outsourcing – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 14 Jul 2021 15:30:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png outsourcing – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 La produzione industriale ritorna a casa! https://www.datamanager.it/2018/07/la-produzione-industriale-ritorna-a-casa/ Tue, 10 Jul 2018 09:55:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151004 La tendenza di riportare in Europa o in USA la produzione dai paesi caratterizzati da manodopera a basso costo sta crescendo velocemente. Non una moda passeggera, ma una scelta di strategia industriale e politica economica Le aziende hanno sempre più coscienza dell’importanza di strategie basate su modelli di sourcing differenziati in funzione delle specifiche esigenze […]

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La tendenza di riportare in Europa o in USA la produzione dai paesi caratterizzati da manodopera a basso costo sta crescendo velocemente. Non una moda passeggera, ma una scelta di strategia industriale e politica economica

Le aziende hanno sempre più coscienza dell’importanza di strategie basate su modelli di sourcing differenziati in funzione delle specifiche esigenze di business. «Il ruolo di imprenditori e politici si è reso cruciale al fine di assicurare le giuste condizioni perché ciò avvenga. Ci sono sicuramente molteplici fattori. Prima di tutto, la ragione della decisione strategica di ricollocare la produzione o parte di essa in divisioni domestiche o in paesi limitrofi al proprio» – spiega Karl Bohlin, CEO di HansaWorld. Fondata quasi trent’anni fa in Svezia, la società è attiva nell’ambito dei software ERP, CRM e soluzioni di contabilità per diversi settori, ed è presente in 120 paesi in tutto il mondo.

STRATEGIA INDUSTRIALE

Il tema del “ritorno a casa” ovvero dell’outsourcing contro insourcing è di grande attualità. Il dibattito è al centro dell’attenzione delle imprese ma anche della politica per le sue conseguenze in termini di scelte di politica economica e di lavoro. Secondo il CEO di HansaWorld, l’ampia adozione dell’automazione porta con sé la conseguenza dell’assunzione di personale tecnico altamente qualificato. «I paesi dove attualmente sono insediati gli stabilimenti, come Messico, Asia sudorientale e Cina, non rappresentano la scelta migliore per avere accesso a questo tipo di ruoli professionali» – mette in evidenza Karl Bohlin.

«Ingegneri qualificati, che siano bilingue e che possano viaggiare senza restrizioni di cittadinanza attraverso l’Europa e gli USA, sono realmente difficili da assumere in quei paesi e di contro, spostare ingegneri europei per incarichi a lungo termine per esempio in Vietnam è praticamente impossibile. Inoltre in queste regioni, le infrastrutture sono carenti, strade e trasporti ferroviari risultano inaffidabili con la conseguenza che movimentare e spedire merci risulti oltremodo lento e costoso, l’approvvigionamento energetico oneroso e discontinuo, richiedendo l’adozione di tecnologie di continuità dispendiose per poter mantenere continua la produzione».


#produzioneindustriale Outsourcing vs. insourcing ? Karl Bohlin CEO di @HansaWorld
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UN GIOCO RISCHIOSO

In nazioni come Svezia, Estonia e Germania – continua Karl Bohlin – gli ingegneri e i tecnici sono preparati e qualificati, ma soprattutto pronti a essere reimpiegati conseguentemente alla contrazione locale dell’industria della telefonia mobile e della rapida automazione dell’industria automotive. «I cittadini europei possono viaggiare liberamente con il loro passaporto, l’approvvigionamento energetico è a buon mercato, i trasporti sono eccellenti. E inoltre producendo direttamente in Europa e in USA le merci non dovranno viaggiare e raggiungeranno il consumatore prima e a un costo più basso nonché con minori problematiche». Inoltre la tendenza a introdurre dazi e tassazione protezionistica in genere, si traduce in un drastico abbattimento dei profitti derivanti dall’utilizzo di manodopera a basso costo. Volendo utilizzare parole non tecniche – sintetizza Karl Bohlin – si potrebbe dire che «avere una fabbrica all’estero è divenuto un gioco rischioso».

SEMPLIFICAZIONE E TASSAZIONE

All’atto di riportare la produzione nei loro paesi le aziende possono inoltre cogliere l’occasione di automatizzare i processi, migliorando considerevolmente il loro vantaggio competitivo. «Ciò che appare essere ancora un elemento di dissuasione è il livello di burocrazia, per ottenere permessi di tipo ambientale ed edilizio» – avverte il CEO di HansaWorld. «La politica locale ha il compito di semplificare adempimenti complessi per agevolare il trasferimento sul loro territorio delle aziende». Non solo. La tassazione generale rappresenta un ulteriore fattore determinante. «Tassare la produzione, imposizione duplice su volume di affari e utili e peggio tassare l’automazione, sarà una variabile cruciale quando si tratterà di decidere in quale paese trasferire una fabbrica» – mette in guardia Karl Bohlin. «Più bassa è la pressione fiscale percepita, maggiore sarà la possibilità di attrarre le aziende». La sfida è chiara: «Oggi, si sceglie la destinazione per l’impianto della produzione. Imprenditori e politici decideranno il futuro dei nostri paesi».

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Intrum affida a Fujitsu un contratto per l’outsourcing globale dell’IT https://www.datamanager.it/2018/01/intrum-affida-fujitsu-un-contratto-loutsourcing-globale-dellit/ Tue, 09 Jan 2018 14:26:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=138537 Fujitsu firma un contratto per sette anni con Intrum, uno dei più importanti gruppi di servizi per la gestione del credito Intrum, il principale gruppo europeo di servizi per la gestione del credito, ha firmato con Fujitsu un contratto per l’outsourcing dell’infrastruttura IT valido sette anni. L’accordo riguarda 23 Paesi nei quali Fujitsu fornirà servizi […]

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Fujitsu firma un contratto per sette anni con Intrum, uno dei più importanti gruppi di servizi per la gestione del credito

Intrum, il principale gruppo europeo di servizi per la gestione del credito, ha firmato con Fujitsu un contratto per l’outsourcing dell’infrastruttura IT valido sette anni. L’accordo riguarda 23 Paesi nei quali Fujitsu fornirà servizi IT in outsourcing completo, comprensivi di gestione data center, cloud e IT ibrido, sicurezza, service desk 24/7 e assistenza agli utenti finali per oltre 8.000 utenti. Il contratto ha un valore iniziale nella fascia dei 100 milioni di euro.

Intrum è stata costituita nel giugno 2017 a seguito della fusione tra Intrum Justitia e Lindorff ed è leader europeo del mercato dei servizi per la gestione del credito con oltre 100.000 clienti. Razionalizzare e modernizzare le infrastrutture IT in tutte le aree geografiche e le business unit è stato un elemento fondamentale nel consolidamento di Intrum.

Intrum ha scelto Fujitsu come partner IT sulla base di una collaborazione già in atto nell’ambito dei servizi in outsourcing per l’infrastruttura IT di Lindorff. In particolare, Fujitsu erogherà i servizi richiesti secondo il proprio approccio human-centric facendo leva sulle sue capacità globali, sull’ininterrotta innovazione strategica e sulle comprovate competenze maturate nell’automazione avanzata e nella gestione combinata delle tecnologie Internet of Things e della periferia della rete. Affidando la propria infrastruttura IT in outsourcing a Fujitsu, Intrum ottiene la flessibilità necessaria per poter crescere di scala secondo necessità. Intrum considera un’infrastruttura IT efficace come un componente essenziale per poter accelerare la propria crescita globale, incrementare l’efficienza e ridurre i costi della manutenzione IT ordinaria.

Come previsto dal contratto, Fujitsu fornirà un servizio in outsourcing su scala completa comprensivo del proprio service desk di nuova generazione che si avvale dell’intelligenza artificiale per aiutare a identificare le cause sottostanti le problematiche IT ed evitare che possano riproporsi.

Cathrine Klouman, COO di Intrum, ha dichiarato: “La nostra mission è quella di aiutare le aziende ad avere successo avendo cura dei loro clienti, e naturalmente mettendo a disposizione soluzioni studiate per migliorare il cash flow e rendere possibile una redditività a lungo termine. Come leader di mercato nei servizi per la gestione del credito ci avvaliamo di una potente infrastruttura IT che garantisce i massimi livelli di agilità, disponibilità e sicurezza. Fujitsu ha dimostrato di possedere capacità di questo genere nel corso della collaborazione con Lindorff. La recente fusione ha creato opportunità di crescita e ottimizzazione, oltre ad aver esteso la nostra presenza geografica. L’accordo con Fujitsu getta le fondamenta di un aumento dell’efficienza nei nostri servizi IT facendo leva sui vantaggi di scala e di competenze che riceveremo attraverso questa partnership”.

Conway Kosi, SVP e Head of Managed Infrastructure Services, EMEIA di Fujitsu, ha commentato: “Quando si tratta di creare nuovo valore incorporando processi sia dell’intelligent edge che dell’Internet of Things all’interno dei normali processi di business quotidiani Fujitsu si trova un passo davanti ad altri. La scelta di Intrum di affidarci la gestione e la crescita organica della propria infrastruttura IT ne è una testimonianza”.

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L’ICT con la rete dentro https://www.datamanager.it/2017/07/lict-la-rete-dentro/ Thu, 20 Jul 2017 08:22:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129011 Il modello di riferimento di Infracom, player storico sul mercato dell’ICT, è il cloud operator: networked data center con fibra proprietaria, servizi a valore e cybersecurity per supportare la trasformazione digitale delle imprese Ormai prossima ai vent’anni di attività, Infracom ha percorso un cammino di progressivi investimenti che l’ha portata, come operatore infrastrutturato, a essere un […]

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Il modello di riferimento di Infracom, player storico sul mercato dell’ICT, è il cloud operator: networked data center con fibra proprietaria, servizi a valore e cybersecurity per supportare la trasformazione digitale delle imprese

Ormai prossima ai vent’anni di attività, Infracom ha percorso un cammino di progressivi investimenti che l’ha portata, come operatore infrastrutturato, a essere un player distintivo sul mercato nazionale del digitale, con oltre 100 milioni di euro di fatturato nel 2016. L’asset principale, racconta il direttore generale Giorgio Nicolosi, è costituito da un ecosistema che include il backbone di 9.000 km di fibra ottica e un insieme di tre data center, due nell’area milanese (Assago e Milano) e un terzo a Verona, a oltre 150 km di distanza: una piattaforma ideale per offrire servizi ICT alle aziende che affrontano la delicata fase di passaggio al business digitale.

In linea con AGID

«Un’offerta – dice Nicolosi – ben rappresentata dal nostro progetto “Aree industriali”, che interessa oltre duemila piccole e medie aziende localizzate in 150 aree industriali oggi in broadband divide. A queste aziende, portiamo banda ultra-larga e servizi a valore aggiunto erogati dai nostri datacenter che, aggiunge Nicolosi, sono geograficamente dislocati in modo da assicurare ai clienti soluzioni di business continuity e disaster recovery in linea con i massimi livelli fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale, che individua una classificazione su sei livelli per la sicurezza operativa cui la PA, ma anche le aziende, devono tendere in funzione della criticità delle applicazioni». Attraverso un centro di competenza interno e il suo Security Operation Center, Infracom può prendersi cura anche della sicurezza informatica di tutti i dati aziendali. Con un occhio particolare alle esigenze della media impresa, Infracom vuole essere un vero e proprio partner di innovazione. «A partire dal 2016 – osserva infatti Nicolosi – ci siamo concentrati su tre contesti chiave: cloud, la già citata cybersecurity e SAP HANA, tre tematiche di mercato che costituiscono altrettanti centri di competenza interni all’azienda e sono il fondamento della nostra offerta». Il cloud Infracom si declina in termini di hybrid cloud, con l’obiettivo di integrare l’originaria offerta di servizi di outsourcing tradizionali di tipo “private cloud” con servizi on demand per rispondere alle richieste di flessibilità e razionalizzazione dei costi che arrivano da aziende e organizzazioni. «La nuova piattaforma SAP HANA rappresenta una discontinuità tecnologica che ci permette di far leva sul nostro storico centro di competenza SAP come elemento distintivo rispetto alla concorrenza, nonché su un ecosistema di asset e servizi in grado di erogare piattaforme e soluzioni in alta affidabilità che garantiscono la continuità operativa del business».


#Industry40 Giorgio Nicolosi @InfracomSPA Il #cloud ibrido per la media impresa e la PA
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Cloud ibrido per la media impresa

Il nuovo modello di riferimento per Infracom è il mondo dei nuovi cloud operator più che il tradizionale contesto degli operatori di telecomunicazione. «In più – sottolinea Nicolosi – rispetto ad altri concorrenti nel settore dei servizi ICT, vantiamo il pieno controllo degli asset tecnologici dai datacenter fino al collegamento in rete delle sedi aziendali». I grandi cloud provider non sono percepiti come competitor, bensì come possibili partner in una futura logica di hybrid cloud integrato. «La filosofia è la stessa, ma la nostra presenza sul territorio italiano si adegua meglio ai requisiti europei e nazionali di protezione e sicurezza delle informazioni». Il “digital divide” in Italia è una questione culturale non solo infrastrutturale. Come si interviene in un settore così variegato, che ha bisogno di soluzioni molto specifiche? «Infracom è un’azienda di medie dimensioni, che possiede asset ICT rilevanti. – risponde Nicolosi – Possiamo perciò rispondere alle esigenze delle medie imprese e della PA, assicurando flessibilità operativa e la giusta dose di personalizzazione per accompagnare i clienti nei loro percorsi di digitalizzazione e compliance con le normative aggiornate all’Industry 4.0».


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I mille volti del cloud https://www.datamanager.it/2017/06/mille-volti-del-cloud/ Mon, 19 Jun 2017 10:21:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126962 Cloud computing privato, infrastrutture ibride: i modelli dell’informatica “software defined”, di un diverso modo di concepire lo sviluppo applicativo, stanno finalmente prendendo piede. Con molte resistenze e freni di natura culturale e soprattutto formativa   Parlare di cloud computing nel pieno del processo di digital transformation scatenato dall’avvento della cosiddetta Terza Piattaforma (di cui il […]

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Cloud computing privato, infrastrutture ibride: i modelli dell’informatica “software defined”, di un diverso modo di concepire lo sviluppo applicativo, stanno finalmente prendendo piede. Con molte resistenze e freni di natura culturale e soprattutto formativa

 

Parlare di cloud computing nel pieno del processo di digital transformation scatenato dall’avvento della cosiddetta Terza Piattaforma (di cui il cloud è principale pilastro) può sembrare quasi pleonastico. Ma il cloud computing non è un mero schema architetturale, un paradigma immutabile nel tempo. Le tecnologie di virtualizzazione, o se si vuole di astrazione dai livelli fisici di una risorsa computazionale (e non solo computazionale) su cui poggia questa efficace metafora, sono in costante evoluzione e soprattutto sono pervasive. Non sono solo le singole “macchine” a essere virtualizzate nel cloud: anche le risorse e le funzioni di storage e di rete si allontanano sempre di più, dal punto di vista delle configurazioni e dell’orchestrazione, dai rispettivi substrati hardware. In parallelo, cresce l’adozione di modelli cloud più ibridi, dove contano la capacità di orchestrazione tra risorse allocate on premises e sul cloud pubblico e la presenza di validi strumenti di monitoraggio della reale performance di servizi e applicazioni. Non è quindi banale tornare a interrogarsi sull’evoluzione delle infrastrutture aziendali, sui livelli di virtualizzazione del o dei data center, sulle decisioni progettuali da prendere nel caso di adozione di servizi di cloud pubblico, o per il dispiegamento di applicazioni in ambienti ibridi. Collateralmente, una discussione sul cloud può affrontare il tema delle tecnologie – spesso open source – che fanno da contorno all’informatica di nuova generazione, come lo sviluppo agile, le applicazioni basate su microservizi, il modello di virtualizzazione dei container, la gestione delle API nell’ottica di un business digitale basato sull’esposizione – sia verso i partner sia verso il cloud pubblico, di servizi e dati, delle nuove modalità di gestione dello sviluppo applicativo, del testing e della messa in servizio, attraverso strumenti di DevOps e di misura dell’application performance. Ancora una volta, i partecipanti alla tavola rotonda sono stati chiamati a discutere in modo aperto e interattivo, intervenendo sul livello di maturità che i paradigmi del cloud hanno raggiunto all’interno delle rispettive organizzazioni e sull’adeguamento al cloud dei modelli di sviluppo applicativo. Sui cambiamenti avvenuti all’interno del data center, come pure sulle figure tecniche e decisionali preposte al governo dell’evoluzione infrastrutturale. Sull’uso di strumenti e approcci avanzati, dal DevOps all’application performance management, dall’agile development ai microservizi. Ma anche sul fenomeno visto in ottica di ecosistema, tra clienti finali, partner B2B e fornitori di soluzioni, servizi cloud e consulenza di system integration a essi orientati.

Sergio Patano research & consulting manager di IDC Italia – Massimo Calabrese CEO di OPEN-V – Daniele Savarè head of Service Line ICT Evolution di UniCredit Business Integrated Solutions – Moreno Carandente IT manager di Edison

IL MOMENTO DELLA MATURITÀ

A Sergio Patano, research & consulting manager di IDC Italia l’usuale compito di aprire la discussione, rivelatasi particolarmente ricca di esperienze e spunti, con qualche numero sull’evoluzione di un mercato che oggi, sottolinea l’esperto, ricorda per tassi di crescita i fasti del settore informatico dei primi anni Novanta. «Fenomeni come il broadband o il mobile, la realtà aumentata e virtuale, crescono a due o tre cifre e sono tutti riconducibili alla cosiddetta Terza piattaforma e ai fattori di accelerazione della trasformazione» – osserva Patano, aggiungendo che oltrepassata la soglia del miliardo di euro di valore, il mercato italiano del public e private cloud pone l’Italia, con una quindicina d’anni di ritardo rispetto a un’onda tecnologica che gli Stati Uniti cavalcano dai primi anni del terzo millennio, nel contesto della piena maturità del cloud. «Le aziende stanno cominciando a inserire soluzioni di automazione per liberare risorse IT a fronte della riduzione dei budget e del personale che deve gestire l’infrastruttura.

Diventa necessario implementare soluzioni di automazione che liberino dalle incombenze del day-by-day e facilitare l’allineamento all’e-business, anticipando le esigenze dell’impresa prima che siano gli stessi responsabili delle linee di business, ad acquisire servizi sul public cloud, dando luogo al complesso fenomeno della Shadow IT». Uno scenario che molti interventi alla tavola rotonda confermeranno. Prendendo in esame lo stato dell’arte della virtualizzazione, Patano sottolinea il crescente interesse nei confronti delle tre aree “software defined” delle infrastrutture. Aumentano i progetti in cui la virtualizzazione delle risorse di calcolo, storage e rete viene affrontata congiuntamente, anche se al momento la tecnologia del software defined network è ancora in ritardo. Perché le SDN sono così indietro? Secondo un sondaggio IDC condotto su 107 aziende italiane medio-grandi, il 15% confessa di nutrire timori nei confronti di tecnologie per le quali non si dispone di competenze interne, a fronte di una analoga percentuale che dà la priorità all’innovazione solo quando se ne percepiscono concretamente i benefici. «Il grosso del campione rimanda l’adozione di nuove tecnologie a quando queste sono mature, ma questo implica che nel momento in cui vengono adottate le tecnologie non sono più nuove. Chi aspetta troppo corre il rischio di perdere i vantaggi dell’innovazione e della sua leva competitiva». Analogo il discorso su metodologie avanzate come il DevOps, i cui livelli di adozione sono però incoraggianti. «Il DevOps, finalizzato alla creazione di applicazioni sempre più time-to-market, vive un momento di forte riscoperta» – conclude Patano. «In un’altra survey europea, condotta su un campione di 280 aziende, il 51% dichiara di averlo già adottato, altri lo stanno valutando, ma con quali finalità? Innanzitutto per la agilità e la velocità, per rispondere meglio e in tempi ridotti alle richieste da parte del business e dei clienti, migliorando quindi la customer experience e incrementando le revenue».

In rappresentanza di gruppo UniCredit è Daniele Savarè, head of Service Line ICT Evolution di UniCredit Business Integrated Solutions a delineare le strategie cloud della banca di interesse nazionale. La maggior parte dell’infrastruttura UniCredit è in outsourcing attraverso una joint venture con IBM, spiega Savarè. «In un framework contrattuale da mezzo miliardo all’anno di spesa ICT, abbiamo avviato un piano di trasformazione che riguarda tutte le torri infrastrutturali tra cui la parte inerente ai servizi cloud. Il primo passaggio consiste nello strutturarci meglio anche a livello di processi e disciplina interni, per poter disporre di un private cloud». Nel contesto normativo al quale una banca è vincolata per legge, osserva Savarè, soluzioni di public cloud non sono altrettanto percorribili. Per UniCredit lo sforzo di normalizzazione anche architetturale serve a evitare di duplicare in cloud le decine e decine di piattaforme oggi esistenti nel fisico come nel virtuale.

GOVERNANCE COMPLESSA

Questo non significa per UniCredit rinunciare del tutto a un approccio ibrido. «Sul public cloud sviluppiamo solo attività che non hanno necessità di memorizzazione di dati fuori dal data center. Per esempio, nell’high performance computing, dove aiuta molto disporre di grande flessibilità, abbiamo applicazioni in area rischi o gli ambienti di sviluppo dove tutti i dati sono anonimizzati e dove possiamo cogliere i vantaggi del DevOps». I benefici sono già evidenti, banalmente nel ridotto costo del consolidamento dei server ma soprattutto nella standardizzazione. «Il cloud ci consente di standardizzare molto la parte infrastrutturale e la parte applicativa. Questo – conclude Savarè – porta notevoli benefici indiretti, anche sul costo dell’operatività del data center». Come si procede dal punto di vista organizzativo e decisionale? «Quando il business manifesta un’esigenza, scatta un processo di demand management che stima i costi e disegna un’architettura, con un primo presidio da parte di un team infrastrutturale che decide quanto essa sia in linea con i nostri vincoli». Segue una fase di sviluppo per il provisioning di quanto definito e un’organizzazione interfacciata con l’outsourcer che controlla la riallocazione delle macchine. I progetti ultimati devono ricevere l’ok del “cliente” che li ha commissionati e prevedono un successivo piano di messa in produzione di release trimestrali. Un meccanismo di governance complesso, che permette di mantenere il corretto allineamento tra tecnologie e business.

In proporzione, interviene Moreno Carandente, IT manager di Edison, la complessità infrastrutturale e organizzativa della utility energetica è minore: «Anche Edison è in outsourcing con IBM e questo pone un limite – più di governance interna che di natura contrattuale – alle tecnologie utilizzate». In passato, Edison ha maturato diverse esperienze in ambito public cloud, ma il modello applicato alle infrastrutture software defined punta non tanto a soddisfare aspetti come la variabilità dei carichi computazionali, che sono piuttosto stabili, ma a rispondere a tematiche di agilità e velocità. «Abbiamo in pratica adottato un modello duale per affrontare con il cloud richieste estemporanee, che forse non arrivano neppure in produzione, ma che ci consentono di tamponare le richieste per poi strutturare un ambiente legacy più tradizionale». Edison, osserva ancora Carandente, ha attuato progetti di software defined network non tanto nelle connessioni al data center ma per esigenze di trasformazione legati ai nuovi contenuti multimediali poco compatibili alle precedenti infrastrutture MPLS. Per il futuro, è prevedibile una ulteriore evoluzione del cloud finalizzato al supporto di piattaforme di nuova generazione. «Nessuno si sognerebbe di configurare Hadoop su architetture non cloud, ma rimane l’esigenza di gestire queste nuove opportunità, quando su queste si è sviluppato del business».

Riccardo Garosi IT manager dell’Eco della Stampa – Alfredo Nulli CTO & EMEA cloud architect di Pure Storage – Giuseppe Pasceri CTO di Jobrapido – Roberto Contessa ICT manager di F.lli Branca Distillerie

IL CLOUD DIVENTA COGNITIVO

Massimo Calabrese, CEO di OPEN-V interviene, ribadendo l’importanza di due concetti espressi inizialmente da Sergio Patano di IDC. «Sono rimasto impressionato su due messaggi in particolare. Uno riguarda il software defined networking, ancora poco utilizzato, l’altro è il richiamo a una adozione più tempestiva dell’innovazione, che deve essere colta prima che diventi mainstream. Sono due messaggi assolutamente centrati». OPEN-V, prosegue Calabrese, è una engineering company la cui intelligenza è distribuita tra la California e la regione di Bangalore in India. I suoi giovanissimi sviluppatori producono una piattaforma completa open source – disponibile come appliance, on premises e as a service – che consente di costruirsi un’efficace infrastruttura cloud privata, “out of the box”. Il prodotto di OPEN-V  StackMax, implementa secondo Calabrese un approccio “cognitivo” al IaaS, adottando una virtualizzazione molto spinta anche per quello che riguarda quello che Calabrese considera il passo successivo dell’SDN, la Network Function Virtualization. «Tecnologie così avanzate, osserva Calabrese, oggi incontrano troppi freni dentro le aziende sia per fattori umani sia per l’attaccamento a processi ormai consolidati. Tutto questo rallenta l’adozione di strumenti come StackMax, che possono invece velocizzare il business, offrendo tra l’altro un dashboard centralizzato là dove occorre orchestrare risorse private e pubbliche in chiave di cloud computing ibrido».


#DMcloud Massimo Calabrese #OpenV Il cloud diventa cognitivo – videointervista
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La testimonianza di Riccardo Garosi, IT manager dell’Eco della Stampa, uno dei testimonial mondiali di OPEN-V, è in questo senso particolarmente istruttiva. Fondata nel 1901 e oggi leader assoluta del settore media monitoring, dove realizza servizi di rassegna stampa per radio e tv, web social media e supporti tradizionali, l’Eco della Stampa non è certo una organizzazione complessa o estesa. Pur essendo basata su una infrastruttura fortemente regionalizzata per assicurare la necessaria prossimità ai media locali – nel complesso – l’azienda conta solo 200 dipendenti. Il dipartimento IT, precisa Garosi, è di poche persone. «Disponiamo di due data center, uno dei quali dedicato al disaster recovery e abbiamo optato per il cloud in chiave IaaS per maggiore flessibilità, per poter superare certe necessità di elaborazione dei dati con forti carichi in determinate fasce orarie. OPEN-V ci ha consentito di semplificare al massimo la gestione». Pur essendo piccola, l’Eco della Stampa deve gestire una mole di dati davvero imponente: 150 canali televisivi, 400mila notizie web quotidiane, fino a 40mila pagine giornaliere di quotidiani e riviste. Il cloud computing, sottolinea Garosi, consente anche di essere particolarmente veloci nello sviluppo, con metodologie di tipo “Agile”, di nuovi servizi, con una catena organizzativa molto corta che, conclude il responsabile IT, favorisce la sintonia con gli obiettivi strategici. «Alcuni aspetti delle nostre applicazioni, per esempio l’identificazione automatica delle immagini televisive, realizzate con piattaforme GPU off-cloud, non è “cloudizzabile”. Ma è il business che guida tutto, sia l’adozione delle tecnologie sia lo sviluppo applicativo».

PROGRAMMARE PER IL SOFTWARE DEFINED

L’intimo legame tra il cloud computing e i framework applicativi più avanzati è la tematica affrontata da Alfredo Nulli, CTO & EMEA cloud architect di Pure Storage, specialista di sistemi di memoria di massa basati esclusivamente su tecnologia flash. Nulli spiega il ritardo nella diffusione di approcci software defined al networking con una considerazione che si rifà al Total Cost of Ownership degli apparati di rete: «Il motivo per cui molte aziende esitano davanti all’SDN è la presenza sul mercato di una generazione di dispositivi che hanno ancora molta intelligenza a bordo. Di fatto, scegliere SDN significa spendere due volte per una intelligenza che risiede nell’hardware e nel software». Nulli sottolinea anche l’importanza della demarcazione tra sistemi di archiviazione “software driven” – oggi la maggioranza – e “software defined”. «La vera infrastruttura software defined fatica a imporsi anche per problemi di scalabilità rispetto ai sistemi multipetabyte realizzabili attraverso le attuali piattaforme di virtualizzazione. Quando alle funzionalità software defined, devo aggiungere le prestazioni tipiche chieste dall’impresa, alta disponibilità, ridondanza, prestazioni, è ancora difficile raggiungere un TCO sostenibile rispetto a quello di modelli architetturali più tradizionali». Per Nulli però, al di là dei limiti tecnologici della componentistica, il vero salto di qualità arriverà quando il software defined riuscirà a colmare l’attuale vuoto formativo. «La Software Defined Infrastructure, a differenza di fenomeni del passato come Unix e lo stesso Linux, non emerge da una cultura universitaria, i giovani non ricevono sufficiente educazione superiore in materia». E infine si deve tener conto dei modelli applicativi, ancora fortemente radicati su infrastrutture fisiche o virtuali convenzionali. I processi aziendali, conclude Nulli, su applicazioni che non ammettono errori. «Bisogna ripensare questo approccio in ottica di microservizio per arrivare ad applicazioni per le quali le infrastrutture software defined saranno una logica conseguenza».


#DMcloud Alfredo Nulli @PureStorage Programmare per il software defined – videointervista
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IL LAVORO IDEALE?

LO DECIDE IL MICROSERVIZIO

Un esempio estremamente calzante di questo approccio viene da Giuseppe Pasceri, CTO di Jobrapido, una “ex startup”, fondata nel 2004 da Vito Lomele, «la cui prima sede – racconta Pasceri – era davvero all’interno di un garage». Dopo una prima cessione al gruppo britannico editore del Daily Mail, il motore di ricerca di posti di lavoro è approdato sulle coste californiane con il fondo di private equity Symphony Technology. Con Pasceri, il search engine alla base di questo servizio, operativo in 58 nazioni e in 20 lingue, ha imboccato un percorso di cambiamento che lo ha traghettato verso il modello dei microservizi, con l’adozione di piattaforme come la ricerca distribuita di Elasticsearch e l’orchestratore di servizi Mesos. «Con un carico di un miliardo di visite all’anno – spiega il CTO di Jobrapido – siamo estremamente data driven e siamo partiti dalla convergenza dei data center per poi sviluppare in casa le tecnologie cloud. Oggi, stiamo scalando sia sulla parte di search engine sia sui microservizi da un mondo monolitico tradizionale al modello dei microsistemi e servizi, che oggi sono già più di trenta». Il progetto procede parallelamente a una trasformazione organizzativa che punta a creare team di lavoro cross-funzionali che grazie al cloud abbattono i normali concetti di silos tecnologici. «Il cloud elimina questi silos, ma l’aspetto organizzativo aziendale deve seguire su questa stessa traccia» – conclude Pasceri. In altre parole le linee di business devono essere orientate end-to-end su un determinato risultato e le decisioni non vengono prese perché c’è un silos che domina rispetto a un altro. «Quando c’è un team che si occupa dei livelli applicativi e infastrutturali, la metodologia DevOps è connaturata, non ha un DNA estraneo, da trapiantare». Forte di questa trasformazione, Jobrapido si sta orientando verso un motore di ricerca cognitivo, o come osserva Pasceri, “comportamentale”. «Non ci sarà bisogno di chiedere il curriculum vitae di un candidato: dai suoi comportamenti in rete, sapremo chi è e qual è il lavoro più giusto per il potenziale candidato senza neppure che lui lo sappia».

Da una Internet startup con meno di quindici anni di vita a un’azienda fondata nel 1905 e custode di una ricetta di famiglia per un liquore apprezzato in tutto il mondo, il passo tecnologico sembra essere molto lungo, ma Roberto Contessa, ICT manager di F.lli Branca Distillerie, ci ricorda come la trasformazione digitale sia davvero un comune patrimonio di idee e rinnovamento. F.lli Branca produce liquori, non software o prodotti ad alto contenuto tecnologico, osserva Contessa, ma non rinuncia al modello SaaS per le sue piattaforme strategiche ERP. «Come cambia il lavoro del CIO? Prima dovevamo fare “cherry picking” sui prodotti migliori, integrarli con i sistemi esistenti in azienda. Dieci anni fa, si lavorava per identificare il software più adatto e calibrare una intera infrastruttura hardware. Oggi, scegliamo un software erogato direttamente attraverso un cloud pubblico, un lavoro di natura più contrattuale per determinare i parametri per il rispetto di determinati SLA». Il cambiamento in Branca è iniziato da qualche anno e, sottolinea Contessa, è favorito da una dirigenza molto aperta al cambiamento. La “cloudizzazione” ha portato a un progressivo svuotamento della sala macchine Branca, a favore di un’infrastruttura basata sull’orchestrazione di applicativi e servizi, inclusa la messaggistica EDI su cui si basa la logistica esterna, anch’essa affidata a un intermediatore. «La complessità dalla gestione si è trasferita dalle macchine al networking tra i vari fornitori di servizio».

Giuseppe Ceglie responsabile del dipartimento Infrastrutture Tecnologiche di Lombardia Informatica – Dionigi Faccenda sales marketing director di OVH – Fausto Gentili IT manager di CRIF

SKILL E ANCORA SKILL

Proprio in rappresentanza di un fornitore di servizi hosting avanzati, si inseriscono a questo punto le considerazioni di Dionigi Faccenda, sales marketing di OVH. Il cloud provider francese, racconta Faccenda, è stato fondato nel 1999 da un giovane visionario di origini polacche Octave Klaba, nella sala prove del suo studio di musicista. La crescita recente di questa “azienda-data center”, testimonia l’enorme successo della virtualizzazione. «Solo tre anni fa, eravamo cinquecento. Oggi, siamo duemila persone e disponiamo in Europa, e non solo, di oltre venti data center, con l’obiettivo di raggiungere quota 27 entro fine anno e 50 entro il 2025. Per darvi un’idea: attualmente, la nostra capacità di messa in produzione è di cinquecento server al giorno, vantiamo più di un milione di clienti business e ospitiamo oltre 18 milioni di applicazioni. A conferma di quanto dice IDC, l’Italia è uno dei mercati più vivaci, e oggi conta 34mila clienti con una rete di partner molto efficace». Per lo sviluppo del suo public cloud, OVH utilizza la piattaforma OpenStack e la sua familiarità con le tecnologie VMware l’ha indotta pochi mesi fa, a rilevare dalla stessa VMware l’infrastruttura vCloud Air, realizzata su tecnologia vSphere. «La nostra ambizione, sottolinea Faccenda, è di diventare un punto di riferimento europeo, alla stregua di cloud provider come Amazon e Microsoft». L’argomento più caldo, per il responsabile commerciale di OVH, è quello delle competenze. «Per i nostri clienti, che da sempre danno priorità a questioni come la sicurezza e la privacy, le competenze stanno diventando un argomento chiave» – sottolinea Faccenda. Configurare una macchina virtuale, orchestrare un servizio cloud, richiede skills e grandi capacità di produrre codice e script. Da qui, la necessità di affidarsi a provider che affiancano la capacità di governo di tecnologie cloud avanzate, utilizzando al proprio interno metodologie di sviluppo agile, a una solida cultura di consulenza e progettazione infrastrutturale messa al servizio dei clienti.


#DMcloud Dionigi Faccenda @ovh_it Zero lock-in – videointervista
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VIRTUALIZZAZIONE E CONSOLIDAMENTO

Giuseppe Ceglie, responsabile del Dipartimento Infrastrutture Tecnologiche di Lombardia Informatica, la società in-house che eroga circa settecento servizi alla PA, alle aziende sanitarie e agli abitanti di Regione Lombardia, propone un’ulteriore articolazione del cloud come efficace strumento di consolidamento e razionalizzazione. «Negli ultimi tre anni, abbiamo portato avanti un consolidamento infrastrutturale, approcciando anche il cloud con due diverse visioni: una a uso interno, per la nostra piattaforma di erogazione di servizi, l’altra orientata alla razionalizzazione dell’informatica pubblica lombarda» – racconta Ceglie. In Lombardia esistono circa 600 centri di elaborazione, in genere molto piccoli ma “fatti in casa” con molte dispersioni. Ci siamo fatti promotori di un’iniziativa che ha approcciato il tema cloud prima su un numero limitato di Aziende Sanitarie Locali e oggi vogliamo estendere la razionalizzazione a tutto il territorio». Unificare il contesto infrastrutturale, aggiunge Ceglie, è la migliore premessa di una costruttiva messa a fattor comune di un patrimonio applicativo oggi enormemente variegato, con inevitabili conseguenze su una burocrazia che non riesce a presentare un volto uniforme ed efficiente. Ceglie precisa inoltre che il progetto, finalizzato inizialmente alla creazione di un private cloud, oggi è aperto a una visione cloud più ibrida, e non è un caso se, anche dal punto di vista organizzativo, è stato creato un team più vicino alle esigenze di una vera e propria gestione infrastrutturale. «Il dipartimento che nasce dalla riorganizzazione si definisce Infrastruttura Tecnologica proprio perché ci siamo posti il tema della governance di risorse che possono provenire anche dall’esterno del nostro perimetro classico». Anche la presa in carico di metodologie più avanzate, come DevOps e altre di cui sono stati realizzati i primi proof of concept. «Il tema è sicuramente di interesse per noi, perché è una risposta a una precisa richiesta dei clienti in termini di erogazione e sviluppo di nuove applicazioni».

La discussione, apertasi con l’intervento di UniCredit, si chiude con CRIF, società di informazione creditizia rappresentata al tavolo dal CIO, Fausto Gentili. La natura molto sensibile dei dati trattati da CRIF spiega, secondo Gentili, la relativa mancanza di una consolidata esperienza di cloud computing in chiave pubblica, almeno sul core delle attività dell’organizzazione. «Abbiamo esperienze collaterali in ambito di collaboration, e-learning, security in mobilità» – riferisce il CIO. «Utilizziamo però virtualizzazione e automazione sui nostri cinquemila server e stiamo entrando nella iperconvergenza e anche nel software defined, inglobando molte tecnologie che un tempo avevamo esternalizzato». I punti di criticità che Gentili dice di vedere ancora nel cloud computing riguardano ancora l’ambito contrattuale e legale, dove i fornitori non sembrano ancora aver raggiunto un sufficiente grado di maturità e ampiezza di copertura. Altra difficoltà, soprattutto per chi ha sviluppato molto al proprio interno, sta nella necessità di integrare e far interagire una volta entrati in un ambito infrastrutturale IaaS. «L’aspetto interessante del cloud, per quanto ci riguarda, è la capacità di calcolo. Noi stiamo ragionando su potenzialità di riconoscimento dei nostri processi, del nostro patrimonio informativo perché disponiamo di un grande bagaglio procedurale e siamo convinti di poter fare molto, per assimilare meglio le numerose acquisizioni, a livello di documentazione di disciplina di queste procedure». Un secondo aspetto è il potenziale da esplorare in area di gestione dei rischi e analisi predittiva. «Il patrimonio informativo di cui disponiamo ci permetterebbe di identificare dei pattern che all’analisi umana sfuggirebbero. Inoltre, stiamo pensando di lavorare con chi ha esperienza in intelligenza artificiale per valorizzare questo tesoro nascosto». È inevitabile – conclude Gentili, con un messaggio che vale per tutti i suoi colleghi preposti al governo delle tecnologie – che per poter scoprire e sfruttare questi giacimenti le infrastrutture evolvano verso il software defined. «Pur superando le varie forme di resistenza nei confronti di un dato da conferire sul cloud, resta al momento un grande problema di natura culturale, di conoscenza e di capacità che va dalla scrittura di codice all’interazione con un mondo profondamente diverso».

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Blueit tira fuori il meglio dalla gestione dei processi aziendali https://www.datamanager.it/2017/06/blueit-tira-meglio-dalla-gestione-dei-processi-aziendali/ Thu, 08 Jun 2017 10:13:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=126279 Blueit supporta le aziende nella rivoluzione digitale e presenta il suo laboratorio per l’innovazione b.digital Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni anche per quanto riguarda i processi aziendali e trovare qualcuno in grado di semplificarli e ottimizzarli grazie all’utilizzo di nuove tecnologie può portare un enorme vantaggio competitivo accompagnato da una migliore gestione delle risorse […]

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Blueit supporta le aziende nella rivoluzione digitale e presenta il suo laboratorio per l’innovazione b.digital

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni anche per quanto riguarda i processi aziendali e trovare qualcuno in grado di semplificarli e ottimizzarli grazie all’utilizzo di nuove tecnologie può portare un enorme vantaggio competitivo accompagnato da una migliore gestione delle risorse e da una risparmio dal punto di vista economico. Blueit è una realtà nata a Monza nel 2008 ma che in poco tempo è riuscita a farsi un nome come fornitore di servizi IT nel campo dell’outsourcing e dell’hybrid cloud. Il suo fatturato nei primi mesi del 2017 è cresciuto dell’11% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato raggiungendo circa 17 milioni di euro. Inoltre Blueit è una realtà italiana ma con un’aspirazione internazionale, tanto da aver aperto una sede a Parigi oltre a quelle di Monza, Roma e Torino.

Blueit offre una gamma di servizi che consentono di esternalizzare la gestione della complessità tecnologica (reti, sistemi e applicazioni) che comprendono ad esempio il service desk multilingua, presidio h24 del Service Operation Center (SOC), Delivery Center di infrastructure Management e Competence Center di Application Management Services. Blueit propone un servizio il più possibile customizzato sulle esigenze del cliente e si pone come punto di riferimento per guidarlo verso la rivoluzione digitale dei processi aziendali partendo dall’infrastruttura IT. Il suo servizio si rivolge per sua natura ai settori industriali più disparati che comprendono il Fashion, Food & Beverage, Editoria, Costruzioni e Manufacturing. I portfolio clienti si compone di 50 realtà tra Pmi e grandi aziende internazionali. In particolare nel settore Fashion si sono rivolti a Blueit i primi tre brand del Made in Italy e aziende di medie dimensioni come Mantero Seta.

Dall’esperienza raccolta nel campo dell’outsourcing è nata b.digital, un vero e proprio laboratorio di innovazione il cui compito è identificare le necessità dell’azienda e fornirgli tutti gli strumenti tecnologici più avanzati per la crescita del suo business attraverso l’integrazione dei servizi e una più completa e puntuale analisi dei dati. b.digital si concentra in particolare su due dei trend tecnologici con maggiori prospettive ovvero l’Industrial Internet of Things (IoT) e l’intelligenza artificiale o Augmented Intelligence.

“In questo momento siamo tutti quotidianamente sommersi da una mole enorme di informazioni e di stimoli sulle innovazioni tecnologiche in atto – ha spiegato Paolo Mazza, CEO di b.digital e Marketing & Innovation Director di Blueit – e corriamo il rischio che l’informazione si trasformi in rumore di fondo. b.digital nasce proprio per supportare i clienti a fare chiarezza, selezionando le tecnologie a loro più adatte a partire dal reale impatto che hanno sul loro business”.

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GN Hearing sceglie Archiva, la gestione documentale diventa seamless https://www.datamanager.it/2017/02/gn-hearing-sceglie-archiva-la-gestione-documentale-diventa-seamless/ Fri, 10 Feb 2017 13:15:05 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119022 Tecnologia dei prodotti ed efficienza dei processi. Per Giulio Sartori, ICT manager di GN Hearing, il futuro è una dashboard unica per facilitare e rendere i processi sempre più a misura di business GN è il brand d’eccellenza per il supporto audiologico e il settore audioprotesico. L’azienda è nata in Danimarca nel 1869, creando la prima […]

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Tecnologia dei prodotti ed efficienza dei processi. Per Giulio Sartori, ICT manager di GN Hearing, il futuro è una dashboard unica per facilitare e rendere i processi sempre più a misura di business

GN è il brand d’eccellenza per il supporto audiologico e il settore audioprotesico. L’azienda è nata in Danimarca nel 1869, creando la prima connessione telegrafica tra la Cina e il resto del mondo, e si è poi sviluppata in vari paesi. La filiale italiana, che oggi conta circa 70 dipendenti e fattura oltre 23 milioni di euro, nasce nel 1986 come azienda nazionale e viene poi inglobata in GN nel 1997. Il gruppo a livello globale conta 5.500 dipendenti ed è presente in 90 paesi con 25 filiali, come spiega a Data Manager Giulio Sartori, customer care & ICT manager di GN Hearing in Italia. L’azienda si occupa di fornire prodotti per migliorare la qualità della vita di chi soffre di ipoacusia, ricorrendo anche a tecnologie di stampa 3D per la creazione delle singole componenti che poi vengono assemblate a mano, mentre il futuro sembra sempre più all’insegna della telemedicina e dell’assistenza a distanza per il monitoraggio costante dei prodotti e il supporto continuativo ai clienti.


#GNHearing sceglie @archivagroup Maggiore efficienza e riduzione dei costi
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GN Hearing si è rivolta alle soluzioni di Archiva per i servizi di document e workflow management, implementando moduli per la conservazione digitale, i processi di fatturazione elettronica verso la PA, la gestione automatica dei documenti di business in formato UBL PEPPOL e un portale di condivisione dei documenti con i clienti. «Siamo sempre stati molto attenti alle evoluzioni tecnologiche – ha dichiarato Giulio Sartori – e cerchiamo di offrire il massimo valore ai clienti grazie ai nostri prodotti, ma anche di essere all’avanguardia nei processi interni che regolano la vita dell’azienda». La collaborazione con Archiva è iniziata nel 2011, con un progetto di conservazione sostitutiva, che si è sviluppato nel corso del tempo, fino a coprire tutti i processi documentali di GN Hearing.

PIÙ VISIBILITÀ DEI PROCESSI

Dopo la conservazione in formato digitale e la fatturazione alla PA, i passi successivi nella collaborazione tra le due realtà sono stati il modulo Smart.PEPPOL e il portale di condivisione dei documenti. «Il progetto PEPPOL (pan-european public procurement online) è un processo di procurement finalizzato a ridurre i costi e aumentare la visibilità dei processi a livello italiano ed europeo». Il portale di condivisione è invece un servizio aggiuntivo reso ai clienti, per dar loro visibilità delle fatture e altri documenti di loro interesse. Attivo da settembre, permette – grazie a un aggiornamento continuo – di avere feature complete con statistiche di accesso e reportistica, e di sviluppare anche altri servizi. «I documenti consultabili comprendono fatture e documenti di spedizione. Il portale è uno strumento molto utile che via via sostituirà anche l’invio via email e/o cartaceo».


#GNHearing sceglie @archivagroup La gestione documentale diventa seamless
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CONTROLLO DEI COSTI

I vantaggi delle soluzioni implementate da GN Hearing sono diversi, ma tutti si riferiscono alla razionalizzazione e all’efficientamento dei processi, con importanti riflessi sui costi. «Siamo partiti dalla conservazione digitale, che significa risparmio degli spazi per l’archivio e reperibilità immediata delle informazioni. I moduli per la fatturazione PA e PEPPOL consentono di gestire in modo semplice ed economico un processo complesso. Infine, il portale di condivisione facilita l’ottenimento di informazioni per il cliente e alleggerisce i nostri processi interni. Archiva è sempre stato un partner tecnologico competente e affidabile anche in termini di compliance normativa e ci ha accompagnati in ogni fase dei progetti, dimostrando una grande flessibilità nell’erogare le soluzioni più adatte a supportare il nostro business. L’obiettivo che vogliamo raggiungere è di gestire tutto il ciclo attivo dal portale, con una dashboard centrale e un unico “pannello di controllo”, per facilitare e rendere i processi sempre più seamless» – conclude Sartori.

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Opera, la gestione documentale con Archiva https://www.datamanager.it/2016/12/opera-la-gestione-documentale-archiva/ Mon, 19 Dec 2016 13:59:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115915 Nel futuro del consorzio Opera, c’è la completa digitalizzazione del ciclo attivo e passivo. L’IT manager, Emanuela Negri: «Vogliamo arrivare alla completa automazione del ciclo passivo integrata con il nostro sistema informativo e dematerializzazione dei documenti cartacei» Opera è un consorzio di agricoltori specializzati nella coltivazione e commercializzazione delle pere, costituito da 18 soci che rappresentano […]

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Nel futuro del consorzio Opera, c’è la completa digitalizzazione del ciclo attivo e passivo. L’IT manager, Emanuela Negri: «Vogliamo arrivare alla completa automazione del ciclo passivo integrata con il nostro sistema informativo e dematerializzazione dei documenti cartacei»

Opera è un consorzio di agricoltori specializzati nella coltivazione e commercializzazione delle pere, costituito da 18 soci che rappresentano oltre 1.000 esperti frutticoltori che coltivano più di 7.500 ettari di pereti situati in Emilia Romagna, Basso Veneto e Mantovano. Il consorzio, che è l’unico in Italia a essere specializzato unicamente sulla pera, ha come obiettivo principale la Sostenibilità Vera (ambientale, sociale ed economica, ndr) delle aziende agricole dei frutticoltori consorziati. «Opera, che attraverso i propri soci gestisce ogni fase del ciclo di produzione della pera, dal campo allo scaffale, di fatto è una start up perché formalmente siamo nati solo maggio del 2015. Però siamo una start up con grandi potenzialità! Per esempio, già oggi, a poco più di un anno dalla fondazione, Opera fattura circa 150 milioni di euro» – spiega a Data Manager, l’IT manager, Emanuela Negri.

La collaborazione con Archiva

Una delle sfide maggiori che il nuovo gruppo si è trovato di fronte è stata la realizzazione di un sistema IT efficace ed efficiente. «La nostra collaborazione con Archiva è iniziata con l’attivazione di un sistema EDI per l’invio delle fatture ai clienti più strutturati, rispettando il tracciato che questi richiedono a norma di legge. L’attivazione di questo primo servizio, tra i tanti in ambito di conservazione che offre Archiva, ci ha permesso di aggiungere via via, “tasselli” al progetto, in un momento in cui non potevamo permetterci di sprecare risorse umane e finanziarie per attivare nuovi flussi nel “mondo” della gestione documentale.


Con @archivagroup il Consorzio #Opera implementa il sistema EDI in 2 settimane
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Archiva si è dimostrato da subito il partner tecnologico ideale. In primo luogo perché è un’azienda specializzata nella conservazione e archiviazione digitale, è un conservatore accreditato, con quasi 40 anni di esperienza a questo riguardo, inoltre, per la grande serietà professionale che ha dimostrato nel rapporto con il cliente, accompagnando Opera in ogni fase del progetto. «Sono stata in visita alla loro sede – continua Emanuela Negri – e ho visto di persona il modo in cui lavorano. Ci siamo subito trovati bene con loro, e anche il rapporto qualità/prezzo dei servizi che offrono è davvero molto competitivo». Archiva è un’azienda certificata per l’invio e l’archiviazione di fatture e documenti elettronici in formato EDI, ma per Opera l’Electronic Data Interchange è solo l’inizio di un percorso più vasto che conduce verso un futuro dove l’automazione sarà sempre maggiore.

I vantaggi dell’automazione

«I vantaggi di una gestione automatizzata porteranno sicuramente a una maggiore velocità nel coordinare il lavoro con i nostri soci, aziende dislocate in diverse regioni; l’avere un solo punto di raccolta dei documenti sicuro e controllato; e i notevoli risparmi in termini di tempo degli operatori e riduzione nell’utilizzo della carta, senza contare che anche gli archivi fisici per conservare queste moli di documenti hanno un peso rilevante.   Il progetto con Archiva è da considerarsi “work in progress” ma gli operatori stanno già apprezzando il valore del reperimento e consultazione dei documenti digitalizzati.

«Il prossimo traguardo sarà l’automazione del ciclo passivo integrato nel nostro sistema informativo, al fine di annullare l’errore umano in fase di registrazione dei documenti e liberare risorse preziose da dedicare al business» – sottolinea Emanuela Negri. Anche nel campo dell’ortofrutta, l’informatica ha un ruolo sempre più importante, che impatta anche la fase di ricerca e sviluppo di nuove soluzioni. «Offriamo al mercato più di 10 diverse varietà di pera. La competenza, esperienza e professionalità dei nostri soci, unita al supporto degli strumenti informatici, è stata la base di partenza di questa avventura imprenditoriale che ci vede tutti impegnati per dare il massimo riconoscimento ai nostri produttori e soddisfare al meglio i nostri clienti» – conclude Emanuela Negri.

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STMicroelectronics sceglie ADP per la gestione del payroll https://www.datamanager.it/2016/12/stmicroelectronics-sceglie-adp-la-gestione-del-payroll/ Mon, 19 Dec 2016 11:26:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=115902 La partnership, attiva dal 2009, rappresenta un perfetto esempio di collaborazione STMicroelectronics è leader mondiale nella fornitura di soluzioni basate sui semiconduttori, con ricavi netti per 6,90 miliardi di dollari nel 2015. ST offre uno dei portafogli prodotti più ampi del settore e fornisce ai clienti soluzioni innovative basate sui semiconduttori all’interno di un ampio spettro […]

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La partnership, attiva dal 2009, rappresenta un perfetto esempio di collaborazione

STMicroelectronics è leader mondiale nella fornitura di soluzioni basate sui semiconduttori, con ricavi netti per 6,90 miliardi di dollari nel 2015. ST offre uno dei portafogli prodotti più ampi del settore e fornisce ai clienti soluzioni innovative basate sui semiconduttori all’interno di un ampio spettro di applicazioni elettroniche per lo Smart Driving e l’Internet of Things. Con oltre 75 uffici vendita e marketing in 35 diversi Paesi, ST conta 43.200 dipendenti, di cui quasi 10mila in Italia, distribuiti nelle sedi di Agrate Brianza, Castelletto, Catania, Palermo, Napoli, Marcianise e Aosta.

Da soli non è semplice

Il rapporto di collaborazione tra STMicroelectronics e ADP Italia inizia nel 2009, anno in cui la società leader di semiconduttori, a fronte dell’ingente numero di dipendenti da gestire, decide di esternalizzare completamente i sistemi di gestione paghe. Precedentemente, ST si appoggiava a un altro sistema che però non consentiva un vero e proprio outsourcing del payroll: gran parte delle responsabilità legate alla gestione paghe (dalla manutenzione dei sistemi informatici all’aggiornamento continuo secondo le evoluzioni normative e fiscali) continuavano infatti a rientrare nella responsabilità di ST.


gestione #payroll STMicroelectronics sceglie ‪@ADP_IT‪ ‬‬‬
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«La mia esperienza – dichiara Antonio Dragotto, direttore Risorse Umane STMicroelectronics Italia – mi porta a ritenere che sia molto importante esternalizzare tutte le attività che non costituiscono il core business di un’azienda perché si ottengono indubbi vantaggi. Intanto, l’azienda può concentrare meglio le proprie risorse, soprattutto professionali, al servizio del suo business e di quello che sa fare; inoltre, può ottimizzare la gestione delle risorse interne, senza dover più mantenere skills che non sono direttamente rapportate all’attività principale dell’azienda. Noi avevamo entrambe queste esigenze e appoggiarci a una realtà come ADP Italia ci è sembrata la scelta migliore. L’outsourcing ci consente di avere a nostra disposizione professionisti che hanno nello Human Capital Management e nello specifico nella gestione del payroll il proprio core business, e che seguono costantemente l’evoluzione legislativa legata alla gestione paghe, il che è fondamentale. Con i professionisti di ADP possiamo confrontarci anche sull’interpretazione di una nuova norma, dato che hanno una visione più globale, avendo loro molti clienti. Grazie all’outsourcing di questo processo HR, siamo entrati indirettamente a far parte di una sorta di “comunità”, che ci aiuta anche nel prendere decisioni spesso non facili, come quelle legate alla normativa fiscale italiana. È importante quindi scegliere un partner che, come ADP, non solo offra know-how, ma sappia anche trasferire stimoli e suggerimenti legati a una visione più ampia che gli deriva dal costante confronto con il mondo esterno».

Responsabilità e competenze

Naturalmente, avvalersi di un servizio in outsourcing non significa delegare tutte le responsabilità all’esterno. Il responsabile del personale, anche in caso di esternalizzazione del servizio payroll, deve presidiare direttamente tutti i processi. «Si può delegare la gran parte del processo di gestione delle paghe e del personale – sottolinea Dragotto – avendo però ben chiaro chi fa che cosa e quali siano i rispettivi obblighi. Questo è alla base di qualsiasi processo di outsourcing. In aziende complesse come la nostra, dove vigono molti accordi sindacali che vanno rispettati, è fondamentale dare al partner esterno non solo un commitment, ma seguirne e supportarne l’esecuzione. Il cedolino paga è come uno dei nostri prodotti: non può avere difetti. Anche su questo si basa la credibilità dell’azienda. In un clima di partnership – conclude Dragotto – nel momento in cui si registrassero delle anomalie, non si va a cercare di chi è la colpa, ma si cercherebbe di capire chi debba fare cosa per risolvere il problema».

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Metra, l’alluminio in formato digitale https://www.datamanager.it/2016/11/metra-lalluminio-formato-digitale/ Mon, 21 Nov 2016 13:19:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114083 Grazie ad Archiva la società ha dematerializzato il ciclo attivo e passivo, rendendo i processi più efficienti. Maurizio Faustini, responsabile amministrativo: «Nel futuro 100% automazione» Metra è una società nata nel 1962 da un’intuizione di quattro imprenditori bresciani. L’idea di creare un’impresa specializzata in manufatti in alluminio si è trasformata in una realtà di successo, che […]

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Grazie ad Archiva la società ha dematerializzato il ciclo attivo e passivo, rendendo i processi più efficienti. Maurizio Faustini, responsabile amministrativo: «Nel futuro 100% automazione»

Metra è una società nata nel 1962 da un’intuizione di quattro imprenditori bresciani. L’idea di creare un’impresa specializzata in manufatti in alluminio si è trasformata in una realtà di successo, che oggi è leader di settore in Europa e che impiega 660 addetti, con un fatturato consolidato superiore ai 200 milioni di euro. «Ci rivolgiamo sia ai piccoli serramentisti che svolgono interventi nelle unità abitative sia alle grandi multinazionali che realizzano le facciate continue dei grattacieli. I nostri settori di riferimento sono l’edilizia, dove abbiamo una divisione per il mercato locale e una per l’estero che copre tutti i continenti, e l’industria, per la quale invece lavoriamo su commessa per importanti clienti come Hitachi, Finmeccanica, Siemens e grossi player del ramo trasporti» – spiega a Data Manager Maurizio Faustini, responsabile amministrativo di Metra.

La collaborazione con Archiva

L’azienda copre tutto il ciclo della filiera produttiva: dalle società per le lavorazioni industriali, alle fonderie per riciclare i materiali di scarto fino alle società per commercializzare il prodotto. Metra ha adottato da una decina d’anni le soluzioni di Archiva per la dematerializzazione documentale e la conservazione digitale. L’incontro tra il gruppo bresciano e l’azienda specializzata nell’outsourcing dei processi aziendali avviene quando il Gruppo Metra inizia a interessarsi alle soluzioni elettroniche per il ciclo attivo e passivo, che stavano iniziando a diffondersi a inizio degli anni 2000. «All’epoca, ricordo di aver letto un articolo e di aver contattato Archiva per saperne di più sulla dematerializzazione e la conservazione digitale» – racconta Faustini. «La collaborazione è stata avviata nel 2005 e ha visto diversi altri progetti concretizzarsi negli anni seguenti».


.@METRA_SpA con @archivagroup maggiore efficienza e riduzione dei costi
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I vantaggi della soluzione

I vantaggi sono molti e immediati. «In primo luogo, l’eliminazione della carta implica maggiore efficienza e riduzione dei costi grazie all’automazione dei processi» – spiega Faustini. «Inoltre, tutto il processo del ciclo interno viene velocizzato e ottimizzato, tagliando i costi degli archivi cartacei e liberando risorse di tempo e denaro da destinarsi ad attività a maggior valore. Una stima approssimativa dei risparmi può essere quantificata tra i 50 e i 100mila euro, considerando anche il lavoro umano per gestire i processi che venivano eseguiti a mano. Abbiamo iniziato l’implementazione presso Metra Sistemi e in seguito anche presso l’azienda madre Metra spa». Oltre ad Archiva, vi era un’altra società alla quale Metra avrebbe potuto rivolgersi nel 2005. Il management ha però deciso di rivolgersi alla società di Verona perché offriva vantaggi sostanziali come un servizio erogato in modalità outsourcing (quindi senza impegno di risorse umane dedicate da parte del cliente) e la maggiore specializzazione nel core business con personale altamente competente e infrastruttura tecnologica più avanzata.

Automazione e processi

«ll futuro sarà all’insegna di un’automazione ancora più spinta. Abbiamo intenzione di implementare la soluzione Early.Archiva per integrare il ciclo passivo ed eliminare ogni “residuo” cartaceo ancora in circolazione all’interno dei dipartimenti, in modo da rendere il formato elettronico istantaneamente accessibile a tutti i nostri uffici e per adottare il prima possibile il nuovo paradigma della fattura elettronica anche tra aziende private. Grazie infine a Requiro.HUB, il servizio di Archiva dedicato alla gestione documentale web-based integrato ai servizi di Archiva, abbiamo risolto brillantemente la situazione – tra l’altro con i complimenti dell’Agenzia delle Entrate fa notare Faustini – quando abbiamo avuto i normali controlli da parte delle autorità, che hanno potuto accedere ai documenti da remoto». Il rapporto che si è sviluppato negli anni tra Metra e Archiva va oltre il solo business, tanto che Faustini parla di «amici» quando si riferisce allo staff di Archiva con cui la collaborazione dura ormai da più di dieci anni. «Non si tratta solo di persone molto qualificate ma anche molto propositive. Parlando con loro nascono nuove idee per il futuro e per rendere il business ancora più efficiente e all’altezza dell’era digitale».

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Indra riceve il premio al miglior progetto europeo di outsourcing https://www.datamanager.it/2016/11/indra-riceve-premio-al-miglior-progetto-europeo-outsourcing/ Fri, 18 Nov 2016 13:06:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=113915 Il nuovo modello di servizio di Indra ha fornito ad O2 l’intelligenza analitica dei dati, una maggiore flessibilità nella produzione e una notevole user experience per aiutare l’operatore a raggiungere i propri obiettivi di business Indra ha ricevuto dalla Global Sourcing Association (GSA) il primo premio nella categoria European IT Outsourcing Project of the Year […]

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Il nuovo modello di servizio di Indra ha fornito ad O2 l’intelligenza analitica dei dati, una maggiore flessibilità nella produzione e una notevole user experience per aiutare l’operatore a raggiungere i propri obiettivi di business

Indra ha ricevuto dalla Global Sourcing Association (GSA) il primo premio nella categoria European IT Outsourcing Project of the Year per il servizio offerto all’operatore di telefonia mobile O2, brand di Telefonica nel Regno Unito. La società ha superato le altri quattro grandi aziende finaliste nel conseguimento di questo premio prestigioso, che ogni anno viene  riconosciuto alle aziende che hanno dimostrato innovazione, eccellenza e utilizzo di best practice in progetti di outsourcing che coinvolgono almeno due Paesi.

Il progetto vincitore risale al 2010 ed è attivo ancora oggi. L’operatore britannico cercava un partner in grado di offrire un servizio di monitoraggio applicativo sulla propria piattaforma di data analisys e critical network.

In stretta collaborazione con O2, Indra ha sviluppato un servizio a tre livelli dove lavorano 130 professionisti dal Regno Unito, la Spagna e le Filippine. Il progetto prevedeva l’installazione di tool di monitoraggio e di analisi per l’erogazione del servizio, gestendo 69.000 eventi/ora, 12.000 alert/ora e 12.000 elementi della propria rete.

L’architettura del servizio è stata strutturata in modo da fornire dettagli inerenti la rete al fine di prevenire, in modo proattivo, incidenti che possono impattare sulla customer experience del cliente e sul business. Un altro aspetto importante di questa architettura è stato l’avvio di un ecosistema collaborativo – integrato da O2, Indra ed altri partner tecnologici – in grado di incorporare i nuovi sviluppi tecnologici in tutte le fasi.

Benefici

Grazie alla struttura del servizio, O2 ha ridotto i propri costi operativi, migliorando l’efficienza delle attività direttamente legate al business. Questo miglioramento ha portato ad una riduzione del tempo che il team tecnico di O2 deve dedicare a determinate attività di supervisione.

In particolare, la tecnologia sviluppata da Indra ha consentito all’operatore di conoscere i dettagli sul comportamento della rete con l’obiettivo di prevenire in forma proattiva gli impatti sull’esperienza del cliente e sul business, grazie a dei tools che facilitano l’automazione dei processi dell’utente e la supervisione degli allarmi. Grazie a questa soluzione di Indra è stato possibile integrare tutti gli alerts e le relative soglie di avviso, l’invio degli ordini di servizio automatici ai team tecnici per iniziare i controlli e le azioni per prevenire errori, e la revisione e miglioramento dei processi operativi di servizio.

Indra ha collaborato con O2 nell’implementazione dei processi di quality assurance facilitando l’estensione  operativa a tutti i progetti nell’area OSS (Operation Support Systems).

Tra le azioni più importanti valutate all’interno del progetto ci sono: l’erogazione dell’esperienza e delle competenze tecniche, la disponibilità delle risorse e la flessibilità al di là delle responsabilità e degli obiettivi prestabiliti.

Un altro aspetto rilevato è il modello di servizio sviluppato da Indra, che ha generato un prodotto più flessibile, in grado di assorbire picchi oltre il 200% e riducendoli a meno del 50% nello stesso periodo di tempo. Ad esempio, il team responsabile del servizio ha dovuto raddoppiare la produzione per rispondere con efficacia ed agilità al forte aumento della domanda durante le Olimpiade di Londra 2012.

Infine, l’ecosistema di collaborazione ha consentito ad O2 di disporre di operational intelligence nell’analisi del dato di 20 milioni di case, attraverso l’utilizzo dello Smart Metering Implementation Program (SMIP), un’iniziativa promossa dal governo del Regno Unito con l’obiettivo di avere un modello energetico più sicuro e sostenibile. Questo programma ha richiesto, in un solo mese e mezzo, un aumento del 900% della domanda di professionisti altamente specializzati.

Leader in outsourcing

La società globale di consulenza e tecnologia offre servizi di supporto alla gestione e sviluppo IT per importanti clienti in tutto il mondo ed in vari settori, quali: finance, energia e industria. La sua vasta rete di centri di produzione, con copertura mondiale, consente alla multinazionale di collaborare allo sviluppo, gestione e funzionamento delle piattaforme tecnologiche, e di implementare le ultime tendenze del settore grazie alle sue 12.000 risorse altamente qualificate.

Indra ha importanti referenze in ambito outsourcing: tra le quali vanta partner tecnologici come la colombiana Ecopetrol, quarta Oil company in America Latina, per la quale gestisce tutte le funzioni IT. Offre servizi di outsourcing a livello globale per Gas Natural Fenosa ed ha al suo attivo altre referenze come Meralco, la maggior compagnia di energia elettrica nelle Filippine e Vivo, l’operatore integrato leader nel mercato brasiliano, al quale offre da più di dieci anni servizi di supporto IT.

In base alle conclusioni di un recente studio condotto da IDC – il principale provider globale di business intelligence  – Indra è posizionata come riferimento per la creazione di valore di business, efficienza e trasformazione digitale del modello di outsourcing, su scala mondiale.

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