PA – Pubblica Amministrazione – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 09 Jul 2026 10:19:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png PA – Pubblica Amministrazione – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dall’analisi all’azione: perché il decision intelligence è decisivo per la pubblica amministrazione https://www.datamanager.it/2026/07/dallanalisi-allazione-perche-il-decision-intelligence-e-decisivo-per-la-pubblica-amministrazione/ Mon, 13 Jul 2026 07:00:34 +0000 https://www.datamanager.it/?p=254104 Che si tratti di gestire le interazioni con i clienti, mitigare i rischi o ottimizzare le operazioni, è lo strumento che fornisce l’azione corretta in tempo reale, aumentando velocità, precisione e fiducia Molte organizzazioni pubbliche si trovano oggi in una situazione paradossale: dispongono di più dati e strumenti di intelligenza artificiale che mai, eppure il […]

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Che si tratti di gestire le interazioni con i clienti, mitigare i rischi o ottimizzare le operazioni, è lo strumento che fornisce l’azione corretta in tempo reale, aumentando velocità, precisione e fiducia

Molte organizzazioni pubbliche si trovano oggi in una situazione paradossale: dispongono di più dati e strumenti di intelligenza artificiale che mai, eppure il carico di lavoro del personale non è affatto diminuito. Anzi, in diversi casi è addirittura cresciuto, perché l’IA e gli analytics producono un volume crescente di segnalazioni, insight e raccomandazioni che qualcuno deve comunque leggere, valutare e trasformare in decisioni operative. Questo pone una domanda scomoda ma centrale: si può davvero parlare di efficienza se ogni singolo suggerimento generato dagli algoritmi richiede comunque un intervento manuale? Una volta colti i frutti più facili dell’automazione, la vera sfida diventa un’altra: trasformare gli insight prodotti dagli strumenti analitici in azioni automatizzate, coerenti e verificabili. Per gli enti pubblici, spesso alle prese con budget limitati e organici ridotti, questa trasformazione rappresenta un’opportunità enorme. Diverse indagini di settore indicano che la maggioranza dei dirigenti pubblici guarda all’intelligenza artificiale soprattutto come leva per migliorare l’efficienza e l’efficacia dei processi interni, più che come strumento per altri obiettivi.

Il problema delle decisioni che contano davvero

Molte delle decisioni più delicate della macchina amministrativa, l’idoneità a percepire un sussidio, la conformità fiscale, gli esiti sanitari, la prevenzione delle frodi, la risposta alle emergenze, vengono ancora oggi gestite attraverso processi manuali, sistemi informativi scollegati tra loro o analisi puntuali che non reggono l’urto della realtà quando la pressione aumenta. Nel settore pubblico, semplicemente, non è concesso fallire. Un ente pubblico non può sospendere un servizio, ritirarsi da un ambito di competenza o scegliere di servire solo una parte della popolazione quando la domanda esplode o le condizioni cambiano improvvisamente. Che si tratti di rispondere a una calamità naturale, gestire un picco di richieste di sussidi o elaborare milioni di dichiarazioni fiscali, le amministrazioni devono garantire decisioni su vasta scala mantenendo allo stesso tempo equità, conformità normativa e trasparenza. È proprio in questo spazio che si inserisce il concetto di decision intelligence, ovvero l’insieme di tecnologie e metodologie che permette di automatizzare le decisioni ricorrenti.

Che cos’è, in pratica, la decision intelligence

La decision intelligence unisce diverse tecnologie con l’obiettivo di automatizzare le decisioni di routine. Applicata insieme all’intelligenza artificiale, consente a un’amministrazione di ottimizzare le proprie operazioni automatizzando sia le decisioni standard sia le azioni che ne conseguono. È importante chiarire un equivoco diffuso: non si tratta di sostituire il giudizio umano, bensì di renderlo operativo su scala, incorporando analytics, regole di business e componenti di IA in flussi decisionali ripetibili, capaci di funzionare in modo continuo, di adattarsi ai cambiamenti e di reggere il confronto con il controllo pubblico. In moltissimi processi della pubblica amministrazione, l’intelligenza artificiale è già in grado di generare raccomandazioni, ma restano le persone a doverle esaminare e mettere in pratica. Quando i volumi sono contenuti, questo modello di revisione umana funziona bene. Il problema nasce quando i casi da gestire salgono a decine o centinaia di migliaia: a quel punto lo smistamento e la definizione delle priorità in modo manuale diventano un collo di bottiglia, generando arretrati e ritardi.

In questo scenario si inserisce l’approccio di SAS alla decision intelligence, che combina analytics, intelligenza artificiale, machine learning e regole di business per supportare decisioni operative su larga scala. Soluzioni come SAS Intelligent Decisioning, basato su SAS Viya,  consentono di orchestrare modelli, regole e workflow decisionali, aiutando le organizzazioni a passare dall’analisi all’azione in modo più rapido, coerente e verificabile.

La decision intelligence interviene proprio qui: organizza, prioritizza e instrada automaticamente i casi su larga scala, liberando il personale da compiti ripetitivi affinché possa concentrare le proprie competenze dove producono più valore. Molte amministrazioni utilizzano già gli analytics per identificare rischi, prevedere la domanda o individuare pattern significativi. La domanda successiva, però, resta aperta: cosa succede quando un modello produce un risultato? Chi agisce concretamente su quel risultato? Con quale rapidità? E in base a quali regole? Uno strumento evoluto di decision intelligence risponde proprio a queste domande, fungendo da livello di orchestrazione tra l’analisi dei dati e l’azione concreta. Stabilisce quale modello applicare, quali regole devono governare i risultati, quali soglie fanno scattare un’escalation verso un operatore umano e come i sistemi devono eseguire le decisioni prese. Altrettanto importante è la capacità di questi sistemi di documentare come e perché ogni decisione è stata presa. Questo permette alle amministrazioni di trasformare processi lenti, manuali o incoerenti in flussi automatizzati che continuano comunque a riflettere l’intento delle politiche pubbliche, i vincoli normativi e la supervisione umana necessaria.

Dove la decision intelligence sta già generando valore pubblico

Diversi ambiti della pubblica amministrazione e della sanità pubblica stanno già sperimentando concretamente i benefici di questo approccio. In contesti di grandi call center sanitari pubblici, la decision intelligence orchestra modelli di elaborazione del linguaggio naturale, tecniche di retrieval-augmented generation, regole di business e agenti basati su intelligenza artificiale per classificare e risolvere gli incidenti anche in condizioni di crisi. Automatizzando classificazione, definizione delle priorità e instradamento degli incidenti, le organizzazioni possono ridurre in modo significativo i tempi di risoluzione, migliorare la coerenza degli interventi e scalare le operazioni durante le emergenze.

Le agenzie delle entrate utilizzano la decision intelligence per valutare in tempo reale le dichiarazioni fiscali nel momento stesso in cui vengono presentate. Confrontando i dati inseriti con lo storico, con fonti terze e con le regole normative, le amministrazioni possono fornire indicazioni immediate ai contribuenti, segnalare potenziali errori e assegnare un punteggio di rischio senza ricorrere automaticamente a misure sanzionatorie. Il risultato è una maggiore compliance fiscale spontanea, un uso più efficiente delle risorse investigative e una relazione di fiducia rafforzata tra cittadini e amministrazione fiscale. Nell’ambito dell’integrità dei pagamenti sanitari, la decision intelligence coordina modelli di machine learning, analisi delle reti relazionali e regole di business lungo l’intero ciclo di vita delle richieste di rimborso. Le decisioni su quali richieste bloccare, sottoporre a verifica o liquidare vengono prese in modo trasparente e coerente, permettendo di prevenire pagamenti indebiti prima ancora che i fondi vengano erogati.

I criteri che contano davvero nella scelta di una soluzione

Il software decisionale non è certo una novità nel panorama tecnologico, ma molte piattaforme esistenti faticano ancora a rispondere alle esigenze specifiche del settore pubblico. Nella valutazione di una soluzione di decision intelligence, è opportuno privilegiare le piattaforme capaci di operare su vasta scala e di incorporare la governance già nella progettazione stessa del sistema. Trattandosi di decisioni ad alto impatto, le amministrazioni hanno bisogno di processi spiegabili, verificabili e sottoposti a monitoraggio continuo, nel pieno rispetto delle regole di business e dei vincoli operativi già definiti da normative e politiche pubbliche.

È altrettanto fondamentale che questi strumenti si integrino con le tecnologie agentiche e generative senza però perdere il controllo del processo. Le amministrazioni devono poter automatizzare le decisioni dove è opportuno farlo, mantenendo però un supervisore umano dove la normativa lo richiede. Serve inoltre la flessibilità di adattare i sistemi nel tempo, al mutare delle politiche pubbliche, senza dover ogni volta reingegnerizzare l’intera piattaforma da zero. Per chi guida oggi un ente pubblico, la domanda non è più se gli analytics e l’intelligenza artificiale possano migliorare l’efficienza e l’efficacia dei processi. La vera domanda è come renderli operativi in modo responsabile, su larga scala e sotto una supervisione costante. La decision intelligence rappresenta esattamente questo ponte: trasforma l’analisi dei dati in decisioni affidabili, e le decisioni in risultati trasparenti e verificabili per i cittadini.

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La firma digitale diventa wireless con WirelessKey di InfoCert https://www.datamanager.it/2018/10/la-firma-digitale-diventa-wireless-con-wirelesskey-di-infocert/ Tue, 09 Oct 2018 09:32:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=171836 Con WirelessKey di InfoCert è possibile firmare con token anche dai dispositivi mobili e accedere ai servizi online della PA InfoCert (Gruppo Tecnoinvestimenti) lancia WirelessKey, il nuovo token di firma digitale che può essere utilizzato in modalità tradizionale, attraverso il collegamento al PC, ma anche attraverso un collegamento wireless con qualunque dispositivo mobile, ad esempio smartphone […]

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Con WirelessKey di InfoCert è possibile firmare con token anche dai dispositivi mobili e accedere ai servizi online della PA

InfoCert (Gruppo Tecnoinvestimenti) lancia WirelessKey, il nuovo token di firma digitale che può essere utilizzato in modalità tradizionale, attraverso il collegamento al PC, ma anche attraverso un collegamento wireless con qualunque dispositivo mobile, ad esempio smartphone o tablet, sfruttando la tecnologia bluetooth.

Firma digitale wireless con WirelessKey

Grazie a WirelessKey, gli utenti possono autenticarsi ai servizi online della Pubblica Amministrazione semplicemente dal proprio dispositivo mobile e senza dover configurare i certificati all’interno del browser. Per accedere ai servizi, ad esempio di INPS, Processo Civile Telematico e Agenzia delle Entrate, con WirelessKey basta attivare la funzione di connessione Bluetooth: a tutte le transazioni è garantita una sicurezza di “livello 3”, ovvero al massimo livello di affidabilità per le fasi di autenticazione e accesso al servizio.

In particolare WirelessKey, con un semplice tocco, consente agli avvocati di accedere al Portale Civile Telematico da dispositivi mobili, ai commercialisti di usufruire di tutti i servizi del Sistema Camerale e agli imprenditori di accedere ai servizi online per i quali è richiesta l’autenticazione.

“Siamo costantemente impegnati nell’innovazione delle nostre soluzioni, con l’obiettivo di renderle sempre più rispondenti alle esigenze dei nostri clienti, che oggi si aspettano di poter coniugare una user experience in mobilità con affidabilità, sicurezza e velocità d’esecuzione – dichiara Carmine Auletta, CIO di InfoCert, Gruppo Tecnoinvestimenti – WirelessKey è uno strumento di firma digitale completamente innovativo, che permette di semplificare l’attività di imprenditori e professionisti, permettendo loro di operare anche lontano dall’ufficio o dallo studio in totale sicurezza.”

La realizzazione di WirelessKey ha impegnato il team di Ricerca e Sviluppo di InfoCert per oltre 12 mesi ed ha richiesto il coinvolgimento di diversi partner e istituti di ricerca esterni in una logica di open innovation. Oltre al progetto hardware il team ha concepito e sviluppato l’intero stack software, incluso uno speciale web-browser integrato all’interno dell’app Dike Mobile di InfoCert disponibile su iOS e Android.

WirlessKey conferma tutti i vantaggi che caratterizzano la firma digitale InfoCert, come la piena conformità alle normative italiane e europee: infatti il dispositivo ospita certificati di firma eIDAS capaci di garantire il massimo valore legale a qualunque transazione di firma. Disponibile su www.wirelesskey.it o sul sito InfoCert, si può già acquistare online al prezzo promozionale di 99€+IVA invece di 149€+IVA: l’acquisto include il riconoscimento via Web di InfoCert, la procedura di identificazione totalmente online che consente di ottenere subito la firma digitale senza doversi recare presso lo sportello di un pubblico ufficiale.

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Innovazione nella PA: le tante, forse troppe, cose da fare https://www.datamanager.it/2018/07/innovazione-nella-pa-le-tante-forse-troppe-cose-da-fare/ Wed, 11 Jul 2018 15:02:31 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151165 Quando capita di leggere che i cinesi attaccano gli americani oppure che i russi spiano l’Occidente, non appena si capisce che si parla di vicende che hanno luogo nello spazio cibernetico tutti fanno spallucce e la giornata prosegue come se nulla fosse accaduto e – peggio – potesse mai accadere Le cronache che hanno preceduto […]

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Quando capita di leggere che i cinesi attaccano gli americani oppure che i russi spiano l’Occidente, non appena si capisce che si parla di vicende che hanno luogo nello spazio cibernetico tutti fanno spallucce e la giornata prosegue come se nulla fosse accaduto e – peggio – potesse mai accadere

Le cronache che hanno preceduto l’estate sono state costellate di episodi concreti e fondati sospetti che evidenziano una crescente fragilità del contesto in cui viviamo. Mentre si parla di “cyber” – magari a bocca piena – tra una tartina e un tramezzino durante il “light lunch” di una delle miriadi di conferenze e workshop, fuori dai nostri confini (dove alla non sempre produttiva attività turistico-congressuale si predilige la ricerca e la pratica sperimentazione) il fronte digitale è presidiato e soprattutto è al centro dell’attenzione politica e imprenditoriale. Nella “terra dei cuochi”, ben più estesa di quella famigerata “dei fuochi”, il modello MasterChef ispira l’impegno nella digitalizzazione del Paese. Si va avanti con interventi di nouvelle cousine (quelli da mezza oliva taggiasca su una foglia di cappero di Favignana adagiata su un letto di purea di cipolla di Tropea…) che non possono certo sfamare appetiti di automazione troppo datati e radicati.

Ricordo le chiacchiere di Giancarlo Scatassa, storico personaggio dell’informatica nella Pubblica Amministrazione che le nuove generazioni non conoscono. Era il grand commis che alla Funzione Pubblica – Remo Gaspari regnante – predicava “devono essere i dati e i documenti che si muovono automaticamente nei meandri degli uffici e non il cittadino che deve correre per fornire ogni volta informazioni che lo Stato già ha”. Il virgolettato non è testuale, ma sintetizza un pensiero che costituiva il refrain di ogni discorso che in qualunque circostanza Scatassa era tenuto a ripetere.

Chiacchiere. Solo chiacchiere. E proprio per questo “immortali”. Un simile discorso potrebbe entusiasmare i cittadini anche trent’anni dopo la sua declamazione originaria. Era più o meno il 1988, eppure dichiarazioni del genere mantengono una attualità incommensurabile. In questo arco temporale, si sono succeduti guru e profeti del “qualcosa punto zero”, che – senza sapere di aver biecamente copiato Scatassa – non esitano ad auspicare l’iperuranio della PA perfetta, a prospettare un futuro quasi presente fatto di soli vantaggi derivanti dalle tecnologie, a tentare di far credere che siamo a un passo dalla meta. Le code agli sportelli e le cartelle pazze del Fisco sono stati per anni lo sfondo delle promesse mancate e della fiducia tradita. Fare esempi di inefficienza contemporanea sarebbe impietoso e, avendo deciso di far voto di bontà, mi astengo dal commentare raccapriccianti episodi recenti che potrebbero minare le poche aspettative residue del quisque de populo. La digitalizzazione dell’universo pubblico rappresenta un classico degli argomenti da conversazione. La cybersecurity è invece il tema caldo: nei salotti non c’è chi non ne parla simulando di “sapere l’ultima”, al pari di chi un tempo – pur di sembrare simpatico – scodellava patetiche barzellette stantie spacciandole per appena sbocciate gemme di ironia.

Nei giorni in cui si avvia il “Governo del cambiamento”, mi permetto di alzare un dito dall’ultimo banco e richiamare l’attenzione di chi sta al di là della cattedra. Innovazione tecnologica e sicurezza digitale sono un binomio inscindibile. L’auspicio è che la circostanza non venga dimenticata. La vulnerabilità di un paese comincia proprio con il disarticolato e non omogeneo processo di informatizzazione, che a sua volta è frutto di una atavica mancanza di un progetto imperativo sugli obiettivi da perseguire e sui livelli di servizio da ottenere, della sostanziale incapacità di committenza dell’apparato pubblico centrale e locale, della inammissibile insensibilità alle conseguenze cui si può andare incontro. C’è molto, forse troppo, da fare. E non ci si può permettere il lusso di aspettare ancora o – ancor peggio – di continuare a bighellonare. Non bastano una manciata di app e qualche annuncio clamoroso a risolvere la situazione.

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La PA fra 3 anni: il 34% degli enti evolverà verso un ecosistema IT ibrido https://www.datamanager.it/2018/06/la-pa-fra-3-anni-il-34-degli-enti-evolvera-verso-un-ecosistema-it-ibrido/ Tue, 12 Jun 2018 12:13:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149384 Questo quanto emerso nel Report “Osservatorio Cloud per la PA” condotto dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Dell EMC, che ha analizzato gli impatti del Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione (2017-2020) Il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione (2017-2020) – predisposto dal precedente Governo del Premier Paolo Gentiloni – sta guidando […]

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Questo quanto emerso nel Report “Osservatorio Cloud per la PA” condotto dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Dell EMC, che ha analizzato gli impatti del Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione (2017-2020)

Il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione (2017-2020) – predisposto dal precedente Governo del Premier Paolo Gentiloni – sta guidando le attuali strategie di evoluzione tecnologica degli enti pubblici italiani.

È quanto emerge dal Report “Osservatorio Cloud per la PA” condotto dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Dell EMC, che ha intervistato gli enti locali per analizzare l’evoluzione delle infrastrutture IT fisiche, alla luce dello stesso Piano Triennale.

Nello scenario attuale della PA, si sta tracciando la via per la realizzazione di un Cloud della Pubblica Amministrazione che sarà sempre più orientato verso un modello ibrido: una parte delle risorse rimarrà on-premise (o proprietarie), ma dovrà essere orchestrata e gestita con continuità rispetto alla parte di risorse esternalizzate.

Considerando tutte le risorse applicative (applicativi core, applicativi di supporto e servizi digitali al cittadino), nei prossimi 3 anni, assisteremo all’evoluzione verso un ecosistema IT ibrido per il 34% degli enti della PA. Un ecosistema in cui si dovrà integrare e orchestrare una porzione di risorse on-premise con una parte di risorse gestite esternamente, in modello outsourced o community.

Questo modello di sourcing ibrido sarà un elemento che impatterà anche sulla trasformazione delle competenze del personale IT degli enti e sui modelli di governance dell’ecosistema.

Secondo quanto emerge dalla ricerca, quasi il 50% degli enti è spinto verso l’esternalizzazione delle risorse IT dall’inadeguatezza delle risorse proprietarie in termini di sicurezza e continuità. Mentre, circa il 40% è consapevole che il processo di esternalizzazione può rappresentare un elemento di svolta in ottica velocizzazione delle attuali iniziative digitali, innovazione e accelerazione della trasformazione digitale degli enti.

“Il Piano Triennale è un documento strategico che ha l’obiettivo di guidare la digitalizzazione del Sistema Paese”, ha commentato Filippo Ligresti, VP & General Manager Commercial Business di Dell EMC Italia. “Dalla ricerca del Politecnico di Milano emerge che molti enti pubblici italiani hanno già in programma di lavorare seguendo le direttive del Piano, nell’ottica di accelerare la trasformazione digitale, razionalizzare  la spesa pubblica in tecnologia e le strutture fisiche, migliorando la qualità del servizio ai cittadini. Tuttavia, dallo studio è chiaro come ci siano ancora diverse barriere da superare lungo il percorso che porta a modelli di gestione esternalizzati. Ostacoli come perplessità legate alla sicurezza e alla privacy dei dati sensibili, la difficoltà a identificare un vantaggio di costo per quelle realtà piccole con carichi di lavoro prevedibili o la necessità di un percorso di modernizzazione delle architetture applicative interne in ottica cloud-ready. Acora più cruciale quindi il ruolo dei Poli Strategici Nazionali nell’abilitazione del piano e della Trasformazione Digitale della PA.”.

Le previsioni di spesa confermano lo spostamento della PA verso modelli ibridi. Crescerà, infatti, nei prossimi 3 anni il budget per la gestione esterna mentre diminuirà in modo significativo quello relativo all’on-premise.

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Digital Transformation e Smart Working i temi di Fujitsu al Forum PA 2018 https://www.datamanager.it/2018/05/digital-transformation-e-smart-working-i-temi-di-fujitsu-al-forum-pa-2018/ Mon, 28 May 2018 10:30:06 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148366 In occasione del Forum PA 2018, il più importante evento in Italia dedicato al settore della Pubblica Amministrazione (Roma, 22 – 24 maggio), Fujitsu ha preso parte oggi al convegno “Digital transformation e smart working della PA”. Marco Romagnoli, Head of Direct Sales Product di Fujitsu Italia, nel suo intervento ha illustrato la visione della […]

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In occasione del Forum PA 2018, il più importante evento in Italia dedicato al settore della Pubblica Amministrazione (Roma, 22 – 24 maggio), Fujitsu ha preso parte oggi al convegno “Digital transformation e smart working della PA”.

Marco Romagnoli, Head of Direct Sales Product di Fujitsu Italia, nel suo intervento ha illustrato la visione della società rispetto ai temi dell’innovazione nell’ambiente di lavoro e di come la tecnologia possa supportare anche nel settore della PA la trasformazione digitale.

Più in particolare, Romagnoli ha presentato i risultati di un recente studio commissionato da Fujitsu alla società di ricerche PAC (CXP Group) che, analizzando un campione significativo di responsabili decisionali di alto livello sia del settore pubblico sia privato in Europa, Oceania e Nord America, ha consegnato un quadro significativo di come la PA si stia adoperando per adottare una serie di iniziative in grado di affrontare le esigenze di innovazione non solo attuali ma, soprattutto, future – ed in particolare fino al 2025.

Entro il 2025, i millennial rappresenteranno oltre il 50% della forza lavoro in tutti i settori. Ciò comporta, per tutti i settori, compresa la Pubblica Amministrazione, l’implementazione di nuovi processi, politiche e investimenti tecnologici che possano garantire modelli più flessibili e maggiore apertura alla collaborazione.

Dall’indagine condotta a livello globale emerge che il settore della PA è quello che maggiormente (53%) si sta adoperando per creare un workplace il più simile possibile a una “esperienza consumer” e che sta pianificando investimenti a breve termine nelle piattaforme enterprise social (68%) per migliorare la collaborazione interna.

Le agenzie del settore pubblico sono quelle che dovranno sostenere un incremento della forza lavoro cross-generazionale più significativo rispetto ad altri; per questo, il 38% del campione sta pensando di attuare cambiamenti per favorire la condivisione della conoscenza tra le generazioni. Una sfida importante se si pensa che solo l’11% degli intervistati può vantare strutture e processi veramente efficaci per tale scopo.

Il tema della sicurezza informatica è tra i più sentiti dal settore pubblico, tanto da essere al centro della revisione di molte strategie attuali: le sfide principali riguardano la gestione degli accessi da remoto (93%) e delle identità (92%). In questi progetti, secondo l’indagine, le PA stanno cercando il supporto di competenze esterne (87%) per avere la garanzia di un apporto valido e al tempo stesso non intrusivo.

In generale, lo studio commissionato da Fujitsu restituisce un quadro del settore della PA non molto dissimile da altri. La spinta del digitale deve essere sostenuta per attivare un processo di innovazione e attirare nuove competenze per supportare nuovi modi di lavorare. Ma a fronte di esigenze importanti, quali ad esempio quelli di cybersecurity, i processi e le tecnologie attuali sembrano rallentare la produttività. Secondo lo studio, infatti, addirittura l’85% del campione pensa che l’interoperabilità non sia possibile per colpa della tecnologia obsoleta in uso e più della metà (il 52%) che la produttività sia frenata anche per colpa di un approccio alla sicurezza informatica non adeguato.

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Santoni (Cisco): con la tecnologia creiamo una PA agile, per mettere al centro dell’innovazione i cittadini https://www.datamanager.it/2018/05/santoni-cisco-con-la-tecnologia-creiamo-una-pa-agile-per-mettere-al-centro-dellinnovazione-i-cittadini/ Wed, 23 May 2018 13:09:24 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148227 “L’Italia ha bisogno di una pubblica amministrazione agile, che usi la tecnologia per creare piattaforme su cui offrire servizi digitali che mettano al centro i cittadini e i bisogni reali di ogni territorio”. Questa l’affermazione di Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia, intervenuto nel convegno “Quale PA per quale paese?” che ha aperto l’edizione […]

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“L’Italia ha bisogno di una pubblica amministrazione agile, che usi la tecnologia per creare piattaforme su cui offrire servizi digitali che mettano al centro i cittadini e i bisogni reali di ogni territorio”.

Questa l’affermazione di Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia, intervenuto nel convegno “Quale PA per quale paese?” che ha aperto l’edizione 2018 di Forum PA, a Roma.

“La trasformazione digitale dei processi e delle piattaforme della PA che è stata avviata negli ultimi anni deve procedere sempre più speditamente, puntando alla semplicità e all’apertura per facilitare imprese e cittadini nell’accesso alle opportunità del digitale. In questo percorso le amministrazioni locali hanno il ruolo essenziale di “mettere a terra” l’innovazione in progetti allineati con le diversità e le necessità locali”.

Un secondo elemento di vitale importanza per moltiplicare l’impatto positivo della tecnologia è una reale diffusione delle competenze necessarie a vivere e lavorare nel mondo di oggi.  Per questo, ha detto Santoni, è “urgente attivare un’azione di formazione capillare e veloce, perché l’Italia ha bisogno di cittadini attivi, capaci di collaborare all’innovazione con idee e partecipazione. Questo significa agire in partenza, sui banchi di scuola, ma non solo:  è centrale attivarsi anche sul tema della riqualificazione di cittadini e lavoratori che devono avere gli strumenti per affrontare cambiamenti profondi.  Per questo quando lavoriamo con le amministrazioni locali chiediamo loro sempre di affiancare alle iniziative che di volta in volta lanciamo anche iniziative legate alla formazione”.

La partecipazione di Cisco Italia come main partner a Forum PA è l’occasione per l’azienda di condividere quanto appreso e sperimentato, in particolare, negli ultimi due anni e mezzo, lavorando con numerose pubbliche amministrazioni locali italiane nel quadro di Digitaliani – il piano di investimento con cui Cisco ha messo a disposizione del paese 100 milioni di dollari per accelerare la digitalizzazione nel paese.

E’ di pochi giorni fa il più recente, doppio annuncio:  la Regione Liguria e il Comune di Genova hanno infatti siglato il 14 maggio un protocollo di intesa con Cisco per avviare delle iniziative legate alle esigenze dei loro territori.  Con la Regione Liguria il punto centrale dell’accordo riguarda un supporto all’ammodernamento delle infrastrutture tecnologiche regionali, per avere una piattaforma più potente, sicura, performante con cui offrire servizi ai cittadini; il Comune di Genova invece punta sull’innovazione nei servizi culturali e turistici, offrendo alle start up locali la possibilità di sperimentare nuovi servizi per turisti e cittadini su una nuova rete WI-Fi ad alte prestazioni che sarà creata nell’area del Museo di Villa Croce.

Gli altri progetti che vedono la collaborazione di Cisco con le amministrazioni locali italiane sono Safer Milan, un progetto per realizzare un “centro operativo per la sicurezza” al servizio della città di Milano, che usa le tecnologie più innovative per l’analisi dei dati e per la cybersecurity per integrare su una piattaforma unica diversi sistemi legati alla sicurezza delle persone.

La Circoscrizione 4.0 con il Comune di Perugia:  un servizio che permette ai cittadini che vivono nelle zone periferiche della città di connettersi agli uffici comunali in centro dalle sedi delle circoscrizioni, utilizzando tecnologie di collaborazione e comunicazione in video che permettono di usufruire dei diversi servizi dialogando con gli operatori degli uffici comunali. Il progetto realizza uno degli obiettivi del protocollo di intesa siglato nel dicembre 2016.

Lo “Smart City Living Lab” nella città di Palermo:  la creazione nel centro storico, ed in particolare sul “Percorso Arabo Normanno” patrimonio mondiale Unesco, di un’area dotata di connettività e tecnologie evolute a disposizione di start up, imprese e cittadini per creare applicazioni innovative che valorizzano turismo, sicurezza, servizi locali. Il progetto fa parte di un’intesa siglata a ottobre 2016 che prevede anche iniziative di formazione, di sviluppo dell’ecosistema di innovazione.

Il protocollo di intesa, già rinnovato dopo i primi due anni, con la Regione Friuli Venezia Giulia. Tra le diverse iniziative avviate spicca la creazione di una infrastruttura digitale per il tracciamento delle merci nelle operazioni doganali, al porto commerciale di Trieste.

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Sistema Paese 4.0 https://www.datamanager.it/2018/05/sistema-paese-4-0/ Fri, 18 May 2018 14:10:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147975 Sinergie digitali a supporto della trasformazione digitale della PA Cambiare residenza? Quinta tappa del roadshow nazionale promosso da Confindustria Digitale, in collaborazione con il Team per la trasformazione digitale. Bergamo primo capoluogo lombardo a subentrare nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR). Finora un’impresa laboriosa e costosa, che significava documenti da portare e autocertificazioni varie, con […]

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Sinergie digitali a supporto della trasformazione digitale della PA

Cambiare residenza?

Quinta tappa del roadshow nazionale promosso da Confindustria Digitale, in collaborazione con il Team per la trasformazione digitale. Bergamo primo capoluogo lombardo a subentrare nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR). Finora un’impresa laboriosa e costosa, che significava documenti da portare e autocertificazioni varie, con il Comune obbligato a notificare il cambio a tutti gli altri enti con cui il cittadino ha a che fare, come la Motorizzazione Civile o l’Inps. E questo perché a non parlarsi sono non solo le differenti Anagrafi ma anche le diverse Pubbliche Amministrazioni. Ebbene, ora i cittadini di Bergamo possono dimenticarsi tutto ciò, perchè con l’adesione del Comune all’Anpr le pratiche demografiche diventano operazioni automatizzate, semplici e immediate. E per l’Amministrazione significherà risparmiare sui costi e offrire ai cittadini servizi migliori. Ecco la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione: passaggio strategico per il Paese per aumentare la qualità delle prestazioni e dei servizi pubblici, ridurre deficit e debito pubblico, contribuire alla crescita di competitività delle aziende e all’attrattività del territorio.

Sinergie digitali tra PA e mercato

E’ questo il tema proposto dal roadshow “Sistema PAese 4.0,” approdato oggi a Bergamo per la sua quinta tappa, dopo gli incontri di Perugia, Milano, Trento, Taranto. Promosso da Confindustria Digitale e dal Team per la trasformazione digitale e organizzato per l’occasione in collaborazione con il Comune di Bergamo e Confindustria Bergamo, l’iniziativa vuole supportare, stimolando una maggiore collaborazione tra PA e sistema produttivo, la diffusione delle grandi piattaforme digitali previste dal Piano Triennale per l’Informatica nella PA.

L’inefficienza dell’amministrazione

L’inefficienza dell’amministrazione pubblica costa oggi al Paese quasi 30 miliardi di euro, circa 2 punti di PIL. Per le imprese, in particolare, la burocrazia rappresenta un costo molto rilevante, con incidenze che si attestano tra il 2% ed il 4% del fatturato e con pesi più elevati al decrescere della dimensione dell’azienda. Solo il ridisegno dei processi e la loro digitalizzazione possono dar luogo a una vera spending review e crescita di efficienza. Ma la bassa velocità e la dimensione frammentaria con cui marcia l’innovazione della Pa sul territorio disegnano ancora una geografia estremamente discontinua, in cui ad alcune esperienze eccellenti si affianca la maggior parte degli enti che hanno difficoltà nel fare il salto.

Anpr, PagoPa, Spid, Cie

Attraverso l’adesione di enti e amministrazioni ai nuovi strumenti come Anpr, PagoPa, Spid, Cie, l’innovazione passa dall’essere un fatto episodico e frammentario a divenire un fattore sistemico con positive ricadute sul territorio. L’impegno di fondo è promuovere forme di co-progettazione delle soluzioni, adeguate per assicurare che le nuove normative e piattaforme digitali siano di immediata adozione, capaci quindi di abilitare profonde trasformazioni e creare un volano positivo per la crescita dell’economia e lo sviluppo del Paese.

La tappa bergamasca

Alla tappa bergamasca del roadshow hanno preso parte il Commissario straordinario all’Agenda digitale Diego Piacentini, il Sindaco della città Giorgio Gori, l’Assessore ai servizi anagrafici del Comune Giacomo Angeloni e il Presidente della locale Confindustria Stefano Scaglia, Enrico Cereda, presidente dello Steering Committee piattaforme digitali per la PA di Confindustria Digitale e Salvatore Volo, responsabile grandi clienti Gruppo Maggioli.

L’attuazione dell’Agenda Digitale

“L’attuazione dell’Agenda Digitale – ha dichiarato Stefano Scaglia, Presidente Confindustria Bergamo – è un’iniziativa importante e strategica per far avanzare la trasformazione digitale del Paese sia per quanto riguarda le relazioni tra imprese e pubblica amministrazione che per gli scambi tra imprese e imprese, velocizzando i processi amministrativi e i rapporti commerciali. Concretamente ciò si traduce in un abbattimento generale dei costi e in una maggiore efficienza. Guardiamo quindi con estremo interesse alle piattaforme abilitanti previste nel piano triennale per la digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione”. Diego Piacentini, Commissario straordinario all’Agenda Digitale, ha sottolineato che: “La quinta tappa del roadshow sul territorio ci porta a Bergamo che proprio ieri ha raggiunto un traguardo importante: è il primo capoluogo della Regione Lombardia a subentrare nell’Anagrafe Nazionale Unica. Per trasformare digitalmente la pubblica amministrazione è necessaria una governance che parta dal centro, ma non è sufficiente. Solo con una sinergia concreta con le amministrazioni locali si può realizzare questo processo”.

La trasformazione digitale per la crescita del Paese

“Arrivato ormai alla sua quinta tappa, questo road-show conferma la grande utilità della sua natura: quella di portare la conoscenza delle grandi piattaforme digitali nazionali sul territorio, facendo concretamente percepire i benefici che, dalla loro applicazione, possono derivare allo sviluppo e alla crescita dell’economia locale e nazionale. In tutte le tappe abbiamo riscontrato grande interesse e partecipazione, a conferma del desiderio di innovazione grazie a nuove sinergie fra pubblico e privato – ha spiegato Enrico Cereda, presidente dello Steering Committee piattaforme digitali per la PA di Confindustria Digitale e responsabile del progetto Sistema PAese 4.0. “Per questo – ha proseguito Cereda – continueremo a richiamare al confronto tutti i diversi attori: dagli enti locali alle aziende, dagli sviluppatori alle start-up, dagli operatori economici ai rappresentanti del mondo della scuola e della ricerca. Vogliamo favorire la nascita di una visione integrata e multidisciplinare delle problematiche presenti sul territorio, capace di individuare nelle tecnologie messe a disposizione dal Piano Triennale, le opportunità per trovare soluzioni di ecosistema. L’esigenza di modernizzazione che ha il Paese può trovare molte risposte in questa rinnovata azione sinergica”.

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I vantaggi del documentale per aziende e PA https://www.datamanager.it/2018/05/i-vantaggi-del-documentale-per-aziende-e-pa/ Thu, 17 May 2018 14:57:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147881 Processi più veloci e snelli, maggiore trasparenza, vicinanza con i clienti e i cittadini e un nuovo modo per mettere al sicuro la comunicazione interna ed esterna. Così la gestione documentale sta rinnovando la conservazione e l’accesso dei dati più importanti per aziende e pubbliche amministrazioni, sfruttando i benefici del cloud e il bisogno di […]

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Processi più veloci e snelli, maggiore trasparenza, vicinanza con i clienti e i cittadini e un nuovo modo per mettere al sicuro la comunicazione interna ed esterna. Così la gestione documentale sta rinnovando la conservazione e l’accesso dei dati più importanti per aziende e pubbliche amministrazioni, sfruttando i benefici del cloud e il bisogno di mobilità

Fattori come il consolidamento della nuvola, dei software SaaS e delle soluzioni avanzate per la raccolta e l’analisi dei dati, rappresentano i vettori principali che guidano oggi la crescita del documentale. In mezzo a tali macro-tendenze ve ne sono altre alle quali oramai non facciamo nemmeno più caso, perché inserite naturalmente nel flusso dell’operatività moderna. Pensiamo alla mobilità e all’assenza di limiti strutturali nell’accesso ubiquito ai file, da qualsiasi luogo e dispositivo. Certo è che un panorama del genere necessita di standard e metodologie di fruizione condivise o almeno interoperabili e con supporti multipli, per non trasformare un vantaggio in una condizione sfavorevole.

È evidente che le difficoltà di integrazione con le piattaforme interne e i problemi legati alla sicurezza siano ancora fattori che pongono forti dubbi sull’adozione della gestione documentale, soprattutto presso quei soggetti che non facilmente accettano il cambiamento. Eppure, analisi del settore (Persistent, 2018) considerano l’Europa il mercato principale per il successo della dematerializzazione su scala globale, tanto da spingersi con l’affermare che nel giro di sette anni (2025) il segmento avrà raggiunto il suo picco massimo, grazie al finance e all’healthcare.

IL DOCUMENTALE SI TRASFORMA

Nonostante la gestione elettronica sia un concetto relativamente nuovo, abbiamo già assistito a una serie di trasformazioni causate, anche in via indiretta, da tecnologie tangenti. Il cloud è tra queste, ma gli scenari che si aprono sono molteplici: blockchain, machine learning, analisi predittiva, business intelligence. La gestione documentale del 2018 non è più quella che muoveva, timorosamente, i primi passi nel mondo enterprise. Lo sa bene IDC, che ne ha seguito l’evoluzione nel corso degli anni. «Il mercato delle soluzioni documentali è complesso e oggi si articola su tre fronti: device management, print management, enterprise output management» – spiega Sergio Patano, senior research & consulting manager di IDC Italia. «Il primo fa riferimento a software preposti a installare, attivare, configurare, monitorare e controllare i device di stampa. Il print management si occupa del tracking, del monitoraggio, del reporting e della gestione delle abitudini e dei prodotti di stampa, mentre le soluzioni di enterprise output management puntano ad automatizzare la produzione, la distribuzione e la gestione degli stream dalle applicazioni desktop o enterprise verso qualunque canale di output, fisico o virtuale».


Europa, primo mercato per la #dematerializzazione grazie al finance e all’healthcare
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EVOLUZIONE DEL MERCATO

«Il mercato così composto – continua Patano – crescerà a livello europeo, passando da circa 475 milioni di euro a poco meno di 500 milioni, un aumento pari a 3,9%. La curva si manterrà abbastanza stabile anche in futuro, tanto che il tasso di crescita medio annuo (CAGR) per il periodo 2017- 2021 sarà del 3,7% portando il settore a raggiungere i 550 milioni di euro nel 2021. Per quanto riguarda la tipologia di segmenti interessati dal documentale, oltre il 90% è composto dall’enterprise output management e dal print management, che sarà quello che per le previsioni guadagnerà meglio con un +4,6% entro il triennio». Si tratta di trend che le stesse aziende riscontrano nella loro quotidianità. È il caso di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia il cui managing director Pierfrancesco Angeleri ci dice: «La gestione di un business passa oggi attraverso la digitalizzazione e penso che il rate di adozione sia, in larga parte, soddisfacente nel nostro Paese. Come soggetto attivo nel campo ci adoperiamo molto affinché la gestione documentale sia sempre più “liquida” per favorire lo sviluppo e l’ottimizzazione delle strutture produttive. Per esempio, la soluzione in SaaS ARKon agevola la collaborazione integrata e la gestione dell’informazione dei documenti. Il software concentra una moltitudine di funzionalità in un solo prodotto che permette la conservazione con un click, presenta flussi definiti e brevi, automatizza una serie di invii che prima erano manuali».

MODELLI DI ADOZIONE

Alcuni trend, come lo smart working e la mobilità, hanno accelerato l’adozione di soluzioni documentali. Il successo di tali modelli può rappresentare una molla concreta per portare al cliente un successivo grado di innovazione. Sempre Angeleri: «Sicuramente, le imprese si stanno rendendo maggiormente conto che, in quanto processo, la digitalizzazione favorisce l’approccio al cliente. Di fatto, abbiamo trasformato piattaforme interne, come appunto ARKon, in un ECMS completo, che semplifica la gestione di qualunque tipo, dall’amministrativa alla corrispondenza giornaliera, fino alle operazioni commerciali».

Per Pablo Pellegrini, business unit manager, document management, workflow & services di SB Italia, la gestione documentale evoluta è pesantemente influenzata dai nuovi trend che si stanno rapidamente diffondendo. «L’espansione della mobilità ha portato a un’accelerazione nell’adozione di soluzioni documentali sempre disponibili sia in termini di tempo che di spazio. Le app per la gestione documentale, come la nostra Docsweb Mobile, abilitano la trasformazione digitale in atto nelle aziende, mettendo a disposizione nuovi modi di gestire processi di business che nascono e si sviluppano in maniera del tutto digitale. A titolo di esempio, possiamo citare la gestione delle note spese, dei processi amministrativi come la fatturazione o, per le risorse umane, la rilevazione delle presenze, la selezione del personale e così via».

In realtà, sono molti gli spunti che offrono alla gestione documentale l’opportunità di porsi come paradigma cardine del business, e trasversale dalle PMI alla PA. Per Laura Biasin, client manager service line Oracle di Sinfo One, dopo l’accelerazione ricevuta dalla Terza Piattaforma, (mobile, cloud, social e big data/analytics), la gestione documentale riceverà un’ulteriore spinta dal GDPR e dalla fatturazione e conservazione elettronica. «Si tratta di obblighi normativi che l’IT e il business devono affrontare congiuntamente per cogliere i benefici di una trasformazione su vasta scala sia dei workflow che dei documenti. Non è un caso se in Sinfo One vediamo le soluzioni di attuazione delle norme anche in chiave di miglioramento organizzativo e produttivo».

VISIONE INTEGRATA

Ovviamente non è tutto oro quello che si vede in giro. L’esperienza di Zucchetti in materia è utile a distinguere chi mette in pratica le best practice e chi è ancora legato a schemi riduttivi, che finiscono col rinchiudere il documentale in percorsi adattivi limitati: «Negli ultimi mesi c’è stata un’accelerazione sul fronte della gestione elettronica dei documenti, ma spesso ci si ferma a uno scambio in formato digitale e non all’introduzione di sistemi che favoriscano la gestione di flussi di dati da un applicativo aziendale all’altro, nell’ottica di una reale integrazione» – afferma Giorgio Mini, vicepresidente di Zucchetti. «A volte, non si vedono immediatamente i vantaggi proprio perché manca una visione integrata dei processi. Con Infinity DMS Zucchetti abbiamo pensato proprio a una soluzione capace di “federare” tutte le applicazioni per una condivisione totale dei documenti, con la possibilità di un accesso simultaneo e un motore di ricerca interno studiato per trovare le informazioni ovunque esse siano all’interno del sistema informativo». Timori condivisi da Nicola Savino, CEO di Savino Solution quando sottolinea che è ancora forte la paura del cambiamento. «Non esiste infatti una difficoltà tecnologica o di processo, ma soltanto culturale. Per questo motivo con il Metodo Savino, abbiamo creato un framework che aiuta le aziende e le PA ad affrontare il passaggio dall’analogico al digitale, senza il dubbio di commettere errori».


#documentale Crescita stabile. Il print management in testa entro il 2021 – @IDCItaly
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COMPLESSITÀ E CAMBIAMENTO

Del resto, il retaggio e il blocco dell’evoluzione informatica hanno sempre dimostrato che chi non è pronto a cambiare marcia, difficilmente riesce a vincere le sfide poste dalle rivoluzioni portate dalla tecnica. La conferma arriva da Laura Biasin di Sinfo One: «Le complicazioni riguardano la capacità di sviluppare iniziative di successo di ridisegno dei processi documentali, vero freno allo sviluppo del business. Diventa fondamentale il supporto di partner tecnologici innovativi, competenti sulla terza piattaforma e capaci di progettare soluzioni per il business specifico dell’azienda. Sinfo One è un riferimento per la trasformazione digitale e la scelta degli investimenti tecnologici, guidati tramite assessment, proof of concept e case history nazionali e internazionali». Per Nicola Savino di Savino Solution, «non si può parlare di Industria 4.0 se prima non impariamo a gestire in digitale le informazioni e i documenti che governano i nostri sistemi». Un panorama che, secondo Giorgio Mini di Zucchetti, trarrà beneficio in modo concreto da alcune novità già in via di definizione: «La fatturazione elettronica è tra queste, ma deve essere supportata da un servizio completo in termini di gestione documentale, dalla generazione della fattura, tramite la soluzione ERP, alla trasmissione e fino alla conservazione in bit». A questo livello di dematerializzazione – «aziende, PA e professionisti avranno un forte riscontro in termini di riduzione di costi e aumento di efficienza».

RIDISEGNARE I PROCESSI

In tale ambito, non solo la normativa continentale ma anche quella italiana si è mostrata pronta ad accogliere il rinnovamento. Gran parte del merito va, come anticipato, all’obbligo di fatturazione elettronica. «Si tratta di una spinta notevole a rivedere i processi del ciclo attivo e passivo per ridisegnarli completamente in ottica digitale» – afferma Pablo Pellegrini di SB Italia. «Affrontiamo da tempo il tema, realizzando progetti dedicati che vertono su Fatturazione Semplice, un hub di interoperabilità tra le organizzazioni, un servizio accessibile anche da dispositivi mobili, che garantisce l’esecuzione e il controllo del ciclo con affidabilità e sicurezza, in pochi passi». Nel business che affronta ogni giorno, Siav ha evidenziato una maggiore sensibilizzazione alla digitalizzazione, più di quanto lo fosse nel recente passato, forse proprio per merito della più ampia conoscenza che si ha dell’Industry 4.0. «Sicuramente, è in corso una ripresa degli investimenti da parte delle organizzazioni, sia aziende private che enti pubblici, in risposta alle pressanti sfide che un’economia globalizzata pone, sotto la spinta dei grandi trend tecnologici: big data, cloud, mobile, social. C’è forte attenzione circa la trasformazione digitale e non solo. Si va oltre, considerando tutte quelle aree che permettono il recupero di competitività, come l’accesso multicanale, l’integrazione delle informazioni e la loro gestione tramite strumenti flessibili e orientati al futuro» – spiega Alfieri Voltan, presidente di Siav. E anche Sinfo One è convinta della “forza motrice” rappresentata dalla quarta rivoluzione come vantaggio per un processo di cambiamento più profondo. Per Laura Biasin di Sinfo One, la dematerializzazione si inserisce nell’era della fabbrica 4.0 proponendo soluzioni flessibili alle esigenze del business senza appesantire l’IT e abilitando offerte scalabili negli investimenti. «La fatturazione elettronica coniuga piattaforme cloud e paradigmi SaaS per terziarizzare la complessità nel core business ed è integrata ai sistemi ERP a garanzia della tracciabilità dei dati, per il presidio e la qualità dei processi».

INTEROPERABILITÀ E SICUREZZA

Il mix di competenze e bisogni messi in campo dalla Industry 4.0 focalizza l’interesse su un concetto fondamentale, quello di interoperabilità. ARXivar International ha risposto a una simile necessità con NEXT. «Gestire i flussi delle informazioni (anche quelle non tracciate) in un contesto altamente complesso e in continua evoluzione richiede uno strumento facile e flessibile» – spiega Alberto Carrai, chief sales officer. «Questo deve essere in grado di connettere persone, processi e strumenti già esistenti (portali, sistemi ERP, applicazioni CRM) con alti livelli di security a garanzia di conformità alle normative e continuità operativa. Con ARXivar NEXT, Able Tech ha voluto dar seguito a tali sfide, realizzando una piattaforma che si integra perfettamente ai più diffusi sistemi ERP e gestionali, e che mette assieme tutte le più moderne funzionalità di enterprise information management, tra cui anche gli strumenti per la collaborazione e la privacy dei dati archiviati». «Ogni volta che viene generata o acquisita un’informazione, come la richiesta di un preventivo, NEXT fa partire un processo in cui il dato comincia a circolare tra tutte le persone coinvolte. Sembra banale, ma molte aziende gestiscono flussi del genere ancora in maniera manuale, faticando a mettere insieme tutte le informazioni necessarie e perdendo tempo in ripetizioni inutili. Un caos che incide sulla capacità decisionale e sui tempi di reazione. Tramite strumenti grafici e una chat integrata, favoriamo la comunicazione tra persone e aree di business, convinti che sia il dialogo la scintilla che da vita a nuove idee e quindi all’innovazione».


#Cloud #Integrazione L’evoluzione della #GestioneDocumentale nelle #imprese e la #PA
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COMPETENZE TRASVERSALI E GDPR

Non può mancare, in una profonda panoramica circa la corretta gestione del dato, la tematica del GDPR, già toccata fugacemente in precedenza. Il regolamento europeo pone una sfida concreta alle modalità di registrazione, conservazione e cancellazione dei dati dei cittadini. In che misura questo ha comportato un ripensamento di ciò che è, davvero, la gestione documentale delle informazioni, sia presso il cliente che il fornitore di tecnologia? Per Nicola Savino di Savino Solution la gestione intelligente e digitale dei documenti dovrebbe sempre avvenire rispettando la riservatezza del dato. «Il GDPR non ha fatto altro che standardizzare la necessità. Per questo, la nostra soluzione documentale è già conforme alla normativa, visto che su di essa abbiamo puntato come fattore abilitante. Per farlo c’è stato bisogno di know-how specifici: un team di specialisti che oggi ci permette di affrontare la situazione con piena competenza». La stessa esigenza di arricchimento professionale individuata da Giorgio Mini di Zucchetti quando spiega che il GDPR presuppone competenze trasversali di tipo tecnico-informatico, organizzativo e giuridico. «In qualità di vendor di soluzioni tecnologiche offriamo le massime garanzie sul primo aspetto, mentre gli altri due sono appannaggio di consulenti specializzati in tali materie».

Scandagliato il presente, cosa c’è nel domani della gestione documentale? Quali le prove da vincere in prospettiva? Per Alfieri Voltan di Siav, i tradizionali prodotti di gestione documentale rischiano di non essere più adeguati allo scenario attuale. «Dal document management si deve decisamente passare a un concetto di enterprise information management (EIM): soluzioni IT che permettono la gestione dell’informazione con la stessa logica con la quale le organizzazioni adottano l’ERP per i propri processi». Caratteristiche peculiari di una soluzione ottimale di EIM orientata al futuro devono essere in particolare: «Il rilascio in diverse modalità, da on-premises a servizio in cloud. Una gestione efficace degli asset digitali. Una struttura flessibile, che permetta di integrarsi a qualsiasi soluzione sia gestionale che di CRM. E infine, un accesso all’informazione in logica “multicanale”, da postazione fissa a mobile, abbattendo le barriere spazio-temporali che ormai il business conosce sempre meno».

LA DIGITALIZZAZIONE DEI PROCESSI CAMBIA LE ABITUDINI

Ma non solo, urge intraprendere una strategia di business che sia pronta a modellarsi sul cambiamento. «Le imprese devono massimizzare l’attenzione al cliente per ottenere sempre le migliori performance dall’intera azienda» – ci dice Pierfrancesco Angeleri di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia. «Sarà sempre più necessario adoperare soluzioni che non solo consentano di controllare ma anche modificare le abitudini. La digitalizzazione dei processi è proprio questo: sfruttare le opportunità per liberare risorse da dedicare al cliente, l’asset più prezioso per chiunque». Il perno della gestione documentale del futuro resta ovviamente la tecnologia, principalmente quella fondata sul cloud. «IDC prevede che proprio il cloud computing sarà uno dei principali driver per lo sviluppo di soluzioni di “print and document management” per realtà di piccole e medie dimensioni» – spiega Sergio Patano di IDC Italia. «Secondo quanto previsto dal report “FutureScape: Worldwide Imaging, Printing, and Document Solutions 2018 Predictions” rilasciato a fine 2017, oltre un terzo delle PMI sarà in grado di adottare nel corso dei prossimi anni policy strutturate per la gestione documentale, grazie all’implementazione di programmi ad hoc. E questo è la conseguenza diretta della volontà di creare standard condivisi nella gestione dei dati, attraverso reti organiche che trovano nel cloud un ottimo punto di partenza».

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Software libero in Piemonte: il CSI Piemonte si confronta con gli Enti sulle opportunità dell’open source https://www.datamanager.it/2018/05/software-libero-in-piemonte-il-csi-piemonte-si-confronta-con-gli-enti-sulle-opportunita-dellopen-source/ Wed, 16 May 2018 10:58:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=147638 Quali sono gli elementi chiave per sviluppare maggiormente l’industria del software libero in Italia? Quali le opportunità per la Pubblica Amministrazione e il territorio? Su questi temi si è discusso durante l’incontro “Software libero in Piemonte” che si tenuto oggi presso il CSI Piemonte con l’obiettivo di confrontarsi con gli Enti pubblici sullo stato di […]

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Quali sono gli elementi chiave per sviluppare maggiormente l’industria del software libero in Italia? Quali le opportunità per la Pubblica Amministrazione e il territorio?

Su questi temi si è discusso durante l’incontro “Software libero in Piemonte” che si tenuto oggi presso il CSI Piemonte con l’obiettivo di confrontarsi con gli Enti pubblici sullo stato di adozione del software libero nella nostra regione e sulle azioni che le PA possono mettere in atto per favorire un suo maggiore utilizzo, con l’attivo coinvolgimento delle imprese piemontesi.

All’incontro ha partecipato il Prof. Roberto Di Cosmo, Direttore del progetto Software Heritage, Inria e Università Paris Diderot e attore importante in Francia per lo sviluppo del mercato del software libero. Invitato a Torino dal Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino, il Prof. Di Cosmo ha illustrato come in Francia si sia arrivati a sviluppare un mercato del software libero che oggi vale circa 5 miliardi di euro e, negli ultimi quindici anni, un’industria che conta più di 500 imprese e 50.000 posti di lavoro qualificato. Per Di Cosmo l’amministrazione pubblica è una grande utilizzatrice di software e può svolgere un ruolo molto importante per lo sviluppo di un’industria del software saldamente impiantata nel territorio.

Ma qual è la situazione in Piemonte? L’utilizzo e la promozione di tecnologie e software open source da parte degli enti della PA piemontese risalgono ai primi anni 2000 e sono cresciuti significativamente negli ultimi anni, anche a seguito della Legge Regionale 9 del 26 marzo 2009 “Norme in materia di pluralismo informatico sull’adozione e la diffusione del software libero e sulla portabilità dei documenti informatici nella pubblica amministrazione” che ha formalmente riconosciuto il valore del software libero, incentivandone la diffusione e lo sviluppo.

Il CSI Piemonte, in accordo con i suoi Enti consorziati, ha ritenuto strategico investire negli anni nell’open source con l’obiettivo di ottimizzare la spesa ICT, ridurre i vincoli connessi alla scelta di tecnologie proprietarie e creare opportunità di crescita per le imprese del territorio.

Ne è un esempio Doqui, un sistema di gestione documentale, totalmente open source e a basso costo di adozione, nato nel 2007 proprio dalla collaborazione tra settore pubblico e privato. Doqui permette di strutturare in formato digitale l’intera documentazione relativa ad atti amministrativi, archivio e protocollo e oggi lo utilizzano numerosi Enti, tra cui le Regioni di Piemonte, Valle d’Aosta, e il Consiglio Regionale dell’Abruzzo, Città di Torino e Città Metropolitana, Politecnico di Torino, le province di Novara, Asti e Biella e altri 14 Enti; sono state anche avviate negli anni collaborazioni con Regione Liguria e Puglia.

Nel 2015 la Regione Piemonte e il CSI scelgono l’open source per lo sviluppo della smart data platform Yucca che aiuta imprese, centri di ricerca e privati a realizzare soluzioni applicative basate su Internet of Things e Big Data. Ad oggi è utilizzata da 40 organizzazioni pubbliche e private con un patrimonio in continua crescita di 700 milioni di dati real time, relativi a diversi parametri ambientali, come temperatura, umidità, qualità dell’aria, luminosità, rumore, provenienti da circa 800 sensori dislocati sul territorio piemontese.

Nell’ambito dei servizi cloud, a partire dal 2015 il CSI lavora alla realizzazione di Nivola, una piattaforma completamente open source per tutta la Pubblica Amministrazione che mette a disposizione potenza di calcolo, storage, rete e database e molto altro. Il risultato è quello di offrire a ogni Ente la completa autonomia nella creazione del proprio sistema informativo e nella migrazione delle applicazioni, in assoluta sicurezza.

Sul fronte cultura infine il mese scorso è stata presentata ufficialmente Mèmora, la nuova piattaforma per catalogare e valorizzare i beni culturali piemontesi. Realizzata per la Regione Piemonte, Mèmora si basa sul software open source CollectiveAccess, utilizzato da musei, archivi e biblioteche in tutto il mondo e, anche grazie alla community internazionale che lavora attorno al software, sono garantiti alti standard tecnici, aggiornamenti continui, facilità di personalizzazione e interoperabilità.

“Questo incontro – ha sottolineato Claudio Artusi, Presidente del CSI Piemonte – è un momento importante di confronto su un tema di particolare interesse per i nostri Consorziati. Il CSI è impegnato da anni sulla promozione e sull’utilizzo del software libero e lo dimostra il fatto che progetti significativi sono stati sviluppati per i nostri Enti adottando soluzioni open source. Oltre l’80% dei nostri applicativi è realizzato con linguaggi aperti e i portali e i siti web realizzati per le Amministrazioni piemontesi utilizzano quasi esclusivamente soluzioni non proprietarie. Credo che il Consorzio su questo tema possa mettere a disposizione del territorio competenze e professionalità, con una ricaduta positiva anche per le piccole e medie imprese del settore”.

Roberto Di Cosmo, Direttore del progetto Software Heritage, Inria e Università Paris Diderot ha concluso: “Ho avuto il grande piacere di scoprire il capitale di competenza acquisita dal CSI nel corso degli anni in materia di Software Libero insieme all’esperienza operativa di data center al servizio delle amministrazioni che sono oggi evoluti fino a offrire soluzioni integrate di cloud privato e ibrido e piattaforme per i big data e le smart cities, con componenti open source di alto livello tecnologico. Mi auguro che questo capitale prezioso sia correttamente apprezzato e largamente valorizzato, in particolare alla luce delle recenti evoluzioni normative, come il GDPR in Europa e il Cloud Act negli Stati Uniti. È divenuto infatti indispensabile considerare il panorama delle offerte cloud non più solo in un’ottica puramente contabile, ma con un’attenzione tutta particolare alla capacità di esercitare un vero controllo sui dati gestiti, ormai divenuto un’esigenza irrinunciabile”.

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IoT e smart city, il posto dell’intelligenza https://www.datamanager.it/2018/04/iot-e-smart-city-il-posto-dellintelligenza/ Thu, 19 Apr 2018 14:00:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146214 L’ultima tavola rotonda dedicata all’IoT si interroga su come sia possibile trasformare le città grandi e piccole in luoghi di produzione e riuso delle informazioni digitali. Vere e proprie fabbriche sostenibili di nuovi servizi, sicurezza e benessere Affrontati gli aspetti dell’automazione intelligente degli edifici e dei luoghi della produzione industriale, la serie di conversazioni dedicata […]

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L’ultima tavola rotonda dedicata all’IoT si interroga su come sia possibile trasformare le città grandi e piccole in luoghi di produzione e riuso delle informazioni digitali. Vere e proprie fabbriche sostenibili di nuovi servizi, sicurezza e benessere

Affrontati gli aspetti dell’automazione intelligente degli edifici e dei luoghi della produzione industriale, la serie di conversazioni dedicata all’Internet of Things torna a occuparsi di spazi abitati, ampliando il discorso al complesso sistema costituito dalle nostre città. In un’epoca che attribuisce una crescente importanza ai grandi agglomerati metropolitani, la sfida della smart city sta coinvolgendo amministratori, organizzazioni aziendali, operatori, utilities, provider tecnologici e singoli individui, tutti chiamati a costruire, anche grazie all’intelligenza dei sensori e degli strumenti analitici e predittivi, un ambiente abitativo, ricreativo e lavorativo complementare all’azione della trasformazione digitale e dello smart working nelle imprese. Un ambiente capace in definitiva di ridurre i consumi energetici; facilitare gli spostamenti nello spazio fisico; razionalizzare la produzione e ridistribuzione delle risorse: agevolare l’erogazione e l’accessibilità a nuovi servizi; rendere più sicure le sue aree periferiche e i suoi infiniti angoli ciechi. L’IoT insomma come fattore abilitante dei futuri modelli di urbanizzazione e piattaforma di servizio finalizzata alla crescita economica e alla qualità di vita di abitanti stanziali, fruitori e visitatori.

L’incontro dedicato alla smart city avviene come sempre in un contesto “diverso” dalle tradizionali sale anonime che in genere ospitano convegni ed eventi, con il preciso intento di associare al tema trattato uno spazio simbolico in grado di sintetizzarne l’idea e lo spirito di innovazione. Uno spazio, quello del centro Oxy.gen, che merita la speciale introduzione da parte di Riccardo Gini, direttore di Parco Nord Milano, grande spazio verde di 600 ettari allestito a partire dagli anni 70. Il padiglione che ospita i relatori di questo evento rappresenta – aggiunge Gini – un’ulteriore evoluzione della storia del Parco, che abbraccia ben sei territori comunali della Città metropolitana, costituendo un felice esempio di collaborazione tra pubblico e privato, resa ancora più efficace dagli strumenti della tecnologia. «Il luogo dove ci troviamo – spiega il direttore – è stato ideato dal Gruppo farmaceutico Zambon, che insieme al Parco ha dato vita ai Giardini della scienza inaugurati in occasione di Expo 2015». Le origini di Oxy.gen, dell’area umida circostante e di tutto il bosco di circa quattro ettari che costituiscono i Giardini, risalgono al 2000 quando il Comune di Bresso assegnava una porzione del suo territorio per consentire al Parco Nord di entrare nei confini comunali. «Una decina di anni dopo – racconta Gini – un bando regionale invitava alla presentazione di progetti per incrementare la funzione delle aree protette e aprire ai privati la partecipazione al Parco Nord. Il Comune e Zambon raccolgono la sfida con il progetto dei Giardini della scienza». Fedele al mandato – sottolinea Gini – Zambon punta alla creazione di un’area “viva”, con un laghetto che circonda la struttura di Oxy.gen, a sua volta progettata dall’architetto De Lucchi.

UN LABORATORIO NEL PARCO

Parco Nord si è occupato dell’intera area verde di quattro ettari e mezzo, donata dal Rotary Club: un boschetto di circa 150 alberi, tutti georeferenziati, con una trentina di querce, alcuni esemplari di gelsi a integrazione di un paio di piante storiche sopravvissute e tutta la vegetazione idrofila a bordo lago. «Oxy.gen è diventato un laboratorio di cultura scientifica dove portare le nuove generazioni a riflettere sull’aria che respiriamo. A ogni circonferenza concentrica di vegetazione – conclude Gini – corrispondono diverse specie per fioritura e stagionalità. Il nostro miglior risultato è poter vivere occasioni come queste, riunendo le persone che possono aiutarci a progettare il futuro». Come di consueto, in rappresentanza di IDC Italia, Daniela Rao, senior consulting & research director offre ai convenuti una serie di considerazioni e cifre introduttive, partendo da una serie di previsioni a livello globale. «A proposito di importanza delle infrastrutture, la nostra prima previsione riguarda il ruolo che i provider di servizi di comunicazione avranno nel 2018 come “digital hero” delle smart city». Questi operatori, continua Daniela Rao, porteranno avanti progetti in collaborazione con le istituzioni locali, assicurando alle città intelligenti la materia prima fondamentale: la banda trasmissiva. «Tra gli esempi più recenti c’è l’operatore vietnamita che sta trasformando le vecchie cabine telefoniche in hot spot per il Wi-Fi cittadino». Un’altra previsione riguarda lo sviluppo di piattaforme condivise sulle quali costruire progetti più mirati. «In una grande città su tre su scala mondiale, vediamo operatori impegnati a realizzare reti di sensori destinati alla raccolta di dati, fondamentali per lo sviluppo di servizi. In Europa questi progetti si muovono in direzione della sicurezza, in Asia invece vanno verso la mobilità di merci e persone». Sulla base di queste informazioni altri provider, in “coopetion” con altri, potranno dare vita a nuove attività, costruendo man mano una visione unificata della smart city. E infine, sul piano dei modelli di finanziamento, IDC ritiene che nel biennio che abbiamo davanti, la metà dei grandi progetti sarà finanziato in partnership pubblico/privato (il modello PPP), da organismi non profit o da opportuni protocolli di intesa tra municipalità e fornitori di tecnologie come alternativa al tradizionale approccio della pubblica committenza.

SMART CITY IN ITALIA: A METÀ DELL’OPERA

Nel confronto con le altre nazioni europee, Italia e Spagna si trovano abbastanza allineate, con analoghi livelli di soluzioni adottate e progetti in corso. «Siamo in un certo senso a metà dell’opera – spiega Daniela Rao. «Nel Regno Unito, vantano un maggior numero di progetti consolidati o avviati e anche un maggior numero di progetti in fase di valutazione». Ma in quali direzioni stanno investendo le nostre smart city? «Tra le applicazioni più diffuse la condivisione di auto e altri veicoli, le carte di identità digitali, i lampioni intelligenti e gli smart building. In prospettiva, aumenteranno i progetti relativi alla sicurezza, alla raccolta smart di rifiuti e alla gestione di asset e infrastrutture. Ambiti come i parcheggi smart appaiono già consolidati». Lo stesso concetto di smart city, interviene ancora Riccardo Gini di Parco Nord Milano, può avere declinazioni inaspettate. Anche un’area verde può essere gestita in modo più intelligente grazie alle tecnologie. Gli alberi del Parco, per esempio, sono taggati in RFID, una tecnologia che ha consentito lo sviluppo interno di un vero e proprio gestionale arboreo. «Successive sperimentazioni con li Wi-Fi hanno consentito di installare un sistema di video sorveglianza con 35 telecamere e 150 guardie ecologiche che aggiungono valore ai dati trasportati dalla rete. Il software viene utilizzato anche nel nostro centro visitatori, per animare i tavoli espositivi e visto che nel nostro territorio esiste anche uno dei più grossi centri di accoglienza dei migranti di Lampedusa, gestito dalla Croce Rossa, lo smartphone è diventato il principale dispositivo di aggregazione, e ci permette di offrire a queste persone corsi di giardinaggio e altre attività».


La sfida della smart city: come costruire grazie all’intelligenza dei sensori e degli strumenti analitici e predittivi, un nuovo ambiente abitativo, ricreativo e lavorativo – #dmSmartThings
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CULTURA DELLA COLLABORAZIONE

Con Sara Belli interviene a questo punto il primo degli esponenti della PA seduti al nostro tavolo. La direttrice dei progetti di interoperabilità del Comune di Milano spiega che la progettualità finalizzata alla città intelligente e ai suoi sistemi è in effetti “cross” tra diverse direzioni di riferimento. Le politiche del lavoro, per esempio, si occupano anche di aspetti come il coworking o i progetti Horizon 2020 che hanno come obiettivo il miglioramento della mobilità attraverso servizi che possano ottimizzare, anche grazie alla sensoristica IoT, gli spostamenti nell’area urbana. La direzione sistemi per la smart city lavora con quella preposta all’urbanistica in progetti come Sharing City, che investe la zona sud di Milano, finora esclusa da servizi di successo come il bike sharing, ma che negli ultimi anni – afferma la Belli – «ha visto molti interventi anche in collaborazione con privati come la Fondazione Prada. Lo scopo è creare un ambito territoriale «dove poter misurare parametri come l’inquinamento, o la facilità di spostamento, anche come base per la successiva riqualificazione di aree ed edifici». Un altro progetto è Synchronicity, inserito in un contesto di collaborazione europea e finalizzato, anche qui attraverso l’IoT, a rilevare i comportamenti dei cittadini-utenti in modo da premiare i più virtuosi, promuovere la partecipazione delle piccole imprese attraverso bandi in “open call” (per esempio per la realizzazione di un navigatore multimodale), lo sviluppo di sistemi di supporto decisionale alla definizione dei tragitti più indicati per le piste ciclabili. Come funziona, organizzativamente, l’intervento di una pluralità di direzioni? «Non sempre è facile dialogare, perché in passato ogni direzione era abituata a operare in modo più verticale e modificare i propri obiettivi in senso orizzontale è complesso» – riconosce Sara Belli. «L’obbligo del raggiungimento di obiettivi su scala europea aiuta, ma deve anche avvenire un cambiamento culturale che porti al rispetto della collaborazione».

Alessandro La Rocca interviene sul tema della mobilità prendendo spunto dalle informazioni rivelate da Daniela Rao di IDC Italia, che osservava un basso livello di investimenti nel comparto del trasporto pubblico locale (TPL). Alessandro La Rocca, che è stato più volte ospite degli incontri di Data Manager, partecipa in questa occasione come direttore generale di Nugo, startup di Gruppo Ferrovie dello Stato. «Il TPL è l’esempio principe di trasporto condiviso e credo debba avere un ruolo fondamentale nella shared mobility» – afferma La Rocca. «Se non è smart – aggiunge il neoresponsabile di Nugo – la mobilità condivisa è difficile. Eppure, è anche una soluzione che consentirebbe di aggredire tematiche come l’inquinamento o l’affollamento delle strade. La nuova società del Gruppo FS punta a risolvere il problema con una piattaforma che consente di spostarsi da una città all’altra e all’interno delle città con unico sistema integrato di bigliettistica. Nata da poco, Nugo punta a integrare un migliaio di operatori TPL diversi, ciascuno con un proprio sistema di tariffazione, per dar vita a un unico brand riconoscibile a livello nazionale. Non è un’impresa agevole, sottolinea La Rocca. «Solo in Emilia Romagna per il TPL su scala regionale abbiamo contato 700 sistemi di tariffazione. Il nostro strumento deve dare parità a tutti i vettori». A dominare – spiega ancora La Rocca – non è il singolo operatore, ma il mezzo pubblico. E il cliente non è il cliente di un operatore, ma una persona che ora è cliente della rete del Comune di Milano, subito dopo di FS, più tardi della rete del Comune di Roma. «Se non diamo a questa persona visibilità su tutto il TPL nell’arco dei suoi spostamenti, molto probabilmente eviterà di utilizzare mezzi condivisi e inquinerà di più».

REINTERMEDIAZIONE SOTTO CONTROLLO

Piattaforme di questo tipo cominciano a partire in Europa e si deve puntare su questo se non si vuole cedere il passo a operatori esterni, come Uber o la stessa Google, che offrono questi ruoli di reintermediatore, ma non sono facilmente controllabili. «La difficoltà non è tecnica, ma risiede nella mancanza di standard» – avverte La Rocca, invitando tutto il settore del TPL a prendere esempio dal trasporto aereo, che ha standardizzato da anni il sistema di scambio dei flussi economici legati alla emissione di biglietti. «L’approccio adottato da Nugo prevede l’espansione e il potenziamento di sistemi come il GTFS (General Transit Feed Specification), oggi limitato alla messa a fattor comune delle informazioni sugli orari delle linee TPL. Prima o poi – conclude La Rocca – sarà necessario far sedere tutti gli operatori intorno a un tavolo per standardizzare tutte le informazioni che servono a gestire un unico cliente». Torniamo però al modo in cui le grandi pubbliche amministrazioni locali affrontano il tema della città intelligente. Genova, come Milano, ha una lunga familiarità con i progetti coordinati e finanziati a livello Europeo, ma come racconta Paolo Castiglieri della direzione pianficazione strategica, smart city, innovazione d’impresa e statistica del Comune di Genova, è stata costituita una associazione che riunisce il Comune e un centinaio di stake holders di imprese private. «La finalità è discutere e affrontare le problematiche legate alla “smartitudine” della città e del territorio» – sottolinea Castiglieri, che al tavolo presenta un caso particolare già affrontato nei nostri incontri: il complesso progetto di un acceleratore di impresa per startup innovative che ha percorso un lungo iter interno, dovuto alla necessità di coordinare figure e competenze diverse, dall’energy manager del Comune di Genova alla direzione patrimonio urbano che ha curato gli aspetti della riqualificazione delle strutture che ospiteranno l’iniziativa, sostenuta da un partner tecnologico esterno. «Un’attenzione fondamentale per quanto concerne le municipalità è cercare di mettere a fattor comune interessi prioritari su cui coinvolgere i partner, interrogarsi sulle criticità, i modelli di business e soprattutto la sostenibilità dei progetti nel tempo» – spiega Castiglieri, che prosegue osservando come i casi di studio segnalati in Europa non sempre bastano a replicare a livello locale le storie di successo. «Il nostro scopo deve essere quello di sviluppare progetti con alto contenuto innovativo, sfruttando questi “dimostratori” per fare da stimolo al tessuto imprenditoriale locale». Uno stimolo anche a livello normativo, conclude il dirigente genovese, sottolineando il ruolo sempre più critico delle aree urbane: «Per la prima volta, la Commissione europea ha cominciato a stornare fondi un tempo concessi solo su scala regionale per assegnarli direttamente alle municipalità. Il dovere della PA è evidenziare ed eventualmente rimuovere i colli di bottiglia regolamentari che portano a situazioni di inadeguatezza, ma anche imporre uno svecchiamento interno, attraverso una formazione che stimoli i dipendenti pubblici a prendere coscienza delle tecnologie dell’innovazione».


L’IoT come fattore abilitante dei futuri modelli di urbanizzazione e piattaforma di servizio diretta alla crescita economica e alla qualità di vita di cittadini e visitatori – #dmSmartThings
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SICUREZZA, BENE PUBBLICO E TRASVERSALE

Sara Belli del Comune di Milano interviene a questo punto a proposito della questione normativa, osservando come uno dei temi più caldi e fondamentali della smart city, la possibilità di incrociare dati di diversa natura, anche in ordine al comportamento delle persone, diventa più complicato da affrontare alla luce di normative come il GDPR. Una prima risposta arriva da Sirio Magliocca, amministratore delegato di Motorola Solutions Italia, specializzata in sistemi di telecomunicazione mission critical. «Il successo dell’IoT, della interconnettività tra enti e sistemi tecnologici dipenderà da come saremo in grado di eliminare ogni tipo di barriera. Il problema non sta nei dati che posso raccogliere, ma nella necessità di gestirli correttamente e proteggerli». Per questo il concetto di public safety è così importante e trasversale, sottolinea Magliocca, precisando che Motorola Solutions investe sulla sicurezza e sull’integrazione, sul dialogo tra sistemi, edifici, forze di pronto intervento, con un occhio particolare alle capacità offerte dalla quinta generazione di comunicazioni mobili. «Stiamo parlano di una città che fa scattare il semaforo sul verde al passaggio dell’ambulanza, dove ospedali e forze dell’ordine possono scambiarsi informazioni in modo seamless. Per passare dalla teoria al pratica dobbiamo affrontare e risolvere i problemi di natura organizzativa, in modo da rendere tutto interconnesso e interoperabile sulla base di standard condivisi».

Sul fondamentale aspetto della protezione dei dati e della privacy interviene anche Enzo Maria Tieghi, membro del comitato tecnico scientifico di CLUSIT e navigato esperto della sicurezza delle infrastrutture degli impianti industriali. «La riservatezza che il GDPR ci chiama a rispettare non deve farci dimenticare che per i servizi della smart city la disponibilità e l’integrità dei dati sono altrettanto importanti e forse vengono prima, perché senza elettricità la città non può funzionare, senza elettricità non funzionano i computer che d’altra parte mi servono per garantire energia e sistemi di comunicazione in un rapporto di totale interdipendenza». Tieghi si sofferma anche sul tema dell’integrità, avvertendo come ogni punto reso smart, un semaforo, un lampione intelligente trasformato in hot-spot Wi-Fi, può diventare fonte di attacchi e perdita di controllo. Purtroppo, è questa – conclude l’esperto di CLUSIT – la pesante eredità dell’interconnessione, dove la presenza di più operatori può determinare conflitti regolamentari. «Il primo punto è far capire alle persone che esistono questi problemi di sicurezza, fare molto training ed evitare approcci a macchia di leopardo: no, alla sicurezza fatta di arcipelaghi».

NON SOLO METROPOLI

Uno degli operatori coinvolti nel complicato mosaico delle smart city è Engie, che al tavolo viene rappresentato da Hubert Dusausoy, sales development & innovation manager. Engie, brand nato in Francia dalla fusione di Gaz de France e Suez, offre servizi di trasformazione delle reti di distribuzione di gas ed energia e secondo Dusausoy in Italia si sta concentrando soprattutto sulle aree urbane di medie dimensioni, dove ci sono carenze di natura tecnica e procedurale. «In centri di 10mila abitanti, esistono fondi europei che potrebbero coprire a fondo perduto l’80% degli investimenti smart fino a 5 milioni, ma lo sanno pochi» – afferma il manager di Engie. «Fare in Italia quello che abbiamo realizzato a Nizza, trasformando la rete di illuminazione in un sistema decisionale per la mobilità e la sicurezza, implicherebbe uno sforzo di educazione sia sulle procedure sia sull’integrazione». In Italia – conclude Dusausoy – «spesso mancano i dati che alimentano le applicazioni rendendole più efficaci». Nella definizione di Engie, le navi di Grandi Navi Veloci si possono considerare città di media grandezza e Paolo Beatini, CIO della società di trasporti marittimi ragiona in modo molto simile ai suoi colleghi dei comuni di Genova e Milano. Da questo punto di vista, i sistemi di controllo e automazione a bordo delle navi, affidati a società come ABB e Rolls-Royce e ai data center di bordo, sono relativamente facili da affrontare («a parte i costi elevati della comunicazione satellitare» – riconosce Beatini). Il punto di discussione riguarda il momento in cui le navi GNV attraccano nei porti di riferimento delle rotte passeggeri e merci. «Per una serie di tematiche come l’ottimizzazione e il risparmio energetico, o la gestione delle merci, sono in atto progetti europei come Marebonus» – spiega Beatini. «Ma il vero problema è migliorare l’accessibilità alle aree portuali, specialmente nelle città storiche. Aree in cui si mescolano vacanzieri e mezzi di trasporto in una complessa promiscuità, che avrebbe molto bisogno di servizi avanzati. Per questo però dobbiamo migliorare l’integrazione tra strumenti che esistono già e le interfacce tra le varie autorità che insistono su un porto».


La smart city al centro della Data Economy e della Passenger Economy. La città non è un contenitore, ma diventa una piattaforma di servizi. IoT e 5G, legati a doppio filo – #dmSmartThings
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RETI PROTETTE PER LA SANITÀ

Un analogo livello di integrazione e dialogo è l’obiettivo di Lombardia Informatica. «Con 1.500 servizi e 700 applicazioni erogate, i 470 dipendenti di Lombardia Informatica contribuiscono tra l’altro a generare, attraverso le gare, un mercato di 170 milioni di euro all’anno, di ulteriori servizi IT» – afferma Giorgio Caielli, presidente della digital company di Regione Lombardia, che sottolinea l’ambizione dell’azienda di trasformarsi in un polo strategico per l’Agenzia per l’Italia Digitale, «aggregando tutte le iniziative afferenti alla Lombardia per conto delle amministrazioni che non hanno capacità gestionale, per imporre standard di riferimento e poter colloquiare, o anche per offrire, i servizi per conto di comuni molto piccoli». Caielli non dimentica però il ruolo di Lombardia Informatica nei confronti delle grandi città e dei servizi ospedalieri: tante attività che pongono l’azienda in una posizione unica anche come data repository. «Custodiamo dati su 10 milioni di abitanti che ricevono assistenza sanitaria da vent’anni. Si tratta di informazioni alle quali si aggiungono quelle riguardanti l’agricoltura, la protezione civile, le emergenze sanitarie». Su questi dati Lombardia Informatica sviluppa app per la prenotazione dei servizi. «Tra le aree di investimento identificate da IDC, mancano i servizi innovativi per la salute. Ricordiamoci che investire in innovazione rende più sostenibile anche la gestione delle persone che invecchiano». Caielli auspica lo sviluppo di una cultura della sicurezza by design «che ancora non c’è». E in controtendenza sostiene la necessità di «creare intranet chiuse e gestite per assicurare i servizi in comparti critici come gli ospedali». Anche utilizzando servizi in cloud, domanda Enzo Tieghi di CLUSIT? «Conta soprattutto come vengono definiti i confini del servizio» – risponde il presidente di Lombardia Informatica. «E contano gli aspetti della fisicità del dato, della connettività col data center, per evitare troppi passaggi e assicurare le condizioni di cifratura e sicurezza. Anzi, con la capacità computazionale e Big Data, le nostre competenza guadagnano valore nei mercati».

Il luogo che Fabio Degli Esposti, CIO di SEA – Aeroporti di Milano, è chiamato a immaginare si chiama già “aerotropoli”, una vera e propria smart city inserita in una smart city dai confini più estesi. «I miei obiettivi iniziali in SEA – esordisce il responsabile IT degli aeroporti milanesi – consisteva nel garantire ai passeggeri un percorso ottimale dal gate di accesso al gate di uscita. Oggi, parliamo di un sistema integrato che segue lo stesso passeggero nel percorso home-to-home». Due sono le aree di intervento per Degli Esposti. Una riguarda ancora il passenger engagement nella sua navigazione interna alla aerostazione, un tracciato supportato da applicazioni che in passato erano inconcepibili, ma che oggi riescono a essere anche una fonte di paradossi. «Sul telefonino posso disporre persino del mio titolo di viaggio, ma il personale al gate è ancora costretto a verificare la mia carta di identità» – osserva perplesso Degli Esposti. «L’altra area di intervento attinge all’enorme patrimonio di dati che riguardano una infrastruttura complessa e possono essere trasformati in efficientamento, automazione e risparmio».

E GLI SMART CITIZEN?

Come affrontare tutto questo, rispettando in ambito aeroportuale un vincolo di sicurezza che innovazioni come l’IoT rendono semmai più complessa da garantire? «Il paradigma da applicare – risponde Degli Esposti – riguarda il concetto degli ecosistemi: gestire l’interscambio tra ecosistemi con metodologie EDI. In questo senso, l’esperienza maturata con Expo Milano 2015 è stata fondamentale. Le modalità che ci consentono di interscambiare i dati tra passeggeri e stakeholder nelle varie realtà industriali sono il presupposto di processi come quelli messi in atto dalla nuova piattaforma NewGo del Gruppo FS. «In pratica – sintetizza alla fine Degli Esposti – se vuoi essere digitale fuori devi esserlo soprattutto dentro. Noi parliamo di smart city, ma dovremmo piuttosto parlare di smart citizen, e in questo senso la parola d’ordine è awareness. E l’intelligenza artificiale sta “invecchiando” con noi, siamo tutti più svegli ma non è detto che tutti siamo finalizzati all’uso delle tecnologie. Il mio problema è fare in modo che anche il passeggero a mobilità ridotta a causa dell’artrite possa interagire con lo smartphone e l’ambiente smart».


Parole chiave: sostenibilità e resilienza. Energia, Trasporti, Sanità sono i gangli vitali della trasformazione della città dove si registrano gli investimenti maggiori – #dmSmartThings
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La discussione ha fatto emergere – insieme all’esigenza dell’integrazione, della collaborazione e di una maggiore consapevolezza delle opportunità createsi con l’avvento di tecnologie come l’IoT e il 5G – la centralità del dato da aggregare e trasformare in informazioni, ottimizzazione e servizi come ha spiegato Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply. «In Data Reply siamo innovatori per DNA e a volte guardiamo avanti troppo velocemente e fatichiamo a vedere certi ostacoli» – riconosce Ardossi. «Ma al netto delle problematiche emerse, la smart city resta un generatore di dati e la mia natura è cercare di capire come utilizzarli». Ardossi afferma di essere rimasto affascinato da esempi come quello fornito da Riccardo Gini a proposito di alberi e tag RFID, ma come trovare le risorse finanziarie per sfruttare questi patrimoni informativi? «Mi vengono in mente applicazioni come i Pokemon Go, piattaforme ludiche attraverso cui scoprire luoghi poco conosciuti della città, o un tamagotchi che ti permette di far crescere il tuo albero». Ardossi conclude con un rimando alla forza dell’immaginazione e al presupposto fondamentale dei protocolli condivisi necessari per incentivare la creazione e il riuso dei dati. «Dobbiamo fare in modo che la città diventi un fattore abilitante di una miriade di azioni».


Le videointerviste ai protagonisti

IoT e Smart City: videointervista a Fabio Ardossi, Associate Partner di Data Reply


Videointervista a Fabio Ardossi, Data Reply
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IoT e Smart City: videointervista a Sirio Magliocca, AD di Motorola Solutions


videointervista a Sirio Magliocca, Motorola Solutions
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L'articolo IoT e smart city, il posto dell’intelligenza proviene da Data Manager Online.

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