p2p – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 11:04:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png p2p – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 La corte ha deciso: Kim Dotcom può essere estradato negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/la-corte-ha-deciso-kim-dotcom-puo-essere-estradato-negli-usa/ Mon, 09 Jul 2018 18:00:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150893 Le autorità della Nuova Zelanda hanno confermato la possibilità che l’ideatore di Megaupload venga trasferito negli Stati Uniti per affrontare le accuse a suo carico Ricorderete la curiosa storia di Kim Dotcom, ideatore di quello che fu Megaupload, primo vero e proprio servizio globale di p2p fuorilegge. Dopo varie vicissitudini, il ragazzo aveva fondato Mega, […]

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Le autorità della Nuova Zelanda hanno confermato la possibilità che l’ideatore di Megaupload venga trasferito negli Stati Uniti per affrontare le accuse a suo carico

Ricorderete la curiosa storia di Kim Dotcom, ideatore di quello che fu Megaupload, primo vero e proprio servizio globale di p2p fuorilegge. Dopo varie vicissitudini, il ragazzo aveva fondato Mega, client simile ma con una più spiccata vocazione alla privacy dei contenuti, del tipo “scambiate quello che vi pare, Mega non può saperlo”. Al di là del tentativo di scappatoia burocratica tentata dalla piattaforma, Kim si è ritrovato la polizia neozelandese in casa quando le accuse di riciclaggio e soprattutto violazione del copyright sono divenute pesanti.

Da quel momento, gli Stati Uniti, mittenti delle denunce, hanno cercato di portare Dotcom nel paese, per processarlo e giudicarlo con le leggi interne. Le autorità della Nuova Zelanda hanno deciso che l’estradizione può esservi, seppur non avverrà così facilmente, a detta dei difensori dell’imprenditore del web.

Cosa succede

Il team di legali di Dotcom ha affermato che non ci sono prove sufficienti per dimostrare che l’assistito ha commesso un crimine: “Abbiamo risposto a tre tribunali, ottenendo tre diverse analisi, una di queste ha chiaramente definito che non vi è stata alcuna violazione del copyright”. Come se non bastasse, Dotcom ha citato in giudizio il governo neozelandese per 6,7 miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, avrebbe già ricevuto una proposta di accordo economico.

Per il momento però Kim è preoccupato che, se estradato negli Stati Uniti, dovrà affrontare tribunali ben poco amichevoli vista la pressione, probabilmente giusta, dei titolari di copyright e gli autori di contenuti che si sono sentiti lesi dalla diffusione dei loro lavori in maniera gratuita in rete. Non a caso, i pubblici ministeri statunitensi hanno perseguito aggressivamente, e con successo, siti di condivisione come Kick Ass Torrents e The Pirate Bay.

 

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Kim Dotcom batte la corte neozelandese (per ora) https://www.datamanager.it/2018/03/kim-dotcom-batte-la-corte-neozelandese-per-ora/ Thu, 29 Mar 2018 18:30:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=144672 Va all’imprenditore del web Il primo round che vede gli USA chiederne l’estradizione per alcune vicende fiscali legate al più ampio caso di pirateria e riciclaggio Non una piccola vittoria ma un grande segno a punto per Kim Dotcom, l’imprenditore tedesco accusato da diversi anni di pirateria e riciclaggio dagli Stati Uniti. La prima procedura […]

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Va all’imprenditore del web Il primo round che vede gli USA chiederne l’estradizione per alcune vicende fiscali legate al più ampio caso di pirateria e riciclaggio

Non una piccola vittoria ma un grande segno a punto per Kim Dotcom, l’imprenditore tedesco accusato da diversi anni di pirateria e riciclaggio dagli Stati Uniti. La prima procedura di appello, che si è conclusa nei giorni scorsi, ha dato ragione al giovane naturalizzato neozelandese, che ha ricevuto cospicue cifre per aver subito danni fisici e morali durante le operazioni di sequestro dei suoi beni (principalmente computer e hard-disk) avvenute a cavallo tra il 2012 e il 2016. Ed è per questo che la corte ha assegnato a Kim circa 15 mila sterline per l’hardware sottratto e circa 30 mila sterline per i danni alla sua dignità.

Cosa succede

Le accuse di pirateria e riciclaggio sono arrivate per l’attività con Megaupload, uno dei più famosi siti di p2p venuti alla ribalta nella prima decade dei 2000. A seguito della chiusura, l’FBI aveva cominciato a indagare sul ragazzo, residente in Nuova Zelanda. Il suo caso era stato preso a cuore dallo Human Rights Review Tribunal, che ha esultato per la prima decisione emessa dalla corte del paese, che potrebbe contare davvero molto per la sentenza più importante, quella che vede gli USA chiedere l’estradizione per un processo sul suolo casalingo degli accusatori.

Le autorità americane hanno accusato Dotcom e tre ex dirigenti di Megaupload di facilitare la pirateria con il loro servizio con studi cinematografici e case discografiche che affermano di aver perso più di 500 milioni di dollari a causa della piattaforma globale. Nel frattempo, si ritiene che Dotcom e i suoi colleghi abbiano guadagnato oltre 175 milioni di dollari dal sito che, a un certo punto della sua storia, era divenuto uno dei più visitati in rete.

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WhatsApp testa i pagamenti P2P in India https://www.datamanager.it/2018/01/whatsapp-testa-pagamenti-p2p-india/ Mon, 22 Jan 2018 19:00:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=139324 La piattaforma di chat si appresta a diventare anche uno strumento per lo scambio di moneta digitale. La versione beta verrà rilasciata entro marzo Gli utenti indiani di WhatsApp potranno presto sperimentare come ci si sente a scambiarsi soldi tra le finestre del popolare servizio di chat. Grazie al rilascio di una versione beta in […]

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La piattaforma di chat si appresta a diventare anche uno strumento per lo scambio di moneta digitale. La versione beta verrà rilasciata entro marzo

Gli utenti indiani di WhatsApp potranno presto sperimentare come ci si sente a scambiarsi soldi tra le finestre del popolare servizio di chat. Grazie al rilascio di una versione beta in arrivo entro marzo, la popolare piattaforma di Facebook fa un balzo deciso nel mondo del P2P, con tutti i vantaggi di una comunicazione semplice, veloce e onnipresente.

Non ci sono dichiarazioni ufficiali ma pare che i dipendenti del team dedicato in India stiano già provando la funzione che presto sarà disponibile per circa l’1% degli iscritti nel paese, un numero chiuso necessario a circoscrivere le eventuali problematiche e risolvere senza troppi patemi le debolezze di un sistema che dovrà farsi trovare pronto per un lancio globale prima o poi nel corso dei prossimi mesi.

Rivale pericoloso

Non è un caso se WhatsApp abbia deciso di testare il P2P proprio in India. Qui sono attive già un bel po’ di compagnie nel campo del peer-to-peer finanziario, anche grazie alla lungimiranza mostrata dalle banche e dagli istituti di credito che operano internamente nell’adottare un’interfaccia comune che semplifica i processi di pagamento e trasferimento. La UPI (Unifield Payments Interface) indiana collega le banche aderenti alle app mobili, permettendo uno scambio istantaneo e sicuro.

Le esperienze di Google Tez, Paytm e BHIM sono la dimostrazione di quanto il governo e le aziende private abbiano voglia di collaudare servizi innovativi, a vantaggio dell’interoperabilità su più piattaforme. Viene facile pensare al prossimo futuro, quando un largo uso di WhatsApp Business e l’integrazione del P2P daranno vita a un nuovo modo di concludere un affare in mobilità, con bonifici e fatture saldate direttamente via chat.

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Facebook Messenger supporta PayPal https://www.datamanager.it/2017/10/facebook-messenger-supporta-paypal/ Tue, 24 Oct 2017 18:30:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133623 La piattaforma di p2p entra a far parte del client di chat del social network in via sperimentale negli Stati Uniti Se il borsellino si fa sempre più digitale, Facebook non vuole restare escluso dalla rivoluzione in atto. Come da certe indiscrezioni dei giorni scorsi, Messenger ora supporta i sistemi di pagamento via p2p di […]

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La piattaforma di p2p entra a far parte del client di chat del social network in via sperimentale negli Stati Uniti

Se il borsellino si fa sempre più digitale, Facebook non vuole restare escluso dalla rivoluzione in atto. Come da certe indiscrezioni dei giorni scorsi, Messenger ora supporta i sistemi di pagamento via p2p di PayPal, aprendosi così a un canale oramai diventato standardizzato e accettato da più parti, seppur solo qualche anno fa risultasse poco affidabile e difficilmente integrabile all’interno di contesti di fruizione globali. Avviato in maniera sperimentale negli Stati Uniti, il peer-to-peer della piattaforma pensata anche da Elon Musk permetterà di scambiare valuta liquida tra gli iscritti a Facebook Messenger grazie a un’estensione apposita per il client di chat di Mark Zuckerberg, che non solo semplificherà le transazioni ma potrà anche seguire gli utenti nel caso di dispute e contestazioni.

Come funziona

L’ufficialità della manovra è arrivata da Bill Ready, COO di PayPal che sul blog della compagnia ha spiegato il funzionamento del servizio: “Quando si crea su Messenger un messaggio con una sola persona o anche con un gruppo, gli utenti possono cliccare l’icona blu e selezionare il pulsante verde Payments per inviare o chiedere rapidamente denaro. Chi vuole può dunque scegliere PayPal come fonte di finanziamento quando si effettua un pagamento p2p con i contatti aggiunti sulla chat”. Come detto, la novità è in dirittura di arrivo certa ma limitata geograficamente agli Stati Uniti, il mercato forse più pronto a restituire feedback continui e utili in vista di un’implementazione futura.

Per supportare i clienti lungo tutto il percorso di invio e riscossione del denaro, PayPal ha avviato anche una forma di assistenza continua online, proprio tramite Messenger, così da rispondere a tutte le domande e dubbi in questione ma anche per aiutare i navigatori nel caso di problemi inerenti sia lo scambio di valuta che difformità nei servizi e prodotti oggetti delle transazioni. Nulla di più di quanto già accada con le piattaforme esistenti su desktop, smartphone e tablet.

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Perché la NSA spiava i download di Kazaa https://www.datamanager.it/2017/09/perche-la-nsa-spiava-download-kazaa/ Tue, 19 Sep 2017 18:00:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=131116 La piattaforma negli anni 2000 era tra le più usate per scaricare musica e film. Il nuovo report di Snowden Edward Snowden si è rifatto vivo. Da recenti rivelazioni, parte dell’enorme database in suo possesso, pare che intorno al 2000 la National Security Agency fosse particolarmente interessata a spiare i download degli utenti di tutto […]

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La piattaforma negli anni 2000 era tra le più usate per scaricare musica e film. Il nuovo report di Snowden

Edward Snowden si è rifatto vivo. Da recenti rivelazioni, parte dell’enorme database in suo possesso, pare che intorno al 2000 la National Security Agency fosse particolarmente interessata a spiare i download degli utenti di tutto il mondo tramite Kazaa, il famoso servizio di file-sharing. Cosa ci trovassero di interessante i federali in tutto ciò non è dato saperlo ma è probabile che l’agenzia monitorasse l’eventuale traffico per certi tipi di documenti, considerati di valenza per la sicurezza nazionale. In realtà, come dimostra lo stesso Snowden, più di 15 anni fa la NSA era attenta a tutti i principali software p2p, non solo Kazaa ma anche eDonkey e LimeWire, oltre al nascente BitTorrent.

Cosa cercavano

L’obiettivo dell’agenzia non era solo individuare gli utenti che violavano le leggi sul copyright. Come dimostrano i file diffusi dal sito di Gleen Greenwald The Intercept, lo scopo andava oltre il semplice contenuto. Craccando la crittografia, non forte come oggi, delle piattaforme citate, gli agenti riuscivano a rubare il database dei singoli servizi, così da avere accesso alle informazioni dei navigatori, tra cui email, nomi utilizzati online, localizzazione, paese di provenienza, ricerche effettuate e download completati. “Con un’adozione più estesa – si legge sul documento – questi strumenti di spionaggio permettevano di ottenere dati strutturati da incrociare con altri archivi, per avere un quadro più completo dei target e gruppi di riferimento. Sebbene Kazaa non esista più dal 2012, il network di eDonkey funziona ancora, ben lontano dalla popolarità di qualche anno fa, ma ancora basato sulla stessa crittografia vulnerabile del 2004.

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L’alternativa a Pirate Bay? Google Drive! https://www.datamanager.it/2017/09/lalternativa-pirate-bay-google-drive/ Wed, 06 Sep 2017 18:00:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=130100 Quasi 5 mila richieste di rimozione da parte delle case di produzione di Hollywood e di altri soggetti detentori del copyright. Ecco come gli utenti evitano i controlli di Big G Una volta chiuso Pirate Bay e messe al tappeto le alternative più famose (Torrentz.eu e TorrentHound) i protettori del copyright pensavano di aver chiuso […]

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Quasi 5 mila richieste di rimozione da parte delle case di produzione di Hollywood e di altri soggetti detentori del copyright. Ecco come gli utenti evitano i controlli di Big G

Una volta chiuso Pirate Bay e messe al tappeto le alternative più famose (Torrentz.eu e TorrentHound) i protettori del copyright pensavano di aver chiuso per molto tempo la storia della diffusione non autorizzata di contenuti audiovisivi online. E invece, come dimostrano le quasi 5.000 mila richieste di rimozione a Google da parte delle agenzie di produzione di Hollywood e di altre compagnie e soggetti che detengono il copyright di film e canzoni, la strada da fare è ancora lunga. Questa volta Big G non entra nel merito dei link visualizzati nei risultati di ricerca ma nella gestione di una sua piattaforma: Drive.

Cosa succede

Si, perché hacker e navigatori hanno imparato a eludere le analisi di Mountain View sfruttando il cloud pubblico della compagnia, per diffondere indirizzi web e interi filmati senza essere oscurati in maniera automatica, lasciando così attive le destinazioni per diverso tempo prima di un intervento. Ma come ci riescono? In modi diversi. Ad esempio creando liste di siti web che puntano a piattaforme video dove i contenuti sono privati, non elencati e dunque difficilmente riconoscibili da parte dei software di controllo automatizzati. Altre volte incollando nei file di testo direttamente il codice embed dei video, anch’esso poco individuabile se non con uno scouting manuale. Il risultato? Le già citate 5 mila richieste di cancellazione dei file condivisi, per lo più diffusi in forum e gruppi Facebook. In confronto alle migliaia di riscontri su Google Drive, su Dropbox esistono meno di 200 casi del genere, così come su OneDrive e Mega, che invece si pensava potesse ereditare la storia p2p del precedente Megaupload.

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Digital payment e PSD2 https://www.datamanager.it/2017/06/digital-payment-psd2/ Wed, 21 Jun 2017 13:06:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=127242 L’area dei sistemi di pagamento è in piena trasformazione per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. Sotto la spinta normativa e di nuovi modelli funzionali e di business, la forza di rottura dei nuovi player non convenzionali spinge a fare un salto non solo tecnologico ma anche culturale La disponibilità […]

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L’area dei sistemi di pagamento è in piena trasformazione per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. Sotto la spinta normativa e di nuovi modelli funzionali e di business, la forza di rottura dei nuovi player non convenzionali spinge a fare un salto non solo tecnologico ma anche culturale

La disponibilità di servizi di pagamento digitali (digital payment o d-payment), sicuri, facili da usare e poco costosi è uno degli elementi fondamentali per l’affermazione su larga scala delle transazioni elettroniche e della digital economy. Ciò non rappresenta solo un vantaggio in termini di comodità e sicurezza per le famiglie, le imprese e le PA, ma anche un importante volano di crescita e sviluppo per il paese, oltre che un risparmio di costi. Secondo gli analisti, i d-payment raggiungeranno un nuovo picco di crescita, dopo una corsa che negli ultimi due anni ha superato le attese. La spinta ulteriore viene principalmente dal cambiamento culturale dei consumatori che sta generando un salto di qualità e nuove opportunità per l’offerta. Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC illustra il recentissimo rapporto IDC European Payment Predictions 2017, in cui si evidenzia come le istituzioni finanziarie in Europa spenderanno più di tre miliardi di dollari entro il 2019 nella trasformazione ed evoluzione dei sistemi di pagamento verso i d-payment. IDC vede grandi opportunità per il settore che scaturiscono direttamente dalla notevole crescita dei dispositivi connessi e dal prossimo avvento dell’IoT. Secondo il rapporto, molti di questi dispositivi collegati avranno necessità di accedere alle reti di pagamento per pagare pedaggi, effettuare ordini o pagare bollette. In effetti, la trasformazione ed evoluzione dei pagamenti è stata una strategia di lungo termine per molte istituzioni finanziarie. Negli ultimi anni, le priorità sono state: integrare i nuovi canali (mobile, voce, etc.) su entrambi i terminali della transazione di pagamento, ridurre la complessità, eliminare le ridondanze, migliorare l’efficienza e, naturalmente, ridurre i costi. «La competizione nel settore è notevolmente aumentata – sottolinea Rizzotto – e vi sono nuovi fattori di cambiamento come le nuove tecnologie digitali, i nuovi modelli di business e nuovi operatori non tradizionali». Tali forze di rottura costringono al cambiamento sia gli istituti finanziari sia i fornitori di tecnologia spingendoli ad adottare le tecnologie della terza piattaforma, come le reti mobili, il cloud, le reti peer-to-peer, per ridurre i costi, fornendo la sicurezza e la scalabilità necessaria.

La trasformazione dei sistemi di pagamento da parte dei fornitori di tecnologia finanziaria e di istituti finanziari significherà anche nuove opportunità, l’apertura di piattaforme e uno sforzo concertato per rendere i pagamenti più semplici per sviluppatori e consumatori e “open” attraverso le API (application programming interface) aperte. «Le banche e le società di servizi finanziari – conclude Rizzotto – devono necessariamente restare focalizzate sul proprio core business ora che emergono nuovi rischi e devono innovare per difendersi dalle nuove tipologie di operatori. Allo stesso tempo, devono rispettare assolutamente la compliance normativa, la protezione dei consumatori e le leggi sulla concorrenza». Le banche che costruiranno efficaci relazioni mobili con i clienti avranno le migliori possibilità di consolidare la fedeltà del cliente a lungo termine e avranno anche il vantaggio di costruire un quadro informativo più ricco dei propri clienti attraverso interazioni più frequenti. Non solo. Avendo goduto da tempo della relazione speciale o, si potrebbe dire, “privilegiata” con i clienti attraverso i vari canali, le banche devono ora imparare a sopravvivere in un mondo completamente diverso.


#Blockchain #cognitivecomputing #softwarerobot cambieranno mondo dei pagamenti
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«Nel corso dell’ultimo anno, lo scenario dei pagamenti digitali si è arricchito di nuovi attori, nuovi servizi e nuovi strumenti di pagamento» – spiega Enrico Belgini, product manager monetica e sistemi di pagamento di Cedacri. «OTT, fintech e telco sono entrate nella filiera dei pagamenti. Wallet, P2P, P2B, NFC, C-Less, in maniera più o meno matura, fanno ormai parte dell’offerta di d-payment». Cedacri ha messo a disposizione dei propri clienti soluzioni consolidate in tali aree. Ha sperimentato la tecnologia blockchain all’interno dei propri sistemi nell’ambito del P2P e, nella propria pipeline 2017/2018, ha inserito l’avvio degli instant payment e della API economy. «Stare al passo con le evoluzioni tecnologiche di settore, monitorando la tecnologia e sperimentando le soluzioni – continua Belgini – ha permesso da un lato di mettere a disposizione servizi più maturi e dall’altro di governare le evoluzioni tecnologiche che sempre più si affermeranno nel comparto dei d-payment». Nuovi player di mercato come i TPP (third party providers), SCA (strong customer authentication), fornitori di sicurezza e tutela della clientela, stanno entrando in campo con decisione. «Cedacri – prosegue Belgini – al fine di supportare le proprie banche clienti, da un lato, ha in corso gli sviluppi per l’adeguamento dei propri sistemi e, dall’altro, ha avviato un percorso consulenziale al fine di poter traguardare insieme alle banche l’entrata in vigore delle nuove normative». I nuovi attori aprono la strada per le banche a opportunità strategiche che rivoluzioneranno il mercato dei d-payment. Cedacri prevede l’assunzione del ruolo attivo di “aggregatore di PSP” (payment service provider) in grado di facilitare l’assunzione del ruolo di TPP da parte delle banche in modo da garantire sicurezza e tutela della clientela abbinate allo sviluppo strategico di nuove opportunità di business. «La costituzione di veri e propri laboratori di sperimentazione di nuove tecnologie e strumenti di pagamento – conclude Belgini – è alla base di ogni evoluzione del settore». Questo approccio, abbinato allo sviluppo di collaborazioni con Fintech che si stanno sviluppando sul mercato dei pagamenti, consentirà a Cedacri anche nei prossimi anni di governare il cambiamento della API economy.

PSD2 E NUOVE NORME

L’Europa sta facendo enormi sforzi per normare l’area d-payment e la loro sicurezza ma, come è noto, questo è un comparto globale per definizione. La recente direttiva PSD2 (Payments Service Directive 2015/2366/UE), entrata in vigore il 13 gennaio 2016, rappresenta il nuovo quadro normativo entro cui muoversi al fine di aumentare la possibilità di scelta di uno strumento di pagamento in capo al consumatore, di incrementare la sicurezza e di ridurre i costi. L’innovazione e la trasformazione digitale costituiscono, in effetti, il nucleo di una serie di nuove normative, oltre alla PSD2, come la direttiva “open banking” e anche il GDPR (general data protection regulation). Queste costringono le istituzioni dei servizi finanziari a ripensare l’intero processo innovativo e a collaborare con nuovi attori sul mercato. La fidelizzazione e la fiducia del cliente diventano sempre più importanti e rendono, di fatto, cruciale la protezione della relazione con il cliente. La PSD2, in particolare, stabilisce che le banche restituiscano la proprietà dei dati ai clienti e forniscano loro la libera scelta del fornitore di servizi di pagamento, aprendo il mercato a nuovi concorrenti anche non finanziari. Con la PSD2, l’accesso di terze parti agli account, l’utilizzo di API aperte per collegare direttamente i rivenditori e le banche e la capacità di consolidare le informazioni sull’account tramite un portale, rivoluzionerà senza dubbio i servizi di pagamento in Europa. La sfida sarà comunque su come i consumatori risponderanno ai nuovi fornitori non finanziari e su come questi nuovi arrivati saranno in grado di soddisfare le aspettative sia dei consumatori che degli organismi europei di regolamentazione. «La PSD2 favorirà la creazione di un mercato europeo unico e integrato dei servizi di pagamento che, grazie alla digitalizzazione dei servizi, vedrà l’ingresso di nuovi operatori al fianco di quelli tradizionali» – ribadisce Simone Capecchi, executive director di CRIF. «L’uniformità delle regole contribuirà all’abbattimento delle barriere esistenti, rafforzerà la sicurezza del sistema e garantirà una maggiore trasparenza e più elevati livelli concorrenziali a vantaggio dei consumatori». Nonostante l’incremento del rischio di disintermediazione tra le aziende di credito e la propria clientela, la PSD2 non può essere vista unicamente come un minaccia. «Questa, infatti – conclude Capecchi – rappresenta un’occasione unica anche per i player tradizionali di innovare i propri processi e i canali di gestione della propria clientela e prospect». È proprio la conoscenza dei clienti con l’identificazione dei loro bisogni la chiave del successo all’alba dell’avvento della PSD2: conoscenza che passa attraverso l’analisi del patrimonio informativo già a disposizione dei lender, da rileggere però con metriche differenti rispetto al passato e più coerenti con i nuovi standard tecnologici, informativi e di “advanced analytics”.

OFFERTA INTERNAZIONALE

L’offerta internazionale di d-payment è caratterizzata da prodotti emergenti che potrebbero imporsi a tutti i livelli e, quindi, anche sul mercato europeo, come standard de facto. Tali sistemi, infatti, pur essendo meno regolamentati e controllati di quelli europei, sono nati per essere globali. Esempi di successo come Google Wallet, PayPal, Apple Pay, Samsung Pay, Amazon Pay, Alipay, Bitcoin e le altre e-money, destano qualche preoccupazione nel mercato europeo. Nello stesso tempo, i d-payment che utilizzano soluzioni NFC (near field communication) come Apple Pay, Samsung Pay e Android Pay dovranno sviluppare partnership tra retailer, banche e organizzazioni finanziarie e proprio per questo i consumatori non colgono ancora il vero valore di questo tipo di pagamenti. Secondo Gartner i servizi di mobile payment e i mobile wallet, in particolare, richiederanno un piano di implementazione specifico per ciascun paese con infrastrutture ad hoc che tengano conto delle regole e consuetudini dei segmenti specifici e con accordi con banche e retailer. Alcuni pagamenti mobile, inoltre, si stanno spostando verso il cloud computing. Visa e Mastercard, per esempio, hanno adottato l’HCE (host card emulation), una tecnologia ad architettura aperta basata sul cloud che consente di effettuare operazioni NFC, tra cui i pagamenti. Con questo sistema è possibile gestire transazioni sicure affrancandosi dal supporto hardware del “secure element” (SE) ospitato nel cellulare e fornito dagli operatori telefonici. La smaterializzazione del SE indebolisce la dipendenza dei pagamenti NFC da una SIM fisica, e quindi il controllo delle compagnie telefoniche, a favore di un modello più aperto che semplifica l’offerta dei servizi da parte di banche, issuer e sviluppatori. L’altra sfida riguarda l’instant payment, che rappresenterà una ghiotta opportunità di generare valore solo se sarà garantito in termini di efficacia, rapidità e, naturalmente, data protection.


#Pagamentidigitali Un’occasione unica per innovare i processi e i canali
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L’SCT (SEPA credit transfer) Instant, schema diffuso nella sua prima versione dall’EPC (European Payment Council), da una parte, e il GPI (global payment innovation) di SWIFT, dall’altra, sono le novità più recenti, e compatibili con una direttrice comune d’implementazione dei d-payment – come ci spiega Stefano Trinci, payments & trade finance manager di Enterprise. Tali novità investono le normative e i processi interni, più di quanto non abbiano fatto la SEPA e la PSD. I processi andranno quindi rivisti per diversi attori: clientela (SWIFT GPI, instant payment), back-office, AML (anti-money laundering), tesorerie (SCT Instant), e sarà, quindi, determinante per l’istituzione finanziaria l’approccio alla compliance. «La governance detta linee guida sul piano teorico e lascia al mercato l’individuazione di uno standard specifico» – prosegue Trinci. «Il rischio è la frammentarietà, soprattutto all’inizio, quando ancora non prevarrà uno standard sugli altri». Si pensi, per esempio, a un PISP (payment initiation service provider) che debba integrare tante API diverse quanti sono gli istituti da interfacciare. In tal caso le parole chiave saranno: open API e interoperabilità, collaborazione e condivisione e solo un humus cooperativo porterà i nuovi strumenti ad affermarsi. «In sintesi – conclude Trinci – le banche dovranno aprire alcuni servizi a dirette concorrenti e TPPs. Ciò significa condividere preziose informazioni, che non saranno “regalate” solo se si avrà la capacità di costruire, sul mutuo scambio, un business alternativo: nuove modalità di on-boarding clienti, servizi a valore aggiunto, potenziamento del KYC (know your customer) e possibilità di cross-selling». La parola d’ordine è, quindi, “instant”, dove più che mai è importante essere tra i “frontrunner” e affidarsi a fornitori-precursori.

«Al mercato dei d-payment viene richiesto oggi di effettuare un salto quantico per soddisfare un’esigenza specifica che deriva dal mondo retail: la migrazione alla modalità omnichannel» – dichiara, senza mezzi termini, Imanuel Baharier, CEO di Sparkling18. «Il fenomeno coinvolge tutta la distribuzione, dal negozio più piccolo alla grande catena che deve poter interagire con i propri clienti spostandosi con la massima flessibilità da un canale all’altro; dal fisico al mobile, dal web al call center». Il mondo dei d-payment, in effetti, è carente nella capacità di ricoprire con la massima efficienza l’ultimo miglio della filiera che è ciò che consente la migrazione da un sistema chiuso verso un sistema omni-channel. E questo è ciò che ha scelto di fare Sparkling18 per mettersi al servizio di tutto il mercato. «La formula magica – conclude Baharier – sta nelle parole “card on file” e “SDK” (software development kit). Con la prima consentiamo la virtualizzazione di carte di credito e loyalty e il loro richiamo istantaneo su tutti i canali: sul telefonino di fronte a un POS contactless, al tavolo di un ristorante, al pc acquistando online, pagando su call center. Con SDK ogni app, sito, o POS può essere velocemente abilitato alla virtualizzazione e all’acceptance delle carte su tutti i canali». Naturalmente, in tal caso la sicurezza è garantita dalla certificazione PCI DSS 3.2 level 1 (payment card industry data security standard) che manleva clienti ed esercenti da ogni responsabilità. Anche per questo Mastercard ha deciso di annoverare Sparkling18 tra i suoi “platinum digital vendor”.

CLIENTE AL CENTRO

Dopo i grossi sforzi e gli investimenti fatti dai circuiti di carte di credito e dalle banche per aumentare la sicurezza delle carte e dei sistemi (chip&PIN), l’attenzione alla sicurezza dei d-payment diventa condizione imprescindibile al fine di consolidare la confidenza dei merchant e degli utilizzatori di carte verso le nuove tecnologie di pagamento. La sfida per l’offerta di soluzioni competitive in Europa si gioca sia sulla compatibilità con le norme e gli standard che sulla sicurezza e l’affidabilità ma anche sulla facilità d’uso. «In un mercato in evoluzione, come quello dei d-payment, sono soprattutto i nuovi trend nelle abitudini del consumatore a indirizzare le innovazioni» – afferma Marco Rizzoli, country manager di Ingenico Italia. Oggi, la tecnologia digitale, in effetti, permette l’accesso a una quantità illimitata di informazioni, consentendo di prendere decisioni più consapevoli e scegliere in autonomia dove, cosa e come acquistare e, quindi, anche pagare.

Per questo è importante per gli operatori riuscire a innovarsi per ottimizzare i nuovi comportamenti di acquisto presso il punto vendita. In questo scenario, Ingenico sta investendo in nuove soluzioni indirizzate a più modalità di acquisto (e-payments e omni-channel) e nell’integrazione dei sistemi di pagamento innovativi che si stanno affacciando al mercato (xPay, wallet, P2P, instant payments). «Si tratta di nuove soluzioni – prosegue Rizzoli – in grado di ottimizzare, da un lato, la user experience, rendendola sempre più affine a quella degli smartphone, dove l’interfaccia e le applicazioni possano essere sviluppate nello stesso linguaggio (HTML5) e con la medesima grafica. Dall’altro, l’integrazione e la programmabilità stessa che, pur salvaguardando gli aspetti di sicurezza fondamentali per i pagamenti, consente il caricamento e l’esecuzione di molteplici applicazioni di servizio, gestite dalla banca (dal proprietario della rete di terminali), ma anche scelte direttamente dallo stesso merchant, in base alle proprie preferenze e al business che vuole offrire nel proprio punto vendita». Lo stesso terminale POS sta evolvendo sempre più in un point of interaction, in grado di eseguire più operazioni (on-line e off-line) offrendo anche servizi a valore aggiunto, dando al merchant un’ampia flessibilità e diventando una risorsa importante per lo sviluppo delle vendite, oltre che di contatto e di interazione con il consumatore.

«L’obiettivo – ribatte Rizzoli – è di poter considerare il POS come unico punto di accettazione e di interazione con il cliente e con i nuovi sistemi di pagamento in ogni ambito (in-store, mobile e web)». L’integrazione di queste nuove soluzioni, in linea con lo scenario del prossimo futuro, permetterà di migliorare i processi, sfruttando gli strumenti digitali a disposizione con l’integrazione di piattaforme mobile, marketplace e app, tutte gestite direttamente dal POS. «Il confronto competitivo nel mercato dei pagamenti – conclude Rizzoli – si focalizzerà sempre più sulla capacità degli operatori di costruire nuovi modelli di engagement e di relazione con i clienti, con l’obiettivo di comprendere al meglio i loro bisogni e indirizzare una gamma di prodotti/servizi sempre più in linea con le loro esigenze». La risposta delle banche e degli operatori dei pagamenti come Ingenico al contesto PSD2 dipenderà, quindi, dall’impegno e dalle capacità di investire in nuove soluzioni tecnologiche e di business. La PSD2 può essere considerata, allora, un’opportunità per portare i pagamenti elettronici a una più vasta platea di utenti, creando anche nuovi stream di ricavi. La conoscenza dei clienti e l’identificazione dei loro bisogni saranno la base della definizione della strategia di posizionamento vincente: una conoscenza strutturata dei target, infatti, permetterà di definire al meglio la proposizione commerciale di servizi innovativi e digitali che permetteranno di sfruttare le opportunità di business del nuovo contesto.


La #PSD2 favorirà la creazione di un nuovo mercato europeo dei servizi di pagamento
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Per quanto riguarda l’area d-payment B2B, Andrea Guillermaz, direttore commerciale di Piteco sostiene che «stiamo assistendo a una crescente richiesta da parte delle corporate di maggior digitalizzazione nell’area pagamenti». La spinta verso una maggior efficienza gestionale nell’area AFC (amministrazione, finanza aziendale e controllo) e i risultati dell’innovazione tecnologica conducono a reali innovazioni di processo. «Un’ulteriore componente – continua Guillermaz – nasce in ambito legale e compliance e riguarda le società di revisione che esaminano i processi aziendali legati al processo di autorizzazione per poterli certificare». Il singolo workflow autorizzativo diventa, infatti, l’elemento a cui gli standard di sicurezza guardano con precisione, così come la tracciabilità delle singole autorizzazioni diventa cruciale nel processo di approvazione di ogni pagamento, insieme alle modalità di accesso alle piattaforme informatiche coinvolte. Ciò determina la diffusione del concetto di strong authentication, imprescindibile presupposto per autenticare con sicurezza gli accessi dei procuratori, ossia gli utenti abilitati alle piattaforme preposte alla gestione dei workflow autorizzativi. «Le stesse tecnologie informatiche votate all’assoluta sicurezza aziendale – conclude Guillermaz – hanno beneficiato dell’elevata standardizzazione nella comunicazione azienda-banca introdotta da SEPA e PSD2 e resa funzionante grazie all’adozione di standard quali ISO20022 e i tracciati XML. Questa è la cornice che consente oggi di guardare alla creazione di strutture di payment factory nelle corporate come a un obiettivo tanto ambizioso quanto realmente raggiungibile, grazie alle funzionalità dei treasury management system a supporto delle divisioni di tesoreria».

CONCLUSIONI

L’area dei sistemi di pagamento innovativi è uno dei territori d’elezione dell’attività bancaria e la presenza strategica in quest’area è, e sarà sempre, irrinunciabile per l’istituzione finanziaria. Di certo il settore della finanza e quello dell’ICT stanno operando in stretta collaborazione in questo importante mercato. Serve, quindi, una seria politica industriale per il settore e una strategia aziendale chiara. Sono, inoltre, fondamentali gli standard condivisi che garantiscano una maggiore interoperabilità e concorrenza. Occorre, infine, una massiccia campagna di comunicazione, informazione e formazione, accompagnata dalla riduzione dei costi e delle commissioni e dalla individuazione di opportuni incentivi resi ben evidenti ai consumatori. Solo così si può fare la “guerra al contante” e far diventare i d-payment una vera opportunità.

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Google renderà più difficile trovare contenuti pirata https://www.datamanager.it/2017/02/google-rendera-piu-difficile-trovare-contenuti-pirata/ Fri, 10 Feb 2017 19:00:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=118948 Dal 1 giugno verrà introdotto sul motore di ricerca un codice di censura automatico, volto a bloccare la diffusione di file illegali Più di una volta Google è stato accusato di non fare abbastanza per fermare la pirateria. Tra i tanti soggetti che hanno mosso le rimostranze al gigante del web c’è la Motion Picutre […]

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Dal 1 giugno verrà introdotto sul motore di ricerca un codice di censura automatico, volto a bloccare la diffusione di file illegali

Più di una volta Google è stato accusato di non fare abbastanza per fermare la pirateria. Tra i tanti soggetti che hanno mosso le rimostranze al gigante del web c’è la Motion Picutre Association of America (MPAA), una delle organizzazioni più interessate al tema, soprattutto a causa delle perdite nei ricavi a cui è andata incontro negli anni. Attenzione, perché non stiamo parlando solo di connessioni p2p ma anche di quei portali che, molto più facilmente, consentono di guardare un film appena uscito nelle sale (o magari ancora non uscito) in streaming, sia in lingua originale che localizzata, senza nemmeno il dispendio di aspettare il download integrale. Ebbene, a distanza di mesi, Big G ha deciso di agire, mettendo attraverso l’attuazione di un codice che, all’interno della complessa macchina di algoritmi che potenzia il motore di ricerca, nasconderà in automatico i contenuti che infrangono il copyright.

Come funziona

In che modo? Già nel 2016 la compagnia di Alphabet ha rimosso circa 100.000 link che puntavano a siti illegali, sotto richiesta dei detentori dei diritti o loro legali. Questa volta però tutto avverrà in autonomia, grazie all’introduzione di quello che è stato definito “codice anti-piracy”, ufficialmente in rollout dal 1 giugno. Il primo paese a beneficiare di suddetta pulizia sarà la Gran Bretagna, con cui Google ha collaborato per permettere all’Intellectual Property Office nazionale di avere una base tecnica da cui partire, per bloccare il proliferarsi di film, serie tv, musica, software e giochi che dovrebbero essere scaricati a fronte del pagamento di un prezzo. C’è da dire che oltre alla compagnia di Mountain View, nel progetto sono coinvolti anche gli altri motori di ricerca, uniti nella lotta alla pirateria informatica.

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Canon, gestire al meglio il Purchase to Pay https://www.datamanager.it/2016/11/canon-gestire-al-meglio-purchase-to-pay/ Wed, 23 Nov 2016 09:09:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114373 Il controllo della spesa può rivelarsi un aspetto critico in azienda, a causa dell’elevato numero di soggetti che intervengono nel processo d’acquisto, come rivela una ricerca Canon condotta recentemente a livello europeo Il controllo delle singole speseè sempre più complicato a causa delle responsabilità frammentate tra differenti dipartimenti e business unit e in molti casi […]

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Il controllo della spesa può rivelarsi un aspetto critico in azienda, a causa dell’elevato numero di soggetti che intervengono nel processo d’acquisto, come rivela una ricerca Canon condotta recentemente a livello europeo

Il controllo delle singole speseè sempre più complicato a causa delle responsabilità frammentate tra differenti dipartimenti e business unit e in molti casi è la spesa indiretta l’aspetto più complesso. Se da tempo molte aziende dispongono di una funzione di procurement strutturata, va anche detto che tuttora si verifica una scarsa collaborazione tra dipartimenti finance e acquisti. Il Purchase to Pay è stato oggetto di una indagine condotta per Canon da ICM Unlimited, istituto che si occupa di ricerca e analisi di mercato. Lo studio ha coinvolto aziende di varie dimensioni, dai 100 fino a oltre 5.000 dipendenti, presenti in 12 mercati europei, intervistando più di 700 decision maker delle funzioni finance e acquisti.

Il futuro del Purchase to Pay

Intitolata “Il Futuro del Purchase to Pay (P2P) 2016”, l’indagine ha rilevato le aspettative, le priorità, la nascita di nuovi servizi e i cambiamenti che caratterizzano a livello organizzativo l’evoluzione del mondo del Purchase to Pay (P2P). Su tutti, spicca in particolare il dato secondo il quale due aziende su tre (il 67 per cento) affermano di avere solo un parziale controllo delle spese indirette, mentre il 7 per cento dichiara di non avere alcun sistema di controllo. Per di più, solo un’azienda su tre (il 34 per cento) giudica sopra la media la gestione del rapporto con i fornitori, mentre il 21 per cento ammette che è un’area molto critica. In effetti, la gestione dei fornitori è spesso una delle principali sfide che devono affrontare le aziende nell’ottimizzazione delle spese. Poiché i costi di procurement possono apparire poco significativi se presi singolarmente, il rischio è quello di sottostimare l’impatto generale di tali costi se non vengono controllati e gestiti. Considerato che la maggior parte delle aziende ha più di un fornitore, una inefficace strategia di gestione può talvolta determinare una duplicazione delle spese.

Aziende italiane in vantaggio

Molte aziende dichiarano di non avere ancora adottato un sistema che consenta di controllare interamente le spese utilizzando gli ordini di acquisto, i Purchase Order (PO), mentre la metà afferma di riuscire a esercitare il proprio controllo su meno del 50 per cento delle spese sostenute. È infatti convinzione generale che il processo Purchase to Pay sarà sempre più automatizzato. Su quest’ultimo aspetto, emerge un dato confortante per il nostro Paese: le aziende italiane appaiono infatti motivate a esplorare i benefici della tecnologia P2P con l’obiettivo di migliorare i propri livelli di produttività ed efficienza. Il 54 per cento dei responsabili finance, rispetto a un dato europeo del 50 per cento, ritiene che la produttività della propria divisione sia inferiore alla media, mentre il 44 per cento dei responsabili acquisiti (dato europeo 42 per cento) afferma che il reparto operi al di sotto del livello di produttività desiderato.

Canon: un partner per la gestione digitale

Da questa ricerca emerge che il 40 per cento dei decision maker intende completare la trasformazione digitale del processo P2P entro i prossimi due anni. Si tratta di una percentuale molto interessante se messa a confronto con la media europea che si colloca intorno al 23 per cento. Inoltre, dato ancora più importante, questa propensione si è già tradotta in realtà per il 15 per cento delle aziende italiane, contro una quota europea del 10 per cento, che ha già completato la trasformazione digitale in ambito P2P, affidandosi a soluzioni end-to-end. «Consapevoli che efficienza e produttività sono gli elementi chiave per il successo del proprio business, le aziende italiane sentono l’esigenza di ottimizzare i loro processi passando a una gestione Purchase to Pay sempre più digitale», ha commentato Teresa Esposito, Marketing Director B2B di Canon Italia, rilevando anche che «emerge la richiesta di un partner che possa guidare le aziende lungo questo percorso di trasformazione, fornendo consulenza in materia e proponendo sia soluzioni tecniche sia servizi ad hoc».

Scarica il report completo

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TPBClean è il nuovo Pirate Bay, ma senza porno https://www.datamanager.it/2016/09/tpbclean-pirate-bay-senza-porno/ Tue, 27 Sep 2016 18:30:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=109891 Mr. Clean ha realizzato un proxy che replica totalmente i contenuti della baia originale, escludendo file hard ed espliciti Quando si naviga su Pirate Bay è inevitabile scontrarsi con contenuti dedicati a un pubblico di adulti, a cui i torrent di Masha e Orso interessano ben poco. Non a caso, il portale (quando raggiungibile) presenta […]

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Mr. Clean ha realizzato un proxy che replica totalmente i contenuti della baia originale, escludendo file hard ed espliciti

Quando si naviga su Pirate Bay è inevitabile scontrarsi con contenuti dedicati a un pubblico di adulti, a cui i torrent di Masha e Orso interessano ben poco. Non a caso, il portale (quando raggiungibile) presenta una sezione dedicata alla pornografia, e più di un popup avvisa della presenza di materiale off-limits sulla piattaforma. Qualcuno potrebbe non aver fatto caso alla trasformazione di cui la baia dei pirati è stata oggetto, peraltro evidenziata anche negli anni scorsi dai fondatori di prima data, ma ad altri invece proprio non va di cercare film e video innocui potendosi imbattere in contenuti del genere. Ecco allora la soluzione: TPBClean.

Di cosa si tratta

Il sito è un mirror diretto a Pirate Bay, contenente tutto il database dei file protetti dal diritto d’autore dell’originale ma con una differenza sostanziale: non ha banner pubblicitari e non contiene materiale per adulti. Inoltre, quando si effettua una ricerca, vengono esclusi i risultati di opere con contenuti espliciti, per cui c’è bisogno di abilitare la voce negli appositi filtri. Il fautore di una simile versione si fa chiamare Mr. Clean e pare essere giunto all’idea di una baia “pulita” dopo aver tentato di coinvolgere diversi sviluppatori indiani in un progetto legato al Pirate Bay originale: “Più del 50% di loro si è rifiutato perché sul portale ci sono contenuti hard – ha spiegato – l’unica soluzione era ricrearne uno identico a prova di minori”. La sua convinzione è che se Pirate Bay è la destinazione maggiore di chi cerca contenuti protetti da copyright, TPBClean dovrebbe esserlo per chi vuole anche evitare download imbarazzanti, che invece di Masha e Orso contengono ben altri giochi.

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