rivistamarzo2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 09:04:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistamarzo2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 L’IT a tre dimensioni. Ecco le priorità dei CIO italiani https://www.datamanager.it/2016/03/lit-tre-dimensioni-le-priorita-dei-cio-italiani/ Thu, 24 Mar 2016 11:29:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=97270 IT bimodale o multimodale? Quali sono le priorità che i CIO hanno messo nero su bianco in cima alle loro agende? Infrastrutture sempre più efficienti, innovative e incentrate sul cliente per sviluppare nuovi prodotti, servizi e processi di business. Adozione di metodologie di data governance. E occhi puntati sulla sicurezza. La forza dirompente della Terza […]

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IT bimodale o multimodale? Quali sono le priorità che i CIO hanno messo nero su bianco in cima alle loro agende? Infrastrutture sempre più efficienti, innovative e incentrate sul cliente per sviluppare nuovi prodotti, servizi e processi di business. Adozione di metodologie di data governance. E occhi puntati sulla sicurezza. La forza dirompente della Terza Piattaforma impone ai CIO un salto culturale

Le divisioni IT sono in bilico tra vecchia IT e nuova IT, tra spinta alla conservazione e trasformazione. Secondo Gartner, entro il 2017, i CMO controlleranno più spesa IT dei CIO. E per gli analisti di IDC, c’è una spinta al cambiamento che nella maggior parte dei casi è guidata dalle Line of Business. E a questo punto, molti cominciano a chiedersi se i CIO siano più conservatori o innovatori. Per crescere è necessario conoscere il contesto e gli strumenti. Progettare l’innovazione significa coniugare pensiero e azione in un unico momento. Tra le voci di investimento ci sono IoT, fast data, smart working, green data center, storage, virtualizzazione, dematerializzazione, dispositivi mobili, device connessi, microservices, visual analytics. La sicurezza resta in cima alle priorità dei CIO.

Trasformazione e innovazione vogliono dire molte cose diverse. Secondo la visione di IDC, Business e IT diventano terreni contigui con una contaminazione costante di reciproche competenze. La cultura dei dati entra nelle direzioni marketing. E la cultura informatica esce dai dipartimenti IT, che ormai non sono più solo la “stanza dei bottoni” ma sono sempre più trasformazionali. La convergenza di cloud, social, mobile, big data e analytics, ha messo le aziende nella condizione di incrementare notevolmente le proprie capacità e potenzialità, rendendo accessibili “everywhere and anytime” le risorse ICT necessarie. Da un lato i mondi fisici e virtuali convergono. Dall’altro emerge il cosiddetto mesh digitale. In questo scenario, il software diventa il principio ordinatore alla base di molti modelli di business e i dati diventano i mattoni su cui fondare nuove strategie. Il problema dell’innovazione tecnologica è più ampio di quello che sembra. Ogni CIO ha una definizione diversa di innovazione e deve confrontarsi con ambienti di lavoro molto eterogenei per formazione, competenze, età e stili di lavoro. Per la prima volta nella storia delle imprese, infatti, molte generazioni diverse di lavoratori si trovano a lavorare fianco a fianco. E i CIO e direttori delle HR si trovano a confrontarsi con questa realtà che impatta moltissimo sulla trasformazione digitale delle imprese.


#CIO Sergio Patano @IDCItaly L’IT a tre dimensioni. La #sicurezza in cima alle priorità
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Sergio Patano, research and consulting manager di IDC Italia, analizza che cosa c’è di nuovo nelle dinamiche e inquadra la “bimodalità” delle scelte dei CIO in un modello a tre dimensioni che spiega in esclusiva a Data Manager. «Nel corso del 2016, i CIO saranno messi di fronte a numerose sfide che dovranno affrontare e vincere se vorranno continuare a essere considerati un partner efficace ed efficiente per i CEO e le linee di business e supportare la propria azienda nel processo di crescita, innovazione e competitività. Sebbene all’ingresso di una nuova tecnologia o soluzione sul mercato, i CIO abbiano sempre dovuto affrontare sfide e difficoltà, la decisione di molte aziende di intraprendere il percorso di trasformazione digitale mette i responsabili IT di fronte a un compito ancor più delicato che in passato. I CIO, infatti, devono riappropriarsi del ruolo di guida in questa evoluzione, convogliando su un unico binario sia le esigenze di trasformazione sia la volontà di generare nuovi ricavi dallo sviluppo del digitale dall’altra, consentendo una trasformazione omogenea che non vada a riproporre in formato digitale silos isolati e non comunicanti». Sono molteplici gli aspetti, le soluzioni, le tecnologie, i processi e i modelli che devono essere presi in considerazione, e in questo contesto focalizzeremo l’attenzione solo su alcuni di essi.

Il primo riguarda la necessità per i CIO di sviluppare un approccio che IDC definisce a tre dimensioni verso la Digital Transformation, da un lato continuando a focalizzare l’attenzione sullo sviluppo di soluzioni tese a rendere l’infrastruttura sempre più efficiente (prima dimensione) e incentrata sul cliente (seconda dimensione), dall’altro inserendo un processo di innovazione (terza dimensione) costante e continua che porti allo sviluppo di nuovi prodotti e servizi e al ridisegno dei processi di business.

Un secondo fenomeno riguarda l’adozione di metodologie di data governance attraverso cui i responsabili ICT possano avviare un percorso di trasformazione di dati e informazioni in differenziatori del business che pongano l’azienda in una posizione di vantaggio rispetto alla competition e che renda effettiva la loro monetizzazione. E infine la sicurezza. «La forza dirompente della Terza Piattaforma – spiega Patano –impone ai CIO un cambio di cultura. Se fino a oggi le aziende investivano tempo e risorse nello sviluppo di una sicurezza di tipo perimetrale, tale approccio non è più sostenibile. Cloud computing e mobility hanno di fatto ampliato e cancellato quelli che erano i confini aziendali, rendendo obsoleta la visione di un perimetro da difendere. I responsabili della sicurezza devono arrendersi all’evidenza che prima o poi verranno attaccati e di conseguenza implementare nuove strategie difensive in grado di contenere e controllare l’attacco prima che questo possa trasformarsi in un reale incidente. Da questo punto di vista, l’utilizzo di soluzioni Big Data e Analytics (real-time) possono sicuramente supportare il CIO nel contenimento del pericolo riducendo i tempi di reazione e i possibili danni».

Ma quali sono veramente le priorità tecnologiche e gli obiettivi di business per i CIO italiani? Abbiamo girato la domanda a Flavio Bernocchi, CIO di COMAU e a Gloria Gazzano, CIO di Snam e presidente del gruppo di lavoro di AICA che riunisce i CIO delle più grandi organizzazioni italiane pubbliche e private.

Dai sistemi fissi al concetto di piattaforma

Le aziende e le agenzie governative assomigliano sempre meno a “sistemi” fissi e sempre di più a piattaforme. In Snam, come ci racconta Gloria Gazzano, stanno seguendo con grande interesse il processo di trasformazione digitale, avviato ormai da qualche anno grazie all’impulso delle cosiddette “disruptive technologies”. E come Snam ne hanno già adottate alcune. Dagli analytics alla mobility, sino all’IoT, solo per citarne alcune con l’intento di supportare la trasformazione dei processi di business e fornire nuovi servizi al mercato. «Quanto al nostro modello di sviluppo – spiega Gloria Gazzano – stiamo affiancando alla visione più tradizionale di tipo “waterfall”, un nuovo approccio che prevede modalità operative più snelle e veloci e un “early engagement” del business. I benefici sono molteplici, ma i più rilevanti riguardano la riduzione dei tempi di sviluppo e l’ulteriore incremento della qualità, grazie alla riduzione delle “incomprensioni” tra IT e business. Questo è quello che consideriamo e possiamo definire la via di Snam al bimodale».

Secondo Flavio Bernocchi di COMAU, lo scenario tecnologico in completa trasformazione (sensori, big data e multimedialità) sta creando grandi opportunità di business nel settore manifatturiero. «La reingegnerizzazione e la standardizzazione dei processi è fondamentale per un’azienda internazionale e cresciuta per acquisizioni. Tuttavia, i nostri clienti sia interni e sia esterni premono per avere processi più snelli e accedere alle informazioni più velocemente. Servizi di manutenzione dove l’IoT, per esempio, stravolgerà ogni modello di servizi di manutenzione. I fornitori di soluzioni digital si propongono anche direttamente alle funzioni aziendali non ICT. La scelta è obbligata e l’ICT deve essere bimodale: un’organizzazione forte che supporta i processi aziendali consolidati e gruppi che seguono l’evoluzione digitale del business».

Talento e leadership

A detta degli analisti, i CIO ravvisano sempre più spesso la necessità di “evolvere la piattaforma del talento” in quanto si fatica a reperire le competenze per l’innovazione necessaria. Il talento non si ferma ai confini dell’azienda per cui c’è bisogno delle partnership migliori. In Snam, l’innovazione è il frutto della contaminazione tra competenze di business e competenze tecnologiche. «Per questo in Snam – riprende Gloria Gazzano – a partire dal 2012, abbiamo adottato un processo strutturato che prevede l’interazione con un ecosistema di partner, quali parchi tecnologici, università, centri di ricerca e startup, che costituiscono, sia pure indirettamente ma con la medesima efficacia, la nostra talent platform. Così facendo, le competenze tecnologiche – e in alcuni casi verticali di business – vengono messe a disposizione dell’ecosistema e coordinate da Snam nella conduzione dei progetti. Di fatto, l’affiancamento contribuisce a sviluppare ulteriormente e ad accrescere le competenze delle risorse interne. Abbiamo scelto questa strada perché riteniamo che nessuno abbia la possibilità di dotarsi delle competenze necessarie a coprire tutte le possibili aree di innovazione digitale, ma ciò non toglie che, se alcune tecnologie digitali dovessero avere un footprint importante in Snam, ci doteremo di quanto necessario al presidio e alla gestione diretta».

In COMAU, per vincere la sfida della bimodalità hanno scelto la strada della creazione di valore con una leadership forte in grado di governare questo cambiamento. «L’alternativa – racconta Flavio Bernocchi – sarebbe di rassegnarsi a un ICT commodity che serve i progetti delle altre funzioni aziendali. Inoltre, anche le partnership con i fornitori sono destinate a cambiare: big provider per i sistemi core e collaborazione con piccoli fornitori/startup per soluzioni innovative. Saper governare le richieste dei clienti interni ed esterni, scenari tecnologici e nuove partnership pone l’attenzione sulla creazione di una talent platform».


#CIO Flavio Bernocchi @comaugroup La cultura informatica esce dai dipartimenti IT
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Che cosa c’è in cima alla lista delle priorità?

Nel contesto di una società come Snam, obiettivi di business e priorità tecnologiche sono fortemente interconnessi. «Per entrare più nello specifico – ci spiega Gloria Gazzano – il business ci sta chiedendo di supportare lo sviluppo del portafoglio dei servizi offerti sul mercato regolato e non regolato sia in Italia sia all’estero, nonché di innovare i processi interni per renderli ancora più efficienti. Sono tutti ambiti nei quali trovano applicazione diretta le nuove tecnologie digitali: realtà aumentata, analytics, big data, IoT, rispetto alle quali abbiamo avviato progetti di implementazione e progetti pilota, così da poter valutare i benefici di business e la maturità della tecnologia stessa. Inoltre, dopo aver lavorato negli anni passati per consolidare i nostri data center, standardizzare e virtualizzare l’infrastruttura, nei prossimi ci concentreremo sull’automazione dell’infrastruttura come enabler del business digitale per avere ancora più elasticità e ridurre i tempi di configurazione necessari alla messa in produzione dei nuovi servizi».

In COMAU, IoT e nuovi modelli di controllo software anziché umani stanno già rivoluzionando l’industria automotive, come ci dice Flavio Bernocchi. Ma non solo. «Ci sono tipologie diverse di aziende internet based che si stanno muovendo in questo campo. Google è solo un esempio. Ritengo che le competenze presenti nella funzione ICT possano essere valorizzate e che il CIO possa giocare la partita in ambito ancora più strategico». I CIO si autovalutano per capire se e in che misura siano (già) CIO “trasformazionali”. In molti casi, si chiedono quanto il modello di IT bimodale consenta allo stesso tempo di rispondere alle esigenze di business e di promuovere la leadership, la visione e il dialogo necessari a tenere unita e orchestrata l’organizzazione IT. “Bimodale”. “Trasformazionale”.

Sono termini differenti che però si rincorrono nelle menti dei CIO. Al netto delle sfumature e delle angolazioni particolari, i CIO si stanno concentrando sul contributo che l’IT deve portare al processo di creazione di valore in azienda. In tutti i casi, c’è una netta differenziazione fra quella che alcuni identificano come l’organizzazione IT tradizionale e l’organizzazione IT trasformazionale che si instaura nelle aziende pronte al “salto di qualità” competitivo. L’organizzazione IT trasformazionale, a differenza della tradizionale a rischio di estinzione, è molto richiesta, ma non tutti i direttori IT sembrano esserne convinti appieno. Ancora meno le persone del business, estranee alle divisioni IT e che hanno una visione “business-centrica”. Il principio di un CIO business-oriented si contrappone a quello di un CIO tech-oriented. I CIO si confrontano per capire come affrontare questo cambiamento. Le priorità in questo percorso sono quasi sempre culturali e riguardano la capacità di portare il cambiamento nelle persone e nell’organizzazione. È da notare come la tecnologia non sia affatto uno degli attributi chiave. Il punto centrale non è (almeno in prima battuta) un problema di priorità tecnologiche, soprattutto perché la “trasformazionalità” – se così si può dire – non è una questione prevalentemente tecnica.

Lasciare il controllo per mantenere il comando

In tema di trasformazione delle organizzazioni, le aziende sono impegnate nel mantenere la barra sugli investimenti e sul taglio dei costi. Da un lato, le informazioni circolano liberamente e dall’altro sono ancora sinonimo di potere. La mobilità diventa uno strumento di produttività, ma si scontra con le esigenze di sicurezza e di controllo delle risorse. Secondo gli analisti, l’apertura all’innovazione richiede ai CIO anche di fare un passo indietro nel controllo degli strumenti che devono essere accessibili e sempre più semplici da usare. Il controllo dei tecnici sugli strumenti deve fare posto alla leadership dell’innovazione. I CIO devono essere potatori di competenze multisettoriali, dispensatori di conoscenza e mediatori del cambiamento.

La formula però non è sempre la stessa. Le resistenze e i contrasti tra le funzioni si alimentano soprattutto per la mancanza di una visione unica, trasparente e condivisa dell’organizzazione. Molti sono spaventati più che dall’innovazione in sé dalla velocità stessa del cambiamento, ma bisogna alzare la testa fuori dalle classiche “mura”, osservare l’ecosistema aziendale, non accontentarsi, pensare all’IT come una taglia unica e sperimentare senza azzardare, ma anche senza paura di fallire. Le imprese che emergono da un periodo economico difficile, guardano alla figura dei CIO come a consulenti strategici capaci di creare un business reattivo, agile e collaborativo, cavalcando l’innovazione e guidando il management nella definizione di nuovi modelli di business. Ai CIO è chiesto di adottare le nuove tecnologie come driver per rendere le organizzazioni più snelle e intelligenti, come strumenti in grado non solo di rispondere a esigenze organizzative, ma di contribuire alla formulazione di strategie e accrescere l’eccellenza operativa nella linea di business, creando valore.


#CIO Gloria Gazzano @snam @AICA_1961 Come costruire ecosistemi e abbattere barriere
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IT bimodale o IT multimodale? Il ruolo del CIO

 

Per resistere al cambiamento, le persone hanno imparato a fare più cose in modo diverso e le imprese hanno tenuto la rotta, navigando a vista e imparando dagli errori sul campo. In qualche modo siamo diventati tutti un po’ bimodali, anche senza saperlo. La maggior parte delle organizzazioni IT si trova ad affrontare sfide senza precedenti a causa del tasso di crescita della produzione, le mutevoli esigenze di business, budget stagnanti e una carenza di professionisti qualificati. Anche se l’IT viaggia a vele spiegate verso una logica “drag and drop”, in cui tutto è facile da comporre e assemblare, i CIO devono continuare a fare da ponte per favorire il dialogo tra le diverse esigenze. Molto spesso le nostre organizzazioni IT di tipo tradizionale – ammettiamolo pure – hanno leader che sono un po’ fermi o bloccati su ciò che ha funzionato bene nel passato. Il mercato invece parla a una nuova generazione di CIO che desiderano trasformare le organizzazioni utilizzando l’IT come leva del cambiamento. La resistenza all’innovazione genera un momento di inerzia all’interno di un’organizzazione IT che trascina le imprese verso il basso. Pertanto, la prima cosa da fare è superare l’inerzia. D’altra parte, se si comprende il cambiamento e si capisce che l’organizzazione ha bisogno di evolvere, è naturale riconoscere le scelte giuste. Fra queste – come ci è stato segnalato da CIO diversi – può esserci il cambiamento del linguaggio da utilizzare, piuttosto che la revisione della struttura IT nei suoi blocchi fondamentali: infrastruttura, operations e applicazioni distribuite. Senza mai dimenticare che il tutto è sempre differente dalla somma delle singole parti alle quali sono collegate funzioni specifiche che richiedono prestazioni ad alta velocità, semplicità di utilizzo e personalizzazione.

Ai CIO spetta un grande lavoro di integrazione infrastrutturale ma anche di mediazione culturale. Il percorso di trasformazione ha bisogno di una direzione e di strumenti adatti per raggiungere la destinazione. Ma soprattutto di uno sponsor e di un contesto favorevole con lo stesso mindset. Se è corretto parlare di IT bimodale per rispondere alle diverse esigenze di governance e di flessibilità delle operations, forse a questo punto si può considerare superata la contrapposizione tra stabilità e agilità. Del resto, la trasformazione digitale in atto porta con sé la lezione di tenere insieme le due modalità di delivery dell’IT. Insistere sulla dicotomia tra agilità e stabilità sarebbe come continuare a parlare di mainframe e client server, di analogico e digitale. Nel frattempo, il mondo delle imprese attraversato dalla rivoluzione della Terza Piattaforma è cambiato ed è diventato non solo bimodale, ma multimodale.

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I segreti del grafene https://www.datamanager.it/2016/03/segreti-del-grafene/ Thu, 24 Mar 2016 10:13:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96817 Oggi, sappiamo con assoluta certezza che il grafene rivoluzionerà il nostro quotidiano nei prossimi anni. Anche se nessuno ce lo dice Grafene, grafene, grafene. Sicuramente ne avrete già sentito parlare. Forse. Forse l’avete addirittura intravisto. Se poi siete tra i pochissimi che l’hanno anche toccato, probabilmente siete tra quel paio di centinaia di italiani che […]

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Oggi, sappiamo con assoluta certezza che il grafene rivoluzionerà il nostro quotidiano nei prossimi anni. Anche se nessuno ce lo dice

Grafene, grafene, grafene. Sicuramente ne avrete già sentito parlare. Forse. Forse l’avete addirittura intravisto. Se poi siete tra i pochissimi che l’hanno anche toccato, probabilmente siete tra quel paio di centinaia di italiani che oggi la grafite la usa o la produce. Se invece non avete una precisa idea di cosa sia, ma vi immaginate che abbia a che fare con la grafite, non state poi andando così lontano: immaginando la grafite come una pila di strati posti l’uno sull’altro, il grafene è il singolo “foglio”, il più sottile. La struttura molecolare è esagonale e i singoli atomi di carbonio sono ordinati secondo una struttura ad alveare.

In linea teorica, il grafene è noto, ed è stato descritto più volte, a partire dalla seconda metà del secolo scorso: ma è solo da una decina di anni che la comunità scientifica è riuscita a toccarlo, quando cioé nel 2004 gli studiosi Andre Geim e Konstantin Novoselov, nei laboratori dell’Università di Manchester, riuscirono a isolarne un campione, azione ritenuta impossibile prima di allora. Non ci hanno messo poi troppo a convincere la comunità scientifica che ci si trovava davanti a una vera e propria rivoluzione tecnologica: e così quel foglietto di grafite sottilissimo ha valso loro il Nobel per la fisica nel 2010.


#smartcity alla scoperta del segreti del #grafene @urbanocreativo
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Le proprietà del grafene

Le sue proprietà preziose non sono riscontrabili tutte insieme in altri materiali noti: è duecento volte più forte dell’acciaio, conduce l’elettricità in modo più efficace del rame e lo stesso avviene per il calore. È in grado di assorbire una frazione significativa di luce bianca arrivando a registrare una trasmissione ottica pari a circa il 98% della luce incidente. Il che, detto per semplicità, vuol dire che è praticamente trasparente. Nonostante questo, è così denso che nemmeno l’elio, il più piccolo gas atomico, può attraversarlo. Inoltre, mentre la grafite risulta molto fragile, il grafene ha la resistenza meccanica del diamante e la flessibilità della plastica. Se prima se ne sentiva solo parlare, ora si può scovare in giro qualche prototipo. I tempi sono maturi e, a dimostrarlo, durante il Mobile World Congress tenutosi a Barcellona lo scorso febbraio, è stato l’intero settore dedicato al grafene nel padiglione delle innovazioni tecnologiche. In esposizione, batterie al grafene, in grado di ricaricarsi in meno di 15 minuti. Circuiti piú sottili di un millimetro, flessibili, sensori davvero minuscoli. I nuovi dispositivi elettronici potrebbero diventare molto più resistenti e assumere forme in grado di adattarsi a nuovi e imprevisti utilizzi. Dalla biomedica al lifestyle, le potenzialità sono molte.


#smartcity #grafene resistente come il diamante. Flessibile come la plastica @urbanocreativo
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E per quanto riguarda la smart city?

Le applicazioni più concrete riguardano l’uso del grafene come materiale per le celle solari, date le caratteristiche che lo rendono trasparente e allo stesso tempo conduttivo. Si potrebbero immaginare enormi vetrate in grado di garantire ottima luminosità agli ambienti e, allo stesso tempo, fornire energia rinnovabile dalla luce del sole. E siccome le sorprese del grafene non finiscono mai, la previsione dell’efficacia di conversione dell’energia solare è del 60% mentre quella delle celle in silicio attuali si attesta intorno al 25%. Oppure, potremmo utilizzarlo per la depurazione dell’acqua, in particolare da tossine e alcuni materiali radioattivi: è infatti impermeabile a quasi tutti i gas e i liquidi ma, curiosamente, le molecole dell’acqua sono una delle eccezioni. Quasi ovunque si parla ancora di prototipi: ma il solo fatto di avergli dedicato uno spazio apposito all’interno di una fiera dedicata alle tecnologie fa ben pensare. Ora aspettiamo la rivoluzione, nel mondo dell’elettronica, del fotovoltaico e delle applicazioni sensoristiche. D’altronde, la tecnologia corre in fretta, spesso più della nostra immaginazione.

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Ritorno alla razionalità https://www.datamanager.it/2016/03/ritorno-alla-razionalita/ Wed, 23 Mar 2016 15:19:35 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96809 Possiamo finalmente decelerare: i VC si prendono un periodo di pausa per capire le loro strategie di azione e decidere quale direzione seguire Stiamo entrando progressivamente nel primo trimestre del 2016. Che cosa ci si aspetta nel mondo dei VC? Da un’analisi di CNBC pubblicata recentemente, sembra che il 2015 passerà alla storia delle startup […]

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Possiamo finalmente decelerare: i VC si prendono un periodo di pausa per capire le loro strategie di azione e decidere quale direzione seguire

Stiamo entrando progressivamente nel primo trimestre del 2016. Che cosa ci si aspetta nel mondo dei VC?

Da un’analisi di CNBC pubblicata recentemente, sembra che il 2015 passerà alla storia delle startup come l’anno più attivo e colorato di unicorni, quasi come uno di quei film dove tutto è già predisposto per assicurare il lieto fine con tanto di arcobaleni e orizzonti liberi da minacce di qualsiasi genere.

Eppure, questo 2016 sembra essere arrivato più velocemente del previsto, quasi oscurando la luce dell’anno passato e portando con sé l’ombra incognita del futuro. Anche quest’anno, si sentiranno nuovamente le solite parole familiari, cloud, piattaforme di mercato e realtà virtuale, ma probabilmente cambieranno aspetto, assumeranno altre forme. CNBC prevede che nel 2016 assisteremo a un aumento delle fasi di investimento late stage piuttosto che non early stage e si diffonderà altresì una tendenza a non investire in startup che siano prive di business model o comunque prive di fondamenta sicure.

Maggiore prudenza

Questo sembra essere il dictat dei VC, per ora almeno. La riduzione stimata del numero delle startup unicorno nel corso del 2016 invita molti VC a non puntare su scommesse pericolose. L’elenco degli unicorni ovvero delle startup con valutazioni superiori a un miliardo di dollari ha continuato a crescere nel 2015, ma – secondo l’analisi di CNBC – non ci sarà un’analoga crescita nel 2016. Molti unicorni continueranno a rimanere finanziati da privati e tenteranno di cercare nuovi introiti di capitali da parte degli investitori istituzionali. Sicuramente i seed destinati alle startup unicorno non scompariranno, ma, prevalentemente, i fondi di investimento si concentreranno nelle startup dotate di un solido background, di ponderati business model e in grado di generare revenue effettive. Con riferimento a quella finestra del mercato rappresentata dalle IPO, sicuramente non verrà chiusa nel 2016. Sarà mantenuto uno spiraglio abbastanza grande da consentirgli di diffondere la propria luce, ma anche rigorosamente selettivo e mirato, prevalentemente rivolto alle aziende tech con forti rendimenti finanziari. Altro aspetto che i VC non stanno sottovalutando in questo periodo è il notevole aumento della realtà virtuale. Il 2015 è stato un anno entusiasmante per la realtà virtuale in termini di sperimentazioni e tentativi, ma nel 2016, la realtà virtuale è destinata a conquistare nuovi territori. Le Nazioni Unite e l’Air Force stanno già utilizzando la realtà virtuale come parte dei loro sistemi di formazione e vedremo questo trend continuo svilupparsi nei campi dell’istruzione, della difesa, dello sport, del commercio, della produttività aziendale. Ad esempio, Tommy Hilfiger è diventato di recente il primo rivenditore importante in grado di offrire ai propri clienti un vero e proprio circuito di shopping virtuale. In poche parole, la tecnologia offrirà soluzioni innovative atte a soddisfare esigenze quotidiane.

Nuovi mercati

Nel periodo di tempo a cavallo tra il 2015 e il 2016, l’interesse dei VC si è spostato anche sul mercato eSports che da settore di nicchia si è andato trasformando in una realtà globale. Il settore eSports annovera circa 205 milioni di utenti e si prevede altresì un aumento del 21% annuale. Il mercato mondiale per eSports ha un valore di 612 milioni di dollari di ricavi in ​​tutto il mondo, con il Nord America che contribuisce apportando circa 143 milioni di dollari. Per ora si tratta di un settore del mercato dominato prevalentemente da Cina e Corea. Nel 2016, probabilmente gli Stati Uniti faranno un salto più grande in questo mercato. Altro settore su cui i VC punteranno nel 2016 è quello dell’istruzione. Il mercato della formazione globale, infatti, ha raggiunto i 4,4 miliardi di dollari, e adesso più che mai sta dimostrando di essere un settore chiave per la prosperità, per l’aumento di posti di lavoro e la crescita complessiva a livello globale. La maggior parte della formazione sta cambiando radicalmente il suo aspetto trasformandosi da tradizionale in tecnologica e innovativa così da poter conquistare anche i più giovani.


#venturecapital # 2016 @simeoneantonio1 Ritorno alla #razionalità con maggiore #prudenza
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Tra la fine del quarto trimestre del 2015 e l’inizio del primo trimestre del 2016 sembra comunque che i venture capital abbiano le premesse per conquistare maggiore fiducia. L’università di San Francisco ha stimato che su una scala da 1 a 5, la fiducia degli investitori della Silicon Valley ha raggiunto quota 3,59, il primo piccolo aumento dopo tre trimestri consecutivi di calo. Anche se la fiducia è rimbalzata dalla sua recente depressione, è ancora al di sotto della media del 3,72 mantenutasi negli scorsi 12 anni. Le preoccupazioni circa valutazioni elevate e la volatilità del mercato pubblico hanno tuttavia – per quanto paradossale possa sembrare – facilitato l’aumento di fiducia, in quanto gli investitori si sono concentrati sui settori del business fondamentali e più sicuri. Così ha dichiarato Mark Cannice, supervisore del sondaggio dell’università di San Francisco. Il ritmo più lento nella Silicon Valley potrebbe aiutare a differenziare le grandi imprese nel mercato, e conseguentemente sviluppare una maggiore fiducia a livello generale.

Gerard van Hamel Platerink di Redmile Group e Dag Syrrist di Vision Capital ritengono che una minore esuberanza ed eccitazione potrebbero essere proficue per il mondo del venture capital. Nel sondaggio hanno dichiarato che limitare il più possibile la “speculazione esuberante” potrebbe essere giusto e salutare per il mercato. Venky Ganesan di Menlo Ventures, ha affermato in un’intervista a CNBC, che il mercato dei venture e delle startup richiede interventi correttivi. In particolare, occorre che i VC adottino qualche misura che consenta loro di adeguare le attese alla realtà senza inseguire fuggevoli sogni chimerici. Questa strategia, se perseguita a lungo termine, potrebbe premiare le decisioni di investimento assunte oggi.

Non si cercano unicorni

Ma startup con fondamenta solide. «Potremo assistere a un pullback in finanziamenti in fase avanzata e dovremo fronteggiare anche alcuni licenziamenti, ma le valutazioni a lungo termine compiute su società sicure, prevalentemente di ambito tecnologico e in grado di produrre cambiamenti reali, rimarranno intatte» – ha dichiarato Ganesan.

Tyler Willis, imprenditore e business angel, ha sostenuto, in un’intervista a CNBC, che «la crescita improvvisa di determinate aziende ha contribuito a raccogliere moltissimi soldi, portando a valutazioni altrettanto elevate. Conseguentemente gli investitori presi dall’eccitazione si sono dimostrati disposti a pagare ancora di più per finanziare la crescita di tali società nonostante non ci fossero le basi per ulteriori sviluppi di crescita». Ma piuttosto che “tirare il tappeto” bruscamente, come nel 2001 o nel 2008, si è verificata una contrazione lenta o piuttosto un “ritorno alla razionalità” che ha indotto gli investitori e gli hedge fund ad abbandonare gli investimenti più rischiosi e a cercare startup con business model più sicuri.

Tutto ciò non può che essere un aspetto positivo per il mercato perché la diffusione di un equilibrato livello di fiducia nel mondo dei venture capital potrebbe impedire proprio lo scoppio di bolle del 2008. Per non dire che al tempo stesso si crea innovazione dandole sostegno. «Il mercato era troppo sicuro di sé un anno fa e avrebbe pagato molto in anticipo rispetto al momento in cui sarebbe stato raggiunto effettivamente quel livello di progresso, tale da giustificare l’investimento a suo sostegno. Il mondo sta cambiando radicalmente» – ha aggiunto Willis. L’ottimismo non è scomparso, ma è stato sostituito da un’equilibrata e ponderata fiducia destinata a essere il carburante di questo 2016.

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Merger & Innovation https://www.datamanager.it/2016/03/merger-innovation/ Wed, 23 Mar 2016 14:29:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96766 Quando old e new economy si parlano Malgrado l’età matura dell’evento, il Mobile World Congress di Barcellona ha confermato anche quest’anno la propria autorevolezza, attirando come al solito una marea di aziende, esperti, analisti e visitatori. In mezzo alle polemiche per l’atmosfera cupa e orwelliana che ha circondato l’intervento di Mark Zuckerberg sul futuro della […]

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Quando old e new economy si parlano

Malgrado l’età matura dell’evento, il Mobile World Congress di Barcellona ha confermato anche quest’anno la propria autorevolezza, attirando come al solito una marea di aziende, esperti, analisti e visitatori. In mezzo alle polemiche per l’atmosfera cupa e orwelliana che ha circondato l’intervento di Mark Zuckerberg sul futuro della realtà virtuale (che immaginavamo già realizzato, considerando che di VR si parla dagli anni Ottanta), il Mobile World Congress ha visto il varo ufficiale di una iniziativa che riguarda un tema molto più concreto e pressante. La capacità delle startup di avere un impatto significativo su almeno tre fronti: l’occupazione, la ricchezza (non solo quella dei fondatori) e l’innovazione dell’altra metà, maggioritaria, dell’economia.


#vision Alberto Onetti, Quando old e new economy si parlano @MindTheBridge @SEP_EU
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Crescita in comune

Mind the Bridge ha scelto Barcellona per annunciare una nuova cooperazione tra la Startup Europe Partnership (SEP) – iniziativa della Commissione europea di cui Mind the Bridge è leader in collaborazione con la britannica Nesta, la berlinese Factory e il Bisite Accelerator spagnolo – e EBAN, un consorzio che riunisce la comunità europea degli investitori “early-stage”, che riunisce tra acceleratori, aziende e business angels un centinaio di soggetti importanti e soprattutto su scala continentale. L’obiettivo di questa alleanza è contribuire alla crescita delle giovani imprese innovative attraverso un costruttivo dialogo con le aziende mature più aperte all’innovazione. Dialogo che EBAN e SEP intendono favorire sia attraverso un processo di selezione e “matching” tra offerta e domanda sia andando a coprire gli aspetti finanziari grazie alla messa a fattor comune degli investimenti, quelli fatti dalle grandi aziende e quelli che arrivano dalla comunità del venture capital. Secondo Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge e coordinatore del progetto SEP, «oggi non c’è bisogno di nuove iniziative per far crescere l’ecosistema delle startup europee. Piuttosto dobbiamo mettere insieme le realtà che esistono già e stanno lavorando bene».

La scelta del Mobile World Congress non deve far pensare a un interesse specifico nei confronti delle startup del settore. «È solo una platea molto importante» – dice Onetti. «Le prospettive di sviluppo abbracciano tutti gli aspetti dal digitale alla mobilità. Altre ne nasceranno creando le connessioni con i settori più tradizionali. Il digitale è una coperta che attraversa tutto, e poi le startup non sono solo digitali».

Su come incrementare la sostenibilità delle startup e la loro capacità di incidere sui livelli occupazionali e sulla crescita del PIL, Onetti ha le idee molto chiare. «Dobbiamo costruire sempre più ponti tra il mondo nuovo e le aziende consolidate. Le startup hanno molto futuro ma poco impatto economico. Per le aziende “storiche” vale il contrario: molto impatto e futuro incerto, continuamente minacciato proprio dalle startup». Se i due mondi si mettono a marciare in sincronia, è possibile ottenere quell’alchimia tra crescita e innovazione che andiamo inseguendo da anni.


#vision Alberto Onetti Il #digitale è come una coperta @MindTheBridge @SEP_EU
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L’IPO non basta

Perché tra le startup i casi di successo e “scale-up” sono così rari e soprattutto non europei? «Le startup hanno bisogno di sbocchi» – spiega Onetti. «I campioni che abbiamo visto nascere si formano quando abbiamo tante aziende che vengono vendute, generando valore che gli imprenditori reinvestono. Una “Facebook” nasce per passi successivi: crei una azienda, la vendi bene, nei crei una più ambiziosa e così via, in un circolo virtuoso». Nel contesto attuale, spiega Onetti, la quotazione in Borsa non può essere l’unica “exit strategy” e del resto non è mai stato veramente così. «Anche nella Silicon Valley per una IPO di successo ci sono venti, venticinque casi di merger and acquisition, che funzionano anche meglio. Le acquisizioni sono il motore di un ecosistema solido perché se tutto il denaro rimane negli investimenti prima o poi il campo si inaridisce».

Purtroppo, è proprio questo meccanismo, l’acquisizione di una giovane startup da parte di una “anziana” impresa medio-grande, a risultare ostico alla cultura dell’innovazione in Italia e non solo. Il lavoro di squadra tra SEP e EBAN punta a moltiplicare le occasioni di dialogo in cui una realtà consolidata acquisisce, insieme alla startup, nuove competenze e nuovi mercati. EBAN, con cui SEP collabora già da qualche tempo, mette a disposizione una presenza diffusa nei 28 paesi dell’Unione e una grossa esperienza di collaborazione finanziaria tra mondo corporate e nuove imprese. SEP, dal canto suo, ha già lavorato con un numero selezionato di grandi aziende che credono nei modelli della open innovation e –sottolinea Onetti – «la fanno davvero». Con SEP troviamo utilities come Enel o Endesa, telco come TIM, Orange e Telefonica, gruppi bancari come BBVA, assicurazioni come Unipol. «A tutti chiediamo un commitment finanziario. Le corporate finanziano la piattaforma con una quota e noi facciamo attività di technology scouting, previsioni di investimento nei diversi settori, cerchiamo di capire le loro strategie». L’impegno delle aziende si traduce anche nell’individuazione, al loro interno, di figure di “internal champion” dell’innovazione che lavorano a stretto contatto con SEP, che si occupa anche della valutazione delle startup da acquisire, della due diligence e dell’affiancamento nelle fasi finali dell’acquisizione.


#vision Alberto Onetti Ma le #startup non sono solo digitali @MindTheBridge @SEP_EU
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Acquisire innovazione

L’altra grande opportunità è legata alla copertura europea dell’iniziativa. «Molti fanno technology scouting in una singola nazione. SEP è supportata dalla Commissione e disponiamo di sensori e antenne in grado di far emergere ovunque le cose più interessanti». Gli accordi annunciati a Barcellona prevedono tra l’altro che uno dei quattro eventi di “matching” tra idee di business e venture capitalist che Mind the Bridge organizza ogni anno, avvenga in collaborazione con EBAN. Come coinvolgere settori più resistenti, come il manifatturiero, il meccanico, e in generale la old economy e la pubblica amministrazione? «Agendo su due livelli» – risponde Onetti. «Quello della comunicazione, cercando di avvicinare certi ambiti alla problematica dell’innovazione, e quello della collaborazione, selezionando le realtà consolidate più propense a lavorare con noi». Onetti cita anche aziende di medie dimensioni come EGS, che con Mind the Bridge ha organizzato dei boot camp ed è riuscita a selezionare alcune startup che oggi, grazie a questa partnership, offrono servizi innovativi alla PA. O il caso di OpenjobMetis, quinto operatore nazionale della ricerca del personale, interessato a soluzioni innovative per il recruiting. «È un processo da innescare. Ti esponi, ti guardi in giro, cerchi di capire da dove potrà arrivare l’innovazione che potrebbe spazzarti via, e te la porti in casa». Pensiamo a brand come Blockbuster. «Chi avrebbe pensato che sarebbero state spazzate via proprio da una startup come Netflix? Come dire, trova l’innovatore prima che l’innovatore trovi te. E crescete insieme».

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Banche smart? L’IT come leva di business https://www.datamanager.it/2016/03/banche-smart-lit-leva-business/ Wed, 23 Mar 2016 13:30:16 +0000 http://www.datamanager.it/?p=97338 Quali sono gli effetti della digital transformation sul mondo delle banche? Innovazione, dematerializzazione, automazione dei processi, omnicanalità, mobile payment, modernizzazione delle infrastrutture e identificazione del cliente da remoto: sono queste le priorità di investimento dei CIO La digital transformation sta diventando il fattore critico di successo per le aziende di ogni dimensione e settore. Secondo […]

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Quali sono gli effetti della digital transformation sul mondo delle banche? Innovazione, dematerializzazione, automazione dei processi, omnicanalità, mobile payment, modernizzazione delle infrastrutture e identificazione del cliente da remoto: sono queste le priorità di investimento dei CIO

La digital transformation sta diventando il fattore critico di successo per le aziende di ogni dimensione e settore. Secondo i dati del rapporto Digital Disruption: the growth multiplier, diffuso al World Economic Forum da Accenture, l’economia digitale vale il 22% del PIL mondiale e l’ottimizzazione di competenze e tecnologie IT potrebbe dare nei prossimi quattro anni una spinta da due trilioni di dollari alla produzione economica. Si tratta di un fenomeno “disruptive” abilitato dall’IT e dalle tecnologie CAMS (cloud computing, business analytics, mobile e social). Anche per l’indagine CIO Survey 2016 realizzata da NetConsulting e promossa da Capgemini Italia, HPE e TIM, il fenomeno sta cambiando alla radice il modo di fare business e le strutture IT. Il 52% dei CIO è convinto che la digital transformation abbia un impatto diretto sul modello di business e sull’offerta.


Quali sono le #priorità di investimento dei #CIO in #banca ?
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«Il digitale sta trasformando completamente il settore bancario» – afferma Fabio Rizzotto, senior research and consulting director di IDC Italia. «Le banche saranno misurate sulla capacità di attrarre, coinvolgere e monetizzare i clienti attraverso i nuovi canali» – continua Rizzotto. Canali digitali sui quali il numero di interazioni e gli investimenti sono destinati a diventare una voce di spesa sempre più importante, proprio per via della transizione dall’era dell’e-business a quella del d-business. Le stime di IDC quantificano la spesa IT mondiale delle banche in crescita con un tasso annuo composto del 4,6% dal 2015 al 2019. Nei prossimi due anni verrà raggiunto il culmine degli investimenti nelle tecnologie e nei servizi cloud: le principali banche mondiali raddoppieranno i carichi di lavoro sul cloud. Questa tendenza trova conferma anche nei dati preliminari di chiusura del 2015 che riguardano l’intero comparto dei servizi finanziari. IDC sottolinea che il settore ha speso nel 2015 a livello mondiale circa 114 miliardi di dollari in tecnologie CAMS, su una spesa IT totale di 455 miliardi di dollari. Nel 2019, il peso del CAMS sulla spesa IT complessiva del settore lieviterà al 30%. «Sebbene la digital transformation sia in corso – sottolinea Rizzotto – la realtà mostra che questa è ancora in gran parte incentrata sulla prima linea e servirà tempo per dispiegare tutti i suoi effetti». Anche se l’ultima generazione di tecnologie e di soluzioni digitali è sicuramente impressionante, non si può ignorare, che i processi, i flussi di lavoro e i sistemi legacy costituiscano i maggiori ostacoli. Inoltre, il settore dei servizi finanziari ha da sempre investito e investe di più rispetto agli altri settori ed è notoriamente molto regolamentato. Tali aspetti, uniti al necessario mantenimento di sistemi ad alta prestazione, sono molto rilevanti rispetto agli investimenti in attività innovative. In questo quadro, però, sono proprio le tecnologie CAMS della Terza Piattaforma che possono venire in aiuto. In particolare, le architetture cloud possono ridurre drasticamente la complessità e il costo, nonché il tempo di sviluppo e distribuzione delle applicazioni. Oltre al valore delle informazioni che si possono ottenere con l’introduzione di un ambiente big data / analytics e la capacità di coinvolgere il consumatore con i modelli mobili e social. Tutto ciò non significa, però, solo investire in IT ma, soprattutto, innovare con l’IT il modello di business, intraprendendo un percorso di revisione dei processi, dell’organizzazione e dell’intera cultura aziendale.

La digital transformation cambia inevitabilmente il modo di operare delle banche che si vedono, quindi, costrette a ridefinire il proprio modo di funzionare, i propri processi e, di conseguenza, anche le proprie competenze. Innovazione, dematerializzazione, automazione dei processi, omnichannel, mobile payment, modernizzazione delle infrastrutture e identificazione del cliente da remoto: sono queste le priorità nei programmi d’investimento in IT. A scattare la fotografia è l’ultimo rapporto sulle tendenze di spesa IT di ABI Lab. La “natura digitale” è l’obiettivo della “banca smart” e la leva di business per la prossima evoluzione. La digital transformation si può declinare concretamente in tre aree principali, ciascuna fondamentale per costruire un disegno coerente: customer experience, business models e ruolo della filiale ed e-payments.


Nel #2015 nel mondo, le #banche hanno speso 114 miliardi di dollari in tecnologie #CAMS
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Customer experience

A fronte di un cliente sempre più connesso, mobile e social, diventa centrale per la banca la gestione della customer experience su tutti i canali digitali. Dal punto di vista dei contenuti, poter prevedere se e quando un cliente ripeterà le sue operazioni è certamente utile, ma sapere le motivazioni del suo comportamento e quindi poter agire in modo da mantenerne e magari accrescere la sua fedeltà nella relazione è ancora più importante. Ciò è particolarmente vero per il professionista bancario di filiale, soprattutto se dedicato a un particolare segmento di clientela, che ha estrema necessità di disporre tempestivamente di informazioni circostanziate, attuali e complete, quindi di un quadro del cliente chiaro e consistente.

Il miglioramento del rapporto con il cliente (imprese e persone) e la capacità di sviluppare forti e qualificate relazioni sono ai primi posti nelle priorità del top management bancario. L’analisi dei dati trasforma i canali digitali, fornendo informazioni strategiche attraverso la visualizzazione, una migliore rappresentazione del rischio, e le funzioni di customer-centric che sono in sintonia con i vari scenari di corporate banking e di pagamento. Gli investimenti IT dovranno essere finalizzati sempre più sul cliente, sulla conoscenza dei suoi gusti, delle sue abitudini e sul modo migliore per soddisfarli, con strumenti digitali. Comprendere fino in fondo come la digital transformation impatti sui clienti sia in termini di esigenze finanziarie sia nella vita di tutti i giorni differenzierà la banca vincente da quella perdente. Mobile banking, real-time banking, P2P e mobile payments sono tutti ingredienti di una strategia che deve portare la banca a reingegnerizzare i processi per rendere più semplice l’esperienza dei clienti e più snella l’offerta dei servizi, aumentando nel contempo la sicurezza e abbattendo i rischi. In altre parole, la sfida non è solo nella tecnologia, ma anche e soprattutto nei processi e nella capacità di offrire una customer experience in grado di raggiungere i clienti attraverso i canali a loro più congeniali (omnichannel) e di mantenere una relazione in grado di sviluppare il rapporto di fiducia e il business nelle forme più gradite al cliente (omniengagement).


#2016 #Biometrics e #GIS costituiscono una #priorità per il 34% delle #banche
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Filiali e omnicanalità

Altra importante sfida è la gestione della rete di vendita: in sostanza delle filiali. Oggi, la centralità dell’agenzia è fortemente diminuita con la diffusione dei canali mobile e online e, siccome la tendenza si accentuerà nel prossimo futuro, ciò determina un’eccedenza delle reti fisiche esistenti rispetto alle esigenze. In passato, il punto vendita fisico era il fulcro del rapporto della banca con i propri clienti, ora ha bisogno di svolgere un ruolo complementare in una logica omnichannel. L’agenzia bancaria dovrà essere di supporto agli altri canali e, a seconda dei casi, intervenire in modo appropriato in tutte le circostanze in cui sia richiesto il contatto face-to-face. In questo modo, ogni visita del cliente può essere sfruttata per generare reddito, nello stesso tempo stando ben attenti a ridurre i costi al minimo. Proprio tale moltitudine di punti di contatto rende estremamente importante e necessaria una “visione unificata e flessibile” del cliente. È quindi molto probabile che il numero di sportelli debba drasticamente diminuire. La società di consulenza strategica Javelin Group stima che entro il 2020, l’81% dei clienti USA preferirà accedere alla propria banca in mobilità, tant’è che Javelin non esita a definire chiaramente vincente il mobile banking nei confronti del banking tradizionale. La risposta deve essere quindi duplice. In primo luogo, le banche avranno bisogno di tenere sotto controllo i costi delle loro reti, mentre le riorganizzano verso attività di vendita e consulenza ad alto valore aggiunto. In secondo luogo, la filiale dovrà essere ridefinita concettualmente.

E-payments

Secondo l’indagine 2016 Trends to Watch: Payments di OVUM, il 61% degli istituti punterà nel prossimo anno un numero crescente di risorse su soluzioni biometriche e di sicurezza per far fronte al nuovo mercato dei pagamenti innovativi. Le ragioni principali sono: la sempre maggiore necessità di sicurezza, il cambiamento delle abitudini dei consumatori, le transazioni P2P in tempo reale e l’avvento della tecnologia blockchain, nonché la proliferazione di nuove interfacce e piattaforme. Sempre secondo OVUM, la sfida riguarda soprattutto il meccanismo dell’instant payment, che rappresenterà una ghiotta opportunità di generare valore solo se sarà garantito in termini di efficacia, rapidità e di data protection. In particolare, le soluzioni biometriche, insieme a nuovi strumenti di geolocalizzazione, costituiscono una priorità per il 34% delle banche. Il rapporto sottolinea anche l’importanza che rivestirà, nel prossimo futuro, la tecnologia blockchain (che abilita le crittovalute come Bitcoin) nell’economia distribuita e nei servizi finanziari. Le implicazioni di questa tecnologia nella finanza fanno chiaramente capire che chi oggi si muove con lentezza, domani rischia di perdere enormi opportunità.


#finance cloud, analytics, mobile e social, spesa IT delle #banche in crescita
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Una ricerca Gartner evidenzia che nei pagamenti un ruolo sempre più importante sarà svolto da smartphone e wearable. Gartner prevede che entro il 2018, il 50% dei consumatori in Europa, Nord America e Giappone pagherà i propri acquisti, utilizzando device mobili con tre diversi modelli di servizio: gli smartphone or wearables-based payments, i branded mobile wallets che fanno capo a banche o a fornitori di servizi di carte di credito e i cosiddetti branded mobile wallets realizzati dai retailer come ad esempio Starbucks. Nello stesso tempo, Gartner sottolinea anche che le soluzioni di pagamento che utilizzano l’NFC (Near Field Communication) come ad esempio Apple Pay, Samsung Pay e Android Pay dovranno sviluppare partnership tra retailers, banche e organizzazioni finanziarie. Vi sono poi i mobile payment wallets legati al device che avranno un livello di adozione strettamente legato alla diffusione del device stesso. A differenza delle soluzioni di mobile wallets, basate su cloud, che presentano maggiori opportunità di crescita sia nelle applicazioni face-to-face che in-store. Infine, a parere di Gartner, i servizi mobile payment e mobile wallets richiederanno un piano di implementazione specifico per ogni paese con infrastrutture ad hoc che tengano conto delle regole e consuetudini dei segmenti specifici e con accordi con banche e retailer. Recentemente è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea del 25 novembre 2015 la nuova direttiva europea (UE) 2015/2366, cosiddetta PSD2, sui servizi di pagamento. Le principali novità, di cui dovranno tener conto i sistemi di pagamento digitali nei prossimi anni, riguardano in via prioritaria l’ampliamento dello spazio competitivo, il cosiddetto “level playing field”, che consente la nascita di nuovi strumenti di pagamento e nuovi attori, abilitando, nel contempo, una dinamica competitiva che può determinare il miglioramento dell’offerta e della concorrenza. Altro importante aspetto riguarda il rafforzamento delle tutele per gli utilizzatori di strumenti di pagamento (consumatori ed esercenti) sia nel ribadire la necessità di investire in sicurezza, protezione dei dati e autenticazione sia definendo nuove responsabilità per chi paga con uno strumento di pagamento. Nel corso dei 24 mesi di trasposizione, l’Autorità bancaria europea (ABE) emanerà regole e norme tecniche in materia di autenticazione e comunicazione.


Nei prossimi 2 anni le #banche raddoppieranno i carichi di lavoro sul #cloud
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Persone e competenze

La digital transformation pone, quindi, la sfida più importante che attende i CIO nel corso dei prossimi anni: quella di collaborare attivamente per immaginare e sviluppare nuovi sistemi e cambiamenti che rappresenteranno un salto generazionale, cercando di far evolvere all’unisono e in modo armonico la vision, la tecnologia, le persone e i processi della banca. Ma per tenere il passo con la nuova tendenza occorrono le giuste competenze professionali, che in parte ancora mancano. In particolare scarseggiano adeguati profili nelle tecnologie IoT, sviluppo/utilizzo di API, analytics e cloud. È evidente che la digital transformation avrà un impatto anche sulle politiche di sourcing e nella gestione della relazione con i fornitori. Nello stesso tempo in cui si introdurranno nuove competenze, occorrerà capire come riallocare, in altre funzioni di business, o dismettere figure con competenze non più necessarie. Tutto ciò è emerso alla presentazione della seconda edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, condotto dalle principali associazioni IT: AICA, Assinform, Assintel e Assinter Italia e promosso dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) e realizzato da NetConsulting cube. In sintesi, i dati evidenziano come la cultura e le competenze digitali non riescano a tenere il passo con la società e l’economia. Il messaggio che emerge non può che concentrarsi dunque sulla necessità di una condivisione strategica, volta ad amplificare e velocizzare il dialogo tra mondo dell’istruzione e del lavoro. Tutto questo mentre emerge l’opportunità di adeguare strumenti consolidati e innovativi di convalida e riconoscimento delle competenze come per esempio l’e-CF (European e-Competence Framework) e di sostenere le imprese che investono nella creazione di competenze digitali.

Conclusioni

La banca sembra aver imboccato con decisione la via della digital transformation. La “natura digitale” è l’obiettivo della “banca smart” che cambia inevitabilmente il modo di operare e costringe a ridefinire il modo di funzionare, i propri processi e, di conseguenza, anche le competenze delle organizzazioni finanziare, promuovendo un vero e proprio cambiamento culturale in una logica digitale. Sono tre, le aree strategiche per costruire un disegno coerente: la customer experience, il ruolo della filiale e gli e-payments. Ma per tenere il passo con la nuova tendenza occorrono anche le giuste competenze professionali. Le banche, che hanno lavorato da sempre in un contesto in cui la velocità dei cambiamenti e la qualità delle informazioni sono elevate, stanno mettendo a punto le strutture e i processi specializzati e industrializzati per vincere questa sfida.

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Il tessuto connettivo nell’era digitale https://www.datamanager.it/2016/03/tessuto-connettivo-nellera-digitale/ Wed, 23 Mar 2016 11:05:36 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96764 Nell’Internet delle Persone, le reti diventeranno pervasive, capillari, a basso consumo, cooperative, dinamicamente riconfigurabili, parte di un nuovo ecosistema tecnologico e competitivo fondato sul valore delle informazioni digitali Come evolverà lo scenario italiano delle telecomunicazioni nel 2016? Quali trend impatteranno sul business e sulla sfera personale? Cominciamo guardando i numeri del mercato italiano. Nel 2016, […]

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Nell’Internet delle Persone, le reti diventeranno pervasive, capillari, a basso consumo, cooperative, dinamicamente riconfigurabili, parte di un nuovo ecosistema tecnologico e competitivo fondato sul valore delle informazioni digitali

Come evolverà lo scenario italiano delle telecomunicazioni nel 2016? Quali trend impatteranno sul business e sulla sfera personale? Cominciamo guardando i numeri del mercato italiano. Nel 2016, il valore del mercato dei servizi e sistemi di telecomunicazioni, dopo ben cinque anni di contrazione, tornerà a crescere anche se con un incremento ancora modesto (+1%). I servizi tradizionali (voce di rete fissa, voce mobile, SMS) continueranno a perdere valore, finalmente superati dal valore dei servizi dati e broadband sia sulla rete fissa che su quella mobile. Cresceranno moderatamente i mercati degli apparati di network equipment spinti sia dagli investimenti degli operatori per l’upgrade e l’estensione della rete pubblica, che dalle aziende in cerca di maggiore flessibilità e scalabilità. Subirà invece un lieve rallentamento la crescita in valore delle vendite di device mobili: nonostante il mercato degli smartphone sia maturo, questo comparto riserva ancora sorprese, con il valore delle vendite di phablet, detachable tablet e wearable destinato a crescere con incrementi più che “double digit”.

L’estensione e la frammentazione della catena del valore dei fornitori tradizionali, con l’ingresso di nuovi player e nuovi modelli di business, caratterizzeranno l’evoluzione del mercato italiano nel 2016 sui seguenti cinque fronti competitivi.


#What’sUp #2016 Daniela Rao @IDCItaly Il mercato delle telco e servizi in crescita dopo 5 anni
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Consumatori digitali insaziabili

Il traffico IP su rete fissa e mobile registrerà una nuova impennata sostenuta dall’utilizzo di media digitali, social networking e piattaforme di messaging. Proprio sui contenuti digitali e sui servizi a valore aggiunto continuerà a spostarsi il fronte della battaglia competitiva fra gli operatori, che proseguiranno con quanto già sperimentato nel 2015, concentrando la proposta al mercato consumer su offerte multi-play modulate per più profili di utenti. La diversificazione di Quality of Service e Quality of Experience tenderà a diventare un requisito fondamentale e sarà anche alla base dei processi interni di re-engineering delle reti. Il tema dello sviluppo della rete pubblica, infatti, continuerà a essere centrale per tutto il settore: gli investimenti pubblici e privati continueranno ad avere come obiettivo la copertura capillare del Paese; alleanze fra i diversi soggetti, insieme a lanci di offerte tecnologiche di diverso tipo, continueranno a riempire le pagine dei giornali.

Device tra realtà fisica e virtuale

La fame insaziabile e continua dei consumatori digitali di device mobili è destinata ad ampliarsi e a diversificarsi, mantenendo un punto fermo: lo smartphone, che si conferma cuore pulsante dell’ecosistema delle tecnologie “personali” per lavoro, svago, comunicazioni, pagamenti, salute e sport, e diventa un vero e proprio “hub” di applicazioni, servizi e altri device che ne estenderanno le funzionalità e che gli faranno, in qualche modo, cambiare pelle. Al CES 2016, abbiamo visto le ultime novità e, dopo l’annuncio della commercializzazione del visore Oculus Rift anche in Italia, a partire dal mese di marzo, queste tecnologie sembrano più vicine anche da questa parte dell’Oceano. Wearable, occhiali e visori per la realtà aumentata nel corso del 2016 inizieranno a diffondersi anche fra i consumatori italiani, per il gaming e l’entertainment, anche grazie a una crescente disponibilità di contenuti dedicati. Seguiranno poi anche nelle aziende per supportare il lavoro di addetti sul campo ed elevarne il livello di sicurezza, in cantieri, impianti e stabilimenti. Sempre nelle aziende, i tablet detachable, detti anche tablet 2-in-1, inizieranno a cannibalizzare le vendite di tablet tradizionali e di pc: sistemi operativi convergenti e nuovi form factor li renderanno sempre più attrattivi dei notebook per gli utenti professionali spesso in movimento.

Enterprise of EverYthing

Focus sui processi. Nel 2016, proseguirà il percorso delle imprese verso l’Enterprise of Everything, in ottica di trasformazione digitale. I mobile worker, intesi come persone che lavorano in mobilità o lontano dalla propria sede di lavoro abituale per almeno un 20% del loro tempo, sono ormai più della metà della totale forza lavoro. Il parco dei device aziendali, inoltre, continuerà a diversificarsi intorno allo smartphone, “re” indiscusso che ha superato il pc in termini di numerosità. Nelle grandi aziende si svilupperanno molti progetti di «lavoro agile» e smart working, grazie alle nuove spinte normative del 2015 e agli evidenti benefici ottenibili con l’introduzione di soluzioni che facilitano il lavoro in mobilità e da remoto e, in particolare, da soluzioni di Enterprise Mobility Management dedicate alla gestione dei mobile process su reti aziendali che via via si estenderanno includendo persone, device e sensori distribuiti capaci di dialogare con sistemi centralizzati, portandole gradualmente verso l’Internet of Industrial Things.


#What’sUp #2016 Daniela Rao @IDCItaly L’evoluzione delle #reti nell’Internet delle Persone
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IoT & People Everywhere

Con il paradigma Internet of Things, in effetti, è facile chiudere il cerchio che unisce le tecnologie consumer e quelle aziendali. Abbiamo già detto che il mercato che nel 2016 avrà la crescita maggiore rispetto al 2015 sarà quello dei device indossabili: bracciali smart, orologi, occhiali intelligenti rendono il corpo umano una sorgente di informazioni. Ma non solo, a questi si affiancheranno altri oggetti interattivi che aggiungono informazioni a ciò che vediamo e facciamo. Gli orizzonti applicativi sono molteplici e in continua evoluzione: nell’era dell’Internet delle Cose e delle Persone, gli oggetti intorno tenderanno a diventare equivalenti a nodi di rete capaci di elaborare i nostri segnali e dialogare con macchine, elettrodomestici, piattaforme e sistemi intelligenti. Nell’Internet delle Persone, le reti che erogano questi servizi saranno pervasive, capillari, a basso consumo, cooperative, dinamicamente riconfigurabili, parte di un nuovo ecosistema tecnologico e competitivo fondato sul valore delle informazioni digitali.

Le reti e ambienti ibridi

Il big bang del traffico dati, la proliferazione dei device e l’aumento della mobilità sono una sfida per le reti delle aziende private e pubbliche, chiamate a sostenere nuovi servizi e nuovi modi di lavorare. Non solo devono sopportare carichi sempre maggiori, in termini di accessi wired/wireless, capacità, velocità e latenza, per i quali spesso non sono state progettate, ma devono supportare la crescita dell’universo digitale, che nel caso delle aziende, si coniuga con la trasformazione dei processi. Nel 2016, l’utilizzo di tecnologie Software Defined Networking e Network Fuction Virtualization diventeranno un vero e proprio “mantra” per le aziende italiane con reti estese: queste funzionalità, applicate a reti e data center, abiliteranno la transizione verso ambienti ibridi e diversificati, la progressiva migrazione del traffico da on-net a off-net (dai data center verso l’edge), la continuità tra risorse on-premise e off-site, proprietarie e di terze parti. Inoltre, cloud-based WAN e SD-WAN saranno la chiave per l’estensione e la diversificazione delle reti verso l’Enterprise of Everything, in ottica IoT, e verso la mobilità. In uno scenario come quello descritto, per i CIO e i network manager è necessario migliorare la governabilità e il monitoraggio delle reti, tenendo i costi sotto controllo e sfruttando competenze, tecniche e modalità sempre nuove. Ciò spingerà un numero crescente di imprese a rivolgersi verso servizi e soluzioni di network outsourcing, come evidenziato dalle ricerche IDC.

Daniela Rao, research and consulting director di IDC Italia

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Protetti dalla correlazione https://www.datamanager.it/2016/03/protetti-dalla-correlazione/ Wed, 23 Mar 2016 09:04:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96760 La sicurezza in banca non può prescindere dall’uso di strumenti convenzionali. Ma il perimetro va esteso ai comportamenti e alla capacità di prevenire i rischi esterni La geometria di infrastrutture, reti, applicativi è profondamente cambiata in questi anni, ma la metafora della sicurezza perimetrale è ancora dominante, mentre sembra ancora secondario un aspetto che dovrebbe […]

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La sicurezza in banca non può prescindere dall’uso di strumenti convenzionali. Ma il perimetro va esteso ai comportamenti e alla capacità di prevenire i rischi esterni

La geometria di infrastrutture, reti, applicativi è profondamente cambiata in questi anni, ma la metafora della sicurezza perimetrale è ancora dominante, mentre sembra ancora secondario un aspetto che dovrebbe essere al centro di ogni strategia di protezione: noi tutti, col nostro comportamento di lavoratori e utenti digitali, siamo una parte fondamentale del nostro personale perimetro di sicurezza. Ma come affrontare una politica di sicurezza nell’epoca dell’intelligenza e delle vulnerabilità distribuite e all’interno di un’organizzazione complessa come una grande istituzione finanziaria? L’approccio giusto è centralizzato o decentralizzato?

Il perimetro c’è ancora

«Questo è un tema sicuramente importante e attuale» – risponde Francesca Bonora, head of ICT security governance and fraud prevention del Gruppo UniCredit. «In molte realtà, la sicurezza perimetrale è ancora predominante, ma questo non è sinonimo di un approccio obsoleto o inutile». La protezione del perimetro continua ad avere un ruolo ben preciso: rendere le risorse IT accessibili garantendo un adeguato livello di protezione, riservatezza, integrità, disponibilità delle informazioni e continuità di servizio, tramite strumenti ormai noti a tutti sul mercato, ben consolidati ed efficienti. Francesca Bonora si riferisce a tecnologie come i firewall, i proxy server e i sistemi di rilevazione e prevenzione delle intrusioni e alle classiche soluzioni antivirus o antispam, le one-time password da utilizzare e modificare subito dopo. Tutto questo, secondo il responsabile della security governance di UniCredit, continua a far parte di una linea strategica e di buon senso da seguire.


#security #banca. Non basta solo innalzare barriere tecnologiche @UniCredit_PR
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Oggi, più di ieri – però – sta emergendo una differente consapevolezza: «Non basta solo innalzare barriere tecnologiche, ma occorre anche formare e guidare i comportamenti degli utenti, in modo da estendere il vecchio concetto di “perimetro di protezione” dai propri asset ai comportamenti, per formare e guidare differenti automatismi che modelleranno una nuova cultura della sicurezza». In questa direzione, l’approccio più corretto dipende dalle variabili in gioco e dalle geografie in cui si opera. Per quanto riguarda UniCredit, attualmente il Gruppo «sta pianificando una campagna interna per aumentare il livello di consapevolezza, coniugando suggerimenti di buona condotta, video e format educativi più emozionali a percorsi formativi dedicati e approcci più innovativi per mettere a fuoco il tema della sicurezza nei gesti quotidiani».

Orecchie puntate sulla rete

Il problema è legato soprattutto al grande dinamismo che il fronte dei “cattivi” ha sempre dimostrato. Cybercrime, “hacktivism”, uso politico e militare degli attacchi ai sistemi informatici hanno sempre mostrato una grande creatività. Ma come rispondono gli esperti preposti alla protezione degli asset informativi, infrastrutturali, transazionali di un grande gruppo bancario nella ricerca di tecnologie, soluzioni e approcci innovativi? «La risposta si articola su tre direzioni. La prima è quella della continua valutazione della tenuta delle nostre difese, tramite attività di test diversi, dai normali penetration test alle simulazioni di attacco tramite Apt, Advanced Persistent Threat. La seconda è la continua indagine o intelligence di ciò che accade o “si dice” in rete. Infine, la terza, si concentra su attività di confronto e scouting con le più significative società di mercato, altri pari e startup di settore».

Questi elementi di socialità che rivestono ormai gli aspetti puramente tecnici del malware riconducono alla problematica delle competenze che un responsabile della sicurezza deve saper mettere in campo. Oggi, per esempio, davanti a un fenomeno come Big Data (che peraltro ha molte articolazioni proprio nel campo della security) gli ambienti professionali invocano la formazione e l’assunzione di figure come i data scientist. Come viene affrontato da UniCredit l’aspetto delle competenze in materia di cybersecurity, il training del personale e le informazioni estese all’universo dei clienti? «Gli skill in materia di cybersecurity sono già presenti all’interno delle nostre funzioni aziendali, prevalentemente nel perimetro di UniCredit Business Integrated Solution, la società che fornisce i servizi globali di Gruppo. Com’è naturale, guardiamo costantemente anche al mercato esterno e ai nuovi network professionali sia per individuare consulenze specifiche sia per entrare in contatto con giovani talenti con una formazione dedicata su questi temi». A tutto questo, precisa ancora Francesca Bonora, si affianca una politica di costante training del personale del Gruppo, attraverso le campagne di awarness di cui si è già detto, e con uno sguardo puntato sulla possibilità di estendere percorsi simili coinvolgendo direttamente i clienti della banca. «In ultimo, non trascuriamo il continuo e costruttivo scambio di risorse e conoscenze tra le realtà specializzate del Gruppo che contribuisce all’incremento delle competenze e al simultaneo training on the job» La sicurezza, insomma, si consolida lavorando.


#securitygovernance e #fraudprevention Che cosa c’è in gioco? @UniCredit_PR
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Security si sposa con Big Data

Entrare nella mentalità dell’attaccante, resta in ogni caso un efficace ingrediente di qualsiasi strategia di difesa. Non è un caso se a fronte di una crescente capacità di mascheramento e della velocità di mutazione del malware, oggi tutte le piattaforme di sicurezza fanno leva su “honeypot”, sandboxing, quarantene, emulazioni, assessment di vulnerabilità per riconoscere gli attacchi. Quanto è importante una strategia di sicurezza proattiva e basata su simulazioni e “drill”? «è talmente vitale – sorride Bonora – che anche il nostro board ne viene informato»!

Tornando agli strumenti necessari per fronteggiare gli attacchi, se la prima generazione di malware è stata combattuta con successo grazie ad approcci signature-based e al grande lavoro delle task force di esperti umani, oggi la scala e la granularità del fenomeno impongono forse il ricorso a supporti decisionali e automatismi più evoluti».

Secondo Francesca Bonora, in questo campo l’intelligenza artificiale, il cognitive computing e il machine learning nell’identificazione delle minacce possono avere un ruolo importante, senza dimenticare il tema sottostante di Big Data. Anche se è più immediato pensare alle informazioni provenienti da dispositivi comuni, così come a quelle tratte dai sistemi core banking o di sicurezza deputate al monitoraggio e al contrasto. «A queste se ne affiancano altre sia interne che esterne. Se mettiamo insieme tutte le informazioni utili, le correliamo e le utilizziamo per fare diagnostica, ecco che parliamo proprio di concetti quali Big Data, Cognitive e Learning».

A livello di controllo del fattore umano, le policy intese come regolamento aziendale sono lo strumento che proprio per natura abilita “la chiamata generale”. «Ovvero l’attivazione dei meccanismi di coalizione interna per presidiare al meglio il sistema» – spiega Francesca Bonora. E in questo senso anche il comportamento delle persone ne viene positivamente influenzato, soprattutto se l’azienda è presente in modo costante e capillare. «Sempre considerando il fattore umano, il monitoraggio analitico (ammesso che sia efficace) risulta essere difficile, mentre è sempre più importante agire sul comportamento, insistendo sulla consapevolezza e su tutte le azioni attive e continuative, affinché si crei un circuito virtuoso di conoscenza tra i soggetti in campo, dall’individuazione di possibili scenari di rischio alle conseguenti reazioni».

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Il lavoro diventa agile. Siete pronti per il futuro mondo del lavoro? https://www.datamanager.it/2016/03/lavoro-diventa-agile-siete-pronti-futuro-mondo-del-lavoro/ Tue, 22 Mar 2016 15:09:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=97334 Migliorare l’efficienza del lavoro grazie all’ICT è una delle promesse e delle basi su cui è nata e si è sviluppata l’informatica moderna: ottimizzare il lavoro nelle aziende e nelle organizzazioni, rendendo più snelli ed efficienti i processi. Non senza conseguenze All’inizio si parlava di telelavoro, poi è arrivato il concetto di smart working. Adesso, […]

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Migliorare l’efficienza del lavoro grazie all’ICT è una delle promesse e delle basi su cui è nata e si è sviluppata l’informatica moderna: ottimizzare il lavoro nelle aziende e nelle organizzazioni, rendendo più snelli ed efficienti i processi. Non senza conseguenze

All’inizio si parlava di telelavoro, poi è arrivato il concetto di smart working. Adesso, il lavoro diventa “agile” come definito dal consiglio dei ministri nell’ultimo disegno di legge collegato alla legge di stabilità 2016. L’efficienza rappresenta il “Sacro Graal” dell’organizzazione aziendale: perciò, si può addirittura affermare che l’evoluzione rapidissima delle tecnologie ICT sia stata proprio legata a questa ricerca. Il concetto che governa attualmente il mondo del lavoro è quello riassunto nell’inglese smart working, cioè “lavoro intelligente”. I primi passi di questa evoluzione sono stati caratterizzati dalla nascita di nuovi concetti, come quello definito dal termine “telelavoro”, in cui, grazie all’ICT, si svincolano i lavoratori dalla presenza fisica presso un ufficio. Le moderne soluzioni di videoconferenza e telepresenza consentono di portare questi trend alla realizzazione concreta in sale riunioni virtuali, in cui si incontrano persone distanti anche migliaia di chilometri, potendo conversare e vedersi come se fossero attorno allo stesso tavolo. È possibile interagire con altri anche essendo in posti teoricamente inadatti, come per esempio in una sala d’aspetto di un aeroporto, attraverso tablet o smartphone. Inoltre, le soluzioni di unified communication & collaboration (UC&C) rendono disponibili gli strumenti attraverso i quali poter comunicare e condividere documenti, presentazioni, video e tutto ciò che permette di rendere immediatamente produttivo un incontro in telepresenza.


#Lavoroagile Siete pronti per il futuro mondo del lavoro? Italia in ritardo
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Il mercato UC&C in Italia

Daniela Rao, TLC research & consulting senior director di IDC Italia, ci offre uno spaccato del mercatoitaliano. «Le soluzioni UC&C nei prossimi anni continueranno ad attirare l’attenzione delle medie e grandi aziende, che hanno ampiamente riconosciuto i vantaggi del lavoro in mobilità e da remoto e della progressiva integrazione del flusso delle comunicazioni con i processi di business». Per le imprese che stanno abbracciando le soluzioni di UC&C, l’esigenza di consolidare l’infrastruttura hardware e contenere i costi e quella di supportare la collaborazione tra addetti interni, partner, fornitori, clienti sono state decisive. «Tuttavia, adottare soluzioni di UC&C, che coinvolgono diversi processi di business e molti addetti, rappresenterà sempre una sfida per i vincoli di budget posti ai dipartimenti IT, soprattutto quando i ritorni sull’investimento sono difficili da quantificare. Le soluzioni di UC&C portano un migliore time-to-market, maggiore produttività individuale, migliore qualità della vita lavorativa, ma iniziare un percorso di adozione di queste tecnologie implica spesso, tra l’altro, dover affrontare la complessità dell’integrazione tecnologica e organizzativa, unita alla difficoltà del progressivo trasferimento sulle nuove piattaforme». Il mercato italiano si è attestato sui 380 milioni di euro nel 2015 e si prevede crescerà nei prossimi due anni sino a 430 milioni di euro, con incrementi medi annui intorno al 7% e una progressione simile a quella dei più evoluti paesi europei. «La crescita sarà sostenuta dalla domanda di oltre 15mila aziende grandi e medie che svilupperanno progetti di ampio respiro».

In termini di spesa, le aziende investiranno in hardware e software: PBX, telefoni, sistemi di networking e middleware e applicativi, che ora rappresentano più del 60% della spesa totale e che nel corso dei prossimi anni si ridurrà a favore di cloud o managed service. Servizi di supporto e gestione: servizi di installazione e manutenzione dei sistemi e dei prodotti on-premises, a cui si affiancheranno sempre più spesso servizi di gestione in cloud o managed, gestiti attraverso data center esterni, voce che crescerà bilanciando la contrazione di servizi di supporto e sistemi tradizionali. E servizi professionali di consulenza e system integration, che tenderanno a crescere in relazione alla crescente necessità delle aziende di avere fornitori/partner di riferimento in grado di supportarle nelle decisioni per lo sviluppo di progetti di ampio respiro. Attualmente, l’attenzione delle aziende è focalizzata su soluzioni che integrano servizi voce di rete fissa e mobile con applicazioni di collaborazione, ma nei prossimi anni il focus si sposterà sulla fruibilità di un mix di diversi servizi voce, video e messaging su piattaforme social, a sostegno del lavoro da remoto e in mobilità. A quest’evoluzione si affianca la diffusione di soluzioni in managed e in cloud, guidate dalla promessa di costi sempre più contenuti e flessibilità, insieme all’aumento della domanda di banda su rete fissa e mobile, correlata alla progressiva diffusione di mobile device, applicazioni, sensori e nuovi oggetti connessi. Secondo Daniela Rao, le esigenze di produttività e flessibilità continueranno ad alimentare la domanda di sistemi e soluzioni mobili per le comunicazioni aziendali, «spingendo aziende e manager a sperimentare nuovi metodi di produzione e nuovi stili di comunicazione, cambiando l’approccio alla produttività individuale e la valutazione del successo personale e dell’impresa».

Lavoro flessibile e agile

«In Italia, rileviamo un forte interesse per i servizi UC&C da parte di imprese di ogni dimensione e settore, con una propensione per il modello as a service, maggiore rispetto ad altri paesi europei» – spiega Alberto Monterosso, marketing manager unified communications di Colt. «La stessa Colt utilizza soluzioni di smart working & collaboration da oltre dieci anni e ha contribuito attivamente a diffondere la consapevolezza dei benefici apportati in termini di produttività, riduzione costi ed efficacia del servizio clienti, oltre a conciliare meglio gli impegni professionali dei lavoratori con le esigenze personali e familiari».

Oggi, ancor prima di arrivare in ufficio, iniziamo la nostra attività lavorativa attraverso uno smartphone, più simile a un computer che a un semplice telefono. E secondo Fabio Pettinari, country marketing director di Mitel Italia, «lo smart working è una realtà che si sta diffondendo sempre più nelle aziende italiane grazie alle nuove tecnologie, mentre nel Nord Europa è più diffuso e ben assimilato».

Ma gli analisti del settore IT prevedono una crescita progressiva degli investimenti in soluzioni di UC&C, anche se in Italia sarà più lenta e meno sistemica. Per Giorgio Mini, vicepresidente di Zucchetti, «la sfida dei CIO non è semplice, perché viene richiesto loro da un lato di rendere più efficiente la comunicazione aziendale e dall’altro di ridurre i costi delle infrastrutture per posto di lavoro».

Di fatto, la tecnologia consente di collaborare oltrepassando fusi orari e barriere culturali, come spiega Fabio Polato, head of BDM & professional services di Samsung Italia. «Per esempio, i formatori trasferiscono agli studenti le informazioni e li aiutano a trasformarle in conoscenze, preparandoli a una futura occupazione. Le scuole abbracciano la tecnologia anche per fornire esperienze agli studenti come creatività, imprenditorialità e team-working».


#Lavoroagile Il 40% dei lavoratori non sperimenta modalità di lavoro flessibile @Vodafone
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Recentemente il consiglio dei ministri – come ricorda Fabrizio Falcetti, business programs manager di Fujitsu Italia – ha approvato un disegno di legge riguardante lo smart working, a conferma della sua importanza e attualità. «Le aziende italiane possono dunque trarre vantaggio da una maggiore flessibilità nel modo di operare, dando più spazio alla creatività e sfruttando meglio i talenti e le potenzialità dei dipendenti».

Le aziende stanno cambiando profondamente. E per Davide Oriani, CEO di Ricoh Italia, lo smart working, inteso come evoluzione tecnologica e culturale del posto di lavoro, è sempre più diffuso. Da una ricerca commissionata da Ricoh e condotta da Coleman Parkes Research (“4G Workplace”, luglio 2015) è emerso che la Generazione Z, che nei prossimi anni entrerà nelle imprese, ritiene fondamentali flessibilità di orario, equilibrio tra vita personale e lavoro e possibilità di comunicare con i propri colleghi, condividendo informazioni ovunque si trovino. «Tutte aspettative – sottolinea Oriani – che le aziende non possono più ignorare». L’adozione di nuovi modelli organizzativi in grado di promuovere la flessibilità e l’agilità sono determinanti per reagire rapidamente a un mercato sempre più veloce e mutevole.

E per Maurizio Villa, business development manager di Alterna, un’azienda di Altea Federation, «flessibilità e agilità trovano una compiuta interpretazione nel modello di smart working basato essenzialmente su mobilità multi device, collaborazione e comunicazione unificata».

Sempre più mobile e ubiqui

«Lo smart working è il risultato di una trasformazione profonda, che affonda le proprie radici nei nuovi modelli lavorativi e nella mutata attitudine verso il lavoro collaborativo, soprattutto nelle nuove generazioni» –spiega Paolo Pelloni, marketing di Gruppo Sintesi. Come affermato a un recente incontro di The Ruling Companies Association, introdurre in un’impresa lo smart working significa ripensare almeno quattro aspetti dello scenario lavorativo. Prima di tutto, l’orario di lavoro contrattuale, che oggi non regolamenta il lavoro fuori dagli uffici. Poi, l’utilizzo delle tecnologie digitali e il layout degli uffici. E infine, i nuovi modelli di leadership».

Il lavoro svolto in mobilità o tra le mura domestiche, ora noto come smart working, è stato rilanciato dal nostro governo con il recentissimo decreto legge che assicura importanti vantaggi a imprese e impiegati che decidessero di adottarlo. «Un primo passo per allinearci con i principali paesi europei, anni più avanti di noi nel processo di dematerializzazione degli uffici» – commenta Marcello Guido Levi, support engineer di 3CX. Tuttavia, come fa notare Milco Accornero, segment marketing direct channel manager di TIM «l’Italia si pone tra i paesi europei più attenti e predisposti ad accogliere e sviluppare questo nuovo modello di lavoro, come testimoniato dalla crescita delle iniziative di sperimentazione nelle aziende. TIM ha iniziato da tempo un percorso di adozione dello smart working che la porterà presto a essere tra le aziende con il maggiore livello di pervasività di questo modello». E del resto, progressivamente ci siamo tutti abituati a essere connessi, sempre e dovunque. «Le aziende e le persone – dice Matteo Masera, direttore commerciale di PRES – provano spesso resistenza al cambiamento, ma è un processo che coinvolge tutti. La collaborazione è un valore fondamentale per le aziende, che siano locali o internazionali, di servizi o produttive. Processi e metodi stanno subendo vere e proprie rivoluzioni, aprendo straordinarie opportunità alle aziende pronte a coglierle».

Continuità operativa e reputazione

L’ambiente di lavoro collaborativo offre la flessibilità necessaria per trovarsi nel posto giusto e svolgere al meglio il proprio compito. «Anche in Italia questa trasformazione è già ampiamente in atto» – spiega Michele Dalmazzoni, collaboration & business outcomes leader di Cisco Italia. «Secondo una recente survey di NetConsulting, i processi interni sono oggetto di revisione in un’azienda su tre, e il 16,7% delle aziende ha già avviato un processo di cambiamento e ridisegno dell’intero modello di business».

Per Alberto Carrai, direzione marketing e commerciale di Able Tech, l’efficienza oltre alla qualità dei sistemi gestionali, «passa dalla continuità operativa abilitata dalla possibilità di lavorare e interagire ovunque e con livelli di semplicità e performance in precedenza inimmaginabili. Infatti, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in Italia quelli che lavorano sfruttando tecnologie mobili e sistemi di collaborazione unificata sono più produttivi (+35%)».

Secondo la ricerca “Flexible: Friend or Foe”, condotta da Vodafone in dieci paesi, il 75% delle aziende ha introdotto politiche di lavoro flessibile. «In Italia c’è un leggero ritardo» – come rileva Sara Trabucchi, responsabile delle soluzioni per le aziende di Vodafone Italia all’interno della divisione Enterprise. «Infatti, il 40% dei lavoratori italiani non ha ancora sperimentato modalità di lavoro flessibile, che invece sono state utilizzate dal 31%, posizionandoci così al penultimo posto, seguiti solo da Hong Kong (22%). Il 70% delle aziende ha adottato politiche di lavoro flessibile, e tra il 24% delle restanti, il 72% si mostra favorevole. Sono riconosciuti universalmente tre benefici principali del lavoro flessibile: aumento della produttività, influenza positiva sulla reputazione aziendale e morale dei lavoratori».


#Lavoroagile Come affrontare la complessità dell’integrazione tecnologica e organizzativa ?
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Workplace intelligente e mobility

«HPE offre soluzioni e servizi per il workplace intelligente e la mobility, volti a garantire la produttività e la collaborazione sicura» – ci spiega Enrico Toson, marketing manager di HPE Enterprise Group. Una gamma completa di software per la mobilità, infrastrutture e comunicazioni unificate offre velocità e sicurezza a imprese di ogni dimensione. In particolare, grazie ad Aruba Networks, HPE unisce le tecnologie legacy e wireless, fornendo un accesso sicuro e agevole alle applicazioni su cloud da dispositivi mobili, supportando la forza lavoro ovunque si trovi. Le soluzioni UC&C combinano messaggistica, dati, contenuti, presenza, voce e video, favoriscono la comunicazione e la collaborazione integrata all’interno delle organizzazioni, migliorando i processi decisionali. In questo ambito, HPE gestisce quattro milioni di postazioni di unified communication, 45 milioni di caselle email di oltre mille clienti in 135 paesi. Lo smart working passa infine sempre più spesso attraverso la libertà d’uso di dispositivi anche personali, che i dipendenti conoscono bene e sanno usare con efficienza (BYOD). Una nuova modalità di lavoro che necessita di un accesso sicuro e sistemi applicativi ibridi e scalabili».

Infatti, gli ambiti fondamentali dello smart working sono gli spazi collaborativi all’interno delle aziende, gli strumenti per la produttività personale e gli ambienti virtuali, come mette in evidenza Michele Dalmazzoni di Cisco Italia. «Cisco permette di creare ambienti flessibili che migliorano il comfort e ottimizzano i costi di un edificio interagendo, per esempio, con i consumi di energia o con l’illuminazione. Offriamo la possibilità di collaborare in qualsiasi momento e luogo con vari dispositivi, come laptop, tablet o smartphone. Apparati personali di telepresenza garantiscono poi la massima qualità video e audio anche sulla scrivania di una singola persona o a casa. Infine gli spazi virtuali uniscono i due ambiti precedenti, magari nel cloud, come la nostra soluzione di collaborazione Cisco Spark».

L’esperienza che diventa soluzione

«Smart working significa migliorare la condivisione delle informazioni e la collaborazione tra le persone» – afferma Oriani di Ricoh che si propone come «partner per la comunicazione aziendale, diventando l’unico punto di contatto per la fornitura e la gestione di una vasta gamma di soluzioni (quali sistemi per la videoconferenza, videoproiettori e lavagne interattive) e di servizi in cloud. Ricoh integra le nuove tecnologie negli spazi di lavoro, progettati per essere ergonomici, funzionali e in grado di facilitare l’evoluzione organizzativa per il lavoro smart». Mitel propone MiCollab, una nuova suite applicativa Mobile First orientata alla comunicazione e collaborazione con qualsiasi dispositivo: tablet, smartphone (iOS, Android, Windows, BlackBerry), laptop o desktop. «Attraverso un’unica interfaccia semplice e intuitiva – spiega Fabio Pettinari di Mitel Italia – è possibile accedere alla presence, alla comunicazione voce e video, al lavoro in team, alla condivisione dei documenti, alla chat, quindi allo smart working».

La proposta Alterna invece è basata sulle soluzioni as a service di Microsoft e – come dice Villa di Alterna – consiste essenzialmente «nella definizione di un percorso di digitalizzazione orientato alla business productivity, alla social collaboration, all’unified communication e alla business analytics».

Per parte sua, Pelloni di Gruppo Sintesi, afferma che per guidare i clienti nella progettazione, implementazione e manutenzione di ambienti di smart working, sono necessarie infrastrutture di rete altrettanto smart, «in grado di misurare e di supervisionare il tasso di adozione delle tecnologie collaborative, rendendo il luogo di lavoro sicuro e facilmente adattabile alle esigenze dei lavoratori in mobilità».

Vodafone è l’azienda italiana con più persone che praticano lo smart working (3.500 secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano). E per questo – spiega Sara Trabucchi di Vodafone – «insieme alla nostra esperienza, proponiamo soluzioni evolute di connettività, cloud computing e collaboration. Il tutto sempre con un occhio particolarmente attento alla sicurezza, alla tutela dei dati e delle informazioni sensibili. I nostri servizi vanno incontro sia alle esigenze di tutti i lavoratori che svolgono le loro attività in mobilità sul territorio o presso i clienti». Le offerte però non sono tutte uguali. ARXivar è la piattaforma di document e process management accessibile da qualsiasi device e in grado di connettere in un unico sistema persone e informazioni, facilitando le interazioni. All’offerta ARX Drive, come spiega Carrai di Able Tech, è stata integrata una suite di file sharing che permette anche da mobile di condividere e modificare documenti, tenere traccia delle revisioni e recuperare versioni precedenti, con la sicurezza di accesso ai dati tipica di ARXivar. E le vie della comunicazione integrata sono tante. «In oltre 20 anni – afferma Masera di PRES – abbiamo cambiato il modo di lavorare di aziende, università, ospedali ed enti pubblici. Ottimizzando le infrastrutture, abbiamo consentito la collaborazione in tempo reale e con efficacia ovunque nel mondo, abbiamo permesso discussioni di tesi universitarie con docenti oltreoceano e colloqui di lavoro intercontinentali. Aiutiamo i nostri clienti a migliorare la comunicazione all’interno delle loro organizzazioni e a ottimizzare la risorsa più preziosa, il tempo».


#Lavoroagile Il mercato italiano vale 380 milioni di euro nel 2015 – dati @IDCItaly
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Collaborazione in sicurezza

Colt Cloud UC è la soluzione di comunicazione unificata basata sul cloud, completamente gestita e fornita in modalità as a service, che comprende funzionalità di centralino e collaboration, traffico telefonico e connettività. «Disponibile in 13 paesi europei, sicura, flessibile e scalabile – spiega Monterosso di Colt – si rivolge a tutte le organizzazioni che desiderano migliorare la comunicazione interna e con i clienti».

Infinity Communication invece è una piattaforma software UC basata su tecnologia VoIp, che permette di gestire in modo unificato tutta la comunicazione aziendale. «Il grande vantaggio – dice Mini di Zucchetti – è l’integrazione con il CRM e i software gestionali Zucchetti, che consente di disporre in tempo reale delle informazioni relative alla persona con cui sta interagendo».

Samsung nel settore Audio Video permette di comunicare con tablet e smartphone in ambiente sicuro e senza limiti geografici. «Le soluzioni tecnologiche sono diverse» – racconta Polato di Samsung.

«Ci sono display led interattivi dal piccolo al grande formato. Tablet Android e Windows e sistemi basati su pc e iOS. Mobile technology con sistemi di prossimità e autenticazione biometrica. Mobile & cloud printing; cloud display (virtualizzazione della postazione di lavoro) e altri».

Per esempio, Fujitsu ha sviluppato soluzioni per il riconoscimento univoco basato sull’impronta venosa del palmo della mano con PalmSecure. Non solo. «I dati biometrici possono essere usati come chiave di crittografia per la protezione dei dati» – come ci spiega Falcetti di Fujitsu, che propone soluzioni complete su tre direttrici: «Lato infrastruttura, offriamo soluzioni cloud anche attraverso la rete di partner Fujitsu, con l’offerta personalizzabile Cloud4You. Servizi per la gestione del posto di lavoro, virtuale o fisico, di un’azienda. Inoltre, Fujitsu progetta e realizza unità con un livello di sicurezza intrinseca più elevato, semplici da implementare e gestire ma soprattutto da usare». La piattaforma 3CX per l’unified communication soddisfa da sempre l’esigenza di mobilità degli impiegati. «Il VoIP e l’integrazione nativa fra centralino, gestionali e CRM – dice Levi di 3CX – oltre alle funzionalità come chat, lo stato di presence dei colleghi fino alla videoconferenza clientless, con condivisione documenti e assistenza remota, mettono a disposizione tutti gli strumenti di cui si disporrebbe fisicamente in azienda. Con i client 3CXPhone per Windows, Mac, Android e iOS, l’utente è reperibile al numero dell’ufficio, e chiama i propri colleghi in sede a costo zero da ogni luogo e attraverso ogni tipo di dispositivo».

E parlando di integrazione, Accornero di TIM spiega l’importanza di essere un abilitatore allo smart working, «attraverso l’offerta di infrastrutture di rete fissa e mobile (ADSL, fibra e LTE), reti capillari WiFi e NFC, cloud computing, servizi e piattaforme ICT per la UC&C, sicurezza, applicazioni e device mobili».

Come trasformare il lavoro

Monterosso di Colt risponde alla domanda così: «Qualità della conversazione e semplicità di utilizzo per comunicazioni multimediali in mobilità, punti di forza di Colt Cloud UC, diventeranno requisiti fondamentali per la digitalizzazione dell’impresa e il miglioramento della relazione con i clienti, come illustrato in questa analisi». Il punto di vista di Pettinari di Mitel è invece che la diffusione dello smart working «porterà ad avere tecnologie sempre più orientate alla mobility, dove i servizi di comunicazione e collaborazione verranno forniti in cloud o direttamente dagli operatori mobili attraverso le reti 4G/LTE».

La tendenza è di utilizzare sempre di più la tecnologia “cloud” anche per questo tipo di soluzioni, soprattutto per una questione di riduzione dei costi, «ma anche per avere un servizio rapido e scalabile dal punto di vista delle funzionalità» – come mette in evidenza Mini di Zucchetti.

Villa di Alterna aggiunge invece che i significativi vantaggi offerti dalle tecnologie as a service, come il risparmio in termini di investimenti in infrastrutture e manutenzione nonché l’accesso ai servizi indipendentemente dalla postazione (ufficio/casa/spazio condiviso) e dal device utilizzato, saranno sicuramente i fattori determinanti che consentiranno una maggior diffusione nell’adozione dello smart working all’interno delle aziende».

Per Levi di 3CX, sul fronte delle tecnologie abilitanti non ci sono rivoluzioni all’orizzonte, ma si intravede «un incremento dell’interoperabilità fra sistemi e nuovi impulsi per piattaforme virtualizzate e cloud, anche e soprattutto nell’ambito telefonia e UC».


#Lavoroagile #UC&C Migliorano time-to-market, produttività e la qualità della vita
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Il futuro dello smart working

Nel prossimo futuro, Accornero di TIM ritiene che le tecnologie di smart working dovranno permettere alle persone di lavorare sempre più in modo flessibile sia all’interno delle aziende che all’esterno. E prevede un maggiore sviluppo negli ambiti «social collaboration, device mobili, accessibilità alle applicazioni aziendali e workspace technology per un utilizzo più efficiente degli spazi fisici».

Secondo Polato di Samsung, il futuro dello smart working è decisamente positivo. «In ambito professionale, grande attenzione sarà riservata a tutte quelle realtà aziendali con una spiccata presenza territoriale e con esigenze di lavoro di mobilità/real-time, alle quali servirà offrire servizi di “extended remote office”. In ambito domestico, il concetto di ubiquità permetterà di estendere l’attività lavorativa anche a casa, sfruttando il fenomeno della “consumerizzazione” dei dispositivi».

Falcetti di Fujitsu continua: «Questo tipo di tecnologia – che riguarda tutte le tipologie di aziende, nessuna esclusa – prenderà sempre più piede nel momento in cui il top management o i responsabili di divisione si faranno promotori dell’innovazione e dell’introduzione in azienda di nuovi modi di relazione tra i vari reparti e persone ma anche un nuovo modo di servire i propri clienti. In un mondo come quello attuale, iperconnesso, innescare un meccanismo di smart working è fondamentale per raggiungere un vantaggio competitivo».

Ogni due anni, Cisco conduce la ricerca “Cisco Connected World Technology Report”, in cui si studia la relazione fra il comportamento umano, Internet e la pervasività della rete. Il report si basa sulle risposte date da professionisti fra i 18 e i 50 anni di 15 paesi ed evidenzia le sfide che già oggi le imprese devono affrontare per restare competitive. L’ultima edizione (dicembre 2014) evidenzia come le aziende abbiano modificato le scelte organizzative per adeguarsi alla richiesta di maggiore flessibilità dei dipendenti. Inoltre, come ricorda Dalmazzoni di Cisco, «la flessibilità di stabilire i propri orari o di lavorare da remoto è la cosa più importante per un lavoratore su cinque».

Per finire, cloud, facilità d’uso e universalità delle soluzioni sono elementi trasversali che accomunano tutte le soluzioni. Insomma, in un mercato che si appresta ad abolire i confini fisici dell’azienda, lo smart working rappresenta una grande opportunità di trasformazione delle organizzazioni e di evoluzione dei modelli organizzativi.


 

Come migliorare l’efficienza del lavoro? Italtel, la collaboration diventa più cloud

Si può lavorare meglio e in modo più efficiente? Italtel lavora da anni sulle tematiche di collaboration accanto al suo partner di riferimento Cisco e conosce bene le evoluzioni che hanno caratterizzato queste soluzioni, sia in termini di modelli implementativi sia di tool. Al puro servizio telefonico si sono iniziati ad affiancare i softphone fino ad arrivare alle “room” di collaborazione. Italtel, forte della propria competenza tecnologica, è il partner ideale per guidare le giuste scelte architetturali di un’impresa che voglia adottare soluzioni di collaboration e smart working. Ma quale sarà l’evoluzione futura? «Il video è l’elemento che garantisce una collaborazione a distanza realmente efficace» – risponde Tullia Zanni, head of solutions marketing di Italtel. «Le costose soluzioni di video conferencing room based stanno lasciando spazio a soluzioni sempre più snelle che prevedono il supporto di device mobili per favorire flessibilità e mobilità ai dipendenti. L’ulteriore step evolutivo è rappresentato da strumenti più social erogati da piattaforme cloud di Continuous UCC browser based. Le applicazioni di Continous UCC sono strumenti che garantiscono una maggiore flessibilità per conciliare tempi di vita e lavoro, migliorando al contempo la soddisfazione e le performance lavorative individuali. La collaboration diventa più cloud, coerentemente con modelli di lavoro smart non più legato al posto fisico. Questo tipo di servizio supera in parte anche gli utilizzi massivi delle mail a favore di metodologie più social».

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Compliance o conformità? Chiamatela come volete https://www.datamanager.it/2016/03/compliance-conformita-chiamatela-volete/ Tue, 22 Mar 2016 11:48:17 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96753 Ricominciare ogni volta dall’inizio oppure dotarsi di un processo strutturato di gestione? Il Regolamento Europeo sulla Privacy accende nuovamente l’attenzione alle tematiche di conformità Investire su un processo strutturato di gestione potrebbe costituire l’opportunità di abbattere i costi, aumentare l’efficacia degli interventi e predisporsi a future evoluzioni normative. Per taluni è stato un regalo sotto […]

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Ricominciare ogni volta dall’inizio oppure dotarsi di un processo strutturato di gestione? Il Regolamento Europeo sulla Privacy accende nuovamente l’attenzione alle tematiche di conformità

Investire su un processo strutturato di gestione potrebbe costituire l’opportunità di abbattere i costi, aumentare l’efficacia degli interventi e predisporsi a future evoluzioni normative. Per taluni è stato un regalo sotto l’albero, per altri un ulteriore problema da dover gestire nel prossimo futuro: poche settimane fa si è avuta conferma della versione definitiva del Regolamento Europeo sulla Privacy. A breve, inizierà quindi il solito circo di interpretazioni più o meno rigide del Regolamento, di presentazioni di prodotti che “fai come vuoi, ma ricordati delle multe e degli impatti penali”, delle proposte dei fornitori “veniamo da te, facciamo un assessment e ti raccontiamo che cosa c’è da fare” (che poi saranno progetti che da soli ci si potrebbe comprare il prodotto di cui sopra…). Chi pensa che si tratterà (per l’ennesima volta) di fare un po’ di lavoro di messa a punto per stare in pace negli anni successivi, dovrà ricredersi: di progetti di conformità, nei prossimi anni, le imprese italiane se ne dovranno attendere un numero sempre maggiore!

E questo per diverse ragioni: sono aumentate nel numero le autorità che possono imporre regole (anche) in ambito ICT, ovviamente in relazione ai settori di mercato. Questo non accade solo per effetto della maggiore presenza delle autorità europee, ma anche per la crescente consapevolezza della rilevanza dell’ICT nell’attuazione dei processi di business. Da tempo, stiamo poi assistendo a una semplificazione delle norme generali a favore di misure settoriali che toccano di volta in volta diversi ambiti di mercato, come dimostrano i vari provvedimenti emessi dal Garante Privacy Italiano. Infine, molte disposizioni sono collegate all’agenda digitale europea e dei singoli paesi, la cui attuazione prevedrà modifiche, aggiustamenti ed evoluzioni.


#compliance Luca Bechelli @Clusit Come investire su un processo strutturato di gestione
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Il salto di qualità

Gestire le esigenze di compliance come attività estemporanee rischia pertanto di essere tanto oneroso quanto inefficace, anche per le PMI. Il salto di qualità potrebbe essere, finalmente, quello di dotarsi di una gestione strutturata della conformità in ambito IT, con lo scopo di indirizzare tutte le evoluzioni normative in modo integrato con il cambiamento e l’evoluzione dell’IT. Tale approccio sarebbe in linea con l’orientamento adottato dalle unità di business delle imprese in molti settori di mercato, in particolare quelli fortemente regolamentati (es: bancario, medico, …) o fortemente esposti alla tutela di interessi diversi e al controllo delle “authorities” (commercio, finanza, energia, …).

Con quali modalità?

Innanzitutto definire (e mantenere) una mappa degli ambiti IT impattati dalle diverse normative (es: tutti i sistemi che trattano dati sensibili, di pagamento, etc…). Tale quadro può più facilmente essere gestito tramite un inventario degli asset IT, per le aziende che se ne sono dotate.

In secondo luogo, dotarsi di un framework di contromisure (anche) di sicurezza che tenga conto sia delle esigenze di protezione che di conformità dell’azienda. Tali misure dovranno essere censite (diventeranno lo “standard aziendale”), associate ai regolamenti e standard pertinenti e ai sistemi ove sono implementate, per ottimizzare gli interventi in caso di evoluzioni delle normative.

Quali i vantaggi?

Innanzitutto la garanzia che le disposizioni di legge siano mantenute nel tempo, con maggior efficacia e minori costi per le future evoluzioni (ad es. evitare i costi di assessment e mantenere sotto controllo la spesa per la compliance). Inoltre, la standardizzazione delle misure aziendali porta di solito a minori costi di realizzazione e gestione, e migliora anche il livello di sicurezza. Inutile ricordare, infine, che il significato del termine “compliance” non è limitato agli aspetti normativi, ma abbraccia la conformità alle regole di cui si dota l’azienda, e agli standard e certificazioni a cui essa aderisce per poter essere competitiva nel proprio mercato.

Luca Bechelli, membro del Direttivo e del Comitato Tecnico Scientifico di Clusit

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Francis Ford Coppola – Il cinema come impresa https://www.datamanager.it/2016/03/francis-ford-coppola-cinema-impresa/ Tue, 22 Mar 2016 11:17:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=96826 Le regole dell’innovazione. Sperimentare, rischiare e raccontare la verità Ci voleva Francis Ford Coppola e tutta la sua capacità visionaria per trasformare un incontro in un evento e i ricordi personali in memoria collettiva. Il regista del Padrino e di Apocalypse Now ha saputo mettere a punto non solo un codice stilistico, ma anche un codice […]

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Le regole dell’innovazione. Sperimentare, rischiare e raccontare la verità

Ci voleva Francis Ford Coppola e tutta la sua capacità visionaria per trasformare un incontro in un evento e i ricordi personali in memoria collettiva. Il regista del Padrino e di Apocalypse Now ha saputo mettere a punto non solo un codice stilistico, ma anche un codice etico che ha guidato le scelte artistiche e di vita.

È accaduto al Teatro dal Verme di Milano. Co-protagonisti la Regione Basilicata in partnership con Matera 2019, Lucana Film Commission, Meet the Media Guru, Città Metropolitana di Milano e il Comune di Matera. Passato, presente e futuro. Nel tempo, Coppola ha mantenuto vivo il legame con la terra d’origine, la Basilicata, tra nonni e bisnonni che avevano gli stessi nomi, come in un romanzo di Gabriel García Márquez.

Nel 2012, ha aperto a Bernalda in provincia di Matera, luogo di origine della famiglia, il meraviglioso Palazzo Margherita, che è diventato un luxury hotel. E attualmente, sta lavorando a un progetto per promuovere la formazione di giovani registi e sceneggiatori. Il cinema di Coppola e le sue scelte di produttore si ispirano a cinque regole principali. «Cercare sempre la verità. Raccontare storie originali. Sperimentare usando la tecnologia. Autofinanziarsi e prendersi tutti i rischi in prima persona». Del resto, il cinema stesso dalla sua nascita è innovazione, sperimentazione e rischio. Più che maestro di cinema, Coppola si sente ancora un apprendista e per questo alla formula accademica della lectio magistralis preferisce il confronto diretto con il pubblico. «Le idee migliori nascono dal confronto e dalla collaborazione. Il cinema è lavoro di squadra».


#innovazione Francis Ford Coppola: Il cinema come impresa
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La sceneggiatura come piano industriale

Un amalgama di storia e cultura che restituisce una delle istantanee più potenti del nostro tempo. I racconti degli emigranti, che all’inizio del Novecento cercano fortuna in America, diventano la metafora della voglia di riscatto e di realizzazione. Oggi, parleremo di startup e di cervelli in fuga. Del resto, non è una novità. Ogni giorno, c’è chi lotta per realizzare i propri sogni: «C’è chi si arrende e chi invece si rialza, senza paura di cadere un’altra volta». Sta tutto qui anche il significato di innovare e fare impresa. «Se il potere perde il suo scopo e diventa fine a se stesso. Se la finanza non è più al servizio dell’economia e la tecnica non è più uno strumento al servizio della conoscenza. Allora, si crea una specie di alterazione della realtà che svuota l’esistenza». Così, la routine quotidiana diventa insopportabile. «Tutti connessi, ma tutti irrimediabilmente soli». E allora, vale la pena chiederci, tra un meeting d’affari e una riunione del consiglio di amministrazione, tra un briefing e una conference call, su e giù da un taxi per raggiungere l’aeroporto, qual è la forza che ci spinge a non arrenderci? Che cosa ci impedisce di trovare strade nuove? Per Coppola, «la sceneggiatura è come il piano industriale di un’impresa. Il regista è l’amministratore delegato e l’ufficio casting è come il reparto delle risorse umane». In tutte le sue produzioni ci sono tecnici e poeti: «I poeti sono i creativi, gli artisti, quelli che contribuiscono con le idee. Gli ingegneri sono come i CIO incaricati di sviluppare quelle idee attraverso le soluzioni tecnologiche più adatte. La prima cosa da fare per un regista è chiedersi qual è l’obiettivo del film così come un imprenditore si chiede qual è l’obiettivo della sua società. Se non vi viene in mente qualcosa, allora uscite, fate una passeggiata e guardatevi intorno. Per me, il lavoro deve rispondere a uno scopo che non è solo quello di fare soldi. Ogni impresa deve rispondere ai suoi clienti. I miei i clienti sono gli spettatori».


#innovazione e impresa Le 5 regole di Francis Ford Coppola
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Comprendere la realtà

Nel film, Il Padrino, premiato con tre Oscar e icona della storia del cinema mondiale, che cosa impedisce al figlio Michael (Al Pacino) di seguire le orme di Don Vito Corleone (Marlon Brando)? Qui c’è tutto il tema delle scelte e del ruolo di quelli che succedono al capo. Non solo. Siamo tutti ossessionati dai risultati e dalle performance. C’è chi farebbe di tutto per togliere quote di mercato al proprio concorrente o per aumentare di qualche punto percentuale le vendite trimestrali. In un altro film (The Conversation, 1974), Francis Ford Coppola pone già il tema della privacy, della sicurezza e delle intercettazioni. Quanti pezzi della nostra vita siamo disposti a consegnare nelle mani di un innominabile “committente” in cambio di uno sconto, di un servizio o di una maggiore sicurezza? In Apocalypse Now (1979), Coppola affronta il tema attualissimo dei “signori della guerra” e della degenerazione della società destinata a diventare una guerra di tutti contro tutti se si scambia il fine con il mezzo. Nel 1988, Coppola racconta la storia di Preston Tucker nel film Tucker, un uomo e il suo sogno, in cui il visionario inventore deve lottare contro la politica corrotta e le industrie automobilistiche dell’epoca che controllano il mercato e frenano il cambiamento.

Il tema del limite ritorna in un’altra pellicola basata sull’omonimo romanzo di John Grisham, L’uomo della pioggia (1996), in cui il giovane avvocato alla sua prima causa, Rudy Baylor, si trova a sfidare una delle più grandi società di assicurazione americane in una causa di risarcimento. Nel monologo finale, il protagonista racconta che ogni avvocato almeno una volta in ogni causa sente di superare una linea che non intendeva veramente oltrepassare. E se capita di farlo molte volte la linea sparisce per sempre. Nelle nostre scelte e decisioni, quanto è importante rispettare le regole e non avvicinarci a quella linea?


#innovazione e impresa La sceneggiatura come piano industriale
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L’album dei ricordi

Sfogliando l’album dei ricordi, da ragazzo mamma Italia gli diceva: «Tu sei fortunato a essere nato in America». Il padre Carmine, invece gli parlava delle sue origini italiane, della poesia di Dante, della musica di Verdi e dell’arte di Michelangelo. Il regista ha sempre dichiarato di sentirsi italiano e americano al tempo stesso. «Da figlio di migranti non posso che mostrare attenzione ai migranti di oggi. Ci vorrebbe un Rossellini per raccontare questo dramma. Oggi, il cinema è sempre più intrattenimento e meno arte e impegno civile».

La trisnonna, Filomena, faceva la sarta. «Aveva la brutta abitudine di grattarsi il naso con gli attrezzi da lavoro e così finì per prendersi un’infezione. Per curarsi andò a Napoli, ma il medico le disse che per guarire avrebbe dovuto rimuovere completamente il setto nasale». Da quel giorno in paese, tutti iniziarono a chiamarla “Filomena senza naso”. Eppure, rimasta senza naso e poco dopo anche senza marito, da sola e con il piccolo laboratorio di sartoria riuscì a mantenere quattro figli, tra cui il nonno Agostino.

«Forse, occorre smetterla di lamentarsi e cercare di impegnarsi di più. Il mondo è pieno di gente che si arrende alla prima difficoltà. Invece, bisogna stringere i denti e andare avanti. E se non si riesce al primo tentativo, bisogna rialzarsi e insistere. Senza mentire a se stessi e senza dare la colpa agli altri per i propri fallimenti».

La ricerca della verità

«Nei miei film, ho sempre cercato di raccontare la verità. La ricerca della verità dovrebbe guidare le scelte di tutti. La verità però non è sempre la scelta più utile o più comoda. Richiede fatica e lavoro. La verità divide e spaventa. Per paura di perdere qualcosa o qualcuno si preferisce ricorrere alle menzogne. L’Italia, nella sua storia, ha subito ogni tipo di invasione. Gli italiani per difendersi dagli invasori hanno imparato a mentire. Alla fine non sono stati più capaci di dire la verità neppure a se stessi. Perché la bugia è una trappola che non lascia via d’uscita. Essere onesti con se stessi e con gli altri è la scelta migliore che si possa fare. La verità è la cosa più semplice e migliore di questo mondo».

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