rivistaaprile2020 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 20 Apr 2020 16:01:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistaaprile2020 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Sostenibilità e resilienza. Innovation for a better world https://www.datamanager.it/2020/04/sostenibilita-e-resilienza-innovation-for-a-better-world/ Mon, 20 Apr 2020 13:45:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198516 Lo sviluppo sostenibile come chiave per il rilancio post Covid-19. Il doppio legame tra Industria 4.0, economia circolare, energia, mobilità, innovazione e lotta alle disuguaglianze. Serve una nuova alleanza tra decisori politici e sistema delle imprese per creare un mondo più resiliente e solidale “Chiudete gli occhi e pensate a come dovrebbe essere il paese […]

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Lo sviluppo sostenibile come chiave per il rilancio post Covid-19. Il doppio legame tra Industria 4.0, economia circolare, energia, mobilità, innovazione e lotta alle disuguaglianze. Serve una nuova alleanza tra decisori politici e sistema delle imprese per creare un mondo più resiliente e solidale

Chiudete gli occhi e pensate a come dovrebbe essere il paese in cui vorreste vivere”. L’esortazione è di Enrico Giovannini, fondatore e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). Nell’attuazione dell’Agenda 2030, la tecnologia può svolgere un ruolo fondamentale. Un cambio di paradigma che ha bisogno – però – di un cambio di mindset e di governance nella gestione di tutti i processi economici. Com’è possibile conciliare innovazione e sostenibilità? Quando all’inizio dell’anno, abbiamo pensato a questo dossier sull’innovazione per un mondo migliore avevamo in mente un’idea precisa. La pandemia di Covid-19 ci ha fatto toccare con mano l’estrema fragilità dei sistemi complessi e interconnessi. L’emergenza sanitaria in atto ci espone a ogni tipo di contagio. L’emergenza è uno shock sistemico imprevisto che oblitera abitudini, comportamenti, modelli e ogni tipo di eredità del passato, sistemi legacy compresi, facendo emergere nodi infrastrutturali mai risolti.

«Il cuore della sostenibilità è il rispetto tra le generazioni perché le scelte che facciamo oggi condizioneranno il futuro» – afferma Enrico Giovannini, docente di Statistica economica all’Università di Roma Tor Vergata e membro della task force voluta dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte per disegnare la ripartenza del Paese. «A causa dell’emergenza Coronavirus, stiamo vivendo una crisi di proporzioni senza precedenti e sarà un banco di prova per il futuro dell’unità europea». In questo contesto, non è più possibile declinare il concetto di sostenibilità senza associarlo a quello di resilienza. «Accanto all’unità di crisi dobbiamo pensare a una unità di resilienza per proteggere, promuovere, prevenire, preparare e trasformare».

La capacità di limitare la dipendenza dalle esportazioni e di utilizzare in modo efficiente tutte le risorse di approvvigionamento – energetiche, produttive, logistiche, finanziarie, umane – richiede anche una nuova capacità di governance per assicurare continuità al sistema, quando tutte le previsioni si dimostrano sbagliate o insufficienti. Perché la natura della prevenzione è pensare al peggio quando il peggio è scientificamente plausibile, sperando per il meglio. Tra tutte le lezioni che dimenticheremo il giorno dopo, ce ne sono alcune che sono la cartina tornasole della nostra capacità di guardare al futuro. La prima è che parliamo da anni di cultura dei dati, ma i dati vanno raccolti, puliti, resi omogenei, distribuiti e interpretati. In caso contrario, non sono uno strumento per decidere ma solo un alibi su cui scaricare le responsabilità di decisioni sbagliate. La seconda lezione da non dimenticare è che esiste una gerarchia dei diritti costituzionalmente garantiti: la salute, la mobilità delle persone, la libertà di impresa, il diritto alla privacy.

Il bilanciamento tra questi diritti è questione politica non tecnica. La trasformazione digitale accelera nell’emergenza. Ma l’emergenza non è il terreno più adatto per coltivarla. Le imprese sono sul confine o in mezzo al guado, immerse nel cambiamento fino al collo e alle prese con un quadro economico di grave incertezza. Le imprese e le persone cambiano solo quando sono costrette a farlo, quindi le crisi sono  un’opportunità ma anche una necessità per fare un salto in avanti. La politica per decidere guarda all’economia e l’economia guarda alle risorse tecnologiche. La complessità e la sicurezza, che si traducono in capacità di governance e di controllo, sono le sfide che ci attendono dietro l’angolo. Abbiamo bisogno di competenze adeguate, eppure stupisce ogni volta come la Pubblica Amministrazione – che per numero di dipendenti e risorse gestite può essere considerata la più grande azienda italiana – nei momenti di crisi debba cercare tra i manager delle imprese private le competenze per traghettarci fuori dai pasticci.

Le emergenze si superano, ma bisogna essere preparati ad affrontarle. Nella terra di mezzo della trasformazione dove tutto è “facile, veloce e prevedibile” – le “scorciatoie” di ogni tipo e in ogni contesto – possono portare su sentieri scivolosi. Come sarà il mondo che dovrà convivere con l’emergenza in atto? Più piccolo e diviso o più resiliente e meno burocratico? Forse, dobbiamo essere vaccinati più dalla tentazione assoluta del controllo che dalla paura del contagio. Perché resilienza significa prevedere gli effetti delle decisioni nel lungo periodo.

«Il momento che attraversiamo – afferma Fabio Rizzotto, associate VP & head of Research and Consulting di IDC Italia – mette la società davanti a nuove consapevolezze. «L’accelerazione della digital economy è nulla se paragonata alla velocità di adattamento imposta dai nuovi scenari. Avevamo concepito e pianificato la sostenibilità immaginando di poterci permettere una sorta di avvicinamento progressivo. Gli stravolgimenti su larga scala ci insegnano che la nostra sostenibilità sarà più immersiva nelle dinamiche planetarie, e le eccezionalità che si porta dietro chiamano in causa, appunto, la resilienza. Fisica ed emotiva, in primo luogo, e anche operativa. Senza la prima non esisteremmo, senza la seconda il distanziamento sociale non consentirebbe a gran parte dell’economia e del lavoro di andare avanti. Perché l’IT è anche questo».


Più resiliente, sostenibile e solidale. Ecco come sarà il mondo dopo l’emergenza #Covid19
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NUOVE GEOMETRIE

Sostenibilità significa tenere conto non solo dei fattori esterni e delle loro interazioni, ma soprattutto delle conseguenze. Significa concepire una nuova IT non come somma delle singole parti ma come architettura. Significa non solo accelerare l’innovazione ma tenere conto dei rischi. Significa pensiero per un’azione dotata di senso e capace di tenere conto degli effetti, senza perdere la capacità di governance. Un insegnamento che possiamo prendere in prestito dai CIO e che può permeare ogni aspetto della ripresa. Una prospettiva che amplia gli obiettivi dell’Agenda 2030 e l’azione di governo del Paese per un cambio di impostazione a favore dello sviluppo sostenibile, coerente con le politiche europee in campo di educazione, occupazione, tutela della salute e dell’ambiente.

La sfida della sostenibilità è la sfida del nostro tempo. Una necessità per salvare il nostro futuro, ma anche una straordinaria opportunità. Il doppio legame tra Industria 4.0, economia circolare, energia, mobilità, innovazione e lotta alle disuguaglianze, come emerge dal Rapporto ASviS 2019, si impone all’attenzione dei decisori politici in tutta la sua drammatica attualità. Mentre avanza il rischio recessione, sempre più urgente diventa la necessità di un forte piano per il risparmio energetico con risorse e provvedimenti utili a tutti i settori produttivi. Spazio alle energie da fonti rinnovabili e agli investimenti sui trasporti sostenibili. L’emergenza sanitaria sta dimostrando come l’adozione di strategie e modelli di business sostenibili, oltre ad avere effetti positivi a livello sociale, rende le imprese meno vulnerabili e più competitive, assicurando continuità di business e una maggiore solidità nel lungo termine. Investire nelle fonti rinnovabili, nella trasformazione digitale e in un modello energetico sostenibile è un’opportunità unica per il rilancio economico e sociale post Covid-19 in Italia e in Europa.

Le tecnologie possono essere un alleato per lo sviluppo sostenibile a patto che si facciano gli investimenti giusti e che si sia disposti a uscire dalla logica esclusiva del vantaggio competitivo. Le circostanze che stiamo attraversando, come ogni crisi che abbiamo superato, riportano al centro l’essere umano, con tutta la sua capacità di reagire a errori e fragilità. I fatti ci dicono che il connubio tra uomo e tecnologia sta offrendo un grande, e a tratti insperato, contributo sia nella quotidianità trasformata dagli eventi sia nell’attività di ricerca da parte della comunità scientifica globale. Come attività ad alto contenuto tecnologico, la sanità sarà uno dei settori trainanti per le applicazioni che mettono insieme capacità di calcolo, sensori, intelligenza artificiale, telecomunicazioni e big data, facendo nascere un modo nuovo di curare, di essere paziente, di fare ricerca e di organizzare l’assistenza. Dallo smart working alla telemedicina, dall’e-learning alla telepresenza, le reti stanno svolgendo un ruolo fondamentale per il mantenimento della coesione sociale e del tessuto economico, disegnando una nuova geometria della resilienza. Per proteggere il lavoro, le persone, le imprese serve più tecnologia, non meno. L’IT ci permetterà di creare uno scudo basato sulla tecnologia, per essere più forti, mettendoci al riparo anche dagli errori e dalle sottovalutazioni del fattore umano.


Enrico Giovannini @ASviSItalia «La sfida della sostenibilità è la sfida per salvare il nostro futuro»
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NEW DEAL GLOBALE

La pandemia di Covid-19 è un altro tassello nel processo di superamento della globalizzazione. L’OCSE avverte che le conseguenze sul mondo stanno superando le peggiori previsioni economiche e sottolinea che è urgente e necessario uno sforzo coordinato da parte dei governi e delle banche centrali per superare la crisi. Nel frattempo, IDC ha rivisto ulteriormente al ribasso le stime di crescita della spesa ICT in Europa nel 2020, con una traiettoria che la porterà in territorio negativo al -4%. Ma globalizzazione e sostenibilità non sono due grandezze incongruenti. La sfida per correggere gli errori non si può vincere restando da soli o procedendo in ordine sparso. Servono collaborazione e obiettivi comuni. IDC ha identificato molti fattori esterni che hanno un impatto diretto o indiretto sulla futura pianificazione aziendale e IT a livello globale. I fattori esterni – sanitari, politici, economici, sociali, tecnologici, ambientali, legali e commerciali – svolgono un ruolo determinante sull’andamento della spesa IT. Nei sistemi complessi e interconnessi, esiste un elemento di incertezza ineliminabile. Il rischio – benché calcolato – non può essere ridotto a zero. Questi fattori esterni tendono a plasmare, le decisioni dei leader aziendali, per assicurare la continuità di business.

Quando parliamo di sostenibilità, il collegamento più immediato è legato ai consumi delle risorse del Pianeta, e alla capacità di resilienza rispetto all’impatto a lungo termine degli eventi meteorologici e la scarsità di risorse. La popolazione urbana sta crescendo a livello globale. Di conseguenza, le città sono soggetto sia attivo del fenomeno sia passivo del cambiamento climatico. Secondo i dati di IDC, le aree urbane rappresentano oltre il 60% del consumo globale di energia e sono responsabili del 70% delle emissioni di gas serra a livello worldwide. Il 23% della popolazione mondiale vive a una distanza media di 100 chilometri dalla costa, ed è esposta al rischio di intrusioni di acqua salata e inondazioni. Le previsioni sull’aumento della temperatura in tutto il mondo rappresenterà una sfida per le città sia in termini di sostenibilità ambientale che di resilienza economica e sociale. Le piogge stanno diventando più rare ma più intense, aumentando così il rischio di alluvioni e contaminazione dell’acqua. Gli eventi meteorologici estremi spingono le persone a migrare, mettendo sottopressione i sistemi urbani e aumentando il rischio di conflitti.

È necessario rafforzare le infrastrutture critiche, in particolare sanità, acqua, elettricità, drenaggio e sistemi di trasporto. La tecnologia dell’informazione, come l’IoT e l’IA, può contribuire a rendere più efficienti il funzionamento e la manutenzione dell’infrastruttura, monitorando i rischi e consentendo ai residenti di affrontare le emergenze. Città come Rotterdam e Parigi in Europa stanno collaborando per diffondere l’uso di applicazioni per trovare rifugio in presenza di ondate di calore. Ma gli investimenti in infrastrutture fisiche e tecnologia non sono sufficienti.

Per Fondazione Feltrinelli occorre partire da una visione in grado di inquadrare il presente per immaginarne il futuro. Un approccio sistemico, che non considera l’innovazione e la sostenibilità come questioni isolate e chiuse, ma in stretto rapporto tra di loro e con tutti gli aspetti della realtà. Per questo, non possiamo parlare di innovazione e sostenibilità, e delle loro interazioni, senza parlare anche di economia, lavoro, benessere, democrazia, territorio ed educazione. Viviamo in un momento di cambiamento, e l’innovazione tecnologica è uno dei pilastri di questa grande transizione. Ma viviamo anche in un periodo di grandi crisi complesse – sanitarie, economiche, sociali, ecologiche – a cui dobbiamo rispondere usando gli strumenti che la transizione ci mette a disposizione. L’innovazione tecnologica, quindi, non può essere disgiunta dalla riflessione sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale. Occorre coniugare la logica intrinseca della tecnica con l’esigenza di uno sviluppo che sia a misura d’uomo. Per farlo, bisogna rafforzare le basi politiche comuni, concentrando gli sforzi su ciò che ci unisce e non su ciò che ci divide. L’impegno di Fondazione Feltrinelli è rivolto alla ricerca di strumenti e contenuti che possono servire a costruire un sistema di valori condiviso per creare un quadro di uguaglianza nell’accesso e nell’uso delle risorse materiali e immateriali.

In questo momento di emergenza epidemica, l’innovazione tecnologica è un fortissimo vettore di supporto allo sviluppo e di risposta alla crisi: molti se ne stanno rendendo finalmente conto. La tecnologia e la tecnica ci consentono di sopravvivere alla malattia, di comunicare a distanza, di mantenere una qualità di vita elevata pur se in quarantena o limitati negli spostamenti, permettendoci di capire cosa sta succedendo intorno a noi e di reagire. Ma questo funziona solo se ci sono visioni strategiche di ampio raggio e lungo periodo che si trasformano in scelte politiche; se queste scelte si traducono in ricerca e uguaglianza; e se esistono trasparenza ed evidenza delle ricadute positive per tutti gli attori in gioco, anche per quelli che non hanno voce al tavolo politico.


Fabio Rizzotto @IDCItaly «Sostenibilità più immersiva nelle dinamiche planetarie»
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NUOVE LOGICHE DI SVILUPPO

Si avverte forte l’esigenza di tornare a parlare di futuro. Potrebbe sembrare un gioco di parole, ma pensare la sostenibilità senza tecnologie non è sostenibile. E al tempo stesso, la tecnologia deve risolvere alcuni “bug” interni in termini di obiettivi (massimo del risultato con il minor impiego di risorse) e di impatto (consumo di energia e ambiente). Prima che i riflettori si accendessero su Wuhan, la conferenza sul clima dell’ONU di fine settembre aveva riportato al centro del dibattito il problema del cambiamento climatico nelle agende dei governi. L’obiettivo delineato dalla IPCC – il braccio scientifico dell’ONU sul cambiamento climatico – è di restare sotto una soglia di surriscaldamento inferiore agli 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali della temperatura media. Soglia che, secondo gli esperti, verrà raggiunta tra il 2030 e il 2052, se il volume di emissioni di CO2 proseguirà ai ritmi attuali. Nel computo, però non erano previsti gli effetti da lockdown globale. In tutti i casi, la roadmap da rispettare resta tassativa. Nel 2030, si deve praticamente dimezzare il volume di emissioni misurato nel 2010. Nel 2050, il mondo dovrà sostanzialmente essere “carbon neutral”. L’industria IT può agire a livello delle soluzioni ma è anche parte del problema.

L’industria dei data center in Cina ha emesso circa 99 milioni di tonnellate di CO2 nel 2018. Secondo i dati dei ricercatori di Greenpeace East Asia e della North China Electric Power University, aumentare l’apporto di energia rinnovabile del settore del 7% nei prossimi cinque anni ridurrebbe le emissioni di carbonio di 16 milioni di tonnellate. Una previsione che potrebbe essere utile anche per abbassare il livello di inquinamento cronico della Pianura Padana, di per sé drammatico, anche senza considerare l’attuale emergenza sanitaria.

La tecnologia è sicuramente una delle armi più potenti nella lotta contro le inefficienze energetiche (e quindi contro le emissioni eccessive), contro l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, degli alimenti. Ma l’IT può agire anche a livello di processo, contribuendo a rinnovare e “ripulire” il modo in cui costruiamo le case e gli oggetti che ci servono; o coltiviamo, alleviamo, trattiamo gli alimenti, tracciandone la provenienza in tutte le fasi della filiera; movimentiamo le persone e le merci; interagiamo e cresciamo sul piano della socialità e dell’istruzione.  E può aiutarci moltissimo – grazie a soluzioni IoT e analytics – a misurare con più precisione il “peso” energetico di tutte le nostre attività, consentendoci così di studiare nuove soluzioni di efficientamento. Le stime della European Framework Initiative for Energy & Environmental Efficiency in the ICT Sector parlano della possibilità di raggiungere – grazie a una maggiore efficienza nell’uso dell’energia – una riduzione del 15% delle emissioni globali addirittura entro il 2020. Questo in un contesto dove l’IT da sola ha un “footprint” di CO2 non trascurabile ma rimasto sostanzialmente piatto negli ultimi anni, nonostante l’incredibile aumento dei volumi di dati generati (in Europa, il settore consuma circa il 10% dell’energia elettrica generata sul continente, per un 4% delle emissioni globali). Secondo gli analisti di IDC (Worldwide Datacenter 2020 Predictions), entro il 2023, il 50% dei core data center aziendali e il 75% dei principali siti IT Edge sfrutteranno i controlli abilitati ML e AI per trasformare la manutenzione e migliorare l’uso efficiente delle risorse energetiche.

Le pratiche di manutenzione predittiva e proattiva trasformeranno il modo in cui i data center verranno monitorati e gestiti nei prossimi anni. Soprattutto nelle aree IT critiche, i controlli remoti basati sulle tecnologie ML e AI saranno essenziali per le operazioni resilienti. Le organizzazioni più lungimiranti di servizi infrastrutturali critici faranno maggiormente affidamento sulla tecnologia AI e ML per migliorare la loro efficienza ed efficacia. «Gli obiettivi di efficienza energetica e sostenibilità diventeranno anche temi di rinnovato interesse per molte organizzazioni in tutto il mondo perché le motivazioni per essere “più green” vanno oltre il risparmio di denaro» – spiega Fabio Rizzotto. «Il crescente interesse degli investitori, il morale dei dipendenti e la percezione del pubblico sono le massime priorità e la retribuzione dei dirigenti è spesso legata alla capacità di progredire sugli obiettivi di responsabilità sociale e ambientale delle imprese. Sfruttare la tecnologia AI per indirizzare il raffreddamento e ridurre gli sprechi può avere un impatto positivo sul consumo energetico di un’organizzazione».


Sostenibilità e resilienza. Pensare la ripresa oltre l’emergenza @FondFeltrinelli
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DOPPIA TRANSIZIONE PER L’UE

ll 29 gennaio 2020, la nuova Commissione europea ha adottato il suo programma di lavoro annuale, annunciando 43 nuove politiche concrete e misure legislative da introdurre nel corso del 2020, e che si andranno a sommare a quelle per contrastare la pandemia di COVID-19 e le sue conseguenze, traducendo in pratica gli orientamenti politici del nuovo presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Clima, sostenibilità e digitalizzazione sono le sfide chiave dichiarate per l’UE negli anni a venire, e gran parte del programma mira a facilitare una “doppia transizione” verso una “Europa digitale equa, e a impatto zero, dal punto di vista climatico. Una doppia transizione resa più difficile dall’emergenza Covid-19, ma che ha trovato nella Green Recovery Alliance una convergenza trasversale nel Parlamento europeo.

In risposta alle sfide del riscaldamento globale, dell’esaurimento delle risorse naturali, della perdita di biodiversità e dell’aumento delle catastrofi naturali e dei loro rispettivi impatti sulla sicurezza e sulla prosperità europee, il programma di lavoro per il 2020 incornicia la questione dell’ambiente e della sostenibilità come “il compito principale” del nostro tempo, trasformando la sostenibilità come base per il rilancio dell’economia post Covid-19. Il New Green Deal europeo mobiliterà un trilione di euro in investimenti nel prossimo decennio insieme a un piano d’azione per l’economia circolare, che includerà un’iniziativa sui prodotti sostenibili, con un focus specifico sulle industrie tessili, delle costruzioni, dell’industria elettronica e della plastica. Le numerose iniziative politiche e legislative annunciate per il secondo settore prioritario della Commissione – quello del digitale – dovrebbero influenzare la stragrande maggioranza delle imprese.

Il white paper sull’intelligenza artificiale, benché non all’altezza di una legislazione vincolante su etica e intelligenza artificiale rappresenta comunque un primo passo nella strategia europea sull’uso degli algoritmi e nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale sul modello del GDPR. Poiché la tecnologia digitale diventa un aspetto sempre più centrale nella nostra vita, le persone devono essere in grado di fidarsi. Il dibattito sulle applicazioni di tracciamento dei contagiati su vasta scala ne è la dimostrazione più evidente. Affidabilità e trasparenza sono il prerequisito fondamentale per l’adozione di ogni nuova tecnologia. Ma occorre registrare che il white paper fa un passo indietro rispetto al tema del riconoscimento facciale, lasciato in mano ai singoli stati membri, con tutto quello che può significare.

Azzerare le emissioni nette entro il 2050 è il grande obiettivo della legge europea sul clima. La legge sul clima è la traduzione in termini legali dell’impegno dell’Europa verso un futuro più sostenibile, da cui non si può tornare indietro. Il cambiamento climatico, la crescente disuguaglianza e la fragilità economica minacciano il benessere dell’uomo come mai prima d’ora. A questo, si aggiunge la pandemia che tocca tutti. Due emergenze contingenti e globali ma caratterizzate da una differente percezione dei rischi connessi, benché di uguale portata.

VERSO L’ECONOMIA CIRCOLARE

La sostenibilità è un fattore di differenziazione molto importante, con le iniziative di sostenibilità che svolgono un ruolo importante nella selezione dei fornitori e dei partner, nonché l’attrazione e la fidelizzazione dei dipendenti. L’83% delle organizzazioni statunitensi dichiara di avere un impegno di sostenibilità in atto. IDC ritiene che il reparto IT possa accelerare ulteriormente gli obiettivi di sostenibilità a livello aziendale includendo l’ottimizzazione della potenza del data center o la riduzione della potenza come metrica verso gli obiettivi di efficienza energetica. Non solo. Business e sostenibilità hanno una correlazione positiva: una leadership responsabile porta a migliori performance finanziarie. Obiettivi che possono essere perseguiti solo grazie a un nuovo modello di leadership responsabile in grado di focalizzarsi sull’inclusione, sull’innovazione e sulla definizione di obiettivi condivisi.

Nel corso degli ultimi trent’anni – però – abbiamo disarticolato il potere dalla responsabilità, il lavoro dal capitale, la finanza dall’economia. Dobbiamo passare dal modello obsoleto di economia lineare a quello di economia circolare. Dobbiamo tenere insieme l’ecosistema ambientale e umano. Non c’è un prima e un dopo: tutto è collegato. Le migrazioni, le pandemie e i cambiamenti climatici sono fenomeni interconnessi e non isolati tra loro. La tutela della salute globale e l’equità dell’accesso alle cure sono un imperativo etico imprescindibile per il futuro del Pianeta e la salvaguardia del benessere di ciascuno. La diseguaglianza non è sostenibile per definizione. Nei paesi del G10, la vita media si allunga di tre mesi ogni anno, mentre in altri luoghi del mondo l’aspettativa di vita è ferma a 50 anni.

Secondo le previsioni dell’ONU, nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a 9,7 miliardi. E un quarto degli abitanti avrà accesso all’80% delle risorse del Pianeta. Un sistema così squilibrato non potrà durare ancora a lungo. E non è una questione etica, ma fisica. Quando si prendono delle decisioni, dobbiamo sempre chiederci chi pagherà il prezzo più alto, perché la disuguaglianza non è un destino, ma l’effetto di una decisione presa altrove. E possiamo fare molto per ridurla. Il futuro di tutti dipende dalle scelte che facciamo. La trasformazione digitale non è solo disruption ma è soprattutto construction. L’IT non può essere soltanto la cassetta degli attrezzi, ma deve ispirare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di dare forma al cambiamento? Dobbiamo fare i conti con la complessità che aumenta come la polvere sotto il tappeto e dobbiamo accettare che non ci sono soluzioni semplici. Dobbiamo imparare a imparare e dobbiamo ascoltare per decidere.  Dobbiamo prendere la responsabilità delle scelte su noi stessi e dobbiamo distinguere tra mezzo e fine. La tecnologia è empowering, serve a ridurre le differenze che creano squilibrio, per creare un mondo migliore alla portata di tutti.

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Stormshield, lo scudo per l’Europa resiliente https://www.datamanager.it/2020/04/stormshield-lo-scudo-per-leuropa-resiliente/ Thu, 09 Apr 2020 13:20:52 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198187 In un’Europa che intende affermare la propria sovranità digitale, lo specialista di sicurezza informatica di Airbus mette oltre vent’anni di esperienza al servizio di infrastrutture critiche, protezione dati e postazioni di lavoro, in ufficio come in fabbrica La sicurezza? Non è una questione solo tecnologica. L’integrità e la salvaguardia delle nostre reti, dei nostri dati […]

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In un’Europa che intende affermare la propria sovranità digitale, lo specialista di sicurezza informatica di Airbus mette oltre vent’anni di esperienza al servizio di infrastrutture critiche, protezione dati e postazioni di lavoro, in ufficio come in fabbrica

La sicurezza? Non è una questione solo tecnologica. L’integrità e la salvaguardia delle nostre reti, dei nostri dati digitali, del nostro ruolo di lavoratori e consumatori di conoscenza è soprattutto una questione di fiducia. Le situazioni di emergenza fanno emergere in tutta la sua forza il doppio legame tra resilienza, capacità di agire e fiducia. Fiducia nei confronti del firewall capace di intercettare anche il più subdolo dei tentativi di intrusione. Fiducia nei confronti del software crittografico che ha rinchiuso in una cassaforte matematica i file più sensibili del notebook dimenticato sul taxi. Fiducia in chi ha sviluppato questi strumenti, in chi li ha installati e configurati a beneficio della tua organizzazione, in chi li utilizza nella realtà quotidiana.

«In Europa – osserva Pierre Yves Hentzen, dal 2017 CEO di Stormshield, azienda di cybersecurity controllata da Airbus – la presenza di un importante quadro normativo, che incentiva ex lege la tutela del controllo di infrastrutture, dati industriali e informazioni personali, ha introdotto una tematica nuova, quella della sovranità». Un tema quest’ultimo che implica tanto il controllo sulla dislocazione geografica dei server, securizzati, su cui risiede la capacità computazionale e gli archivi; quanto la possibilità di contare su sistemi di sicurezza nativamente orientati al rispetto delle norme europee nel loro ambito giurisdizionale e alla tutela degli interessi delle istituzioni e dei paesi europei.

Proprio sul terreno della sovranità – secondo Hentzen – emerge la contraddizione di un mercato globale della sicurezza ricco di opzioni, ma dominato da un punto di vista geografico dai grandi marchi americani, israeliani, asiatici. Un paradosso che la francese Stormshield vuole risolvere sia facendo leva su un primato tecnologico conquistato in vent’anni di assidua presenza sul mercato, corroborata dalla costante attività di ricerca e sviluppo finalizzata alla prevenzione delle minacce più avanzate. Sia grazie all’esclusiva capacità di ispirare fiducia e autorevolezza nella sua veste di fornitore europeo di cybersecurity ad ampio spettro: l’unico riconoscibile all’interno del Magic Quadrant di Gartner relativo ai firewall come rappresentante dell’UE e della sua tradizione tecnologica e industriale.

Pierre Yves Hentzen CEO di Stormshield

QUANDO L’INFRASTRUTTURA È CRITICA

Insieme alla sovranità, il concetto di infrastruttura industriale è importante nella strategia di Stormshield. Uno dei punti di attenzione della ricerca e sviluppo è proprio la sicurezza sia delle infrastrutture critiche sia degli apparati digitali nei luoghi di produzione e in tutti gli ambiti che utilizzano linguaggi e protocolli informatici diversi: le fabbriche, le centrali di energia, le reti ferroviarie. «Abbiamo moltiplicato i nostri sforzi – spiega Alberto Brera, country manager di Stormshield Italia – per entrare in contatto con tutto il mondo dell’Industry 4.0, dell’automazione e acquisire il loro linguaggio. Lo scopo è riuscire a portare anche nella cosiddetta tecnologia operativa (OT) una consapevolezza nei confronti della sicurezza informatica che ancora non c’è». Il lavoro da fare è tanto, perché se lato IT il dialogo attraverso Internet oggi può funzionare in modo sicuro, gli standard utilizzati dall’industria spesso non prevedono neppure concetti banali come l’accesso autenticato. «Per esempio, Stormshield é molto forte nella protezione di infrastrutture di comunicazione negli ospedali, o in ambienti come gli aeroporti, ormai chiamati a rispondere a criteri di sicurezza di livello militare».

Tutta questa prossimità alle nuove istanze della sicurezza digitale nel complicato contesto delle tecnologie operative ha sicuramente una serie di ragioni strategiche e di posizionamento. Ma nel caso di Stormshield, pesano molto anche le radici storiche e culturali. L’azienda, costituita nel 2016, due anni dopo il lancio sul mercato del marchio, è controllata al cento per cento da un vero colosso industriale europeo, Airbus nato nel 2000 da un’alleanza franco-tedesca nei settori della difesa e dell’aerospaziale. Stormshield rappresenta la fusione di due realtà acquisite tra il 2012 e il 2013 da Airbus, tramite la sussidiaria Cassidian CyberSecurity. Entrambe le aziende, Netasq e Arkoon, avevano accumulato una discreta esperienza in materia di firewall, sistemi IPS (intrusion prevention), UTM, protezione degli endpoint e crittografia. Anzi – precisa Hentzen – sono entrambe pionieristiche in un mercato che agli inizi del terzo millennio (Netasq era stata fondata nel 1998, Arkoon circa due anni dopo) ancora non appariva ben definito. «Nel 1998, Netasq aveva in pratica creato dal nulla il mercato degli Intrusion Prevention System con una appliance d’avanguardia per i suoi tempi. Mentre Arkoon nel 2000 aveva sviluppato il primo sistema UTM – unified threat management  – quando pochi conoscevano il significato di quell’acronimo» – racconta l’AD di Stormshield.


#coverstory #cybersecurity ad ampio spettro #Stormshield lancia la sfida ai big USA @StormshieldITL
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Nel 2014, nello stesso periodo in cui Airbus diventa la nuova denominazione dopo l’originario brand EADS, anche per Cassidian viene deciso un nuovo assetto. Netasq e Arkoon vengono fuse in un’unica entità del tutto autonoma e libera di costruire le proprie relazioni con aziende pubbliche e private e con tutto il mondo della pubblica amministrazione e della sanità. Quali erano, all’epoca, gli obiettivi del grande gruppo aerospaziale? «Bisogna considerare innanzitutto che Airbus non produce solo aeroplani: è una grande corporation attiva nel campo della difesa e della sicurezza a ogni livello. È perfettamente legittimo che una realtà di questo tipo investa pesantemente in cybersecurity» – spiega Hentzen. «Ma l’ambizione di quelle acquisizioni e del successivo merger era anche quella di dar vita a un security champion tutto europeo, a una alternativa credibile e affidabile al predominio tecnologico e commerciale di aziende extra-europee». L’obiettivo è stato raggiunto. Nel giro di pochi anni, Stormshield è diventato il più importante pure player europeo nel campo della network security, della protezione dei dati e degli endpoint. Non mancano altre aziende di sicurezza provenienti da nazioni dell’Europa occidentale ma sono tutte molto più mirate dal punto di vista delle tecnologie offerte e nessuno nutre analoghe ambizioni di crescita.

Alberto Brera country manager di Stormshield Italia

CRESCITA RECORD

«Il nostro scopo è quello di assicurare la massima protezione delle infrastrutture e dei dati, salvaguardando quindi le organizzazioni aziendali, i loro collaboratori e il loro business. Ci piace dire che Stormshield non si limita a garantire la tua cybersicurezza, ma anche la tua cyberserenità» – afferma Hentzen. Attualmente – prosegue il CEO di Stormshield – dà lavoro a circa trecento persone nelle sue sedi in Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Medio Oriente ma è presente in quaranta paesi attraverso la rete di partner indiretti che conta oltre 900 aziende. Lo scorso anno ha avuto luogo una crescita record per il settore. Con un volume d’affari di 56 milioni di euro, Stormshield è cresciuta del 30%, il triplo rispetto alle medie di mercato. Questo dopo che già nel 2018 era stato messo a segno un ottimo +20% di espansione. Sorprende anche il dato sull’incremento della profittabilità, che si attesta sul 67% a fronte di un +35% delle vendite di prodotti.  Una percentuale significativa di questo business viene tuttora generata dentro i confini francesi, ma anche questa connotazione è destinata a essere superata, secondo i piani di Hentzen. «Parliamo di una ripartizione del 75% del fatturato generato in Francia contro il 25% di attività all’estero, ma in futuro mi aspetto senz’altro una crescita maggiore». L’internazionalizzazione di Stormshield procede già a ritmi sostenuti se è vero che il 2019 ha visto un aumento del fatturato estero pari al 116%. Un raddoppio che era stato registrato anche nel 2018 sull’anno precedente.

Il focus sull’allargamento del mercato, che va ad affiancarsi agli aspetti più qualitativi della strategia dello specialista in cybersecurity francese, reca proprio la firma di Pierre-Yves Hentzen. Il top manager ha saputo combinare capacità gestionali, tecnologiche e finanziarie. L’attuale CEO di Stormshield ha rivestito, dal 2001, il ruolo di chief financial officer in Arkoon, molto prima che quest’ultima entrasse nella galassia Airbus. Se si vuole riassumere in un unico esempio le strategie adottate dalle due entità prima che confluissero in Stormshield – osserva Hentzen –  si può ricorrere alla metafora dell’oceano “rosso”. «Arkoon e Netasq erano due player di dimensioni relativamente piccole, impegnati a conquistare una loro quota di mercato con la qualità dei loro prodotti e la capacità di rispondere bene alle specifiche esigenze di clienti privati e pubblici. Ma si confrontavano con concorrenti molto più grandi e aggressivi». Era la competizione, in altre parole, a dettare l’agenda.

La nomina di Hentzen ha impresso una svolta radicale a un player che intende liberarsi da una mentalità troppo difensiva, per diventare più rilevante e profittevole in uno scenario di sicurezza che nel frattempo è completamente cambiato. «Il crescente livello di tensione globale legato anche a ragioni geopolitiche ha spinto un paio d’anni fa il team manageriale a definire nuove strategie volte a focalizzare gli sforzi dell’azienda sulla tutela degli asset e delle infrastrutture critiche europee, alla base delle nostre economie, della nostra società e delle nostre istituzioni. L’integrità e la fiducia nei confronti di una soluzione di sicurezza vanno, come dicevo, ben al di là dell’orizzonte tecnologico». In un contesto del genere, l’origine culturale di un prodotto di cybersecurity assume una criticità senza precedenti se combinata a un quadro normativo che incoraggia le imprese a tener conto dell’aspetto “trust and confidence”. Hentzen pensa in particolare a regolamenti come la Network Infrastructure Security, con l’agenzia europea di cybersecurity (ENISA) che promuove iniziative come il “Cybersecurity Certification Framework” incluso nel “Cybersecurity Act” e che offre a Stormshield l’opportunità di estendere su scala molto più ampia la propria legittimità.

AL CENTRO DELLA CONVERGENZA

«Le aziende diventano ogni giorno più sensibili di fronte alla necessità di mantenere l’integrità dei dati e infrastrutture rese sempre più complesse e diversificate dall’interconnessione tra IT e OT tipica dell’Industry 4.0 e dell’Internet delle cose. Grazie alle nostre soluzioni e alle nostre origini ci troviamo al centro di tutto questo, forti della credibilità che deriva dall’affiliazione con Airbus e armati di soluzioni particolarmente robuste» – spiega Hentzen, prima di entrare nel dettaglio delle soluzioni che continueranno a essere indirizzate verso un ampio spettro di clientela, dalle piccole alle grandi organizzazioni in segmenti quali l’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, il manifatturiero, la scuola, la sanità e la difesa, ma con un grado di intensità ancora più marcato nelle situazioni in cui la sicurezza delle infrastrutture IT e OT sono particolarmente critiche. «La nostra nuova strategia ci induce inoltre a perseguire un obiettivo di maggiore prossimità ai nostri clienti e una conoscenza ancora più approfondita dei loro problemi. Traguardi che vogliamo raggiungere lavorando a stretto contatto con i nostri partner, incentivati a sviluppare il loro business su versanti innovativi come le operational technologies».

Il cliente di Stormshield – prosegue Hentzen – può contare su tre famiglie di soluzioni. La prima raggruppa le appliance, disponibili in versione fisica e virtuale, di Stormshield Network Security (SNS), comprendente un’ampia gamma di firewall UTM o “industrial” con VPN integrata. Una famiglia ad alta modularità e scalabilità che assicura i massimi livelli di rendimento. Lato postazione di lavoro interviene la protezione di Stormshield Endpoint Security (SES), una barriera contro attacchi “persistenti” e sconosciuti che tiene conto delle modalità operative specifiche di fabbriche e ambienti industriali. La sicurezza di SES è di tipo adattativo, pensato per postazioni non connesse e quindi basata su una analisi di tipo comportamentale del malware. Il concetto alla base di questa soluzione “signatureless”, non è il continuo confronto con un repository di “firme” costantemente online, bensì una barriera dinamica, particolarmente efficace contro i temibili malware zero-day, di cui in pratica non si conosce il “genoma”.

Per quanto concerne la protezione del dato attraverso la crittografia end-to-end – «dalla chiavetta USB al server locale, fino alle directory condivise, email o applicazioni cloud-based» – la soluzione si chiama Stormshield Data Security (SDS), ispirata da una specifica acquisizione messa a segno oltre dieci anni fa da Arkoon, opportunamente rafforzata e aggiornata nel tempo. A proposito di aggiornamenti – spiega Hentzen – per ciascuna delle tre famiglie è prevista una roadmap evolutiva che contempla il potenziamento delle caratteristiche dei prodotti e l’aggiunta di nuove funzionalità. «Le performance delle nostre appliance SNS saranno ulteriormente incrementate e la protezione orientata a segmenti come le comunicazioni critiche rafforzata, in particolare per il sistema radiomobile professionale TETRA, che ci vede già molto forti. Le funzionalità per la VPN vedranno nuovi sviluppi sul fronte dell’autenticazione, mentre in ambito industriale è già previsto il supporto di ulteriori protocolli che ci permetteranno di indirizzare nuovi mercati verticali altamente specializzati. Stiamo anche lavorando a una nuova appliance in un formato adatto a un paesaggio industriale ancora più esteso».


#coverstory #cybersecurity #Stormshield al centro della convergenza tra IT e OT @StormshieldITL
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SICUREZZA SENZA BACKDOOR

L’espansione di Stormshield su scala continentale dovrà tener conto di molte singole specificità nazionali? «Direi che le nostre linee di offerta trovano spazio nel contesto italiano più o meno con gli stessi equilibri definiti per la Francia» – risponde Alberto Brera, responsabile di Stormshield in Italia. Tutte le filiali estere hanno sposato una strategia unitaria, anche perché i nostri prodotti hanno sempre avuto un approccio molto trasversale proprio perché hanno un carattere di universalità, sono autenticamente general purpose». Certamente – riconosce Brera – se l’enfasi sui vari mercati è la stessa, possono esserci settori più ricettivi di altri. In Italia, per esempio, Stormshield riscontra molto interesse nel settore industriale, educational e nella sanità. Quando si parla di net security le motivazioni sono costanti, il concetto ormai acquisito è la massima “hardenizzazione” delle infrastrutture, a maggior ragione se questa assume un’importanza critica. Il vantaggio competitivo per Stormshield – osserva ancora Brera – è riconducibile alle sue radici nell’industria dell’aerospazio. «Un segmento che ha sempre avuto una duplice esigenza: la massima protezione possibile anche in situazioni offline, quando non è possibile collegarsi a un server per aggiornare l’elenco delle firme di malware. Inoltre, la nostra carta di identità europea ci rende pienamente conformi alle direttive GDPR in materia di privacy».

La focalizzazione sulle tecnologie operative dell’ambiente industriale e delle reti critiche è destinata a crescere. Sotto questo cappello ricadono ospedali, aeroporti, servizi di trasporto, reti di distribuzione di acqua ed energia. «Anche in questo caso, le nostre certificazioni europee sono un elemento di forte unicità dell’offerta. Tra i grandi fornitori, solo Stormshield sottopone tutti i suoi codici sorgente al vaglio di ANSSI, l’agenzia francese per la sicurezza informatica, affinché certifichi l’assenza di backdoor o vulnerabilità del software. È un fatto importante per essere un fornitore “trusted”, completamente affidabile. La nostra sicurezza è trasparente, lavoriamo con entrambe le mani sul tavolo».

In Italia, dove si registra una certa preponderanza, per numero di installazioni, dei prodotti IPS e UTM, l’azienda è fortemente impegnata nei suoi contatti con il mondo dell’Industry 4.0, anche in termini di evangelizzazione di certi concetti. La vera specificità del mercato italiano emerge quando si parla di modalità di interazione con un mercato così frammentato e ricco di organizzazioni medio-piccole. Stormshield, che qui è presente dal 2002, operando sulla base di un modello totalmente indiretto, può contare su un network, in espansione, di oltre un centinaio di aziende partner, equivalenti a diverse centinaia di tecnici esperti, tutti qualificati e certificati. «Il nostro principale punto di forza – precisa Brera – è questo formidabile asset di persone che hanno frequentato i nostri corsi superando l’esame con successo». L’azione sui clienti si articola attraverso due linee indirette per distribuzione e rivendita. Esiste un certo numero di grossisti autorizzati ad acquisire le soluzioni dalla casa madre e abilitati alla relazione con i system integrator e i VAR che veicolano materialmente le soluzioni ai clienti, rispettando le specificità dei vari vertical. «Il ruolo di Stormshield consiste nel fornire a questo canale tutto il supporto tecnico e commerciale possibile, fino a organizzare con i partner la presentazione dei prodotti al cliente».

Brera conferma inoltre la crescita di interesse verso i vantaggi della sicurezza gestita. «In particolare per il catalogo di soluzioni SNS, la versione virtualizzata delle appliance rappresenta una quota molto forte della nostra offerta. Disponiamo della versione virtuale di qualunque tipo di piattaforma oggi in commercio e per i partner che erogano servizi di managed security abbiamo messo a punto una formula contrattuale molto snella, “pay as you go”, che abbatte i costi fissi di ingresso. In pratica, l’MSSP ha la possibilità di generare in autonomia le singole istanze di firewall virtuale, aggiungendo o togliendo nodi di protezione in base alle richieste del suo cliente». Tra le soluzioni in cloud, anche la famiglia SDS per la protezione dei dati offre ai clienti europei una formula che risolve radicalmente il problema della giurisdizione dei dati e del controllo delle informazioni che dovessero risiedere su server non UE in zone non coperte da normative GDPR o in cui vige il controverso Cloud Act statunitense. «La cifratura in cloud – precisa Brera – aggira ogni problema consentendo ai proprietari di conservare le chiavi crittografiche AES-256 su server che restano sotto il proprio controllo».

UN PUNTO DI RIFERIMENTO

Sul nostro territorio, Stormshield opera da ormai quasi vent’anni attraverso le due sedi di Milano e Roma, occupandosi anche dell’erogazione in lingua italiana dei corsi di formazione per gli specialisti certificati dei suoi partner, fondamentali per veicolare un’offerta che ha una forte componente ingegneristica. «L’impegno a livello di ricerca e sviluppo dura dalla fine degli anni 90» – ricorda Brera. «Stormshield produce veri apparati di sicurezza e il rigore quasi maniacale con cui vengono costruiti è molto evidente. In questi ultimi anni, siamo intervenuti su certe spigolosità, cercando di ammorbidire alcuni aspetti, introducendo wizard di autoconfigurazione». Molte delle novità in arrivo nella linea firewall riguardano l’intuitività di dispositivi che comunque non ammettono compromessi lato sicurezza. Questa caratteristica – conclude Brera – contribuirà a rendere sempre più appetibile la cybersecurity firmata Stormshield ora che molti dei concetti ormai compresi nel mondo dell’office o dei data center vengono trasferiti verso l’ambiente, per certi versi ancora tutto da esplorare, delle fabbriche e delle infrastrutture non solo informatiche. Le origini pionieristiche dell’azienda, la presenza alle spalle di un brand come Airbus, la forte relazione con partner e consulenti molto preparati e in costante aggiornamento, l’impegno indipendente dalle dimensioni e le specializzazioni del cliente, sono ulteriori valori da aggiungere a una tecnologia di prima classe.


#coverstory #cybersecurity #Stormshield Primato tecnologico e presenza sul mercato @StormshieldITL
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Accanto alla qualità ingegneristica, si afferma il valore intrinseco del made in Europe. Nel momento in cui digitale e connettività sembrano cancellare i confini fisici, un intero continente vuole riaffermare la propria giurisdizione su tematiche che non riguardano tanto la tecnologia, che dovrebbe essere neutrale, ma l’uso che ne facciamo, la cultura che la produce, l’economia di un continente che sa di avere un approccio esclusivo e diverso alle sfide che il Pianeta, anche con l’aiuto della tecnologia, deve affrontare. «La geopolitica ha avuto un impatto molto diretto sulle nostre strategie» – conclude il CEO Pierre-Yves Hentzen – ci sono stati cambiamenti importanti nella voglia di costruire una sorta di sovranità digitale dell’Europa. Abbiamo tante aziende IT di grande valore e se prima questa era solo un’ambizione, oggi vediamo anche molte azioni concrete. Pensiamo al progetto di Gaia X che coinvolge oltre 100 aziende e istituti di ricerca di 17 paesi europei, per un cloud service provider in grado di far concorrenza al cloud pubblico tutto americano. Stormshield è perfettamente allineata a questi obiettivi e ha le capacità per difenderli».

Foto di Gabriele Sandrini

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Cybersecurity. Effetto Covid-19 https://www.datamanager.it/2020/04/cybersecurity-effetto-covid-19/ Thu, 09 Apr 2020 12:59:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198185 Le situazioni di emergenza offrono l’opportunità di accelerare nella sperimentazione di soluzioni nuove. Se saremo capaci di sfruttare questa spinta all’innovazione dopo l’emergenza sanitaria, il Coronavirus non avrà lasciato solo “macerie” «Manager e titolari d’azienda non sono oggi preparati sul tema della cybersecurity, e in generale della sicurezza ICT». Garibaldi Conte, imprenditore e membro del […]

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Le situazioni di emergenza offrono l’opportunità di accelerare nella sperimentazione di soluzioni nuove. Se saremo capaci di sfruttare questa spinta all’innovazione dopo l’emergenza sanitaria, il Coronavirus non avrà lasciato solo “macerie”

«Manager e titolari d’azienda non sono oggi preparati sul tema della cybersecurity, e in generale della sicurezza ICT». Garibaldi Conte, imprenditore e membro del Comitato tecnico scientifico di CLUSIT, non fa sconti quando parla di coloro che guidano grandi e piccole aziende. «Per anni, hanno visto questa tematica più come un costo che come un elemento abilitante per il business». Un concetto condiviso solo sulla carta. Semplicemente perché tutta questa abilitazione al business in molti non l’hanno mai vista. Al contrario, la sicurezza informatica continua a essere considerata come un freno all’agilità e alle prestazioni aziendali. Diciamo così: «La sicurezza informatica più che abilitare il business, lo protegge. Perché non posso pensare di sfruttare i vantaggi della digitalizzazione senza proteggere i servizi che abilita. Non solo non ottengo i risultati desiderati ma rischio di vanificare gli investimenti fatti».

La logica è semplice: la digitalizzazione non può essere avulsa dalla sicurezza dei servizi che offro. La realtà è che senza il bastone, molti asini neppure vedono la carota. «Con l’introduzione di normative sempre più stringenti, l’attenzione è sicuramente aumentata. Ma non ha ancora raggiunto un livello adeguato» – osserva Conte. Non basta avere un’idea più o meno vaga dei rischi e delle minacce. Le competenze e la sensibilità che si richiedono sono più alte. «Paradossalmente, nei programmi di awareness sulla sicurezza, i soggetti più ostici sono proprio i componenti del management, che generalmente partecipano poco a tali iniziative e senza dare il giusto supporto» – conferma Conte. Quando invece la sicurezza informatica dovrebbe essere vissuta come la precondizione necessaria per sopravvivere.


#Cybersecurity divario di competenze quasi raddoppiato nell’ultimo anno @Clusit @IDCItaly
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MANCANO I PROFESSIONISTI

«Lo sviluppo esponenziale di Internet e dei servizi online e l’aumento degli attacchi cyber – praticamente raddoppiati dal 2014 – hanno reso la tematica sicurezza informatica sempre più importante» – spiega Conte. «Lo skill shortage risiede in questa escalation che ha reso la cybersecurity una vera a propria emergenza a livello mondiale». In controtendenza rispetto a molte altre aree dell’IT, l’area della cybersecurity rappresenta una delle principali in termini di domanda di professionisti IT e di competenze aggiornate. Risk management, infrastructure security e security design le aree più scoperte. IDC stima una domanda in crescita a livello mondiale dell’8% fino al 2023 per i professionisti della cybersecurity da parte delle organizzazioni di tutti i settori.

Secondo i calcoli del Consorzio di certificazione di sicurezza (ISC)², che riunisce esperti a livello internazionale, saranno necessari almeno 4 milioni di professionisti per colmare l’attuale gap di competenze. Grosso modo, una volta e mezzo gli attuali addetti del settore. Il 65% delle organizzazioni lamenta una carenza di personale addetto alla sicurezza informatica ed è la principale preoccupazione tra gli intervistati (36%). Negli USA, a fronte di circa 800mila addetti, secondo lo studio mancherebbero circa 500mila specialisti della security. In Europa, la situazione non è diversa. Il divario delle competenze in materia di cybersicurezza è quasi raddoppiato nell’ultimo anno, con un gap di poco meno di 300mila (291.000) professionisti di sicurezza necessari per soddisfare la domanda delle imprese. In Italia, in base alla recente ricerca condotta da IDC, la cybersecurity rappresenta per circa il 50% delle aziende intervistate, in tutti i settori industriali, inclusa la pubblica amministrazione, l’area principale nella quale si stanno ricercando competenze. La formazione scolastica è uno dei modi per supplire alla carenza di personale. L’Europa è scesa in campo con una serie di programmi volti a mappare il bisogno di competenze nei vari paesi. Uno degli obiettivi di CyberSec4Europe, consorzio di ricerca con 44 partecipanti che coprono 21 stati membri dell’UE e paesi associati, è di identificare e dare la priorità alle competenze informatiche necessarie a livello universitario e di studiare i curricula di sicurezza informatica esistenti. Sulla base dell’analisi dei dati dell’indagine raccolti, la mappatura si concentra sull’individuazione delle competenze cyber, coperte dai singoli Stati membri e dall’UE nel suo insieme. Però ci vorrà tempo.


#Cybersecurity Mancano 300mila professionisti per soddisfare la domanda delle imprese @Clusit @IDCItaly
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CONSAPEVOLEZZA DELLE AZIENDE

In questo contesto le aziende sanno di occupare in molti casi una posizione sfavorevole. «La mancanza di personale esperto è la principale preoccupazione tra gli intervistati. Più ancora della mancanza di risorse per svolgere efficacemente il proprio lavoro». Per il 51% dei professionisti della security la propria organizzazione è a rischio a causa della carenza di personale cyber. «La sicurezza informatica sempre di più diventa una delle principali priorità di business per le aziende europee» – ci dice Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia. «Dimostrando altresì, come vi sia un’elevata consapevolezza dell’importanza che quest’area ricopre per la continuità del business, per godere di una buona reputazione da parte del mercato e per avere quindi successo nell’economia digitale contemporanea». Dai dati in possesso di IDC, emerge che per circa il 40% delle aziende italiane intervistate la cybersecurity sarà la principale area tecnologica per gli investimenti nel 2020. «Un dato – osserva Pandolfi – che mostra una forte presa di coscienza da parte delle organizzazioni italiane, fortemente impegnate oltre che su progetti tecnologici di sicurezza anche su programmi di awareness interna rivolti ai propri dipendenti».

TECNOLOGIA E OUTSOURCING

Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes preconizzò una diminuzione drastica del tempo trascorso al lavoro. Entro la fine del secolo, grazie alla tecnologia, in paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti la settimana lavorativa sarebbe arrivata a 15 ore. La previsione non si è avverata ma comprare tecnologia, rimane uno dei modi di mitigare gli effetti della carenza di competenze. L’intelligenza artificiale da qualche tempo rappresenta un viatico irresistibile per alimentare le speranze di riuscire a far fronte al cybercrime e più in generale alla mancanza di personale. Secondo una ricerca condotta lo scorso anno dall’Osservatorio Information Security & Privacy del Politecnico di Milano, la stragrande maggioranza del campione intervistato (81%) guardava all’AI come a un’opportunità per automatizzare il processo di raccolta e analisi dei dati in vista dell’identificazione di minacce e vulnerabilità a supporto delle decisioni. In effetti, la capacità dell’AI di riconoscere pattern e anomalie nell’analisi di enormi quantità di dati è un dato di fatto. Non è ancora in grado di tracciare un intrusore al posto di un agente della postale, ma è più veloce di qualsiasi essere umano nell’individuare un log anomalo tra i milioni generati da un server di posta. Con una percentuale di errore vicina allo zero. Attraverso l’automatizzazione di taluni task, l’AI può contribuire a migliorare non solo l’attribuzione delle priorità alle aree di rischio, ma anche le risposte agli attacchi, facendo leva sulla conoscenza condivisa e l’autoapprendimento, e riducendo il carico di lavoro degli analisti.

Nel campo della detection, l’impatto ha determinato il progressivo abbandono delle tecnologie basate sulle firme. La capacità di generalizzazione dell’AI attuale però è strettamente connessa all’assunto che anche in futuro i casi di scostamento non saranno troppo diversi da quelli appresi. Gli attacchi senza alcuna relazione con il passato, i cosiddetti cigni neri, non sono al momento prevedibili. Rimangono invece fondamentali l’analisi comportamentale e le competenze degli esperti, indispensabili per governare le difese e le risorse di sicurezza di ogni organizzazione. «Nei prossimi anni, tecnologie avanzate di machine learning e AI permetteranno di automatizzare le attività maggiormente ripetitive relative al monitoraggio e alla detection, ma anche quelle di implementazione delle azioni di remediation» – conferma Pandolfi di IDC. «Ciò consentirà di liberare personale allocato sui task a basso valore che potrà essere spostato su attività più strategiche, dove l’intelligenza umana è fondamentale». In questo passaggio, il ruolo della formazione sul personale IT già presente in azienda sarà fondamentale.


Dopo #COVID19 la #Cybersecurity rappresenta la prossima emergenza a livello mondiale
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Tuttavia, il grado di fiducia del management e dell’IT nelle tecnologie di sicurezza è correlato a cultura e competenze interne. «Il fattore culturale e la presenza di adeguate competenze all’interno delle aziende condizionano la percezione e la fiducia che management e IT mostrano nei confronti della tecnologia» – spiega Pandolfi. «Nei prossimi anni, aumenterà l’utilizzo di machine learning e AI per le attività di monitoraggio, detection e gestione di eventuali incidenti. Per percepire il reale valore che queste tecnologie possono fornire, sarà necessario disporre di una visione aggiornata dell’evoluzione in atto nel mercato della cyber security. Di pari passo – sottolinea Pandolfi – risulta fondamentale disporre dei professionisti adeguati in grado di operare con tali soluzioni».

Il ricorso all’outsourcing è un’altra strategia che permette alle aziende di affidare parte delle proprie attività in ambito sicurezza informatica a fornitori specializzati. Una scelta – spiega Pandolfi – valutata spesso dalle organizzazioni che preferiscono affidare la protezione dei propri sistemi a partner fidati, anziché intraprendere al proprio interno percorsi di formazione o di assunzione di nuovo personale. Ogni realtà deve valutare il trade-off tra le due scelte possibili, o prevedere un mix di entrambe, in base a fattori quali budget, competenze interne presenti, normativa di settore, e così via. «La carenza di professionisti nell’ambito della cybersecurity contribuisce a un aumento dei salari medi, con il rischio di non permettere l’accesso a tali profili da parte delle aziende che non dispongono di risorse economiche adeguate, generando una disparità già evidente tra grandi aziende e PMI. Nelle realtà di maggiori dimensioni gli investimenti in sicurezza informatica sono considerati strategici, nonostante si evidenzi una carenza di risorse finanziarie. In quelle più piccole, sembra mancare in manager e imprenditori una specifica sensibilità al tema. Nelle prime, a incidere maggiormente è l’aspetto budget. Mentre nelle seconde, è il fattore culturale a incidere in maniera preponderante. Che si va ad aggiungere alla già citata mancanza di risorse economiche» – conclude Pandolfi.

FORMAZIONE ALLA CYBERSECURITY

Nel 1956, il ministro del Lavoro degli Stati Uniti, lamentava una grave mancanza di lavoratori qualificati. Un grande problema per il paese, che l’avanzare della tecnologia avrebbe reso ancora più acuto. «Siamo stati troppo lenti a comprendere che la sicurezza economica dei lavoratori è strettamente correlata alle loro capacità. Non c’è nessuna politica, programma governativo, protezione sociale che può assicurare migliori risultati della crescita professionale». Nel nostro caso, l’educazione diffusa alla sicurezza cyber dei dipendenti, promuove un maggiore coinvolgimento in azienda, responsabilizza le persone e consente loro di dare un contributo importante alla sicurezza complessiva. A trarne i maggiori vantaggi, sono le organizzazioni capaci di rispondere senza tentennamenti a questa chiamata alle armi. Investendo in tecnologia, processi e persone.

In generale, è compito del CISO o del responsabile informativo (CIO) farsi promotori della causa dei programmi di formazione e istruzione. Ma tutti i vertici aziendali dovrebbero essere parte attiva per promuovere il successo di queste iniziative. E tutti i vertici possono ricavare dei vantaggi. Per l’amministratore delegato e il direttore finanziario (CFO), maggiori competenze in materia possono significare riduzione dei tempi di inattività a causa di un’interruzione (discontinuità operativa), un rischio più contenuto di perdere fatturato e minori sanzioni per eventuali violazioni di legge.

La realtà però è un’altra. La formazione non piace ai capi perché costa e non piace ai dipendenti perché distoglie da faccende più importanti. In molti casi, semplicemente non interessa. Imparare a usare SAP perché da maggio sostituirà il precedente gestionale ha un senso. Ma se il task è quello di imparare a riconoscere una email di spam oppure utilizzare certe precauzioni per mettere in quarantena un file prima di aprirlo, la faccenda cambia. Spesso si confrontano le stime circa il costo del crimine informatico per azienda per sottolineare come nella maggior parte dei casi le spese per la formazione e l’istruzione sono una frazione infima al confronto. In realtà, la mancanza di risorse rimane una delle prime ragioni della mancanza di investimenti in formazione. Secondo una ricerca condotta da IDC, i fattori che ostacolano le strategie e i programmi di sicurezza informatica sono diversi e spesso concatenati tra loro. «Ma innanzitutto a emergere è un chiaro problema legato alla carenza di risorse finanziarie, indicato da oltre il 30% delle imprese» – conferma Pandolfi. «La crescente complessità all’interno delle organizzazioni richiede investimenti importanti in tecnologie, in programmi di formazione e l’assunzione di nuovo personale. La carenza di budget, quindi, è sicuramente un fattore di criticità rilevante».


#Cybersecurity Serve uno sforzo globale per difendere le nostre economie dalle minacce
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LO SCARSO SUPPORTO DEL MANAGEMENT

«Da varie survey effettuate sull’argomento, emerge che i fattori che impediscono o ritardano sia la diffusione che l’efficacia dei programmi di security awareness sono principalmente un supporto non adeguato del management che vede tali iniziative come un obbligo normativo più che una reale necessità» – ci dice Conte di CLUSIT. La stessa mancanza di collaborazione tra impiegati e personale aziendale è un altro fattore che mina l’efficacia di questi programmi. Accentuata dalla mancanza di personale preparato. «Gli interventi in azienda non sono accompagnati da programmi a lungo termine» – sottolinea Conte. «Spesso poi non hanno definito un framework di indicatori in grado di misurare e monitorare l’efficacia dei programmi stessi. Sotto la spinta normativa, gli investimenti sono aumentati. Ma continuano a essere comunque residuali rispetto al totale degli investimenti in ambito cybersecurity».

Naturalmente, le possibilità finanziarie di un’azienda hanno il loro peso. A fronte della penuria di talenti, le aziende con maggiori disponibilità finanziarie partono comunque avvantaggiate. Chi può permettersi di arruolare nel proprio team i talenti migliori potrà continuare a crescere. Le difficoltà maggiori saranno invece per tutte le altre. Tuttavia, per compensare la carenza di talenti della sicurezza IT, qualche misura può essere adottata. Anzitutto, le aziende possono far crescere i propri talenti interni. In base a una recente ricerca condotta da IDC in Italia, le aziende dichiarano che la principale strategia che stanno mettendo in atto per sopperire alla carenza di competenze è proprio quella relativa alla formazione interna, attraverso programmi di reskilling e upskilling dei dipendenti. Questa strategia è indicata da oltre il 40% delle realtà intervistate. «Spesso, i programmi di formazione promossi dalle aziende sono attività efficaci e non troppo onerose che permettono di arricchire le competenze già presenti in azienda, quindi già inserite e integrate nel clima aziendale e del quale ne condividono i valori. Sicuramente, questa strategia rappresenta una scelta vincente» – afferma Pandolfi di IDC. Sempre in base alla stessa ricerca, un’azienda su quattro dichiara che – in aggiunta alla formazione o in alternativa alla formazione – si rivolgerà a partner esterni e fornitori. Anche questa scelta è una strada percorribile e con i suoi vantaggi. I fornitori specializzati possiedono già al loro interno le competenze adeguatamente aggiornate in campo cyber security.

Come ci ha insegnato l’emergenza sanitaria da Covid-19, il coordinamento dal vertice della catena di comando è importante. Poi però che si tratti di ridurre al minimo le intrusioni, la perdita di dati o la diffusione di malware, la collaborazione di tutti i membri dell’azienda è fondamentale. Detto questo, per avere un impatto apprezzabile, la cyber education dei dipendenti deve essere ampia e continuata nel tempo. La formazione alla sicurezza deve essere improntata sull’educazione all’uso consapevole della rete, così come è indicato nel “Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica”, documento redatto nel 2017 ma quanto mai attuale per sottolineare l’importanza della promozione della diffusione della cultura della sicurezza informatica, la formazione e l’addestramento attraverso l’organizzazione di una serie di iniziative per cittadini, imprese e personale della pubblica amministrazione. Le aziende per fare tutto questo non devono necessariamente sviluppare o mantenere in proprio i programmi di educazione cyber. Possono infatti trarre vantaggio dal materiale didattico messo a disposizione di enti di formazione e, pur se in misura variabile, dai programmi di aggiornamento e formazione promossi dai propri fornitori di sicurezza. Infine, l’educazione alla cybersecurity dovrebbe continuare anche al di fuori dei confini fisici dell’azienda. «La formazione dei partner aziendali – osserva Pandolfi – è un altro tema rilevante che deve essere affrontato, per non rischiare di vanificare investimenti fatti all’interno (sui propri dipendenti e su tecnologie) a causa di comportamenti poco consapevoli, per esempio, delle aziende della stessa filiera. Questo percorso è certamente più complesso e richiederà delle azioni di awareness in termini di “sistema” affinché i benefici possano essere realmente percepiti». Nel continuo sforzo per arginare la marea del crimine informatico, è reciprocamente vantaggioso per le organizzazioni collaborare all’educazione alla sicurezza informatica.

AZIONI GLOBALI DI DIFESA

La sicurezza informatica non sarà mai dominio esclusivo della tecnologia. Correlare prosperità economica di una nazione e qualità delle sue infrastrutture cyber non è un azzardo. Al contrario, per ogni paese migliorare la sicurezza cyber nella società, nel sistema industriale e nella pubblica amministrazione diventerà sempre più stringente. La mancanza di professionisti della security rende più vulnerabili aziende, organizzazioni e PA. La tecnologia d’altro canto potrà sopperire solo in parte a questa mancanza. Perciò la formazione rivestirà un ruolo centrale sia per la difesa che per lo sviluppo del Paese.

Sviluppare nuove capacità e nuovi strumenti per migliorare la sicurezza cyber del sistema Paese rappresenta una sfida della massima importanza per la crescita e per il benessere e la sicurezza di tutti. La cybersecurity in quest’ottica deve essere improntata sull’educazione all’uso consapevole della rete, e all’acquisizione di una serie di conoscenze. Più di tutto però – come ha sottolineato, parlando a Davos del futuro dell’istruzione Jack Ma, il fondatore di Ali Baba, il sito di e-commerce che per volumi di vendita straccia Amazon ed Ebay insieme – è importante distinguerci dalle macchine, imparando a fare cose che ci rendono umani. Come ampliare le capacità di analisi dei dati e delle informazioni in modo critico; quella di valutare le fonti e l’attendibilità delle stesse; la comprensione del significato e delle implicazioni della condivisione involontaria o della creazione di informazioni false; la capacità di migliorare l’attitudine ad affrontare problemi complessi e la conoscenza dei principi che permettano di collegare i saperi e dare loro un senso. Le situazioni di emergenza offrono l’opportunità di accelerare nella sperimentazione di soluzioni innovative. Se saremo capaci di sfruttare questa spinta all’innovazione, terminata l’emergenza sanitaria, il Coronavirus non avrà lasciato solo macerie. È un fatto che pur in una situazione di estrema difficoltà il bisogno di reagire ci sta aprendo a possibilità e strumenti prima poco o affatto utilizzati. Prendiamo il lavoro agile, da remoto». La tecnologia ci sta dando una mano. Allo stesso tempo, sempre più persone stanno toccando con mano l’importanza di proteggere i dati che viaggiano sulla rete» – afferma Conte di CLUSIT. «Per questo la cybersecurity diventerà ancora più importante e così la formazione».

Il progredire della tecnologia cambierà il tipo di competenze cyber richieste agli esseri umani. Se saremo pronti a cogliere questa opportunità assisteremo a un miglioramento che potrà contribuire ad assicurare una maggiore protezione della privacy dei cittadini e allo stesso tempo delle infrastrutture critiche. Serve uno sforzo globale per difendere le nostre economie dall’accelerazione delle minacce. La formazione e l’istruzione alla cybersecurity sono una parte importante di tale sforzo.

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Connected insurance. L’IT per il mondo assicurativo https://www.datamanager.it/2020/04/connected-insurance-lit-per-il-mondo-assicurativo/ Thu, 09 Apr 2020 12:46:04 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198182 Clienti connessi, prodotti connessi, innovazione della rete distributiva (agenti) e automazione dei processi interni. Cambia lo scenario dei servizi assicurativi. Nel settore, si sta realizzando un nuovo modello di business incentrato sul concetto della “connected and open insurance”, abilitato dalla digital transformation Il mercato dei servizi assicurativi è destinato a cambiare rapidamente con l’avvento del […]

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Clienti connessi, prodotti connessi, innovazione della rete distributiva (agenti) e automazione dei processi interni. Cambia lo scenario dei servizi assicurativi. Nel settore, si sta realizzando un nuovo modello di business incentrato sul concetto della “connected and open insurance”, abilitato dalla digital transformation

Il mercato dei servizi assicurativi è destinato a cambiare rapidamente con l’avvento del nuovo modello di business della “connected and open insurance”, abilitato dalla digital transformation e dall’impiego efficace dell’IT. L’innovazione delle aziende assicurative applicata a canali, prodotti e servizi, coniuga tecnologia e sviluppo con sostenibilità e affidabilità per le imprese, famiglie e nuove generazioni, diventando la leva di business per il cambiamento. Il fenomeno sta modificando radicalmente l’industria assicurativa che, peraltro, in questi ultimi anni, aveva già efficacemente innovato il proprio core business. Di pari passo, è cambiata la funzione IT, che non significa più solo investimento ma, soprattutto, innovazione del business, intraprendendo un percorso di revisione dei processi, dell’organizzazione e dell’intera cultura aziendale. La digital transformation sta diventando il fattore critico di successo per eccellenza anche nel mondo assicurativo, che non può non tenere conto anche dell’experience e delle esigenze specifiche dei clienti soprattutto in un momento di emergenza. Del resto, la gestione del rischio è il punto centrale delle assicurazioni per garantire continuità, tutela della salute e della sicurezza di cittadini e imprese.

LA VISION IDC

Il settore già da anni si è adeguato al “nuovo” stile di vita dei clienti, intraprendendo progetti di digital transformation caratterizzati da investimenti in tecnologie mobili, social e analytics, con l’obiettivo di veicolare le offerte assicurative sui nuovi canali digitali, riprogettando e innovando anche parte dei processi interni e delle interazioni con i clienti – come ci spiega Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia. «L’innovazione nel settore assicurativo si può declinare su quattro direttrici principali: clienti connessi, prodotti connessi, innovazione della rete distributiva (agenti) e automazione dei processi interni». In base a una recente ricerca IDC in Europa, le principali priorità di business per il settore, nel 2020, saranno l’innovazione dell’offerta, ossia la creazione di nuovi prodotti e servizi, e i clienti, in termini di migliore engagement e retention (49%). «Le assicurazioni sono consapevoli che ci troviamo in un momento cruciale» – continua Pandolfi. «È necessario fare un ulteriore passo avanti e innovare l’offerta, sfruttando al meglio i dati, automatizzando ed efficientando i processi interni per arricchire l’esperienza dei clienti». Nell’ambito della strategia di innovazione, gli investimenti in area Internet of Things (IoT) rappresentano una priorità. «Attraverso le piattaforme IoT, sensori e dispositivi connessi – spiega Pandolfi – si punta in maniera evidente verso l’ambito cosiddetto della “connected insurance” o “usage-based insurance”. Queste offerte prevedono prodotti con pricing dinamici basati sugli effettivi comportamenti dei clienti, che possono essere monitorati anche in tempo reale». Infatti, circa il 30% delle assicurazioni europee dichiara progetti sulla connected car, connected health e connected home. Questi servizi saranno, inoltre, sempre più orientati a prevenire e a stimare i rischi effettivi dei clienti, piuttosto che a determinare i prezzi in maniera dinamica, contribuendo di fatto a posizionare le assicurazioni come dei consulenti di rischio a tutto tondo.

«Il cloud, i sistemi big data analytics e l’intelligenza artificiale (AI) rappresentano le aree tecnologiche prioritarie in grado di innovare il business e l’operation nei prossimi anni» – continua Pandolfi. «Il cloud, in particolare, abilita l’accesso alle risorse IT in maniera flessibile e permette di usufruire di maggiori servizi innovativi». L’approccio prevalente è quello orientato a disegnare architetture ibride, in grado di integrare ambienti IT tradizionali con servizi di private e public cloud. Tali nuovi contesti devono supportare l’automazione spinta dei processi interni e in generale la maggiore agilità del business richiesta dalle nuove “connected insurance”. L’ambito dei dati, soprattutto nella declinazione del machine learning e dell’AI, rappresenta poi un’altra area di investimento di primo piano, con l’obiettivo di migliorare le attività di fraud prevention e detection e quelle di customer profiling. Le soluzioni AI trovano inoltre largo impiego anche nell’area assistenza clienti, per automatizzare la gestione delle richieste (come per esempio quelle degli agenti) e le attività di back office. «Una delle principali sfide aperte – conclude Pandolfi – rimane quella di riuscire a creare esperienze semplici e allo stesso tempo uniche, trasparenti e personalizzate, volte alla gestione proattiva del rischio, della sicurezza e dell’engagement in maniera contestuale lungo tutto il customer journey». IDC è convinta che i confini nel settore si espanderanno per includere partner di altre industrie (produttori di veicoli, di device per la smart home, di dispositivi medici, etc.), favorendo un approccio collaborativo in un ecosistema “connesso” e aperto. È questa la strada verso quella che IDC definisce anche come “open insurance”.

Per sfruttare appieno tale opportunità, le assicurazioni si stanno dotando di architetture data driven enterprise orientate a raccogliere e valutare tutte le informazioni rilevanti sul cliente, sugli stakeholder e su tutti gli elementi del proprio business, in modo da prendere le decisioni più adeguate a tutti i livelli dell’organizzazione. Il digitale costituisce una grande opportunità ed è un chiaro segnale di come abiliti modalità di lavoro nuove più agili e veloci, nel condividere informazioni, più proattività e collaborazione. D’altronde, il cliente – sia impresa che famiglia – ha grandi aspettative nei confronti dei canali digitali e, talvolta, minaccia addirittura di passare alla concorrenza (che presto potrebbe essere rappresentata anche da operatori non tradizionali) se la propria assicurazione non è disposta ad aggiornare le piattaforme tecnologiche. Il cliente vuole fortemente l’innovazione che renda l’interazione più facile e più comoda. Risulta chiaro, quindi, che la compagnia assicurativa deve focalizzarsi prioritariamente sulla customer experience complessiva o customer journey e offrire la scelta e il controllo, in qualsiasi momento, del canale preferito e la interazione personalizzata, mantenendo la stessa esperienza, con lo stesso set informativo, su ogni canale.


#ConnectedInsurance Aumentano i progetti sulla connected car, connected health e connected home
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LE QUATTRO ONDATE DELLA DIA

Con la “connected and open insurance” le assicurazioni non saranno più come le conosciamo oggi in quanto stanno ridefinendo radicalmente il proprio modo di funzionare, i processi e, di conseguenza, anche le competenze, promuovendo un vero e proprio cambiamento culturale in una logica digitale. Il fenomeno ha avuto inizio già alcuni anni fa, e oggi siamo nel pieno della trasformazione. Lo racconta a Data Manager, Roger Peverelli, digital innovation strategist and co-founder di DIA (Digital Insurance Agenda), la più grande e nota conferenza europea nell’insurtech (le fintech specializzate nella innovazione del business assicurativo), a cui aderisce la maggior parte dei gruppi assicurativi mondiali, e che quest’anno – coronavirus permettendo – è in programma ad Amsterdam dal 28 al 29 ottobre prossimo. «Negli ultimi tre anni – afferma Peverelli – abbiamo visto come si sono evolute le oltre 2.500 insurtech e assicurazioni che annoveriamo nel database e nelle iniziative di DIA. Queste forniscono una buona rappresentazione di ciò che è cambiato, di cosa sta avvenendo e degli sviluppi futuri». In prospettiva, DIA distingue le quattro seguenti ondate, ognuna con diverse caratteristiche, che orientano e cambiano lo scenario del business assicurativo in nuove direzioni.

«La prima – dice Peverelli – si è sviluppata nel 2016 quando insurtech significava principalmente piccole startup sfidanti che attaccavano l’ordine stabilito delle grandi compagnie assicurative. Tali innovatori hanno poi assunto la guida nell’uso intelligente e innovativo della tecnologia e dei dati». Utilizzare i dati per rendere i processi più convenienti e personalizzati per il cliente, nell’ambito dell’eccellenza operativa, è però un’ottica limitata, appunto perché l’accento è solo sulla operatività interna. Forse, questo è il motivo per cui finora solo alcuni di questi nuovi attori sono riusciti ad acquisire una quota di mercato significativa. Concentrarsi solo sulla risoluzione di problemi operativi non è sufficiente per creare un vantaggio competitivo sostenibile.

«Questa considerazione ha innescato la seconda ondata» – continua Peverelli. «Molti operatori hanno esplorato il potenziale dei nuovi flussi di dati all’interno del loro processo primario per migliorare i prezzi, automatizzare i sinistri, lanciare nuovi servizi proattivi». Si sono resi conto, però, che collaborare con le insurtech significa essenzialmente accelerare sull’innovazione e si sono, quindi, concentrati nel miglioramento e nel rinnovo di parti specifiche della catena del valore. Ma, nonostante tutti gli investimenti e progetti pilota, l’impatto reale si è rivelato ancora limitato. Molte aziende assicurative si trovano oggi ancora in questa seconda ondata e alcune addirittura nella prima.


#ConnectedInsurance La mobilità è il vero bisogno del cliente
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«La terza ondata – spiega Peverelli – si concentra, invece, sugli ecosistemi del business assicurativo ed è la tendenza generale in corso oggi e per gli anni a venire. Sempre più assicuratori si rendono conto che il modo più efficace per raggiungere i clienti è far parte di piattaforme ed ecosistemi focalizzati sui bisogni prioritari del cliente finale». Per esempio, piattaforme specializzate sulle necessità della casa, sulla mobilità, sul lavoro o sulla salute. Le best practices in quest’area, oggi, le troviamo in Asia e si chiamano Rakuten, Grab, GoJek e Ping An.

«Un certo numero di assicuratori – sottolinea Peverelli – sta lavorando ad applicazioni che interagiscono con i clienti in movimento e che agevolano l’auto-tracking nella vita quotidiana o forniscono nuovi modi per potenziare e supportare il benessere finanziario, fisico e mentale, compresa la sicurezza e la protezione». In Europa, un esempio perfetto di piattaforma ecosistemica è Mobly, lanciata da Baloise in Belgio. Al mattino, il primo pensiero delle persone non è l’assicurazione ma come accompagnare i figli a scuola e poi andare al lavoro. Il vero bisogno del cliente, quindi, è la mobilità. Mobly ha iniziato a offrire servizi proprio in questo campo, fornendo informazioni preziose e personalizzate per prendere decisioni ottimali nell’acquisto dell’auto. La partnership con un’ampia varietà di fornitori esterni, nel caso di specie, è fondamentale nell’ambito della piattaforma. Mobly offre persino un esperto che accompagna fisicamente il cliente a visionare l’auto d’interesse. Naturalmente, sono presenti anche altri servizi di mobilità e, quindi, dulcis in fundo, l’assicurazione. Ma alla fine, questa è solo accessoria ai reali bisogni prioritari e la proposta commerciale, giustamente, non parte da qui. A questo punto, diventa irrilevante se un’azienda è tecnologica o è una insurtech o una assicurazione vecchio stampo.

In questa tendenza si vedono, infatti, sul mercato numerose giovani aziende tecnologiche che si concentrano esclusivamente sul miglioramento dell’assistenza sanitaria e sul benessere come Somnox che ha creato un “robot da notte” per aiutare le persone a dormire meglio. L’obiettivo è di rendere obsoleti i sonniferi. Nei Paesi Bassi, infatti, il 10 percento della popolazione di 17 milioni consuma circa 170 milioni di sonniferi ogni anno. Sebbene l’assicurazione non sia l’obiettivo principale di Somnox, è evidente che questa startup è molto interessante per gli assicuratori sanitari che vogliono migliorare l’assistenza ai pazienti e contemporaneamente ridurre i costi. Si tratta, in sostanza, di aumentare la pertinenza, aprire nuovi modelli di business e nuovi flussi di entrate. Il futuro del settore assicurativo è legato al futuro della mobilità, della salute e in generale della vita.

«All’orizzonte si intravede una quarta ondata» – conclude Peverelli. «Le nuove tecnologie IT offrono alle compagnie assicurative l’opportunità di aumentare il loro impatto sociale ed economico. Vediamo sempre più insurtech con la missione di affrontare importanti sfide globali. Si pensi, per esempio, a come gli assicuratori sanitari possano utilizzare tutti i tipi di device collegati in rete, applicando dati e algoritmi avanzati, per migliorare l’assistenza ai pazienti e riducendo, al contempo, i costi totali dell’assistenza sanitaria, sempre più rilevante nei paesi in cui la popolazione invecchia. Oppure, applicando le nuove tecnologie per prevenire e compensare i danni causati dalle catastrofi naturali».

Understory è una società americana di analisi meteorologica che analizza in modo intelligente come il tempo influisce su persone, aziende e sui settori economici. Non meno di 500 miliardi di dollari dell’economia americana, infatti, ogni anno dipendono dal tempo. Gli assicuratori, in questo caso, possono utilizzare la loro soluzione in modo che i clienti sappiano cosa fare, per prevenire potenziali danni alla proprietà. In questo business case il valore dei sensori, applicazioni ed elaborazione dei dati Understory è enorme. Lemonade combina, invece, l’AI con l’economia comportamentale in nuovi modelli di business e valore per i clienti. Le possibilità di aumentare l’impatto sociale ed economico del settore assicurativo con le nuove tecnologie sembrano quindi molto promettenti. Ciò che differenzia questa quarta ondata rispetto alle precedenti è l’ambito di applicazione delle tecnologie IT. Le quattro ondate, brevemente esaminate con Roger Peverelli, hanno in comune la particolare attenzione al cliente, di cui occorre sapere sempre di più in termini informativi. Se un operatore assicurativo vuole «far parte della vita del cliente» e vuole aiutarlo veramente, l’innovazione deve consentire di comprendere meglio il comportamento. Sono pertanto necessarie competenze all’avanguardia sui big data e analytics per sfruttare appieno i dati che si raccolgono. Il processo non si riferisce solo alla raccolta e all’analisi dei dati stessi, ma piuttosto alla trasformazione e alla scoperta di conoscenza con funzionalità di tipo predittivo.

La natura digitale dell’assicurazione è l’obiettivo della connected and open insurance: automatizzare i processi, cambiare la propria cultura aziendale e sviluppare quei modelli di business in grado di coinvolgere efficientemente il cliente con i dispositivi mobili, il cloud e i social network. L’innovazione nei servizi assicurativi applicata a canali, prodotti e servizi, coniugando tecnologia e sviluppo con sostenibilità e contributo allo sviluppo di imprese, famiglie e nuove generazioni è la leva di business per la prossima evoluzione. Come parte di tale economia digitale verranno parallelamente create nuove regole per il successo competitivo, con nuovi ruoli per i leader IT e nuovi modi in cui le istituzioni assicurative interagiranno con i distributori e le insurtech con evidenti nuove sfide allo status quo. La strategia della connected and open insurance è quindi caratterizzata dalla connessione della assicurazione con partner esterni, realizzando un ecosistema a maggior valore aggiunto. Naturalmente, i partner possono cambiare nel tempo, a seconda delle esigenze di mercato, e a discrezione delle opportunità. Le tecnologie legacy esistenti, in particolare nella piattaforma core, impediscono, talvolta, l’interoperabilità agile e flessibile necessaria per integrare gli ecosistemi esterni che, per definizione, sono indispensabili per attuare una strategia della connected and open insurance.

I sistemi legacy devono, quindi, essere modernizzati se le assicurazioni vogliono diventare realmente digitali, cioè abbattere i notevoli costi di manutenzione e consentire i nuovi servizi. Le interfacce di programmazione delle applicazioni che consentono l’accesso alle imprese (API) possono essere i componenti fondamentali per raggiungere l’obiettivo unitamente alle azioni di government con lo sviluppo di talenti e capacità interne. Le assicurazioni tradizionali, originariamente, sono state progettate per la gestione di documenti cartacei attraverso la rete fisica delle agenzie e l’impiego di esseri umani. Per sopravvivere, oggi, devono invece passare dalla centralità della istituzione fisica a una struttura digitale che sarà il fulcro del business dopo che avremo sconfitto il coronavirus.


#ConnectedInsurance Machine learning e AI, investimenti in primo piano
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IL RUOLO DELL’AGENZIA ASSICURATIVA

L’integrazione completa omnicanale farà la differenza. L’agenzia tradizionale continuerà a essere importante nel business assicurativo, ma questa dovrà essere molto più orientata alla consulenza anziché sulle operazioni standard e rutinarie. Sebbene la connected and open insurance rappresenti il futuro, il vero fattore di successo sta, come detto, nella totale integrazione di tutti i canali digitali con quelli fisici. Questo richiederà un enorme sforzo di trasformazione in cui l’agente sarà sempre più consulente del cliente. L’operatore di agenzia deve trasformarsi in sostanza in “brand ambassador” in grado, attraverso le funzionalità sia digitali che di relazione, di offrire servizi ad alto valore aggiunto. Siamo anche qui di fronte a una evoluzione radicale verso la cosiddetta “agenzia ibrida o phygital”, che supera la separazione tra fisico e digitale. L’obiettivo strategico è integrare le operazioni tradizionali e standard offrendo al cliente un’accoglienza personalizzata. Dalla “vecchia assicurazione” dobbiamo però recuperare il prezioso patrimonio di fiducia guadagnato nel tempo. Su questa fiducia, e grazie alla potenza dell’IT, è possibile costruire una relazione solida con il cliente e servizi a valore più vantaggiosi. Insomma, la tecnologia deve essere, in ultima analisi, un’arma a favore del cliente e non contro.

CONCLUSIONI

L’orizzonte che ogni assicurazione ha oggi di fronte è quello di operare in modo efficiente in un mercato sempre più competitivo, in costante evoluzione e caratterizzato da nuovi fattori di cambiamento, talvolta imprevisti. La connected and open insurance fa emergere un nuovo mercato basato su modelli di business innovativi incentrati sull’IT che assume un’importanza decisiva coinvolgendo, sia come offerta che come domanda, tutta l’azienda. Con questa diviene possibile e conveniente per l’istituzione assicurativa connettersi e integrare i propri servizi con quelli dei mercati adiacenti, al fine di espandere la relazione con i propri clienti e fornire una customer experience plasmata in modo globale e che può integrare quella delle altre industrie complementari. Inoltre, in tale nuovo scenario, i servizi assicurativi seguono il cliente in ogni canale. Tale nuovo approccio richiede però la necessità di avviare all’interno della assicurazione una revisione innovativa “partecipata e collaborativa” capace di svilupparsi dall’interno e che non sia semplicemente dettata dal top management. La direzione è quella di intraprendere con decisione il cambiamento per risolvere in modo efficace le sfide del nuovo scenario economico.

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Motore 5G, l’energia per ripartire https://www.datamanager.it/2020/04/motore-5g-lenergia-per-ripartire/ Thu, 09 Apr 2020 12:30:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198180 Connessione ad alta velocità, bassa latenza, larghezza di banda. Aumenta la fame di connettività per il trasferimento dei dati al servizio del sistema produttivo. Cinque punti chiave a livello mondiale per capire come il 5G rimetterà in gioco tutti i settori A seguito del lancio delle prime offerte commerciali, avvenuto a metà dell’anno passato, il […]

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Connessione ad alta velocità, bassa latenza, larghezza di banda. Aumenta la fame di connettività per il trasferimento dei dati al servizio del sistema produttivo. Cinque punti chiave a livello mondiale per capire come il 5G rimetterà in gioco tutti i settori

A seguito del lancio delle prime offerte commerciali, avvenuto a metà dell’anno passato, il 5G è uscito dall’alveo dei laboratori e dalle sperimentazioni, entrando definitivamente nel nostro quotidiano. Siamo allora ai primi passi di un’avventura che molti profetizzano come vera e propria rivoluzione. Ma sarà proprio così? Soprattutto quanto potrà essere di stimolo alla nostra economia?
Proviamo a capirne di più cominciando dalle considerazioni provenienti dalla società di analisi IDC Italia, grazie al contributo di Daniela Rao, senior research and consulting director, che innanzitutto ci indica cinque punti chiave a livello mondiale sulla nuova tecnologia: l’avvio “reale” del 5G; l’allocazione dello spettro che alimenta il motore 5G; l’opportunità del Fixed Wireless Access; la disponibilità di nuovi dispositivi, non solo smartphone; e la necessità di evolvere verso un ampio ecosistema.
Soprattutto in momenti di emergenza, aumenta la fame di banda ed è evidente a cittadini e imprese che le reti 5G e ultrabroadband costituiranno l’infrastruttura portante del nuovo ciclo economico dove l’interazione e lo scambio di informazioni in tempo reale genereranno nuovi flussi economici e dove a fare la differenza nella competizione globale sarà la capacità di utilizzare le informazioni per creare valore, aprire nuovi mercati, far dialogare uomini e macchine, razionalizzare i costi e ridurre gli sprechi.

L’AVVIO REALE DEL 5G

Cominciamo con il primo, l’avvio reale dell’era 5G. Con 51 reti 5G avviate in 27 paesi, il 2019 è stato un anno di partenza importante, ma la maggior parte di questi lanci è avvenuta alla fine dell’anno e spesso si è trattato più che altro di test allargati, che coprono singole città o parti di città. «Tuttavia – spiega Daniela Rao – la crescita della disponibilità del 5G in arrivo nel 2020 ne cambierà radicalmente la dinamica sia nel potenziale di adozione che nello sviluppo dei casi d’utilizzo». Nel mondo, al di fuori dell’Italia – «gli operatori di rete mobile in Cina, Corea del Sud e Stati Uniti cercheranno di basarsi sui lanci avvenuti del 2019, estendendo la loro copertura 5G e incentivando l’ulteriore adozione di un servizio avanzato di banda larga mobile (eMBB). Nove mesi dopo il lancio di aprile 2019, gli operatori della Corea del Sud contavano circa cinque milioni di abbonati. Gli operatori cinesi avevano invece nove milioni di preordini per il 5G prima del lancio dello scorso primo novembre, con l’obiettivo di arrivare a 70 milioni di abbonati entro la fine del 2020. Sono poi molti altri i player che avevano in programma lanci commerciali importanti nel corso di quest’anno: Austria, Canada, Cile e Francia, oltre a sottolineare l’impegno da parte degli operatori giapponesi in previsione dei Giochi Olimpici estivi a Tokyo».

LA DISPONIBILITÀ DI SPETTRO

La disponibilità di spettro – a banda bassa, banda media, o ad alta banda – è fondamentale per lo sviluppo del 5G. Per questo è fondamentale fare chiarezza sull’allocazione dello spettro che alimenta il motore 5G.
In tal senso, la maggior parte dei principali paesi europei ha già rilasciato bande di frequenza per gli usi del 5G, ma molto c’è ancora da fare – continua Daniela Rao. «In oriente Australia, Giappone, Cina e Corea del Sud sono le nazioni più avanti, mentre negli Stati Uniti l’autorità di regolamentazione sta ora agendo sullo spettro medio della banda dopo aver aperto, nello scorso autunno, porzioni di spettro a 3,5 GHz per un utilizzo senza licenza che supporta sia le distribuzioni LTE che 5G».

FIXED WIRELESS ACCESS

Anche se è intuitivo pensare al 5G come tecnologia a utilizzo specificatamente “mobile” – spiega Daniela Rao – può invece essere molto importante quale “supporto” per la connettività wireless a banda larga in quella che è definita modalità FWA (Fixed Wireless Access). «Un paradigma già in utilizzo con LTE, in particolare per superare problemi di “digital divide” dove è economicamente poco sostenibile disporre della fibra fino a casa, ma che può diventare ancor più attraente con il 5G grazie alle migliori promesse di velocità, sfruttando soprattutto lo spettro ad alte frequenze (onde millimetriche o in altro termine mmWave). Le performance raggiungibili in tal modo sono sicuramente sufficienti per le esigenze di banda larga di molte famiglie, e l’installazione dell’infrastruttura per i ricevitori può essere attentamente modellata per tenere conto delle distanze di trasmissione e delle interferenze, rendendo più facile garantire la qualità dei livelli di servizio con costi decisamente più bassi rispetto alla rete fissa, pensando che la distribuzione dell’infrastruttura in fibra può costare fino a 20mila dollari al miglio, esclusi i costi di connessione domestica individuali. Ad agosto 2019, si contavano 140 fornitori di servizi con offerte FWA a livello globale, e quasi il 40% dei lanci commerciali 5G includevano alcuni servizi FWA».

NUOVI DISPOSITIVI

Samsung Galaxy S10 e Note10, Motorola 5G Moto Mod, OnePlus 7T Pro 5G McLaren, LG V50 Thinq 5G, Huawei Mate X e OPPO Reno 5G sono solo alcuni degli smartphone 5G oramai disponibili sul mercato dal 2019 e nel corso di quest’anno se ne prevedono molti di più, anche nella fascia di prezzo medio.
Durante l’annuale evento Snapdragon, Qualcomm ha annunciato il coinvolgimento nello sviluppo di oltre 230 dispositivi 5G. «Non parliamo quindi solo di smartphone, ma di tanto altro» – spiega Daniela Rao. «Dai moduli incorporati per laptop, veicoli e robotica, agli hotspot e ai CPE che stanno acquisendo sempre più importanza, in particolare quando l’attenzione si pone non più sulla sola velocità ma ai casi d’utilizzo più avanzati che richiedono bassissime latenze o gestione di numerosissimi dispositivi per chilometro quadrato (servizi IoT). Una chiave di successo potrà essere quindi la disponibilità di dispositivi molto innovativi. Ad esempio, nel segmento consumer, possiamo pensare alla disponibilità di occhiali per la realtà virtuale (AR/VR) totalmente affrancati dalla connessione a uno smartphone, perché la connettività 5G consentirà di scaricare gran parte del calcolo del dispositivo, con conseguente durata della batteria più lunga e un’esperienza utente più efficace e smart».

VERSO UN AMPIO ECOSISTEMA

Siccome in questo primo periodo l’attenzione si è ovviamente posta sull’implementazione infrastrutturale del 5G, chi ha giocato e guidato la partita sono stati gli operatori mobili insieme ai produttori d’apparati. «Ma con la disponibilità dei servizi commerciali – afferma Daniela Rao – la filiera si allargherà certamente a molti altri player che ne arricchiranno l’ecosistema complessivo. «Il 2020 si preannuncia quindi come l’anno di partenza in cui cogliere una grande opportunità per chiunque avrà la fantasia di sviluppare nuovi casi di utilizzo e applicazioni che possano sfruttare le enormi potenzialità della nuova tecnologia, anche in considerazione del fatto che le connessioni 5G in tutto il mondo passeranno dalle 10 milioni circa nel 2019 a 1,01 miliardi nel 2023, con un CAGR del 217,2%. Entro il 2023, inoltre, le connessioni 5G costituiranno l’8,9% di tutte le connessioni mobili».

5G E PRODUZIONE

Un altro tema centrale riguarda il connubio tra 5G e produzione, perché la nuova tecnologia potrà essere il principale catalizzatore di casi di utilizzo di quelle che saranno le “factory of the future”.
L’IoT a livello industriale (IIoT) e i suoi casi di utilizzo forniscono una buona panoramica delle esigenze e dei requisiti del 5G in questo settore. Fondamentalmente con IIoT intendiamo: 1) l’automazione di fabbrica, ovvero l’automazione delle operazioni nella produzione di dispositivi elettronici, automobili, elettrodomestici, e così via; 2) il controllo di processo, ovvero processi controllati automaticamente in base alla raccolta e all’analisi continua dei dati.

In particolare, il concetto di “Factory of the Future” è ampio e include un numero molto elevato di casi di utilizzo. Secondo le previsioni, il 5G avrà un impatto particolare sull’automazione dei processi (monitoraggio, funzioni diagnostiche, adattamento in tempo reale sulle necessità, macchine in grado di contattare da sole il “supporto umano”, di riparare automaticamente quando necessario o di ordinare componenti malfunzionanti); sull’automazione della produzione (controllo dei processi di produzione, produzione automatica di prodotti in base alle esigenze del cliente); sulla logistica (robot, trasporto autonomo, identificazione dei prodotti, tracciamento, controlli di sicurezza e localizzazione di persone e beni); e infine sull’IT aziendale (dispositivi portatili di monitoraggio e controllo, realtà aumentata, integrazione di impianti di produzione nell’infrastruttura IT aziendale, modalità di riparazione e manutenzione da remoto). Si prevede che innovative soluzioni di comunicazione garantiranno la connettività tra diversi siti di produzione distribuiti a livello globale con nuovi attori nella catena del valore (per esempio fornitori, logistica) senza soluzione di continuità, in tempo reale e in modo sicuro.

Strategie innovative quali l’Industria 4.0 saranno sempre più al centro dell’attenzione e influenzeranno i requisiti 5G presenti e futuri. Il 5G eliminerà i tempi di ritardo tra le comunicazioni delle macchine e le connessioni dati tra loro saranno da 10 a 100 volte più veloci. Ciò consentirà alle macchine stesse di rilevare i difetti di produzione in tempo reale, il che potrebbe portare a un notevole aumento della produttività.
La capacità del 5G di gestire moli enormi di dati sulla sua rete significa che le fabbriche potranno soddisfare le crescenti richieste di dati derivanti dall’aggiunta di tecnologie intelligenti e l’aumento della produzione, garantendo maggiore efficienza, innovazione competitiva e risparmi energetici.
In sintesi, la connettività di rete e le comunicazioni saranno i principali driver del sistema produttivo futuro e quindi la “fabbrica del futuro” sarà una fusione tra fabbriche come le conosciamo oggi e tecnologie Internet.

Come presentato in un recente rapporto di KPMG, la produzione 24 ore su 24 verrà monitorata senza interruzioni, insieme alla qualità e l’efficienza costantemente ottimizzate. Di conseguenza, l’obiettivo di un tasso di errore pari a zero non è più utopia, ma sarà a portata di mano, ovvero gli errori delle macchine diventeranno un ricordo del passato poiché i dati disponibili consentiranno una strategia di manutenzione preventiva e una pianificazione che eviti tempi di inattività imprevisti e imprevedibili.
A fonte di tutto ciò, proviamo ora a estendere e approfondire le riflessioni ponendo un paio di domande ad alcuni operatori del mercato.


La sinergia tra #5G cloud, AI e big data per cambino le regole del gioco @JuniperNetworks
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SINERGIE TRA 5G E INDUSTRIA 4.0

Mario Manfredoni, country manager di Juniper Networks Italia afferma che il 5G apre la possibilità a una vasta gamma di nuovi casi di utilizzo per consumatori, aziende e PA, tra cui il cloud gaming, la realtà aumentata e la realtà virtuale, l’automazione industriale, i veicoli connessi e il video streaming in 8K. «La sfida oggi riguarda il fatto che i roll-out del 5G sono ancora molto contenuti a causa della mancanza di nuove entrate provenienti dalla banda larga mobile 5G (eMBB) e dai costi associati, compresi lo spettro, l’upgrade delle antenne 5G, nonché l’enorme aumento della banda di backhaul richiesta, insieme alla tempistica delle trasformazioni infrastrutturali e dei relativi investimenti».
Pertanto, è fondamentale che gli SP cambino le regole del gioco e creino nuovi flussi di entrate 5G in nuovi segmenti, tra cui IIoT, industria 4.0, smart city, automotive – afferma Manfredoni. Inoltre, esistono nuove sfide per la sicurezza associate a questi segmenti (industria 4.0, smart city etc.) – «poiché i dispositivi IoT presentano nuove minacce sia per la rete sia per le applicazioni. Attualmente, il 5G offre poca o nessuna protezione da dispositivi compromessi».

Per Matteo Uva, sales manager commercial business di Nutanix Italia, l’avvento del 5G è una vera e propria rivoluzione nonché un enorme acceleratore per i progetti di digital transformation già in atto in Italia. «Tali progetti rappresentano un passaggio obbligato per quelle aziende che, desiderose di incrementare il proprio livello di competitività, stanno avviando il processo di trasformazione dei propri modelli di business al fine di vincere le sfide di un mercato sempre più globale e una concorrenza in continua evoluzione» – afferma Matteo Uva.
«La digital transformation promette dunque di avere un impatto dirompente sulla vita delle persone e sul futuro delle aziende e non sorprende che molti analisti la paragonino a una sorta di quarta rivoluzione industriale». Il 5G quindi, quale nuovo protocollo mobile, è di fatto – «l’autostrada su cui si avrà l’opportunità di accelerare tale trasformazione digitale garantendo livelli di velocità e sicurezza che promettono essere dalle cento alle mille volte superiori rispetto al 4G». La capacità di gestire l’enorme quantità di dati prodotta dalla digitalizzazione di tutti i processi legati al business delle aziende rappresenta la nuova e vitale sfida per l’IT delle aziende. «I CIO dovranno rivedere i modelli d’infrastrutture tradizionali per essere in grado di garantire la trasformazione in termini di sicurezza, velocità e gestione dei costi».


#5G come acceleratore per i progetti di Digital Transformation @nutanix
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Dal punto di vista di Nutanix, trasformazione digitale e 5G devono diventare una grande opportunità per l’IT di accelerare il business delle aziende rendendolo più agile e sicuro, attraverso l’implementazione di nuovi modelli infrastrutturali basati su soluzioni ibride e multi-cloud. «L’obiettivo – afferma Matteo Uva – è mettere l’IT nelle condizioni di valutare e scegliere quali carichi di lavoro spostare nel cloud pubblico e quali tenere in casa, garantendo la stessa user experience agli operatori IT i quali da un unico pannello di controllo, potranno decidere di volta in volta dove elaborare e gestire i dati». In questo modo, l’IT sarà in grado di «liberare questa trasformazione digitale, di farla correre sul 5G e di mantenerne il pieno controllo».

L’opinione di Sabrina Baggioni, 5G program director di Vodafone Italia è che il 5G rimetterà in gioco tutti i settori. «Stimolerà soprattutto l’evoluzione di nuovi servizi e applicazioni per l’IoT di cui Vodafone è già leader a livello mondiale con 94 milioni di oggetti connessi». È uno scenario che sta aprendo nuove frontiere. In particolare nell’industria – spiega Sabrina Baggioni – «settore nel quale abbiamo sviluppato numerosi progetti nell’ambito della sperimentazione 5G di Milano promossa dal MiSE, di cui siamo capofila in partnership con attori industriali e istituzionali. Tra questi: lo sviluppo di droni per ispezioni industriali e infrastrutturali, che permettono di acquisire immagini ad altissima risoluzione, in tempo reale e con ricostruzioni accurate in 3D; la manutenzione assistita con realtà aumentata, con un visore a mani libere che fornisce supporto real time all’operatore; o ancora la logistica dell’ultimo miglio, attraverso l’utilizzo di veicoli a guida autonoma (YAPE), e la robotica collaborativa, ambito nel quale abbiamo sviluppato insieme ai nostri partner il primo robot collaborativo al mondo (YuMi). Il 5G avrà un impatto decisivo anche nell’automazione dei processi industriali. In questo settore, abbiamo realizzato una soluzione che, avvalendosi di tecnologie di machine learning e connettività 5G, permette di installare una sensoristica evoluta e poco invasiva, in grado di trasmettere dati e video ad alta definizione senza dover prevedere un ricablaggio completo. I vantaggi per le aziende sono evidenti: flessibilità, velocità ed efficienza».


#5G Come il 5G rimetterà in gioco tutti i settori. Ne parliamo con @IDCItaly @VodafoneIT
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5G AL SERVIZIO DELLE PMI

Come il 5G potrà aiutare l’industria italiana, considerando in particolare la grandissima presenza di piccole imprese? Mario Manfredoni di Juniper Networks Italia risponde che il 5G offre nuove opportunità di business praticamente in tutti i settori verticali, dal manifatturiero ai servizi di pubblica utilità, alla sicurezza fisica, dall’automotive, all’healthcare, al retail, per citarne alcuni. «Nel manifatturiero, per esempio, il 5G potrebbe contribuire a ulteriori sviluppi, consentendo miglioramenti nelle velocità di trasmissione dati e favorendo l’utilizzo di robot collaborativi, di un sistema di controllo distribuito, di manutenzione predittiva, controllo remoto della qualità, manutenzione e riparazione basate su realtà aumentata».

Per Francesco Pagliari, responsabile offerta IT – marketing & digital factory business di TIM, le tecnologie 5G rivoluzioneranno il concetto stesso di “fare impresa”. «Le diverse analisi indicano il comparto industriale come l’ambito principale per l’adozione di applicazioni IoT e TIM ha sviluppato soluzioni per consentire alle imprese di connettere i propri macchinari, abilitarne il monitoraggio da remoto, sviluppare modelli di machine learning e manutenzione predittiva, innovando i processi operativi anche tramite l’edge computing». La possibilità di mettere a sistema l’esperienza di Olivetti, polo digital del Gruppo, con la connettività 5G – spiega Pagliari – consente una rapida soluzione alle principali esigenze delle imprese che devono assicurare una continuità produttiva in sicurezza, monitorando in tempo reale gli apparati a distanza. «Per esempio, tramite NarrowBand-IoT/5G si possono inviare i dati dei differenti macchinari, correlarli ai dati storici, individuare possibili fault e attivare il processo di remote smart maintenance che grazie all’utilizzo della realtà aumentata effettua la diagnostica e interviene in tempo reale da remoto riducendo i tempi di intervento e migliorando la produttività e i costi. Un sistema evoluto di controllo accessi è lo smart locker che permette di verificare lo stato dei sensori, gestire un’apertura di emergenza, abilitare gli aggiornamenti software da remoto, gestire le autorizzazioni in real-time. Tutto questo è possibile grazie alle caratteristiche di velocità e latenza del 5G e all’evoluzione della sensoristica IoT».


Trasformazione digitale e #5G per accelerare il business e non solo @timbusiness @asstel_it
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CONCLUSIONI

Sto scrivendo questo articolo nel pieno dell’evoluzione dell’emergenza Covid-19, che ha costretto il nostro bellissimo Paese a una responsabile quarantena. In questa fase di acuta criticità sanitaria e sociale, le reti di telecomunicazioni e tutte le persone che vi lavorano stanno esprimendo il massimo sforzo possibile per venire incontro alle necessità di comunicazione per il lavoro, le istituzioni, le università e le famiglie – come si legge nella nota di Asstel, l’Associazione di categoria che, nel sistema di Confindustria, rappresenta la filiera delle telecomunicazioni. Lo scambio dati è un fattore cruciale nei sistemi complessi e cambierà anche i sistemi sanitari, facilitando lo screening precoce, la prevenzione e il monitoraggio.

La sinergia tra 5G cloud, AI e big data può dare una risposta più efficace alle grandi emergenze, come quella che stiamo vivendo. Tutti i contributi che ho citato nel servizio sono stati raccolti prima che fossimo travolti da questo tsunami, ma anche se le previsioni sui vantaggi offerti dalla tecnologia 5G potranno quindi subire qualche ritardo o aggiustamento rispetto alle stime iniziali, io credo che possano anch’esse essere fonte non solo di speranza ma anche di impulso alla ripresa, in modo che dopo questo piccolo “fermo immagine” nella nostra Storia, si possa ripartire tutti insieme con maggiore energia, anche grazie alle nuove tecnologie che, se gestite con consapevolezza e intelligenza, possono essere fonte di vero e sano progresso. Ho usato volutamente l’aggettivo “sano” perché spero che anche da questa emergenza tutti insieme possiamo imparare qualcosa di buono per riflettere su molte delle fragilità del nostro ecosistema.

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Flessibilità e continuità, ERP e CRM in cloud https://www.datamanager.it/2020/04/flessibilita-e-continuita-erp-e-crm-in-cloud/ Thu, 09 Apr 2020 12:13:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198175 Accelera l’interesse delle imprese verso ERP e CRM in cloud. La tendenza nasce dal bisogno di soddisfare le esigenze di contesti in cui è fondamentale lavorare in mobilità, da qualsiasi supporto, in modo agile e flessibile, riducendo i costi e assicurando continuità alle imprese anche nei momenti di emergenza Ridurre i costi, il time-to-market e […]

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Accelera l’interesse delle imprese verso ERP e CRM in cloud. La tendenza nasce dal bisogno di soddisfare le esigenze di contesti in cui è fondamentale lavorare in mobilità, da qualsiasi supporto, in modo agile e flessibile, riducendo i costi e assicurando continuità alle imprese anche nei momenti di emergenza

Ridurre i costi, il time-to-market e rispondere con sempre più efficacia alle esigenze del business, anche nei momenti di emergenza. Sono queste alcune delle motivazioni che stanno spingendo sempre più aziende a scegliere il cloud. Questa modalità di fruizione tecnologica è vista sempre più come uno tra i principali abilitatori della trasformazione digitale. La tendenza è confermata anche da IDC, secondo cui il 31% dei CIO italiani ritiene il cloud indispensabile per raggiungere gli obiettivi di digital transformation.

Un approccio più consapevole e maturo, rispetto a quello adottato in fase iniziale, sta portando il cloud a essere centrale in molti processi aziendali. Le imprese italiane hanno da tempo iniziato il percorso verso il cloud e lo hanno reso parte integrante della propria strategia IT, ritenendolo una soluzione preferenziale per la realizzazione di nuovi progetti, se non addirittura una scelta obbligata. Secondo IDC, entro il 2023 la spesa mondiale collegata al cloud – dai servizi all’hardware e al software sottostanti, fino ad arrivare alle attività di gestione di questi ambienti – avrà un valore complessivo di quasi mille miliardi di dollari.

Entro lo stesso anno, il 30% di tutti i sistemi IT aziendali erogherà servizi basati su public cloud. Sempre entro il 2023, grazie a metodologie di sviluppo emergenti legate al cloud, saranno realizzate più nuove applicazioni di quante ne siano state scritte in 40 anni. Con l’aumento del consumo di servizi cloud sia all’interno sia all’esterno dell’impresa, sempre più aziende stanno maturando la consapevolezza che il multicloud stia diventando la nuova normalità come modello di delivery in un’infrastruttura IT ibrida, dove on-premise e off-premise convivono fianco a fianco. Questo approccio è fondamentale per innovare prodotti e servizi destinati ai clienti sia di processi IT che di business.

In questo scenario, ERP e CRM, come strumenti fondamentali per le attività di business di un’impresa, sono sempre più declinati in un’ottica cloud. Tra i motivi che portano le aziende a optare per la “nuvola” rientra l’esigenza di lavorare meglio in un contesto in cui mobilità, agilità, disponibilità da qualsiasi supporto sono sempre più necessari in situazioni di lavoro smart e di digital transformation. E se le applicazioni software di classe business sono tra i principali settori di investimento per le medie e grandi aziende italiane, nel caso delle piattaforme ERP e CRM in cloud, la crescita media stimata su base annua, da IDC, è del 21%, per un giro d’affari previsto di un miliardo di euro entro il 2022. Al momento in cui scriviamo, ancora troppo presto per valutare gli effetti dell’emergenza Covid19 su questo mercato.


#ERP #CRM La validità del #cloud come architettura flessibile #Covid19 @ZucchettiSpa @IDCItaly
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UN MERCATO IN CRESCITA

Il mercato ERM (enterprise resources management), con cui la tassonomia IDC identifica il segmento degli ERP, si assesterà, a livello globale, a oltre 70 miliardi di euro entro fine 2020, mentre quello del CRM potrebbe superare i 60 miliardi. All’interno di questo scenario, tracciato da IDC sulla base di dati raccolti a livello nazionale e internazionale tramite un costante contatto con gli operatori, i volumi derivati dal mercato italiano rappresentano una quota compresa tra l’1 e il 2% della quota globale complessiva.

In un contesto di incertezza, scatenata dall’emergenza sanitaria in atto, le previsioni a livello globale dovranno essere riviste. I fornitori di servizi e tecnologia devono però continuare a concentrarsi sugli investimenti a lungo termine, mantenendo gli impegni con i partner e trasformando il momento di “stallo” in una opportunità per assicurare continuità al sistema delle imprese.   «Le tendenze a medio termine sono piuttosto favorevoli in Italia, dove attendiamo un CAGR (Compound Annual Growth Rate) a tre anni attorno al 9%» – commenta Giancarlo Vercellino, associate research director di IDC Italia. «Osserviamo una differenza radicale tra il segmento on-premise, con una crescita sostanzialmente piatta, e il segmento cloud-based in cui i tassi di crescita potrebbero arrivare fino al 20%».

I fattori che influenzano le decisioni di investimento in ERP e CRM in cloud – secondo Vercellino – sono fondamentalmente due: da un lato c’è la qualità dei servizi di assistenza e supporto tecnico sia in termini di competenza sia di rapidità di intervento e risoluzione; dall’altro, l’affidabilità tecnica delle soluzioni, ovvero la loro stabilità, sicurezza e interoperabilità con altre applicazioni aziendali. A promuovere il cammino in direzione del cloud, oltre alla pressione del legislatore, che con i nuovi impianti normativi (come la fatturazione elettronica) sta accelerando i processi di digitalizzazione delle aziende di qualsiasi ordine e grado, rientra anche l’attenzione al prezzo delle soluzioni, da parte delle imprese e dei liberi professionisti. La pressione esercitata dagli utenti, in direzione del ribasso dei prezzi, sta portando a un mercato sempre più concorrenziale, in cui hanno fatto ingresso molteplici operatori, sia italiani sia europei, che investono con grande convinzione su modelli di delivery cloud-based.

Non solo. Come accaduto in Cina, nei giorni seguenti la crisi per l’emergenza Covid-19, il cloud ha dimostrato sul campo la sua validità come architettura flessibile. I fornitori sono stati in grado di implementare le misure necessarie a garantire continuità alle aziende, e ad abilitare la possibilità di sostenere carichi di lavoro intensi di analisi dei dati. «La grande sfida che dovranno affrontare gli operatori – dice Vercellino – sarà quella di coniugare da un lato la tendenza alla standardizzazione applicativa portata dal cloud, e dall’altro la salvaguardia della qualità del rapporto personale con i clienti. In questo scenario, l’opzione multicloud può costituire una possibilità aggiuntiva, soprattutto per le grandi organizzazioni complesse che hanno l’esigenza di gestire architetture eterogenee e multi-territoriali».

SICUREZZA IN CLOUD

Se il cloud può apportare vantaggi in termini di agilità, flessibilità e time-to-market, c’è anche un altro aspetto da considerare: quello della sicurezza, che gioca un ruolo importante e ambivalente. E continua a essere un tema molto sentito, soprattutto in Europa. Da alcuni, infatti, la sicurezza è vista come un driver all’implementazione del cloud, da altri come un freno. Secondo Vercellino, relativamente al tema della sicurezza delle piattaforme cloud, sussiste una certa ambivalenza, a causa di vicissitudini che si sono susseguite negli ultimi anni e che poco o nulla hanno a che fare con le problematiche specifiche del mercato CRM e ERP, ma che invece sono correlate alla politica internazionale e alla cyberwarfare tra blocchi geopolitici. «A nostro avviso – constata l’associate research director di IDC Italia – la percezione del rischio IT è avvertita in misura prevalente dalle grandi imprese che competono sui mercati internazionali, mentre per le piccole e medie imprese diventa un impedimento sussidiario rispetto ad altre tematiche molto più importanti, come il prezzo e la qualità del servizio. Le PMI, in Italia, affrontano ostacoli decisamente più importanti, legati alla complessità del nostro sistema normativo e alla carenza di competenze capaci di coniugare la conoscenza delle logiche economiche di una impresa con una alfabetizzazione analitica e informatica adeguate alle sfide che le imprese dovranno affrontare nei mercati digitali».

UNA TENDENZA IN CRESCITA

Secondo le aziende che Data Manager ha coinvolto in questo servizio, ERP e CRM in cloud sono sempre più richiesti dalle imprese. Ana Isabel Casado Melgosa, responsabile servizi tecnologici e data center di Di.Tech, conferma questa tendenza, sempre più evidente tra i clienti della società. «I retailer – nota la manager – sono partiti dal CRM, per la necessità sempre maggiore di una relazione personalizzata con il consumatore, ma anche in ambito ERP ci sono state fatte richieste, che hanno portato all’adozione della nostra soluzione More».

Anche Claudio Ferrante, director, sales di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia concorda con questo scenario, che è andato a delinearsi anche grazie all’esigenza sempre più frequente di lavorare in mobilità, requisito richiesto ormai da ogni tipo di business, che deve essere sostenuto con le risorse e le innovazioni digitali. Secondo Ferrante, anche strumenti come l’ERP o il CRM devono essere accessibili in modo agile e pronto all’uso ovunque e da qualunque supporto. Non solo le aziende, ma anche gli studi professionali operano oggi sempre più in mobilità. Anche questo segmento di utenti, quindi, si deve adeguare e, nell’ambito di una generalizzata trasformazione digitale, deve gestire le proprie attività e i propri clienti attraverso soluzioni digitali sempre più in cloud. In questo scenario, Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia si sta impegnando e ha sviluppato strumenti gestionali pensati per aiutare i professionisti nella moderna gestione della propria attività e della propria clientela.

«La richiesta di soluzioni in cloud è ormai in netta prevalenza rispetto a quella della licenza d’uso, non solo per l’ERP, ma anche per tutte le altre applicazioni di gestione aziendale» – afferma Giorgio Mini, vicepresidente di Zucchetti. «Inoltre stiamo notando che, oltre al “software as a service”, stanno aumentando i clienti che privilegiano la formula del “platform as a service”, ossia una serie di servizi aggiuntivi a partire dall’infrastruttura IT che consentano loro di utilizzare gli applicativi al massimo del loro potenziale in ambienti protetti, garantiti e funzionanti 24/7».

Secondo Luca Borio, team leader Cloud Service di EOS Solutions, la percezione del cloud sta cambiando rapidamente. «In questo momento, in cui le imprese chiedono la continuità di servizio, l’eventualità di un fermo del sistema informativo non è più un problema, ma è superato con questa soluzione» – spiega Borio. «Per comprendere il passaggio al cloud è utile aggiungere altre due considerazioni. La prima riguarda la sicurezza dei dati, che non è più vissuta solo come un obbligo legislativo GDPR, ma come un fattore inevitabile alla base della gestione dell’azienda.

L’altro aspetto è la semplicità di adozione del cloud: pago un abbonamento e ho subito il servizio attivo, con possibilità di scalare utenti e potenza di calcolo in modo praticamente immediato. Per esempio, il mio collaboratore può essere in un angolo qualsiasi del mondo e, con una semplice connessione a Internet, può lavorare sulla soluzione ERP o CRM come se fosse a un metro dalla mia scrivania».


#ERP #CRM in #cloud Le imprese chiedono continuità di servizio #ditech @Prof_Digitali @IDCItaly
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UN TREND INARRESTABILE

Casado Melgosa di Di.Tech osserva che l’avvicinamento delle imprese italiane al cloud è stato lento, ma progressivo, e attualmente il trend è in crescita. Le motivazioni sono tante. «Da un lato c’è la necessità, per le imprese, di focalizzare le risorse IT sui processi core, tendenza da cui deriva il progressivo allontanamento dalle tecnologie, dall’altra la veloce evoluzione tecnologica che richiede sempre più competenza, verticalizzazione e adeguamenti continui. Le normative hanno dato una spinta in questa direzione, con la fatturazione elettronica e il GDPR». E c’è da pensare, che i momenti di emergenza possano imprimere la spinta che mancava.

Secondo Paola Pomi, amministratore delegato di Sinfo One, sul tema CRM le porte erano da anni aperte a soluzioni cloud, mentre, nel 2019, si è verificato un importante incremento nell’apertura dei clienti nei confronti del cloud per le soluzioni ERP. «Sia le grandi aziende sia le PMI sono state disponibili ad approfondire e a confermare soluzioni ERP in cloud, anche se per ora i contratti portati a termine sul cloud prevedono alcune volte soluzioni in IaaS (infrastructure as a service), e altre PaaS (platform as a service), e non ancora soluzioni SaaS (software as a service)» – spiega Pomi. «Questo perché la maggioranza dei nostri clienti è industriale e distributiva, settori in cui è premiante la possibilità di personalizzare la soluzione per ottenere una forte aderenza tra copertura del software ed esigenza specifica, ma riteniamo che, così come nel passato i clienti si avvicinavano con fatica alle soluzioni IaaS e PaaS, un domani potrà esserci maggiore spazio anche a implementazioni SaaS dell’ERP. Negli ultimi quattro anni, Sinfo One ha spinto molto per poter esser in grado di proporre le proprie soluzioni in cloud (con tutte le accezioni sopra menzionate). Questo ci permette oggi di poter offrire una ampia gamma di opzioni ai nostri clienti. Se parliamo di IaaS e PaaS, sicuramente i tempi per la predisposizione degli ambienti dell’ERP e la flessibilità di erogazione del servizio, degli spazi, delle performance, della sicurezza che il cliente ottiene dal cloud non possono essere paragonate all’on premise».

Anche Ferrante di Wolters Kluwer conferma che il trend in direzione di ERP e CRM on cloud è inarrestabile. «L’utilizzo di applicativi gestionali sul cloud sta crescendo in modo costante» – afferma il sales director. «Per meglio rispondere alle esigenze del mercato, Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia ha di recente presentato una soluzione digitale che pone i professionisti allo stesso livello tecnologico di gran parte della propria clientela. Genya Studio rappresenta un importante passo avanti nel controllo di gestione delle attività dello studio professionale. Mantenere il monitoraggio continuo sulle attività dello studio per conservarne la redditività è sempre più importante in un momento di grande evoluzione digitale dell’intera professione. Il professionista diventa sempre più consulente grazie alle tecnologie digitali e la gestione dello studio e delle sue attività diventa centrale per consentirgli lo sgravio dalla gestione tradizionale. Genya Studio supporta puntualmente l’intero processo di gestione delle informazioni e dei clienti dello studio, è un vero e proprio ERP per professionisti».

Armando De Lucia, founder & CEO di CRMpartners afferma che, se i bisogni da soddisfare riguardano la facilitazione dei processi di vendita, le richieste dei clienti si orientano su soluzioni di rapida implementazione come Zoho CRM o Freshsales. «Se invece il focus è sulla customer experience e sull’omnicanalità – spiega De Lucia – registriamo un grande interesse per soluzioni come Freshdesk, software house ormai in procinto di quotarsi sul mercato azionario Nasdaq dopo una crescita vertiginosa negli ultimi anni, e la cui offerta è ormai a livello enterprise». In Italia, la soluzione è stata scelta da Coop Alleanza 3.0, gruppo PAM e da utilities come Duferco. Per le aziende da dieci a mille dipendenti – continua De Lucia – che cercano «una soluzione di CRM a 360 gradi, totalmente integrata anche con altri processi aziendali come HR, accounting e operations, la soluzione adatta è il cloud Zoho, e in modo particolare Zoho ONE».

Giorgio Mini di Zucchetti sottolinea che le esigenze degli utenti sono diverse, soprattutto in base alle dimensioni aziendali: «Per questo motivo, come Zucchetti, abbiamo previsto diverse soluzioni: per le grandi aziende e per le PMI sono stati sviluppati ERP in cloud completi in tutte le aree funzionali e capaci di integrarsi a loro volta con applicazioni verticali dedicate a specifici settori come i trasporti e la logistica, il fashion, il food & beverage, il retail e così via. Per la microimpresa abbiamo realizzato un prodotto completamente nuovo che consentirà in modo molto facile una prima gestione contabile e amministrativa ad aziende che hanno iniziato a digitalizzare i propri processi mediante le soluzioni di fatturazione elettronica».


#ERP #CRM Effetto #Covid19 Cambia la percezione del #cloud @eossolgroup #CRMpartners #SinfoOne
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SEMPLICITÀ E FLESSIBILITÀ

Implementare e utilizzare soluzioni ERP e CRM in cloud apporta vantaggi. «Semplificazione e immediatezza: sono queste le parole usate dai clienti che hanno deciso di adottare le nostre soluzioni in cloud» – spiega Casado Melgosa di Di.Tech. «Avere un unico interlocutore che risponda sia dei servizi applicativi sia dell’infrastruttura tecnologica, rendendo tutto più semplice e immediato. Senza dimenticare i vantaggi operativi legati alle risorse on demand, potenzialmente illimitate, rese disponibili molto velocemente».

Secondo Mini di Zucchetti i punti di forza derivati dall’implementare e utilizzare ERP e CRM in cloud sono molteplici: si va dall’ottimizzazione delle risorse IT, alla flessibilità e scalabilità del sistema grazie al modello pay-per-use, sino al raggiungimento del miglior rapporto costo-prestazioni delle applicazioni aziendali. Ma quello che è più importante per Zucchetti – «è che con il cloud si realizza il modello del virtual workspace, ossia di una modalità di lavoro basata sulla condivisione delle informazioni tra l’azienda e il suo ecosistema (clienti, fornitori, commercialista, associazione di categoria) che porta a una collaborazione in tempo reale nell’ottica di incrementare efficienza e produttività, pur mantenendo elevati standard di sicurezza».

Dal punto di vista di Borio di EOS Solutions, le società che offrono servizi cloud si stanno sempre più specializzando. Importante è poter contare su una soluzione multi-cloud, che permetta a tutte le aziende di scegliere il servizio cloud che meglio si adatti alle proprie esigenze. Determinante è anche poter disporre di soluzioni che garantiscano agli utenti sicurezza. «La sicurezza e le certificazioni che Microsoft Azure rende disponibili ai propri clienti sono le più ampie del mercato e consentono di affrontare in tutta serenità il problema della sicurezza in rapporto a CRM ed ERP» – spiega Borio. «A conti fatti, la connettività rimane il maggiore ostacolo per l’implementazione di sistemi ERP e CRM in cloud, ma con l’avvento del 5G e la diffusione della fibra ottica, diventerà solo un lontano ricordo anche nelle aree non urbane del Paese».

IL RUOLO DEL SYSTEM INTEGRATOR

Nell’implementazione di sistemi ERP e CRM in cloud, fondamentale è la presenza di un system integrator capace di collaborare al meglio con il dipartimento IT di un’azienda, allo scopo di rendere disponibili sistemi ERP e CRM in cloud davvero vincenti in un’ottica di digital transformation. «Il ruolo del system integrator – quando possiede anche capacità di consulenza strategica e manageriale – è facilitare il responsabile IT nel suo compito di propulsore di innovazione e abilitatore di soluzioni a supporto del business» – afferma De Lucia di CRMpartners. «Quando si implementa un CRM in azienda, bisogna essere consapevoli che i confini tra funzioni tendono a diventare più liquidi, e l’impatto sull’organizzazione e sulle persone è potente. Non si sta operando solo un cambiamento sui sistemi, ma sulle persone e sul modo di lavorare. È opportuno, quindi, che il partner abbia competenze ad ampio spettro, in modo da comprendere i requisiti di business e supportare le persone in un percorso di innovazione e capace di garantire all’IT un ruolo centrale di direzione e coordinamento in sincronia con le altre funzioni aziendali coinvolte».

Secondo Casado Melgosa di Di.Tech, i system integrator hanno un ruolo fondamentale nella digital transformation, sono portatori di tecnologia, ma soprattutto di soluzioni. La sfida è confrontarsi con interlocutori molto diversi all’interno della stessa azienda: «Il CIO, che conosce in dettaglio i processi ed è in grado di mappare adeguatamente bisogno e soluzione. Il CFO, il marketing manager, i responsabili commerciale e logistico, e non solo. Erogare soluzioni in cloud consente di superare la barriera tecnologica e di concentrarsi sui bisogni». Possiamo dire che il cloud è non solo un abilitatore di innovazione ma anche una risorsa nei momenti difficili per assicurare continuità al business.

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Future of Intelligence. Insights at scale https://www.datamanager.it/2020/04/future-of-intelligence-insights-at-scale/ Thu, 09 Apr 2020 10:11:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198172 Come raddoppiare la produttività dei knowledge worker delle aziende data-driven, dimezzare il tempo per rispondere ai clienti, incrementare del 25 per cento il successo del lancio di nuovi prodotti e servizi L’intelligence aziendale è molto di più della capacità di un’azienda di prendere decisioni che siano data-driven, della capacità di analisi di grandi volumi di […]

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Come raddoppiare la produttività dei knowledge worker delle aziende data-driven, dimezzare il tempo per rispondere ai clienti, incrementare del 25 per cento il successo del lancio di nuovi prodotti e servizi

L’intelligence aziendale è molto di più della capacità di un’azienda di prendere decisioni che siano data-driven, della capacità di analisi di grandi volumi di dati (big data), della capacità di implementare soluzioni di automazione basate sull’intelligenza artificiale e sul machine learning per generare risultati di business. È molto di più anche dell’avere a disposizione più dati dei propri concorrenti. L’intelligence di un’azienda è soprattutto l’abilità di imparare in modo continuativo ed esponenziale (“at scale”), di valutare e di spiegare i risultati come derivanti da quell’apprendimento e, in definitiva, di adattarsi alle evoluzioni del mercato grazie all’apprendimento in modo più veloce e dinamico dei concorrenti. Nella visione di IDC, con “Future of Intelligence” si fa riferimento alla capacità di un’organizzazione di apprendere e contemporaneamente sintetizzare le informazioni di cui necessita per applicare gli insights che ne derivano su larga scala, ottenendo così un vantaggio competitivo che la guidi alla realizzazione degli obiettivi aziendali.

COME SUPERARE LA VISIONE A SILOS

Questi tre atteggiamenti – sintetizzare le informazioni, imparare, creare insight su larga scala – non sono delle novità nelle attività di un’impresa. Tuttavia, riuscire ad applicare queste tre capacità come un’unica abilità a livello aziendale rimane un obiettivo difficile da raggiungere per la maggior parte delle realtà. Sono molte le sfide che le aziende devono affrontare per raggiungere questo obiettivo. L’esistenza di silos è certamente quella più ricorrente e la più difficile da superare. In ambienti separati infatti risulta difficile – se non impossibile – raccogliere e analizzare dati e informazioni e le loro interazioni alla base dell’apprendimento. Soprattutto, risulta ancora più complicato applicare la conoscenza appresa.


Come creare una #intelligence companywide e superare la visione a silos @PatanoSergio @IDCItaly
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La maggior parte dei CIO che vengono intervistati sull’argomento ammette per esempio l’impossibilità di vedere modelli ricorrenti a causa della scarsa raccolta, conservazione e condivisione delle conoscenze aziendali. Ciò comporta – per esempio – una snervante lentezza nel trasformare i dati in informazioni e poi in conoscenza, e una ricaduta negativa sulle decisioni strategiche risultando scadenti e poco tempestive. Non solo. Un approccio a silos comporta anche una scarsa visibilità nei processi end-to-end che limita notevolmente la capacità dei decision maker e degli stakeholder di migliorare i processi interni, identificare opportunità di mercato o applicare soluzioni di automazione, intelligenza artificiale e machine learning. A queste però si aggiungono altre sfide di tipo culturale, forse più difficili da superare. Tre in particolare sono quelle più comuni. La prima è un’irrazionale avversione verso le evidenze dei dati, che vengono ignorate per dare invece credito a sensazioni più viscerali facendo emergere in modo preponderante la presenza di pregiudizi all’interno dei processi decisionali. Questo spinge a muoversi entro parametri che sono delimitati da convinzioni acquisite in precedenza e sottolinea una scarsa predisposizione all’apprendimento continuo. La seconda è una carente alfabetizzazione sui processi di gestione dei dati e una conseguente incapacità di utilizzare un linguaggio comune sulla loro gestione. La conseguenza è l’impossibilità di utilizzare i dati correttamente in quanto influenzati da processi di disinformazione o di inquinamento delle informazioni (volontario o meno).

La terza è la mancanza di una data intelligence efficace ed efficiente con conseguente sfiducia nei dati, nelle informazioni e nei relativi insights. A cascata poi tale sfiducia ha un impatto altrettanto negativo anche sui modelli di intelligenza artificiale che dipendono da questi dati e informazioni. Le imprese in grado di superare queste sfide saranno in grado di eliminare i silos, imparando come un’unica entità e su vasta scala. In tali imprese, i dati generati da prodotti, servizi, esperienze ed ecosistemi informeranno e guideranno l’automazione intelligente dei processi anziché essere semplicemente un ingrediente per i report offline.

IMPRESE VERAMENTE DATA-DRIVEN

Quando le imprese avranno sviluppato questa capacità di apprendere, saranno anche in grado di trasformarsi realmente in aziende con processi decisionali data-driven. In questo contesto, la capacità di correlare gli algoritmi di analisi dei dati con gli obiettivi di business sarà il risultato della collaborazione tra team differenti all’interno dei quali troveranno spazio data scientist, data architects e i responsabili delle varie linee di business. In questo modo, le aziende potranno fornire strumenti completi a supporto del miglioramento dei processi IT e di business, della gestione delle risorse, del miglioramento di prodotti e servizi, liberando il valore intrinseco dei dati, sfruttando l’intelligence, utilizzano modelli di digital twin, traendo insights dalle attività di social marketing e comprendendo al meglio i feedback dei propri clienti. La creazione di un’intelligence aziendale, vero obiettivo di questo percorso evolutivo, sarà possibile solo grazie all’utilizzo congiunto e integrato di soluzioni di business intelligence, di data intelligence e delle altre tecnologie implementate all’interno dell’intera azienda. Le realtà che saranno in grado di entrare all’interno di questa economia dell’intelligence potranno disporre di un vantaggio competitivo notevole rispetto ai concorrenti.


Le variabili del futuro dell’intelligence: #persone #processi e #tecnologie @PatanoSergio @IDCItaly
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Ai giorni nostri il problema più stringente che le imprese si trovano ad affrontare non è legato alla quantità di informazioni da analizzare e su cui basare la costruzione di un’impresa data-driven. Quello che è veramente necessario è la capacità di creare sistemi in grado di filtrare questa mole di dati e informazioni – destinata a crescere in modo ancor più esponenziale nel prossimo futuro- al fine di eliminare ciò che per gli obiettivi aziendali risulta essere non importante, se non irrilevante, e utilizzare invece solo quelle informazioni effettivamente utili e contestualizzabili. Per garantire che il futuro dell’intelligence aziendale porti un reale valore alle imprese, agli individui e alla società nel suo complesso, i C-Level aziendali tecnologici e di business dovranno tenere in considerazione una serie di aspetti. In primis, comprendere che è necessario concentrarsi sulla fornitura di informazioni attendibili e attuabili in un determinato contesto, sintetizzando le informazioni in modo accurato e tralasciando quelle che nel contesto risultano poco utili. Decision maker e stakeholder devono comprendere che imparare non significa solo partecipazione a corsi di formazione formali, ma implica osservazione, riflessione, apprendimento, accesso e condivisione delle informazioni e delle conoscenze. Altro aspetto fondamentale di questo approccio è la consapevolezza che la fornitura di insights su vasta scala è molto più dell’adozione di tecnologie come il cloud che lo possono abilitare. È fondamentale poi comprendere che queste tre capacità, sintetizzare le informazioni, apprendere e fornire insights at scale, non sono indipendenti tra di loro. L’azienda dovrà investire in tutte e tre contemporaneamente e in modo interconnesso.

Il successo degli investimenti in quest’area è poi strettamente dipendente dalla continua e costante misurazione del valore che sarà abilitato da una maggiore intelligence aziendale. Ovvero è fondamentale misurare quanto sia il miglioramento derivante dalla creazione di una intelligence companywide. È necessario costruire e incoraggiare una cultura aziendale basata sulle evidenze, assumendo figure con competenze adeguate all’inevitabile aumento dell’automazione nella gestione dei dati. Figure in grado di formulare giudizi, comprendere il significato di una previsione e affrontare i rari casi in cui i dati per l’AI/ML non siano sufficienti. Infine, è necessario abbracciare la consapevolezza che il futuro dell’intelligence dipenderà dagli investimenti in persone, processi e tecnologie per le pratiche di governance, di conformità normativa, di sicurezza e di gestione del rischio.

Sergio Patano associate research director di IDC Italia

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Trasformazione digitale, le imprese hanno fame di talenti https://www.datamanager.it/2020/04/trasformazione-digitale-le-imprese-hanno-fame-di-talenti/ Thu, 09 Apr 2020 10:04:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198169 La specializzazione come soluzione al mismatch tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. In Italia, pesa lo skill gap nell’ICT e le imprese faticano a trovare canali per un’adeguata selezione Negli ultimi anni, il mercato del lavoro dei paesi più avanzati e dunque anche dell’Italia, ha subito quello che può essere definito un cambiamento […]

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La specializzazione come soluzione al mismatch tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. In Italia, pesa lo skill gap nell’ICT e le imprese faticano a trovare canali per un’adeguata selezione

Negli ultimi anni, il mercato del lavoro dei paesi più avanzati e dunque anche dell’Italia, ha subito quello che può essere definito un cambiamento strutturale. Cambiamento che riguarda ambiti molteplici e che deriva, tra gli altri, da fenomeni quali la digitalizzazione e il progresso tecnologico. Non si tratta solo delle tecnologie relative alla cosiddetta industria 4.0, ma riguarda anche l’utilizzo dei big data, lo sviluppo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale e delle implicazioni che questi hanno per professioni che, fino a poco tempo fa, sembravano immuni alla rivoluzione tecnologica.

Le statistiche OCSE suggeriscono l’incapacità del mercato del lavoro di adattarsi a tale cambiamento, indicando, in Europa, un mismatch pari al 33,5%, che in Italia raggiunge il 38,2%. L’aumento di competenze richieste dalle imprese si è trasformato in un aumento della difficoltà di acquisizione di nuove risorse, in particolare di figure tecniche altamente specializzate, mancanti sia in termini quantitativi che qualitativi. Stando all’ultima indagine Excelsior sul tema, la quota delle figure di difficile reperimento è in crescita e si attesta al 26,3%. La difficoltà, presente in particolar modo nelle regioni settentrionali dove il mercato del lavoro è più competitivo, si concentra sia su figure dirigenziali che su figure operative.

Elementi di particolare criticità emergono in ambito informatico. Alla sempre più ampia domanda di competenze digitali da parte delle imprese, corrisponde l’incapacità del sistema formativo a fornire le skill necessarie. Se, infatti, il complicato reperimento di figure informatiche elevate è dovuto alla scarsità dei candidati – il 25% delle aziende dichiara che nella ricerca di figure di medie competenze la difficoltà risiede nell’inadeguatezza delle risorse. Tuttavia, sarebbe ingenuo attribuire la totale responsabilità del mismatch tra domanda e offerta nel mercato del lavoro ai lavoratori. Un aspetto, poco considerato, della difficoltà di reperimento è legato alla mancanza di informazioni da parte delle aziende. Le figure in possesso di qualifiche adeguate o riconvertibili sono presenti, ma le imprese faticano a trovare canali per un’adeguata selezione. L’attività di recruitment è spesso spazialmente limitata: attualmente solo un quarto delle aziende allarga il perimetro della propria ricerca al di là del territorio limitrofo. Un altro aspetto da porre in evidenza è rappresentato dai canali di selezione utilizzati dalle imprese nella loro ricerca di personale.


#skills #IT La specializzazione come soluzione al mismatch tra domanda e offerta di lavoro @Techyon_
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Il 47% delle imprese che hanno assunto negli ultimi 12 mesi ha dichiarato di aver assunto candidati di cui aveva già una conoscenza diretta; il 35% si è basata sui soli curricula ricevuti, mentre il 29% ha seguito il consiglio di soggetti conosciuti per l’acquisizione di nuove risorse. In un simile panorama, strumento prezioso per colmare il divario tra domanda e offerta nel mondo del lavoro è rappresentato dalle società di head hunting specializzate. Trovare il candidato adatto non è difficile se si possiede la capacità di riconoscerlo, ovvero se si è esperti del segmento di mercato in cui si opera. Tale convinzione sta alla base del metodo di ricerca e selezione di Techyon, rivolto esclusivamente a professionisti e manager dell’information technology. Assumere un focus verticale e dedicato, apprendendo così le regole specifiche del mercato di riferimento ed entrando in contatto con la quasi totalità dei candidati del ramo scelto, è la soluzione più efficace alla difficoltà di reperimento, l’unica in grado di colmare davvero il mismatch tra domanda e offerta che caratterizza il mercato del lavoro odierno.


Jacopo Tonelli managing partner di Techyon

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Unopiù, evoluzione digital a 360 gradi https://www.datamanager.it/2020/04/unopiu-evoluzione-digital-a-360-gradi/ Thu, 09 Apr 2020 09:55:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198166 Unopiù è tra i principali player attivi nel settore nella produzione e distribuzione di arredi, strutture e accessori di design per esterni. Nata più di quaranta anni fa, l’azienda è oggi conosciuta in tutto il mondo. Sono 23 i negozi diretti di proprietà, di cui la società dispone. Questi punti vendita sono attivi in Italia, Francia, […]

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Unopiù è tra i principali player attivi nel settore nella produzione e distribuzione di arredi, strutture e accessori di design per esterni. Nata più di quaranta anni fa, l’azienda è oggi conosciuta in tutto il mondo. Sono 23 i negozi diretti di proprietà, di cui la società dispone.

Questi punti vendita sono attivi in Italia, Francia, Germania e Spagna, ma l’azienda si avvale anche di una rete di vendita costituita da numerosi partner e di un sistema e-commerce proposto in differenti declinazioni linguistiche, che è costantemente aggiornato. Missione di Unopiù è quella di arredare ogni spazio esterno della casa con la stessa cura e passione che di solito sono riservate all’arredamento di interni.

L’obiettivo è quello di progettare e realizzare ambienti in modo funzionale ed elegante, per una proposta outdoor in grado di poter soddisfare qualsiasi stile di design richiesto dal cliente, dal più classico al più moderno. Un punto di forza della società è costituito dalla presenza di una divisione Ricerca & Sviluppo interna, che ogni anno è in grado di proporre importanti novità, dalle innovazioni sui materiali a quelle sui colori per ogni tipo di personalizzazione, passando per i nuovi prodotti che hanno l’obiettivo di soddisfare i trend più attuali. Accanto a questo orientamento all’innovazione, l’azienda si impegna anche a cogliere qualità e originalità provenienti dall’esterno. Molti degli articoli Unopiù, infatti, sono firmati da designer di fama internazionale quali Paola Navone, Ferruccio Laviani, Marco Acerbis, Matteo Thun, Meneghello & Paolelli, Andreucci & Hoisl, Adam D. Tihany, e molti altri. Tutte le creazioni di Unopiù sono state studiate per durare nel tempo senza perdere nessuna delle caratteristiche tecniche e qualitative che contraddistinguono l’azienda: materiali selezionati per una qualità elevata, capaci di resistere a tutti gli agenti atmosferici, persino i più estremi. «Unopiù è un’azienda storica che ha fatto la propria fortuna grazie ai negozi fisici e al rapporto diretto con il cliente. Tutto questo è avvenuto sia attraverso gli store sia tramite canali di comunicazione, come il catalogo di Unopiù, che per 40 anni è stata una istituzione» – spiega Marco Ravasi, chief marketing officer di Unopiù.

E-COMMERCE

Con il passare del tempo e con il progredire dei mezzi di comunicazione e della potenzialità del commercio elettronico, l’azienda ha individuato nuove opportunità per interagire con il cliente e si è rafforzata dotandosi di un sistema e-commerce, che è attivo sin dal 2015» – prosegue Ravasi. «Parallelamente alla digitalizzazione dello store fisico, che ha portato a un aumento dei siti di e-commerce, ci siamo diretti, soprattutto nell’ultimo anno, a una strategia quasi totalmente digitale». Oggi, i siti di e-commerce sono sette. Sono proposti in diverse lingue e hanno l’obiettivo di soddisfare le esigenze dei clienti residenti in Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria, Spagna e negli altri paesi d’Europa.

SOCIAL MEDIA

Accanto allo sviluppo dei siti di e-commerce, Unopiù ha puntato alla crescita della propria presenza sui social media, usando un profilo Facebook per ogni paese in cui l’azienda è attiva. La strategia social è completata dalla presenza internazionale su Instagram, Twitter, LinkedIn e da poco anche Pinterest. Unopiù ha comunque mantenuto anche un catalogo cartaceo, che l’azienda utilizza per i propri store fisici e per indirizzarsi ai propri partner e architetti, ma la strategia social si sta rivelando vincente, perché consente di ampliare il numero di interlocutori con cui interagire.


#Marketer E-commerce, social e presto anche una app. L’evoluzione digital @Unopiu_official
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ERP, CRM, EMA

«La digitalizzazione in azienda è un processo inarrestabile» – dice Ravasi. «Da quando il nuovo management è subentrato, alla fine del 2018, abbiamo rivisto tutto il sistema ERP, il sistema CRM, la pianificazione media sui canali digitali e gli investimenti destinati ai social media. Di conseguenza, anche l’organizzazione del personale ha visto l’entrata di figure esperte in questi ambiti. Il prossimo passo sarà quello di procedere nel creare un sistema di EMA (e-mail marketing automation) solido con cui approcciare il consumatore finale, in modo coerente e personalizzato». Gli strumenti digitali in Unopiù sono un mezzo che si sta diffondendo in ogni dipartimento, non soltanto all’interno del marketing. «Nelle operations, la scelta di Oracle come ERP sta portando e porterà, oltre a più efficienza gestionale, anche servizi Web based molto innovativi per il nostro settore» – prosegue Ravasi. «Il nostro sito, sviluppato grazie al CMS open source per l’e-commerce Magento, lavora a efficienza ridotta proprio per i limiti dovuti al gestionale aziendale storico. Con Oracle, questo limite sarà eliminato e avremo l’opportunità di lavorare in ottica di EMA, aggiungendo anche i nostri canali social e il nostro CRM database come fonte di dati».

UNA APP DI RIFERIMENTO

Un ulteriore passo sarà lo sviluppo di una app che sarà il punto di riferimento di Unopiù sia per l’e-commerce sia per le informazioni che ruotano attorno al mondo del giardino e degli arredi per esterni. Prevista anche l’integrazione negli store di Unopiù di tutti i tool digitali utilizzati, con un controllo centrale dei contenuti media e relativi al processo di acquisto.

DIGITAL COMPANY

Accanto allo sviluppo dell’app, molti  sono i progetti che Unopiù ha in cantiere per il futuro. Uno degli obiettivi previsti per il 2021 è quello di ampliare il numero di paesi coperti dall’e-commerce. Unopiù punta a essere sempre più una digital company: l’intenzione è quella di portare la percentuale del fatturato realizzato tramite vendite online dal 10% al 20% nel giro di un anno. «Come direttore research & development e responsabile marketing e-commerce ed e-retailers, sono, insieme al mio team, responsabile di tutte le nuove proposte: certamente, senza l’aiuto degli altri dipartimenti, nulla sarebbe possibile» – conclude Ravasi. «Puntando all’integrazione del digitale in tutti i processi aziendali, ogni dipartimento deve essere aggiornato, ingaggiato e motivato nel cambiare lo status quo».

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Woven City, la città del futuro https://www.datamanager.it/2020/04/woven-city-la-citta-del-futuro/ Thu, 09 Apr 2020 09:43:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=198164 Al CES di Las Vegas, Toyota propone il suo modello di città intelligente, un ecosistema interconnesso basato sull’interazione naturale uomo-macchina e l’intelligenza artificiale in rete Scrivendo della robotica di servizio, abbiamo spesso sottolineato che sviluppi importanti nelle future applicazioni potranno aversi se robot collaborativi opereranno in un ecosistema che include l’intelligenza artificiale in rete. Quindi, […]

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Al CES di Las Vegas, Toyota propone il suo modello di città intelligente, un ecosistema interconnesso basato sull’interazione naturale uomo-macchina e l’intelligenza artificiale in rete

Scrivendo della robotica di servizio, abbiamo spesso sottolineato che sviluppi importanti nelle future applicazioni potranno aversi se robot collaborativi opereranno in un ecosistema che include l’intelligenza artificiale in rete. Quindi, non robot isolati in ambienti poco o nulla strutturati ma robot che fanno parte integrante di una rete di connessioni, su infrastrutture fisiche progettate ad hoc. Al Consumer Electronics Show (CES) che si è tenuto a Las Vegas dal 6 al 9 gennaio scorso, Toyota ha presentato i progetti per la costruzione di un prototipo di città del futuro, Toyota Woven City, un ecosistema completamente connesso. Infatti, l’aggettivo “woven” indica che questo ecosistema sarà un “tessuto”, una struttura a rete, anche perché Toyota progetta di “tessere” gli spazi esterni di tutta la città con vegetazione autoctona e idroponica. La città sarà costruita in Giappone, su un’area di 70 ettari alla base del monte Fuji, e sarà abitata da ricercatori che progetteranno robot, veicoli autonomi, e ogni altra tecnologia basata su intelligenza artificiale applicata alla loro stessa vita quotidiana.

Akio Toyoda, presidente di Toyota Motor Corporation, ha descritto il progetto: «Costruire una città completa dalle fondamenta, anche su piccola scala come questa, è un’opportunità unica per sviluppare le tecnologie del futuro, tra cui un sistema operativo digitale per le infrastrutture della città. Con persone, edifici e veicoli tutti collegati e in comunicazione tra loro attraverso dati e sensori, saremo in grado di testare l’intelligenza artificiale connessa sia nel mondo virtuale che in quello fisico massimizzandone il potenziale».


#WovenCity La città sostenibile e interconnessa di #Toyota – Prove tecniche di futuro @Veruggio
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Saranno progettate soluzioni di mobilità connessa e senza emissioni che permetteranno di testare nuove modalità di vita urbana, di aggregazione sociale, lavoro e svago. Per realizzare le abitazioni saranno adottati criteri di massima sostenibilità: il materiale principale degli edifici sarà il legno e saranno impiegate tradizionali tecniche di falegnameria giapponese, combinate con metodi di produzione robotizzati. I tetti saranno provvisti di pannelli fotovoltaici per generare energia solare oltre a quella generata dalle celle a combustibile a idrogeno. Le residenze saranno dotate delle più recenti tecnologie di domotica per assistere la vita quotidiana. Le case utilizzeranno l’intelligenza artificiale basata su sensori per controllare la salute degli occupanti, prendersi cura delle esigenze di base e migliorare la vita quotidiana. Toyota ha in programma di accogliere a Woven City i dipendenti della Toyota Motor Corporation e le loro famiglie, le coppie in pensione, i rivenditori, gli scienziati in visita e i partner del settore. Inizialmente, è prevista una popolazione di 2000 persone, che andrà ad aumentare man mano che il progetto si evolve.

L’inaugurazione del sito è prevista per l’inizio del 2021. Il progetto è sicuramente molto interessante, però non v’è dubbio che si presta a molte riflessioni critiche sul modello di sviluppo di società umana che implica. Innanzitutto, immagina un prototipo di società elitaria dove un ridotto numero di eletti hanno accesso al top delle risorse scientifiche e tecnologiche, senza affrontare il problema dell’enorme divario di qualità della vita con la stragrande maggioranza dell’umanità. Poi, all’interno di questa specie di enclave, l’essere umano è sì assistito e accudito, come in una gigantesca nursery, da un complesso ecosistema robotico, ma al tempo stesso si trova a essere un “agente intelligente” immerso in una “prigione” dorata che ne annulla di fatto la privacy e, forse, gli spazi di libertà. È questo il futuro che vogliamo?


Gianmarco Veruggio scienziato robotico – www.veruggio.it

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