rivistagiugno2015 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 14:02:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistagiugno2015 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Master Coder, il codice del gioco https://www.datamanager.it/2015/06/master-coder-il-codice-del-gioco/ Tue, 23 Jun 2015 15:32:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76049 Li chiamano “nativi” del computer, ma i nostri figli mostrano una disarmante passività davanti allo schermo. Con la sua didattica ludica e creativa, Master Coder vuole trasformarli in attori consapevoli del loro futuro digitale L’ha detto anche il presidente Obama quando ha esortato gli americani a insegnare ai loro figli a programmare il computer. Con […]

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Li chiamano “nativi” del computer, ma i nostri figli mostrano una disarmante passività davanti allo schermo. Con la sua didattica ludica e creativa, Master Coder vuole trasformarli in attori consapevoli del loro futuro digitale

L’ha detto anche il presidente Obama quando ha esortato gli americani a insegnare ai loro figli a programmare il computer. Con Master Coder volevate cogliere questo invito? Massimo Fubini, ideatore di questa peculiare realtà del mondo della formazione mirata a promuovere la cultura digitale tra i giovanissimi, esita brevemente, sorride. E sempre scherzando, nega anche che i suoi corsi di programmazione, robotica e elettronica “per makers” rigorosamente under 15 possano essere una strategia di lungo periodo escogitata per coltivare in proprio un bacino di cervelli cui attingere per la sua ContactLab, l’azienda (oggi di oltre 140 persone, con 25 posizioni aperte all’assunzione) da oltre quindici anni focalizzata sulle tematiche del direct marketing e più in generale dell’engagement digitale dei consumatori. «No, Master Coder nasce innanzitutto dall’osservazione dei miei tre figli e del loro modo totalmente passivo di utilizzare i dispositivi digitali, come se non fossero loro a giocare con l’iPad ma l’iPad a “giocarli”».


#mastercoder Programmazione e robotica per giovanissimi @mastercoder_it
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Fubini – ed è difficile dargli torto – sostiene che annoverare i giovani nati intorno o dopo la svolta del millennio tra i “nativi digitali” è quanto mai fuorviante perché «se poi li vediamo interagire con il computer non si comportano mai come attori, sono al massimo dei fruitori digitali. Personalmente mi piacerebbe che, dovendo utilizzare questi strumenti tutti i giorni, almeno potessero decidere se farlo in modo attivo». Altra fonte di ispirazione per la sua innovativa scuola di software – aggiunge il fondatore e CEO di ContactLab – è il confronto con il metodo Montessori, la scuola che Fubini ha scelto per i suoi figli. «Non fanno nulla di specifico sul digitale, ma è bellissimo il modo in cui affrontano l’insegnamento, senza lezioni frontali, ma con tanta volontà di far appassionare i bambini».

Learning by doing

Con il suo lavoro di esperto di interazione e comunicazione digitale, Fubini si è sempre occupato di metodologie di formazione, portando in ContactLab una cultura di learning by doing che coinvolge lo stesso personale dell’azienda in una attività di reciproco insegnamento tra pari. Nel progettare Master Coder, ha continuato a guardarsi in giro, trovando in effetti alcuni esempi interessanti di didattica informatica rivolta ai pre-adolescenti. Uno dei suoi figli, racconta, ha partecipato a una iniziativa della Digital Accademia di Riccardo Donadon, un’esperienza che, sottolinea il genitore, ha cambiato molto il suo modo di avvicinarsi ai videogame. Ma l’offerta, in questo ambito, continuava a essere molto limitata. «Nell’area geografica milanese ho incontrato solo CoderDojo, un circuito internazionale non profit che ha l’obiettivo di insegnare i fondamenti del coding nel corso di una full immersion di un paio d’ore, curata da volontari. Ho avuto insomma l’impressione di un vuoto da colmare in termini di formazione più strutturata, con una didattica che è però ancora tutta da costruire».


#mastercoder Gioca, Impara, Programma – Digitali si diventa @mastercoder_it
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Come nasce

Master Coder, che nasce comunque come una vera e propria startup, con un suo piano di business, ha una ambizione diversa, molto più orientata all’idea di un nativo digitale che non si limita semplicemente ad apprendere un linguaggio di programmazione, ma studia – possibilmente divertendosi – come affrontare un problema in modo algoritmico: scomponendolo in tanti pezzi, analizzando le relazioni, i collegamenti tra le diverse parti, ricomponendole per trovare la soluzione. «Non vogliamo insegnare a programmare, anche se utilizziamo cose come la robotica, linguaggio Scratch, l’elettronica molle, i LittleBits. Questi strumenti non sono il fine, ma il mezzo». Master Coder è una scuola di logica per bambini e ragazzi. Una scuola che si serve, tra gli altri, di linguaggi come Scratch (sviluppato dal Mit di Boston proprio per insegnare il software attraverso il gioco e il divertimento) – per guidare i giovani allievi nella “retroingegnerizzazione” dei videogame e nella realizzazione di giochi e funzionalità nuove, finalmente personalizzate. Lo scopo, conferma Fubini, è far entrare i cosiddetti nativi digitali «in una modalità di logica causa-effetto, di problemi che si possono risolvere con la programmazione».

L’offerta didattica

Costituita da pochi mesi, Master Coder è partita ragionando molto sui metodi da adottare, sulla scelta degli argomenti da introdurre durante le lezioni, i problemi da analizzare e risolvere. Una fase di studio e sperimentazione, spiega Fubini, che ha attinto a una vasta letteratura didattica non necessariamente mirata alle tematiche digitali, ma facilmente adattabile a questo contesto. «Abbiamo iniziato mesi fa, in forma sperimentale, coinvolgendo i figli dei dipendenti di ContactLab, partendo anche dall’esperienza che avevamo fatto con CoderDojo». Da qui è nata una prima offerta “live” da proporre a un mercato costituito dalle famiglie ma soprattutto dalle scuole, per ora essenzialmente quelle private, più libere di scegliere e decidere. Le lezioni-gioco della scuola di Master Coder sono modulari, con blocchi costituiti da più moduli di circa due ore. Prima dell’estate, partirà una prima serie di cinque moduli monotematici per la quale sono già state raccolte diverse prenotazioni. A settembre, Fubini pensa di offrire corsi più estesi, di una decina di moduli. La fascia d’età ottimale è quella compresa tra i 7 e i 14 anni e se in fase di iscrizioni nessuno fa differenze tra maschietti e femminucce, Fubini riconosce che uno degli aggiustamenti che Master Coder dovrà mettere a punto, riguarda proprio i temi e la programmazione dei corsi, che dovranno essere attraenti e stimolanti per tutti.


#mastercoder @massimofubini : «Imparare è ancora il gioco più bello del mondo»
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Progetti

I corsi sono a pagamento, ma Master Coder ha un business model più articolato e di ampio respiro. «Da un lato – spiega Fubini – contiamo di costruire un modello che sia replicabile altrove, con una formula simile al franchising, in modo da poter offrire a potenziali provider una base su cui costruire la propria offerta». Accanto a questo filone, Master Coder intende esplorare una serie di progetti di natura più editoriale, in supporto a una didattica tanto innovativa da non potere ancora disporre di strumenti come libri di testo e ausili. «Non pensiamo soltanto a strumenti basati direttamente sul computer, ma anche a prodotti “unplugged” come libri, schede didattiche, fumetti». Al momento, conclude Fubini, non sono previste vere e proprie campagne pubblicitarie. L’entusiasmo dei piccoli allievi alle prese con la divertente interfaccia di Scratch, o con il lego elettronico dei LittleBits, la loro voglia di raccontare la loro esperienza ai genitori e agli amici, è un motore promozionale molto potente. Imparare, dopotutto, è ancora il gioco più bello del mondo. Peccato che la scuola normale l’abbia dimenticato.

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Disrupting digital business https://www.datamanager.it/2015/06/disrupting-digital-business/ Tue, 23 Jun 2015 15:24:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76099 Come avvenuto in passato, le aziende devono prepararsi per andare incontro ai cambiamenti sociali, organizzativi e tecnologici e per non essere lasciate indietro Abbiamo intervistato R “Ray” Wang, autore del libro Disrupting Digital Business (Harvard Business Review Press, 2015). Oltre a essere principal analyst, fondatore e presidente di Constellation Research con sede nella Silicon Valley, è […]

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Come avvenuto in passato, le aziende devono prepararsi per andare incontro ai cambiamenti sociali, organizzativi e tecnologici e per non essere lasciate indietro

Abbiamo intervistato R “Ray” Wang, autore del libro Disrupting Digital Business (Harvard Business Review Press, 2015). Oltre a essere principal analyst, fondatore e presidente di Constellation Research con sede nella Silicon Valley, è anche l’anima del popolare blog A Software Insider’s Point of View in cui scrive di strategia, di business e di tecnologia. Con 10 milioni di pagine viste all’anno, il suo blog permette di comprendere come l’innovazione e i nuovi modelli di business dirompenti possano trasformare le imprese e le organizzazioni.


#Disrupting_DigitalBiz R “Ray” Wang: Come prepararsi al cambiamento @ConstellationRG @rwang0
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Data Manager: Qual è lo stato dell’arte e il ruolo dell’IT e dell’innovazione negli Stati Uniti?

R “Ray” Wang: IT e innovazione sono diventate un luogo comune. Avere un programma di innovazione non è più un elemento di differenziazione. La buona notizia è che gli imprenditori e il reparto IT stanno lavorando tra loro più strettamente che mai, nonostante la consumerizzazione dell’IT. I programmi di innovazione si sono trasformati da programmi stand-alone in programmi integrati in tutta l’organizzazione. L’aumento dei chief digital officer testimonia il cambiamento in atto e l’importanza delle tecnologie digitali per il business.

Quali sono Ie peculiarità di un chief digital officer?

Il chief digital officer (CDO) deve riferire direttamente al CEO e colmare il divario tra marketing e IT a livello aziendale, invece di riferire in entrambe le funzioni esistenti. L’organizzazione ha bisogno di un leader svincolato dagli organigrammi con una mentalità digitale e con precedenti esperienze in settori strategici dell’azienda come il marketing o lo sviluppo prodotto. Il chief digital officer deve determinare come incorporare approcci digitali nel modello di business della società, che può variare in base al tipo di settore. Al fine di condurre la trasformazione, il CDO deve stabilire come trasformare gli affari analogici in mezzi e capacità digitali, fino a creare valore per il cliente. I CDO efficaci non devono essere semplici evangelisti o leader di pensiero, ma devono introdurre nuove idee in metodi di lavoro esistenti: ciò richiede un punto di vista olistico, attenzione ai dettagli e mentalità di integrazione. La catena del valore corrente di una società richiederà il riesame di nuove opportunità di creazione di valore. Il ruolo del CDO è quello di sfruttare le operazioni e le competenze di sviluppo per identificare le aree di potenziale cambiamento e trasformarle in soluzioni a valore. Per essere efficace, un CDO deve condurre direttamente una squadra con diversi set di abilità che possono servire da catalizzatore digitale in situazioni diverse.

Quali sono i settori più “hot” per l’uso di tecnologie e perché?

Il settore più “caldo” è l’abilitazione digitale di vecchie industrie di produzione. I sensori a basso costo e beacons bluetooth stanno migliorando la raccolta dei dati, che a sua volta cambia la modalità con cui le informazioni vengono catturate, analizzate e valutate. Questo fa emergere nuove intuizioni che guidano il processo decisionale. Ciò significa – per esempio – che i sensori su un pavimento di una fabbrica possono aiutare un’azienda a determinare se aggiungere o meno una nuova linea, cambiare turni, migliorare la produttività e tempi di ciclo di lavorazione della fabbrica. A loro volta, i vecchi costruttori di linee possono anche utilizzare questi sensori nei loro prodotti per prevedere i tassi di guasto. Un grande esempio è GE Power che è in grado di prevedere un’interruzione sulle linee di produzione con una o due settimane di anticipo.


#Disrupting_DigitalBiz R “Ray” Wang: Quello che devi sapere per non restare indietro @ConstellationRG @rwang0
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Qual è il ruolo di un CIO negli Stati Uniti, più business o più tecnico?

Negli Stati Uniti, il CIO si sta trasformando in un chief innovation officer. Cinque anni fa, i chief information officer (CIO) erano in cima al mondo. Questi dirigenti hanno giocato un ruolo di importanza critica nel gestire svariati milioni di dollari di progetti che hanno dato vita a un massiccio cambiamento. Tuttavia, la recessione globale e l’incapacità dei CIO di offrire valore al business hanno offuscato il loro status. I CIO di oggi sono sotto pressione per mantenere le continue richieste di innovazione, riduzione dei costi, connettività e crescente domanda di business intelligence. I modelli di business più consumer-oriented hanno cambiato il ruolo del CIO, favorendo una nuova generazione di leader di business e tecnologia. Questi leader dovranno conoscere le tecnologie dirompenti, allineare le nuove iniziative sia per il valore di business sia per la tecnologia di fattibilità e individuare le strategie per sfruttare gli investimenti esistenti e per finanziare l’innovazione.

Quali sono i quattro tipi di CIO che emergeranno nella prossima generazione?

Infrastrutture, integrazione, intelligence e innovazione definiscono i campi di azione dei futuri CIO.

Per cominciare, ci sono i direttori generali delle infrastrutture che si concentrano sulla riduzione dei costi e rappresentano dal 65% al ​​70% del budget IT complessivo. La maggior parte di questi CIO ha la priorità di tenere le luci accese e di gestire ambienti legacy. Tecnologie dirompenti come la virtualizzazione e il cloud avranno un ruolo fondamentale nella riduzione dei costi. Poi ci sono i direttori generali integrazione che collegano ecosistemi interni ed esterni, riunendo processi aziendali, dati, sistemi e punti di connessione con i sistemi legacy e approcci basati su cloud più recenti. I progetti spesso riguardano sistemi esterni e spesso affrontano ambienti di integrazione post-fusione. I direttori generali dell’intelligence – invece – si occupano di potenziare l’attività con intuizioni attuabili. Rappresentando tra il 10% e il 15% del bilancio complessivo, questo tipo di CIO deve migliorare l’accesso delle imprese-utenti alle informazioni. Il tema chiave è quello di inserire i dati giusti, per la persona giusta, al momento giusto, sull’interfaccia giusta. Questi funzionari dell’intelligence tendono a concentrarsi sul lato business delle attività. Infine, i direttori generali dell’innovazione che identificano le tecnologie rivoluzionarie per i progetti pilota. Questi CIO devono guidare l’innovazione con pochi soldi. In genere, provenienti da ambienti di business, questi leader si muovono velocemente, altrettanto velocemente ripartono da zero, e continuano ad andare avanti. Essi tendono a concentrarsi sul lato business e le attività esterne. La maggior parte dei CIO di oggi appartiene al primo tipo e dedica la maggior parte del tempo e delle risorse a “tenere le luci accese”.


#Disrupting_DigitalBiz il CDO deve colmare il divario tra marketing e IT @ConstellationRG @rwang0
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Ci può spiegare il concetto di Disruptive Digital Business?

Nell’era digitale, le aziende hanno avuto successo per la loro capacità di comprendere ciò che serve per costruire un’organizzazione capace di resistere al cambiamento continuo. Dalla semplice vendita di prodotti o servizi, il mondo del digitale ci impone di concentrarsi su esperienze e risultati. Le aziende devono prepararsi per andare incontro ai cambiamenti organizzativi e tecnologici, per non essere lasciate indietro. Il mio libro analizza le tendenze alle quali gli imprenditori devono prestare attenzione e spiega il modo migliore di reagire. Siamo all’alba di una rivoluzione digitale del business, ma ce ne stiamo rendendo conto solo adesso. Come all’inizio di ogni rivoluzione, chi si trova nel mezzo può rendersi conto che qualcosa di grosso sta accadendo. Eppure, è difficile quantificare il cambiamento. Le vecchie regole sembrano non funzionare. Negli ultimi quindici anni, il 52% delle aziende Fortune 500 sono state acquisite, hanno affrontato una fusione, sono fallite oppure sono uscite fuori dalla lista. L’impatto della perturbazione digitale è reale. E il ritmo sta accelerando.


 

R “Ray” Wang è principal analyst, fondatore e presidente di Constellation Research. è anche l’autore del popolare blog A Software Insider’s Point of View, in cui racconta i nuovi trend in termini di innovazione digitale. Con più di 10 milioni di pagine viste all’anno, il suo blog permette di comprendere come le tecnologie e i nuovi modelli di business possono trasformare le imprese e le organizzazioni. Wang ha ricoperto diversi ruoli esecutivi sia nel marketing di prodotto sia in quello strategico, ed è consulente per molte aziende come Forrester Research, Oracle, PeopleSoft, Deloitte, Ernst & Young e Johns Hopkins Hospital.

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L’efficienza economica dei social media https://www.datamanager.it/2015/06/lefficienza-economica-dei-social-media/ Tue, 23 Jun 2015 15:18:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76046 Se i social media sono ormai diventati una leva di marketing essenziale per qualsiasi impresa in qualsiasi settore, diventa indispensabile dotarsi di una mentalità analitica per misurare il loro contributo ai risultati aziendali Benvenuti nel “villaggio globale” di McLuhan, dove ciascuno di noi conosce “personalmente” chiunque altro e le comunicazioni sono sempre più libere, autonome, […]

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Se i social media sono ormai diventati una leva di marketing essenziale per qualsiasi impresa in qualsiasi settore, diventa indispensabile dotarsi di una mentalità analitica per misurare il loro contributo ai risultati aziendali

Benvenuti nel “villaggio globale” di McLuhan, dove ciascuno di noi conosce “personalmente” chiunque altro e le comunicazioni sono sempre più libere, autonome, indipendenti, orizzontali. Un mondo dove qualsiasi barriera si è appiattita grazie ai social media, e ciascuno dispone di un megafono per (s)parlare di qualsiasi argomento, e di qualsiasi brand. Per questo motivo è indispensabile che ogni impresa faccia sentire chiaramente la propria voce attraverso il social web. Pena per i silenziosi: l’irrilevanza e il discredito. La misurazione dell’efficienza economica di qualsiasi attività di comunicazione aziendale condotta attraverso i canali dei social media richiede un adeguato livello di strutturazione interna, in termini di strumenti di raccolta e analisi, ma non soltanto, anche in termini di competenze e ruoli prestabiliti, e senza dubbio un commitment aziendale con un orizzonte temporale di medio termine, dai 18 ai 36 mesi. Entrambi i requisiti sono, come ovvio, strettamente connessi: soltanto raccogliendo informazioni per un lasso temporale sufficientemente lungo è possibile esprimere valutazioni di merito sull’efficacia di qualsiasi processo attivato sui social media, così come soltanto disponendo di piattaforme e strumenti per l’integrazione e l’elaborazione delle informazioni disperse dentro e fuori il perimetro aziendale è possibile comporre un quadro non semplicistico di correlazioni, statistiche e misure.


#What’s_Up Giancarlo Vercellino @IDCItaly Socialytics = Social + Big Data + Analytics
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Nuovi modelli

La conversazione con gli stakeholders fluisce spontaneamente attraverso innumerevoli canali che si intersecano, si intrecciano e si ibridano continuamente, dando vita a nuovi modelli che espandono in misura ancora maggiore l’universo dei social media. Dunque, è indispensabile accettare che una certa perdita di controllo rispetto all’immenso rumore che riverbera attraverso il social web sia un destino inevitabile per qualsiasi impresa. Oltre ai social network, occorre considerare le piattaforme per la condivisione di user-generated content, dalle blog platform fino alle media sharing communities, senza dimenticare che una parte sempre più importante delle interazioni avviene attraverso le app, i widget e i servizi per smartphone. Impensabile lanciare iniziative a 360 gradi: una lista non esaustiva dei principali social network attivi ne conta oltre 200, mentre il numero complessivo delle iniziative legate al social web, comprendendo anche gli sviluppi relativi alle applicazioni per mobile, sta traguardando il migliaio. Qualunque impresa che desideri portare avanti una strategia di comunicazione attraverso i canali sociali deve stabilire una priorità di intervento in base al tipo di influenza che intende esercitare e in base allo specifico stakeholder che intende raggiungere: sulla base di simili considerazioni di base è possibile applicare la regola di Pareto, oppure anche soltanto il buon senso, e individuare quel 20% dei social media che sono più rilevanti per raggiungere l’80% del proprio target.


#Socialytics Giancarlo Vercellino @IDCItaly Come misurare l’efficacia?
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Socialytics

Senza entrare nel merito delle varie piattaforme di analisi esistenti, che presentano un grado più o meno avanzato di specializzazione sul tema dei socialytics, rimane comunque indispensabile una specifica riflessione aziendale su questo tema, dal quale nessuna azienda che intenda investire disciplinatamente può prescindere, così da delineare un framework che garantisca la coerenza di base tra governance, milestones e KPI, ovvero, è indispensabile che il management aziendale si faccia carico dell’elaborazione di un paradigma che metta insieme le varie componenti di attività che formano una strategia sui social media. Non è una responsabilità che possa essere delegata a consulenti esterni, né tantomeno alle piattaforme, che incarnano sempre una certa specifica visione di come debbano essere condotte le attività (non necessariamente la migliore né la più adatta all’impresa). Quanto viene proposto in questo articolo rappresenta soltanto un esempio generale di questo processo di elaborazione, che assume le forme più diverse da azienda ad azienda. Il messaggio di fondo è semplicissimo: se non è possibile individuare con assoluta certezza nessuna best practice, meglio procedere autonomamente in un percorso di apprendimento che può risultare lento e faticoso, ma alla fine porta sempre un risultato.


#Socialytics Giancarlo Vercellino @IDCItaly Come mantenere il controllo?
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Il valore dei dati

La tipologia di informazioni di valore sta virando decisamente verso il dato non-strutturato. Basta pensare alle informazioni sempre più dettagliate sui profili individuali (che vanno ben oltre le semplici anagrafiche e comprendono le preferenze e le attitudini) oppure ai dati relazionali che riguardano le affiliazioni e l’appartenenza a gruppi, oppure ancora alle interazioni che intervengono con altri individui del social web, e quindi alle capacità di influenzare i propri vicini opportunamente misurate in termini statistici, ricorrendo alla social network analysis. In tutti i casi, le dimensioni di analisi per chi intenda curare le comunicazioni aziendali attraverso il social web rimangono sostanzialmente quattro: la virality, il sentiment, la reputation, la conversation. Ciascuna a suo modo rappresenta un ambito rispetto al quale stabilire obiettivi più generali per impostare una comunicazione aziendale; obiettivi che vanno dall’ampiezza e dalla profondità di diffusione dei messaggi, alla capacità di cogliere segnali deboli vantaggiosi per lo sviluppo prodotto oppure per il servizio clienti, fino alla capacità di gestire l’influenza attraverso i canali sociali modificando la predisposizione del mercato rispetto al brand aziendale.

Obiettivi

Come ovvio, la comunicazione attraverso i social media deve dotarsi di obiettivi che vanno oltre una statistica in sé e per sé, altrimenti si incorre in quel rischio, correttamente individuato da Seth Godin, di trasformare un’attività aziendale in una sorta di sterile gioco alla rincorsa del maggior numero di followers, amici, contatti, likes etc., ovvero si rischia di osservare un distacco completo dell’attività dalle milestones aziendali, che restano i tradizionali obiettivi di marketing in azienda: la creazione del cliente e il posizionamento competitivo dell’impresa. Nel caso specifico dei social media, il collegamento tra qualsiasi statistica sociale e la bottom line dell’azienda passa necessariamente attraverso la dimostrazione concreta della capacità di orchestrare un processo che con una gestione coerente dei prospects attraverso i vari touchpoints riesca a coinvolgerlo attivamente nei processi aziendali fino a farlo diventare il primo promotore dell’azienda. Obiettivi senza dubbio sfidanti, ma non irrealizzabili se si dispone dei prerequisiti indispensabili: un prodotto/ servizio eccellenti, una organizzazione brillante.


#Socialytics Giancarlo Vercellino @IDCItaly Misurare = Il coraggio di mettersi discussione
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Come misurare l’efficacia?

Immaginando di costruire un indicatore equiparabile al ROI, ma centrato esclusivamente sui processi di comunicazione e marketing attraverso i social media, è indispensabile individuare le dimensioni di costo e ricavo più strettamente connesse all’attività. Dal punto di vista dei costi, è possibile evidenziare almeno due aree distinte: paid media, ovvero i costi esterni sostenuti per promuovere comunicazioni attraverso canali a pagamento (ovvero i servizi di promozione che i vari social network stanno attivando/ hanno attivato per rispondere alle esigenze del mondo business); owned media, ovvero i costi (idealmente) interni sostenuti per comunicare attraverso canali di proprietà, ovvero le iniziative di comunicazione portate avanti autonomamente dal dipartimento marketing attraverso il blog aziendale e gli account free disponibili…sebbene nel lungo termine non si possa affermare che tali canali siano realmente “owned” ma sono soltanto a zero costi esterni. Dal punto di vista dei ricavi, è ragionevole evidenziare almeno due ambiti distinti: social sales, ovvero la quota parte delle vendite che sia riconducibile a leads sviluppati attraverso i social media (la definizione di un indice di correlazione per l’identificazione di questa “parte” richiede la raccolta delle serie storiche delle vendite e la loro comparazione alle serie storiche delle iniziative sui canali sociali); earned media, ovvero i costi esterni risparmiati per effetto della viralità dei social media e della promozione indipendente portata dalla customer advocacy (convincere un influencer in rete comporta la possibilità di espandere considerevolmente il proprio reach sui canali sociali a costi pressoché nulli).

Concludendo questa breve riflessione, la definizione di metriche di efficienza economica per valutare le attività sui social media è possibile, e certamente auspicabile. Però, misurare significa mettersi in discussione. Quanti ne hanno il coraggio?

Giancarlo Vercellino, research & consulting manager – IDC Italia

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La sfida del marketing integrato https://www.datamanager.it/2015/06/la-sfida-del-marketing-integrato/ Tue, 23 Jun 2015 15:08:51 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76366 Il marketing deve gestire consumatori digitali, multicanali, “infedeli” e sempre più social. Grazie agli analytics si può conoscere tutto del cliente: abitudini, comportamenti e perfino le reti di relazioni  Il marketing sta vivendo da tempo enormi cambiamenti: il consumatore sta diventando sempre meno fisico e sempre più digitale, così che le imprese sono impegnate a […]

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Il marketing deve gestire consumatori digitali, multicanali, “infedeli” e sempre più social. Grazie agli analytics si può conoscere tutto del cliente: abitudini, comportamenti e perfino le reti di relazioni 

Il marketing sta vivendo da tempo enormi cambiamenti: il consumatore sta diventando sempre meno fisico e sempre più digitale, così che le imprese sono impegnate a gestire da un lato gli store fisici, i carrelli, le campagne, le promozioni, dall’altro devono fronteggiare le nuove sfide dei clienti multicanale, delle vendite online, dell’ipercompetizione, dei margini sempre più ridotti e dei clienti sempre meno “fedeli”. è indispensabile un approccio integrato e analitico al marketing perché in questo passaggio, dalle vendite face-to-face, alla contact generation fino al mobile marketing, il potere si sta gradualmente spostando verso i consumatori. Questo cambiamento richiede la capacità di avere una visione unica dell’esperienza del cliente e delle sue attività su web e negli store fisici, dei processi operativi e dei modelli di business.


#Marketing #analytics Mercato in rapida crescita secondo @IDCItaly
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«In tema di marketing, il mondo del largo consumo sta affrontando una vera e propria rivoluzione epocale» – spiega Maurizio Cardillo, presales manager Sage ERP X3 di Gruppo Formula.«I consumatori – che per le aziende del largo consumo sono i clienti dei propri clienti, anche se in modo differenziato per età e geografia – stanno radicalmente cambiando il modo di pianificare ed eseguire i propri acquisti. La multicanalità è il principale dei paradigmi. Nielsen li chiama “smart shopper”: guardano, confrontano, scelgono i prodotti da acquistare attraverso i molteplici strumenti a loro disposizione. Un aspetto ancora più importante è che “valutano” i prodotti di loro interesse. Le pagine visitate, i “like” o la valutazione dettagliata di pregi e difetti considerati, dovranno essere la fonte principale di ispirazione per coloro che studiano e propongono un’offerta di prodotti al mercato. Una grandissima sfida, con un’imponente massa di informazioni da analizzare in brevissimo tempo ma, soprattutto, un nuovo modo di ragionare per chi fa marketing». Le imprese sono impegnate a fidelizzare i clienti e a ridurre il rischio di abbandono della propria customer base. In questo senso, l’utilizzo della business intelligence permette di anticipare le tendenze sociali, geopolitiche, culturali dei mercati di riferimento. Insomma, le aziende si tengono bene stretti i propri clienti, e non solo: grazie alla fidelizzazione, spesso sui social network, nelle community dove operano, i clienti si trasformano in veri e propri ambasciatori del valore di brand presso altri consumatori.


#Marketing #analytics Maurizio Cardillo @GruppoFormula smart shopper e multicanalità
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Il mercato secondo IDC

Gli strumenti software utilizzati per le attività di marketing hanno diverse funzioni. IDC suddivide il mercato in quattro macro-categorie: sistemi per l’interazione, sistemi per la produzione e la gestione di contenuti, analytics, sistemi per la gestione e l’amministrazione. I sistemi per l’interazione hanno il compito primario di comunicare al mercato e gestire il dialogo digitale. Comprendono, tra le altre, soluzioni per l’advertising (per gestire e ottimizzare gli annunci web, mobile e offline), per il commercio digitale (come le piattaforme di e-commerce, il merchandising, i punti vendita mobile), per il direct marketing (marketing automation, email marketing, telemarketing, direct mail, SMS/text marketing, sviluppo di app per il mobile), per i siti web (gestione del web content, web mobile, SEO, video, chat, portali, gestione dei tag), per il social monitoring e l’editoria (interazione con le community, con gli influenzatori, i concorrenti, i partner, i prospect, i clienti su una vasta gamma di argomenti trend e di canali social). I sistemi per la produzione e la gestione di contenuti di marketing comprendono strumenti per la creazione e la pubblicazione, sistemi di gestione dei contenuti (CMS), digital asset management, gestione dei documenti, analisi dei contenuti e portali interni. I sistemi per la gestione e l’amministrazione hanno la funzione di fornire le infrastrutture per le comunicazioni interne, i workflow, il budgeting e il monitoraggio della spesa. Comprendono la gestione delle risorse di marketing, collaboration, enterprise social networks e project management. Gli analytics hanno la funzione di conservare e produrre insight dai dati sui clienti, sui sistemi operativi e finanziari: comprendono BI, analisi predittiva, sociale e web. Secondo IDC, questo mercato crescerà dai circa 20,2 miliardi di dollari dello scorso anno a oltre 32,3 miliardi di dollari del 2018. Sarà uno dei settori in più rapida crescita dell’high-tech, con un tasso di crescita annuo composto del 12,4%. Nel complesso, quindi, nel quinquennio 2014-2018 le aziende spenderanno circa 130 miliardi di dollari in software per i dipartimenti di marketing. Le organizzazioni di marketing spendono direttamente più del 60% di questi importi, e le organizzazioni IT aziendali gestiscono il resto.


#Marketing #analytics Francesco Stolfo @ToolsGroupItaly Conoscere il cliente a 360 gradi
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Conoscere il cliente a 360 gradi

La forte crescita della spesa IT per il marketing appare quasi naturale: non avere gli strumenti per monitorare tutti gli aspetti del ciclo di vita del cliente significa perdere opportunità di guadagno. Avere una visione globale del cliente è un aspetto fondamentale per chi opera nel marketing e nelle vendite. è indispensabile, innanzitutto, gestire correttamente e completamente il rapporto one-to-one con il cliente, per migliorare l’interazione e riuscire a farlo sentire un interlocutore e non un bersaglio. Molto utilizzati, i programmi di loyalty, che servono a individuare il reale profilo del cliente e a indirizzare la giusta strategia di dialogo. Il profilo del cliente può essere anche arricchito con informazioni online e offline grazie alle soluzioni di social enabled marketing e di sentiment analysis, che permettono di “ascoltare” i pareri espressi nei social network dai consumatori, sempre con lo scopo di migliorare l’offerta e rendere più precisa ed efficace la strategia di marketing. Tutti gli strumenti tecnologici a disposizione come l’analisi dei social media e il web-tracking aiutano le aziende anche a creare un patrimonio informativo su prodotti, concorrenza e mercati: il marketing di oggi non si basa più sul proverbiale “fiuto per gli affari” o le intuizioni, ma su una profonda conoscenza analitica e strutturata. Per Francesco Stolfo, partner & sales director di ToolsGroup Italy, la sfida è quella di saper sfruttare i dati a disposizione per capire i meccanismi che generano l’interesse del potenziale cliente così da modificare in modo strutturato la strategia go-to-market (rivedendo prodotto, offerta, prezzo, livello di servizio, promozioni, ecc.). «Questo tema è potenzialmente di interesse per la maggioranza delle aziende con le quali lavoriamo e che sono, soprattutto, produttori e distributori di beni e di servizi che usano strategie di vendita multi-channel. I dati sono tantissimi (in genere sono già disponibili in azienda o sono facilmente recuperabili attraverso canali esterni), spesso però non sono strutturati, sono incompleti e i fenomeni da analizzare sono caratterizzati da un significativo numero di variabili (condizioni al contorno) delle quali non conosciamo a priori la reale importanza. Per risolvere queste diverse complessità abbiamo realizzato degli strumenti ad hoc che sfruttano la nostra tecnologia ToolsGroup e la tecnologia che ci ha messo a disposizione il nostro partner americano Rulex Inc. I benefici sono: classificazione più efficace del mercato in relazione all’offerta, maggior sfruttamento del parco clienti, investimenti promozionali e di advertising maggiormente mirati alle reali strategie di vendita».


#Marketing #analytics Mauro Tuvo @seiconsulting La gestione del customer journey nel finance
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La potenza degli analytics

Analizzando con precisione ogni interazione con il cliente, gli analytics permettono lo sfruttamento ottimale dei dati e quindi di formulare l’offerta migliore, per ogni situazione, nel momento più opportuno.

Innanzitutto, gli analytics sono usati per raccogliere e sfruttare informazioni sul comportamento dei consumatori provenienti dalle principali fonti di traffico dati sia per identificare opportunità di acquisizione di nuovi clienti sia per generare alert personalizzati per i clienti attuali.  Con gli analytics si compiono anche analisi predittive sulla mole di dati archiviata, per anticipare il comportamento dei singoli clienti, per identificare l’azione più appropriata per ogni cliente, per segmentare i clienti e ottimizzare le campagne. Questi strumenti permettono di avere una visione completa sulle performance delle proprie iniziative: le campagne di marketing possono essere seguite passo dopo passo, monitorando con precisione quello che funziona, e identificando ciò che invece è possibile migliorare. è quindi possibile ridurre in modo significativo sia i costi di marketing sia quelli delle campagne perché vengono eliminate le inefficienze, e viene invece favorita la maggiore collaborazione tra diversi reparti, funzioni e partner esterni. Inoltre, gli analytics permettono di creare con facilità degli scenari ipotetici, per studiare come variazioni delle ipotesi e dei vincoli di business influiscano sui risultati.


#Marketing #analytics Angelo Cian Zucchetti @ZucchettiSpa Soluzioni di BI e CRM integrate
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Rubando lo slogan a un vendor del settore, gli analytics permettono costi ridotti, ROI più elevato, e clienti felici e più redditizi. Gli analytics sono utilizzati anche nello sviluppo e nell’aggiornamento delle piattaforme di e-commerce: l’utilizzo dei web analytics fornisce non solo dati concreti sulla modalità di navigazione online dei clienti, ma permette di potenziare il design dell’interfaccia utente per migliorare il contenuto e la gestione delle offerte. Anche il settore finance è sempre più attento alle soluzioni di ingegneria delle informazioni, come spiega Mauro Tuvo, principal consultant information management di System Evolution. «La nostra azienda opera principalmente nel mercato dei servizi finanziari. La gestione multicanale della relazione con il cliente è per le banche e le assicurazioni un fatto consolidato. Lo è sempre più anche la visione integrata di questa relazione sia dal punto di vista dei singoli eventi di contatto sia per quanto riguarda la gestione del customer journey, e dell’intera esperienza di relazione percorsa dal cliente (o meglio con il cliente) rispetto a una specifica campagna o all’accesso a un particolare servizio. Per esempio, le soluzioni di customer analytics supportano i nostri clienti in tutte le fasi di gestione di una campagna multicanale, a partire dall’identificazione del target, dal punto di vista della identificazione di opportunità di cross-selling, della valutazione della redemption, del presidio dei rischi. Quest’ultimo aspetto, specifico del mercato finance, ha acquisito in questi ultimi anni una crescente rilevanza. Come sempre nel nostro approccio all’ingegneria delle informazioni, poniamo grande attenzione alla completezza e all’affidabilità dei dati, condizione necessaria a un impiego efficace delle tecniche di analisi. Il settore dei servizi finanziari è particolarmente disponibile a prevedere specifici presidi di data quality, con conseguenze positive anche sulla efficacia delle campagne». Ma i big data? «Molti nostri clienti – risponde Tuvo – sono usciti o stanno uscendo dalla fase sperimentale per intraprendere un percorso più maturo, con conseguenze non solo sulle tecnologie, ma anche sulle opportunità di applicazione e sui modelli di gestione e governo dei dati. Ma siamo solo all’inizio». I big data non sono solo un mezzo per accrescere la customer experience, oggi, permettono alle aziende di sfruttare le informazioni come fonte incrementale di revenue. L’intelligence sul cliente è un nuovo tipo di moneta che apre la strada a nuovi modelli di business. Esistono molteplici tipologie di data monetization e in molti settori, che si basano sulla rivendita di intelligence creata incrociando anagrafiche e attitudini comportamentali dei clienti, arricchite magari dalla ricostruzione delle reti di relazioni sociali.


#analytics Gianluca Panini @briefing_srl Più intelligence nel Fashion @AlteaSpA @SAPItalia
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I settori di utilizzo

Questi strumenti sono utilizzati da aziende di tutti i settori e di tutte le dimensioni. «Le imprese più sensibili su questo tema sono sicuramente quelle che hanno un notevole bacino di utenza tra clienti e potenziali» –spiega Angelo Cian, responsabile soluzioni di business intelligence in Zucchetti. «Si tratta di compagnie telefoniche, banche e assicurazioni, grande distribuzione. Ma stiamo riscontrando un aumento di interesse anche nelle aziende di piccole e medie dimensioni: esse, infatti, proprio perché hanno un budget più limitato per il marketing, hanno sempre più la necessità di misurare il ROI delle loro campagne. Mediante gli analytics, i direttori marketing possono capire – per esempio – quale iniziativa ha dato maggiori risultati tra gli annunci sponsorizzati sui motori di ricerca, una campagna di email marketing, la presenza pubblicitaria sui social media e così via. Non solo. Essi sono molto utili per ottimizzare e incrementare il rendimento delle campagne già attive, in quanto forniscono costantemente elementi utili per conoscere il comportamento dell’utente finale rispetto alle ‘sollecitazioni’ del marketing. Per ottenere dei risultati utili in questo campo è importante soprattutto avere un sistema informativo con soluzioni di BI e CRM integrate tra loro ed è quello che Zucchetti ha creato con le “Infinity Analitycs”, che si innestano direttamente sulle varie applicazioni aziendali estrapolando le informazioni di interesse in modo facile e veloce». L’attenzione del mondo finance si registra anche nel settore del fashion retail, come ci fa notare Gianluca Panini, sales director di Briefing, azienda che fa parte di Altea Federation. «Tra le esperienze progettuali di Briefing ne ricordiamo alcune che hanno coinvolto le aziende che operano nel mondo del fashion italiano, dove abbiamo realizzato, ad esempio, progetti di soluzioni mobile SAP CRM Retail Execution a supporto della forza vendita. Le attività di rilevazione presso gli store sul posizionamento e l’offerta dei prodotti competitor del cliente sono state utilissime per analizzare una serie di dati molto preziosi per il marketing e le vendite. Grazie agli strumenti di reporting analitico, incrociando tali informazioni con i dati di mercato, siamo riusciti a ottenere un quadro più approfondito della concorrenza così da definire specifiche azioni di marketing, mirate e più efficaci. Un caso trasversale a diversi settori riguarda il CRM marketing con lo studio dell’efficacia di una campagna di mailing. Anche qui le funzioni di report analitico sono servite per dare un senso alla numerosità delle risposte non solo sotto il punto di vista quantitativo, ma anche di cluster, potendo costruire categorie di errore ben precise, connesse a eventi unici come la non ricezione dovuta a un indirizzo e-mail errato, a un server non raggiungibile o all’impostazione della notifica “out of office”. Tutto ciò, con l’ottica di avere un database clienti sempre attenibile e di qualità, fondamentale per portare avanti processi di business corretti».

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La città intelligente non è ancora un ideale https://www.datamanager.it/2015/06/la-citta-intelligente-non-e-ancora-un-ideale/ Tue, 23 Jun 2015 15:00:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76215 Crescono leggermente i numeri e i valori di mercato, ma troppe iniziative smart city in Italia restano ancora a livello di sperimentazione. I segnali positivi non mancano, inclusi gli sforzi normativi a livello internazionale e il moltiplicarsi di un’offerta tecnologica dedicata L’ultima inchiesta condotta da Data Manager sull’argomento Internet delle cose (IoT) e città intelligenti […]

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Crescono leggermente i numeri e i valori di mercato, ma troppe iniziative smart city in Italia restano ancora a livello di sperimentazione. I segnali positivi non mancano, inclusi gli sforzi normativi a livello internazionale e il moltiplicarsi di un’offerta tecnologica dedicata

L’ultima inchiesta condotta da Data Manager sull’argomento Internet delle cose (IoT) e città intelligenti ha evidenziato in Italia una forte preponderanza di servizi legati sostanzialmente al mondo automotive e alla connettività di oggetti identificati da sim card su reti radiomobili. Uno studio aggiornato degli Osservatori del Politecnico di Milano identificava una carenza sul duplice piano delle piattaforme a integrazione dei servizi e della capacità progettuale da parte dei soggetti decisionali fondamentali, i comuni italiani di dimensioni medio-grandi. Tuttavia, il 2015 è l’anno della esposizione universale di Milano e tanto l’impegno di organizzatori, fornitori ed espositori quanto il livello di attenzione del pubblico – verso soluzioni in grado di assicurare alle comunità urbane più tecnologicamente attrezzate l’erogazione sia ai residenti sia ai visitatori temporanei di servizi di infomobilità o di gestione dell’energia, traffico e sicurezza – sono cresciuti in modo proporzionale.

Nel 2014, tutti gli operatori radiomobili hanno lavorato molto sulle loro offerte infrastrutturali mirate alla cosiddetta machine-to-machine communication e alla Internet delle cose, in diversi comuni sono partiti con estremo successo progetti di car sharing, mobile ticketing, microgenerazione energetica e altre applicazioni smart su scala tipicamente metropolitana.

A livello globale, si stanno mobilitando i grandi protagonisti del mondo delle infrastrutture di rete e telecomunicazione, ma anche dei microprocessori e del silicio per la sensoristica. Vengono in mente due grandi esempi, le iniziative rivolte espressamente alla smart city di Intel e Qualcomm. La visione di una tecnologia pervasiva, che abilita la realizzazione di soluzioni smart diffuse e replicabili, non può prescindere da uno sforzo altrettanto esteso per la massima standardizzazione e interoperabilità. Nella smart city diventa ancora più fondamentale l’integrazione degli oggetti connessi più diversificati. E una forte componente del lavoro delle aziende di tecnologia si concentra proprio sulle alleanze industriali che renderanno possibile questo dialogo, indipendentemente dal tipo di oggetti e dei brand hardware o software coinvolti. Non sarà una sfida facile. Con questa nuova indagine cerchiamo di fare il punto della situazione, analizzando le iniziative dei vari attori sul fronte dell’offerta e della regolamentazione: dai grandi fornitori di tecnologie e piattaforme, operatori di rete e telecomunicazione, system integrator, fino al mondo della sensoristica e dell’informatica embedded, passando per i costruttori di dispositivi client e le alleanze e gli organismi di standardizzazione e certificazione.


#smartcity e #IoT per un ambiente urbano più sostenibile ed efficiente
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I mattoni della smart city

Nel corso di una recente web conference seguita da Data Manager, il nuovo general manager e VP dell’Intel IoT Group, Doug Davis ha parlato del grande potenziale economico di un mercato che solo quest’anno dovrebbe generare due miliardi di dollari di fatturato e che crescerà nei prossimi anni a tassi di quasi il 20%. Intel ha dato vita a una IoT Solutions Alliance che comprende oltre 250 realtà con un catalogo complessivo di 2.500 soluzioni. «Oggi, ha ricordato Davis, l’85% degli oggetti non “parla” con Internet. La Internet delle cose deve scalare enormemente, stiamo parlando di decine di miliardi di dispositivi e oggetti. Abbiamo bisogno di fondamenta, di mattoni standard con cui costruire una vera piattaforma. Intel porta con sé tre capacità indispensabili a tale fine: una nuova architettura IoT su cui impostare la piattaforma, nuovi prodotti e servizi che la compongono e un esteso ecosistema di aziende che tutte insieme sviluppano soluzioni, aiutando i loro clienti a scalare a loro volta e inventare altre soluzioni».

Davis ha circoscritto tre grossi ambiti operativi che Intel vuole attaccare apertamente. «Una prima area è ovviamente il mobile IoT. Ma pensiamo in particolare alla Internet degli oggetti che popolano e popoleranno sempre più le abitazioni e gli edifici commerciali. E c’è una terza area, importantissima e variegata: l’industrial IoT, un mercato fatto di impianti, fabbriche, ospedali. In tutti questi ambiti, bisognerà sviluppare applicazioni – per esempio – per la gestione dei consumi energetici, dell’illuminazione, per far dialogare Api e protocolli diversi, estrarre i dati, aggregarli in informazioni e molto altro ancora».

Al fianco di Davis, è intervenuto John Gilbert, Ceo della società Rudin Management, che da un secolo esatto gestisce un nutrito portafoglio di edifici commerciali a Manhattan. La società, ha proseguito Gilbert, ha messo a punto un’applicazione, Di-Boss, che consente di gestire in modo fortemente ottimizzato l’energia utilizzata per illuminare e riscaldare i suoi grattacieli, facendo ampiamente leva su sensori termici e di presenza. «Il cuore della nostra soluzione è rappresentato dalle centrali tecnologiche alle quali fanno capo i diversi impianti, ma il cervello che rende possibili risparmi molto significativi è Di-Boss con il suo cruscotto semplificato su iPad. E il sistema nervoso di tutto lo fornisce Intel». Questo per quanto riguarda il sottoinsieme di applicazioni proprio della building automation e della gestione energetica. Davis ha ricordato anche il coinvolgimento di partner come Siemens, che sulle tecnologie IoT di Intel ha già messo a punto, tra le altre, una soluzione smart city che consente di pianificare e automatizzare la complessa ricerca di un parcheggio in aree metropolitane molto affollate, riducendo il traffico e l’inquinamento e rendendo possibile l’ulteriore sviluppo di servizi innovativi.


#IoT Grazie a @Expo2015Milano il 2015 è l’anno della smart city
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Connettività integrata

Sul fronte della connettività integrata per la comunicazione smart in ambito urbano è ovviamente schierata Qualcomm, nella sua veste di primario fornitore di piattaforme di microelaborazione per dispositivi mobili. In uno dei suoi ultimi comunicati, Qualcomm enfatizza tutto il lavoro svolto per offrire soluzioni da utilizzare in edifici intelligenti, per la gestione energetica, l’infrastruttura, il trasporto e le altre applicazioni di tipo “municipale” che vengono incontro alle esigenze di popolazioni urbane sempre più numerose e tecnologicamente sofisticate. L’azienda è attualmente coinvolta in una ventina di progetti, che includono la copertura in gigabit Wi-Fi di tutta la città di New York attraverso le postazioni del progetto LinkNYC, che prenderanno definitivamente il posto delle vecchie cabine telefoniche. Qualcomm inoltre partecipa attivamente alla AllSeen Alliance, uno sforzo nato nella comunità open source sviluppata intorno al sistema operativo Linux per il progresso open nell’ambito della Internet delle cose. Al centro delle attività di AllSeen, c’è un framework chiamato Alljoyn, una piattaforma nata per gestire la complessità di operazioni come la “scoperta” dei dispositivi intelligenti presenti in una certa area, l’apertura di sessioni di dialogo tra questi dispositivi, la comunicazione sicura. Secondo Qualcomm, da qui al 2050, il 70% della popolazione mondiale (oggi, siamo ancora sotto il 50%) abiterà in ambienti fortemente urbanizzati, con una quarantina di centri urbani e con oltre 10 milioni di abitanti: un universo che dovrà far leva su enormi contributi tecnologici per non soccombere davanti alle complessità di ordine infrastrutturale o dei flussi di spostamento di uomini e merci.

Mobilità intelligente

Una delle forme di collaborazione più interessanti alle quali Qualcomm ha dato vita è quella con lo studio di progettazione Arup, creato a Londra da Sir Ove Arup (autore della celebre Opera House di Sydney). Insieme, i due partner hanno elaborato uno studio che si concentra proprio sulla mobilità intelligente, supportata da una connettività dati uniforme e ininterrotta. Individuando le principali tendenze che governano l’evoluzione delle città e della mobilità al loro interno, tra cui il progressivo spostamento dalla proprietà individuale dei mezzi di trasporto all’utenza in piena condivisione di mezzi di proprietà collettiva (pubblica o privata che sia). L’introduzione di dispositivi e piattaforme capaci di creare veri e propri ecosistemi di mobilità intelligente porterà innumerevoli vantaggi ai cittadini, alle municipalità, alle aziende consolidate, alle startup. A patto che a sorvegliare il positivo sviluppo di queste applicazioni ci siano anche assetti normativi e di standardizzazione adeguati. Nello studio Qualcomm-Arup viene citato tra gli esempi la comunicazione intra-veicolare DSRC (Dedicated Short-Range Communications), un insieme di interfacce radio a 5,9 GHz che l’Istituto Europeo per gli Standard nelle Telecomunicazioni (Etsi) sta armonizzando a livello globale per consentire ai veicoli a guida tradizionale o autonoma di scambiare il flusso costante di informazioni che servono per evitare collisioni, rilevare la presenza di indicazioni di traffico, aumentare la sicurezza e la rapidità del viaggio, con strade capaci di “suggerire” ai veicoli i percorsi più opportuni. Se l’Etsi si muove soprattutto sul piano delle caratteristiche tecniche dei sistemi, l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (Itu) affronta anche questioni più qualitative, inclusi aspetti critici come la definizione di che cosa sia veramente un ambiente urbano smart, quali siano i suoi sistemi e sottosistemi, o la valutazione dei livelli di efficienza dei servizi attraverso Kpi che possano servire, a regolatori e amministratori, a gestire i loro progetti, imitare le best practice, centrare obiettivi precisi in termini di funzionamento e “successo” dei servizi implementati.


#smartcity Come risparmiare 4,2 miliardi di euro ogni anno ?
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Efficienza e sostenibilità

L’Itu ha costituito un focus group espressamente dedicato alle smart sustainable cities. Il gruppo di lavoro, che ha già prodotto una ventina di documenti, si è riunito per la prima volta a Torino nel 2013. Il meeting più recente si è concluso a maggio negli Emirati Arabi, dove è stato deciso che Dubai sarà la prima città al mondo a testare l’efficienza e la sostenibilità dei suoi servizi sulla base degli indici elaborati dai rappresentanti delle aziende che partecipano al focus group. «L’esperienza di Dubai – ha dichiarato il segretario generale dell’Itu, Houlin Zhao – ci aiuterà a sviluppare gli strumenti per misurare il successo delle strategie delle smart city». Al centro della campagna di misurazione che avrà luogo a Dubai, c’è Smart Dubai, un ambiziosissimo progetto di trasformazione in chiave Ict di un migliaio di servizi amministrativi, attraverso le applicazioni più innovative.

La scelta di un ambiente di prova come Dubai, uno dei luoghi a maggior penetrazione di risorse Ict del Pianeta, abbinata alla disponibilità pressoché illimitata di risorse finanziarie, non sorprende più di tanto. Ma che cosa possiamo dire dell’apertura verso una maggiore disponibilità di servizi urbani intelligenti in Italia, geograficamente ed economicamente tanto diversa dalle piccole, ma ricchissime nazioni del Golfo? Ma prima di passare ai dati aggiornati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, ecco le dichiarazioni di Cisco in qualità di grande investitore e provider tecnologico di Expo Milano 2015, apertosi il primo maggio. A dispetto delle numerose polemiche (alcune giustificate) e dei ritardi che hanno caratterizzato la manifestazione, non si deve dimenticare che la città di Milano è un ambiente tra i più infrastrutturati in Italia, e vanta una posizione di assoluta eccellenza proprio nell’ambito dei trasporti condivisi e nella mobilità integrata. Non solo. Milano – tenendo da parte i contrasti sorti, anche legali, tra la comunità dei taxisti e la piattaforma per il crowdsourcing dei servizi di auto pubblica Uber – si caratterizza anche per un progetto di zona a traffico controllato tra i più estesi in Italia e con accessi e sistema di pagamento non affidati a operatori umani; per la disponibilità di diversi servizi di car sharing pubblici o privati; per una linea della metropolitana a conduzione completamente automatizzata; e per la possibilità di gestire online la pianificazione e l’acquisto dei titoli di trasporto per i viaggi su mezzi pubblici.


#smartcity Il mercato #IoT vale 1,55 miliardi di euro
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Smart Expo 2015

Non deve quindi sorprendere se Cisco si dice orgogliosa di un contributo che ha permesso di fare del sito espositivo di Expo Milano 2015 una Digital Smart City del futuro. Fin dall’annuncio della partnership con Expo, avvenuto il 23 febbraio 2012, Cisco ha messo in campo un impegno senza precedenti per ideare, progettare e realizzare insieme agli altri partner tecnologici dell’evento quella che oggi è diventata la prima manifestazione mondiale di questo livello “full IP”. La gestione di tutte le infrastrutture, la gestione dei sistemi e dei servizi implementati dai diversi partner della manifestazione – dalla sicurezza all’energia, dall’illuminazione ai pagamenti, fino alla risposta alle esigenze degli oltre 140 paesi partecipanti – sono basate interamente sul digitale e poggiano su una infrastruttura di rete estremamente innovativa, realizzata principalmente da Cisco e Telecom Italia. Ed è digitale, coinvolgente e innovativa l’esperienza che viene offerta a tutti i visitatori dell’evento.

«Abbiamo lavorato intensamente in questi tre anni, perché negli spazi dell’esposizione universale l’Internet of Everything prendesse vita, grazie alle potenzialità di connettere ciò che prima non era connesso facendo del sito una comunità smart» – ha spiegato Fabio Florio, business development manager ed Expo 2015 leader di Cisco Italia. «In Expo, le tecnologie dell’Internet of Everything creano “il sistema nervoso” di una città intelligente, integrando fra loro tutti i sistemi e i servizi che consentono ai suoi abitanti – dai visitatori allo staff organizzativo ai paesi partecipanti – di viverla al meglio. Siamo particolarmente orgogliosi di aver creato un modello non solo tecnologico ma anche progettuale, di collaborazione e partecipazione per la realizzazione delle città del futuro». Il sito espositivo di Expo Milano 2015 si estende su una superficie di un chilometro quadrato e costituisce a tutti gli effetti una “città” in cui, nei giorni di massima affluenza, è contemplata la presenza simultanea di 200mila persone. Per garantire a tutti, all’organizzazione e ai paesi partecipanti, la connettività di rete, Cisco ha realizzato una infrastruttura di rete ad alte prestazioni, sicurezza e affidabilità che sfrutta la connettività in fibra spillata ogni 50 metri, con uplink a 10GB. Inoltre, è stata realizzata un’infrastruttura Wi-Fi che comprende circa 2.700 punti di accesso sia indoor sia outdoor. Si tratta di una delle più grandi infrastrutture di questo tipo, che è anche “federata” con la rete Wi-Fi pubblica che copre il Comune di Milano.

Expo Milano 2015 rappresenta in vivo un modello di realizzazione di smart city anche per il modo in cui è stata pensata e costruita, attraverso la collaborazione di tutti gli stakeholder e il lavoro collettivo di tante diverse aziende che hanno messo a disposizione le loro competenze e le loro eccellenze, per un evento che rappresenta per l’Italia una grande occasione di rilancio di fronte a una platea mondiale. Non a caso, il modello di Smart City di Expo fa parte dell’eredità scritta nella Carta di Milano che verrà presentata da Expo alle Nazioni Unite.


#smartcity Come tagliare l’emissione di 7,2 milioni di tonnellate di CO2 ?
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Trasformazione digitale

Ma basterà questo per innescare un ciclo di trasformazione in chiave digitale dei servizi al cittadino nelle altre grandi realtà urbane italiane? Expo o non Expo, secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 2015 sarà certamente l’anno di rilancio della smart city, per cui quasi la metà dei comuni italiani ha avviato negli ultimi tre anni almeno un progetto basato su tecnologie Internet of Things, nella maggior parte dei casi ancora in fase sperimentale.

I potenziali benefici, osservano gli autori dello studio presentato ad aprile, sono enormi. L’adozione pervasiva di soluzioni per l’illuminazione intelligente, per la gestione della mobilità e per la raccolta rifiuti potrebbe far risparmiare complessivamente ogni anno in Italia 4,2 miliardi di euro e migliorare la vivibilità delle città, tagliando l’emissione di 7,2 milioni di tonnellate di CO2 ed evitando per ogni utente della città l’equivalente di quasi cinque giorni all’anno di coda nel traffico sulla propria auto oppure alla ricerca di un parcheggio libero. Le applicazioni smart city sono come si è detto uno dei campi applicativi principali dell’intero, nascente settore dell’IoT, un mercato che secondo le valutazioni dell’ateneo milanese vale 1,55 miliardi di euro (1,15 generati dagli otto milioni di oggetti interconnessi tramite Sim cellulare, un terzo in più rispetto all’anno precedente) ai quali va sommato il mercato delle applicazioni che si appoggiano su tecnologie di comunicazione diverse (come Wireless M-Bus, WiFi, Reti Mesh Low Power, Bluetooth Low Energy), che vale 400 milioni di euro.

Da una ricerca effettuata su quasi 200 comuni oltre i 40mila abitanti, emerge il classico scenario luci e ombre. Quasi il 50% dei comuni ha avviato negli ultimi tre anni almeno un progetto smart city basato su tecnologie IoT e il 75% dei rispondenti segnala la presenza di iniziative in programma per il 2015. Il problema è che oltre a rimanere quasi sempre in fase sperimentale, tutti questi progetti sfruttano poco o nulla le possibili sinergie abilitate, in teoria, dallo stesso paradigma. La smart city è possibile solo grazie alla Rete, ma tutte le iniziative restano isolate. La tendenza sembra comunque essere ben delineata: si punta sulla gestione della mobilità come ambito “core” e sull’illuminazione intelligente come possibile “ponte” verso altre applicazioni, riutilizzando strutture come pali, stazioni di ricarica o parcheggio di veicoli condivisi e altro. «I comuni italiani indicano la scarsa disponibilità di risorse economiche come la principale barriera nel realizzare progetti IoT per la smart city – si legge nell’edizione 2015 del rapporto – seguita a breve distanza dalla mancanza di competenze interne. Per superare l’impasse è necessario lavorare su entrambi questi fronti, cercando di ridurre i costi degli investimenti, definendo opportuni modelli di finanziamento (che non passino solo da fondi MiUR) e al contempo creando nella pubblica amministrazione le competenze adeguate per selezionare e gestire i progetti».

Da tempo, gli esperti del Politecnico di Milano ritengono che la realizzazione di una smart urban infrastructure diffusa, debba partire da una rilettura dell’obbligo normativo per l’adozione entro il 2018 di una rete di smart metering del consumo di gas, trasformando quest’obbligo in un’opportunità per l’intero Paese. Nel 2013, l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico ha mostrato una prima apertura in tale direzione, consentendo di condividere l’infrastruttura di comunicazione – inizialmente prevista per la sola rete gas – con altre utility e con applicazioni smart city. Nel 2014, l’adesione a questo principio si è concretizzata con lo stanziamento, proprio da parte dell’Autorità, di finanziamenti per sei sperimentazioni che includono, oltre allo smart metering multi-utility, diversi progetti in ambito smart city come l’illuminazione intelligente e la raccolta rifiuti in ottica multiservizio. Non resta che aspettare per verificare se questa strategia, unita alla ripresa economica, riuscirà a dare qualche buon frutto.

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La città ideale? https://www.datamanager.it/2015/06/la-citta-ideale/ Tue, 23 Jun 2015 14:41:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76201 Non troppo caotica, e nemmeno troppo ordinata. Compatta, integrata, in equilibrio tra orientamento spaziale e mistero geografico Così è la città smart secondo Alain de Botton, il fondatore di The School of Life a Londra: sei regole per capire se la città in cui vivete, o che governate, è la città ideale. In un periodo […]

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Non troppo caotica, e nemmeno troppo ordinata. Compatta, integrata, in equilibrio tra orientamento spaziale e mistero geografico

Così è la città smart secondo Alain de Botton, il fondatore di The School of Life a Londra: sei regole per capire se la città in cui vivete, o che governate, è la città ideale.

In un periodo di smart finanziamenti in arrivo, amministrazioni e aziende ricominciano ad affilare le lame per capire quali siano progetti, prodotti, processi da avviare, mettere in campo, promuovere per sperimentare nuovi modi di progettare l’urbanistica futura. Con il rischio di concentrarsi sul progetto pilota o sulla singola tematica, invece di badare alla vivibilità effettiva delle scelte progettuali.


#smartcity Quali sono le 6 regole della città ideale? @urbanocreativo
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Da The School of Life, de Botton invita a non puntare troppo su funzionalità che le rendono senz’anima, e spesso scollegate con i loro cittadini. L’effetto Barcellona è a un passo. La città catalana, riconosciuta come moderna e innovativa, ma soprattutto simbolo in Europa per lo sviluppo delle progettualità smart, che al momento delle elezioni si affida invece a chi in questi anni si é opposto a politiche meno partecipate ma percepite dai cittadini come troppo fredde e tecnologiche.

Le sei regole

La formula per una grande città è trovare l’equilibrio tra il rispetto, la funzionalità e l’identità della città. Le componenti di questa formula?

1. Non troppo caos, ma neppure troppo ordinata: equilibrio tra ordine e varietà.

2. Vita visibile: strade che testimonino la vivacità degli scambi e degli interessi.

3. Compatte: maggiore importanza all’integrazione tra gli spazi, le piazze prima di tutto.

4. Orientamento spaziale e mistero geografico: equilibrio tra i grandi viali e le mille stradine di collegamento.

5. Scala: le città devono essere dense. Con tutto quello che questo significa, altezze comprese.

6. Attenzione alla localizzazione: gli edifici non devono sembrare gli stessi ovunque, perché le città devono mantenere caratteri forti. Serve uno stile architetturale che renda merito alla loro storia, cultura, posizione geografica.


#smartcity Alla ricerca l’equilibrio nella città a misura d’uomo @urbanocreativo
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L’analisi dell’ambiente

Insomma, secondo de Botton, l’impianto urbano dovrebbe rappresentare le ambizioni e le esigenze a lungo termine dei cittadini. Lasciare lo sviluppo delle città all’interesse (o al disinteresse, come è accaduto a Detroit negli ultimi dieci anni) del mercato, o all’intervento spot legato a un programma di finanziamento, potrebbe non essere la soluzione ideale per chi nelle città smart ci deve vivere.

Pena, la diffusione di quelli che Marc Augé chiama “non luoghi” perché privi di identità, o come specifica Treccani “luoghi distaccati da qualsiasi rapporto con il contorno sociale, con una tradizione, con una storia”. In genere, la definizione nasceva dall’analisi di ambienti caratterizzati da una presenza in un certo senso “impermanente”, come aeroporti, autogrill, stazioni, i centri commerciali. Luoghi che invece che valorizzare un territorio rischiano di farlo scadere in una sorta di anonimato autistico.


#smartcity La città ideale? Non troppo caotica ma nemmeno troppo ordinata @urbanocreativo
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E invece, i luoghi di passaggio sono da sempre l’inconsapevole fulcro della vita quotidiana e i cittadini vi concentrano buona parte del loro tempo: sono quasi trenta i milioni di persone che si spostano per lavoro ogni giorno solo nel nostro Paese. Oggi, i tre quarti di queste persone si muovono in automobile, vittime della mancanza di coerenza tra pianificazione insediativa, infrastrutture e servizi di trasporto.

Su cosa concentrarsi allora per i prossimi progetti di città smart? Risposta: su una pianificazione capace di mettere al centro le caratteristiche locali e le ambizioni dei cittadini, l’attenzione agli spostamenti e alle infrastrutture, il focus sulle aree di interscambio, a partire dalle stazioni. Buon lavoro progettisti.

di Emanuela Donetti @urbanocreativo

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Printing, le nuove frontiere https://www.datamanager.it/2015/06/printing-le-nuove-frontiere/ Tue, 23 Jun 2015 14:28:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76218 Mobile e cloud hanno cambiato per sempre il modo di stampare. Dalla digitalizzazione dei materiali alle recenti applicazioni della stampa in 3D, l’oggetto “stampante” è diventato qualcosa in più di un semplice corredo da ufficio I nuovi modelli prodotti dai big del settore, dotati di schermi touch come tablet, con veri e propri sistemi operativi […]

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Mobile e cloud hanno cambiato per sempre il modo di stampare. Dalla digitalizzazione dei materiali alle recenti applicazioni della stampa in 3D, l’oggetto “stampante” è diventato qualcosa in più di un semplice corredo da ufficio

I nuovi modelli prodotti dai big del settore, dotati di schermi touch come tablet, con veri e propri sistemi operativi e la magia di poter realizzare progetti in tre dimensioni, sono al centro della rivoluzione del printing. Quello che poteva rappresentare la fine del documento stampato, il boom del cloud, ha invece permesso di gestire in maniera diversa il proprio archivio digitale, razionalizzando la quantità di carta da stampare e allargando le possibilità del printing anche senza un computer, fuori dall’ufficio, dall’altra parte del mondo.

Non è un caso se, secondo le stime di IDC, entro il 2015, il 50% di coloro che utilizzano uno smartphone e il 58% di chi possiede un tablet faranno uso di tecnologie di mobile printing. Il trend è sempre più quello di slegare il concetto di stampante da un luogo fisico, al quale accedere solo se ci si trova in prossimità della macchina. In questo modo, un ingegnere che ha ultimato il suo modello in CAD può inviarlo direttamente alla stampante nel garage dei colleghi, permettendo così di accelerare lo sviluppo e la produzione di un’opera. Il mobile e il 3D sono i binari che conducono al futuro della stampa? Secondo gli analisti del settore, sì, visto che il mercato è destinato a crescere del 32,5% su base annua fino al 2019.


#printing Mobile e 3D porteranno il mercato a crescere del 32,5% fino al 2019
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Ad affermarlo è Market Research Store che nel suo “Global Mobile Printing Market 2015-2019” descrive il futuro prossimo del settore. Il nuovo corso del mercato di stampa è guidato dall’aumento dei dispositivi mobili in azienda a disposizione della forza lavoro. Da qualche anno, smartphone e tablet non sono più considerati come accessori alla vita produttiva, ma strumenti primari per allargare le possibilità comunicative al di là del tempo e dello spazio. Tra gli attori principali del panorama, c’è di certo Brother che negli ultimi tempi ha lanciato soluzioni tese proprio a incrementare le possibilità produttive in mobilità. «Per Brother la stampa on mobile costituisce un punto focale dell’offerta – ci spiega Marco Zanella, marketing product manager dell’azienda – l’ultima novità in tal senso è rappresentata da due prodotti software sviluppati in collaborazione con PrinterOn che, basandosi su cloud, gestiscono la stampa in mobilità in maniera semplice e immediata in ambito PMI (con PrintSmart Mobile) e pubblico (con PrintSmart Mobile Zone)». Il cambio di passo rispetto agli ultimi anni di immobilità è evidente: «Assistiamo a una lieve contrazione dei volumi di vendita tradizionale – continua Zanella – infatti, la macchina stampante viene sempre più gestita in maniera contrattuale e non come vendita “transazionale”. Seguiamo con attenzione questi andamenti e per questo offriamo ai nostri clienti gli strumenti giusti in base alle diverse esigenze, per esempio, attraverso il programma Pagine+ di stampa gestita (MPS)».

Sulla stessa falsariga, troviamo anche Canon, che si è spinta molto verso la “cloudizzazione” dei propri strumenti. A confermarlo è Teresa Esposito, business imaging marketing director di Canon Italia secondo cui: «L’incremento del numero di lavoratori mobili e dell’utilizzo di smartphone, tablet e nuovi device, unito alla necessità di testare la reale efficacia delle Mobile Biz App nella gestione di singole attività o interi processi, ha stimolato nelle imprese un crescente interesse verso le opportunità che tali tecnologie possono offrire in termini di innovazione, contribuendo a un significativo sviluppo dei servizi di connettività e cloud». Nel tempo, Canon ha lavorato costantemente per favorire l’integrazione dei propri sistemi di stampa con smartphone e tablet così da renderne più semplice e immediato l’utilizzo. «Grazie a standard come AirPrint per iOS (Apple) e Mopria (Android), è possibile stampare direttamente sul dispositivo multifunzione senza necessità di installare applicazioni aggiuntive. Oltre a questo, applicazioni proprietarie tra cui Canon Mobile Scanning e Canon Mobile Printing permettono di acquisire documenti e memorizzarli sul proprio device senza fili, sfruttando il Wi-Fi anche per stamparli. È verso tale orizzonte che guarda il futuro, dove le parole d’ordine saranno accessibilità, immediatezza e semplicità».


#printing BYOD all’interno delle policy aziendali e più rispetto per l’ambiente
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Internet of printing

Questo non vuol dire che la stampante in sé diverrà un gadget obsoleto. Cambierà, si evolverà ancora ma per restare un punto fisso all’interno di abitazioni, scuole e uffici. «La mia idea è che le stampanti rimangono ancora strumenti fondamentali all’interno dell’ambiente professionale – dice Luca Motta, PPS printing category director di HP Italia – anche se il loro utilizzo è profondamente cambiato negli ultimi anni, considerando che oggi sono diventate il punto di ingresso e di uscita della gestione del flusso documentale dell’azienda. Il mercato è stato caratterizzato da una forte innovazione generata da nuove tendenze come mobilità, sicurezza, cloud e – appunto – gestione del flusso documentale. Le risposte di HP sono orientate a rendere più produttivo e sicuro il lavoro aziendale, anche grazie alla tecnologia PageWide che consente alle aziende delle ottime economie di gestione. Per questo HP propone una gamma di soluzioni studiate per soddisfare le esigenze dei clienti, sia di coloro che richiedono elevati volumi di stampa e dotati di un parco macchine importante sia per le PMI che necessitano di velocità e flessibilità».


#printing digital fabrication e nuova rivoluzione industriale digitale
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Il punto fondamentale sarà integrare quell’ecosistema hi-tech che nel prossimo futuro si imporrà come standard principale per lo sviluppo di nuove tecnologie. Quando si parla di Internet of Things, non si può fare a meno di analizzare i modi in cui il printing potrà abbracciare stili di adozione e funzionamento diversi. «I dispositivi di stampa saranno sempre più parte delle tecnologie interconnesse e questo produrrà un duplice effetto: in primo luogo, l’elaborazione di una quantità notevole di dati che influiranno sulle logiche di servizio clienti e assistenza post-tecnica e poi, l’eliminazione dell’inefficienza aziendale e l’incremento dei livelli di sicurezza» – spiega Nicola Vargiu, product manager di OKI Systems Italia. «Nelle piccole aziende, l’attenzione si sta focalizzando nella ricerca di soluzioni di risparmio intelligente sempre più demandate in outsourcing. L’ottimizzazione del parco stampanti, la gestione dei flussi e la semplificazione dei processi stanno diventando servizi che iniziano a essere richiesti anche dalle PMI. Invece, le compagnie più grandi integrano i sistemi di stampa come fossero software, utilizzano soluzioni avanzate di gestione documentale e caricano sul cloud i propri documenti, sfruttando poi il mobile printing».

Tra gli aspetti principali riferiti proprio al mobile printing, c’è una contemporanea decentralizzazione e centralizzazione dell’ambiente dedicato alla stampa. Il primo punto riguarda l’evolversi delle piattaforme da cui è possibile realizzare documenti, non più postazioni fisse ma aleatorie e teoricamente azionabili da tutto il mondo attraverso una connessione web. Per centralizzazione – invece – si intende la volontà per le aziende di dedicare una parte della propria struttura alla stampa, in una sorta di area printing connessa in rete in grado di favorire così un risparmio in termini di spazio, costi e consumo energetico. Sono lontani i tempi in cui un solo computer era connesso a una sola stampante; oggi, un panorama del genere sarebbe inusuale e decisamente poco auspicabile.


#printing Marco Zanella @BrotherItalia La stampa on mobile punto focale dell’offerta
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Printing transformation

Un produttore che ha vissuto sulla propria pelle il cambiamento di paradigma del processo di stampa è Epson. Secondo Flavio Attramini, business division manager di Epson Italia, dopo anni di contraddizione tra modello di stampa centralizzato e localizzato, «il mercato dell’office printing è finalmente concentrato su una vera razionalizzazione dei parchi macchine, capace di valorizzare sia multifunzione condivisi tra gruppi di lavoro sia strumenti di stampa personali, in grado di garantire estrema efficienza del lavoro e confidenzialità dell’output. In particolare, l’avanzamento della tecnologia di stampa Inkjet in ambito office ha rivoluzionato il settore, rendendo disponibili stampanti con costi copia e produttività inarrivabili per la maggior parte dei dispositivi laser tradizionali. Oggi, una stampante Inkjet può produrre fino a 75mila pagine a colori senza alcun intervento umano e questo rappresenta un sostanziale punto di forza non solo per i clienti che ne beneficiano, ma soprattutto per tutti quelli che forniscono servizi di stampa all inclusive».

Per Ricoh, altro nome di punta nel comparto delle soluzioni di printing professionali, nelle aziende di domani sarà sempre più importante garantire flessibilità e innovazione, come emerge dal recente studio “Il futuro degli ambienti di lavoro” condotto dall’Economist Intelligence Unit per conto di Ricoh Europe. Anche come conseguenza dell’ingresso nelle imprese della Generazione Y, cresciuta con il digitale, aspetti quali collaborazione, mobile business e dinamicità caratterizzeranno le modalità operative con un conseguente ripensamento del luogo di lavoro.


#printing Teresa Esposito @CanonBusinessIT Integrazione mobile in sicurezza con i sistemi di stampa
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Avendo accolto la dematerializzazione come filosofia di vita, può sembrare anacronistico parlare di “ufficio”. Grazie alla nuvola e alla presenza di connessioni web onnipresenti, qualsiasi luogo può diventare un posto di lavoro. Per questo, impiegati e strutture aziendali si muovono sempre più verso quegli scenari di “smart working” in cui la parola d’ordine è wireless. «Per garantire una flessibilità ancora maggiore – afferma Luca Tomelleri, communication manager di Ricoh Italia – offriamo soluzioni che portano la gestione documentale sul cloud. Per esempio, con Ricoh Cloud Enabler è possibile archiviare nel cloud i documenti scansiti e consultarli in maniera semplice e veloce tramite un portale web, anche mediante dispositivi mobili. Non dimentichiamo poi come la gestione documentale sia sempre più integrata con la collaboration: così grazie alle soluzioni per la Unified Communication & Collaboration, gli utenti possono accedere alle informazioni e ai documenti di cui hanno bisogno, quando ne hanno necessità, proprio in un’ottica di smart working».


#printing Luca Motta @HP_Italia Rendere più produttivo e sicuro il lavoro aziendale
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(R)evoluzione 3D

Gli analisti sono convinti che il biennio 2015-2016 sarà segnato dalla digital fabrication, la possibilità di realizzare in casa prodotti 3D partendo da disegni digitali. In che misura tutto ciò potrà impattare sul mercato globale? Torneremo a essere “faber”, ma digitali? Il pensiero di Teresa Esposito di Canon è che la stampa 3D sta già cambiando il mercato. «Il potenziale di questa tecnologia è enorme, oltre ai settori in cui si è già diffusa, come ad esempio l’automotive e l’industria aerospaziale, il suo uso crescerà molto in contesti quali il biomedico e la manifattura personalizzata di piccola serie. Con la tecnologia di stampa 3D, è possibile difatti sviluppare una produzione agile che consente la riduzione del lead time, dal progetto alla produzione fino al 70%, con la possibilità di inserire il cliente all’interno del processo di elaborazione». Sulla stessa lunghezza d’onda, Motta di HP ricorda come – a riguardo della stampa in tre dimensioni – qualche economista parli già di una nuova rivoluzione industriale e della fine entro non molti anni delle economie di scala. «è certo che si tratta di una tecnica dirompente che ha la forza per creare un interno nuovo settore – spiega Motta – ma resta il limite del costo dei materiali che solo con il tempo potrà essere ridotto, almeno in parte. Tuttavia, il tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato da micro e piccole imprese, potrà di certo trarre giovamento nei prossimi anni da questa tecnologia, se non altro per sperimentare nuovi processi e tecniche di realizzazione. Nel 2016, HP giocherà le sue carte con la tecnologia 3D Multi Jet Fusion che permette di avere una qualità di stampa a elevata risoluzione, maggiore velocità di esecuzione e oggetti stampati in colori diversi».


#printing Nicola Vargiu di #OKISystemsItalia PMI attente al risparmio intelligente
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Nuove soluzioni di sicurezza

Tornando al report del Market Research Store, un’altra chiave di crescita dell’adozione del mobile printing è l’implementazione del BYOD all’interno delle policy aziendali. Sempre più compagnie permettono ai dipendenti di dotarsi dei propri dispositivi per accedere a reti Internet interne, consentendo così di gestire e mandare in stampa documenti di lavoro. Non è un mistero che il tempo richiesto per stampare un file dal proprio smartphone sia sensibilmente minore rispetto a quello speso per fare la stessa operazione dal pc; può sembrare un piccolo dettaglio in una lunga giornata di lavoro, ma proiettato sul lungo periodo, l’accesso da mobile può portare sicuri vantaggi di produttività. Ma il concetto di BYOD è perennemente connesso a quello di sicurezza. La possibilità che le vie di comunicazione (che collegano dispositivi wireless alle stampanti) possano essere violate o intercettate non è così remota, anzi rispecchia sempre più gli aggiornamenti infrastrutturali nelle mani degli hacker. Bastano un paio di falle nel sistema per mettere in serio pericolo dati sensibili e documenti riservati solo perché convertiti dal digitale al cartaceo dal personale autorizzato. «Per esempio in OKI Systems dedichiamo alla sicurezza dei training – ribadisce Vargiu di OKI Systems Italia – al fine di creare la giusta competenza in termini di sicurezza e protezione dei dati. Inoltre, i nostri dispositivi offrono ulteriori soluzioni di sicurezza e codifica, implementando un sofisticato sistema di autenticazione dell’utente che previene accessi non autorizzati».


#printing Flavio Attramini @EpsonItalia Garantire efficienza del lavoro e confidenzialità dell’output
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Invece, Canon gestisce la sicurezza a livello di rete sui dispositivi imageRunner Advance attraverso protocolli di comunicazione IPSec che autorizzano la stampa solo per determinati indirizzi di rete. L’accesso al dispositivo attraverso credenziali o badge, insieme a funzioni di rilascio sicuro dei lavori di stampa tramite la soluzione uniFlow, mettono a riparo da occhi indiscreti le informazioni riprodotte su carta. La cancellazione sicura dei dischi rigidi della multifunzione impedisce a eventuali intrusi il recupero delle informazioni al termine del processo di stampa. Si tratta di un’implementazione tramite identificazione NFC attiva anche su dispositivi Windows Phone grazie alla possibilità di associare il telefono mobile all’utenza specifica di dominio gestita dal dipartimento IT». Ma non sempre il tema della security in ambito printing viene accolto dagli uffici di medie e piccole dimensioni. Spesso, infatti, si pensa che per impostare una stampante solo per utenti autorizzati, servano competenze approfondite o un intervento tecnico che richiede un certo esborso economico. La volontà dei player principali è invece quella di semplificare la messa in sicurezza così da permettere a tutti di proteggere le proprie informazioni. Per esempio, HP aiuta i propri clienti a monitorare il proprio parco macchine con soluzioni semplificate come JetAdvantage Pull Print, disponibile su alcune Laserjet e OfficeJet, con cui si prevengono accessi non autorizzati a lavori di stampa riservati. Ogni documento viene archiviato sul cloud e protetto da crittografia AES 256-bit fino a quando l’utente non si autentica e chiede di ritirare la stampa presso il dispositivo. Questa soluzione offre un setup e una gestione semplice eliminando la necessità di un intervento esterno sia per le grandi imprese sia per le PMI.


#printing Luca Tomelleri @RICOHItalia Qualsiasi luogo può diventare un posto di lavoro
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Obiettivo impatto zero

Ma il dibattito sui consumi energetici ridotti e l’ottimizzazione ha davvero portato il printing a impattare in misura minore sull’ambiente? Sono tanti i modelli di stampante che si prefiggono lo scopo di rispettare l’ambiente grazie all’adozione di nuove tecnologie. Brother, per esempio, propone l’impiego di tecnologie ibride per la razionalizzazione sia della richiesta energetica sia del consumo di toner e cartucce; tra tutte, la HL-S7000DN è il modello di stampante ecologica con ridotte emissioni di anidride carbonica e di polveri sottili e, dunque, minori conseguenze sulla natura. Certo, i fatti ci dicono che è ancora presto per misurare i risultati sulla minore diffusione della carta, ma in qualche caso, oculate scelte tecnologiche possono davvero migliorare il rapporto con l’ambiente. Come conferma Epson, la diffusione della tecnologia inkjet in ufficio sta avendo un impatto prorompente: rispetto a una analoga unità laser, le nuove soluzioni hanno un consumo energetico ridotto di oltre il 90%, generano volumi di materiali da smaltire di gran lunga inferiori e garantiscono l’assenza di emissione di ozono. Ricerca e sviluppo da un lato e maggiore consapevolezza dall’altro sembrano essere i due elementi che guideranno il settore printing del futuro, deciso non solo a rinnovare forme e contenuti, ma anche a ricucire il rapporto tra la Terra e l’uomo, fino a ieri troppo impegnato a sfruttare le risorse disponibili piuttosto che a utilizzarle con parsimonia.

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Gea Scancarello: «Mi fido di te» https://www.datamanager.it/2015/06/gea-scancarello-mi-fido-di-te/ Tue, 23 Jun 2015 14:16:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76374 Sharing economy, la rivoluzione possibile che parte da ciascuno di noi Tra le dieci idee che cambieranno il mondo secondo il Time, la sharing economy rappresenta il terreno di sperimentazione di nuovi modelli che caratterizzeranno nel futuro il modo in cui scambieremo prodotti, servizi e conoscenza. Entro il 2050, per Jeremy Rifkin, la sharing economy […]

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Sharing economy, la rivoluzione possibile che parte da ciascuno di noi

Tra le dieci idee che cambieranno il mondo secondo il Time, la sharing economy rappresenta il terreno di sperimentazione di nuovi modelli che caratterizzeranno nel futuro il modo in cui scambieremo prodotti, servizi e conoscenza. Entro il 2050, per Jeremy Rifkin, la sharing economy diventerà il principale arbitro della vita economica. E lavorare insieme sarà anche l’unica via per raggiungere quei risultati che business e politica non sono più in grado di raggiungere separatamente, con tutto quello che significa. La strategia della condivisione attraversa tutti i settori industriali, scompagina i paradigmi sociali e ridisegna le organizzazioni. Ci sono piattaforme per il riuso, per viaggiare, alloggiare, mangiare e dormire gratis o a costi dimezzati. Bike sharing, car sharing, co-working, co-housing sono espressioni ormai entrate nell’uso comune. Ma la sharing economy è qualcosa di più dell’economia del noleggio. Crowdsourcing e crowdfunding capovolgono i rapporti di forza alla base della piramide. La collaboration è un modo per ottimizzare risorse aziendali, moltiplicare tempo e spazio, e affrontare sfide che sembravano impossibili. Di recente, il regista Peter Bogdanovich ha lanciato l’appello per portare a termine l’incompiuto “The Other Side of the Wind”, del maestro Orson Welles. E il CERN di Ginevra e la Stazione Spaziale Internazionale rappresentano già adesso un modello virtuoso di cooperazione al quale anche la Comunità europea dovrebbe ispirarsi per definire le nuove politiche della crescita e dell’immigrazione. Perfino la smart city si nutre di collaborazione e Milano è stata tra le prime amministrazioni locali ad approvare una delibera specifica sulla sharing economy. Le sfide globali, se ben gestite, possono determinare lo sviluppo di importanti processi di innovazione in grado di portare benessere e crescita economica diffusa.


#sharingeconomy «La rivoluzione possibile che parte da ciascuno di noi» @geascanca @chiarelettere
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Se il co-working rende i lavoratori più felici, meno soli e più fiduciosi, l’economia della collaborazione – forse – può trasformare un esercito di consumatori sempre più agguerriti, in una comunità globale più consapevole, libera di scegliere e meno schiava della competizione sui beni esclusivi. Sotto l’ombrello della sharing economy ci sono fenomeni diversi, ma non si tratta di un’idea per fricchettoni, geek e loser. Da New York a San Francisco, da Milano a Berlino, la forma del baratto 2.0. è un modello che funziona e permette di risparmiare risorse che possono essere investite in modo diverso, liberando energie nuove e creatività. Se ne sono accorti anche i big del settore finanziario, i gruppi immobiliari, le catene commerciali e gli operatori del trasporto. Non a caso, l’agenzia internazionale di certificazione e consulenza Price Waterhouse Cooper ha stimato che l’economia collaborativa e della condivisione ha prodotto fino al 2013 un giro d’affari di 15 miliardi di dollari ed è in crescita continua a doppia cifra. Si può iniziare dal pane per capire che il miracolo della condivisione nasce dalle piccole cose e comprendere che si può rinunciare a qualcosa per avere molto in cambio. In fondo, è questa l’idea che anima il blog Pane e sharing e che ha ispirato il libro Mi fido di Te (Chiarelettere, aprile 2015) di Gea Scancarello, giornalista e cacciatrice di storie fuori e dentro la Rete. Secondo l’autrice, siamo al tramonto di un’era. Finito il mito del “self love” o del “self-interest” come driver del comportamento economico, ci troviamo all’inizio di una nuova epoca, forse un po’ corsara, in cui la visione supera il capitale, la reputazione è la chiave di accesso, la conoscenza è la moneta di scambio e la community è qualcosa di più della somma delle singole parti. «Una rivoluzione possibile, per vivere meglio e che parte da noi stessi» – spiega Gea Scancarello. Si può viaggiare in giro per il mondo, svegliarsi in casa di sconosciuti, organizzare un trasloco e trasformarlo in un happening sotto casa e avere amici in tutto il mondo. L’esperienza quotidiana della vita di ciascuno si può spalancare a un universo di opportunità. C’è un mondo bloccato dalla crisi e un mondo nuovo che avanza. Basta guardare altrove e fidarsi. E questo libro lo racconta.

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#sharingeconomy Tra le dieci idee che cambieranno il mondo @geascanca @chiarelettere
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Data Manager: Economia della condivisione, strumenti nuovi per un’idea antica. Così salveremo il mondo?

Gea Scancarello: Sarebbe bello se fosse davvero così. La sharing economy nasce da un insieme di fattori: la cultura dello scambio, che può essere rintracciata anche in un passato remoto, la Rete, la pervasività degli strumenti di comunicazione e non da ultimo una sensibilità nuova, complice anche gli anni della crisi, rispetto agli oggetti di consumo e il loro impatto sull’ambiente nel quale viviamo. L’intreccio di questi fattori ha abilitato una serie di nuovi modelli, anche molto diversi tra loro, che creano una serie di relazioni tra le persone che non sono solo di natura economica ma sostanzialmente umane.

Vuoi dire che se da un lato la tecnologia ci rende isole, la possibilità di infiniti collegamenti ci rende parte di un solo arcipelago?

È questo il significato del nuovo sistema della condivisione. Le piattaforme tecnologiche che ci hanno dato una seconda vita virtuale, riportano al reale sia per scambiarci libri, consumare pasti, condividere case e pezzi di viaggio. E questo crea un tessuto sociale nuovo fondato non su vincoli tradizionali, ma su relazioni anche a distanza, tra persone che non si conoscono, alimentando una fiducia generalizzata basata sui comportamenti positivi. La condivisione abbassa la competizione sui beni esclusivi e permette di moltiplicare occasioni di relazione con le persone.


#sharingeconomy “Mi fido di Te”. Ma di chi o cosa possiamo fidarci? @geascanca @chiarelettere
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Di chi o cosa possiamo fidarci?

Non esiste un algoritmo in grado di metterci al riparo completamente. Io mi fido della capacità e del bisogno, che ciascuno di noi ha, di aprirsi, affidarsi agli altri e costruire rapporti. Se alcune teorie economiche hanno messo alla base l’interesse egoistico, allora io credo che puntare sull’interesse diffuso possa essere una strada nuova da seguire.

La fiducia è la chiave di volta?

Esatto, ma non è una scommessa. Fidarsi è più un atto di “fede” che richiede coraggio. Lo stesso coraggio che ci vuole per credere che un’idea funzionerà. La fiducia è circolare e a sua volta genera fiducia, trasforma la paura in una scoperta, cambia il limite in possibilità. E la tecnologia e il sistema di social rating ci aiutano a non fidarci delle persone sbagliate.

Tu di chi o cosa ti fidi?

Io sono aperta alle nuove scoperte. Mi fido del cambiamento. E della capacità che ciascuno di noi ha di adattarsi alle situazioni nuove. Ci vuole un po’ di esercizio e bisogna fare lo sforzo di uscire dalla personale comfort zone.


#sharingeconomy «La fiducia è la chiave di volta» @geascanca @chiarelettere
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Le donne sono più attente alla condivisione e si fidano di più?

Forse, le donne sono meno pigre e si adattano più facilmente ai cambiamenti. E in fondo, nella definizione stessa di “condivisione” è insita una “cura” che appartiene di più all’universo femminile. Ma all’interno di una gamma vasta di fenomeni che vanno dal recupero del cibo a Uber, il fattore della condivisione diventa un asset per immettere nel sistema energie nuove. Queste energie si traducono in un vantaggio condiviso per una platea sempre più ampia di persone, e alla fine diventano rete sociale di salvaguardia.

La sharing economy è abilitata dall’ICT. Senza, sarebbe solo una forma di baratto. Che cosa cambia?

La tecnologia permette di avvicinare le persone e lo scambio di dati permette di scoprire nuove forme di relazione pervasive, globali e in tempo reale. I dati ci pongono il problema di come si proteggono queste informazioni che parlano di noi e tracciano il profilo delle nostre abitudini.

Si può condividere tutto?

Esperienze, oggetti, luoghi. Forse anche le persone. Si può condividere tutto o quasi tutto. La difficoltà è rendere le cose facili. La differenza tra l’Italia e altri paesi è che queste forme alternative restano a livello di sperimentazione. Manca un sistema di capitali di investimento in grado di sostenere adeguatamente le startup fino all’exit di successo. Ci sono piattaforme social che consentono la condivisione del cibo come Food Share e in Italia, S-Cambia Cibo. Si tratta di esperienze che permettono non solo di avvicinare le persone ma di far crescere la cultura della lotta agli sprechi alimentari.


#sharingeconomy Si può condividere tutto o quasi @geascanca @chiarelettere
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Qual è la lezione più importate che hai imparato?

Da giornalista, ho imparato che là fuori c’è un mondo nuovo che aspetta di essere raccontato. La sharing economy è un modello di business concreto che nei prossimi anni potrà valere da uno a nove punti di PIL. La circolazione dei beni materiali, delle idee e dell’intelligenza delle persone crea risultati migliori. Per vincere insieme – però – non dobbiamo lasciarci condizionare dalla paura.

La condivisione si fonda sulla reciprocità, sulla fiducia, sulla relazione. Lo scambio di mercato si basa sull’interesse egoistico. Si tratta di due mondi che possono dialogare?

Nessuna divisione dogmatica. La sharing economy non è collettivismo. Anche se i vantaggi sono distribuiti a tutti in modo diverso. Basta pensare a Uber. Non c’è Karl Marx da una parte e Adam Smith dall’altra. Non ci sono formule magiche. I soldi fanno girare il mondo. Ma si può decidere di fare soldi in modo migliore, per sé e per gli altri. La sharing economy è una grande opportunità di crescita per le persone e le aziende, ma ha bisogno di impegno e di regole.

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Startup fintech, la scommessa dei VC https://www.datamanager.it/2015/06/startup-fintech-la-scommessa-dei-vc/ Tue, 23 Jun 2015 13:58:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76104 Una nuova rivoluzione nel mondo dei VC: finanza e tecnologia unite in un’insolita alleanza per creare innovazione Di recente sembra che i VC siano dediti alla ricerca di startup fintech. «Fin… che»? Fintech. Avete capito bene. Il termine è esatto. Si tratta di startup che si propongono di cambiare radicalmente il mondo finanziario, spodestando le […]

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Una nuova rivoluzione nel mondo dei VC: finanza e tecnologia unite in un’insolita alleanza per creare innovazione

Di recente sembra che i VC siano dediti alla ricerca di startup fintech. «Fin… che»? Fintech. Avete capito bene. Il termine è esatto. Si tratta di startup che si propongono di cambiare radicalmente il mondo finanziario, spodestando le banche del loro ruolo di sovrane indiscusse.

Tuttavia, quello che sembra essere più curioso e sta destando l’attenzione di molti in questo periodo non è tanto l’ascesa di un nuovo esemplare di startup quanto piuttosto la fonte del suo finanziamento. Infatti, sembra che tali startup stiano ottenendo i finanziamenti più significativi proprio dal settore che stanno cercando di distruggere. Negli ultimi due anni, le banche di Wall Street hanno iniziato a sostenere le fintech startup in modo tale da entrare nelle loro dinamiche interne piuttosto che combatterle dall’esterno. Quel che ha destato l’attenzione del mondo finanziario è che le startup fintech di piccole dimensioni hanno una libertà di azione maggiore rispetto alle banche e possono prestare attenzione a ciò che cercano i nuovi investitori focalizzati sul digitale. Secondo un rapporto di ricerca azionaria di Goldman Sachs di fine marzo, il valore dei servizi finanziari tradizionali si aggirerebbe intorno ai quattromila e 700 miliardi di dollari di fatturato. Ma questo valore rischia di andare a zero a causa dei nuovi strumenti tecnologici e delle piattaforme digitali che realizzano soluzioni innovative per i servizi di finanziamento, gestione patrimoniale e pagamenti. Grazie alla collaborazione con le piccole startup, le banche possono iniziare a ottenere una visione di quello che potrebbe diventare il prossimo modello di investimento. Dunque, la recente alleanza tra Goldman Sachs e Bitcoin non dovrebbe stupirci più di tanto.


#venturecapital Le banche di Wall Street hanno iniziato a sostenere le startup #fintech
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Nuove alleanze

Ma cosa potrebbe nascere da un simile connubio? Goldman Sachs ha guidato un investimento di 50 milioni di dollari in Circle Internet Financial, una startup di pagamenti in bitcoin. L’accordo, il primo investimento strategico di Goldman relativo ai bitcoin, conferisce una certa credibilità a un settore spesso visto come il regno dell’anarchia. Circle, che è stata avviata nel 2013 da Jeremy Allaire, è da inserire tra un ristretto numero di startup tecnologiche che cercano di presentare i bitcoin a un vasto pubblico. L’azienda – che offre un portafoglio digitale che consente agli utenti di memorizzare bitcoin, inviarli a vicenda e comprare beni con la valuta digitale – ha ricevuto il sostegno da parte di alcuni grandi nomi nel mondo della tecnologia come il venture capitalist Jim Breyer.

Al fine di espandere il suo pubblico, Circle ha anche annunciato l’intenzione di andare oltre il mondo dei bitcoin consentendo agli utenti di tenere regolarmente i dollari vecchi. Una qualità che sicuramente metterà la giovane azienda in competizione con PayPal e altri servizi di trasferimento di denaro e di pagamento.

Goldman Sachs, da parte sua, non ha offerto molto in termini di spiegazione per la sua scommessa su Circle. Tom Jessop, l’amministratore delegato di Goldman che ha lavorato per l’affare, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha affermato di aver puntato alla visione sottostante al prodotto offerto da Circle nonché all’opportunità di cambiare radicalmente il settore dei pagamenti digitali. «Così come l’industria dei servizi finanziari continua a diventare più digitale e aperta, vediamo significative opportunità nelle aziende e soluzioni che hanno la promessa di trasformare i mercati globali attraverso l’innovazione tecnologica». Il gruppo di Goldman che ha fatto l’investimento, noto come Principal Strategic Investments (PSI), tende ad acquistare partecipazioni in aziende tecnologiche finanziarie. E ha già investito, ad esempio, in Motif, un broker online e in Markit, un’azienda di dati.


#venturecapital Il potere dirompente dei #bitcoin e le mosse di #GoldmanSachs
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Goldman ha ribadito più volte il potere dirompente dei bitcoin e di altre nuove tecnologie di pagamento, vista la loro capacità di poter interrompere i servizi tradizionali di trasferimento di denaro fornite da Western Union e molte altre banche. Goldman non ha agito da solo. Ha condotto l’investimento insieme a IDG Capital Partners, una società di venture capital con sede in Cina. La startup Circle ha affermato che sperava di usare l’esperienza di IDG per sviluppare una strategia operativa che permettesse alle persone di convertire la valuta cinese in dollari attraverso i bitcoin.

Accettando i dollari, Circle spera di attrarre anche le persone che si sono spaventate a causa della grande volatilità del bitcoin nel corso degli ultimi anni. La startup vuole far sì che gli utenti con i dollari nei loro conti siano in grado di effettuare i pagamenti tramite la rete Bitcoin, poiché Circle converte automaticamente i dollari per bitcoin e viceversa.

La nuova startup ha dichiarato che in questo modo «i clienti possono scegliere di visualizzare bitcoin non come una nuova valuta per sostituire il dollaro, ma come una rete di pagamento su Internet che permette pagamenti sicuri, istantanei, globali e quasi liberi». È interessante notare come, a differenza di JPMorgan, che ha evitato le società dedite al bitcoin e alla blockchain, Goldman abbia fatto un grande passo nel mondo delle valute digitali, compiendo con il suo round di finanziamento in Circle, il primo passo di un’alleanza tra bitcoin e mondo della finanza regolamentato.

Nuova frontiera?

I bitcoin saranno dunque la nuova frontiera dei VC nei prossimi anni a venire? Non si può rispondere con certezza a un simile quesito, ma è fuori discussione che la rete Bitcoin abbia delle grandi potenzialità da non sottovalutare. Bisogna osservare il futuro, comprenderlo e prendere ciò che di buono vi sia in esso. Altrimenti si finisce con il rimanere prigionieri di una visione anacronistica che impedisce di evolversi. Marc Andreessen, che potremmo definire come la quintessenza del mondo dei VC, ha tenuto una breve conferenza nella sede della sua società con l’obiettivo di illustrare il futuro dei venture capital. «I venture capitalist di talento sanno che le vere innovazioni non seguono uno schema. Il futuro è sempre più strano di quanto ci aspettiamo: telefoni cellulari e Internet, macchine dotate di autopilota».


#venturecapital #Bitcoin non come nuova valuta, ma come una rete di pagamento
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Doug Leone, uno dei leader di Sequoia Capital Partners, una società leader nella Silicon Valley, ha detto: «I maggiori risultati arrivano quando si rompe il precedente modello mentale. Si pensi ai cigni neri degli ultimi 40 anni, quali il PC, il router, Internet, l’iPhone, nessuno aveva tesi intorno a quei nuovi mostri tecnologici». è per questo che bisogna essere sempre pronti ad accogliere le novità, a scoprirle prima ancora della loro diffusione. «Un ottimo VC mantiene le sue orecchie tese per una storia che possa scuotere l’opinione pubblica e che abbia al tempo stesso gli elementi di una fiaba. Questo racconto inizia in un’altra epoca (che di solito è il futuro), e ha come protagonista un eroe di umili natali che viene a conoscenza di un segreto grazie al suo talento e alla sua esperienza. L’eroe si deve poi scontrare con il mondo reale, quello dei VC, che lo mette alla prova. Soltanto sfruttando il suo segreto, la sua magia, ovvero la sua tecnologia, l’eroe potrà prevalere. Il racconto termina con un lieto fine che prevede scrigni del tesoro per tutti, a cavallo di unicorni». Un finale che sembra riportarci alla fiaba piuttosto che alla realtà. Il nuovo segreto dell’eroe moderno potrebbe essere proprio legato alle potenzialità dei bitcoin. E forse questa è la ragione per cui il mondo della Silicon Valley ha iniziato negli ultimi tempi a gravitare intorno al mondo delle cripto monete. Soltanto il tempo e l’esperienza potranno dare delle risposte certe. Ma nel frattempo i venture capital, devono mostrare alle persone di essere capaci di inventare il futuro. Una nuova sfida, una nuova partita da giocare per il mondo dei VC.

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Le certificazioni per i professionisti https://www.datamanager.it/2015/06/le-certificazioni-per-i-professionisti/ Tue, 23 Jun 2015 13:40:58 +0000 http://www.datamanager.it/?p=76036 Come si evolvono le norme tecniche e gli standard per la sicurezza informatica e soprattutto le certificazioni professionali in questo settore in forte crescita? Sicurezza informatica, sicurezza delle informazioni o cyber security che si voglia chiamarla, il tema è sempre più sotto i riflettori per la sua crescente importanza all’interno del mondo in costante evoluzione […]

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Come si evolvono le norme tecniche e gli standard per la sicurezza informatica e soprattutto le certificazioni professionali in questo settore in forte crescita?

Sicurezza informatica, sicurezza delle informazioni o cyber security che si voglia chiamarla, il tema è sempre più sotto i riflettori per la sua crescente importanza all’interno del mondo in costante evoluzione tecnologica in cui viviamo. Maggiore interesse sul tema significa anche una maggiore domanda da parte delle organizzazioni, che tuttavia molto spesso non sanno come districarsi o quantomeno hanno problemi a distinguere tra un valido prodotto/servizio/collaboratore e uno che lo è molto meno.


#Clusit I nuovi profili professionali per sicurezza informatica
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Proprio questo motivo è uno di quelli che hanno più contribuito all’affermazione delle certificazioni, rispettivamente di prodotti, di servizi o delle persone. Naturalmente un buon professionista del settore deve sapersi districare tra tutte queste certificazioni, tra cui le più famose sono indubbiamente la ISO/IEC 15408 per i prodotti e la ISO/IEC 27001 per la più generale gestione della sicurezza informatica, ma può vantare come elemento distintivo rispetto a un altro professionista solo quelle relative alle persone, più comunemente note come “certificazioni professionali”. Associazioni di settore come CLUSIT hanno rilasciato dei quaderni che introducono e descrivono le principali certificazioni professionali relative alla sicurezza informatica su tematiche innovative o basate su formule particolari, oggi disponibili sul mercato italiano.


#Clusit Certificazioni: norme tecniche e standard per i professionisti
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Un elemento di discontinuità rispetto a questo scenario sta tuttavia facendosi strada negli ultimi anni grazie all’iniziativa europea legata all’e-Competence Framework, il quale si è occupato, ampliando immensamente la prospettiva delle sole certificazioni professionali, di creare un vero e proprio sistema per la composizione di profili di professionisti operanti nel settore ICT europeo. Questi profili sono libere composizioni di un insieme di 40 “mattoni” a ognuno dei quali sono associati un livello di padronanza da un lato e un gruppo di abilità e conoscenze specifiche dall’altro lato. Su questa base sono stati definiti 23 profili generalmente validi per il mondo dell’ICT a cui è possibile collegare profili di maggiore dettaglio. Per quanto concerne la sicurezza informatica, sono stati individuati 12 profili e sono stati definiti in una norma nazionale di imminente pubblicazione da parte di UNINFO.


#Clusit e-Competence Framework 40 “mattoni” per costruire le competenze
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Questi profili, che vanno dal responsabile della sicurezza delle informazioni (il famigerato CISO o chief information security officer), fino allo specialista infrastrutturale passando per gli analisti forensi, danno finalmente un nome e cognome a una figura professionale e ne definiscono le competenze specifiche che il mercato stesso potrà utilizzare in modo più compiuto di quanto fatto finora con il solo ausilio delle certificazioni professionali disponibili, per offrire e richiedere professionisti nel settore della sicurezza informatica. Le attuali certificazioni professionali continueranno a essere un elemento utile per provare in modo diretto abilità e conoscenze, andandosi perfettamente a incastonare nella definizione dei profili di dettaglio individuati dalla normativa nazionale che poggia sulle fondate basi legali fornite principalmente dalla legge n°4 del 2013. Inoltre, la presenza di questi profili dovrebbe avere anche il pregio di favorire la definizione di strutture organizzative correttamente definite per gestire la sicurezza informatica e per far sì che possa essere un po’ meno sotto i riflettori della cronaca.

Fabio Guasconi, membro del Consiglio Direttivo di Clusit e di UNINFO, di cui presiede il comitato italiano ISO/IEC SC27

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