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Abitare il mondo nell’era dell’Internet of Things

L’edizione 2014 dei Dialoghi sull’uomo si è conclusa con più di 18mila presenze, il 20% di affluenza in più rispetto allo scorso anno. Numeri che la sesta edizione (dal 22 al 24 maggio) del festival di antropologia del contemporaneo promette di superare. Promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli, il festival rappresenta un impegno concreto a favore della divulgazione di contenuti di qualità a un pubblico sempre più vasto. Tre giornate di incontri, spettacoli, conferenze e dialoghi che animano – con un linguaggio accessibile a tutti – il centro storico di Pistoia. Un modo per dimostrare agli esperti di marketing che lo spettacolo della conoscenza può riempire le piazze e anche le teste delle persone.


#Dialoghi2015 Marco Aime: Nuove forme di nomadismo @DialoghiPistoia @Comune_Pistoia
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Abitare il mondo è il tema di quest’anno. Le case dell’uomo scandiscono la storia della civiltà. Ma cosa significa “abitare”? Quanti modi ci sono per declinare la parola “casa”? «Ogni cultura – risponde Giulia Cogoli – costruisce modelli propri, che non dipendono solo dalla disponibilità materiale, dal luogo geografico, ma che rispondono anche a una certa visione della vita. Abitare significa anche comprendere cosa sia il nomadismo oggi, approfondire il fenomeno delle migrazioni e il concetto di accoglienza, di convivenza, di adattamento all’ambiente, ma anche quello di rispetto del mondo che ci circonda». Le case non sono solo luoghi, ma «transiti», come ci ricorda l’antropologo Marco Aime, consulente al programma del festival insieme ad Adriano Favole. Invitare qualcuno nella propria casa significa aprire una via di accesso alla sua storia e alle informazioni in suo possesso.

L’antropologia ha studiato gli oggetti delle case come “spazi” di significati in cui gli individui inscrivono la vita delle proprie relazioni sociali. Oggi, l’Internet of Things (IoT) conferisce una nuova dimensione all’abitare e agli oggetti che ci circondano. La memoria non rappresenta più soltanto una caratteristica del soggetto, ma anche degli oggetti. La casa diventa unità mobile di memoria della smart city. Le nostre case sono in grado di comunicare con noi, di mandarci segnali sul nostro stato di salute e informazioni sull’ambiente che ci circonda, annullando le separazioni tradizionali tra spazio fisico e spazio virtuale, tra centro e periferia.


#Dialoghi2015 Marco Aime: «Grazie a Internet possiamo abitare il mondo» @DialoghiPistoia
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Marco Aime insegna Antropologia culturale all’Università di Genova. Ha condotto ricerche sulle Alpi e in Africa Occidentale (Benin, Burkina Faso, Mali). Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato favole per ragazzi, saggi e testi di narrativa, tra i quali ci piace ricordare Il dono al tempo di Internet (con A. Cossetta, 2010) e L’altro e l’altrove (con D. Papotti, 2012) per Einaudi.

La conversazione con Marco Aime è come un viaggio in treno “tra i castagni dell’Appennino”, tanto per citare un altro suo libro (Utet, 2014). «Un osservatore venuto da un altro pianeta non faticherebbe molto a capire che la storia degli esseri umani è fatta di migrazioni e di movimenti».

Ma nell’era della mobilità e delle telecomunicazioni mobili, chi sono i nomadi oggi? Per Aime, i nomadi, visti dall’immobilità di una casa, ci appaiono sfuggenti, fuori luogo, precari sempre, come se mancasse loro qualcosa. «L’uomo nasce dal viaggio, il suo camminare ha modellato il corpo e lo ha trasformato in bipede eretto». Ecco perché – secondo Aime – restiamo «una specie irrequieta». Anche se, almeno in apparenza, l’uso dei device mobili ci rende sempre più isolati e piegati sullo schermo, anche mentre camminiamo.

Data Manager: Perché un festival come quello di Pistoia continua ad avere successo nell’era dei social?

Marco Aime: Perché le persone hanno fame di cultura. I media istituzionali hanno rinunciato alla loro funzione culturale. Festival e rassegne sono un’occasione di mediazione tra cultura accademica e cultura divulgativa. La forma del dialogo oltre al contenuto presuppone una dimensione emozionale dell’incontro e dello scambio tra persone. Ed è questa la formula che funziona.

Oggi, grazie a Internet possiamo abitare il mondo. I dati sono i mattoni della nostra casa?

Si può abitare una casa di paglia, una tenda, una villa o uno spazio virtuale. Oggi, ci portiamo dietro un pezzo della nostra casa in un tablet o in una chiavetta di memoria. Per questo siamo tutti un po’ nomadi connessi.


#Dialoghi2015 Marco Aime: La casa come unità mobile di memoria @DialoghiPistoia @Comune_Pistoia
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La connettività diventa un elemento peculiare dell’abitare. Le case diventano intelligenti. La visione di Le Corbusier della casa come “macchina per abitare” si avvera grazie alla tecnologia?

Nell’accezione di Le Corbusier, la casa è una “macchina per abitare” in qualunque senso in quanto rappresenta lo strumento che gli uomini pensano come strumento per realizzare spazi di qualità per la vita. Sotto la spinta tecnologica, la casa diventa sempre più “macchina” dotata di intelligenza.

La natura dell’uomo è mobile. La mobilità tecnologica ci rende liberi e ubiqui. Per resistere ai cambiamenti, dobbiamo tornare a essere nomadi?

Il nomade è a casa sua ovunque e si porta con sé quello di cui ha bisogno. Ma non ha il possesso della terra, ci passa sopra. Questo implica una visione della vita totalmente diversa. Nella società occidentale, possiamo dire che siamo tutti nomadi inseriti in un sistema stanziale e connesso. Infatti, se andiamo a calcolare le distanze medie che ciascuno percorre per recarsi sul posto di lavoro, scopriamo che in molti casi sono superiori a quelle che qualunque nomade compie giornalmente in altre parti del mondo. Il pendolarismo si può considerare una transumanza tra due punti fissi. Oggi, grazie alla tecnologia, gli spostamenti sono più rapidi, a basso costo e a volte possono essere superati da altre forme di collaborazione.


#Dialoghi2015 Marco Aime: «L’uomo nasce dal viaggio» @DialoghiPistoia @Comune_Pistoia
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Oltre alle persone, si spostano merci, dati, idee e capitali alla velocità di un click. La globalizzazione può essere considerata un’evoluzione del nomadismo?

La globalizzazione ha riguardato soprattutto le merci. Le frontiere sono aperte ai capitali e molto meno ai popoli. Anche se i fenomeni migratori sono in costante aumento. Ma dove non arrivano le persone, arrivano le idee, che grazie al web 2.0 possono oltrepassare le frontiere molto più che nel passato. I nuovi mezzi creano grandi piazze virtuali, favorendo la circolazione delle idee, ma rendendo più stanziali le persone.

Alla malta e ai mattoni si sostituisce un impasto di fibre ottiche, capacità di calcolo, sensori e Big Data. L’empowerment, da un punto di vista antropologico, corrisponde a un aumento del potere dell’uomo sulle cose del mondo o a una diminuzione?

Trarre delle conclusioni è molto complesso, in quanto siamo parte attiva di un fenomeno in evoluzione. Siamo in un modello ibrido. E in una fase di transizione. A scuola si portano ancora i libri nello zaino. L’e-book e l’e-learning non hanno avuto in Italia lo stesso impatto sul sistema educativo rispetto ad altri paesi. Ma è solo questione di tempo. La Rete e le telecomunicazioni mobili hanno aperto orizzonti culturali nuovi alle giovani generazioni nei paesi in via di sviluppo. Oggi, un sedicenne di Dakar è connesso e segue gli stessi social del suo coetaneo di Parigi o di New York. Questo fatto contribuisce al dialogo e all’abbattimento delle frontiere. Un nomade della savana può comunicare con il villaggio vicino grazie a un telefono cellulare. A Timbuctù, antica città del Mali, ho visto il capo carovaniere scaricare carichi pesantissimi dalle groppe dei cammelli e poi andare a scaricare la posta elettronica. La convivenza di modelli ancestrali e di tecnologie innovative può generare anche modelli di utilizzo completamente nuovi.


#Dialoghi2015 Marco Aime: «Il nomade è a casa sua ovunque» @DialoghiPistoia @Comune_Pistoia
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Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

La Rete ha dato libero accesso a una quantità enorme di dati, fornendo agli studiosi una piattaforma di collaborazione e scambio. Nella vita privata uso la tecnologia a piccole dosi. Utilizzo quello che mi serve e cerco di evitare il rischio di perdere il controllo. Non dobbiamo mai dimenticare che qualunque innovazione tecnologica rimodella la relazione con gli altri e la percezione che abbiamo di noi stessi. Sta a ciascuno di noi farne il miglior uso possibile.

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Enel, innovazione e sostenibilità https://www.datamanager.it/2015/04/enel-innovazione-e-sostenibilita/ Mon, 20 Apr 2015 14:17:55 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72989 Un connubio irrinunciabile per una visione di futuro che fa coincidere gli obiettivi dello sviluppo che fanno crescere il PIL con quelli di progresso che migliorano la qualità della vita delle persone Crescita industriale, eccellenza operativa, ricambio degli asset e nuova politica dei dividendi sono le direttrici del nuovo piano industriale di Enel presentato da pochi […]

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Un connubio irrinunciabile per una visione di futuro che fa coincidere gli obiettivi dello sviluppo che fanno crescere il PIL con quelli di progresso che migliorano la qualità della vita delle persone

Crescita industriale, eccellenza operativa, ricambio degli asset e nuova politica dei dividendi sono le direttrici del nuovo piano industriale di Enel presentato da pochi giorni da Francesco Starace, AD e direttore generale. Frutto di un nuovo modo di intendere il ruolo e lo sviluppo dell’azienda, il piano seguirà l’evoluzione costante del contesto globale per trarre valore dai punti di forza del Gruppo che emergono già dai risultati ottenuti nel corso dell’ultimo anno. Gli obiettivi del 2014 sono stati raggiunti sia sul lato dell’operatività sia finanziario nonostante il contesto macroeconomico e la mancanza di crescita dei mercati maturi. Grazie alla riorganizzazione strutturale del Gruppo, Enel ha rispettato i target comunicati al mercato e agli investitori, crescendo nelle rinnovabili e nei Paesi emergenti, aumentando il numero di clienti e proseguendo la strada dello sviluppo tecnologico e digitale delle reti di distribuzione.


#Sviluppo e #Progresso – Come eliminare le differenze @ernestociorra @enelsharing @EnelGroup
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«Vediamo l’Italia nei prossimi cinque anni come un colossale laboratorio d’innovazione tecnologica» – ha più volte rimarcato Starace. Fare dell’Italia un laboratorio d’innovazione tecnologica per Enel significa dare continuità e sviluppo a un processo già in corso che interessa la rete di distribuzione come le rinnovabili, le smart city come le nuove tecnologie applicate alle diverse fonti di energia e al miglioramento delle performance operative degli impianti. Per questo abbiamo intervistato Ernesto Ciorra, direttore della funzione Innovazione e Sostenibilità del Gruppo Enel, ambiti sui quali l’azienda conferma e rinnova il suo impegno perché asset fondamentali per il business, la soddisfazione dei clienti e un ambiente di lavoro più stimolante.

Data Manager: Qual è il contesto aziendale di ENEL dopo il cambiamento ai vertici dell’azienda?

Ernesto Ciorra: L’Enel recentemente ha cambiato i suoi vertici societari. Ma il progressivo passaggio da azienda monopolista verso un mercato libero e verso un’innovazione non si è verificato negli ultimi mesi, ma è in atto da almeno quindici anni con grandi risultati che sono misurabili e tangibili. Oggi, Enel è un’azienda multinazionale con attività in trentadue paesi. è un’azienda in utile. è un’azienda innovativa. E non lo diciamo noi. Il governo americano attraverso la sua Agenzia per l’Energia ha deciso di investire quasi un milione di dollari per capire come noi abbiamo realizzato il primo impianto al mondo che integra il solare, la geotermia e il fotovoltaico: una missione che secondo il MIT era impossibile da farsi e che Enel invece è riuscita a realizzare. Tutto ciò è stato fatto prima del cambio societario. E oggi, sotto la guida di Francesco Starace che crede molto nell’innovazione, nel mercato e nel cliente, Enel ha una grossa opportunità per riaffermare e migliorare il processo di cambiamento.

Lei è responsabile della nuova funzione Innovation & Sustainability, quali sono gli obiettivi che dovrà raggiungere?

Per innovare è necessario abbracciare ciò che è sviluppato al di fuori del perimetro aziendale e stringere alleanze strategiche per creare un network di sinergie utili e punti di forza distintivi. Enel ha numerose risorse e competenze da mettere a fattor comune e integrare con quelle di altri partner, con un’ampia rete di persone, pronte a recepire stimoli esterni con presidi d’innovazione strutturati in più paesi e aree aziendali. L’innovazione non è altro che la creazione di un mondo migliore più sostenibile per le future generazioni sul piano economico, sociale e ambientale.


#Innovare significa creare un mondo migliore @ernestociorra @enelsharing @EnelGroup
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Che cosa significa fare innovazione sulla rete di distribuzione?

L’innovazione della rete di distribuzione italiana è la risposta che Enel ha messo in campo rispondendo con anticipo al nuovo scenario energetico nazionale nel quale la domanda elettrica non riprende mentre la generazione distribuita cresce, come dimostra il calo della potenza richiesta alla rete di trasmissione generato dai megawatt (MW) prodotti dalle rinnovabili. Come ha detto Starace, l’obiettivo presente e futuro di Enel è rendere la rete sempre più quello che già è: una delle migliori al mondo. La digitalizzazione di tutto il settore della rete di distribuzione – dal 2001 al 2004 – ha permesso all’Italia l’inserimento di 20 MW di solare senza particolari criticità tecniche. Ci sono varie parti dell’Italia in cui la rete è già intelligente e il percorso avanzato di evoluzione in ottica smart permette ora all’Italia di sviluppare idee e concetti di business che verranno importati poi nel resto del mondo.

E sullo sviluppo dei sistemi storage?

Abbiamo avviato sette progetti pilota in Italia e uno, con tecnologia italiana, in Cile. Inoltre, Enel sta sperimentando in reali condizioni operative l’integrazione dei sistemi di accumulo con impianti rinnovabili (due parchi eolici, uno solare) e con la rete di distribuzione, verificando costi, benefici e affidabilità tecnica dei sistemi di storage già in esercizio.

Qual è l’impegno di Enel sulle rinnovabili?

L’importanza delle rinnovabili è un filo rosso per il Gruppo nel quinquennio in corso. Lo documentano gli impianti entrati in esercizio di recente, dal Sud Africa al Messico, e lo rivela il piano di investimenti al 2018 che prevede di destinare il 25% proprio allo sviluppo delle rinnovabili secondo una visione di crescita selettiva per tecnologia, area geografica e qualità delle risorse. In Italia, questo sviluppo si traduce in circa 1.200 milioni d’investimenti, in oltre 220 MW di capacità addizionale e soprattutto nell’aumento delle performance di tutte le tecnologie disponibili, lo sviluppo di nuove (come ad esempio la R115, macchina per lo sfruttamento del moto ondoso in procinto di essere allacciata alla rete dell’Isola d’Elba) e il miglioramento dell’efficienza operativa degli impianti.


«L’Italia come laboratorio d’innovazione» @ernestociorra @enelsharing @EnelGroup
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Come si declina la formula “più efficienza meno emissioni”?

Il parco di generazione convenzionale di Enel in Italia rientra a pieno nella strategia d’innovazione del Gruppo che coinvolgerà ventitré impianti termici (alcuni non attivi da oltre cinque anni) non più competitivi e funzionali al nuovo scenario energetico e nel miglioramento delle performance operative delle centrali in esercizio. L’orizzonte è sintetizzabile nel binomio “più efficienza meno emissioni” che Starace ha declinato riferendosi, ad esempio, agli impianti alimentati a carbone per i quali sono già in corso interventi innovativi di riduzione dell’impatto ambientale o di completa riconversione. Come per esempio i processi per l’abbattimento delle polveri, i carbonili dell’impianto di Torrevaldaliga Nord nel comune di Civitavecchia e in costruzione alla centrale Federico II di Brindisi, i sistemi per la riduzione delle emissioni sono esempi di un impegno intrapreso da tempo da Enel.

Per far coincidere gli obiettivi di sviluppo con il progresso, non si può più separare l’innovazione dalla sostenibilità?

Un’azienda non può essere sostenibile senza innovare. Tenere insieme innovazione e sostenibilità è la scelta che arriva direttamente dal nostro AD, che ha voluto creare una funzione a suo diretto riporto che si occupasse di queste due tematiche. In azienda, ci sono circa cinquecento persone che lavorano in quest’area, quindi non si tratta di un’operazione di facciata o di marketing con l’obiettivo di strizzare l’occhio a chi è attento ai temi di Corporate Social Responsibility (CSR). Crediamo fermamente che senza innovare non si può essere sostenibili e senza sostenibilità l’azienda non ha un futuro. Stiamo lavorando per creare un ambiente open che consenta a chiunque – una persona con un’idea, uno startupper, un’azienda o un ente della PA – di entrare facilmente in contatto con noi per avere un feedback veloce sull’idea e di avere la possibilità di entrare concretamente nel processo d’innovazione della nostra azienda e avere degli interlocutori a tutti i livelli sia nelle countries sia nelle business lines. Vogliamo stare al loro fianco per far sì che l’innovazione porti un vantaggio concreto e sostenibile a Enel e ai territori in cui operiamo.


 

Ernesto Ciorra Story

Nominato direttore della funzione Innovazione e Sostenibilità del Gruppo Enel nel settembre del 2014, inizia il proprio percorso professionale nella società di consulenza Busacca & Associati, supportando le aziende leader nelle telecomunicazioni italiane ed estere in numerosi progetti innovativi. Nel 2003, fonda e dirige Ars et Inventio, società di consulenza specializzata sui temi dell’innovazione e della creatività. Ha insegnato Innovation Management in università e business school italiane e spagnole. È stato coordinatore scientifico del master in Innovation Management della Business School del Sole24Ore, membro dell’advisory board del master in Innovazione Strategica dell’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore del programma avanzato di Gestione dell’Innovazione dell’Instituto de Empresa (IE) di Madrid. È autore di tre raccolte di liriche e di un testo rappresentato in diversi teatri italiani.

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Capitale di rischio, i nuovi protagonisti https://www.datamanager.it/2015/04/capitale-di-rischio-i-nuovi-protagonisti/ Mon, 20 Apr 2015 14:09:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72998 Private equity, venture capital e angeli amatoriali. Un’analisi del mondo del capitale di rischio: punti di forza e debolezza dei venture capital e nuove sfide con gli angeli dilettanti Si è da poco conclusa la Private Equity Conference di Berlino. E l’umore generale non è stato dei migliori. Bisogna dirlo. È emersa per lo più […]

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Private equity, venture capital e angeli amatoriali. Un’analisi del mondo del capitale di rischio: punti di forza e debolezza dei venture capital e nuove sfide con gli angeli dilettanti

Si è da poco conclusa la Private Equity Conference di Berlino. E l’umore generale non è stato dei migliori. Bisogna dirlo. È emersa per lo più una mancanza di creatività che ha messo in luce le insufficienti capacità dei fondi di private equity di proporsi come alternativa vincente. I profitti stanno scendendo, le tasse anche e il paesaggio diventa sempre più competitivo.

Nel 2005, l’industria del private equity vantava all’incirca 1,2 trilioni di dollari in fondi di gestione nelle mani di circa 3.335 società. A partire dall’anno scorso, la cifra è salita a 3,8 trilioni di dollari nelle mani di 5.868 società di cui 2.252 sono in modalità di raccolta fondi, stando ai dati di David Rubenstein, cofondatore di Carlyle. Pertanto, non bisogna meravigliarsi se oggi la raccolta di fondi in media prende quasi il doppio del tempo impiegato in passato. Oltre ai numeri, ciò che colpisce è la nuova realtà dei fondi di private equity. Ma dove è andato a finire quel carpe diem che sembrava essere il motto del capitale di rischio?

In realtà sembra che il settore si stia ripiegando su se stesso, un po’ per l’incapacità di rischiare in investimenti all’avanguardia che invece potrebbero essere profittevoli, un po’ per una sorta di generale rassegnazione dovuta al fatto di non aver saputo cavalcare l’onda hi-tech.

«Abbiamo perso la barca sugli investimenti hi-tech» – dice David Rubenstein, il cofondatore di una delle maggiori imprese statunitensi di private equity. E dichiara ancora: «Tutto il potere si sta muovendo ora intorno alla Silicon Valley».


#venturecapital L’industria del private equity vale 3,8 trilioni di dollari
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Il ritorno in scena dei VC

Ci sono diverse ragioni per cui il settore del private equity potrebbe avere ragione nel guardare con invidia le società di venture capital, tralasciando il fatto che non siano comparabili le quantità di capitale investito dagli uni e dagli altri. Alcuni anni fa, Blackstone ha scelto appositamente tutti i suoi dirigenti in Cina. A quale scopo? Il messaggio era chiaro e semplice: non importava quale fosse l’attività delle persone assunte, ciò che contava era l’impatto che la presenza della Cina avrebbe creato nel loro business. Oggi, lo stesso discorso vale per la tecnologia. Vi è un valore intrinseco che risiede nell’investimento nella tecnologia di per sé, a prescindere dalle quantità di denaro che possono essere impiegate. Imprese importanti tra cui Blackstone, Carlyle e KKR hanno esaminato la possibilità di acquisire società di venture capital, sulla base anche delle conoscenze degli esperti in materia. Sia Blackstone sia KKR hanno progressivamente abbandonato il proposito, ritenendo che vi fossero troppi ostacoli e che i propri investitori non avrebbero accolto di buon grado una simile iniziativa. Per quale motivo una simile diffidenza nei confronti dei VC? Le ragioni sono varie. Innanzitutto, Blackstone ha constatato i poco brillanti rendimenti dei venture capital nell’ultimo periodo. Inoltre, il passaggio di acquisizione e il conseguente cambiamento delle disposizioni per il controllo renderebbe difficile inglobare le società di venture capital. Infine, le dimensioni relativamente ridotte dei fondi di venture capital che si andrebbero ad acquisire determinerebbero come risultato una differenza solo marginale per le ambizioni di Blackstone e società simili, il cui obiettivo è di raccogliere almeno 500 miliardi di dollari in fondi di loro gestione nell’arco di un breve lasso di tempo.


#venturecapital Capitale di rischio: punti di forza e debolezza
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Quale soluzione?

Blackstone sta usando il proprio bilancio per effettuare investimenti in interessanti start-up che possono contribuire alla sua attività, sia nel processo di analisi delle informazioni in tempo reale per gli investitori sia nella capacità di aumentare la sicurezza dei propri sistemi. Utilizzando il proprio bilancio, ha una maggiore flessibilità. E non è un caso unico. Dalla fine del 2013, nel frattempo, KKR ha investito centinaia di milioni di dollari fuori del proprio bilancio in aziende tecnologiche promettenti per comprendere meglio l’impatto della tecnologia sulle sue aziende tradizionali in portafoglio. KKR calcola che le società nelle quali investe spendono circa dieci miliardi di dollari ogni anno in IT. Essa ha anche formato una partnership con un fondo di venture capital, TenEleven Ventures, specializzato nella sicurezza IT, per comprendere come valutare potenziali investimenti. E la scelta di KKR si è proiettata verso aziende che si trovano lontano. I recenti investimenti comprendono una quota di minoranza in Ping Identity, con sede a Denver, il cui obiettivo è di fornire la sicurezza delle identità online; in FanDuel, una piattaforma online di sport di fantasia; in Arago, AG, specialista tedesco in automazione IT; e infine in ClickTale, un gruppo israeliano che consiglia i siti web su come migliorare le esperienze dei loro visitatori online. Quindi, i fondi di private equity tendono, anziché acquisire società di venture capital, a diventare loro stessi angel investors, finanziando le idee migliori.


#venturecapital Le nuove sfide con gli angeli dilettanti
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Apertura agli angeli amatoriali?

Steve Case, CEO di Revolution LLC, sembra essere abbastanza favorevole a riguardo. In un’intervista a CNBC ha dichiarato che le startup sono investimenti rischiosi e che la maggior parte degli angel investors dilettanti non riuscirà a tenere il passo dei venture capital. Del resto, non è un’impresa da poco sostituirsi a un VC. «Quindi, se qualcuno sta cercando di mettere da parte un po’ di soldi per pagare le bollette, mandare i figli al college o risparmiare per la propria pensione, utilizzare tali fondi per attività di angel investing sarebbe un rischio semplicemente troppo grande». Nonostante queste prime obiezioni, Steve Case si proclama a favore degli angel investors amatoriali per tre motivi. In primo luogo, si tratterebbe di vincere un pregiudizio. «Respingo l’idea che la capacità di fare buoni investimenti dipende solo dalle dimensioni del proprio conto in banca. Ho visto un sacco di persone ricche prendere decisioni di investimento sbagliate, e un sacco di gente della classe media fare scelte più intelligenti». Soprattutto, se si investe in un settore o su persone che si conoscono. «Certamente – come dichiara Steve Case – occorre predisporre adeguati strumenti di tutela a tal fine. E adottare chiare e precise norme per il crowdfunding e soprattutto porre dei limiti all’attività di crowdfunding da parte dei privati. La seconda ragione per cui Steve Case si proclama a favore degli angeli dilettanti risiede nel valore intrinseco di un simile fenomeno. Infatti, si tratterebbe di un’attività civica, che aiuterebbe le comunità a crescere, a creare posti di lavoro e a promuovere opportunità. Anche quando questi “investimenti” non “ripagano” la persona che li ha realizzati, rendono la comunità un posto migliore e creano in ogni caso dei vincitori. Da ultimo, Steve Case ritiene che ci siano troppi VC «tecno-centrici».

La peculiarità delle attività di investimento degli angeli dilettanti risiede nel fatto che la maggior parte di esse si concentra sui settori non-tech, aiutando per esempio un imprenditore a raccogliere fondi per un prodotto di consumo, per un servizio o anche per un concetto di prodotto o un’idea. Niente più VC istituzionali quindi?

È ancora presto per dirlo. Per il momento, l’idea di angel investors per passione o per spirito etico sembra ancora essere un progetto lontano dalla realtà, o quantomeno un processo destinato a sopportare una lunga gavetta prima di conquistare spazi sempre più ampi. Certamente, i venture capital dovranno fare i conti con nuovi rivali ed essere in grado di ottenere grandi exit per poter competere con la concorrenza.

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Le colpe della smart city https://www.datamanager.it/2015/04/le-colpe-della-smart-city/ Mon, 20 Apr 2015 13:56:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73000 Un po’ i pronipoti (The Jetsons) di Hannah&Barbera, un po’ Blade Runner. Aspettando la città intelligente che tarda ad arrivare È facile immaginare la città smart come quella dei film di fantascienza, in cui le automobili invece di muoversi sull’asfalto volano, le case sono bolle di vetro autosufficienti ed ecocompatibili, gli orti sono protetti da […]

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Un po’ i pronipoti (The Jetsons) di Hannah&Barbera, un po’ Blade Runner. Aspettando la città intelligente che tarda ad arrivare

È facile immaginare la città smart come quella dei film di fantascienza, in cui le automobili invece di muoversi sull’asfalto volano, le case sono bolle di vetro autosufficienti ed ecocompatibili, gli orti sono protetti da gigantesche campane di vetro e gli uomini indossano tutine aderenti bianche o azzurre. Città iperconnesse, con in più quel sano tocco di diffidenza che ci ha insegnato la trilogia di Matrix. Come se in realtà la città del futuro sfuggisse a qualsiasi controllo reale e non fosse altro che il frutto della fantasia malata e del bisogno di controllo di qualche forza superiore o scienziato pazzo.


#smartcity Emanuela Donetti @urbanocreativo : città intelligenti non fantascienza
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Perché succede?

Prima di tutto, perché fino ad oggi l’atteggiamento della smart city è stato per così dire persecutorio? Se la città intelligente è quella in cui le infrastrutture tecnologiche ci permettono di monitorare tutto ciò che succede, è facile pensare che l’intelligenza di cui si parla sia quella che esercita un controllo: videocamere di sorveglianza, tutor e radar per misurare la velocità, l’apertura e la chiusura dei varchi e delle aree urbane a traffico limitato. Principalmente, con la funzione di fare multe.
I cittadini fanno sempre più fatica a fidarsi della tecnologia urbana. Basta prendere le assicurazioni. Sono molte quelle che propongono la scatola nera a bordo, per registrare il comportamento del veicolo in caso di incidente. Adottarla comporta anche un significativo sconto sul costo dell’RC auto. Eppure, sono molte le persone che nonostante il risparmio non accettano l’offerta, per la spiacevole sensazione di sentirsi controllati.


#smartcity Emanuela Donetti @urbanocreativo : non solo controllo e sicurezza
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Non solo controllo

La città intelligente non si basa solo su controllo e sicurezza, e soprattutto non solo su infrastrutture materiali. La città intelligente è quella che prima di tutto sviluppa strategie. Per ottimizzare e innovare i servizi pubblici e migliorare la qualità della vita. Vogliamo dire che è resiliente? Che usa le tecnologie in modo strategico per reagire agli eventi della quotidianità? Non possiamo pensare che gli “oggetti sensibili” siano intelligenti per conto proprio. È necessario che lo diventino grazie a una pianificazione strategica che permetta di avere una visione d’insieme e di mettere in relazione, nella maniera più efficace possibile, infrastrutture materiali e immateriali. Sensori e servizi.

La debolezza di moltissime sperimentazioni, finanziate attraverso bandi nazionali o europei, è la tendenza a fermarsi alla fase pilota. Senza pianificare il futuro, quando i finanziamenti saranno finiti e le tecnologie dovranno essere gestite. Per esempio, prendiamo il progetto sfpark a San Francisco. Un sistema di riduzione del traffico grazie a un’applicazione che permette di trovare parcheggio in maniera più veloce grazie a dei sensori posizionati sugli stalli. Il progetto si è concluso a fine 2013, quando le batterie dei sensori hanno raggiunto il limite della loro vita. Oppure, pensiamo a uber, startup di successo che ha proposto un sistema innovativo di trasporto che oggi deve fare i conti con una serie di problematiche che nulla hanno a che fare con batterie, tecnologie o sensori, ma con le intelligenze e il buon senso di amministratori, politici, associazioni di categoria e lavoratori.


#smartcity Emanuela Donetti @urbanocreativo : sognando la città intelligente
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Andare oltre

Siamo quindi ancora a livello di “palestra” di casi e di buone pratiche, che di buono non hanno molto, se non sono capaci di “andare oltre”. Bisogna che le città accettino di passare dal progetto pilota alla scelta globale. Bisogna decidere come allocare le risorse sulla città intelligente e capire quale fase dell’intelligenza urbana promuovere. Per qualche tempo la politica urbana deve viaggiare su due canali separati: quello della quotidianità e di mantenimento dell’esistente, e quello della pianificazione e della visione. Per evitare di continuare a vivere in una città “stupida”, sognando in continuazione quella intelligente, che però sembra non arrivare mai.

Emanuela Donetti @urbanocreativo

 

 

 

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AeroDron – Un mercato da cogliere al volo https://www.datamanager.it/2015/04/aerodron-un-mercato-da-cogliere-al-volo/ Mon, 20 Apr 2015 13:41:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72917 Servizi di rilevamento e visualizzazione remota. Le future prospettive B2B dei velivoli “senza pilota” Ormai, grazie alle brillanti trovate pubblicitarie di Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon), siamo abituati a pensarli già come un valido rimpiazzo, robotizzato e volante, di spedizionieri e fattorini. L’altra immagine, diametralmente opposta, è quella della sofisticata arma di guerra […]

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Servizi di rilevamento e visualizzazione remota. Le future prospettive B2B dei velivoli “senza pilota”

MD
Marco Donadoni, direttore generale di AeroDron

Ormai, grazie alle brillanti trovate pubblicitarie di Jeff Bezos (fondatore e CEO di Amazon), siamo abituati a pensarli già come un valido rimpiazzo, robotizzato e volante, di spedizionieri e fattorini. L’altra immagine, diametralmente opposta, è quella della sofisticata arma di guerra popolarizzata dal serial Homeland: uno strumento capace di arrivare sulla testa di qualsiasi obiettivo nemico per eliminarlo in modo efficace e asettico (e pazienza per gli effetti collaterali devastanti di cariche esplosive per niente chirurgiche).

Per Marco Donadoni, direttore generale di AeroDron, i droni sono strumenti molto più concreti, una tecnologia già consolidata, capace di sostenere un mercato B2B di tutto rispetto. Che si porta con sé tutte le considerazioni economiche, normative, di sicurezza che un imprenditore deve fare quando decide che quella tecnologia può essere messa a frutto per fare cose nuove o per fare meglio, e con meno spesa, lavori (in questo caso aerei, per esempio un rilievo fotografico) svolti con metodi più convenzionali. «Personalmente non credo che almeno in Italia possa esserci un mercato per i droni come mezzo di trasporto» – afferma Donadoni. «In Germania, è in corso una sperimentazione per la consegna di posta e medicinali su un’isola del Mare del Nord, ma qui, dove le distanze da colmare non sono mai quelle dell’Ohio, non ce li vedo proprio».


#droni @MarcoDonadoni DG di @Aero_Dron: l’ENAC alza l’asticella. I droni non sono giocattoli
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In compenso, quelli che la nostra autorità per la regolamentazione del volo civile (Enac), definisce “Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto” (Sapr), possono trovare applicazioni molto più interessanti e remunerative, e tutte altamente professionali, o afferenti alle necessità di gestione del territorio delle pubbliche amministrazioni. AeroDron, l’azienda parmense “coltivata” in B-Ventures – l’incubatore di Buongiorno.it e premiata all’inizio dello scorso anno con un secondo round di investimenti da 400mila euro – è attualmente attiva in almeno tre segmenti. «Uno – spiega Donadoni – riguarda la gestione e il monitoraggio territoriale e dell’assetto idrogeologico, attraverso fotografie di precisione, riprese video, misurazioni con diversi tipi di sensore, dove il ricorso al rilievo di prossimità effettuato dai droni è più preciso, costa meno e mitiga molti rischi associati agli interventi sul campo».


#droni @MarcoDonadoni DG di @Aero_Dron: Nuove regole ENAC, più sicurezza
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C’è poi tutto un insieme di rilievi e misurazioni necessarie per attività tipicamente cantieristiche, come l’analisi tridimensionale dei terreni prima della realizzazione di una infrastruttura, o le osservazioni che precedono un intervento di manutenzione o riparazione.

«Un’altra applicazione è la cosiddetta agricoltura di precisione, quella che presuppone una microanalisi delle caratteristiche di un terreno con lo scopo di identificare la miglior distribuzione di risorse idriche o di nutrimento» – spiega ancora Donadoni. Anche questa si può fare in modo più efficiente, imparando a conoscere metro per metro le caratteristiche del terreno, raccogliendo con estrema regolarità una massa di dati visuali che servirà per esempio ad alimentare i moderni tool predittivi di cui si servono i “cyber-contadini” (dati che sarebbe impossibile raccogliere manualmente o con l’aiuto di sensori fissi). «Almeno il 40% del nostro tempo è dedicato allo studio di nuove opportunità» – precisa Donadoni. Un argomento allo studio è per esempio il monitoraggio ambientale avanzato, per esempio nella gestione dell’inquinamento dell’aria.


#droni @MarcoDonadoni DG di @Aero_Dron: Cresce mercato B2B per i velivoli unmanned
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L’inizio della storia

«Le prime idee per AeroDron – racconta Donadoni – maturano nel 2012 nella testa del fondatore, Giorgio Ugozzoli, ex consulente di Buongiorno.it per le tecnologie, fisico e pilota d’aereo. L’estate dell’anno successivo, la startup comincia a muovere i primi passi. Oggi, è una realtà abbastanza piccola, sei persone che si occupano delle varie aree di business o del trattamento visuale delle informazioni. Oltre naturalmente a pilotare gli aeromobili della flotta AeroDron: cinque modelli diversi di cui due del tipo “ad ala” (simili a piccoli aerei) e tre multirotore, concettualmente vicini all’elicottero, più adatti per compiere rilevamenti in prossimità di infrastrutture come tralicci e dighe. In tasca, il pilota remoto deve avere un suo apposito brevetto, ottenuto con un certo numero di ore di studio teorico e prove pratiche. AeroDron eroga anche formazione alle altre aziende che vogliono internalizzare certe competenze, organizza eventi dimostrativi invitando potenziali clienti (dagli studi di progettazione ai tecnici della PA) e agisce anche da rivenditore di queste tecnologie.


#droni @MarcoDonadoni DG di @Aero_Dron: Progetto per la consegna di posta e medicinali
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Un mondo di applicazioni

«Siamo troppo pochi per poter controllare in prima persona tutte le competenze necessarie» – riconosce Donadoni. Per questo, AeroDron agisce in un vero e proprio cluster di partner specializzati. Le tecnologie sono di Skyrobotic, principale produttore italiano di Sapr, basato a Terni. Umbra è anche la società Siralab Robotics, spin-off dell’Università di Perugia dedicato alla ricerca e sviluppo della robotica nelle applicazioni “unmanned”. Per il know-how nel campo della fotogrammetria, AeroDron si avvale della collaborazione di Cgr Compagnia Generale Riprese aeree, una società che vanta quasi mezzo secolo di fotografia aerea dell’Italia. E non manca un partner con specializzazione grafica, la Pix4D, altro spin-off, questa volta del Politecnico di Losanna, in Svizzera, considerato leader mondiale nello sviluppo di software per l’elaborazione di dati per le applicazioni professionali con i droni. Per Donadoni, il futuro è quanto mai sfidante. «Tra dieci anni, secondo Stretegic Defense Intelligence – sulla base di dati che arrivano da aziende come Alenia o Teal Group – il comparto dei droni avrà un valore di 10 miliardi di dollari, di cui 1,6 in Europa, solo per la vendita di piattaforme. I servizi professionali varranno quattro volte queste cifre».


#droni @MarcoDonadoni DG di @Aero_Dron: Applicazioni per l’agricoltura di precisione
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Sulla strada giusta

Notevoli, in questo ultimo periodo, sono stati anche gli sforzi compiuti sul piano normativo, indispensabile per dare solidità a un settore che non può permettersi nessuna improvvisazione. Dopo un primo regolamento pubblicato dall’Enac a marzo del 2015, l’ente ha rilasciato la bozza della nuova normativa, che Donadoni giudica «più chiara, perché affronta argomenti non ben definiti nella prima versione e le questioni di sicurezza anche in contesti prima vietati, come la possibilità di pilotare i droni a lunga distanza, oltre la linea di visibilità da terra». Per Donadoni, l’Enac alza l’asticella verso applicazioni ancora più complesse, richiede competenze più specifiche. «Siamo sulla strada giusta, è un regolamento che può attrarre le risorse necessarie». I droni non sono giocattoli e la clientela professionale non lascia spazio all’improvvisazione. Questo è un settore capital intensive, i risultati arrivano solo dopo investimenti adeguati e per convincere gli investitori occorre un contesto normativo altrettanto convincente. Ma le opportunità – per chi si occupa dei servizi ma anche di materiali, sensori, software di controllo, sistemi di analisi e post-produzione grafica, reti radio di supporto – sono alte come il cielo.

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Sistemi di pagamento. Nuovi servizi e prospettive https://www.datamanager.it/2015/04/sistemi-di-pagamento-nuovi-servizi-e-prospettive/ Mon, 20 Apr 2015 13:20:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73026 A trainare la crescita sono soprattutto gli strumenti di pagamento innovativi. In Europa, la SEPA consente di offrire strumenti sicuri e affidabili a costi competitivi e con nuovi modelli funzionali La disponibilità di sistemi di pagamento sicuri, facili da usare e poco costosi è uno degli elementi fondamentali per l’affermazione su larga scala delle transazioni […]

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A trainare la crescita sono soprattutto gli strumenti di pagamento innovativi. In Europa, la SEPA consente di offrire strumenti sicuri e affidabili a costi competitivi e con nuovi modelli funzionali

La disponibilità di sistemi di pagamento sicuri, facili da usare e poco costosi è uno degli elementi fondamentali per l’affermazione su larga scala delle transazioni elettroniche e dell’economia digitale. Lo sviluppo dell’e-commerce trova ancora oggi un ostacolo nei sistemi di pagamento e l’utilizzo delle carte bancarie (credito, debito e prepagate), soprattutto in Italia, lascia molto a desiderare. L’ultima relazione della Banca d’Italia ha evidenziato che il numero delle operazioni effettuate con strumenti di pagamento diversi dal contante cresce lentamente e su 100 pagamenti, 85 sono ancora in contanti. Nel 2013, in particolare in Italia, sono state regolate solo 75 operazioni pro capite con strumenti alternativi al contante, contro le 194 dei paesi dell’area dell’euro. Gli utenti attivi sull’home banking sono stati circa 33,9 milioni con circa 2,5 milioni di imprese (1,7 milioni usano il Corporate Banking Interbacario). L’e-commerce ha raggiunto in Italia i 14 miliardi di euro di fatturato, con un tasso annuo di crescita di oltre il 20% (dati del Consorzio Netcomm).


#pagamentielettronici Vincenzo Romeo @ingenico «Tecnologie e standard ormai maturi»
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Il mercato dei servizi

Il mercato dei servizi di pagamento si sta aprendo a nuove opportunità e vede l’avvento di nuovi attori. A trainare la crescita sono soprattutto gli strumenti innovativi via Internet e mobile. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’innovazione è però ancora in fase embrionale e anche gli e-payments si stanno spostando verso il cloud computing. Visa e Mastercard, ma anche Google, per esempio, stanno adottando l’HCE (Host Card Emulation), una tecnologia ad architettura aperta basata sul cloud computing che consente di effettuare pagamenti anche in combinazione con la tecnologia NFC (Near Field Communication). Con l’HCE è possibile gestire transazioni sicure affrancandosi dal supporto hardware del “Secure Element” (SE) ospitato nel cellulare. La smaterializzazione del SE indebolisce la dipendenza dei pagamenti da una SIM fisica, e quindi dal controllo delle compagnie telefoniche.


#pagamentielettronici Enrico Belgini @cedacri «La SEPA è il punto di partenza»
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Per quanto riguarda la domanda, Juniper Research, con la sua recente ricerca sul tema, afferma che circa 2 miliardi di utenti a livello globale compreranno tramite mobile entro il 2018. L’offerta è caratterizzata da prodotti emergenti come: Google Wallet, PayPal, Apple Pay, Samsung Pay, Alipay, Android Pay, Bitcoin e le altre e-money, che potrebbero imporsi a livello mondiale e, quindi, anche sul mercato europeo, come standard de facto. Tali sistemi, infatti, pur essendo meno regolamentati e controllati di quelli europei sono nati per essere globali. Talune indiscrezioni fanno credere a un prossimo accordo tra Apple e Alibaba Group, mediante il suo sistema Alipay, che già vanta partnership con 200 società creditizie cinesi. Il patto potrebbe traghettare Apple Pay in Cina in tempi brevi. Samsung Pay gode, invece, di accordi specifici con Visa e, inoltre, per gli m-payment ha acquisito la società leader Looppay. Google sta pensando a nuovi servizi da includere nei suoi Google Wallet, ha appena definito Android Pay e ha acquistato la tecnologia Softcard: la joint venture creata nel 2010 dagli operatori telefonici AT&T, Verizon e T-Mobile Usa. Attualmente, il sistema Google è utilizzato in circa 200mila punti vendita statunitensi, tra cui Subway e McDonald’s. Oltre ai sistemi richiamati, ci sono poi le e-money, tra cui spicca Bitcoin, che alcuni grandi merchant, come Dell, Expedia e Showroomprive accettano già per i pagamenti.


#pagamentielettronici Liliana Fratini Passi @ConsorzioCBI «Grande attività nel segmento B2B e B2G»
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Multicanalità e sicurezza

Vincenzo Romeo, innovation & technologies director di Ingenico Italia si dichiara perfettamente d’accordo sulla forte spinta innovativa e ritiene che il 2014 è stato un anno molto ricco di innovazioni. «Tecnologie e standard ormai maturi quali NFC ed EMV hanno trovato nuove implementazioni: dall’HCE, citato, introdotto da Google sulla piattaforma Android che facilita la distribuzione dei mezzi di pagamento NFC sugli smartphone, ad Apple Pay, che ha integrato NFC, biometria e tokenizzazione per i pagamenti con i POS e per i pagamenti online nelle App». Si è visto anche il consolidamento delle soluzioni di mobile POS, ovvero la possibilità di usare lo smartphone per accettare i pagamenti con carte grazie a un terminale POS portatile di piccole dimensioni, soluzioni in cui Ingenico Italia è stata particolarmente attiva e innovativa. «Stanno emergendo soluzioni di pagamento “multicanale” – continua Romeo – in cui l’esperienza di acquisto e di pagamento in-store, online e mobile, si integrano e creano nuove opportunità di vendita per i merchant e maggiore comodità per il cliente». In questo contesto estremamente dinamico, che ha bisogno di standard di interoperabilità per la natura stessa dei sistemi, gli sforzi da parte di organismi come EMVCo e PCI SSC si stanno concentrando sulla tokenizzazione, per usare sui TRE canali (online, mobile e fisico) dei token che sono “surrogati” dei numeri delle carte di credito, per ottenere maggiore sicurezza e flessibilità.


#pagamentielettronici Alessandro Poerio di Oberthur Technologies: «Presidiare la filiera del pagamento»
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Inoltre, in ambito europeo, si stanno consolidando gli standard EPAS, per garantire interoperabilità ai sistemi di accettazione di carte, distribuiti su più paesi. Ingenico ha avviato due progetti basati su questi standard, con due importanti operatori, Carrefour e Auchan. I progetti prevedono l’avvio a breve delle fasi pilota in Francia, Spagna e Portogallo per essere poi estesi ad altri paesi. Il vantaggio per le banche è di poter offrire servizi di pagamento con un’unica soluzione paneuropea. «In questo ambito, gli aspetti riguardanti la protezione dei dati sensibili e l’identificazione sicura del titolare della carta sono particolarmente determinanti» – sottolinea Romeo. «Si stanno diffondendo soluzioni di tokenizzazione per la protezione dei dati e anche l’uso di tecnologie biometriche potrebbero aumentare la “confidence” nell’uso dello strumento di pagamento». Un ulteriore aspetto importante è quello delle certificazioni dei sistemi: ogni soluzione deve essere validata e confrontata con requisiti, standard e best practices emessi periodicamente dagli enti preposti (PCI SCC, BCE, CE). «Le innovazioni sui servizi e sui sistemi di pagamento pongono sempre nuove sfide di sicurezza» – spiega Romeo. «Lo standard PCI P2PE (Point-to-Point Encryption), per esempio, consente l’uso di dispositivi “open” e non fisicamente sicuri (es. smartphone, pc o registratori di cassa) individuando i componenti critici da validare». Il software del terminale POS è fondamentale per la sicurezza, insieme all’hardware, e deve essere certificato da laboratori accreditati. Ingenico Italia ha lavorato molto in questa direzione e ha ottenuto la certificazione PCI P2PE per l’applicazione bancaria dei propri terminali.


#pagamentielettronici Maurizio Martinozzi @TrendMicroItaly : «Soluzioni IT più avanti delle norme»
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SEPA e scenario europeo

L’Europa sta facendo, da tempo, enormi sforzi per normare l’area degli e-payments e la loro sicurezza ma, come è stato sottolineato, questo è un comparto globale per definizione che va dagli USA alla Cina. L’arrivo in Europa di sistemi meno sicuri e, con un diverso modello di business, in taluni casi, con l’accordo dei circuiti delle carte, può rivoluzionare il mercato disintermediando sia le banche che altri operatori. Dopo i grossi sforzi e gli investimenti fatti dai circuiti e dalle banche per aumentare la sicurezza (come, per esempio, la soluzione Chip&PIN), l’attenzione si sposta ora sui nuovi m-payments e diventa condizione imprescindibile al fine di consolidare la confidenza dei merchant e degli utilizzatori verso le nuove tecnologie. La sfida per l’offerta di soluzioni competitive in Europa si gioca sulla compatibilità con le norme e gli standard ma soprattutto sulla sicurezza e l’affidabilità.


#pagamentielettronici In Italia, 85 su 100 sono ancora in contanti
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La definizione della SEPA (Single Euro Payments Area) – l’area unica europea dei pagamenti in euro, coordinata tecnicamente dall’EPC (European Payment Council) – ha messo in moto un meccanismo abilitante per realizzare sistemi innovativi, uniformi e interoperabili a livello europeo. A fine 2007 è stata emanata la direttiva 2007/64/CE PSD (Payment Services Directive) che ha fissato i principi fondamentali e le norme per il contesto SEPA. Attualmente, si sta licenziando la direttiva PSD2 che disegnerà il nuovo quadro normativo al fine di: aumentare la possibilità di scelta di uno strumento di pagamento in capo al consumatore, incrementare la sicurezza e ridurre i costi. Ampliare l’opportunità di scelta, significa incoraggiare la competizione sia fra prestatori di servizi di pagamento – bancari e non – sia tra gli strumenti di pagamento stessi. Il quadro normativo si amplia con i servizi e la gamma di attività esercitabili dai cosiddetti Istituti di Moneta Elettronica (IME) e Payment Institution (PI), consentendo di prestare servizi di pagamento e svolgere talune attività finanziarie senza doversi trasformare in banche. È anche attesa l’entrata in vigore delle specifiche, in corso di emanazione da parte della BCE, che obbligheranno entro il primo febbraio 2017, a nuove e più stringenti misure di sicurezza. L’ambito soggettivo e oggettivo delle nuove regole sarà applicabile allo stesso modo ai nuovi soggetti TPP (Third Party Payment Provider) e al nuovo servizio di Payment Initiation, previsti dalla PSD2, coinvolti in una transazione di mobile payment. Sul mercato, le istituzioni finanziarie europee si sono attivate per mettere a disposizione dei clienti una serie di soluzioni innovative per l’e-payments degli acquisti fatti sul web. In particolare, su iniziativa EBA, si propongono sistemi come MyBank: soluzione di pagamento paneuropeo messo a punto da EBA Clearing. MyBank consente ai clienti di pagare direttamente dal proprio home banking tramite bonifico istantaneo senza cessione di credenziali. Il 2014 è stato anche l’anno di Jiffy, la soluzione di SIA che permette di effettuare trasferimenti di denaro via smartphone in tempo reale a un beneficiario identificato dal numero di telefono e con disponibilità dei fondi immediata. In Austria, Germania e Svizzera sono molto diffusi pagamenti da conto corrente come Sofort e MyBank.


#pagamentielettronici L’ #e-commerce in Italia vale 14 miliardi di euro
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Un punto di partenza

«La SEPA deve essere considerata un punto di partenza per lo sviluppo di nuovi servizi e strumenti paneuropei da mettere a disposizione della clientela in modo semplice ed economico» – afferma Enrico Belgini, product manager monetica e sistemi di pagamento di Cedacri. L’evoluzione dell’offerta del Gruppo Cedacri ha cercato, in effetti, di agevolare le banche nel perseguire questo obiettivo, aggiungendo nuovi prodotti che si distinguono per un facile utilizzo nei diversi canali senza pregiudicare la sicurezza. «Il sistema bancario europeo ha definito la SEPA al fine di adottare degli standard europei» – prosegue Belgini. «Non occorrono di conseguenza nuovi standard, ma l’applicazione della SEPA stessa». Nello sviluppo e integrazione di nuovi strumenti di pagamento, l’impiego di tecnologie di strong authenticaton rappresenta inoltre una buona base per la sicurezza delle operazioni. «Serve in ogni caso – afferma Belgini – un equilibrio tra sicurezza e facilità d’uso, che le banche devono trovare in relazione alle esperienze d’acquisto e di utilizzo degli strumenti stessi». Un livello di sicurezza “light” è stato individuato da Cedacri quale soluzione migliore per gli acquisti di importo limitato. In questi casi, la mitigazione del rischio è ottenuta grazie a sistemi di monitoraggio delle operazioni effettuate dai clienti con diversi strumenti e dai diversi canali.

Anche nel segmento B2B e B2G, per gli incassi e i pagamenti, si è vista una grande attività. Liliana Fratini Passi, direttore generale del Consorzio CBI spiega che «il Consorzio CBI – ancor prima che l’EPC definisse l’adozione dello standard ISO 20022 XML – aveva già adottato l’XML come linguaggio per la veicolazione delle richieste di servizio sulla propria rete, in quanto in grado di rispondere alle esigenze di mercato e di interoperabilità a livello domestico e cross-border». Tale posizione è stata fortemente sostenuta dagli istituti finanziari consorziati e dalle aziende operanti sul CBI, alle quali il consorzio fornisce continuo supporto sia per l’erogazione dei nuovi servizi XML sia per le procedure di conversione dai vecchi formati legacy. Sulla base del Regolamento UE n. 260/2012 (c.d. “SEPA end-date”), combinato con le disposizioni attuative della Banca d’Italia riguardo all’utilizzo obbligatorio di XML sulla tratta cliente-banca, tipica dell’operatività CBI, le aziende saranno obbligate a migrare le operazioni di bonifico al dettaglio e incasso diretto ai nuovi formati SEPA a partire dal primo febbraio 2016. «Il consorzio CBI – continua Fratini Passi – fornirà il proprio know-how alle aziende e alle associazioni di categoria per il completamento delle attività legate alla SEPA, che di certo vedrà nei prossimi mesi del 2015 una forte accelerazione e un elevato impegno degli utenti dei servizi di pagamento CBI». A tale impegno, peraltro, corrisponderà un elevato valore in termini di armonizzazione delle procedure di pagamento e incasso a livello UE ed evoluzione delle tesorerie aziendali, le quali potranno essere configurate in modo sempre più efficiente grazie alla diffusione su larga scala dei nuovi strumenti paneuropei. Anche l’Agenzia per l’Italia Digitale ha recentemente pubblicato le linee guida che indicano le modalità con cui tutte le PA dovranno adeguarsi, entro dicembre 2015, alla fatturazione elettronica e, quindi, anche all’adozione degli e-payments. L’Agid ha predisposto il logo “pagoPA” per identificare il sistema e individuarne i soggetti aderenti sia per enti creditori sia per prestatori di servizi di pagamento.


#pagamentielettronici Sicurezza e #Multicanalità. Nuovi player e opportunità
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Sicurezza e affidabilità

Esiste, però, un problema di conoscenza e percezione della sicurezza degli e-payments da parte del consumatore. «La sicurezza e l’affidabilità dei pagamenti costituiscono un elemento fondamentale» evidenzia Alessandro Poerio, amministratore delegato di Oberthur Technologies Italia. «Occorre proteggere adeguatamente i dati e prevenire le frodi in ogni singola fase della filiera del pagamento». La sicurezza è la caratteristica che può fare la differenza tra la percezione di innovazione “positiva” e “negativa” e contribuire in misura determinante al successo di soluzioni innovative. «Negli ultimi anni – prosegue Poerio – le frodi legate alle carte hanno suscitato forte preoccupazione tanto fra i consumatori quanto nel settore finanziario. Il fenomeno ha subito una profonda trasformazione, soprattutto in Europa dove è stato rilevato un tasso di crescita delle frodi su Internet, pari a circa il 60% (dati BCE)». Una nuova modalità di frode online riguarda soprattutto la modalità di “card not present” (CNP), dove i dati del titolare sono recuperati con mezzi ingannevoli dagli hacker e utilizzati per i pagamenti elettronici a distanza, nei quali il merchant non può controllare fisicamente la carta e gli elementi di sicurezza presenti sulla stessa. «Tra i dati del titolare – afferma Poerio – uno tra i più sensibili che viene utilizzato nella transazione online è il codice di sicurezza posto al retro della carta e denominato dai vari circuiti in modi differenti: CVV2, CVC2, CID, CSC». Oberthur Technologies ha sviluppato una soluzione innovativa e sicura, una carta dotata di codice di sicurezza dinamico. La carta ha un mini display al retro, il codice di sicurezza è sempre visualizzato, non occorre premere alcun tasto e cambia automaticamente dopo un intervallo di tempo predeterminato dall’issuer. «Per il cliente, la carta risulta a tutti gli effetti come un carta di credito tradizionale» – spiega Poerio. La modalità di utilizzo resta la stessa ed è semplice e rassicurante per l’utente finale, trasparente per il merchant, rafforza l’immagine dell’issuer e incrementa l’utilizzo online riducendo drasticamente le frodi». La soluzione è disponibile per carte EMV, duali e contactless.


#pagamentielettronici La #sicurezza fa la differenza
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Gli fa eco Maurizio Martinozzi, manager sales engineering di Trend Micro. «La SEPA è una iniziativa molto ambiziosa ma l’Italia non utilizza ancora in maniera sufficiente i sistemi di pagamento elettronici». Le tecnologie per l’affermazione degli e-payments sono, in effetti, già presenti, ma sono molto più avanzate rispetto agli aspetti normativi. «La disponibilità di diverse piattaforme smartphone – continua Martinozzi – è un fattore abilitante per la diffusione degli e-payments, ma ovviamente la quantità di modelli è anche un rischio perché rende disponibile una grande varietà di malware e attacchi che vanno a colpire le singole piattaforme». Anche in questo caso, le tecnologie per prevenire e difendersi sono già presenti. «L’obiettivo – afferma Martinozzi – è di fornire tecnologie che si occupino sia della sicurezza sia della gestione delle diverse piattaforme e device». Trend Micro propone per un uso più personale la soluzione Mobile Security, mentre supporta la gestione dei dispositivi aziendali con Safe Mobile Workforce, in grado di virtualizzare il dispositivo, che viene così gestito da un’infrastruttura IT che controlla anche gli aspetti di sicurezza, separando le informazioni personali da quelle aziendali.

Conclusioni

Risulta evidente che l’offerta internazionale di e-payments è caratterizzata da prodotti emergenti che potrebbero imporsi a livello mondiale e, quindi, anche sul mercato europeo, come standard de facto. Tali sistemi, infatti, pur essendo meno regolamentati e controllati di quelli europei, sono nati per essere globali. L’Europa sta facendo enormi sforzi per normare quest’area e la loro sicurezza ma, come è stato sottolineato, questo è un comparto globale per definizione. L’arrivo in Europa di sistemi meno sicuri e, con un diverso modello di business, in taluni casi, con l’accordo dei circuiti delle carte, può rivoluzionare il mercato, disintermediando sia le banche che altri operatori. Serve, quindi, una seria politica industriale europea per il settore e occorre concepire anche in Europa prodotti globali. Occorre poi considerare che c’è una stretta correlazione matematica tra uso degli e-payments, economia sommersa e sviluppo. Sono, inoltre, fondamentali gli standard condivisi che garantiscano una maggiore interoperabilità e concorrenza. Più della coercizione, già tentata nel recente passato, serve, quindi, anche una massiccia campagna di comunicazione, informazione e formazione, accompagnata dalla riduzione dei costi e delle commissioni e dalla individuazione di opportuni incentivi resi ben evidenti ai consumatori. Solo così si può fare la “guerra al contante” e far diventare gli e-payments una vera opportunità. Per i sistemi di pagamento innovativi europei è fondamentale l’adeguamento alla SEPA per offrire, a costi competitivi, servizi in linea con la nuova operatività. L’area dei sistemi di pagamento innovativi è uno dei territori d’elezione dell’attività bancaria e la presenza strategica in quest’area è, e sarà sempre, irrinunciabile per l’istituzione finanziaria. Di certo, il settore della finanza e quello dell’ICT stanno operando in stretta collaborazione, in questo importante segmento di mercato.

 

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Trasformazione digitale. La componente DIP https://www.datamanager.it/2015/04/trasformazione-digitale-la-componente-dip/ Mon, 20 Apr 2015 12:59:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72858 Documenti, Informazioni, Processi: nell’era dell’innovazione continua, tornano all’ordine del giorno tematiche più mature, che necessitano di essere aggiornate per essere vincenti nel percorso di trasformazione verso l’azienda digitale Perché nell’era dell’ipermobilità, della fruizione di servizi on cloud, dell’analisi real-time di enormi volumi di dati eterogenei e dell’utilizzo di strumenti di social networking non solo per […]

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Documenti, Informazioni, Processi: nell’era dell’innovazione continua, tornano all’ordine del giorno tematiche più mature, che necessitano di essere aggiornate per essere vincenti nel percorso di trasformazione verso l’azienda digitale

Perché nell’era dell’ipermobilità, della fruizione di servizi on cloud, dell’analisi real-time di enormi volumi di dati eterogenei e dell’utilizzo di strumenti di social networking non solo per interazioni personali ma anche e soprattutto per svolgere attività di business, è ancora importante parlare di documenti, informazioni e processi? Perché i fenomeni innovativi della Terza Piattaforma – Cloud, Social, Big Data & Analytics e Mobility – stanno impattando notevolmente sui processi documentali, e tale impatto sarà sempre più consistente con il crescere del livello di penetrazione di queste quattro tecnologie all’interno delle realtà aziendali. Per questo motivo, anche i “vecchi” processi documentali necessitano di un ripensamento consistente, al fine di cogliere appieno tutti i vantaggi che tali innovazioni aspirano a portare alle aziende che vogliono innovare e innovarsi.


#What’s_Up Il “DIP Paradigm” come benchmarking dell’innovazione @IDCItaly
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Nuove e vecchie logiche

Nuove e vecchie tecnologie, nuovi e vecchi processi IT e di business devono essere in grado di dialogare, di interagire e di interconnettersi tra loro per il raggiungimento di obiettivi comuni, spesso già affrontati in passato ma che l’implementazione di soluzioni innovative e dirompenti porta sempre a voler migliorare. Dal punto di vista dell’efficienza, delle opportunità di business, del time-to-market, della produttività.

È per questo motivo che IDC Italia ha deciso di inserire il “DIP Paradigm” (Document, Information & Process) all’interno delle proprie analisi per il 2015, in quanto considera questo tema come uno degli ambiti su cui le aziende italiane andranno a focalizzare (o forse, sarebbe più opportuno dire ri-focalizzare) la propria attenzione.

Le aziende hanno da sempre dovuto affrontare problemi legati alla gestione documentale, a partire da quelli legati all’infrastruttura di stampa, che comprende stampanti, toner, inchiostro e carta, a quelli inerenti la gestione di flussi e processi come per esempio quelli relativi al ciclo di fatturazione attivo e passivo, alla modulistica o alle buste paga, fino ad arrivare a quelli riguardanti la loro archiviazione e conservazione fisica. Nel corso degli anni, a questi problemi si sono aggiunte nuove criticità, nuove sfide ma anche nuove opportunità come per esempio la digitalizzazione di molti processi di business, la gestione dei contenuti di siti e portali, la dematerializzazione e l’archiviazione digitale che progressivamente sta andando ad affiancarsi o addirittura a sostituirsi a quella cartacea.


#What’s_Up Sergio Patano @IDCItaly : Non solo tecnologia ma nuovo approccio al business
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La nuova complessità

L’innovazione tecnologica però non si ferma e il recente e dirompente sviluppo dei fenomeni legati alla Terza Piattaforma ha portato nuova complessità per quanto riguarda la gestione e l’archiviazione di documenti e informazioni, come per esempio a seguito dell’introduzione di strumenti social (Twitter e Facebook solo per citarne alcuni) all’interno dei processi aziendali. Ma ogni cambiamento può essere visto come una criticità, come un problema aggiuntivo oppure come un’opportunità di crescita. I quattro pillar della Terza Piattaforma offrono alle aziende strumenti per far sì che il cambiamento non apporti solo un impatto negativo per quanto riguarda la gestione, i costi di archiviazione e il rispetto normativo in termini di protezione dei dati sensibili, ma si trasformi concretamente in un’opportunità in grado di recare vantaggi sostanziali alle aziende, siano esse industrie private o pubbliche amministrazioni.

Verso l’esterno, ovvero per posizionare al meglio la propria offerta nei confronti della concorrenza e per cogliere ogni opportunità che il mercato può offrire, le aziende potranno far leva sulle informazioni e i documenti in loro possesso, incrementando la propria competitività, migliorando la “conoscenza” della propria clientela, anticipando le loro esigenze, soddisfacendo le nuove necessità in tempi più ridotti, infine innovando i propri prodotti e servizi.


#What’s_Up Patano @IDCItaly : Le aziende italiane sottovalutano la digital transformation
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Situazioni reali

Non si sta parlando di un futuro remoto o di casi di applicazione solamente teorici, ma si sta facendo riferimento a situazioni reali, che, anche se in numero ancora limitato, sono già presenti e riscontrabili sul territorio italiano. Per fare alcuni esempi concreti, grazie all’implementazione congiunta di soluzioni di Social Business, Document & Information Management, Big Data e Analytics, in Italia un’azienda assicurativa è stata in grado di lanciare un nuovo servizio di preventivi online, analizzando le abitudini, le informazioni derivanti dall’attività social, i dati relativi allo storico degli acquisti e dei preventivi effettuati attraverso i canali tradizionali (sportello e call center) della propria clientela.

Verso l’interno, invece, un’altra realtà italiana – facendo leva sulle informazioni generate dai sistemi di monitoring e controllo IT e dai sensori presenti all’interno del proprio data center – sta utilizzando i big data per attività di predictive event, con l’obiettivo non solo di ridurre i rischi di crash dell’infrastruttura IT, ma anche di migliorare le performance delle componenti di facility. L’implementazione di queste soluzioni ha portato a una maggiore stabilità e di conseguenza a un più elevato livello di disponibilità dei sistemi informatici grazie all’incremento della capacità di ridistribuire in modo uniforme i workflow all’interno del data center. I vantaggi derivanti da questa migliore gestione dell’infrastruttura IT e fisica, se lato IT ha ridotto il numero di incidenti e di fermo macchina, lato facility ha consentito un risparmio consistente nei costi legati al Power and Cooling.


#What’s_Up Patano @IDCItaly : Gestione documentale, situazione allarmante
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Le aziende italiane

Il percorso di implementazione di queste soluzioni innovative non può tuttavia definirsi completo e portare i benefici attesi se le aziende non si adoperano per una revisione dei processi IT e di business che vanno a insistere su di essi. Cloud, Social, Big Data & Analytics e Mobility, infatti, portano con sé non solo innovazione da un punto di vista tecnologico ma anche la necessità di innovare l’approccio a come le attività legate al business devono essere gestite. Da questo punto di vista, la situazione a livello italiano presenta alcuni limiti a fronte di un livello di penetrazione dei quattro pillar in alcuni casi superiore non solo alla media europea ma anche ai paesi che solitamente si trovano un passo avanti, quali Germania, Francia e Inghilterra. Le aziende italiane, dunque, sembrano sottovalutare il problema. Un campione di aziende di medio-grandi dimensioni intervistate da IDC, che ha adottato uno dei quattro pillar della Terza Piattaforma, ha infatti dichiarato di non essere ancora intervenuto per rivedere i processi di business a essi collegati in oltre il 50% dei casi. La situazione sembra essere meno critica per quanto riguarda la Mobility, con solo il 25% delle aziende che dichiara di essere rimasta immobile su questo aspetto, mentre peggiora sensibilmente se si va a osservare il dato relativo alle soluzioni di Big Data e Analytics, dove troviamo quasi sette aziende su dieci che dichiarano di non aver ancora cominciato a rivedere i relativi processi di business.

In tema di gestione documentale, emerge una situazione altrettanto allarmante, con il 67% delle aziende che dichiara di non aver rivisto o di non avere in previsione di rivedere tali processi. Se tale condizione dovesse continuare a persistere, le aziende italiane vedrebbero i loro investimenti e i loro sforzi limitati se non addirittura vanificati, in quanto non riuscirebbero a cogliere i vantaggi in termini di semplificazione, agilità e innovazione, requisiti fondamentali per essere competitivi e continuare il percorso verso la creazione di una vera azienda digitale.

Sergio Patano, research & consulting manager – IDC Italia

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Lo stato di salute degli IP https://www.datamanager.it/2015/04/lo-stato-di-salute-degli-ip/ Mon, 20 Apr 2015 12:47:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72855 Quale futuro della rete? Opportunità e ostacoli. Il ruolo degli Internet Provider nello sviluppo della banda ultra larga Il 2 aprile si è svolto il Convegno Nazionale 2015 dell’Associazione Nazionale Internet Provider. I vari interventi che si sono succeduti hanno fornito un’analisi puntuale della situazione del settore delle telecomunicazioni sia dal punto di vista regolamentare […]

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Quale futuro della rete? Opportunità e ostacoli. Il ruolo degli Internet Provider nello sviluppo della banda ultra larga

Il 2 aprile si è svolto il Convegno Nazionale 2015 dell’Associazione Nazionale Internet Provider. I vari interventi che si sono succeduti hanno fornito un’analisi puntuale della situazione del settore delle telecomunicazioni sia dal punto di vista regolamentare sia economico, soprattutto nella prospettiva delle azioni necessarie per invertire il trend al ribasso che ha colpito anche questo settore economico.


#AIIP Quale futuro della #rete italiana? Opportunità e ostacoli @AIIP
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Franco Bassanini, presidente Astrid, ha chiarito il ruolo che gli Internet Provider dovranno svolgere per contribuire allo sviluppo della rete di nuova generazione. Il Governo si è già impegnato a investire fino a sei miliardi in sette anni sulle nuove reti, tra fondi europei e nazionali, per raggiungere gli obiettivi posti dall’Agenda Digitale europea, al 2020: Internet a 30 Mbps per il 100% della popolazione e almeno il 50% della popolazione effettivamente abbonata a servizi Internet a 100 Mbps. Nel frattempo, però, l’orizzonte non sembra così luminoso dato che la Commissione Europea giudica negativamente le misure intese a finanziare con fondi pubblici l’introduzione di una nuova infrastruttura a banda larga in un’area già coperta. Di conseguenza, lo scenario che si va delineando in Italia potrebbe rendere improbabile la concessione di fondi pubblici a operatori alternativi a Telecom Italia a meno che questi non intraprendano dei processi di integrazione verticale.


#reti Il ruolo degli Internet Provider nel piano della banda ultra larga @AIIP
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Al Convegno sono intervenuti inoltre Alessio Beltrame, capo della segreteria del sottosegretario di Stato del ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, Raffaele Tiscar, vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Renato Soru, fondatore di Tiscali, Alessandra Poggiani, direttore generale per l’Agenzia dell’Italia Digitale (in una delle sue ultime apparizioni pubbliche prima delle dimissioni), Rita Forsi, direttore ISCOM, Stefano Quintarelli, presidente del Comitato di indirizzo della Agenzia per l’Italia Digitale, Antonio Nicita, commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Moreno Grassi, direttore generale di Metroweb, Salvatore Lombardo, amministratore delegato di Infratel e Walter Felice Ibba, VP National Wholesale Services Head of Marketing di Telecom Italia.


#bandaultralarga Governo 6 miliardi in 7 anni sulle nuove reti @AIIP
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TLC in chiaro scuro

Nel corso del convegno, il dipartimento di Management dell’Università La Sapienza di Roma ha presentato in anteprima i dati della ricerca “Stato di salute degli Internet Provider” a cura di Fabrizio D’Ascenzo, direttore del dipartimento, e anche di chi scrive questa rubrica. In attesa dei dati sui bilanci 2014, i dati del 2013 confermano l’ulteriore contrazione del fatturato delle TLC rispetto al 2012 così come la lenta ma inesorabile perdita di terreno di Telecom Italia a favore degli altri operatori. Nella fotografia scattata da uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, emerge che il settore sta affiancando alla fase di contrazione, un’attività di razionalizzazione. In termini di numerosità, gli operatori specializzati nei servizi Internet (connettività, telefonia VoIP, domini, cloud e data center) sono passati da 377 a 357 dei quali 16 grandi, 24 medi, 93 piccoli e 224 micro imprese, secondo la classificazione dimensionale dell’Unione Europea[1]. In termini di quote di mercato calcolate sul fatturato, i grandi Internet Provider cubano il 97,66% su un fatturato complessivo di circa 34 miliardi di euro; ciò che resta è per l’1,23%, lo 0,75% e lo 0,36% distribuito rispettivamente a medie, piccole e micro imprese a fronte di quote di mercato, misurate in termini di accessi, anch’esse in lenta ma costante crescita a favore degli operatori emergenti. In termini di distribuzione geografica, è possibile osservare una sostanziale disomogeneità tra Nord, Centro, Sud-Isole che avvalora la tesi della persistenza di un digital divide strutturale tra le varie aree.


#reti Più aggregazione e consolidamento delle PMI per far fronte ai nuovi investimenti
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Il dato osservato fa riferimento alla sede principale delle aziende: è comunque evidente che, con riferimento alla copertura geografica dei servizi offerti, il raggio di azione delle aziende è inversamente proporzionale alla dimensione delle aziende per cui le micro e piccole imprese hanno prevalentemente un mercato locale e al massimo provinciale. Ovviamente, la minor presenza di operatori nelle regioni del Sud è a tutto vantaggio delle grandi aziende a detrimento della concorrenza e in taluni casi della qualità dei servizi. è noto infatti come uno degli elementi che fanno preferire gli operatori più piccoli è la personalizzazione del rapporto con il cliente. In questo senso, è da sottolineare il fermento presente in alcune regioni italiane quali Umbria, Puglia, Marche e Veneto con numerosi operatori attivi nel tentativo di colmare il digital divide attraverso l’uso della tecnologia WiMax. Con riferimento alle tecnologie di accesso alla rete, è da evidenziare l’impegno crescente degli operatori piccoli e medi nella fibra ottica. In questo senso, le dichiarazioni di Telecom Italia di voler investire in fibra ottica l’importo di tre miliardi di euro per il triennio 2015-2017 (di cui 500 milioni di euro all’architettura FTTH) rappresentano una notizia positiva per il sistema ma anche per gli altri operatori, soprattutto se a questi verranno forniti servizi all’ingrosso con modalità di fornitura trasparenti e non discriminatorie.


#bandaultralarga persiste il digital divide strutturale nel Paese
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Le sfide del mercato

Se si fa riferimento invece ai servizi offerti, è da notare che sempre maggiore è l’allargamento dell’offerta dei servizi cloud e di data center. Ed è proprio dal lato dell’offerta di servizi che si stanno ridefinendo i modelli di business e la stessa definizione in senso stretto di Internet Provider. Infatti, partendo dal modello tipico di Internet Provider – che ha affiancato all’accesso alla rete i servizi quali VoIP, cloud e data center – stanno emergendo da un lato modelli di business molto specializzati (ad esempio sulla unified communication in modalità B2B) e dall’altro modelli che integrano sempre più attività legate ad esempio alla fornitura di contenuti o a servizi legati allo sviluppo delle smart cities. In quest’ultimo caso, è da sottolineare l’interesse crescente nel settore delle utility (spesso a controllo pubblico) a carattere locale o regionale. Dal punto di vista delle tecnologie in crescita, il numero degli operatori indipendenti e IPv6 ready sottolinea la necessità di creare le corrette premesse per l’Internet of Things.


#bandaultralarga Umbria, Puglia, Marche e Veneto sperimentano con il WiMax
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Andando alla salute delle aziende, il segmento delle PMI mostra una migliore redditività ed efficienza della gestione caratteristica, delle vendite, dell’attivo e del capitale proprio. In tal senso, appare evidente che le PMI sono capaci a fare efficienza seppure con risorse e quote di mercato limitate, puntando su un rapporto più diretto con la clientela. Quando però si vanno ad analizzare le fonti di finanziamento delle aziende emergono le difficoltà, in particolare delle piccole e micro imprese, che si trovano a fronteggiare situazioni di sottocapitalizzazione e talvolta di sovraesposizione verso le banche che ne mette a repentaglio la solvibilità. Ciò ovviamente determina un chiaro ostacolo all’attuazione di un piano di investimenti per lo sviluppo di un’infrastruttura digitale in grado di favorire anche una crescente apertura del mercato agli operatori emergenti. Pertanto questi si devono attrezzare per superare i problemi legati alla dimensione e alla bassa patrimonializzazione. Da un lato quindi la necessità di favorire la capitalizzazione delle aziende con una incentivazione alle aggregazioni (da capire in che modalità) comprendendo anche le motivazioni della scarsa propensione all’accesso al mercato dei capitali (una sola IPO di Internet Provider nel 2014); dall’altro quindi la necessità di un approfondimento sui modelli di business che favoriscano lo sviluppo degli Internet Provider e la creazione di un mercato delle telecomunicazioni concorrenziale.


#bandaultralarga Telecom Italia: 3 miliardi di euro per il triennio 2015-2017
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[1] Art. 2 dell’allegato alla raccomandazione 2003/361/CE

Francesco Bellini presidente del Comitato Tecnico ICT di ANDAF e senior partner Eurokleis

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Gli analytics per guidare il business https://www.datamanager.it/2015/04/gli-analytics-per-guidare-il-business/ Mon, 20 Apr 2015 12:37:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73022 Gli analytics sono strumenti ormai indispensabili per monitorare i processi aziendali, le performance del capitale umano, le dinamiche della domanda e i fattori di rischio. Un mercato in espansione a due cifre per almeno altri tre anni, grazie agli utilizzi più svariati in tutti i settori di business Non più tardi di una dozzina di […]

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Gli analytics sono strumenti ormai indispensabili per monitorare i processi aziendali, le performance del capitale umano, le dinamiche della domanda e i fattori di rischio. Un mercato in espansione a due cifre per almeno altri tre anni, grazie agli utilizzi più svariati in tutti i settori di business

Non più tardi di una dozzina di anni fa, per gestire un’azienda poteva essere sufficiente un atteggiamento attento ai propri clienti e al proprio mercato di riferimento. Da tempo, però, questo non è più sufficiente: gli scenari mutevoli, la forte competizione locale e internazionale, le nuove tipologie di clienti più informati ed esigenti, i numerosi dati da gestire, hanno costretto le aziende, anche di piccole e medie dimensioni, a dotarsi di capacità analitiche e previsionali. Solo così, è possibile trovare la combinazione vincente tra richieste del mercato, processi aziendali e corretto equilibrio reddituale e finanziario.

La crisi degli ultimi anni ha dato una importante spinta alle aziende perché conoscano sempre più a fondo le proprie realtà, sappiano individuare il proprio fabbisogno finanziario e gestire il cashflow, comprendano le aree di business dove guadagnano e quelle dove perdono, in modo da sopravvivere al momento congiunturale negativo, cercando di mantenere livelli di redditività il più possibile soddisfacenti.

Le aziende che riescono ad analizzare al meglio i propri dati, raffrontandoli con il settore nel quale operano, possono proiettare una fotografia sufficientemente chiara del domani sull’oggi e – in base a essa – innovare i propri processi, per mantenersi competitivi sul mercato. Comprendere logiche e dinamiche del proprio business è un passo necessario per il successo nel lungo periodo. Ed è proprio questa capacità di prevedere il futuro, l’unica strategia per mantenere o conquistare una posizione di leadership.


#Analytics per un moderno sistema di gestione dei processi decisionali
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Analytics? Gli strumenti giusti

Oggi, il business aziendale è sempre più correlato ai dati: le organizzazioni di un qualsiasi industry cercano in tutti i modi di trasformare i dati disponibili per ricavarne informazioni storiche, operative, strategiche, utili per dare risposte a problemi complessi e reagire all’evoluzione del mercato in modo rapido e proattivo. Tutti i settori di mercato e tutte le aree aziendali hanno visto lo sviluppo di soluzioni di business analytics a supporto del proprio processo decisionale per risolvere i problemi di business. Sfruttando al meglio i dati presenti nei sistemi informativi, questi strumenti hanno contribuito all’ottimizzazione dei processi, alla riduzione dei costi, all’incremento delle prestazioni, al miglioramento del servizio e dei rapporti con clienti e fornitori. Gli analytics sono strumenti informatici basati su una tecnologia efficiente e semplice da usare, e sono in grado di aumentare l’efficienza della produzione e della supply chain, migliorare le relazioni con la clientela, ottimizzare le performance e individuare le opportunità di crescita.

Dietro ogni interrogativo c’è una decisione da cui può dipendere il futuro di un’azienda, e l’utilizzo degli strumenti giusti, anche da parte di utenti non esperti, offre l’opportunità di estendere il potere della conoscenza a tutte le funzioni aziendali, dal marketing al controllo di gestione fino al risk management. La maggioranza degli utenti di questi sistemi è costituita da business analyst, che analizzano i dati, e da manager, che prendono decisioni strategiche e tattiche.

Grazie agli analytics, è possibile realizzare un moderno sistema di gestione dei processi decisionali che, collegando l’analisi della profittabilità al planning, permette non solo di anticipare l’impatto economico di ciascun fattore di costo e di ogni singola decisione, ma anche di tracciarne tempestivamente i risultati.

L’originale promessa della business intelligence era stata di fornire le informazioni giuste alle persone giuste, al tempo giusto. Oggi, questo concetto è ancora attuale, ma si è evoluto: non c’è bisogno di più informazioni, ma di informazioni più utili, di qualità, nei tempi giusti (e con i costi giusti), basate su metriche aziendali, in grado di favorire e accelerare i processi decisionali. In un mercato altamente competitivo come l’attuale, però, ci vuole anche dell’altro: è essenziale disporre di informazioni che riescano ad abilitare analisi statistiche e predittive, in grado di attivarsi autonomamente in base ai dati raccolti e di segnalare azioni da compiere. Le informazioni derivanti dall’utilizzo degli analytics sono come la benzina nel motore delle aziende. Le informazioni senza azioni non hanno alcun valore. È l’azione il vero valore di business: agire sugli analytics è un processo di sperimentazione e miglioramento utile, continuo e necessario.

In questi anni si è assistito a un’altra evoluzione: uno dei vecchi modi di pensare la business intelligence era quello di chiedere quali dati fossero disponibili e come integrarli per definire le metriche, oppure mapparli su una metrica definita in precedenza. Ora si tende ad approcciare il problema in un altro modo: prima si affronta il problema di business che deve essere risolto, solo dopo si va alla ricerca delle fonti da dove poter estrarre i dati necessari.


I #dati senza azioni non hanno valore. L’azione è il vero valore di #business
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Analytics e mercato

Gli analytics continuano a essere una priorità per gli investimenti nelle organizzazioni in tutti i settori industriali, tanto che il loro mercato, secondo IDC, sta crescendo a ritmi superiori al 10% annuo, e continuerà con questi ritmi di incremento almeno fino al 2017. La domanda di analytics continuerà a crescere perché le aziende hanno compreso che non si tratta solo di una tecnologia utile, ma di strumenti per monitorare i processi aziendali, le performance del capitale umano, le dinamiche della domanda e i fattori di rischio: i manager, con il loro utilizzo, possono individuare gli elementi di forza della propria organizzazione, su cui far leva per allargare il proprio vantaggio competitivo, e al tempo stesso gli elementi di criticità, su cui agire con opportuni interventi correttivi

Le aziende apprezzano i benefici che traggono dall’utilizzo degli analytics: l’ottimizzazione del processo decisionale, la rapidità e l’affidabilità delle analisi ad hoc, maggiori funzionalità self service per gli utenti finali e meno pressione sull’IT, una maggiore collaborazione e una maggiore condivisione delle informazioni. Quest’ultimo punto è molto interessante: in un contesto nel quale le organizzazioni sono sempre più orientate verso un approccio collaborativo, gli analytics permettono non solo di estrapolare e analizzare i dati, ma anche di aggiornare continuamente gli indicatori e le informazioni, facilitando in questo modo un processo di ascolto e dialogo tra persone e reparti diversi.

Gli analytics consentono anche una lettura “intelligente” del mercato di riferimento: si può mappare la propria posizione rispetto all’andamento del settore, e confrontarsi facilmente su alcune singole caratteristiche del proprio business (prezzo, ricavi, profitti).

Secondo una ricerca di IDC, i progetti di analytics producono risultati più soddisfacenti quando sono guidati da una strategia unitaria rispetto a un approccio a silos, che consiste nell’operare implementazioni incrementali di tipo dipartimentale. Oggi, questo è il metodo preferito, nonostante non permetta di effettuare una valutazione coerente e organica sulla situazione globale dell’azienda.


#Analytics, priorità di investimento in tutti i settori industriali
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Lo scenario di business attuale è caratterizzato da un uso intensivo e crescente dei dati. Quindi è naturale che ci sia una crescente focalizzazione sugli analytics e sui big data. Un forte traino alla crescita del mercato degli analytics è dato proprio dalla crescita del mercato legato a tecnologie e servizi big data, previsto in crescita del 27% annuo per i prossimi tre anni.

In una recente ricerca di IDC, condotta sul segmento delle piccole e medie imprese americane, si evidenzia come la priorità di investimenti nella business intelligence sia molto più sentita tra le aziende più grandi rispetto alle più piccole: nelle aziende che hanno tra 250 e mille dipendenti, la BI viene indicata come area di investimento tre volte di più rispetto alle aziende con numero di dipendenti tra 10 e 50, e oltre quattro volte tanto rispetto alle imprese con meno di dieci addetti. Tra le aree applicative risulta comune tra le aziende di tutte le dimensioni la rilevanza delle aree applicative legate al finance, soprattutto per la gestione degli investimenti e dei rischi aziendali, mentre c’è un’ampia differenza in altre aree: l’analisi della profittabilità dei prodotti (49,1% per le medie imprese, 35,5% per le piccole), il sales forecasting (40,8% contro 24,3%) e il supply chain management (33,5% contro 13,3%).

Analytics e innovazione

L’innovazione è una delle leve gestionali più importanti per mantenere i vantaggi competitivi della propria azienda e per incrementarne la redditività. La crisi, che ha fatto chiudere tante aziende, per diverse realtà è stata invece un’opportunità, perché ha costretto le organizzazioni ad analizzarsi a fondo e ad apportare cambiamenti nei prodotti e nei processi. Innovare non richiede necessariamente delle rivoluzioni: può portare a nuovi modelli organizzativi in grado di ottimizzare i processi, a nuovi approcci verso i clienti, alla valorizzazione delle risorse umane. Per fare questo, è certamente necessaria l’abilità e la sensibilità del management, ma servono anche decisioni informate: è fondamentale l’utilizzo degli analytics per poter estrarre il reale valore spesso nascosto nei database aziendali.

Il ruolo del CIO all’interno delle organizzazioni è cresciuto di importanza. Il CIO oltre a essere competente sulle tecnologie, è una figura che può fare da driver per creare innovazione ed efficienza. ll CIO di oggi deve avere solide conoscenze dei processi di business e delle competenze economico-finanziarie per poter supportare il business nell’individuazione di soluzioni.


La domanda di #analytics in continua crescita fino al 2017: + 10% all’anno @IDCItaly
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Le ricerche degli analisti degli ultimi due anni hanno evidenziato come l’innovazione sia ritenuta dalle aziende europee lo strumento ideale per il raggiungimento dell’efficienza e il contenimento dei costi. Inoltre, l’utilizzo della tecnologia a servizio del business deve essere incrementata, innanzitutto con investimenti in soluzioni di business analytics e in ERP. L’innovazione, coniugata con l’adozione di nuove tecnologie, consente di rispondere al meglio alle opportunità del mercato. Senza gli strumenti giusti, l’innovazione fallisce: secondo una ricerca di IDC, quasi il 50% delle risorse stanziate per lo sviluppo e la commercializzazione dei prodotti sono sprecate.

Utili se integrati al business

Tutte le imprese, non solo le più grandi, avvertono la necessità di supportare la gestione del business con strumenti o con funzionalità specifici, in grado di rappresentare, a partire dagli eventi gestiti nei sistemi operazionali, i fenomeni significativi per il governo dei processi e del business. Gli ERP contengono informazioni vitali sul business aziendale su clienti, prodotti e fornitori, ma non sono pensati per fare analisi e reporting evoluto. Da qui, nasce l’esigenza di integrare gli analytics con gli ERP per produrre una reportistica completa e coerente, ma anche e soprattutto per arricchirli della capacità di analisi necessaria per rispondere in maniera rapida e proattiva ai requisiti del business. Gli analytics permettono di estrarre dall’operatività quotidiana delle aziende le informazioni sulla profittabilità, sulla pianificazione, sull’allocazione e la previsione delle risorse, sulla gestione strategica (scoreboard, strategy map, obiettivi aziendali).

Con l’integrazione tra ERP e analytics, i manager e gli analisti possono avere accesso istantaneo ai dati aziendali, con la possibilità di utilizzare funzionalità analitiche avanzate, per compiere attività di controllo di gestione (per esempio, per verificare l’andamento delle commesse e l’analisi sulle marginalità reali), senza dover affrontare le complessità inerenti alla comprensione delle strutture dati sottostanti.


I #KPI per mappare il mercato: prezzo, ricavi, profitti, vendite, produzione
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Le funzionalità di esplorazione dei dati di questi strumenti permettono di analizzare con facilità enormi quantità di dati in tempo reale e in pochissimo tempo. Le tecniche tradizionali di reporting non sono in grado di evidenziare le cause che producono eventuali deviazioni dagli standard, al contrario gli analytics consentono di cogliere correlazioni inattese, di cogliere in anticipo le tendenze che stanno emergendo, di simulare differenti scenari alternativi, di individuare visivamente correlazioni e anomalie, effettuando poi dei drill-down sui dettagli per scoprirne le ragioni. Avere a colpo d’occhio l’immagine di cosa succede al business consente di avere il polso sull’andamento degli affari e rilevare in tempi brevi ciò che non va come dovrebbe; la possibilità di fare in seguito le indagini approfondite per rilevare le cause e prendere le conseguenti decisioni è un vantaggio competitivo non banale.

Manager e analisti hanno l’opportunità di esplorare nuove aree di efficienza e di innovazione, e nello stesso tempo di intervenire sui processi, siano essi produttivi o di business, per ottimizzare le performance operative, ma anche la pianificazione strategica delle attività, e per eliminare le criticità. L’integrazione degli analytics con gli ERP rende anche possibile misurare i diversi indici di performance, costruire su tutto questo una forte capacità di forecasting e budgeting.

Grazie agli analytics è anche possibile creare un cruscotto direzionale, un sistema di indicatori opportunamente definiti, organizzati ed esposti in modo chiaro e intuitivo per avere un rapido colpo d’occhio delle varie situazioni monitorate. Grazie ai cruscotti, spesso costituiti da singole pagine che racchiudono le informazioni da mostrare, la direzione aziendale riesce a prendere decisioni migliori e più tempestive.

L’integrazione con tecnologie e tool di analisi in tempo reale dei big data rappresenta un altro tassello chiave degli ERP odierni: oggi, attraverso l’analisi real-time e in memory di grandi moli di informazioni, le decisioni di business si possono prendere prima e meglio, rispetto a quando occorreva attendere che i dati fossero raccolti e poi elaborati.


#bigdata in crescita del 27% annuo per i prossimi tre anni @IDCItaly
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Gli analytics non sono integrati col business solo a valle dei processi, anzi: si è lavorato per portarli al cuore dell’impresa, all’interno dei processi. L’integrazione con tutti i processi operativi dell’impresa può consentire a tutti gli utenti di sfruttare “l’intelligence” durante lo svolgimento del proprio lavoro. E l’intera organizzazione può operare, cercando il raggiungimento degli obiettivi strategici.

Le aziende che hanno sistemi informativi eterogenei, magari distribuite geograficamente in nazioni o continenti diversi, possono utilizzare gli analytics come applicativi non troppo invasivi e complessi per il recupero e l’elaborazione dei dati. Il loro utilizzo può fornire una piattaforma unica, condivisa all’interno del gruppo societario sia per l’analisi della performance sia per la gestione del budget, della pianificazione e del consolidamento. La disponibilità di strutture preconfigurate semplifica e velocizza l’avvio dell’uso del sistema e garantisce una perfetta adesione alle specificità dell’azienda-cliente.

I settori di utilizzo

Sono numerosi i settori e le divisioni aziendali in cui gli analytics possono apportare significativi vantaggi al business: si va dal finance al manufacturing, dalle telecomunicazioni alle utilities, dal settore privato a quello pubblico. Ogni settore ha le sue peculiarità. Le banche, per esempio, utilizzano gli analytics in particolare per ridurre i rischi operativi, di liquidità e di credito, per identificare nuove idee di marketing, per comprendere a fondo le esigenze dei clienti, per migliorare l’interazione e la customer experience. Questi strumenti servono anche per rispondere più velocemente alle richieste degli organismi di vigilanza.

Nelle assicurazioni, sono utilizzati per sviluppare modelli di prezzo più congruenti col profilo della clientela, per aumentare la profittabilità per prodotto e l’elasticità di prezzo, per migliorare l’analisi del rischio limitando l’esposizione e le riserve.

Anche nel manufacturing, si fa largo utilizzo di analytics. In particolare, per ottimizzare la supply chain, per identificare i principali driver di costo per migliaia di prodotti differenti, per analizzare le prestazioni e la manutenzione delle apparecchiature e per analizzare i reclami in garanzia e identificare potenziali problemi e cause scatenanti.

Nel retail, si sfruttano gli analytics per gestire l’elevato numero di location, prodotti e clienti, analizzando le performance della propria rete, dai singoli punti vendita all’aggregazione in aree contigue, con un livello di dettaglio che arriva fino al carrello del singolo cliente. Inoltre, vengono utilizzati per tracciare e comprendere al meglio i flussi di business dei canali di relazione con il cliente, che portano a un progressivo aumento dell’efficacia delle proprie azioni di vendita. Infatti, è possibile esplorare e analizzare i dati relativi a ogni punto di contatto con il cliente (negozio fisico, sportello, call center, sito web, canale social). Le stesse informazioni sono integrate e integrabili con i sistemi di CRM già presenti in azienda e possono arrivare al dettaglio del singolo cliente. Con le informazioni relative alla “customer experience” di ogni utente verso un prodotto o un servizio, un’organizzazione è in grado di prevedere certi eventi, e quindi può trasformare il proprio atteggiamento verso il mercato, prima che determinate dinamiche della domanda possano riflettersi in modo negativo sull’andamento del proprio business.


#bigdata forte traino alla crescita del mercato degli #analytics
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Nella GDO, gli analytics sono utilizzati per l’individuazione del prezzo giusto di vendita dei prodotti, e per confezionare un’offerta sempre più calibrata su bisogni e preferenze dei clienti di ogni singolo punto vendita di una catena. Gli analytics sono utilizzati anche nella gestione delle promozioni commerciali: permettono di valutare accuratamente la loro efficacia e l’impatto su vendite, volume e redditività, ottimizzando le spese commerciali correlate. Con questi strumenti si può tener traccia degli investimenti per categoria, prodotto, canale e cliente, si possono analizzare le prestazioni post-promozione e si possono gestire alert per il superamento dei limiti di budget e dei ritardi nelle performance commerciali.

Nelle utility, questi strumenti sono utilizzati per ottimizzare e integrare i processi di pianificazione finanziaria, per supportare previsioni a breve e lungo termine, per ridurre i tempi e i costi di fermo delle attività grazie a manutenzione e analisi proattiva, ma anche per mantenere la conformità alle normative vigenti, per tracciare visivamente l’erogazione di energia dal punto di distribuzione a quelli di utilizzo e per identificare possibili frodi o usi illegittimi.

Nelle telecomunicazioni, con gli analytics vengono sviluppate le offerte adatte per ogni segmento di clientela, per ridurre il rischio di retention, per ottenere informazioni su servizi e tipologie di utenti più profittevoli, per migliorare i margini, per fornire accesso ai dati.

Nei social media, gli analytics vengono usati per comprendere le complesse relazioni sociali tra milioni di clienti, in modo da identificare i soggetti influenzatori e per indirizzare campagne di marketing “virale”. Sono anche usati per sviluppare una visione più precisa di come i clienti utilizzano effettivamente i servizi a disposizione nel contesto dei loro gruppi social e per identificare rapidamente problemi e opportunità in ambito network, per poter intervenire rapidamente.

Gli analytics sono molto diffusi anche nella pubblica amministrazione e sono utilizzati sia per la fiscalità sia per offrire servizi utili ai cittadini come nella sanità. Inoltre, servono per identificare e reagire in modo tempestivo al “sentiment” della comunità, per accrescere il livello della sicurezza e per valutare l’impatto normativo in modo più accurato. E ancora, per realizzare una mappatura del territorio e per offrire un’assistenza migliore e tempestiva ai cittadini nelle aree più a rischio.

Gli utilizzi degli analytics, come si vede, sono veramente i più svariati: spesso, studiando i problemi di business, si scoprono applicazioni particolari che improvvisamente diventano possibili con questi strumenti. La loro potenza e la loro utilità aumentano anche per merito dell’inventiva degli utilizzatori.

 

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Information security. Come ripensare il modello di business https://www.datamanager.it/2015/04/information-security-come-ripensare-il-modello-di-business/ Mon, 20 Apr 2015 11:53:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=72850 Sempre più attacchi e sempre più dannosi. Come preservare la fiducia di imprese e cittadini nell’ICT in un contesto di crescente insicurezza informatica? La fiducia nell’affidabilità delle tecnologie informatiche e nei servizi che si possono realizzare grazie all’ICT è la vera valuta digitale della nostra epoca. Oggi, aziende, istituzioni e cittadini devono affrontare un paradosso: […]

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Sempre più attacchi e sempre più dannosi. Come preservare la fiducia di imprese e cittadini nell’ICT in un contesto di crescente insicurezza informatica?

La fiducia nell’affidabilità delle tecnologie informatiche e nei servizi che si possono realizzare grazie all’ICT è la vera valuta digitale della nostra epoca. Oggi, aziende, istituzioni e cittadini devono affrontare un paradosso: da un lato devono mantenere e rafforzare questa fiducia nelle tecnologie digitali per conseguirne al meglio gli indiscutibili vantaggi, e dall’altro devono preoccuparsi dei rischi derivanti dalla crescente insicurezza delle tecnologie informatiche e delle loro implementazioni. E questo paradosso mina alla base la fiducia.


#Clusit Valgono In Italia 9 miliardi di euro di danni da attacchi informatici
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Negli ultimi 48 mesi, il rischio derivante dall’aumento del numero e della gravità degli attacchi informatici è aumentato in modo esponenziale, tanto che nell’ultima edizione del Rapporto Clusit, presentata al Security Summit di Milano il 17 marzo scorso, abbiamo dovuto riconoscere che “in Italia i danni complessivi derivanti da attacchi informatici (stimati in nove miliardi di euro, inclusi i costi di ripristino) sono ormai pari alla somma delle perdite dovute a crash dell’hardware, del software e alla perdita di alimentazione elettrica”.

A questo significativo aumento dei rischi e dei danni – però – non è stata data una risposta efficace: a fronte di crescenti investimenti in sicurezza informatica (saliti globalmente dell’8% nel 2014, nonostante il perdurare della crisi economica), il numero e la gravità degli attacchi che vanno a buon fine continua ad aumentare.

Le organizzazioni cybercriminali hanno compiuto un significativo salto di qualità e impiegano ormai logiche industriali, indistinguibili da quelle di una qualsiasi industria high-tech di successo, realizzando malware raffinati, totalmente automatizzati, in grado di colpire milioni di vittime in poche ore e di cambiare tattiche e strategie in tempo reale.


#Clusit Investimenti in sicurezza saliti globalmente dell’8% nel 2014
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La ragione principale per cui gli “attaccanti” hanno la meglio non è solo tecnologica, ma risiede principalmente nella crescente asimmetria nell’efficacia dei differenti “modelli di business” di chi attacca e di chi difende: per ogni dollaro investito dagli attaccanti nello sviluppo di nuovo malware, o nella ricombinazione di malware esistente per nuovi scopi, il costo sopportato dai difensori (ancora legati a un modello reattivo, e dunque incapaci di anticipare le mosse degli avversari) è di milioni di dollari.

Una situazione letteralmente impensabile fino poco tempo fa, che mette in discussione tre decenni di progettazione e di gestione dell’ICT, inclusi i più recenti sviluppi in materia di cloud, mobile, social media e Internet of Things. Per adeguarsi a questo nuovo tipo di minaccia (che non è più quella degli “hacker”), occorre che i difensori cambino approccio a loro volta. Il modello attuale, in base al quale si cerca di reagire (alla cieca e come si può) a valle di un attacco, è diventato fallimentare. Occorre puntare sulla prevenzione, per vanificare gli investimenti dei cyber criminali.

È necessario dunque introdurre nuovi strumenti (metodologici e tecnologici) utili a valutare con precisione quali potranno essere gli impatti di un’azione ostile, per capire cosa proteggere e come (ottimizzando i budget di sicurezza), e dotarsi di strumenti di cyber intelligence avanzata, per conoscere in anticipo (o nel minor tempo possibile) le intenzioni degli attaccanti.


#Clusit ll cybercrime mette in discussione tre decenni di progettazione e di gestione dell’ICT
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Solo così è possibile contrastare le nuove minacce ad armi pari, fare reale prevenzione e predisporre piani efficaci di gestione e di mitigazione delle crisi, per mettere le organizzazioni colpite in condizione di riprendersi rapidamente dalle conseguenze di un attacco dal punto di vista operativo, economico e di immagine. E preservando così quella fiducia nell’ICT che, essendo diventata un pilastro del modello socio-economico contemporaneo, non può e non deve andare persa.

Andrea Zapparoli Manzoni, senior manager Information Risk Management di KPMG Advisory e membro del Consiglio Direttivo di Clusit

 

L'articolo Information security. Come ripensare il modello di business proviene da Data Manager Online.

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