forecasting – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 14 Jul 2021 15:29:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png forecasting – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dati e AI per decidere https://www.datamanager.it/2017/07/dati-ai-decidere/ Thu, 20 Jul 2017 13:37:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129125 I grandi volumi di informazioni generati da ogni attività di produzione e logistica, con gli strumenti e le competenze giuste, sono un fondamentale motore di competitività ToolsGroup, nasce negli anni Novanta con l’obiettivo di realizzare soluzioni per l’ottimizzazione e la pianificazione della supply chain. Oggi, racconta Francesco Stolfo, senior partner dell’azienda, le soluzioni sono utilizzate […]

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I grandi volumi di informazioni generati da ogni attività di produzione e logistica, con gli strumenti e le competenze giuste, sono un fondamentale motore di competitività

ToolsGroup, nasce negli anni Novanta con l’obiettivo di realizzare soluzioni per l’ottimizzazione e la pianificazione della supply chain. Oggi, racconta Francesco Stolfo, senior partner dell’azienda, le soluzioni sono utilizzate in numerosi settori industriali: dai beni di largo consumo, al fashion, dai prodotti industriali e durevoli, alle generiche attività di post-vendita. «La strategia messa in atto in questi anni – sottolinea Stolfo – ci ha portati a diventare uno dei player di riferimento a livello mondiale nelle soluzioni di supply chain planning e sales & operations planning».

Pionieri dell’intelligenza artificiale

I nuovi approcci analitici dell’Industry 4.0 richiedono una profonda trasformazione rispetto agli ambienti di produzione e logistica delle merci più tradizionali? «Big Data rappresenta una vera e propria rivoluzione» – riconosce Stolfo. «Nel demand planning in particolare, la raccolta di dati ad ampio spettro permette di considerare diversi elementi che possono influenzare la domanda in modo differente per poter reagire più rapidamente alle variazioni del mercato sia da un punto di vista produttivo che da un punto di vista distributivo. Oggi, queste informazioni sono più facili da recuperare e, usando le nuove tecnologie, diventa sempre più facile estrarre informazioni utili per modificare, se necessario, le decisioni a livello di pianificazione della futura domanda». In questo specifico campo, precisa ancora Stolfo, ToolsGroup ha condotto diverse attività e realizzato diverse soluzioni a partire dalla metà degli anni 2000, diventando il primo software vendor ad adottare strumenti di intelligenza artificiale (AI) a supporto dell’analisi dei segnali della domanda. Spesso si tende a pensare che il valore di certi strumenti predittivi vada soprattutto a vantaggio di organizzazioni complesse che possono contare su ingenti patrimoni informativi. Quanto deve essere grande il “big” di Big Data per beneficiare anche imprese mid-range? Secondo Stolfo la complessità dei processi e l’impatto di un efficace approccio analitico sui dati raccolti non dipendono necessariamente dalla dimensione delle imprese. «Oggi, davvero tutti possono trarre enormi vantaggi. Soprattutto, le aziende che sono in fase di crescita e vogliono sfruttare le nuove tecnologie per competere con i grandi del loro settore. ToolsGroup, per venire incontro a queste esigenze, ha messo in pratica un piano specifico per adattare le soluzioni offerte alla crescita del business delle imprese».


Francesco Stolfo @ToolsGroupItaly Dal B2B al B4B, #dati e #AI per decidere
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Trasformazione a portata di click

Un altro degli ostacoli percepiti – forse l’esperienza che è stata accumulata finora nel dominio della business intelligence e dei sistemi a supporto delle decisioni fornisce una conferma – riguarda da un lato la grande potenza infrastrutturale, dall’altro le competenze specifiche necessarie per sfruttare al meglio le potenzialità di certi strumenti. Come si risponde alla richiesta di tool analitici più “democratici”, ricchi di autonomia, intelligenza e più accessibili alle varie funzioni aziendali attraverso una gamma più ampia di device? «Le nuove tecnologie sono oggi a “portata di click” e lo saranno sempre di più – afferma Stolfo – Anche quelle più sofisticate». Secondo l’esperto di ToolsGroup rimane, ovviamente, un gap di conoscenza per capire come sfruttare al meglio questi strumenti. «Per permettere non solo la loro fruizione, ma anche il loro massimo sfruttamento, il modello di business deve radicalmente cambiare. In fondo, lo abbiamo già detto, si tratta di una vera e propria rivoluzione e come tale va tenuta in seria considerazione. Il nostro approccio si è effettivamente trasformato: da software vendor a vero e proprio partner a supporto dei nostri clienti. Non si tratta solo di offrire gli strumenti sotto forma di servizi di tipo SaaS, ma di offrire supporto operativo a fianco dei clienti. Qualcuno afferma che questo nuovo modo di operare comporta per gli specialisti un passaggio da una filosofia B2B a un approccio B4B: oggi i risultati contano più delle tecnologie implementate ma per arrivarci è necessario lavorare insieme».


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Francesco Stolfo (ToolsGroup), l’innovazione diventa facile https://www.datamanager.it/2016/07/francesco-stolfo-toolsgroup-linnovazione-diventa-facile/ Tue, 19 Jul 2016 15:19:14 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105672 Cambiamento e cultura d’impresa. Puntare sull’innovazione come elemento di continuità, in un Paese che rimane, anche dopo la crisi, il secondo paese manifatturiero europeo La questione di fondo non è il cambiamento, ma la velocità del cambiamento e la capacità di passare dal “se fare” al “come fare” e soprattutto al “quando”. Il cambiamento è […]

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Cambiamento e cultura d’impresa. Puntare sull’innovazione come elemento di continuità, in un Paese che rimane, anche dopo la crisi, il secondo paese manifatturiero europeo

La questione di fondo non è il cambiamento, ma la velocità del cambiamento e la capacità di passare dal “se fare” al “come fare” e soprattutto al “quando”. Il cambiamento è nella natura delle cose. «Ma è prima di tutto un atteggiamento mentale» – spiega Francesco Stolfo, partner e responsabile dello sviluppo business di ToolsGroup, la multinazionale di Boston con sede europea ad Amsterdam e uffici a Milano, specializzata in soluzioni innovative per rendere più efficiente l’analisi della domanda e ottimizzare la supply chain. «La tecnologia è in continua evoluzione e, per ottenere il massimo, bisogna essere sempre curiosi e comprendere quanto di buono può offrire. L’evoluzione fa parte della storia umana, altrimenti saremmo rimasti a cacciare con le frecce di selce». Secondo Francesco Stolfo, anche in una società ipertecnologica, sono le persone a fare la differenza. «ToolsGroup è una società di persone eccezionali – e sottolineo persone e non tecnologie – che hanno saputo fare, e continuano a realizzare, software avanzati per aiutare i propri clienti a migliorare le decisioni strategiche e operative necessarie per essere competitivi nel rendere la loro offerta sempre più adeguata alla reale domanda del mercato di riferimento. Lo stiamo facendo da più di venti anni».

Imprese in trasformazione

Quarant’anni di innovazione, non senza errori, hanno trasformato l’Italia da paese agricolo a una delle economie più sviluppate. Per Francesco Stolfo, l’Italia è in grado di rinnovarsi e capire il potenziale delle tecnologie e dell’innovazione. «Non siamo secondi a nessuno per l’uso, soprattutto privato, di strumenti avanzati. Per contro – avverte Stolfo – spesso buttiamo via molto del vantaggio competitivo che potremmo avere per colpa di processi decisionali interni alle aziende troppo lunghi e frammentati. Purtroppo, in molte aziende italiane, l’innovazione è vista più come una minaccia che come un’opportunità. L’effetto diretto è duplice. Da un lato vediamo aziende che diventano più competitive perché sono riuscite a spingere il pedale dell’innovazione dei processi, cambiando dall’interno il modo di fare le cose e dall’altro assistiamo ad aziende che rallentano la loro capacità di stare sul mercato perché si sono imbarcate in progetti troppo complessi da gestire perché non si fidavano dell’innovazione offerta da terzi. Fortunatamente, questo gap viene rapidamente colmato con le nuove generazioni di manager e CIO che riescono a portare in azienda i vantaggi della Terza Piattaforma con lo sviluppo dei social, di piattaforme cloud, di soluzioni big data e di infrastrutture mobili».


Francesco Stolfo @ToolsGroupItaly #Innovazione come elemento di #continuità
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Il coraggio di cambiare

Il cambiamento resta una parola vuota se non si traduce in azione. «Prima di tutto – spiega Stolfo – bisogna avere il coraggio di fare scelte diverse dal passato e ritrovare slancio e fiducia nel futuro, ma soprattutto negli altri. Nel corso degli ultimi vent’anni, abbiamo visto premiate le imprese che hanno avuto il coraggio di cambiare e investire nell’innovazione nei periodi di crisi. La crescita del 25% all’anno che abbiamo registrato nell’ultimo triennio ci fa ben sperare, non solo per il nostro ruolo di abilitatori del cambiamento, ma soprattutto per la maturazione delle piccole e medie imprese italiane che stanno comprendendo sempre di più il valore dell’innovazione».

La strategia di ToolsGroup

«L’innovazione è per noi un elemento di continuità» – afferma Stolfo. «E questo potrebbe quasi sembrare un ossimoro. Per noi è proprio così. Ci siamo dati la missione di rendere sempre più semplice ed efficiente il lavoro di coloro che devono decidere cosa produrre, distribuire, acquistare, vendere. Per poter facilitare questo lavoro, dobbiamo prima di tutto focalizzare il lavoro delle persone su quello che è effettivamente un valore aggiunto: questo si traduce nell’aumento dell’automazione nelle decisioni meno importanti. Questa strategia spinge necessariamente all’innovazione. Siamo stati i primi, per esempio, a sperimentare strumenti di autoapprendimento nei processi di supply chain planning e di sales planning. In ogni caso, al centro mettiamo chi – ogni mattina al lavoro – deve avere a che fare con i suoi problemi quotidiani e cerchiamo di semplificargli la vita. Il nostro slogan, non a caso è: Powerfully Simple».

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Tagetik In Touch, approda negli USA la decima edizione https://www.datamanager.it/2016/05/tagetik-touch-approda-negli-usa-la-decima-edizione/ Tue, 17 May 2016 14:10:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101511 Organizzata a New Orleans, la kermesse annuale dedicata a clienti, prospect e partner si è svolta su un fitto calendario di quattro giorni di seminari ed eventi presso un albergo storico del Quartiere Francese Il teatro di Tagetik In Touch quest’anno è stato un vecchio hotel, recentemente ristrutturato, del French Quarter della città americana patria […]

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Organizzata a New Orleans, la kermesse annuale dedicata a clienti, prospect e partner si è svolta su un fitto calendario di quattro giorni di seminari ed eventi presso un albergo storico del Quartiere Francese

Il teatro di Tagetik In Touch quest’anno è stato un vecchio hotel, recentemente ristrutturato, del French Quarter della città americana patria del jazz. Il Royal Sonesta ha mantenuto il fascino degli antichi palazzi che costituiscono il cuore del quartiere storico di New Orleans: balconi bianchi con le ringhiere a merletto, stanze accoglienti e calde. «La scelta di tenere l’edizione di quest’anno negli Stati Uniti è stata dettata dalla nostra base di clienti in costante espansione in Nord America» – ha commentato Manuel Vellutini, co-CEO di Tagetik. «L’agenda predisposta per questa edizione è stata dedicata ai “modern” CFO e ai professionisti dell’area Amministrazione, Finanza e Controllo, per fornire loro nuovi punti di vista e informazioni per trarre sempre maggior valore strategico dal proprio business». Il piatto forte è stato infatti servito all’interno delle sale conferenze dell’Hotel Sonesta, a partire dai contenuti delle presentazioni offerte ai partecipanti, che – per venti delle quaranta sessioni tenute quest’anno – hanno ottenuto l’approvazione della Nasba (l’Associazione nazionale dei collegi statali dei contabili) per i crediti relativi all’aggiornamento professionale continuo obbligatorio Cpe (Continuing professional education) dei contabili pubblici certificati Cpa (Certified public accountant). «Si tratta di una conferma dell’elevata qualità della nostra agenda, oltre che un ulteriore vantaggio per i clienti Tagetik, che hanno potuto ottenere crediti Cpe senza costi aggiuntivi» – ha commentato Dave Kasabian, chief marketing officer di Tagetik.


#CFO Marco Pierallini co-CEO di @Tagetik Pronti per il cambiamento?
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Nuove prospettive per il business

Il programma della conferenza è stato sviluppato su una serie di panel e tavole rotonde, casi di studio, demo di prodotto e presentazioni offerte dai partner di Tagetik. La scelta degli argomenti sviluppati verteva su temi oggi particolarmente rilevanti per il CFO e l’area Amministrazione, Finanza e Controllo, quali la gestione di budget complessi, i modelli what-if e la pianificazione di molteplici scenari alternativi, il forecasting, l’utilizzo dei cruscotti direzionali e il narrative reporting. La partecipazione dei rappresentanti di due dei maggiori istituti di analisi e ricerca nel campo del corporate performance management (Cpm), come Paul Hamerman, principal analyst di Forrester Research e Morris Treadway, international finance leader di Kpmg ha aggiunto ulteriori contenuti “di peso” alla conferenza.

Tra gli argomenti trattati, ha sicuramente suscitato un forte interesse la prospettiva tracciata sul futuro del cpm e della tecnologia cloud per le grandi aziende, che si trovano a operare in un contesto sempre più competitivo e complesso dal punto di vista normativo, soprattutto se, come ormai è giocoforza, sono attive a livello multinazionale. Ha commentato Marco Pierallini, co-CEO di Tagetik: «I CFO sono sempre più coinvolti nei processi decisionali, supportando il CEO e il Board nella pianificazione strategica del business e fornendo informazioni utili per migliorare le performance aziendali. Le aziende hanno quindi bisogno di soluzioni in grado di modernizzare l’area Amministrazione, Finanza e Controllo sfruttando innovazioni tecnologiche – quali in-memory, big data e mobile – e funzionalità avanzate che possano rendere più efficienti i processi tradizionali e offrire più tempo ai CFO per fornire prospettive strategiche ai business leader».


#CFO Manuel Vellutini co-CEO di @Tagetik Più valore strategico nelle organizzazioni
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Un nuovo ruolo per il CFO

Secondo Morris Treadway di Kpmg, siamo entrati nell’era del “Rinascimento del CFO”, nel senso che «il CFO di oggi deve essere in grado di operare su scala globale, utilizzando dati finanziari e analitici per realizzare una crescita profittevole, capitalizzando un ambiente normativo dinamico e acquisendo i migliori talenti sul mercato». In pratica, sempre secondo Treadway, come ha sottolineato nel corso del suo intervento, il CFO si trova a gestire un vasto ecosistema di complessità crescente, con l’obiettivo di realizzare sempre un vantaggio competitivo». Il contributo al dibattito da parte di James Carville, originario di New Orleans, analista ed esperto di strategie politiche, ha permesso di allargare il focus sulle questioni economiche e di gettare lo sguardo anche sulle visioni di sviluppo e crescita per il futuro che si stanno confrontando nella campagna per le elezioni presidenziali americane.

«Le nostre conferenze sono un’occasione importante per rinsaldare la partnership di Tagetik con i propri clienti» – ha detto Vellutini. «Da una parte, i nostri clienti ottengono informazioni e consigli dai nostri esperti finanziari e tecnologici. Dall’altra, i suggerimenti e i punti di vista che otteniamo dai nostri clienti influenzano le nostre priorità di sviluppo del software e ci aiutano a stare al passo con le necessità tattiche e strategiche dei leader finanziari più avanzati di oggi».

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Parigi, il terrore detta l’agenda del G20 https://www.datamanager.it/2015/11/parigi-il-terrore-detta-lagenda-del-g20/ Sat, 14 Nov 2015 12:13:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=88496 Dopo avere seminato il terrore, gli attentati di Parigi avranno effetti pesanti su privacy, trattamento dei dati e cyber-security in tutta Europa Venerdì 13 di sangue a Parigi. La mano armata dell’IS ha piantato il seme del terrore nel cuore dell’Europa. Un seme che divide, con conseguenze imprevedibili sugli equilibri geopolitici internazionali e sulla sicurezza europea. […]

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Dopo avere seminato il terrore, gli attentati di Parigi avranno effetti pesanti su privacy, trattamento dei dati e cyber-security in tutta Europa

Venerdì 13 di sangue a Parigi. La mano armata dell’IS ha piantato il seme del terrore nel cuore dell’Europa. Un seme che divide, con conseguenze imprevedibili sugli equilibri geopolitici internazionali e sulla sicurezza europea. Il terrore di Parigi – non solo – ha dettato l’agenda dei lavori del G20 di Antalya in Turchia con un documento ad hoc, ma nei prossimi mesi orienterà pesantemente anche le misure in materia di trattamento dei dati e cybersecurity, proprio come è accaduto dopo l’undici settembre negli Stati Uniti. Lo stato di emergenza metterà la parola fine alle regole sulla privacy europea come la conosciamo oggi e allo stesso tempo cambierà la politica economica dell’UE.  Il patto di sicurezza vince sul patto di stabilità. «Je considère que le pacte de sécurité l’emporte sur le pacte de stabilité» – ha detto il Presidente francese, François Hollande, parlando al parlamento riunito a Versailles.


#G20 di Antalya, Congelare i flussi di capitale che finanziano il terrorismo
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Parigi sotto attacco

A meno di 24 ore dall’annuncio della probabile uccisione del boia Jihadi John, è arrivato l’atto di forza dell’ISIS che ha spiazzato l’intelligence francese ed europea. Non si tratta però solo di una risposta alla politica interventista della Francia Hollande e del pasticcio libico di Nicolas Sarkozy.

Gli attacchi di Parigi con un bilancio tragico salito a 132 morti, 352 feriti, di cui 99 gravi secondo le fonti ufficiali, sono la  dichiarazione della guerra santa dell’ISIS contro l’umanità. E come qualcuno si è affrettato a dichiarare, contro l’Occidente. O almeno, così sembrerebbe. Perché non dobbiamo dimenticare che l’ISIS aveva rivendicato, solo pochi giorni prima, anche l’attacco al mercato di Beirut con 40 morti e più di 200 feriti tra i civili, come ha riferito la Croce Rossa. E anche queste vittime sono uno sfregio all’umanità. Oppure no? Ecco perché bisogna – prima di tutto – sgombrare il campo dalle ambiguità, dalle ideologie e dalle vicinanze scomode. E seguire il filo logico dei ragionamenti che si intreccia nella matassa dei flussi di petrodollari delle monarchie del Golfo, dell’indifferenza – se non della complicità – delle superpotenze globali, e delle rotte del commercio – legale e illegale – di armi. E qualcosa, alla fine, è sfuggito al controllo – come aveva ammesso già un anno fa, l’ex Segretario di Stato, Hillary Clinton.

Le stragi di civili sono l’effetto della terza guerra mondiale in atto  di cui l’opinione pubblica prende coscienza solo perché tutti – in ogni momento della nostra vita quotidiana – potremmo essere colpiti. È la strategia del terrore in piena regola. La strategia della tensione che crea confusione. Tanto da arrivare a puntare il dito anche contro una  ONG come Emergency che da sempre è impegnata sul campo per spezzare il cerchio della violenza e del terrore attraverso l’estensione della democrazia dei diritti e della libertà. A chi invoca l’intervento armato e le bombe per fermare l’ISIS, Cecilia Strada (@cecilia_strada) ‏ha risposto che quindici anni di strategia delle bombe non hanno fermato il terrorismo e – forse – bisognerebbe cominciare a farsi qualche domanda.


#Parigi Il terrore detta l’agenda del #G20 #Liberté #Égalité #Fraternité
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E mentre la Francia nella notte dichiarava lo stato di massima emergenza e la chiusura delle frontiere, il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica italiano veniva convocato al Viminale con comodo per le 9.30. Innalzate le misure di sicurezza su tutto il territorio nazionale al secondo livello. Controlli alle frontiere e reparti speciali in assetto operativo per intervento immediato. Servizi segreti al lavoro per intercettare cellule attive e gruppi radicali di consenso e proselitismo. Nessun paese è a rischio zero. «L’antiterrorismo italiano è in costante contatto con i corrispondenti francesi per seguire con estrema attenzione ciò che accade in Francia, anche allo scopo di predisporre ulteriori interventi preventivi» – ha postato su Facebook il ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

Allo studio un nuovo piano per il coordinamento delle forze di polizia. Tra gli obiettivi a rischio, il Giubileo di Roma come è emerso dalle parole dei sostenitori dell’ISIS subito dopo gli attentati di Parigi, al grido di Allah Akbar, Dio è grande. Ma Dio qui non c’entra.

L’Unione europea dopo aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa si trova adesso davanti a un bivio: il ritorno al passato, con la chiusura dei confini, l’odio razziale, e l’innalzamento dei muri o la possibilità di rispondere alla paura con la civiltà, l’apertura e la cultura dell’accoglienza per disinnescare la spirale della violenza, che vuole dividere il mondo in due parti, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.

Da questa scelta dipenderà il futuro dell’Europa. Per questo, dopo l’orrore della violenza che calpesta i valori della libertà e della fratellanza tra i popoli, prendiamoci un po’ di tempo per riflettere prima di parlare e di scrivere altro.

È possibile prevedere gli attacchi terroristici?

Insieme alle proposte di restrizione del Trattato di Schengen, si riapre il dibattito intorno all’uso dei big data analytics come strumento di previsione contro il rischio terroristico. Se ne era già parlato all’indomani dell’attentato del 7 gennaio 2015 alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo. Il controllo dei flussi dei migranti e dei rifugiati, per altro in costante crescita, al momento rappresenta l’unica misura in grado di produrre risultati.

Efficacia che potrebbe essere moltiplicata solo se tutte le agenzie per la sicurezza del mondo condividessero le loro banche dati, come avviene attualmente nei trasporti aerei. Purtroppo non è così.

Flussi di persone, ma anche flussi di capitali. L’intelligence finanziaria è l’altro strumento che può contrastare il terrorismo, andando a bloccare le fonti di finanziamento (freezing of asset), come previsto dalle raccomandazioni dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia.

Ma la domanda è una sola: una security intelligence data driven fondata sull’uso dei big data e l’incrocio delle banche dati sul terrorismo avrebbero potuto prevedere o impedire l’attacco? La risposta è ancora quella che Dick Cheney diede dopo l’undici settembre: «Forse».


Banca d’Italia – Intelligence finanziaria per il contrasto al terrorismo #BigData #Parigi
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Teoria e pratica

Al di là della potenza di fuoco degli analytics, combinati a grandi capacità di calcolo e database in-memory, i punti critici nella costruzione di modelli predittivi restano la definizione coerente dei KRI, la qualità dei dati raccolti e la loro correlazione. «In molti casi – come ci ha spiegato il matematico Roberto Vacca – la semplice raccolta di dati potrebbe essere poco affidabile sia come strumento di previsione sia come strumento di governance».

Roberto Vacca in passato aveva messo a punto un modello del terrorismo basato sulla dinamica dei sistemi. «La popolazione di terroristi attivi – ci racconta il professore – produce atti terroristici con un tasso che cala al crescere dell’intensità e dell’efficienza delle contromisure di polizia». Questo significa che l’escalation terroristica si autoalimenta, con un progressivo trasferimento dalla popolazione dei terroristi potenziali a quella dei terroristi attivi. Ecco quindi, la necessità di prendere misure su più fronti e operare con più leve per prevenire l’affiliazione nelle carceri, nelle periferie, nei luoghi di culto e in tutti quei contesti che producendo esclusione di fatto favoriscono il consenso.


#Parigi È possibile prevedere gli attacchi terroristici con i #BigData?
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Libertà, sicurezza e fattore umano

Se nell’epoca franchista la sicurezza passava dai custodi dei palazzi, oggi la sicurezza deve passare attraverso le sentinelle digitali. Max Ardigò (@ARDIGO), consulente ed esperto di strategie digitali, riferisce come i terroristi, secondo le fonti di intelligence, utilizzerebbero non solo la chat di Xbox per rimanere in contatto tra loro, ma anche Whatsapp e la piattaforma PSN di Playstation 4 (ancora più difficili da intercettare) per scambiarsi testi, voci e immagini, come riferito da Jan Jambon, ministro degli Interni del Belgio.

Non solo la trama, ma anche i nomi farebbero pensare alla finzione, con i personaggi catturati dalla fantasia di un inventore di videogames in stile Halo. Ma è tutto tragicamente vero. L’estetica dei videogiochi si mescola alla propaganda. La realtà è semplificata e “mediata”, senza più memoria del passato. Per certo, i terroristi sono esperti videomaker, nativi digitali, abituati alla dinamiche da videogiochi (io vinco, tu perdi), gli stessi utilizzati nei centri di addestramento come simulatori per azioni di guerriglia “sparatutto”. Un esercito di giovani integralisti, guardiani della verità, votati alla violenza come unico linguaggio.

Il controllo alle frontiere e lo scambio di informazioni e dati su tutti i cittadini (compresi i passeggeri in entrata e in uscita dagli aeroporti, i richiedenti asilo, residenti su un territorio a vario titolo…) rappresentano l’unico strumento con cui si può contrastare il terrorismo. E in previsione, ogni resistenza alla privacy “blindata” dei cittadini UE sarà bypassata dall’urgenza e dalla richiesta di maggiore sicurezza da parte della stessa opinione pubblica. Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere. E quindi possiamo decidere di registrare tutto, ascoltare tutto. Ma possiamo permetterci di fare passare questo principio sotto la pressione dell’emotività? E chi avrà veramente vinto allora?

Il trade-off classico tra libertà e sicurezza in queste ore è pesantemente sbilanciato a favore della seconda. E si corre il rischio di scardinare l’intera normativa europea sulla privacy, che se non ci permette di passare al setaccio i dati delle vite di tutti per stanare il “nemico”, ci ha messo al riparo dall’indebita intromissione nei nostri dati più sensibili da parte delle multinazionali per venderci qualsiasi cosa.

Umberto Rapetto – esperto di cyber security, (ex Ufficiale GdF,  inventore e comandante del GAT) – che da tanti anni collabora con Data Manager, ci ha insegnato che il valore di un’informazione dipende dal collegamento fra un dato acquisito con un altro elemento significativo che si può verificare nel futuro. E cosa ancora più importante. Che la sicurezza non può essere delegata alle macchine, quando il vero punto critico resta il fattore umano. Nella lotta al terrorismo – però – le macchine possono essere i migliori alleati. Per questo, è necessario disporre di personale specializzato e competenze di alto livello. Niente spazio all’improvvisazione. I terroristi utilizzano il web per mantenere il coordinamento tra le varie cellule di Foreign Fighters. E tutte queste operazioni lasciano una traccia nella rete.

Sappiamo che gli algoritmi possono setacciare i social network per capire la rete di relazione dei soggetti e le piattaforme commerciali online per profilare i comportamenti sulla base degli acquisti, tracciando abitudini sociali, orientamenti politici, convinzioni religiose. Praticamente ogni cosa. Dall’acquisto del corano su Amazon.com alle ricette per cucinare cibi mediorientali. La correlazione dei dati può fare emergere delle compatibilità tra i terroristi di oggi e i terroristi potenziali e ancora sconosciuti di domani. Ma con l’impegno alla responsabilità, per evitare – dove non ci sono relazioni basate sui dati – che si passi alle “associazioni mentali” basate sul pregiudizio nei confronti di una religione o di una etnia.

Il rischio – però – è quello di essere sommersi da una valanga di dati non strutturati e non essere in grado di leggerli. Senza contare la necessità dell’integrazione operativa e funzionale dei CERT nazionali e quella di database che siano certificati Tier 4. Ma bisogna considerare anche la capacità di calcolo necessaria per correlare le informazioni provenienti da fonti diverse per fare emergere relazioni nascoste tra i vari set di dati. Perché non sempre i dati danno le risposte che stavamo cercando. Molto più spesso capita che i dati forniscano risposte a domande che nessuno ha ancora fatto.


#Parigi I costi nascosti di una #intelligence data driven #bigdata #analytics
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I costi nascosti di una intelligence data driven

E poi c’è un’altra questione più pratica, i costi. Adottare un modello di security intelligence data driven comporta un costo immenso non solo in termini economici. I dati potrebbero portare a galla quelle “evidenze” (per esempio, tra industria delle armi, governi e cellule terroristiche), che quando si resta nell’ambito dell’analisi statistica si chiamano “correlazioni nascoste“, ma  quando si passa dal piano della ricerca alla piano della politica, si chiamano “responsabilità“. E questo è un costo che non tutti i leader mondiali sarebbero disposti a pagare. Come del resto, nella conferenza stampa di chiusura del summit di Antalya, ha confermato lo stesso Presidente della Russia, Vladimir Putin, dicendo che l’IS è finanziato da individui di 40 paesi, inclusi membri del G20. «I gave examples based on our information about individuals financing various Islamic State subgroups in different countries. We have established that financing is coming from 40 countries, including G20 countries».
Ecco, forse, i Big Data sono come la prova video in un campo da gioco: tutti la chiedono, ma alla fine non viene ammessa. Anche perché sapere cosa è successo non sempre aiuta a capire perché.

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La sfida del marketing integrato https://www.datamanager.it/2015/06/la-sfida-del-marketing-integrato/ Tue, 23 Jun 2015 15:08:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76366 Il marketing deve gestire consumatori digitali, multicanali, “infedeli” e sempre più social. Grazie agli analytics si può conoscere tutto del cliente: abitudini, comportamenti e perfino le reti di relazioni  Il marketing sta vivendo da tempo enormi cambiamenti: il consumatore sta diventando sempre meno fisico e sempre più digitale, così che le imprese sono impegnate a […]

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Il marketing deve gestire consumatori digitali, multicanali, “infedeli” e sempre più social. Grazie agli analytics si può conoscere tutto del cliente: abitudini, comportamenti e perfino le reti di relazioni 

Il marketing sta vivendo da tempo enormi cambiamenti: il consumatore sta diventando sempre meno fisico e sempre più digitale, così che le imprese sono impegnate a gestire da un lato gli store fisici, i carrelli, le campagne, le promozioni, dall’altro devono fronteggiare le nuove sfide dei clienti multicanale, delle vendite online, dell’ipercompetizione, dei margini sempre più ridotti e dei clienti sempre meno “fedeli”. è indispensabile un approccio integrato e analitico al marketing perché in questo passaggio, dalle vendite face-to-face, alla contact generation fino al mobile marketing, il potere si sta gradualmente spostando verso i consumatori. Questo cambiamento richiede la capacità di avere una visione unica dell’esperienza del cliente e delle sue attività su web e negli store fisici, dei processi operativi e dei modelli di business.


#Marketing #analytics Mercato in rapida crescita secondo @IDCItaly
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«In tema di marketing, il mondo del largo consumo sta affrontando una vera e propria rivoluzione epocale» – spiega Maurizio Cardillo, presales manager Sage ERP X3 di Gruppo Formula.«I consumatori – che per le aziende del largo consumo sono i clienti dei propri clienti, anche se in modo differenziato per età e geografia – stanno radicalmente cambiando il modo di pianificare ed eseguire i propri acquisti. La multicanalità è il principale dei paradigmi. Nielsen li chiama “smart shopper”: guardano, confrontano, scelgono i prodotti da acquistare attraverso i molteplici strumenti a loro disposizione. Un aspetto ancora più importante è che “valutano” i prodotti di loro interesse. Le pagine visitate, i “like” o la valutazione dettagliata di pregi e difetti considerati, dovranno essere la fonte principale di ispirazione per coloro che studiano e propongono un’offerta di prodotti al mercato. Una grandissima sfida, con un’imponente massa di informazioni da analizzare in brevissimo tempo ma, soprattutto, un nuovo modo di ragionare per chi fa marketing». Le imprese sono impegnate a fidelizzare i clienti e a ridurre il rischio di abbandono della propria customer base. In questo senso, l’utilizzo della business intelligence permette di anticipare le tendenze sociali, geopolitiche, culturali dei mercati di riferimento. Insomma, le aziende si tengono bene stretti i propri clienti, e non solo: grazie alla fidelizzazione, spesso sui social network, nelle community dove operano, i clienti si trasformano in veri e propri ambasciatori del valore di brand presso altri consumatori.


#Marketing #analytics Maurizio Cardillo @GruppoFormula smart shopper e multicanalità
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Il mercato secondo IDC

Gli strumenti software utilizzati per le attività di marketing hanno diverse funzioni. IDC suddivide il mercato in quattro macro-categorie: sistemi per l’interazione, sistemi per la produzione e la gestione di contenuti, analytics, sistemi per la gestione e l’amministrazione. I sistemi per l’interazione hanno il compito primario di comunicare al mercato e gestire il dialogo digitale. Comprendono, tra le altre, soluzioni per l’advertising (per gestire e ottimizzare gli annunci web, mobile e offline), per il commercio digitale (come le piattaforme di e-commerce, il merchandising, i punti vendita mobile), per il direct marketing (marketing automation, email marketing, telemarketing, direct mail, SMS/text marketing, sviluppo di app per il mobile), per i siti web (gestione del web content, web mobile, SEO, video, chat, portali, gestione dei tag), per il social monitoring e l’editoria (interazione con le community, con gli influenzatori, i concorrenti, i partner, i prospect, i clienti su una vasta gamma di argomenti trend e di canali social). I sistemi per la produzione e la gestione di contenuti di marketing comprendono strumenti per la creazione e la pubblicazione, sistemi di gestione dei contenuti (CMS), digital asset management, gestione dei documenti, analisi dei contenuti e portali interni. I sistemi per la gestione e l’amministrazione hanno la funzione di fornire le infrastrutture per le comunicazioni interne, i workflow, il budgeting e il monitoraggio della spesa. Comprendono la gestione delle risorse di marketing, collaboration, enterprise social networks e project management. Gli analytics hanno la funzione di conservare e produrre insight dai dati sui clienti, sui sistemi operativi e finanziari: comprendono BI, analisi predittiva, sociale e web. Secondo IDC, questo mercato crescerà dai circa 20,2 miliardi di dollari dello scorso anno a oltre 32,3 miliardi di dollari del 2018. Sarà uno dei settori in più rapida crescita dell’high-tech, con un tasso di crescita annuo composto del 12,4%. Nel complesso, quindi, nel quinquennio 2014-2018 le aziende spenderanno circa 130 miliardi di dollari in software per i dipartimenti di marketing. Le organizzazioni di marketing spendono direttamente più del 60% di questi importi, e le organizzazioni IT aziendali gestiscono il resto.


#Marketing #analytics Francesco Stolfo @ToolsGroupItaly Conoscere il cliente a 360 gradi
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Conoscere il cliente a 360 gradi

La forte crescita della spesa IT per il marketing appare quasi naturale: non avere gli strumenti per monitorare tutti gli aspetti del ciclo di vita del cliente significa perdere opportunità di guadagno. Avere una visione globale del cliente è un aspetto fondamentale per chi opera nel marketing e nelle vendite. è indispensabile, innanzitutto, gestire correttamente e completamente il rapporto one-to-one con il cliente, per migliorare l’interazione e riuscire a farlo sentire un interlocutore e non un bersaglio. Molto utilizzati, i programmi di loyalty, che servono a individuare il reale profilo del cliente e a indirizzare la giusta strategia di dialogo. Il profilo del cliente può essere anche arricchito con informazioni online e offline grazie alle soluzioni di social enabled marketing e di sentiment analysis, che permettono di “ascoltare” i pareri espressi nei social network dai consumatori, sempre con lo scopo di migliorare l’offerta e rendere più precisa ed efficace la strategia di marketing. Tutti gli strumenti tecnologici a disposizione come l’analisi dei social media e il web-tracking aiutano le aziende anche a creare un patrimonio informativo su prodotti, concorrenza e mercati: il marketing di oggi non si basa più sul proverbiale “fiuto per gli affari” o le intuizioni, ma su una profonda conoscenza analitica e strutturata. Per Francesco Stolfo, partner & sales director di ToolsGroup Italy, la sfida è quella di saper sfruttare i dati a disposizione per capire i meccanismi che generano l’interesse del potenziale cliente così da modificare in modo strutturato la strategia go-to-market (rivedendo prodotto, offerta, prezzo, livello di servizio, promozioni, ecc.). «Questo tema è potenzialmente di interesse per la maggioranza delle aziende con le quali lavoriamo e che sono, soprattutto, produttori e distributori di beni e di servizi che usano strategie di vendita multi-channel. I dati sono tantissimi (in genere sono già disponibili in azienda o sono facilmente recuperabili attraverso canali esterni), spesso però non sono strutturati, sono incompleti e i fenomeni da analizzare sono caratterizzati da un significativo numero di variabili (condizioni al contorno) delle quali non conosciamo a priori la reale importanza. Per risolvere queste diverse complessità abbiamo realizzato degli strumenti ad hoc che sfruttano la nostra tecnologia ToolsGroup e la tecnologia che ci ha messo a disposizione il nostro partner americano Rulex Inc. I benefici sono: classificazione più efficace del mercato in relazione all’offerta, maggior sfruttamento del parco clienti, investimenti promozionali e di advertising maggiormente mirati alle reali strategie di vendita».


#Marketing #analytics Mauro Tuvo @seiconsulting La gestione del customer journey nel finance
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La potenza degli analytics

Analizzando con precisione ogni interazione con il cliente, gli analytics permettono lo sfruttamento ottimale dei dati e quindi di formulare l’offerta migliore, per ogni situazione, nel momento più opportuno.

Innanzitutto, gli analytics sono usati per raccogliere e sfruttare informazioni sul comportamento dei consumatori provenienti dalle principali fonti di traffico dati sia per identificare opportunità di acquisizione di nuovi clienti sia per generare alert personalizzati per i clienti attuali.  Con gli analytics si compiono anche analisi predittive sulla mole di dati archiviata, per anticipare il comportamento dei singoli clienti, per identificare l’azione più appropriata per ogni cliente, per segmentare i clienti e ottimizzare le campagne. Questi strumenti permettono di avere una visione completa sulle performance delle proprie iniziative: le campagne di marketing possono essere seguite passo dopo passo, monitorando con precisione quello che funziona, e identificando ciò che invece è possibile migliorare. è quindi possibile ridurre in modo significativo sia i costi di marketing sia quelli delle campagne perché vengono eliminate le inefficienze, e viene invece favorita la maggiore collaborazione tra diversi reparti, funzioni e partner esterni. Inoltre, gli analytics permettono di creare con facilità degli scenari ipotetici, per studiare come variazioni delle ipotesi e dei vincoli di business influiscano sui risultati.


#Marketing #analytics Angelo Cian Zucchetti @ZucchettiSpa Soluzioni di BI e CRM integrate
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Rubando lo slogan a un vendor del settore, gli analytics permettono costi ridotti, ROI più elevato, e clienti felici e più redditizi. Gli analytics sono utilizzati anche nello sviluppo e nell’aggiornamento delle piattaforme di e-commerce: l’utilizzo dei web analytics fornisce non solo dati concreti sulla modalità di navigazione online dei clienti, ma permette di potenziare il design dell’interfaccia utente per migliorare il contenuto e la gestione delle offerte. Anche il settore finance è sempre più attento alle soluzioni di ingegneria delle informazioni, come spiega Mauro Tuvo, principal consultant information management di System Evolution. «La nostra azienda opera principalmente nel mercato dei servizi finanziari. La gestione multicanale della relazione con il cliente è per le banche e le assicurazioni un fatto consolidato. Lo è sempre più anche la visione integrata di questa relazione sia dal punto di vista dei singoli eventi di contatto sia per quanto riguarda la gestione del customer journey, e dell’intera esperienza di relazione percorsa dal cliente (o meglio con il cliente) rispetto a una specifica campagna o all’accesso a un particolare servizio. Per esempio, le soluzioni di customer analytics supportano i nostri clienti in tutte le fasi di gestione di una campagna multicanale, a partire dall’identificazione del target, dal punto di vista della identificazione di opportunità di cross-selling, della valutazione della redemption, del presidio dei rischi. Quest’ultimo aspetto, specifico del mercato finance, ha acquisito in questi ultimi anni una crescente rilevanza. Come sempre nel nostro approccio all’ingegneria delle informazioni, poniamo grande attenzione alla completezza e all’affidabilità dei dati, condizione necessaria a un impiego efficace delle tecniche di analisi. Il settore dei servizi finanziari è particolarmente disponibile a prevedere specifici presidi di data quality, con conseguenze positive anche sulla efficacia delle campagne». Ma i big data? «Molti nostri clienti – risponde Tuvo – sono usciti o stanno uscendo dalla fase sperimentale per intraprendere un percorso più maturo, con conseguenze non solo sulle tecnologie, ma anche sulle opportunità di applicazione e sui modelli di gestione e governo dei dati. Ma siamo solo all’inizio». I big data non sono solo un mezzo per accrescere la customer experience, oggi, permettono alle aziende di sfruttare le informazioni come fonte incrementale di revenue. L’intelligence sul cliente è un nuovo tipo di moneta che apre la strada a nuovi modelli di business. Esistono molteplici tipologie di data monetization e in molti settori, che si basano sulla rivendita di intelligence creata incrociando anagrafiche e attitudini comportamentali dei clienti, arricchite magari dalla ricostruzione delle reti di relazioni sociali.


#analytics Gianluca Panini @briefing_srl Più intelligence nel Fashion @AlteaSpA @SAPItalia
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I settori di utilizzo

Questi strumenti sono utilizzati da aziende di tutti i settori e di tutte le dimensioni. «Le imprese più sensibili su questo tema sono sicuramente quelle che hanno un notevole bacino di utenza tra clienti e potenziali» –spiega Angelo Cian, responsabile soluzioni di business intelligence in Zucchetti. «Si tratta di compagnie telefoniche, banche e assicurazioni, grande distribuzione. Ma stiamo riscontrando un aumento di interesse anche nelle aziende di piccole e medie dimensioni: esse, infatti, proprio perché hanno un budget più limitato per il marketing, hanno sempre più la necessità di misurare il ROI delle loro campagne. Mediante gli analytics, i direttori marketing possono capire – per esempio – quale iniziativa ha dato maggiori risultati tra gli annunci sponsorizzati sui motori di ricerca, una campagna di email marketing, la presenza pubblicitaria sui social media e così via. Non solo. Essi sono molto utili per ottimizzare e incrementare il rendimento delle campagne già attive, in quanto forniscono costantemente elementi utili per conoscere il comportamento dell’utente finale rispetto alle ‘sollecitazioni’ del marketing. Per ottenere dei risultati utili in questo campo è importante soprattutto avere un sistema informativo con soluzioni di BI e CRM integrate tra loro ed è quello che Zucchetti ha creato con le “Infinity Analitycs”, che si innestano direttamente sulle varie applicazioni aziendali estrapolando le informazioni di interesse in modo facile e veloce». L’attenzione del mondo finance si registra anche nel settore del fashion retail, come ci fa notare Gianluca Panini, sales director di Briefing, azienda che fa parte di Altea Federation. «Tra le esperienze progettuali di Briefing ne ricordiamo alcune che hanno coinvolto le aziende che operano nel mondo del fashion italiano, dove abbiamo realizzato, ad esempio, progetti di soluzioni mobile SAP CRM Retail Execution a supporto della forza vendita. Le attività di rilevazione presso gli store sul posizionamento e l’offerta dei prodotti competitor del cliente sono state utilissime per analizzare una serie di dati molto preziosi per il marketing e le vendite. Grazie agli strumenti di reporting analitico, incrociando tali informazioni con i dati di mercato, siamo riusciti a ottenere un quadro più approfondito della concorrenza così da definire specifiche azioni di marketing, mirate e più efficaci. Un caso trasversale a diversi settori riguarda il CRM marketing con lo studio dell’efficacia di una campagna di mailing. Anche qui le funzioni di report analitico sono servite per dare un senso alla numerosità delle risposte non solo sotto il punto di vista quantitativo, ma anche di cluster, potendo costruire categorie di errore ben precise, connesse a eventi unici come la non ricezione dovuta a un indirizzo e-mail errato, a un server non raggiungibile o all’impostazione della notifica “out of office”. Tutto ciò, con l’ottica di avere un database clienti sempre attenibile e di qualità, fondamentale per portare avanti processi di business corretti».

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Predire il futuro? Si può https://www.datamanager.it/2015/02/predire-futuro-si-puo/ Wed, 11 Feb 2015 16:08:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=69072 Sofisticati strumenti sono in grado di applicare ai dati modelli statistici per compiere analisi predittive affidabili. Un mercato in crescita anche nel 2015. Come inserirli nell’architettura IT. I settori dove sono maggiormente utilizzati L’analisi predittiva permette l’applicazione di modelli statistici per attività di forecasting: serve, in pratica, a predire ciò che accadrà nel futuro. Ovviamente, […]

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Sofisticati strumenti sono in grado di applicare ai dati modelli statistici per compiere analisi predittive affidabili. Un mercato in crescita anche nel 2015. Come inserirli nell’architettura IT. I settori dove sono maggiormente utilizzati

L’analisi predittiva permette l’applicazione di modelli statistici per attività di forecasting: serve, in pratica, a predire ciò che accadrà nel futuro. Ovviamente, non ci troviamo di fronte a sfere di cristallo informatiche. Gli Advanced Predictive Analytics o APA, come vengono definiti da IDC, sono strumenti potenti, inseriti nei processi aziendali, che a partire dai dati a disposizione permettono agli utenti di modellare, simulare e prevedere le performance future, con una certa sicurezza. La situazione attuale del mercato richiede risposte sempre più complete e rapide. L’evoluzione tecnologica, software e hardware degli ultimi anni ha abilitato soluzioni fino a pochi anni fa impensabili, in grado di eseguire query a una velocità notevole, su enormi volumi di dati.


#APA , il mercato del software in fermento. Settori tradizionali in ritardo @IDCItaly
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Queste soluzioni consentono così di accelerare i principali processi aziendali con funzionalità di analisi e reporting più rapide e di prendere decisioni di business intelligenti e rapide basate su informazioni allo stato dell’arte. Fino a non molti anni fa, la tecnologia a supporto dell’analisi predittiva era molto costosa. Gli strumenti erano complicati da utilizzare ed erano richieste particolari competenze: conoscenze matematiche e statistiche per creare, utilizzare e aggiornare i modelli analitici. Oggi, molte delle attività sono velocizzate da strumenti completi, efficaci ed efficienti che semplificano enormemente il lavoro. I modelli di predizione vengono creati in modo automatico e ottimizzato, utilizzabili da subito all’interno dei processi di business. I risultati che si ottengono sono tali da ripagare la residua fatica necessaria per ottenerli. Gli APA aiutano a prevedere i mutamenti, permettendo di pianificare e realizzare strategie mirate ed efficaci per migliorare le performance: è possibile, per esempio, sapere in anticipo quali saranno i clienti che l’organizzazione perderà nel prossimo futuro, quali servizi aggiuntivi potranno essere venduti ai clienti attuali, quali nuovi prodotti saranno maggiormente apprezzati sul mercato.


Il mercato globale degli APA vale 2.373 M di $. Attesa crescita del 9,8% per il 2015 @IDCItaly
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Gli APA hanno una maggiore ricchezza funzionale rispetto ai classici strumenti di BI e di visualizzazione, che analizzano gli eventi passati per descrivere ciò che accade, e presentano le informazioni, mostrando anche le cause di determinati avvenimenti. Grazie agli APA, quindi, si può avere una migliore e più profonda comprensione del business rispetto a quanto possibile con gli strumenti classici, perché si possono prevedere sia i comportamenti dei clienti sia le performance dei diversi reparti della propria organizzazione. L’analisi predittiva viene utilizzata per rendere più competitive le strategie di marketing digitale e per ottimizzare le campagne: gli strumenti sono in grado di raccogliere, analizzare e creare modelli di dati, anche in scenari Big Data, relativi al comportamento dei clienti e ai dati storici delle precedenti campagne. Le persone del marketing possono ricevere in tempo reale informazioni sull’andamento delle iniziative in corso.


Dai #Business Analytics agli #APA , passaggio obbligato per tutte le aziende di ogni settore
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Una marea di dati

La diffusione dei canali digitali (mobile, web, social…) avvenuta negli ultimi anni ha aumentato enormemente la quantità, il numero delle fonti e la complessità dei dati da analizzare: i dati sono oggi interni ed esterni all’organizzazione, possono essere strutturati e non strutturati, si trovano offline o online. Questi nuovi dati rappresentano un’opportunità, ma anche una grande sfida per le organizzazioni per quanto concerne i sistemi IT e lo sfruttamento delle informazioni. Avere tanti dati a disposizione non è un vantaggio competitivo di per sé, lo è – invece – la loro combinazione: l’analisi predittiva mette in relazione dati che possono sembrare non correlati tra loro e genera nuove conoscenze, che a loro volta possono generare nuove opportunità. In questo modo, per esempio, si può sfruttare il CRM per migliorare le previsioni della domanda, o il sistema di supply chain per migliorarne le performance.

Chiarisce Alessandro De Leonardis, responsabile soluzioni New Business di Armundia Group: «A cominciare dalle aree commerciali di Telco, passando dall’analisi dei crediti e dei rischi nei mercati bancari e assicurativi, oggi ogni azienda competitiva che fa marketing, controllo di gestione e monitoraggio del ciclo di vita dei propri servizi, si confronta con strumenti più o meno evoluti di Predictive Analytics. Agli approcci iniziali di statistica convenzionale si sono affiancate tecniche predittive basate su modelli matematici evoluti, quali neural networks e sistemi d’intelligenza artificiale in grado d’individuare e prevedere comportamenti ed eventi basati su enormi quantità di informazioni storiche. Una volta, lo scoglio era disporre di adeguate quantità di dati e al contempo poterle gestire. Ora, web-social, multicanalità e mobile, assieme alla diffusione di strumenti anche open source in grado di maneggiare big data, rendono le funzioni d’analisi predittiva alla portata di chi ne comprende l’importanza. Per esempio, Armundia ha integrato nelle soluzioni Shaper, rivolte ai mercati Banking e Finance, e nella piattaforma Naviga, rivolta al mercato Insurance, specifici moduli di what-if analysis e modelli di ottimizzazione, che oggi sono utilizzati agevolmente dai nostri clienti con un evidente ritorno sul loro business».


De Leonardis #Armundia Group Ogni azienda competitiva si confronta con gli APA
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Reperire dati affidabili dagli ERP

Gli APA sono in grado di analizzare grandi volumi di dati per approfondire la conoscenza del business e del mercato. Ovvio che, per dare risultati significativi, i dati su cui operano devono essere affidabili. La sfida maggiore per l’analisi predittiva è integrarsi nell’architettura delle informazioni già esistente nelle organizzazioni, con gli ERP, la BI e le altre applicazioni utilizzate. Spiega Mauro Cavosi, senior consultant Business Intelligence presso Würth Phoenix: «Dall’esperienza dei progetti BI in Würth Phoenix risulta facile introdurre le previsioni di vendita basate sulle serie temporali in Microsoft Dynamics AX e la soluzione verticale per il commercio all’ingrosso WÜRTHPHOENIX Trade+, perché risultano intuibili e verificabili per un utente medio, grazie anche a semplici visualizzazioni con grafici in Excel. Risulta meno facile indurre i clienti a esplorare progetti di data mining più complessi per una serie di fattori di cui i principali sono la poca dimestichezza con analisi di tipo statistico, la mancanza di sponsorship da parte del management e la difficoltà di interpretazione del risultato. La difficoltà maggiore rimane comunque la reperibilità di dati storici affidabili. Proprio il miglioramento della qualità del dato risulta essere un’area di utilizzo di tecniche di previsione in fase di installazione di un sistema ERP. Utilizzando strumenti come i Data Quality Services di Microsoft SQL Server, è possibile identificare tramite algoritmi di data e text mining la similarità tra record e prevedere record duplicati. È anche possibile individuare record con contenuto “errato” utilizzando set di “regole” e algoritmi con logica “fuzzy”. L’utilizzo di tecniche di Predictive Analytics risulta tanto più di successo quanto migliore è la visualizzazione del risultato in maniera dinamica e intuitiva, specialmente per gli utenti senza un background statistico. Questo campo tende quindi a essere intimamente collegato con la visual analytics che vede fiorire tool di presentazione e visualizzazione dei dati proprio perché la velocità dell’occhio umano consente di cogliere collegamenti, schemi e raggruppamenti in maniera veloce anche con enormi quantità di dati».


Cavosi @wuerth_phoenix Predictive Analytics, visualizzazione fattore di successo
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La diffusione di questi strumenti

Secondo IDC, il mercato del software degli APA è in grande fermento: alcuni settori, organizzazioni e processi di business, soprattutto data-intensive, sono molto maturi nell’utilizzo di questa tecnologia, mentre molti altri settori tradizionali – come il manufacturing – sono più in ritardo. Sono tre le tendenze che interessano il settore dell’APA. La prima riguarda le significative acquisizioni degli ultimi anni e che dovrebbero continuare anche nei prossimi diciotto mesi. Alcune hanno rafforzato la posizione di vendor già presenti nel mercato, come nel caso di SAP che ha acquisito KXEN, formando la base dell’offerta di InfiniteInsight, altre acquisizioni sono state fatte come parte di una strategia più globale legata ai Big Data, come nel caso di Dell che ha acquisito StatSoft. Un’altra tendenza importante è l’aumento di strumenti, linguaggi e ambienti open source (come R, Weka o Mahout) significativo per la diffusione della tecnologia APA in generale. Infine, secondo IDC, la diffusione degli strumenti di visual data discovery e altri strumenti semplificati APA promuoveranno l’adozione della cultura analitica in un pubblico più vasto di business, perché forniscono meno flessibilità dei tool più potenti per la modellizzazione, ma hanno un’interfaccia utente grafica e altre caratteristiche easy-to-use per molti analisti di business e per gli utenti. IDC ha stimato l’intero mercato mondiale degli APA per il 2014 intorno al valore di 2.373 milioni di dollari con una crescita attesa del 9,8% per il 2015.


Sossai @MethodeSrl Dai Business Analytics agli #APA passaggio obbligato
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Spiega questa crescita del mercato Diego Sossai, presidente di Méthode: «La transizione dalle Business Analytics alle Advanced Analytics sarà un passaggio obbligato per tutte le aziende, di ogni settore, che vorranno restare protagoniste in un mercato sempre più competitivo. I settori in cui la competitività si misura sul valore che ogni cliente apporta al business sono i primi che si doteranno di soluzioni di analisi predittiva: retail e CPG, GDO fino al manufacturing (discreto e continuo). Il cliente e i suoi comportamenti indirizzano logiche di real time proximity marketing, di churn reduction e di fraud detection; allo stesso modo, un customer focused approach non mancherà di logiche di propensione all’acquisto o di next best, unite a gestione di “gruppi” comportamentali (basket analysis e customer clustering). Credit scoring, quality control e predictive maintenance & services rendono l’immagine non esaustiva di ciò che le Advanced Analytics possono dare in termini di ROI. Le aziende che coglieranno il “momentum” per iniziare a impreziosire e innovare i propri processi, grazie alle Advanced Analytics saranno in grado di aumentare la redditività, in alcuni casi accelerando i processi esistenti, in altri casi innovandoli profondamente o creandone di nuovi».


Aloisio, managing director @AccentureDigi Integrazione dei processi per ottenere il massimo
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I settori dove sono più utilizzati

Gli strumenti APA sono già utilizzati con profitto da organizzazioni in molti settori del business. Secondo Vincenzo Aloisio, managing director Accenture Digital, responsabile per l’area Analytics: «Le Predictive Analytics sono ampiamente utilizzate in diversi settori aziendali, dal marketing e sales fino alla gestione del rischio, nella logistica fino alla gestione della manutenzione. Probabilmente, telecomunicazioni e retail per primi hanno riconosciuto l’esigenza di adottare tali modelli inglobandoli nei loro processi di business, che attualmente sono largamente diffusi anche in ambito bancario, assicurativo ed energy. Le Predictive Analytics consentono alle aziende, che stanno intraprendendo un percorso di trasformazione digitale, di prendere decisioni puntuali per risolvere le proprie problematiche di business, cambiando le modalità di interazione con i clienti e le iniziative aziendali sulla base delle risultanze analitiche disponibili. Per ottenere il massimo dei benefici dal loro utilizzo è di fondamentale importanza che esse siano completamente integrate nei processi di business e decisionali.La Accenture Analytics Applications Platform permette di offrire applicazioni specifiche per mercato e per processo di business in grado di fornire supporto quotidiano ai decision maker e ai business user, in modo da rendere le Predictive Analytics utilizzabili in automatico e in tempo reale per raggiungere importanti obiettivi come la riduzione dei costi e l’aumento dei ricavi».


Cian @ZucchettiSpa #APA Grande interesse tra i nostri clienti del mondo finance
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Aggiunge Angelo Cian, responsabile soluzioni di Business Intelligence di Zucchetti: «Tra i nostri clienti abbiamo notato un grande interesse per i predictive analytics nel mondo assicurativo e in quello bancario, dove gli scenari di mercato cambiano in modo rapidissimo e diventa fondamentale non solo analizzare quanto è successo, ma anche fare delle previsioni attendibili su quanto potrà accadere in un prossimo futuro. Per rispondere a queste esigenze, in Zucchetti abbiamo realizzato le Infinity Analytics, funzionalità avanzate di business intelligence, facilmente integrabili a tutti gli applicativi di gestione aziendale, per estrarre i dati generati dall’impresa e trasformarli in informazioni utili a prendere decisioni. Abbiamo investito molto in ricerca e sviluppo proprio perché le informazioni siano visualizzabili in modo intuitivo, configurabili in modo autonomo dall’utente e disponibili per processi di data mining e di regressione lineare allo scopo di compiere analisi predittive, con un notevole supporto a livello grafico e interattivo per individuare correlazioni tra i dati. Le Infinity Analytics sono ovviamente realizzate in tecnologia web per rendere disponibili le informazioni ovunque e in qualsiasi momento e sono compatibili con tutti gli strumenti mobili di ultima generazione».


Rodolfi #SB Italia L’analisi predittiva dei dati ha portato immediati benefici in diversi settori
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Racconta l’esperienza della sua azienda Luca Rodolfi, responsabile Business Intelligence di SB Italia: «L’introduzione di sistemi di analisi predittiva dei dati ha portato immediati benefici in diversi settori. Dalla sanità al finance, fino al mondo dei giochi online. In generale, dove è determinante individuare tendenze che possano fornire indicazioni anticipate su “che cosa” potrà accadere anche a livello di singolo cliente e su possibili errori e accadimenti evitabili. La raccolta minuziosa di dati storici rappresenta uno snodo significativo tra il tentare di comprendere i fenomeni attraverso l’analisi dei dati con un approccio euristico e l’affidarsi a un procedimento algoritmico basato sulla statistica e su tecniche di esplorazione automatica del dato. Un progetto sviluppato da SB Italia in questo ambito che ha portato evidenti e misurabili benefici al committente è l’analisi predittiva sul rischio di abbandono dei singoli clienti. Questa analisi ha consentito di costruire una “classifica” dei clienti più “a rischio” che sono stati poi opportunamente gestiti in anticipo rispetto a una decisione di abbandono, consentendo di innescare un processo virtuoso di fidelizzazione. Per l’ideazione e la realizzazione del progetto sono state determinanti – oltre all’ovvio utilizzo della tecnologia e delle piattaforme software più avanzate – competenza, visione e conoscenza del business del cliente, tutti fattori distintivi dei consulenti SB Italia».


Menecali #SinfoOne Inversione di tendenza anche in aziende di piccole dimensioni
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Le esperienze nel settore alimentare

Ci dice Mirko Menecali, responsabile Service Line Business Intelligence di Sinfo One: «Sinfo One presidia il settore del largo consumo e in particolare l’alimentare. In questo settore, soprattutto nelle aziende medio-piccole, i processi di previsione della domanda sono stati spesso gestiti in modo destrutturato, utilizzando strumenti come Excel. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti di mercato, dell’assottigliarsi dei margini e, in qualche caso, della riduzione dei volumi, abbiamo notato un’inversione di tendenza anche in aziende di piccole dimensioni, che hanno rivisto i loro processi di pianificazione della domanda e di governo delle azioni commerciali. l benefici ricercati si concentrano sulla previsione degli effetti delle politiche commerciali, per migliorare l’efficacia delle azioni commerciali (soprattutto promozionali) e prevedere l’impatto economico-finanziario e sulla supply chain. Vi è poi sempre più la tendenza ad adottare strumenti previsionali per valutare in modo strutturato cambiamenti più importanti del business (nuove linee di prodotto o nuovi mercati). Sinfo One ha deciso di supportare tale tendenza con una sua soluzione specifica Si For basata su tecnologia Oracle Hyperion, che incorpora algoritmi predittivi (Oracle crystal ball) ed è in grado di supportare adeguatamente sia un approccio statistico sia collaborativo al processo di previsione della domanda».


Maderna @BOARDItalia La sfera di cristallo non esiste: #rapidità #accuratezza #usabilità
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Aggiunge Andrea Maderna, country manager di BOARD Italia: «Vi sono settori che sono da anni avvezzi a utilizzare strumenti di Predictive Analytics, e sono essenzialmente quei settori in cui le attività di vendita e produzione sono essenzialmente basate sulle previsioni e/o forecast. Tra questi sicuramente citerei il fashion, il food & beverage e il retail specializzato. Porto come esempio un nostro noto cliente del settore alimentare che con BOARD ha realizzato un modello di demand forecasting a supporto della previsione dei volumi di vendita, dove a partire dai dati storici ripuliti dagli eventi straordinari, la baseline previsionale si calcola attraverso l’applicazione di modelli previsionali statistici anche molto complessi. Il risultato è che il cliente può attivare questi algoritmi a qualsiasi livello di dettaglio, ad esempio di famiglia o sottofamiglia, e decidere con semplici parametri l’accuratezza del forecast che vuole ottenere. Può anche con estrema velocità confrontare i risultati ottenuti modificando i parametri degli algoritmi o l’accuratezza desiderata o l’intervallo temporale della previsione, impostando anche eventuali vincoli legati ai lead time di produzione o di distribuzione. La sfera di cristallo non esiste, ma certamente indico tre elementi critici in un processo previsionale che il nuovo modulo BOARD BEAM risolve in modo ottimale: la rapidità di risposta del sistema che conduce a un aumento della frequenza di pianificazione; l’aumento dell’accuratezza con l’uso di algoritmi sofisticati ma semplici da configurare; e la facilità di modifica e di utilizzo di tali modelli».

 

 

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A lezioni di futuro con la scuola di Bishop https://www.datamanager.it/2014/10/lezioni-futuro-scuola-bishop/ Fri, 24 Oct 2014 13:31:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=63658 Insegnare il futuro a scuola per produrre un vero cambiamento. «La scuola ci insegna a trovare la risposta giusta, ma il futuro prevede risposte alternative» Una scuola “future oriented” è quella disegnata dal futurologo Peter Bishop, fondatore di Teach the Future nella sua lezione al Future Forum di Udine e Napoli. In un mondo complesso e “piatto” […]

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Insegnare il futuro a scuola per produrre un vero cambiamento. «La scuola ci insegna a trovare la risposta giusta, ma il futuro prevede risposte alternative»

Una scuola “future oriented” è quella disegnata dal futurologo Peter Bishop, fondatore di Teach the Future nella sua lezione al Future Forum di Udine e Napoli.

In un mondo complesso e “piatto” come quello del XXI secolo, immaginare il futuro non è più sufficiente: bisogna prima di tutto imparare a immaginarlo. Ma come? Il crescente tasso di cambiamento nella società di oggi impone che studenti ed educatori abbiano dimestichezza con strumenti e tecniche previsionali. Conoscere il passato non basta più. Solo studiando il futuro si può influenzarlo e piegarlo alle proprie esigenze.


#FF2014 Peter Bishop, il futuro si impara a scuola
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Perché le visioni di oggi cambiano il domani. Inserire i big data nella scuola significa cambiare il modello di insegnamento, adattandolo alle esigenze vere di apprendimento degli studenti. Il monitoraggio dei risultati e delle performance degli studenti offre l’opportunità di ottimizzare l’insegnamento in aula.

Peter Bishop, il cambiamento inizia a scuola


#FF2014 Videointervista a Peter Bishop
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Quattro semplici domande

Peter Bishop invita a scegliete un argomento e a fare agli studenti quattro semplici domande.

«Che cosa sta succedendo oggi in questa materia? Che cosa pensate succederà? Che cosa potrebbe succedere invece? E infine “Che cosa vorreste veder succedere»?

Dando una risposta a questi interrogativi – assicura Bishop – avremo già posto le basi fondamentali per introdurre “il futuro” tra gli insegnamenti curricolari.


#FF2014 Immaginare il futuro non è più sufficiente, bisogna imparare a immaginarlo
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Ma se stiamo certamente andando verso il futuro, stiamo insegnando il futuro ai nostri ragazzi? La risposta di Bishop è chiara e senza appello, perché la colpa di formare generazioni intere destinate a non trovare lavoro, ricade tutta sulla scuola e il sistema della formazione. «Credo che stiamo preparando i giovani per delle professionalità che ci sono oggi, ma nessuno di noi sa se ci saranno domani». Per questo – ha spiegato Bishop – «dobbiamo essere più attenti a ogni segnale di cambiamento, ma contemporaneamente non possiamo permetterci di aspettare». Bishop ha evidenziato l’importanza di conoscere la storia e portare avanti la tradizione e ha individuato nelle Chiese, nei Governi e nelle Scuole le istituzioni più “conservative”.

«Intendiamoci: è giusto e utilissimo che un sistema di informazioni e valori venga tramandato, ma il problema è l’eccesso di conservazione. I guardiani della tradizione ci servono, ma davvero sono troppo bravi in questo ruolo. Questo pregiudica l’accoglienza anche dei piccoli cambiamenti».


#FF2014 Cambiare il modello di insegnamento, partendo dalle esigenze degli studenti
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Perché invece non insegniamo il futuro?

«Abbiamo un problema culturale» – ha detto Bishop. «A scuola si cerca sempre la risposta giusta, ma il futuro non lo è, è una risposta multipla, per questo per noi è difficile vedere il cambiamento come un’opportunità e lo concepiamo piuttosto come un’angoscia o una perdita. Non dovrebbe essere questo il modo di condurre il sistema scolastico». Bisognerebbe invece che ci insegnassero ad avere a che fare col futuro e a capire come influenzarlo. «Invece non esiste ancora nessun curriculum scolastico che richieda agli insegnanti di formare al futuro. Spesso gli insegnati non hanno tempo nemmeno di concludere il programma curriculare, incentrato sul passato». Ma qui sta l’errore, secondo Bishop. «Il futuro non deve essere una nuova materia aggiuntiva, ma deve essere un modo di insegnare, integrato nelle altre materie.


#FF2014 Il futuro non deve essere una nuova materia ma un modo nuovo di insegnare
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Il metodo per insegnare il futuro

Insegnare il futuro non richiede tempo extra, ma richiede nuove modalità di approccio alle materie». Da qui il “gioco” delle quattro domande fondamentali. «La prima, per capire il presente attraverso il passato. La seconda (che cosa pensate accadrà) porta a conoscere un primo futuro, quello “atteso”, quello che è possibile accada se tutto procede come ora. Ma il futuro più probabile è quello che accadrà meno probabilmente e infatti i futurologi insegnano a non accettare un futuro solo, perché è irrealistico,  ma invece prospettano tutte le possibilità. Ecco allora il futuro (o i futuri) alternativo (alternativi), che cambiano in base alle casualità e che vanno tenuti in considerazione in un’analisi compiuta. L’ultima domanda è invece quella che porta al futuro “preferibile”.

In questo caso, dovremo imparare a mettere in campo una serie di azioni affinché ci si possa avvicinare a questo scenario migliore. Questo è l’inizio di un metodo. È l’inizio di un percorso verso il futuro che ognuno di noi, nel suo campo, può influenzare».


#FF2014 Insegnanti impreparati al futuro formano studenti che non troveranno lavoro
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Peter Bishop: Futurologo, è professore associato di Strategic Foresight e direttore del corso di laurea in Futures Studies presso l’Università di Houston e membro del Center for Houston’s Future. Specializzato nelle tecniche di previsione a lungo termine e pianificazione, ha pubblicato, con Andy Hines, Thinking about the Future: Guidelines for Strategic Foresight (2007) e Teaching about the Future: The Basics of Foresight Education (2012). È consulente sugli scenari futuri per imprese, enti pubblici e associazioni non-profit. Ha fondato l’organizzazione Teach the Future.

 

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Al Future Forum, John Wilburn: «Il coraggio di cambiare» https://www.datamanager.it/2014/10/future-forum-john-wilburn-coraggio-cambiare/ Fri, 24 Oct 2014 09:54:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=63628 Disegnare scenari locali per leggere la realtà e il cambiamento nel mondo Dalle città-stato alle città-mondo ovvero dall’autonomia strategica ed economica alla dimensione urbana o metropolitana che ripropone a livello locale i problemi e le contraddizioni geopolitiche ed economiche del Pianeta, con conflitti e diseguaglianze linguistiche, culturali, religiose e anche tecnologiche. Grazie alla rivoluzione digitale, […]

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Disegnare scenari locali per leggere la realtà e il cambiamento nel mondo

Dalle città-stato alle città-mondo ovvero dall’autonomia strategica ed economica alla dimensione urbana o metropolitana che ripropone a livello locale i problemi e le contraddizioni geopolitiche ed economiche del Pianeta, con conflitti e diseguaglianze linguistiche, culturali, religiose e anche tecnologiche.
Grazie alla rivoluzione digitale, le separazioni tradizionali tra spazio fisico e spazio virtuale, tra luogo del lavoro e del tempo libero, tra alto e basso, tra centro e periferia stanno cambiando. Così, periferico diventa sinonimo di tutto ciò che non è connesso – e centrale, di tutto ciò che può essere collegato alla Rete.
Anzi, la storia ci dimostra che l’innovazione accade proprio nelle periferie, vero laboratorio del mondo, e che le grandi città sono il luogo dove emerge il conflitto, non l’elaborazione, dove si concentra il consumo e la celebrazione di quello che nasce fuori da esse. Ci sono tantissimi Davide e pochi Golia: la sfida è fargli capire che possono e devono coesistere – come hanno spiegato, John Wilburn e Alberto Felice De Toni con la conferenza di apertura del Future Forum (#FF2014) a Udine e Napoli.
Il cambiamento è sempre più accelerato, discontinuo e interconnesso e dobbiamo perciò avviarci verso il futuro con attenzione agli scenari, considerando i segnali più deboli di allerta e tenendo conto dei megatrend.


Verso le città-mondo, al #FF2014, con John Wilburn per scoprire il futuro smart delle città
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Al Future Forum, John Wilburn e Alberto Felice De Toni

 


#FF2014 Videointervista a John Wilburn e Alberto Felice De Toni
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SORPRESE STRATEGICHE

«Viviamo in tempi “esponenziali”, in cui il cambiamento è vorticoso. Viviamo in ambienti con risposte amplificate, in cui bastano piccole cause per scatenare grandi effetti. Il cambiamento è sempre più accelerato, discontinuo e interconnesso e dobbiamo perciò avviarci verso il futuro con l’attenzione agli scenari, considerando anche i segnali più deboli di allerta e tenendo conto dei megatrend, contemporaneamente considerando anche le “sorprese strategiche”, le cosiddette “wild cards”. Le parole del magnifico rettore, Alberto Felice De Toni hanno tenuto a battesimo il Future Forum 2014, il forum con circa 100 appuntamenti con cui la CCIAA, assieme a una rete fittissima di istituzioni del territorio (Comune di Udine, Regione, Università di Udine, categorie…), vuole portare nuovamente Udine al centro di una riflessione internazionale sul futuro, da oggi al 20 novembre, grazie anche alle partnership con l’OCSE, il Center for Houston’s Future texano e il Copenhagen Institute for Futures Studies. L’incontro d’apertura, avviato con gli interventi della vicepresidente camerale Clara Maddalena e del coordinatore del Future Forum, Paolo Ermano, ha avuto come ospite, assieme al rettore, John Wilburn, esponente di spicco del giornalismo statunitense e direttore delle iniziative strategiche del Center for Houston’s Future.


#FF2014, Ci sono molti Davide e pochi Golia che devono imparare a coesistere
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COSTRUIRE IL FUTURO

Wilburn ha introdotto gli elementi di evoluzione delle città, da “città stato” a “città mondo”, analizzando in particolare il rapporto dei grandi centri urbani con le loro periferie, che la storia indica come il luogo dove si verificano i grandi cambiamenti. «I problemi delle città piccole – ha evidenziato Wilburn – non sono in fondo dissimili da quelli delle città grandi. Qui a Udine come a Houston una delle sfide per la nostra leadership è riconoscere il fatto che il nostro mondo sta cambiando e la nostra popolazione sta cambiando. Ormai siamo tutti europei e siamo tutti locali, siamo tutti più simili di quanto pensiamo. Se non lo capiamo, allora non saremo pronti per il futuro». Per questo, al Centro di ricerca di Houston «cerchiamo di fornire ai nostri leader ricerche e dati attendibili, scenari e analisi di futuri possibili che possono veramente realizzarsi se mettiamo in pratica determinati comportamenti». Per questo, gli ha fatto eco De Toni, se il futuro non può essere previsto, dobbiamo lavorare per scenari. «Perché il cambiamento porta sé angoscia ma anche opportunità. Per il futuro ci vuole coraggio, non abbiamo il navigatore, dobbiamo prendere strade che non conosciamo percependo i segnali anche minimi, analizzando i megatrend ma facendo anche attenzione alle “sorprese” che possono mutare il percorso stesso del cambiamento». Tenendo conto che «quello che noi chiamiamo crisi per John Wilburn è la “nuova normalità”. Una nuova normalità che possiamo anticipare e alla quale dobbiamo adattarci per costruire il futuro».


John Wilburn e Alberto Felice De Toni al #FF2014
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ALBERTO FELICE DE TONI: Rettore dell’Università di Udine dal maggio 2013, è professore ordinario di Organizzazione della produzione e Gestione dei sistemi complessi nel corso di laurea di Ingegneria Gestionale. È membro del Comitato nazionale per lo sviluppo della cultura scientifica e tecnologica del MIUR. È stato Preside della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Udine, presidente dell’Associazione scientifica italiana di ingegneria gestionale, presidente della Commissione nazionale del MIUR per la riorganizzazione dell’istruzione tecnica e professionale, presidente di Agemont-Fvg e vice presidente di Area Science Park di Trieste. È autore di numerosi libri e di oltre 280 pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali. Le sue principali aree di ricerca sono l’organizzazione della produzione, la gestione dell’innovazione e la gestione della complessità.

JOHN WILBURN: Direttore delle iniziative strategiche presso il Center for Houston’s Future, è esponente di spicco nel mondo del giornalismo. Direttore editoriale dell’Houston Chronicle, produttore e autore di “Talking With David Frost”, il programma d’interviste della PBS, nella sua carriera ha diretto numerose testate tra cui Dallas Life, il supplemento domenicale del The Dallas Morning News, e lo Huston Press, di cui è stato anche fondatore.


#FF2014, Siamo tutti europei e siamo tutti locali, siamo tutti più simili di quanto pensiamo
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Capitalizzare i dati. Gli strumenti per decidere https://www.datamanager.it/rivista/capitalizzare-i-dati-gli-strumenti-decidere-55513.html Tue, 13 May 2014 12:25:14 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/capitalizzare-i-dati-gli-strumenti-per-decidere/ L’analisi dei big data offre innumerevoli potenzialità alle aziende di ogni settore, ma comporta il dover affrontare sfide importanti: gestire l’enorme mole di dati disponibili, le diverse tipologie di dati, l’integrazione con i propri sistemi. Tutte le ricerche testimoniano l’interesse crescente delle aziende in questa tematica   Ogni giorno viene gestita nelle aziende una mole […]

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L’analisi dei big data offre innumerevoli potenzialità alle aziende di ogni settore, ma comporta il dover affrontare sfide importanti: gestire l’enorme mole di dati disponibili, le diverse tipologie di dati, l’integrazione con i propri sistemi. Tutte le ricerche testimoniano l’interesse crescente delle aziende in questa tematica

 

Capitalizzare i dati. Gli strumenti per decidereOgni giorno viene gestita nelle aziende una mole di dati crescente, prodotta da un numero sempre maggiore di fonti informative: questo ha fatto maturare la consapevolezza di dover raccogliere e analizzare questi dati in modo efficace, per sfruttare al meglio il loro valore. Il risultato della collezione di queste informazioni sono i cosiddetti big data, archivi di grosse dimensioni nei quali: la quantità è tale da rendere inefficiente il ricorso a database tradizionali e da richiedere l’utilizzo di sistemi di memorizzazione scalabili; è elevata la frequenza di aggiornamento e la rapidità in cui sono memorizzati, storicizzati ed elaborati; le fonti sono molto eterogenee per origine, contenuto e rappresentazione.

 

Analytics e big data

Spiega Carlo Vercellis, responsabile scientifico dell’Osservatorio big data analytics & business intelligence (BDA & BI) della School of Management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net): «L’analisi dei big data offre innumerevoli potenzialità a imprese di qualsiasi comparto. Ma la gestione delle enormi quantità di dati oggi disponibili pone le aziende di fronte a molteplici sfide. Da un lato, occorre predisporre i sistemi di analytics sui big data alla memorizzazione di volumi crescenti di informazioni e alla trasformazione e integrazione di dati di diversa natura. Dall’altro, occorre comprendere come sfruttare le potenzialità dei big data e farne un uso strategico in base alla propria tipologia di business. l progetti di BDA & BI richiedono una governance coordinata per permettere di raggiungere benefici quantificabili e di lungo periodo».

Oggi, le aziende hanno l’esigenza di analizzare scenari di business sempre più complessi, con strumenti in grado di dare risposte rapide e affidabili. Per questo si stanno diffondendo i progetti di big data analytics, indispensabili nel fornire un migliore supporto decisionale alle diverse funzioni aziendali, nonostante ci sia spesso una mancanza di consapevolezza dell’impatto di questi sistemi sulla gestione aziendale, e si percepisca una certa difficoltà nell’integrazione di questi strumenti con gli applicativi aziendali. La rapida diffusione degli strumenti di analisi è anche frutto di diversi fattori: la massiccia diffusione dei device mobili e del social networking, la disponibilità, a costi sempre più contenuti, di potenti tecnologie di elaborazione e di storage, i servizi flessibili e scalabili resi possibili dal cloud computing.

 

Il mercato

In un’analisi condotta da EMC (www.italy.emc.com) su 450 decision maker italiani, pubblicata nello scorso mese di novembre, i big data si posizionano come tecnologia ritenuta in grado di apportare un sensibile miglioramento ai processi decisionali delle aziende. Quasi il 40% degli intervistati dichiara che, grazie ai big data, la propria azienda è riuscita a ottenere significativi vantaggi competitivi sul mercato, rispetto ai concorrenti. Il 67% ritiene che le informazioni provenienti dai big data siano già oggi all’interno delle proprie aziende la base per prendere decisioni concrete per trasformare il business, mentre il 58% si dichiara convinto che le aziende che sapranno utilizzare al meglio questi strumenti saranno in grado di distinguersi maggiormente in futuro rispetto alla concorrenza.

La previsione di IDC (www.idc.com) per il mercato italiano è di un raddoppio del valore di tecnologie e di servizi per i big data nel periodo 2013-2015, che porterà il mercato a superare i 160 milioni di euro nel 2015. Il trend è in linea con i ritmi di sviluppo mondiali del mercato. A livello worldwide, il tasso di crescita annuale composto stimato da IDC per il periodo 2012-2017 è pari al 27%, con un valore al 2017 di 32,4 miliardi di dollari. Sempre secondo dati IDC, nel 2013 i server High Performance Computing (HPC ) avevano un valore di 11,397 miliardi di dollari: nello stesso anno, i server High Performance Data Analysis (HPDA) hanno avuto un valore complessivo di 785 milioni di dollari. I ricavi complessivi del mercato server a livello globale vedono crescere in modo costante i server HPDA (nel 2013 rappresentavano il 6,9% delle revenue globali dei server HPC, nel 2014 è previsto che la quota passi a 7,1%, entro il 2017 le proiezioni IDC lo danno al 9,2%).

 

Un patrimonio di dati

Alla fine dello scorso anno è stata pubblicata la ricerca dell’Osservatorio BDA & BI del Politecnico di Milano, molto completa e dettagliata, sulla realtà dei big data nel nostro Paese, aggiornata allo scorso anno, con raffronti interessanti sull’anno precedente. Secondo l’Osservatorio, all’interno delle organizzazioni, nell’84% dei casi vengono trattati dati strutturati, le cui sorgenti primarie sono tipicamente rappresentate dai sistemi transazionali, altamente performanti per la gestione di informazioni organizzate secondo schemi di database predefiniti: si tratta per lo più di tabelle, record e documentazioni di office automation, di dati geografici e di dati correlati a eventi come messaggi real-time, dati di telecomunicazioni e dati Machine-to-Machine, generati da trasmettitori, sensori (Wi-Fi, Bluetooth, RFID, NFC) e misuratori digitali. Nel 16% dei casi vengono gestiti dati semi-strutturati e destrutturati, ovvero informazioni prive di schema che non possono essere adattate a un database relazionale: si tratta di immagini, contenuti video, clickstream, file di testo, informazioni provenienti da blog e da social network, XML e standard simili, email, log web, per le quali esiste una struttura irregolare o parziale, non sufficiente a permetterne la memorizzazione e la gestione da parte dei DBMS relazionali tradizionali.

Il volume complessivo dei dati utilizzati nelle organizzazioni è cresciuto nello scorso anno del 19% per quanto riguarda i dati strutturati, del 28% per i dati destrutturati. Numeri che non sorprendono, se si considerano le fonti principali dei big data: le transazioni originate dai miliardi di dispositivi in uso dagli individui (smartphone, tablet, carte di credito, carte fedeltà, per fare solo alcuni esempi), i messaggi e le informazioni che vengono archiviati sui social network e sui siti web 2.0, i file e i log generati dai sensori digitali presenti negli oggetti che utilizziamo quotidianamente.

Secondo la ricerca Big Data Survey, pubblicata all’inizio anno e condotta nella community degli utenti di Jaspersoft (www.jaspersoft.com), le sorgenti di dati più utilizzate sono: i sistemi CRM (40%), le applicazioni finanziarie (38%), l’e-commerce (27%), i POS al dettaglio (15%), le soluzioni di supply chain management (14%) e i sistemi per la gestione del capitale umano (12%).

 

Le nuove architetture

«Osservando tutte queste nuove fonti di dati» – commenta Mike Ferguson, managing director di Intelligent Business Strategies Limited e speaker in corsi e convegni di Technology Transfer (www.technologytransfer.com) – è evidente che vi sia un aumento della complessità sia nelle caratteristiche dei dati stessi sia nei tipi di analisi che le aziende vogliono effettuare. Per quanto riguarda i dati, la complessità è aumentata in termini di varietà di tipi di dati, di volumi di dati che vengono acquisiti e nella velocità o nella frequenza con cui vengono generati i dati. In termini di varietà, stiamo trattando con dati semi-strutturati (per esempio email, XML, JSON), dati non strutturati (per esempio i testi) e dati generati dalle macchine (per esempio i dati dei sensori e i clickstream). L’analisi di questi tipi di dati ha portato a diversi nuovi tipi di carichi di lavoro analitici oltre a quelli osservati in un data warehouse tradizionale. Essi includono: l’analisi complessa di dati strutturati – per sviluppare modelli, l’analisi esplorativa dei dati multi-strutturati, non modellati, le interazioni sociali, l’analisi dei grafi, l’analisi dei social influencer o delle frodi…

Vi è anche una necessità di memorizzare e rielaborare dati archiviati a un costo molto inferiore. Per far fronte a questi carichi di lavoro, è chiaro che le architetture di data warehouse tradizionali avranno evoluzioni. Saranno necessari nuovi archivi di dati, come per esempio i Graph DBMS, Hadoop e gli RDBMS analitici, in aggiunta ai data warehouse tradizionali. Anche la gestione delle informazioni dovrà essere estesa, per supportare le funzioni di data cleansing, l’integrazione e il caricamento dei dati in queste nuove piattaforme, così come nei data warehouse. Inoltre, dovrà essere supportato anche lo spostamento dei dati tra le piattaforme. Dal punto di vista dell’utente, ora dobbiamo prepararci ad accogliere scienziati di dati, analisti di business e consumatori di informazione. Pertanto, sono necessari nuovi strumenti per condurre analisi esplorative dei dati multi-strutturati: search analytics, strumenti di generazione di codice, accesso a nuovi archivi di dati dagli strumenti tradizionali di BI estesa per fornire visualizzazioni. Inoltre, è necessaria la virtualizzazione dei dati per semplificare l’accesso ai dati per database basati su SQL e per sistemi non relazionali, su NoSQL».

 

Il Data Scientist

La capacità di esplorare enormi volumi di dati offre l’opportunità di sfruttare tutti i big data a disposizione e di diffondere la conoscenza a tutte le funzioni aziendali: si possono trovare nuove opportunità, dare risposte a problemi complessi e reagire rapidamente ai mutamenti del mercato.

Come ha detto Ferguson, il data scientist sarà una figura centrale nei progetti di big data, uno dei lavori più promettenti del futuro, con una domanda stimata di quasi un milione e mezzo di persone nel prossimo decennio e una carenza prevista di almeno 200mila persone. Aggiunge Alessandro Piva, responsabile della Ricerca dell’Osservatorio big data analytics & business intelligence della School of Management del Politecnico di Milano: «Oggi, esiste un’ampia offerta di sistemi di big data analytics e si è allargata la platea dei potenziali fruitori, grazie alla maggiore usabilità delle soluzioni tecnologiche e alla pervasività dei dispositivi mobili. Crescono così le possibilità di utilizzo e gli ambiti di progetto, e aumentano le competenze richieste a nuove figure di “data scientist”: non servono solo skill informatiche, statistiche e di processo, ma anche capacità di demand management nei confronti delle line of business, di interpretazione dei dati e delle analisi prodotte». Aggiunge Giulio Occhini, direttore generale di AICA, Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico (www.aica.it): «Il data scientist deve essere in grado di vagliare attentamente le informazioni che giungono da fonti informative diverse, prima di decidere quali possano essere giudicate “utili” per le sue ricerche. Così come dovrà essere in grado di incrociare preliminarmente i dati in suo possesso (provenienti da molteplici fonti), con particolare attenzione a quelli che provengono dai social network, blog, web server, o dalle registrazioni online. Inoltre deve essere in grado di gestire dati di grande complessità (es. geospaziali), dovrà utilizzare algoritmi di ricerca, capaci di scandire immensi database di terabyte di dati in tempi relativamente brevi e dovrà anche essere in grado di selezionare lo strumento di business intelligence più adeguato, per eseguire le analisi richieste dall’organizzazione per la quale lavora. Anche se potrà sembrare apparentemente inconsueto, gli sarà anche necessaria una mentalità orientata alle arti e alla creatività, per fare in modo che possa elaborare visioni sulle metodologie di gestione intelligente delle informazioni e perfino sul loro possibile utilizzo per finalità diverse da quelle originarie. Se consideriamo come la necessità di consulenti di social media sia cresciuta con la diffusione dei social network, non c’è da stupirsi se nel giro di pochi anni, in funzione della attuale esplosione dei dati, il data scientist assumerà il ruolo di uno dei professionisti più ricercati al mondo. Apparentemente, le molteplici competenze dello scienziato dei dati potrebbero sembrare “eccessive”, ma contrariamente a quanto si può pensare, non è poi così difficile riuscire a identificare dei professionisti che ne siano in possesso. Infatti, va rilevato che lo scienziato dei dati deve soprattutto eccellere in alcuni aspetti caratteriali, come la creatività, la curiosità e la determinazione nel saper affrontare situazioni nuove e particolarmente complesse. Egli deve sentirsi ispirato all’organizzazione e alla distribuzione di informazioni trasformando i dati in valore».

 

Quali strumenti

Gli strumenti oggi più usati nella BI sono quelli per il performance management e per la basic analytics: consentono, però, solo di visualizzare in modo sintetico e grafico i principali indicatori di performance, rappresentando in modo tempestivo i dati con semplici funzioni di query e reporting. Gli strumenti più adatti per la gestione dei big data sono gli advanced analytics, che consentono di gestire processi decisionali complessi con sistemi di prescriptive e predictive analysis, come modelli matematici di forecasting, statistica, data mining e ottimizzazione, e che permettono di determinare trend e prevedere il valore futuro di variabili numeriche e categoriche. L’elevata numerosità dei campioni è più complessa da gestire, ma permette una maggiore accuratezza nei risultati. Secondo l’Osservatorio BDA&BI del Politecnico, i sistemi di advanced analytics sono adottati dal 36% delle organizzazioni, ma il 23% ne prevede l’introduzione e il 27% si trova in una fase di valutazione.

Diverse soluzioni sono presenti sul mercato: secondo IDC, tra le aziende con le migliori implementazioni commerciali delle piattaforme di HPDA/big data vi sono i grandi vendor, tra i quali IBM, Microsoft, Oracle, SAP, EMC, e un’ampia lista di attori specializzati a livello internazionale, tra i quali Autodesk, Cloudera, Microstrategy, QlikTech, SAS, Tibco, Teradata, Splunk MapR Technologies, Pivotal.

 

Ambiti di utilizzo

L’utilizzo degli advanced analytics sui big data ha innumerevoli potenzialità e svariate applicazioni. Secondo la già citata indagine Jaspersoft, le principali casistiche di utilizzo dei big data sono: l’analisi dei clienti (churn, segmentazione…), per il 48% degli intervistati, l’analisi della customer experience per il 45%, l’analisi dei rischi per il 37%, l’analisi delle minacce per il 30%, l’analisi della conformità normativa per il 28%, l’ottimizzazione delle campagne per il 26%, il targeting geografico per il 23%, l’analisi delle frodi per il 22%, l’analisi della percezione del brand per il 16%, l’ottimizzazione del product placement per il 16%.

Di seguito, alcuni esempi, non esaustivi, di come vengono sfruttati i big data nei vari settori di mercato. Nel settore bancario vengono utilizzati per progettare strategie di marketing, comprendere a fondo le esigenze dei clienti, migliorare la customer experience, ma anche per rispondere più velocemente alle richieste degli organismi di vigilanza. Nel risk management si sfruttano per ottenere risposte rapide a scenari complessi sull’ottimizzazione dei capitali, la gestione della liquidità, le valutazioni e gli stress test dei molteplici rischi cui un istituto potrebbe essere esposto. Nel settore assicurativo, per sviluppare modelli di prezzo più congruenti col profilo della clientela, per aumentare la profittabilità per prodotto e per migliorare l’analisi del rischio, limitando l’esposizione e le riserve. Nel manufacturing, l’analisi dei dati raccolti dai sensori consente di analizzare le prestazioni delle apparecchiature, svolgere manutenzioni preventive, ridurre i guasti imprevisti, analizzare i reclami in garanzia e identificare potenziali problemi e cause scatenanti. Nel retail, i big data sono utilizzati per analizzare le performance geografiche, per punto di vendita, linea di prodotto fino al carrello del singolo cliente. Nelle utility, si usano per tracciare l’erogazione di energia dal punto di distribuzione ai punti di utilizzo per identificare possibili frodi. La pubblica amministrazione può sfruttare i big data per realizzare una mappatura del territorio e offrire una assistenza migliore e tempestiva ai cittadini nelle aree più a rischio, per identificare e reagire in modo tempestivo al “sentiment” della comunità o ancora per accrescere il livello della sicurezza.

 

La Social analytics

Un utilizzo peculiare degli anaytics sui big data è legato all’analisi delle interazioni tra utenti, siti web, aziende e prodotti, che consente alle aziende di collezionare informazioni molto utili, prima difficilmente reperibili. La diffusione di dispositivi mobili sempre connessi genera, inoltre, un traffico sempre più geolocalizzato, che arricchisce ancora di più i dati a disposizione.

L’analisi di questi dati avviene con tecniche di text mining e di analisi semantica, in grado di rilevare il sentiment delle conversazioni e permette di definire le caratteristiche comportamentali dei clienti o dei prospect, di cogliere spunti per specifiche iniziative di viral marketing, e perfino di scoprire eventuali criticità nella pianificazione delle azioni promozionali.

Il monitoraggio dei social media permette di analizzare le preferenze e il gusto dei singoli utenti, di rilevare le opinioni relative a qualunque tema: prodotti, servizi, brand, ma anche hobby, politica, sport. Queste informazioni, se correttamente integrate con i dati presenti nei sistemi aziendali tradizionali, possono far sì che le imprese ottimizzino le proprie azioni di marketing: la social analytics, quindi, può creare nuovi, interessanti, scenari nella segmentazione della customer base di un’azienda, permettendo di cogliere sul nascere le nuove tendenze e di percepire con un certo anticipo l’abbandono di prodotti o di servizi specifici da parte dei clienti.

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IBM, pensare big con gli analytics https://www.datamanager.it/rivista/ibm-pensare-big-con-gli-analytics-52221.html Thu, 12 Dec 2013 14:34:27 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/12/ibm-pensare-big-con-gli-analytics/ Il percorso di Big Blue verso le nuove frontiere dei big data, che presuppongono sempre più l’uso degli analytics e dei diversi strumenti a corollario come l’ECM, la BI e il forecasting. Dal più grande evento sugli advanced analytics a livello mondiale, un messaggio chiaro: «Senza analytics, i big data sono solo una massa di […]

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Il percorso di Big Blue verso le nuove frontiere dei big data, che presuppongono sempre più l’uso degli analytics e dei diversi strumenti a corollario come l’ECM, la BI e il forecasting. Dal più grande evento sugli advanced analytics a livello mondiale, un messaggio chiaro: «Senza analytics, i big data sono solo una massa di dati»

 

Robert LeBlanc senior vice president of middleware software di IBMLas Vegas – Quando i big data sposano gli analytics, orchestrati da IBM (www.ibm.it), i risultati non mancano. Questo in sintesi il senso dell’edizione 2013 di Information on Demand, la user conference dedicata a tutto ciò che ruota intorno alla gestione e all’analisi dei dati, svoltasi a Las Vegas da 3 al 7 novembre. La kermesse, targata “Think big, deliver big, win big”, ha visto la presenza di oltre 11mila partecipanti, contenuti a stento nell’Event Center del Mandalay Bay durante gli eventi clou. Nel faraonico keynote di apertura, Robert J. LeBlanc, senior vice president of middleware software di IBM, non ha mancato di far notare un aspetto significativo: «Il 35% delle persone presenti oggi partecipano a questo evento per la prima volta, e anche questo è un segno di come i big data stiano trasformando tutti i paradigmi cui eravamo abituati».

 

Il valore dei Big Data

La chiave di questa trasformazione consiste nel trarre valore dai dati, che sono sempre più «come il petrolio greggio», come ha ricordato durante l’evento di apertura Jake Porway, data scientist piuttosto noto negli Stati Uniti. Come per il petrolio, anche i dati devono essere “raffinati”, cioè analizzati. Un messaggio quindi chiarissimo: «Senza analytics, i big data rimangono solo una massa di dati». E LeBlanc ha aggiunto: «I dati non vanno combattuti, ma abbracciati ed esaminati approfonditamente. È tutta una questione di insight. Non a caso, in una recente ricerca, il 75% delle aziende in crescita ha citato il valore derivante dagli analytics come un fattore chiave per il business». Non solo. Durante il keynote, è stato sottolineato che la città di New York ha da poco nominato il chief analytical officer e che molte altre aziende e organizzazioni stanno cominciando a creare la posizione di chief data officer, in un preciso segnale di come la trasformazione indotta dai big data sia ormai inarrestabile e richieda una vera e propria strategia al fine di trarne i massimi vantaggi. L’idea di fondo è che si stia andando verso una nuova era dell’IT, caratterizzata da sistemi in grado di imparare, ragionare, predire e migliorare il processo decisionale grazie all’analisi dei big data.

Novità a tutto campo

Ma quali sono gli strumenti ideali per analizzare i big data? La piattaforma di information management di IBM non teme confronti sul mercato, come ha sottolineato con il consueto entusiasmo Steve Mills, senior vice president and group executive software e systems della società, ma «l’evoluzione continua inarrestabile, anche perché noi non abbiamo mai creduto nell’approccio “one size fits all”, cioè nell’applicare una soluzione a tutti i tipi di esigenze, e proprio per questo continuiamo a far crescere il nostro portfolio, sia organicamente con la nostra ricerca e sviluppo sia tramite acquisizioni». E in effetti, gli annunci non hanno deluso i partecipanti all’evento. A iniziare da IBM SmartCloud Analytics-Predictive Insights, un software con capacità di analisi predittiva progettato per permettere di gestire i flussi di dati in maniera automatica: basata sull’infrastruttura SoftLayer, acquisita da IBM nello scorso luglio e sempre più gettonata come base dell’intera offerta cloud della società, la soluzione analizza in tempo reale numerosi terabyte di dati relativi alle operazioni IT, individuando subito quelli che possono determinare problemi nelle performance di rete. Inoltre, la nuova versione di IBM SmartCloud Virtual Storage Center applica allo storage gli analytics e l’apprendimento, per automatizzare le decisioni di storage tiering complesse, quali quelle relative al cloud storage e ai pattern di utilizzo, in modo da adeguare automaticamente le policy. Altre novità hanno riguardato il portfolio BLU Acceleration con nuove tecnologie in-memory, e la gamma InfoSphere, con Data Privacy for Hadoop che aggiunge nuove funzioni di livello enterprise. Infine, IBM ha annunciato il lancio nel 2014 di Watson Developers Cloud, una piattaforma di sviluppo nel cloud per creare app dotate dell’intelligenza di Watson, il supercomputer targato Big Blue che si è segnalato per le sue potentissime capacità di cognitive computing.

Uno sguardo all’Italia

L’utilizzo di big data e analytics per il business è un tema caldo anche sul nostro mercato, come ha confermato in una conversazione con Data Manager, Raffaele Bella, responsabile dei brand di Information Management e WebSphere di IBM Italia, spiegando come molti clienti ne abbiano perfettamente compreso l’utilità strategica, «visto che l’analisi dei big data va a incidere direttamente su quello che è il loro asset chiave, cioè i dati stessi, permettendo di trarne sempre maggiore valore di business e di realizzare modalità operative sempre più efficienti». All’evento di Las Vegas erano anche presenti alcuni clienti italiani di Big Blue, che hanno presentato interessanti esperienze: è il caso, tra gli altri, di Acea e di Edison. Il primo, gestore delle utilities di Roma, ha realizzato un progetto di “smart grid” basato sulla soluzione Infostream di IBM, che permette di comprendere in tempo reale tutto ciò che avviene sulla rete. Il fornitore di energia Edison ha invece presentato un progetto realizzato con l’integrazione tra IBM DB2 e SAP con cui notoriamente Big Blue ha una partnership stretta e grazie al quale ha ottenuto notevoli vantaggi in termini anche di risparmi nei costi.

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