rivistamaggio2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 04 Oct 2018 14:08:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistamaggio2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Relazioni pericolose. La sicurezza IT e le aziende italiane https://www.datamanager.it/2016/05/relazioni-pericolose-la-sicurezza-it-le-aziende-italiane/ Thu, 19 May 2016 12:24:49 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101646 La sicurezza in un mondo così complicato è un problema complesso. Crescono gli investimenti, ma mancano ancora qualità, formazione e cultura Ha ragione Bruce Schneier (autore di Applied Cryptography, libro riferimento per la crittografia) quando dice che la sicurezza è maledettamente complicata. Difendersi è più difficoltoso che attaccare. Siamo ciechi di fronte alle minacce. Non […]

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La sicurezza in un mondo così complicato è un problema complesso. Crescono gli investimenti, ma mancano ancora qualità, formazione e cultura

Ha ragione Bruce Schneier (autore di Applied Cryptography, libro riferimento per la crittografia) quando dice che la sicurezza è maledettamente complicata. Difendersi è più difficoltoso che attaccare. Siamo ciechi di fronte alle minacce. Non sappiamo quando avverrà il prossimo affondo. Né come né da dove. Neppure sappiamo a danno di chi o cosa[1]. Si definiscono nuovi poteri e si delineano scenari di guerra inediti, dominati dall’anarchia e dalla logica del tutti contro tutti. Il volano di questi anni sembra essere la paura. Aziende e organizzazioni toccano con mano questa complessità ogni giorno. è complicato mettere in sicurezza la propria rete, i propri device, pc, router switch. Rendere più consapevoli le persone dei pericoli che si corrono online. Istruirle, formarle, fare crescere quel minimo di expertise che possa rendere meno a rischio una sfilza di comportamenti dannosi, capaci di mettere in ginocchio l’IT. è complicato trovare interlocutori validi, personale tecnico all’altezza, persone di cui fidarsi.


#SicurezzaIT Come prerequisito per rimanere sul mercato
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Se questo è il quadro, le organizzazioni quanto si sentono al sicuro? Poco, secondo l’Annual Security Report di Cisco, dal quale emerge che solo il 45% delle aziende interpellate (con almeno mille dipendenti, service provider compresi) si dichiara fiducioso del proprio approccio alla sicurezza. La maggioranza del personale tecnico, CIO compresi, al contrario, ammette di sentirsi indifeso di fronte alla gravità della minaccia[2]. Tra i fattori principali di questa insicurezza, c’è la crescita significativa del cyber crime, rilevata periodicamente dalla totalità delle ricerche in circolazione. Tra i fattori secondari, ci sono gli obblighi delle organizzazioni nei riguardi dei propri stakeholder, per i quali l’importanza della sicurezza cresce senza soluzione di continuità. Di certo, per il management farsi cogliere impreparati è un rischio che può costare caro. Nella survey Cisco, si legge che “il 92% dei manager intervistati concorda sul fatto che legislatori e investitori si aspettano che le aziende siano in grado di gestire l’esposizione al rischio legato alla sicurezza informatica”. Detto altrimenti, con la legge che fissa paletti sempre più stringenti, mettere in campo pratiche di sicurezza efficaci diventa un obbligo per l’azienda. Non una scelta. Un prerequisito, quasi, per rimanere sul mercato.


#SicurezzaIT Sfida per tutti gli attori della filiera. Ritorno a strategie di salvaguardia basilari
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Insicuri perchè indifesi?

Numerosi fattori sottopongono l’IT a pesanti pressioni. Entità della minaccia. Budget insufficienti. Mancanza di personale e di competenze adeguate. Sollecitazioni pressanti da parte del board[3]. Più di recente la comparsa di una nuova fonte di preoccupazione, e cioè la complessità della tecnologia. Lo rileva lo studio The 2016 Security Pressures Report[4], commissionato dal vendor di security e compliance Trustwave, in cui si rilevano le difficoltà che i CIO incontrano quando si tratta di scegliere e di sfruttare al meglio la tecnologia disponibile. Quello della security è un settore da anni in crescita. Più aziende, più tecnologie, più servizi, più investimenti. Nel momento in cui scriviamo, più di 300 aziende si sono registrate all’edizione 2016 di Infosecurity Londra, la fiera di settore più importante in Europa. In marzo all’RSA Conference di San Francisco, il numero di fornitori presenti superavano di gran lunga le 500 unità. Più operatori certo. Ma anche più prodotti. Collocati sul mercato a ritmi forsennati. Solo per fare un esempio, nel campo delle soluzioni VPN, quelle disponibili sfiorano le 200 unità. Se questi sono i numeri, è verosimile che la platea di acquirenti possa sentirsi talvolta frastornata. «Talvolta, la complessità e la ricchezza dell’offerta finiscono per disorientare le aziende. Chi non dispone al proprio interno di personale in grado di valutare le offerte è esposto ancora di più a questo rischio» – concorda Luca Bechelli, membro del Comitato Tecnico Scientifico di CLUSIT, l’Associazione Italiana per la sicurezza informatica. L’ideale è poter contare sulla disponibilità di tecnici competenti ai quali affidare i test delle soluzioni, valutandone i vantaggi e l’impatto. Obiettivo perseguito da Aldo Ceccarelli, chief information officer and business process expert di Sedamyl. «L’esperienza ci ha insegnato quanto sia importante avere un po’ di grip, un pò di manualità sulle soluzioni da utilizzare. Per sperimentare. E scegliere la soluzione più adatta alle nostre esigenze. Anche perché i vendor tendono a proporti soluzioni adatte più alle grandi aziende. Che hanno problematiche diverse dalle nostre. E il licensing talvolta può penalizzare».


#SicurezzaIT Crescono gli investimenti in sicurezza. Meno la loro qualità
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In questo quadro, la percezione della complessità della tecnologia si intreccia con quella dei suoi limiti. Per esempio, i dati di una ricerca SANS mettono in evidenza che il 55% dei 430 security and risk professionals rispondenti è insoddisfatto della qualità e dei tempi (recovery time) di risposta agli attacchi delle soluzioni di sicurezza impiegate[5]. Altre ricerche tuttavia documentano lo scollamento tra efficacia attesa e reale della tecnologia. Secondo un altro studio condotto dalla società di ricerche di mercato Ponemon Institute[6], un’azienda statunitense di medio grandi dimensioni riceve ogni settimana circa 17mila alert relativi alla rilevazione di malware. Di questi, però, solo uno su cinque risulta fondato. L’IT ha due possibilità: verificare tutti gli alert oppure disabilitare alcune feature della soluzione, per abbassare il numero di segnalazioni da controllare. La ricerca mostra come lungo l’arco della giornata in media un team di sicurezza riesca a lavorare solo il 4% degli alert. «Spesso capita di vedere che il cliente è costretto a scegliere, attivando determinate funzioni su una soluzione e disattivandole al contempo su un’altra» – conferma Bechelli. Un comportamento in parte giustificato dalla sovrapposizione di funzionalità delle soluzioni. Ma non esente da rischi. Non solo. Quando un software di sicurezza inonda di segnalazioni l’IT, e il diluvio di falsi positivi è un problema noto con alcune tecnologie, lo stesso software cessa di essere la soluzione e diventa parte del problema. «Servono soluzioni in grado di correlare più fonti e che riescano a distillare risultati più precisi. Servono più angoli di visione, più punti di vista, più intelligence» – spiega Bechelli. Il problema della razionalizzazione e della prioritizzazione degli allarmi, pur circoscritto solo ad alcune soluzioni di sicurezza, non può dirsi ancora risolto. I vendor lo sanno. E in alcuni casi non possono che ammettere i limiti delle soluzioni.


#SicurezzaIT #CIO Continuity e disaster recovery tra le priorità di investimento
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«A differenza di altre aree dell’ICT dove molto spesso è la fiducia nella visione tecnologica degli operatori a guidare e alimentare le aspettative dei clienti, nell’ambito della sicurezza IT tutti i maggiori operatori concordano nell’evidenziare quanto la sicurezza in senso assoluto sia diventata più che mai una chimera» – fa notare Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia. «Da alcuni anni, la complessità sempre più accentuata dell’ambiente IT ha ingigantito il problema, tanto che alcuni vendor hanno iniziato a veicolare attraverso il proprio marketing messaggi del tutto nuovi: come la nozione che i data breaches vanno ormai considerati inevitabili e tutte le aziende, presto o tardi, dovranno necessariamente fare i conti con questa minaccia». Sull’efficacia della tecnologia insomma non garantiscono più nemmeno gli operatori. Un paradosso che ci trasporta in una dimensione nuova, dove la relazione tra i vendor e il proprio mercato si fonda su una fortissima ambivalenza. E dove la complessità impone di sganciarsi da logiche d’isolamento per aprirsi all’apporto di informazioni e conoscenze provenienti da altri contesti, remoti rispetto alla propria esperienza diretta. «Un aiuto quando si tratta di prendere talune decisioni ci viene dal confronto con i partner o con aziende simili alla nostra – conferma Aldo Ceccarelli di Sedamyl – così come dallo scambio di informazioni e pareri con associazioni ed enti di formazione specializzati, slegati da logiche di business. I vendor di sicurezza, per fortuna, non sono più l’unica voce disponibile».


#SicurezzaIT #CIO Tra emergenza, necessità reali, licensing e vincoli di spesa @IDCItaly
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Si spende di più per la sicurezza ma non in meglio

In questi anni di vacche magre, che si torni a spendere per la sicurezza IT è la buona notizia. Secondo la ricerca Global State of Information Security Survey 2016 condotta da PwC[7] coinvolgendo 10mila manager in 127 paesi, Italia compresa, a fronte di una significativa crescita del cybercrime (+ 38% di attacchi rilevati a livello mondiale, 42,8 milioni lo scorso anno) si registra un incremento degli investimenti pari al 24%. Una volta tanto, a spiccare è il dato dell’Italia, con un aumento degli investimenti anno su anno pari al 66%. La corsa ad accaparrarsi tecnologia tuttavia produce anche effetti negativi. Investimenti poco oculati generano il fenomeno dello sprawling, il proliferare cioè di tecnologia inutile o sottoutilizzata. Un fenomeno descritto nello studio Global Information Security Workforce Study 2015 condotto da Frost & Sullivan, Booz Allen Hamilton in collaborazione con ISC2[8]. Come rileva Luca Bechelli di Clusit, sino a un certo punto la stratificazione è fisiologica: «Le soluzioni lavorano su perimetri e livelli (applicativi, reti e sistemi operativi) diversi, sui quali agiscono minacce differenti. Da qui, la necessità di stratificare. Tuttavia, non è raro assistere a sovrapposizioni tra soluzioni. Alcuni prodotti nascono molto focalizzati, poi la tecnologia matura e quella stessa funzione perde di centralità. E alla feature principale, anche per ragioni commerciali, se ne aggiungono altre». Il problema è che queste tecnologie faticano a integrarsi. «Ma un conto è l’integrazione della soluzione con i sistemi che dovrebbe proteggere. Un tema sentito e fondato. Distinto però dall’integrazione tra le soluzioni di sicurezza» rileva Bechelli. «In certe aziende, il numero di prodotti di sicurezza supera quello delle persone a essi dedicate. Antivirus, firewall, IPS, DLP, vanno aggiornati. Le segnalazioni controllate. Ogni strumentazione di sicurezza ha un’interfaccia e logiche di funzionamento proprie. Sulle quali deve agire personale specializzato. In realtà, spesso capita di vedere che lo strumento lavori senza che un tecnico lo presidi».


#SicurezzaIT In Italia, risorse per la sicurezza al minimo dei budget IT
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E’ evidente che la gestione di console che tendono a moltiplicarsi comporta maggiori costi. E qualche volta, finisce per intaccare la produttività del personale IT. Quello che però si tende a sottovalutare è l’impatto che l’introduzione di nuove tecnologie ha sulle procedure di sicurezza. Le ragioni del fenomeno dello sprawling, come si sottolinea nello studio ISC2, sono numerose. I rispondenti, tutti professionisti nel campo della sicurezza IT, scaricano sui vendor le responsabilità maggiori. Attribuendosi tuttavia parte di responsabilità, in decisioni di acquisto poco circostanziate connesse soprattutto a una inefficiente gestione di alcuni aspetti organizzativi (riorganizzazioni interne, fusioni e acquisizioni). Quello dello sprawling è un fenomeno per ora tutto sommato circoscritto. Preoccupa però il ruolo che assume il management nella vicenda. Nel già citato Security Pressure Report 2016, si legge infatti che all’IT si sostituisce in modi sempre più invasivi il management. E questo, in prospettiva non lascia presagire nulla di buono. Non solo. «Comprare nuovo hardware o software di sicurezza accontenta un po’ tutti. Il vendor ovviamente. Il management. E anche l’IT» – afferma un altro esperto di sicurezza disposto a sbilanciarsi sull’argomento. Mi parla durante la pausa dei lavori dell’ultimo Security Summit di Milano, a patto di restare anonimo. Ha gli occhi stanchi di chi ha dormito poco la notte precedente. Ma non difetta di lucidità sulle possibili conseguenze di investimenti sganciati da logiche di business. «In alcuni casi, la situazione rischia di sfuggire di mano» – dichiara in tutta confidenza. «C’è chi corre ai ripari, riducendo il numero di soluzioni di sicurezza presenti in azienda oppure sospendendo tutte le sostituzioni di tecnologia, concordate per contratto, con i propri fornitori di sicurezza. E andando incontro così al pagamento di penali. In altri casi, complici altre ragioni contingenti, si preferisce fare piazza pulita di tutta l’architettura di sicurezza presente in azienda, rivolgendosi a fornitori di servizi di sicurezza gestita, pur di chiudere in fretta una situazione diventata insostenibile». Situazioni limite. Una provocazione, che – però – fa riflettere. E forse alla fine, finisce per non sorprendere più di tanto, se solo si guarda alla struttura degli investimenti in sicurezza in Italia. Dove, all’esiguità in termini assoluti degli investimenti, la qualità degli stessi rappresenta il vero anello debole. «Ma contrariamente a quanto ci si aspetta – riprende dal canto suo Bechelli di Clusit – e cioè che l’esborso avvenga a fronte di uno stanziamento previsto in anticipo, le cose spesso vanno in tutt’altro modo. Si spende in modo disarticolato, il più delle volte in conseguenza di un incidente di sicurezza». E allora, parlare di strategia o di “vision” facendo riferimento a talune microrealtà rischia di essere fuorviante. Al contrario, nelle aziende più piccole si fatica persino a trovare applicate le misure di sicurezza più elementari. Lo si legge nella ricerca condotta da Unicri[9] (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), sul livello di percezione e conoscenza della minaccia informatica presso le PMI italiane. Spietata nel descrivere la loro mancanza di preparazione e la quasi assoluta assenza di criteri oggettivi e misurabili applicati agli investimenti.


#SicurezzaIT solco profondo tra approccio difensivo e gestione integrata @Clusit
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Aspetti reputati invece fondamentali nelle conclusioni dell’indagine condotta da DNV GL – Business Assurance[10] in collaborazione con l’istituto di ricerca GFK Eurisko. Dallo studio emerge con chiarezza la natura degli investimenti in sicurezza nelle aziende italiane. Con le più piccole che quando spendono lo fanno soprattutto in tecnologia; mentre solo una piccola parte, soprattutto le aziende medio grandi, effettua investimenti più mirati e dedica maggiore attenzione agli aspetti organizzativi, alla formazione del proprio personale e all’igiene delle infrastrutture. «Proprio perché la sicurezza in senso stretto sta diventando un traguardo difficilmente raggiungibile, diventa fondamentale un ritorno a strategie di salvaguardia basilari. Torna cioè a essere centrale il tema della business continuity e del disaster recovery, nelle intenzioni di investimento di CIO e security manager. Soprattutto in Italia, dove le risorse disponibili per la sicurezza continuano ad attestarsi su pochi punti percentuali del budget IT» – conferma Giancarlo Vercellino di IDC Italia. Ma queste differenze hanno scavato un solco profondo. Da una parte un drappello di aziende di dimensioni medio grandi, coraggiose, visionarie, che ha valicato il confine tra approccio “difensivo” e gestione integrata, in cui la crescita, o semplicemente il consolidamento del budget, procede in armonia con l’allocazione efficiente delle risorse. E dall’altra il buco nero rappresentato delle aziende che pur con gradazioni diverse, a seconda degli interessi in gioco e del settore di riferimento, investono ancora troppo poco e male. Con il risultato che la sicurezza resta un obiettivo mancato ancora per troppe organizzazioni. Infatti, solo poche sembrano aver compreso che la sicurezza, ridotta con profitto a una serie di concetti fondamentali tra loro correlati, può essere applicata con successo in molte attività quotidiane. In un contesto così dinamico come quello dell’IT, solo sviluppando una mentalità evoluta si può sperare di riuscire a fronteggiare le minacce. è evidente che non possiamo delegare tutto il problema alla tecnologia, votandoci completamente alla sua supposta efficacia, messa peraltro fortemente in discussione. Perciò, la loro mera adozione, senza aver sviluppato una comprensione autentica della sicurezza, non porta molto lontano, perché a chi attacca basterà escogitare nuove tecniche più ingegnose per raggiungere i suoi obiettivi. Per questo bisogna investire di più sulle persone. Puntare sulla loro formazione. E diffondere con ogni mezzo la cultura della sicurezza all’interno dell’organizzazione.


[1] Vedi in https://www.youtube.com/watch?v=M83zPxCJGtY

[2] Lo studio, intitolato Cisco Annual Security Report 2016, riporta i risultati principali emersi dal secondo Security Benchmark Study di Cisco “che analizza la percezione sullo stato della sicurezza delle aziende e il loro livello di prontezza nel difendersi. Vengono inoltre discussi i trend geopolitici, la percezione del rischio di sicurezza informatica e dell’affidabilità e i principi di una difesa integrata dalle minacce”. Qui il link per scaricarlo.

[3] Vedi in http://www.datamanager.it/2016/02/sicurezza-piu-investimenti-formazione-cosi-le-aziende-si-difendono-dalle-minacce-della-rete/

[4] Lo studio è scaricabile registrandosi a questo link

[5] Alla ricerca dal titolo State of Dynamic Data Center and Cloud Security in the Modern Enterprise Survey and Research Report, hanno partecipato 430 rispondenti, tra security e risk professionals appartenenti alla SANS community. La survey è scaricabile da questo link

[6] Ricerca condotta negli Stati Uniti su un campione di circa 650 rispondenti, tecnici e manager della sicurezza IT. Il report, titolo The Cost of Malware Containment, è reperibile qui

[7] Dati diffusi nell’ottobre del 2015. Circa 500 i rispondenti italiani. Il report è scaricabile e customizzabile qui

[8] Ricerca reperibile qui

[9] Studio reperibile qui

[10] La ricerca condotta nel luglio 2015 ha coinvolto 1.192 professionisti di aziende clienti di DNV GL – Business Assurance operanti nei settori primario, secondario e terziario di differenti comparti in Europa, Nord America, America Centrale, Sud America e Asia.

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Analytics e IoT, la grande sfida per il business https://www.datamanager.it/2016/05/analytics-iot-la-grande-sfida-business/ Thu, 19 May 2016 12:24:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101653 Analizzare e valorizzare i dati provenienti da 20 miliardi di oggetti connessi, grazie agli analytics, è possibile. Un mercato in crescita del 19,9% all’anno fino al 2020. Molteplici i campi di applicazione L’Internet of Things (abbreviato in IoT) è un network di oggetti fisici dotati della tecnologia che serve per comunicare e interagire tra loro […]

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Analizzare e valorizzare i dati provenienti da 20 miliardi di oggetti connessi, grazie agli analytics, è possibile. Un mercato in crescita del 19,9% all’anno fino al 2020. Molteplici i campi di applicazione

L’Internet of Things (abbreviato in IoT) è un network di oggetti fisici dotati della tecnologia che serve per comunicare e interagire tra loro stessi, e con l’ambiente esterno. Il numero di oggetti connessi, secondo Gartner, lo scorso anno ammontava a 4,9 miliardi, ma secondo le previsioni il loro numero è destinato a crescere fino a raggiungere, nel 2020, i 20 miliardi. L’IoT è una fonte di dati enorme: raccoglie infatti i dati dagli oggetti, dovunque e qualunque essi siano. Si tratta di dispositivi molto diversi tra loro, che spesso utilizzano linguaggi e sistemi operativi diversi, ma che comunque sono in grado di interagire non solo tra loro, ma anche con sistemi come gli ERP o i CRM, e con le applicazioni che usiamo nella vita di tutti i giorni, non solo per le attività lavorative. Il loro potenziale informativo è, a oggi, ancora in buona parte inesplorato. Avere le capacità di analizzare questi dati, ricavandone informazioni, trend di business e modelli predittivi sarà una discriminante tra le aziende che potranno essere protagoniste e competere sul mercato e chi invece farà fatica a sopravvivere. Gli strumenti di business analytics negli ultimi anni si sono ritagliati un ruolo sempre più centrale: questo, grazie alle numerose funzionalità di cui dispongono, e alla precisione di analisi e simulazione che permettono sia sui dati aziendali sia sui big data. Gli analytics sono gli strumenti ideali per scoprire il valore dei dati raccolti dall’IoT: i dati prodotti dai vari dispositivi (dai computer agli smartphone, dai tablet alle automobili e a tutti i dispositivi dotati di sensori) possono essere correlati con i dati archiviati nei sistemi gestionali, nei CRM, ma anche con dati provenienti da altre fonti esterne alle aziende (social network, piattaforme di e-commerce, dati di analisti di mercato o di fornitori di servizi). La combinazione di tutte queste fonti dati crea informazioni di notevole valore, utilizzabili per poter prendere delle decisioni informate e accurate.


#IoT #Analytics Mauro Tuvo #System Evolution La forza dell’integrazione
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La forza dell’integrazione

In concreto, cosa è possibile fare con gli strumenti di business analytics sulla mole di dati proveniente dagli IoT? è possibile, per esempio, monitorare ogni singolo dispositivo connesso, confrontandone lo stato attuale con i dati storici per controllare le tendenze sui consumi, per ottimizzare i processi di approvvigionamento di utilizzo, ma anche per migliorare il design o la qualità del prodotto stesso (integrando i feedback di utilizzo nel processo di ricerca e sviluppo, e di produzione), per ottimizzare gli interventi di manutenzione programmata riducendo i costi di operazioni superflue se non addirittura inutili. E ancora, l’utilizzo degli analytics sui dati dell’IoT permette di ridurre gli sprechi di energia e attuare politiche di risparmio energetico, o creare campagne di marketing per il materiale di consumo, o per altri prodotti correlati grazie all’integrazione di dati provenienti dalla fidelity card, dagli scontrini e dai social media. Grazie ai continui progressi tecnologici si stanno sempre più riducendo i limiti di performance e di scalabilità nel processare dati così eterogenei, e questo permette di scoprire sempre nuove possibilità di sfruttamento dei dati disponibili. Quindi, siamo davvero di fronte a delle miniere di dati, con informazioni spesso nascoste, ma utilissime per il business.


#IoT #Analytics Bruno Sirletti @Fujitsu_Italia Cambiare radicalmente il modo di lavorare
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Aggiunge Mauro Tuvo, principal consultant information management di System Evolution: «La nostra visione su questa tematica nasce da collaborazioni in progetti per la PA, relativi alla raccolta da dispositivi distribuiti sul territorio e alla organizzazione su piattaforma Big Data di dati eterogenei, integrati con informazioni provenienti da fonti open. Questo impianto informativo è in grado di supportare applicazioni analitiche, disponibili a vari soggetti, che monitorano fenomeni relativi al territorio come per esempio la mobilità, la qualità dell’aria, la raccolta dei rifiuti. Alla luce di queste esperienze, gli elementi chiave di una integrazione tra dati provenienti da dispositivi eterogenei e soluzioni di business analytics sono a nostro avviso un disegno architetturale scalabile e una base informativa flessibile, in grado di acquisire in modo dinamico nuovi contenuti informativi. Scalabilità e flessibilità sono in questo senso fattori abilitanti per la creazione di un valore che nasce dalla integrazione di informazioni. Ma queste opportunità per essere colte richiedono competenze specifiche sia di metodo che di merito (data scientist e analisti di dominio) e di un sistema di governo dei dati in grado di sostenere il lavoro di questi specialisti garantendo una mappa chiara e aggiornata delle informazioni disponibili ed una carta di identità delle loro caratteristiche più significative: fonte, ownership, semantica, grado di affidabilità eccetera».


#IoT #Analytics Agrifood, sanità e smart city, mercato sempre più #open
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Per Bruno Sirletti, presidente e AD di Fujitsu Italia è necessario affrontare il tema dell’integrazione tra IoT e analytics, partendo sempre dal discorso sulla trasformazione digitale. Infatti, «qualsiasi azienda che decida di rimanere fuori da questa svolta epocale, rischia di essere tagliata fuori dal mercato e di non partecipare allo sviluppo, che nei prossimi anni troverà appoggio stabile su questo nuovo contesto. Qui non si sta parlando di semplice digitalizzazione dei processi analogici. Questa trasformazione ha bisogno che le imprese si adoperino per ripensare le proprie operazioni e i propri processi nel nuovo scenario globale. Uno scenario in cui persone, cose (IoT), dati dell’azienda sono connessi e dialogano tra loro: è la chiave non solo per essere più veloci e incrementare l’efficienza, ma anche per cambiare radicalmente il proprio modo di lavorare e l’interazione con i propri clienti».

Mercato sempre più open

Secondo IDC, il mercato degli analytics e dell’information management legata all’IoT si sta facendo strada tra le grandi organizzazioni di tutti i settori, che vedono il beneficio nell’adottare subito soluzioni per ottimizzare i processi. In questo modo, possono migliorare la produttività e l’efficienza operativa, eliminare i costi, e creare nuove opportunità di revenue. Ci sono molteplici scenari che potrebbero avverarsi, e molte variabili che potrebbero influenzare domanda e offerta, ma IDC prevede che il mercato mostrerà una forte crescita nel prossimo quinquennio, a un ritmo del 19,9% all’anno. IDC prevede anche che il numero di analytics per IoT e di piattaforme di information management – base per lo sviluppo di applicazioni IoT – cresceranno nel prossimo futuro. Una gamma di tecnologie che sono state sviluppate negli ultimi anni per l’analisi dei Big Data si presteranno a generare previsioni e insight a partire dai dati dell’IoT. In parallelo, emergeranno diverse applicazioni pacchettizzate per l’IoT, per indirizzare processi specifici nei diversi settori industriali. La richiesta di analytics e di tecnologie di information management per l’IoT rappresentano un’opportunità per i software vendor, e attireranno anche nuovi concorrenti, storicamente focalizzati sulle soluzioni per l’industria o su altri settori IT non-software.


#proximitymarketing @RobertoCorraro @GruppoSintesi #IoT e #Analytics per digitalizzare “tutto”
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Agrifood, sanità e smart city

Non sono ancora molte le aziende che possono vantare una lunga esperienza su queste tematiche, perché non è da molto che la tecnologia ha reso disponibili questo tipo di applicazioni. Vediamo in quali settori, e in quali aree, i vendor italiani hanno sviluppato dei progetti, utilizzando l’integrazione tra IoT e business analytics. Diversi sono i campi di applicazione, come spiega Bruno Sirletti, presidente e AD di Fujitsu Italia. «Tra i mercati più importanti, sicuramente oggi c’è l’agrifood, ma anche i servizi per la Sanità e la smart city. In Giappone – per esempio – Fujitsu ha sviluppato un telefono sperimentale, dotato di 41 sensori, che permette di misurare quasi ogni cosa, in base all’applicazione che viene caricata. È possibile analizzare il sonno anche senza sensori specifici: semplicemente poggiandolo sul materasso il telefono rileva i movimenti notturni, monitora il respiro e attraverso una serie di calibrazioni è possibile raccogliere informazioni importanti sula qualità del proprio riposo. Puntando la videocamera verso il volto, è possibile sapere la propria frequenza cardiaca, grazie a un’analisi del colore della pelle e dei movimenti dei capillari intorno agli occhi. In Spagna, Fujitsu è uno dei quattro partner del consorzio al quale è stato affidato un contratto per implementare, installare e gestire una nuova soluzione di trasporto pubblico basata su card NFC per la mobilità in Catalogna per conto dell’Authority catalana dei Trasporti Metropolitani. Presto cambierà il modo in cui le persone utilizzeranno i mezzi pubblici e il nuovo sistema T-Mobilitat funzionerà in base alla mobilità effettiva di ogni singolo cittadino, permettendo di calcolare in modo personalizzato il costo del viaggio, consentendo di applicare anche promozioni e sconti personalizzati. In ambito medico, invece, è possibile monitorare lo stato di salute di chi indossa “wearable devices”, raccogliere informazioni preziose e creare database estremamente ricchi, da cui attingere informazioni per fare diagnosi e giocare d’anticipo sull’insorgere di determinate malattie».


#IoT #Analytics Angelo Cian L’HR @ZucchettiSpa analytics nei trasporti
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Imprese energivore e multisede

In pratica l’IoT è un trend assoluto. Secondo Roberto Corraro, direttore generale di Gruppo Sintesi porterà alla digitalizzazione del «tutto». La vera motivazione che spinge all’implementazione di tecnologie IoT «è l’esigenza di controllare o monitorare un evento o un dispositivo sia per garantirne il funzionamento nel tempo (business continuity) sia per concentrare tutte le informazioni (big data) che una volta elaborate permettono di prendere decisioni operative e strategiche migliori». Tutti i mercati e quasi tutti i sistemi ne sono coinvolti, sebbene l’adozione proceda a ritmi molto diversi. «Per esempio – spiega Corraro – Gruppo Sintesi sta aiutando i clienti multisede e quelli definiti energivori, cioè le aziende soggette alla legge 102 entrata in vigore lo scorso dicembre, a fare efficientamento energetico, mettendo a loro disposizione le proprie competenze in ambito IoT. In forte espansione, è anche l’introduzione della tecnologia wireless all’interno degli stabilimenti produttivi, in modo da poter facilmente convogliare le informazioni sui KPI di produzione e quelle di assorbimento energetico verso il data center aziendale. Sempre più informazioni dunque, e sempre più rilevanti, per consentire all’azienda di reagire velocemente e rimanere competitiva. I più lungimiranti si dotano di infrastrutture unificate per la raccolta e la concentrazione dei dati e per implementare un monitoring attivo e predittivo che abiliti la continuità dei processi e acceleri la capacità decisionale».

L’HR analytics nei trasporti

«Quando un’azienda decide di avviare un progetto che riguarda big data e analytics è fondamentale avere ben presente l’obiettivo finale e capire quali sono le informazioni rilevanti da estrapolare dal sistema in base ai processi da analizzare» – mette in evidenza Angelo Cian, responsabile soluzioni gestionali di Zucchetti. «Per questo motivo, Zucchetti ha integrato funzionalità di analytics direttamente nei propri applicativi aziendali ERP e HR, con il vantaggio di fornire ai clienti delle soluzioni di business intelligence già pronte da utilizzare per l’analisi dei dati contabili, amministrativi, di gestione del personale e così via». Un ulteriore livello di completezza dell’offerta Zucchetti è rappresentato proprio dall’Internet of Things. Una soluzione Zucchetti di IoT e Analytics è già pronta per il settore dei trasporti. L’applicazione per la gestione delle note spese e trasferte, ZTravel, è integrata con la soluzione di localizzazione satellitare mezzi di Macnil, società del Gruppo Zucchetti specializzata nell’IoT, «con funzionalità di analytics che consentono di incrociare i dati delle spese sostenute dall’autista con i tragitti e le soste effettuate, per verificarne la corrispondenza in tempo reale e processare direttamente le informazioni in contabilità, con notevoli vantaggi in termini di velocità, efficienza e di controllo del rispetto della policy aziendale».


#IoT #Analytics Francesco Stolfo @ToolsGroupItalyexperience multicanale
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Experience multicanale

Per Francesco Stolfo, partner di ToolsGroup, aiutare i consumatori a essere felici è sempre più difficile, perché il complesso percorso di acquisto multicanale si pone come ostacolo verso la garanzia di una customer experience migliore. «Una soluzione è quella di usare il potenziale dei dati che le aziende conservano nei loro ERP, nel cloud, nel web. Occorre identificare i big data, estrarli, integrarli, e capire che significato hanno e a che cosa possono servire. Questo tipo di analisi permette di definire un modello di marketing predittivo, in grado di rendere più felici i clienti ma anche l’azienda. Occorre stabilire un modello previsionale basato su regole, che sia in grado di prevedere in maniera accurata i passi successivi dei clienti, ma anche di spiegare il perché di quel comportamento. Questo significa definire un modello per le azioni future del mercato (predictive analytics), e poter anche sfruttare tutti i dati relativi al loro comportamento, in modo da prendere decisioni migliori per il futuro (prescriptive analytics). Un distributore di beni di largo consumo, con l’obiettivo di migliorare il ritorno delle promozioni, con questo approccio ha potuto aumentare il ROI, ridurre i costi migliorando le performance, e offrire una customer experience più soddisfacente: +20% di efficacia delle azioni marketing; incentivazione del cross-selling e riduzione dello shadow effect e dei fenomeni di cannibalizzazione; miglioramento della comunicazione e della strategia di approvvigionamento per venire incontro alla domanda dei consumatori».

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Data revolution, 40 anni di innovazione in Italia https://www.datamanager.it/2016/05/data-revolution-40-anni-innovazione-italia/ Thu, 19 May 2016 12:24:11 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101617 La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione Nel 1976, l’Italia agricola sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico entra nel G7. Oggi, a 40 anni di distanza, un anno dopo l’Expo di Milano, chi siamo e dove stiamo andando? Dal mainframe all’informatica distribuita, dalle architetture fisiche a quelle virtualizzate, passando per […]

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La sfida del cambiamento tra identità, resilienza e trasformazione

Nel 1976, l’Italia agricola sotto la spinta della ricostruzione e del boom economico entra nel G7. Oggi, a 40 anni di distanza, un anno dopo l’Expo di Milano, chi siamo e dove stiamo andando? Dal mainframe all’informatica distribuita, dalle architetture fisiche a quelle virtualizzate, passando per il cognitive computing e l’intelligenza artificiale, la tecnologia ci dimostra di non essere neutra e ci troviamo a fare i conti con una complessità che mette insieme le variabili del lavoro, dell’energia, dell’ambiente e dell’informazione, in una nuova equazione difficile da risolvere. Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione industriale e dobbiamo esercitare la virtù della resilienza. Resistere. Resistere. Ma non tutte le resistenze sono positive. Lo sanno bene le nostre imprese migliori, ma non lo sa ancora il Paese. La sfida più grande è costruire il domani, per usare il titolo dell’ultimo libro di Stefano Quintarelli, tra i pionieri del digitale in Italia. Per Quintarelli, che a sua volta cita William Gibson, forse il futuro è già qui, ma è solo distribuito male. «E questa differenza di passo, fa sì che in tutti i settori dell’economia, e in tutto il mondo, si stiano realizzando trasformazioni che da un lato creano grandi opportunità di benessere e di miglioramento della qualità della vita, dall’altro presentano nuove prove per la società umana. E la più importante disomogeneità sta nella differenza di passo tra lo sviluppo delle attività economiche e la lentezza delle istituzioni a comprendere e a creare un’adeguata risposta normativa che permetta di sfruttare la nuova “dimensione immateriale” a favore di tutta la società».


#siamoforty Data revolution 40 anni di innovazione in Italia
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Il significato di #SIAMOFORTY ? Scoprilo qui…

40 anni sono tanti o pochi?

Se dovessimo seguire il ritmo con cui si è evoluta la tecnologia, le auto viaggerebbero alla velocità della luce. Lavoriamo a distanza, siamo collegati con persone e cose, prendiamo decisioni, spostiamo capitali da una parte all’altra del Pianeta alla velocità di un click. Nel 2020, un chip sarà piccolo quasi quanto un neurone umano e la sua potenza supererà quella di un miliardo di transistor. I robot saranno dotati di empatia e porteremo nel taschino tutta la conoscenza del mondo. Saremo in contatto con persone e cose. La rivoluzione dei dati abiliterà nuovi modelli di business, cambierà il modo di vendere, acquistare e prestare denaro, con un impatto sulla sicurezza, la finanza e la privacy come la intendiamo oggi. Tutto questo però basterà per trasferire questo patrimonio di conoscenza dal taschino al cervello? E forse, sarà sempre più difficile, isolarsi, perdersi o soltanto dimenticare. Con l’attuale livello di crescita mondiale e di costo del denaro, per la prima volta nella storia siamo davanti a una nuova opportunità per il capitalismo di resistere a se stesso: quella di scegliere non la via più utile per il guadagno, ma la più vantaggiosa per lo sviluppo. Le nuove parole del business e della tecnologia saranno collaborazione, cultura, sinergia. Riscoprendo la grande lezione del paradigma olivettiano di una possibile nuova alleanza per lo sviluppo sostenibile tra società e impresa.

Che cosa è l’innovazione?

Il benessere economico dipende da tutti, nessuno escluso. I potenti algoritmi di ricerca confermano una verità, antica come il mondo: “Sapere è potere”. La conoscenza è il nuovo campo di battaglia. L’ICT libera le forze, espande lo spazio, comprime il tempo, ma logora le gerarchie, accorcia la catena della produzione e rende obsoleta l’intermediazione. La trasformazione è in atto e può diventare distruzione o cambiamento. L’innovazione ci porta a capire cose importanti di noi stessi e del mondo. Nessuno squilibrio può resistere per sempre. Non è una lezione di filosofia morale, ma di fisica. L’economia digitale per funzionare ed essere sostenibile ci chiede in cambio rispetto delle regole e trasparenza.

La tecnologia è empowerment

C’è l’innovazione di “moda” e c’è l’innovazione che rilancia il saper fare delle imprese da Nord a Sud. C’è l’innovazione che non ti aspetti, silenziosa e normale, che fa funzionare meglio le imprese, rendendole più competitive e capaci di reagire ai cambiamenti del mercato. Il racconto mainstream è quello di un Paese con forti ritardi, con un livello di spesa e di corruzione fuori controllo, un PIL con il freno tirato. Ma c’è anche un Paese che continua a resistere. E forse è questa la definizione più tecnopratica di innovazione. Siamo sempre stati innovativi, ma non per meriti particolari, per necessità, per sopravvivenza. In Italia, crescono 500 startup all’anno con un decimo degli investimenti. Secondo i dati della Commissione europea, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,54% del PIL (0,75 della media europea) e quelli privati sono lo 0,67 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Eppure, ce la possiamo fare. Perché l’Italia può ancora disegnare un nuovo percorso. Perché l’Italia ha un patrimonio artistico e di intelligenza unici al mondo. Perché se abbiamo perso il treno della componentistica, siamo ancora forti sulla service integration. Perché le nostre università formano i cervelli che fanno crescere il PIL del mondo. Perché l’Italia resta ancora il secondo Paese manifatturiero in Europa e il quinto al mondo. E perché, le imprese italiane che competono nel mondo – pur facendo i conti ogni giorno con la burocrazia insensata, i costi energetici più alti d’Europa, la legislazione pasticciata e l’illegalità diffusa – sono imprese competitive al cubo.


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Raccontare l’ICT in Italia

La nascita di Data Manager coincide con l’era della microelettronica, del processore Intel 4004 e del personal computer. Data Manager ha raccontato l’innovazione e lo sviluppo delle imprese. Già il nome scelto precorre i tempi e attraversa tutte le tappe dell’informatica, mettendo al centro i dati e le persone. Esce per la prima volta come supplemento di Tempo Economico, quando Steve Jobs e Steve Wozniak nel 1976 avevano già costruito nel loro garage l’Apple I. Nel primo numero, si parla di evoluzione del data center integrato (un titolo che andrebbe bene ancora oggi), di elaborazione decentrata e di business continuity nelle banche. In quello stesso anno, Felice Gimondi vince il Giro d’Italia e la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Il governo approva l’aumento delle tasse e il blocco della scala mobile. Dalla fiera di Hannover, Olivetti presenta il “personal minicomputer” P6060. Debutta anche il sistema di scrittura TES 501 e si festeggiano i dieci anni della mitica Perottina. E i CIO si chiamano ancora “capi centro EDP”. James Goodnight fonda SAS in North Carolina e la FIAT annuncia che la Libia del colonnello Gheddafi entrerà nel capitale della casa torinese. Olivetti, dalla fiera di Hannover, presenta il “personal minicomputer” P6060. Sulla pubblicità dei supporti magnetici “Scotch” 3M dichiara che tutte le consociate del gruppo in Europa e Medio Oriente vengono rifornite dal modernissimo stabilimento di Caserta. In Italia, il governo approva l’aumento delle tasse, il blocco della scala mobile. L’inaugurazione della stagione alla Scala viene duramente contestata con lancio di uova marce contro il pubblico e di molotov contro la polizia. Sono le prime avvisaglie del Movimento del ‘77. Il lavoro diventa terreno di scontro.

Come creare lavoro

Nel 2020, i lavori manuali saranno assorbiti dalle macchine. I cosidetti Neet (non scolarizzati 30%), avranno il diritto di consumare, non di produrre. Non faremo la fine dei cavalli (forse), ma il lavoro e il tempo libero cambieranno radicalmente. Il compito della politica è di creare le condizioni del cambiamento. Alla politica invece si chiede quello che non può fare e cioè creare ricchezza. Bisogna concentrarsi sui motori veri dello sviluppo. Sono le imprese che producono ricchezza. La politica non può distribuire ciò che non si produce, spostando il peso del debito sulle generazioni future. Le statistiche dimostrano che l’occupazione è più alta dove i livelli di innovazione sono più elevati. Un uomo chiave Microsoft dice: «Le abilità valgono più delle credenziali accademiche». Nell’ambiente di Google si parla di “scoiattoli viola”: un paradigma di animali rarissimi che si applica al tipo di ingegneri eccellenti e moderni ai quali il lavoro non manca. Sono specialisti in: cybersicurezza, robotica, tecnologia dell’informazione, software, app mobili, griglie smart, cloud, big data.


#siamoforty. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?
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Alla ricerca di un nuovo modello

Quando si possono trovare le stesse risorse, la stessa tecnologia, gli stessi prodotti e servizi a Berlino e a Singapore, a New York e a New Delhi – allora – è il momento di chiedersi che cosa ci rende davvero speciali e diversi dagli altri. Su cosa si basa il vantaggio competitivo delle nostre organizzazioni. Non possiamo solo copiare il modello della Silicon Valley tra le cascine del Parco agricolo a sud di Milano. Perché significherebbe costruire il futuro guardando al passato. R-innovare significa essere il cambiamento, reinventando regole e ricette. Nulla costa caro più della rigidità e della mancanza di fantasia. Per essere competitivi non basta lavorare di più e più velocemente se si fanno gli stessi errori al doppio della velocità. La parola competizione significa alla lettera “cercare insieme”. Il verbo decidere porta con sé il significato di “tagliare”. Decidere senza tagliare e competere restando da soli è il modo migliore per perdere la sfida. L’ICT non può essere soltanto una cassetta degli attrezzi, ma deve diventare un modo per fare le scelte giuste. Conosciamo la strada. Abbiamo gli strumenti. Che cosa ci impedisce di cambiare veramente?

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Altea – La semplicità della trasformazione https://www.datamanager.it/2016/05/altea-la-semplicita-della-trasformazione/ Thu, 19 May 2016 12:23:56 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101605 Dalla progettazione delle soluzioni ai servizi di supporto, una sapiente strategia di presidio di tutti i punti chiave del business digitale, unita a un modello di intervento leggero e integrato, dove il gioco di squadra delle singole entità della Federation produce risultati visibili. È la ricetta del successo del system integrator che si distingue per […]

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Dalla progettazione delle soluzioni ai servizi di supporto, una sapiente strategia di presidio di tutti i punti chiave del business digitale, unita a un modello di intervento leggero e integrato, dove il gioco di squadra delle singole entità della Federation produce risultati visibili. È la ricetta del successo del system integrator che si distingue per la sua capacità di innovare anche i settori più tradizionali

Una lunga carriera di cronista delle tecnologie si incrocia necessariamente con tante storie di system integration. Si tratta di aziende ben preparate e brave nell’inoculare il complesso ricostituente dell’innovazione nel business dei loro clienti, nell’implementare con successo piattaforme e ambienti di automazione del lavoro e della produzione. Poi ci sono i system integrator che non soltanto sono bravi nell’innovare, ma hanno un dono meno scontato – in genere frutto di una fortunata miscela di personalità, motivazione, grande dominio delle competenze e vision complessiva: saper affiancare i loro clienti nel percorrere un fondamentale passo in più. Quello verso la vera trasformazione indotta da una tecnologia che, ormai l’hanno capito tutti, da sola non basta se non coinvolge il cuore, oltre al cervello, delle persone e dei sistemi produttivi. Parlando con Andrea Ruscica, chairman di Altea Federation e presidente di tutte le società del Gruppo Altea e i manager delle aziende che fanno parte di Altea Federation si intuisce che l’offering tecnologico di questo dinamico gruppo di brand specialistici, capaci di focalizzarsi sul core delle loro competenze e di giocare di squadra in progetti di trasformazione digitale molto complessi, ha quella marcia in più. Dai casi di studio che costellano il racconto, spesso relativi a imprese manifatturiere, dove è ancora più sfidante innestare lo spirito della digitalizzazione nelle fisicità dei prodotti, emerge, negli esperti di Altea Federation, quella capacità di incidere sul presente e quindi sul futuro di intere aziende. «Ci troviamo – avverte Ruscica – in un periodo straordinario, magnifico e stimolante, dove le tecnologie contribuiscono a una crescita esplosiva di dati, dispositivi e capacità elaborativa: i pilastri di una nuova fase dell’information technology».


#AlteaFed Ruscica presidente di @AlteaSpA Sette aziende diverse in un modello olonico virtuale
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La produttività è (quasi) tutto

Il software che negli ultimi quindici o vent’anni si è evoluto, formando le tre grandi aree applicative che conosciamo oggi – Erp, Crm e Human Resource – non è arrivato a fine corsa, ma sta progressivamente scomparendo il modo di considerarli come silos rigidi, che compartimentalizzano il lavoro. Oggi, la tecnologia consente maggiore flessibilità, ci rende più adattabili e portati alla collaborazione. La capacità di connettere le informazioni attraverso il cloud porta a significativi benefici in termini di produttività, in tempi molto più veloci rispetto al passato. «Come Altea Federation ne siamo convinti: la vera essenza di questa nuova fase tecnologica consiste nell’opportunità di liberare e rendere più agile la produttività delle imprese. La produttività, come dice il premio Nobel, Paul Krugman, non è tutto. Ma sul lungo termine è quasi tutto». Perché tutto l’apparato tecnologico in cui tante aziende hanno investito nel recente passato sembra essere diventato così inadeguato? «Un certo rigore era necessario per affrontare una crescita alquanto marcata. Oggi, la crescita è molto minore. E le aziende devono semplificare, ma in modo smart. È la smart simplicity, o se preferiamo la digital simplicity, a sostenere le aziende nella crescita e nella capacità di fare meglio, anzi in modo diverso il loro business». La semplicità è la chiave che ci permette di passare da organizzazioni troppo rigide e lente nel reagire a organizzazioni smart, collaborative, con informazioni e responsabilità condivise. «Altea risponde a questa esigenza di semplificazione con la sua stessa organizzazione federativa, sette aziende diverse, unite in un modello che io definisco olonico virtuale» – spiega Ruscica riferendosi alla teoria, nata in un contesto filosofico ma esportata in campi come la biologia, le scienze sociali e il management, che definisce olonico un sistema di entità che rappresentano, al tempo stesso, l’intero sistema e le sue singole parti specializzate.


#AlteaFed Ruscica presidente di @AlteaSpA Persone, processi, tecnologie
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Innovazione ricombinante

Ormai in vista del suo primo quarto di secolo di attività, Altea Federation ha avuto negli ultimi anni uno sviluppo davvero significativo. Attestandosi sui 67 milioni di euro di fatturato 2015, Altea Federation, che oggi vanta più di 750 dipendenti, entra nella metà superiore della Classifica Top 100 di Data Manager, facendo registrare una crescita anno su anno del 20%. Una performance decisamente “anticiclica”. La strategia di merger & acquisition che ha portato nel tempo alla creazione di una rete di entità specializzate autonome, ha avuto un momento frizzante all’inizio dell’anno, che ha visto il “kick-off” di brand nuovi come Altea Up, la più grande realtà del gruppo che ha unito le company Cyrius e Brifing con la business unit di Altea dedicata alla piattaforma Sap. O ancora Altea 365, che guida l’offerta di outsourcing di servizi di gestione di sistemi e applicazioni orientata alla massima continuità del business. O infine Altea Digital, nata dalla fusione di competenze Digital di Altea con la torinese Seac02, che apporta 12 anni di esperienza e svariate referenze sui temi digital e innovazione tecnologica.

Laura Massironi COO di Altea – Miguel Angel Rondon BDM di Altea – Alessia Agogliati senior business consultant di Altea – Roberto Gemma CBDO – chief business development officer di Altea

«Insieme, tutte queste realtà costituiscono un modello in grado di riconfigurarsi in funzione del fabbisogno dei clienti» – afferma Ruscica. L’innovazione che Altea Federation ha in mente è di tipo “ricombinante”, multidisciplinare, resa concreta dalla capacità di cogliere i diversi aspetti della digitalizzazione di un processo, reclutare strumenti e skill preesistenti, aggiungere nuove componenti, e tradurre il tutto in trasformazione. Per spiegare meglio l’azione che Altea svolge sul piano operativo, Ruscica concentra il suo racconto su tre aree di intervento che riguardano diversi casi di studio nell’ambito della manifattura intelligente, della digitalizzazione del punto vendita fisico e della cosiddetta API economy.


#AlteaFed 25 anni di attività, più di 750 dipendenti, 67 milioni di euro nel 2015 (+20%) @AlteaSpA
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Metti l’intelligenza in fabbrica

Nella Fabbrica 4.0, spiega Ruscica, fattori tecnologici come l’IoT, Big Data, informatica cognitiva si fondono in un disegno organico con soluzioni capaci di intercettare i dati generati dalle linee di produzione e consolidarle in strutture analitiche, distillando azioni algoritmiche a loro volta traducibili in pianificazione, ottimizzazione dei prodotti e manutenzione predittiva delle macchine. «Utilizzando il machine learning, vogliamo incrementare la produttività e supportare le decisioni con una vera e propria intelligenza di fabbrica» – racconta il presidente di Altea Federation. Tra le aziende del Gruppo Altea, più impegnata su questo fronte c’è PLM Systems, guidata da Alberto Codrino, specialista del software manifatturiero con trent’anni di esperienza. «La nostra mission prevede da un lato la consulenza dedicata all’ottimizzazione del processo di sviluppo dei prodotti industriali attraverso nuove metodologie che permettono di incrementare la qualità accorciando i tempi di sviluppo, dall’altro tutti quei miglioramenti che passando attraverso la tecnologia IT guidano e supportano il mondo della produzione» – dice Codrino. PLM Systems basa le sue conoscenze sulle piattaforme di product lifecycle management (PLM) e sugli strumenti di business process management (BPM) che servono a snellire, rendere meno ridondanti, ottimizzare tutte le fasi che vanno dalla progettazione alla logistica. Competenza che Codrino ha mantenuto indipendente da una focalizzazione specifica di software vendor.

L’approccio adottato è rigoroso e scientifico. PLM Systems vanta specifici accordi con realtà accademiche come EKA (Engineering Knowledge Academy), spin-off dell’Università del Salento, e sinergie nel settore fashion con le Università di Bergamo e Firenze. Nei progetti, si avvale della collaborazione con le altre realtà del gruppo, dalle competenze in materia Erp e Crm di Altea UP, Alterna e Altea IN. «Pensiamo anche alla Internet delle cose, vista come possibilità sia di mettere intelligenza nei prodotti industriali sia di rilevare sul campo dati che si traducono in prodotti migliori o in manutenzione preventiva degli impianti».


#AlteaFed #produzione #machinery Altea IN, l’azienda per le piattaforme ERP Infor @AlteaSpA
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La produzione diventa smart

Proprio su questo ultimo tema interviene Franco Vercelli, amministratore delegato di Altea IN, l’azienda della Federazione che segue le soluzioni per le piattaforme Erp Infor, in particolare in ambiti come la produzione industriale e il machinery building. «Sulla manutenzione preventiva e soluzioni focalizzate sulla costruzione di macchine utensili e relativi servizi di supporto post-vendita si articolano molte delle soluzioni Altea per la cosiddetta Fabbrica 4.0» – dice Vercelli. «Le tecnologie IoT offrono l’opportunità di raccogliere sul campo operativo una miriade di informazioni che vanno ad alimentare i sistemi di machine learning e analisi Big Data per realizzare servizi di manutenzione di livello superiore. «Altea IN aiuta a implementare e seguire gli aspetti gestionali – osserva Vercelli. Le tecnologie di Altea Digital aprono la strada a servizi che in passato non potevamo neppure immaginare. Prendiamo l’aspetto del supporto tecnico, che per le aziende di macchine utensili era considerato una pesante voce di costo successiva alla vendita di un impianto. La digitalizzazione trasforma questi servizi in nuove fonti di revenue, attraverso modelli del tutto inediti». Vercelli cita per esempio la possibilità di implementare modelli pay-per-use che consentono agli utilizzatori di un macchinario di coprire solo i costi che sono in funzione del numero dei pezzi prodotti. Un concetto di produzione on demand che nella fisicità della fabbrica sembrava semplicemente impossibile.

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Simone Boldrighini COO di Altea UP – Andrea Viberti BU manager SAP ERP di Altea UP – Gian Carlo Pera CSMO – chief sales & marketing officer di Altea UP – Riccardo Brandinelli innovation manager di Altea UP Raoul Volpe CEO di Altea 365

Un recente e innovativo progetto in ottica Fabbrica 4.0 vede protagonista Altea UP, racconta Simone Boldrighini, chief operation officer della federata: «La soluzione da noi identificata come “RoboChain” ha come obiettivo quello di offrire soluzioni agili per far fronte a problematiche multivariabili/multivincolo complesse tipiche della supply chain, come per esempio la schedulazione operativa delle macchine, l’ottimizzazione e dimensionamento dei lotti o la selezione delle fonti di approvvigionamento per massimizzare il rapporto qualità/costi. L’applicazione di modelli matematici di ottimizzazione sta alla base della nostra soluzione e opera su dati raccolti in real-time lungo tutta la supply chain. SAP HANA Cloud Platform ci offre possibilità mai esplorate sia sul fronte della capacità di calcolo, sia sulla flessibilità di integrazione, a una velocità di realizzazione unica, mettendo a disposizione una user experience basata su SAP FIORI, sempre più prossima alla semplicità e immediatezza d’uso. Il grande vendor tedesco sta ben interpretando la nuova era Digital mettendo a disposizione di Altea UP tecnologie agili per creare “intellectual proprieties” specializzate, lungo tutta la filiera dei nostri clienti».


#AlteaFed #Alterna PaaS con #Azure. Piattaforma #Dynamics. Smartworking con Office 365
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La rivoluzione nel retail

Con Andrea Carignano, Altea Digital, il discorso spazia dalla smart factory al cosiddetto “customer journey” nell’ambito del commercio al dettaglio. Due mondi che grazie alla digitalizzazione possono trovare inattesi punti di contatto. Anche Altea Digital è una realtà recente della Federazione, ma Carignano ha una consolidata esperienza nell’ambiente delle startup tecnologiche ed è considerato un pioniere delle applicazioni di realtà virtuale e aumentata. «Il nostro obiettivo è portare un’offerta di digital transformation a sé stante, insieme a tutte le attività che svolgiamo a supporto delle altre aziende dell’ecosistema Altea, che inventano – insieme ai loro clienti – nuove logiche progettuali, nuovi contenuti digitali a partire dai tradizionali substrati Erp e Crm, nuove esperienze e interfacce per i clienti finali». Carignano si appassiona quando racconta di un recente contatto avuto con un’azienda che produce macchine utensili specializzate e sta pensando di adottare le stesse tecniche di machine learning e sentiment analysis che i clienti di Altea Digital mettono in campo per reinventare negozi e canali retail: «In un ambiente industriale queste tecniche possono servire per analizzare la concorrenza, questa volta sui mercati B2B, e aiutare questa azienda a spostarsi in nicchie diverse e molto promettenti» – spiega il Ceo di Altea Digital.

Altea ha conquistato molta autorevolezza, in particolare nelle soluzioni orientate al miglioramento dell’esperienza di acquisto nei punti vendita fisici come nei canali virtuali. «Siamo in grado di progettare sistemi digitali end-to-end che percepiscono il sentiment e il comportamento dell’acquirente in negozio, incrociandoli con altri dati di natura sociodemografica e ambientale per creare segmentazioni e stabilire relazioni one-to-one con il cliente. Dall’altra parte, ci colleghiamo ai sistemi Crm per proseguire il dialogo e costruire una stabile relazione col cliente anche fuori dal punto vendita». Torna quindi il concetto di estensione delle piattaforme gestionali tradizionali, con l’innesto di modalità “digital” che abilitano nuovi spazi di opportunità. «Questa capacità di collegare informazioni molto diverse – aggiunge Ruscica – permette alle aziende di avere una visione olistica della propria relazione con il mercato. E inoltre, consente di orientare meglio le proprie strategie analizzando le esperienze maturate dai clienti dei diversi canali di vendita, individuando comportamenti su cui far leva e soprattutto anticipando bisogni e aspettative latenti a supporto delle decisioni sui prodotti futuri».


#AlteaFed #AlteaUP è la realtà specializzata alla piattaforma #SAP @AlteaSpA
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Le API “regine”

Una terza tematica, ricorda il presidente di Altea Federation, riguarda l’avvento dell’era delle API, le interfacce applicative, intesa come capacità di creare, intorno ai grandi silos applicativi della tradizione classica, una nuova tipologia di servizi alle linee di business. «Ci stiamo orientando verso architetture basate su una logica di microservizi informatici erogati attraverso interfacce utente di nuova generazione che integrano, ricombinano i dati delle piattaforme di backend». Servizi, prosegue Ruscica, i cui tempi di sviluppo vengono abbreviati dalle metodologie agili, per meglio adattarsi alle necessità dei clienti interni. Le nuove architetture di servizio sono rese possibili dalla crescente apertura e interoperabilità – proprio attraverso le API – dei sistemi gestionali. «È finita l’era delle piattaforme gestionali all inclusive» – dichiara Ruscica. «Oggi, possiamo estendere i nostri Erp con altri oggetti che rispondono in modo molto più puntuale ai bisogni del business e consentono di reagire rapidamente alle sollecitazioni esterne».

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Matteo Giovanditti CEO di Alterna – Daniele Villa COO di Alterna – Fabrizio Agazzone COO di Altea IN Franco Vercelli CEO di Altea IN

Il digital core è un elemento essenziale anche per le soluzioni SAP di nuova generazione, incalza Gian Carlo Pera, chief marketing & sales officer di Altea UP. «La nuova piattaforma di S4HANA si basa sulle più moderne tecnologie di in-memory computing, estese e integrate a servizi cloud, e rappresenta la soluzione in grado di interconnettere tutti gli aspetti della catena del valore digitale in tempo reale: forza lavoro, asset e IoT, collaborazione con i fornitori e business network, relazione con i clienti e gestione della multicanalità».

Quando bisogna reinterpretare gli ambienti gestionali convenzionali nell’ottica nuova della digital transformation, un’altra azienda della Federation coinvolta è Alterna dietro cui si articola la lunga esperienza della practice targata Microsoft di Altea con il robusto innesto di una società esterna, il cui quartier generale di Casalecchio, negli immediati dintorni di Bologna, è rimasto come sede della nuova società. Una sede al centro di un distretto economico importante, da cui Alterna guida le sue strategie nazionali. Dalle parole del responsabile, Matteo Giovanditti, emerge una duplice storia di innovazione: quella che Alterna vuole portare presso i suoi clienti, certamente, ma anche la grande trasformazione che la stessa Microsoft ha portato avanti in questi anni sotto la guida del suo nuovo Ceo, Satya Nadella. «A ben guardare – afferma Giovanditti – la vision di Alterna è orientata lungo gli stessi tre asset portanti. Forte attenzione al cloud, non solo come infrastruttura as a service, ma soprattutto come PaaS con le soluzioni di Microsoft Azure. Piattaforma Dynamics per la produttività a livello enterprise con AX e Nav oltre ai moduli Crm, con una grande capacità di localizzazione e adattamento da parte nostra, ovviamente in stretta interazione con le altre aziende Altea. E infine, ma non ultimo, il mondo della produttività individuale anch’esso ispirato ai nuovi concetti di collaboration e smart working di Office 365».


#AlteaFed #businesscontinuity #Altea365 guida l’offerta di outsourcing @AlteaSpA
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Scopritori di conoscenza

Questi pilastri di specializzazione si riflettono nelle diverse divisioni di Alterna: Erp (AX e NAV), Crm, business analytics e collaboration. Secondo Giovanditti, la filosofia di Microsoft di cui Alterna vuole farsi portavoce è tesa al miglioramento continuo del servizio in una logica di grande semplicità di interazione, lungo l’intera catena dei processi aziendali. L’offerta tecnologica Microsoft vuole integrarsi end-to-end nella vita dell’azienda, con un approccio di fruibilità che permette di avere tutte le informazioni giuste al momento giusto. «Con la variante, attualissima, dell’intelligenza che permea il cloud e deve essere costruita intorno al cliente e alle sue necessità». I progetti messi a punto in settori come il wholesale e il retail della moda, a vantaggio di marchi di grande notorietà – secondo Giovanditti – hanno un forte impatto sul cliente. «Parliamo di estrarre, rendere visibili conoscenze in gran parte nascoste». Sono progetti in cui l’aspetto culturale prevale quasi su quello tecnologico e in questo senso la certezza di poter contare anche sulla consulenza organizzativa di Altea spa può fare la differenza. «Ed è qui – interviene Laura Massironi, chief operation officer – che la Federation mette in campo le proprie competenze in materia di change management e supporto alla trasformazione». Altea è la società capogruppo e capostipite, costituita nel 1993. Grazie all’acquisizione di Helianthos specializzata in interventi organizzativi in diverse aree aziendali sales, supply chain, operation e amministrazione finanza e controllo, Altea è focalizzata sui servizi di consulenza di direzione in ambito processi, organizzazione e governo del cambiamento. «Siamo la società della Federazione in grado di accompagnare i clienti nei processi di innovazione e miglioramento, siano essi relativi ad aspetti di business che di evoluzione tecnologica, finanche in percorsi complessi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale». Con Altea 365, la Federazione offre invece una soluzione efficace al problema della gestione della continuità di esercizio e di una manutenzione adeguata delle infrastrutture applicative.


#AlteaFed #AlteaDigital per accompagnare la digitalizzazione delle imprese @AlteaSpA
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Manager dell’innovazione

Il manager che guida l’offerta dei servizi in outsourcing è Raoul Volpe, ideatore di Eurodesk, società di servizi di business process operation in “nearshoring”, che la Federation ha acquisito ribrandizzandola Altea 365. «Il quartier generale è a Belgrado e ha una base clienti ormai molto ampia» – racconta Volpe, che ha maturato una vasta cultura in materia di servizi e provisioning IT, lavorando negli Stati Uniti per aziende come Gartner e JP Morgan. «Oggi, molti di questi clienti delocalizzano la loro produzione e chiedono ad Altea di continuare ad assicurare un supporto operativo. Abbiamo risposto con un centro di delivery di servizi 24/7 che può contare su esperti molto preparati e vicini, anche linguisticamente, alle esigenze di una clientela italiana ma con forte vocazione alla multiterritorialità, in un mercato sempre più globale per il quale sta perdendo senso l’idea di affidarsi solo a provider nazionali». Dove si inserisce il portafoglio d’offerta di Altea 365? «La nostra azione viene incontro alle esigenze di clienti che oggi si trovano a dover gestire complessità maggiori, attraverso competenze sempre più vicine ai processi di business, per nulla commodity – sottolinea Volpe. C’è anche l’aspetto dell’application management e della gestione di infrastrutture che sono sempre più ibride e orchestrate tra risorse on-premise e on cloud». Volpe insiste su un connotato ritenuto differenziante rispetto ad analoghe offerte: la natura analitica dei servizi di gestione e monitoraggio applicativo. «Molti competitor entrano in questo settore, ma Altea 365 è tra i pochi a investire in strumenti e metodologie analitiche di ultima generazione, in grado di anticipare e prevenire le problematiche con tecniche di monitoraggio applicativo che oggi costituiscono una piattaforma unica, divenuta trasversale all’intera offerta di Altea Federation».

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Andrea Carignano CEO di Altea Digital – Angelo Ialeggio BU consulting & innovation manager di PLM Systems Roberto Cavarero BU Windchill manager di PLM Systems – Alberto Codrino CEO di PLM Systems – Giuseppe Massarotti, managing director di Altea Digital

Il ritratto di una realtà così ricca di sfaccettature non può omettere, secondo Ruscica, due elementi che caratterizzano e agiscono da collante nei confronti della sua proposta di offerta tecnologica federata. «Alla fine, la proposta di Altea Federation orientata alla “smart simplicity” per le aziende, interviene su fenomeni che sono fortemente centrati sull’innovazione e sulle persone. Da qui, il nostro approccio tecnologico a 360 gradi, ma soprattutto l’attenzione a una corretta gestione della capacità innovativa di Altea e di tutti i suoi componenti. Le aziende del Gruppo Altea che sono più interessate a tecnologie in rapida evoluzione hanno un loro “innovation manager”. E ci sono dunque quattro manager della trasformazione in costante dialogo all’interno di un “innovation circle” che rende possibile lo scambio necessario a orientare e armonizzare le future scelte del gruppo». Considerando che questo disegno strategico in continuo divenire ha bisogno di persone che lo attuino, facendolo evolvere, Altea Federation cura con estrema precisione la crescita dei suoi dipendenti all’insegna della filosofia delle tre “E”: engagement (l’essere), enablement (il fare), energize (il ben-essere in azienda). «Da qualche anno, abbiamo creato un’unità interna, battezzata Enablement (letteralmente “rendere possibile”) dedicata a progettare e realizzare azioni mirate ispirate a questa filosofia» – conclude Ruscica, citando per esempio il ricco programma, al tempo stesso formativo e motivazionale, della FedYOUniversity, una vera e propria scuola superiore dell’innovazione aperta a tutti i dipendenti del Gruppo Altea e basata su un percorso curriculare fatto di gradi e qualifiche successive da raggiungere frequentando corsi, seminari ed eventi organizzati dall’Enablement, che cura anche le iniziative aperte a partner e clienti e la presenza social del gruppo. In termini di skill tecnologici e cultura dell’innovazione, i presupposti di un ulteriore rafforzamento di Altea Federation e delle sue singole aziende nel mercato critico della trasformazione digitale ci sono tutti. E i dati confermano che il variegato tessuto della media impresa, oggi al centro di questo fondamentale passaggio, sta rispondendo molto positivamente all’offerta integrata di questo affidabile traghettatore.

Foto di Gabriele Sandrini

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5G, di generazione in generazione https://www.datamanager.it/2016/05/5g-generazione-generazione/ Thu, 19 May 2016 12:23:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101522 Di solito si trova in alto a destra, nella banda di informazioni base dello smartphone, insieme allo stato della batteria, alla qualità del segnale, alla data e all’orario. E’ la Generazione della banda a cui siete connessi Ultimamente troverete simboli come 3G, oppure se il vostro contratto è aggiornatissimo, 4G. Che cosa significa? Cominciamo con una […]

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Di solito si trova in alto a destra, nella banda di informazioni base dello smartphone, insieme allo stato della batteria, alla qualità del segnale, alla data e all’orario. E’ la Generazione della banda a cui siete connessi

Ultimamente troverete simboli come 3G, oppure se il vostro contratto è aggiornatissimo, 4G. Che cosa significa? Cominciamo con una breve carrellata della storia delle reti mobile: il termine 1G non si è mai molto utilizzato. Indica il primo standard di protocolli per la tecnologia cellulare creata per effettuare semplici chiamate, e si riferisce all’infrastruttura disponibile nei primi anni Novanta. Con il 2G, detto anche GSM e poi evolutosi in GPRS si comincia a usare la rete anche per navigazioni wap e invio di mms. Parlare di 3G è storia recente: la velocità di trasmissione dati è tale da poter effettuare video chiamate, guardare video online, scaricare dati, foto e piccoli programmi. Con il 4G o LTE l’intento è stato migliorare la rete per consentire videoconferenze, lo streaming, ricorrere a servizi di storage in cloud.

Connessioni simultanee

Di generazione in generazione, quasi senza accorgersene e, il più delle volte, con scarsa consapevolezza del fenomeno ­ se non per il costo dell’abbonamento ­ siamo arrivati alla quinta. Il 5G è la nuova frontiera della trasmissione dati. Offrirà una velocità di trasmissione dei dati vertiginosamente superiore a quella a cui siamo abituati oggi. I principali abilitatori tecnologici ­ coloro che si occupano dell’infrastruttura ­ hanno già effettuato numerosi test risultati positivi. Samsung ha registrato una velocità massima di 7.5 Gigabit al secondo, una velocità che praticamente permetterebbe di scaricare in un secondo un intero film. Huawei promette per il 2020 una rete 1000 volte più veloce dell’attuale velocità in 4G.


#5G Le #smartcity alla prova della connettività #mobile @urbanocreativo
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Prestazioni del genere sono consentite da un network che combinerà reti cellulari e Wi-Fi, ossia celle grandi e celle piccole. In pratica, oggi il segnale è emesso da torri centrali in grado di coprire aree relativamente vaste. Il 5G, invece, baserà la sua forza sulla connessione tra molte celle di diverse dimensioni, una rete eterogenea costituita da livelli di trasmissione e tecnologie combinati, consentendo innumerevoli connessioni simultanee.

Cambiamento di approccio

Per la prima volta, si punta non tanto alle prestazioni ma alla scalabilità. La chiamano “silenziosa rivoluzione”. La quinta generazione della rete sarà quindi in grado di supportare l’Internet of Things, le centinaia e centinaia di connessioni simultanee provocate da sensori. Allora si potrà davvero cominciare a parlare di IoT: dalla smart home alla smart car, dalla smart grid allo smart fitness. Una rete per tutti gli elettrodomestici connessi, gli impianti di illuminazione e tutti i dispositivi per la domotica, i sistemi V2V (veicolo­veicolo) e V2I (veicolo­infrastrutture) per la gestione dei dati del traffico; e poi tutti i devices indossabili come smartwatch, smartband, fitness tracker e altri wearables.

Nel frattempo, la quantità di sim connesse in tutto il pianeta saturerà la banda 4G, e d’altra parte i dispositivi mobile che usiamo non sono ancora pronti per il salto generazionale: la sfida per le case produttrici è riuscire a integrare in uno smartphone le tecnologie adatte al 5G e mantenere accettabile il rapporto tra prestazioni e durata della batteria. Per adesso, il 2020 è visto come data indicativa per il lancio del nuovo standard, anche se probabilmente per conoscere alcuni progetti sperimentali dovremo attendere un po’. Anche se qualcosa di interessante potremo vederla già con i Giochi Olimpici in Brasile o con i Mondiali di calcio del 2018 in Russia. Insomma, l’industria del mobile ha ancora molto lavoro da fare prima di vedere trasformato questo sogno in realtà.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Due facce della stessa moneta https://www.datamanager.it/2016/05/due-facce-della-stessa-moneta/ Thu, 19 May 2016 12:23:26 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101519 La scena della Silicon Valley conquista l’attenzione degli hedge fund, attirati dai numeri reali dei grandi deal su cui hanno deciso di scommettere i VC in questo periodo Nella Silicon Valley una trasformazione è in atto. Il ruolo consolidato dei VC non sembra più essere così consolidato. Che cosa sta accadendo? Si sta aprendo la […]

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La scena della Silicon Valley conquista l’attenzione degli hedge fund, attirati dai numeri reali dei grandi deal su cui hanno deciso di scommettere i VC in questo periodo

Nella Silicon Valley una trasformazione è in atto. Il ruolo consolidato dei VC non sembra più essere così consolidato. Che cosa sta accadendo? Si sta aprendo la possibilità di un nuovo panorama in cui le startup emergenti si ritrovano a poter scegliere tra un ampio ventaglio di possibilità. Nel momento in cui una startup è pronta per ottenere un finanziamento, i venture capital non rappresentano più l’unico canale di accesso ai finanziamenti. Naturalmente, non lo erano nemmeno prima. Basti pensare al crowdfunding che da sempre si è posto come valido concorrente dei venture capital, sia pur intervenendo, solitamente, in seconda battuta piuttosto che nella fase di early stage. Di recente invece, sono gli hedge fund, ovvero i fondi di investimento, privati o pubblici che siano, che stanno iniziando ad assumere un ruolo da protagonista indiscusso nell’ecosistema delle startup. E ciò continuando a mantenere, pur sempre, una significativa autonomia nella propria strategia operativa. Così come le società di venture capital sono diventate sempre più pignole ed esigenti nella scelta delle startup da finanziare, anche gli hedge fund hanno iniziato ad aumentare la lista dei requisiti necessari perché una startup possa ottenere un seed.

Niente più hitech?

A differenza dei VC, gli hedge fund sono più cauti e moderati perché non tutte le startup riescono a vivere fino alla loro fatturazione. Inoltre, sulla scia di diverse IPO deludenti, molte delle aziende più promettenti hanno scelto di rimanere private il più a lungo possibile, il che significa che servirà anche più tempo per ottenere gli incassi.

«Abbiamo completamente smesso di investire nella tecnologia» – ha detto Jeremy Abelson, gestore del portafoglio di Irving Investors, un piccolo hedge fund con sede a New York. «Ho chiuso con le valutazioni immateriali, le exit solo probabili e voglio qualcosa in cui qualora decida di investire, abbia un rendimento quasi immediato».

In realtà, il vero problema degli anni passati risiedeva nella mancanza di pazienza da parte degli hedge fund per aspettare il rendimento delle startup tecnologiche, queste ultime considerate da sempre scommesse rischiose, data l’impossibilità di vedere subito il risultato del proprio investimento. Ma l’ultima generazione di startup dilaganti nell’ambito della Silicon Valley si presenta con l’offerta di attività reali (a differenza di molti delle omologhe dot-com) e gli hedge fund hanno deciso di rientrare in competizione con i VC con riferimento ai loro grandi deal.

La partita continua

Tra gli hedge fund che hanno deciso di mettersi in gioco non si può non menzionare Tiger Global. Si tratta di una società di investimenti di 20 miliardi di dollari avviata come hedge fund da Chase Coleman. Quest’ultimo è uno dei tre investitori che ha contribuito a far sì che Nubank, una società fintech con sede in Brasile, riuscisse nell’obiettivo di raccogliere decine di milioni di dollari. Si può ricordare poi il fondo di Lee Ainslie di circa 10,5 miliardi di dollari, Maverick Capital, che si è distinto come uno dei tre investitori in Vserv, una piattaforma digitale per il mobile marketing e il commercio in India e nel Sud-Est asiatico, raccogliendo più di 10 milioni di dollari.

Lending Club, un mercato online che consente l’incontro di persone che vogliono prendere in prestito denaro con persone disposte a prestarlo, annovera Coatue Management, un hedge fund e fondo di private equity, come uno dei suoi investitori nel periodo antecedente alla sua prima offerta pubblica avvenuta a fine del 2014.

Tutti e tre gli hedge fund citati hanno una caratteristica in comune: sono tutti “cuccioli” della grande “mamma Tiger”, imprenditori che hanno preso avvio dal milionario Julian Robertson e che ora cercano di conquistare il terreno della Silicon Valley.

Anche altre imprese di investimento stanno riversando le loro risorse nella Silicon Valley. La maggior parte delle risorse sembra continuare a rimanere focalizzata sul settore fintech. Solo l’anno scorso, il finanziamento per questo settore è più che raddoppiato, raggiungendo i 12,2 miliardi di dollari, rispetto ai 5,6 miliardi delle startup del 2014, secondo le cifre del rapporto di PwC.


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Il Fintech convince

«Nel 2013, si è verificata una grande ondata di hedge fund e altre fonti di investimento alternative che progressivamente si sono spostati nello spazio Fintech» – ha detto Fiona Grandi, dirigente dei servizi finanziari in KPMG. Dopo la crisi finanziaria del 2008, le banche di tutto il mondo hanno iniziato a ridurre i prestiti e le agevolazioni ai consumatori, lasciando gradualmente il posto alle nuove tecnologie che hanno permesso di intervenire nel settore e fornire quei servizi direttamente al consumatore senza l’utilizzo delle piattaforme bancarie tradizionali. L’entusiasmo per gli investimenti nel settore fintech ha contribuito a spingere in alto le valutazioni delle startup, contribuendo a far sì che queste potessero raggiungere lo status di “unicorno”, con valutazioni di oltre un miliardo di dollari.

Se si dovesse fare un passo indietro e volgere lo sguardo a quanto accaduto e ai cambiamenti verificatisi in questi pochi anni, all’interno del settore bancario, sarebbe impossibile non notare come orde di venture capitalist abbiano riversato risorse all’interno di startup che, nella fase successiva al primo seed, hanno deciso di prendere la direzione dei finanziamenti pubblici o comunque di canali di finanziamento alternativi. Non sorprende pertanto il fatto che gli hedge fund abbiano intenzione di capitalizzare su questo fenomeno.

Sistemi e servizi

Third Point Ventures, il braccio destro dell’hedge fund di Daniel S. Loeb, da 16 miliardi di dollari, ha compiuto 38 investimenti negli USA nelle startup tecnologiche tra cui, nell’ambito fintech, si annovera l’investimento in SoFi – abbreviazione di Social Finance – un provider peer-to-peer di prestiti, mutui e prestiti agli studenti. Passport Capital, l’hedge fund che vale 4,4 miliardi di dollari, gestito da John Burbank, ha compiuto una dozzina di investimenti negli Stati Uniti in startup tecnologiche, secondo la società di ricerche di CB Insights. Tra gli investimenti fintech si annoverano CashStar, il creatore di carte prepagate per i rivenditori e ristoranti, e Prosper, una sorta di mercato del prestito online. «Il ritmo degli investimenti nel fintech da parte degli hedge fund è andato aumentando a partire dal 2014» – ha detto Matthew Wong, analista e ricercatore di CB Insights.

L’alluvione iniziale di denaro nell’ambito delle start-up fintech, da parte degli hedge fund, era già iniziata due anni prima e si è concentrata sul mercato dei prestiti. Ora, questo denaro sta cominciando a spostarsi in altre aree come i sistemi di assicurazione e di gestione per le piccole imprese.

Finale a sorpresa

Tiger Global, uno dei principali investitori nella Silicon Valley, si è anche avventurato all’estero, fiducioso dell’esito positivo delle scommesse sulle aziende Fintech. In Australia, ha sostenuto Tyro Payments, una società che fornisce soluzioni bancarie per le piccole imprese. In India, ha investimenti in Razorpay Software, che offre sicuri sistemi di pagamento online per le imprese, così come Policybazaar, un sito web che mette a confronto le opzioni di assicurazione. Oltre a Nubank, in Brasile, ha sostenuto ContaAzul, un sistema di gestione per le piccole imprese per controllare le loro finanze e le vendite. Sono i profitti, i numeri reali e non più i fantomatici unicorni degli anni a venire a conquistare l’attenzione dei venture capital e degli hedge fund in questo momento.

è anche vero che l’ultima volta che gli hedge fund hanno deciso di mettersi in gioco nell’ambito del private equity risale al 2007 proprio prima del collasso del 2008, così come ha sottolineato David Snow, manager di Privcap. Che cosa succederà questa volta? Si ripeterà il medesimo corso o avremo un finale a sorpresa?

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The analytic gap https://www.datamanager.it/2016/05/the-analytic-gap/ Thu, 19 May 2016 12:13:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101416 Gli Advanced Predictive Analytics sono considerati strumenti per introdurre una nuova cultura manageriale nelle imprese. Ma le imprese italiane sono davvero pronte? Nel corso del 2015, IDC ha condotto diverse indagini sul mercato italiano per comprendere quali sono i fattori che determinano l’adozione degli Advanced Predictive Analytics, un’area applicativa di grande attenzione che sta introducendo […]

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Gli Advanced Predictive Analytics sono considerati strumenti per introdurre una nuova cultura manageriale nelle imprese. Ma le imprese italiane sono davvero pronte?

Nel corso del 2015, IDC ha condotto diverse indagini sul mercato italiano per comprendere quali sono i fattori che determinano l’adozione degli Advanced Predictive Analytics, un’area applicativa di grande attenzione che sta introducendo metodologie e processi sempre più sofisticati, da quelli più tradizionalmente affermati nella tradizione statistica fino a tecniche provenienti da altri domini accademici, come l’intelligenza artificiale, le tecnologie cognitive e il machine learning. Dopo avere intervistato oltre duecento decision makers nel segmento delle medie/grandi imprese, è possibile trarre alcune considerazioni su quali sono i fattori che promuovono la diffusione di una nuova data-driven culture nelle aziende italiane. Gli Advanced Predictive Analytics stanno dando alimento ad aspettative molto più sofisticate rispetto al recente passato, segnando una discontinuità piuttosto evidente rispetto alle tradizionali prospettive della Business Intelligence. Quando si chiede ai manager italiani se sono soddisfatti della qualità delle informazioni che provengono dai sistemi informativi aziendali, circa due rispondenti su tre mettono in evidenza la necessità di migliorare sotto diversi aspetti: oltre la metà sostiene che sia indispensabile migliorare la frequenza e la velocità delle query; circa uno su tre ritiene che sia necessario includere nuove fonti di dati, oppure migliorare l’integrazione con i silos nel backend, oppure ancora fare dei sostanziali progressi nelle modalità di visualizzazione, navigazione e interazione con i dati; soltanto uno su cinque ritiene che sia indispensabile operare su dati in tempo reale oppure applicare tecniche di analisi più sofisticate per operare in senso predittivo.

IT o LOB, chi guida le priorità?

All’apparenza, l’applicazione di tecniche di analisi inferenziale non risulta centrale rispetto alle aspettative di una parte importante del mercato, però il quadro cambia significativamente se si osservano le stesse statistiche all’interno del gruppo di imprese che stanno portando avanti progetti di Digital Transformation, dove l’attenzione per gli Advanced Predictive Analytics è sette volte superiore rispetto alle altre imprese. A un’analoga osservazione conduce l’esame incrociato delle stesse statistiche con le priorità di implementazione e/o di upgrade di nuove piattaforme di analytics, dove emerge con chiarezza che l’unico fattore veramente distintivo tra chi investe e chi rimane ancorato all’esistente è legato alle tecniche di analisi predittiva. Dunque, le nuove piattaforme tecnologiche proposte dagli operatori stanno chiaramente facendosi strada in una parte del mercato, quella parte che sta attraversando importanti trasformazioni e technology turnaround, ma non solo. Quando si guarda agli Advanced Predictive Analytics, quali sono i fattori che decidono l’implementazione e l’aggiornamento delle soluzioni in azienda? A guidare le decisioni sono le priorità dell’IT oppure quelle della LOB? Nonostante secondo la narrazione prevalente sia indispensabile introdurre nell’IT una prospettiva manageriale, svincolando il dipartimento IT dal ruolo di pura e semplice funzione di supporto, in molte occasioni risulta sorprendente notare come la stessa percezione della LOB sia fondata su nozioni, concetti e prospettive piuttosto tradizionali in merito al ruolo che dovrebbe rivestire l’IT, e le stesse tecnologie di analytics. Sebbene l’esigenza di migliorare tali piattaforme molto spesso derivi dalle figure che sono tradizionalmente più affamate di informazione, come i CEO, i CMO e i CFO, la capacità di applicare le tecnologie di analytics in modo del tutto nuovo richiede una conoscenza approfondita del core business aziendale, e dunque molto spesso ricadrebbe sotto l’ambito dei COO, che però rimango a tutt’oggi ancora piuttosto lontani dalla sponsorship di simili iniziative, soprattutto nel confronto con gli altri C-level.


#Analytics Vercellino @IDCItaly Le imprese italiane sono davvero pronte?
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Premesso che nel campione di indagine IDC erano equamente rappresentate sia figure IT che LOB, il quadro emergente racconta una prospettiva che è ancora vincolata esclusivamente a necessità IT, anche dal punto di vista di rispondenti afferenti ad altre funzioni aziendali. Non soltanto l’IT, ma le stesse LOB continuano a mantenere una nozione tradizionale degli analytics, secondo la quale svolgerebbero un ruolo secondario rispetto ai progetti di aggiornamento delle core business applications (ERP, CRM, SCM, etc.), un ruolo relegato in modo quasi esclusivo al controllo e alla gestione del livello di servizio degli utenti interni nei momenti di avvicendamento e transizione verso le nuove applicazioni: niente di più, niente di meno. Se questo è lo scenario prevalente che emerge dal campione (circa tre aziende su quattro), si comprende come e perché gli analytics in alcune realtà italiane stentino a diventare uno strumento per guidare le decisioni operative della LOB: sussiste quantomeno un concorso di responsabilità, tra IT e LOB, nel relegare gli analytics al ruolo quasi esclusivo di indicatori dei processi IT, senza rendersi conto che esiste uno spettro molto ampio di decisioni aziendali che trarrebbero un grande beneficio dall’adozione di un approccio data-driven.

Cultura data-driven

Tale prospettiva porta in modo quasi sistematico alla subordinazione delle priorità di business rispetto alle priorità IT, almeno per quanto riguarda le decisioni di investimento e di implementazione degli Advanced Predictive Analytics, lasciando del tutto neglette uno spettro assai ampio di esigenze e aspettative che discendono dalle decisioni che i manager devono prendere per rispondere alle sollecitazioni del business aziendale, che molto spesso non hanno alcun supporto dal punto di vista tecnologico. Dal campione emerge in modo molto chiaro come diverse priorità di business, come ad esempio lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, l’ingresso in nuovi mercati, la riduzione dei costi, oppure ancora il cambiamento organizzativo, incidano in misura diversa sia sulla quantità che sulla qualità delle informazioni necessarie per prendere decisioni. Dall’analisi del mercato italiano emerge un divario significativo tra l’attenzione rivolta agli analytics per il miglioramento dei processi di business (e in modo particolare dei processi IT) e la relativa (dis)attenzione quando si tratta di rispondere a comuni esigenze di business. Dunque, esiste forse uno scotoma, un punto cieco, che ha ridotto e tutt’ora riduce notevolmente la diffusione di una cultura data-driven, limitandone l’applicazione soltanto ad alcuni processi IT, soprattutto in Italia.

Tuttavia, esistono anche altri fattori che hanno influenzato e influenzano in modo determinante lo sviluppo di una cultura compiutamente data-driven. Oltre a una ampia serie di fattori di contesto che non è possibile approfondire in questa sede, esistono alcuni fattori esclusivamente individuali. Forse più che in altri ambiti delle ICT, l’adozione degli Advanced Predictive Analytics dipende dalle caratteristiche personali dei decision makers, e in modo particolare dal loro specifico stile decisionale. Esistono diversi studi in materia che illustrano come sia possibile comporre una specifica tipologia del decisore sulla base di alcune categorie di base, come ad esempio il livello di astrazione delle decisioni (script-based vs fact-based), il grado di formalizzazione dei processi (ad-hoc vs role-based) e il volume delle informazioni necessarie per decidere, e così via, la lista potrebbe continuare. Così come non è pensabile che tutti i decisori siano uguali, allo stesso modo non è pensabile che le nuove tecnologie di analytics promuovano una omologazione delle decisioni: piuttosto è auspicabile che si adattino in modo intelligente, oltre che alle specifiche esigenze, anche alle caratteristiche personali del manager, diventando quasi degli assistenti personali.

Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia

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Più sicurezza per l’IoT https://www.datamanager.it/2016/05/piu-sicurezza-liot/ Thu, 19 May 2016 12:12:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101399 Come sopravvivere in un mondo iperconnesso. L’impatto dell’Internet of Things nella nostra vita reale, in termini di utilizzabilità e di sicurezza A tutti piacerebbe una tecnologia servizievole e amica inserita negli oggetti. Purché sia davvero servizievole e amica, e possibilmente si nasconda nell’utilizzo “intuitivo” dell’oggetto. Oggi, stiamo assistendo davvero alla sua comparsa in ciò che indossiamo, […]

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Come sopravvivere in un mondo iperconnesso. L’impatto dell’Internet of Things nella nostra vita reale, in termini di utilizzabilità e di sicurezza

A tutti piacerebbe una tecnologia servizievole e amica inserita negli oggetti. Purché sia davvero servizievole e amica, e possibilmente si nasconda nell’utilizzo “intuitivo” dell’oggetto. Oggi, stiamo assistendo davvero alla sua comparsa in ciò che indossiamo, negli elettrodomestici, nelle auto, nelle case. La chiamiamo Internet of Things, e per capirne qualcosa in più sono andato a trovare il mio amico Claudio Abrami, CEO di Microdevice, che di IoT si occupava già quando la chiamavamo domotica, e prima ancora, automazione industriale. Claudio mi ha spiegato che chi desidera fare bene questo mestiere ha ben chiaro che cosa l’utente chiede. Vuole sì la tecnologia, ma che si adatti alle sue abitudini, e che gli migliori la vita. La tecnologia (soprattutto informatica) ha cambiato molte cose nell’ufficio, sicuramente rendendo più veloci i processi, ma sul fatto che abbia migliorato la vita delle persone, il verdetto non è ancora chiaro. Cosa succederà ora che entra nelle case, nelle auto, nei vestiti? Ciò che pesa dell’informatica è soprattutto che quando qualcosa non funziona, non è chiaro come recuperare il problema. La “soluzione” alla quale ci siamo abituati, è riavviare. Abbiamo iniziato con i pc, ci stiamo abituando a farlo con i telefoni, e stiamo iniziando anche con le auto. Siamo sicuri che vorremo farlo anche con le lampadine di casa? Pochi, credo, lo accetterebbero volentieri. Eppure è ciò che succederà se, come mi ha spiegato ancora Claudio, non si capirà che “sicurezza” vuol dire innanzi tutto potersi fidare che l’oggetto farà il suo mestiere. Cioè deve essere affidabile (non deve guastarsi), prevedibile (deve fare ciò che immaginiamo che faccia), e interattivo (deve dare un feedback in tempo reale).


#security #IoT Cicognini @Clusit Come sopravvivere in un mondo iperconnesso?
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Oggetti reali in un mondo digitale

I nostri oggetti però non sono più definiti solo dalla loro realtà fisica, ma anche, e sempre più, da una parte “soft” che li rende sì più flessibili, ma più difficili da rendere affidabili, prevedibili e interattivi. La lampadina non è più solo un filamento che può bruciare, ma potrebbe smettere di funzionare a causa di una svista di un programmatore, o di un sabotaggio di un malintenzionato. Oppure, si accende dopo venti secondi, perché è il tempo che il controller impiega a contattarla. Un oggetto reale però deve reagire alle interazioni in tempo reale, per non generare insicurezza: è importante che l’oggetto ci dia immediatamente il feedback che ci aspettiamo, altrimenti iniziamo una catena di azioni che generalmente hanno cattivo esito. Questo è essenzialmente un problema tecnologico e ingegneristico, che per fortuna è già ampiamente risolvibile. Basta non aspettarsi di applicare ingenuamente dei paradigmi nati, per esempio, nella citata automazione d’ufficio.

L’antivirus nella lampadina?

Invece, contro le sviste e i malintenzionati, il lavoro è più difficile. Non possiamo certo mettere un antivirus in ogni lampadina. Per fortuna, ancora una volta, mi è venuto in aiuto Claudio, mostrandomi l’importanza del “sistema” nelle situazioni reali. Il programmatore potrebbe avere spento la lampadina, interpretando male il dato di un sensore. Ma la svista va mitigata con i dati degli altri sensori. Magari uno sta funzionando male, ma è raro che tutti insieme smettano di funzionare. Il ladro starebbe cercando di entrare in casa, ma la sicurezza è a livello di sistema: non gli basta disattivare un sensore, o mandare informazioni fuorvianti da una parte sola. Gli rendiamo la vita difficile, facendo sì che il sistema cerchi conferme ai dati che arrivano da una parte, correlando il rilevamento del movimento con l’apertura porte e magari con il riconoscimento immagini e le abitudini di chi normalmente occupa la casa. Facendo le cose bene, già oggi Claudio può accendere le luci nel suo ufficio e regolare la temperatura di casa parlando con Siri, e in tutta sicurezza. Quando questo diventerà realtà di tutti i giorni? Non lo sappiamo, ma succederà, e dobbiamo progettarlo sin d’ora in modo sicuro. Costruire un futuro più sicuro è possibile: non sarà banale, ma sappiamo come fare.

Mauro Cicognini membro del Consiglio Direttivo e del Comitato Tecnico Scientifico di CLUSIT

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Tecno Connections, l’innovazione oltre il design https://www.datamanager.it/2016/05/tecno-connections-linnovazione-oltre-design/ Thu, 19 May 2016 10:39:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101504 C’è l’IoT, che conosciamo bene, e poi c’è il nuovo “io.T” di Tecno, l’innovativo sistema intelligente di arredi interconnessi e integrabili ai principali sistemi informativi, device, hub tradizionali e cloud, per offrire informazioni e soluzioni ai proprietari e gestori dei building a uso ufficio e agli utilizzatori finali. Tecno da sempre, si occupa di cogliere l’evoluzione […]

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C’è l’IoT, che conosciamo bene, e poi c’è il nuovo “io.T” di Tecno, l’innovativo sistema intelligente di arredi interconnessi e integrabili ai principali sistemi informativi, device, hub tradizionali e cloud, per offrire informazioni e soluzioni ai proprietari e gestori dei building a uso ufficio e agli utilizzatori finali.

Tecno da sempre, si occupa di cogliere l’evoluzione degli stili di vita per migliorare il benessere negli ambienti di lavoro. Conoscenza, intelligenza e connessione stanno profondamente cambiando il modo in cui ci comportiamo e facciamo business. In collaborazione con TIM, STMicroelectronics, Digitronica.it, Ilevia, InfoSolution e Videoworks, “io.T” rappresenta uno dei più innovativi progetti di sviluppo e ottimizzazione del sistema di arredo degli spazi di lavoro. Fondata nel 1953, con sede a Milano, negli storici edifici dei Caselli daziari di Porta Garibaldi, Tecno coniuga l’innovazione delle forme e la tradizione del design italiano. Fin dalla nascita il fondatore, Osvaldo Borsani, aveva concepito una “strategia di progetto globale” che coinvolgesse tutti gli attori del sistema design – progettista, costruttore e distributore – in un unico processo, interessando il designer a tutti i livelli della progettazione.


#Tecno Connections L’altro #IoT che cambierà il tuo modo di lavorare
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Il Parlamento Europeo, le stazioni ferroviarie francesi, il rinnovato British Museum dell’architetto Norman Foster e la realizzazione della torre di Agbar a Barcellona, progettata dall’architetto Jean Nouvel sono solo alcuni tra i “progetti speciali” realizzati da Tecno. Per il Fuori Salone 2016, lo studio Migliore + Servetto Architects ha interpretato il tema di Tecno per un’installazione site specific: una fitta rete di rosse linee di connessioni spaziali tese all’interno dello showroom Tecno che fuoriesce ad abbracciare la piazza antistante, costruendo così un’inedita connessione tra i due Caselli di Porta Garibaldi. Un flusso di energia, attraverso più di un kilometro di elastici rossi in tensione tra i due edifici speculari: un dinamico segno continuo di racconto che connette interno ed esterno. Una connessione oggi sempre più pervasiva grazie all’Internet of Things.

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Nasce PaleoFactory, animali estinti a portata di click https://www.datamanager.it/2016/05/nasce-paleofactory-animali-estinti-portata-click/ Thu, 19 May 2016 10:39:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=101501 Dal laboratorio di paleontologia della Sapienza nasce il portale PaleoFactory. Da questo portale è possibile monitorare le attività del laboratorio e avere informazioni sulle ricerche in atto. Il laboratorio PaleoFactory, diretto da Raffaele Sardella del dipartimento di Scienze della Terra, ha come obiettivo lo studio degli organismi del passato e la loro evoluzione attraverso metodi […]

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Dal laboratorio di paleontologia della Sapienza nasce il portale PaleoFactory. Da questo portale è possibile monitorare le attività del laboratorio e avere informazioni sulle ricerche in atto. Il laboratorio PaleoFactory, diretto da Raffaele Sardella del dipartimento di Scienze della Terra, ha come obiettivo lo studio degli organismi del passato e la loro evoluzione attraverso metodi all’avanguardia.

Il team di ricerca si occupa dell’analisi di reperti fossili grazie all’utilizzo di tecnologie moderne quali la computer graphic e la TAC, accanto ai metodi di indagine più tradizionali. Una delle ricerche più recenti del team, che ha suscitato grande interesse scientifico, è stata quella relativa al fossile di grifone preistorico, che si è conservato per millenni all’interno di una roccia vulcanica, il Peperino Albano. Ma se fino all’inizio del XXI secolo l’unico metodo per avere informazioni sull’aspetto di questo antichissimo rapace era l’osservazione diretta, negli ultimi anni, l’applicazione combinata delle TAC effettuate sui blocchi e delle più moderne tecniche di elaborazione delle immagini al computer ha permesso al team di PaleoFactory di ricostruire nel dettaglio e senza danneggiare i delicati reperti il suo aspetto originale.


#PaleoFactory Il nuovo laboratorio del dipartimento di Scienze della Terra della @SapienzaRoma
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I risultati di questo nuovo approccio metodologico allo studio del fossile di Peperino sono stati pubblicati da Bellucci, Iurino, Schreve e Sardella nel 2014 sulla rivista internazionale Quaternary Science Reviews. Dall’indagine, è risultato che il grifone venne ucciso da uno shock termico dovuto all’emissione di materiale vulcanico, ma questo avvenne a temperature tali da non bruciare completamente il suo corpo, che lasciò quindi nella roccia il suo calco naturale. Le ricerche riguardanti il grifone proseguono e potranno rivelare ancora molto sugli ultimi momenti di vita del grande rapace e sull’ambiente naturale in cui viveva 30mila anni fa. Oltre a promuovere al pubblico studi e scoperte, la nuova pagina web di PaleoFactory si propone di diventare una sorta di vetrina per le attività e per le persone coinvolte nel gruppo di ricerca, come tesisti, dottorandi e collaboratori, e di essere un importante strumento di dialogo con studenti, insegnanti, ricercatori, appassionati. Attraverso il portale, è possibile consultare la catalogazione delle collezioni di fossili, e richiedere l’utilizzo di servizi quali le ricostruzioni virtuali di ambienti e organismi del passato, la preparazione, la stampa in 3D, la ricostruzione fisica dei reperti, gli scavi paleontologici e le ricognizioni sul campo.

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