Digital economy, trasformazione o alterazione?

Rizzotto Fabio_Idc

Il 2017 apre scenari che ci portano, si potrebbe affermare, oltre i confini della conoscenza. Meno impegnati nel trasferire in digitale il mondo finora conosciuto, più rivolti a materializzare nuove tecnologie e applicazioni nel dinamismo della dimensione fisica

Continuano inarrestabili i cambiamenti dell’industria IT. Gli scenari che abbiamo davanti continueranno a presentarci trasformazioni graduali, seppur continue? Oppure si delinea una vera e propria alterazione dei meccanismi economici, sociali, ambientali, politici, generazionali, culturali finora conosciuti, grazie a (oppure a causa di) nuove tecnologie digitali? L’applicazione delle tecnologie digitali in tutti i campi della produzione, dei servizi, del sapere, coniugata a nuove fonti di conoscenza, innovatività e creatività diffuse sarà il catalizzatore di nuove forme di sviluppo economico. Guidati da organizzazioni già mature digitalmente, ma anche da aziende che muovono i primi passi, secondo IDC gli investimenti globali in digital transformation technologies supereranno quota 2.100 miliardi di dollari entro il 2019.

L’affermazione della “DX Economy” è il cardine delle previsioni IDC globali per il 2017 e gli anni a venire: un’economia nella quale ogni impresa verrà misurata sulla capacità di raggiungere nuovi standard in termini di performance e benchmark, abilitati da stadi evolutivi dei paradigmi cloud, mobility, social, e dalla pervasività di cognitive/artificial intelligence (AI), Internet of Things (IoT), augmented reality/virtual reality (AR/VR), robotica. Nei prossimi tre-quattro anni, il successo si valuterà sull’abilità delle aziende di essere “native digitali” nella modalità di pensare, creare, sviluppare, lanciare prodotti e servizi sul mercato. Singoli progetti e iniziative dovranno essere componenti di un disegno più ampio, tasselli di un mosaico.

COME EVOLVE E COSA SUCCEDE AL SUBSTRATO TECNOLOGICO?

Sposare i principi più attuali e le fortissime interdipendenze tra cloud, mobile, social, big data, IoT, cognitive/AI, AR/VR, 3D printing, robotics etc. sarà imprescindibile. Anzi, da qui in avanti, non ci saranno molte opzioni: costituiranno le “default choice” per innovare. La dispersione di processi e workload nel “Cloud 2.0” porterà le imprese a livello mondiale a investire fino al 67% del software e dell’infrastruttura IT in ambienti cloud-based entro il 2020. Questi ambienti saranno sempre più distribuiti, affidabili, intelligenti, standard nei principi ma capaci di indirizzare nuove esigenze applicative digitali industry specific. Per gli attori dell’offerta e i partner tecnologici, la battaglia si sposta sul terreno delle piattaforme, che trainano innovazione, community di sviluppatori, marketplace. Prodotti diventano soluzioni, soluzioni diventano suite, suite diventano piattaforme aggreganti tecnologie, metodi, competenze, processi. Si va affermando, in sostanza, una sorta di platform economy: vita sociale, ritmi di business, ricavi delle imprese che si attivano sull’onda di strumenti, framework, infrastrutture, nuovi modelli di business collaborativi.

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Questi ultimi, per esempio, trovano applicazione concreta nell’ascesa delle “Industry Collaborative Clouds”: piattaforme cloud-based che consentono a gruppi di aziende di una o più industrie di collaborare su obiettivi comuni, lanciare iniziative innovative “negli” o “fuori” gli ecosistemi di appartenenza per migliorare processi, capacità di insights, competenze, facendo leva anche sui dati. In tanti settori, produttivi, della distribuzione, finanziari, della sanità per esempio, sono le Industry Cloud basate sulla valorizzazione delle informazioni a presentare i tassi di crescita più sostenuti. Secondo IDC, entro il 2018 questa tipologia di industry cloud triplicherà in diffusione passando da poche decine (del 2016) ad oltre 150 a livello mondiale. Nel 2017, anche le imprese non attivamente coinvolte dovrebbero rivolgere uno sguardo a questi modelli, comprendere i contorni e le implicazioni di queste dinamiche, fare riflessioni sugli impatti per la propria industry, la rilevanza per la diversificazione del business, valutare la portata geografica rispetto al proprio mercato attuale, interrogarsi sulle direzioni di altri attori, vicini e non, nella propria catena, fornitori, partner.

Il principio già noto del dato e dell’informazione come asset competitivi assumono quindi nuove accezioni: sono il nuovo “capitale digitale”. L’era dell’abbondanza in cui viviamo rischia di creare entropia e confusione. Aggirarsi nella marea di “generatori” di informazioni sarà sempre più complesso e caotico senza una strategia chiara. Non più del 10% dei dati in circolazione è effettivamente utile alle imprese. L’informazione corretta, appropriata, usata per migliorare esperienze, influenzare processi e decisioni in real-time sarà decisiva. Questo mondo trova nuova linfa nell’innovazione dei processi manufatturieri, delle smart city, della logistica, della mobilità. Secondo IDC entro il 2025, saranno attivi 80 miliardi di oggetti IoT che creeranno 180 ZB di dati. Nel mondo industriale, per esempio, queste nuove “sensing capabilities” introdurranno intelligenza applicata a monitoraggio, gestione, visibilità su funzionamento di processi e asset finora quasi “nascosti”, che andranno a intrecciarsi con l’innovazione introdotta da Robotica e 3D Printing. La quarta rivoluzione industriale passa anche attraverso l’intreccio di IoT e Cognitive/Artifical intelligence. È il binomio che creerà valore, una sorta di “AIoT”, nuovo acronimo che può incoraggiare i decision maker aziendali ad accostare i due principi, portando avanti riflessioni congiunte per massimizzare tutti i campi applicativi: ricerca e sviluppo, offering, customer engagement, efficienza operativa, security intelligence. La velocità con cui in alcuni settori – dal design al retail, dai servizi finanziari alle comunicazioni – realtà aumentata e virtuale si stanno affermando come componenti embedded in alcuni processi (customer facing, interaction, ad esempio) è tale che entro il 2020 IDC ritiene saranno stravolti i principi che hanno caratterizzato l’ultima decade. Ovvero, modelli ed esperienze che comunemente viviamo tramite web e strumenti mobile potranno apparirci superati tra pochi anni.

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COSA CI RESTA DA FARE A QUESTO PUNTO?

La via breve, assistere alla rapida ascesa di nuove forme economiche senza farne parte, conservare lo status quo, abbiamo capito non funziona. Ma c’è un altro fattore che emerge come risultato dei tempi che viviamo. La prospettiva che un numero ristretto di aziende che ha già aperto la strada riesca a trovare nuovi acceleratori, capitalizzando e staccando i follower o le aziende meno agili, generando spaccature o gap difficilmente colmabili, è dietro l’angolo. Opportunità per nuove leadership da un lato, e dall’altro uno stimolo per tutte le aziende a mettere in atto riflessioni strategiche e pratiche per non ritrovarsi in mercati che nel medio termine rischiano di entrare in dinamiche stagnanti, se non addirittura avviarsi al declino. Ogni organizzazione si rinnova con i propri tempi fisiologici, dettati dalla necessità di contaminare competenze, approcci e processi per lo sviluppo di una cultura aziendale digitale. Interrogarsi e continuare a curiosare sarà fondamentale. Rivedere tutto quanto possibile e a tutti i livelli dell’organizzazione potrà essere non più solo segno di crisi, ma di trasformazione e rinnovamento continuo. Il digitale ha già dimostrato di poter entrare in ogni aspetto, processo, parte della vita delle imprese. Piani di transizione al digitale sono già presenti in tutte le aziende. Attuarli, facendo crescere la scala di impatto e il valore finale sul mercato, sarà sempre complesso, ma esperienza, confronto, e perchè no errori, aiutano. Il futuro vantaggio competitivo passa anche da qui.

Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia