Ivan Straniero – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 11:52:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Ivan Straniero – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Difesa stratificata per un mondo sempre più connesso https://www.datamanager.it/2017/04/difesa-stratificata-un-mondo-sempre-piu-connesso/ Thu, 06 Apr 2017 16:30:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=122647 A cura di Ivan Straniero, Regional Manager, Southern & Eastern Europe di Arbor Networks Viviamo in un mondo sempre più connesso, in cui l’Internet of Things (IoT) promette un enorme potenziale: servizi più personalizzati e automatici, utilizzo ottimizzato delle risorse e praticità. Stando alle stime attuali, il numero dei dispositivi connessi è cresciuto rapidamente raggiungendo […]

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A cura di Ivan Straniero, Regional Manager, Southern & Eastern Europe di Arbor Networks

Viviamo in un mondo sempre più connesso, in cui l’Internet of Things (IoT) promette un enorme potenziale: servizi più personalizzati e automatici, utilizzo ottimizzato delle risorse e praticità. Stando alle stime attuali, il numero dei dispositivi connessi è cresciuto rapidamente raggiungendo una quota che si attesta tra i 6 e i 12 miliardi di unità. Il numero in effetti sembra enorme, ma se nutrite dubbi in merito vi suggerisco di collegarvi al router di casa e verificare quanti dispositivi sono registrati: rimarrete sorpresi nel trovare anche TV, amplificatori e termostati.

Per la loro natura intrinseca, i dispositivi destinati alle tecnologie IoT devono essere facili da implementare e utilizzare; tuttavia non va dimenticato che si tratta in fondo di piccoli computer. Chi di voi si collegherebbe direttamente a Internet con un computer su cui è installata la versione originale, senza patch, del sistema operativo e sprovvisto di firewall o altri dispositivi di sicurezza, utilizzando il nome utente e la password di default? Non molti, ma in effetti è ciò che avviene in numerosi casi con i dispositivi connessi all’IoT.

Nel 2016, il proliferare delle botnet e degli attacchi informatici DDoS basati sui dispositivi connessi all’IoT ha messo a fuoco con maggiore chiarezza il lato più oscuro del mondo connesso. I cybercriminali si sono resi conto che i dispositivi connessi all’IoT offrono un enorme potenziale, pronto per essere utilizzato. Abbiamo tutti avuto modo di vedere, infatti, come migliaia di telecamere a circuito chiuso (CCTV) e DVR relativamente piccoli e innocui possano essere sfruttati per generare attacchi di tipo Distributed Denial of Service (DDoS) da 500Gbps o superiori, intaccando la disponibilità dei servizi web di un gran numero di rinomati brand.

Molti dispositivi connessi all’IoT dispongono di una buona connettività a segmenti di rete non monitorati, oltre a capacità di elaborazione sufficienti per trasportare un volume significativo del traffico degli attacchi. Gli attacchi provenienti da questi dispositivi sono responsabili dell’incremento della portata e della frequenza dell’attività DDoS di cui riferisce il rapporto annuale di Arbor Networks Worldwide Infrastructure Security Report (WISR). Ma gli attacchi DDoS solo sono uno dei casi di compromissione dei dispositivi connessi all’IoT.

Anche se i dispositivi IoT compromessi offrono agli aggressori una nuova modalità per minacciare la disponibilità dei servizi Internet, il modo migliore per proteggere le nostre aziende non è cambiato. Molte imprese oggi dipendono dai dati e dai servizi applicativi che utilizzano tramite Internet e gli eventuali problemi di disponibilità potrebbero risultare economicamente molto onerosi. Per contrastare la minaccia di attacchi DDoS, aziende e governi indistintamente devono implementare una strategia di protezione multistrato.

I sistemi di difesa multistrato comprendono sia una componente locale che una basata su cloud o ISP. La componente locale permette alle aziende di rilevare e limitare immediatamente gli attacchi prima che vi siano ripercussioni sul servizio. Questo tuttavia non è in grado di gestire i grandi attacchi, sempre più diffusi, che possono saturare la connettività a Internet; per gestire attacchi di maggiore entità deve entrare quindi in gioco il servizio basato su cloud o ISP. La buona notizia è che un numero in costante aumento di aziende sta adottando le strategie di difesa stratificata. Il rapporto WISR di Arbor ha evidenziato che nel 2016 le aziende che adottavano questo modello rappresentavano il 30%, rispetto al 23% del 2015.

Implementare il giusto sistema di difesa richiede tuttavia un investimento e le priorità delle aziende in termini di budget per l’IT e la sicurezza spesso entrano in competizione tra loro. Poiché, tuttavia, la connettività è imprescindibile per l’interazione con clienti, partner e fornitori, questi tipi di difese diventano ormai indispensabili per gran parte delle aziende. Integrare processi di valutazione dei rischi in ambito IT e delle minacce alla disponibilità può aiutare a quantificare il potenziale impatto di un attacco per definire le priorità di investimento: un approccio adottato da circa i due terzi delle aziende, stando ai dati del rapporto WISR.

Un problema più ampio

L’abbinata DDos e dispositivi IoT continuerà senza dubbio ad alimentare i titoli dei giornali nel corso del 2017, visto il manifestarsi di attacchi sempre più vasti che causano problemi ai service provider e alle aziende di ogni tipo. Ma gli attacchi di tipo DDoS rappresentano solo uno dei modi con cui i dispositivi IoT possono essere sfruttati. Arbor ha già individuato casi di dispositivi IoT utilizzati come proxy per nascondere la sorgente originale del traffico. E se pensate che il rischio per la tecnologia IoT sia esclusivamente limitato ai dispositivi Internet, è bene che riflettiate a fondo. I malware di Windows che tentano di eseguire scansioni delle reti locali alla ricerca di dispositivi IoT sono già una realtà e forniscono ai dispositivi IoT compromessi la capacità di prendere di mira altre risorse all’interno o all’esterno delle nostre reti.

Il mondo connesso porta con sé un enorme potenziale, a tratti positivo e a tratti negativo. I dispositivi IoT si possono utilizzare per amplificare le minacce esistenti e crearne di nuove. Potenziare la sicurezza dei dispositivi IoT e prevenire la loro compromissione sono obiettivi chiave dell’industria della sicurezza, ma prima che ciò avvenga (e potrebbe volerci del tempo) ciascuno deve proteggersi dalle minacce già presenti nel mondo, di cui gli attacchi DDoS rappresentano un aspetto significativo e in continua espansione.

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Tecniche di difesa contro gli attacchi IoT per le piccole imprese https://www.datamanager.it/2017/03/tecniche-difesa-gli-attacchi-iot-le-piccole-imprese/ Tue, 21 Mar 2017 10:53:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121484 A cura di Ivan Straniero, Regional Manager, Southern & Eastern Europe di Arbor Networks In tutto il mondo, aziende di ogni settore e grandezza si appoggiano quotidianamente a Internet nell’ambito delle proprie attività. Molte imprese utilizzano la rete per promuovere o commercializzare prodotti e servizi, mentre altre la sfruttano per interagire con clienti, fornitori e […]

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A cura di Ivan Straniero, Regional Manager, Southern & Eastern Europe di Arbor Networks

In tutto il mondo, aziende di ogni settore e grandezza si appoggiano quotidianamente a Internet nell’ambito delle proprie attività. Molte imprese utilizzano la rete per promuovere o commercializzare prodotti e servizi, mentre altre la sfruttano per interagire con clienti, fornitori e partner tramite la posta elettronica e altri meccanismi digitali. La maggior parte delle aziende utilizza inoltre Internet per inviare e ricevere denaro tramite l’online banking e altre piattaforme di pagamento. Le nostre aziende fanno ormai parte di un’intricata rete di dati e servizi applicativi la cui costante disponibilità ha assunto un ruolo sempre più determinante.

Le minacce alla disponibilità dei servizi Internet, come ad esempio gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service), non rappresentano certo una novità, ma nel 2016 i pirati informatici sono riusciti a renderle ancora più efferate trasformando in armi di attacco molti comuni dispositivi IoT. Gli attacchi DDoS prendono di mira una rete, un servizio o un’applicazione e tentano di renderla inaccessibile bombardandola di traffico fittizio e false richieste in modo da impedire ai reali utenti di accedervi. Le conseguenze economiche sono talvolta molto significative.

Vediamo dunque in che modo l’avvento dei dispositivi IoT ha cambiato le regole del gioco. Abbiamo tutti sentito parlare delle botnet e ce le immaginiamo come reti di computer compromessi dislocati in diversi paesi del mondo. Oggi però questa immagine va ampliata, inserendo anche le telecamere per videosorveglianza e altri dispositivi connessi in rete. Gli oltre sei miliardi di dispositivi IoT di cui si stima la presenza a livello mondiale offrono abbondanti possibilità di attacco ai pirati informatici, possibilità che i criminali intendono indubbiamente sfruttare al meglio.

I rischi associati ai dispositivi IoT

La trasformazione dei dispositivi domestici in armi informatiche è il vero problema da considerare di fronte a minacce informatiche quali gli attacchi DDoS e il ransomware. È ormai tramontata l’epoca in cui soltanto gli hacker più astuti riuscivano a colpire le grandi organizzazioni: oggi la piccola criminalità informatica rappresenta una sotto-economia del terziario e chiunque può lanciare facilmente un attacco con una spesa molto contenuta (alcuni servizi offrono addirittura un periodo di prova gratuito). Ciò significa che qualsiasi soggetto può diventare il bersaglio di un attacco informatico, incappando in costi molto elevati in termini finanziari ma anche di reputazione.

Le piccole e medie imprese sono esposte a rischi concreti perché tendono a non investire nelle più moderne tecnologie di sicurezza e generalmente non dispongono di team interni di esperti in sicurezza informatica. Esistono tuttavia alcune misure che anche le aziende più piccole possono adottare per difendersi dalle minacce informatiche attualmente esistenti.

Mitigazione delle minacce IoT nelle piccole imprese

Sono quattro le tecniche chiave che le piccole imprese possono utilizzare per proteggersi dagli attacchi informatici.

  1. Implementazione di un’adeguata igiene informatica nell’intera azienda – In rete è possibile accedere gratuitamente a numerose informazioni sulla sicurezza informatica relativamente ad aspetti quali l’utilizzo di password efficaci, l’aggiornamento e l’installazione delle patch dei sistemi operativi, l’isolamento delle guest network e la limitazione dell’accesso agli apparati più importanti. Si tratta di semplici misure di buon senso, la cui importanza continua tuttavia a essere sottostimata da molti fino a quando non è troppo tardi.
  1. Collaborazione con i Managed Service Security Provider (MSSP) – Gli MSSP aiutano le piccole imprese a gestire i rischi informatici offrendo servizi di sicurezza esterni. Appoggiandosi agli MSSP, le piccole aziende possono accedere a tecnologie avanzate e personale competente a fronte di una modica spesa, riuscendo così a implementare un sistema di difesa adeguato e sempre attivo.
  1. Formazione del personale – Le piccole imprese devono informare e addestrare il personale in merito ai rischi esistenti, ad esempio realizzando corsi online che aiutino a identificare link e comunicazioni sospette. Il personale deve capire che la tutela della proprietà intellettuale e dei dati dei clienti, senza limitarsi alla parte informatica, è compito di ciascun dipendente e che le conseguenze di un attacco o una violazione dei dati si ripercuotono sull’intera azienda.
  1. Limitazione dei rischi esistenti – Le imprese devono garantire l’installazione delle versioni più aggiornate dei software su tutti i dispositivi IoT impiegati in azienda, la sostituzione delle password predefinite, l’isolamento dei dispositivi da Internet (ove possibile) e la disabilitazione di tutti i servizi non indispensabili. In futuro, i dispositivi IoT saranno auspicabilmente concepiti in maniera diversa attribuendo maggiore importanza alla sicurezza, ma per il momento l’unica soluzione disponibile è limitare al massimo le possibilità di attacco.

Il futuro dei dispositivi IoT

I dispositivi IoT vengono attivamente presi di mira dai criminali informatici dal 2010, ma nel 2016 sono diventati oggetto di attacchi molto più diffusi, che rappresentano purtroppo soltanto la punta dell’iceberg. Al momento i dispositivi IoT vengono sfruttati per gli attacchi DDoS e le truffe con clic fraudolenti, ma con ogni probabilità inizieranno a essere utilizzati anche per tentativi di estorsione e altre forme di criminalità informatica.

Le piccole e medie imprese che si affidano in misura crescente ai servizi Internet non devono sottovalutare i rischi informatici associati alla rete. L’implementazione di buone misure di igiene informatica, la formazione del personale in merito ai rischi esistenti e la collaborazione con gli MSSP sono strategie importanti ai fini della tutela dell’azienda nell’ambiente odierno.

 

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Il campo di battaglia informatico https://www.datamanager.it/2016/11/campo-battaglia-informatico/ Fri, 11 Nov 2016 13:48:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=113233 A cura di Ivan Straniero, Regional Manager Southern & Eastern Europe di Arbor Networks Dalle cronache recenti sulle accuse mosse alla Russia in merito alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti e sull’uso di “straordinarie competenze informatiche” da parte delle forze militari statunitensi per attaccare l’ISIS, appare ormai evidente che il terrorismo informatico sia diventata una […]

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A cura di Ivan Straniero, Regional Manager Southern & Eastern Europe di Arbor Networks

Dalle cronache recenti sulle accuse mosse alla Russia in merito alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti e sull’uso di “straordinarie competenze informatiche” da parte delle forze militari statunitensi per attaccare l’ISIS, appare ormai evidente che il terrorismo informatico sia diventata una vera e propria minaccia a livello mondiale.

Ma cosa significa questo veramente? Espressioni come spionaggio informatico, cyberterrorismo e guerra informatica sono diventate sin troppo diffuse. Ma quale ruolo svolge ciascuna di esse? Esistono mezzi per combatterle?

Spionaggio

Lo spionaggio informatico è l’attività più frequente e anche la più importante. Si riferisce all’uso di computer utilizzati per l’accesso a informazioni riservate. Indipendentemente dal fatto che siano gli stati nazionali o le organizzazioni terroristiche a servirsene, in qualità di cittadini, lo avvertiamo come un qualcosa di quotidiano e “normale”, come quando Donald Trump ha chiesto alla Russia di introdursi abusivamente nella posta elettronica di Hillary Clinton. Influenza la nostra percezione delle notizie e il nostro pensiero su un momento politico nel tempo. Nell’era post-Snowden, nessuno si sorprende di più di come operano i diversi stati, e questo è preoccupante.

Terrorismo

La continua proliferazione dello spionaggio informatico agisce con molta certezza da fattore di potenziamento del cyberterrorismo. Come dimostrano gli attacchi DDoS contro la Francia avvenuti lo scorso anno e i famigerati attacchi dell’Operation Ababil, si tratta in genere di attacchi di matrice politica su sistemi di computer che creano disagi imponenti.

Guerra

Infine c’è la guerra informatica, che, seppur poco visibile, è tuttavia sempre presente, e si configura come un attacco da parte di uno stato nazionale o di una organizzazione teso a danneggiare l’infrastruttura di rete o altri componenti fondamentali di un’altra nazione. Si tratta in genere di attacchi coordinati che avvengono in parallelo rispetto alle più tradizionali azioni militari.

Il panorama informatico

Misurare le competenze informatiche dei diversi paesi non è difficile. Si può fare un paragone con le armi convenzionali. Sappiamo che alcuni paesi posseggono enormi scorte di armi e che sanno come utilizzarle. Eppure, quasi tutti accettano questa realtà come uno status quo senza troppe obiezioni.

Inoltre, questi stessi paesi, che vantano di competenze superiori per gli attacchi informatici, hanno molto da perdere. Ecco perché continuiamo ad assistere a un numero maggiore di attacchi da parte di paesi che hanno meno da perdere, come dimostra l’attacco alla Sony della Corea del Nord.

La verità è che non esistono normative internazionali in materia di guerra informatica, argomento, tra l’altro, che sta emergendo solo negli ultimi tempi. Quello che preoccupa di più è l’infinita serie di opportunità a disposizione degli hacker, soprattutto nell’era digitale che viviamo. Ad esempio, quasi tutti i paesi dispongono di infrastrutture energetiche. Alcune infrastrutture sono più datate di altre. Sono le vecchie strutture a porre gli stati nazionali a rischio? Oppure sono più a rischio i paesi che hanno investito pesantemente nell’infrastruttura nucleare?

Tutto si riduce alle notizie

Tutto si riduce all’attività geo-politica internazionale riportata dai media, che al momento definiscono l’attività informatica.

Quali sono quindi le implicazioni per le varie organizzazioni? La risposta è semplice: se le organizzazioni cadono vittime del terrorismo informatico, si vedranno danneggiati i propri profitti. Gli attacchi possono costare decine o persino centinaia di milioni, e il marchio paga in termini di reputazione. Possono colpire chiunque indistintamente per una vasta gamma di ragioni e sono altamente visibili. Un altro fattore da prendere in considerazione è l’imminente Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea (GDPR), che entrerà in vigore a marzo del 2018. Stando al regolamento, le aziende saranno tenute a segnalare violazioni di sicurezza entro 72 ore dal loro impatto. In caso di mancata segnalazione, le aziende saranno passibili di sanzioni fino al 4% del fatturato a livello mondiale oppure di 20 milioni di euro. Le organizzazioni devono quindi assegnare la massima priorità alla sicurezza IT, e in questo contesto la visibilità diventa essenziale.

L’attività informatica aumenterà in termini numerici e di livello di sofisticazione: è necessario quindi intraprendere azioni opportune non solo per implementare le tecnologie adeguate ma anche per collocare personale idoneo con competenze adeguate per consentire efficaci processi di risposta agli incidenti. La grande quantità di rischi a cui le organizzazioni sono sottoposte a causa dello spionaggio informatico e del cyberterrorismo, obbliga le aziende ad abbandonare atteggiamenti di compiacenza, visto che è in gioco la sicurezza.

Man mano che la fisionomia del campo di battaglia informatico si va sfumando, il futuro è sempre più imprevedibile. L’unica certezza è che spionaggio, terrorismo e guerra a livello informatico sono una realtà che impone alle aziende di proteggersi proattivamente, per non rischiare di diventare le prossime vittime.

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Ivan Straniero (Arbor Networks), le nuove sfide della sicurezza https://www.datamanager.it/2016/07/ivan-straniero-arbor-networks-le-nuove-sfide-della-sicurezza/ Tue, 19 Jul 2016 15:22:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=105643 Servono anche in Italia nuove figure complementari e specializzate, in uno scenario che vede oggi più che mai la sicurezza dei sistemi IT al top delle preoccupazioni per i CIO Cambiano gli scenari e cambia il ruolo dei CIO, anche alla luce delle nuove sfide della trasformazione digitale. Ivan Straniero, dal suo punto di osservazione […]

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Servono anche in Italia nuove figure complementari e specializzate, in uno scenario che vede oggi più che mai la sicurezza dei sistemi IT al top delle preoccupazioni per i CIO

Cambiano gli scenari e cambia il ruolo dei CIO, anche alla luce delle nuove sfide della trasformazione digitale. Ivan Straniero, dal suo punto di osservazione privilegiato di regional manager Southern & Eastern Europe di Arbor Networks, azienda da sempre in prima linea nella security IT, di cui coordina le attività in quasi venti paesi in Europa, spiega a Data Manager come in Italia, dove il tessuto economico è formato per la maggior parte di piccole e medie imprese, si vedano «i CIO e soprattutto gli IT manager affrontare la trasformazione digitale con ruoli sempre più orientati al business: se in passato l’IT era al servizio interno dell’azienda, oggi è sempre più una componente strategica del business».

Tendenza conservatrice

Ma attenzione: «Se nelle realtà più strutturate in Europa vi sono ormai figure complementari che ruotano attorno al CIO per cooperare nelle decisioni di business aziendali, come i chief data officer (CDO) o i chief marketing officer (CMO), in Italia si nota ancora una tendenza conservatrice, fatta per lo più di persone che non si mettono in gioco, continuando per così dire a coltivare il proprio orticello» –prosegue Straniero. Ma è anche un problema di investimenti, perché «di sicuro la maggior parte dei CIO sa che c’è bisogno di innovazione, ma poi si scontra con i budget. Non solo. Le aziende enunciano spesso di voler usare l’innovazione tecnologica ma poi si trovano a dover fare i conti con la realtà. Inoltre, in Italia perdura sempre un po’ di lentezza, dovuta al desiderio di contenere i costi evitando di effettuare investimenti considerevoli» – spiega Straniero, pur sottolineando che oggi «vi sono non poche aziende di sicura eccellenza, che sono partite per prime e hanno innovato, magari saltando a piè pari alcune fasi».


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Il peso delle nuove figure

Allargando il discorso all’area coordinata da Ivan Straniero, che comprende 18 paesi europei oltre al nostro, il manager fa sapere che «vi sono realtà in cui queste nuove figure stanno prendendo piede, mentre in Italia non sono ancora così gettonate. Per esempio, in Turchia, dove al momento vi è molto dinamismo a livello di tecnologia, come nell’ambito delle reti informatiche che si stanno sviluppando molto anche nel settore mobile, con il 4.5 G in netta crescita, nonostante siano arrivati tardi al 3 G, si nota una preminenza dei chief information security officer (CISO), a fianco dei CIO, anche alla luce del fatto che molte aziende stanno investendo molto per migliorare le infrastrutture dal punto di vista della sicurezza». Una tendenza dinamica che si riscontra, secondo Straniero, anche in Polonia, dove «vi è un solido interesse per la sicurezza nonostante il numero di attacchi informatici sia inferiore rispetto alla Turchia». E questo spinge il manager di Arbor Networks ad auspicare che in Italia si prenda esempio da questi due paesi per ritrovare il coraggio di osare di più a livello di innovazione: «Qui da noi servirebbe senz’altro una maggiore spinta e una buona dose di dinamismo. E l’esempio della Turchia è quello di un paese che, al di là del momento politico, ha molto da dire in termini di spirito di iniziativa, anche a livello di start-up e di business online».

La governance ideale

Infine, l’analisi di Ivan Straniero tocca un altro punto rilevante per l’IT degli anni a venire: quello della governance ideale per avere un’IT aziendale non più vista come centro di costo ma come vero motore di crescita e di trasformazione digitale. E la conclusione è chiara: «Sarebbe opportuno che il CIO e il suo ruolo vengano visti come un centro di scambio di idee, o meglio come un punto focale cui tutti fanno capo per prendere tutte le opportune decisioni tecnologiche ai fini del business. Perché anche tenendo presenti i nuovi scenari e le nuove possibilità, l’IT non va più vista solo come un servizio ma anche come uno strumento per generare nuove opportunità di business».

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Video: Ivan Straniero, Arbor Networks https://www.datamanager.it/2016/07/video-ivan-straniero-arbor-networks/ Tue, 19 Jul 2016 14:44:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106048 Videointervista a Ivan Straniero, Regional Manager, Southern & Eastern Europe di Arbor Networks Videointervista a Ivan Straniero, Arbor NetworksClick To Tweet

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Videointervista a Ivan Straniero, Arbor Networks
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Arbor Networks potenzia il suo team Italiano https://www.datamanager.it/2015/12/oltre-5-000-attacchi-informatici-al-mese-in-italia-nellultimo-anno/ Tue, 29 Dec 2015 12:30:22 +0000 http://www.datamanager.it/?p=91215 Grazie a questo nuovo assetto, la società continua a perseguire la propria rotta nel presidiare il settore della cyber security: negli ultimi 12 mesi le statistiche delle minacce rivolte verso l’Italia hanno registrato circa 5000 attacchi ogni mese Arbor Networks, la divisione sicurezza di NETSCOUT, ha annunciato l’arrivo nel team Italiano di due autorevoli specialisti […]

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Grazie a questo nuovo assetto, la società continua a perseguire la propria rotta nel presidiare il settore della cyber security: negli ultimi 12 mesi le statistiche delle minacce rivolte verso l’Italia hanno registrato circa 5000 attacchi ogni mese

Arbor Networks, la divisione sicurezza di NETSCOUT, ha annunciato l’arrivo nel team Italiano di due autorevoli specialisti del settore come Michele Banfo nella nuova posizione di Regional Sales Manager della società e di Alessandro Tagliarino in qualità di Consulting Engineer. Nei rispettivi ruoli, Michele  guiderà lo sviluppo e l’implementazione della strategia di business in Italia, Grecia, Cipro, Malta e Albania; mentre Alessandro si occuperà dell’analisi del  Mercato Italiano andando ad affiancare Marco Gioanola, Senior Consulting Engineer di Arbor Networks.

Michele Banfo proviene da Juniper Networks, azienda di cui è stato Commercial Business Manager. In precedenza ha svolto diverse importanti funzioni in Radware come Regional Sales Manager e in Maticmind come IT Solution Sales Executive. Michele ha ricoperto anche una serie di ruoli senior in altre aziende tra cui Gruppo Terasystem e Imation. Alessandro Tagliarino, invece, proviene da Radware, di cui è stato  Technical Account Manager per oltre 5 anni. Tra le sue esperienze precedenti è stato Presales Engineer in Netcom e Delivery Engineer in Telena.

Ivan Straniero continua ad essere Territory Manager di Arbor Networks ed amplia il suo raggio d’azione arrivando a seguire un numero complessivo di 19 Countries, che includono – oltre all’Italia – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Albania, Grecia, Turchia, Malta e Cipro.

Obiettivo di Arbor Networks per i mesi a venire sarà quello di accrescere la propria market share e la brand awareness, tanto attraverso il mercato dei service provider quanto attraverso quello tradizionale.

“Si tratta sicuramente di un passo importante per Arbor Networks che ha voluto prendere a bordo due nuove figure di valore che vanno così a raddoppiare gli sforzi del team Italiano – ha commentato Ivan Straniero, Territory Manager SEE Europe di Arbor Networks – In tal modo si implementa lo scenario organizzativo e si prospetta un nuovo assetto grazie al quale Arbor potrà continuare a perseguire la propria rotta nel presidiare il settore della cyber security, continuando a contrastare con la consueta puntualità gli attacchi DDoS e le Advanced Threats”.

I nuovi ingressi nel team Italiano sono anche giustificati dai dati sempre più allarmanti legati alle minacce informatiche nel nostro paese. Negli ultimi 12 mesi le statistiche degli attacchi DDoS rivolti verso l’Italia hanno mostrato un quadro relativamente stabile e ben caratterizzato: dei circa 5000 attacchi registrati ogni mese, il 90% ha avuto una durata inferiore ai 30 minuti, che indica come si tratti di iniziative mirate e “chirurgiche” che richiedono protezione in tempi estremamente rapidi. Più del 30% degli attacchi registrati ha avuto una dimensione maggiore di 500Megabit al secondo, che per la maggior parte delle realtà di e-business del nostro paese può essere contrastata solo in collaborazione con gli Internet Service Provider.

“Il più grande attacco degli ultimi 12 mesi è stato rilevato nel secondo trimestre del 2015 e ha sfiorato la dimensione di 50 Gigabit al secondo, in grado quindi di congestionare le infrastrutture Internet dei maggiori ISP, se non opportunamente mitigato. Dati di questo tipo fanno capire come l’implementazione del team Italiano sia essenziale per presidiare in maniera ancora più tempestiva il settore della cyber security” ha commentato Marco Gioanola, Senior Consulting Engineer di Arbor Networks.

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Puntare a una sicurezza più efficace https://www.datamanager.it/2015/11/puntare-a-una-sicurezza-piu-efficace/ Wed, 25 Nov 2015 17:30:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=89416 A cura di Ivan Straniero, Territory Manager SEE Europe, Arbor Networks La complessità dei cyberattacchi continua ad aumentare, così come le capacità dei malintenzionati che ne sono responsabili: dunque è tempo che le aziende riprendano in considerazione le strategie di sicurezza legate alla disponibilità dei servizi. Le aziende tendono a concentrarsi parecchio sulla riservatezza e […]

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A cura di Ivan Straniero, Territory Manager SEE Europe, Arbor Networks

La complessità dei cyberattacchi continua ad aumentare, così come le capacità dei malintenzionati che ne sono responsabili: dunque è tempo che le aziende riprendano in considerazione le strategie di sicurezza legate alla disponibilità dei servizi. Le aziende tendono a concentrarsi parecchio sulla riservatezza e sull’integrità dei loro dati e processi di business investendo di conseguenza in infrastrutture ridondanti e pianificazione per il ripristino da disastri. Spesso tuttavia viene tralasciato l’elemento più evidente: la minaccia primaria alla disponibilità dei servizi, ovvero gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service).

Secondo l’ultima edizione dello studio Worldwide Infrastructure Security Report (WISR) pubblicato da Arbor Networks, gli attacchi DDoS stanno continuando a crescere di dimensioni, complessità e frequenza: durante lo scorso anno, quasi metà delle aziende ha subìto un attacco DDoS. Con il settore dei servizi finanziari in cima alla classifica dei primi cinque comparti di attività più frequentemente colpiti, gli attacchi DDoS rappresentano un significativo rischio di business. Quel che sorprende è considerare tutto questo alla luce di una recente ricerca condotta da Ponemon Institute secondo la quale solo il 48% degli operatori di servizi finanziari si reputerebbe dotato di soluzioni capaci di contenere la minaccia DDoS.

Secondo Market Watch, le società finanziarie devono affrontare minacce da parte di hacker che hanno ben compreso come molti servizi online offerti dalla comunità finanziaria siano una parte assolutamente vitale dell’economia. Portali per online banking, interfacce di compensazione, applicazioni di trading sono tutte componenti essenziali e in alcuni casi chi attacca ricatta le proprie vittime minacciando di mandare offline questi servizi. Chi sferra tali minacce sa bene che gli attacchi DDoS possono essere dirompenti e danneggiare un brand – un buon esempio ne è il recente attacco che ha colpito Natwest – e gli attacchi stessi possono essere lanciati facilmente risultando accessibili a chiunque disponga di un minimo di motivazione.

E le motivazioni che si possono trovare dietro un attacco DDoS sono oggi numerose: l’estorsione come abbiamo visto può essere una, ma non dimentichiamoci l’hacktivismo ideologico o geopolitico né il crescente problema degli attacchi DDoS usati come cortina fumogena per nascondere altre attività cybercriminali. In crescita è anche la tendenza ad usare attacchi DDoS come distrazione nel corso di infiltrazioni di malware o esfiltrazioni di dati: un esempio a riguardo sembra essere quel che è capitato recentemente a Carphone Warehouse.

Considerato quanto detto finora, è importante affrontare un attacco DDoS nel modo più “razionalizzato” possibile dal punto di vista operativo. Da questo flagello è possibile difendersi e, con i servizi, le soluzioni e i processi appropriati, anche in modo economico senza mettere a repentaglio altri aspetti della sicurezza.

Per assicurare la protezione dalle minacce DDoS, le aziende hanno bisogno di una difesa multistrato. Le soluzioni che sfruttano una componente per il perimetro della rete integrata con un servizio di protezione DDoS basato su cloud sono considerate generalmente quelle che offrono la protezione migliore. La componente perimetrale può occuparsi sia degli attacchi invisibili più sofisticati, sia degli attacchi volumetrici più piccoli – il che significa protezione proattiva, nessuna interruzione operativa e nessun bisogno di dirottare il traffico verso un servizio cloud. Nel caso di attacchi di magnitudine superiore, invece, il dispositivo perimetrale o il cliente possono ricorrere al servizio cloud, a volte automaticamente, così da reinstradare e ripulire il traffico per mantenere la disponibilità e ridurre il rischio di costosi fermi operativi.

Oltre a utilizzare i giusti servizi e le giuste soluzioni, le aziende dovrebbero anche accertarsi di disporre di un piano adatto ad affrontare un attacco DDoS. Idealmente, questo piano dovrebbe essere documentato e oggetto di regolari esercitazioni affinché tutte le persone coinvolte nella comunicazione, nelle attività e nell’escalation di un attacco siano pratiche delle procedure necessarie. Questo può ridurre lo stress in caso di attacco effettivo ed assicurare i migliori risultati.

Per molte società del settore finanziario gli attacchi DDoS sono oggi una realtà frequente, e la preparazione una necessità. Se finora avete avuto la fortuna di non essere stati ancora bersaglio di un attacco, si tratta molto probabilmente di definire ‘quando’ piuttosto che ‘se’ questo potrà accadere in futuro.

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Da preda a cacciatore: la sicurezza da reattiva a proattiva https://www.datamanager.it/2015/11/da-preda-a-cacciatore-la-sicurezza-da-reattiva-a-proattiva/ Thu, 19 Nov 2015 08:20:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=88779 A cura di Ivan Straniero, Territory Manager SEE Europe, Arbor Networks È uno spiacevole fatto che chi sferra attacchi stia avendo sempre più successo nel sottrarre alle aziende di tutto il mondo dati e informazioni personali sui clienti. Nel mese di ottobre abbiamo osservato uno degli esempi di più alto profilo, un attacco diretto contro […]

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A cura di Ivan Straniero, Territory Manager SEE Europe, Arbor Networks

È uno spiacevole fatto che chi sferra attacchi stia avendo sempre più successo nel sottrarre alle aziende di tutto il mondo dati e informazioni personali sui clienti. Nel mese di ottobre abbiamo osservato uno degli esempi di più alto profilo, un attacco diretto contro TalkTalk che si calcola abbia avuto conseguenze su 4 milioni di clienti. Proteggere con successo le nostre strutture sembra essere sempre più difficile nonostante le nuove tecnologie che promettono di sconfiggere gli attacchi più recenti. Vi sono diverse ragioni per questo, ma probabilmente quella più importante è che i nostri avversari sono persone motivate e innovatrici che in molti casi hanno accesso alle stesse tecnologie che utilizziamo per difendere noi stessi, cosa che permette di ottimizzare le loro tattiche per aggirare tali protezioni.

Tuttavia vi sono misure che possiamo intraprendere: per esempio, quasi tutti gli attacchi sfruttano una risorsa comune – le nostre reti – e pertanto dovremmo essere in grado di intercettarli e bloccarli se guardassimo agli elementi giusti nel modo giusto. Il problema è che in molti casi le nostre risorse dedicate alla sicurezza tendono a essere impegnate nel processare eventi – alcuni dei quali sono falsi positivi e nella maggior parte dei casi non rappresentano un serio rischio per i nostri asset e processi business-critical. In poche parole, non stiamo sfruttando la nostra risorsa migliore – i nostri esperti in sicurezza – nel modo migliore possibile. Stiamo cercando di reagire a un numero sempre crescente di eventi anziché ricercare proattivamente le minacce pericolose usando la rete come punto panoramico.

Non fraintendetemi, la metodologia reattiva porta indubbiamente all’identificazione e al contenimento di numerose minacce, ma alcune di esse riescono a passare lo stesso. Si tratta spesso di quelle che sono orchestrate appositamente per aggirare le soluzioni e i processi di cui disponiamo: attacchi multistadio invisibili dotati di componenti studiati per sembrare innocui.

È qui che viene utile l’idea di andare a caccia, cosa che ci permette di potenziare i nostri processi reattivi con un approccio proattivo mettendo a frutto le capacità e l’intelligence dei nostri team dedicati alla sicurezza. Insieme con i dati che già possediamo sulle attività di rete e sulle minacce, identificare comunicazioni anomale e sospette meritevoli di ulteriori approfondimenti è semplicemente un ulteriore punto di ingresso nel nostro processo IR già in atto.

E quindi, dove iniziamo la caccia? Il segreto è quello di conoscere l’aspetto delle attività considerate normali all’interno di un determinato ambiente. Gli esseri umani sono molto bravi nel riconoscimento dei pattern: se riuscissimo a presentare i dati relativi al traffico di rete e alle tendenze delle minacce in maniera visuale, allora gli utilizzatori di un tale sistema si abituerebbero a riconoscere una condizione ‘normale’ e identificare un cambiamento non appena dovesse emergere. Per riuscire a fare questo in modo efficace dobbiamo tuttavia focalizzarci sui possibili obiettivi che possono interessare chi sferra gli attacchi.

Il primo passo della nostra caccia riguarda l’identificazione dei dati o dei processi che presentano un valore per l’organizzazione che utilizza la rete, come per esempio le transazioni online dei clienti, e dei percorsi che chi attacca potrebbe seguire per raggiungere tali obiettivi. La cosa importante in questo caso è ragionare con la testa di chi sta attaccando. Alcune aziende conservano dati non considerati intrinsecamente di valore ma che potrebbero risultare più utili al di fuori delle aziende stesse e rappresentare quindi un possibile bersaglio. Una volta identificati questi asset e le strade disponibili per raggiungerli, dobbiamo familiarizzarci con i livelli di normale attività. Questo significa esplorare i dati che possediamo in modo da capire cosa ruoti intorno ad essi. Per quanto possiamo non approdare a nulla, già il solo processo di esplorazione ci aiuterà a identificare eventuali attività insolite la prossima volta che gli daremo un’occhiata.

Possiamo anche utilizzare l’intelligence per aiutarci a focalizzare meglio le nostre attività. Se disponiamo di intelligence su un particolare vettore di attacco o possiamo usare precedenti incidenti come riferimento, allora possiamo esplorare i dati a nostra disposizione per accertare che non stia accadendo nulla di sospetto.

Quanto visto sinora fa affidamento su una cosa: la capacità di visualizzare le attività relative alla rete e alle minacce. La tradizionale vista ‘a righe e colonne’ offerta dalle soluzioni per la sicurezza non ci aiuta, né ci aiutano le soluzioni che richiedono molto tempo prima di rispondere alle nostre query. La capacità di investigare ed esplorare i dati visualmente alla velocità del pensiero è essenziale se vogliamo permettere ai nostri team responsabili della sicurezza di diventare maggiormente proattivi.

Le aziende devono ribaltare i ruoli e trasformarsi in cacciatori anziché in prede. Per fare questo devono dipendere meno dalla tecnologia per potersi difendere; inoltre devono sfruttare meglio le loro risorse dedicate più importanti, le persone. È essenziale usare la rete come punto panoramico per raccogliere informazioni sul traffico e sulle attività sospette per poi visualizzarle. Il processo di esplorazione di queste informazioni, se implementato correttamente, risulta molto coinvolgente per gli esperti di sicurezza e può permetterci di scoprire minacce che altrimenti riuscirebbero a filtrare, ridurre il rischio di business e consentire un atteggiamento maggiormente proattivo.

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Shopping all’insegna della sicurezza https://www.datamanager.it/2015/10/shopping-allinsegna-della-sicurezza/ Mon, 05 Oct 2015 09:04:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=84816 A cura di Ivan Straniero, Territory Manager Sout-East and Eastern Europe di Arbor Networks Nel corso dell’ultimo anno molti brand di grande notorietà hanno subìto violazioni dei dati su vasta scala: che si tratti di eBay, Home Depot o Staples, sono tutti marchi che conosciamo e utilizziamo, e la sottrazione delle informazioni relative a milioni […]

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A cura di Ivan Straniero, Territory Manager Sout-East and Eastern Europe di Arbor Networks

Nel corso dell’ultimo anno molti brand di grande notorietà hanno subìto violazioni dei dati su vasta scala: che si tratti di eBay, Home Depot o Staples, sono tutti marchi che conosciamo e utilizziamo, e la sottrazione delle informazioni relative a milioni di clienti provoca notevoli preoccupazioni.

Il settore retail rappresenta un bersaglio particolarmente appetitoso, dal momento che i dati che vi vengono memorizzati risultano decisamente preziosi per i cybercriminali e i danni che un attacco di successo è in grado di causare possono essere enormi dal punto di vista sia finanziario che della reputazione. Una ricerca condotta recentemente da Ponemon Institute ha misurato il grado in cui 675 società appartenenti al settore retail sono riuscite a gestire le minacce AT (Advanced Threat) scatenate contro di esse.

Uno dei dati di questa ricerca che colpiscono maggiormente riguarda il tempo occorso agli operatori retail per rilevare e contenere le minacce: 197 giorni e 39 giorni rispettivamente. Questo significa che un attaccante che si trovi all’interno di una rete ha a disposizione tantissimo tempo per muoversi liberamente e raggiungere i propri obiettivi, qualunque essi siano. In molti casi gli attaccanti non vengono nemmeno intercettati: la violazione viene scoperta solo quando i dati sottratti iniziano a circolare successivamente all’attacco.

Considerando quanto sopra si potrebbe prevedere che i retailer siano ormai impegnati a migliorare la situazione, e in effetti la ricerca conferma come siano stati intrapresi diversi passi in questo senso. Il più diffuso di essi è la ‘integrazione dell’intelligence sulle minacce all’interno della funzione di risposta agli incidenti’; sebbene una intelligence di questo genere possa essere d’aiuto, la sua utilità dipende tuttavia dalla pertinenza e dalla tempestività dell’intelligence medesima.

Come commodity, l’intelligence sulle minacce perde rapidamente valore man mano che l’infrastruttura compromessa viene ripristinata dall’utente o modificata dall’attaccante. È importante anche la pertinenza di questa intelligence, visto che per esempio disporre di informazioni circa le minacce rivolte contro il settore petrolchimico in Medio Oriente non risulta di grande utilità a un retailer operante in Europa occidentale. Un dato statistico chiave di questa ricerca è che solo il 17% dei retailer interpellati mette in condivisione la propria intelligence con altre aziende o enti pubblici. Questa percentuale contrasta con il 43% del settore finanziario (un altro campo esaminato dallo studio Ponemon), che vanta inoltre tempi di rilevamento e contenimento decisamente più brevi.

Condividere l’intelligence relativa alle minacce con altre organizzazioni operanti nel medesimo settore, concorrenti compresi, è importante ed è un aspetto che molti comparti devono migliorare. Il settore finanziario riesce meglio di altri in questa condivisione e possiede una certa tradizione nel far questo per contrastare le frodi. Action Fraud, British Bankers Association, HMRC, FCA e NCA sono solo alcune delle organizzazioni che prendono parte alla CIFAS collaborando insieme per combattere le frodi in questo settore.

Uno degli altri elementi interessanti che un terzo dei retailer interpellati sta considerando per ridurre i tempi di rilevamento e contenimento è l’introduzione di un ‘team di cacciatori’. Questo approccio si concentra sui principali obiettivi ‘di valore’ presenti all’interno di un’organizzazione e sulle strade che permettono di raggiungerli, affidandosi agli analisti per ricercare attivamente le anomalie che potrebbero indicare la presenza di una minaccia precedentemente non rilevata. Una caccia di questo genere permette alle aziende di potenziare i processi event-driven di risposta agli incidenti attraverso un approccio maggiormente proattivo.

Andare a caccia di minacce può aiutare a ridurre i tempi di rilevamento e contenimento degli attacchi che riescono a sfuggire ai nostri controlli preventivi, ma perché questo approccio sia percorribile occorrono soluzioni che permettano agli analisti di visualizzare le tendenze del traffico e delle minacce – andando oltre le schermate a righe e colonne oggi proposte da molti prodotti per la sicurezza.

Quel che è evidente, sia leggendo lo studio citato che guardando all’attuale scenario delle minacce, è che i malintenzionati hanno la meglio molto più spesso di quanto vorremmo. Per risolvere questo problema dobbiamo lasciarci alle spalle il consueto focus esclusivo sulle tecnologie preventive. Le più recenti tecnologie di rilevamento saranno sempre importanti, ma dobbiamo bilanciarle con investimenti a favore di persone e processi. Gli attaccanti che stiamo contrastando sono anch’essi persone, e costantemente impegnate a innovare. Dobbiamo far leva sulle capacità delle nostre risorse per combattere questa innovazione; per far ciò condividere l’intelligence sulle minacce e andare preventivamente a caccia rappresentano due passi davvero importanti.

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Il prezzo dei Bitcoin https://www.datamanager.it/2014/09/prezzo-dei-bitcoin/ Mon, 22 Sep 2014 12:49:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=61347 A cura di Ivan Straniero, Territory Manager, Italy & SE Europe Arbor Networks Le valute crittografiche con prova di possesso decentralizzata sono divenute sempre più popolari in questi ultimi anni. Gli analisti calcolano che siano attualmente in uso oltre 300 tipologie di valute crittografiche. Bitcoin e Litecoin sono due tra quelle maggiormente diffuse, mentre le […]

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A cura di Ivan Straniero, Territory Manager, Italy & SE Europe Arbor Networks

Ivan Straniero_Arbor NetworksLe valute crittografiche con prova di possesso decentralizzata sono divenute sempre più popolari in questi ultimi anni. Gli analisti calcolano che siano attualmente in uso oltre 300 tipologie di valute crittografiche. Bitcoin e Litecoin sono due tra quelle maggiormente diffuse, mentre le aziende continuano a far crescere una piattaforma adatta ad accettare queste criptovalute. Una piattaforma di pagamento alternativa offre numerosi vantaggi tanto a chi compra quanto a chi vende, come minori costi di incasso per il venditore e un sistema di pagamento istantaneo globale per il consumatore. La rapida crescita del valore di Bitcoin e Litecoin ha creato un nuovo mercato per il signoraggio, la compravendita di asset digitali e un sistema di pagamento globale. A causa di questo, oggi esiste anche un nuovo mercato per le frodi e le minacce digitali.

Le valute digitali si fondano sul principio della decentralizzazione; nessuno “possiede” il protocollo e tutti possono parteciparvi. Allo stesso modo, nessuno possiede Internet. Se un individuo vuole creare un sito Web, tutto quel che gli occorre è un computer e una porta di accesso a Internet. Lo stesso concetto si applica a Bitcoin. Chiunque può partecipare al protocollo e renderlo sicuro. La recente introduzione delle criptovalute è stata progettata per adoperare le tecniche crittografiche a chiave pubblica al fine di garantire la sicurezza, la tracciabilità e la verifica di ciascuna transazione. Le aziende stanno rapidamente rendendosi conto che le valute crittografiche, in particolare Bitcoin, sono divenute ormai mainstream in molte aree del mondo. A causa della natura globale di Internet, un pagamento mediante Bitcoin e altre valute similari risulta istantaneo e privo di costi. Un vantaggio davvero notevole quando si pensi alle commissioni delle carte di credito, che possono arrivare a pesare sul negoziante fino al 5% di ogni transazione.

Indipendentemente dal fatto che un’azienda accetti o meno una criptovaluta, essa è comunque soggetta al rischio di nuove minacce. Bitcoin, la valuta crittografica al momento più diffusa, ha registrato una rapida crescita in termini di valore percepito. Un anno fa il cambio era di 104 dollari per Bitcoin, con un picco di 1.100 dollari circa a dicembre 2013. Questa esplosione del valore ha dato impulso a nuove minacce avanzate imperniate sulla creazione (“estrazione”) e sul furto di Bitcoin. Nessun dispositivo è rimasto immune al fenomeno, compresi ambienti mobili, piattaforme di virtualizzazione come VMware e dispositivi endpoint. Le aziende sono sempre più esposte ai rischi provocati da dipendenti che decidono di produrre Bitcoin sfruttando le risorse interne o che creano inconsapevolmente vulnerabilità attraverso tradizionali meccanismi come drive-by download e attacchi di malware.

Le aziende che accettano pagamenti in criptovalute si espongono a nuove tipologie di rischio. Alcuni punti vanno considerati molto attentamente: conservare o convertire immediatamente il denaro digitale ricevuto, pagare i fornitori in valuta tradizionale o crittografica, quali modalità adoperare per convertire le criptovalute in normale moneta se necessario. Conservare il denaro crittografico come forma di asset o di pagamento espone l’azienda a rischi simili a quelli che interessano qualunque altra risorsa digitale, per non parlare delle estreme fluttuazioni dei valori di mercato. Il ricorso a un processore di pagamento che si occupi di convertire le criptovalute in denaro tradizionale può mitigare questo rischio. Ma se un’azienda decidesse di tralasciare queste opzioni e conservare il denaro digitale, ecco che subentrerebbero le implicazioni di una tale scelta in quanto la maggiore parte degli enti di regolamentazione non assicura attualmente gli asset di questo tipo. Per garantire la massima sicurezza, è altamente consigliabile conservare i Bitcoin in una risorsa storage isolata e scollegata da tutto il resto.

I nuovi progressi compiuti dalle valute crittografiche offrono alle aziende interessanti opportunità per competere sul mercato globale; tuttavia si sono creati anche nuovi spazi per minacce avanzate, anche provocate dall’interno stesso delle aziende. Occorre dunque essere consapevoli delle implicazioni che questo fenomeno presenta in termini di sicurezza digitale indipendentemente dall’atteggiamento che un’azienda può avere nei confronti delle valute crittografiche. Un’attenta disamina degli utenti e degli asset interni è essenziale per la massima protezione contro frodi e vulnerabilità e nuove ondate di attacchi. Infine, le aziende devono comprendere i rischi di sicurezza associati all’accettazione delle valute crittografiche.

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