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La blockchain rende possibile immaginare un mondo nel quale transazioni di ogni genere saranno create e conservate in maniera trasparente all’interno di database pubblici e condivisi. Una promessa che ha calamitato l’attenzione di numerosi settori industriali ed economici, compreso quello della sicurezza informatica

Ci credono anche al Pentagono. La tecnologia blockchain potrebbe fare da “scudo cyber” per proteggere comunicazioni, tecnologia e commesse della Difesa. Gli ingegneri del DARPA – Defense Advanced Research Projects Agency – i nipotini degli inventori di Internet tanto per capirci, lavorano a un progetto per creare un servizio di messaggistica a prova di spioni. Non solo. Un secondo prevede la creazione di un codice blindato, che renderà impossibile la vita a coloro che tenteranno di accedere a database protetti.

FINANCE LOVES BLOCKCHAIN

Dallo scorso dicembre la sperimentazione della tecnologia blockchain ha preso il via in 14 banche italiane. A riferirlo è l’Associazione bancaria italiana (ABI), che coordina il progetto attraverso ABI Lab, il suo laboratorio tecnologico. «Le banche che partecipano al progetto (Banca Mediolanum, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Sella, BNL – Gruppo BNP Paribas, Banca Popolare di Sondrio, Banco BPM, CheBanca! – Gruppo Mediobanca, Credito Emiliano, Crédit Agricole, Credito Valtellinese, ICCREA Banca, Intesa Sanpaolo, Nexi Banca, UBI) sono impegnate sull’applicazione della blockchain ai processi interbancari, con l’obiettivo di conseguire i vantaggi derivanti dalla trasparenza e visibilità delle informazioni, dalla maggiore velocità di esecuzione delle operazioni e dalla possibilità di effettuare verifiche e scambi direttamente sull’applicazione» si legge in una nota ufficiale.

La blockchain è una tecnologia che permette la creazione e gestione di un grande database distribuito per la gestione di transazioni condivisibili tra più nodi di una rete. Un database in cui i dati non sono memorizzati su un solo computer ma su più macchine collegate tra loro, chiamate nodi. «Questo nuovo paradigma di database distribuiti (Distributed Ledger Technology – DLT) cambia il modo di pensare e progettare le modalità di relazione e lo scambio di valore tra gli attori partecipanti» – dichiara ABI.

L’ambito di applicazione è la spunta interbancaria, vale a dire la verifica della corrispondenza delle attività che riguardano due banche diverse. Per esempio, le operazioni effettuate fra clienti di due istituti diversi. «Il progetto – è ancora ABI a dichiararlo – ha verificato in particolare come l’applicazione di tecnologie DLT contribuisce a migliorare alcuni aspetti specifici dell’attuale operatività, che possono provocare discrepanze complesse da gestire per le banche. Tra queste, il tempo necessario a identificare transazioni non corrispondenti tra due banche; la mancanza di un processo standardizzato e di un protocollo di comunicazione unico; la limitata visibilità delle transazioni tra le parti».

Come ci conferma Federico Folloni, responsabile Ricerca e Sviluppo Cedacri – i pagamenti rappresentano l’ambito su cui sono state effettuate ad oggi più sperimentazioni, considerati i notevoli vantaggi che comporta. «A questo proposito di recente Cedacri ha realizzato e portato in produzione uno schema di pagamento, basato su una blockchain privativa, che consente di effettuare pagamenti P2P e P2B in tempo reale, con la garanzia di elevati livelli di sicurezza e di resilienza ai fault». Secondo le previsioni di IDC, il settore bancario, sarà il principale investitore in queste tecnologie   blockchain anche per i prossimi anni, – «con il 26% del totale della spesa a livello globale stimato nel 2018» – come ci dice Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia (idcitalia.com).

UNA NUOVA CORSA ALL’ORO?

Le opportunità della blockchain si stanno rapidamente espandendo anche al di fuori del settore finance. Come nel caso del manufacturing (industria di processo continuo e discreta), grazie all’applicabilità della blockchain alle attività di supply chain management. «Qui l’obiettivo – spiega Pandolfi è di ottimizzare le attività produttive, distributive, di tracking e controllo della qualità dei prodotti». Il retail – secondo i dati IDC – è il terzo settore per livelli di investimenti globali e si posiziona come un early adopter. «Le aziende stanno portando avanti le prime sperimentazioni e alcuni progetti pilota nelle aree del tracking dei prodotti, per contrastare le frodi e assicurare la qualità e l’autenticità (si pensi al settore alimentare o dell’abbigliamento), e anche in questo caso in generale per ottimizzare le attività di supply chain management» – aggiunge Pandolfi. Secondo IDC, la blockchain contribuisce a trasformare le modalità con cui le aziende e le organizzazioni lavorano le une con le altre, permettendo la creazione di nuovi livelli di trasparenza e di fiducia tra tutti gli attori coinvolti nello sviluppo e nell’utilizzo di questa tecnologia emergente. Comprensibilmente in questa fase, le aziende si trovano in fasi differenti per quanto riguarda lo sviluppo e la sperimentazione di progetti e servizi basati su questa tecnologia, con differenze notevoli in base ai diversi settori industriali, sia per le esigenze diverse di ognuna sia per la presenza di specifiche regolamentazioni settoriali. «In generale – rileva Pandolfi – la blockchain permette di facilitare lo scambio e la tracciabilità di prodotti, servizi e transazioni. Quindi, tutti i settori che hanno l’obiettivo di ottimizzare e snellire lo scambio di dati e di informazioni in maniera sicura stanno guardando e sperimentando con interesse questa tecnologia, con l’obiettivo di ottimizzare le loro operations».

IDC rileva in proposito numerosi e differenti casi d’uso della blockchain nel settore industriale. «I primi use case ad essere stati sviluppati si ponevano l’obiettivo di trasformare processi inefficienti e altamente manuali, come i pagamenti cross-border e i post-transaction settlements, per abilitare transazioni tempestive e immediate» – ci dice Pandolfi. Nel medio termine, in base ai dati elaborati da IDC sui principali casi d’uso sviluppati in ambito blockchain per livelli di spesa (hardware, software e servizi), quelli che registreranno i tassi di crescita maggiori nei prossimi anni riguarderanno: 1) Claims processing, filing e management, tracciamento e risoluzione efficiente dei reclami, all’interno di un sistema sicuro e in grado di tenere traccia di tutte le attività, comprese l’elaborazione delle richieste di risarcimento e l’assistenza nella liquidazione dei reclami e nella riconciliazione dei pagamenti (questo caso d’uso è specifico del settore Insurance); 2) Asset/goods management (monitoraggio delle movimentazioni di beni e asset, in vista della creazione di un sistema completo, o un registro, che tenga traccia degli spostamenti e delle spedizioni di prodotti); 3) Lot lineage/provenance (verifica dell’origine e dell’autenticità dei prodotti lungo la value chain, per evitare frodi, contraffazioni, e mantenere elevati i livelli di qualità). «Fino ad oggi, l’uso più completo e diffuso della tecnologia blockchain è legato alla creazione di monete virtuali, bitcoin in testa. Ma le opportunità sono decisamente più ampie e riguardano tutte quelle transazioni che richiedono autenticazione, immutabilità e fiducia tra le parti» – ci dice Guido Sandonà, responsabile campagne di sensibilizzazione di CLUSIT.

Un caso d’uso interessante è quello dalla piattaforma logistica TradeLens ideata dalla compagnia di trasporto marittimo danese Maersk Line e da IBM, che ha introdotto innovazione in un settore abbastanza statico qual è quello dei trasporti marittimi. «L’obiettivo di questa piattaforma è correlare tra loro i numerosissimi documenti che accompagnano le merci in giro per il mondo, riducendo tempi di trasposto e costi» – spiega Sandonà. «La blockchain si pone come elemento di trust tra parti molto diverse tra loro sia nelle funzioni che nei sistemi informatici a supporto, quali ad esempio produttori, agenzie doganali, importatori e così via. Ad oggi, quasi 100 organizzazioni – tra cui spiccano le autorità portuali e doganali di Singapore e Amsterdam – hanno aderito a TradeLens». E per restare in Italia, ci sono produttori del settore food come Certified Origins, che lavora con piccole aziende agricole italiane produttrici di olio d’oliva Extravergine. «Con la nostra soluzione blockchain cloud, tracciano un loro olio a marchio Bellucci, venduto sul mercato USA, attraverso tutta la supply chain: dall’albero allo scaffale del negozio» – ci dice Filippo Cutillo, blockchain cloud services specialist di Oracle Italia (www.oracle.com/it). Secondo Maurizio Sironi, manager di Reply Blockchain i casi d’uso più interessanti nascono quando la necessità di alta trasparenza incontra l’automazione: «Si pensi per esempio alla tracciatura di filiere multi-attore, o ai processi che possono essere eseguiti tramite Trusted Smart Contract – lo standard che automatizza l’esecuzione di contratti garantendone il valore legale – come per le Smart Insurance Policy». Oppure, il tema della Trustless Notarization su blockchain, nota Stefano Russo, blockchain technology expert di Kubris, centro di innovazione di Kirey Group. «Un caso d’uso diffuso e di grande efficacia che può dare supporto ad ambiti quali Compliance, Data Quality, Data Governance e cybersecurity».

BLOCKCHAIN E CYBERSECURITY

L’infrastruttura decentralizzata su cui poggia la blockchain sfrutta le caratteristiche di base della resilienza operativa, la crittografia dei dati, la verificabilità, trasparenza e immutabilità delle transazioni­. Punti di forza per rendere molto più difficili attività fraudolente di varia natura. In quella che è la sua applicazione più conosciuta di piattaforma di scambio per le cryptovalute, la blockchain risolve il problema della mancanza di fiducia tra le controparti durante le transazioni monetarie attraverso un sistema di database distribuiti strutturato in blocchi (block) o nodi di rete tra loro collegati (chain). Un meccanismo mostratosi sino a oggi efficace. In estrema sintesi, la blockchain è una piattaforma di scambio di dati crittografati, memorizzati all’interno di un database condiviso. La natura distribuita della tecnologia fa sì che non ci siano accessi non presidiati o (punti centrali di errore) – single point of failure – sfruttabili dai malintenzionati. Le parti possono autenticare dispositivi e utenti senza la necessità di una password. Eliminando di fatto l’intervento umano nel processo di autenticazione, da sempre uno dei vettori di attacco più sfruttati. Al suo posto, viene implementato un sistema di sicurezza che sfrutta un’infrastruttura a chiave pubblica distribuita per l’autenticazione di dispositivi e utenti. Fornendo a ciascun dispositivo un certificato SSL anziché una password. La gestione dei certificati eseguita sulla blockchain rende molto più difficile l’utilizzo di certificati falsi. «Operando in modo decentralizzato – chiarisce Maurizio Sironi di Reply Blockchain – questa tecnologia consente di introdurre meccanismi che distribuiscono la responsabilità nei confronti di una moltitudine di soggetti grazie per esempio a logiche multi-signature, mitigando il rischio legato ai comportamenti della singola persona». È quanto promette per esempio REMME, azienda che ha implementato una soluzione che consente alle aziende di autenticare utenti e dispositivi senza utilizzare una password. «La tecnologia non garantisce la certezza dell’identità che a monte può essere garantita facendo leva su sistemi di identificazione affidabili e riconosciuti, per esempio schemi di identità digitale nazionali ed europei» – puntualizza Luisa Monti, regulatory developments & innovation support director di CRIF. «La blockchain può entrare in gioco in un secondo momento, supportando i processi di autenticazione e garantendo un accesso sicuro degli utenti alle loro applicazioni. Inoltre può abilitare a un nuovo utilizzo dell’identità, distribuita e diffusa, fatta di attributi personali che il titolare può condividere in maniera sicura con le parti che lo richiedono».

«La particolare combinazione di caratteristiche quali immutabilità, condivisione diffusa e non ripudiabilità fanno della tecnologia blockchain un candidato a cui guardare per rafforzare i punti deboli imputabili alla componente umana nei sistemi complessi di gestione della sicurezza» – osserva Cutillo di Oracle Italia. «Le svariate sollecitazioni dei clienti su questo tema ci stanno offrendo l’opportunità di approfondire e valutare quali tra i molteplici aspetti in cui declinare l’ampio tema della sicurezza ne potrà maggiormente beneficiare». Dal punto di vista della sicurezza è senza dubbio un passo avanti rispetto alle tecnologie più tradizionali. «Ma questo vantaggio in alcuni casi è a spese di scalabilità e sostenibilità» – afferma Folloni di Cedacri. «Tipicamente questo accade con le blockchain pubbliche basate sul Proof of Work come bitcoin. Il progetto Ethereum prova a superare questi problemi implementando un sistema di validazione dei blocchi basato su Proof of Stake. Una sfida da monitorare con attenzione».

NUOVE APPLICAZIONI

Nel campo della sicurezza, attraverso il tracking delle filiere produttive, questa tecnologia ha le potenzialità per mettere in sicurezza una serie di processi, partendo dalla non ripudiabilità e – dal momento in cui è inserito in un blocco della catena – non modificabilità del dato. Questo di per sé non assicura che quel dato sia corretto ma introduce un nuovo modo di interagire con i propri consumatori. Attraverso un meccanismo di self reputation. È il caso dell’utilizzo di blockchain privative (permissionless) per ovviare ai problemi di scalabilità e sostenibilità, mantenendo i vantaggi dal punto di vista della sicurezza. «Questo è il caso del sistema di pagamento realizzato da Cedacri che utilizza le tecnologie blockchain all’interno del sistema bancario più tradizionale per ottenere il meglio di entrambi i mondi» – ci dice Folloni di Cedacri. Altre applicazioni riguardano il mondo della PA. Per esempio nel settore sanità. Adeguatamente implementata, la   blockchain potrebbe consentire a tutte le unità organizzative di mantenere il controllo del dato nei propri database, abilitandone al contempo lo scambio e assicurando allo stesso tempo privacy e integrità del dato. Un’applicazione dalle caratteristiche simili sviluppata dalla società estone Guardtime ha messo in sicurezza i dati sanitari del sistema sanitario del paese baltico. «Il carattere open source della tecnologia permette ai protocolli blockchain di evolvere regolarmente in modo scalabile, sicuro e sostenibile grazie agli sforzi di community distribuite in costante espansione» – rileva Sironi di Reply Blockchain.

DRIVER DI SVILUPPO E POSSIBILI OSTACOLI

IDC prevede un giro d’affari superiore a 1,5 miliardi di dollari per la   blockchain. Se il 2017 è stato l’anno in cui le aziende hanno iniziato a “prendere le misure” di questa tecnologia emergente, il 2018 – per IDC – è sicuramente quello dei test rigorosi, dei rapidi avanzamenti tecnologici e delle prime sperimentazioni e proof-of-concept su larga scala. «Con un mercato potenziale stimato a livello mondiale superiore al miliardo e mezzo di dollari e una crescita superiore al 100% anno su anno, i dati confermano il forte interesse verso questa tecnologia in tutti i settori industriali» – afferma Pandolfi di IDC Italia. «IDC stima per il periodo 2018-2022 una crescita ad un CAGR del 73%. Con Gli Stati Uniti a fare da traino in termini di investimenti con una quota vicina al 50 per cento della spesa globale».

CATALIZZATORI DEL MERCATO

Secondo IDC, la possibilità di rendere più efficienti i processi e di ottimizzare le operations rappresenta il fattore principale di accelerazione dello sviluppo degli investimenti nei prossimi anni. «Alcune aziende credono che la blockchain possa fornire loro un vantaggio competitivo per differenziarsi dai concorrenti, grazie a operations ottimizzate e miglioramenti nell’ambito della logistica e della comunicazione; maggiore trasparenza tra l’azienda e l’ecosistema di stakeholder, maggiori possibilità di collaborazione con altri player e una più ampia fiducia da parte dei clienti, che si traduce in una migliore relazione, customer satisfaction e loyalty» – spiega Pandolfi. Al riguardo, secondo una recente ricerca condotta da IDC negli Stati Uniti, il 28% delle aziende ha dichiarato di avere almeno un progetto in cantiere (sia in fase di sviluppo che pilota). Con un altro 14% di aziende che considera la blockchain una tecnologia all’interno della pipeline progettuale.

Non solo. Le aziende stanno guardando alla blockchain per migliorare processi esistenti, collaborare con partner e attori terzi in maniera più semplice e sicura. «Quando si lavora con una nuova tecnologia – spiega Sandonà di CLUSIT – la prima cosa che si prova a fare è di utilizzarla su processi che già si conoscono. Tuttavia, molte imprese – startup in particolar modo – pensano all’utilizzo della tecnologia blockchain per creare nuovi modelli di business. Oggi, quasi tutte le banche e assicurazioni stanno seriamente studiando l’utilizzo di blockchain e smart contracts nel modo dei pagamenti e dei contratti assicurativi. Anche nel settore logistico, i principali operatori hanno compreso che l’utilizzo della blockchain può semplificare l’enorme burocrazia esistente nel settore, riducendo i costi e velocizzando le procedure».

Gli ostacoli che potrebbero frenare lo sviluppo del mercato e degli investimenti sono – secondo IDC – le preoccupazioni legate alla sicurezza e ai limiti di budget. «Molte aziende sono preoccupate dalle sfide tecnologiche, in particolare dai costi legati all’implementazione, allo sviluppo e all’integrazione della   blockchain con altri sistemi e con altri player» – osserva Pandolfi. «Altre sfide riguardano la necessità di disporre di una larghezza di banda molto elevata per implementare un “registro” di transazioni basato su   blockchain, le incertezze relative alle performance su larga scala e la regolamentazione settoriale». Inoltre, la sicurezza continuerà a rappresentare la preoccupazione maggiore per le aziende: «Problemi nell’area della privacy e dei dati – conclude Pandolfi di IDC Italia – potranno frenarne lo sviluppo e l’evoluzione su larga scala».

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Kaspersky Lab, la sicurezza consapevole https://www.datamanager.it/2018/10/kaspersky-lab-la-sicurezza-consapevole/ Tue, 23 Oct 2018 13:32:47 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177187 Doppiata la boa dei vent’anni, Kaspersky Lab ingrana la marcia verso la nuova frontiera della protezione nell’era della iperconvergenza: infrastrutture critiche, fabbriche, motori. Senza abbassare di un millimetro la guardia sulle minacce che riguardano il business e le persone Vent’anni di costante presidio dell’integrità delle informazioni custodite dai nostri dispositivi digitali. Vent’anni di ricerca nel […]

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Doppiata la boa dei vent’anni, Kaspersky Lab ingrana la marcia verso la nuova frontiera della protezione nell’era della iperconvergenza: infrastrutture critiche, fabbriche, motori. Senza abbassare di un millimetro la guardia sulle minacce che riguardano il business e le persone

Vent’anni di costante presidio dell’integrità delle informazioni custodite dai nostri dispositivi digitali. Vent’anni di ricerca nel campo delle migliori tecnologie di difesa. Ma soprattutto di instancabile indagine sulle tecniche utilizzate da chi diffonde il cosiddetto malware e sulle risposte più adeguate, sul piano tecnologico e comportamentale, che aziende e individui possono dare in veste di utilizzatori di informatica. Nel mercato della protezione degli endpoint – un termine che nell’era dell’IoT è quanto mai inclusivo – Kaspersky Lab è il numero uno nella capacità di trasmettere il messaggio di una cybersicurezza olistica. Ed è il primo, tra gli storici big del software antivirus, ad aver capito che oggi la battaglia della protezione si sta spostando dall’IT all’OT, ovvero verso l’operation technology nelle fabbriche 4.0 e nelle reti infrastrutturali, dove digitalizzazione e Internet delle cose galoppano. Nel 2017, secondo gli esperti del Cyber Emergency Response Team di Kaspersky, il 37,8% dei computer ICS (Industrial control systems) su scala globale ha subito una cyberminaccia. L’azienda fondata da Eugene Kaspersky si è schierata dal 1997 sul fronte della consapevolezza come efficace strumento di prevenzione. Tanto da aver messo in funzione, in questi vent’anni di attività – insieme ai suoi laboratori di sviluppo e accanto alla Kaspersky Security Network puntata come l’antenna di un radiotelescopio sull’oscuro universo degli hacker – una potente macchina di informazione, training e divulgazione. Coinvolgendo un pubblico sempre più vasto attraverso tutti i media a disposizione: persino gli informatici più in erba, i bambini delle elementari, partecipano grazie a Kaspersky Lab a giochi e spettacoli teatrali che insegnano loro a difendersi da fenomeni come il cyberbullismo.

Morten Lehn general manager Italy Kaspersky Lab
Morten Lehn general manager Italy

ITALIA, 10 ANNI DI PROTEZIONE FIRMATA KASPERSKY LAB

«È anche per questo – riconosce Morten Lehn, general manager per l’Italia – che Kaspersky Lab riesce a crescere in un mercato in leggera sofferenza».

Specie nel comparto B2C – dove il caratteristico brand verde della protezione del PC vanta ormai secondo GFK il 53% del mercato – vendere sicurezza è complesso. Lo stesso vale nel B2B, dove è forte la spinta competitiva, e le aziende, che devono affrontare i presupposti nuovi della sicurezza di un business digitale e condizionato dalla mobilità dei consumatori, spesso sono disorientate. Sul successo dell’azienda russa, che sta trasferendo buona parte della infrastruttura a Zurigo – compresa la “catena di assemblaggio del software” e i server che immagazzinano e processano i dati di Kaspersky Security Network – incidono, insieme alla capacità di educare il suo pubblico, l’autorevolezza di uno dei pochi sviluppatori indipendenti con capitale privato, libero dai vincoli della quotazione in Borsa e focalizzato sulla cura e la qualità di prodotti. Uno sforzo al quale contribuiscono quasi quattromila dipendenti a livello globale in 35 uffici sparsi in 31 paesi, capaci di generare nel 2017 un fatturato che sfiora i 700 milioni di dollari. In autunno, sfumata l’eco delle celebrazioni del ventesimo compleanno della corporate, Lehn e i suoi collaboratori si preparano a festeggiare il decimo anno di presenza in Italia, dove nei due uffici di Milano e Roma lavorano ormai circa cinquanta collaboratori.


#security «C’è molta strada da fare» – Morten Lehn, GM Italy @KasperskyLabIT
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Dieci anni in cui Kaspersky ha percorso tappe importanti, affrontando una concorrenza spietata nel segmento consumer e SoHo e sorprendendo gli osservatori con la sua efficace azione sul mercato enterprise. «Sì, oggi andiamo davvero forte nel cosiddetto public sector, nella PA centrale, ma anche nel finance, nel fashion. C’è ancora molta strada da fare, perché la consapevolezza della gravità delle minacce è insufficiente, tra il grande pubblico ma anche nelle aziende. Senza una corretta percezione del rischio, nessuno investe seriamente in sicurezza» – riconosce Lehn. Il rischio, prosegue il responsabile di Kaspersky Lab in Italia, è molto elevato perché l’industria del cybercrime ha sviluppato in questi anni una vera e propria “gamma di soluzioni” vendute sul mercato nero del Deep Web, dove per pochi soldi si può reperire tutto quello che serve per condurre attacchi sempre più mirati, efficaci e remunerativi. Ormai anche negli ambiti finora ritenuti immuni, come i sistemi di controllo di impianti e fabbriche. «Sono almeno due o tre anni che discutiamo di questa problematica e cominciamo a notare una certa attenzione da parte del mondo industriale» – afferma Lehn, anticipando il collega Fabio Sammartino, che coordina le attività dei tecnici del pre-sales, sulle ultime novità di Kaspersky Industrial CyberSecurity. Il 2017 è stato del resto un anno record per prodotti come KATA (Kaspersky Anti Targeted Attack), focalizzato sulla protezione dalle minacce APT, persistenti e avanzate. La soluzione contro gli attacchi mirati si avvale di quella miscela di tecnologia e intelligence che Kaspersky Lab ha coltivato attraverso la Security Network, la squadra di Incident Response e soprattutto il Global Research & Analysis Team (GReAT), la macchina analitica che Kaspersky Lab utilizza nei suoi prodotti per dare la caccia ai malware ancora sconosciuti e nella sua estesa gamma di servizi a supporto della clientela aziendale.

LE TRUFFE IN BITCOIN E COME EVITARLE

«La squadra di Incident Response di Kaspersky Lab è costituita dai membri del Global Emergency Response Team (GERT), distribuiti su scala globale e coordinati centralmente dal nostro quartier generale, anche se ogni membro gode di ampia autonomia locale di azione» – risponde Francesco Figurelli, componente italiano del team. Le principali attività – prosegue il tecnico – vertono su tre domini. «L’Incident Response, inteso come supporto ai nostri clienti in tutte le fasi di gestione di un incidente di cyber security. La Digital Forensic per l’acquisizione di evidenze digitali e il Malware Reverse Engineering, cioè la caratterizzazione tecnica dei tool maligni, che serve a estrapolare indicatori tecnici e comportamentali per una più completa gestione degli eventi». Il supporto offerto ai clienti vale in fase operativa (rilevazione di un incidente in corso, sua caratterizzazione e definizione di una strategia di remediation/eradication) ma anche in via preventiva, con attività mirate di scoperta e valutazione tecnica di contromisure. Composto da quaranta ricercatori di venti nazioni diverse, il Global Research & Analysis Team (GReAT) può essere considerato l’unità di élite di Kaspersky Lab – come racconta Giampaolo Dedola, l’unico componente italiano del gruppo.

«Ciascuno di noi ha il compito di svolgere attività di ricerca per identificare e analizzare i malware più avanzati, trovare nuove soluzioni che consentano di combattere al meglio le nuove minacce informatiche e mantenere la leadership di Kaspersky Lab nel mondo della cybersecurity».

Si possono distinguere due grandi categorie di attaccanti – prosegue Dedola: «Alcuni sono dotati di strumenti abbastanza convenzionali. Altri cercano di affinare le loro metodologie, spesso escogitandone di nuove. Il primo gruppo di attaccanti preferisce “il volume”, colpendo il maggior numero di utenti possibile per ottenere un vantaggio economico» – spiega Dedola. Spam, phishing, ma anche i ransomware e i trojan per il furto di dati bancari fanno parte di questa categoria che ultimamente registra un aumento degli attacchi finalizzati al furto di criptovalute o all’installazione di miner, programmi sfruttati per generare le criptovalute con il mining. Il numero di utenti che hanno subito un attacco di questo tipo è cresciuto, passando da 1,9 a 2,7 milioni in un solo anno, e Dedola consiglia a chi effettua transazioni in criptovaluta di verificare sempre i portafogli digitali delle controparti. Un modo per farlo è quello di consultare siti che si occupano di blockchain, come etherscan.io e blockchain.info, che permettono agli utenti di prendere visione di informazioni dettagliate su qualunque tipo di transazione in criptomoneta e di capire se un portafoglio possa essere pericoloso o meno. Le aziende, afferma infine l’esperto del GReAT, stanno prendendo sempre più coscienza delle problematiche di sicurezza e percepiscono l’importanza di misure atte alla protezione dei dati. «Meno chiaro è come organizzare la sicurezza della propria infrastruttura e su questo punto cerchiamo di offrire tutte le nostre competenze» – conclude Dedola, enfatizzando il ruolo del GReAT come parte dell’apparato di R&D di Kaspersky. «Tutte le attività svolte da me o dal mio team sono finalizzate al miglioramento dei prodotti o delle competenze interne».

Giampaolo Dedola security researcher Global Research & Analysis Team (GReAT) – Fabio Sammartino head of presales – Francesco Figurelli senior incident response specialist Global Emergence Response Team (GERT)

TRASPARENZA VUOL DIRE FIDUCIA

A proposito di “intelligence”, Lehn esprime un blando scetticismo nei confronti dell’intelligenza artificiale vista di per sé come possibile protezione da attacchi molto complessi. «Eugene Kaspersky ha detto che l’intelligenza artificiale non esiste» – risponde sorridendo il manager. Crediamo piuttosto nella “HuMachine Intelligence”, nella capacità cioè di incrociare machine learning, big data e fattore umano».  Alla base di questo duplice approccio tecnologico e analitico c’è un’azienda che sta rafforzando la propria neutralità e indipendenza attraverso una politica di assoluta trasparenza. La Global Transparency Initiative, annunciata nell’ottobre del 2017, è stata la risposta diretta ai “rumors” di fantomatici coinvolgimenti di Kaspersky Lab in attività spionistiche negli Stati Uniti.  Dando la massima priorità alla fiducia che deve caratterizzare il rapporto tra un fornitore di cybersecurity e i suoi clienti, Kaspersky Lab ha deciso di spostare la propria infrastruttura core da Mosca a Zurigo, in Svizzera, dove nascerà il primo Transparency Center. Il data center di Zurigo, precisa Lehn, verrà inaugurato entro la fine del 2018 e reso operativo entro il 2019. «In questa struttura verranno archiviate ed elaborate tutte le informazioni degli utenti dell’Europa e, a seguire, di Nord America, Singapore, Australia, Giappone, Corea del Sud e di molte altre nazioni» – spiega ancora Lehn. Kaspersky Lab trasferirà a Zurigo il suo “software build conveyer”, una serie di strumenti di programmazione utilizzati per assemblare il software finale, ready-to-use, a partire dal codice sorgente. Entro la fine del 2018, i prodotti Kaspersky Lab e i database delle regole di rilevamento delle minacce (database AV) inizieranno a essere assemblati e siglati con firma digitale direttamente in Svizzera, prima di essere distribuiti agli endpoint dei clienti in tutto il mondo. Questo trasferimento garantirà la possibilità di verifica da parte di un’organizzazione indipendente per tutti i software appena assemblati e dimostrerà anche che i software costruiti e gli aggiornamenti ricevuti dai clienti corrispondono effettivamente al codice sorgente sottoposto al controllo.


.@KasperskyLabIT 10 anni in Italia. Focus su PA, finance e manufacturing
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Secondo Fabio Sammartino, head of presales, la manovra di avvicinamento di Kaspersky Lab alla cybersicurezza di tipo OT inizia almeno 15 anni fa, con i primi studi relativi a un sistema operativo specializzato per il controllo industriale che fosse intrinsecamente sicuro. «Il primo prodotto candidato alla commercializzazione è arrivato nel 2015 e oggi è finalmente inserito nel nostro portafoglio». Fabbriche, reti infrastrutturali, macchine a controllo numerico rappresentavano fino a poco tempo fa un ambiente completamente separato e molto diversificato, ma la convergenza tra IT e OT, della “iperconnessione”, è ormai avviata in termini tecnologici e logici. «Con essa, nel mondo OT stanno rapidamente arrivando i rischi» – spiega Sammartino, che non nasconde i tanti problemi che possono rallentare l’azione di un fornitore di sicurezza come Kaspersky Lab.

«Primo tra tutti, quello di una sicurezza che deve rispettare i tempi della produzione, che in fabbrica non sono gli stessi».

LA FABBRICA 4.0 NUOVA FRONTIERA DELL’HACKER

L’allarme nei confronti di un intero sistema produttivo entrato nel mirino del cybercrimine è più che giustificato, prosegue Sammartino. La “botola” più rischiosa sembra essere proprio l’IoT come possibile interfaccia tra information e operation technology. Secondo il recente “State of Industrial Cybersecurity Report 2018”, il rapporto commissionato da Kaspersky Lab sulla sicurezza ICS, oltre il 77% delle aziende ritiene che le rispettive reti di controllo industriale possano essere bersaglio di un attacco informatico. Purtroppo, rileva il report, la maggiore consapevolezza non si è ancora tradotta nella messa in atto di “giuste pratiche di sicurezza” a protezione delle reti operative. Per cui, sulla percentuale pari al 51% di aziende industriali che sostengono di non essere state colpite, peserebbe il fatto che in genere la risposta viene dai manager IT, che potrebbero non essere a conoscenza di eventi legati al malware, semplicemente perché non dispongono di strumenti e di approcci integrati alla protezione.

In gioco, avverte Sammartino, ci sono compromissioni che non hanno implicazioni solo digitali: «Subire un attacco informatico su una macchina di produzione comporta il rischio di ritrovarsi con una produzione di pezzi sbagliati». Oggi, conclude il responsabile, tutta la divisione di pre-sales di Kaspersky Lab Italia è chiamata ad agevolare il cliente industriale nel raggiungere l’obiettivo della sicurezza by default anche in ambiente operation. Questo significa intervenire con prodotti come KICS for networks e KICS for nodes, le due soluzioni per la cybersecurity OT, con una competenza in grado di calarsi in una specifica realtà di processo, personalizzando l’arsenale di tool che facilitano l’inventario e dunque la visibilità delle risorse da proteggere, e il monitoraggio del comportamento degli impianti per dare la caccia alle eventuali anomalie dietro cui possono celarsi gli attacchi.

Una metodologia di ingaggio, quella descritta da Sammartino, che ricalca le regole di intervento descritte dal suo collega Salvatore Gervasi, head of enterprise sales. «Il mio team entra in contatto con i decisori delle strategie di sicurezza dell’azienda, il CIO, il CISO. Ma sempre più, si interfacciano anche con le altre Line of business» – spiega Gervasi. «In tutte le conversazioni, emergono argomenti come gli APT, o l’importanza di un buon lavoro di intelligence. I temi sono condivisi, ma nessun cliente è uguale all’altro: saperlo ascoltare è una parte importante della nostra proposta». Da questo ascolto – precisa Gervasi – arrivano molti contributi diretti allo sviluppo di prodotti di sicurezza in linea con le aspettative reali del mercato. «Una corretta valutazione del rischio deve precedere ogni successivo intervento “su misura” e questo allineamento è sempre più importante, specie nei casi in cui l’azienda vuole assicurarsi contro le conseguenze degli attacchi. Le compagnie di assicurazione valutano ormai anche l’efficacia della protezione informatica».

Giampiero Cannavò head of channel Europe – Salvatore Gervasi head of enterprise sales – Matteo Bosis head of Tangible

UNA NUOVA SOLUZIONE INTEGRATA PER L’IMPRESA

La divisione Enterprise di Kaspersky Lab deve puntare sulla competenza del suo personale per non farsi sfuggire queste specificità, ma anche per individuare punti deboli spesso trascurati. «A volte, ci sentiamo come i dentisti che scoprono un nervo scoperto» – scherza il responsabile del team. Le funzioni di assessment di prodotti come KATA, consentono di mettere in luce queste vulnerabilità nascoste e, non a caso, la nuova soluzione integrata per la endpoint protection in azienda che Kaspersky Lab propone da quest’anno, New Kaspersky Threat Management and Defense, include, insieme ad Anti Targeted Attack, l’accesso ai Kaspersky Cybersecurity Services e un modulo nuovo di zecca, Kaspersky EDR (Endpoint Detection and Response), pensato per accelerare il processo di risposta e migliorare la qualità delle indagini sugli incidenti di sicurezza informatica. EDR offre una maggiore visibilità attraverso l’aggregazione e la visualizzazione dei principali dati forensi digitali raccolti dagli endpoint, garantendo ai responsabili della sicurezza le informazioni necessarie a capire esattamente cosa sta accadendo e in che modo la minaccia può essere mitigata. Infine, la divisione dei prodotti professionali partecipa alla strategia di awareness e formazione degli utenti, che oggi prevede addirittura una piattaforma ad hoc: Kaspersky Security Awareness (KSA). Erogata come servizio anche attraverso moduli interattivi (Kaspersky Interactive Protection Simulation, KIPS), KSA insegna ad acquisire le conoscenze per un “cyber comportamento” più prudente. Attraverso le simulazioni ludiche di KIPS, per esempio, gli stessi addetti alla sicurezza possono apprendere i trucchi di una configurazione di sicurezza ideale. La Regione Emilia Romagna ha recentemente acquisito i servizi di KSA per fornire al suo personale l’addestramento richiesto dalla conformità GDPR, che tiene in debito conto anche il fattore umano.


#security L’HuMachine Intelligence come mix di ML, Big Data e fattore umano @KasperskyLabIT
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Anche lo spazio consumer in Italia, dove Kaspersky Lab è riuscita addirittura a superare le percentuali di penetrazione del più maturo mercato tedesco, rappresenta per Matteo Bosis, head of Tangible (i prodotti venduti attraverso i canali fisici), un’ottima palestra di sperimentazione. Come per il B2B, i messaggi per la diffusione di una nuova cultura della cybersicurezza lanciati già da tempo, cominciano a tradursi in una maggiore sensibilità anche da parte del pubblico. «Con un numero di nuovi smartphone Android che sfiora i 18 milioni di unità, nelle grandi catene commerciali, i consumatori iniziano a informarsi e acquistare la protezione Kaspersky Lab per il mobile. Tanto che le stesse insegne specializzate in telefonia, propongono l’antivirus come accessorio importante insieme agli auricolari» – sottolinea Bosis. L’offerta più tradizionale continua a evolversi anche tecnologicamente. L’edizione 2019 di tre cavalli di battaglia come Kaspersky Antivirus, Internet Security e Total Security aggiungono nuove features; il prodotto è più leggero del 15%, mentre l’installazione e l’aggiornamento sono più veloci del 50%.

UNA NUVOLA DI SICUREZZA INTORNO ALL’UTENTE

Kaspersky Lab lancia, inoltre, un prodotto innovativo come Kaspersky Security Cloud, che per la prima volta sposta l’attenzione dal dispositivo all’utente, attraverso una soluzione in grado di adattarsi agli ambienti digitali in cui si trova ad operare, adatta a tutti e utile per tutti i tipi di esigenze. «Nella fase di lancio KSC si potrà acquistare solo online – spiega Bosis. Una volta effettuato il download, l’acquirente accede al sito My Kaspersky e gestisce direttamente i dispositivi fissi e mobili da tutelare». Una sfida interessante, anche perché con KSC la sicurezza informatica individuale fa un salto concettuale e di pricing. Bosis dice che questa partita si giocherà molto sull’informazione e sugli accordi, sia con le tradizionali reti GDO sia con circuiti alternativi come l’educational. «Per le scuole, può essere un’offerta molto interessante» – rileva Bosis, non senza citare un altro appuntamento per l’autunno: quello con la sesta edizione di Kaspersky Small Office Security, la sicurezza per il mercato SoHo e la microimpresa, resa anch’essa più potente e più snella. In base al modello di go-to-market rigorosamente indiretto di Kaspersky Lab, il cardine dell’attuazione delle strategie verso le aziende passa per il canale della distribuzione e i numerosi partner che affiancano il provider di sicurezza nella personalizzazione delle soluzioni. Le novità a questo livello sono molto significative, a partire dal nuovo ruolo assunto da Giampiero Cannavò, head of channel Europe. «Ho già iniziato a lavorare con i colleghi europei per rilanciare il nostro approccio di canale in un continente dove possiamo contare su circa cinquecento partner Gold e Platinum e un elevato numero di altre società partner tra quelle gestite da Kaspersky Lab» – spiega Cannavò, specificando che il nuovo partner program verrà inaugurato già nel 2019, mentre la filiale italiana sta sperimentando, fin dall’autunno di quest’anno, una prima fase pilota del piano. L’obiettivo del nuovo programma, denominato United e rivolto alle due fasce Gold e Platinum, è quello di incrementare ulteriormente le competenze e il valore che Kaspersky Lab con i suoi partner deve essere in grado di trasferire ai clienti a fronte di una sempre maggiore complessità delle minacce e del costante spostamento da prodotti forniti in licenza a soluzioni erogate in modalità gestita. «È un piano di formazione e certificazione molto focalizzato sulle soluzioni ammiraglie, KATA e KICS, ma anche sulla Threat Intelligence e i servizi. Un programma che avrà forti connotazioni per i vertical di settore a noi più familiari, come l’Industry 4.0, il finance, la PA e verrà premiato con sconti e incentivi» – precisa Cannavò, aggiungendo che sono appositamente previsti dei certificati di specializzazione Threat/Fraud prevention, Industrial e Hybrid cloud.

CANALE CULTURALE, KASPERSKY E I SUOI PARTNER

L’adeguamento nasce anche dalla nuova situazione di Kaspersky Lab come provider equamente posizionato tra i mercati professionali e consumer. «Plasmeremo la nuova strategia sulle esigenze dei rivenditori a valore, sull’evoluzione tecnologica e sulla domanda, anch’essa suddivisa tra prodotti tradizionali e servizi gestiti. A integrazione del canale come veicolo primario per la delivery delle sue soluzioni, Kaspersky Lab cura a livello internazionale e locale una serie di sponsorizzazioni e collaborazioni, sia con partner sia con aziende, istituzioni e manifestazioni di settore. Da una parte la visibilità ottenuta serve a rafforzare il brand sul piano commerciale, ma una motivazione non meno importante è la responsabilità che Kaspersky Lab sente di rivestire in campo sociale attraverso la sua missione di promotore e divulgatore della sicurezza delle infrastrutture informatiche.

L’impegno nel campo degli sport motoristici, con la Formula 1 in testa, si sono estese alla Formula E elettrica e alla Formula 4. Qui è approdata, con Kaspersky Lab, Amna Al Qubaisi, prima donna araba a competere in questa categoria. È una bellissima storia, una giovane ragazza, nata a Dubai e capace di gareggiare in un mondo tipicamente maschile, senza rinunciare alla propria cultura: “Quando indosso il casco, nessuno vede che sono donna” – racconta di lei Maura Frusone, head of marketing. «A livello locale siamo costantemente impegnati a supporto del business, della rete dei rivenditori e dei consumatori, per portare alle aziende la cultura della cybersecurity» – prosegue la Frusone. Nell’ambito delle campagne di Security Awareness, si inserisce anche la campagna con Francesco Pannofino, attore e doppiatore italiano, e una selezione di influencer, tra cui Giancarlo Fisichella nella veste di DJ. Il pay-off della campagna è “Quello che faccio online non sono affari tuoi”, a richiamare l’attenzione su un atteggiamento di maggiore protezione dei propri dati personali come password, foto, immagini e ciò che conta di più, e ad adottare i prodotti Kaspersky Lab di Internet Security. La pianificazione media sarà tutta in chiave digital e social con tre video, di cui un teaser in cui l’eroe buono, Francesco Pannofino, non viene svelato, per chiudere poi con la pianificazione in concomitanza del Black Friday, periodo in cui gli acquisti online e l’utilizzo delle carte di credito la fa da padrone.

Morten Lehn general manager Italy – Maura Frusone head of marketing – Alessandra Venneri head of corporate communications Italy& South East Europe

EDUCATIONAL E SICUREZZA PER I GIOVANI

Particolarmente intensi sono i rapporti con le istituzioni e il mondo accademico. Se all’università di Genova Kaspersky Lab sostiene attivamente i corsi per il Master in Sicurezza delle Infrastrutture Critiche, attraverso la Kaspersky Academy l’azienda coinvolge gli studenti in tutto il mondo in concorsi come la Secur’IT CUP, una gara aperta ai giovani inventori di strategie di protezione in ambito della Connected Health, dell’IoT e della Personal Security. «L’obiettivo: segnalare il gap tra l’attuale formazione dei professionisti del domani e i bisogni delle aziende e mostrare ai giovani studenti tutte le possibilità professionali e formative nel mondo della cybersecurity» – racconta Alessandra Venneri, head of corporate communications Italy & South East Europe, che lavora intorno a una miriade di progetti, mediatici e non, capaci di coinvolgere un ampio pubblico sulle tematiche della sicurezza e del lifestyle digitale. Senza trascurare i preparativi per la grande festa dei dieci anni di Kaspersky Lab Italia, con l’immancabile partecipazione del fondatore in persona. «Da poco abbiamo concluso insieme alla Polizia Postale gli incontri della campagna itinerante “Una vita da social”, contro il cyberbullismo nelle scuole. Abbiamo incontrato duecentoventimila studenti in cinquantatré città» – spiega Alessandra Venneri. Quest’anno, tra le iniziative educational per una fascia d’età compresa tra gli 8 e i 10 anni, compaiono gli spettacoli di “Kasper, Sky e l’Orso Verde”, una favola teatrale che racconta le avventure di un bambino, Kasper, alle prese con una serie di insidie ispirate alle problematiche di sicurezza incontrate online.


#security Dall’IT all’OT, la battaglia della protezione si sposta nelle fabbriche 4.0 @KasperskyLabIT
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«Ogni volta, interviene la sua amica Sky con un orso magico che diventa verde quando Kasper sceglie il comportamento digitale giusto» – spiega Alessandra Venneri, reduce da una rappresentazione dello show predisposta appositamente per il Giffoni Film Festival, lo scorso luglio. La proficua collaborazione con Telefono Azzurro è una delle tante testimonianze dell’attenzione che Kaspersky Lab riserva alla sicurezza online delle giovani generazioni. Un obiettivo perseguito anche sul versante analitico, con i dati anonimi raccolti a livello globale dalle soluzioni consumer di Kaspersky Lab con il modulo “Parental Control” acceso, e di Kaspersky Safe Kids, la soluzione stand-alone predisposta anche per i dispositivi mobili. La cybersecurity investe tutti gli aspetti della quotidianità e del business e Kaspersky Lab vuole diventare, per tutti, il primo punto di riferimento – tecnologico e conoscitivo – di una protezione puntuale e costantemente aggiornata.

Foto di Gabriele Sandrini


Il set fotografico della Cover è stato realizzato nella hall “MeetinG” del complesso Torri Garibaldi, presso l’omonima stazione, dove si trova la sede di Milano di Kaspersky Lab, per gentile concessione del Gruppo Maire Tecnimont, che ha nelle Torri il proprio quartier generale.

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Banche e assicurazioni, nuovo orario di apertura https://www.datamanager.it/2018/10/banche-e-assicurazioni-nuovo-orario-di-apertura/ Mon, 22 Oct 2018 14:25:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177360 Banche e assicurazioni davanti alla sfida della digital transformation. Competitività, conformità e protection. La risposta è tecnologica e culturale. La compliance non può essere l’unica spinta al cambiamento e all’innovazione. La vera sfida è sui dati e la sicurezza Banche e assicurazioni. Siamo abituati a parlare di settore finance in generale, mettendo insieme questi due […]

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Banche e assicurazioni davanti alla sfida della digital transformation. Competitività, conformità e protection. La risposta è tecnologica e culturale. La compliance non può essere l’unica spinta al cambiamento e all’innovazione. La vera sfida è sui dati e la sicurezza

Banche e assicurazioni. Siamo abituati a parlare di settore finance in generale, mettendo insieme questi due mondi. In realtà, si tratta di realtà molto diverse, che sono state impattate in modo completamente diverso dalla digital transformation. Multicanalità, user experience, diversificazione di prodotto e di mercato, concorrenza cross-sector, compliance, liberalizzazione, nuove normative, coopetition con i mondi fintech e insurtech, nuove competenze. Banche e assicurazioni devono presidiare un bel numero di fronti e l’unica soluzione – considerando il ruolo strategico dell’IT a ogni livello di operatività – è la trasformazione digitale. Il settore finance deve poter contare su infrastrutture informatiche e “factory” software sempre più flessibili e scalabili, capaci di accorciare il ciclo di ideazione/messa in produzione dei nuovi servizi. Contemporaneamente, una analoga flessibilità deve caratterizzare l’aspetto organizzativo, l’interdisciplinarietà (e la rapidità) delle decisioni, le modalità del lavoro e delle relazioni, all’interno come verso l’esterno, il training, la gestione dei talenti, il marketing, le alleanze, il costante fenomeno del consolidamento e della riconfigurazione dei mercati attraverso l’M&A. Aspetti, anche questi, indissolubilmente legati all’evoluzione delle tecnologie, della capacità analitica e previsionale.
Istituti bancari e compagnie di assicurazione, società consortili, nuovi entranti e startup si sono nuovamente incontrate intorno al tavolo di discussione allestito da Data Manager per continuare ad affrontare il tema dell’innovazione multilivello che scaturisce dalle tecnologie e impatta in misura notevole un settore tradizionalmente tecnologizzato.

 

COMPLIANCE E SERVIZI

Una discussione come sempre aperta e interattiva, che si è dipanata intorno a una serie di spunti di riflessione. Uno dei primi temi proposti agli interlocutori riguarda i mutamenti organizzativi e la evoluzione del lavoro nel contesto della smart collaboration. Le organizzazioni finanziarie non possono più permettersi un approccio sequenziale e lento nella loro risposta alle dinamiche di mercato. La capacità di rispondere a tali cambiamenti in modo rapido e continuo dipende anche dalla sinergia tra le diverse Line of Business nella definizione di nuovi servizi a valore. Servizi che devono avere anch’essi un elevato contenuto tecnologico come testimoniano i riferimenti all’impiego di soluzioni di intelligenza artificiale, quali il ricorso ad advisor robotizzati nella gestione della clientela “private” e retail.
Un’altra tematica riferita al ruolo un tempo monopolistico che gli istituti bancari avevano nel trattamento e lo scambio di denaro, è quella dei sistemi di pagamento. Se la PSD2 abbassa le barriere all’ingresso di nuovi operatori, offre alle banche la possibilità di ripensarsi come piattaforma di pagamento, abilitando nuovi servizi. Proprio in quest’ambito gli istituti regolati sono soggetti tuttavia a un imponente carico normativo e a controlli che hanno un peso in termini procedurali e di costo. Presa in un certo senso in mezzo tra gli obblighi normativi e il fenomeno dell’open banking, anch’esso condizionato dai requisiti di trasparenza e apertura fissati dal regolatore, la banca tradizionale deve dedicare molte risorse alla compliance. Sforzo che come ha osservato Alessandra Grendele, CIO di CheBanca! grava per percentuali significative sui bilanci allocati all’IT.

 

NUOVE OPPORTUNITÀ

Dai nuovi strumenti nati per sviluppare le competenze nel marketing digitale e nell’analisi dei dati e dalle inesorabili tendenze alla mobilità e all’IoT, possono nascere per esempio molte nuove opportunità. Dalle applicazioni mobile payment così come lo conosciamo attualmente, fino alle future soluzioni basate sugli oggetti intelligenti. La tavola rotonda si è occupata anche di questo, pur riservando la sua attenzione soprattutto al lavoro svolto finora nel segmento assicurativo del ramo auto. La discussione sugli ostacoli e le difficoltà che costellano la strada verso i possibili servizi di nuova generazione è stata uno dei momenti culminanti dell’incontro. Sul piatto sono stati proposti anche temi ormai classici, come il cloud computing. Una filosofia che – si sa – introduce nuovi modelli di flessibilità operativa, semplificazione e riduzione del TCO. Tutto questo va ovviamente soppesato, su un altro fronte, con la prudenza che il settore finanziario deve appunto rivolgere alla regolamentazione, generando quel clima di “pressioni opposte” (deregulation e apertura nei confronti di operatori non-bancari legati alla PSD2, disintermediazione sul mercato assicurativo) che rappresenta un altro bacino di sfide e opportunità. Così come le nuove forme di pressione competitiva che il mondo delle startup globalizzate sta generando, ritagliando al tempo stesso uno stimolante spazio aperto a nuove forme di “coopetition” se non a vere e proprie collaborazioni e alleanze.

DINAMICHE COMPLESSE

Proprio tematiche come l’open banking, la PSD2 e le alleanze “cross-sector” hanno infine un presupposto di natura fortemente tecnologica: in un business digitale sempre più orientato all’as a service e allo sviluppo di mash-up e flussi di scambio informativo regolati dalla cosiddetta API economy, abbiamo chiesto ai nostri interlocutori di commentare i cambiamenti nelle complesse dinamiche di relazione con i fornitori di tecnologie e consulenza, e con i luoghi della formazione, soprattutto accademica. Anche qui sono emersi spunti di notevole interesse. Fabio Rizzotto, associate VP & head of local research and consulting di IDC Italia ha come di consueto aperto il dibattito, fornendo alcuni dati estratti dalle ricerche siglate dalla società di ricerche. Partendo dallo scenario definito dai paradigmi della Terza Piattaforma, Rizzotto ha precisato che tutte le tecnologie avanzate e modalità di processo che fanno da cornice a questa metafora sono “entrate nei radar” di chi opera nel settore dei servizi finanziari, un settore che nella cornice evolutiva definita da IDC, ha già completato la scrittura dei primi due capitoli del ciclo di crescita: quello della sperimentazione e la fase successiva della “multiplied innovation”. «Il passaggio più importante – ha sottolineato Rizzotto – consiste ora nel superare il livello della sperimentazione per governare l’innovazione su molteplici fronti». Alcuni degli ambiti più critici riguardano la customer experience, che deve essere caratterizzata da una operatività real time e “24×7”, in ottica di business agility. «Vi sono tematiche nuove – ha proseguito Rizzotto – ma già pervasive, come la questione della digital competition e dei newcomers di un mercato che sta scoprendo le sfide e le opportunità delle partnership con le startup del mondo Fintech».

AGILITÀ E INTEGRAZIONE

Diego Pandolfi, che in IDC Italia ricopre il ruolo di research & consulting manager, è intervenuto a questo punto illustrando in poche slide le priorità più specifiche definite dal management di tali organizzazioni a livello europeo. «Al primo posto – ha esordito Pandolfi – troviamo la sicurezza, la capacità di detection e resilienza, le strategie di reazione agli attacchi subiti. Nelle modalità di go to market domina una propensione alla centralità del cliente, mirata ad acquisire nuove relazioni consolidando in parallelo i rapporti già acquisiti. A seguire, grande attenzione nei confronti dell’innovazione dei servizi come chiave per la conquista di nuovi clienti nonché della costante riduzione dei costi operativi a fronte di un aumento complessivo delle performance». Tutti aspetti – ha osservato Pandolfi – che la Terza Piattaforma ha indirizzato in questi ultimi anni. L’ultima serie di dati presentati da IDC ha riguardato più precisamente le aree tecnologiche attualmente in più rapido sviluppo («non necessariamente quelle verso cui vengono rivolti i maggiori investimenti» – ha precisato Pandolfi). Tra i segmenti più interessanti continua a farsi notare il fenomeno dell’adozione del cloud, non più solo in funzione di risparmio e di riduzione del TCO ma anche in una ottica di agilità e integrazione dei servizi. Un fenomeno collaterale è quello delle external API, diventato dopo la PSD2 un tema molto rilevante. «Le proiezioni di IDC indicano che da qui al 2019 le maggiori banche italiane avranno sviluppato in media almeno cinque API aperte verso l’esterno» – ha spiegato Pandolfi. Altri temi caldi sono l’IoT, diventato “normale” nell’ambito della responsabilità civile degli automobilisti assicurati ma sicuramente destinata a dominare in molti altri servizi futuri e nel settore dei pagamenti. «Infine, non dimentichiamo il cognitive computing, all’attenzione di chi sviluppa sistemi di assistenza robotizzata e la Next Generation Security, altro rilevante tema trasversale che consentirà di attivare, tra le altre cose, l’autenticazione biometrica dei clienti» – ha concluso Pandolfi.

METTERE AL CENTRO IL CLIENTE

In qualità di ospite dell’evento – che si è svolto, lo ricordiamo, nella sede milanese di Nexi, la realtà creata con il rebranding del precedente consorzio CartaSì – Alessandro Piccioni, strategy & innovation manager ha parlato di una azienda in piena trasformazione rispetto al passato. Un cambiamento – ha precisato Piccioni – impostato con la definizione, nel 2017, di nuovi pilastri strategici e perseguito anche attraverso una dinamica politica di nuove assunzioni. «Anche per Nexi si tratta di porre al centro il cliente, ovvero le banche e la loro rispettiva clientela. L’avvento dei “giganti” della Silicon Valley – ha detto Piccioni, riferendosi ai big dell’economia digitale – ha portato, come del resto richiesto dai clienti stessi, a un diverso approccio: molta più customer experience, molte più competenze digitali». È necessario che anche i brand consolidati di questo settore assumano un atteggiamento da digital factory perché norme della PSD2 hanno fatto crollare barriere protettive difficili da scalare in passato. Al tempo stesso, il volume di investimento nel settore fintech e insurtech costringe a guardare a certe nuove realtà con l’occhio del coopetitor più che del competitor. «Fattori – ha spiegato Piccioni – che possono essere un game changer per le vostre organizzazioni. Nel nostro caso specifico, lo studio della nuova direttiva ci ha sospinti verso la creazione di un gateway di orchestration da sviluppare internamente o in maniera cooperativa, non competitiva. Concetti come questi rappresentano sicuramente il futuro del modo di fare banca in Europa».

API ECONOMY

Alessandra Grendele di CheBanca!, rilancia subito sulla questione della API Economy richiamata nello scenario introduttivo di IDC e nel racconto della “nuova” Nexi proposto da Piccioni. «Nata proprio dieci anni fa – ha affermato la CIO di CheBanca! ­– Ia nostra organizzazione ha sentito la necessità di creare un API gateway, rivedendo una parte infrastrutturale che per noi è sempre stata strategica. Questa vision abilita la costruzione di microservizi che dialogano tra loro attraverso i vari canali di interazione con il cliente. Questo strato di microservizi ci sta dando gli acceleratori giusti. Un esempio: attraverso la API della open authentication, riusciamo a integrare i servizi offerti da compagnie assicurative in tempi molto rapidi. E siamo in grado di comporre il giusto “puzzle” di servizi con una velocità notevole». Le stesse logiche cloud basate su servizi aperti – ha aggiunto Alessandra Grendele – ha consentito a CheBanca! di rivedere completamente tutta la parte di mobile banking e una parte del CRM. I tempi di realizzazione ora dipendono solo dalle priorità fissate dal business. Nonostante tutto, Alessandra Grendele nega che CheBanca! sia una banca puramente digitale. Il mix – secondo la responsabile tecnologica dell’istituto di credito – è sempre stato ripartito equamente tra interfacce digitali, filiali fisiche e rete di promotori. «Se il cliente è interessato a un mutuo, si recherà in filiale. Se deve effettuare un semplice bonifico utilizzerà i canali self-help, eventualmente in affiancamento da una assistenza di tipo robotico. Se vuole fare un investimento, invece, si rivolgerà al promotore».

ORCHESTRARE I SERVIZI

La tecnologia alla base dell’erogazione di queste diverse mobilità si occupa della orchestrazione e della coerenza dei flussi informativi e transazionali. Un approccio al mercato dei servizi finanziari che – come ha messo in rilievo Gianvito Martellotta, responsabile sistemi business e canali della società BPER Services – riguarda anche l’istituto emiliano. Nella fase di preparazione dell’evento, Martellotta ha raccontato di una carriera trascorsa per quasi un ventennio in Accenture, proprio al servizio dell’innovazione bancaria. Il manager sottolinea di aver raccolto con entusiasmo la sfida lanciata da BPER, una realtà territoriale molto consolidata ma anche molto dinamica, che oggi sta rinnovando molto la collaboration interna e, partendo da un approccio infrastrutturale basato molto sull’on premises, è impegnata anche sul fronte cloud. «BPER ha una storia che fa coincidere il significato di “multicanalità” con una presenza molto capillare di filiali» – ha detto Martellotta. «L’avvento della PSD2 fa sì che anche il nostro gruppo oggi creda nella necessità di una architettura nuova, aperta alle future forme di alleanza per i servizi». A differenza di CheBanca! in BPER la tecnologia di base non era nativamente predisposta per questi nuovi contesti e quindi la parte di compliance dovrà essere accompagnata dalle giuste decisioni in ambito IT. «Tutto il discorso della collaborazione con il mondo fintech – ha sottolineato Martellotta – è complesso perché gli eventuali accordi devono essere presentati nel modo giusto alla clientela. BPER ha già steso accordi commerciali con Amazon e insieme a una startup islandese, Meniga, abbiamo appena lanciato nuovi servizi di personal financial management basati su una innovativa piattaforma di digital banking».

PUNTO DI SVOLTA

L’innovazione digitale ha rappresentato un punto di svolta significativo nelle strategie del Gruppo MPS. «A questo tavolo – ha detto Massimiliano Mosca, responsabile servizio Innovation Lab, area digital e physical banking – Montepaschi è l’istituzione più antica, ma il problema della digital transformation è stato vissuto in un periodo di crisi». Il percorso verso la multicanalità, ha ricordato Mosca, era stato affrontato da tempo. «Dal 2010, consolidato questo primo passaggio, è iniziato il percorso di ulteriore trasformazione che ci ha portato, con Widiba a un nuovo modo di fare banca e ci ha permesso di rompere molti tabù». Per volontà della direzione commerciale, il gruppo ha costruito una delle maggiori “fabbriche” con approccio Agile del settore. «Fabbrica che – ha ribadito Mosca – si occupa esclusivamente di digital transformation. Un’evoluzione non banale per una banca che ha una storia così lunga». Il cambiamento in MPS si è esteso anche alle infrastrutture core. «Oggi, tutto il core banking di MPS si basa su architettura SOA – spiega Mosca – ribadendo l’importanza dell’agilità nella configurazione dei servizi per un istituto che ha quattro milioni di clienti. Per quanto riguarda infine le prospettive che si sono aperte con la direttiva PSD2, Mosca ritiene che siano molte le situazioni di attesa. «In realtà, non abbiamo idea di come i clienti stessi potranno reagire davanti alle nuove modalità di accesso ai dati bancari. Ma non andare avanti, non esserci, significherebbe rischiare di scomparire».

OPEN SECURITY

È del tutto evidente che uno dei fondamentali presupposti dell’open banking è rappresentato dall’integrità dei dati e dalla capacità di assicurare che solo persone e soggetti effettivamente autorizzati possano accedervi. «La centralità del cliente ricorre spesso nella nostra discussione» – ha rilevato Luca Livrieri, sales engineering manager di Forcepoint. «Anche noi mettiamo al centro della sua sicurezza l’individuo, per comprendere in che modo quest’ultimo accede al dato o alla transazione». La strategia “Human Point Security” non punta a una sicurezza “talebana”, alla moltiplicazione delle barriere. Nel futuro contesto dell’open banking, i troppi ostacoli disseminati lungo procedure, che dovranno essere sempre più istantanee a semplificate, rischiano solo di allontanare il cliente. Per Forcepoint insomma, anche la sicurezza deve essere “aperta”, con politiche smart che permettono di interporre una barriera nell’istante in cui gli indicatori di rischio, generati da una particolare tipologia di cliente per una determinata tipologia di informazioni, superano una soglia fissata. «Per monitorare costantemente questi livelli di rischio – ha spiegato Livieri – ricorriamo a forti dosi di cognitive security». Nel momento in cui i perimetri di azione vengono a mancare sotto la pressione della mobilità e dell’estemporaneità delle transazioni – «la protezione diventa materia del cloud admin, non più del domain admin e deve sapersi adattare a ogni fluttuazione del rischio».

STRATEGIA AGILE

In chiave di attitudine al cambiamento, colpisce molto il monito di Marco Appetito, head of Digital & Architecture Competence Center della società di consulting Aubay, gruppo francese che segue diversi progetti di digital transformation nel settore finanziario. «Mettere il cliente al centro di un nuovo modello di comunicazione che sancisca la trasformazione in senso digitale dei processi – ha affermato Appetito – significa portare a questo tavolo il tema della strategia. Nella mia esperienza ho affrontato progetti di digital transformation di grande successo e altri che non hanno raggiunto le aspettative. Tutte le cose di cui stiamo parlando sono elementi di un quadro più generale, un obiettivo che dev’essere noto a priori. Casi come Widiba o CheBanca! nascono da strutture nativamente pronte, altri hanno il grande problema della legacy. Ma l’open banking deve essere la conseguenza di una strategia agile e chiara». Nel corso di una conversazione che diventa sempre più densa di spunti incrociati, Marco Appetito di Aubay ha messo in evidenza la questione delle nuove competenze in relazione al tema dello sviluppo non solo di nuovi prodotti, ma anche di nuovi mercati e modelli di interazione. I dati diventano centrali in tutto questo perché dalla corretta analisi delle informazioni dipende la corretta identificazione di bisogni nuovi o addirittura inespressi. «La banca deve adottare un approccio in grado di scaricare a terra le potenzialità delle nuove tecnologie e il talento delle persone. Il modello DevOps enfatizza la capacità di rendere snello un processo di questo tipo».

RUOLI E COMPETENZE

Intorno al tavolo il dibattito sulle competenze che devono essere alla base del lavoro analitico oscilla tra le diverse posizioni sul ruolo del data scientist – nuova professione che tutti giudicano ormai indispensabile – e sulle sue diramazioni. L’analista deve conoscere a fondo il mercato di riferimento o bisogna al contrario preferire una preparazione più eclettica e aperta al “pensiero laterale”? La tematica emerge forte quando prendono la parola gli esponenti del mondo assicurativo. Molti spunti arrivano per esempio da Marco Brachini, che in Sara Assicurazioni ha la funzione di chief marketing, brand and customer relationship officer. Mettere al centro il cliente è un’affermazione coraggiosa nel modello tipicamente B2B2C, fortemente mediato dalla figura dell’agente, proprio del mercato delle assicurazioni. «Solo per dare un’idea – ha spiegato Brachini – un prodotto come l’assicurazione RCA ancora oggi viene venduto all’80% dalla rete delle agenzie. Per il suo modello distributivo, definirei il mercato assicurativo come “low tech e low touch”: il cliente ha con l’assicuratore una relazione solo occasionale e acquista attraverso un agente». In uno scenario così peculiare, Sara Assicurazioni è molto attiva nella migrazione verso il cloud di funzioni legacy quali la gestione delle polizze ramo vita e nello studio di applicazioni AI per rendere più efficace la relazione con la clientela del ramo danni. «Anche noi lavoriamo molto per una diversa customer experience» – riconosce Brachini, osservando però che se la “scatola nera”, installata a bordo delle vetture coperte dalle polizze auto è diventata il simbolo della leadership tecnologica nel campo IoT, la grossa spinta all’adozione di queste tecnologie viene dall’attrattività dello sconto praticato sul prezzo della polizza per i guidatori che accettano di essere monitorati.

ECOSISTEMA DI SERVIZI

Forse, il fatto che intorno al dispositivo black box non si stia ancora sviluppando un ecosistema di servizi dipende più da ritardi di natura culturale e distributiva, nell’attesa della spinta liberalizzatrice che dovrebbe presto arrivare dall’Europa. Ma proprio sul punto dei servizi, è arrivato l’incoraggiante contributo di Pierluigi Sanna, data & digital innovation manager di Assicurazioni Generali che rafforza ulteriormente l’immagine innovativa che il settore riesce pur sempre a trasmettere. «Il nostro processo di innovazione si basa sulla creazione di “collaborative room” che mettono insieme le varie anime del nostro business. Oggi, il 40% di tutto il business generato intorno al ramo vita passa per i nuovi canali digitali» – ha spiegato Sanna. E ci sono diversi progetti che vedono una tecnologia avanzata al centro di futuri prodotti assicurativi. «Lavoriamo molto nel campo della cosiddetta connected insurance. Generali ha acquisito una startup leader nel segmento della misurazione telematica e lavora molto sul versante delle informazioni e della prevenzione degli incidenti. In fase prototipale, abbiamo anche un innovativo dispositivo domotico da associare a futuri servizi per la casa». Altri significativi sviluppi – hanno concordato tanto Sanna quanto Brachini – potranno derivare dalle sinergie già in atto con il mondo bancario puro, dove fervono le attività di cross-selling.

Anche Marco La Fauci, chief information security officer di Carige è stato testimone delle possibili sinergie tra banche e assicurazioni. «In realtà, il gruppo genovese ha ceduto due controllate assicurative di cui peraltro continua a vendere i prodotti. Abbiamo avuto un’esperienza in direzione opposta, attraverso gli accordi con una rete assicurativa che vendeva prodotti bancari. In questo caso, è stato realizzato un API gateway che rendesse possibile l’integrazione». Il caso Carige è particolare perché il gruppo ha deciso di esternalizzare completamente i servizi ICT con una joint venture con IBM Italia. L’operazione è stata concepita all’insegna della digital transformation e per il rilancio del brand. «Dopo gli eventi di quattro anni fa – ha spiegato La Fauci – molti paradigmi sono cambiati e sono stati fatti notevoli investimenti in compliance con le direttive europee e di Banca d’Italia». E a proposito di nuove opportunità di mercato, il security officer di Carige ha osservato la scarsa progettualità in un ambito – i nuovi prodotti legati alla sicurezza – che secondo La Fauci troverebbe nei clienti delle banche un mercato molto ricettivo.

DATA STRATEGY

Nel potenziamento della digital experience, c’è la chiave di volta della attrattività dei servizi, conclude il dibattito Marco Tesini, amministratore delegato di Hitachi Vantara in Italia. «La velocità di una Amazon si traduce in facilità di acquisto e capacità di conciliare questa semplicità con le problematiche di sicurezza e compliance». Hitachi Vantara, che si occupa del dato come materia prima del business, non ha ricette miracolose, ma un grande bagaglio di esperienza di cambiamento. «Se guardo all’evoluzione del mercato in generale, la centralità del settore finanziario si fonda, come la rivoluzione digitale, su connettività e dati, uno dei grandi asset delle banche, insieme al software, alla fiducia, alla capacità di gestire il rischio». Eppure – rileva il responsabile di Hitachi Vantara in Italia, c’è ancora molta strada da fare sul percorso della concreta valorizzazione dei dati. «La digital experience dipende anche dalla capacità di sfruttare un asset così abilitante». Non solo con finalità di business. Si guardi per esempio al tema della cost reduction, che continua a dominare, insieme alla compliance. «I costi riguardano l’IT come le operations. C’è un “total cost of compliance” su cui si può intervenire con gli strumenti e l’approccio giusto».


Le videointerviste ai protagonisti

Marco Appetito (Aubay), la lista delle priorità per il cambiamento


Videointervista a Marco Appetito, Aubay
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Luca Livrieri (Forcepoint), dati e utenti al centro del paradigma di security


Videointervista a Luca Livrieri, Forcepoint
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Marco Tesini (Hitachi Vantara), la sfida dell’innovazione e della compliance


Videointervista a Marco Tesini, Hitachi Vantara
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L’IT per la fabbrica smart. I tre fattori chiave del cambiamento https://www.datamanager.it/2018/10/lit-per-la-fabbrica-smart-i-tre-fattori-chiave-del-cambiamento/ Fri, 19 Oct 2018 10:10:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177206 Pensare “lungo” e guardare “altrove”. Avvalersi del territorio come fattore competitivo. Partecipare alla definizione di strategie collettive. Innovazione, sostenibilità e resilienza. La fabbrica smart è molto più di una fabbrica automatizzata. Il rinascimento industriale europeo parte dalle fabbriche smart. Come realizzare il potenziale della fabbrica intelligente, ridefinendo il ruolo di CIO e COO come leader […]

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Pensare “lungo” e guardare “altrove”. Avvalersi del territorio come fattore competitivo. Partecipare alla definizione di strategie collettive. Innovazione, sostenibilità e resilienza. La fabbrica smart è molto più di una fabbrica automatizzata. Il rinascimento industriale europeo parte dalle fabbriche smart. Come realizzare il potenziale della fabbrica intelligente, ridefinendo il ruolo di CIO e COO come leader del cambiamento

L’ultimo rapporto “Smart Factories, Clean Tech and Customer Experience” dell’Osservatorio Business Innovation della Commissione Europea evidenzia in modo dettagliato come la fabbrica smart sia un obiettivo prioritario per il tessuto economico e produttivo continentale. Data Manager parte proprio da queste valutazioni su scala europea per tracciare insieme agli analisti di IDC ed esperti del settore il percorso di digital transformation. Ma che cosa significa “fabbrica smart”? Secondo il rapporto europeo, si definiscono “smart” quelle fabbriche che sono in grado di collegare tra loro in un modello a “rete” business process e processi produttivi, attingendo ai sistemi IT per ottimizzare l’utilizzo e la capacità produttiva delle macchine e minimizzare in tempo reale difetti di produzione e impatti negativi. Le fabbriche intelligenti si avvantaggiano di applicazioni smart process per supportare le attività di business che sono “people intensive”, altamente variabili, debolmente strutturate e soggette a modifiche frequenti. Le fabbriche smart sono in grado di combinare sostenibilità, resilienza e vantaggi di business, integrando soluzioni di efficientamento energetico e prevenzione dell’inquinamento nella progettazione dei propri sistemi di elaborazione. I processi produttivi combinano sempre più spesso brevetti proprietari, servizi e idee crowdsourced con finalità di co-design e di test dei prodotti su ambienti reali e/o virtuali. L’ottimizzazione della capacity è il processo con cui le aziende manifatturiere mirano a ridurre l’utilizzo sub-ottimo delle proprie risorse produttive. A tal fine, utilizzano sempre più e meglio l’ICT in modo da progettare piani di produzione per migliorare la reale capacità produttiva, il tempo di set-up, la flessibilità e i vincoli di produzione.


La #fabbricasmart è molto più di una fabbrica automatizzata
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SMART MANUFACTURING

Nell’ultimo decennio, i posti di lavoro nell’industria manifatturiera europea sono diminuiti del 20 per cento. La trasformazione digitale che impatta il settore manufacturing è una tendenza che deve essere compresa nelle sue fondamenta per invertire questa tendenza, se si vogliono gettare le basi di quello che nel Rapporto della Commissione viene definito “Rinascimento industriale europeo”, mediante la creazione di nuovi posti di lavoro e opportunità di crescita sostenibile. Si tratta di una sfida che coinvolge in modo particolare CIO e HR. La sfida all’inizio può apparire scoraggiante per il management e in particolare per l’IT. Le configurazioni pressoché illimitate di soluzioni per la fabbrica smart si traducono in una serie di percorsi che devono essere definiti, pianificati ed eseguiti a un ritmo adeguato all’organizzazione. La velocità di adattamento al cambiamento non può essere compresso e deve tenere conto delle singole realtà produttive, sempre che l’obiettivo sia la “trasformazione” digitale e non la “distruzione” del know-how acquisito.

PRODUZIONE E CONVERGENZA

Il processo di produzione è il cuore di ogni azienda manifatturiera. La convergenza delle tecnologie fisiche e virtuali sta rivoluzionando le logiche della fabbrica. Macchine intelligenti e co-bot possono adattarsi in modo flessibile senza la necessità dell’intervento umano. Stanno emergendo un insieme di applicazioni aziendali che sfruttano in tempo reale il cloud e i dati dell’Internet of Things (IoT). I “Digital Twins” consentono una replicazione realistica di prodotti, macchine e processi. Nuove tecnologie e standard – dalla Blockchain al Time Sensitive Networks, passando per le architetture OPC UA – rivoluzioneranno il modo di utilizzare i dati. Per Lorenzo Veronesi, research manager, IDC Manufacturing Insights EMEA, la necessità di governare questi processi sta portando all’emergere di nuovi paradigmi organizzativi incentrati sull’integrazione delle competenze e delle pratiche IT e OT. L’opportunità è enorme, così come lo è il rischio derivato dall’inazione. Secondo IDC, il 25% dei COO nelle grandi aziende non si limiterà a essere solo il “re della fabbrica”, ma ha e avrà sempre più un ruolo di change leader, con un coinvolgimento in molte decisioni strategiche aziendali. Tuttavia, le aziende spesso hanno difficoltà a capire come questi principi e iniziative possano essere applicati alle loro organizzazioni. In che modo la fabbrica può contribuire a rendere praticabile il nostro modello di business? Quali funzionalità e capacità ci mancano per riuscire ad avere successo in un mondo sempre più digitale? La nostra cultura è in grado di supportare e sopportare la trasformazione digitale? Sono queste le domande più frequenti che le aziende si stanno facendo – ci spiega Veronesi. «Per rispondere a queste esigenze, IDC ha creato un modello di maturità per lo Smart Manufacturing. Questo modello nasce per fornire una struttura per identificare le fasi, i KPI, i risultati attesi e le azioni necessarie a seconda del percorso di crescita peculiare di ciascuna organizzazione».


La #smartfactory trasforma la relazione produzione-ambiente-società
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EVOLUZIONE E RESISTENZA

Ci sono cinque fasi nel modello di maturità per lo Smart Manufacturing proposto da IDC, che vanno dallo stadio meno maturo a quello più evoluto. La prima fase è caratterizzata da una forma di resistenza a queste iniziative. «Ci possono essere situazioni in cui questo può essere accettabile – spiega Veronesi – per esempio, quando una società ha una visione a lungo termine di diventare un produttore “virtuale” che esternalizza e mira quindi a ridurre al minimo i rischi e gli investimenti costi a breve termine. Ma in tutte le altre situazioni, le aziende che rimangono troppo a lungo in questa fase possono essere lasciate indietro, in quanto non riescono a stabilire gli investimenti e le azioni necessari per garantire e sostenere le prestazioni di produzione richieste dal mercato». Nella seconda fase della maturità, l’azienda comprende l’importanza della trasformazione digitale nella produzione, ma la capacità di andare oltre i silos funzionali è limitata. «Per le aziende in questa fase – continua Veronesi – si può assistere a dei fenomeni di trasformazione positiva, ma spesso in modo casuale. Il processo di produzione rischia di non reggere il passo con i trend e le opportunità tecnologiche». Nella terza fase, la produzione intelligente è un’iniziativa ricercata in tutta l’organizzazione in modo attivo.

«Esiste un consenso diffuso, ma informale, sull’importanza di queste pratiche – fa notare Veronesi – pertanto la maggior parte delle unità aziendali o delle fabbriche è impegnata in questi tipi di progetti. Ciononostante, il rischio di condurre iniziative parallele e ridondanti è ancora alto in quanto nessun allineamento è promosso a livello centrale. In alcuni casi, ci sono delle risorse organizzative che sono identificate per consentire uno sviluppo più rapido delle capacità digitali, sebbene persista la natura essenzialmente individuale delle iniziative». La quarta fase, vede la produzione intelligente come il principio guida di tutti i processi di miglioramento della fabbrica. «L’allineamento inter-funzionale è abilitato da una solida piattaforma per la gestione delle informazioni, le competenze digitali sono ricercate e ben retribuite, e l’efficienza complessiva del processo è massimizzata» – continua Veronesi. «L’iniziativa è guidata a livello strategico da cima a fondo ed è ampiamente supportata in tutte le business unit. Pertanto, la società che si trova a questo livello tipicamente gode e dispone di un set di implementazioni coerente e strategicamente valido». Infine, nella quinta e ultima fase, la produzione intelligente è considerata non solo l’iniziativa strategica principale nella fabbrica, ma anche il gateway per l’innovazione per tutta l’azienda. «In questa fase di maturità – spiega Veronesi – vengono sfruttati modelli di business innovativi basati su iniziative quali “loT size 1” e customizzazione di massa. La produzione intelligente consente alle aziende di plasmare il mercato da leader digitale. In ogni caso, la chiave del successo in questo “viaggio” – sottolinea Veronesi – «è la capacità di spostarsi da un approccio che vede le iniziative di produzione intelligente come “una tantum”, a uno che le mette al centro della strategia aziendale». E questo sarà essenziale per padroneggiare la trasformazione aziendale e bilanciare costi, qualità, velocità, agilità e innovazione.


#smartfactory Convergenza di tecnologie fisiche e virtuali
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ACCELERARE LO SVILUPPO

L’IoT, l’automazione e l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo le “global value chains” e le stesse opportunità di business. Oltre alle competenze e al know-how delle persone, l’innovazione richiede coraggio, determinazione, struttura e volontà per vincere la sfida. Occorre concentrare il focus sulle esigenze del cliente per migliorare la sua capacità di ottimizzare i processi ed essere più competitivo. Molto dipende dall’approccio che deve essere rapido, continuo e autenticamente “smart”. Le organizzazioni non possono più permettersi un approccio sequenziale lento. In molti casi, questo significa mettere in discussione continuamente lo status quo e la “saggezza” aziendale consolidata. Servono connessioni profonde tra i diversi dipartimenti all’interno delle organizzazioni. E serve anche la capacità di guardare avanti. Ma siamo sicuri che questi principi siano già una realtà nelle imprese? Per rispondere a questa domanda, Data Manager ha seguito Uwe Scharf, executive vice president Global Business Unit Industry di Rittal GmbH & Co. KG nel suo intervento alla Smart Industry Conference 2018 di settembre dal titolo “Accelerating Product Development In An Industry 4.0 World”.

Secondo Scharf, l’innovazione è l’epitome del cambiamento. «Per avere successo nell’innovazione e superare le barriere e le abitudini radicate, occorre una prospettiva che supera le quattro mura dell’organizzazione» – spiega Scharf. «Quando Rittal ha cercato di riprogettare la sua linea di armadi di punta, siamo partiti dai clienti e abbiamo scelto di esaminare ciò di cui avevano bisogno oggi e nel futuro. Il processo ha riportato la nostra azienda alle sue origini, nell’ascoltare i nostri clienti in tutto il mondo per imparare da loro che cosa funziona. È stato studiato ogni tipo di contatto sull’involucro, dall’ingegneria e logistica alla messa in servizio e alla manutenzione. Sono stati consultati gli attori procedurali, compresi responsabili approvvigionamento e i gestori degli asset. La società ha perfino ingaggiato un team di antropologi, psicologi e specialisti organizzativi per garantire addirittura che l’armadio si chiudesse facendo il “tic” giusto». Lo studio delle esigenze dei clienti è il primo passo verso l’innovazione. «Prima che un team inizi a sviluppare un nuovo prodotto – spiega Scharf – deve scoprire quali sono le sfide che i suoi clienti stanno affrontando e analizzarne i problemi. Nel caso di sviluppo del nostro enclosure VX25 di grandi dimensioni, per esempio, Rittal ha inviato ricercatori in dieci società industriali in Germania, otto negli Stati Uniti e sei in Cina comprendendo aziende piccole, medie e grandi. Abbiamo trascorso tre giorni in ciascuna azienda e documentato la vita lavorativa quotidiana per iscritto, in foto e video. Questa analisi ha fornito spunti inarrivabili diversamente e ha consentito di raccogliere un totale di 150 requisiti specifici per il nuovo involucro». Uno studio di usabilità, che si è avvalso anche del contributo di antropologi e psicologi che hanno lavorato per un anno sul campo in tre continenti, e che è andato ben oltre la semplice user experience e ha permesso di comprendere come le persone lavorano. «Sono queste le informazioni che ci guidano nella giusta direzione» – spiega Scharf. «Dopo la documentazione e la valutazione, abbiamo spostato l’attenzione sull’engineering delle specifiche. Quando abbiamo capito esattamente le specifiche, i nostri dipartimenti di ricerca e sviluppo hanno avuto una guida approfondita per il loro lavoro di sviluppo prodotto». L’Industria 4.0 è la quarta rivoluzione industriale, in questa convergenza e interconnessione di prodotti, value chain e modelli di business, le imprese hanno bisogno di un perimetro per ridurre la complessità e i tempi di throughput tra ingegneria e assemblaggio».


#smartfactory Nuovi paradigmi, CIO e COO come change leader
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LE SCELTE FUTURE

Alle persone non piace il cambiamento. L’innovazione richiede una dose di curiosità per il nuovo, coraggio e volontà di successo. Le imprese devono essere in grado di anticipare il cambiamento e pensare a soluzioni a prova di futuro. Dalla lezione di Uwe Scharf ci appare evidente come l’innovazione preveda oltre a progettisti e direttori operativi (COO) anche il contributo da parte dei CIO come esperti nel processo di sviluppo del prodotto, non come entità a sé, ma integrato nel processo di business. Le tecnologie digitali permeano e trasformano la produzione e il consumo a un ritmo vertiginoso. E noi torniamo a parlare di manifattura, fabbriche e lavoro. Annalisa Primi, alla guida del Centro di politiche strutturali e di innovazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), raggiunta da Data Manager al termine del decimo Plenary Meeting OECD di Parigi (27-28 giugno), ha spiegato in dettaglio quali sono i tre principi fondamentali che i CIO devono sempre tenere a mente nel viaggio verso la fabbrica smart. Per Annalisa Primi, non c’è una ricetta unica per trasformare la propria attività in una smart factory, ma per realizzare il potenziale della fabbrica intelligente ci sono tre elementi da tenere a mente per orientare le proprie scelte strategiche future: 1) Pensare “lungo” e guardare “altrove”; 2) Avvalersi del territorio come fattore competitivo; 3) Partecipare alla definizione di strategie collettive.

PENSARE “LUNGO” E GUARDARE “ALTROVE”

Il contesto attuale è caratterizzato da cambiamenti profondi ed estremamente veloci. L’applicazione delle tecnologie digitali, dall’intelligenza artificiale al big data, può riconfigurare un business massimizzandone i rendimenti. «Questo però dovrebbe essere solo il primo passo» – spiega Annalisa Primi. «Il grande impatto della transizione alla smart factory deriva dalla possibilità di ri-immaginare completamente il mondo della produzione, del consumo e, quindi del lavoro. È proprio questa capacità di guardare al di là dell’immediato e identificare opportunità di cambiamenti radicali che caratterizza le imprese leader. Le istituzioni intermedie e di settore, per esempio, diventano spazi importanti per identificare rischi e opportunità, definire esigenze ed elaborare strategie a futuro. Innovazioni e idee nuove possono sorgere oltre i percorsi innovativi tradizionali. In questo contesto, risulta determinante saper cogliere cambiamenti e novità lungo l’intera filiera produttiva locale e globale e creare connessioni strategiche per sperimentare nuove soluzioni. Le partnership sono all’ordine del giorno nel mondo dell’industria 4.0. E non solo tra grandi imprese. Così come Barilla sta collaborando con CISCO per sperimentare un nuovo sistema di tracciabilità dei suoi sughi usando blockchain, una azienda tessile di medie dimensioni a Shenzhen, in Cina, collabora con una startup specializzata in servizi di intelligenza artificiale per automatizzare il processo di identificazione dei tessuti».


#smartfactory Come superare le barriere funzionali e le abitudini radicate
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IL TERRITORIO COME FATTORE COMPETITIVO

Un rischio insito nella digitalizzazione è l’omologazione e la perdita del vantaggio competitivo. La sfida invece è proprio mantenere identità e unicità nella transizione verso la smart factory. Nel declinare la propria versione di fabbrica intelligente, il territorio appare come una rinnovata fonte di competitività. «È portatore di identità e unicità che danno valore all’attività produttiva ed è fonte di domanda e opportunità di mercato» – continua Annalisa Primi. «Le fabbriche intelligenti, più pulite, silenziose e a volte di dimensioni ridotte tornano in città. Qui possono innovare e sperimentare nuove soluzioni attingendo a patrimoni e saperi del territorio e a nuovi servizi offerti dagli “smart districts”, contribuendo anche a nuovi processi di sviluppo locale e riqualificazione. In Cina, ad esempio, sono molteplici le smart cities, dove nuove industrie intelligenti operano, innovano e sviluppano prodotti e servizi per il mercato locale come fase pilota per eventuali, successivi sviluppi nazionali e globali. È così che a Shenzhen i giganti dell’elettronica lavorano con la municipalità locale per definire nuovi sistemi di gestione intelligente del traffico e della fornitura di energia. Negli Stati Uniti, piattaforme manifatturiere come lo stato del Michigan, da dove si diffuse la Ford, si stanno oggi ri-inventando utilizzando il potenziale del digitale applicato al manifatturiero avvalendosi di acceleratori pubblici-privati che facilitano connessioni tra università, imprese e agenzie pubbliche statali per favorire innovazione e sperimentazione in smart factories».

PARTECIPARE ALLA DEFINIZIONE DI STRATEGIE COLLETTIVE

I confini della smart factory vanno ben al di là della fabbrica stessa. La fabbrica intelligente opera in sistemi connessi di filiere produttive. «È parte di un sistema produttivo ampio» – spiega Annalisa Primi. «Si alimenta di dati generati prima, durante e dopo la produzione, e genera informazioni di valore non solo per se stessa ma per l’economia globale e locale, per le istituzioni, i consumatori e i cittadini. Questo espandersi della frontiera dell’impresa richiede una nuova forma di interagire e partecipare alla definizione del sistema di governance dell’economia. Le tecnologie digitali sono in piena evoluzione, e così lo è il sistema di regole che ne governeranno lo sviluppo, accesso e diffusione. Il punto di vista delle imprese, di tutte le dimensioni, e degli imprenditori è fondamentale non solo per ridefinire i percorsi formativi per rispondere alle esigenze produttive del futuro, e per identificare come modernizzare infrastrutture e servizi digitali per operare in condizioni di uguaglianza con i sistemi produttivi più avanzati, ma anche per chiarire il nuovo ruolo che la fabbrica digitale può compiere nel sistema socio-economico e per chiarire quali nuove regole e incentivi siano necessari per favorirne la crescita e lo sviluppo. In Germania, dove si è originato il concetto di industria 4.0, il dialogo imprese, stato, società è alla base delle azioni di sostegno alla diffusione delle fabbriche intelligenti. In particolare si avvale di strumenti per favorire la partecipazione ai processi di decisione strategica delle piccole e medie imprese».


#smartfactory Ri-immaginare produzione, consumo e lavoro
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PRODUZIONE, AMBIENTE E SOCIETÀ

«Il termine “smart factory” evoca immagini lontane dalla fabbrica tradizionale. La “smart factory” è silenziosa, pulita, “digitale”. Opera in rete, gestisce processi complessi in modo autonomo, o semi-autonomo, richiedendo nuove competenze tanto ai suoi manager quanto ai suoi lavoratori» – spiega Annalisa Primi. «Una fabbrica intelligente è molto più di una fabbrica automatizzata. Le macchine e i robot industriali si sono diffusi nelle aziende sin dagli anni 70. La novità oggi risiede nella capacità delle nuove tecnologie di dotare i macchinari di “intelligenza” e capacità di apprendere e comunicare, di creare sistemi iperconnessi in grado di gestire transazioni, come nel caso della blockchain, senza la necessità di un’autorità centrale, di permettere interazioni dirette e sicure tra consumatori, clienti, produttori e fornitori». In questa nuova realtà industriale cambia tutto: gli input, il processo produttivo e l’output. Cambia dunque l’organizzazione produttiva, il layout della fabbrica stessa, le sue funzioni e le relazioni con le parti terze sia a monte che a valle, dai fornitori ai clienti.

«A livello internazionale il dibattito su queste nuove forme di organizzazione della produzione e del lavoro e sui conseguenti nuovi fattori di competitività è intenso» – continua Annalisa Primi. «La Cina, con la sua strategia industriale Made in China 2025 sta puntando sulla complementarietà tra capacità manifatturiere tradizionali e intelligenza artificiale e tecnologie digitali. In Brasile, la Confederazione Nazionale dell’Industria (CNI) sta mappando i cambiamenti nelle sue imprese per identificare l’uso attuale e potenziale delle tecnologie digitali nel business con l’obiettivo di fornire input alla definizione di una nuova politica produttiva nazionale che rilanci l’industria e gli permetta di operare in un contesto globale e digitalizzato». La smart factory è interessante non (solo) perché è più produttiva, ma perché, e soprattutto, può trasformare la relazione produzione-ambiente-società, in meglio. «Le fabbriche intelligenti sono rilevanti perché possono essere energeticamente efficienti, con minimo impatto ambientale, con gradi di sicurezza sul lavoro totali, perché i sensori intelligenti delle macchine possono prevedere i movimenti umani e attivarsi per salvaguardare l’incolumità delle persone. Le smart factories possono essere delle human factories» – mette in evidenza Annalisa Primi.

Il contesto attuale è caratterizzato da elevata incertezza sulle future tecnologie dominanti, altissima velocità nei cambiamenti e nell’apertura e chiusura di finestre di opportunità e da grandi vantaggi di base per i player dominanti. Le smart factories non sono il futuro, sono il presente per molti, e rappresentano una realtà in continua evoluzione. Pensare a come trasformare e gestire la propria attività in un’ottica digitale è oggi una scelta obbligata. «Le potenzialità e le opzioni sono molteplici a patto di non considerare il digitale come una soluzione “chiavi in mano” per razionalizzare e massimizzare i processi esistenti» – avverte Annalisa Primi. Quando il digitale entra e ridisegna la fabbrica ci permette di ridefinire le logiche del business andando al di là della mera logica tradizionale di produttività (per esempio, stesso output con minor input) per passare a logiche superiori che tengano in conto i valori di oggi, come per esempio un prodotto e servizio migliore, personalizzato, con minor impatto ambientale, con ritorni sociali, e prodotto in base a remunerazioni eque.

Nei prossimi anni, la transizione al digitale continuerà a trasformare in maniera radicale produzione, consumo, lavoro, territorio e società. Assisteremo a molteplici sperimentazioni e innovazioni. Imprenditori visionari e capaci di sperimentare, e investimenti e politiche sostenuti da una visione di sviluppo inclusivo e sostenibile, e non meramente produttivo, sono necessari per facilitare questa evoluzione e garantire che le smart factories siano human factories – come evidenzia Annalisa Primi. «Attori di una trasformazione sociale e produttiva in grado di garantire il progresso, offrendo nuovi prodotti e servizi, ridefinendo la relazione tra produzione e territorio e generando nuove e migliori opportunità lavorative e condizioni di vita, per tutti».

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Data center evoluti per supportare la digital transformation https://www.datamanager.it/2018/10/data-center-evoluti-per-supportare-la-digital-transformation/ Fri, 19 Oct 2018 07:46:00 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177198 Secondo IDC, entro tre anni, il 55% delle grandi aziende dovrà modernizzare i propri asset data center. L’ascesa dell’intelligenza artificiale e del machine learning, dell’automazione dei processi aziendali, della connettività IoT e delle applicazioni blockchain sta portando i data center aziendali a spostarsi da architetture centralizzate monolitiche a distribuzioni decentralizzate Quella dei data center è […]

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Secondo IDC, entro tre anni, il 55% delle grandi aziende dovrà modernizzare i propri asset data center. L’ascesa dell’intelligenza artificiale e del machine learning, dell’automazione dei processi aziendali, della connettività IoT e delle applicazioni blockchain sta portando i data center aziendali a spostarsi da architetture centralizzate monolitiche a distribuzioni decentralizzate

Quella dei data center è una lunga storia, caratterizzata da continui miglioramenti influenzati dallo sviluppo tecnologico e dalle mutate esigenze degli utenti. Anche oggi, in clima di digital transformation, il data center è in evoluzione. Secondo IDC, il 55% delle grandi aziende dovrà, entro tre anni, modernizzare i propri asset data center, mentre l’età media di un data center è di nove anni. E Gartner sottolinea che i data center con più di 7 anni possono già considerarsi obsoleti. Una ricerca realizzata nel 2017 da IDC insieme a Seagate evidenzia che la crescita dei dati (163 ZB entro il 2025) è tra gli elementi che guidano la necessità di modernizzare i data center. Influisce sulla scelta del data center anche la business continuity. Se un sistema diventa non disponibile, le operazioni aziendali possono essere compromesse o arrestate. Di conseguenza è necessario contare su un’infrastruttura affidabile per le operazioni IT, che consenta di minimizzare ogni possibilità di interruzione. Sin dal 2011, l’Uptime Institute – meglio conosciuto per il suo “Tier Standard” ampiamente adottato per la classificazione e relativa certificazione dei data center – sottolineava che i progetti finalizzati alla trasformazione del data center devono considerare standardizzazione e consolidamento, virtualizzazione, automazione e sicurezza. I progetti di standardizzazione e consolidamento hanno come obiettivo la riduzione del numero di data center che una grande organizzazione può avere, puntando anche su apparecchiature più recenti con più capacità e prestazioni. Le tecnologie di virtualizzazione IT usate per sostituire o consolidare componenti data center, come i server, contribuiscono ad abbassare le spese e a ridurre il consumo energetico. Accrescere l’automatizzazione dei data center consente di velocizzare le attività di provisioning, configurazione, patching, gestione del rilascio e conformità. Sempre attuali e fondamentali sono gli interventi in direzione della sicurezza, che coinvolge sicurezza fisica, della rete e sicurezza dei dati e degli utenti.


#Datacenter Digital transformation e nuovi ecosistemi applicativi
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DIGITAL TRANSFORMATION

Tuttavia, la digital transformation richiede data center ancora più evoluti. Trasformarsi digitalmente, infatti, significa interagire con i clienti in modo più innovativo e immersivo, raccogliendo, elaborando e analizzando i dati in prossimità di grandi concentrazioni di persone o cose. Da considerare è anche il fenomeno dell’edge, risorsa IT remota, sorta di micro data center dotato di particolari accorgimenti in materia di sicurezza e resilienza, spesso quasi totalmente automatizzato. Entro il 2021, secondo IDC, i settori più rivolti ai consumatori investiranno maggiormente in innovazione e aggiornamento delle infrastrutture edge rispetto a quelle core, i tradizionali data center aziendali. Internet of Things, supply chain digitali, convergenza tra Information Technology e Operational Technology (IT-OT), digital signage, autonomous transportation e robotica introducono o accentuano il bisogno di nuovi ambienti edge in un panorama IT già diversificato, dall’on-premise al cloud. L’ascesa dell’intelligenza artificiale e del machine learning, dell’automazione dei processi aziendali, della connettività IoT e delle applicazioni blockchain ha spinto i data center aziendali a spostarsi da architetture centralizzate monolitiche a distribuzioni decentralizzate. Non solo i data center devono tenere il passo con i rapidi ritmi dell’innovazione tecnologica, devono tenere il passo anche con le esigenze del business.

«Oggi, le aziende sono in grado di connettersi con i propri clienti in modi nuovi, ma devono sempre più raccogliere, elaborare, analizzare e trasmettere i dati in prossimità delle persone e degli oggetti» – spiega Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia. IDC stima che, nei prossimi anni, circa il 40% dei dati generati da dispositivi e applicazioni IoT saranno analizzati vicino alla fonte dei dati stessi, appunto in modalità edge. Questi dati risiederanno in vari data center, inclusi quelli dei service provider, a cui si aggiungono micro data center che necessiteranno di operare in modo autonomo e con un elevato grado di controllo e monitoraggio da remoto. Per IDC, l’edge computing è una delle evoluzioni dei tradizionali data center ed emerge oggi come un’area in cui le aziende stanno investendo, per supportare diversi tipi di progetti, non solo IoT. «Osserviamo due macro categorie di aziende» – commenta Pandolfi di IDC Italia. «Da un lato si posizionano le imprese che hanno adottato in anticipo soluzioni di edge computing, utilizzando approcci custom. Queste stanno già oggi raggiungendo i benefici di business attesi, tramite lo spostamento delle capacità di calcolo e di analisi dei dati vicino alla fonte. Dall’altro lato si trovano le aziende che stanno valutando come sviluppare e introdurre l’edge in ambienti produttivi e cercando di capire quali cambiamenti sono necessari nei processi IT e quali benefici potranno conseguire nel lungo termine».


#Datacenter Le sfide del cloud. Sicurezza e resilienza in cima alle priorità
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NUOVI ECOSISTEMI APPLICATIVI

Per supportare le strategie di trasformazione digitale, le aziende stanno creando ecosistemi applicativi che spingono verso il cloud e la modernizzazione delle infrastrutture data center. «Questa pressione – dice Pandolfi – si intensifica al crescere delle innovazioni introdotte e interessa costi, performance e flessibilità». Quello che IDC nota è una progressiva modernizzazione dei data center che include l’aggiornamento e la sostituzione delle infrastrutture fisiche e dei sistemi IT, l’adozione del cloud e l’uso di sistemi di predictive analytics per ottimizzare le operations. «Inoltre, la progressiva adozione di tecnologie Internet of Things sta richiedendo sempre più spesso micro data center distribuiti localmente, per favorire la raccolta e l’analisi dei dati a bassa latenza, vicino alla fonte in cui sono prodotti» – conferma Pandolfi. L’adozione di ambienti ibridi, software-defined e distribuiti, solleva nuove sfide per le aziende e fa emergere l’importanza di una gestione ottimale ed efficiente di tutte le risorse IT.

Per questo, rileva Pandolfi, stanno acquisendo rilevanza crescente le soluzioni di Data Center Infrastructure Management (DCIM), spesso basate su sistemi di big data analytics e machine learning, per abilitare servizi di gestione e manutenzione delle infrastrutture di data center con funzioni predittive e proattive, in grado di prendere decisioni in autonomia, basandosi su analisi di dati anche in real-time. Questi nuovi modelli sono proattivi, supportano le iniziative di trasformazione digitale e prevengono problemi alle infrastrutture ancora prima che si verifichino, contrapponendosi ai modelli tradizionali, reattivi, che reagiscono al verificarsi di anomalie. A supporto di queste evoluzioni, si diffondono anche le Intent Based Network (IBN), evoluzioni delle SDN, che permettono di raggiungere livelli più elevati di semplicità operativa e intelligenza automatizzata. Le IBN sono una pietra miliare importante verso un’infrastruttura autonoma e automatizzata. Dal punto di vista di IDC, il processo di modernizzazione del data center che porta all’hybrid IT e quindi al multicloud sembra la strada più percorribile per aiutare le persone a fare il giusto percorso per ridurre i costi operativi, liberare le risorse e aumentare la spinta verso l’innovazione e il supporto al business, permettendo alla propria azienda di restare competitiva sui mercati. Secondo Pandolfi, in un’ottica di digital transformation, il cloud rimarrà un paradigma evolutivo importante: le aziende, infatti, si stanno orientando verso modelli di hybrid IT e multicloud che permettono di supportare le iniziative più innovative, basate su mobility, IoT, cognitive computing. Le aziende stanno studiando strategie di pianificazione, implementazione e gestione di ambienti sempre più diversificati (tradizionali, private e public cloud), che al giorno d’oggi convivono tra loro e sono spesso fisicamente dispersi.


#Datacenter Più efficienza, ma le imprese puntano anche a ridurre l’impatto ambientale
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LE SFIDE DEL CLOUD

Secondo Gaurav Yada, founding engineer e product manager di Hedvig, la rivoluzione determinata dal cloud ha identificato nuove sfide da considerare in rapporto ai data center di nuova generazione. Una tra le scelte più difficili da fare è, per esempio, tra hyperscale e hyperconverged. Con hyperscale si intende l’insieme di hardware e strutture in grado di scalare un ambiente di elaborazione distribuito fino a migliaia di server. L’infrastruttura hyperscale, che si riferisce all’elaborazione su scala massiva, in genere per i big data o il cloud computing, è studiata per garantire scalabilità orizzontale che si traduce in livelli elevati di prestazioni, produttività e ridondanza con cui si ottiene tolleranza di errore e massima disponibilità. L’elaborazione hyperscale spesso si basa su architetture di server massivamente scalabili e reti virtuali. Un progetto di analisi di big data, per esempio, potrebbe essere realizzato a costi più contenuti, sfruttando la scala e la densità di elaborazione disponibili con l’hyperscale. Sistemi hyperscale forniscono una flessibilità simile al cloud quando si supporta una vasta gamma di applicazioni. Secondo Stratistics MRC, il mercato globale hyperscale data center potrebbe crescere dai 20,24 miliardi di dollari del 2016 a 102,19 miliardi di dollari entro il 2025. Un sistema hyperconverged considera l’intero insieme di unità fisiche (quali server, network e storage) come un unico sistema virtuale che può avere varie configurazioni. Si differenza dalle converged infrastructure, che combinano risorse virtuali in un’unica unità fisica, per la presenza di un hypervisor in cima ai componenti tecnologici integrati, hardware e software.

I sistemi iperconvergenti sono strategici nel semplificare la gestione e funzionano con set di dati limitati per casi di utilizzo che coinvolgono VDI (virtual desktop infrastructure), soluzioni di sviluppo/test, remote office/branch office. Secondo IDC, il più ampio segmento di storage definito dal software è l’infrastruttura iperconvergente (HCI). Questo segmento si caratterizzerà per ricavi che dovrebbero toccare i 7,15 miliardi di dollari nel 2021. Un’infrastruttura hyper-cloud, tuttavia, fornirà la flessibilità di essere hyperscale o hyperconverged quando necessario. Considererà networking, storage e compute resources come building block che possono essere combinati in vari modi. La maggior parte delle soluzioni software-defined impone di acquistare determinati tipi di hardware o di comprare da specifici fornitori di hardware. Un’infrastruttura hyper-cloud consente di innovare più velocemente, scegliendo la tecnologia che serve al momento giusto. Tra i benefici chiave dell’hyper-cloud rientrano la possibilità di realizzare progetti su scala web così come infrastrutture specifiche per applicazioni di nicchia oltre alla capacità di fornire building blocks per carichi di lavoro diversi. Le esigenze in termini di performance e caratteristiche dei dati influiscono sul design e l’estensione dell’hyper-cloud. Inoltre, è possibile realizzare nuove strutture di hyper-cloud per modellare, costruire ed esemplificare in poco tempo, se è necessaria una completa esemplificazione dei dati. In questo modo, si riducono anche i tempi di adozione per le tecnologie bleeding edge, ovvero quelle tecnologie talmente nuove che potrebbero costituire un rischio per l’utente, costringendolo a sostenere maggiori spese per poterle utilizzare.


#Datacenter Già obsoleti i data center con più di sette anni
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LA SICUREZZA, UNA PRIORITÀ

Nonostante l’adozione di ambienti ibridi e multicloud sia in crescita, con l’obiettivo di raggiungere benefici in termini di riduzione di costi e maggiore disponibilità di risorse, ci sono sfide ancora aperte in merito alla sicurezza e alla corretta integrazione e gestione dei carichi di lavoro. «La sicurezza nei nuovi ambienti ibridi, multi-cloud, edge, resta di primaria importanza e deve essere gestita in modo adeguato» – spiega Pandolfi di IDC Italia. Spesso, le preoccupazioni legate alla security ostacolano in Europa l’adozione di cloud pubblici, anche se, per IDC, questo fenomeno è meno marcato rispetto al passato e le aziende sono oggi consapevoli che molte volte un servizio di cloud pubblico può essere anche più sicuro di un’infrastruttura on-premise. Dal 2018, con l’entrata in vigore del GDPR, le aziende stanno ripensando i propri processi interni perché soddisfino i requisiti di conformità dei dati. In base a una recente ricerca condotta da IDC a livello europeo, emerge che le principali priorità in ambito data center operations per le aziende sono sicurezza e compliance. In questo ambito, IDC prevede che le aziende si affideranno in modo crescente a provider esterni specializzati. Questo contribuirà alla crescita del mercato dei managed security services, soprattutto in relazione a servizi come predictive security, compliance services e local hosting.

RIDURRE L’IMPATTO AMBIENTALE

I data center richiedono molta potenza e sono energivori. Di conseguenza, da tempo, si parla dell’utilizzo di data center “green”, attenti alla riduzione dell’impatto ambientale, progettati per essere più efficienti e consentire risparmio energetico. Coniugare l’introduzione di data center evoluti con la riduzione dell’impatto ambientale resta importante. «L’energia è una risorsa limitata e il suo costo continua ad aumentare in tutti i paesi. Sono in crescita però anche i controlli esercitati sulle aziende, in modo da indurle ad adottare pratiche di supervisione e gestione che promuovano l’efficienza e l’utilizzo prudente delle risorse» – spiega Pandolfi. Attraverso l’uso avanzato di soluzioni di DCIM (Data center infrastructure management), le aziende stanno sperimentando operations più efficienti, correlate a costi energetici inferiori. Anni fa, per ottenere una riduzione dei costi energetici, si eliminavano le apparecchiature IT che contribuivano di più al consumo di energia senza che avessero però un riscontro in termini di aumento dei workload IT. Il risultato era quello di risparmi immediati dal punto di vista dei costi energetici sia di elettricità sia di tecnologie per il raffreddamento, ma dall’altro lato bisognava rinunciare ad alcune risorse. Attualmente, il miglioramento della gestione a lungo termine sta permettendo l’utilizzo della tecnologia per evitare l’eccessivo provisioning delle risorse di raffreddamento e l’implementazione di risposte automatiche alle condizioni ambientali per evitare sprechi. Le aziende che investono in soluzioni avanzate per aumentare l’efficienza complessiva delle loro infrastrutture di data center stanno puntando anche alla riduzione dell’impatto ambientale.


#Datacenter La sfida per i CIO, trovare il giusto mix tra servizi e risorse
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DATA CENTER E PERSONE

L’evoluzione dei data center coinvolge le tecnologie, ma anche le persone che, se da un lato potranno trarre vantaggi dal cambiamento, dall’altro saranno chiamate a mutare i loro ruoli. Sono i CIO e gli IT manager a dover evolvere per primi, per favorire la trasformazione dei data center e la competitività aziendale. «La quasi totalità dei CIO e degli IT manager riconosce l’importanza dei nuovi modelli di business abilitati dalla digital transformation, ma sono anche consapevoli delle criticità che spesso le infrastrutture IT devono affrontare» – riscontra Pandolfi. Per supportare le diverse line of business, i CIO e gli IT manager molto spesso si trovano a valutare la possibilità di cambiare il mix tra servizi e risorse interne e il ricorso a servizi e service provider esterni, con l’obiettivo di abilitare una maggiore agilità delle operations. Le decisioni in merito alle infrastrutture di data center devono basarsi sempre più sulla reale capacità di fornire workload scalabili, sicuri e risorse accessibili ovunque. I CIO, grazie alla loro conoscenza delle infrastrutture IT e dei loro modelli evolutivi, devono supportare il business nell’orientarsi tra le opzioni possibili. Anche il loro ruolo si sta trasformando: da un orientamento alla gestione dell’infrastruttura, i CIO (ma anche gli IT manager) sono oggi chiamati a svolgere principalmente attività di brokeraggio di servizi IT, con l’obiettivo di trovare il giusto mix tra servizi e risorse (interne, esterne) che permettano l’evoluzione delle infrastrutture e del data center a supporto dei progetti di digital transformation più evoluti.

AZIENDE E CAMBIAMENTO

Ma in questo scenario, le aziende italiane sono pronte al cambiamento? Secondo IDC, sul territorio italiano ci sono aziende virtuose, che già oggi hanno fatto scelte innovative dal punto di vista delle infrastrutture di data center, scegliendo approcci public o ibridi. In Italia, però, restano ancora preoccupazioni legate al passaggio verso il cloud infrastrutturale e alla sicurezza dei dati, che stanno ostacolando un processo massivo di evoluzione delle infrastrutture. Queste preoccupazioni interessano sia le PMI sia le grandi aziende e in molti casi sono correlate al settore nel quale l’impresa opera. «Da una survey di IDC emerge che le aziende italiane stanno portando avanti progetti di evoluzione delle infrastrutture IT, principalmente tramite un parziale replacement delle infrastrutture di storage tradizionali (SAN/NAS) verso soluzioni di public cloud storage, e un replacement delle infrastrutture server verso hyperconverged infrastructure o soluzioni di public cloud» – mette in evidenza Pandolfi. «Oggi, i servizi di public cloud sono considerati importanti dalle aziende italiane per supportare le iniziative di digital transformation e i progetti più innovativi. Inoltre, rileviamo una maggiore consapevolezza in merito ai benefici percepiti in termini di semplificazione delle operations IT e maggiore sicurezza e controllo. Non si guarda più a un approccio cloud o ibrido con il solo obiettivo di ridurre i Capex (per nuovo hardware) o i costi di gestione, ma si riconosce il reale valore per il business derivante da un ambiente ibrido e flessibile in termini di business agility, migliore utilizzo delle risorse IT, efficienza e scalabilità».

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WannaCry no more. Lotta al ransomware, pianificazione e analisi del rischio https://www.datamanager.it/2018/10/wannacry-no-more-lotta-al-ransomware-pianificazione-e-analisi-del-rischio/ Thu, 18 Oct 2018 14:19:27 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177185 L’uragano ransomware ha spazzato ogni dubbio sulla pericolosità delle minacce cyber. L’apparente calma di questi mesi non esclude una recrudescenza del fenomeno sfruttando vulnerabilità vecchie e nuove. Aziende e organizzazioni come possono mitigarne gli effetti nefasti? Data: 11 maggio 2017. È il giorno di WannaCry, il malware che prima si mangia i dati dei computer […]

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L’uragano ransomware ha spazzato ogni dubbio sulla pericolosità delle minacce cyber. L’apparente calma di questi mesi non esclude una recrudescenza del fenomeno sfruttando vulnerabilità vecchie e nuove. Aziende e organizzazioni come possono mitigarne gli effetti nefasti?

Data: 11 maggio 2017. È il giorno di WannaCry, il malware che prima si mangia i dati dei computer e poi chiede il riscatto per restituirli. Fabbricata dallo spionaggio USA e poi misteriosamente trafugata, la cyber arma è un exploit in grado di sfruttare una vulnerabilità nel protocollo Server Message Block (SMB) per propagarsi nelle reti, mettere fuori uso i computer, innescando un vero e proprio effetto domino. Portugal Telecom, Ferrovie tedesche, FedEx, Telefonica, Renault, il Sistema sanitario britannico, il Ministero dell’Interno russo e in Italia, l’Università degli Studi di Milano, cadono una dopo l’altra gettando nel panico i loro poveri CISO. Non basta la caccia all’uomo scatenata dall’allora direttore di Europol Rob Wainwright. Sarà uno sconosciuto ricercatore britannico di 22 anni, Marcus Hutchins, poi finito in carcere, a mettere per primo una toppa all’attacco. Limitando in qualche modo l’epidemia, che nel giro di un paio di settimane colpisce più di 230mila computer in 150 paesi.

L’arresto da parte dell’FBI di uno dei presunti responsabili dell’attacco ha fatto notizia. Anche per l’hack alla Sony del 2014, sembra ci sia finalmente un responsabile. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’incriminazione di Park Jin-Hyok, da tempo in mano all’intelligence, avrebbe richiesto più tempo del previsto, perché il fascicolo, con le informazioni che lo riguardavano, identificava Mr. Park come effettivo del Reconnaissance General Bureau, lo spionaggio nordcoreano. Sospettato di essere di volta in volta il braccio operativo e uno dei mandanti degli attacchi più efferati degli ultimi anni. Diciassette mesi dopo gli sfracelli provocati da WannaCry, abbiamo uno scalpo da esibire. Ma non possiamo di certo dire di esserci lasciati alle spalle la minaccia rappresentata dal ransomware. Per molti esperti di cybersicurezza, ancora tra le più pericolose in circolazione.


#Security Ingegnerizzazione del codice e selezione di bersagli, la prudenza è d’obbligo
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UN FENOMENO IN DECLINO (SOLO IN APPARENZA)

Secondo l’Internet Crime Report, rilasciato lo scorso maggio dall’FBI, le denunce (complaints) relative ad attacchi ransomware sono state 1783 nel 2017 contro le 2673 raccolte l’anno precedente. A fronte di perdite stimate rispettivamente per 2,3 e 2,4 milioni di dollari. Su una scala diversa i dati sulla diffusione del malware forniti da Kaspersky Lab parlano di un numero di vittime di poco inferiore ai due milioni nel periodo 2017-2018, rispetto agli oltre due milioni e mezzo del biennio precedente, con un calo di oltre il 30%. «Per i criminali informatici, il ransomware è un modo “rumoroso” e rischioso di guadagnare. Attira l’attenzione dei media e delle strutture governative» – osserva Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab. «Invece, altri tipi di attacchi come il mining sono più semplici da mettere in atto e più “sicuri”. È sufficiente produrre criptovaluta, sfruttando la potenza di CPU e scheda grafica di PC e dispositivi mobili e trasformarla in valuta reale attraverso scambi e transazioni legali». Del resto – come conferma Andrea Zapparoli Manzoni, membro del comitato direttivo di Clusit – «gli attaccanti hanno interesse a massimizzare i profitti senza sollevare eccessivo allarme sociale, in modo da guadagnare sempre di più senza attivare il “sistema immunitario” della società nel suo complesso». Il dato sul calo della diffusione del malware fa riflettere. Il 2017 è stato l’anno di WannaCry e NotPetya. Ovunque, il numero di denunce è sempre una frazione rispetto agli episodi effettivi. In molti paesi, ma non gli USA, e neppure in Europa dopo l’entrata in vigore del GDPR, le aziende non sono obbligate a denunciare i data breach. Ma nei casi di violazione dei dati personali a fine di riscatto, una volta pagato quanto richiesto – comportamento in genere sconsigliato dalle forze dell’ordine – e ritornati in possesso dei dati, le vittime spesso rinunciano a denunciare l’accaduto. Gli Stati Uniti, a dar retta ai dati ufficiali, sarebbero stati solo sfiorati da WannaCry. Però sono solo uno dei 150 paesi colpiti dal worm con intensità diverse. Senza dubbio, i dati dell’FBI stridono con quelli di alcuni vendor di sicurezza secondo cui il volume di attacchi sarebbe raddoppiato nel 2017. Una distorsione ancora più marcata se si analizzano le stime dei danni. Secondo i dati di una ricerca presentata lo scorso anno da un team di ricercatori di Google, le vittime avrebbero pagato una cifra superiore ai 25 milioni di dollari. Valutazione sin troppo prudente secondo alcuni, che non terrebbe conto degli epigoni di WannaCry, da ExPetr a Bad Rabbit.

Se la domanda è: «Il ransomware diminuirà ancora nei prossimi mesi»? La risposta non può che essere una sola: «La prudenza è d’obbligo»! Se da una parte la minaccia stessa non sta facendo più grandi danni, l’exploit che ne ha permesso l’enorme diffusione, noto come EternalBlue, sta ancora minacciando i sistemi privi di patch e quelli non protetti – come ci spiega Luca Sambucci, operations manager di ESET Italia. «Come mostrano i dati della telemetria di ESET, negli ultimi mesi la sua popolarità è tornata a crescere con un recente picco che ha superato anche i migliori risultati del 2017. Da settembre dello scorso anno, l’utilizzo dell’exploit ha lentamente ripreso ad aumentare, crescendo continuamente e raggiungendo una nuova vetta il 16 aprile 2018, data in cui si è registrato un picco di rilevazione del 100%, a fronte del 97% registrato il primo giugno del 2017». Insomma, i ransomware continueranno a imperversare. «Con nuove forme di estorsione e pizzo digitale» – prevede Simone Ricci, senior sales engineer di Trend Micro Italia. Non solo. «I cybercriminali grazie anche al GDPR, potrebbero ricattare preventivamente le aziende, chiedendo riscatti di poco inferiori alle eventuali sanzioni previste dal regolamento».


#Security Home banking, social network, e-commerce: allarme #ransomware in crescita
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COME CAMBIA IL RANSOMWARE

Di certo, il ransomware è in continua evoluzione. Già l’arrivo di criptoworm basati su rete ha eliminato la necessità di distribuire il malware via download, email o supporti fisici. Campagne come quelle di Nyetya e WannaCry hanno dimostrato che l’intervento umano non è più decisivo per la riuscita degli attacchi. E che l’errore per attivare il ransomware sta perdendo d’importanza. Soprattutto la pericolosità del malware autopropagante è di ben altra scala rispetto al passato. Tanto che secondo i ricercatori di Cisco potrebbe potenzialmente arrivare a bloccare l’intera rete. Una delle ragioni per cui Nyetya è riuscito a diffondersi su una così ampia scala – si legge sul blog ufficiale Cisco – è che ha fatto leva sulla cosiddetta “blockchain” ovvero “la filiera di approvvigionamento”. Che questo possa essere il modus operandi dei prossimi mesi ne è convinto anche Giulio Vada, country manager di G DATA Italia: «Ci aspettiamo una crescente automatizzazione della veicolazione del ransomware su larga scala. Con il conseguente incremento del numero di attacchi». Agevolato da nuove metodologie d’attacco, che portano alla creazione di forme ibride di codice e vettori d’attacco. «Di recente – conferma Lehn di Kaspersky Lab – abbiamo rilevato due esempi piuttosto significativi che si collegano al mondo ransomware. Una variante di SynAck e nuove funzionalità del Trojan Rakhni. Nel primo caso, la variante utilizza una tecnica di “doppelgänging” per bypassare i dispositivi anti-virus di sicurezza, nascondendosi dietro l’esecuzione di programmi legittimi. Nel secondo il malware sceglie come infettare le sue vittime. Utilizzando di volta in volta un cryptor – per crittare i file rendendoli inaccessibili, oppure – continua Lehn – i miner, coloro cioè che accumulano criptovaluta nelle loro “farm” di computer dedicati». Una tendenza che secondo IDC potrebbe avere impatto nel medio periodo è proprio legata all’impiego degli algoritmi di intelligenza artificiale nell’orchestrazione dei processi di attacco.

PIÙ ATTACCHI TARGETTIZZATI

Nuove evidenze lasciano intravedere la possibilità che l’uso del ransomware possa gravitare su più vettori d’attacco focalizzati su precise tipologie di target. «I bersagli saranno sempre più spesso l’home banking, i social network e l’e-commerce per l’opportunità di mettere le mani sopra informazioni e credenziali che consentono di impiegare in modo fraudolento l’identità online delle persone» – ci dice Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia. D’altra parte, come osserva Luca Sambucci di ESET Italia, in generale un attacco mirato implica una maggiore preparazione e un adeguamento più profondo alle caratteristiche tecnologiche delle vittime. «Lanciare un attacco, per esempio, contro i clienti di una banca, che accedono al loro conto da device mobili con un sistema operativo specifico, significa arrivare quasi alla personalizzazione dell’attacco. Un lavoro più intenso che spesso dà buoni risultati per gli hacker in termini di ritorno economico». Un terreno per ora ancora poco battuto. «I tempi e le conoscenze settoriali necessarie per sviluppare attacchi mirati, a fronte di un esito incerto – rileva Vada di G DATA – frenano le organizzazioni criminali votate a incassare somme elevate nel breve periodo. Perciò fatta eccezione per i ransomware progettati per danneggiare specifiche aziende e/o settori vitali degli Stati attaccati, la trasmissione automatizzata del malware andrà a discapito di una targetizzazione specifica». Parere condiviso anche da Zapparoli Manzoni di Clusit: «Trattandosi di pesca a strascico, targettizzare i bersagli non è un tipico modus operandi di questi soggetti. Va detto però che alcuni settori sono più appetibili di altri, a causa di normative specifiche o per l’oggettiva natura dei dati che trattano, in particolare se di terzi. In questo senso, l’introduzione del GDPR e delle relative sanzioni ha dato vita a una nuova formula criminosa, per cui le organizzazioni colpite da data breach vengono ricattate per non rendere pubblico il breach stesso, facendo leva sul fatto che tipicamente non sono pronte a gestirlo secondo la normativa».
Sempre in tema di evoluzione del malware, cambia anche la qualità dell’assistenza erogata dagli aggressori alle proprie vittime. A cominciare dai metodi di pagamento accettati per decrittare i file. Sembra un paradosso, ma gli aggressori hanno capito che tutta la trafila per acquistare e trasferire bitcoin non è un’operazione alla portata di tutti. Ora, fornire supporto per il pagamento del riscatto e il recupero dei file non è una cosa del tutto nuova. Tuttavia, alcune recenti varianti di ransomware sembrerebbero confermare questa tendenza. Il ransomware Spora – per esempio – presenta un interessante menu di opzioni di pagamento. Per riscattare a seconda del budget a disposizione solo alcuni file oppure tutti quelli crittati. Compresa l’opzione per la vittima di scegliere di immunizzare il computer per il futuro. «Se dovessimo riassumere in poche parole le evoluzioni più significative degli ultimi due o tre anni – afferma Vercellino di IDC – potremmo indicare due tendenze ben distinte. Da una parte la maggiore sofisticazione degli attacchi ransomware sia dal punto di vista dell’ingegnerizzazione del codice che della selezione di bersagli qualificati. Dall’altra l’impiego del ransomware per nascondere attacchi di tipo APT».


#Security #ransomware “dieta” digitale come contromisura per le PMI
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THE DAY AFTER

L’impatto di CryptoLocker e WannaCry in termini di percezione del danno che possono causare è stato enorme. Più di un esperto ha ammesso che gli attacchi hanno smosso dall’apatia aziende e organizzazioni molto di più di quanto siano riusciti a fare programmi di education e awareness nel corso degli anni. Ma ai timori, hanno fatto seguito comportamenti più responsabili e investimenti adeguati? «L’attenzione è cresciuta molto» – risponde Simone Ricci di Trend Micro Italia. «Si continua però a credere che certe cose possano capitare solo ad altri e si rimane scoperti, sottovalutando il problema. In molti casi – continua Ricci – la scelta delle soluzioni di security viene derogata al reparto acquisti, che ragiona solo in ottica economica, scegliendo così soluzioni inadatte, che causano danni economici maggiori quando si subisce un attacco». Giulio Vada di G DATA Italia sottolinea invece «l’impossibilità di aggiornare tempestivamente i sistemi, limitare l’uso indiscriminato delle risorse aziendali a fini personali e l’ignoranza degli utenti, sfruttata a piene mani dagli attaccanti». Forse, il vero problema rimane l’arretratezza di aziende e organizzazioni su queste tematiche. «Continuiamo a lottare sempre con gli stessi problemi di sicurezza di base» – afferma Paolo Restagno, senior director sales EMEA di CA Veracode. «I cybercriminali non hanno bisogno di investire ingenti risorse per identificare le vulnerabilità. Perché sono tantissime le organizzazioni che non aggiornano i propri sistemi per chiudere le falle». Il problema – fa notare Restagno – non si ferma alle aziende ma coinvolge direttamente gli stessi produttori di software. «La cosa più spaventosa di un attacco ransomware diffuso come quello di WannaCry è la dimostrazione della debolezza intrinseca nell’attuale catena software».

Detto questo, è importante sottolineare che difendersi è possibile, usando alcuni accorgimenti minimi. «Come fare regolarmente il backup dei propri dati, assicurarsi di avere software aggiornati su tutti i dispositivi in uso» – spiega Lehn di Kaspersky Lab. «Così come è importante assicurarsi di tenere i dati sensibili separati e con accesso limitato, usando soluzioni di sicurezza dedicate per la protezione delle reti e degli endpoint». Misure alla portata anche delle aziende più piccole. Per Zapparoli Manzoni di Clusit, il rischio, soprattutto per i soggetti dotati di minori risorse, è legato strettamente alla superficie di attacco che espongono alle minacce, senza nemmeno rendersene conto. «Qui la principale contromisura è di sottoporsi a una ferrea “dieta” digitale. Considerato il livello attuale delle minacce, nella pratica non esiste un meccanismo di gestione del rischio cyber, sufficientemente semplice ed economico, affinché le PMI possano applicarlo con successo. È opportuno ripensare bene l’uso del digitale e ridurre i rischi evitando di esporsi inutilmente, distinguendo le necessità fondamentali dalle mode e dalle tendenze del momento».

Per le aziende più strutturate, la protezione è strettamente correlata all’adozione di una strategia di protezione su più livelli in grado di coinvolgere tutta l’infrastruttura, dalle reti ai dispositivi mobili, passando per le strutture in cloud e così via. «Ovviamente, ci deve poi essere una componente di cultura e formazione personale dei dipendenti, come ulteriore filtro di eventuali email o comunicazioni false» – suggerisce Enrico Sorge, TME CyberSecurity di Italtel. «Una strada valida per alcune realtà è la migrazione di servizi critici su piattaforme tecnologiche in cloud in grado di garantire alti livelli di servizio e di sicurezza con un’esperienza di gestione del rischio certificata. Altra opportunità – prosegue Sorge – è quella di adottare soluzioni di sicurezza as a service che, mediante l’impiego di “threat intelligence” condivisa a supporto dell’Incident Response, consentono di identificare e rispondere più velocemente alle nuove minacce e alla loro propagazione dentro l’azienda».

Su questo punto, Paolo Restagno di CA Veracode sottolinea la necessità di introdurre i principi base della sicurezza già all’inizio della catena di produzione delle applicazioni attraverso l’implementazione di best practice di sviluppo di codice sicuro (Security by Design) e di controlli automatizzati lungo tutto il ciclo di rilascio (DevSecOps). «Fortunatamente, la Comunità europea ha capito la dimensione del problema e sta lavorando insieme ai leader del settore della sicurezza tra cui CA Technologies a una nuova regolamentazione (European Cybersecurity Act) che affiancherà quella sulla Protezione dei Dati Sensibili (GDPR) per obbligare tutti coloro che producono e gestiscono servizi informatici a rispettare schemi di sicurezza molto stringenti per ridurre i rischi di vere e proprie catastrofi informatiche». Soluzioni più recenti sono le “polizze cyber”, pacchetti assicurativi a protezione del rischio cyber che – come ci spiega Sorge di Italtel – aiutano a comprendere «quando ha senso investire in tecnologia/servizi e quando invece affidarsi alle coperture di una polizza per gestire incidenti a più bassa probabilità ma che hanno, direttamente o indirettamente, effetti devastanti sul business dell’impresa».

QUELLO CHE CI ASPETTA

Diversi fattori contribuiscono al cambiamento del modo in cui il ransomware viene utilizzato dal crimine informatico. Probabilmente, la perdita di valore dei bitcoin è uno di quelli più importanti. Questo non significa però che attaccare utilizzando il ransomware sia diventato meno interessante per i criminali informatici. Sono solo diminuiti i guadagni associati ai riscatti pagati con bitcoin. Che però non sono l’unica moneta virtuale. Altre, più difficilmente tracciabili, offrono maggiori chance di vanificare gli sforzi di bloccare i trasferimenti di criptovalute da parte delle forze dell’ordine. Di certo, finora gli obiettivi principali del ransomware sono stati computer e in misura minore smartphone. Ma in un futuro non troppo lontano, l’attenzione del cybercrime potrebbe spostarsi sui robot di produzione, in espansione all’interno degli impianti industriali, e i cosiddetti oggetti smart legati alla consumerizzazione dell’IoT. L’estrema fluidità della minaccia suggerisce di evitare di liquidare il ransomware come un fenomeno in ritirata. Siamo in una fase transitoria, in cui la cyberciminalità agisce sottotraccia. Una relativa calma che potrebbe però presto riportare a una recrudescenza delle infezioni. Come d’altra parte dimostrano i continui warning diramati dalle polizie di mezzo mondo. Meglio quindi sforzarsi di non dimenticare troppo in fretta i danni provocati da WannaCry e i suoi epigoni. Danni che hanno provocato una voragine nella cybersecurity di tutto il mondo. E non ne siamo ancora usciti.

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Fatturazione elettronica B2B, semplificare e automatizzare i processi https://www.datamanager.it/2018/10/fatturazione-elettronica-b2b-semplificare-e-automatizzare-i-processi/ Thu, 18 Oct 2018 14:08:40 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177178 Gestione documentale, sinergie gestionali e integrazione multicanale. L’imminente entrata in vigore dell’obbligatorietà della fatturazione elettronica tra privati impone ad aziende e utenti l’implementazione di strumenti e processi da rendere attivi al più presto. Chi è più avanti e come scegliere le soluzioni per ogni tipo di utenza con uno sguardo al futuro Il primo gennaio […]

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Gestione documentale, sinergie gestionali e integrazione multicanale. L’imminente entrata in vigore dell’obbligatorietà della fatturazione elettronica tra privati impone ad aziende e utenti l’implementazione di strumenti e processi da rendere attivi al più presto. Chi è più avanti e come scegliere le soluzioni per ogni tipo di utenza con uno sguardo al futuro

Il primo gennaio 2019 è ormai alle porte e tutti si preparano a lavorare con gli strumenti messi a disposizione da Agenzia delle Entrate e Sogei, l’azienda IT controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. È di Sogei infatti la piattaforma per automatizzare il processo di emissione, verifica e gestione delle fatture elettroniche generate da soggetti privati, attraverso il Sistema di Interscambio (SdI). A che punto siamo nel percorso verso l’entrata in vigore della nuova normativa? Dal coinvolgimento dei vendor in questo servizio è emerso un quadro incoraggiante che completa – se non altro – quello che emerge invece dai dati del sistema informatico gestito dall’Agenzia delle Entrate, con riferimento ai primi cinque mesi del 2018. Infatti, dopo l’atteggiamento generale di estrema cautela e in qualche caso di smarrimento, sembrerebbe che le imprese italiane stiano prendendo sul serio la nuova sfida europea, preparandosi con serietà al traguardo del 2019 e cogliendo l’occasione offerta dalla fatturazione elettronica B2B obbligatoria per progredire nel percorso di trasformazione digitale. Può preoccupare il carico di lavoro che graverà sul Sistema di Interscambio, obbligato a gestire in un intervallo di tempo limitato un numero di fatture a nove zeri. Abbiamo quindi chiesto alle aziende un parere sullo stato di avanzamento dei progetti legati alla fatturazione elettronica.

CHI È PIÙ AVANTI?

Secondo Stefano Peghini, direttore commerciale e marketing di EdiSoftware, quelli più pronti sarebbero gli attori delle software house – «forti dell’esperienza già fatta sulla PA e che hanno già lanciato sul mercato soluzioni software in grado di gestire invio e ricezione delle fatture elettroniche. EdiSoftware ha coinvolto la propria rete di partner da ottobre per poter poi portare ai clienti gli aspetti vincenti del processo». L’ottimismo sullo stato dell’arte dei progetti sul mercato è condiviso anche da Matteo Zaffagnini, direttore marketing di Top Consult, per il quale tutto sarebbe pronto per la scadenza di legge: «C’è la legge, ci sono le regole, c’è lo SdI, c’è il software adeguato, come quello di Top Consult. C’è tutto quello che serve e le aziende devono usarlo senza pensare a rinvii». Naturalmente – commenta Zaffagnini – «è più avanti chi si è già dotato della gestione documentale e lavora già senza carta». Siamo a buon punto insomma e a confermarlo c’è anche Giovanni Maria Martingano, amministratore di Ifin Sistemi: «In tantissimi cercano informazioni e una soluzione concreta, oltre a un aiuto per valutare quello che offre il mercato, dalla fatturazione elettronica alla conservazione digitale. Chi è partito prima sono le aziende che, per i volumi di fatture che gestiscono, hanno bisogno di avere uno spazio di prova per testare le soluzioni. Quindi le grandi aziende sono già in pista – spiega Martingano – mentre i più piccoli sono magari ancora in fase di selezione, spesso guidati dai fornitori di software gestionale».


#fatturazione elettronica #B2B Il duplice obiettivo della compliance e dell’innovazione
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MIGLIORARE I PROCESSI

In realtà, la questione è di tipo culturale – come mette in evidenza Silvia Montanari, president & CEO di Talea Consulting. Il mercato è diviso in due segmenti: «Le imprese che hanno colto le opportunità della digitalizzazione di processi e informazioni e quelle che hanno paura di investire in nuove tecnologie e affrontare imprevisti». Per le prime «l’adeguamento in corso risulta indolore», mentre le seconde «rischiano di dover improvvisare soluzioni tampone, non sempre in grado di aggiungere valore al business». Questa evoluzione è fotografata anche da Stefano Sordi, direttore marketing di Aruba, secondo il quale l’importante è capire che – «nonostante si tratti di un obbligo» – trasmettere fatture, utilizzando un servizio di fatturazione elettronica compliant – «è soprattutto un vantaggio». Sempre con l’obiettivo di trasformare la scadenza in opportunità, anche i clienti di SB Italia si stanno adeguando. Più avanti in questo processo di innovazione, sono soprattutto le aziende che vivono questo cambiamento «come un’opportunità per migliorare i processi e la competitività» – sottolinea Pablo Pellegrini, BU manager, document management, workflow & services. La necessità di considerare la fatturazione elettronica un’opportunità è una tesi condivisa praticamente da tutti. «La fatturazione B2B offre l’opportunità per una riflessione sull’effettiva natura della fattura stessa che, nella sua forma digitale, non ha nemmeno più l’accezione di documento ma è invece un set e flussi di dati correlati ai processi di business e non ai sistemi aziendali da cui prende origine» – spiega Luca Spina, direttore marketing di Intesa (Gruppo IBM). «In questo modo, le aziende più lungimiranti hanno colto l’occasione per rivedere in chiave strategica e digitale l’intero ciclo Source-to-Pay, dal rapporto con i fornitori, passando per la gestione del capitale circolante, quindi ai processi di fatturazione e, infine, alla gestione degli incassi».

CAMBIARE APPROCCIO

Cosimo Luigi Manes, CTO di Slesystem aggiunge che il 95% del tessuto economico italiano è costituito da piccole realtà che – «a differenza delle grandi aziende, devono ancora adeguarsi all’obbligo della fattura elettronica» – e questo apre buone opportunità per quegli operatori in grado di sfruttare al meglio il poco tempo rimasto. Un consiglio fatto proprio da Pierluigi Guidi, BU manager customer base di EOS Solutions per il quale occorre cambiare approccio e mentalità – «per trasformare la fatturazione elettronica da fastidioso ostacolo burocratico a opportunità per ridurre tempi e costi dei processi aziendali». Pertanto, meglio agire in anticipo sulla scadenza.

Secondo Piergiorgio Licciardello, business developer supply chain di Di.Tech, l’obbligo di fatturazione elettronica introduce cambiamenti all’interno delle imprese, ma le analisi congiunte effettuate con i clienti retail mettono in evidenza i vantaggi dell’ottimizzazione dei flussi. Si tratta quindi di un passo decisivo – «verso la trasformazione digitale delle imprese, che semplifica e migliora i processi, riducendo anche i costi della carta. La norma introduce un nuovo attore nel processo di fatturazione tradizionale, lo SdI, che rappresenta il vero cambiamento, con il formato standard XML».

Negli ultimi mesi, molte aziende hanno cominciato ad adottare la fatturazione elettronica per verificarne gli impatti sui processi interni e prepararsi alla scadenza del 2019. «Le aziende più grandi del manifatturiero stanno facendo come sempre da traino – evidenzia Daniele Lombardo, marketing & digital director di TeamSystem – ma l’attenzione è generalizzata. Nella maggior parte dei casi si sta ancora valutando come procedere e come rapportarsi con i propri fornitori, soprattutto quelli più piccoli».

SOLUZIONI PER OGNI TIPO DI UTENZA

Guardiamo ora più da vicino l’offerta di vendor e partner per agevolare le imprese a raggiungere il duplice obiettivo della compliance e dell’innovazione dei processi documentali. Esamineremo così gli strumenti offerti ai clienti per aiutarli a implementare o ad aggiornare più agevolmente i propri sistemi informativi e i processi, nonché l’approccio scelto: cloud, soluzioni on-premises o una via di mezzo? Per Giuseppe Tusa, product marketing manager di InfoCert (Gruppo Tecnoinvestimenti), le esigenze degli utenti possono variare – e anche di molto – a seconda del volume di fatture trattate, della dimensione organizzativa e della complessità dell’attività gestita dall’impresa. «Non può esserci perciò una soluzione di fatturazione elettronica che vada bene per tutti. Questo è il motivo che ha spinto InfoCert, che è intermediario di fatturazione accreditato presso il Sistema di Interscambio (SdI), a progettare Legalinvoice – «una suite per la fatturazione elettronica – spiega Tusa – che si compone di diversi moduli, come Legalinvoice START, dedicato alle microimprese e ai professionisti con partita IVA, che offre tutte le funzioni base per gestire la fatturazione elettronica in cloud in modo semplice e intuitivo». Per le PMI che hanno un ERP ma non operano direttamente con SdI, la proposta è Legalinvoice PRO – «che converte automaticamente le fatture in formato elettronico XML e gestisce tutti i flussi, anche massivi, da e verso SdI». Per le realtà più grandi che utilizzano ERP evoluti, Legalinvoice HUB rappresenta la soluzione più adatta, essendo – «un “connettore”, disponibile in cloud o cloud ibrido, in grado di personalizzare la soluzione di fatturazione elettronica, integrandola nei processi in uso». Infine, a beneficio degli utenti SAP, InfoCert ha recentemente siglato un accordo – «per l’integrazione di Legalinvoice HUB nelle soluzioni di Foriba, società che opera nell’e-Transformation e nell’ e-invoicing internazionale, per questo tipo di utenza».

STRUMENTI PRONTI ALL’USO

Le soluzioni evolute “ready-to-go”, basate sulla piattaforma documentale full-digital ARXivar, offerte da Talea Consulting non si limitano all’adeguamento normativo – spiega Montanari. «Oltre alla digitalizzazione dei processi per ciclo attivo e passivo, le richieste riguardano: fruizione dei documenti a medio/lungo termine; garanzia della corretta conservazione dei dati; massima automazione del processo di ricezione e invio delle fatture; condivisione delle informazioni collegate a tutte le risorse aziendali coinvolte». Anche TESISQUARE offre una soluzione completa, caratterizzata da tre componenti – come spiega a sua volta Gianmario Mollea, marketing & sales manager della linea di business DCO (Digital collaboration and optimization). La prima componente è – «la veicolazione dei documenti digitali con il supporto di un help desk 24/7, che gestisce in tempo reale le criticità». La seconda componente è costituita dalla conservazione dei documenti nel rispetto della normativa del paese di riferimento («siamo da anni conservatore accreditato AgID») e infine, la terza componente rappresentata dal portale B2B – «che gestisce l’intero ciclo della fattura, dall’acquisizione del documento in multicanalità, alla gestione del dato strutturato acquisito fino all’integrazione con i sistemi ERP già esistenti».

La soluzione di AbleTech si chiama IX-FE, e si tratta di un servizio in outsourcing integrabile a sistemi gestionali ed ERP che permette – spiega il direttore marketing Alberto Carrai – «di inviare/ricevere le fatture elettroniche XML, archiviare in automatico le notifiche del Sistema di Interscambio e portare in conservazione elettronica le fatture per conto delle aziende, evitando la gestione manuale delle singole fasi del processo. Si possono inoltre ricercare e consultare le fatture emesse, corredate dalle notifiche del SdI, da qualsiasi device mobile». Il mix di strumenti pronto all’uso ed economico targato Top Consult si chiama invece TopMedia Social NED.  Si tratta di una suite – spiega Zaffagnini – «dotata di strumenti social e collaborativi, che si basa sul nostro trentennale know-how in campo documentale. Abbiamo realizzato soluzioni di fatturazione elettronica B2B già 10 anni fa, pacchettizzate, indipendenti dal gestionale che produce la fattura, abbinate alla conservazione digitale (di cui Top Consult è il pioniere) e fruibili in house, su cloud o in service».

SEMPLIFICARE E AUTOMATIZZARE

È evidente che l’offerta di soluzioni sul mercato italiano sia piuttosto ampia e variegata. Infatti, le aziende attive su questo segmento sono molto dinamiche. Per esempio, Ifin Sistemi mette a disposizione delle imprese know-how e consulenza tecnologica, fiscale e gestionale per riuscire a inquadrare correttamente il progetto di transizione verso la soluzione di fatturazione elettronica. Dal punto di vista tecnologico, «la soluzione – spiega Martingano – può essere declinata come software o come servizio, nativamente implementata con la soluzione di conservazione digitale a norma più diffusa sul mercato. Quindi offriamo un unico canale che consente la ricezione e l’invio delle fatture, l’esecuzione dei controlli per evitare il rifiuto da parte del Sistema di Interscambio e la conservazione digitale di tutti i documenti. In più, abbiamo soluzioni in grado di gestire milioni di fatture in un giorno: quindi performance, integrabilità con qualunque sistema gestionale, semplicità d’uso. Quanto al modo di erogazione, on-premises o cloud, la scelta è del nostro cliente». Il nostro servizio di fatturazione elettronica di Aruba permette di gestire il processo di generazione, trasmissione e conservazione di fatture, parcelle, note di credito e debito, acconti e anticipi, in linea con quanto previsto dalla normativa di riferimento. «Si tratta – mette in evidenza Sordi – di un servizio pensato per semplificare, automatizzare e velocizzare i processi. La soluzione permette inoltre – di gestire in piena autonomia l’intero processo di fatturazione verso professionisti con partita IVA ma anche PA e consumatori finali». Quanto al tipo di approccio – spiega Sordi – è stato scelto quello in grado di «rendere più semplici le operazioni del cliente», caricando su Aruba – «le operazioni tecniche più complesse, che il cliente non deve più gestire manualmente. Il nostro software infatti lascia all’utente solo il compito di compilare in modo semplice la fattura: a tutto il resto pensiamo noi». Il software viene fornito in modalità SaaS (Software-as-a-Service) – «quindi accessibile da qualsiasi dispositivo sia su piattaforma desktop che mobile. Garantiamo differenti livelli di integrazione con i sistemi gestionali. Per esempio, il piccolo cliente potrà importare ed esportare fatture elettroniche per consentire una corretta contabilizzazione nel suo sistema gestionale; mentre le aziende enterprise potranno integrare il proprio sistema con il nostro software mediante i web service che mettiamo a disposizione».

INTEGRAZIONE MULTICANALE

Pierfrancesco Angeleri, managing director di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia crede fortemente nella centralità della figura del commercialista anche nel processo di digitalizzazione della fatturazione. Questa figura professionale (118mila secondo l’associazione di categoria, ai quali si aggiungono oltre 430 studi associati) ha l’opportunità di automatizzare il processo e acquisire moltissimi dati utili nel contesto di realtà economiche di qualsiasi dimensione. «Il nostro applicativo di punta – spiega Angeleri – Fattura SMART è facile, flessibile, accessibile e facile da usare e piace molto ai clienti, che lo ripropongono autonomamente ai loro contatti».

L’approccio di Edisoftware è stato di segmentare le aziende per dimensioni e propensione al colloquio con il commercialista. Le soluzioni offerte sono su diversi livelli. «Un primo livello – chiarisce Peghini – prevede l’utilizzo di un modulo Telematico Digitale che consente la generazione della fattura elettronica XML e la relativa acquisizione manuale. Un secondo livello, Hub Digitale si occupa della firma, invio al Sistema di Interscambio e conservazione delle fatture emesse e ricevute». Ma il plus principale – secondo Peghini – non sta né nell’adempimento degli obblighi di legge né nel risparmio dal confronto carta/digitale, ma – «nella maggior efficienza dei processi di invio, e soprattutto di ricezione e registrazione automatica delle fatture passive nel gestionale», un vantaggio valido per tutte le aziende, «dalle piccole alle medie». E per quanto riguarda l’approccio adottato? «La maggior parte delle funzionalità – risponde Peghini – sono state implementate nel cloud, anche per consentire a noi e alla nostra rete di partner una distribuzione efficace di aggiornamenti per possibili modifiche dell’ultimo minuto. In aggiunta a ciò nasce un portale, meglio declinato come Hub, che diventa il nuovo “faldone” digitale, cioè archivio per le aziende».

La piattaforma Fattura Semplice di SB Italia consente alle aziende l’integrazione di flussi multicanale di fatturazione sia per il ciclo attivo che per il ciclo passivo e la piena gestione della fattura elettronica. «Da anni – aggiunge Pellegrini – siamo intermediari accreditati presso l’Agenzia delle Entrate per la trasmissione delle fatture alla PA e tra privati. Fattura Semplice permette alle aziende di implementare soluzioni organizzative più congegnali alle proprie realtà, integrando i flussi gestiti con i sistemi informativi aziendali. Le aziende scelgono la nostra soluzione perché non cercano un semplice intermediario per l’invio e la ricezione della fattura, ma una soluzione in grado di migliorare e digitalizzare efficacemente i processi interni». E in termini di approccio? «La piattaforma Docsweb – sulla quale è basata Fattura Semplice – è presente in Italia su un parco installato notevole come soluzione di enterprise content management (ECM) ed è utilizzata in modalità sia on-premises che cloud, mentre Fattura Semplice è fornita in cloud».

Slesystem con eFatturazione.it si rivolge alle piccole imprese e ai liberi professionisti, concentrandosi su tre fattori chiave: «Usabilità, mobile, offline» – spiega Manes. L’attenzione è stata posta su di un «fattore tecnico importante» – che è la continuità operativa. «Eliminando la dipendenza dalla rete, l’applicazione risulta accessibile in qualsiasi momento con un’interfaccia fluida e reattiva». Si tratta del primo software di fatturazione elettronica nel cloud «che garantisce il supporto offline, permettendo continuità operativa in qualsiasi condizione di utilizzo». L’approccio di Slesystem prevede l’adozione di tecnologie avanzate «che portano i vantaggi del cloud combinati con quelli dell’on-premises».


#fatturazione elettronica #B2B Da obbligo a opportunità per ridurre tempi e costi dei processi
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SINERGIE GESTIONALI

Guidi di EOS Solutions spiega che la sua azienda è in grado di offrire una soluzione completamente integrata: «Aiutiamo le PMI proponendo, in collaborazione con Able Tech (ARXivar), una soluzione completa e integrata al sistema ERP Dynamics NAV». Infatti – «l’ERP consente di emettere la fattura elettronica in formato XML e si integra con un portale di intermediazione che gestisce l’invio automatico al Sistema di Interscambio e la ricezione delle conferme, fino alla conservazione in modalità cloud outsourcing». Non solo: vengono controllate anche le fatture passive attraverso il SdI. «È possibile infatti gestire le fatture fornitori elettroniche ricevute mediante un portale web, che interagisce con il SdI e permette il controllo delle fatture passive in modalità strutturata, con possibilità di integrarle all’interno del processo di contabilizzazione del sistema ERP».

Di.Tech con Licciardello propone la soluzione OpenBusiness – con e-bill tracking, il nuovo modulo della suite Di.Tech di supply chain collaboration, in modalità di servizio cloud per la gestione dei flussi di fatturazione che – «oltre a svolgere le tipiche funzioni di intermediario, si occupa di semplificare le comunicazioni tra gli strumenti IT aziendali e lo SdI» – superando, secondo Licciardello – «la criticità dell’adozione dell’XML». Inoltre, con l’introduzione di smart-bill – «il servizio di gestione self-service della fattura elettronica da scontrino sia nella stazione carburanti che nel supermercato» – si interviene anche nella relazione tra punto vendita e consumatore, chiudendo il cerchio della fatturazione elettronica.

TeamSystem affida a Lombardo la conclusione della carrellata, spiegando l’offerta dell’azienda che ha investito nella creazione di una piattaforma cloud, Agyo, per lo scambio di dati tra aziende, studi professionali e lo SdI – «alla quale possono accedere tutte le aziende che devono inviare fatture elettroniche, indipendentemente dai sistemi gestionali in uso, e gli studi professionali, che possono gestire la fatturazione elettronica anche per conto dei propri clienti». Con quali vantaggi? «La semplicità di utilizzo e la certezza di poter eseguire tutti i passaggi richiesti da un unico punto e perfettamente a norma» – risponde Lombardo. «Nell’ambito delle nostre soluzioni, abbiamo reso completamente automatica la generazione e invio di fatture elettroniche attraverso Agyo, e abbiamo automatizzato il ricevimento delle fatture elettroniche passive, con relativa verifica e contabilizzazione». Per raggiungere l’obiettivo, TeamSystem ha scelto di lavorare totalmente in cloud per quanto riguarda la piattaforma Agyo – «mentre la generazione delle fatture attive e il trattamento delle fatture passive sono componenti dei gestionali TeamSystem e possono essere sia in cloud che on-premises».

UNO SGUARDO AL FUTURO

Dopo aver dato uno sguardo, anche se rapido, all’offerta del mercato, la risposta che rende concordi i vendor probabilmente continua a rappresentare una domanda ancora aperta per gli utenti. La fatturazione elettronica rappresenta un’opportunità per il futuro? E in che modo? Secondo Guidi di EOS Solutions, la fatturazione elettronica – «si traduce in una maggiore produttività e in una più efficiente gestione dei processi amministrativi, riducendo errori e attività manuali. La revisione dei processi è fondamentale per sfruttare completamente i potenziali benefici derivanti dal nuovo formato». Infine, c’è da notare che, in caso contrario – si rischierebbe di raddoppiare i costi per la gestione dei documenti, sia elettronici che cartacei.

Noi siamo convinti che l’obbligatorietà della fatturazione elettronica abbia dato una spinta alla digitalizzazione dei processi delle aziende» – commenta Martingano di Ifin Sistemi. Infatti, chi è partito con la fatturazione elettronica già da qualche mese – «ha ottenuto ottimi risultati anche in termini di gestione dei processi. Perché il risparmio vero non è tanto la carta che si stampa, ma la possibilità di automatizzare determinati processi spostando il personale che fa banale data entry su attività a maggior valore aggiunto». Per le imprese italiane, si tratta di una grande opportunità di transizione verso il digitale. Un’opportunità da cogliere anche per Zaffagnini di Top Consult – per imparare a lavorare senza carta in tutta l’azienda: «La fattura è solo uno dei documenti su cui ruota l’attività amministrativa e produttiva dell’impresa e diventa più significativa se è inserita nel flusso dei documenti che la precedono e la seguono. Dietro l’obbligo di legge c’è una reale opportunità organizzativa che può essere estesa ad altri settori, dal marketing al personale, sfruttando le potenzialità della soluzione documentale sviluppata da un partner esperto come noi».

UN ECOSISTEMA PER IL BUSINESS

Per Sordi di Aruba, l’Italia sta facendo passi avanti su tanti fronti per incentivare la digital transformation. Anche se la spinta all’innovazione nasce da un obbligo normativo – «i risultati sono stati positivi» – come nel caso dell’adozione obbligatoria della PEC per aziende, professionisti e PA. Per la fatturazione elettronica B2B, fra l’altro, va ricordato che – «tra i principali obiettivi della nuova normativa – spiega Sordi – c’è la semplificazione delle procedure di fatturazione, la dematerializzazione dei documenti e un maggior controllo del flusso di denaro tra le aziende. Si va ad alimentare quindi tutto ciò che serve per migliorare la qualità del business delle aziende nel prossimo futuro». L’ottimismo di Sordi è condiviso anche da tutti gli altri vendor.

«La fatturazione elettronica B2B – afferma Angeleri di Wolters Kluwer – è davvero una panacea per la trasformazione digitale del nostro Paese». Infatti, l’obbligatorietà della dematerializzazione del processo di fatturazione – «spingerà verso la digitalizzazione un numero importante di realtà economiche» – tra cui si valutano – «circa 5 milioni di partite IVA coinvolte». Questo significa la necessità di intraprendere con decisione un percorso digitale, che – continua Angeleri – «porterà grandissimi benefici all’intero ecosistema produttivo italiano». Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia svolge un ruolo – «di sostegno ai professionisti, che nella trasformazione digitale troveranno più spazi per aumentare il valore della loro consulenza e in definitiva regaleranno progresso e prosperità, oltre che ai loro clienti, anche alle loro organizzazioni. La trasformazione digitale è una sorta di movimento democratico verso uno sviluppo più diffuso». La spinta alla digitalizzazione offerto dalla nuova normativa è un punto condiviso anche da Lombardo di TeamSystem per il quale la fatturazione elettronica rappresenta uno stimolo alla digitalizzazione – «in senso più ampio e con importanti obiettivi di efficienza». Infatti il formato elettronico – «si può facilmente estendere ad altri documenti della supply chain come ordini, conferme d’ordine, pianificazione delle consegne per migliorare molti processi. Non solo: «La piattaforma Agyo offre già servizi di interscambio tra le aziende e il circuito bancario per la contabilizzazione dei movimenti, che possono anche essere estesi alla gestione del credito e dei pagamenti».

Per Peghini di EdiSoftware, si tratta di uno dei pochi casi dove l’obbligatorietà – «non è vissuta come un peso da parte delle aziende», bensì «come impulso sia per migliorare i processi e i metodi organizzativi», ma anche – «per considerare seriamente una rivoluzione digitale interna in grado di portare a una revisione di procedure con evidenti risparmi economici». Le imprese che hanno constatato quanto sia più efficace e veloce scambiare flussi di informazioni invece che documenti cartacei sono le stesse che esprimono l’esigenza di accelerare il percorso di innovazione. Si tratta quindi – aggiunge Montanari di Talea Consulting – «di un vero e proprio volano per la digitalizzazione, specie per le imprese che automatizzeranno i flussi del ciclo passivo». Questo trend consentirà tra l’altro – «di diminuire ulteriormente il gap informatico che ancora divide i cosiddetti “nativi digitali” dai lavoratori “analogici”, accrescendo quindi le loro competenze digitali» – che risulta uno dei motivi conduttori legati a questo tipo di progetti.


#fatturazione elettronica #B2B Come evitare il rischio di improvvisare soluzioni tampone
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VERSO L’EXTENDED ENTERPRISE

Un punto di vista leggermente diverso è quello espresso da Pellegrini di SB Italia, secondo il quale possiamo parlare veramente di vantaggio, quando c’è – «la possibilità di estendere i processi aziendali verso gli attori esterni alla propria organizzazione (clienti e fornitori), consentendo per esempio la realizzazione di processi di controllo e registrazione automatica dei documenti». Ma Pellegrini va oltre, spiegando che questo passaggio culturale non deve portare solo a – «slegarsi progressivamente dal concetto di documento» – ma deve condurre anche a una nuova cultura aziendale – «della gestione del dato». In questo processo di evoluzione dal documento al dato, le grandi imprese sono più avvantaggiate, in quanto – come spiega Spina di Intesa – «guidate dall’ambizione di perseguire il modello di “extended enterprise” che contempla controllo e monitoraggio di tutti i dati di business (inbound/outbound)».  Anche le aziende di dimensioni ridotte e i professionisti avranno una chance per adeguarsi e trasformarsi, se lo faranno – prosegue Spina – «in modo progressivo e con un investimento commisurato alle proprie possibilità, attraverso servizi facili da acquisire e implementare, in grado di dialogare con il gestionale da un lato e l’ecosistema di business dall’altro, integrando i flussi con il Sistema di Interscambio».

Infatti, i diversi modelli proposti da Intesa per gestire la fatturazione B2B si basano sul principio che – «le scelte tecnologiche devono essere guidate dai processi aziendali e i nuovi servizi si devono adattare a quelli presenti, migliorandone l’efficacia». La valenza della normativa sulla fatturazione elettronica va considerata – afferma Carrai di AbleTech – «come un potente mezzo a disposizione delle aziende per automatizzare il processo d’invio delle fatture, abbattendone i tempi di esecuzione e migliorandone l’accuratezza». Ma con quali benefici? «Si tratta di margini di miglioramento che riguardano moltissimi aspetti» – risponde Carrai. «Per esempio, il formato XML diventerà standard per tutti i fornitori. Una conquista importante, considerata la miriade di formati differenti che tuttora circolano». Anche la revisione in chiave completamente digitale delle procedure interne di approvazione e di validazione delle fatture, oggi ancora legate ai documenti cartacei, rappresenta un altro innegabile vantaggio. «Ma la più grande opportunità della fatturazione elettronica – afferma Carrai – sta nell’aprire le imprese alla gestione digitale integrata di tutte le fasi della fattura: profilazione, distribuzione, autorizzazioni interne, validazioni, fino all’invio, con grandissimi vantaggi in termini di abbattimento dei tempi, riduzione dei costi di gestione delle informazioni da scambiare e miglioramento nell’accuratezza del processo, eliminando le attività a forte contenuto manuale». Vantaggi che valgono anche per le piccole imprese. Secondo Manes di Slesystem la fatturazione elettronica obbligatoria porterà non solo un risparmio economico – «ma anche la possibilità di monitorare il proprio business tramite analisi e modelli predittivi applicati sui dati raccolti». Inoltre, offrirà anche – «una forte spinta verso la conoscenza di nuove tecnologie e aspetti organizzativi e manageriali importantissimi per lo sviluppo dell’attività di impresa».

CONCLUSIONI

Questa panoramica sulle prospettive del mercato alla vigilia dell’entrata in vigore delle nuove norme che obbligano all’adozione della fatturazione elettronica anche tra privati non pretende di essere esaustiva, ma sicuramente può contribuire a offrire un quadro più completo di come si sta muovendo il mondo IT per rispondere alle esigenze delle aziende di ogni dimensione che operano in Italia. L’impressione che ne abbiamo ricavato e che speriamo di essere riusciti a trasmettervi è quella di vendor impegnati non solo sul lato dell’offerta, ma soprattutto attenti alle esigenze delle imprese utenti alle prese con la complessità del mercato e le sfide della trasformazione digitale per restare competitive.

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Salute e intelligenza artificiale, ecco i sette fattori chiave https://www.datamanager.it/2018/10/salute-e-intelligenza-artificiale-ecco-i-sette-fattori-chiave/ Thu, 18 Oct 2018 13:06:19 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177170 Imaging digitale, digitalizzazione dei record, adattabilità del deep learning, ricerca, semplificazione, open source, apprendimento costante. Ecco i driver che rivoluzioneranno la ricerca medica e non solo Ci metto la mano sul fuoco. O Quasi. La prossima rivoluzione guidata dall’intelligenza artificiale impatterà in maniera dirompente il settore sanitario. Con l’aiuto di Nicola Marino, specializzato in Tecniche […]

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Imaging digitale, digitalizzazione dei record, adattabilità del deep learning, ricerca, semplificazione, open source, apprendimento costante. Ecco i driver che rivoluzioneranno la ricerca medica e non solo

Ci metto la mano sul fuoco. O Quasi. La prossima rivoluzione guidata dall’intelligenza artificiale impatterà in maniera dirompente il settore sanitario. Con l’aiuto di Nicola Marino, specializzato in Tecniche Ortopediche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ho conosciuto il lavoro di un importante ricercatore dell’Università di Toronto: David Naylor. In estrema sintesi, secondo il Dr. Naylor, i fattori che guideranno l’uso dell’intelligenza artificiale nel mondo della sanità sono sette.

Il primo è l’imaging digitale. In tutte le sue varie forme, il digital imaging sta diventando più potente e più integrato nella medicina e nell’assistenza sanitaria. Diversamente dall’apprendimento profondo, infatti, l’interpretazione umana esperta non riesce a memorizzare e a comprendere tutti gli schemi, o “regolarità”, che possono essere estratti da insiemi di dati molto grandi e usati per l’interpretazione di immagini fisse e in movimento. Il deep learning e i relativi metodi di apprendimento automatico hanno la capacità di analizzare e studiare da un numero sempre maggiore di immagini rispetto a qualsiasi esperto umano (medici, prima di tutti), continuare ad apprendere e adattarsi nel tempo, mitigare la variabilità interosservatore e facilitare un migliore processo decisionale e una terapia più guidata dall’immagine.

Il secondo è la digitalizzazione dei record. La conservazione su supporti digitali di dati relativi alla salute sta accelerando, così come la condivisione di set di dati altamente etichettati e specializzati di alta qualità. Queste fonti di dati offrono nuove opportunità per l’applicazione di estrazione delle informazioni e il perfezionamento degli algoritmi.

Il terzo è la versatilità o adattabilità del deep learning per l’analisi integrativa di insiemi di dati eterogenei raccolti da fonti diverse. Dati eterogenei derivanti dallo studio in comune di quelli demografici, clinici e sanitari temporali, segnali e immagini biomediche, genetici, biomolecolari, di percorsi clinici e di reti sociali. Questi record possono essere aggregati a più livelli: attraverso gruppi di pazienti per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico; attraverso team di professionisti sanitari per la gestione della sicurezza, della qualità e della produttività; attraverso le istituzioni per la profilazione comparativa delle prestazioni; e attraverso i sistemi di assistenza sanitaria per l’elaborazione delle politiche pubbliche.

Il quarto fattore racchiude l’esaltazione e la facilitazione di fare ricerca. Il deep learning ha un’enorme capacità di esaltare il processo di scoperta nella ricerca sanitaria e di facilitare la generazione di ipotesi identificando nuove associazioni. Le aziende affermate e start-up, infatti, stanno utilizzando algoritmi di deep learning per selezionare o progettare nuove molecole da testare come prodotti farmaceutici o biologici, con l’esplorazione in silicio che precede l’esame in vitro e la sperimentazione in vivo.


#AILab L’AI per un nuovo modello di ricerca nella #Sanità – @simeoneantonio1
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I ricercatori di tutte le discipline hanno anche trovato cluster inaspettati all’interno di insiemi di dati confrontando l’intensità di attivazione dei rivelatori di caratteristiche negli strati nascosti di reti neurali profonde. La semplificazione è il quinto fattore. Laddove il deep learning mostra la promessa di semplificare il lavoro di routine degli operatori sanitari e di responsabilizzare i pazienti, promuovendo in tal modo un paradigma più sicuro, più umano e partecipativo per l’assistenza sanitaria. Diverse fonti offrono stime diverse della quantità di tempo sprecato dagli operatori sanitari in compiti che possono essere sottoposti ad alcune automazioni (per esempio, lo screening di immagini di alta qualità).

In combinazione con dispositivi indossabili, monitoraggio remoto e consultazioni digitali, le tecniche di apprendimento automatico possono aggirare l’antico modello di raccolta e interpretazione intermittente e saltuaria dei dati durante l’esame clinico. Questi progressi possono promuovere un’auto-cura più efficace e consapevole da parte dei pazienti e delle famiglie. A lungo termine, l’intelligenza artificiale può mettere in relazione tali caratteristiche personalizzate con il corso clinico di pazienti simili, utilizzando i dati di milioni di cartelle cliniche contenenti miliardi di eventi medici. Questi studi potrebbero fornire a professionisti e pazienti informazioni notevolmente migliori, più specifiche e con il tempo in più a disposizione dare l’opportunità di svolgere compiti esclusivamente umani: costruire relazioni, sviluppare empatia e usare il giudizio umano per guidare e consigliare.

Il sesto fattore è l’open source del deep learning. I giganti della tecnologia stanno facendo massicci investimenti nello sviluppo di librerie software per l’apprendimento approfondito, molte delle quali sono open source. Queste multinazionali, come le startup, stanno applicando strumenti di deep learning sull’assistenza sanitaria di tutto il mondo. Inoltre, molti team accademici e non profit pubblicano e condividono algoritmi liberamente, e lo sviluppo locale è ormai diffuso.

L’ultimo fattore è il l’apprendimento costante. Indipendentemente dai perfezionamenti tecnici, le prestazioni del deep learning miglioreranno non appena i set di dati diventeranno più grandi, meglio collegati ed etichettati.

SCENARI E INVESTIMENTI

Questi sette driver di sviluppo tracciano diversi scenari evolutivi. In tutti i casi, si tratta di fattori potenziali. Non certi. Futuristici. Basti pensare all’uso che è stato fatto del primo fattore (Imaging digitale) integrato a Google Maps. In un recente studio dell’Università di Washington, due ricercatori hanno usato il deep learning (Convolutional Neural Network) e Google Maps per stimare i livelli di obesità in sei città degli Stati Uniti. La ricerca afferma che il potere predittivo riguardo i tassi di obesità (circa il 60%) deriva dalla presenza di laghi e parchi rilevati dalla rete neurale ovvero dalle immagini satellitari di Google Maps. Non è abbastanza futuristico? Ad ogni modo gli USA – se questo è il futuro – ci stanno già investendo una montagna di soldi. Le più grandi multinazionali di consulenza statunitensi stanno facendo a gara per appropriarsi – o meglio – acquisire i dati, che siano numeri o anche immagini, dei pazienti negli ospedali. E lo fanno soprattutto attraverso l’investimento indiretto in startup bio-tech.

Questo perché con quei dati si possono studiare sfumature che passano inosservate ai medici e che l’intelligenza artificiale riesce a cogliere. Pattern usati non meramente per uso diagnostico ma soprattutto previsionale in ottica assicurativa. Sapete cosa significherebbe per un’assicurazione? Riuscire a prevedere gli incidenti, i pattern ricorrenti, le malattie di tanti suoi clienti? E studiare il comportamento di questi ultimi alla guida o a lavoro? Centina e centinaia di dati si nascondono e noi non li andiamo a cercare. Continuiamo a rincorrere la prossima criptovaluta o la nuova ICO. Miopia. Perché la nuova ricchezza è celata dietro pochi semplici dati. Chi ha accesso alla nostra storia clinica – e spero che sia una macchina – ci aprirà le porte verso un nuovo mondo. Immaginate una piattaforma open source di scienziati di dati che cercano soluzioni alle malattie da tutto il mondo, e che passano in rassegna i numeri anonimi e li studiano con l’IA. Si passerebbe così da un sistema centralizzato e riservato (ospedali, governi, etc.) a uno dove le informazioni sono a disposizione di tutti, decentralizzate e completamente anonime. Ricorda il bitcoin. Ma non inquina.

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Diego Piacentini e l’innovazione nella PA https://www.datamanager.it/2018/10/diego-piacentini-linnovazione-nella-pa/ Thu, 18 Oct 2018 10:42:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177144 Governance e investimenti. Il vero freno alla trasformazione digitale è il fattore legacy che non è solo tecnologico ma culturale Dovremmo correre, ma camminare è meglio che stare fermi. Potrebbe essere questa la fotografia della PA in Italia. Con tre milioni di dipendenti, la Pubblica Amministrazione è la più grande azienda italiana. Secondo i dati […]

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Governance e investimenti. Il vero freno alla trasformazione digitale è il fattore legacy che non è solo tecnologico ma culturale

Dovremmo correre, ma camminare è meglio che stare fermi. Potrebbe essere questa la fotografia della PA in Italia. Con tre milioni di dipendenti, la Pubblica Amministrazione è la più grande azienda italiana. Secondo i dati della Scuola di Pubblica Amministrazione di Oxford (InCiSE Index), su 31 paesi, l’Italia è in coda alla classifica (27esimo posto) per efficienza e qualità dei servizi. Nella classifica DESI della Commissione europea sull’attuazione dell’Agenda Digitale, siamo al 25mo posto, quartultimi prima di Romania, Bulgaria e Grecia.

Nel 1997, siamo stati il primo paese in Europa a sperimentare la carta di identità elettronica. Venti anni dopo, siamo l’unico paese dove le carte di identità cartacee in circolazione sono la maggioranza. In questi 20 anni, il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione non ha conosciuto una vera rivoluzione. Solo negli ultimi cinque anni, si è mosso qualcosa. Pubblica amministrazione significa scuola, sanità, giustizia, sicurezza, ricerca, fisco, trasporti, energia. La PA è il motore dello Stato e determina l’attrattività degli investimenti e dei cervelli. Può essere un facilitatore se funziona oppure un macigno sullo sviluppo e il benessere economico se non funziona. Dal 2014 al 2020 sono stati assegnati 11 miliardi di fondi europei per la trasformazione digitale. Nel 2017, ne abbiamo spesi solo il 5%. Con PagoPA, nel 2017  le transazioni sono solo 4 milioni (dato di ottobre). E al sistema SPID risultano iscritti solo 1,9 milioni di cittadini. Nel 2018, il totale delle transazioni è schizzato a quota 14.656.109 con un tasso di crescita del 219% rispetto ai mesi dell’anno precedente, mentre le identità rilasciate hanno raggiunto quota 2.869.994.

Una delle 14 misure dell’Agenda Digitale italiana è l’anagrafe nazionale dei cittadini residenti (ANPR) per la quale nel 2013 sono stati stanziati 23 milioni di euro. Solo 721 sugli ottomila comuni italiani (il 9% – dati aggiornati al 12 ottobre 2018) hanno aderito alla piattaforma, riversando i dati dall’anagrafe locale a quella centrale. Tra i comuni virtuosi ci sono Bergamo, Como, Trento, Torino, Milano, Martina Franca. Con l’adesione all’ANPR le pratiche demografiche diventano operazioni automatizzate, semplici e immediate. E per l’amministrazione significa un risparmio sui costi e servizi migliori. L’inefficienza della PA ci costa quasi 30 miliardi di euro, circa 2 punti di PIL. Per le imprese, in particolare, la burocrazia rappresenta un costo molto rilevante, con impatti che si attestano tra il 2% e il 4% del fatturato e con pesi più elevati al decrescere della dimensione dell’azienda.

Il Governo italiano si sta muovendo anche su intelligenza artificiale e blockchain con l’istituzione di due commissioni ad hoc e di un Fondo nazionale per l’innovazione digitale. Nel decreto Milleproroghe è stato inserito il rinnovo di un anno del Team per la Trasformazione Digitale che non sarà più guidato da Diego Piacentini. Al termine dei 45 giorni di “propogatio” (che scadranno alla fine di ottobre), l’ex commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale e vicepresidente di Amazon (ruolo lasciato in agosto) è pronto a passare il testimone e a tornare a Seattle dalla sua famiglia.

Al momento, si conosce solo il nome della nuova direttrice generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, Teresa Alvaro. Per Diego Piacentini, che lavorerà fino alla nomina del nuovo commissario, la condizione di partenza per innovare la PA – «è una governance che parta dal centro». Una condizione necessaria ma non sufficiente perché – «solo con una sinergia concreta con le amministrazioni locali si può realizzare questo processo di cambiamento». Il ridisegno dei processi e la loro digitalizzazione possono dar luogo a una vera spending review e determinare una crescita di efficienza. Ma la bassa velocità di adozione e la dimensione frammentata con cui marcia l’innovazione della PA sul territorio disegnano ancora una geografia estremamente discontinua e disomogenea.


La trasformazione digitale nella #PA come leva per la crescita – @diegopia
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Data Manager: Come definirebbe il lavoro svolto in questi due anni?

Diego Piacentini: Come quello di un idraulico. Abbiamo lavorato per cambiare il sistema della PA dall’esterno. Il team digitale è un manipolo di data scientist, analisti dei processi complessi, esperti legali, che in questi 24 mesi ha navigato tra regole e ostacoli, anche contro corrente. Sono orgoglioso dei risultati raggiunti.

Che cosa lascia?

Un team di persone straordinarie e capaci. Mi auguro che il Governo possa andare avanti prendendo in considerazione le nostre proposte in materia di finanziamenti, governance e competenze per proseguire il cammino fatto e accelerare la trasformazione digitale del Paese.

Non conoscere i meccanismi della PA è un limite?

In realtà è stato l’unico modo per non fermarsi davanti ai tanti no che abbiamo ricevuto. Il cambiamento non è solo una questione di tecnologia, ma di persone. L’abbattimento dei silos organizzativi in cui sono impegnate le imprese, si deve applicare anche alla PA. Il tuo cliente non è l’altro ufficio. Il tuo cliente è il cittadino. Quando riusciremo a pensare in questo modo, l’integrazione sarà un passaggio naturale.

L’Estonia è nella top ten dei paese più digitalizzati d’Europa. Questo significa che il fattore legacy è il vero freno alla trasformazione digitale?

Il cambiamento dell’esistente è la parte più complicata. Il fattore legacy, che non è solo tecnologico ma culturale, è uno dei freni principali alla trasformazione. La situazione della PA in Italia non è omogenea. Ci sono realtà molto avanzate e situazioni di grande ritardo. Spesso non dipende dai singoli individui, ma dall’organizzazione nel suo complesso. La Gran Bretagna è partita con un team digitale simile al nostro nel 2010. Noi siamo partiti a settembre 2016, e abbiamo rimosso un gap di sei anni. Ovviamente, dobbiamo recuperare il tempo perduto.

Qual è la strategia che avete adottato?

Abbiamo lavorato molto sulla awareness. Molti amministratori e molti politici non si rendono conto che la trasformazione digitale non è solo l’investimento IT di cui si deve occupare il responsabile dei sistemi informativi, ma è un’attività prevalentemente di governo delle organizzazioni. E per questo motivo, ha senso che la regia resti nelle mani della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Allo stesso modo, in un comune è il sindaco che deve guidare l’innovazione, esprimendo una strategia, creando una squadra, affidandosi a un assessore competente. Il vertice deve dettare le priorità e i piani di esecuzione.

Qual è il messaggio chiave?

Tutte le pubbliche amministrazioni centrali e locali devono comprendere che senza trasformazione digitale non si va da nessuna parte e si influenza negativamente la crescita del Paese. Mi auguro che tra cinque anni, saremo nella posizione della Gran Bretagna. Il cittadino ha una esperienza atavica di inefficienza della PA. In pratica, gli italiani sono educati all’inefficienza. Come Paese, dobbiamo essere in grado di rovesciare questo modello negativo.

Si parla molto di intelligenza artificiale anche nella PA. Che cosa ne pensa?

Il sito web del Team Digitale è bilingue ed è tradotto completamente in inglese da un algoritmo di translation machine, messo a punto da una startup romana. L’intelligenza artificiale è un tema importante, ma ha senso parlare di AI su singole applicazioni e non per il governo generale di un’organizzazione. Quello che serve veramente in questo momento è garantire l’accesso al dato, che non è una questione legislativa, ma di processo.

C’è un problema di ownership dei dati?

L’atteggiamento più diffuso è che il dato è mio e non lo condivido. Bisogna passare da un concetto di convenzione a uno di apertura del dato. Per questo nel Piano triennale abbiamo puntato sull’interoperabilità e su applicazioni di esposizione dei dati in grado di fare da piattaforma per l’erogazione di altri servizi. Non si può parlare di intelligenza artificiale se non risolviamo il problema dell’accessibilità del dato.

Qual è il consiglio per le imprese?

Mettere al centro il cittadino/utente/cliente significa partire dal problema. Spesso si fa il contrario, partendo dalla soluzione astratta. I fornitori di tecnologie possono fare da driver, ma devono essere responsabili delle scelte e anche degli errori.

Si è definito un idraulico della PA. Dopo due anni, lo rifarebbe?

Assolutamente sì. Credo che sia stata una delle esperienze professionali più importanti della mia vita. Ogni manager, dopo 30 anni in azienda, dovrebbe mettersi a disposizione del Paese. È il concetto di civil servant. Portare nella PA le esperienze migliori, maturate nel mondo delle imprese, permetterebbe non solo di accelerare il cambiamento, ma di assicurare continuità all’innovazione.

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Digitalizzazione dei beni artistici. A imperitura Memooria https://www.datamanager.it/2018/10/digitalizzazione-dei-beni-artistici-a-imperitura-memooria/ Thu, 18 Oct 2018 10:18:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=177139 La startup modenese sfrutta le tecnologie di ripresa sviluppate negli anni dal suo fondatore, per una nuova offerta mirata ai collezionisti e ai musei. Grazie all’alta definizione e a blockchain è possibile certificare e valorizzare un dipinto, attivando processi di conservazione preventiva La tecnologia prima e la digitalizzazione poi hanno avuto un impatto importante sui […]

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La startup modenese sfrutta le tecnologie di ripresa sviluppate negli anni dal suo fondatore, per una nuova offerta mirata ai collezionisti e ai musei. Grazie all’alta definizione e a blockchain è possibile certificare e valorizzare un dipinto, attivando processi di conservazione preventiva

La tecnologia prima e la digitalizzazione poi hanno avuto un impatto importante sui linguaggi dell’espressione artistica. Forse, gli esempi più clamorosi, sul piano creativo, vengono dal fronte della composizione e dell’esecuzione musicale, con alle spalle oltre un secolo di realizzazione e uso esecutivo e compositivo di strumenti musicali elettronici e sintetizzatori del suono. Il rapporto tra manualità e automazione nel campo delle figurative si muove ancora su un terreno più documentale e museale che creativo, anche se in particolare negli ultimi anni il mondo della fotografia digitale ha prodotto moltissimi contenuti artisticamente innovativi. L’esperienza di Memooria nasce, come una costola, proprio nell’ambito della fotografia digitale ad altissima definizione, con una finalità rivolta all’autenticazione, la conservazione preventiva e la valorizzazione dei patrimoni artistici pubblici e privati. Tredici anni fa, il suo fondatore Luca Ponzio, aveva lanciato una prima iniziativa, Haltadefinizione, in seguito confluita nel gruppo editoriale Franco Cosimo Panini. Ponzio – una carriera di studi in ingegneria delle telecomunicazioni interrotta per dare vita, nel 1999, a una società specializzata in qualità del software – aveva imboccato la strada dello sviluppo di tecnologie di riproduzione digitale focalizzata sulle opere d’arte.

ALGORITMI DI CATALOGAZIONE E BLOCKCHAIN

Sul sito di haltadefinizione.com si trovano molti esempi del lavoro svolto su grandi capolavori come gli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova, il Bacco del Caravaggio, la Venere di Urbino del Tiziano. «Il passaggio a una nuova startup – racconta il fondatore di Memooria – coincide con un picco di capacità delle nostre tecniche di fotografia. Con un gigapixel di definizione siamo arrivati alla soglia dei limiti fisici. Con Memooria vogliamo andare oltre, interrogandoci sulle cose che possiamo fare per assicurare ai posteri una memoria fedele delle opere d’arte, un bene intrinsecamente deperibile, nello stato in cui queste si trovano attualmente».

Memooria offre a collezionisti e musei la possibilità di effettuare una fotografia digitale molto precisa, che rispetta fedelmente anche i colori, la morfologia, la geometria di un quadro. Le tecniche di ripresa, con procedure altamente automatizzate, in modo da minimizzare i costi e il numero di tecnici coinvolti, non agiscono solo sulle due dimensioni dell’altezza e della larghezza, ma permettono di catturare anche la dimensione dello spessore del tratto pittorico. «Se effettuo uno scatto oggi – spiega Ponzio – tra 20 anni sarò in grado di valutare il più minimo cambiamento perché la tecnologia di Memooria rende perfettamente comparabili due riprese successive». Questa informazione può essere fondamentale per eventuali azioni di restauro, perché fornisce le indicazioni su dove si deve intervenire. Gli algoritmi di catalogazione digitale della startup inglobano persino un sistema blockchain che certifica l’autenticità di ciascuna immagine nella corretta cronologia. In gioco non c’è soltanto il pur importante aspetto della conservazione preventiva, o dell’autenticità di preziosi capolavori venduti alle aste, ma un intero ventaglio di possibilità di accesso e fruizione dell’opera d’arte. «Maggiore è l’accuratezza e la completezza – dice Ponzio – più ampie sono le opportunità. Partendo dalle immagini ottenute si possono anche fare riproduzioni a stampa, cose che possono avere un elevato valore commerciale».


Il nostro fragile patrimonio artistico ha un robusto alleato digitale #MEMOORIA
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IL PERCORSO DI MEMOORIA

In Italia, certi discorsi cominciano a far breccia solo ora. I musei hanno cominciato ad avvicinarsi alla fotografia digitale per le loro esigenze di gestione e conservazione. Il problema è che non ci si può fermare a una buona risoluzione. Il lavoro di scansione 2D/3D di Memooria, l’attenzione agli aspetti morfologici, alla colorimetria, permettono di fare un salto qualitativo immenso. Il primo incontro con le peculiarità della startup modenese è avvenuto proprio all’interno di un piccolo museo milanese. L’occasione è rappresentata dall’intervento di Camilla Perondi, conservation scientist di Memooria, per la presentazione delle attività di collaborazione della startup con Casa-Museo Boschi Di Stefano, una struttura aperta una quindicina d’anni fa per ospitare – negli stessi ambienti della loro abitazione – i lavori selezionati da una raccolta d’arte donata negli anni 70 dai coniugi al Comune di Milano. Camilla Perondi ha spiegato i fondamenti teorici di un lavoro di acquisizione digitale che punta a restituire l’opera pittorica nella sua interezza, non attraverso una semplice immagine ad alta qualità, bensì basandosi su precisi criteri di classificazione dei vari parametri e metadati. Il punto di riferimento, secondo la giovane scienziata della conservazione, sono due raccolte di linee guida pensate per questo tipo di digitalizzazioni, adottate in Italia esclusivamente da Memooria. Si tratta delle linee guida olandesi del progetto Metamorfoze (nate da una collaborazione tra la Biblioteca Nazionale e gli Archivi Nazionali dei Paesi Bassi per la conservazione dei documenti cartacei); e delle complesse regole tecniche elaborate da FADGI (Federal Agency Digitization Guidelines Initiative), una iniziativa che da oltre dieci anni impegna diverse agenzie federali americane in uno sforzo di definizione delle corrette modalità di preservazione digitale dei contenuti storici, siano essi illustrazioni bidimensionali o supporti audiovisuali.

OLTRE LA CONSERVAZIONE TRADIZIONALE

In Casa-Museo, il piccolo team di Memooria ha acquisito un certo numero di opere di un deposito troppo esteso per essere esposto nella sua interezza. «Musei che dispongono di depositi ingenti – spiega Ponzio – possono servirsi della nostra tecnologia per effettuare controlli preventivi sullo stato di conservazione dei quadri, riparando danni che richiedono interventi più immediati, costruendo cataloghi molto accurati. Gli apparati di ripresa che abbiamo messo a punto sono preconfigurati e veloci, non impegnano un numero elevato di tecnici. Le campagne di rilevamento hanno prezzi molto competitivi». Il lavoro sulla collezione Boschi Di Stefano ha avuto un risvolto imprevisto che apre ulteriori prospettive. Le immagini acquisite dal quadro “Facitori di trofei” di Giorgio de Chirico, hanno rivelato dei particolari rimasti finora invisibili, in base ai quali i ricercatori hanno determinato la presenza sotto lo strato pittorico, di un abbozzo di una precedente versione del dipinto. «I nostri modelli 3D – continua Ponzio – consentono di svolgere analisi che in precedenza necessitavano di tecnologie diverse e questo per i restauratori può servire per effettuare valutazioni diverse rispetto alle normali fotografie». Il percorso di Memooria è appena iniziato, ma l’interesse da parte dei musei è molto elevato e la startup, che ha recentemente stipulato un accordo di partnership con il prestigioso Opificio delle Pietre Dure di Firenze, si sta muovendo anche in ambiti contigui, come i manoscritti miniati. Da oggi, il nostro fragile patrimonio artistico ha un robusto alleato digitale per preservarlo e renderlo più fruibile.

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