rivistanovembre2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 14:39:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistanovembre2016 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Trasformazione in 3D https://www.datamanager.it/2016/11/trasformazione-in-3d/ Thu, 24 Nov 2016 13:56:09 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114565 Dati, digitalizzazione e disruption rispetto ai modelli operativi tradizionali. Davanti alla sfida rappresentata dai concorrenti digital native, le aziende devono riconfigurare IT e processi, entrando definitivamente nell’era della Terza piattaforma È di nuovo epoca di profonda trasformazione, per l’informatica in azienda. La storia delle tecnologie di calcolo ha impresso una linea evolutiva ben precisa ai […]

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Dati, digitalizzazione e disruption rispetto ai modelli operativi tradizionali. Davanti alla sfida rappresentata dai concorrenti digital native, le aziende devono riconfigurare IT e processi, entrando definitivamente nell’era della Terza piattaforma

È di nuovo epoca di profonda trasformazione, per l’informatica in azienda. La storia delle tecnologie di calcolo ha impresso una linea evolutiva ben precisa ai sistemi computazionali che, a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, sono stati il motore dell’automazione del lavoro e dei processi di business. Una evoluzione che è sempre stata all’insegna del “sempre più piccolo e concentrato”. Quando le sue porte logiche erano costituite da valvole, il computer occupava inevitabilmente enormi stanze, consumava e dissipava una grande quantità di energia. Nella Internet delle cose, l’intelligenza digitale occupa viceversa pochissimo spazio e in certi casi può addirittura funzionare “succhiando” potenziale elettrico dalla miriade di campi in radiofrequenza che impregnano buona parte dei nostri territori proprio a causa delle comunicazioni digitali.

Dopo la prima fase in cui la piattaforma informatica per eccellenza era l’elaboratore “mainframe”, e un passo intermedio rappresentato dai sistemi midrange, si è passati a una lunga seconda fase che ha visto imporsi gradualmente la dualità server e dei terminali client, entrambi basati su potenti microprocessori ad alta densità e collegati in una rete aziendale. La svolta rispetto a questa seconda piattaforma è arrivata sotto la spinta degli standard di interconnessione (Ethernet a livello di rete locale, TCP/IP per le reti su scala geografica) e di una virtualizzazione sempre più spinta delle risorse hardware. Ma perché potesse dirsi conclusa la transizione tra la Seconda e la Terza piattaforma, si è dovuto attendere un decennio abbondante, per il completamento di quel processo di forte “consumerizzazione” e “socializzazione” delle tecnologie IT, che è il vero fattore dirompente, di un’informatica radicalmente nuova.


.@IDCItaly Benvenuti nell’era della Terza piattaforma
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UNA IT SPINTA DAL BASSO

L’informatica aziendale, dice Sergio Patano, research e consulting manager di IDC Italia, «è un mondo a tre dimensioni, e non mi riferisco soltanto alla stampa 3D, una delle tecnologie che fanno da contorno alla rivoluzione della Terza piattaforma. Le tre “D” in questione sono i dati, la digitalizzazione e proprio questo elemento “disruptive”, di spostamento di paradigma». Se l’informatica client/server che le aziende hanno imparato a governare nel ventennio precedente l’avvento di Internet e della massiccia virtualizzazione aveva già rappresentato un primo momento di democratizzazione della tecnologia, nella Terza piattaforma la spinta “dal basso” è diventata irresistibile. E i primi a essere stati investiti da questa onda di piena sono proprio i tradizionali dipartimenti IT delle organizzazioni aziendali medio-grandi.

«Il chief information officer nel dominio delle tecnologie ormai viene superato a destra dalle singole linee di business e perde un monopolio di conoscenza un tempo esclusivo» – sottolinea Patano, ribadendo però che il ruolo del CIO non viene improvvisamente meno. Non è certo il caso di mandare in prepensionamento centinaia e centinaia di professionisti ben preparati. Piuttosto, Patano vuol farci capire che anche la figura dei responsabili tecnologici delle imprese è uno degli elementi di un complesso percorso di trasformazione digitale che tutte le organizzazioni, pubbliche o private, di impresa o di governo, devono intraprendere oggi per non rischiare, nell’immediato futuro, di diventare meno competitivi, poco flessibili, incapaci di cogliere nuove opportunità di crescita, o di reagire alle richieste di un mercato anch’esso tecnologicamente evoluto.

SUCCESSI CLAMOROSI E TONFI MEMORABILI

Opportunità e richieste che hanno portato alla ribalta di settori merceologici diversificati società cone Airbnb o Uber, rapidamente diventate operatori leader in domini come l’hotellerie e il noleggio di vetture con autista, senza che le stesse società possedessero un singolo albergo l’una, o un solo taxi l’altra. Ai due esempi di successo, Patano contrappone il caso di tonfi memorabili, come Kodak e Blockbuster, due realtà clamorosamente incapaci di cogliere, nel momento giusto, il giusto significato del vento di digitalizzazione che ha portato alla sostanziale scomparsa delle fotocamere analogiche o alla vera e propria estinzione del videoregistratore a cassetta. E non mancano gli esempi di player che non si possono certo annoverare tra i campioni della old economy, come la canadese BlackBerry o la finlandese Nokia (dei telefonini, non dell’originario catrame), che dopo aver dato un formidabile contributo di innovazione hanno preso sottogamba la necessità di alimentare, anche con l’agilità delle infrastrutture tecnologiche, un processo di cambiamento costante. Perché neppure l’innovazione è più quella di prima.

Se ne discute ormai da tanto tempo, che forse non vale neppure la pena fornire ulteriori descrizioni, ma è giusto partire dalla definizione ormai classica di “Terza piattaforma” per comprendere meglio la lezione di Sergio Patano, presentata a settembre a Milano in occasione della Digital Transformation Conference di IDC e analizzata, insieme all’esperto, in questo speciale di Data Manager. Dopo i paradigmi del mainframe e del client/server, la Terza piattaforma nasce anche come estrema conseguenza della separazione tra risorse di calcolo fisiche e capacità di calcolo usufruibile come puro servizio. Separazione avvenuta con la virtualizzazione delle piattaforme operative, che a sua volta investe anche funzioni non strettamente computazionali, come lo spazio di archiviazione dei dati o i parametri e le funzioni delle reti, abbattendo le tradizionali barriere tra “comparti” di un data center. Il software defined everything è il fattore scatenante di un fenomeno, che elegge il cloud come architettura di base e primo pilastro, insieme ad altri tre, della nuova piattaforma. Le altre colonne portanti sono ovviamente la mobilità, la socializzazione del business e l’accumularsi dell’immenso patrimonio di dati, non necessariamente di carattere transazionale, né precisamente strutturato, che in virtù del cloud, della mobilità degli utenti e dell’infinita varietà di canali continuamente aperti tra imprese e consumatori, cittadini e pubbliche amministrazioni, utenti e altri utenti, macchine, veicoli e robot con altri macchine, vengono generati in ogni istante.

DALLA A ALLA “ZETTA”

Uno degli assi portanti della trasformazione, sta proprio nella capacità di intercettare la parte che conta di questi dati e di estrarre, come si fa con i minerali grezzi, le informazioni che permettono di convertire un semplice numero, una coordinata geografica, la lista della spesa in un negozio e in nuovo valore di business. Nella visione di IDC, i dati sono la prima “D” da tenere sott’occhio nei prossimi anni, quando tra l’aumento della popolazione e del numero di oggetti digitali intelligenti che popoleranno le nostre tasche, e l’allargamento delle possibilità di accesso ai nuovi servizi di rete, il fenomeno diventerà “Big” per davvero. «La quantità di dati negli otto anni che vanno dal 2013 al 2020 mostra un potenziale di crescita aggregata che vale il 40% ogni anno, osserva Patano. In questo modo, si passerà da un volume annuo pari a 4,4 zettabyte generati nel 2013, a un volume decuplicato, 44 zettabyte». Come dire 44 miliardi di terabyte, pari a circa cinque terabyte e mezzo per ogni singolo abitante del Pianeta, considerando però che a generare questa massa di numeri contribuiranno, nel 2020, circa trenta miliardi di oggetti della Internet delle cose. «L’utilità di questi dati dipende dalla possibilità di taggarli in qualche modo e analizzarli» – aggiunge subito Patano. Oggi, siamo in grado di farlo con poco più del 20% dei dati grezzi, ma nel 2020 non supereremo il 40% a fronte di un primo punto di forte criticità: ancora oggi il 50% dei documenti generati è di natura cartacea e l’80% dei dati complessivi non è strutturata».

In un business sempre più digitalizzato, il dato è una materia prima fondamentale da cui estrarre valore rappresentato da crescita ed espansione geografica del business corrente, opportunità di generare nuovo business in settori contigui o addirittura mai esplorati prima, fidelizzazione e allargamento della clientela consolidata, capacità di reagire velocemente alle sfide poste dalla globalizzazione dei mercati e dalle manovre di vecchi e nuovi concorrenti. In aziende già consolidate tutto questo implica una trasformazione anche radicale delle infrastrutture in direzione di una maggiore agilità e flessibilità di adattamento ai servizi richiesti. Ma richiede anche uno sforzo di cambiamento complessivo, che investe quelle che Patano chiama le «cinque facce» della trasformazione digitale. O meglio, dell’informazione digitale – precisa Patano – che equivale alla capacità di sfruttare queste informazioni «per ottenere un vantaggio competitivo, consentendo all’azienda di rispondere alle opportunità rapidamente, attraverso decisioni informate». Al di là di una infrastruttura IT agile, è fondamentale adottare un approccio olistico in grado – sulla base di competenze derivate dal mondo digitale – di guidare l’azienda nella trasformazione dei modelli di business, dei processi interni e dell’intero ecosistema di relazioni.


.@IDCItaly La digital transformation contamina le imprese italiane
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UN REGISTA PER IL FILM DIGITALE

Un primo punto riguarda una leadership che riesca a progettare e implementare una strategia di cambiamento dell’intera organizzazione. La terza “faccia” del business digitale si identifica nella relazione con i clienti, una relazione molto più diretta e paritaria di un tempo, che lascia al cliente un maggiore spazio di decisione e manovra, muovendosi lungo una molteplicità di canali – on e offline – e di punti di contatto. Questa maggiore interattività punta a creare, grazie a esperienze più vicine al digital lifestyle che ciascuno di noi ha imparato a costruirsi in questi ultimi anni, un diverso clima di fiducia e complicità che va sicuramente esteso alla sfera dei collaboratori esterni e interni. «La trasformazione del modo in cui le aziende, grazie alle tecnologie digitali accedono e gestiscono i talenti, li connettono tra loro e con l’ecosistema per generare ulteriore valore, è un altro dei volti del nuovo modo di fare business» – sottolinea Patano. Last but not least, c’è il quinto aspetto, quello dei modelli operativi.

«Le business operation devono complessivamente diventare più reattive ed efficaci, facendo leva sui prodotti e i servizi, gli asset dell’organizzazione, le persone, i partner tutti digitalmente connessi intorno al vero “core” della trasformazione digitale: l’informazione e l’architettura su cui essa poggia». L’importanza di quest’ultimo punto, secondo Patano si percepisce anche da una prima analisi degli investimenti finalizzati alla trasformazione digitale che emerge dalle ricerche IDC. Se nel 2015, la voce riguardante il cambiamento dei modelli operativi attirava il 49% della spesa in digital transformation, le proiezioni per il 2020 anticipano una spesa più equilibrata per le tre voci riguardanti i modelli operativi, le infrastrutture informative e l’esperienza multicanale, che dovrebbero connotare gli sforzi evolutivi delle aziende con livelli compresi tra il 25 e il 38% di spesa. Più in dettaglio, le stime IDC considerano una spesa mondiale in tecnologie per la digital transformation che supererà i 2.100 miliardi di dollari nel 2019, andando a pesare per oltre il 50% sul totale della spesa ICT mondiale attesa per quell’anno. Fra tre anni, quindi, la maggior parte degli investimenti aziendali in tecnologie informatiche sarà destinata ai processi digitali.

Gli analisti stanno già registrando un progressivo spostamento della spesa ICT verso i progetti di digital transformation. La quota della spesa “trasformativa” sul volume complessivo del mercato ICT si è assestata di poco sopra al 30% nel 2015 partendo dal 28% nel 2014, anno in cui IDC ha iniziato a monitorare il fenomeno. Ma già nel 2016, la componente relativa alla trasformazione digitale è destinata a superare il 35%, per un valore di poco superiore ai 1.300 miliardi di dollari. Il trend individuato da IDC indica che la quota della spesa in trasformazione sul totale ICT supererà il 40% nel 2017 e arriverà a toccare il 52% nel 2019, quando oltrepasserà sensibilmente i 2.000 miliardi di dollari di valore.

IT E LOB INSIEME PER IL CAMBIAMENTO

Ma come si deve affrontare, la terza “D” del nostro scenario, la “disruption” digitale che, come si è visto, non si limita a cambiare le regole e i paradigmi dell’IT? In una dinamica che vede i nuovi entranti, nati già digitali (le varie Uber, Netflix, Airbnb, Amazon e Alibaba) confrontarsi continuamente sui mercati con aziende storiche o comunque già affermate, queste ultime ricevono un forte impulso a una trasformazione che si traduce innanzitutto nella nascita di ruoli diversi, figure di riferimento, veri e propri leader della trasformazione.

Come ci spiega l’esperto di IDC, si tratta a volte di posizioni a metà strada tra quello che era il tradizionale dipartimento IT e le varie “Lob”, le linee di business, responsabili dell’innovazione e della digitalizzazione che spesso ricevono in dotazione un budget ricavato erodendo in piccola parte le voci di spesa convenzionali. Il primo passo di questa strategia consiste in genere nel mettere a punto una piattaforma di servizio digitale, sfruttando in particolar modo i servizi disponibili attraverso i cloud pubblici, rivolgendosi in modo molto diretto alla clientela B2C. È a questo punto, osserva ancora Patano, che le tradizionali architetture IT delle aziende vivono un momento di separazione: da un lato un primo stadio di piattaforma digitale, molto orientata al cloud, dall’altro l’infrastruttura impegnata a supportare attività B2B, le relazioni con le risorse umane e i partner. È una informatica a due marce che l’organizzazione digitale non può permettersi di tenere a lungo separate. Idealmente, conclude Patano, si deve costruire «un ponte tra le due piattaforme» e i piloni di questo ponte sono rappresentati da architetture cloud sempre più ibridizzate.

Per quanto riguarda il livello di digitalizzazione delle imprese in Italia, dall’osservatorio di IDC, i ricercatori della sede italiana fanno notare che la digital transformation si sta allargando velocemente a tutti i settori, contaminando imprese di ogni dimensione lungo intere filiere. «Soprattutto – si legge in una recente nota – il percorso d’innovazione sta coinvolgendo tutti i ruoli aziendali, dalla tecnologia al business, portando a nuove forme di collaborazione e integrazione. La cooperazione tra imprese, vendor e laboratori d’innovazione, e tra i diversi ruoli aziendali, è indispensabile per gestire la natura complessa e multiforme della trasformazione digitale. Anzi, alcune aziende hanno già compreso che i benefici di questa cooperazione possono essere amplificati, creando veri e propri ecosistemi che combinano nuovi modelli di business, tecnologie digitali, informazioni e stakeholder, questi ultimi sia individui che altre imprese.


.@IDCItaly Dati. Digitalizzazione. Disruptive. Le tre “D” della Digital Transformation
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NELLA CERCHIA DEGLI INNOVATORI

Sono le tematiche emerse dall’edizione 2016 di Innovators Circle, una serie di incontri esclusivi promossi in collaborazione con IDC da SAP e Intel dedicati proprio al cambiamento verso il business digitale. In tre diversi appuntamenti che si sono articolati quest’anno tra Milano e Roma, i business manager delle più importanti aziende italiane, responsabili di progetti di trasformazione digitale, hanno condiviso con gli ideatori di Innovators Circle esperienze progettuali e linee di azione per competere con successo nel mondo digitale, grazie anche agli interventi di relatori da aziende come Enel, Univeg, La Feltrinelli, Acea. Per l’occasione IDC ha inoltre sviluppato, insieme a SAP, un nuovo strumento di assessment – l’IDC Digital Transformation MaturityScape Tool – che consente alle aziende di conoscere il proprio posizionamento e ricevere raccomandazioni personalizzate per orientarsi nella digital transformation. A Fabio Rizzotto, research and consulting senior director di IDC Italia, il compito di illustrare i trend principali della digital transformation e di moderare la discussione tra relatori e partecipanti alle discussioni degli Innovators Circle. È ormai chiaro, che la trasformazione digitale è una delle principali priorità di business. Lo era per il 66% delle aziende italiane nel 2015, lo è diventata per il 76% delle imprese nel 2016, evidenzia Rizzotto. Ma è anche evidente che la consapevolezza di questa importanza pone i CIO e le aziende di fronte a una nuova serie di sfide. Per le imprese italiane, sottolinea Rizzotto, questo si traduce in quattro punti fondamentali. Il primo: «Trovare, coltivare e trattenere personale qualificato (per il 72% delle aziende italiane)». Il secondo: «Tracciare e comprendere i comportamenti digitali e le aspettative dei clienti (70%)». Il terzo: «Possedere una chiara visione di come il digitale possa aiutare a ottenere un vantaggio competitivo (67%)». Il quarto: «Far dialogare dipartimenti e persone, fare sistema (63%)».

La trasformazione digitale delle aziende italiane sta entrando a diretto contatto con gli elementi più sensibili del business: competenze, visione, collaborazione, stile di innovazione. «La capacità di amalgamare queste leve con nuove architetture e soluzioni tecnologiche sarà determinante per rispondere alle esigenze di dinamismo e velocità dettate dagli ecosistemi digitali» – evidenzia Rizzotto. Un sentiment, conclude il collega Sergio Patano, pienamente confermato dall’indagine – ristretta ma molto significativa – che IDC ha proposto a fine settembre ai partecipanti dell’evento Digital Transformation Conference. «Due terzi delle aziende rappresentate alla conferenza afferma di essere già al lavoro su strategie di trasformazione» – racconta Patano. «Il rimanente terzo non ha ancora definito una precisa strategia ma la sta attivamente prendendo in considerazione. È la prima volta che non vengono registrate aziende che non si pongono neppure il problema. Un altro elemento che emerge dai nostri questionari è che la guida e le risorse finanziarie per la trasformazione derivano da un forte connubio tra IT e linee di business, c’è un forte commitment da parte dell’IT a non cedere la leadership, evitare i rischi della duplicazione, della cosiddetta Informatica-ombra portata avanti autonomamente e senza controllo dalle linee di business». Come dire che nell’era delle architetture cloud, il CIO dell’impresa digitale non viene messo da parte, ma dovrà allargare i suoi orizzonti, in un ruolo “meta-tecnologico” che deve essere riconosciuto dal top management e da tutte le divisioni aziendali.

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Next generation network. Quale timone per le nuove reti? https://www.datamanager.it/2016/11/next-generation-network-quale-timone-le-nuove-reti/ Thu, 24 Nov 2016 13:26:02 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114555 Il grande interesse e il relativo business, che si sono creati intorno alle architetture e tecnologie cloud, stanno facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT e quindi anche sul tema della gestione e dei relativi costi   Ponendo l’attenzione in particolare sulle reti medio-grandi di tipo “enterprise”, cerchiamo allora di […]

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Il grande interesse e il relativo business, che si sono creati intorno alle architetture e tecnologie cloud, stanno facendo riflettere sulle logiche e i processi aziendali che gravitano intorno all’ICT e quindi anche sul tema della gestione e dei relativi costi

 

Ponendo l’attenzione in particolare sulle reti medio-grandi di tipo “enterprise”, cerchiamo allora di verificare come stia cambiando anche il loro governo, a fronte dello sviluppo impetuoso delle tecnologie di virtualizzazione innovative. è stimolante cominciare ad analizzare questo scenario comunque complesso, attraverso alcune considerazioni molto interessanti che ci provengono da IDC. Il “Big Bang” dei dati e la proliferazione dei device stanno caratterizzando il nostro tempo, come si evince da alcuni dati salienti. «Entro il 2018 – ci spiega Daniela Rao, research & consulting senior director di IDC Italia – i device connessi a Internet arriveranno all’incredibile cifra di otto miliardi nel mondo, le persone connesse alla grande Rete raggiungeranno quasi i quattro miliardi, raddoppierà la spesa per gli acquisti online e aumenterà del 50% il numero delle ore mensili online di ciascun utente, in modo particolare quelli mobili».

Si tratta di una crescita veramente imponente, di cui sono visibili gli effetti nelle nostre piccole azioni quotidiane e soprattutto su tutte le componenti del mondo economico e produttivo. Un’onda inarrestabile che cambia il nostro modo di comunicare, conoscere e lavorare e che apre la strada a nuovi modelli economici dove lo scambio di informazioni online e in tempo reale genera nuovo valore, mentre velocità, semplicità di utilizzo e prezzi contenuti diventano i driver di acquisto di molti beni e servizi. Senza dubbio, è aumentata e accrescerà ancora la complessità degli ambienti tecnologici da gestire, perché reti, sistemi informativi e data center sono e saranno chiamati a svolgere nuovi compiti e a sopportare pressioni crescenti. Come conseguenza di questa pressione, architettura e soluzioni di software defined networking (SDN) – nate (già qualche anno fa) per gestire i flussi di traffico nei grandi data center – ora si stanno diffondendo anche nelle grandi imprese italiane, come strumenti utili per gestire nuove complessità e mantenere il controllo su data center e reti multisede. Complessità che nelle aziende italiane (proprio in base alle survey IDC) è correlata a tre direttrici di sviluppo:

  • mobility & social business: con sempre più utenti, device e applicazioni in circolazione, che generano un forte impatto su infrastruttura tradizionale, connettività, sicurezza e policy, e anche nuovi processi aziendali da tenere sotto controllo;
  • cloud: con progressiva implementazione di ambienti ibridi che crea crescenti preoccupazioni per la sicurezza e la “shadow IT”, imponendo nuovi approcci a valutazioni costi/benefici e modelli make or/and buy;
  • big data & analytics: dove la proliferazione ed elaborazione dati generati da più fonti (individui, oggetti connessi, sensori, sistemi intelligenti…), generano nuovi costi e nuove sfide per comprendere come “trasformarli” in valore per l’azienda.

Quale timone per le nuove #reti ? @IDCItaly @CiscoItalia @EricssonItalia @HPE_IT
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Complessità e semplificazione

Per i CIO, la complessità della gestione delle infrastrutture è in aumento per gli aspetti progettuali e di sviluppo, mentre con l’adozione di sistemi SDN, dovrebbe invece diminuire, con grandi vantaggi offerti dall’automazione e semplificazione della gestione operativa. Sempre secondo IDC, in prospettiva anche nelle aziende italiane, potremmo assistere a:

  • automazione, virtualizzazione e ottimizzazione che stanno diventando dei “mantra”: il paradigma SDN comincia a diffondersi oltre ai dipartimenti IT e ai data center aziendali, verso l’orizzonte della software defined enterprise, dove i processi “core” aziendali sono controllati ed eseguiti da software e anche l’interazione con il cliente è automatizza e completamente online.
  • tecnologie SDN che cambieranno il modo di lavorare, spingendo alla collaborazione e affrontando la complessità tecnologica con un approccio multidisciplinare. Nelle aziende italiane l’approccio DevOps è già applicato informalmente, ma sono ancora alte le barriere alla riorganizzazione.
  • sicurezza e governance che stanno evolvendo verso policy più aperte alla collaborazione e condivisione degli obiettivi con le altre LOB.
  • network manager in corso di cambiamento di ruolo da gestore dell’infrastruttura tecnologica a “network competence leader”.

Il tessuto connettivo

Le reti diventano quindi il tessuto connettivo degli ambienti ibridi aziendali. Tecnologie SDN e NFV estese a reti e data center abiliteranno la transizione verso ambienti ibridi e diversificati, la progressiva migrazione del traffico da on-net a off-net (dai data center verso l’edge), la continuità tra risorse on-premise e off-site, proprietarie e di terze parti. SD-WAN (software defined WAN) e cloud-based WAN supporteranno l’estensione e la diversificazione delle reti in contrapposizione a IoT e mobilità: il focus sulla gestione degli asset fisici e sulla virtualizzazione delle reti e delle risorse IT sarà centrale per concretizzare i benefici del paradigma “software defined”. Ma quanto sta cambiando il governo delle reti a fronte dello sviluppo del cloud? E con quali prospettive in termini di business? La prima risposta ci arriva da Alberto Degradi, infrastructure architecture leader di Cisco. «La rete che collegava le sedi e le filiali con il quartier generale e le postazioni con Internet è un ricordo del passato» – ci rammenta Degradi. «E oggi, la rete è fondamentale per connettere innumerevoli dispositivi mobili, oggetti e applicazioni, tra loro e con il web. Per questo motivo gran parte delle organizzazioni IT deve riuscire a destreggiarsi tra la ampiezza e la complessità delle proprie reti, o ancora meglio, ripensare le architetture di rete senza sovraccaricare la connessione e rispondendo alle problematiche di sicurezza.


#Sicurezza e #agilità i punti critici di ogni #network aperto ai servizi #cloud
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Risulta più che mai indispensabile un sistema di orchestrazione delle risorse di rete per consentire la gestione e l’automazione dell’infrastruttura. Le soluzioni sviluppate da Cisco con la disponibilità di un controller consentono la creazione di servizi in modo sicuro, avendo conoscenza e visibilità di tutti gli elementi di rete, computing e storage, in modo tale da poter rispondere alle esigenze sempre più crescenti di modellizzazione di servizi erogati in cloud, per applicazioni che siano o meno nativamente cloud. Per esempio, con Cisco Application Policy Infrastructure Controller (Cisco APIC e APIC EM) si hanno automazione e accesso centralizzato a tutte le informazioni, ottimizzando il lifecycle delle applicazioni per scalare e aumentare le performance, supportando il provisioning flessibile delle applicazioni attraverso risorse sia fisiche che virtuali. Cisco ha recentemente acquisito la californiana CliQr Technologies che opera nel settore delle applicazioni per il cloud e la cui tecnologia è già integrata in diverse soluzioni. La cosiddetta digital business transformation sta generando una domanda di reti senza precedenti. Questo fatto porta a cercare un approccio alternativo alle architetture e una maggiore agilità per innovare e competere, come sta avvenendo appunto con il cloud. Inoltre, con centinaia di milioni di dispositivi che si connettono in ogni momento alla rete ed effettuano diversi miliardi di transazioni al secondo, le implicazioni per le reti e la necessità di ripensarne e semplificarne l’architettura e la gestione sono evidenti. Per le aziende, non solo nel nostro Paese, trascurare questo aspetto e non investire nel networking significa perdere un vantaggio competitivo forte. Senza dubbio il cloud ne è abilitatore: garantendo un processo decisionale più celere, indirizza le esigenze di digitalizzazione e innovazione con maggiore flessibilità e agilità in modo da essere più competitivi sul mercato. La scelta di un’architettura cloud permette, inoltre, una maggiore agilità con benefici sui profitti e su eventuali nuovi business e, grazie al cloud, si può contare sul potere della virtualizzazione e automazione dell’intera supply chain».

L’infrastruttura portante

Per Andrea Missori, head of IT & cloud technology integration di Ericsson Regione Mediterranea, le reti di comunicazione e le architetture in cloud rappresentano in maniera sempre più visibile l’infrastruttura portante e strategica al centro di qualsiasi industria. «Questo vale sia per le nuove realtà nate nell’era di Internet sia per le aziende tradizionali che stanno cercando di utilizzare le reti e il cloud nei loro processi di trasformazione digitale» – afferma Missori. «Senza dimenticare che le esigenze di controllo dei costi, velocizzazione dei processi e ottimizzazione delle risorse stanno spingendo sempre più la pubblica amministrazione verso processi di virtualizzazione degli ambienti IT. Si tratta quindi di un processo evolutivo che attraversa tutta l’industria e la società, e che sta generando nuove tecnologie, passando spesso tramite la virtualizzazione per poi arrivare al cloud. Il passaggio naturale per un’azienda tradizionale è quello di sviluppare i data center prima con software non centralizzato e successivamente evolvendo verso il cloud, privato o pubblico che sia, con una separazione logica netta tra infrastruttura e software. Rispetto all’evoluzione verso il cloud, siamo in una prima fase che vede affacciarsi sul mercato i front runners, ossia le aziende più innovative, che stanno definendo la tecnologia e i processi in cloud. E con queste aziende, Ericsson sta lavorando proprio allo sviluppo del paradigma. A seguire si muoveranno tutte le altre aziende, ed è a quel punto che la tecnologia cloud raggiungerà la maturità e la “scala” necessaria, consolidando i vantaggi per il mercato. La principale opportunità di business è legata alla capacità di guidare tale trasformazione. Ciò significa essere in grado di snellire i processi, ripensare la tecnologia, adattare i propri modelli di business all’esplosione dell’Internet delle cose con una focalizzazione alla sostenibilità ambientale. Una storia di successo per Ericsson è rappresentata dall’attività con Maersk: abbiamo ripensato assieme i processi e la tecnologia per gestire le rotte delle grandi flotte, velocizzando le traversate, incrementando la sicurezza e riducendo i consumi di carburante».


#reti @IDCItaly 8 miliardi di device connessi a Internet entro il 2018
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L’evoluzione del networking

Continuiamo il giro d’interviste con Stefano Brioschi, Aruba category manager di Hewlett Packard Enterprise Italia, secondo il quale l’evoluzione nell’ambito del networking è sicuramente guidata dall’open standard e dalla rapida virtualizzazione in ambiente cloud. «Ormai il confine tra la rete fisica e la rete virtuale si è ridotto moltissimo» – fa notare Brioschi. «E le applicazioni e i nuovi servizi offerti dai data center, che necessitano di performance sempre più elevate e di maggiore reattività, hanno richiesto alle reti di evolversi per poter sopravvivere e rimanere al passo con l’evoluzione tecnologica di server e storage.

La diffusione di app e social media installati sui mobile device moderni ha portato a una crescita notevole del cloud computing, inoltre la sempre maggiore pervasività dell’IoT contribuisce in modo sostanziale all’aumento di volumi di big data. È quindi necessario garantire maggiore controllo delle politiche di accesso e maggiore attenzione alla qualità dei servizi offerti agli utenti, nonché assicurare reti dinamiche in grado di adattarsi all’applicazione utilizzata, senza richiedere la riprogrammazione da parte dell’utilizzatore. Il software defined networking (SDN) è un esempio di come si possa evolvere il networking, passando dall’applicazione all’infrastruttura, attraverso l’utilizzo di API che orchestrano la rete e che attraverso l’Open Flow trasferiscono alla rete stessa la modalità di programmazione richiesta in tempo reale dall’applicazione in uso. è evidente come questo processo cambi le “regole” del networking. In passato, all’interno di un’infrastruttura, gli apparati switch o router rappresentavano la parte più statica da programmare mediante un’interfaccia meno user-friendly di tipo command-line, inoltre la parte statica e poco flessibile della configurazione degli apparati rallentava l’evoluzione dei servizi disponibili. Oggi, l’evoluzione dell’infrastruttura e dei servizi offerti in cloud rappresenta un’opportunità di business nell’area del networking. In questo ambito, HPE ha ampliato il proprio portfolio di offerta nelle aree della mobilità e della gestione di politiche di accesso alle reti, con l’acquisizione di Aruba Networks, nonché nell’area dell’IoT, attraverso la sensoristica BLE in ambito di mobile engagement. Per quanto invece riguarda l’offerta data center, l’evoluzione guidata dalla virtualizzazione sta disegnando nuovi scenari che consentono di garantire in modo agile sempre maggiore disponibilità di servizio».

Terminiamo questa breve raccolta di opinioni attraverso la voce di Matteo Masera, direttore commerciale di PRES. «Il mondo del cloud ha aperto le reti aziendali a nuovi orizzonti. Non ci sono più confini fisici, ma solo logici» – spiega Masera. «E i dati entrano ed escono dalla rete aziendale, mettendo in evidenza nuove criticità. Sicurezza e agilità sono diventati i punti critici di ogni network aperto ai servizi cloud. Fondamentali sono diventate le regole e gli automatismi necessari a garantire la sicurezza dei dati aziendali in una rete senza confini e in continua evoluzione. Queste nuove necessità aprono ai system integrator molteplici opportunità. In particolare, PRES sta avendo un notevole successo con la consulenza e la formazione dei clienti su nuove tecnologie, con la proposizione di applicazioni e device che contribuiscono a ottimizzare le implementazioni di nuovi servizi cloud e con innovativi managed services che supportano il cliente nella gestione delle nuove reti».


Digital business transformation, domanda di #reti senza precedenti
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Conclusioni

Nella scorsa edizione di settembre di NetEvents, manifestazione IT che si tiene a Saratoga nella Silicon Valley californiana, è stato decretato l’addio definitivo del mainframe, ossia del paradigma dell’enorme computer centrale su cui è nata l’informatica nei lontani anni 60 del secolo scorso. L’ultimo addio è stato celebrato dopo che anche il colosso multinazionale Johnson&Johnson ha deciso di spegnere il suo ultimo “cervellone”, passando definitivamente al cloud. Molto interessanti i dati che ha esternato Jim McNiel, chief marketing officer di NetScout Systems: in trent’anni la velocità delle connessioni è cresciuta di 333 milioni di volte e la potenza di calcolo di 359 milioni, mentre nello stesso tempo sono crollati i costi, ad esempio quello della memoria è passato da 437mila dollari al megabyte all’attuale di 0,03 centesimi per un gigabyte. Nell’ultimo Cisco Visual Networking Index di pochi mesi fa, che fotografa i trend di crescita previsti per i dati scambiati online, si prevede che il traffico annuale su Internet supererà la soglia dello zettabyte nell’anno in corso (e forse, lo ha già superato). Una cosa enorme se si pensa che uno zettabyte significa un triliardo di byte, in altre parole, mille miliardi di miliardi di byte. Per darvi un’idea significa, per esempio, un milione di volte le informazioni contenute in tutte le biblioteche degli USA. Lo stesso studio prevede un raddoppio di traffico entro il 2019, ossia due zettabyte. In pratica, il traffico che è previsto su Internet equivarrà al traffico sommato di tutti gli anni precedenti da quando la rete ha cominciato a fare i suoi primi passi commerciali, e cioè a partire dalla prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Insomma, l’elettronica IT e l’evoluzione delle TLC sono diventate così potenti, economiche, convergenti e pervasive da indirizzare un cambiamento epocale inimmaginabile fino a pochi lustri fa. La possibilità di affittare enormi risorse elaborative e di storage in rete con pochi click, oltre che applicazioni, rendono superflui e costosi non solo i “vecchi” mainframe ma anche i data center privati più moderni, e questo grazie alla Rete. Insomma, oramai è possibile dire che “la rete sia diventata il computer”.

Meditiamo gente. Meditamo!

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Intelligenza artificiale. Questa terra sconosciuta https://www.datamanager.it/2016/11/intelligenza-artificiale-questa-terra-sconosciuta/ Thu, 24 Nov 2016 10:09:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114510 L’intelligenza artificiale ha il potenziale adeguato per dare vita a una nuova generazione di grandi, importanti aziende tecnologiche Destinazione intelligenza artificiale. Senza più riserve. Ecco dove sono diretti i venture capital. Infatti, è innegabile che l’intelligenza artificiale stia assumendo ogni giorno sembianze più concrete dando così un volto a tutto ciò che finora è sempre […]

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L’intelligenza artificiale ha il potenziale adeguato per dare vita a una nuova generazione di grandi, importanti aziende tecnologiche

Destinazione intelligenza artificiale. Senza più riserve. Ecco dove sono diretti i venture capital. Infatti, è innegabile che l’intelligenza artificiale stia assumendo ogni giorno sembianze più concrete dando così un volto a tutto ciò che finora è sempre stato mero oggetto di fantascienza o immaginazione. Si tratta di una nuova realtà e i VC non possono e non vogliono ignorare i vantaggi derivanti da questa grande opportunità. Almeno questa è la visione di Marc Andreessen, venture capitalist di rilievo presso la società Andreessen Horowitz, che torna a pronunciarsi, come già fatto in passato, sulle possibili implicazioni dell’intelligenza artificiale nell’ambito dei venture capital.

Andreessen sostiene che le recenti scoperte e innovazioni siano la prova del fatto che l’intelligenza artificiale abbia il potenziale adeguato per dare vita a una nuova generazione di grandi, importanti aziende tecnologiche. Se l’ultima generazione è stata quella degli smartphone, adesso sembra che la nuova ondata sia rappresentata dall’intelligenza artificiale, dalla realtà virtuale e dall’IoT. In questo panorama sicuramente l’intelligenza artificiale è destinata a giocare un ruolo da protagonista.

Allo stesso tempo, tuttavia, Marc Andreessen riconosce che ancora oggi alcune industrie persistono nel rivelarsi ostinatamente resistenti ai cambiamenti tecnologici – e ritiene occorra ancora molto lavoro per portare le potenzialità del software in ogni angolo dell’economia.

LA NUOVA RIVOLUZIONE

Come dichiarato in una delle ultime interviste pubblicata da Vox e dal Wall Street Journal, Marc Andreessen ritiene che certamente i grandi colossi come Facebook, Google, Amazon e Uber non avranno problemi ad abbracciare la nuova rivoluzione. Ciò non significa che l’aria di cambiamento non possa riguardare o addirittura provenire anche da società di nuovo avviamento così da garantire un effettivo cambiamento globale. Tuttavia, è anche vero che si parla di intelligenza artificiale da molto tempo ormai e non sempre è possibile vederne progressi e sviluppi concreti. Lo stesso Andreessen era molto scettico all’inizio. «Forse non tutti lo sanno, ma all’inizio degli anni ottanta, si è assistito a una vera e propria bolla AI, a seguito della quale molte società finanziate dai venture capital sono collassate su se stesse dopo aver bruciato tutto il finanziamento erogato in loro favore. Adesso, ci sentiamo come se stessimo vedendo qualcosa di diverso. Il primo grande cambiamento è stato rappresentato dalle sfide lanciate da ImageNet nel 2012, anno in cui i computer sono diventati più abili delle persone nel riconoscere gli oggetti nelle immagini. Si tratta di vere e proprie sfide in cui viene tarata la capacità di riconoscere le immagini. In pratica, quello che abbiamo visto negli ultimi quattro anni è un progresso continuo. Il primo passo è stato quello del riconoscimento di oggetti in immagini fisse, successivamente sono state compiute importanti scoperte nel riconoscimento degli oggetti in video. E se si può fare il riconoscimento degli oggetti in video, allora è anche possibile fare video in real time e relizzare qualcosa di completamente autonomo».

La società di Andreessen ha investito di recente in una società chiamata Skydio che sta realizzando droni completamente autonomi. Si tratta di un prodotto straordinariamente innovativo. «Ti può seguire senza alcuna guida umana. Può volare tra i rami di una foresta senza che ci sia alcuna persona a guidarlo». Ma la qualità più sorprendente di tali prodotti, a parere di Andreessen, consiste nel fatto che saranno venduti a un prezzo accessibile al consumo. Secondo Andreessen potremo vedere le innovazioni dell’AI in ogni campo, in primis nell’ambito sanitario. Assisteremo all’applicazione della capacità di deep learning al rilevamento del battito cardiaco al fine di poter prevenire infarti e altre complicazioni cardiache improvvise. «Abbiamo già evidenti e notevoli risultati nel campo sanitario. Una delle nostre società, la Freenome, utilizza il deep learning per le biopsie in modo tale da poter diagnosticare eventuali tumori».


#IntelligenzaArtificiale @simeoneantonio1 Il nuovo obiettivo per i #VentureCapital
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Alla domanda su chi tra le startup e le grandi aziende sia privilegiato nell’utilizzo dei benefici dell’intelligenza artificiale, Andreessen nell’intervista rilasciata a Vox ha dichiarato di essere diviso al riguardo tra opposte considerazioni. Certamente, occorre prendere atto che soltanto un numero limitato di persone è effettivamente in grado di capire il mondo dell’intelligenza artificiale e le sue applicazioni concrete. Si tratta di progetti molto grandi e complicati, nonché di un settore molto avanzato della tecnologia. Si pensi al progetto Echo di Amazon che ha coinvolto ben 1.500 ingegneri per quattro anni. Una singola startup da sola non può affrontare sicuramente tali costi. Questo è il motivo principale per cui i grandi colossi, come Google, Amazon, Facebook e Apple hanno avuto almeno all’inizio gli strumenti per primeggiare nel campo dell’intelligenza artificiale.

COME CAMBIARE PROSPETTIVA E PUNTI DI VISTA

Agli elevati costi bisogna aggiungere anche il fatto che qualsiasi strumento basato sull’intelligenza artificiale necessita, al fine di poter essere efficace e funzionale, di una vastissima quantità di dati di cui solitamente sono le grandi aziende a disporre. Tuttavia, negli ultimi due anni si è assistito a un radicale cambiamento di tali fattori. Ecco, infatti, che mai come in altri periodi della storia, secondo Andreessen, si sta assistendo a una grande crescita di laureati in informatica o in ingegneria con l’obiettivo di specializzarsi poi nel settore dell’intelligenza artificiale.

Nel frattempo, la tecnologia stessa sta diventando più maneggiabile e alla portata di tutti. Come sostiene Marc Andreessen, ormai i progetti non hanno più bisogno di 1.500 persone per essere realizzati. Ne bastano cinque. La scienza sta progredendo e le persone stanno imparando a sviluppare le capacità di autoapprendimento anche con pochi dati. A ogni modo, la vera rivoluzione che si sta verificando, come dichiarato da Andreessen, non riguarda tanto la comprensione e l’applicazione dell’intelligenza artificiale a innovazioni già esistenti quanto piuttosto l’utilizzo della stessa come base per realizzare prodotti completamente innovativi. Costruire ciò che prima non era possibile, ma solo immaginabile

Basti pensare ai droni. Andreessen dichiara che moltissime società, tra cui Kickstarter, vorrebbero aggiungere ai droni già in produzione la funzione “Seguimi”. Al momento, però, tutti i tentativi sono falliti. «Ciò in quanto si pensa all’AI come a una caratteristica di un prodotto, quando invece sarebbe necessario ripensare completamente un prodotto, dall’inizio, basandolo sull’intelligenza artificiale». La nuova scommessa dell’intelligenza artificiale, secondo Andreessen, richiede una reinvenzione totale. «Le aziende della Silicon Valley pensano che sia un marchio da poter aggiungere ai propri prodotti quando invece si tratta di cambiare radicalmente gli assunti di partenza». Eppure, perché non si utilizza l’intelligenza artificiale per rinnovare i settori più tradizionali dell’economia? L’industria, a parere di Andreessen, è divisa tra due opposti sentimenti. Ci sono i settori che grazie alla tecnologia hanno visto un rapido incremento della produttività, quali i media, il food, l’entertainment e così via. E altri settori in cui la crescita è molto più lenta e i prezzi sono inevitabilmente in aumento: assistenza sanitaria, istruzione, costruzione, farmaci da prescrizione, cura anziani e assistenza all’infanzia. Tutti settori in cui di innovazione tecnologica si vede ancora poco. «Il nostro problema non è troppa tecnologia o persone che sono troppo entusiaste della tecnologia. Il problema è che non abbiamo quasi abbastanza tecnologia». Si richiede quindi ai venture capital uno sforzo maggiore di quanto finora compiuto. Occorre avere consapevolezza delle necessità di cambiare prospettiva e punti di vista. Per una vera innovazione occorre ripartire da zero, distruggere per ricostruire qualcosa di nuovo.

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Mente e corpo. Territorio di conquista https://www.datamanager.it/2016/11/mente-corpo-territorio-conquista/ Wed, 23 Nov 2016 14:47:39 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114454 Il controllo degli oggetti che ci circondano e dei nostri parametri biometrici è al centro della metamorfosi che smartphone, tablet e wearable affronteranno per tornare a crescere. Ma non prima del 2019 Anche in Italia, come nei paesi più evoluti, stanno rallentando le vendite di smartphone e tablet, mentre crescono quelle dei wearable, che però […]

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Il controllo degli oggetti che ci circondano e dei nostri parametri biometrici è al centro della metamorfosi che smartphone, tablet e wearable affronteranno per tornare a crescere. Ma non prima del 2019

Anche in Italia, come nei paesi più evoluti, stanno rallentando le vendite di smartphone e tablet, mentre crescono quelle dei wearable, che però non compensano la flessione complessiva del numero di unità vendute prevista a fine 2016. Secondo gli ultimi dati IDC, emerge che le vendite degli smartphone del 2016 registreranno un significativo -7% rispetto al 2015 e continueranno a flettere anche nei prossimi anni, per tornare in positivo solo nel 2020. Quello degli smartphone è indubbiamente un mercato maturo, ma non ancora a fine ciclo: se da un lato è vero che da tempo questo prodotto non vede sostanziali innovazioni tecnologiche e che il mercato è ravvivato essenzialmente dalle politiche commerciali di vendor e telco che spingono ad accorciare i tempi di sostituzione dei nostri smartphone, dall’altro, le tecnologie AR-VR e i wereable, che si appoggiano allo smartphone, potrebbero riservare a breve qualche sorpresa e stimolare una crescente sostituzione degli smartphone più tradizionali (sotto ai 5,5 pollici) con i phablet (formati con schermo oltre i 5,5 pollici).

Nel breve periodo, gli smartphone diventeranno hub che aggregano applicazioni e sensori, capaci di dialogare con wearable e altri dispositivi, canale di comunicazione preferenziale tra realtà fisica e virtuale sempre più personale e personalizzato. Il prossimo anno si diffonderanno sul mercato diverse novità: la nostra voce, il volto e il tocco sullo schermo diventeranno password di accesso ad ambienti fisici e virtuali; gli smartphone saranno in grado di adattare le funzioni della fotocamera in base al soggetto e alla situazione che stiamo vivendo; strumenti per il rendering, 3D e realtà aumentata diventeranno fenomeno di massa; sarà possibile produrre e condividere video in formato 4K anche su display esterni. Mentre le batterie punteranno sulla riduzione dei consumi, con funzioni economy, si velocizzeranno di molto i tempi di ricarica e lo chassis posteriore sarà l’area che accoglierà i sensori più disparati. Potremo (finalmente) uscire di casa senza portafoglio, ma con lo smartphone in tasca, capace di rimpiazzare i documenti, le carte di credito, le chiavi di casa e le carte fedeltà. Tempi un po’ più lunghi invece per la Realtà Olografica (HR), che dal 2018 in poi dovrebbe diventare l’interfaccia definitiva per comodità su smartphone, ma anche tablet, orologio, a casa su qualsiasi apparecchio, in auto, in ufficio.

A proposito di tablet, in Italia, anche per questi nell’ultimo anno le vendite hanno registrato una contrazione intorno al 7%, con una forte crescita dei tablet 2-in-1 o detachable e di formato medio (12-13 pollici) a scapito di quelli di formati minori. Nei prossimi tre anni anche le vendite dei tablet continueranno a diminuire per ritrovare poi la stabilità verso il 2020. Nel frattempo i tablet di formato più contenuto tenderanno a sparire e ad avere prezzi sempre più bassi. Anche qui sensori AR, VR e HR contribuiranno all’evoluzione di prodotto che renderà “hub” ideali per la gestione della domotica di casa e per lo studio. I tablet 2-in-1 sembrano infatti destinati a dominare il mercato dei consumatori privati (studenti inclusi), entrando in misura più contenuta anche nelle aziende, grazie al compromesso tra l’affidabilità di un PC e la comodità di un tablet.


.@IDCItaly Daniela Rao #smartphone come hub applicazioni e sensori
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WEARABLE: SEMPRE DI PIÙ E SEMPRE PIÙ ECLETTICI

Definire cosa rientri nella categoria wearable non è sempre facile, dato il fermento e le novità quotidianamente proposte da produttori noti e nuove realtà. Riassumendo, possiamo distinguere le seguenti categorie di prodotti:

  • Clothing: capi di abbigliamento di molte tipologie (es. maglie, cappotti, calze, pantaloni, guanti…).
  • Earwear: dispositivi che si appoggiano sopra o si inseriscono nell’orecchio.
  • Eyewear: occhiali/visori che pongono un display davanti agli occhi.
  • Modular: indossabili su diverse parti del corpo (es. che possono essere portati al polso o alla caviglia o come collana, oppure fermati su camicie, pantaloni).
  • Watch/Wristband: orologi, bande e bracciali indossabili sul polso.

Nell’ultimo anno il numero di wearable venduti in Italia è cresciuto di oltre il 30% rispetto al 2015, superando il milione di unità, con una dinamica determinata da una moderata crescita degli smartwatch (che comunque rappresentano il 50% del mercato) e un più rilevante incremento dei wristband, eyewear, earwear e clothing, mentre i modular tendono a decrescere.

Nei prossimi tre anni, la crescita delle unità vendute sarà ancora più rilevante, con incremento medio annuo intorno al 35%. Una vera e propria esplosione che riguarderà in primo luogo i device inclusi nei capi di abbigliamento, seguiti da quelli che possono essere portati all’orecchio, dagli occhiali e da quelli da polso. I wearable diventano sensori e potranno essere indossati per controllare i nostri parametri vitali e accedere a informazioni e servizi di vario genere: i driver che guideranno quest’evoluzione sono la comodità/indossabilità del prodotto, la semplicità dell’interfaccia e la capacità di interagire con altri dispositivi intorno a noi, a partire dallo smartphone.

ARRIVERANNO ANCHE NELLE IMPRESE?

Spesso i dispositivi indossabili sono associati unicamente con il mercato consumer: le funzioni correlate al fitness e alla salute continueranno a essere centrali e a queste si affiancheranno altre funzioni di comunicazione e per i pagamenti in mobilità, funzionalità che saranno una potente leva di adozione per privati. Tuttavia, escludere il mercato business significherebbe tralasciare un importante fenomeno. Le survey di IDC mostrano che già nel 2016 un numero interessante di imprese ha adottato smartwatch e che l’adozione si estenderà ad altre tipologie di device. A partire dal 2017, le vendite alle imprese di device indossabili inizieranno ad avere volumi interessanti, spinte dai driver tipici dell’enterprise mobility: maggiore produttività e flessibilità, migliore collaborazione fra gli addetti e customer experience.


.@IDCItaly Daniela Rao In crescita il mercato italiano dei dispositivi wearable
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La sfida per le imprese non sarà solo l’integrazione di nuovi device con l’infrastruttura ICT e con i processi, ma anche la gestione di policy per l’adozione e l’utilizzo di dispositivi che gestiscono dati personali. Malgrado le difficoltà e le resistenze, IDC ha già identificato numerosi casi d’uso, come per la sicurezza fisica, l’autenticazione del personale, le attività sul campo, il training, la logistica, in particolare nelle attività in cui avere le mani libere è consigliabile, e la misurazione dell’efficienza dei processi che coinvolgono il personale. Ciò si collega direttamente al rinnovamento e alla trasformazione digitale dei processi, tema sempre più all’ordine del giorno nelle imprese europee e italiane, che iniziano a guardare ai wearable device anche in ottica Internet of Things. In previsione, il mercato italiano dei dispositivi indossabili è in crescita, ma sul lungo periodo potrebbe riservare sorprese: se è vero che device per il fitness hanno avuto e avranno una veloce diffusione grazie a un’ampia offerta a prezzi abbordabili, vedremo cosa saranno in grado di fare i prodotti più eclettici per convincere altre tipologie di clienti (consumatori e imprese) ad aggiungerli al loro guardaroba, oltre che al loro “personale” ecosistema dei device di comunicazione.

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Il caso Xylella. Emergenza e innovazione https://www.datamanager.it/2016/11/caso-xylella-emergenza-innovazione/ Wed, 23 Nov 2016 13:31:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114434 Quando un approccio non statistico e non scientifico porta a prendere decisioni sbagliate che diventano pericolose Il caso Xylella minaccia una delle più grandi “fabbriche” del Mezzogiorno: l’oliveto. In Puglia, ci sono 60 milioni di ulivi, di cui 11 milioni concentrati solo nel Salento. Sei milioni sono gli ulivi cosiddetti monumentali che rappresentano un asset […]

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Quando un approccio non statistico e non scientifico porta a prendere decisioni sbagliate che diventano pericolose

Il caso Xylella minaccia una delle più grandi “fabbriche” del Mezzogiorno: l’oliveto. In Puglia, ci sono 60 milioni di ulivi, di cui 11 milioni concentrati solo nel Salento. Sei milioni sono gli ulivi cosiddetti monumentali che rappresentano un asset fondamentale del paesaggio salentino. Questa “fabbrica” se non si trasforma, rischia di scomparire a causa di un batterio, ma soprattutto a causa di decisioni sbagliate (e pericolose), non basate sui dati scientifici. Decisioni che rischiano di compromettere la produzione dell’intera ulivicoltura mediterranea.

Senza dubbio, come spiega a Data Manager, Nicola Ciniero, presidente di IBM Italia, l’agribusiness può essere annoverato tra le aree destinate, in tempi brevi, a raccogliere i frutti di una continua innovazione. E qui, Nicola Ciniero (pugliese DOC) si riferisce a quella in cui i dati, incessantemente prodotti dalle attività umane, fanno da ingredienti e da materia prima per “produrre” conoscenza, grazie alla tecnologia cognitiva messa in campo da Watson e ai nuovi modelli di erogazione dei servizi rappresentati dal cloud. «Le applicazioni di predictive analytics, abbinati all’high performance computing (HPC) e agli studi sulla genomica, d’altronde sono molteplici: si va dall’agricoltura di precisione – che garantisce ritorni certi in termini di abbattimento di sprechi e di maggiore efficienza produttiva – al controllo della filiera alimentare in chiave anticontaminazione». Ma non solo. Basta pensare a quanto può essere fatto contro le infezioni che colpiscono le colture, come ci dimostra il caso drammatico della Xylella pugliese.

«In Florida, questa infezione ha un “parente stretto”, il citrus greening» – spiega Ciniero. «La minaccia portata agli agrumeti locali (un business annuo da tre miliardi di dollari) è seria: il 70% degli alberi risultano ormai colpiti e le proiezioni, in assenza di interventi, stimano un collasso del comparto nel volgere di 2-5 anni. In questo caso, IBM, insieme con l’Amministrazione della Florida e con le aziende maggiormente impattate, ha dato vita a una piattaforma di ricerca che impiega strumenti avanzati di analytics e di cognitive HPC attraverso i quali progettare inibitori genomici della malattia, come i polimeri antimicrobici, e con cui simulare scenari sui risultati. Insomma: almeno all’estero la cosiddetta smarter agricolture è già una solida realtà».


.@nciniero President at @IBMItalia L’oliveto è una delle più grandi fabbriche del Mezzogiorno
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Che cosa è la Xylella?

Il disseccamento degli ulivi in Puglia è causato dal batterio Xylella fastidiosa, subspecie pauca. L’infezione è trasmessa da un vettore del batterio, una specie di cicalina, philaenus spumarius (sputacchina). Le piante muoiono per disidratazione e le piante infette non possono essere risanate, anche se si stanno sperimentando, forme di innesto con piante resistenti. «L’infezione però non intacca la qualità dell’olio e non ha effetti sulla salute umana. Le varietà colpite sono prevalentemente due: l’Ogliarola di Lecce e la Cellina di Nardò. Il Leccino invece è quella più resistente, ma l’inoculo rimane» – spiega a Data Manager, Roberto Bassi, professore di Biochimica e Fisiologia Vegetale del dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e ospite di BergamoScienza.

L’insorgenza di questa malattia dell’ulivo, pur mettendo a rischio l’intera ulivicoltura mediterranea (in Italia gli ulivi coltivati sono 200 milioni), non rappresenta un evento del tutto inatteso. Oltreoceano, negli ultimi 30 anni la Xylella è stata l’agente di nuove “emerging diseases” che hanno coinvolto diverse coltivazioni. Ma perché la Xylella in Italia è diventata un caso? Soprattutto perché – risponde Amedeo Santosuosso, presidente del Centro di Ricerca Interdipartimentale ECLT European Centre For Law Science and New Technologies dell’Università di Pavia – c’è stato un cortocircuito tra scienza e giustizia. «Dalla subordinazione all’arbitrio, il rapporto tra scienza e diritto ha sempre oscillato tra questi due estremi. La scienza è fonte di conoscenza della realtà. Una conoscenza misurabile, replicabile e comunicabile razionalmente. Da una parte, il legislatore non può approvare leggi che siano in contrasto con le evidenze scientifiche, dall’altra un parlamento di scienziati non può essere la soluzione. Perché la scienza non ha sempre le risposte, e soprattutto perché la mediazione degli interessi è un ruolo preminentemente politico. Fatte queste premesse, il caso Xylella resta scandaloso e ripropone la stessa “invasione di campo” da parte dei giudici del caso Stamina, portando alla luce in Italia un problema culturale di conoscenza e applicazione del metodo scientifico».

Il contrasto tra giustizia e scienza ha molte facce. Gli scienziati ragionano in un modo. I magistrati in un altro. Gli scienziati formulano ipotesi. I magistrati pretendono di avere risposte certe anche a quesiti impossibili. Negli ultimi tempi, i contrasti sono stati numerosi: il caso di Ilaria Capua, quello di Eluana Englaro, o quello dei geologi per non avere previsto i terremoti. L’Italia, che ha dato i natali a Galileo Galilei, padre del metodo scientifico sperimentale, è finita per coltivare uno strano “fastidio” nei confronti della scienza, preferendo l’arzigogolo alla logica deduttiva. Del resto, statisticamente, siamo un Paese di legulei e non di scienziati. Un Paese, in cui per un ricercatore è più facile ricevere un avviso di garanzia che un finanziamento. Il caso Xylella è la dimostrazione di come «un approccio non statistico ai dati può essere molto pericoloso, perché lascia i decisori in balia dell’emotività», come ha messo in evidenza, Furio Camillo dell’Università di Bologna, a margine della conferenza internazionale Analytics Experience 2016 di SAS.

Il costo delle scelte sbagliate

Giovanni Martelli, professore di Scienze Agrarie dell’Università di Bari, è stato il primo a ipotizzare, dati alla mano, che il batterio potesse essere alla base del disseccamento rapido degli ulivi nella tarda estate del 2013. Da Gallipoli epicentro dell’epidemia, il fenomeno si è diffuso in tutta la provincia di Lecce, travalicando i confini della provincia di Taranto e di Brindisi, e lambendo quelli della provincia di Bari. Ha colpito sia il “gigante” di Alliste, che ha più di 1500 anni, sia le piante più giovani. Da subito, però, c’era un indizio: la somiglianza tra il disseccamento degli ulivi pugliesi e quello osservato nella quercia americana, causato dallo stesso batterio. E così Giovanni Martelli si è messo a cercare la Xylella, e con i sui colleghi di laboratorio, alla fine l’ha trovata. Gli americani ritengono che il batterio non sia eradicabile se trova le condizioni ambientali favorevoli. Anni di incuria e di pratiche agronomiche scorrette (perché la coltivazione degli ulivi in Puglia è molto frammentata) hanno di fatto contribuito a creare le condizioni ottimali per la diffusione veloce dell’infezione. Italia, Argentina e Brasile hanno lo stesso agente infettante della medesima sottospecie. Bastava questo per dimostrare la correlazione.

L’equivoco è nato dal fatto che l’epidemiologia della Xylella è simile ad altre infezioni osservabili anche su altre 22 piante tipiche, tra cui il mirto e l’oleandro. E l’effetto psicologico del taglio delle piante sane vicine a quelle malate ha contribuito a creare un impatto emotivo forte e una lunga onda mediatica. Il popolo di Internet ne ha fatto una crociata, e l’intervento dei magistrati ha pregiudicato il contenimento dell’infezione. Il CNR di Bari è stato l’unico che ha lavorato seriamente per andare a scoprire le cause del Complesso di disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRo). La cosa incredibile è che la Procura di Lecce ha bloccato il piano Silletti (che metteva in pratica il taglio degli ulivi come misura di contenimento), non solo opponendo in modo curioso il principio di precauzione, ma accusando non troppo implicitamente l’ente di ricerca di aver favorito la diffusione della “peste dell’ulivo”, come “gli untori” di manzoniana memoria.

La Procura di Lecce è intervenuta a gamba tesa vedendo il dolo dove non c’era. Il principio di precauzione invocato è stato un triplo salto mortale perché per prevenire si sono bloccate le azioni di prevenzione. Quella degli ulivi pugliesi è una questione tutta italiana (con molte zone d’ombra) e che dovrebbe far riflettere sulla nostra capacità di problem solving e accountability. Non solo i cittadini italiani (tutti) si troveranno a pagare il conto di un’altra procedura di infrazione europea (che ammontano a 72), ma i cittadini pugliesi dovranno affrontare la perdita degli ulivi che significa distruzione del paesaggio. Un danno enorme che rischia di compromettere anche i livelli di produzione di olio di oliva. E purtroppo, potremmo trovarci nello scenario futuro di una Italia senza olio.


.@furiocamillo Un approccio #nonstatistico porta a decisioni pericolose #AnalyticsX
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La parola fine

Per dirimere l’intricata matassa è intervenuta anche l’Accademia dei Lincei con una missione sul campo che ha prodotto un rapporto definitivo e che ha messo la parola fine alla levata di scudi da parte degli ambientalisti e a ogni ipotesi di complotto. Una conclusione, dicono gli scienziati dei Lincei, non più discutibile. La Xylella, come la globalizzazione, è qui per restare e l’unica cosa che si può fare è studiare misure di contenimento e di controllo della diffusione del vettore di contagio. Il taglio di 68mila piante, che a giugno avrebbe potuto ancora bloccare il fronte di avanzamento dell’infezione con una zona di contenimento, oggi non basta più e rischiamo di perderne 28 milioni. L’epidemia salentina è stata causata da piante importate dall’America Latina e transitate attraverso il porto di Amsterdam. Questo fatto ci porta alla questione dell’efficacia delle norme europee per la prevenzione delle infezioni fitosanitarie che richiederebbe un maggiore investimento per un sistema di monitoraggio automatico basato su sensori e analisi dati in tempo reale. Eppure, dall’Olanda, continuano a essere importate piante dall’America Latina. Con quali nuove misure da parte della UE non è dato sapere. Quello che sappiamo è che è saltato il sistema di controllo. E l’Europa non dispone di un sistema di quarantena come gli USA o l’Australia. Eliminare l’agente patogeno dal Salento è utopia. Il tempo è l’unica cosa che servirebbe, ma ne abbiamo sprecato troppo. Se si studiasse il meccanismo biologico di resistenza della varietà di Leccino, forse si potrebbe ingegnerizzarlo. E forse, come ha suggerito il presidente di IBM Italia, si potrebbe dare vita a una piattaforma di ricerca comune per unire competenze e strumenti. In tutti i casi, la soluzione all’emergenza Xylella, può arrivare solo dalla ricerca scientifica e dalla tecnologia. Non dalle aule di tribunale.

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La città sotto attacco https://www.datamanager.it/2016/11/la-citta-attacco/ Wed, 23 Nov 2016 11:28:42 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114423 Diritto alla privacy e diritto alla sicurezza. La smart city con la sua rete di dispositivi connessi può essere una minaccia per la libertà dei cittadini? Negli ultimi trent’anni, l’intera società occidentale ha assistito a un progresso tecnologico di una rapidità senza precedenti. Gran parte della nostra quotidianità si svolge online, è costantemente connessa, dipendente […]

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Diritto alla privacy e diritto alla sicurezza. La smart city con la sua rete di dispositivi connessi può essere una minaccia per la libertà dei cittadini?

Negli ultimi trent’anni, l’intera società occidentale ha assistito a un progresso tecnologico di una rapidità senza precedenti. Gran parte della nostra quotidianità si svolge online, è costantemente connessa, dipendente da una infrastruttura di rete sovrasatura di dati sensibili che ognuno di noi, più o meno consapevolmente, immette al suo interno. Ampliando il punto di vista dal singolo alla collettività, vediamo che i dati non provengono solo da device personali: contatori di energia intelligenti, dispositivi di sicurezza, elettrodomestici e automobili smart, sistemi di video sorveglianza. Questi dispositivi sono solo alcuni dei sistemi che generano continuamente dati e informazioni che vengono raccolti ed elaborati per gestire gli ambienti in cui viviamo tutti i giorni.

L’aumento della dipendenza dal cyberspace da un lato offre nuove opportunità ma dall’altro introduce nuove pericolose minacce: il crearsi di mercati nazionali e transnazionali più aperti rende i sistemi informatici su cui essi si basano più vulnerabili agli attacchi di criminali, hacker, terroristi. I cyber-attacchi ormai fanno parte della nostra quotidianità: Twitter, Financial Times, Spotify, Reddit, eBay e New York Times sono stati vittima lo scorso ottobre di un cyber-attacco di cui si addita la Russia come responsabile. In risposta, un hacker americano ha dichiarato di aver violato per vendetta il sito Internet del ministero degli Esteri sovietico. A settembre, è stato violato il database dell’Agenzia Mondiale Antidoping, Michelle Obama ha visto il suo passaporto pubblicato su DC Leaks (www.soros.dcleaks.com, il sito web che viene gestito da hacktivisti americani), mentre Wikileaks ha preso di mira Hillary Clinton e il server del Partito Democratico americano.


#smartcity Giulia Cattoni @urbanocreativo Come bilanciare #privacy e #sicurezza
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PricewaterhouseCoopers calcola che gli incidenti informatici abbiano ormai un tasso di incremento annuo del 66%: dai 3,4 milioni di casi del 2009, nel 2014 il numero è salito a 42,8 milioni. Un fenomeno di difficile percezione, ma soprattutto un tipo di criminalità difficile da contrastare. Oltre la privacy personale, come si traduce la parola “sicurezza” per la collettività? L’informatica, la tecnologia e la gestione dei dati sono il cervello elaboratore della smart city in ottica IoT. Garantire la sicurezza informatica significa sviluppare un processo che sia resiliente ai cyber-attacchi e quindi garantire un elevato livello di sicurezza per lo “Urban Cyber Space” inteso come spazio virtuale di raccolta, elaborazione e scambio delle informazioni, e nucleo indispensabile per la gestione, il comando e il controllo di una città intelligente, dei servizi fruibili, dello scambio di informazioni.

Anche la UE sta investendo nell’ottica di sviluppare programmi volti a migliorare la qualità della vita e la sicurezza dei cittadini. Nello specifico, lo strumento Horizon 2020 The EU Framework Programme for Research and Innovation, che ha un budget complessivo di circa 78.6 miliardi di euro, prevede di corrisponderne poco meno della metà (31.748 milioni di euro) per rispondere alle minacce più sentite oggi: cambiamento climatico, trasporti e mobilità, energie rinnovabili, invecchiamento della popolazione. E infine, per garantire la sicurezza alimentare e la sicurezza in generale. Alla protezione delle infrastrutture critiche sia dal punto di vista fisico sia della cyber-security, e alla sicurezza digitale, per esempio per quanto riguarda la protezione di dati, sistemi e servizi ICT, si risponde con lo strumento finanziario SC7 – Secure societies – Protecting freedom and security of Europe and its citizens.

Dovremo perciò sempre più affidarci a controllori, guardiani in grado di proteggere l’enorme flusso di dati di una società che, secondo le stime, nel 2050 raggiungerà i nove miliardi di persone. Ma saranno in grado di difenderci dal grande spauracchio del ventunesimo secolo ossia la versione 3.0 del Grande Fratello di orwelliana memoria? Oppure, la vessata questione di “chi sorveglierà i sorveglianti” non sarà più un tema da film di fantascienza?

Giulia Cattoni @urbanocreativo

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Neuroscienze e management. Come migliorare la produttività https://www.datamanager.it/2016/11/neuroscienze-management-migliorare-la-produttivita/ Wed, 23 Nov 2016 10:36:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114402 Nel suo ultimo libro “Comportamenti aziendali ad elevata produttività” (Edizioni Guerini Next), Fabrizio Favini, consulente ed esperto di business development, spiega che «l’obiettivo di qualunque innovazione nel mondo del lavoro dovrebbe essere quello di aumentare la produttività». Le ragioni del declino di molte grandi imprese vanno cercate all’interno dell’organizzazione. Molto spesso, le decisioni (sbagliate) si […]

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Nel suo ultimo libro “Comportamenti aziendali ad elevata produttività” (Edizioni Guerini Next), Fabrizio Favini, consulente ed esperto di business development, spiega che «l’obiettivo di qualunque innovazione nel mondo del lavoro dovrebbe essere quello di aumentare la produttività». Le ragioni del declino di molte grandi imprese vanno cercate all’interno dell’organizzazione. Molto spesso, le decisioni (sbagliate) si basano sull’illusione della comprensione, la distorsione retrospettiva e la sopravvalutazione delle valutazioni fattuali.

Così le neuroscienze escono dai laboratori di ricerca ed entrano in azienda, con l’obiettivo di fornire gli strumenti per una migliore gestione dei comportamenti, delle emozioni e dell’atteggiamento collettivo. E soprattutto, per il successo dell’impresa, per migliorare la produttività e la qualità del clima nel quale si lavora. In Italia però, questo obiettivo si perde tra ideologie, alibi, falsi miti, e il risultato è un calo (0,3% l’anno) della ricchezza attribuibile al progresso tecnico, al miglioramento nella conoscenza e dell’efficienza nei processi produttivi. Un dato che evidenzia la difficoltà di crescita dell’economia italiana e che attira pochi investimenti. Come invertire la tendenza? «La risposta – spiega Favini – sta nell’integrazione tra neuroscienze e management. Se è vero che il profitto è il risultato dello sviluppo delle persone, esiste una correlazione diretta tra collaboratori soddisfatti ed elevate performance professionali.

Il mix di competenze, motivazione, capacità e condivisione degli obiettivi è il fattore chiave per migliorare la produttività e raggiungere il successo. E le neuroscienze ci spiegano come fare, indicandoci la strada». Il libro parte da un’analisi del comportamento umano sulla scena produttiva per dimostrare come la gestione degli aspetti sociali e non solo professionali sia diventato il fattore competitivo che stiamo cercando. Il supporto delle neuroscienze permette di capire come orientare i comportamenti collettivi sugli obiettivi, gestire i conflitti, comunicare con le emozioni. Al centro di tutto, ci sono le persone, le cui caratteristiche sociali e relazionali costruiscono la fisionomia di un’azienda.

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Sbagliando si impara. L’algoritmo che si autocorregge https://www.datamanager.it/2016/11/sbagliando-si-impara-lalgoritmo-si-autocorregge/ Wed, 23 Nov 2016 10:31:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114396 Un algoritmo è un insieme di passaggi codificati per risolvere un problema. Si tratta di un procedimento logico tradotto da un numero finito di passaggi elementari. Tecnicamente è uno dei concetti chiave alla base dell’informatica. Praticamente è quello che gli esseri umani sono abituati a fare fin dalla nascita per imparare, con la differenza che […]

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Un algoritmo è un insieme di passaggi codificati per risolvere un problema. Si tratta di un procedimento logico tradotto da un numero finito di passaggi elementari. Tecnicamente è uno dei concetti chiave alla base dell’informatica. Praticamente è quello che gli esseri umani sono abituati a fare fin dalla nascita per imparare, con la differenza che i processi cognitivi degli esseri umani sono non univoci, soggetti all’emotività e all’interpretazione.

Una ricetta è un algoritmo per uno chef, come lo schema di risoluzione di equazione lo è per un matematico. Più variabili ci sono, più complessa sarà la scrittura dell’algoritmo e anche la sua esecuzione. Per sua natura, un algoritmo è un’operazione di riduzione: tutto ciò che può essere descritto può essere trasformato in una sequenza di elementi elementari. Ogni comportamento umano può essere ridotto alla somma delle singole parti. Così gli algoritmi fanno ormai parte della nostra esperienza quotidiana, dalle ricerche su Google al sistema di mobilità per gli insegnanti nella scuola, passando per i filtri sui social e a quelli per l’ecommerce di Amazon. Invisibili e sempre più potenti, gli algoritmi sono in grado di orientare scelte e decisioni. Ma sono sempre infallibili? Di fatto, un algoritmo è sempre soggetto alle manipolazioni, in quanto prodotto della programmazione umana.

Dal 2006 a oggi, ci sono stati almeno sei flash crash che hanno rischiato di far saltare i mercati finanziari di mezzo mondo, tutti riconducibili ad algoritmi fuori controllo. Senza però correre il rischio di legare la salvezza o la condanna dell’umanità a una sequenza di codice, i ricercatori dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza hanno messo a punto un algoritmo matematico che si autocorregge in caso di errore. Serve alla risoluzione di problemi complessi alla base della crittografia moderna e per il design e la verifica di circuiti integrati nei microchip. L’algoritmo è stato battezzato “backtracking survey propagation” ed è in grado di assegnare le variabili del problema un po’ alla volta sulla base delle informazioni raccolte in una procedura dinamica detta di “message passing”.

Ma come funziona? Ogni variabile fa una stima del valore che dovrebbe assumere per risolvere il problema e “passa” questa informazione alle variabili accanto. In aggiunta, il nuovo algoritmo permette anche di tornare indietro, nel caso in cui sia stato commesso un errore, liberando alcune variabili già assegnate e permettendo di affrontare e risolvere problemi che prima erano intrattabili.

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Terremoto, la connettività ad Amatrice https://www.datamanager.it/2016/11/terremoto-la-connettivita-ad-amatrice/ Wed, 23 Nov 2016 09:04:28 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114368 La connettività è una necessità fondamentale dopo una calamità. In queste circostanze l’accesso a Internet può significare avere la possibilità di chiedere aiuto, farsi localizzare o far sapere che tutto va bene Ventiquattro agosto 2016 ore tre e trentasei. Amatrice (RI) è teatro di una forte scossa di terremoto con magnitudo 6.0. La terra trema, […]

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La connettività è una necessità fondamentale dopo una calamità. In queste circostanze l’accesso a Internet può significare avere la possibilità di chiedere aiuto, farsi localizzare o far sapere che tutto va bene

Ventiquattro agosto 2016 ore tre e trentasei. Amatrice (RI) è teatro di una forte scossa di terremoto con magnitudo 6.0. La terra trema, i danni sono ingenti. La storia la conoscete abbastanza bene. A quell’ora anch’io mi sveglio di colpo, mi trovo in vacanza a Torricella Peligna, in provincia di Chieti, e anche qui la terra trema violentemente. Due giorni dopo mi arriva una chiamata. È il mio amico Luca Deri (fondatore del progetto opensource, ntop) che è stato contattato da una azienda estera esperta in gestione di disastri. Luca mi segnala che cercano volontari con competenze nel campo del networking e della sicurezza informatica per poter dare, anche se solo in parte, connettività ai campi che vengono allestiti. È la prima volta che ricevo una richiesta del genere, non so cosa mi aspetterà ma decido di dare la mia disponibilità per partire l’indomani.

“ANGELI DELLA CONNETTIVITÀ”

Occorre raccogliere le idee e organizzarsi velocemente. È subito chiaro che c’è bisogno di nuovi “angeli della connettività”, un nomignolo preso in prestito dai ragazzi che nel 1966 salvarono Firenze dal fango. In fondo questo, è il mestiere di chi progetta reti e servizi per il mondo professionale e accademico, solo che questa volta occorre essere presenti in prima persona, rimboccarsi le maniche ed essere sul posto con la propria attrezzatura, la propria conoscenza e non ultimi i propri contatti professionali. Siamo pronti a vivere e condividere tutto assieme alla gente vittima del terremoto: cibo, alloggio, freddo e le difficoltà del vivere quotidiano. Il 27 agosto, partiamo: Luca da Pisa ed io da Torricella per raggiungere Amatrice. Ci incontriamo a L’Aquila, per poi fare il resto del viaggio assieme. Nelle catastrofi sino ad ora accadute in Italia, l’esigenza di avere connettività era confinata esclusivamente al personale militare e civile coinvolto negli aiuti. Ora c’è una novità: occorre dare connettività anche alla popolazione coinvolta nel disastro. I tempi cambiano e la tecnologia avanza, ma rimane il fatto che durante le catastrofi la gente rimane isolata e necessita, tra l’altro, di conforto e di poter rimanere in contatto con i propri cari, d’altro canto, molte infrastrutture smettono di funzionare e quelle attive collassano. Arriviamo da Est al nostro campo base di Amatrice. La sensazione è strana in quanto la strada percorsa ci ha presentato piccoli paesi in cui tutto è perfetto e non c’è alcun segno del terremoto. A destinazione notiamo la tragedia: Amatrice è in buona parte distrutta e al posto di alcune case ci sono ormai solo cumuli di macerie.


#connettività Giuseppe Augiero @Clusit : L’altra faccia del terremoto #Amatrice
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L’OPERATIVITÀ SUL CAMPO

L’idea iniziale è quella di creare una infrastruttura quanto più possibile affidabile e sicura realizzando una rete mesh che illumini con un segnale WiFi i campi, dando di fatto connettività a chi ha ancora a disposizione un dispositivo senza fili. L’adozione di reti mesh per ridistribuire i servizi internet garantisce una ridondanza di possibili percorsi che in emergenza è essenziale vista la difficoltà sia a reperire esperti che operino in queste condizioni e sia per gestire situazioni inaspettate. Ogni nodo può trasmettere il proprio segnale fino al nodo successivo e se uno di essi si guasta, gli altri intorno suppliscono in automatico alla consegna del traffico di rete. Per la connettività abbiamo usato quattro modem satellitari bidirezionali con una banda di 20 Mbit/s. Abbiamo “girato” verso l’esterno, in maniera sicura, le interfacce di management degli apparati al fine di poterli gestire da remoto, mentre per i ripetitori abbiamo usato soluzioni che ci permettessero di definire politiche di Traffic shaping (per evitare che un singolo potesse saturare la banda) e di Quality of service, e di avere una console in cloud che ci offrisse la possibilità di configurare al meglio i dispositivi. La nostra attività ad Amatrice è durata cinque giorni e abbiamo coperto quattro campi. A questo link potete leggere l’intera storia: goo.gl/eaMBnu.

Giuseppe Augiero, docente Clusit

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Classifica Top100, i riflessi negativi della crescita debole https://www.datamanager.it/2016/11/classifica-top100-riflessi-negativi-della-crescita-debole/ Tue, 22 Nov 2016 15:29:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=114319 La produttività non è tutto, ma nel lungo termine è quasi tutto. Perché indica la capacità di un paese di guardare al futuro. Ce lo ha spiegato Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia nel 2008. La produttività non è solo la misura di ciò che si produce ma di come si produce. E l’innovazione in […]

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La produttività non è tutto, ma nel lungo termine è quasi tutto. Perché indica la capacità di un paese di guardare al futuro. Ce lo ha spiegato Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia nel 2008. La produttività non è solo la misura di ciò che si produce ma di come si produce. E l’innovazione in tutte le sue declinazioni è il fattore che ricombina lavoro e crescita.

Perché la tecnologia non è neutra ma ci trasforma. E perché l’algoritmo per la crescita non esiste (ancora). E quando si semina il cambiamento non è detto che si raccolgano subito i frutti. Anche perché lo stesso concetto di crescita non può essere considerato in termini assoluti. Si tratta di innervare l’innovazione di qualità con il capitale umano e il sistema industriale. I nuovi modelli dettati dalla trasformazione digitale e dall’intelligenza artificiale impongono di riscoprire virtù antiche come l’equità, la generosità, la cura e il coraggio. Ogni Classifica ha un metodo, e ogni metodo, le sue eccezioni. La trasparenza è il criterio fondamentale. Accettare di farsi misurare è anche un atteggiamento di apertura che non fa mai male e aiuta a migliorarsi. Solo l’incertezza (a differenza del rischio) non è misurabile e forse per questo ci mette in crisi. Eppure, quando dai grandi discorsi passiamo a valutare l’esperienza delle aziende sul campo, non sempre troviamo le porte aperte.


Classifica #Top100 I riflessi negativi della crescita debole @IDCItaly
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E le parole agilità e flessibilità si trasformano in rigidità e chiusura. In qualche caso addirittura fastidio, che ha messo a dura prova il lavoro di scouting e di analisi di IDC Italia. In questi casi, c’è da chiedersi che fine facciano l’innovazione e il coraggio. Ma a quelli che hanno lavorato un anno intero a mettere in fila i numeri della Classifica Top100, passando in rassegna schede, tabulati e righe di bilancio, non fanno difetto né il senso critico né la pazienza. Semmai resta da chiedersi, (perché siamo i primi a fare domande, anche a noi stessi), se e quanta importanza possa avere una classifica nell’era di Uber e delle startup unicorno. Di certo, mentre la maggioranza dei rapporti sono proiettati in avanti insieme alle speranze di conferma dei segnali (deboli e frammentati) di una definitiva inversione di rotta, la Classifica Top100 offre uno spaccato del mercato con spunti di riflessione diversi.


#Top100 La Classifica vale due terzi del mercato italiano @IDCItaly
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I titoli di molti big dell’informatica che ritroviamo nelle prime dieci posizioni hanno fatto su e giù nel corso degli ultimi tre anni. Le più blasonate hanno perso un po’ di smalto ma di fatto stabiliscono gli standard, mantenendo la posizione (con qualche scostamento e qualche sorpresa) e facendo bene il loro lavoro di traghettatori della digital transformation, l’unico vento che spinge le vele del mercato IT. Le grandi aziende dettano anche l’ordine del giorno. L’aggregato della Classifica Top100 rappresenta due terzi del mercato italiano, e quindi stiamo parlando di qualcosa che vale poco più di due punti di PIL. La fotografia dell’ultimo anno però resta in territorio negativo. E i segnali più interessanti vanno raccolti tra i “nuovi arrivati”.


Classifica #Top100 Software e servizi IT in territorio negativo @IDCItaly
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La ripresa complessiva osservata nel 2014 sembra essersi bruscamente arrestata nel 2015, con una caduta dei volumi soprattutto nel comparto della pubblica amministrazione e del commercio, mentre il settore finanziario e quello dei servizi continuano a sostenere positivamente i risultati del settore. Il livello è ancora superiore a quello degli anni peggiori dell’ultimo quinquennio, in altre parole rispetto al livello minimo del 2012 e del 2013, ma in tutti i casi la battuta d’arresto è importante – come mette in evidenza Giancarlo Vercellino, IT research & consulting manager di IDC Italia – e si riflette nelle statistiche legate al consolidamento del mercato, con un aumento repentino della concentrazione media dell’aggregato Top100 rispetto agli ultimi quattro anni. Nel solco di una tradizione ben consolidata, la Classifica Top100 si presenta molto dinamica. Ai nuovi ingressi nelle posizioni alte, fa da contrappunto l’uscita di altri operatori per le ragioni più diverse, tipicamente in seguito a processi di fusione e acquisizione, oppure ristrutturazioni aziendali, segnando un momento di discontinuità importante rispetto alla serie storica del dato raccolto attraverso le edizioni precedenti della classifica (come il caso di HP in seguito alla scissione). Discontinuità che però bisogna sapere leggere anche in termini strategici perché arriva sempre il momento in cui bisogna ripartire da zero.

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