Nov 2017 09:06:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136102 Con un margine percentuale di oltre il 3%, il valore dell’ICT italiano supera la soglia psicologica dei 30 miliardi. Ma il legacy fa ancora da freno Sarà che la trasformazione digitale sta ridefinendo anche le soglie dell’ottimismo, ma la platea che a Milano, nella sede di ConfCommercio, assiste alla presentazione dell’ultima edizione del tradizionale Assintel […]

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Con un margine percentuale di oltre il 3%, il valore dell’ICT italiano supera la soglia psicologica dei 30 miliardi. Ma il legacy fa ancora da freno

Sarà che la trasformazione digitale sta ridefinendo anche le soglie dell’ottimismo, ma la platea che a Milano, nella sede di ConfCommercio, assiste alla presentazione dell’ultima edizione del tradizionale Assintel Report+ (una seconda presentazione avverrà il 27 novembre a Roma, seguita a dicembre da un apposito evento sui dati relativi all’Osservatorio delle competenze digitali) sembra rinfrancata dai volumi di crescita che la spesa complessiva per l’ICT in Italia registra per questo 2017. Non quell’esplosione che l’importanza del tema della digitalizzazione del business forse meriterebbe, magari nel comparto dei servizi, ma pur sempre una cifra positiva e confortante, che tra l’altro pare confermata anche nelle stime aggregate che IDC, curatrice dello studio, fornisce per i prossimi due anni. Il mercato aggregato degli apparati e dei servizi per l’informatica e le telecomunicazioni supera la soglia dei 30 miliardi di euro, con un +3,1% di delta anno su anno e una buona tenuta, con parecchie punte interessanti, in quasi tutti i sottosegmenti, con una sola eccezione: quella della attesa contrazione del settore Telecomunicazioni (che peraltro “limita” la perdita al -1,6%).

L’esempio delle zone calde

Considerando i buoni margini registrati dall’intero comparto hardware (+6,2%) e le percentuali a due cifre che caratterizzano la corsa delle tematiche più calde del momento, la soddisfazione, se non doverosa, è pienamente giustificata. Il cloud computing risulta ancora vivacissimo con il 27,8% in più, il cognitive è al 20,5%, Big Data al 20,9%, IoT al 16,4%, anche se il primato spetta al salto del 335% di un’area, le applicazioni della realtà virtuale e aumentata che oggi è ancora piccola piccola, ma è destinata secondo Steven Frantzen, il vicepresident EMEA di IDC, che ha preceduto l’intervento del collega Fabio Rizzotto nel fornire un quadro introduttivo a livello continentale, a stimolare la progettualità marketing delle maggiori aziende europee nella rosa delle FT500. Almeno quelle  più sensibili alle stime che per il 2021 calcolano in un miliardo di individui il potenziale bacino di utenti che accederanno a contenuti e app attraverso interfacce di A/VR.

Cambio di passo

«Il cambio di passo che avevamo auspicato c’è stato – ha detto il presidente di Assintel Giorgio Rapari». Il supporto che per dovere staturario viene fornito agli associati continuerà con maggior vigore, articolandosi lungo lungo i tre assi degli stimoli alla Pubblica Amministrazione, anche sui temi delle gare e dei meccanismi, della trasformazione a livello di sistema e dell’azione culturale soprattutto nei confronti delle piccole imprese, ha concluso Rapari rifacendosi alle osservazioni di Stefano Epifani, del Digital Transformation Institute, che ha parlato degli effetti pervasivi dell’innovazione e della necessità di affrontarla non soltanto armati di specifiche competenze, ma anche sul piano del senso, della capacità di misurare appieno gli effetti del cambiamento. Citando l’umorista James Thurber, Epifani ha concluso il suo intervento esortando gli operatori a non puntare lo sguardo all’indietro con rabbia, o in avanti con paura, «ma a guardare tutt’intorno a noi, con consapevolezza».

La Quarta Piattaforma siamo noi

Diversi dati qualitativi incoraggianti emergono anche dal survey che IDC ha condotto su un campione di un migliaio di aziende italiane e che Fabio Rizzotto ha brevemente illustrato. Le differenze territoriali e quelle legate alle dimensioni delle aziende sono ancora marcate ma bisogna riconoscere la crescente attenzione nei confronti della centralità del cliente, anche nelle sue relazioni con il mondo digitale. «Il cambiamento si innesta però su un tessuto di esperienze che viene dal passato» – ha osservato Rizzotto. La cultura della trasformazione deve accelerare il percorso di affrancamento dai fantasmi della tradizione, perché all’orizzonte si delineano già i contorni di quella che Frantzen chiama già Quarta Piattaforma: la diretta convergenza tra tecnologie e corpo umano.

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Video: Marketing 4.0 l’intervento di Fabio Rizzotto a #WeChangeIT Forum https://www.datamanager.it/2017/09/video-marketing-4-0-lintervento-fabio-rizzotto-wechangeit-forum/ Wed, 13 Sep 2017 13:58:44 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130803 La seconda tavola rotonda dell’evento annuale di Data Manager, #WechangeIT Forum dedicata al marketing 4.0. Vendere non è più solo un’arte, ma è soprattutto una scienza. In questo video l’intervento di Fabio Rizzotto, Senior Research and Consulting Director – IDC Italia #WeChangeIT Forum #Marketing40 #video : l’intervento di Fabio Rizzotto – IDC ItaliaClick To Tweet Visita il sito […]

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La seconda tavola rotonda dell’evento annuale di Data Manager, #WechangeIT Forum dedicata al marketing 4.0. Vendere non è più solo un’arte, ma è soprattutto una scienza. In questo video l’intervento di Fabio Rizzotto, Senior Research and Consulting Director – IDC Italia


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Video: Industry 4.0 l’intervento di Fabio Rizzotto a #WeChangeIT Forum https://www.datamanager.it/2017/09/video-industry-4-0-lintervento-fabio-rizzotto-wechangeit-forum/ Mon, 11 Sep 2017 12:31:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130501 La prima tavola rotonda dell’evento annuale di Data Manager, #WechangeIT Forum: “Industry 4.0 per tornare a produrre in Italia e riavviare il sistema operativo del Paese”. In questo video l’intervento di Fabio Rizzotto, Senior Research and Consulting Director – IDC Italy #WeChangeIT Forum #Industry40 #video : l’intervento di Fabio Rizzotto, IDCClick To Tweet Visita il sito […]

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La prima tavola rotonda dell’evento annuale di Data Manager, #WechangeIT Forum: “Industry 4.0 per tornare a produrre in Italia e riavviare il sistema operativo del Paese”. In questo video l’intervento di Fabio Rizzotto, Senior Research and Consulting Director – IDC Italy


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Videointervista a Fabio Rizzotto, IDC https://www.datamanager.it/2017/09/videointervista-fabio-rizzotto-idc/ Thu, 07 Sep 2017 10:28:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130220 WeChangeIT Forum 2017: videointervista a Fabio Rizzotto, Senior Research and Consulting Director, IDC Italia Visita il sito ufficiale del WeChangeIT Forum, i relatori, gli argomenti, aggiornamenti sulla edizione 2018 e la possibilità di Pre-Registrazione http://www.wechangeit.it/

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WeChangeIT Forum 2017: videointervista a Fabio Rizzotto, Senior Research and Consulting Director, IDC Italia


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Perché nell’evoluzione dei data center è necessario superare il “mismatch” tra infrastrutture IT e facility https://www.datamanager.it/2017/05/perche-nellevoluzione-dei-data-center-necessario-superare-mismatch-infrastrutture-it-facility/ Wed, 03 May 2017 14:52:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=124090 Se le aziende non rinnoveranno anche l’ecosistema fisico dei data center potrebbero andare incontro a serie disfunzioni nei servizi digitali, evidenzia IDC L’attenzione crescente all’innovazione digitale da parte delle aziende si sta ripercuotendo in maniera evidente sull’evoluzione delle architetture dei data center nel quadro di risorse ICT sempre più distribuite. Sono infatti i data center ad […]

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Se le aziende non rinnoveranno anche l’ecosistema fisico dei data center potrebbero andare incontro a serie disfunzioni nei servizi digitali, evidenzia IDC

L’attenzione crescente all’innovazione digitale da parte delle aziende si sta ripercuotendo in maniera evidente sull’evoluzione delle architetture dei data center nel quadro di risorse ICT sempre più distribuite. Sono infatti i data center ad abilitare accelerazione e rapidità mai viste, competitività e raggiungimento dei target di mercato, e a garantire il supporto per workload di nuova generazione come l’IoT, il machine learning, il cognitive computing e la realtà aumentata, mantenendo obiettivi di efficienza e di performance. Ma la trasformazione delle infrastrutture IT – si pensi per esempio ai sistemi iperconvergenti o alle architetture software-defined – deve accompagnarsi anche al ripensamento delle scelte di power & cooling, di efficienza energetica e in generale degli asset fisici. Questa urgenza ha radici lontane, è necessaria per riallineare cicli di replacement che hanno visto aumentare nel tempo la vita media delle infrastrutture fisiche rispetto a quelle IT, determinando un “gap di obsolescenza” che può mettere a serio rischio la capacità di innovazione.

Secondo infatti le previsioni di IDC, entro il 2019 i nuovi rack di sistemi iperconvergenti e iperscalari arriveranno a rappresentare il 60% delle installazioni di server, storage e networking nei data center, impattando profondamente sulle modalità di alimentazione e raffreddamento.

Il far convergere capacità computazionali, storage e di rete in singoli rack di sistemi IT, comprensivi del software necessario, sta diventando una priorità per molte aziende al fine di velocizzare la disponibilità delle risorse e ridurre il tempo speso per la loro gestione. Ma questa transizione tecnologica propria del mondo IT si sta ripercuotendo pesantemente sulle densità di potenza dei data center modificando anche l’intero ecosistema fisico. Pertanto, non solo è necessario far evolvere l’infrastruttura fisica per rispondere a maggiori densità di potenza, ma è anche indispensabile allocare dinamicamente risorse di raffreddamento laddove richiesto. La modularità e l’automazione devono diventare caratteristiche precipue anche delle facility, non solo della componente IT del data center, fornendo nel contempo visibilità in tempo reale sulle operazioni e i consumi.

Non a caso, IDC ritiene che nei prossimi due anni il 30% delle medie e grandi aziende andrà incontro a disfunzioni nei servizi IT a causa del “mismatch” tra potenza erogabile e carico di lavoro provocato dal gap di obsolescenza delle infrastrutture fisiche rispetto a quelle IT. E vista la criticità del ruolo dei data center, ogni malfunzionamento si tradurrà in una interruzione dei servizi digitali aziendali con serie ripercussioni per il business.

Anche le facility devono quindi essere ripensate in ottica digitale ed è proprio su questo tema che Schneider Electric ed IDC centreranno un roadshow che toccherà Milano e Roma il 24 maggio e il 14 giugno prossimi.

Intitolato “Digital Facility – Integrazione tra infrastrutture fisiche e IT per rispondere alle nuove regole della Digital Economy”, il doppio evento vedrà gli analisti di IDC e gli esperti di Schneider Electric incontrare Datacenter e Infrastructure Manager, Energy Manager, IT Architect, CIO e CTO per illustrare gli approcci emergenti, le più recenti innovazioni in grado di rispondere alle esigenze dei nuovi fenomeni in atto per essere sempre competitivi e una serie di approfondimenti sulle best practice di successo. Come si configurano le scelte data center alla luce delle regole dell’economia digitale? Quali opportunità cogliere dai trend in atto e come diventare più competitivi? Come cambiano le strategie di progettazione e disegno dei data center? Quali pratiche si affermano nell’era digitale per il power & cooling, l’energy management, il workload management, la sicurezza e la continuità? Come ridurre i rischi di “mismatch” tra infrastrutture IT e facility?

Chairman dell’evento sarà Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia.

Per maggiori informazioni sull’evento: Digital Facility

Hashtag dell’evento: #DigitalFacility

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Digital economy, trasformazione o alterazione? https://www.datamanager.it/2017/02/digital-economy-trasformazione-alterazione/ Tue, 14 Feb 2017 14:36:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=118804 Il 2017 apre scenari che ci portano, si potrebbe affermare, oltre i confini della conoscenza. Meno impegnati nel trasferire in digitale il mondo finora conosciuto, più rivolti a materializzare nuove tecnologie e applicazioni nel dinamismo della dimensione fisica Continuano inarrestabili i cambiamenti dell’industria IT. Gli scenari che abbiamo davanti continueranno a presentarci trasformazioni graduali, seppur […]

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Il 2017 apre scenari che ci portano, si potrebbe affermare, oltre i confini della conoscenza. Meno impegnati nel trasferire in digitale il mondo finora conosciuto, più rivolti a materializzare nuove tecnologie e applicazioni nel dinamismo della dimensione fisica

Continuano inarrestabili i cambiamenti dell’industria IT. Gli scenari che abbiamo davanti continueranno a presentarci trasformazioni graduali, seppur continue? Oppure si delinea una vera e propria alterazione dei meccanismi economici, sociali, ambientali, politici, generazionali, culturali finora conosciuti, grazie a (oppure a causa di) nuove tecnologie digitali? L’applicazione delle tecnologie digitali in tutti i campi della produzione, dei servizi, del sapere, coniugata a nuove fonti di conoscenza, innovatività e creatività diffuse sarà il catalizzatore di nuove forme di sviluppo economico. Guidati da organizzazioni già mature digitalmente, ma anche da aziende che muovono i primi passi, secondo IDC gli investimenti globali in digital transformation technologies supereranno quota 2.100 miliardi di dollari entro il 2019.

L’affermazione della “DX Economy” è il cardine delle previsioni IDC globali per il 2017 e gli anni a venire: un’economia nella quale ogni impresa verrà misurata sulla capacità di raggiungere nuovi standard in termini di performance e benchmark, abilitati da stadi evolutivi dei paradigmi cloud, mobility, social, e dalla pervasività di cognitive/artificial intelligence (AI), Internet of Things (IoT), augmented reality/virtual reality (AR/VR), robotica. Nei prossimi tre-quattro anni, il successo si valuterà sull’abilità delle aziende di essere “native digitali” nella modalità di pensare, creare, sviluppare, lanciare prodotti e servizi sul mercato. Singoli progetti e iniziative dovranno essere componenti di un disegno più ampio, tasselli di un mosaico.

COME EVOLVE E COSA SUCCEDE AL SUBSTRATO TECNOLOGICO?

Sposare i principi più attuali e le fortissime interdipendenze tra cloud, mobile, social, big data, IoT, cognitive/AI, AR/VR, 3D printing, robotics etc. sarà imprescindibile. Anzi, da qui in avanti, non ci saranno molte opzioni: costituiranno le “default choice” per innovare. La dispersione di processi e workload nel “Cloud 2.0” porterà le imprese a livello mondiale a investire fino al 67% del software e dell’infrastruttura IT in ambienti cloud-based entro il 2020. Questi ambienti saranno sempre più distribuiti, affidabili, intelligenti, standard nei principi ma capaci di indirizzare nuove esigenze applicative digitali industry specific. Per gli attori dell’offerta e i partner tecnologici, la battaglia si sposta sul terreno delle piattaforme, che trainano innovazione, community di sviluppatori, marketplace. Prodotti diventano soluzioni, soluzioni diventano suite, suite diventano piattaforme aggreganti tecnologie, metodi, competenze, processi. Si va affermando, in sostanza, una sorta di platform economy: vita sociale, ritmi di business, ricavi delle imprese che si attivano sull’onda di strumenti, framework, infrastrutture, nuovi modelli di business collaborativi.

Questi ultimi, per esempio, trovano applicazione concreta nell’ascesa delle “Industry Collaborative Clouds”: piattaforme cloud-based che consentono a gruppi di aziende di una o più industrie di collaborare su obiettivi comuni, lanciare iniziative innovative “negli” o “fuori” gli ecosistemi di appartenenza per migliorare processi, capacità di insights, competenze, facendo leva anche sui dati. In tanti settori, produttivi, della distribuzione, finanziari, della sanità per esempio, sono le Industry Cloud basate sulla valorizzazione delle informazioni a presentare i tassi di crescita più sostenuti. Secondo IDC, entro il 2018 questa tipologia di industry cloud triplicherà in diffusione passando da poche decine (del 2016) ad oltre 150 a livello mondiale. Nel 2017, anche le imprese non attivamente coinvolte dovrebbero rivolgere uno sguardo a questi modelli, comprendere i contorni e le implicazioni di queste dinamiche, fare riflessioni sugli impatti per la propria industry, la rilevanza per la diversificazione del business, valutare la portata geografica rispetto al proprio mercato attuale, interrogarsi sulle direzioni di altri attori, vicini e non, nella propria catena, fornitori, partner.

Il principio già noto del dato e dell’informazione come asset competitivi assumono quindi nuove accezioni: sono il nuovo “capitale digitale”. L’era dell’abbondanza in cui viviamo rischia di creare entropia e confusione. Aggirarsi nella marea di “generatori” di informazioni sarà sempre più complesso e caotico senza una strategia chiara. Non più del 10% dei dati in circolazione è effettivamente utile alle imprese. L’informazione corretta, appropriata, usata per migliorare esperienze, influenzare processi e decisioni in real-time sarà decisiva. Questo mondo trova nuova linfa nell’innovazione dei processi manufatturieri, delle smart city, della logistica, della mobilità. Secondo IDC entro il 2025, saranno attivi 80 miliardi di oggetti IoT che creeranno 180 ZB di dati. Nel mondo industriale, per esempio, queste nuove “sensing capabilities” introdurranno intelligenza applicata a monitoraggio, gestione, visibilità su funzionamento di processi e asset finora quasi “nascosti”, che andranno a intrecciarsi con l’innovazione introdotta da Robotica e 3D Printing. La quarta rivoluzione industriale passa anche attraverso l’intreccio di IoT e Cognitive/Artifical intelligence. È il binomio che creerà valore, una sorta di “AIoT”, nuovo acronimo che può incoraggiare i decision maker aziendali ad accostare i due principi, portando avanti riflessioni congiunte per massimizzare tutti i campi applicativi: ricerca e sviluppo, offering, customer engagement, efficienza operativa, security intelligence. La velocità con cui in alcuni settori – dal design al retail, dai servizi finanziari alle comunicazioni – realtà aumentata e virtuale si stanno affermando come componenti embedded in alcuni processi (customer facing, interaction, ad esempio) è tale che entro il 2020 IDC ritiene saranno stravolti i principi che hanno caratterizzato l’ultima decade. Ovvero, modelli ed esperienze che comunemente viviamo tramite web e strumenti mobile potranno apparirci superati tra pochi anni.

COSA CI RESTA DA FARE A QUESTO PUNTO?

La via breve, assistere alla rapida ascesa di nuove forme economiche senza farne parte, conservare lo status quo, abbiamo capito non funziona. Ma c’è un altro fattore che emerge come risultato dei tempi che viviamo. La prospettiva che un numero ristretto di aziende che ha già aperto la strada riesca a trovare nuovi acceleratori, capitalizzando e staccando i follower o le aziende meno agili, generando spaccature o gap difficilmente colmabili, è dietro l’angolo. Opportunità per nuove leadership da un lato, e dall’altro uno stimolo per tutte le aziende a mettere in atto riflessioni strategiche e pratiche per non ritrovarsi in mercati che nel medio termine rischiano di entrare in dinamiche stagnanti, se non addirittura avviarsi al declino. Ogni organizzazione si rinnova con i propri tempi fisiologici, dettati dalla necessità di contaminare competenze, approcci e processi per lo sviluppo di una cultura aziendale digitale. Interrogarsi e continuare a curiosare sarà fondamentale. Rivedere tutto quanto possibile e a tutti i livelli dell’organizzazione potrà essere non più solo segno di crisi, ma di trasformazione e rinnovamento continuo. Il digitale ha già dimostrato di poter entrare in ogni aspetto, processo, parte della vita delle imprese. Piani di transizione al digitale sono già presenti in tutte le aziende. Attuarli, facendo crescere la scala di impatto e il valore finale sul mercato, sarà sempre complesso, ma esperienza, confronto, e perchè no errori, aiutano. Il futuro vantaggio competitivo passa anche da qui.

Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia

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Trasformazione in 3D https://www.datamanager.it/2016/11/trasformazione-in-3d/ Thu, 24 Nov 2016 13:56:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114565 Dati, digitalizzazione e disruption rispetto ai modelli operativi tradizionali. Davanti alla sfida rappresentata dai concorrenti digital native, le aziende devono riconfigurare IT e processi, entrando definitivamente nell’era della Terza piattaforma È di nuovo epoca di profonda trasformazione, per l’informatica in azienda. La storia delle tecnologie di calcolo ha impresso una linea evolutiva ben precisa ai […]

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Dati, digitalizzazione e disruption rispetto ai modelli operativi tradizionali. Davanti alla sfida rappresentata dai concorrenti digital native, le aziende devono riconfigurare IT e processi, entrando definitivamente nell’era della Terza piattaforma

È di nuovo epoca di profonda trasformazione, per l’informatica in azienda. La storia delle tecnologie di calcolo ha impresso una linea evolutiva ben precisa ai sistemi computazionali che, a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, sono stati il motore dell’automazione del lavoro e dei processi di business. Una evoluzione che è sempre stata all’insegna del “sempre più piccolo e concentrato”. Quando le sue porte logiche erano costituite da valvole, il computer occupava inevitabilmente enormi stanze, consumava e dissipava una grande quantità di energia. Nella Internet delle cose, l’intelligenza digitale occupa viceversa pochissimo spazio e in certi casi può addirittura funzionare “succhiando” potenziale elettrico dalla miriade di campi in radiofrequenza che impregnano buona parte dei nostri territori proprio a causa delle comunicazioni digitali.

Dopo la prima fase in cui la piattaforma informatica per eccellenza era l’elaboratore “mainframe”, e un passo intermedio rappresentato dai sistemi midrange, si è passati a una lunga seconda fase che ha visto imporsi gradualmente la dualità server e dei terminali client, entrambi basati su potenti microprocessori ad alta densità e collegati in una rete aziendale. La svolta rispetto a questa seconda piattaforma è arrivata sotto la spinta degli standard di interconnessione (Ethernet a livello di rete locale, TCP/IP per le reti su scala geografica) e di una virtualizzazione sempre più spinta delle risorse hardware. Ma perché potesse dirsi conclusa la transizione tra la Seconda e la Terza piattaforma, si è dovuto attendere un decennio abbondante, per il completamento di quel processo di forte “consumerizzazione” e “socializzazione” delle tecnologie IT, che è il vero fattore dirompente, di un’informatica radicalmente nuova.


.@IDCItaly Benvenuti nell’era della Terza piattaforma
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UNA IT SPINTA DAL BASSO

L’informatica aziendale, dice Sergio Patano, research e consulting manager di IDC Italia, «è un mondo a tre dimensioni, e non mi riferisco soltanto alla stampa 3D, una delle tecnologie che fanno da contorno alla rivoluzione della Terza piattaforma. Le tre “D” in questione sono i dati, la digitalizzazione e proprio questo elemento “disruptive”, di spostamento di paradigma». Se l’informatica client/server che le aziende hanno imparato a governare nel ventennio precedente l’avvento di Internet e della massiccia virtualizzazione aveva già rappresentato un primo momento di democratizzazione della tecnologia, nella Terza piattaforma la spinta “dal basso” è diventata irresistibile. E i primi a essere stati investiti da questa onda di piena sono proprio i tradizionali dipartimenti IT delle organizzazioni aziendali medio-grandi.

«Il chief information officer nel dominio delle tecnologie ormai viene superato a destra dalle singole linee di business e perde un monopolio di conoscenza un tempo esclusivo» – sottolinea Patano, ribadendo però che il ruolo del CIO non viene improvvisamente meno. Non è certo il caso di mandare in prepensionamento centinaia e centinaia di professionisti ben preparati. Piuttosto, Patano vuol farci capire che anche la figura dei responsabili tecnologici delle imprese è uno degli elementi di un complesso percorso di trasformazione digitale che tutte le organizzazioni, pubbliche o private, di impresa o di governo, devono intraprendere oggi per non rischiare, nell’immediato futuro, di diventare meno competitivi, poco flessibili, incapaci di cogliere nuove opportunità di crescita, o di reagire alle richieste di un mercato anch’esso tecnologicamente evoluto.

SUCCESSI CLAMOROSI E TONFI MEMORABILI

Opportunità e richieste che hanno portato alla ribalta di settori merceologici diversificati società cone Airbnb o Uber, rapidamente diventate operatori leader in domini come l’hotellerie e il noleggio di vetture con autista, senza che le stesse società possedessero un singolo albergo l’una, o un solo taxi l’altra. Ai due esempi di successo, Patano contrappone il caso di tonfi memorabili, come Kodak e Blockbuster, due realtà clamorosamente incapaci di cogliere, nel momento giusto, il giusto significato del vento di digitalizzazione che ha portato alla sostanziale scomparsa delle fotocamere analogiche o alla vera e propria estinzione del videoregistratore a cassetta. E non mancano gli esempi di player che non si possono certo annoverare tra i campioni della old economy, come la canadese BlackBerry o la finlandese Nokia (dei telefonini, non dell’originario catrame), che dopo aver dato un formidabile contributo di innovazione hanno preso sottogamba la necessità di alimentare, anche con l’agilità delle infrastrutture tecnologiche, un processo di cambiamento costante. Perché neppure l’innovazione è più quella di prima.

Se ne discute ormai da tanto tempo, che forse non vale neppure la pena fornire ulteriori descrizioni, ma è giusto partire dalla definizione ormai classica di “Terza piattaforma” per comprendere meglio la lezione di Sergio Patano, presentata a settembre a Milano in occasione della Digital Transformation Conference di IDC e analizzata, insieme all’esperto, in questo speciale di Data Manager. Dopo i paradigmi del mainframe e del client/server, la Terza piattaforma nasce anche come estrema conseguenza della separazione tra risorse di calcolo fisiche e capacità di calcolo usufruibile come puro servizio. Separazione avvenuta con la virtualizzazione delle piattaforme operative, che a sua volta investe anche funzioni non strettamente computazionali, come lo spazio di archiviazione dei dati o i parametri e le funzioni delle reti, abbattendo le tradizionali barriere tra “comparti” di un data center. Il software defined everything è il fattore scatenante di un fenomeno, che elegge il cloud come architettura di base e primo pilastro, insieme ad altri tre, della nuova piattaforma. Le altre colonne portanti sono ovviamente la mobilità, la socializzazione del business e l’accumularsi dell’immenso patrimonio di dati, non necessariamente di carattere transazionale, né precisamente strutturato, che in virtù del cloud, della mobilità degli utenti e dell’infinita varietà di canali continuamente aperti tra imprese e consumatori, cittadini e pubbliche amministrazioni, utenti e altri utenti, macchine, veicoli e robot con altri macchine, vengono generati in ogni istante.

DALLA A ALLA “ZETTA”

Uno degli assi portanti della trasformazione, sta proprio nella capacità di intercettare la parte che conta di questi dati e di estrarre, come si fa con i minerali grezzi, le informazioni che permettono di convertire un semplice numero, una coordinata geografica, la lista della spesa in un negozio e in nuovo valore di business. Nella visione di IDC, i dati sono la prima “D” da tenere sott’occhio nei prossimi anni, quando tra l’aumento della popolazione e del numero di oggetti digitali intelligenti che popoleranno le nostre tasche, e l’allargamento delle possibilità di accesso ai nuovi servizi di rete, il fenomeno diventerà “Big” per davvero. «La quantità di dati negli otto anni che vanno dal 2013 al 2020 mostra un potenziale di crescita aggregata che vale il 40% ogni anno, osserva Patano. In questo modo, si passerà da un volume annuo pari a 4,4 zettabyte generati nel 2013, a un volume decuplicato, 44 zettabyte». Come dire 44 miliardi di terabyte, pari a circa cinque terabyte e mezzo per ogni singolo abitante del Pianeta, considerando però che a generare questa massa di numeri contribuiranno, nel 2020, circa trenta miliardi di oggetti della Internet delle cose. «L’utilità di questi dati dipende dalla possibilità di taggarli in qualche modo e analizzarli» – aggiunge subito Patano. Oggi, siamo in grado di farlo con poco più del 20% dei dati grezzi, ma nel 2020 non supereremo il 40% a fronte di un primo punto di forte criticità: ancora oggi il 50% dei documenti generati è di natura cartacea e l’80% dei dati complessivi non è strutturata».

In un business sempre più digitalizzato, il dato è una materia prima fondamentale da cui estrarre valore rappresentato da crescita ed espansione geografica del business corrente, opportunità di generare nuovo business in settori contigui o addirittura mai esplorati prima, fidelizzazione e allargamento della clientela consolidata, capacità di reagire velocemente alle sfide poste dalla globalizzazione dei mercati e dalle manovre di vecchi e nuovi concorrenti. In aziende già consolidate tutto questo implica una trasformazione anche radicale delle infrastrutture in direzione di una maggiore agilità e flessibilità di adattamento ai servizi richiesti. Ma richiede anche uno sforzo di cambiamento complessivo, che investe quelle che Patano chiama le «cinque facce» della trasformazione digitale. O meglio, dell’informazione digitale – precisa Patano – che equivale alla capacità di sfruttare queste informazioni «per ottenere un vantaggio competitivo, consentendo all’azienda di rispondere alle opportunità rapidamente, attraverso decisioni informate». Al di là di una infrastruttura IT agile, è fondamentale adottare un approccio olistico in grado – sulla base di competenze derivate dal mondo digitale – di guidare l’azienda nella trasformazione dei modelli di business, dei processi interni e dell’intero ecosistema di relazioni.


.@IDCItaly La digital transformation contamina le imprese italiane
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UN REGISTA PER IL FILM DIGITALE

Un primo punto riguarda una leadership che riesca a progettare e implementare una strategia di cambiamento dell’intera organizzazione. La terza “faccia” del business digitale si identifica nella relazione con i clienti, una relazione molto più diretta e paritaria di un tempo, che lascia al cliente un maggiore spazio di decisione e manovra, muovendosi lungo una molteplicità di canali – on e offline – e di punti di contatto. Questa maggiore interattività punta a creare, grazie a esperienze più vicine al digital lifestyle che ciascuno di noi ha imparato a costruirsi in questi ultimi anni, un diverso clima di fiducia e complicità che va sicuramente esteso alla sfera dei collaboratori esterni e interni. «La trasformazione del modo in cui le aziende, grazie alle tecnologie digitali accedono e gestiscono i talenti, li connettono tra loro e con l’ecosistema per generare ulteriore valore, è un altro dei volti del nuovo modo di fare business» – sottolinea Patano. Last but not least, c’è il quinto aspetto, quello dei modelli operativi.

«Le business operation devono complessivamente diventare più reattive ed efficaci, facendo leva sui prodotti e i servizi, gli asset dell’organizzazione, le persone, i partner tutti digitalmente connessi intorno al vero “core” della trasformazione digitale: l’informazione e l’architettura su cui essa poggia». L’importanza di quest’ultimo punto, secondo Patano si percepisce anche da una prima analisi degli investimenti finalizzati alla trasformazione digitale che emerge dalle ricerche IDC. Se nel 2015, la voce riguardante il cambiamento dei modelli operativi attirava il 49% della spesa in digital transformation, le proiezioni per il 2020 anticipano una spesa più equilibrata per le tre voci riguardanti i modelli operativi, le infrastrutture informative e l’esperienza multicanale, che dovrebbero connotare gli sforzi evolutivi delle aziende con livelli compresi tra il 25 e il 38% di spesa. Più in dettaglio, le stime IDC considerano una spesa mondiale in tecnologie per la digital transformation che supererà i 2.100 miliardi di dollari nel 2019, andando a pesare per oltre il 50% sul totale della spesa ICT mondiale attesa per quell’anno. Fra tre anni, quindi, la maggior parte degli investimenti aziendali in tecnologie informatiche sarà destinata ai processi digitali.

Gli analisti stanno già registrando un progressivo spostamento della spesa ICT verso i progetti di digital transformation. La quota della spesa “trasformativa” sul volume complessivo del mercato ICT si è assestata di poco sopra al 30% nel 2015 partendo dal 28% nel 2014, anno in cui IDC ha iniziato a monitorare il fenomeno. Ma già nel 2016, la componente relativa alla trasformazione digitale è destinata a superare il 35%, per un valore di poco superiore ai 1.300 miliardi di dollari. Il trend individuato da IDC indica che la quota della spesa in trasformazione sul totale ICT supererà il 40% nel 2017 e arriverà a toccare il 52% nel 2019, quando oltrepasserà sensibilmente i 2.000 miliardi di dollari di valore.

IT E LOB INSIEME PER IL CAMBIAMENTO

Ma come si deve affrontare, la terza “D” del nostro scenario, la “disruption” digitale che, come si è visto, non si limita a cambiare le regole e i paradigmi dell’IT? In una dinamica che vede i nuovi entranti, nati già digitali (le varie Uber, Netflix, Airbnb, Amazon e Alibaba) confrontarsi continuamente sui mercati con aziende storiche o comunque già affermate, queste ultime ricevono un forte impulso a una trasformazione che si traduce innanzitutto nella nascita di ruoli diversi, figure di riferimento, veri e propri leader della trasformazione.

Come ci spiega l’esperto di IDC, si tratta a volte di posizioni a metà strada tra quello che era il tradizionale dipartimento IT e le varie “Lob”, le linee di business, responsabili dell’innovazione e della digitalizzazione che spesso ricevono in dotazione un budget ricavato erodendo in piccola parte le voci di spesa convenzionali. Il primo passo di questa strategia consiste in genere nel mettere a punto una piattaforma di servizio digitale, sfruttando in particolar modo i servizi disponibili attraverso i cloud pubblici, rivolgendosi in modo molto diretto alla clientela B2C. È a questo punto, osserva ancora Patano, che le tradizionali architetture IT delle aziende vivono un momento di separazione: da un lato un primo stadio di piattaforma digitale, molto orientata al cloud, dall’altro l’infrastruttura impegnata a supportare attività B2B, le relazioni con le risorse umane e i partner. È una informatica a due marce che l’organizzazione digitale non può permettersi di tenere a lungo separate. Idealmente, conclude Patano, si deve costruire «un ponte tra le due piattaforme» e i piloni di questo ponte sono rappresentati da architetture cloud sempre più ibridizzate.

Per quanto riguarda il livello di digitalizzazione delle imprese in Italia, dall’osservatorio di IDC, i ricercatori della sede italiana fanno notare che la digital transformation si sta allargando velocemente a tutti i settori, contaminando imprese di ogni dimensione lungo intere filiere. «Soprattutto – si legge in una recente nota – il percorso d’innovazione sta coinvolgendo tutti i ruoli aziendali, dalla tecnologia al business, portando a nuove forme di collaborazione e integrazione. La cooperazione tra imprese, vendor e laboratori d’innovazione, e tra i diversi ruoli aziendali, è indispensabile per gestire la natura complessa e multiforme della trasformazione digitale. Anzi, alcune aziende hanno già compreso che i benefici di questa cooperazione possono essere amplificati, creando veri e propri ecosistemi che combinano nuovi modelli di business, tecnologie digitali, informazioni e stakeholder, questi ultimi sia individui che altre imprese.


.@IDCItaly Dati. Digitalizzazione. Disruptive. Le tre “D” della Digital Transformation
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NELLA CERCHIA DEGLI INNOVATORI

Sono le tematiche emerse dall’edizione 2016 di Innovators Circle, una serie di incontri esclusivi promossi in collaborazione con IDC da SAP e Intel dedicati proprio al cambiamento verso il business digitale. In tre diversi appuntamenti che si sono articolati quest’anno tra Milano e Roma, i business manager delle più importanti aziende italiane, responsabili di progetti di trasformazione digitale, hanno condiviso con gli ideatori di Innovators Circle esperienze progettuali e linee di azione per competere con successo nel mondo digitale, grazie anche agli interventi di relatori da aziende come Enel, Univeg, La Feltrinelli, Acea. Per l’occasione IDC ha inoltre sviluppato, insieme a SAP, un nuovo strumento di assessment – l’IDC Digital Transformation MaturityScape Tool – che consente alle aziende di conoscere il proprio posizionamento e ricevere raccomandazioni personalizzate per orientarsi nella digital transformation. A Fabio Rizzotto, research and consulting senior director di IDC Italia, il compito di illustrare i trend principali della digital transformation e di moderare la discussione tra relatori e partecipanti alle discussioni degli Innovators Circle. È ormai chiaro, che la trasformazione digitale è una delle principali priorità di business. Lo era per il 66% delle aziende italiane nel 2015, lo è diventata per il 76% delle imprese nel 2016, evidenzia Rizzotto. Ma è anche evidente che la consapevolezza di questa importanza pone i CIO e le aziende di fronte a una nuova serie di sfide. Per le imprese italiane, sottolinea Rizzotto, questo si traduce in quattro punti fondamentali. Il primo: «Trovare, coltivare e trattenere personale qualificato (per il 72% delle aziende italiane)». Il secondo: «Tracciare e comprendere i comportamenti digitali e le aspettative dei clienti (70%)». Il terzo: «Possedere una chiara visione di come il digitale possa aiutare a ottenere un vantaggio competitivo (67%)». Il quarto: «Far dialogare dipartimenti e persone, fare sistema (63%)».

La trasformazione digitale delle aziende italiane sta entrando a diretto contatto con gli elementi più sensibili del business: competenze, visione, collaborazione, stile di innovazione. «La capacità di amalgamare queste leve con nuove architetture e soluzioni tecnologiche sarà determinante per rispondere alle esigenze di dinamismo e velocità dettate dagli ecosistemi digitali» – evidenzia Rizzotto. Un sentiment, conclude il collega Sergio Patano, pienamente confermato dall’indagine – ristretta ma molto significativa – che IDC ha proposto a fine settembre ai partecipanti dell’evento Digital Transformation Conference. «Due terzi delle aziende rappresentate alla conferenza afferma di essere già al lavoro su strategie di trasformazione» – racconta Patano. «Il rimanente terzo non ha ancora definito una precisa strategia ma la sta attivamente prendendo in considerazione. È la prima volta che non vengono registrate aziende che non si pongono neppure il problema. Un altro elemento che emerge dai nostri questionari è che la guida e le risorse finanziarie per la trasformazione derivano da un forte connubio tra IT e linee di business, c’è un forte commitment da parte dell’IT a non cedere la leadership, evitare i rischi della duplicazione, della cosiddetta Informatica-ombra portata avanti autonomamente e senza controllo dalle linee di business». Come dire che nell’era delle architetture cloud, il CIO dell’impresa digitale non viene messo da parte, ma dovrà allargare i suoi orizzonti, in un ruolo “meta-tecnologico” che deve essere riconosciuto dal top management e da tutte le divisioni aziendali.

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La banca con il cliente al centro https://www.datamanager.it/2016/07/la-banca-cliente-al-centro/ Thu, 21 Jul 2016 09:23:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106472 Nuove forme di concorrenza, deregulation, una clientela che si fa ogni giorno più esigente. Secondo SAP, l’industria dei servizi finanziari deve rispondere con tecnologie e processi capaci di offrire una diversa “customer view” Nell’epoca della “mass customization”, della personalizzazione resa possibile anche nei mercati fatti di Grandi Numeri, le banche sempre più digitali studiano nuove modalità […]

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Nuove forme di concorrenza, deregulation, una clientela che si fa ogni giorno più esigente. Secondo SAP, l’industria dei servizi finanziari deve rispondere con tecnologie e processi capaci di offrire una diversa “customer view”

Nell’epoca della “mass customization”, della personalizzazione resa possibile anche nei mercati fatti di Grandi Numeri, le banche sempre più digitali studiano nuove modalità di gestione della relazione con la clientela. Una trasformazione indispensabile dopo che è venuta meno l’unicità del canale di comunicazione rappresentato dallo sportello in filiale. La multicanalità, accompagnata da una continuità di relazione molto più marcata e da un contesto competitivo e regolamentare che costringe le banche retail a fronteggiare avversari nuovi e “agili”, richiede un radicale ripensamento delle tecnologie e dei processi che riguardano il front-office.

Sul tema dei nuovi strumenti della “customer view” SAP e Intel hanno organizzato, in collaborazione con IDC, una interessante mattinata milanese, nella suggestiva sede razionalista di Villa Necchi Campiglio, quartier generale del Fai. Fabio Rizzotto, senior research & consulting director di IDC Italia, ha inquadrato la questione nel più ampio contesto della digital transformation, considerata – ha precisato l’analista – una priorità per oltre il 75% delle aziende italiane, che non a caso focalizzano le loro azioni proprio sulla frontline e sull’organizzazione. «Anche per le banche – ha poi rilevato Rizzotto – la digital transformation segue solo la compliance come priorità, e subito dopo vengono la customer experience e la performance».

Secondo l’analista, il settore finanziario può percorrere due strade per raggiungere una customer centricity più significativa. Una consiste nel lavorare sul versante del mid- e backoffice, un tracciato sicuramente capace di assicurare maggiore solidità anche in futuro, ma dove la sfida è rappresentata dal legacy e da un insieme di applicazioni core più resistente al cambiamento. «Su un altro fronte si può agire in modo più tattico sul front office, dove però si fanno sentire svantaggi come la mancanza di skill e di flessibilità, i vincoli della compliance, i costi di manutenzione».

L’IT bancario, conclude Rizzotto, può essere rappresentato graficamente da un core molto stabile che viene continuamente “bombardato”, sulla periferia, da una serie di applicativi più snelli, che erodono il nucleo centrale ai bordi. Tasselli, ricorda Rizzotto, che alimentano un modello architetturale sempre più a due velocità, una informatica più tradizionale e una molto più aperta all’innovazione, da pensare subito in chiave di business digitale, molto più aperto in direzione di un ecosistema di partner, fornitori di servizi e clienti sempre più esigenti, autonomi e tecnologicamente avveduti. Le banche italiane sono pronte a questo ecosistema?

Il dubbio sembra essere condiviso da Lino Iannizzi, value engineer per i servizi finanziari di SAP Italia, che con un provocatorio filmato esordisce ponendo ai numerosi rappresentanti del settore riuniti per questo seminario la classica domanda “cattiva”: perché nelle banche giudichiamo accettabile un livello di servizio che in qualsiasi altro settore farebbe scappare il cliente? «Il cliente digitale cerca cose come semplicità di interazione, rilevanza e contestualità dei servizi, reattività, affidabilità e “fiducia” anche senza contatto fisico». Un cliente “digitally engaged”, prosegue Iannizzi, è un cliente che genera margini significativamente più elevati.

Videointervista a Livio Iannizzi, Value Engineer – Financial Services, SAP Italia

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Videointervista a Livio Iannizzi, SAP
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Le banche italiane sono allineate a quelle europee nel percepire l’urgenza della trasformazione. Quale può essere il perno di questo cambiamento? SAP propone il cosiddetto modello del customer hub, un aggregato di tecnologie e funzionalità che Iannizzi colloca, graficamente, a metà strada tra lo strato di applicativi e servizi direttamente interfacciati con i canali rivolti alla clientela e lo strato dei dati e degli applicativi core. «Il customer hub – spiega Iannizzi – fa in altre parole da “pivot”, permette una visuale a 360 gradi sulle attività del cliente, una vista non filtrata attraverso i silos costituiti dagli specifici canali, e attraverso questa interazione rende davvero possibile un’offerta personalizzata».

Dal punto di vista dei processi, il custmer hub che SAP propone alla banca digitale permette di gestire attività di reclutamento (“customer on-boarding”), profilatura in chiave evolutiva e dinamica, con un aggiornamento realt-time dei livelli di segmentazione ottenuti, e di data flow management anch’esso integrato, dando in pratica la possibilità di catturare informazioni ed eventi in una modalità streaming, partendo da dati e canali strutturati e non strutturati (incluse beninteso le informazioni “social” così ricche di contenuti sul comportamento e i gusti degli individui). «Strumenti analitici più tradizionali non sono in grado di estrarre le informazioni desiderate» conclude Iannizzi.

Paolo Ossola, Fsi business development manager di Intel Italia, ha dedicato il suo intervento agli aspetti infrastrutturali, ricordando per esempio, che le architetture IT della banca oggi devono adattarsi alla trasformazione e all’avvento di tecnologie come blockchain e il deep learning, garantendo aumenti di performance e, insieme, la capacità di gestire in modo molto più dinamico e flessibile la gestione dei carichi di lavoro. Intel, ha ricordato Ossola, sta concentrando i suoi sforzi di R&D e produzione sulla capacità di offrire questo abbinamento a livello di microprocessori, memorie e software defined networking.

Jonathan Charley, deputy general manager dei SAP Financial Services nella regione Emea, ha offerto in conclusione dell’evento una lezione molto stimolante di competitive intelligence, proponendo una panoramica di servizi innovativi, come le forme creditizie “people to people” di Smartika o lo “Skype del trasferimento di fondi” di TransferWise. «Le banche più consolidate devono rispondere a questa sfida reinventando i business model, i processi, il modo di lavorare».

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